A ottant’anni dalla morte di H.P. Lovecraft. Lovecraft, l’Italia, la Valsusa, il Polesine

La prima tavola di Lovecraft nel Polesine di Aleksandar Zograf

La prima tavola di Lovecraft nel Polesine del fumettista serbo Aleksandar Zograf, opera abbinata all’omonimo album di Jet Set Roger (Snowdonia, 2016).

di Wu Ming 1

Oggi cade l’ottantesimo anniversario della morte di Howard Phillips Lovecraft, morto all’età di 46 anni il 15 marzo 1937.

Quasi sconosciuto in vita, nei decenni dopo la sua morte Lovecraft fu riscoperto e ottenne una celebrità postuma prima in alcune nicchie e poi presso un pubblico sempre più vasto, fino a divenire un «classico». Le sue opere hanno influenzato gran parte dell’horror e della fantascienza del XX secolo, e anche nel XXI il suo mondo continua a ispirare il cinema, i videogame, le arti visive e, non ultima, la musica. Soprattutto nel metal, HPL si aggira nei territori delle sonorità più estreme.

A lungo ritenuto un mero cacatore di «monnezzoni», nonché — per via dello stile ipotattico e carico di aggettivi — uno scrittore sgraziato, anno dopo anno l’eremita di Providence colleziona attestati di stima. Nel 2005 una raccolta di suoi racconti è stata pubblicata, a cura di Peter Straub, dalla prestigiosa casa editrice Library of America.
A un esame attento e non pregiudiziale, lo stile di Lovecraft rivela infatti una sorprendente, singolare maestria.
Soprattutto, l’immaginario che ha costruito risulta sempre più attuale.

Un esempio? Si legga con gli occhi del nostro presente avanzato il racconto The Colour Out of Space, scritto nel marzo 1927. Esattamente novant’anni fa.

Anni Ottanta del XIX secolo. A occidente dell’immaginaria città di Arkham, una «brughiera maledetta» — a blasted heath — è gradualmente contaminata da una sorta di radiazione ignota, descritta come un «colore», portata da un meteorite caduto nel giugno 1882. Un colore inclassificabile, che sfida ogni descrizione.
Il colore agisce nell’acqua: dal fondo di un pozzo, inquina la falda acquifera e il terreno, dà alle piante un «aspetto blasfemo» e divora gli umani dall’interno, come biascicandoli e svuotandoli.

Il «colore venuto dallo spazio» visto dal fumettista Erik Kriek. Clicca la vignetta per leggere un tentativo di interpretazione scientifica di quanto avviene nel racconto. Il «colore» è una sorta di sostanza radioattiva proveniente da un’altra dimensione? È un’arma quantistica prodotta da una civiltà aliena? È un essere vivente?

A un certo punto la situazione sembra avere una svolta: il colore abbandona il pianeta e nel corso del tempo la vicenda – che in fondo ha riguardato una microcomunità rurale in una valle ultraperiferica – è quasi dimenticata; ma l’unico testimone che si ostina a ricordarla, un uomo di nome Ammi Pierce, sa che il colore è ancora nella brughiera, ne è rimasto un frammento, Ammi l’ha visto separarsi dalla massa in fuga, per andare a nascondersi chissà dove.

Trent’anni dopo quei fatti, accanto alla blasted heath sta per essere costruita una grande opera. Una diga. «Metà della valle sarà allagata per formare il nuovo bacino idrico. Allora gli oscuri boschi verranno abbattuti e la brughiera maledetta dormirà nel profondo delle acque blu»… ma il colore sarà sveglio.
Tutto questo, in un maestoso crescendo di orrore, viene scoperto — e ci è raccontato — da un agrimensore giunto da Boston per una stima della superficie da allagare.

Non a caso qualcuno ha definito Lovecraft «master of environmental horror
Solo che novant’anni fa non si parlava di radioattività né di scorie, perché non esistevano centrali nucleari; si sapeva pochissimo delle cause dei tumori e certo non si parlava di mesotelioma, perché gli effetti dell’asbesto erano sconosciuti; non si parlava di contaminazione delle falde acquifere, né era contemplato che le grandi opere avessero un impatto ambientale, perché non esisteva una «questione ambientale».

Negli ultimi anni si sono svolti principalmente due dibattiti su Lovecraft: uno sulla sua attualità, l’altro sul suo razzismo. Che è inequivocabile e innegabile. Se ne trovano abbondanti tracce nei racconti — The Call of Cthulhu è pieno di considerazioni ostili su «sanguemisti» e umani «di specie bassa» — e il suo epistolario ci consegna molte invettive contro «gli italiani del Sud brachicefali & gli ebrei russi e polacchi mezzi mongoloidi coi musi da ratti & tutta quella feccia maledetta» e altre descrizioni del genere.

Quelli che negano il razzismo di Lovecraft si dividono in tre categorie:

■ chi la pensa come lui e cerca di schivare per se stesso l’accusa di razzismo (penso sia il caso di alcuni insigni esperti di Lovecraft italiani);

■ chi, a forza di guardare il contesto, fa svanire l’oggetto: se «all’epoca tutti erano razzisti» (cosa falsa, tra l’altro), è come se Lovecraft non lo fosse stato;

■ chi ha in testa la fallacia logica «mi piace Lovecraft, io non sono razzista, ergo Lovecraft non è razzista» — fallacia che a suo tempo descrivemmo in un’intervista su Cary Grant:

«Si tende ad avere del prossimo un’immagine bidimensionale, la faccia che il prisma rivolge verso di noi, non cogliamo la profondità, vediamo un quadrato dove c’è un ipercubo. Pretendiamo che l’Io di una persona sia unitario anziché frammentato, denunciamo le incoerenze, e a nostra volta cerchiamo di mostrarci coerentissimi, ogni elemento deve incastrarsi bene con tutto il resto. Se uno ci chiede: “Come mai uno come te, che ha ben presente i guasti di una certa ideologia stars & stripes, nondimeno ascolta Country & Western?”; oppure: “Ma se sei ecologista, come fai a dire che la tale automobile è bella?”, la tentazione immediata è quella di “forzare” per ricondurre quella tua passione o preferenza sotto l’ombrello della tua ideologia. I “sovversivi” fanno i salti mortali per dimostrare che la musica che ascoltano è a sua volta “sovversiva”, persone di sinistra che spiegano come portare le tali scarpe non sia affatto di destra etc.»

L’unico modo di andare oltre il razzismo di Lovecraft è riconoscerlo e portarlo in piena luce. Altrimenti il rimosso continuerà a tornare, e ogni volta saremo costretti a discuterne, quando invece c’è molto altro.

Ebbene sì, Lovecraft era un razzista schifoso e la sua opera è permeata di razzismo.
Al tempo stesso, la sua opera non è in alcun modo riducibile al suo razzismo. Quando un’opera eccede la piccolezza di certe vedute del suo autore, essa va spersonalizzata. Dell’opera di Lovecraft si può parlare — e ci si può far ispirare da essa — a prescindere dal suo razzismo. Infatti, la sua eredità è rivendicata — giustamente in modo non pacifico né pacificato, anzi conflittuale — anche da scrittrici e scrittori «di colore». Questo è possibile perché Lovecraft non è uno scribacchino, ma uno spiazzante inventore di mondi. Di più: un inventore di modi spiazzanti di descrivere una pluralità di mondi e il mondo come molteplicità.

Una precisa e appassionata analisi dello stile e delle tecniche di Lovecraft si trova nel saggio del filosofo Graham Harman Weird Realism: Lovecraft and Philosophy (Zero Books, Londra/New York, 2012). L’ho  acquistato e letto su consiglio di Mariano Tomatis, che ringrazio.

Nella prima parte, Harman fa la dichiarazione dei termini e la prolessi delle tesi, spiegando perché Lovecraft è interessante dal punto di vista filosofico — almeno quanto lo era Hölderlin per Heidegger e anticipando il proprio metodo di lettura e «messa alla prova» della prosa lovecraftiana.
A seguire, la sezione più lunga del libro, intitolata «Lovecraft’s Style at Work», prende in esame ben cento estratti dai racconti di Lovecraft e dal romanzo At The Mountains Of Madness.

Harman chiama il proprio metodo «ruination», che potremmo rendere con «principio di rovinabilità», sulla falsariga del «principio di falsificabilità» introdotto da Karl Popper nel discorso sulla scienza.
La riuscita, la tenuta, l’efficacia della frase di uno scrittore risultano più chiare mostrando che ogni modifica la rovinerebbe.
Tutte le frasi di Lovecraft esaminate e rovinate da Harman rivelano una costruzione attenta, tesa a produrre determinati effetti. Le figure retoriche utilizzate sono numerose, ma al servizio di poche grandi strategie testuali.
In particolare, Lovecraft produce continuamente divisioni (gaps) nell’apparire di un oggetto, nel manifestarsi di un fenomeno. Ad esempio, separa l’oggetto dalle proprie caratteristiche, per poterlo descrivere e al tempo stesso sabotarne la descrizione, comunicandone la natura perturbante, l’estraneità a tutto quanto siamo abituati a percepire.
Ecco la celeberrima prima descrizione di Cthulhu:

«Se dicessi che la mia alquanto stravagante immaginazione evocava immagini di una piovra, di un drago e di una caricatura umana, non sarei infedele allo spirito di quell’essere [the spirit of the thing]… ma era la sua sagoma complessiva [the general outline of the whole] a renderlo sconvolgente e spaventoso.»

Harman rovina questa descrizione rendendola letterale e pedestre: «Sembrava un incrocio tra una piovra, un drago e un essere umano», e giustamente conclude che una descrizione del genere non farebbe paura a nessuno. Infatti Lovecraft ne propone una ben diversa: ricorrendo a un periodo ipotetico seguito da una litote, dice che una simile descrizione non sarebbe infedele allo spirito della cosa (qui inteso come senso, come impressione generica), ma subito specifica che Cthulhu è di più e altro; a impaurire e sconvolgere è, come in gran parte dei racconti lovecraftiani, una qualità complessiva e sfuggente  «the general outline of the whole»  che il linguaggio non può afferrare.

«Il fatto che sulle magliette e nelle illustrazioni fantasy in giro per il mondo Cthulhu sia rappresentato tout court come un drago con la testa di piovra non è colpa di Lovecraft», scrive Harman. Quell’immagine è un’approssimazione per difetto, è ciò che rimane di Cthulhu senza ciò che lo rende spaventoso.

Un esempio ancora più bello, sempre da The Call of Cthulhu:

«…e Johansen giura che [Parker] fu inghiottito da un angolo in muratura che non avrebbe dovuto esserci: un angolo acuto, ma che si comportava come se fosse ottuso.»

Anche in questo caso, la rovina della frase si otterrebbe parafrasandola ed evocando un’immagine meno straniante: «Parker fu inghiottito da un angolo in muratura di cui nessuno di noi si era accorto, un angolo più largo di quanto ci fosse sembrato all’inizio». Puah. Lovecraft scrive ben altro: ci infila in testa l’immagine di un angolo acuto e immediatamente ne sabota la visualizzazione. Non solo l’angolo non dovrebbe esserci, ma «si comporta» come tutt’altro angolo! In che senso? Non riusciamo davvero ad averne un’immagine. La separazione di un oggetto dalle sue caratteristiche giunge qui all’apoteosi. In questo passaggio, come scrive Harman,

«[scopriamo] che persino gli angoli acuti e ottusi devono essere qualcosa oltre e al di sopra delle loro stesse caratteristiche. Sembra esserci uno “spirito” degli angoli acuti […] che permette loro di restare acuti anche quando si comportano come fossero ottusi. Dai tempi di Pitagora, alle entità geometriche non era mai stata attribuita una tale potenza extrasensoriale [psychic potency], al punto che hanno un’essenza profonda al di là delle loro qualità misurabili ed esperibili».

In Italia, Lovecraft è rimasto a lungo prigioniero di traduzioni mediocri ed edizioni frettolose e sciatte. Si pensi ai volumi Tutto Lovecraft pubblicati da Fanucci negli anni Ottanta, a cura di Sebastiano Fusco e Gianni Pilo:
■ criteri di compilazione incoerenti;
■ apparati critici tradotti e inseriti nei volumi apparentemente alla rinfusa, senza indicare dove fossero apparsi gli originali e senza note biobibliografiche degli autori;
■ numerosi errori di traduzione — un rapido controllo a campione su tre volumi mi ha permesso di trovare una ventina di errori che cambiavano senso alle rispettive frasi, oltre a un frequente ricorso alla parafrasi, ma per parlarne servirebbe un intero post e non vale la pena, basti dire che l’agrimensore di The Colour Out Of Space diventa il direttore dei lavori della diga, il che produce una discrepanza nel finale del racconto.

Col tempo la situazione — grazie soprattutto al lavoro di Giuseppe Lippi — è sensibilmente migliorata, anche se molte vecchie traduzioni restano in circolo e i responsabili di quelle curatele sono ancora riveriti, almeno in alcune cerchie, come «massimi esperti di Lovecraft».

Lovecraft nel Polesine. Cover art di Zograf. Clicca per ingrandire.

Quel che è più curioso è: negli ultimi tempi Mr. Lovecraft  o, se non proprio lui, «the spirit of the thing»  ha stabilito rapporti con almeno due zone d’Italia, una a Nordovest e l’altra a Nordest: la Val di Susa e il Polesine.

Nel mio libro Un viaggio che non promettiamo breve. Venticinque anni di lotte No Tav (Einaudi Stile Libero, Torino 2016), il personaggio che interpreta l’autore e dice «io» intrattiene una corrispondenza con Lovecraft, che nell’aldilà  o ovunque si trovi oggi  riceve le stesure parziali del libro stesso, le commenta, dà suggerimenti.

Tutto è partito da una scelta poetica, quella di rappresentare il progetto della Nuova Torino-Lione come una sorta di mostro intangibile chiamato «l’Entità»  e dai conseguenti dubbi: come incastonare un simile piano allegorico e horror nella complicata costruzione di un libro di non-fiction dove ogni affermazione doveva essere ancorata a fonti, riscontrabile, verificabile?

Nel libro la domanda viene posta a Lovecraft, il quale, inaspettatamente, risponde, e lo fa per iscritto.
Da quel momento, lo scrittore diventa una sorta di editor, segue il libro nel suo farsi e non solo aiuta a mantenere coerente l’allegoria, ma ne precisa i risvolti filosofici (e mitologici).

Mentre scrivevo Un viaggio che non promettiamo breve, non sapevo che Jet Set Roger e Aleksandar Zograf stessero lavorando a Lovecraft nel Polesine, progetto musicale e fumettistico poi uscito per Snowdonia il 2 dicembre 2016.

Più o meno nello stesso periodo, la band italiana di prog-rock Ingranaggi della valle ha fatto uscire Warm Spaced Blue, album ispirato e dedicato a Lovecraft. Ne ho scoperto l’esistenza sfogliando un numero di Rockerilla trovato durante il veglione di Capodanno e mi sono detto:  Toh, anche loro! Sta succedendo qualcosa.

Il musicista italo-inglese Jet Set Roger, al secolo Roger Rossini, lo conosco da tanti anni e ha più volte collaborato con Wu Ming. Ad esempio, ai tempi di Manituana compose e registrò un’omonima canzone, e anche quella volta coinvolse Zograf (al secolo Saša Rakezić), che illustrò il pezzo con due tavole a colori [1] [2].

Quando presentammo il romanzo a Brescia, Roger apparve con la sua band in red jacket imperiale XVIII° siècle. Il percussionista Francesco Pelliccioli era conciato da guerriero irochese e alla fine del set si «autoscalpò», c’era “sangue” dappertutto.

Brescia, Caffè letterario «Un mondo di carta», 28 febbraio 2008. Jet Set Roger e la sua band eseguono Manituana.

Negli ultimi anni, Roger lo avevo perso di vista, e di udito. Quando nell’autunno scorso è ritornato con quest’album, mi ha stupito e meravigliato, non solo per la coincidenza lovecraftiana, ma perché Lovecraft nel Polesine è davvero un’opera importante, un salto di livello rispetto a tutti i suoi lavori precedenti.

L’oggetto è molto ben curato: un vero e proprio libro con copertina rigida, formato 14 x 18. Quindici pagine con la storia a fumetti di Zograf e i testi delle canzoni, che è un piacere sfogliare e soppesare mentre si ascolta il cd. La carta è di alta qualità e grammatura, le pagine fanno twang quando le giri.
Questa cura e questa tangibilità sono possibili antidoti alla frammentazione dell’esperienza dell’ascolto, all’evanescenza del senso della musica, a una fruizione sempre più distratta, in cui tutta la musica è data per scontata, come l’arredamento del soggiorno. Frank Zappa usò l’espressione «carta da parati acustica», e non aveva ancora visto niente.

Il concept album è coeso e coinvolgente: dodici canzoni che, in felice discrasia con il nero dell’artwork, risultano piene di colori — colours out of space— ed emozionano, tirano fili di pensieri come corde per il bucato, dalle quali  come l’Arnold Layne cantato dai primissimi Pink Floyd  possiamo rubare camicie, mutande, suggestioni.

I musicisti danno il meglio e la line-up è arricchita da due ospiti che hanno contribuito a stagioni gloriose del rock e del pop inglese: Andy Rourke, già bassista degli Smiths, e Marco Pirroni, ex-Siouxsie and the Banshees, ex-Adam and the Ants, collaboratore di Sinead O’Connor ecc. Più gli ospiti italiani, come Giorgia Poli degli Scisma al contrabbasso.

Tutte margaritas a los marranos, in questo paese disattento. Il paese dove Roger, pur essendo mezzo inglese, ha deciso di vivere e suonare. In Gran Bretagna, un album così avrebbe milioni di possibilità. Qui, ottime recensioni sulla stampa specializzata e sui siti tematici, ma meriterebbe davvero di più. Molto di più. Anche per questo ho deciso di scriverne.

Prima di parlare dell’album in modo approfondito, è d’uopo risalire alla sua ispirazione.

Sapevate che nel 1926 Lovecraft visitò Venezia, Rovigo e svariati paesini del basso Veneto?

Un giorno del 1999, sfruculiando tra i libri di una bancarella a Montecatini, il giornalista Roberto Leggio trova un vecchio manoscritto scritto in inglese, decine di pagine ingiallite coperte da una grafia fitta e corredata da disegnini. È un diario risalente al giugno 1926. L’autore descrive un suo viaggio dagli Stati Uniti al Polesine. Alcune tappe sono narrate in modo esplicito, come una visita alla Biblioteca Marciana di Venezia, altre sono meno intellegibili: il linguaggio è allusivo, i riferimenti criptici, e dei toponimi appare solo l’iniziale («L.»).
Il manoscritto è firmato «Grandpa Theo», uno degli pseudonimi a cui ricorreva Lovecraft. Inoltre, a Montecatini viveva il suo amico e corrispondente Alfred Galpin. L’attribuzione scatta subito.

Nella zona del Delta del Po, lo scrittore viene a contatto con il rituale del filò, la veglia trascorsa raccontandosi storie, e quindi con alcune leggende locali, in particolare quella di uno spaventoso «uomo-pesce» che vive nel fiume e ogni tanto ne esce in cerca di vittime. Una creatura molto simile a quelle che popoleranno i racconti di Lovecraft negli anni a venire, in particolare i «Deep Ones» [Quelli-del-profondo] di The Shadow over Innsmouth (1931).

L’ipotesi è dunque che The Shadow over Innsmouth sia una trasposizione letteraria del viaggio in Polesine. Anche la descrizione dell’Ordine esoterico di Dagon — setta che presiede ai rapporti tra gli abitanti di Innsmouth e i Deep Ones — ricorderebbe a tratti la Confraternita della Santissima Trinità di Loreo, popolarmente nota come «i Fradei» [i fratelli]. La «L.» del manoscritto sarebbe proprio Loreo, paesello in provincia di Rovigo che oggi conta poco più di tremila abitanti.

Villa Vianelli, Tornova, frazione del comune di Loreo (RO).

Ma perché Lovecraft, dopo la stesura del diario ritrovato a Montecatini, non fece più alcuna menzione esplicita di quel viaggio? Il corpus delle sue lettere è sterminato, ma non vi si trova accenno di un viaggio in Italia. Forse l’esperienza non era raccontabile? Forse nella zona del Delta del Po si era sentito in presenza di un orrore lovecraftiano reale.

Il mistero di LovecraftLa trovata è suggestiva e si rifà in parte alle atmosfere di quell’«horror padano-orientale» esplorato al cinema dal Pupi Avati de La casa dalle finestre che ridono — girato poco più a sud — e in letteratura da Eraldo Baldini (Mal’aria, Gotico rurale).
I principali propagatori della burla sono Leggio e il film-maker Federico Greco, con la complicità del già citato Sebastiano Fusco, di Gianfranco De Turris (critico, saggista,  presidente della Fondazione Julius Evola) e Alfredo Castelli (il creatore di Martin Mystère).
Il manoscritto ritrovato diviene il perno di una campagna cross-mediale avviata con notevole potenza di fuoco. A breve giro, vengono prodotti:

■ il documentario H.P. Lovecraft: ipotesi di un viaggio in Italia, presentato pure al Festival di Venezia del 2004. Un lavoro tecnicamente ben fatto e dall’effetto avvolgente, con interviste a Fusco, De Turris, Castelli, Baldini, oltreché al poeta, scrittore e storico locale polesano Gianni Sparapan e all’antropologa Chiara Crepaldi.

■ il film Road to L., prodotto da Minerva. Si tratta di un mockumentary «de paura». Io l’ho trovato piuttosto tedioso. Mi sembra abbia «buttato in vacca» la storia, dissipando la conturbante ambiguità delle parti più riuscite del documentario.

■ una versione a fumetti di Road to L., adattata da Castelli e intitolata Il mistero di Lovecraft. È uscita in allegato a Martin Mystère Special n. 22, estate 2005. L’ho comprato su eBay. È il mockumentary più o meno paro paro. Un Bonelli di livello medio-medio. Dimenticabile.

Di queste tre opere, la più riuscita è senz’altro la prima.

Alcune vignette tratte da Il mistero di Lovecraft. Testo di Alfredo Castelli, disegni degli Esposito Bros, lettering di Luca Corda.

Nonostante il parterre e i grandi mezzi dispiegati — e forse anche per la diseguale qualità delle opere derivate — dopo il 2005 la beffa ha perso l’impeto e si è arenata.

Il successo di queste beffe si riscontra quando ci cascano gli addetti ai lavori. Ai tempi del Luther Blissett Project, nel 1994-95 la scomparsa dell’inesistente artista inglese Harry Kipper fu creduta vera dalla redazione di Chi l’ha visto?, e nel 1999-2000 vita, opere e morte dell’inesistente artista serbo Darko Maver furono credute vere da critici d’arte e illustri testate di quel settore.
Vero, Internet era ancora ai primordi, oggi basterebbe googlare e…
Macché! Nel vicinissimo 2015, Renato Barilli — decano della critica d’arte, ex-membro di spicco del Gruppo 63 e professore emerito dell’Università di Bologna — è inciampato malamente, prendendola per vera, nella finzione su cui è costruito «Quarto», il racconto conclusivo del nostro L’Invisibile Ovunque.

Invece, nella burla su Lovecraft in Polesine non è cascato nessuno studioso di Lovecraft. S.T. Joshi, il più importante lovecraftologo del pianeta, non sembra averle dedicato un rigo né una frazione di secondo del suo tempo.

Del resto, chi davvero conosce vita e opera di Lovecraft fatica a sospendere l’incredulità e trova subito l’ipotesi implausibile. Infatti, il presunto «buco» di biografia nel quale è stato inserito il viaggio in Italia… non c’è. L’alluvionale epistolario di HPL ci permette di sapere, in ogni momento della sua vita, dove fosse e dove intendesse andare. In una lettera datata giugno 1926 e spedita da Providence, Lovecraft scrisse:

«I am saving cash deperately [sic] for a series of New England tours in the summer… As for N.Y. – I have some doubt of my ability to include that remote and widely advertised region in my summer’s wanderings, since the fare is atrociously piratical, and I need every farthing for New-England trips.» (SL II:56-57)

Si trovava a Providence e non poteva permettersi di andare in giro per il New England, figurarsi attraversare l’Atlantico per arrivare fino a Comacchio.

Quanto agli uomini-pesce, comparivano già nel racconto Dagon, che è del 1917: «[Erano] umani nell’aspetto complessivo, nonostante mani e piedi palmati, labbra larghe e flosce che mi lasciarono sconvolto, occhi acquosi e sporgenti, e altre caratteristiche meno gradevoli da ricordare.»

En passant: ecco un’altra tecnica narrativa di Lovecraft presa in esame da Graham Harman: chi dà testimonianza dell’orrore elenca cose spaventose, ma dichiarando che ne sta omettendo altre ancor più spaventose. Le parole possono portarci solo fino al bordo, «on the merest fringe of [the] abhorred area», espressione usata in The Call of Cthulhu.

E così, la burla ha avuto effetti limitati, vita breve e — nonostante gli sforzi di internazionalizzarla, quantomeno all’inizio — risonanza solo italiana, e solo in certi ambienti.

«Al tempo, una volta rinvenuto il diario lovecraftiano, i due registi contattarono i due maggiori esperti di Lovecraft in Italia» (corsivo mio).
Così scrive Andrea Scarabelli sulla rivista «deturrisiana» Antarès, in un numero monografico su HPL uscito nel settembre 2014.
Appunto: la beffa è rimasta confinata all’Italia e ai suoi soliti «maggiori esperti». Esperti che – abbiamo avuto modo di parlarne occupandoci di J.R.R. Tolkien – viaggiano per gran parte del tempo su una rete ferroviaria tutta loro, autarchica e a scartamento ridotto, scollegata da quelle mondiali.

«Nel corso degli anni», scrive ancora Scarabelli, «la questione [della veridicità del manoscritto] ha fatto discutere – e non poco – gli esperti di Lovecraft, ovviamente folgorati dall’eventualità, anche remota, di questa possibilità.»

«Ti faccio una faccia così!» Sunand Tryambak Joshi, il più grande esperto di Lovecraft.

Su Internet, di tale dibattito tra gli esperti di Lovecraft sull’eventualità — «anche remota» — di un suo viaggio in Polesine non si trova la minima traccia. Le reazioni nel fandom internazionale furono poche e blande già nel 2005: «Sounds interesting, like a Lovecraftian Blair Witch Project, but undoubtedly just as fictional.»

Da notare che, nello stesso numero di Antarès citato sinora, proprio Scarabelli intervista S. T. Joshi… senza sollevare l’argomento. Ma come? Poche pagine prima parlavi di un «caso» importantissimo, epocale, un’eventualità folgorante che ha fatto discutere gli esperti di Lovecraft… Poi intervisti il più grande studioso di Lovecraft sulla faccia della Terra, e di quella roba non gli chiedi nulla?
Di Joshi si dice che abbia l’incazzatura facile. Forse Scarabelli non ha voluto correre rischi.

Non potendo avere effetti nel mondo dei veri studi lovecraftiani né riuscendo a catturare l’interesse del fandom, la beffa si è diffusa più che altro nella nostrana bufalandia. Il territorio Giacobbo-e-dintorni, per intenderci. Un mondo, del resto, coinvolto nell’operazione sin dall’inizio: le narrazioni tipiche di quell’ambiente sono state usate come pezze d’appoggio per il fake letterario/audiovisivo. Sempre su Antarès si scrive, con piglio da Kazzenger:

«vanno ricordati gli studi accurati dell’ufologo e presidente dell’USAC Sebastiano Di Gennaro, che già nel 1988 rilevò le impronte d’un essere misterioso sugli argini del Po. Questa creatura, cui lo studioso ha dato il nome di homo saurus, sarebbe di natura anfibia, potendo vivere sia nelle acque paludose sia sulle sponde del fiume. Le testimonianze dei locali riferiscono d’un essere antropomorfo di notevole altezza, dalla pelle squamosa e verde, con grossi occhi rossastri, che s’aggirerebbe tra i canali e gli acquitrini di quelle zone desolate»

A proposito di pezze d’appoggio.

Di Gennaro, appunto, è intervistato nel documentario di Leggio e Greco.

Tra Ferrara e Rovigo, nel corso degli anni, intorno alla leggenda dell’uomo-pesce si sono mossi diversi burloni e mitomani, e la stampa locale carente di news non ha mai negato loro un articolo o almeno un trafiletto. Di quel passo, si fa molto presto a raccogliere una rassegna-stampa da esibire. Noi ex del Luther Blissett Project ce ne intendiamo.

Ma qui si arriva al dilemma: quella di Lovecraft in Polesine è una beffa mediatica o una bufala?

Il confine è mobile, ma la distinzione c’è. Nelle beffe, a un certo punto si ride. La beffa ha un momento di disvelamento e catarsi. Ma una beffa non rivendicata che cos’è? Un falso che non viene rivendicato e sul quale si continua a ciurlare nel manico, che cos’è? Dopo quanto tempo una beffa diventa una bufala?

Per capirci: la falsa biografia di Howard Hughes venduta nel 1971 da Clifford Irving all’editore McGraw-Hill e i falsi diari di Hitler comprati nel 1983 dalla rivista tedesca Stern per l’equivalente odierno di cinque milioni di euro non erano «beffe mediatiche»: erano truffe.

Non sono io a tirare in ballo vicende del genere, è Scarabelli che su Antarès cita un libro appartenente a quell’insieme:

«dopotutto, non sarebbe la prima scoperta avvenuta in modo fortuito di documenti di cui nessuno avrebbe mai sospettato l’esistenza. Pensiamo ai famosi diari di Mussolini […]»

hhghgghhgAppunto: anche i «diari di Mussolini» — acquistati da Marcello Dell’Utri, allegati al quotidiano Libero e citati da Berlusconi come veri — sono conclamatamente falsi. Si veda a questo proposito: Mimmo Franzinelli, Autopsia di un falso, Bollati Boringhieri, 2011.
Non è nemmeno il primo caso: diari falsi di Mussolini erano già spuntati decenni fa, e altri ancora ne spunteranno.

Da qui la domanda: chi ha ideato, vergato e fatto “ritrovare” il manoscritto polesano di Lovecraft ha inteso fare uno scherzo o ha tentato di introdurre un falso nel dibattito storico? Siamo più dalle parti delle teste di Modigliani o dalle parti dei diari di Mussolini?

Nel documentario, Fusco e De Turris — serissimi, facce da poker — fanno la parte degli “scettici possibilisti”. De Turris dichiara:

«Certo, non possiamo escludere che sia falso. Ma perché falsificare un manoscritto — il che richiede tempo e denaro — per poi farlo trovare su una bancarella da chissà chi?»

Questa pseudo-obiezione è stata ripetuta varie volte, nel pur piccolo mondo di chi ha discusso la vicenda, e in rete c’è chi la fa seriamente e in buona fede.

Il trucco sta nel dare per scontata la premessa. Ma come fa notare Woody Allen in Magic in the moonlight, è proprio la premessa che va rifiutata. A dover essere decostruito è il frame iniziale. Leggio avrebbe trovato per caso il manoscritto nel 1999 su una bancarella di Montecatini; tutti ragionano dando per inteso questo scenario; ma appunto, è uno scenario.

Una delle verità dell’illusionismo è che il trucco primevo, il padre di tutti i trucchi, sta nel setting, nell’inizio, in ciò che il mago ti segnala di dare per inteso.
Di questa verità abusano anche medium, paragnosti e truffatori di varie risme, e non sono pochi gli illusionisti che, come Harry Houdini, Silvan, James Randi o l’immaginario Stanley Crawford/Wei Ling Soo del film di Allen, si sono dedicati a smascherarli.

Colin Firth e Simon McBurney in un fotogramma dal film Magic in the Moonlight di Woody Allen (2014).

Un’altra cosa: per scrivere un manoscritto falso ci vuole tempo, è vero; ma perché De Turris afferma che ci vuole denaro? Basta avere inchiostro (magari d’epoca) e carta vecchia o opportunamente invecchiata.
A proposito, qualcuno ha analizzato inchiostro e carta del diario rovigoto di Lovecraft? 🙃

Ad ogni modo, come si diceva, la beffa dopo un po’ si è fermata. Si è cercato di riattivarla, ma invano. Alla fine, sono arrivate le ammissioni, per quanto oblique. Sempre Scarabelli su Antarès:

«possiamo rilevare come spesso il valore di un documento prescinda dalla sua storicità. Vale a dire: sovente i documenti inventati sono più veritieri di quelli storicamente accertati, in quanto contengono condensata e sunteggiata efficacemente una visione del mondo. In barba allo storicismo imperante, per chi sia interessato al divenire delle idee, le quali attraversano le epoche manifestandosi nei più svariati ambiti, un documento va considerato in base al suo contenuto – a prescindere da chi ne sia il reale autore. Dobbiamo forse metterci a far rassegne di tutti quei documenti prodotti nel Rinascimento e retrodatati all’Antichità? […] Anche se dovesse trattarsi di un falso, crediamo che tale operazione non sarebbe spiaciuta all’inventore del Necronomicon […] Last but not least, sarebbe la dimostrazione che esperimenti del genere sono praticabili anche in Italia, nonostante il realismo imperante in letteratura e un fantastico che spesso si riduce a svago da tempo libero per ragazzini annoiati. Solo il fatto che sia stato creduto vero dimostra come sia possibile creare uno pseudo anche nel primo decennio del Duemila, facendo vibrare certe corde che, a quanto pare, la letteratura realistica e “impegnata” nemmeno riesce a sfiorare»

Qui c’è un grosso problema, perché queste sono supercazzole. Supercazzole pericolose, per giunta.

Gianluca Casseri, l’assassino razzista di Piazza Dalmazia a Firenze. In questa foto, regge la bandiera di Casapound.

Il discorso «sovente i documenti inventati sono più veritieri di quelli storicamente accertati ecc.» è pari pari quello usato per giustificare la diffusione dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, ritenuti veri benché falsi. Discorso fatto anche da Gianluca Casseri, il fascista autore della strage di Firenze, nel suo I protocolli del Savio di Alessandria (Solfanelli, 2011), libello con prefazione di chi?
Di Gianfranco De Turris.

La gnagnera «in barba allo storicismo imperante… il divenire delle idee ecc.» è appunto tipica della cultura — termine che qui uso in senso lato — di destra quando un qualche suo esponente è beccato con le dita nella marmellata, si tratti della portavoce di Trump Kellyanne Conway — propagatrice di «alternative facts» come la mai avvenuta strage di Bowling Green — o di certi evoliani di casa nostra. In fondo che importa il mero dato fattuale, che importa la storia, noi ci rifacciamo a una verità superiore che trascende la storia ecc. ecc.
Il problema per costoro non è lo «storicismo», è proprio la storia – o meglio, il metodo storiografico.

Proseguiamo la disamina: «Solo il fatto che sia stato creduto vero». Ma creduto vero da chi? A me sembra che Leggio, Greco, Fusco, De Turris e Castelli se la siano sempre cantata e suonata da soli.

Infine, questo fake sarebbe la riprova che «esperimenti del genere sono praticabili anche in Italia». Nel paese delle false teste di Modigliani, della scomparsa di Harry Kipper, della morte di Darko Maver, forse qualche riprova c’era già stata.

Nel settembre 2014 si prospettava «un’edizione integrale del manoscritto per i tipi di Bietti». Al momento, non si è ancora vista.

Lovecraft nel Polesine di Jet Set Roger e Aleksandar Zograf si ispira alla burla del 2004, ma assai liberamente, reinventandola, senza rifarsi alle opere già esistenti, cioè le produzioni del combo Leggio-Greco-Castelli. Roger si è proprio rifiutato di guardarle: «Non volevo rovinare le suggestioni che mi stavo facendo e che non sapevo ancora bene dove mi avrebbero portato», ha scritto sul suo profilo FB.

In pratica, viene colto solo lo spunto iniziale: un viaggio di Lovecraft nel Polesine (con una puntata nel basso Ferrarese).

Lovecraft a Goro e Comacchio visto da Zograf.

A Roger e Saša non importa granché dell’uomo-pesce, dei Fradei ecc. Nell’album non c’è la minima exploitation. A essere esplorata è l’interiorità di Lovecraft, l’occasione poetica è il suo spaesamento in terra straniera e in una fase interlocutoria della sua vita, dopo l’angosciante periodo newyorkese e il fallimento del matrimonio con Sonia Greene. Come ha scritto Michele Saran su Onda Rock:

«Strano caso di ambizione non ambiziosa. È un’opera rock, anche rappresentata come musical, che però procede per monologhi interiori di un solo personaggio, H. P. Lovecraft.»

Ne nascono un’opera e una storia nuova, felicissime e per nulla derivative.

I dogmatici potrebbero dire che l’io narrante di Lovecraft nel Polesine non suona granché come Lovecraft, ma il suo spaesamento è del tutto lovecraftiano, una variazione sul tema del trovarsi senza paese, deterritorializzati, confusi di fronte al pensiero di mondi altri, ben più vasti del nostro, rispetto ai quali il nostro esistere non è più di un incidente di percorso, come perdere il treno a Rovigo.

recensione


Il suono dell’album è corposo, le influenze stratificate. Naturalmente c’è il glam rock, antica passione di Roger, soprattutto nelle qualità timbriche del cantato, in alcune accentuazioni dandyistiche, come nella delivery delle strofe di Rovigo: «Altri tre giorni / in questa pigra città / scruterò i dintorni / qualche idea forse verrà»… Ma la parola che mi è venuta in mente al primo ascolto e mi ha accompagnato negli ascolti successivi è: «psichedelia». Ho sentito subito riverberi di acid-rock statunitense — territorio Sunfighter di Paul Kantner e Grace Slick — e soprattutto di psichedelia «neo-edoardiana» inglese, magari filtrata dagli XTC. Penso alla marcetta di Un fortuito incontro — fin dall’incipit: «Che pittoresco ambiente!» — e all’ostinato pianistico di La fine del viaggio, screziato di lapilli di chitarra e accompagnato da coretti allucinati. Il pezzo più psichedelico — transatlanticamente psichedelico — è La ricorrenza, dove l’avvistamento dell’uomo-pesce è reso in modo ellittico: «Poi qualcosa mi riscuote, / mi riporta a queste spiagge ignote. / Un errore, una stortura / che non può esistere in natura». Inoltre, certe inattese aperture d’arrangiamento, come nell’ingresso dei “fiati”  non sono fiati, è mellotron  in Giorni d’attesa, sembrano omaggiare i Pink Floyd di un periodo più tardo, circa Atom Heart Mother.

Sono richiami, espliciti e impliciti, all’epoca in cui la popular music divenne visionaria. A contatto con la tradizione cantautoriale italiana, con la figura di Lovecraft, con le immagini della bassa padana e del Delta del Po, queste influenze formano un concatenamento inedito, o — più appropriatamente — inaudito.

Jet Set Roger

La canzone che più mi emoziona è Grand Tour, aperta dai due versi: «Mi chiamano l’inglese / per via di certe storie di antica nobiltà…» Qui Roger racconta anche se stesso, è lui ad aggirarsi in un nuovo territorio, straniato e al tempo stesso esaltato da un senso di possibilità: «Posso dire che di sicuro mi divertirò / […] Già intravedono il futuro dandy che sarò.»
In un’intervista alla trasmissione di Radio Onda d’Urto Baraonda, Roger ha dichiarato che, prima di avere l’idea del concept album e scrivere queste canzoni, aveva attraversato una fase di disorientamento. La vena sfruttata per i primi tre dischi si era esaurita e sentiva il bisogno di spostarsi in nuovi territori. Quest’album è anche il racconto del suo «grand tour». Tale dimensione allegorica rende l’operazione importante anche dal punto di vista letterario.

È dunque un doppio «romanzo di ri-formazione» quello che ci troviamo tra le mani e nelle orecchie, e ne è degno coronamento l’ultima traccia, Che cosa è stato?, dove Lovecraft tornato a Providence e Roger tornato a Brescia riflettono su questo «sogno dentro un sogno / o forse il solo vero / tempo che ho vissuto».

Terminato il viaggio in Polesine, Lovecraft  torna «al [suo] privato regno, / sentinella ai margini di un’altra realtà / nascosta appena sotto un velo». On the merest fringe of the abhorred area.

Quanto a Roger, dove andrà è tutto da capire. Ma dopo una ripartenza del genere, c’è da avere fiducia. Fiducia nell’intuito e nel senso dell’orientamento di questo viandante.

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Lovecraft, la Valsusa, le api. Un importante aggiornamento da Alberto Prunetti, 19/03/2017

Compagno,

ti segnalo un avvistamento curioso e un po’ inquietante.

Stavo facendo un giro in campagna nella zona di Monteriggioni, dove tengo le arnie delle api in condivisione con alcuni amici. Dopo aver visitato le arnie, ho visto che hanno cominciato a immagazzinare del miele chiaro e liquido. Sono andato allora a fare un giro per capire che tipi di fioriture sono a disposizione per la bottinatura, quali campi sono disponibili nei dintorni con le principali fioriture, se c’era erba medica, se fosse stato seminato del coriandolo, etc etc. Sono le api che cito nella mia lettera che tu hai girato a Lovecraft in Un viaggio che non promettiamo breve, a cui affidavo l’ipotesi di colpire l’Entità.

Bene, mi sono mosso in un raggio di circa due chilometri dal bosco in cui stanno le arnie, che grossomodo corrisponde alla loro zona di esplorazione. A un certo punto, costeggiando una strada provinciale, ho trovato un casottino rosso dell’Anas ai margini di un bosco, in avanzato stato di fatiscenza, nella strada che dalla località Il ceppo va verso Monteriggioni. Sulla lamiera rossa del capanno c’era un graffito che non avevo mai visto prima e che mi ha lasciato allibito.

Ti allego la foto e attendo un tuo parere.

Alberto

Lovecraft a Monteriggioni

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8 commenti su “A ottant’anni dalla morte di H.P. Lovecraft. Lovecraft, l’Italia, la Valsusa, il Polesine

  1. È una forma di benpensantismo quella che impedisce a molti fan di riconoscere l’odioso, viscerale razzismo di HPL.
    Diverse reazioni a questo post in giro per la rete confermano che c’è un blocco, una negazione, ancora non si riesce a dare quell’aspetto per acquisito, in modo da andare oltre. Si rimane sempre alle premesse, inchiodati a discutere dell’ABC.
    Di tutte le cose scritte qui sopra, il paragrafo sul razzismo – che era solo un modo per dire: accantoniamo la questione, da tempo non è più un dibattito interessante, andiamo avanti – è sinora il più commentato.

    Règaz, dovete proprio rassegnarvi: Lovecraft odiava quelle che vedeva come “razze inferiori”, odiava i non-WASP, odiava gli immigrati. Scrisse una poesia intitolata On The Creation Of Niggers e centinaia di volte si abbandonò a invettive di cui ci resta testimonianza scritta. Riproduco qui uno stralcio da una lettera del 21 agosto 1926. Il destinatario è Frank Belknap Long, il mittente è Lovecraft.

    «Del problema dei mongoloidi a New York non si può parlare mantenendo la calma. La città è insudiciata e maledetta – sono venuto via con la sensazione di essere contaminato, e desidero il solvente dell’oblio per lavare via quell’impronta! Santo cielo, davvero non capisco come possano degli uomini bianchi consapevoli e rispettosi di sé continuare a vivere nel calderone di sporcizia asiatica che è diventato quella regione […] Qui c’è un problema grave ed enorme, accanto al quale il problema dei negri è uno scherzetto, perché in questo caso non abbiamo a che fare con bambineschi mezzi gorilla, ma con nemici gialli privi di anima le cui repellenti carcasse ospitano macchine mentali pericolose, senza cultura e piegate solo verso il guadagno materiale a ogni costo. Spero che alla fine si arriverà a una guerra […] Nel New England abbiamo le nostre piaghe locali […] nella forma di scimmieschi portoghesi, indescrivibili italiani del sud, balbettanti franco-canadesi… Generalmente parlando, la nostra piaga è latina come la vostra è semitico-mongoloide, quella del Mississippi è africana, quella di Pittsburgh è slava, quella dell’Arizona è messicana, e quella della California è sino-giapponese»

    En passant: difficile immaginarsi uno così fraternizzare con rovigoti, goranti e comacchiesi…

    Da un’altra lettera, stavolta a James F. Morton, datata gennaio 1931:

    «Il vero problema sono quelli che hanno un quarto o un ottavo [di sangue negro], e quelli ancora più chiari […] Ciò che noi possiamo fare è scoraggiare l’aumento di quelli così punendo nel modo più severo possibile l’ibridazione delle razze, e sollevando il più possibile la pubblica opinione contro costumi e atteggiamenti laschi che – specialmente nell’entroterra del sud – favoriscono questo malinconico e disgustoso fenomeno. A conti fatti, io penso che l’americano moderno tenga la guardia abbastanza alta contro l’imbastardimento razziale e culturale. Ci sarà molto deterioramento, ma il Nordico, combattendo, ha la possibilità di ritrovarsi in cima, alla fine.»

    A quelli che dicono: «però ha sposato un’ebrea», faccio notare che
    1) la personalità razzista non ha bisogno di essere coerente per essere razzista, perché il razzismo non è un credo razionalmente argomentato ma la forma che prendono fobie, pulsioni, meccanismi di difesa quando si fanno discorso;
    2) il matrimonio, ehm, non andò benissimo: ben presto divorziarono e anni dopo Sonia riferì che l’antisemitismo c’entrava eccome, la urtavano le tirate antisemite di HPL e più volte aveva dovuto ricordargli, mentre era intento a inveire contro i giudei di New York, che lei stessa era ebrea. Dopodiché Sonia bruciò tutte le lettere che HP le aveva scritto.
    In una lettera a Samuel Loveman datata 18 giugno 1949, Sonia scrive:

    «Il mio resoconto dell’antisemitismo di Howard è molto tenue rispetto alla sua vera forza. Non ho raccontato tutto. Darleth insiste che negli ultimi anni H. P. aveva notevolmente cambiato atteggiamento nei confronti degli ebrei. Personalmente, non ci credo.»

    E in una lettera dell’anno dopo rincara la dose:

    «Non sarei per nulla sorpresa nello scoprire che HP insegnò a tutti o quasi tutti i suoi corrispondenti gentili e cristiani l’odio per gli ebrei e fornì loro motivazioni per cancellarli dalla faccia della terra, alla maniera di Hitler.»

    A quelli che dicono «ok l’epistolario e la vita privata, ma nei racconti il razzismo non c’è», faccio notare che due settimane prima di scrivere la lettera a Frank Belknap Long citata sopra, HPL scrive The Horror at Red Hook, dove fa esattamente le stesse considerazioni.

    Non c’è nessun “interruttore” che permetta di spegnere il cittadino per accendere lo scrittore (e viceversa), è quantomeno bizzarro pensare che Lovecraft, al momento di prendere la penna per scrivere fiction, fosse in grado di spegnere completamente le proprie vedute e i propri sentimenti.

    Di più: l’opera di HPL è grande anche perché ci rovesciò dentro le sue fobie, le sue paranoie, la sua angoscia, il terribile senso di estraneità e finitudine. Nella fiction di HPL si legge la tragedia di un uomo a contatto con un mondo grande e complesso che non riesce ad affrontare. Altri ne avrebbero tratto solo grettezza, HPL ne ha tratto letteratura che continua a parlarci attraverso le epoche.

    Negare il razzismo di Lovecraft significa anche ridurre la complessità della sua vicenda umana e letteraria.

    Ok. Possiamo andare oltre, adesso?

    • Mi paiono dinamiche per certi aspetti simili a quelle che si attivarono anni fa, in seguito all’interpretazione (su Giap) del film “300” come pellicola dal taglio destrorso. Quella lettura articolata destabilizzò e infastidì, innescando reazioni indispettite. Sbaglio?

      • Non sbagli. Dieci anni dopo, quelle reazioni polemiche fanno ridere. Oggi che Frank Miller è di destra e le sue opere hanno una precisa impronta ideologica è assodato, c’è un’ampia letteratura critica su questo. Era il tipico caso in cui i fan, contro ogni evidenza, negano quel che l’autore stesso dichiara e rivendica. L’uscita di Holy Terror ha aperto gli occhi a molti, solo che Holy Terror non diceva nulla che non avesse già detto 300. Altri ancora hanno dovuto attendere il 2011, quando Miller si scatenò in un’invettiva alla Salvini contro il movimento Occupy, per capire che il tipo è un fascista. Io l’ho detto nel 2007, ed è agli atti :-)

  2. E’ molto interessante scoprire come da una truffa mediatica, il cui scopo rimane oscuro, nasca la possibilità di una esplorazione artistica lovecraftina dai risvolti e contorni, quantomeno, originali.Lo stile narrativo dello scrittore, l’esternazione di evidenti posizioni razziste che, in qualche modo, possono aver solleticato e sollecitato la fantasia di “intellettuali” di destra, la visionaria potenza dell’immaginario lovecraftiano (che ha paradossalmente trovato terreno fertile nel Polesine) hanno partorito esperienze artistiche nuove e con propagazioni che sfuggono a un controllo razionale, manifestandosi anche come emanazioni di un subconscio artistico collettivo. Forse proprio le peculiarità stilistiche di questo scrittore sono capaci fomentare la creatività.

  3. Sul razzismo di Lovecraft anni fa lessi un articolo interessante che faceva notare un gustoso contrappasso riguardo la sua fortuna letteraria postuma, ovvero che a riprendere le sue suggestioni furono quasi sempre poveri immigrati o figli di immigrati, metallari, reietti della società che divoravano i suoi racconti dell’orrore.
    Questa riflessione venne fatta in inglese da Henry Veggian, professore di letteratura italiana in varie università americane, figio di esuli istriani e, per chi si interessa di death metal, leader della storica band del New Jersey, i Revenant. In una intervista diceva :”questo scrittore che odiava gli immigrati e le ‘classi subalterne’ aveva esercitato un’influenza selvaggia su di me e sui miei amici – tutti figli di immigrati per lo più provenienti dalle lower classes. C’è una splendida ironia in ciò, poiché noi siamo quelli che hanno mantenuto in vita le sue opere incuranti del fatto che lui ci incolpasse di aver evocato sulla terra gli orrori dello spazio profondo. In un certo senso, l’unica cosa orrenda che le ‘luride masse’ abbiano mai evocato dallo spazio è proprio H.P. Lovecraft.”

    coem fa notare l’autore dell’articolo (link https://ilfiumeoreto.wordpress.com/2012/05/09/lovecraft-lo-xenofobo-e-i-ripugnanti-metallari-immigrati/ ) è un contrappasso davvero esilarante, che farà rivoltare nella tomba lo stesso Lovecraft: a tenere viva la fiamma della sua opera non furono i Wasp terrorizzati dalle invasioni allogene ma quegli ‘evil-looking foreigners’ che lui tanto disprezzava.
    Furio Jesi faceva notare che una cosa altrettanto bizzarra era avvenuta con Herman Hesse, austero scrittore della cultura germanica poi ripreso, per vie sotterranee, dalla controcultura hippie californiana degli anni ’60 (Born to be wild, la famosa canzone, era suonata dagli STEPPENWOLF ;) )
    Per allargare il discorso, direi che alla debita distanza temporale, qualsiasi opera artistica e qualsiasi autore può essere usato per fini totalmente opposti a quelli originari, altrimenti nessun uomo di sinistra potrebbe apprezzare Pirandello o Céline.
    Naturalmente ciò non vale per i teorici, tipo Evola, che non possono essere risemantizzati in alcun modo. Ma gli artisti andrebbero giudicati soprattutto per le loro opere e solo in un secondo momento per le loro idee politiche.
    Sarebbe da perfetti idioti negare che Lovecraft fosse un convinto razzista soltanto perché amiamo le sue opere. Ma sarebbe altrettanto stupido negarsi il piacere di leggere i suoi racconti per lo stesso motivo.

  4. […] altrettanto estremo è il ruolo che viene dato all’elemento di narrative. Si pensi alla figura di H.P. Lovecraft, che dal mondo dei morti ritorna nello stato di dormiveglia dello stesso Roberto Bui per […]

  5. Mi stupisce come, tra le influenze di HPL nel mondo della musica metal siano stati trascurati i Metallica, che offrono numerosi richiami allo scrittore e al suo universo, le più evidenti sono ovviamente “the call of Ktulu” e “the thing that should not be”.

    Dall’altro lato il razzismo di Lovecraft e il modo in cui influenza i suoi racconti sono evidenti. Ne “la maschera di Innsmouth”, per esempio, è facile riconoscere il terrore di Lovecraft per l’ibridazione e il meticciato, anche se portato a un estremo mostruoso. Questo non cambia il fatto che si tratti di uno dei suoi scritti meglio riusciti.

    • Me lo spiego così: la lista di Bandcamp che ho linkato non vuole né potrebbe essere esaustiva, così si concentra solo su band “nuove”, cioè dell’ultima e penultima generazione, dedite a sonorità più “estreme” di quelle dei Metallica (ai vari sotto-sottogeneri derivati da death metal e grindcore). Tant’è che nel “cappello” iniziale vengono nominati i Black Sabbath, poi però vengono interpellate band che per qualunque profano sono band di autentici carneadi :-)

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