Carlo Ginzburg nel momento del pericolo. Un saluto al maestro (1939 – 2026)

Carlo Ginzburg

«Nell’autunno del ’71 decidemmo di riunire i nostri studenti e di organizzare con loro dei seminari. In uno di questi proponemmo di leggere il Trattato utilissimo del beneficio di Giesù Cristo crocifisso verso i cristiani […]
Ci sedevamo a un tavolo da gioco dove le carte erano in parte già state distribuite, e le regole fissate: il piacere del gioco s’identificava per noi con la possibilità d’introdurre nella partita carte impreviste. Naturalmente, non potevamo barare, nel senso che le regole comunemente ammesse dalla corporazione degli storici ce lo impedivano: per esempio, non potevamo falsificare dei documenti.»
Cosa che a un romanziere, all’opposto, è lecito e a volte necessario fare.
Si è detto più volte che per ideare la terza parte del nostro romanzo d’esordio Q fu cruciale Giochi di pazienza, il libro in cui Carlo Ginzburg e Adriano Prosperi resero conto di quel celebre seminario su un misterioso libro del Cinquecento. Nel 2019, proprio insieme ai due storici celebrammo il ventennale del romanzo.
Ma i nostri debiti nei confronti di Ginzburg, venuto a mancare ieri, non si limitano a quelle pagine di cinquant’anni fa. Non abbiamo mai smesso di contrarne, prendendo più volte ispirazione dalle pagine sul paradigma indiziario in Miti emblemi spie e dalle indagini su falso, vero e verosimile raccolte ne Il filo e le tracce, nonché dichiaratamente scrivendo La Q di Qomplotto sulla falsariga di Storia notturna. E in Mensaleri, nel rito della Madonna del Latte ci sono espliciti riferimenti e omaggi a I benandanti.
Gli incroci sono stati molti ma, curiosamente, gli incontri in senso stretto sono stati solo due: uno a casa sua, l’altro all’Archiginnasio. Eppure insieme abbiamo condotto una battaglia contro un’operazione culturale neofascista.
La percussiva notizia della sua morte ce l’ha data per primo il nostro sodale Luca Casarotti. La stavamo ancora elaborando quando Luca ci ha inviato un suo testo, scritto di getto, che volentieri pubblichiamo, perché ci toglie molte parole di bocca. Del resto è ovvio, essendo anche queste righe frutto di un lungo confronto, di un lavoro condiviso che a Ginzburg deve parecchio.
Buona lettura. [WM]

di Luca Casarotti*

Ragionare sul lascito intellettuale di Carlo Ginzburg significherà, per contrasto, fare i conti con la crisi degli studi che siamo soliti chiamare umanistici. Una crisi di credibilità, d’impegno, di prospettive, di metodo e di rilevanza. Una crisi d’istituzioni, anche: di un’università che si prostra alla ragion di Stato mentre imbandiera un’inesistente autonomia. Per invertire il senso di marcia occorrerebbe uno scatto di coscienza di cui pochissimi, tra quelli che formalmente fanno lo stesso mestiere di Carlo Ginzburg, sembrano al momento capaci.

Parlo di studi e anche d’istituzioni, perché Ginzburg ha svolto la sua carriera di studioso dentro alle istituzioni accademiche: la Scuola Normale Superiore di Pisa, dove tra gli altri ha incontrato il suo maestro Delio Cantimori e gli amici di una vita Adriano Prosperi e Adriano Sofri; l’Università di Bologna, ancora con Prosperi e con altri grandi, nel clima fervido degli anni Settanta all’Alma mater; l’Istituto Warburg di Londra, dove ha esercitato la sua straordinaria intelligenza dell’iconografia; l’Università della California Los Angeles, dove ha insegnato per vent’anni; le innumerevoli altre che lo hanno ospitato per una conferenza o un periodo di studio.

Ginzburg è stato sì dentro alle istituzioni accademiche, ma non nel loro codice di pose e regole. Lo diceva lui stesso, e diceva di non sentirsi particolarmente a disagio nella posizione di relativa solitudine che gliene era venuta. Diceva anche di averlo potuto fare, ovviamente lo sapeva, in ragione di una fortuna familiare ad altri preclusa. Non basta però l’anagrafe per essere l’intellettuale che Carlo Ginzburg è stato: per potersi permettere d’ignorare le regole del gioco accademico, rispettando invece fedelmente quelle per lo studio della storia di cui parlava un altro suo maestro e amico, Arnaldo Momigliano. Sta di fatto che proprio per aver tenuto nel debito conto, cioè poco, le convenzioni che irreggimentano il lavoro intellettuale invece di liberarlo, Ginzburg ha potuto scrivere i libri che ha scritto: e scriverli come li ha scritti.

A dire il vero, la sua forma d’espressione prediletta, specialmente dagli anni Ottanta, è stata l’articolo: tanti suoi libri (a campione: Miti emblemi spie, Paura reverenza terrore, Il filo e le tracce, Rapporti di forza, Occhiacci di legno, La lettera uccide) sono raccolte di saggi. Non che disdegnasse le monografie: da quella d’esordio, I benandanti (1966), a quella giustamente celeberrima di un decennio dopo, Il formaggio e i vermi (1976); da Storia notturna (1989) a Nondimanco (2018); da Giochi di pazienza (con Adriano Prosperi, 1975), a Il giudice e lo storico (1991). Solo che alle monografie affidava i momenti di approdo della sua ricerca, come dovrebbe sempre essere e spesso non è. E gli approdi erano vertiginosi, per originalità, proposta metodologica, qualità della scrittura. Di una monografia non andava particolarmente fiero, quella del 1970 sul nicodemismo: diceva che era un libro troppo schiacciato sul proposito di fare i conti con il maestro Cantimori.

Ma nel saggio breve – dove «breve» poteva però significare anche un centinaio di pagine – Ginzburg probabilmente trovava la forma congeniale a un tratto tipico della sua storiografia, cioè l’autoriflessione. Quella che lui descriveva con la metafora dell’edificio – la ricerca compiuta – da cui lo storico-costruttore non aveva voluto rimuovere l’impalcatura. Per Ginzburg non si trattava di rappresentare lo storico nella scena della sua ricerca, che pure è una strategia conoscitiva legittima, se non è motivata dal solo narcisismo dell’autore. Si trattava piuttosto di chiedersi, anche a distanza di anni, quali ragioni lo avessero portato a occuparsi di quel certo tema, quali a scegliere quella certa forma per presentare i risultati dell’indagine. Di dare conto anche dei vicoli ciechi imboccati durante la ricerca, e dei percorsi seguiti per uscirne. Ascoltiamo direttamente le sue parole, da una conferenza

«Il mio primo libro, I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, uscì presso Einaudi nel 1966. La traduzione inglese venne pubblicata nel 1983, con un’introduzione di Eric Hobsbawm. Trent’anni dopo, nel 2013, la casa editrice, Johns Hopkins University Press, m’invitò a scrivere una nuova prefazione. Ne approfittai per chiedermi (non era la prima volta) che cosa mi avesse indotto a studiare i processi di stregoneria.
Un giorno del 1959 (avevo vent’anni), guardando uno degli scaffali della biblioteca della Scuola Normale di Pisa, di cui allora ero alunno, presi improvvisamente tre decisioni: a) cercare di imparare il mestiere dello storico; b) studiare i processi di stregoneria; c) studiarli per recuperare le voci e gli atteggiamenti delle donne e degli uomini accusati di stregoneria. A spingermi verso il mestiere dello storico erano stati i libri di Marc Bloch. A spingermi verso i processi di stregoneria (di cui non sapevo quasi niente) erano state le riflessioni sulle classi subalterne fatte nelle carceri fasciste da Antonio Gramsci, e due libri pubblicati nell’immediato dopoguerra: Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi e Il mondo magico di Ernesto de Martino. Ma dietro l’impulso a studiare le vittime c’era, senza che me ne rendessi conto (una rimozione che mi parve, molti anni dopo, incredibile) l’esperienza della persecuzione che aveva fatto di me, durante la guerra, un bambino ebreo.»

Dunque, nel 2013 Ginzburg si chiede, e dice che non è la prima volta, quali ragioni lo avessero portato a scrivere un libro uscito nel 1966. E nel 2019 riferisce di quelle ragioni, chiedendosi quali altre ragioni lo avessero portato a scrivere quello che allora era il suo ultimo libro, Nondimanco. Come a dire: una vicenda intellettuale che, avanzando, non solo progredisce, ma scopre le sue stesse condizioni originarie di esistenza.

Eccoci al punto: ciò che rende grandi la storiografia e la scrittura di Carlo Ginzburg, che fa di lui l’intellettuale che è stato, è questo legame costitutivo tra storia, letteratura e vita. Legame costitutivo sì, ma mai confusione tra le tre. Certo senza gli Exercices de style di Raymond Queneau non ci sarebbero stati Il formaggio e i vermi e Giochi di pazienza, per rivendicazione esplicita dello stesso Ginzburg. Ma storiografia e letteratura non coincidono: di qui la sua polemica quarantennale contro le posizioni «neoscettiche» di autori come Hayden White, che non vogliono riconoscere la differenza epistemologica tra storiografia e letteratura d’invenzione.

D’altro canto, per quante sovrapposizioni ci possano essere, specialmente nello studio della storia contemporanea, la storia non è la vita: se non altro perché la personale biografia può suggerire allo storico le domande di una ricerca, ma non dovrebbe mai influenzarne le risposte. Esattamente a scongiurare questa contaminazione serve tra l’altro il filtro del metodo critico.

Anche l’ultimo libro pubblicato in vita da Ginzburg, Il vincolo della vergogna, è una raccolta di saggi. Al primo della silloge, omonimo, l’autore ha voluto aggiungere un poscritto datato «agosto 2025». È un breve testo che, come già faceva Il giudice e lo storico, dice molto su qual è, per lui, la posta in gioco del fare il mestiere di storico. Non lo riporto, perché bisogna leggerlo insieme al saggio che lo precede, altrimenti si sfocia nella polemica più corriva.

Una ricerca fondata in interiore homine, nella coscienza politica e anche nel dolore di una biografia; verificata dall’erudizione e controllata dallo stile. È questo che rende le pagine di Ginzburg vere alla ragione quanto all’emozione. Perché Ginzburg diceva quello che sapeva, e credeva a quello che diceva. Cioè scriveva la storia allo stesso modo dell’aforisma di Walter Benjamin che anche lui citava: «come appare nel momento del pericolo».

Ripartire da qui, dalla presa d’atto che il pericolo ci sta davanti, e che non ce la si può cavare facendo finta di niente o ripetendo le frasi degli altri, è il minimo sindacale per poter essere presi sul serio. E magari provare a uscire dalla crisi intellettuale di cui parlavo all’inizio. Di certo è il minimo che dobbiamo a Carlo Ginzburg, per tutto quello che ci ha insegnato.

* Luca Casarotti è giurista e musicista. Ha fatto parte del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki ed è autore di L’antifascismo e il suo contrario (Alegre, 2023).

Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)

Tagged with 

4 commenti su “Carlo Ginzburg nel momento del pericolo. Un saluto al maestro (1939 – 2026)

  1. Alcune impressioni dopo l’ultimo saluto pubblico a Carlo Ginzburg. Non uso l’espressione «camera ardente» perché non mi è mai piaciuta, e poi eravamo all’aperto, nel cortile porticato della Biblioteca dell’Archiginnasio.

    Quell’Archiginnasio dove per decenni Ginzburg si è mosso come un pesce nell’acqua, avvolto dal rispetto e – oggi si è visto bene – dall’affetto di tutto il personale, perché autentico era il suo rispetto per chi in biblioteca lavorava. Come ha detto nel suo intervento il responsabile dei servizi al pubblico Michele Righini (vado a memoria), «la prima volta che ci ho parlato sentivo di avere di fronte a me probabilmente il più grande storico del mondo, e un po’ mi tremava la voce; dalla terza volta non è più stato così, e quello che avevo di fronte era semplicemente il miglior utente di biblioteca che uno che fa il mio lavoro può sperare di incontrare».

    Dal momento in cui abbiamo cominciato ad assieparci intorno al feretro – scoperto, niente drappo ma sormontato dalla foto che vedete qui sopra – a quello in cui i necrofori l’hanno preso in consegna, il tutto è durato quasi tre ore, e sono state intense. Un’esperienza commovente anche per chi, come noi Wu Ming (eravamo in due perché il terzo è a Ventotene), con Carlo Ginzburg aveva dialogato quasi solo a distanza. Eravamo lì come suoi lettori o poco di più, ma abbiamo visto che non eravamo i soli, erano svariati i lettori e le lettrici venute a rendere omaggio.

    Quasi tutti i discorsi di chi invece lo aveva conosciuto bene, frequentato, amato – discorsi che si spera vengano raccolti e pubblicati – sono stati portati a termine con voci rotte, sopraffatte dal senso di perdita. Purtroppo non ho afferrato i nomi di tutti quelli che hanno parlato: un docente indiano della UCLA non è nemmeno riuscito a terminare e si è ritirato dal microfono, salutato da un applauso solidale. Mi ha molto colpito l’orazione dello storico Lucio Biasiori, culminata in un’enumeratio di tutti i personaggi con cui ora Ginzburg si trova in compagnia, senza distinguere tra i suoi soggetti di studio, come il mugnaio Menocchio de Il formaggio e i vermi, la sua famiglia e i suoi maestri.

    Hanno parlato anche amministratori del comune di Montereale Valcellina, il paese di Menocchio, e di Pizzoli, in Abruzzo, dove Leone e Natalia Ginzburg e i bambini rimasero al confino dal 1940 al 1943.

    Il sindaco di Bologna non ha saputo rinunciare a infilare nel suo discorso alcuni spot di marketing urbano, come quello sui «nuovi computer quantistici» arrivati in città, che non c’entravano assolutamente nulla, e allora nemmeno io rinuncio a un “anti-spot”, ovvero a far notare che è UNA VERGOGNA vedere l’Archiginnasio amato da Ginzburg, i cui lavoratori si stavano impegnando perché la cerimonia si svolgesse al meglio, assediato anche in un giorno così dal turismo più alienato, inconsapevole e impattante.

    Da un pugno di anni è sempre peggio: per arrivare alla biblioteca tocca serpeggiare tra comitive di statunitensi, israeliani, italiani – non a caso i tre paesi che hanno ispirato Ginzburg a scrivere Il vincolo della vergognaet alii che entrano per fare visite mordi-e-fuggi, durante le quali affollano il cortile, le scale e i corridoi; si fanno selfie senza avere la più pallida idea di dove sono; disturbano chi lavora e chi studia cercando di accedere alla biblioteca per scattare foto anche se c’è un cartello bilingue che dice che non si può; a volte si appoggiano con la schiena contro pareti affrescate; intasano i pochi bagni a disposizione dell’utenza… Dopodiché se ne vanno a mangiare i taglieri di mortadella e i tortellini fritti, anche con trenta gradi all’ombra, ma al loro posto ne arrivano subito altri.

    L’Archiginnasio è antico e fragile, deve proprio succedere l’irreparabile prima che si decida di ridurre quest’insano flusso?

    Flusso che oggi ha avuto il sapore di una profanazione, non saprei che altra parola trovare. Possibile che al comune di Bologna, che pure era lì in pompa magna, non sia venuto in mente di liberare e tutelare almeno un paio d’ore di tempo per salutare come si deve uno dei suoi cittadini più illustri, forse il più illustre? Macché, il diritto incondizionato a fare tutto quello che prevede il pacchetto-vacanze passa sopra qualunque cosa, modello rullo compressore israeliano in Cisgiordania. Il massimo che si è ottenuto è che le comitive non sostassero nel porticato, ma salissero subito al piano di sopra.

    Per fortuna, non appena Luisa Ciammitti, compagna di Carlo Ginzburg e soprattutto grande storica dell’arte, ha parlato nel microfono, di questa miseria morale ci siamo tutti scordati.

    Non sono un parente, non ero un amico intimo e non sono un lavoratore dell’Archiginnasio, insomma non facevo parte di nessuno dei tre insiemi di persone che avevano motivi cogenti per restare fino all’ultimo, anche quando le altre persone se n’erano andate. Eppure sono rimasto – il più possibile defilato, perché sentirsi un “imbucato” è un attimo. Sono rimasto fino al momento in cui hanno messo la bara sul carro. Solo a quel punto mi sono sentito sciolto da un impegno, da un dovere che era una specie di incantesimo.

    Guardavo la bara e pensavo al corpo che c’era lì dentro, pensavo a Leone e Natalia, pensavo ai tempi eroici della prima Einaudi, pensavo al confino durante il quale Natalia tradusse la Recherche di Proust, pensavo alla Resistenza durante la quale Leone fu ucciso dai nazisti, pensavo alla grande cultura del dopoguerra e al ruolo che vi ebbe Natalia, pensavo che dentro quella bara c’era la mano che lì all’Archiginnasio aveva preso appunti che sarebbero diventati i libri che ho in casa, pensavo alla mia copia de I re taumaturghi di Marc Bloch, seconda edizione stampata nel ’73 con prefazione di Carlo Ginzburg, pensavo al seminario del ’71 sul Beneficio di Cristo… e pensavo all’unica serata trascorsa a casa sua.

    Prima di mettermi a scrivere sono andato a controllare la data: era il 17 giugno 2018.

    
Esattamente otto anni dopo, il 17 giugno 2026, Carlo Ginzburg ci ha lasciati.

    Non ricordo più chi, stamattina, ha detto che sta a tutti noi portare avanti il suo lascito, perché questa morte non sia «un’eclisse totale».

    Non avevo alcun dubbio al riguardo nemmeno prima, ma dopo aver assistito alla cerimonia di stamane, è lampante che eclisse non sarà.

    • Ciao, grazie per il commento sulla commemorazione di stamattina. Ero lì anche io, sono uno storico e ho avuto saltuariamente a che fare con Ginzburg negli ultimi anni. Sono stato colpito dalle stesse cose di cui parli tu, in particolare dall’inadeguatezza del sindaco di Bologna, venuto a fare il suo spot quando avrebbe potuto limitarsi a un breve saluto in rappresentanza dell’istituzione. Il discorso di Lucio Biasiori è stato eccezionale anche perché ha ricordato a tutti i presenti che oggi non è la fine.

      Una considerazione al volo: da quando si è diffusa la notizia della sua morte, sui social è stato un profluvio di ricordi e testimonianze, che andavano dalla condivisione di citazioni alla condivisione di foto dei sui libri più o meno usurati fino, ed è la modalità prevalente, agli aneddoti di quanti e quante lo avevano conosciuto, incontrato per strada, in biblioteca, ecc. Dietro le solite forme espressive dettate dal medium e purtroppo fastidiosamente centrate sul discorso autoriferito anche di fronte alla morte di un personaggio come Ginzburg, credo di aver intravisto una riconoscenza e un affetto sinceri. Insomma bisogna anche saper andare oltre al fastidio provocato dalla forma espressiva tipica dei social, che purtroppo, quasi tragicamente, sembra aver mutilato una parte di noi capace di esprimere ammirazione e affetto non narcisisticamente.
      Ecco, oggi, con i corpi presenti e sudati nel mezzo dall’ondata di calore nel cortile dell’Archiginnasio, tutti quelli che hanno parlato hanno parlato di lui, non di sé.

      P.S.: lo storico indiano è Sanjay Subrahmanyam.

      • Grazie, Paolo, anche per aver colmato la lacuna. Giustissima l’annotazione sui ricordi via social, bisogna saper leggere “controluce” anche le pratiche che più riteniamo pigre e retrive. Noi anni fa ci scagliammo contro i «necrotweet», una iattura, però in una circostanza come la morte di Carlo Ginzburg, grazie a come ha lavorato e vissuto lui, anche attraverso quel velo può farsi strada qualcosa di veramente sentito.
        Riguardo a stamane, io sono arrivato prima che cominciasse tutto, alle 11, e sono rimasto attonito nel vedere che il Comune non aveva chiuso il posto alle incursioni turistiche. Ho visto portare dentro il feretro mentre intorno turiste e turisti sciabattavano ridacchiando, seguendo le bandierine delle guide. Questo letteralmente mentre accanto a loro passava il feretro. Lì mi sono scorato, mi si è formata in testa per l’ennesima volta la frase del conte Bugnello ne Le città di pianura: «Distruggeranno tutto». Anche perché quel che sta accadendo all’Archiginnasio è una sineddoche di quel che sta accadendo alla città. Durante la commemorazione, al netto dell’irritazione/commiserazione per gli spottini fuori luogo del sindaco, e al netto del magone per la perdita, per fortuna il mio umore è migliorato.

        • Aggiungo che il riferimento all’eclisse – citazione da Baudelaire che parlava della morte del suo caro amico Delacroix – era nell’intervento di Martin Rueff, docente di letteratura francese e storia delle idee all’Università di Ginevra, traduttore in francese di diversi libri di Carlo Ginzburg.

Lascia un commento