Il #rogodilibri e l’apoteosi dello scrittore

Valerio Evangelisti, foto segnaletica by Finzioni

[Riprendiamo dal suo blog e da PrecarieMenti un testo di Valentina Fulginiti che ci sembra, come suol dirsi, di importanza cruciale.
Qui viene proposta una delle possibili sintesi dei molti discorsi abbozzati su Giap (e ovviamente non solo) negli ultimi tempi:
– l’analisi del “Book Bloc” e del suo impatto immaginifico;
– la critica del dispositivo che “cattura” Saviano e dopo ogni “fuga” lo ri-trasforma in simbolo;
– le riflessioni seguite al “memorandum” di WM1 sul “New Italian Epic”;
– il dibattito su quale ruolo possa avere lo scrittore nella ricerca di una “cornice” che avvicini e accomuni tutte le lotte in corso.
Insomma, è un testo importante. Merita di essere diffuso, e merita di essere discusso. Leggere con calma e attenzione, please.]
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1. Where have all the writers gone?

In Sotto gli occhi di tutti (2004), Valerio Evangelisti formula alcune riflessioni assai critiche sugli intellettuali e scrittori italiani a lui contemporanei:

Ma sbaglia chi crede che, a fronte di questo vuoto [quello della politica berlusconiana, N.d.R.], gli intellettuali non allineati al potere svolgano davvero la funzione antagonistica di loro pertinenza. Molti di loro denunciano le ripetute violazioni della legalità, ma non le connettono né al segno di classe del governo Berlusconi, espressione di una nuova borghesia arricchitasi con il commercio, i servizi, le comunicazioni, le speculazioni di borsa, né a un quadro internazionale posto sotto il segno dell’imperialismo e del neocolonialismo. Mancano in Italia i Bordieu, le Forrestier, le Susan George, i Gore Vidal. Se protesta c’è, è contingente e partitica. (Evangelisti, p. 22).

Dopo aver tracciato un quadro apocalittico degli anni 2001-2004, Evangelisti continua col suo affondo: “A parte qualche autore di genere, ignorato in quanto tale dall’accademia, nessuno si chiede se l’ideologia neoliberale, fatta propria dal centrosinistra, non contenesse in germe la vittoria di berlusconi e del suo governo.” (p. 24) E, per concludere, “Si comprende, allora, il prevalere del minimalismo più oltranzista nella letteratura italiana di oggi: non solo mancanza di idee, ma anche di coraggio.” (p. 24).

La paraletteratura come alternativa alla paraculaggine letteraria, verrebbe da dire.

A quasi tre settimane dall’inizio del #rogodilibri, vinto il primo round (ma non la “guerra”, per cui è importante continuare a mobilitarsi), una cosa emerge più chiara che mai. Almeno un singolo elemento è migliorato dal 2004 ad oggi, in una pur sconfortante italietta: la situazione dell’impegno politico tra i letterati. La funzione degli intellettuali, da questa storiaccia, emerge infatti ben più viva di quanto non ci si potesse aspettare. Anche alla faccia di chi, forse confondendo il panorama delle proprie frequentazioni con la “letteratura” tout court, ancora pochi mesi fa continuava a lamentare un’Italia senza scrittori o un paese morto e privo di intellettualità (a proposito, dove sono in tutta questa storia i critici “militanti” e gli alfieri del “ritorno alla realtà”?). L’Italia non pullulerà di intellettuali, ma ha degli scrittori capaci di attivarsi, non solo nelle forme facili e consumistiche della protesta virtuale (l’attivismo da click, fatto di petizioni e inviti per cause su Facebook), ma nelle piazze, nelle strade e anche sulla rete, usata creativamente e in modo orizzontale. Scrittori che non parlano solo alla loro comunità di lettori, ma cercano di saldare la loro specifica lotta con altri “segmenti” (come si usava dire nel movimentese di vecchio corso) dalle proteste della FIOM a quelle degli studenti. Si discute, ci si scambiano pareri, metodi e forme creative di lotta, senza dimenticare la vecchia modalità, quella da suola&selciato. Sembrerebbe quasi un ritorno al passato; e non lo è, invece.

Nella battaglia sul #rogodilibri, si sono ritrovati alcuni dei filoni più vitali della letteratura italiana, o della riflessione su di essa: il vivace mondo delle riviste on-line e dei blog letterari (Carmilla, Giap, Il primo amore, Lipperatura…), il variegato insieme di autori che, nel rinnovamento della letteratura di genere (noir e giallo in primis) hanno colto l’occasione per abbandonare le poetiche ombelicali del minimalismo made in italy e, occorre dirlo, molti degli autori che Wu Ming 1 aveva incluso nel suo Memorandum ormai quasi tre anni fa. Autori spesso tra loro in polemica si trovano dalla stessa parte, in questa occasione (penso ai Wu Ming e a Scarpa, che si sono scontrati su più di una questione, dalla valutazione del caso Saviano alla stessa etichetta di New Italian Epic), mentre anche chi era stato contrario all’appello, o semplicemente non vi aveva aderito (vedi alla voce Pennacchi), ha comunque espresso solidarietà a chi l’aveva firmato.

A leggerla con attenzione, la listaccia di Speranzon e sodali sembrerebbe quasi un nuovo “canone”. Basta leggerli: Valerio Evangelisti, Luigi Bernardi, Christian Raimo, Giuseppe Genna, Marco Philopat, Sandrone Dazieri, Domenico De Simone, Lello Voce, Tiziano Scarpa, Enrico Remmert, Gianfranco Manfredi, Nanni Balestrini, Nicola Baldoni, Cristina Brambilla, Dario Voltolini, Alessandro Bertante, Stefano Tassinari, Giovanni Zucca, Alessandro Mazzina, Giorgio Agamben, Massimo Carlotto, Luca Masali, Rossano Astremo, Ray Luberti, Pino Cacucci, Simone P. Barillari, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Biagio M. Catalano, Michele Monina, Mauro Smocovich, Girolamo de Michele, Antonio Moresco, Enzo Fileno Carabba, Vittorio Catani, Gabriella Fuschini, Fausto Giudice, Massimiliano Governi, Giovanni De Caro, Laura Grimaldi, Roberto Saporito, Francesco Cirillo, Tommaso Pincio (Marco Colapietro), Wu Ming…. Non sarà una “nebulosa”, ma c’è aria di famiglia.

Un canone in primo luogo etero-diretto: nel mirino finiscono autori scomodi perché “non” in linea con il “regime”, al di là del loro specifico valore letterario (che comunque non manca, a partire da prestigiosi riconoscimenti come lo Strega, per non parlare del pluri-tradotto e quasi venerato, ovviamente all’estero, Agamben). Ma questa non è solo un’accozzaglia di scrittori messi lì a casaccio dal “regime” per fare la parte del babau. Con misure e forme diverse, molti degli autori hanno espresso posizioni politiche al di fuori del gran bazar critico-mediatico-letterario, anche al di là della questione Battisti. Non solo firmando petizioni e appelli, ma scegliendo di prendere posizione nel loro scrivere (un esempio? Il modo in cui molti autori, da Carlotto a Camilleri, scelsero di inserire, sottocoperta, racconti dei fatti del G8 di Genova nei loro romanzi: un modo per dar testimonianza di una violenta repressione, attraverso i ferri del loro ‘mestiere’). Non chiamiamoli intellettuali. Ma qualcosa in più che scrittori, sì.

Quello che cambia, forse, è la natura non più “individuale”, singola e quindi facile da isolare, della protesta. Allora, che un gruppo di intellettuali sia identificabile – sia pure per pressione esterna, e non per affinità elettiva – è già una questione politica. Questa vitalità, questo impegno, che non è riassumibile nel #rogodilibri, ma è la sintesi di un processo in corso da anni, dovrebbe andare avanti e articolarsi in un discorso. E questo è compito di tutti. Scrittori e lettori; insegnanti e studenti; professionisti della cultura e cittadini che liberamente ne fruiscono.


2. Riscrivere la storia. A Venezia e oltre.

Nel 1567, a un papa Pio V scandalizzato per l’enorme disponibilità di materiale eretico nella troppo tollerante Venezia, il legato Paolo Tiepolo rispondeva che Venezia adoperava, verso gli “eretici”, “più fatti che demostrationi, non fuochi e fiamme, ma far morire secretamente chi merita”. Altro che tolleranza. È però vero che, malgrado lo strapotere gesuitico affermatosi a partire dagli anni ’60 del ‘500 (e culminato nella “liberatoria” espulsione dell’ordine dalla città nel 1657), e malgrado il giro di vite post-tridentino della locale Inquisizione, l’editoria veneziana, soprattutto per la forza del suo capitalismo, rimase una relativa oasi di libertà, continuando a competere con sedi come Ginevra e Lione anche per settori scottanti come la pamphlettistica religiosa o la produzione di Bibbie in volgare. Tutto questo per dire che, quando assessori dal passato più o meno fascista pretendono che Venezia dia il “buon esempio”, diventando la prima città italiana a bandire gli autori “eretici”, sta prendendo piede una grottesca e mostruosa riscrittura della storia.

Non è un caso. La riscrittura della storia è esattamente il terreno su cui si gioca questa partita. È in gioco, più precisamente, la legittimità di una o più ricostruzioni della storia, a fronte di una politica della memoria monolitica e, si potrebbe dire, monologica. Si badi: qui nessuno difende l’opportunità che ognuno “dica la sua”, in una sorta di caricatura del relativismo o del postmoderno applicato alla storia. Ci sono ambiti (per esempio la Shoah) in cui, con tutte le incertezze e le difficoltà del caso, una verità di fondo è stata raggiunta, e pretendere di dirne un’altra è puro e semplice negazionismo. Del resto, anche i fondatori del moderno metodo storico parlano di una storia come ricostruzione, come “lavoro storiografico”; ma Marc Bloch, per relativista che fosse, è morto combattendo contro i nazisti.

Qui si tratta piuttosto di difendere la complessità della storia, il suo essere un portato di variabili e fattori e soggetti distinti, contro una pericolosa idea delle storie monolitiche, storie per “figurine” e per “santini” (attività in cui eccelle la premiata ditta Rai Fiction), o persino di “storie parziali”, da usare come teste di ponte per poi imporre una nuova visione a senso unico (io che sono fascista mi riscrivo la mia storia centrata sui “Ragazzi di Salò” e le do lo stesso valore della storia “ufficiale”, cioè quella scritta dai costituenti e dalla resistenza, due fastidiosi orpelli dei tempi che furono).

Questa preminenza della dimensione “storiografica” è importante per capire quanto accade. Nel caso Battisti, infatti, le posizioni hanno di rado un valore specifico. Quasi mai esse dipendono dal giudizio assunto su questa o quella specifica tesi o affermazione, ma dipendono, invece, dal loro valore simbolico. Così per Umberto Eco, sul blog di Alfabeta2 dichiara di trovarsi, per una volta, d’accordo con il governo per rivendicare, almeno all’estero, la sovranità e l’autorevolezza di una magistratura sempre più villipesa nei confini nazionali. E così anche molti firmatari dell’appello, per i quali il caso Battisti è l’epitome di una questione più ampia, legata a una ricostruzione a senso unico del passato, fatta di associazioni pavloviane. Una storia che alla parola “terrorismo” accompagna la locuzione “senza se e senza ma” e l’aggettivo “rosso” [Mutatis mutandis, perché i musulmani che si fanno saltare in aria sono “terroristi” mentre il tizio che va a sparare alla Gifford è un cane sciolto, un matto isolato? È una domanda interessante, che qualcuno sulle colonne del Guardian si è posto]. Una lettura di parte della storia, che parla al passato perché le suocere di oggi intendano: una ricostruzione centrata sulla necessità (anch’essa narrativa, in fondo) di un villain, e che non ha nulla a che vedere con la legittima richiesta di verità e giustizia espressa dai familiari delle vittime.

Anche solo per questo, allo scrittore è qui implicitamente riconosciuta una grande responsabilità e un grande valore. Quello di poter scrivere, o se non altro problematizzare, la Storia attraverso il racconto delle proprie storie. Ancora una volta, un’opportunità da non lasciarsi sfuggire.


3. Buoni e cattivi maestri

Dei libri, in questa vicenda, si parla invece molto poco. Nessuno dei censori sembra averli mai letti o sfogliati, evidentemente avendo applicato per primi la censura che propongono di estendere a tutti. Non serve leggerli, i libri: sono libri degli amici di Battisti, satis diximus.

È chiaramente in gioco il potere simbolico dei libri: un potere che si attua principalmente, a volte esclusivamente, sul paratesto, inclusa la quarta di copertina e il suo enunciato di autorialità. L’autorialità è quella cosa per cui i libri incriminati diventano immediatamente i libri “degli amici di Battisti”, con una semplificazione linguistica degna di Pietro Gambadilegno. Che fa davvero venir voglia di ritirare fuori un certo saggio di Barthes sulla morte dell’autore e distribuirlo, a mo’ di volantino.

Non ricordo più se nel suo Comment lire les livres qu’on n’a pas lu (traduzione italiana per i tipi della Excelsior 1881, uscita nel 2007), Pierre Bayard si fosse premurato di menzionarla: ma di certo la censura è una forma di non-lettura, che tuttavia non dipende dal pregiudizio selettivo di cui tutti (e specialmente i professionisti della letteratura) ci serviamo per un orientamento preliminare nell’infinità dei possibili percorsi, lo stesso su cui si basa la stessa nozione di “canone”. No, la censura è una non-lettura diversa, una non-lettura preventiva e ‘assimilante’, al ribasso.

Fa impressione vedere che, quasi in contemporanea, copertine o quarte di copertina siano state brandite, nelle piazze da chi le ha dipinte sugli scudi e da chi, temendone il potere, vuole espellerli da tutte le scuole del regno. Il libro agitato comunica, è spauracchio, è sovversione. Del resto, ce lo ricordiamo: Pinocchio finì nei guai per colpa di un libro. L’abbecedario, simbolo del potere: quello che vende per pagarsi l’ingresso al circo, e quello che lo fa diventare assassino all’uscita della scuola, per ribellarsi a un episodio di bullismo ante litteram. Fosse rimasto analfabeta, nessuno gli avrebbe dato fastidio. Anche per comprendere e far comprendere quanto è accaduto in Veneto o nel Trevigiano, si è fatto ricorso a varie figure (le chiamo “figure” e non “metafore”, perché radicate nella storia) imperniate sulla fisicità dei libri: prima tra tutte, quella del rogo nazista, così simile agli autodafé, la pratica che distrusse gran parte dell’universo culturale pre-colombiano, cristianizzato e “de-paganizzato” a forza. E chissà, che dopo l’orgia di metafore ispirate, in alternativa, alla babelica biblioteca di Borges e alla rete (spesso sovrapposte insieme), non si torni finalmente al dominio simbolico del libro “cartaceo”.

È un fatto che la nostra civiltà dello schermo eleva spesso l’oggetto-libro a valore in sé. Così si moltiplicano gli appelli a “leggere”, in nome del potere salvifico della lettura. “Leggere” diventa un imperativo, e, al tempo stesso, un verbo intransitivo. Bisogna “leggere”, indipendentemente da che cosa: Il cacciatore di aquiloni, l’Iliade, Primo Levi e Bridget Jones figurano a pari merito nelle liste della BBC, mentre né Paul Celan né Ben Okri mi pare ne facciano parte (ma correggetemi se sbaglio), e, sempre a proposito di ‘canoni’, pochissimi ricordano che uno dei primi romanzi inglesi, già nel ‘600, era scritto da una donna e aveva per protagonista uno schiavo nero di sangue reale.

A questa esaltazione del potere salvifico e redentore del libro, fa da contraltare la folle censura del libro in nome della sua “pericolosità”. Attenzione: non sono due conformismi diversi, è lo stesso. I libri contagiano e convertono, quasi più in virtù dell’aura magnetica del loro estensore che per il loro specifico discorso (di qui il proliferare di opere, letterarie e filmiche, sulle biografie di grandi scrittori, Jane Austen in testa) : perciò bisogna leggere, o per lo meno comprare e regalare, i “100 libri del secolo” e tenersi alla larga dai “cattivi maestri”. Il ragionamento non fa una grinza.

E questo è il pericolo, quando si gioca solo sul paratesto, sul valore simbolico del libro, sull’aura autoriale. Che lo si faccia da destra (vedi gli innominabili S&D) o persino da sinistra (vedi, nell’ordine il savianismo e, a livello ancora solo potenziale, esclusivamente di rischio, il Book Bloc). Ché i libri non basta brandirli e agitarli o anche tirarli in testa, bisognerebbe pure aprirli, e leggerli. Molti hanno citato, in questi giorni, Farhenheit 451 come altro esempio di #rogodilibri. Ma la lezione finale del libro è anche una lezione su come si legge: perché Montag, abituato alla lettura distratta, ha letto l’Ecclesiaste in treno e se l’è dimenticato, e dovrà rimuovere tanti strati di nulla per poterlo ricordare, e quindi ripetere ai sopravvissuti del nuovo inverno nucleare. Quella a cui Montag – e noi con lui – deve arrivare, è la lettura come interrogazione critica, come tentativo di costruire un senso anziché di trovarne uno precostituito e con la maiuscola (il “Senso” di ciellina memoria).

E questo si fa leggendo i libri, non idolatrandone gli autori, fosse pure in virtù del loro coraggio civico. Ho, qui sul mio tavolo, una copia di Burn this book, un’antologia curata da Toni Morrison (Premio Nobel per la Letteratura, per chi ci tiene a saperlo), pubblicata nel 2009 a cura del PEN (chi sono quelli del PEN? Quelli che hanno protestato per un decennio affinché il comunista Dario Fo potesse avere un visto negli USA. Quelli che promuovono campagne per la libertà degli scrittori in tutto il mondo, forse con un orientamento sempre più bipartisan, ma pure con importanti campagne contro le limitazioni alla libertà imposte dal Patriot Act e per il ripristino dell’habeas corpus nella cultura giuridica statunitense post 9/11). La raccolta è interessante, anche se forse un po’ sopravvalutata dai commenti in rete – del resto come si fa a parlare male di un libro che per statuto difende la libertà di espressione? Nell’antologia sono inclusi autori coraggiosi che hanno saputo dar voce a conflitti dimenticati, o a posizioni eretiche a rischio della propria vita, insieme ad autori del mainstream angloamericano, e ad autori che probabilmente sono solo midcult e saranno forse svelati come tali tra un decennio o due (sempre che il mondo non finisca prima). Il libro è profondo e contiene molte verità, ma a fondo non mi convince proprio per questa sua natura meta-letteraria. Alla fine, tra una testimonianza e l’altra, emerge solo il senso di uno “scrivere” necessario e indeclinabile, senza padroni forse, ma anche senza oggetto e senza soggetti.

Lo scrittore censurato diventa un simbolo, ma è bene che sia, invece, un corpo presente e vivo, con una faccia e una voce e un discorso. Altrimenti si cade nell’estetica del “martirio”, nella retorica della scrittura che è “salvifica” e rivelatrice indipendentemente dal suo contenuto. Una retorica scomoda per l’autore censurato, ma comodissima per il lettore che si auto-assolve leggendone le opere. E finisce che, persi a idolatrare i martiri della verità e gli eroi di carta, ci si dimentichi poi di difenderli quando, silenziosamente, qualcuno li fa sparire dalle biblioteche.

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14 commenti su “Il #rogodilibri e l’apoteosi dello scrittore

  1. Come sempre, Valentina apre con la consueta sagacia un elenco di questioni che, se collegate e sviluppate, costituirebbero un compito politico *latu et strictu sensu* entusiasmante e finalmente collettivo. Collettivo anche perché evita chiusure entro torri d’avorio – anche solo elettroniche – che sembra illudano di aver la forza di dire una parola critica sul contemporaneo mentre in realtà non fanno che riproporre una versione tecnologica dell’inattualità (in senso storico, non nietzscheano). È chiaro che oggi o si supera la frammentazione in modo “moltitudinario” o non si trasforma alcunché. Del paese mediterraneo questa *italietta* (Battisti e Fulginiti *docunt*) ha più la fisionomia di nient’affatto vago sapore oppressivo che di rivolta di piazza – o almeno l’ha avuta sino a pochi giorni fa. Che le manifestazioni correnti (in Italia) debbano guardare alla storia di questo paese dovrebbe essere chiaro a chiunque, e se ci fossero dubbi, basterebbe andare a rivedersi il video del Comandante Eros a Preganziol per capire due cose (almeno): ci sono ancora testimoni, ed è ora che riceviamo la loro parola e la torcia per continuare la battaglia anche a loro modo. Cioè testimoniando, ovunque ci si trovi. Narrare, dunque. A Venezia, dunque, dove censura e rivolta politica sono andate a braccetto senza soluzione di continuità, *in saecula saeculorum*. E tornare a Venezia (simbolicamente, fisicamente, intellettualmente, letterariamente) sembrerebbe l’azzeccato punto di partenza, anche perché, se è vero che in parte cedette, in quel buio sedicesimo secolo, alle spinte controriformiste e gesuite (talmente nemici della scrittura questi ultimi, da non mettere le loro Regole per iscritto, per paura di dover poi prendersene responsabilità: l’altro volto del Rinascimento) è anche vero che ivi fiorirono figure quali il servita Sarpi, amico di Montaigne e allievo dello scienziato Fabrizio d’Acquapendente, lettore di Charron e compagno di Galileo, la cui visione politica lo portò a contrastare Absburgo e Papato intrecciando o quantomeno cercando alleanze con tutte le potenze dell’intero continente (Londra inclusa), un moderno intellettuale *europeo* a cui non ripugnava lavorare in un laboratorio, o tracciare la via diplomatica, legislativa, e politica da seguire mettendo la sua vita a repentaglio senza indugi. Non firme, ma opere. A fin di bene. Collettivo.

  2. Questo è un testo importante, che ha due pregi principali. Il primo è di concatenare i segmenti del discorso- ed è la premessa di ogni narrazione (che è poi quel che dice Maurizio). Il secondo, nello stesso movimento, come risvolto della piega, è di mostrare di taglio quali sono i luoghi oscuri, gli errori, le fallacie in cui si rischia di finire. Nel testo non compare, ma alla fine della lettura mi rimane tra i denti il rischio del feticcio, sia del libro sia degli autori, ed è anzi questa potenziale interscambiabilità tra i due che sconcerta, ed è sintomo. Il libro brandito e il libro bandito sono la stessa cosa, ed è giusto chiedersi perché siamo arrivati a questo (quando negli ultimi anni, al contrario, abbiamo assistito a una tensione proprio verso l’opposto).

    Vorrei riprendere l’osservazione, quasi collaterale, che i firmatari dell’appello del 2004 di Battisti potrebbero quasi formare un canone (con l’ovvia correzione, va da sé, che il NIE si riferiva a romanzi e non ad autori- però possiamo considerare l’autore come una fonte comune :) ). Questo canone include molti autori del NIE, non tutti, e non è a questo perfettamente sovrapponibile: è un’altra nebulosa. Ma è significativa questa consonanza, che emerge da una presa di posizione. Indirettamente, è segno che l’impegno accomuna questi scrittori, il “mi interessa” (in opposizione al postmoderno, ma anche al “me ne frego”). Una scelta attiva che spontaneamente li accosta, come le loro opere. E badare bene che a volte le opinioni sono divergenti, diametralmente opposte (Scarpa, Benedetti, etc), a differenza di quanto possano intuire i legofascisti. Ma è il gesto, l’attenzione, che li accomuna, ed è l’humus da cui le opere prendono corpo. Se mi è permesso fare un paragone (sebbene i protagonisti siano, per usare un eufemismo, opposti), qualcosa di simile avvenne quando un gruppo di scrittori, poeti e intellettuali americani, capeggiati da Eliot, firmò una petizione per il rilascio di Ezra Pound. Anche in quel caso le posizioni erano varie, e i firmatari non aderivano al fascismo di Pound (o almeno non esplicitamente). Anche in quel caso c’era attivismo, il prendere posizione. E sarebbe interessante vedere se anche in quel caso un gesto d’impegno aveva coagulato attorno a sé un’aria familiare, una nebulosa.

  3. […] This post was mentioned on Twitter by Angelo Ricci, Wu Ming Foundation. Wu Ming Foundation said: Il #rogodilibri e l’apoteosi dello scrittore: Valerio Evangelisti, foto segnaletica by… http://goo.gl/fb/Yglc2 […]

  4. Ciò che è stato scritto sull’impegno e sul coinvolgimento di tutti è probabilmente fondamentale, e non si vorrebbe essere fraintesi su Saviano, che non è nella lista in quanto non firmatario ma i cui libri spariscono lo stesso, tuttavia non si trovano in rete accenni dello stesso Saviano su questa lotta, su questo allarme che mette in luce un pericolo non più latente di ritorno all’oscurantismo…e forse tanti altri autori (Eco?) di fatto non sembrano parlarne. Non è una critica all’impegno di Saviano o altri, solo sembra un vuoto apparente.
    Ciao

  5. Grazie dei commenti. Provo a rispondere, col ritardo dovuto al fuso orario e con la fretta di una giornata molto piena.

    @Vito :
    (1) Sul ritornare a Venezia: non so se si debba ritornare a Venezia, sicuramente a me pare gia’ importante smascherare un’inversione simbolica, che è quella che avviene nella mostruosa proposta del “buon esempio” lego-pidiellino. Il discorso politico attuale è una costellazione di simboli violentati, più li smascheriamo, più creiamo strumenti di critica e di autodifesa. Per me Venezia è luogo fondamentale dell’editoria e della cultura, luogo fondamentale per ricostruire un’identità storica plurale (era un palcoscenico di lingue e di voci), e un luogo da demisitificare (cosa che peraltro è stata già fatta, *tra gli altri*, anche dai Wu Ming nel loro ultimo romanzo). Un luogo da cui ripartire sicuramente, se si vuole fare una riflessione non banale e non di corta gittata su editoria, produzione culturale, circolazione del sapere umanistico (che è questione politca, più di quanto non si creda).

    (2) Scrivi: “Del paese Mediterraneo questa *italietta* (…) ha più la fisionomia di nient’affatto vago sapore oppressivo che di rivolta di piazza – o almeno l’ha avuta sino a pochi giorni fa”. La questione dell’identità mediterranea l’hai sicuramente affrontata più di me e potresti tenermi un seminario :). Personalmente credo che sia una direttrice (a) spesso accantonata (dal 1996 siamo diventati europeisti), (b) plurale: in fondo l’impresentabile posizione filo-Mubarak del nostro governo, come già gli indecenti accordi con la Libia per la deportazione di “clandestini” dal resto dell’Africa, sono una precisa idea di Mediterraneo, ovviamente per noi improponibile e aberrante (c) rimossa: il passato coloniale (che è la *nostra* identità mediterranea) è stato per decenni appannaggio di due storici semi-sconosciuti, solo di recente ha cominciato a diventare oggetto di narrazione letteraria e filmica, e non conoscendo questa storia, è chiaro che siamo condannati a riviverla; (d) anch’essa spesso mistificata a sx. Non entro nel merito, ma c’è stato un periodo in cui qualsiasi cosa era mediterranea, con un effetto stile “world music” che non ha dato, mi pare, prodotti notevoli.

    @ Blepiro: io non so se l’aria di famiglia sia qualcosa di espressamente legato a un attivismo politico. La vedo come un crinale ricco di potenzialità e rischi. Tendo a pensare che essa faccia parte e sia generata dal nostro sguardo, dal nostro bisogno di sintesi. Ciò non toglie che in essa si crei il terreno per un agire politico e civico comune, un terreno a mio avviso da non ‘specare’, e nemmeno da irrigidire. Penso che sarebbe ora di smetterla, questo sì, di camminare con la testa voltata all’indietro. è dal 2002 (anno in cui mi iscrissi all’Università) che sento rimpiangere i tempi in cui sul Corriere scriveva Pasolini, e questo anche da parte di ricercatori che giravano col Manifesto in tasca (alcuni lo fanno ancora, altri hanno smesso e oggi comprano Il Foglio) Quei tempi sono finiti, ma a forza di rimpiangere quel che non c’è più, ci siamo dimenticati di quel che c’è ora e adesso. Non tanto di valorizzarlo, proprio di “farlo”. Ecco, in questi anni tanti segnali mi sembrano finalmente indicare un’inversione di rotta. Il che non vuol dire essere ottimisti, anzi. Ma evitare il vittimismo storico, questo sì, e rispondere, ognuno coi propri strumenti.

    Sull’affaire Pound non mi esprimo: non ne so abbastanza, rischierei di prender qualche “sfondone”.

  6. Un commento troppo lungo e forse troppo personale su questo importante post http://bit.ly/eqhtLV

  7. @pp
    Saviano ha detto qualcosa qui (il minimo sindacale is better than nothing :-)):

  8. “Anche alla faccia di chi, forse confondendo il panorama delle proprie frequentazioni con la “letteratura” tout court, ancora pochi mesi fa continuava a lamentare un’Italia senza scrittori o un paese morto e privo di intellettualità (a proposito, dove sono in tutta questa storia i critici “militanti” e gli alfieri del “ritorno alla realtà”?)”.
    Non per dare lievito a polemiche consuete ma ‘sta domanda me la sono fatta pure io: dove sono in tutta questa storia i critici “militanti”?

  9. Re-intervengo ancora per rispondere ad alcune cose. (Mi scuso coi padroni di casa per la lunghezza…. )

    @AnnaLuisa
    “Non per dare lievito a polemiche consuete…”. Capisco che, avendo io scritto la frase che tu citi, l’affermazione che sto per fare possa suonar contraddittoria, ma appunto, sono polemiche che non servono a nulla in questa fase.
    I silenzi (alcuni più pesanti e stonati di altri, ognuno ha in mente i suoi) si commentano da soli, e chi tace evidentemente non ha molto da dire. A noi lettori, il compito di trarne le debite conseguenze: ogni atto esprime una posizione, ogni atto è una responsabilità. Personalmente me ne ricordero’ al prossimo piagnisteo sulla funzione politica dell’intellettuale. Ora mi interessa molto di più far parlare quelle persone che tacciono per disinformazione o perché hanno sottovalutato questa vicenda in nome di uno dei tanti frame analizzati e discussi anche qui su Giap. Con quella frase, mi premeva soprattutto sottolineare due cose (1) come anche la “militanza” sia un po’ diventata, in questo biennio, un’etichetta editoriale, da mettere in bell’evidenza magari sulla fascetta del libro – atteggiamento che poi non ha nulla a che vedere con le posizioni davvero scomode, imbarazzanti, impertinenti, etc., (2) far notare che l’atteggiamento vittimista, rinunciatario, nostalgico (“Ah signora mia non ci sono più gli intellettuali militanti di una volta…”) reitera se stesso, perché non produce niente, se non ulteriore incapacità di agire e di reagire. Ecco, quella è una malattia da cui dobbiamo guarire una volta per tutte. E dobbiamo farlo noi, individui responsabili in prima persona, non aspettare il Vate (o il Messia) di turno. Che si chiami Obama, Landini o Vendola….

    @jumpinshark
    Grazie, hai tirato in ballo molte riflessioni e non ho materialmente il tempo di entrare su tutte. Paraletteratura, ad esempio: la posizione di Evangelisti è assai più articolata di quel che potevo citare in un post, peraltro quella citazione viene dal secondo volume della “trilogia critica” di Evangelisti, le affermazioni da lui fatte in “Distruggere Alphaville” (2006) sono abbastanza diverse….

    Mi preme invece dire che, secondo me, la questione Battisti è legata alla riconsiderazione di quegli anni e quegli eventi storici, comunque la si affronti. Anche se non li ho citati direttamente nel mio post, io pensavo non solo alle parole di Agamben che tu giustamente riporti, ma anche a quelle, scritte a caldo, da Sandrone Dazieri. Ora, anche alla luce di questo secondo intervento, riflettere sulla fabbricazione del “villain”, o sulla mancanza di ‘equità’ dello stato italiano nei confronti di Battisti, implica un ripensamento di quella cultura giuridica, fatta di legge Reale, di uso esclusivo del pentitismo, di delazioni e processi a volte frettolosi. C’è comunque un discorso ‘storico’, dietro a quel processo. Ed è anche per questo che, da anni, esso viene impugnato da ds. Negare la portata simbolica della questione può essere una strategia efficace nell’immediato, ma sul lungo periodo ho i miei dubbi.

    Il tuo punto #2 ha bisogno di una discussione complessa. Sull’ignoranza dei censori vorrei scrivere ancora, magari stasera (ora mia, in Italia sarà notte fonda). Tornerò sull’argomento, giuro. Ma con un paio di citazioni veneziane sottomano :-)

  10. @ Valentina: Il mio era un commento laconico, solo poche righe, perché sì, hai ragione, rimarcare troppo quel tipo di approccio (il silenzio di chi ti aspetteresti in prima linea) può avere l’effetto controproducente di alimentare gli orientamenti che denunci. Personalmente, in questi giorni, mi sono trovata ad avere a che fare con la prassi numero 2 (l’attitudine rinunciataria di alcuni: “Ah signora mia ma io cosa ci posso fare?”).
    Detto questo, aggiungo che certi silenzi è comunque difficile non notarli, così come è difficile non provare un moto di disgusto nel leggere frasi del tipo “peccato non essere nella lista nera dei proscritti, sai quanta pubblicità gratuita per i miei libri!” (l’inciso tra virgolette non è una citazione testuale ma corrisponde al succo del discorso) lasciate in giro per la rete da supposti scrittori.
    Ad ogni modo, grazie per la risposta così ben argomentata, la considero una valida postilla al thread iniziale, uno spunto ulteriore su cui ragionare.

  11. Carissime/i,
    a proposito di accesso ai libri e più in generale alla cultura, abbiamo portato a conoscenza alcune redazioni di giornali genovesi di quanto, a quanto pare da gennaio di quest’anno, avviene in merito alla iscrizione presso la Biblioteca Civica Berio di Genova e probabilmente più ampliamente su tutto il territorio provinciale.

    Alla informativa inviata via email alle redazioni, che trovate subito sotto e che potrà chiarire ciò di cui parliamo, occorre aggiungere una informazione che viene data, sembra, solo verbalmente dagli addetti bibliotecari, e cioè che consequenzialmente alla durata della tessera di anni 5, la persona che garantisce il tesserato non residente è impegnata in solido per tutto il tempo di validità della tessera. Capiamo tutti che in 5 anni di cose ne succedono tante, e magari la tessera viene smarrita o rubata o usata impropriamente da persone estranee esponendo il “garante” a tutte le conseguenze inerenti la sorte dei libri prestati.

    L’amico di cui sotto è tornato alla biblioteca e grazie ad un suo conoscente che gli ha fatto “garanzia” ha avuto la tessera, gli impiegati che, sempre più imbarazzati ma sempre gentili, hanno espletato la pratica, hanno testimoniato che le iscrizioni alla biblioteca sono crollate drammaticamente nel giro di un mese!

    Bene, sembra quasi che il risultato voluto da qualche amministratore sia stato raggiunto, sarà così?

    Se valuterete, dopo le opportune verifiche (noi abbiamo verificato de visu e sul sito del comune), di volerci aiutare a fare circolare questa notizia in modo che si possa correggere ed arginare quella, che parrebbe una discriminazione all’accesso ai libri ed alla cultura, molte grazie a tutte e tutti.

    Speriamo di avere almeno alimentato il dibattito in corso in modo costruttivo e utile.
    Ad ogni modo cercheremo di fare girare queste informazioni in rete sotto tutte le forme possibili.
    Scusate l’esposizione dei fatti poco bella, dovuta a mancanza di tempo e di capacità letteraria :-(,
    un caro ed affettuoso saluto :-))
    pp

    email mandata alle redazioni
    Gentile Redazione,

    una segnalazione che riguarda il sistema di tesseramento alla “nostra ” biblioteca “civica?” Berio. Ieri un amico che è residente nella Provincia di Genova (Chiavari) e quindi non specificatamente nel Territorio Comunale, ma che tuttavia studia e lavora nel Comune di Genova e vi è quindi domiciliato, è andato alla biblioteca con l’interesse di iscriversi ed avere da quel momento in poi la possibilità di prendere in prestito i libri che gli sarebbero utili.
    Documenti alla mano e sorriso in viso ha approcciato i gentili (occorre dirlo per dovere di cronaca) operatori bibliotecari, che se pur in imbarazzo, gli hanno dovuto spiegare che per ottenere l’iscrizione è necessario essere garantiti da qualcuno residente nel Comune di Genova se non si è residenti nello stesso.
    A comprova di questa discriminazione ecco il link del Comune e di seguito il, a dir poco imbarazzante se non vergognoso dictat
    http://www.comune.genova.it/portal/page/categoryItem?contentId=498311
    “COME ISCRIVERSI
    Per l’iscrizione al prestito occorre presentare un documento di identità comprovante la residenza nel Comune di Genova.
    I non residenti, al momento dell’iscrizione, oltre a presentare il documento citato, devono essere accompagnati da una persona residente nel Comune, che dovrà garantire con malleveria.”

    Siamo tutti daccordo sul fatto che la Biblioteca si possa in qualche modo tutelare, ma al limite può pretendere una caparra da restituire all’atto della riconsegna del libro prestato, non chiedere un garante che poi in che misura sarà responsabile di quanto il garantito farà del libro? e se il libro dovesse perdersi, paga il garante? Eppoi scusate ma se uno studente straniero od anche solo un cittadino italiano non residente si trova a vivere a Genova per un periodo di studi/lavoro, e non ha nessuno che possa garantirlo (e devi trovare qualcuno che voglia esporsi ai rischi del garantire) come fa a utilizzare il servizio della biblioteca? E’ ovvio che il servizio è vanificato, con grave danno e censura.

    Vi sarebbe possibile fare emergere il problema per provare ad ottenere una soluzione ad una discriminazione che al sottoscritto ed a chi ha vissuto in presa diretta l’esperienza appare assurda e controproducente sotto tutti i punti di vista?

    Grazie in anticipo per quanto potrete fare e
    cordialissimi saluti

  12. […] a comment » >Il pezzo di Valentina Fulginiti riportato anche in un recente post di Giap è un importante contributo sul #rogodilibri, la “repubblica delle lettere” e […]