Un assaggio di #Meccanoscritto. Anzi, quattro. E sabato 25.03 dal vivo a #Milano, #BookPride.

Presidio alla General Electric (ex-Alstom Power) di Sesto S. Giovanni
Foto Ivan Brentari – dicembre 2016

[Dopo che abbiamo annunciato l’uscita di Meccanoscritto, ci è stato chiesto di pubblicarne un estratto, per capire meglio di che si tratta. Vista la struttura del libro, che intreccia epoche e modalità narrative diverse, non è facile sceglierne un boccone che restituisca il sapore complessivo. Ieri Il Fatto Quotidiano ha pubblicato, con qualche taglio, uno dei racconti “operai” che parteciparono al concorso della FIOM di Milano del ’63. Il risultato è che la pagina del quotidiano – titolo e immagini comprese – si concentrava sui metalmeccanici del tempo che fu, cancellando quelli di oggi. Un effetto che è il contrario di quello che il libro racconta e si sforza di trasmettere. Per questo, abbiamo deciso di prelevare dal testo un campione più variegato, rinunciando a raccontare una vicenda dall’inizio alla fine, ma prediligendo una visione d’insieme. Ci auguriamo sia di vostro gusto.]

1963
La via del Gottardo
di Giuliano Picciati (operaio emigrato in Svizzera)

Le vie del lavoro, come quelle del Signore, sono infinite. In grazia di questo, Catone aveva puntato su Milano sperando di far centro. Trovò lavoro lì per lì. Volevano che cominciasse subito, ma Catone chiese alcuni giorni per fare la bocca all’aria nuova e trovare l’orizzonte.
Con la tuta sottobraccio si presentò il lunedì, all’orario degli impiegati. Prima cosa gli misero un foglio davanti, dove righe dattiloscritte si rincorrevano sei o sette volte.
«Firmi qua!», gli fece la ragazza bionda.
Catone guardava i capelli dorati e si lasciò guidare la mano a mettere la firma. Gliene chiesero altre cinque o sei. Catone aveva fatto il callo a quel genere di formalità e non si scompose. Firmò tutto senza leggere e poi l’impiegata lo consegnò al portiere, corredato dalla cartolina di presenza. Catone imparò la posizione dell’orologio, timbrò la cartolina infilandola nel quadro di legno appeso al muro e accese una sigaretta, aspettando, col portiere sulla destra, l’arrivo del magazziniere.
Cosa strana, pensava Catone. Milano, che la facevano giorno e notte affogata nella nebbia, invece, per ora, non c’era nemmeno la puzza. Difatti quella mattina l’aria era secca, quasi linda e pulita. Già aveva notato che pochi erano i capoccia entrati dal portone dell’amministrazione. L’intera fabbrica, invece, ronzava a pieno ritmo, come un mormorio di gente che prega, interrotta da qualche lamento o sospiro. Quattro strisce illuminate indicavano i quattro piani. Catone si domandò in quale striscia sarebbe finito, tentò d’indovinare, ma poi rinunciò vedendo che dal fondo del piazzale stava venendo in su un piccoletto in cappa grigia che stringeva sottobraccio un grosso registro e un mazzo di chiavi nella mano: non poteva essere che il magazziniere.
Fu menato al terzo piano della fabbrica. Negli spogliatoi c’era buio, il magazziniere fece luce e indicò lo stipetto. «Questo è lo stipetto e questa la chiave. Si sbrighi, io
l’aspetto in reparto».
 Indossata la tuta, Catone andò nel reparto e prese in
consegna gli attrezzi. Poi fu presentato al capo che disse: «bene, vedremo», e infine cominciò a lavorare per nulla intimidito dalla presenza del responsabile, né dalle occhiate, parte curiose, parte gelose o che so, degli altri operai. Il banco girava tutta la parete e ne aveva, di operai, tre a destra e due a sinistra. In fondo, c’era una morsa ancora libera, un tornietto e il trapano, la sola e il cannello.
Catone, disegno davanti e capo dietro, non cercò l’aiuto di nessuno e fece il suo lavoro tirando la mezzodolce con fare elegante: lento all’andata, veloce al ritorno, il corpo che accompagnava armonicamente i movimenti delle braccia.
Dopo aver capito che Catone non contava balle, il capo tornò a sedere in ufficio a sfumacchiare con aria pensierosa. Passarono un paio d’ore. I tre sulla destra ogni tanto facevano crocchio, passandosi un giornale che via via diventava nero d’olio e di polvere.
Catone sapeva che il primo giorno è quello che conta e teneva occhi, mani e corpo concentrati sul lavoro, senza smettere un minuto, come se nel reparto ci fosse stato lui e solo lui.
Il primo a cercarlo fu Spaziani che, senza presentarsi, gli disse: «Sembri un robotto».
Catone osservò i mucchietti di limatura sul tacco di legno che sorreggeva la morsa, sorrise e infine staccò la mano destra dal manico della lima e la tese a Spaziani. Uno dopo l’altro fece lega con tutti, tranne che con Poiani, che quei giorni era di ferie.
«Guardati da quello», fu avvertito, «quello è una merda».
Non aggiunsero altro perché il capo aveva rimesso la testa fuori dall’ufficio.
Dopo la sfuriata dei primi giorni, Catone modellò l’andatura sulla falsariga degli altri, e si tirò la simpatia e l’approvazione di Spaziani.
«Vedrai quando torna quello là», gli disse comunque, indicando la morsa ancora libera.
E Catone visse giorni curiosi in attesa del rientro di Poiani. […]

Infrastoria #6

(l’Unità, 13 ottobre 1962)
UN INDUSTRIALE SPARA SU OPERAIE IN SCIOPERO
IL GRAVISSIMO EPISODIO ALLA GELOSO DI MILANO
È STATO ARRESTATO

(Da La Stampa, 13 ottobre 1962)
[…] L’episodio più grave è avvenuto poco prima di mezzogiorno davanti agli stabilimenti Geloso, in viale Brenta. A quell’ora le maestranze della fabbrica, che sono in agitazione da parecchi mesi, si erano radunate sotto gli uffici della direzione con grandi cartelli per assistere ad un comizio. Quando l’oratore ha finito di parlare, uno dei 500 scioperanti ha chiesto ad alta voce che qualche dirigente della fabbrica rispondesse a quanto era stato detto poco prima.
All’improvviso è stata vista aprirsi una finestra del secondo piano: ad essa si è affacciato l’avvocato Edgardo Domini, di 38 anni, abitante in corso di Porta Romana 76/2, genero dell’ingegner Giovanni Geloso, titolare dell’omonima fabbrica di apparecchiature elettroniche. Si sono uditi due secchi colpi di pistola che il dirigente aveva sparato urlando frasi incomprensibili.
Mentre uno degli operai correva ad avvisare la polizia che sostava nelle vicinanze della fabbrica, gli altri hanno divelto pietre del selciato e con una fitta sassaiola hanno spezzato quasi tutti i vetri delle finestre degli uffici, costringendo l’avvocato Domini ed alcuni impiegati a ritirarsi nell’interno. Alcuni agenti entravano nello stabilimento e fermavano il dirigente industriale per un primo interrogatorio. L’avvocato Domini ha sostenuto di aver sparato in aria per intimorire gli scioperanti che avevano lanciato una pietra contro la sua finestra spezzando i vetri. La sua versione è stata smentita da numerose testimonianze.

Oggi la Geloso non esiste più. In una Milano a metà tra periferia e centro, la sede di viale Brenta è stata sostituita da uffici e, di fronte, è stato aperto un ristorante cinese grosso come un autosalone, pieno di sedie imbottite e rivestite di raso, un po’ in stile Scarface. All’epoca dell’articolo che avete appena letto, però, la Geloso è una notissima fabbrica elettromeccanica che costruisce radio, televisori, radioricevitori e magnetofoni. Famoso soprattutto il “Gelosino”, primo registratore portatile comparso in Italia. La produzione va a gonfie vele, in quegli anni, anche se l’ingegner Geloso, proprietario e patriarca, nel 1963 dichiarerà al fisco solo 30,5 milioni di lire. […]

Assemblea permanente nello stabilimento della “Geloso” contro la chiusura dell’azienda
Milano 18.10.1972 – Foto Loconsolo – Archivio del Lavoro

Infrastoria #4

Via Vespucci, periferia industriale di Pero: a sinistra c’è la discarica, in fondo alla strada la Hydronic Lift. In un capannone, 19 operai producono pezzi per ascensori.
Sul sito dell’azienda – nata nel ‘98 – si legge che «oltre 200.000 ascensori in tutto il mondo installano dispositivi prodotti nello stabilimento di Pero. Hydronic Lift s.p.a. negli anni si è conquistata una clientela a livello mondiale, dalla piccola impresa a tutte le multinazionali del settore, garantendo la conformità alle varie norme nazionali».

L’impresa chiude il bilancio 2012 con circa 4 milioni di euro di utile, è associata all’Unione Industriali di Varese, ha altre sedi dalle parti di Gallarate.

Il 2 agosto 2013 la fabbrica chiude per ferie e i 30 operai, a fine giornata, si salutano dandosi appuntamento a lunedì 26 agosto per la ripresa del lavoro: buone vacanze!
Certo non potevano immaginare di ricevere nella settimana di ferragosto una lettera (inviata venerdì 9 agosto…) con cui l’azienda li informava di aver avviato una procedura di cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività.
Certo non potevano immaginare di ritrovarsi questa mattina davanti a un cancello chiuso con catena e lucchetto. La voce si sparge e in via Vespucci arrivano i delegati di altre aziende della zona, si montano i gazebo, due anziane signore recuperano un frigorifero (“mica potete bere l’acqua calda, sotto questo sole…”) e verso sera appaiono al presidio tre sedie in stile barocco: “ce le hanno portate gli zingari che recuperano dalla discarica quello che gli può servire”. 
Il 10 mattina gli operai della Hydronic decidono di entrare nella loro fabbrica. E così scoprono che l’azienda ha mentito, poiché durante la loro assenza agostana la Hydronic ha provveduto a “liberare” lo stabilimento dal frutto del loro lavoro (i pezzi finiti) e da tutto ciò che serve alla produzione: macchinari e materiale.
 È sera, quando all’ingresso dello stabilimento si presentano amministratore delegato e avvocato dell’azienda, catena e lucchetto in mano, per “ripristinare la legalità”. Gli operai non si spostano dal cancello, che resta aperto tanto quanto la partita.

(Da Il Giorno, 26 dicembre 2013)
Due anni di cassa integrazione per i lavoratori della Hydronic Lift di Pero, chiusa improvvisamente questa estate mentre i dipendenti erano in vacanza. È il risultato del tavolo di confronto tra Regione Lombardia e le parti. L’intesa stipulata con l’industria di componenti per ascensori garantisce ai 29 lavoratori 24 mesi di cassa integrazione straordinaria con una serie di in- centivi previsti per l’accompagnamento alla pensione (per chi può maturarla su un percorso che può arrivare sino a quattro anni e mezzo), per la ricollocazione in altre industrie del settore nel raggio di 80 chilometri e per le uscite volontarie.

Il cancello della Hydronic Lift a Pero – settembre 2013

2015
Hal

[…] Giuseppe ricordava che la casa di suo nonno era stata una delle prime con una camera trasfusionale di energia. In pochi l’avevano, allora, e quei pochi dovevano metterla a disposizione della collettività. Solo più tardi le Cte avevano cominciato a diffondersi in tutti gli appartamenti. Dal momento che il nonno possedeva, annesso alla casa, un bel laboratorio spazioso, dove per anni aveva costruito e riparato orologi, il comitato gli aveva proposto di creare proprio lì la Cte di quartiere. «Tanto il laboratorio non ti serve più», gli avevano detto, «non devi più lavorare per vivere», e il nonno aveva accettato di buon grado. Tutti, o quasi, in quel periodo, erano entusiasti della grande novità che aveva rivoluzionato la loro vita. Finalmente, erano padroni del proprio tempo. Finalmente potevano dedicarsi ai propri affetti, alle proprie passioni e perché no, finalmente, se volevano, potevano anche non fare niente. C’era Nando, con quella tossettina, fastidiosa per lui e per gli altri, che per anni aveva lavorato in un’azienda chimica ed era più che felice di non avvelenarsi più i polmoni. C’era Carlo, con quel tic che lo rendeva simpatico, ma che era il frutto di una vita alienante, costretta alla catena di montaggio. E Giuseppe, per quanto fosse piccolo, non aveva mai dimenticato Aziza. Ancora le si riempivano gli occhi di lacrime al ricordo dei soprusi che aveva dovuto subire, per una paga da fame, sfruttata da imprenditori senza scrupoli. E poi c’era chi aveva rischiato di morire, in fabbriche dove la salute era molto meno importante dei profitti. Chi era stato costretto a turni e orari destabilizzanti. Chi aveva sempre dovuto convivere con l’ansia di un lavoro precario o con le angherie dei superiori. Hal li aveva liberati. Aveva restituito loro la vita. Eppure…
Giuseppe prese posto in mezzo ai suoi genitori. Li guardò. Immobili, grassi, lo sguardo spento. Come avevano fatto a ridursi così? Lui, di sicuro, non avrebbe fatto quella fine. Si era trovato un lavoro, lui!
Si accomodò sulla poltroncina, chiuse gli occhi e si addormentò di colpo, mentre Hal si ricaricava.

Era successo tutto con gradualità, senza clamori.
Non c’era stato un momento preciso, un accadimento che segnasse la svolta. Non c’era una linea, per quanto sottile, che stabilisse un prima e un dopo.
Certo, la ricerca scientifica era stata lunga e complessa, e c’erano voluti molti anni perché si riuscissero a sviluppare i prototipi. Ancor più difficile era stato smontare le ritrosie. Ma era successo.
Non si lavorava più.
La condizione umana non comprendeva più la parola lavoro. Era stata riposta in un cassetto della storia, in compagnia di tutte le cose da dimenticare.
Non c’erano più fabbriche, uffici e aziende agricole. Grandi imprese e piccoli artigiani. Professionisti e lavoratori dipendenti.
Capitale e lavoro avevano risolto il loro secolare conflitto. Nessuno avrebbe più chiuso uno spazio per utilizzare il lavoro altrui.
Fatica, alienazione, disciplina, responsabilità, progresso e conservazione si sgonfiavano dei loro significati.
Tutto vecchio, superato. Di quei termini, non rimaneva neanche il retrogusto.
Si era spiccato un balzo incommensurabile, atterrando in una nuova era, una società placida e senza increspature.
Non c’erano più persone che producessero beni e servizi. Qualcuno, o meglio qualcosa, si faceva carico di quei vecchi compiti. Gli scienziati avevano ideato e prodotto un sistema efficiente, capace di fornire gratuitamente il necessario per vivere.
Dopo un cammino lungo millenni, l’uomo poteva sedersi e stare a guardare. Accudirsi e riposarsi.
Una volta in funzione, Hal – così chiamato in ricordo di un vecchio film – fu da subito indipendente. Non aveva bisogno che qualcuno lo controllasse.
Non ci fu adolescenza, per lui, nacque già adulto, una tecnologia matura. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, Hal funzionava.
Il sistema non possedeva un’intelligenza propria, non pensava, non guardava il mondo e non lo comprendeva. Era solo una macchina semplice, banale e perfetta.
L’unico contributo richiesto a uomini e donne era legato al sistema energetico che consentiva ad Hal di lavorare. Per svolgere i suoi infiniti compiti, gli era necessaria una fonte di energia. Un’energia rinnovabile, a basso costo, che non producesse scarti inquinanti e che si potesse attingere ovunque.
La fonte che meglio rispondeva a queste caratteristiche era l’energia metabolica, prodotta dal naturale funzionamento del corpo umano. Hal esisteva grazie all’unione fra biologia e tecnica.
Il trasferimento d’energia era totalmente indolore. Consisteva in una seduta quotidiana di prelievo, che avveniva rimanendo seduti, o sdraiati, su comode macchine, che s’azionavano al contatto con il corpo. L’assorbimento ricordava il processo d’evaporazione. La macchina generava un leggero calore, come un piacevole sole primaverile, che induceva l’energia corporea a lasciare il proprio ospite per essere assorbita dai terminali di Hal. L’operazione durava poche decine di minuti. Gli effetti si limitavano a un piacevole torpore, che ricordava i lasciti di un piccolo sforzo fisico, o di un pranzo domenicale.
Le strutture assorbenti erano modellate a forma di poltrona o divano, e col tempo ogni casa ne fu fornita, in relazione al numero delle persone che l’abitavano. Una rete telematica connetteva tutte le abitazioni, convogliando l’energia raccolta in un’unica, gigantesca batteria.
In pochi anni Hal convinse e sedusse tutti quanti. Il tempo liberato dai ritmi del lavoro divenne una ricchezza inebriante. La faticosa e spesso sterile lotta per coltivare passioni e affetti, divenne una quotidiana festa. Le relazioni migliorarono perché le prime Cte, collettive e di quartiere, favorirono la ripresa degli sfilacciati rapporti umani.
Un futuro chiaro e sereno si delineava all’orizzonte.
L’unico sacrificio richiesto riguardava la limitazione delle attività faticose, per evitare di consumare energia. Non erano previste sanzioni per eventuali mancanze. Non era un reato sottrarsi alle sedute. Nessuna pena per gli onanisti energetici. Solo, nella morale collettiva, s’era imposta l’idea che le forze di ciascuno fossero un bene comune e che dissiparle equivalesse a un furto ai danni della società. Chi si dedicava ad attività impegnative, per il corpo e la mente, era considerato un ladro, un bieco individualista, un nemico del genere umano.
Bastava quella generale disapprovazione per trasformare tutti in sedentari soddisfatti.
L’incanto aveva iniziato a strutturasi da un quarto di secolo. Hal funzionava solo da venticinque anni, eppure la vita senza di lui sembrava già impossibile, congelata in un ricordo remoto. […]

***

Ricordiamo che sabato 25 marzo, alle ore 18.30, presenteremo Meccanoscritto all’Arena Sala A di BookPride, in via Tortona 56, a Milano.

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