Scarica il libro di Wu Ming 1 Un viaggio che non promettiamo breve. 25 anni di lotte #NoTav (Pdf, ePub, Kindle)

Wu Ming libro No Tav

La copertina appositamente disegnata da Zerocalcare. Clicca sull’immagine per vederla completa di quarta e alette (pdf). Qui invece per ingrandirla e scaricarla in alta definizione.

Un viaggio che non promettiamo breve è uscito alla fine del 2016 e oggi, alla buon’ora, lo mettiamo a disposizione in download gratuito, senza DRM, in quattro diversi formati. I link sono in fondo. 

Le storie che il libro racconta proseguono. Le questioni di cui tratta rimangono centrali. Quel che accade in Val di Susa continua a prefigurare quel che accadrà nel resto del Paese. Dal centro si vedono peggio i margini, dai margini si vede meglio il centro. Si vede che, dietro proclami sempre più vacui, il progetto Torino-Lione continua a perdere pezzi. Si vede che resta solo la volontà di fare un tunnel, a ogni costo, purché sia. Si vede che i No Tav lottano ancora.

I No Tav hanno sempre detto: «non esistono governi amici». E infatti non esistono. Due giorni fa l’assemblea nazionale dei movimenti contro le grandi opere ha annunciato un percorso comune di lotta contro il governo e il M5S «dei voltafaccia». Il «velo di Maya» è stato strappato. Primo appuntamento – data da decidersi – proprio in Val di Susa. Dove, nel frattempo, la repressione continua: perquisizioni all’alba, fogli di via, rinvii a giudizio, richieste di condanne pesantissime. Con il placet di tutte le principali forze politiche.

Restiamo sintonizzati con quel mondo di confine, quella borderland, perché la contraddizione si fa più acuta. Una vecchia talpa sta scavando, e non è detto sia una fresa meccanica.

Nel libro tutto questo c’era già, e da oggi comincia la sua seconda vita. Un nuovo inizio che dedichiamo a Turi Vaccaro, uno dei protagonisti del libro, al momento in carcere. Aderiamo concretamente alla campagna per la sua liberazione. I dettagli sono qui sotto, dopo la rassegna di recensioni.

Buona lettura.

La cartina della Valsusa inclusa come inserto pieghevole nell’edizione cartacea di Un viaggio che non promettiamo breve. Realizzata da Viviana Gottardello con la collaborazione di Alpinismo Molotov. Clicca per aprirla/scaricarla in pdf.
Durante la stesura di Un viaggio…, l’intera mailing list di Alpinismo Molotov ha fatto da «lettrice di prova collettiva». Qui il resoconto – a sua volta collettivo – di quell’esperienza.

Hanno scritto di Un viaggio

Goffredo Fofi

«La ricostruzione più utile e completa su un episodio di disobbedienza civile straordinario, e davvero “di base” e collettivo, unico nella recente storia italiana e forse europea. Se i No Tav non hanno avuto l’impatto sulla nazione che la loro lotta avrebbe meritato, è stato, io credo, per l’assenza da tempo in questa storia di una sinistra che difendesse proletari e reietti invece di schierarsi ciecamente con i concreti sostenitori e impositori di un’idea di sviluppo supina agli interessi della grande finanza, che mai è stata così cieca nei confronti degli interessi collettivi e così disinteressata a quelli degli ultimi, dei “perdenti” […] Con ampiezza inusitata e controllata passione, Wu Ming 1 ha scritto un libro che resterà e che tanti dovrebbero leggere, per capire cosa davvero è accaduto nella valle e cosa certamente vi accadrà ancora di importante per tutti.»
(Goffredo Fofi, «L’Avvenire», recensione completa qui)

Tomaso Montanari

«Vorrei che ogni italiano in età di votare leggesse Un viaggio che non promettiamo breve. Basato su una documentazione minuziosa, e analiticamente ripercorribile anche dal lettore più scettico, questo libro davvero importante riesce a consegnare la vicenda della Val di Susa all’epopea nazionale: sì, proprio quella che dal Risorgimento arriva alla Resistenza. Era ora: le mille battaglie per il territorio avevano drammaticamente bisogno di potersi riconoscere anche in una dimensione epica, e dunque universale.»
(Tomaso Montanari, «Minima&Moralia», recensione completa qui.)

«Un viaggio che non promettiamo breve andrebbe proposto nelle scuole di scrittura per la qualità della parola e in quelle di giornalismo per il valore dell’inchiesta.»
(Enrico Camanni , «Dislivelli», recensione completa qui)

«Quella di Wu Ming 1 è una scrittura che rischia molto, poiché in ogni momento cammina sul crinale del divorzio di realtà e finzione, avendo dato ad ognuno dei due partner delle ragioni autonome – saggistiche al primo, narrative (e pure di genere!) al secondo – che hanno la priorità sulle ragioni della coppia. La scommessa è estrema. Il fatto che, alla fine, il divorzio non si consumi ha qualcosa di letterariamente grande […] La fusione di invenzione letteraria e realtà ha molto più margine di gioco di quanto credevamo e, se affidata a scrittori che così bene conoscono i ferri del mestiere, consente molti più fuochi d’artificio di opere di semplice fiction
(Elia Rossi, «La Balena Bianca», recensione completa qui)

Giuseppe Genna

«Tanto è fondamentale la resistenza contro l’Entità (il progetto Tav) per la collettività protagonista di questa storia che gronda storie, così è fondamentale il conflitto che l’autore intrattiene con un’entità mostruosa, che è il libro stesso, libro di libri, cronaca di cronache, poema e prosa, elenco e summa della lingua parlata, formidabile bordata al saggismo giornalistico. Ne risulta una sorpresa continua.»
(Giuseppe Genna, recensione completa qui)

«Un lavoro come questo è un messaggio, di come il genere narrativo […] si nutra di quello investigativo, mettendo però i numeri al servizio del racconto, dando ai numeri una platea d’ascolto e di comprensione. Portando i numeri a essere di nuovo umani, scolpiti nei volti dei valligiani del movimento e di coloro che li hanno combattuti, rimettendo i dati al servizio dell’umano, dell’intimo e dell’universale allo stesso tempo […] Questa è una stazione di un viaggio, che non sarà breve, verso modalità di reportage/inchiesta capaci ancora di essere romanzo popolare e buona letteratura, che informa, racconta e fa riflettere, senza inaridirsi nelle infografiche e nei tweet.»
(Christian D’Elia, «QCode Magazine», recensione completa qui)

Luca Mercalli

«Wu Ming 1 ha esplorato per tre anni boschi martoriati dai reticolati bellici, cantieri difesi da militari, e presìdi di resistenza civile bollati della peggior etichetta terroristica. Come residente di valle, come componente del gruppo di tecnici contro il Tav Torino-Lione militante dal 1998, confermo che dati e fonti sono affidabili e verificate. La lettura lascia il senso di una storia paradossale vissuta da uomini e donne “normali” che di fronte all’ennesimo assalto alla terra – non solo alla loro piccola terra, questo sarebbe Nimby, ma alla Terra in generale – hanno rischiato sulla propria pelle e pagato un prezzo repressivo e giudiziario sproporzionato. Non hanno ancora sconfitto “l’Entità”, ma hanno acceso una fiaccola di consapevolezza ben più importante di quella torcia olimpica transitata vigliaccamente per la valle nel 2006.»
(Luca Mercalli, «Il Fatto Quotidiano», recensione completa qui)

«[Wu Ming,] io di te me ne fotto per me puoi scrivere qualunque cosa sempre cazzata sarebbero. Chiaro il concetto?»
(Stefano Esposito, ex-deputato e senatore PD, su Twitter, 24/09/2016)

«Diluviale racconto di vicende di singoli e comunità, insieme epos e Commedia umana, weird tale e atlante, travelogue e testimonianza memoriale. Nel resoconto in cinque parti di venticinque anni di lotte No Tav i toni possibili, adeguati e necessari ci sono tutti, dal comico al dolente, dal malinconico al grottesco […] Un affresco corale di cui colpisce l’ampiezza di respiro: non solo per l’entità del lavoro che ha preso forma poco a poco nel corso di anni, ma per la capacità di portare alla luce le qualità di un incredibile laboratorio collettivo, ridotto da certa (non-)informazione a covo di strambi banditi.»
(Franco Pezzini, «L’Indice dei libri del mese», recensione completa qui)

«Wu Ming 1 si impolvera le scarpe e colleziona da Torino al Veneto un lungo martirologio di nonsense, retromarce e figuracce ovunque la macchina apologetica del Tav tenti di contrabbandare interessi privati per ragioni pubbliche; le scarpe e le mani, sfogliando montagne di documenti, spulciando archivi, relazioni e controrelazioni, e soprattutto richiamando in vita, a sostrato delle lotte attuali, una filiera di memorie locali: industrializzazione, resistenza, piccoli giornali, storie di ferrovieri, preti e circoli cattolici, ma anche leggende popolari sapientemente rimesse all’ordine del giorno dai resistenti. Nessuno sa come andrà a finire. Ma quanto a capacità di mostrare cosa possa produrre un esercizio di cittadinanza attiva in termini di solidarietà, partecipazione e presa di parola, gli abitanti della val di Susa – e l’autore che gli presta le sue pagine – hanno già vinto.»
(Daniele Giglioli,«La Lettura», supplemento del Corriere della Sera, recensione completa qui)

Un viaggio che non promettiamo breve è parte di un lavoro narrativo-geografico che Wu Ming porta avanti da anni. Lavoro esposto nella presentazione interattiva Cantare la mappa. L’esplorazione del territorio come scrittura collettiva, la scrittura collettiva come intervento urbano (2017). Qui sopra, uno dei riquadri. Sullo sfondo, détournement di una foto di Michele Lapini: barca No Tav nel Canale della Giudecca, Venezia, e all’orizzonte le montagne della Val di Susa.
A proposito di mappe: una recensione in forma di mappa di Un viaggio che non promettiamo breve è stata realizzata da Brochendors Broders per Graphic News, l’abbiamo segnalata qui.

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Come sempre, ringraziamo hubertphava.

Vi rammentiamo che potete usare il bottone qui sotto per supportare Giap. Non serve a “pagare” i download, che sono gratis, ma a segnalare che apprezzate lo sbattimento, l’impegno che profondiamo ogni giorno da tanti anni, sul web e per le strade. Mantenere Giap costa ed è appena arrivato il conto trimestrale del server. Fate quello che vi sentite.
Non è nemmeno necessario avere la carta di credito, basta un conto corrente.



L’importo di tutte le donazioni di questa settimana verrà girato, insieme a un contributo nostro, alla → campagna per la liberazione di Turi Vaccaro, prigioniero dal 5 agosto scorso, rinchiuso nel carcere «Pagliarelli» di Palermo.

Per contribuire direttamente, senza passare da Giap, si può usare il conto corrente del Movimento No Muos su Banca Etica:

IBAN: IT 47 F 05018 04600 000009000673
conto intestato a Miceli Marino e Rinnone Sandro
causale «Turi Libero».

Per scrivere a Turi:

Salvatore Vaccaro detto Turi
Presso Casa Circondariale Pagliarelli
Piazza Pietro Cerulli 1
90129 Palermo

A Turi. L’Entità non vincerà.

CINQUE VOLTE TURI VACCARO
Cinque volte Turi Vaccaro
Reading/concerto tratto da Un viaggio che non promettiamo breve
Luca Casarotti – piano, tastiere
Wu Ming 1 – voce recitante
Live allo Spaziomusica di Pavia, 4 febbraio 2018.
Durata: 40’32”
Scaricabile anche in una cartella zippata (formato .wav, qualità cd).

Ultima notizia: nel libro si parla del documentario Archiviato, dove si racconta di come la magistratura torinese abbia lasciato impunite le violenze delle forze dell’ordine in Val di Susa. Ebbene, da qualche giorno Archiviato è liberamente visibile on line. Un ottimo complemento al libro, e viceversa. Dura 38 minuti. Se avete visto Sulla mia pelle, dovete vedere anche questo.

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11 commenti su “Scarica il libro di Wu Ming 1 Un viaggio che non promettiamo breve. 25 anni di lotte #NoTav (Pdf, ePub, Kindle)

  1. Nell’ultima ora mi sono trovato alle prese con un dilemma filologico. Sfogliando casualmente l’ebook di Un viaggio…, mi sono accorto che, rispetto alla versione pubblicata da Einaudi, nell’Ouverture… c’era una parola in più!

    Non vi dico quale fosse. Basti sapere che era una parola sola, volata nel testo durante l’editing, per un motivo che credo di aver capito, e sopravvissuta ai controlli. Sopravvissuta perché non solo non alterava la lettura, ma ci stava quasi bene, lì dov’era atterrata. L’effetto era solo leggermente spiazzante, ma plausibile.

    A quel punto mi sono consultato col nostro Hubertphava, «il miglior fabbro», colui che converte e sistema i nostri ebook. Il dilemma era: togliamo la parola e ricarichiamo i file, creando una discrepanza con la versione già scaricata da mezzo migliaio di persone? Oppure lasciamo la parola, creando però una discrepanza con la versione acquistata in libreria da dodicimila persone?

    Il fatto che ci siamo posti il problema fa capire che di per sé la presenza di quella parola in più… non era un grosso problema :-)

    Alla fine abbiamo deciso di toglierla e ricaricare i file. Ora il testo scaricato dovrebbe essere uguale a quello dell’edizione cartacea (intendendo la seconda edizione, dove è stato corretto qualche refuso e piccolo errore segnalato nella prima).

    Chi riscarica e scopre per primo/a quale fosse la parola in più vince una copia gratis di Proletkult. Indizio: faceva cominciare un’anafora prima del dovuto.

    Chi non vuole riscaricare, può tranquillamente ignorare la discrepanza.

    Ai filologi si accende tutto l’apparato endocrino, in casi come questi.

    Cambiando argomento: nelle prime nove ore abbiamo raccolto ben 500 euro di donazioni per la campagna Turi libero. Grazie a tutte e tutti.

    • Egoisti.
      Che non è l’inizio di una critica aggressiva al post o ai commenti, ma il periodo, di una sola parola, “intrufolato” al sesto capoverso della “Ouverture”, nella prima versione digitale. Devo dire che non mi dispiace: un po’ spiazzante, modifica la tonalità generale del paragrafo, rendendolo, mi pare, un po’ più amaro e polemico.
      È stato divertente cercarla

      • Esatto. «Egoisti» è la parola con cui si aprono tre dei paragrafi successivi, dove si smonta il discorso disonesto e/o disinformato sui #notav come movimento nimby. Qui però quel ragionamento non era ancora partito.
        L’effetto prodotto dalla svista è di un’anticipazione, un flash-forward: la parola appare all’improvviso, incongrua, causando un momento di perplessità, un micro-shock percettivo, salvo poi essere ripresa e spiegata. Ma quel flash-forward nel cartaceo non c’era.

        Bene, hai vinto una copia di Proletkult, ti scriviamo per chiederti l’indirizzo a cui spedirla :-)

  2. Nelle prime 24 ore abbiamo raccolto oltre 900 euro per Turi Vaccaro, e poco fa abbiamo superato quota 1000. Una cifra che pensavamo di raccogliere in una settimana. Come suol dirsi, oltre le più rosee ecc. ecc. Grazie a tutte e tutti.

  3. Segnalo questa corposa recensione del libro, uscita ieri su Anobii, di Francesco Platini. Non lo conosco e non so come “taggarlo” o informarlo in qualche modo del fatto che é qui riportato il suo scritto, se qualcuno/a può farlo, ringrazio.
    A mio avviso è un intervento notevole, innanzitutto per l’onestà intellettuale, poi per gli spunti che offre e gli interrogativi che suggerisce, non banali e tutti circostanziati e meditati.

    ____________

    Ho scelto di leggere questo libro per due ragioni:
    1) non ho una peculiare sintonia con WM;
    2) sono stato per vent’anni favorevole al Tav; non un «Sì Tav», piuttosto uno che il Tav lo considerava un dato acquisito, qualcosa che s’aveva da fare.
    Detestando l’attitudine al pensiero confermativo per cui si cerca nella lettura quello che già si sa per sentirsi dare ragione, ho declinato questa idiosincrasia in prassi e intrapreso questo viaggio che non mi promettevano breve.

    Vent’anni fa facevo spola con Lione e mi allettava l’idea di viaggi più rapidi, anche se la ragione mi diceva che non li avrei mai compiuti io, a Lione in via transitoria. Sarà perché viaggiavo a ridosso dei weekend, prima e dopo le festività, ma salivo su treni pieni e mi aveva sorpreso scoprire, poco dopo la fine del mio pendolarismo, che quasi tutti i treni su cui avevo viaggiato erano stati soppressi. Avrei dovuto insospettirmi: non l’ho fatto.
    A quel tempo morivano suicidi Edoardo «Baleno» Massari e Maria Soledad «Sole» Rosas, due dei tre anarchici ingiustamente accusati di essere «terroristi No Tav». Curiosamente, a differenza dell’autore, smarrito nelle elucubrazioni dell’analisi, avevo provato empatia per Sole e Baleno. Forse proprio perché sentivo che la loro battaglia non era la mia: potevo stigmatizzarne le ragioni ma sulla morte, e quella morte, non ero disposto a cercare giustificazioni. Mi faceva male, punto.

    Esaurita la mia storia di viaggi a Lione e con essa la spinta emotiva verso l’Alta Velocità, sono rimasto favorevole al Tav. Il perché, mi rendo conto, è complicato da spiegare.
    Ho raccontato a una persona, con cui condividevo l’opinione sull’argomento, che stavo leggendo un libro sul Tav e cominciavo a realizzare che i No Tav, probabilmente, hanno ragione. Il mio interlocutore ha reagito con sconcerto, quasi incredulità. Quando ho portato qualche esempio tratto dal libro, ha replicato: «Non dico niente, perché non so niente». Touché.
    La replica era sintomatica, ma non esatta: il mio interlocutore qualcosa sapeva, e anch’io. Conoscevamo gli argomenti che facevano della costruzione del Tav un’operazione «di buon senso» [1].

    WM1 riunisce in modo organico questi argomenti mettendoli in crisi con documenti, esempi, analogie, autorevoli pareri. Rimandando al libro per verificare la solidità delle critiche, riporto le ragioni del «Sì Tav» confutate:
    ce lo chiede l’Europa; (Argomento odioso, se falso, per un europeista quale mi ritengo: si regala un rigore a porta vuota ai detrattori della UE. Di contro, ammanta di un’aura ideale la costruzione del Tav agli occhi di chi nell’Europa ci crede.)
    ce lo chiede l’Europa per il corridoio 5 Lisbona-Kiev;
    le linee ferroviarie esistenti sono sature;
    i viaggiatori hanno bisogno dell’Alta Velocità; (Un treno veloce lo avevano: il Pendolino. E chi se lo ricordava più? Non fa onore a me, ingegnere, aver rimosso uno dei migliori prodotti tecnologici degli ultimi decenni, che poteva viaggiare sulle infrastrutture esistenti senza bisogno di linee dedicate.)
    i viaggiatori hanno bisogno dell’Alta Velocità per andare a Lione; (Ne avrei avuto bisogno anch’io, vent’anni fa. Poi, quei treni su cui viaggiavo non diventarono più veloci: sparirono dall’orario ferroviario. Avrei dovuto insospettirmi: non l’ho fatto.)
    le merci hanno bisogno dell’Alta Velocità; (Ancora devo fare ammenda come ingegnere: qui si esce dal dominio della logica. En passant: proprio dalla mia Alma Mater, che pure ha sede a Torino [2], provengono molte voci critiche al Tav.)
    ci saranno opportunità di lavoro durante la costruzione;
    ci saranno opportunità di indotto per i territori attraversati;
    si ridurrà finalmente il trasporto merci su gomma;
    la Francia è molto avanti nei lavori;
    gli oneri sono equamente ripartiti tra Francia e Italia;
    se rinunciamo al progetto dovremo pagare le penali;
    in Val Di Susa è attivo un cantiere dove si costruisce il Tav;
    la Val di Susa ha la «vocazione al transito»;
    la Val di Susa avrà delle «compensazioni»;
    il progetto è economicamente sostenibile e viene finanziato in larga parte da privati.

    Scopro voci di dissenso al Tav che non mi erano mai giunte: Luigi Preti, Beniamino Andreatta – ad averlo saputo..: stravedevo per quell’uomo –, Mario Schimberni.
    Matteo Renzi, quand’era rottamatore, era contrario al Tav per la più solida delle ragioni: la non plausibilità del progetto. Arrivato al governo cambiò idea, ma rimane la forza del concetto che aveva dimenticato: senza tirare in causa un solo argomento ideologico, sociale, ecologico, il Tav può essere criticato dal punto di vista economico e tecnologico.
    Secondo WM1 il Tav è un prodotto del «neoliberismo». Allora il neoliberismo non è liberista: se fossi un imprenditore liberista in un contesto liberista e mi venisse l’idea di fare il Tav, con investimenti miei e rischio d’impresa per il ritorno dei medesimi, non lo farei, anche perché nessuna banca mi concederebbe credito [6][7][8].
    Il Tav ritratto da WM1 sembra piuttosto una declinazione lisergica del keynesismo: lo Stato eroga ai privati, lo Stato si accolla investimenti e ricavi. O, come le analisi sembrano prospettare, le perdite. Solo che lo Stato non ha soldi suoi: ha soldi [anche] miei; quando lo Stato perde denaro lo perdo [anche] io.
    Se il Tav fosse solo una questione di «tecnocrazia», come ingegnere dovrei pormi sfide più interessanti della mera questione infrastrutturale, passare dalla tecnica bruta alla tecnologia – parola di cui ci si riempie la bocca fino al momento in cui è richiesto di investirci.
    Posso chiudere il libro. Posso affermare che, a costo di criticare vent’anni passati a pensarla diversamente disseminando i social di opinioni in questo senso – non andrò a sbianchettarle come nei migliori stalinismi: ho il vizio poco italiano di ammettere d’essermi sbagliato –, la costruzione del Tav non mi sembra più un’operazione «di buon senso». Per me è sufficiente.

    – Fine?
    – No.

    Posso chiudere il libro. Ma ne ignorerei la parte più consistente: intrecciata agli aspetti tecnologici ed economici c’è la Val di Susa. Una vicenda che combina ordine pubblico, amministrazione della giustizia, narrazione della stampa, partecipazione delle comunità locali, salvaguardia del patrimonio ambiente [11], critica del concetto di grande opera [3].
    Faccio fatica a addentrarmi in questa parte, per una scarsa abitudine, e attitudine, a ragionare su questi aspetti. Certamente rimando al libro: sono seicento pagine più o meno, qualsiasi sintesi sarebbe riduttiva.
    Ma anche se poco abituato a ragionare su certe istanze, non posso non affermare che le storie di arresti e processi, espropri e militarizzazione sconcertano. I «vulnera» sono tanti, tanti. Bisogna considerarli, anche se non se ne ha l’abitudine, e l’attitudine. Bisogna accettare che possa far parte dei «cattivi» anche un personaggio che normalmente è ascritto alla categoria dei «buoni», Giancarlo Caselli – ed è solo un esempio.
    Una scena marginale mi ha provocato un «vulnus», forse trascurabile ma è il «vulnus» che può aprirsi su tutto il resto per cambiare le abitudini, e le attitudini: mi ha sconvolto la scoperta dei vigili del fuoco impiegati in operazioni di ordine pubblico. (Rileggo la frase e penso che forse non è una scena marginale, ma un sintomo di quanto ci sia spinti in là.)
    Credo, spero, che le ferite si possano sanare. Ma la prima condizione è di non infierire su quelle aperte e non provocarne di nuove. (Mentre scrivo, 10.10.2018, giungono notizie di nuovi «vulnera». Il viaggio non è breve.)
    Non me ne vogliano per l’estrema sintesi i tanti per cui questa parte è la più importante della vicenda Tav. Non voglio negarla e nemmeno sminuirla; eventuali tracce in questo senso che posso aver lasciato in passato non saranno sbianchettate; sono appena all’inizio di un viaggio che non immagino breve. WM1 spiega che la lotta della Val di Susa è una lotta contro i «tempi imposti»: io seguo i miei.

    A parte il Vangelo nessun libro è il Vangelo. Non credo a un automatismo per cui si legge questo libro e non si può non diventare No Tav. Bisogna riflettere su quanto esposto, constatare che vengono prodotti documenti, testimonianze, pareri autorevoli, e decidere se si ritiene ragionevole l’impianto della narrazione. Io l’ho ritenuto tale, mantenendo il diritto alla perplessità su alcuni passaggi.
    Volendo fare l’avvocato del diavolo sino in fondo, si può però obiettare che, nonostante gli inserti che conferiscono oggettività alla narrazione, ci possono essere state scelte mirate e opportuniste, taglia e cuci di materiali favorevoli alla tesi dell’autore con esclusione di quelli che la confuterebbero.
    Idealmente ci vorrebbe un «controlibro» dove le obiezioni al Tav vengono criticate con l’impiego di documenti, testimonianze, pareri autorevoli. Sarebbe forse immaginabile per le parti che ho definito «economiche» e «tecnologiche».
    Sulle altre istanze la confutazione potrebbe essere più complicata, o forse più semplice: basterebbe accusare l’autore e le persone a cui dà voce di essersi immaginate un «fumus persecutionis», quando si è trattato soltanto di applicazione corretta della legge e della giustizia. Sarebbe una contestazione debole perché determinati episodi, tesi espresse in sede processuale, anche solo l’abnorme concentrazione di forze dell’ordine in pochi chilometri quadrati, in un Paese che lamenta la perenne «emergenza sicurezza», meritano molto più di una risposta «ideologica».

    WM1 ha preso una narrazione di venticinque anni e l’ha trasposta in narrativa, secondo la logica WM degli «U.N.O.». Uno dei riferimenti letterari da cui si è fatto guidare è Lovecraft. Io sono legato a un altro esperto di «eldritch»; addentrandomi nella lettura mi sentivo come Philip K. Dick dopo le esperienze di febbraio-marzo 1974: assistevo allo svelamento di una realtà che coesiste con la realtà che chiamiamo «reale». Non è così semplice elaborare, e accettare.
    Per farla breve: rileggere la vicenda del Tav, e partendo da un’opinione più o meno «Sì Tav», pone seri problemi di esegesi della realtà. Grossolanamente si potrebbe chiedere a WM1: secondo te esiste davvero un oggetto chiamato l’Entità che da venticinque anni porta avanti un progetto diabolico? più prosaicamente, esiste una «cabina di regia» che ha reso uniforme il pensiero di politici provenienti da tutte le filiere ideologiche, giornalisti delle grandi testate italiane, magistrati e alti gradi delle forze dell’ordine? ti sembra razionale?

    È il passaggio più critico. Accettando le ragioni dell’irragionevolezza del Tav; accettando le istanze sociali e ecologiche di valsusini e non; accettando la critica all’azione della magistratura e alla militarizzazione a tutela di aziende private a fronte di zero minacce all’incolumità delle persone da parte del movimento No Tav… resta la madre di tutte le domande: come può essere materialmente possibile? venticinque anni senza sbavature, con la cooptazione di voci critiche, tutto per un progetto insensato.
    Ho provato a darmi una risposta; è limitata, diversa da quella dell’autore, ma ne ho bisogno perché la mia mente ha bisogno di ricondurre il reale al razionale, e possibilmente con una spiegazione mia. Nel Tav convergono interessi economici, un gusto italiano per l’edilizia bulimica [5], una scarsa propensione alla sfida tecnologica – il Tav è mastodontico nella realizzazione ma tecnicamente grossolano – che a un certo punto si sono combinati in un progetto. Una volta accertate le debolezze del progetto, gli interessi che erano stati allettati non hanno ovviamente voluto cedere posizioni e hanno trovato una controparte incapace di tornare indietro, di trovare una «exit strategy» decorosa, perché è scattato automaticamente un altro meccanismo italiano: l’incapacità di dire «ci siamo sbagliati».

    Un libro così dilatato – una delle critiche «classiche» a WM è di produrre «mattoni»; la questione non mi appassiona – fornisce molti spunti. Mi sono abbandonato al pensiero confermativo leggendo le critiche dell’autore a Calatrava, che mi è sempre parso sopravvalutato [10]. Avrei da dire su molti altri passaggi, ma non vorrei essere accusato di produrre «mattoni» a mia volta. Esaurita la questione Tav sì / Tav no, mi concedo ancora tre riflessioni.

    1) Anche se WM1 e il movimento a cui ha dato voce contestano in generale il concetto di grande opera, mi riservo la facoltà di ragionare caso per caso, ovvero: non considererò ogni «No Qualcosa» a priori sacrosanto. Piuttosto, cercherò di migliorare l’attitudine critica per leggere vicende e situazioni e giudicare, pur con il pericolo di sbagliare connaturato alla condizione umana, basandomi sulla maggior quantità possibile di informazioni.

    2) «Perché proprio in Val di Susa?» è la domanda fondamentale di questo libro. Venticinque anni di movimento senza recedere mai di un passo sono un unicum.
    Nelle note finali, è riportata una citazione di Marco Aime che si può condensare in «valsusini si diventa»: non mi convince. Proprio perché giunge dopo centinaia di pagine in cui WM1 ha mostrato come il presidio e la Libera Repubblica No Tav siano il risultato di una storia che viene da lontano, dalle contese di Donno e Cozio con i Romani, passando per l’Occitania (quelle musiche che di tanto in tanto si sentono le conosco, le ho ballate anch’io, con i Lou Dalfin e non solo), i catari e la Confederazione degli Escartouns; che si consolida coi pellegrini di passaggio per la Via Francigena e con le proprietà collettive del mondo alpino; che si avvicina a noi con le ferrovie in cui tanti valsusini hanno lavorato, con il movimento operaio, con la Resistenza; che si ravviva con i cattolici del dissenso, i nonviolenti e gli obiettori di coscienza – istanze che in Val di Susa hanno generato esperienze personali e vicende collettive.
    Una storia che deflagra nel 1985 dopo che una serie di grandi opere ante litteram avevano esasperato gli abitanti della Val di Susa. Quando nel 1991 si comincia a parlare di Tav Torino-Lione [9], il terreno è da tempo arato, e seminato. Il movimento lo alimenterà rifiutando spontaneismi, emotività e questioni di principio: primo studiare, documentarsi, informarsi, chiedere pareri autorevoli. Non avrebbe senso tagliare la rete di un cantiere senza la copertura della consapevolezza che viene dalla conoscenza del perché lo si fa. Senza questa base rocciosa il movimento non sarebbe durato venticinque anni, senza sbavature, senza scoraggiamenti, superando anche i pericoli al suo interno, addirittura offrendo una comunità e un senso a persone dalle esistenze segnate da alcool, disperazione, solitudine.
    È potuto succedere qui perché c’erano rapporti già saldi e stratificati.
    Si può leggere la narrazione come una forzatura dell’autore che ha voluto costruire un’epica a tutti i costi per nobilitare il movimento No Tav della Val di Susa. Oppure, io scelgo questa lettura, concludere che il movimento No Tav della Val di Susa sia il risultato di una storia, che risale al tempo di re Donno e si è nutrita, nei secoli, di esperienze [4].
    Allora mi domando se si potrebbe scrivere un libro come questo per ogni regione o comunità; se accetteremmo di leggere una lunga storia per ogni regione o comunità, anche quando sta combattendo una battaglia che «non ci piace»; o quando, per una disposizione che viene dalla sua storia, non sta combattendo nessuna battaglia. Vedo due pericoli: uno è un determinismo per cui certe situazioni «epiche» sono possibili solo a chi ha una storia particolare alle spalle; l’altro una possibile scarsa disposizione a ri-leggere la storia di una comunità se la sua battaglia «non ci piace».
    In conclusione: sarem[m]o disposti a applicare il metodo narrativo di WM1 per comprendere la realtà attuale di una regione o di una comunità alla luce della sua storia anche quando quella realtà, o qualche elemento della sua storia, recente o remota, «non ci piace»?
    (Si potrebbe estendere il ragionamento dalla comunità all’individuo, alla persona e alla sua storia personale, ma ne risulterebbe ben più di un «mattone».)

    3) Nella narrazione della Val di Susa compaiono molti cattolici. Cattolici partigiani, cattolici di base, cattolici del dissenso, cattolici senza etichetta che partecipano a un movimento in cui si trovano istanze di ogni tipo, che proprio il movimento sa armonizzare, superando in avanti le differenze e i potenziali conflitti. Si racconta di processioni con la statua della Madonna e una statua di Padre Pio a ridosso di un cantiere; il tono non è mai irriverente. Nelle narrazioni usuali processioni e statue vengono trattate, nel migliore dei casi, con sufficienza.
    Come se i credenti, i cristiani soprattutto, i cattolici specialmente, dovessero sempre «dimostrare qualcosa»: credenti «ma», cristiani «ma», cattolici «ma». Se stanno «dalla nostra parte» vanno bene e la processione è una cosa seria, se stanno «da un’altra parte» la processione è bigotta, ridicola, fuori dal tempo. Come se i credenti, i cristiani, i cattolici non possano essere accettati «in sé e per sé». (Rileggo e mi sembra di aver polemizzato con l’autore, rivolgendogli un’accusa per attitudini che sono di altri. Non riscrivo ma preciso che non stavo questionando con lui. Solo riflessioni, forse un po’ generali, ad alta voce.)
    Alla statua di Padre Pio è legato uno dei passaggi del libro che ha fatto risuonare frequenze che sento mie. Davanti a quella statua si tengono momenti di preghiera, che una partecipante racconta con parole emozionanti [12]. Un gruppo di credenti in preghiera dovrebbe, e sembra che per ora abbia funzionato, disinnescare la violenza: come si può perquisire, scacciare, reprimere, caricare con idranti e lacrimogeni persone che pregano? La storia insegna che, purtroppo, non è così: tante volte la violenza non è stata disinnescata; c’è chi, credente di un’altra fede o di nessuna fede, non ha esitato a colpire credenti in preghiera.
    (Lo so, questa riflessione è strettamente personale ma, in un viaggio non breve, e in cui i tempi non devono essere imposti, mi sono preso un momento per me.)

    [1] È strano che chi è contrario sia la gente informata e chi è favorevole sia la gente che ragiona per slogan. Di solito è chi è contrario a ragionare per slogan, e invece…
    (Roberto Vela)

    [2] Torino è il luogo della galassia più lontano dalla Val di Susa.
    (Luca Rastello)

    [3] Quella contro le grandi opere era una delle lotte del secolo, come quelle contro il riscaldamento globale, il land grabbing, i trattati «di libero commercio» a misura di multinazionali, l’industria della guerra permanente, gli internamenti e le deportazioni di profughi causati da tale industria.
    ***

    [4] La valle era cattolica, ugonotta, eretica, ortodossa, italiana, occitana, urbana, montanara, contadina, industriale, guerrigliera, nonviolenta, rossa, bianca, mistica, anarchica, sempre animata da sincretismi.
    C’era chi la chiamava «Val di Susa», chi la chiamava «Valle di Susa», chi la chiamava «Valle Susa» e chi la chiamava «Valsusa». Per altri, il nome giusto era «Valli di Susa».
    ***

    [5] Per dirla ancora con Sergio Bologna, l’Av era «principalmente un business immobiliare».
    ***

    [6] In realtà si stima che al mondo ci siano solo due linee ad alta velocità in attivo. La Tokyo-Osaka e la Parigi Lione.
    (Eduardo Mendoza)

    [7] La ferrovia ad alta velocità ha affascinato governi ai quattro angoli del mondo. È high-tech in modo attraente, è più verde dell’aereo e promette di rivitalizzare regioni depresse. Inoltre gli altri paesi ce l’hanno. In generale, però, i treni-proiettile si sono dimostrati molto più costosi di quanto pensino le autorità, e spesso sono utilizzati. Mentre si accumulano gli esempi di cattivi investimenti, l’alta velocità comincia a sembrare un fenomeno di un boom passato.
    (The Economist, 2013)

    [8] Secondo i proponenti, la grande opera avrebbe cominciato a produrre vantaggi economici nel 2073.
    La previsione sul 2073 si basava su stime di crescita del prodotto interno lordo e del traffico merci che la realtà andava smentendo di anno in anno. Più in generale, quella che si propagandava era un’idea del futuro come semplice prolungamento lineare del presente.
    ***

    [9] L’idea di linee ferroviarie costruite ex novo per l’Alta velocità, elettrificate a 25 kV cc, era apparsa all’orizzonte nel 1986, all’improvviso. Nel Piano generale dei trasporti, messo a punto solo due anni prima, non se ne faceva menzione.
    Pensata per il territorio francese, dove si potevano percorrere lunghe distanze in pianure poco abitate, l’Av era inadatta a un paese prevalentemente montuoso e collinare, disseminato di centri urbani medi e piccoli.
    ***

    [10] Ogni opera di Calatrava era un monumento all’art pour l’art.
    Se volevi fare art pour l’art, meglio lasciar perdere ponti e stazioni, e fare qualcosa che si dovesse solo contemplare.
    ***

    [11] L’ecosistema alpino è la più grande riserva di acqua e aria pulita di tutta l’Europa, dobbiamo salvaguardarla.
    (Alexander Langer)

    [12] La nostra è una presenza come quella dell’acqua quando scorre in un ruscello, vedi e non te ne accorgi, però quell’acqua lì sta limando. Sta limando, sta limando delle situazioni. Questa nostra presenza non la capiscono e sta diventando complicata per loro: come fai a picchiare delle persone che vanno là solo per pregare? È un modo non violento, ma assolutamente determinato, di portare avanti queste nostre ragioni.
    (Gabriella Tittonel)

    • Ringrazio Davide per le parole con cui ha presentato la mia riflessione.
      Mi sono registrato per trasparenza verso chi mi ha chiamato in causa.
      Esisto, questo è il mio vero nome, il testo riportato rappresenta unicamente me stesso, come tutte le mie tracce social – cose buone, cose sgradevoli, cazzate.
      Questa situazione mi diverte perfino, perché poco più di una settimana fa non avevo nessuna intenzione di leggere il libro di WM1. Invece…

  4. Buongiorno. Potrei sbagliarmi ma la foto pubblicata a corredo della recensione non è di Giuseppe Genna ma di Mario Landolfi.

    • Finalmente qualcuno se n’è accorto! :-D
      È uno scherzo sulla somiglianza tra i due che viene riproposto ogni tanto, anche da Genna stesso, da quasi vent’anni. Dai tempi “eroici” della rete in Italia. Quasi sempre è passato senza agnizioni.

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