Meccanoscritto. Un romanzo metallurgico e collettivo. In libreria dal 23 marzo.

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Giovedì 23 marzo, grazie alla casa editrice Alegre, arriva in libreria Meccanoscritto, un “romanzo di storie” dalla forma nuova, prodotto dal Collettivo MetalMente in collaborazione con Wu Ming 2 e Ivan Brentari.

Il libro è frutto di un progetto nato nel 2014, con l’obiettivo di mescolare, in un alveo comune, tre diversi torrenti narrativi.

Il primo è quello dei racconti operai che nel 1963 parteciparono al concorso indetto dalla FIOM di Milano, con 100.000 lire di premio e una giuria formata da Umberto Eco, Giovanni Arpino, Franco Fortini, Mario Spinella e Luciano Bianciardi.
Ivan Brentari si è ritrovato tra le mani il faldone di quei meccanoscritti, mentre spulciava documenti per tutt’altra ricerca, nell’Archivio del Lavoro di Sesto San Giovanni. A parte quello del vincitore, tutti gli altri racconti erano rimasti inediti, stesi uno sull’altro in un letto di polvere.

Da quel ritrovamento, nasce l’idea di un laboratorio di scrittura collettiva, rivolto ai lavoratori e alle lavoratrici di oggi, condotto a Milano da Wu Ming 2, tra febbraio e ottobre 2015. Il risultato sono cinque nuovi racconti, scritti da altrettanti gruppi di lavoratori e lavoratrici iscritti alla FIOM: il collettivo MetalMente.

Terzo e ultimo flusso, a tenere insieme gli altri due come in una treccia, c’è il racconto delle lotte di ieri (primi anni Sessanta) e di quelle di oggi (Anni Dieci), dodici infrastorie narrate attraverso titoli di giornale, volantini, documenti, reportage, aneddoti, testimonianze e articoli di cronaca.

Luciano Bianciardi, su L’Unità del 10 febbraio ’63, scrisse un breve racconto – riproposto per la prima volta anche in Meccanoscritto – dove fotografa il suo (maldestro) incontro con il segretario della FIOM Milanese, Giuseppe Sacchi (morto nel 2016 a 99 anni). S’intitola Alle quattro in piazza del Duomo, è ambientato durante uno sciopero, ed è la scintilla che porterà al concorso letterario del 1963.
Lo stesso incontro è ritratto in un articolo di cronaca firmato da Adriano Guerra, sullo stesso giornale, appena quattro giorni prima.
Bianciardi appare un po’ a disagio, di fronte all’irruenza di Sacchi che «lo ghermisce: “tu devi scrivere un libro, un romanzo su questo sciopero…”. Il capannello si forma subito. “Ma io – dice Bianciardi – ho scritto sui minatori perché li conosco fin da bambino. Il libro sugli operai deve farlo uno di voi”.»

Il collettivo MetalMente al lavoro, nei locali della FIOM di Milano, durante l’estate 2016.

Meccanoscritto raccoglie proprio quell’invito e rilancia la posta: non «uno di voi», ma un intero collettivo. Non separati dai cancelli della fabbrica, ma uniti dal desiderio di raccontare «storie metallurgiche».

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15 commenti su “Meccanoscritto. Un romanzo metallurgico e collettivo. In libreria dal 23 marzo.

  1. Ecco questo è un gran bel progetto, forse il migliore degli ultimi anni, per tanti motivi: innanzitutto perchè rimette la narrazione delle vita e delle lotte degli operai nelle mani stesse degli operai, in pratica gli “oggetti” della narrazione diventano anche i “soggetti”, non solo riportando il loro punto di vista, ma diventando essi stessi voce narrante.
    Inoltre, è una splendida confutazione di tutte quelle critiche rivolte agli scrittori (e suppongo che voi ne sappiate qualcosa), i quali vengono considerati come se vivessero tutti al di fuori della realtà e guadagnassero milioni, mentre gli operai (o più in generale i lavoratori di classe bassa, i disoccupati, i pensionati) lavorano e non hanno tempo da perdere con sciocchezze quali la formazione culturale, lo scrivere e in generale tutto ciò che non riguarda calcio, figa e motori. Poi non è che queste cose siano mutuamente esclusive, voglio solo sottolineare come questo libro ribalta, anzi cambia completamente il tavolo di gioco: difficilmente qualcuno potrà dire agli scrittori di questo libro “tu sei un intellettuale di merda, che ne sai del mondo, vai a lavorare”. Il solito gioco del criticare l’autore, dato che non si riesce a criticare il tema.
    Infine, sono curioso di leggere il loro punto di vista, quello a cui danno più importanza e quello che tralasciano, le cose che vengono più approfondite e quelle meno. Insomma, un punto di vista “di lato” rispetto alla tradizionale narrazione (in particolare di libri e articoli di giornali sul tema, anche per quanto ben fatti), ma che in realtà dovrebbe essere il punto di vista centrale.
    Insomma, corro a prenotarlo

    • Ci auguriamo che il libro sia all’altezza delle aspettative. Di certo, il nostro obiettivo era proprio quello di andare oltre la formula del concorso. Leggere i nomi dei giurati del 1963 fa impressione, ma si tratta pur sempre di intellettuali che giudicano le narrazioni prodotte dai metalmeccanici. Nel nostro laboratorio, invece, tutto il lavoro di scrittura e di revisione dei racconti è stato conviviale. Io mi sono limitato a fornire strumenti, a innescare discussioni, a dare anche il mio parere, ma le scelte finali sono tutte del Collettivo MetalMente, e i 5 racconti rispecchiano il loro punto di vista, il loro modo di usare gli attrezzi della fabbrica delle storie. E’ probabile che un editore diverso dsa Alegre avrebbe imposto un editing più pesante, per ottenere racconti più uniformi. Ciò non significa che quelli di Meccanoscritto siano testi narrativi con un valore meramente “sociologico”, para-letterari, buoni soltanto come testimonianze. Il lavoro sullo stile, sulla lingua e sulla forma c’è, ma abbiamo voluto farlo insieme, senza specializzazioni o suddivisioni del lavoro, senza un “reparto qualità” di igengneri della narrazione che, ancora una volta, giudica la produzione della bassa manovalanza.
      Credo, infine, che si debba riconoscere il merito della FIOM di Milano che ha scommesso su un progetto decisamente estraneo alla sua “zona di comfort”: in un periodo di licenziamenti, dismissioni, morti sul lavoro e presidi, investire su un laboratorio di narrazioni collettive può davvero sembrare una follia, un giochetto con la sovrastruttura che toglie tempo ed energie a benaltre urgenze strutturali.

      • sono contento della tua precisazione. A questo punto, però, mi sorge una curiosità: nel libro ci sono solo storie operaie (o di vita operaia) o anche racconti che spaziano oltre? (per esempio, gialli, noir, storie narrative non identificate etc.)
        in ogni caso lo comprerò sicuramente, vi chiederei di pubblicare un estratto, ma il 23 marzo è dietro l’angolo e a questo punto mi leggerò direttamente il libro

  2. Esperimento narrativo molto interessante e perché no anche innovativo, con un punto di vista differente rispetto al solito.
    Era da parecchio tempo che non se ne vedevano.
    Prossimo acquisto obligatorio.

  3. Sto aspettando ‘Meccanoscritto’ e dopo averlo letto lo segnalerò con calma.
    Intanto dico subito che quest’uscita è un’ottima notizia, una nuova stazione in un percorso genealogico per la scrittura working class, su un binario che collega il passato col presente.
    Sta diventando sempre più necessario raccontare il lavoro e i lavoratori in Italia, andando oltre la figura esistenziale/generazionale del precario. Bisogna costruire dal basso una scrittura working class anche in Italia. E per come la vedo io, non sarà simile alla scrittura industriale di un tempo, fatta da intellettuali progressisti vicini agli operai, ma qualcosa più vicino alla scrittura proletaria inglese dei nostri giorni. Penso a‘Heartland’ di Cartwright, oppure a un titolo come ‘Voglio la testa Ryan Giggs’ di Rodge Glass.
    Se ne riparla comunque dopo la lettura di ‘Meccanoscritto’.

    PS: Colgo l’occasione per segnalare queste interviste di operai, molto narrative, che Elena Davigo ha cominciato a pubblicare su Lavoro culturale proprio oggi: http://www.lavoroculturale.org/la-salute-operaia-dal-corpo-al-cervello/
    Sono storie di lavoratori, frammenti di un atlante delle memorie operaie tutto da costruire (ne parlava un tempo un filosofo operaista).

  4. Faccio parte del collettivo MetalMente che ha lavorato alla scrittura di Meccanoscritto.
    Leggendo i contributi di chi mi ha preceduto mi sembra di cogliere condivisione della principale ragione che ha sostenuto il progetto: raccontare la complessità del lavoro attraverso la soggettivitá di chi lavora. Nel nostro caso impiegati e operai d’industrie metalmeccaniche, lavoro materiale ed immateriale.
    Esistono irraggiungibili pagine dedicate al lavoro, e a chi lavora. La nostra opinione era però che le “connessioni sentimentali” tra intellettuali e classe operaia, nella sua accezione più ampia ed inclusiva, siano non solo quasi scomparse, ma portatrici di uno scarto tra un’esperienza osservata ed una vissuta.
    Distanza riassunta da Luciano Bianciardi che durante gli scioperi del 1963 disse a Giuseppe Sacchi, segretario della FIOM di Milano: il libro sugli operai deve farlo uno di voi.
    Parlando a titolo personale confido che accantonare per un breve periodo di tempo gli abituali compiti per considerarsi scrittore é stato gratificante.
    Inaspettatamente difficile é stato invece scrivere assieme ad altri.
    Mi sono ritrovato geloso e possessivo anche di singole parole ed abbandonarle non è mai stato semplice.
    Conservo però la sensazione che aver lavorato collettivamente ha determinato nei racconti sfumature e colori che individualmente non avremmo raggiunto.
    Anch’io mi auguro che il libro possa essere apprezzato e rivelarsi, per l’intreccio dei tre piani narrativi cui faceva cenno Wu Ming 2, una lettura interessante o, più semplicemente, che chi ci dedicherà un po’ del suo tempo non lo consideri sprecato.
    Maurizio (logged in by scipiomar…)

  5. Mio papà era un operaio sessantottino (fiero della sua appartenenza politica e di classe) in un momento storico in cui il movimento operaio è riuscito ad innescare rivolte e rivoluzioni trascinandosi dietro gli studenti e gli intellettuali. In un momento in cui perfino la storia personale/politica di un operaio poteva essere riconosciuta accanto a quella di un intellettuale, per l’importanza del peso e dell’impegno politico, spezzando gerarchie e luoghi comuni. Perchè gli operai hanno costruito un movimento di lotta che non era solo scontro “fisico” e di piazza ma anche elaborazione di un pensiero politico. Di quest’eredità porto il peso. Quello che è mancato sinora è proprio un’epica delle lotte operaie che trasmettesse un orgoglio di classe che non si basasse solo sul racconto orale di padre in figlia o figlio. Si, perchè nel migliore dei casi, gli operai hanno raccontato la loro storia solo con lo sguardo parziale delle singole battaglie, senza rivestirle dell’importanza che davvero avevano per pudore di non sembrare arroganti. Poi ci hanno pensato in molti a rivedere quelle narrazioni che di “eterno” non avevano e non dovevano avere nulla. La storia operaia, perfino quella presente, è stata isolata in un’oasi protetta. Quasi gli operai fossero una specie da salvare e in via d’estinzione e mica perchè gli viene riconosciuto un contributo intellettuale…no, come categoria lavorativa avulsa dal contesto. Attendo anch’io l’arrivo del libro. Credo che l’importanza di questo progetto sia non solo il recupero di un tesoro sommerso e la sua ricostruzione ma anche il contributo alla costruzione di un senso di appartenenza.

  6. Rispondo collettivamente – e come se no? – a diverse suggestioni che emergono nei commenti qui sopra.
    Il laboratorio è partito da una domanda, condivisa da tutti i partecipanti: “Cosa vogliamo raccontare del nostro lavoro, quello di metalmeccanici e impiegati, a chi non ne sa nulla o lo conosce solo per stereotipi?”
    Per rispondere, abbiamo passato una giornata a scrivere aneddoti, a raccontarci storie grandi e piccole, per poi spremerne il senso e ricavare cinque tematiche. Intorno a ciascuna tematica si sono riuniti gruppi di 5/6 lavoratori e ogni gruppo ha scritto un racconto collettivo, che poi abbiamo rivisto, discusso e corretto tutti assieme.
    Questa operazione preliminare ha delimitato l’oggetto, non il genere dei racconti. Uno è di fantascienza, un altro è realismo magico, un terzo è non-fiction, uno ha ingredienti “rosa”…
    Abbiamo cercato di mediare (al rialzo) tra due esigenze: da una parte, non volevamo che i racconti fossero pure testimonianze. Troppo spesso chiedere a un soggetto di “raccontare la sua storia” è un modo per riaffermare uno stigma, per ribadire una marginalità facendo finta di volerla abbattere. Come dire: stai al tuo posto, fai la vittima, non lo scrittore. Dall’altra, è chiaro che il gruppo aveva una sua specificità, che non si poteva negare. Certo, non è detto che un collettivo di lavoratori debba per forza parlare di lavoro. Il “punto di vista operaio” può venir fuori anche in una spy story che con la fabbrica non ha nulla da spartire. Però in quel caso servirebbe un percorso molto più lungo. Si tratterebbe di far nascere quel punto di vista. Intendo dire che non basta essere operai metalmeccanici per esprimere un diverso punto di vista sul mondo. Proprio negli anni del concorso della FIOM, i primi Sessanta, Pasolini descriveva la morte delle culture particolari, fagocitate dal conformismo di massa. Oggi le nicchie di controcultura sono sempre più strette – e in tanti casi sono soltanto note a pie’ di pagina del discorso egemone, cioè quello della classe dominante. Sessant’anni fa, un minatore apuano o un pastore del Matese avevano una cultura diversa da quella di un borghese di città, ma oggi l’appartenenza a un gruppo sociale non è garanzia di uno sguardo diverso sul mondo. In realtà, già nella Russia bolscevica ci si poneva il problema della “cultura proletaria”, se bisognasse costruirla da zero o se si sarebbe prodotta da sé, grazie ai nuovi rapporti di produzione. Ejsenštejn, a un certo punto, abbandonò il Proletkult – l’organizzazione sovietica per la cultura proletaria – perché il cinema e il teatro che venivano proposti gli sembravano troppo tradizionali. Indirettamente, Lenin gli rispose che nella fase di affermazione del socialismo, i proletari devono appropriarsi di tutti i migliori risultati della cultura borghese e non sforzarsi di mettere in piedi un’alternativa artificiale e artefatta.
    Tutto questo per dire che il nostro piccolo laboratorio ha puntato sul raccontare il lavoro con gli occhi di un gruppo di iscritti alla FIOM di Milano. Questo ci è sembrato il contributo che si poteva dare con un primo esperimento. Altri, più importanti risultati, si possono raggiungere soltanto con una formazione molto più approfondita. Se il nostro sarà un passo in quella direzione, saremo fieri delle nostre gambe.

    • “Non possono rappresentare sé stessi, ma devono essere rappresentati”. La frase di Marx che compare in esergo a “Orientalismo” di Edward Said, starebbe bene anche sul frontespizio di Meccanoscritto.

  7. Perfetto, concordo e grazie per l’approfondimento/chiarimento sulla dinamica di scrittura e i contenuti dell’oggetto narrativo in questione. A me sembra già interessante un progetto di scrittura collettiva che parta dall’esigenza di raccontare un segmento specifico e, come esigenza principale, non credo che si possa matematicamente conseguirne un senso di appartenenza e neppure un punto di vista “tipico”.Per i motivi che tu stesso, citando Pasolini, hai espresso. Io, personalmente, mi sono riferita ad un’epica astratta del racconto che in un certo periodo storico, invece, avrebbe potuto ancora avere connotati definiti. Tutto questo si può perfino rilevare in alcuni documentari della Rai sul movimento operaio. Io non credo che il racconto di una storia personale o “testimonianza” sortisca sempre l’effetto di una marginalizzazione. Anzi, a volte, l’opposto: di una mitizzazione.Il canone stilistico scelto e il tema del racconto, ovviamente, collocano la narrazione di default in un contesto tradizionale oppure nel campo dell'”innovazione”. Penso che non sempre la testimonianza e il carattere tradizionale della narrazione debbano coincidere.I racconti che ho sentito avevano spesso un carattere comico e le differenze ideologiche fra “padroni” e proletari venivano condensate in una “scazzottata”( un pò alla Peppone e Don Camillo) era proprio da un punto di vista non strettamente ideologico e declinato nella modalità della barzelletta o del racconto comico che emergevano le conflittualità più violente, quasi spontaneamente. Senza intenzione, forse proprio per evitare l’effetto marginalizzazione e addirittura il carattere epico. Perchè spesso intorno al luogo di lavoro, al lavoro e alla sua narrazione si condensavano mille attività collaterali, per esempio un attacchinaggio che si poteva concludere in una fuga su una cinquecento e colpi di pistola sparati sulle portiere, oppure perquisizioni nel cuore della notte che si concludevano con bambini assonnati che “familiarizzavano” col “nemico”. Non so, aspetto di leggere il libro e intanto grazie.

    • Il tema che tocchi – quello della mitizzazione, o del rischio della mitizzazione – è fondamentale. Noi stessi ce lo siamo posto, lavorando al libro. Purtroppo tra mitizzazione e visione macchiettistica il confine è labile, e quindi bisognava tenere gli occhi aperti. Per evitare l’inconveniente la via è stata quella della spontaneità. Mi ricordo che la prima giornata di laboratorio Wu Ming 2 l’ha passata a prendersi bordate di parole e a trascriverle su un muro. “Cosa ci interessa e quali sono le nostre parole-chiave?” era la domanda. E giù: “crudezza”, “fatica”, “tempo”, “solidarietà”, “falsa rappresentazione”… MetalMente ha cacciato fuori tutti questi temi senza sovrastrutture, senza pensare “ma poi come ci vedranno se diciamo così?”. Non abbiamo pensato né di stupire il lettore con un racconto per forza anticonvenzionale, né di dare al lettore “schierato” quello che immaginavamo potesse aspettarsi da un libro del genere. Sarebbe venuta fuori una porcheria. Semplicemente abbiamo proceduto in maniera naturale.
      È vero però che, soprattutto per alcune infrastorie (cosa sono lo scoprirete leggendo), il contenuto stesso della vicenda ha sapore epico. Qualcosa di epico, ad esempio, lo ebbe la lotta degli elettromeccanici del 1960-61: 100.000 operai (60.000 a Milano), 4 mesi di mobilitazioni, 2 mesi di sciopero a tempo indeterminato 4 ore al giorno, il Natale in piazza del Duomo (ma qualcuno voleva il “Natale di sangue”), la benedizione del cardinal Montini… E qualcosa di epico lo ha avuto anche Giuseppe Sacchi – ex-collaudatore motorista segretario della Fiom di allora e, come ha detto qualcuno, intellettuale operaio – che è un po’ l’eroe di Meccanoscritto. Noi gli vogliamo molto bene e gli abbiamo dedicato il libro. Speriamo che anche i lettori gliene vorranno.

    • Credo che l’epica sia uno egli ingredienti che si possono utilizzare nel raccontare le storie operaie. Ovviamente non si può ridurre tutto all’epica e quest’epica sarà probabilmente un’epica simile a quella del western crepuscolare, un’epica di eroi stanchi. Rimanendo sulla metafora cinematografica, quel western crepuscolare si presta anche a suonare le note dell’umorismo, che è un carattere tipico delle subculture popolari. Ma ovviamente tutto questo senza obblighi: si possono prendere anche altre strade, il ventaglio è aperto. Il vero nodo è: raccontiamo le storie di ieri o quelle di oggi? E soprattutto: come legare le lotte di ieri a quelle di oggi? Perché il punto, il nodo delle storie che viviamo e che raccontiamo, è il conflitto.

  8. Grazie Ivan, è una risposta che rende molto bene il senso delle difficoltà che avete affrontato per trasmettere le vostre storie senza inciampare in alcune trappole retoriche.Io sono molto curiosa di scoprire il contenuto del libro che rimane “misterioso”. Sono impaziente di scoprire e conoscere Giuseppe Sacchi e la sua citazione e il fatto che, incidentalmente, le parole epico ed eroico “coincidano” conferma una necessità di racconto che trascenda i limiti imposti dalle strette mura di cinta del potere. Per me le due parole non coincidono sempre e l’esigenza di un racconto della classe lavoratrice mi sembra nasca proprio dalla sua silenziosa riduzione a semplice comparsa. Venerdì è morto uno storico rappresentante del sindacalismo di base: Piergiorgio Tiboni, proprio a Milano. Le cronache locali riportano la sua storia. Nell’attuale situazione lavorativa, che molti di noi vivono, non è facile raccontare storie personali, eppure come in ogni processo di cambiamento che si rispetti la macchina non procede da sola, le storie di molte persone si sommano fra loro per produrre un mutamento. Ancora oggi, piccoli episodi di sana “ribellione” ( rifiutare di fare lo straordinario o chiedere una pausa per andare in bagno) vengono trasformati dal datore di lavoro in gravi episodi di insurrezione. La Resistenza è stata quasi sempre raccontata in maniera molto tradizionale, io ho trovato davvero appassionanti le storie delle singole partigiane e partigiani e i racconti delle vicende collettive. E’ proprio così che nella mia testa si è costruito il mito della Resistenza. Ma capisco che il lavoro svolto in questa occasione riguarda, principalmente, un progetto di scrittura collettiva che racconta il lavoro e i lavoratori in un altro modo, come diceva wu Ming 2, citando Marx, ” non possono rappresentare se stessi, ma devono essere rappresentati”

  9. […] che abbiamo annunciato l’uscita di Meccanoscritto, ci è stato chiesto di pubblicarne un estratto, per capire meglio di che si tratta. Vista la […]

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