
Dori, Giulio e Carlobianchi sull’orlo dell’anticlimax con Genio.
di Wu Ming 1
INDICE
1. «Cosa c’è in questo film che spinge a rivederlo?»
2. Un cinema working class
3. Un cinema col «pallino» del territorio
4. Un cinema di genere, nel senso di gender…
5. Un cinema «macchina per elaborare il lutto»
Finalmente metto in ordine i miei appunti sul cinema di Francesco Sossai. Non solo su Le città di pianura, ma anche sul film d’esordio Altri cannibali (2021), più alcuni riferimenti al corto Il compleanno di Enrico (2023).
A rigore dovrei dire: il cinema di Sossai e Adriano Candiago, perché – deformazione professionale – mi concentrerò sulla scrittura, che nei lungometraggi è a quattro mani.
La faccenda dei David di Donatello ha attirato a Le città di pianura antipatie snobistiche e, soprattutto, tardive. La pioggia di premi è arrivata quando da tempo il film aveva toccato le corde di una moltitudine di persone, che erano tornate a vederlo più volte.
Da qui la domanda.
«Cosa c’è in questo film che spinge a rivederlo?»
La prima volta vedo Le città di pianura quando è appena uscito in sala. A Bologna lo danno all’Odeon. Sono curioso perché nelle interviste Sossai cita scrittori e geografi che anch’io ho letto – Bugaro, Trevisan, Turri, Vallerani, Varotto… – e quel che dice risuona con quanto stiamo facendo sia come Wu Ming sia come gruppo di «Tornare nel Delta». Non a caso, alla spicciolata, entrambe le combriccole vanno a vedere il film.
Poco tempo dopo torno a vederlo, perché mi ha colpito la scrittura. Ogni dettaglio, agganciandosi a molti altri, produce significato, fa pensare, torna ad assillarmi. Voglio capire, leggere “in controluce”, desumere dal film la sceneggiatura1. Stavolta lo vedo al Lumière.
So cosa vuol dire scrivere per suscitare una ri-lettura: pensi al futuro anteriore, al momento in cui avranno letto e qualcosa continuerà a lavorare nella memoria. Piazzi nel testo mine di senso che dovranno esplodere non al primo passaggio, ma ai seguenti. Non sai se funzioneranno, ma ci provi. È evidente che quelle piazzate nel film funzionano.
La terza volta lo vedo al Galliera, insieme alla mia compagna, che non c’era ancora riuscita. I suoi commenti, i ricordi di adolescenza nordestina innescati dalla visione, mi accendono in testa nuovi lumi.
Passano i mesi, arrivano i David e il film torna nelle sale (ma in alcune città non le aveva mai lasciate). La Cineteca di Bologna mi propone di presentarlo con Sossai il 23 giugno, io accetto* ed ecco la quarta visione, al Rialto, e subito dopo la quinta, perché anche la mia compagna vuole rivederlo, e di nuovo le sue impressioni arricchiscono la mia lettura.
ll resto lo faccio guardandolo al computer, ritrovando i punti esatti, fermando le scene, trascrivendo parti di dialogo e leggendo con più agio i titoli di coda.
La parola a Capovilla

Prendere questo libro fotografico del 1981 e approfittare di ogni visita in Polesine per cercare quelle case, vedere che ne è stato. Può capitarti di tutto.
Domenica 31 maggio vado ad ascoltare Pierpaolo Capovilla al festival Desfemo di Boara Pisani, riva sinistra dell’Adige.
Poche ore prima, nei pressi di Concadirame (Rovigo), con la mia zozga di amici ho vissuto un’avventura degna del film, anche più surreale dell’incursione a villa Bugnello. Non è il caso di raccontarla qui, è per dire che arriviamo a Boara dell’umore giusto.
A Capovilla qualcuno chiede: «cosa c’è in questo film che spinge a rivederlo?»
Dapprima risponde parlando dell’atmosfera conviviale e fraterna che ha respirato sul set. Cito dal taccuino: «Mi hanno detto che nel cinema non è sempre così, anzi, che quella era un’eccezione. Dai camionisti agli attori eravamo tutta una comunità».
Non fatico a crederlo, perché guardando il film si sente, ed è una delle ragioni per cui torniamo a vederlo: vogliamo stare ancora con Carlobianchi, Dori, Giulio e il resto della banda, che sta fuori dall’inquadratura ma sappiamo che è lì a vagabondare insieme ai personaggi.
Poi Capovilla dice: «È un film che ha un testo piccolo ma un sottotesto enorme».
E così torno alla mia prima motivazione: la scrittura. Il sottotesto de Le città di pianura non si forma casualmente, non dipende solo dalla libertà interpretativa di chi lo vede. È in gran parte voluto, impostato con mano precisa, lavorando di fino su temi, segni e riferimenti incrociati.
Non solo scrittura
Intendiamoci: un film è più della sua sceneggiatura. La scrittura non basterebbe, se mancasse l’arte prettamente cinematografica. Vedere Le città di pianura è un’esperienza estetica forte, e aggiungo: nel film ogni scelta estetica ha un connotato morale. Non moralistico: morale, che vuol dire più o meno l’opposto.
Ad esempio, la fotografia di Massimiliano Kuveiller non illumina il paesaggio in modo tagliente e impietoso, da film di denuncia, e nemmeno con ironia, come nell’abbacinante Atlante dei classici padani di Filippo Minelli ed Emanuele Galesi. Lo fa con tenerezza, come abbracciando i luoghi per consolarli.
Quest’approccio è rafforzato dalle musiche di Krano, che Sossai usa in modo impeccabile, sottolineando o contrappuntando malinconie, commozioni, sussulti di vita. Per questo Le città di pianura è anche un’esperienza musicale da rivivere2.
Ad ogni modo, io faccio lo scrittore e, da scrittore, ecco cosa credo di aver capito del film.
Quattro punti da fissare
1. Il cinema italiano frequenta poco la classe operaia. Quello di Sossai, invece, fa l’etnografia di un certo soggetto operaio e del suo «rifiuto del lavoro», praticato o vagheggiato che sia.
2. Il cinema italiano di oggi ha difficoltà o scarso interesse a raccontare i luoghi, le loro specificità, le loro stratificazioni di storie. C’è un deficit di geografia. Invece chi fa cinema – come chi fa letteratura – a Nordest ha quel pallino, quell’assillo tipicamente (tri)veneto: il territorio, quel che è gli accaduto, le trasformazioni che ha subito. Senza questo rovello costante, Le città di pianura non esisterebbe.
3. Poi c’è il genere, nel senso di gender, non di genre. Il cinema di Sossai parla di paternalismo e patriarcato, di modelli maschili, di cameratismo iniziatico tra maschi, di vita affettiva tra maschi, mettendo anche in scena pulsioni queer e forse pure trans.
4. A un certo punto ho capito cosa si erano scordati Dori e Carlobianchi all’inizio del film. E, sì, è il segreto del mondo.
Procediamo in quest’ordine.

Altri cannibali. Fausto (Walter Giroldini) e il suo entusiasmo per la meccanica di precisione.
Un cinema working class
Fausto, il protagonista di Altri cannibali, è operaio in una fabbrica di componenti metallici. È solo un impiego temporaneo, dice, ma è lì dal ’98.
Anche Carlobianchi e Dori sono operai: ex-tute blu nel distretto veneto dell’occhiale, nel 2008 diventati «esuberi» e da allora costretti ad altri lavori. Carlobianchi sfalcia l’erba per il comune di Cornia (e forse fa anche altro), Dori sgombra case disabitate.
Genio, vertice del vecchio triangolo isoscele, era in fabbrica con loro, prima di fuggire in Argentina sulle ali di un mandato di cattura.
Sono quattro proletari che detestano il proprio impiego e cercano vie d’uscita, modi di “svoltare”.
Genio, Dori e Carlobianchi c’erano riusciti: a lungo han fatto finta di lavorare mentre rubavano al cavalier Fadiga, padrone-padre di un’azienda che chiama «la nostra grande famiglia». Poi hanno esagerato. Hanno peccato di hybris e il fato ha messo una pietra tombale sulle loro iniziative.
Fausto, invece, di iniziative non ne ha mai prese. Solingo e taciturno, si è perso in fantasie velleitarie, che vanno dalla fuga ai tropici all’antropofagia. Mentre Dori e Carlobianchi ricordano la bella vita che facevano con Genio negli anni Novanta, Fausto la pura vida in Costa Rica l’ha vista solo in cartolina e il suo ricordo più bello risale a quand’era bambino: la finale dei Mondiali di calcio dell’82.

Altri cannibali. Da sinistra, Ivan (Diego Pagotto) e Fausto nella scena del monologo sui mondiali del 1982.
Come i loro protagonisti, le due opere sono molto diverse tra loro, ma è chiaro che Le città di pianura riprende, prosegue e allarga il discorso iniziato in Altri cannibali.
Entrambi i film terminano con una presa di coscienza, un incontro con il reale che apre gli occhi e fa scoprire un «segreto» su come vivere nel mondo. In Altri cannibali accade tutto nella mente di Fausto, che non lo dice a nessuno; ne Le città di pianura è l’esito di un’esperienza collettiva, e parlarne è importante.
Padri, padronato, paternalismo
Ambedue i film sono anche meditazioni sui padri: presenti o venuti a mancare, veri o putativi, talvolta autoproclamati.
Sia a Fausto sia a Genio è morto il padre in un incidente, ed entrambi hanno visto il corpo. In Altri cannibali ce lo racconta la madre in dialetto della Valbelluna; Le città di pianura ce lo fa vedere, nella prima di due inquadrature che sembrano tableaux vivants, quasi alla Kitano.
(La seconda mostra il ritorno di Carlobianchi alla casa di famiglia).

«Però mi son fatto l’ingresso indipendente».
In Altri cannibali le conseguenze della morte sono solo private e interiori: Fausto è rimasto bloccato. È diventato «l’uomo di casa», un ruolo che rifiuta ma che madre e sorella lo costringono a interpretare. Ecco il perché del merluzzo nella vasca: solo Fausto sa cucinare il baccalà alla maniera del padre. Avrebbe ben altro per la testa, ma alla fine gli tocca farlo.
La morte del padre di Genio ha invece implicazioni più vaste: incapsula un rivolgimento storico, la metamorfosi del Veneto negli ultimi cinquant’anni. Segna la fine di «una delle ultime famiglie contadine di Cornia» e spinge il figlio ad andare in fabbrica.
Ne Le città di pianura compare, come si è visto, anche il padre di Carlobianchi. Nella foto di gruppo sorride e tiene il figlio a braccetto, ma in un’altra scena rimprovera lui e Dori perché «non crescono mai». Li ritiene, a conti fatti, bloccati. Come Fausto. Ma si sbaglia.
Sul film, infine, grava l’ombra di un altro “capofamiglia”, Tiziano Fadiga, il padrone paternalista, mattatore della sequenza iniziale ambientata negli anni Novanta.
«Zio can, proprio il giorno che vado in pensione…»
«No go niente», dice l’operaio Primo Sossai ai due tizi che lo abbrancano, «coss’è che go fato?». Ancora non sappiamo che accusa stia negando. In realtà non c’è alcuna accusa, anzi, c’è un riconoscimento. Nello spiazzo davanti alla fabbrica, Fadiga scende dal cielo e premia l’operaio «per il duro lavoro, l’impegno e per tutti questi anni di sacrificio dedicato alla nostra grande famiglia», donandogli un Rolex Day-Date. Primo, commosso, ringrazia e dice: «Lo terrò come una reliquia».
Il rombo dell’elicottero copre la frase di commiato del padrone. Ho provato a leggere il labiale e mi è sembrato di distinguere la parola «attento», nient’altro. Nemmeno Primo capisce, ma Fadiga fa un gesto come a dire «non importa». Quel che doveva fare lo ha fatto, può depennare la voce dalla lista degli impegni. Ora lo attendono a Venezia. La performance è durata poco più di due minuti.

Roberto Citran, sempre perfetto, anche nella veste di Fadiga.
«L’ultima» vs. l’azzardopatia
Genio, che l’orologio non lo riceverà mai, guarda con disprezzo l’elicottero che riparte, poi getta un borsone nel bagagliaio della Citroën. Lui a questa storia della famiglia non ci crede, tant’è che, con Dori e Carlobianchi, ogni giorno frega il padrone. Come vedremo, non andrà a finir bene. Ma a Primo andrà peggio.
Più di vent’anni dopo, infatti, lo ritroviamo nel retro di un bar, mangiato vivo da una slot machine. Una plastica rappresentazione di come l’industria dell’azzardo di massa, con la complicità dello stato, disgrega la classe lavoratrice con le slot, le videolottery, il bingo, i gratta-e-vinci…
Chi ha scritto che Le città di pianura fa l’apologia dell’alcolismo non ne ha afferrato il senso; ma anche fosse, il film condanna senza sconti una dipendenza ben peggiore.
Nel film l’alcol è un pretesto per trovarsi in compagnia e restarci il più a lungo possibile. Ecco perché «l’ultima» sfugge all’assunto dell’utilità marginale decrescente: non ha a che fare col consumo di un bene, il vero scopo è restare ancora insieme. Carlobianchi e Dori non vogliono che Giulio si stacchi da loro, perché sanno che da solo soffrirebbe, e così lo salvano, e gli cambiano la vita3.
Primo invece non l’ha salvato nessuno. È raggelantemente solo. Solo con lo schermo che gli succhia il cervello.4
La reliquia
Carlobianchi chiede a Primo se è vera la storia dell’orologio. Non può riferirsi alla storia del regalo: lo sa benissimo che è vera, quel giorno c’era anche lui. Sta chiedendo se è vero quel che si dice: che Primo, nonostante tutto, l’orologio ce l’ha ancora.
Per tutta risposta, Primo alza il braccio. Il Rolex è ancora lì. Quello non se l’è giocato. Nel crollo e nel devasto sopravvive la reliquia del paternalismo. Che nel frattempo si è sbriciolato: dopo il 2008 l’azienda, presunta «grande famiglia», ha avuto «un sacco di esuberi». La paternità era finta, ma gli orfani sparsi e spersi nella valle sono veri.
Un cinema col «pallino» del territorio
«Portate i figli piccoli sulle Prealpi e fategli guardare la pianura. “Sono stati Chisso e Galan” dite, e giù uno schiaffo. Si devono ricordare.»
(Titta Morticani su Twitter, 17 giugno 2014)5
Una delle primissime immagini de Le città di pianura è una persiana storta, poi sarà un tripudio di «Vendesi», case abbandonate o incompiute, verde scomparso ma dipinto sul cemento, palme in posti incongrui, «informale veneto», asfalto, svincoli, cavalcavia, sprawl che si perde nello smog… Al tedesco che vuole vedere l’Italia prima che gli italiani la distruggano, Carlobianchi replica: «Mi sa che sei arrivato tardi».
Il paesaggio è divenuto estraneo, questo il senso della confessione di Dori, in macchina al buio, il volto ruvido e solcato, gli occhi lucenti:
«Ho una roba in mente io, ultimamente. Guardo le case, con le porte, le finestre, le luci dentro, e penso che io non ci entrerò mai, in quella casa là. Una volta non lo pensavo. Una volta pensavo: io entrerò in quella casa, in quella cucina, in quel salotto, in quella camera da letto.»

Dori e Carlobianchi dopo la fuga in stealth.
Il giorno dopo la «divina provvidenza» gli darà accesso a villa Bugnello, e sarà un evento, ma da anni le case in cui entra non hanno più luci, spesso non hanno più porte né finestre, e salotti e camere da letto – quel che ne resta – li deve sfasciare. A un certo punto lo vediamo all’opera, in montaggio alternato con la pubblicità dei mobili Rampon di San Donà di Piave. La tipica réclame da tv locale, dei tempi in cui il Nordest era la «locomotiva d’Italia».
Nell’impiego di Dori c’è qualcosa di autobiografico, si deduce dal testo di Partita Iva dei Tarzo, il gruppo in cui canta Sossai:
«Ho sgomberato case
nella bassa padovana.
Case dove qualcuno era morto,
qualcun altro se n’era andato.
In quel periodo in testa
avevo solo la pianura…»
«Non rimarrà più nulla di questa regione»
…e nella pianura «riva i barbari a cavallo», dice il conte Luigi Jacopo Maria Bugnello, superbamente interpretato da Denis Fasolo. È a lui che Sossai e Candiago affidano le battute più politiche e più memorabili del film: la considerazione sull’abuso politico della parola «territorio», il Veneto del futuro come un’unica infrastruttura per spostarsi ma senza più alcun luogo dove andare…
L’osservazione che segue la devo a un redattore di Antropocene Ecologia Socialismo con cui ho chiacchierato del film a Vittorio Veneto. Bugnello dice cose giustissime, ma al tempo stesso è una macchietta: il gridolino «yu-hu!», il domestico Isidoro, le due gocce di pernod nel daiquiri ritenute «eretiche»… Non può essere un caso se proprio a lui hanno fatto pronunciare quelle frasi.
Ci ho pensato a lungo, e sono giunto a questa conclusione: il compito di Bugnello è impersonare la solastalgia, il dolore per i mutamenti che gli sono avvenuti intorno, per come è diventato il «territorio», termine che odia e a cui preferisce «terra». Certamente non è l’unico a provare solastalgia, ma è l’unico a isolare quel sentimento dal marasma circostante, a dichiararlo, a metterlo a tema. Forse perché è l’unico ad avere tempo e agio di farlo: gli altri sono intenti a sopravvivere, a non soccombere, a guadare fiumi di precarietà saltando da una pietra scivolosa all’altra.
L’idea di «terra» che ha Bugnello non deriva da una pratica concreta dei luoghi e delle loro contraddizioni. Stiamo parlando di uno sprovveduto, di uno che non sa come muoversi per fermare «i barbari» e disperatamente si affida al primo che passa. La «terra» che difende fuori tempo massimo è un paesaggio come teatro finalizzato al suo godimento estetico, nel quale lui possa continuare a recitare, a dirsi conte anche se dal ’48 la Repubblica ha abolito i titoli nobiliari. Il paesaggio per la cui scomparsa prova dolore è in fondo un capriccio, come quello della scuola del Veronese che Giulio contempla nella villa.
Detto questo, Bugnello è una macchietta, sì, ma è anche un personaggio tragico. Ridiamo delle sue pose, dei suoi modi affettati, del suo farsi abbindolare, ma il suo dolore e il fatto che sia l’unico a esprimerlo con chiarezza richiedono rispetto. Per questo ha senso che lui dica quelle battute. E Fasolo, come dicevo, è perfetto. Il suo sguardo mentre dice: «Distruggeranno tutto» – e manda a Carlobianchi messaggi di disponibilità omoerotica – è già da solo un pezzo di bravura.

Denis Fasolo nella parte di Luigi Jacopo Maria Bugnello.
Fantasmi…
Il viandante tedesco definisce la Lisbona-Treviso-Budapest, che minaccia anche Villa Bugnello, «un’autostrada fantasma», perché non ne trova il cantiere. Ma non lo trova per il semplice motivo che è ovunque. La Lisbona-Treviso-Budapest passa dappertutto, perché è l’insieme di tutti i progetti di nuove strade, autostrade, «bretelle», raccordi, svincoli et similia che continuano ad abbattersi sul Veneto (aggiungo che in Emilia-Romagna è uguale).
Ne Le città di pianura quella è l’unica occorrenza della parola «fantasma». A ben vedere, però, nel film quasi tutto è un fantasma di quel che era. In primis, di quel che era negli anni Novanta: il cocktail di gamberi, l’osteria della Mery, i mobili presuntamente indistruttibili, la maglia con lo sponsor «Prime uve», l’orologio di Primo, la Jaguar rattoppata di Carlobianchi… È un caso che sia una Jaguar S-Type, uscita di produzione proprio nel fatidico 2008?
Persino il «tesoretto» è un fantasma. Il territorio ha subito tali sconvolgimenti che le vecchie mappe sono inutili, a cominciare da quella di Genio con la X e la Polaroid. In Veneto, e in generale in Padania, non puoi nemmeno più seppellire un tesoro che te lo porta via un escavatore.
…e scoperte
Eppure – mi collego a quanto detto sopra della fotografia compassionevole – lo sguardo del film non è solo desolato e solastalgico, ma si ostina a scovare e isolare qualcosa d’altro, un elemento che resista all’omologazione. Un approccio che paradossalmente, come mi ha fatto notare il geografo Francesco Visentin – un altro che sul film ha preso molti appunti – segnalandomi un altro brano dei Tarzo, è più praticabile nello sprawl, a dispetto delle brutture e degli ecocidii, che nei centri storici svuotati di senso e oramai «tutti uguali».
Fuori dalle città, andando alla deriva, è ancora possibile dire tra sé e sé, senza filtri, senza avere in mente un selfie: «Va’ che posto…»
E allora la mappa più sensata è quella che Giulio traccia sui tovaglioli, collegando i luoghi in cui è stato insieme ai suoi compagni d’avventura.
Perché andare in giro può ancora essere un’avventura.

«Va’ che posto…»
Un cinema di genere, nel senso di gender…
..nel senso che Le città di pianura è anche un film sui rapporti di genere, più precisamente sui rapporti interni a un genere. Quel genere.
Nel film c’è un solo vero personaggio femminile, Giulia Antonia. Le altre donne sono solo evocate – come la Paola, l’ex di Carlobianchi – o appaiono fugacemente, oppure entrano in scena in modo straniante. Della Katy che accoglie i tre raminghi per la notte non vediamo mai il viso. Mai.
Le città di pianura è indubbiamente un film su noi maschi, sul nostro disorientamento, sui modelli che ci hanno stampato in testa e su come superarli.
«Una definizione di Genio, vai. Sintetica, però»
Genio, figura maschile vincente e mitizzata, è il role model di Dori e Carlobianchi. La parola «amico», fanno capire, non rende l’idea. È un fratello maggiore. Classe 1960, già uomo quando loro erano ancora ragazzi, li ha portati nel bordello di Villach a farsi «battezzare», gli ha insegnato a fare lo stealth per sfuggire alla stradale, e come “vero uomo” è talmente idealtipico che per interpretarlo non basta un solo attore. Ce ne vogliono tre.
Dopo i primi frammenti di ricordi giovanili, in cui lo interpreta Nicola Rossato, Genio è il protagonista di due sequenze retrospettive.
Nella prima, con il volto e il corpo di Andrea Pennacchi, viaggia per la «Merica» come un personaggio di Jack London, o del Martín Fierro. Lo vediamo sedurre una cameriera, viaggiare sul retro di un furgone e bere mate con altri errabondi intorno a un falò. Questa sequenza è certamente mito, è come Dori e Carlobianchi vagheggiano la vita del loro eroe dall’altra parte del mondo.
Poi c’è la rievocazione del traffico di occhiali. Qui Genio è Filippo Scotti perché Giulio, ascoltando il racconto di Carlobianchi, si immedesima nel “dritto”, nel maverick di successo. In quella veste non sua, si immagina di far colpo su Giulia Antonia. Una fantasia compensativa, perché lui non è «fatto così», dice. Non è bravo a prendere l’iniziativa, men che meno a perseverare.

Giulio/Genio.
Sempre nello spirito di Genio, Dori e Carlobianchi portano Giulio al suo «battesimo». Non è più tempo di fare scorribande a Villach, ma c’è il sex work a domicilio, c’è la Stefy, a cui Dori si rivolge chiamandola «splendore».
«Io queste cose non le faccio», protesta Giulio.
«Da oggi le fai», ribatte Carlobianchi.
È un’iniziazione. I due cercano di aiutare Giulio con gli strumenti che hanno, con la loro mentalità, con il loro vissuto.
«Non ci posso credere… C’è Genio!»
La riapparizione del Genio in carne e ossa è un anticlimax per tutti, suddiviso in due momenti. Il primo all’insegna dell’impaccio, nel parcheggio del supermercato; il secondo della catastrofe, con Genio ansimante su quella X che è l’ennesimo fantasma, elemento centrale di una mappa ormai inservibile. «Adesso che cazzo faccio?» è la sua ultima, disperata frase.
Per Dori e Carlobianchi è la fine del mito. Da quel momento non pensano più al perduto fratello maggiore e si concentrano su Giulio, il loro nuovo fratello minore.
Quando si chiude la porta del treno, Giulio non sente l’ultima frase di Carlobianchi. Anche qui, dal labiale mi sembra di distinguere la parola «attento». Come Fadiga all’inizio del film, Carlobianchi fa un gesto che vuol dire «non importa», ma è un «non importa» diversissimo: non quello noncurante di chi già riparte per un nuovo impegno, ma quello affettuoso di chi sa che ormai ci si comprende anche senza parole.
Giulia Antonia ama Giulio, non Genio
Per Giulio l’anticlimax è una presa di coscienza: non gli servono fantasie compensative, miti di mascolinità, successo, ricchezza facile. La mattina dopo, per prima cosa prenderà l’iniziativa, telefonando a Giulia Antonia. Che probabilmente già lo ama. Lo capiamo dal tono tra il deluso e l’implorante con cui lo esorta: «Ma vieni con noi, no?»; dalle occhiate che non riesce a non lanciargli, e dal suo rispondere subito alla chiamata.

Dal centro della pista, Giulia Antonia guarda Giulio.
A interpretare Giulia Antonia è Giulia Bertasi, che cito da un’intervista rilasciata a I soliti cinefili:
«Le difficoltà di Giulio nell’approcciare Giulia Antonia sono radicate nel suo io, nelle sue insicurezze. Giulia Antonia in realtà è sempre stata vicina a lui, letteralmente; credo invece fosse Giulio quello “lontano”, in un mondo tutto suo, diverso.
Nel momento in cui anche Giulio viene preso – rapito – e riportato da Charli e Doriano a terra, nella dimensione fisica, materiale del territorio, allora la distanza da Giulia Antonia si azzera, finalmente si ritrova sullo stesso pianeta, sulla stessa terra. Trovo anche delizioso che il momento in cui questa distanza svanisce sia non nella vicinanza di tutti i giorni dei banchi dell’università, ma piuttosto in uno dei momenti in cui Giulia Antonia e Giulio sono fisicamente più lontani.»
«Bellissime mani, conte…»
Nelle sale di Bologna, la scena erotica tra Carlobianchi e Bugnello ha sorpreso e divertito, ma nulla di più. Un amico che ha visto il film a Conegliano mi ha invece riferito di mormorii di protesta, tutte voci maschili, ma no, ma perché, cossa gh’entra? Fino a quel momento si erano rispecchiati in quel corregionale, un simpatico beone. Scoprirlo reción ha implicato l’ingoio (ehm) di un bel rospo.
Una torsione inattesa, hanno detto molti. Sì e no. C’è un effetto sorpresa, ma è pensato solo per la maggioranza del pubblico, che è etero, o almeno si pensa etero, si sforza di essere etero. I primi momenti della seduzione gay possono viaggiare interamente sottotraccia rispetto alla percezione straight. Inoltre, in quel momento si presta attenzione ad altro: il contenuto del dialogo, Giulio che studia le carte, Dori che ingurgita il daiquiri… Ma la spettatrice o spettatore queer coglie i segnali, capisce molto prima. La reciproca seduzione comincia almeno – almeno – dallo sguardo che Carlobianchi rivolge a Bugnello mentre questi si avvicina al sofà col daiquiri in mano. Uno dei picchi della prova d’attore di Sergio Romano.

«E i zerca la felizità / senza saver che no ghe n’é / par chi che rento tel so cor / confonde ‘l sèso co l’amor.»
In realtà l’intero film è pervaso di omoaffettività e omoerotismo. Il modo in cui si guardano negli occhi Dori e Carlobianchi; Carlobianchi che attende di essere solo in casa con Dori per mettersi a dormire stretto stretto accanto a lui6; dopo il «battesimo» dalla Stefy, Carlobianchi e Giulio che ballano un tango sulle note di Sèsi Siòp del duo Belumat; Carlobianchi che afferra Giulio per la nuca, come aveva afferrato per la nuca Bugnello…
Il braccio della Stefy
Proprio qui si è insinuato un dubbio: una mia amica, ricercatrice e attivista femminista, ha avuto la netta impressione che, per come si parla di lei e per come si svolge la scena, la Stefy sia una persona trans.
«Non saprei», ho ribattuto. «Vediamo solo un braccio da dietro una porta…»
Mettiamo però che la mia amica abbia ragione: a quante cose è stato iniziato Giulio in quell’appartamento?
5. Un cinema «macchina per elaborare il lutto»
Il primo dialogo tra Dori e Carlobianchi comincia in medias res. Si stanno guardando negli occhi, sorridendo. Si sono appena detti qualcosa di importante, anzi, di cruciale, una conclusione a cui erano arrivati, su cui concordavano…
«Aspetta, me la ricordi un attimo? Mi sa che mi son perso».
«È che… Zio can, non me la ricordo più».
Avevano scoperto «il segreto del mondo», ma subito ne hanno perso memoria, e sarà il loro cruccio per tutto il film.
«Ma il segreto del mondo mondo… o del vostro mondo?», chiede Giulio.
«Che differenza c’è?»
«Ci siamo fatti prendere la mano»
A Boara Pisani, Capovilla ha detto che Le città di pianura parla del «fallimento della weltanschauung produttivista».
Torniamo a quando i due hanno spiegato a Giulio come funzionava il giro d’affari. All’inizio tiravano su «una cifra innocua, tre-quattrocento carte al mese per ognuno di noi, roba che ci pagavamo giusto solo le spese extra, davamo qualcosa ai veci e per il resto ce le bevevamo». Poi, però, «ci siamo fatti prendere la mano, siamo andati avanti per anni, hanno calcolato che avevamo un giro d’affari di qualche centinaia di migliaia di euro».
Sulle prime, a modo loro, facevano la lotta di classe: rifiuto del paternalismo padronale, riappropriazione e ridistribuzione della ricchezza verso il basso. Poi, visto che erano soldi facili, han voluto farne sempre di più, sempre di più, sempre di più, aderendo in toto al modello dominante, quello dello sviluppo per lo sviluppo, delle cifre senza senso del PIL, della pretesa demente di una crescita infinita su un pianeta finito.
Lutto del paradigma o dissonanza cognitiva
Quando finisce un modello, un modo di pensare e di fare, una convinzione che ha dato forma al vivere, si può reagire in due modi: accettandone la fine ed elaborando quello che, rifacendosi a Thomas Kuhn, qualcuno ha chiamato lutto del paradigma, fino a cambiare il proprio modo di stare al mondo; oppure andando avanti come prima, fingendo che la realtà non sia cambiata, o che il cambiamento non ci riguardi. Invece dell’elaborazione, la dissonanza cognitiva.
La seconda opzione è quella scelta dalle classi dominanti, da chi governa le nazioni e i territori: tirare innanzi come e più di prima, nella pretesa di curare i mali dello sviluppo con ancora più sviluppo.
Dori e Carlobianchi si arrabattano in una via di mezzo.
Non fanno finta di niente: hanno tirato il freno, seppure giocoforza, e vivono controcorrente rispetto al «più sviluppo». Carlobianchi non è solo «contrario a Google Maps», non ha proprio il telefonino; Dori ce l’ha, ma lo tira fuori solo una volta, per chiamare la Stefy; usano solo i contanti; nessuno dei due sembra aver mai preso un aereo, dato che confondono l’aeroporto di Venezia con quello di Treviso7…
Eppure non hanno ancora elaborato. A impedirglielo è il mito di Genio. Avevano capito qualcosa di molto importante, ma si sono distratti pensando al ritorno di Genio dall’Argentina, al fatto che dovevano andarlo a prendere…
Non appena quel mito si affloscia, sono liberi.
Giulio definisce la tomba Brion una «macchina per elaborare il lutto». Mentre ne parla, Dori e Carlobianchi appaiono meditabondi.
Il film stesso è una macchina per elaborare il lutto. Il lutto del paradigma.
L’ultimo assaggio
Altri cannibali e Le città di pianura raccontano di assaggi frustrati, deludenti o impossibili. La birra dell’autogrill ha un sapore strano perché analcolica; il cocktail di gamberi non è come Dori lo ricordava e fa vomitare; l’intruglio della festa di laurea è imbevibile e Dori lo sputa; le lumachine della Mery non esistono più; Fausto si chiede che sapore abbia la carne umana; se il baccalà non lo cucina lui non ha il sapore giusto…
Entrambi i film si chiudono con un ultimo assaggio che però si rivela terapeutico. I due finali sono dichiarazioni contro la vita come voracità. A quella voracità Fausto ha rinunciato giorni prima, sconvolto dalla scena dell’uccisione del maiale, ma fa un ultimo tentativo. Dori e Carlobianchi vi hanno rinunciato anni prima, ma erano rimasti in uno stato di sospensione, e finalmente possono andare oltre.
Il dito è duro da masticare, fa schifo e guarisce definitivamente Fausto dalla sua voglia. La delusione lo sblocca e alla buon’ora si riconcilia con la figura paterna. Nell’ultima scena indossa una giacca del padre e, guardandosi allo specchio, sorride.
La sequenza finale de Le città di pianura è più complessa.

Carlobianchi prende un gelato piccolo. Ha un sapore diverso da quello che si aspettava, fiordilatte invece che limone, comunque è buono: «Me lo aspettavo amaro e invece è dolce, nel finale».
Dori ha avuto i gusti che desiderava, ma il suo gelato è esagerato, gigantesco, e instabile. In men che non si dica cade tutto sull’asfalto, dove le auto che passano lo annichiliscono. Non ne resterà più nulla.
È guardando quello spreco che Dori ricorda.
Era questo il segreto del mondo.
Anche Carlobianchi ricorda, e sorride.
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NOTE
* Appuntamento martedì 23 giugno, ingresso dalle h.21, Arena Puccini all’Ippodromo, via di Corticella 102 / via dell’Arcoveggio 37/2, Bologna. Informazioni e acquisto biglietti qui – Promemoria su foto e video qui.
1. Quella di Sossai e Candiago è una sceneggiatura degna dei vecchi tempi, di maestri come Rodolfo Sonego, peraltro bellunese pure lui, di Puos d’Alpago.
2. Con due sole eccezioni, i pezzi di Krano sono extradiegetici – in parole povere, i personaggi non li sentono –, mentre quelli degli altri artisti sono tutti diegetici, interni alla storia. E qualcuno si è chiesto: «Ma in Veneto sono davvero così quei localini, quei bar? Tu entri dalla strada per caso e trovi Wasted Pido o i Laguna Bollente o Krano che suona in acustico, e te li vedi gratis, senza security in mez ai marun?»
Invece in Altri cannibali la musica, con la significativa eccezione del canto degli Alpini, era assente o quasi. Al suo posto rumori vari, tutti diegetici.
3. Nel film anche il tabagismo è peggio dell’alcolismo. Dori ha smesso. L’alcol gli ha fatto ritirare la patente ma lui ha smesso di fumare, non di bere. Quanto a Carlobianchi, «non ha mai cominciato», cioè le sigarette non le ha mai comprate, fuma solo di scrocco. Al bere non ha messo paletti, al fumare sì.
4. «Se vai a casa adesso stai male e basta». Nel cinema di Sossai a casa, in casa, si sta male. La casa di Fausto fa venire la claustrofobia; la casa di Enrico mette a disagio; da quella casa la nonna fugge, rifiutando il proprio ruolo di demente parcheggiata in poltrona; la casa vuota di Genio non solo mette tristezza ma è associata alla menzogna: Genio ha detto che andava a casa perché «cotto», e invece, senza aspettare un giorno, è andato a cercare il tesoro.
5. Oggi, dodici anni dopo, alla lista va aggiunto Zaia.
6. Anche in Altri cannibali Fausto e Ivan giacevano insieme seminudi, ma in tutt’altro modo, senza la minima tenerezza, perché erano estranei e il patto siglato, sebbene ridicolo e vorrei-ma-non posso, era un patto di morte.
7. Ne Il compleanno di Enrico, al timore di Francesco che il millennium bug faccia saltare tutti i sistemi informatici e perdere il lavoro a suo padre, quest’ultimo risponde: «Posso tornare a disegnare a mano… I computer non ci sono mica stati sempre, sai?»
Grazie in particolare a: Claudia, Marco Manfredi e tutta la sozga, Francesco Visentin, Francesco S., Jadel Andreetto, Massimiliano Cappello, Walter Dal Cin e Bea.
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Ho visto soltanto una volta, e in commossa solitudine, “Le città di pianura”. Dopo i titoli di coda, durante l’ultimo bicchiere, mi sono appuntato sul telefono alcune cose che poi ho diffuso via social alla vigilia della cerimonia dei David di Donatello. Le ricopio qui:
Fa pensare, in condizioni completamente diverse, a “Il sorpasso”. Sono entrambi film on the road.
Nel 1962 “Il sorpasso” disegna l’itinerario godereccio con il pericolo sempre presente sul ciglio della strada che da Roma conduce alla costa toscana, passando per luoghi agricoli in procinto di trasformarsi nell’industria balneare delle vacanze di massa.
“Le città di pianura” riscrive letteralmente la mappa del Veneto, tra Venezia e la provincia, la metropoli policentrica che pare la provincia statunitense, la rotten belt che dà le spalle della laguna. È un viaggio psicogeografico ed etilico in cui c’è tutto quello che serve: la sottrazione operaia e la sete inarrestabile, la cura e l’abbandono. E c’è la morte. Alla fine del viaggio degli anni Sessanta c’era quella dello studente che si era lasciato coinvolgere in una corsa senza meta solo all’apparenza spensierata. Al culmine di questo, lo studente che si è lasciato trascinare porta i suoi due nuovi amici alla storica tomba di un industriale veneto.
Se il film di Dino Risi era la rappresentazione del boom economico, dove la frivola abbondanza era il preludio della tragedia finale, quello di Francesco Sossai racconta al contrario la grande crisi dell’Italia a partire dalla disillusione del nord est, la regione che solo trent’anni fa veniva descritta come epicentro del nuovo miracolo italiano, fatto di impresa a rete, delocalizzazioni e autosfruttamento. In fondo c’è la celebrazione, previo passaggio per un sepolcro illustre, della vita, dell’amicizia contro il lavoro, del disincanto come forma di evasione.
“Siamo troppo vecchi per crescere”, dicono Doriano e Carlobianchi. Perché se avete cancellato la storia con la scusa della crescita, non pretenderete che vi seguiamo nel burrone del Sorpasso.
Mi sorprende che qualcuno si sia sorpreso del sottotesto omoerotico. Quegli operai del nordest, non solo i personaggi del film ma quelli in carne e ossa, avevano vent’anni negli anni novanta, e all’epoca facevano una vita molto edonististica. Discoteche, alcol, droga, sesso (con donne e sì, anche con uomini). Spesso erano dei cazzoni, come si può essere cazzoni a vent’anni con una buona paga in tasca, ma avevano un’esuberanza e una voglia di vivere che oggi sembrano inconcepibili – sia la paga che l’esuberanza che la voglia di vivere. Quegli anni e quegli operai erano così, nel bene e nel male, e per non saperlo oggi bisogna essersene dimenticati, oppure non averlo mai saputo.
Gran bel film e altrettanto bella questa condivisione di appunti e pensieri. Grazie.
Mi permetto di aggiungere due righe sulla “questione etilica”.
Per la maggioranza di coloro che ancora oggi “buttano il sangue” nella catena di produzione, la birra dopo il turno o l’aperitivo dopo l’ufficio non sono semplici vizi ma, spessissimo, veri e propri strumenti di sopravvivenza psicologica.
L’alcohol è IL meccanismo di adattamento, il lubrificante sociale che serve principalmente a dimenticare scazzi e scadenze e a farti passar la voglia di infilare la chiave inglese negli ingranaggi.
La società occidentale ha stretto un patto di non belligeranza con questo scenario: finché lunedì mattina ti presenti docciatx, con una mentina per l’alito tra lingua e palato e timbri il cartellino in orario, puoi fare l’alcolista funzionale finché vuoi; nessuno ti dirà nulla.
Se addirittura sei unx di quellx che rifiutano il terzo spritz di fila a 8 Euri, al venerdì sera, rischi pure di passare per quellx stranx!
E c’è pure la svolta 2.0.
Si stà provando a fare esattamente lo stesso identico travaso con le canne: l’importante è che lo spino serale serva a resettare il cervello, aiutarti a fatturare di più il giorno dopo, in modo da sdoganare una nuova, rinnovata, modernissima efficienza stupefacente.
Solo i/le bigottx più incallitx ormai si scandalizzano.
Se alcohol o droghe non fanno per te, in fondo, c’è la svolta new age: la meditazione.
Spesso però bisognerà confrontarsi con l’immancabile frangia estremista, quella dei/delle puritanx con tanto di aureola d’ordinanza, quellx terrorizzatx all’idea che qualcuno si permetta di alterare la propria coscienza per sopportare il metodo di produzione capitalista.
Purtroppo per questx ultimx non è tanto una questione di salute pubblica e neanche di sfruttamento: è proprio il concetto di peccato in quanto trasgressione di una norma divina che li turba.
Per loro il vero cruccio è che ai loro occhi gli/le sballatx non soffrono pienamente e, sopratutto, non in maniera lucida e consapevole, perbacco!
È questa convinzione che in realtà turba le fragili certezze morali dei nostrani bigotti. Per questa tipologia di lavoratori e lavoratrici, un po’ di sano e sobrio esaurimento nervoso è l’unica via verso il paradiso (o l’aumento).
Il ragionamento che fai sull’aspetto etilico/stupefacente come mezzo per far passare ai lavoratori la voglia di infilare la chiave inglese negli ingranaggi mi ha fatto tornare in mente un libro che ho letto un po’ di tempo fa che affronta proprio la questione di cui parli: “Drinking up the revolution” di James Wilt (https://repeaterbooks.com/product/drinking-up-the-revolution-how-to-smash-big-alcohol-and-reclaim-working-class-joy/).
Il testo si riferisce più al contesto anglosassone e non è direttamente sovrapponibile al quello italiano, però aiuta a inquadrare il problema in modo strutturale e allargato agli elementi storici, sociali, economici e politici, perché – tra le altre cose – sottolinea come l’industria dell’alcol abbia mercificato il sano bisogno di momenti di gioia collettiva, contribuendo all’individualizzazione del disagio che ogni persona sperimenta anche solo per il fatto di vivere in società neoliberiste – la “privatizzazione dello stress” di cui parla anche Mark Fisher.
(Il film l’ho visto una volta sola, ma di sicuro lo riguarderò presto alla luce di questa analisi e di queste considerazioni.)
Ciao Roberto,
grazie per il link. Ho letto soltanto l’incipit del testo di Wilt e mi sembra contenga un analisi ovviamente molto più dettagliata dello scenario al quale faccio riferimento nel mio commento.
In estrema sintesi, la grande produzione e distribuzione di bevande alcoliche può funzionare (generare profitto) soltanto espandendo e promuovendo produzione e consumi illimitati e criminalizzando chi ci “rimane sotto”.
È quindi ovvio che il suggerimento a bere con moderazione che sentiamo in giro è una presa per il culo bella e buona, una trovata da agenzia di marketing.
Detto ciò, da persona che ha attraversato e superato il problema della dipendenza da alcol, ho apprezzato tantissimo il film. Mi ha trasmesso davvero tanto. Credo però che avrebbe potuto almeno accennare a quello che in alcuni ambienti che si occupano di riabilitazione viene definito il terzo stadio dell’iniziazione alla sostanza alcolica (e in generale a qualsiasi stupefacente): dopo una prima fase Magica e una seconda Medicinale, arriva inevitabilmente la Miseria.
Nel film Carlobianchi e Doriano stanno perfettamente in bilico tra le prime due e il raconto ignora completamente la terza. È soltanto un dettaglio; ha toccato la mia personale sensibilità; tutto quì.
Inoltre come dice WM1, la scieneggiatura si rifà alla grande con una rappresentazione spietata della ludopatia e ridicolizzando il tabagismo.
Un ultimo spunto dopo la terza visione.
Carlobianchi e Doriano sono fuori.
Fuori di testa, certo. Storditi dall’alcol. Ma sono anche fuori dal tempo: per loro è sempre l’ultima bevuta, persino all’alba. Non la prima di un nuovo giorno perché, come fa notare Doriano al giovane Giulio, «per noi è ancora ieri».
Un avverbio, questo, che non sta ad indicare soltanto il girare delle lancette ma anche una precisa fase storica. Quella della loro vita agiata, quando le banconote da cinquanta abbondavano nelle tasche dei jeans. Un periodo magico, vissuto a livello collettivo da un intera nazione che ha creduto (crede ancora?) ciecamente nel potere terapeutico dei flussi di denaro.
“Le città di pianura” mi ha ricordato un capodanno dei primi anni Novanta, si “entrava” nel 1993, o nel 1994, in Umbria: 3 coppie di universitari partiti dalla Lombardia.
Colonna sonora unica e totale: “Achtung Baby”.
Al ritorno la studente di architettura volle proprio vedere il collegio universitario “Le serpentine” di Urbino. Lo stava studiando ed era l’occasione per visitarlo. Così ci aggirammo in questa struttura, che non so ancora se definire ‘scempio’ oppure, oppure…? Come si puo’ definire un’opera architettonica riuscita? “Riuscita” per chi? Per chi ne usufruisce o per chi è costretto solo a vederla tutti i giorni?
Fu straniante non trovare nessuno e sbirciare le stanze vuote degli studenti dalle finestre. Erano tornati a casa per le vacanze.
Nel film lo studente Giulio convince i due a portarlo a visitare il memoriale Brion, e gli dice “ma voi non sapete niente del vostro territorio…?”
Io fui contenta della fiducia che demmo all’architetta. Probabilmente anche noi dicemmo, scempio o non scempio, “Va’ che posto…”
Stasera abbiamo guardato “Altri cannibali”, è su Mubi, finito in tempo per vedere il 2 a 2 di Olanda e Giappone.
Sorrido, perchè il protagonista quando fa il monologo perfetto sui Mondiali del 1982 tocca tutte le corde possibili, però ho pensato “è un po’ troppo scritto, questo monologo”, che è la mia grossolana critica quando assisto a scene e dialoghi che non aderiscono perfettamente ai personaggi; ma forse è solo un pre-giudizio malposto, in questo caso verso un operaio irrisolto che mette in fila benissimo pensieri e considerazioni; uno specchio implacabile, per i nati negli anni Settanta.
(commento lungo, diviso in più parti, scusate)
Innanzitutto, grazie alle riflessioni sul cinema di Sossai di Wu Ming 1. Grazie perché altrimenti non avrei avuto forse modo di incontrare questi film. Ieri ho finito di guardare Altri cannibali e come mia abitudine ho preso qualche appunto. Altri li ho buttati giù stamattina prima che iniziasse la giostra del pranzo al ristorante. (Che affronto con lo stesso entusiasmo di Fausto in fabbrica. :)
Innanzitutto la fotografia di Giulia Schelhas, mi ha immediatamente conciliato alla visione. Gran lavoro. Immediatamente dopo l’inquadratura nell’inquadratura: la finestra, la foresta e la valle. Poi i rumori, i suoni meccanici, il ferro che cade giù e che a me fa temere sempre di vedere scorrere il sangue. Perché le fabbriche sono fatte di ferro e sangue. Non ne vedremo il colore del sangue durante il film, girato in un bianco e nero bellissimo.
Mi è piaciuta subito l’impostazione linguistica del film, una via di mezzo – ho scritto subito nei miei appunti – fra taglio documentaristico e “neorealista”. Che non so se sono proprio le categorie giuste, forse no, ma sono i due stili che mi sono venuti in mente, leggendo le immagini in movimento. Ma a rafforzare l’impressione generale che i due modi di girare fossero chiamati in gioco è stato sia il notare il gusto di far sentire la presenza della macchina da presa fra le persone sul set, fra i e le personaggi*, sia sentire che la narrazione procede anche grazie ai dialoghi, spesso in dialetto. Credo siano, se non tutti, molti improvvisati con maestria.
…
Occhio, da qui poi c’è un po’ di rischio SPOILER.
Avessi tempo indagherei tre cose:
1) Il titolo, non è (quasi) mai a caso. Per “Altri cannibali” mi sono soffermato su “altri”. Altri da chi? Quali altri cannibali? E se questi sono diversi, in cosa lo sono? Magari domande oziose. Ma se “cannibale” è chi si nutre di carne di un vivente della propria specie, di cosa si nutre un cannibale “diverso”, altro? Il film promette di mostrare, far vedere quindi, cannibali di un tipo diverso. Il titolo spacca, secondo me, spacca. Credo che questo punto, sul cannibalismo si leghi al punto 2 e anche al 3, visto la carne del maiale è, si dice, così simile a quella umana.
2) La scena dell’uccisione del maiale e l’impatto che ha su Fausto e Ivan, i due protagonisti. In quel punto la regia fa una incursione magistrale, per me, nel documentario. O meglio, nello stile documentario. E l’impatto che l’uccisione dell’animale non umano ha sui due personaggi (e forse su attori e troupe) è più intensa di quella che ha su chi guarda seduto lo schermo, ma non per questo più devastante. Ho dovuto fermare la riproduzione della scena per due volte. Fossi stato al cinema sarebbe stata una esperienza tremenda. E lo so che il regista l’ha pensata e voluta che fosse vissuta proprio *così*. In quel momento si ha una vicinanza insostenibile fra vita nuda (la vita degli animali), morte e rappresentazione. Sia i personaggi al di là dello schermo, che chi sta seduto al di qua dello schermo, si vivono un incontro con la morte. Agita nei confronti di un animale non umano totalmente in balia di animali umani più forti, armati e determinati a ucciderlo senza rimorsi. Senza ripensamenti. Vediamo all’opera persone, che sanno perfettamente cosa e come farlo, avvezzi ad aver a che fare con la morte. Accanto a loro, ci sono Fausto e Ivan che fanno fatica a guardare e che di fatto non sanno che fare: il primo è operaio da decenni e considera il suo posto di lavoro come temporaneo, il secondo è un attempato ma “giovane” dottorando in filosofia.
continua…
…
Entrambi nella scena precedente si confessano l’un l’altro di “non farcela più” (a vivere come vivono). In questa scena, che occupa la parte centrale del film, credo che si sia oltre l’horror. Siamo in un fuori scena, in un o-sceno, che lo spettacolo mediatico, in cui siamo immersi ventiquattro ore su ventiquattro, ci riporta edulcorato, commentato, a volte definito come “propaganda”. Viviamo in un’epoca in cui siamo costantemente minacciati e rassicurati allo stesso tempo, legati (come il maiale) in un doppio legame. Altri Cannibali ha, come opera, il merito di sbattere in faccia a chi sta guardando, la morte nuda e cruda di un animale, senza minacciare né rassicurare. È così che và, pare dicano le immagini: questo è quanto c’è dietro il panino al prosciutto che si mangia per strada.
…
…
3) Continuerei il discorso sugli animali, visto che nel film ne sono citati diversi, ma vorrei far notare che il *merda* del film, il maschilista omofobo Sergio, dice a Fausto di averlo “riconosciuto dalle orecchie di porcello”; Non ho potuto far a meno di notare questa battuta, mi ha confermato che la scena del maiale è la scena cruciale del film, ed è quella in cui i progetti di Ivan e Fausto crollano.
4) La canzone degli Alpini, con i versi “montagne addio / non so se tornerò / qui lascio la mia vita / non so se tornerò”, penso abbia a che fare in qualche modo con il percorso di Ivan, il cui nome non ha niente a che fare con “Ivan il terribile” – come dice Sergio – ma ha a che fare con un padre “forse socialista”. Forse anche quello di Ivan alla fine è un sì alla vita?
Film notevolissimo, mi auguro davvero che possa essere visto. Magari fa scattare qualche molla, far sorridere di consapevolezza
Segnalo una svista che ho appena corretto, segnalatami da un amico e per la quale mi scuso: nel parlare di «lutto del paradigma» – e non ho proprio idea del perché – ho scritto «Jung» quando invece pensavo a (Thomas) Kuhn. Ovviamente il concetto di paradigma e le riflessioni sulla resistenza alla fine di un paradigma sono state introdotte da Kuhn nel libro La struttura delle rivoluzioni scientifiche, che è del 1962. Jung non c’entra nulla, era pure già morto.
Preciso che Kuhn non dice “lutto del paradigma”, non è il suo linguaggio, lui parla di resistenze al cambiamento del paradigma, e il paradigma è strettamente quello epistemologico, della conoscenza scientifica. L’estensione o uso figurativo del concetto e la metafora dell’elaborare il lutto sono posteriori.
Resta il mistero di come sia apparso Jung, autore di cui ho letto solo gli scritti sugli UFO… Forse una svista per assonanza, o devo aver copiato dal taccuino soprappensiero. Ad ogni modo, ho sistemato.
Anch’io sono lungo e divido in due il commento!
Attendo di vedere Altri Cannibali!
Intanto su Le città di Pianura, in attesa di rivederlo per la terza volta all’Arena Puccini, pensavo al perché di tanto successo. Il successo più bello, quello che si costruisce nei mesi perché sul film viene da ripensarci, e allora ogni tanto qualcuno te ne parla, e il film ancora lo tengono in alcuni cinema, e ci vai, e poi ne riparli anche tu…
Poi, sì, diventa anche il film “da vedere”, come quelli da fiammate improvvise di successo e “se non l’hai visto sei out”, e i premi se ne accorgono – tardi ma se ne accorgono – e arrivano a decine.
Ciò non toglie che il film avesse imboccato la sua strada per il successo molto tempo prima, e da solo.
WM1 analizza soprattutto la scrittura del film, e io mi sono detto: sì è la scrittura del film che te ne fa innamorare, che ti pare di stare lì con loro.
Però il film ha anche molto di visivo, di interazione tra suoni e immagini, di puramente filmico, insomma. Il film sperimenta, azzarda….però lo fa sempre a braccetto con la sua storia, con i suoi personaggi, non si alza sopra di loro a gridare “guardatemi”, ma sta tra i sedili della macchina come a rendersi altro amico in giro con loro, che ha nelle immagini la sua voce.
Film così si propongono di raccontare tutto. Il mondo, la geografia del mondo. Pur rimanendo attaccati a 3 personaggi che “non fanno nulla di speciale”. E mi ricorda subito tanta commedia all’italiana. In fondo anche tanto neorealismo. Che erano anche loro correnti di scrittura. La commedia all’italiana primariamente. Infatti non è ricordata nelle storie del cinema, però i suoi film li ricordano anche all’estero: sceneggiature eccezionali, grandi prove d’attore, e anche regie eccelse, ma interamente al servizio della storia. La commedia all’italiana non ha mai avuto un manifesto d’intenti. Veniva dal neorealismo, in fondo. Lui sì ce l’aveva, il manifesto. Usciamo in strada e raccontiamo il mondo, appunto. Con le tecniche visive ridotte all’osso, ma dove servono per la storia, allora sì, ce le reinventiamo. E soprattutto, raccontiamo tutto!
Ancora oggi trasecoliamo (e fuori Italia ancora di più) per quella capacità inarrivabile di raccontare storie così crude e dure, ridendoci pure sopra. È il fulcro della commedia all’italiana. Ma anche del neorealismo: in Ladri di Biciclette si piange, ma prima si è anche riso!
Insomma ho avuto la sensazione che Le città di pianura in fondo abbia ritrovato, sotto strati e strati di “filmificazione selvaggia” un solco antico (che poi, nemmeno troppo antico. Ma oggi le ere geologiche colutrali sembrano durare tre-quattro anni!).
Raccontare il mondo, tutto il mondo, facendoci un giro nei paraggi.
Ieri sera ero alla proiezione all’Arena Puccini, gremitissima. La chiacchierata tra WM1 e Sossai è stata molto interessante. Del regista mi hanno colpito molto la profondità e la precisione non solo del lavoro fatto sul/con il film ma anche della visione e delle idee che ne sono alla base. Molto studio, molta consapevolezza e molta osservazione che, unite alla bravura, hanno permesso di arrivare a questo risultato magistrale.
E, come dice giustamente WM1, Le città di pianura è un film da rivedere. Io ero “solo” alla seconda visione e già ho notato molti elementi e dettagli che alla prima erano sfuggiti (anche grazie all’articolo qui sopra e ai successivi interventi).
Conosco poco il nord est ma mi pare di capire che il film di Sossai riesca a restituirne elementi sostanziali, legati agli ultimi 50 anni e al post-crisi del 2008, in maniera molto vera e lucida.
Il Veneto non è direttamente sovrapponibile all’Emilia-Romagna, regione in cui sono tornato dopo parecchi anni all’estero, eppure mi pare che anche qui si intravedano, nel vivere di tutti i giorni, nelle scelte delle amministrazioni locali, nell’affermarsi spietato del solo paradigma economico, gli stessi sintomi di un malessere umano e di un disastro sociale e ambientale che rimane troppo spesso sotto traccia nella narrazione dei luoghi, nelle prese di parola del “mondo della cultura” oltre che nella percezione collettiva. Eppure scrivo durante l’ennesima ondata di calore, in un’area devastata ripetutamente negli ultimi anni da alluvioni e altri fenomeni atmosferici violenti.
È possibile portare questi temi al centro della vita e della produzione culturale, dell’attenzione delle persone e, infine, del discorso politico? Ammetto il mio grande pessimismo ma, forse, non si sa mai.
Volevo aggiungere una postilla velocissima (ma abbastanza lunga da passare il controllo di battute ;-): Sossai ha parlato del suo rifiuto di usare droni per le riprese perché la prospettiva del drone è lo sguardo di nessuno mentre lui cercava il punto di vista, lo sguardo delle persone.
Questa presa di posizione può sembrare solo una questione di poetica, di estetica filmica, ma la riflessione sui droni (sul loro uso e sul rifiuto di usarli, come in questo caso) non può mai essere scissa, credo, da una riflessione critica più allargata che tocchi gli aspetti tecnologici, economici e militari collegati all’idea stessa di drone, perché, come si sottolinea in altri articoli qui su Giap, tout se tient.
La presa di posizione di Sossai nei confronti dell’uso dei droni è, quindi, poetica e politica (come del resto lo è lo stesso film).
Aggiungo un’altra cosa molto bella che ha detto Sossai: ha scelto di girare il film non in digitale ma in pellicola perché la pellicola consente di riprendere i luoghi – anzi, gli intervalli tra gli oggetti, come ha detto ispirandosi al concetto giapponese di Ma, 間 – «in modo dolce e gentile», inoltre costringe a seguire «un rituale» di cui invece il digitale ci ha privati.
Come noi WM e altri andiamo dicendo da anni, i territori emiliano-romagnoli sono stati massacrati esattamente come quelli veneti e lombardi. Lo si constata empiricamente, anche solo percorrendo la via Emilia e vedendo sui due lati il deturpamento asfalto-cementizio, il litosarcoma di poli logistici e centri commerciali, la distruzione degli ecosistemi.
Non sono solo “impressioni”, lo dicono anche i dati. Consumo di suolo: la Lombardia è staccata ma col Veneto è una gara al fotofinish. Qualità dell’aria: quella della pianura padana è la peggiore dell’Europa occidentale, senza distinzioni tra regioni perché lo smog non riconosce i confini amministrativi. Dissesto idrogeologico: ogni volta che piove viene giù e/o finisce sott’acqua mezza regione. Erosione costiera, eccetera.
La seconda controprova si ha passando in rassegna le sbandieratissime “eccellenze” dell’economia regionale, che in realtà sono tutte orrori: motori (e mito dei suddetti), plastica usa e getta (la «packaging valley»), turismo di massa ad alto impatto, agrobusiness idro-vorace e drogato di chimica (peraltro sempre meno finalizzato all’alimentazione umana, vedi alla voce centrali a biomasse), giganteschi allevamenti intensivi, strapotere delle lobby del cemento-e-tondino e delle infrastrutture di trasporto… Come abbiamo detto tante volte, possono sembrare “eccellenze” solo perché, come è tipico di quella pseudoscienza che è l’economia, le loro conseguenze sono rimosse dal discorso, sono derubricate come “esternalità”. Non appena le fai rientrare nel quadro, capisci che di “eccellente” non c’è assolutamente nulla, che questo è il peggior modello possibile, e soprattutto che territorio e paesaggio, alla maniera loro, lo stanno gridando da anni, inascoltati.
La domanda allora è: come mai nella nostra regione questo discorso che facciamo, e che nel nostro piccolo cerchiamo anche di tradurre in arte, in letteratura, è così minoritario?
Attenzione, non solo minoritario in assoluto e quantitativamente, ergo – quando poi si va a votare – elettoralmente: quello accade anche in Veneto, tant’è che le elezioni le vincono sempre quelli che incensano la Lisbona-Treviso-Budapest. No, intendo minoritario anche presso chi “fa cultura”, chi per il ruolo e l’ascolto che ha e il mestiere che fa dovrebbe produrre discorso critico. Questa è la differenza rispetto al Veneto.
Qui gli scrittori che cercano di raccontare il territorio e le trasformazioni che ha subito li conto sulle dita di una mano. In Veneto praticamente tutti gli scrittori, bene o male, fanno quello.
Come ho scritto qui sopra – cfr. link dove parlo del “pallino” veneto del territorio – e come ha detto ieri sera anche Sossai, presso chi fa letteratura o cinema in Veneto il territorio/paesaggio/ambiente è il tema dei temi. Negli anni si è formato un corpus molto coerente (al netto dei diversi stili e approcci individuali) di opere che parlano di questo. Parlano sempre di questo, anche quando in apparenza il tema è un altro. Basti vedere qualunque film di Carlo Mazzacurati, perfino quello più “leggerino”, La sedia della felicità. Oltre al cinema e alla letteratura, ci sono anche le scienze sociali, c’è l’attivismo… Penso alla paura che ha suscitato nei vandali ambientali il libro una cui rara copia sventolavo ieri dal palco, Il grigio oltre le siepi, da cui Sossai ha tratto più di un’ispirazione per il film.
Come si diceva sopra, tutto questo non si traduce in grandi vittorie politiche – anche se le vittorie locali non mancano – ma almeno restituisce il quadro di una cultura vivace, che prende le botte ma almeno le prende dimenandosi, e ogni tanto restituendo qualche cazzotto. In Emilia-Romagna nel mondo della cultura ci si dimena molto meno. Perché?
Parte della risposta certamente sta nel fatto che troppi scrittori, registi, operatori culturali, intellettuali pubblici sono compiacenti nei confronti delle mitologie sul “buongoverno” della Regione, sul fantomatico “modello emiliano” ecc. In Veneto sono più disinibiti perché non organici culturalmente all’amministrazione e al potere.
Là dove governa la destra l’associazionismo e gli intellettuali sono più radicali, mentre qui dove governa la “sinistra” – che amministra la Regione, il capoluogo di regione e la maggior parte dei centri più grandi – sono tendenzialmente sonnecchianti, benché i problemi siano gli stessi e il territorio cerchi in ogni modo di farlo capire.
L’Emilia-Romagna, soprattutto la sua parte orientale, è uno dei principali “punti roventi” della crisi climatica nel Mediterraneo. È l’area che sta subendo il peggior impatto. Ci sarà pure (quantomeno) una correlazione tra la situazione attuale e l’economia ecocida che si è voluto imporre a ogni costo, col suo correlato di pesanti infrastrutturazioni e manomissioni…
Nondimeno, qui è tutto un «non è il caso di criticare troppo sennò si fa un favore alla destra», «non è il momento di picchiare duro su questo perché tra poco ci sono le elezioni», «ti pare che coi fascisti al governo del Paese la priorità sia attaccare il modello emiliano» ecc.
E così, a forza di rimuovere, non si elabora il disagio, lo si lascia “inespresso” e dunque, alla prima occasione, mal espresso, e fuori dai grandi centri la destra – quella che non si vorrebbe favorire – si espande a macchia d’olio. Come avviene dalle mie parti, nel Basso Ferrarese / Delta del po, dove non è difficile cogliere una diretta proporzionalità tra l’impatto socioambientale della crisi climatica e l’affermarsi di amministrazioni reazionarie. Come dall’altra parte del Po, insomma… ma senza una scena di autori come quella che ci ha dato I quindicimila passi, Effetto Domino, La via di Schenèr e Le città di pianura.
Ieri ho finalmente visto il film. Vale la pena se non altro per la critica, serrata e circostanziata, a quella schifezza del “cocktail di gamberi” (geniale anche l’approccio con la camera alla coppa). Il film è davvero potente e continua la riflessione sul “pensare la politica dopo la classe operaia”. Mi permetto di segnalare sempre Wu Ming 1 sul binomio filmico Salò/Amici miei, film tipicamente maschili e maschilisti. Qui, in “Città”, c’è invece un attacco al patriarcato/paternalismo con il gender (direi più di tutto il loro dormire abbracciati) e il “giovane” (come diceva giustamente jimmyjazz) che porta i “vecchi” nel cimitero (nel Sorpasso pure c’è una visita al cimitero…). Ci sarebbe altro da dire, ma magari lo devo vedere un’altra volta…