La Banda Hood: quattro recensioni e un’intervista

La vera storia della Banda Hood è in ristampa. Alle seimila copie tirate in prima battuta se ne aggiungono duemilacinquecento per coprire le attuali richieste. Quindi se doveste fare fatica a trovarlo si tratta solo di aspettare qualche giorno (auspicabilmente). Buon segno, comunque, significa che la risposta di lettori e lettrici c’è stata anche stavolta. La rassegna stampa non è molto nutrita, ma quanto uscito finora è lusinghiero.

La recensione cartacea più bella – nonché l’unica – è quella di Edoardo Rialti, apparsa sull’inserto “TuttoLibri” de La Stampa, il 25 maggio scorso. Rialti coglie gli elementi portanti della storia e tante tematiche sottese, oltre ai riferimenti o riusi della tradizione letteraria (Tolkien incluso). Il pezzo – leggibile integralmente qui – si intitola Robin Hood non esiste e la leggenda si fa cronaca.

«…Il romanticismo medievalizzante, innamorato del moto comunque elitario d’un carisma che dall’alto si chinava verso il basso, ne ha fatto un aristocratico decaduto: in Schiller, Dumas, Scott il brigante buono è sempre nobile. Wu Ming 4 torna invece a quello scontro di correnti e risale alla genesi effettiva della storia che si rivela esito di un sogno condiviso, un “eroe dai mille volti” non perché la medesima individualità ne assuma via via uno diverso, ma perché essa stessa è un mosaico di soggetti diversi, più un ambiente che un singolo isolato nell’eccezionalità. Una banda di reietti, di respinti e braccati, che trovano scampo e vita nuova al riparo di un mondo altro, quello perenne della natura selvatica e vedono le loro azioni fondersi, sovrapporsi a quelle della fiaba.

Una lunga e articolata recensione era già uscita sul sito di Bolis Edizioni il 10 maggio, intitolata Il Robin Hood di Wu Ming 4: la vera storia della Banda Hood, e firmata Strider. Anche quella centrava alcuni temi ed elementi portanti della narrazione: 

«Sin da subito vorrei sottolineare che la cosa che maggiormente mi ha colpito è lo spazio che viene dato alla dimensione narrativa della vicenda, poco considerata nelle versioni cinematografiche, alle storie di cui gli uomini sono fatti, che sedimentano nella cultura e che via via plasmano delle identità personali, sociali e culturali. Insomma, viene dato risalto alla leggenda: la base è una banda di fuorilegge, la banda Hood, ma le storie che nascono intorno ad essa creano qualcosa di diverso e per certi versi superiore al sostrato reale; storie che vengono raccontate, per motivi diversi, dalla stessa banda, da esterni imparziali (il popolo) e persino dagli antagonisti (Guy di Gisborne). La cosa veramente stupefacente però è che le storie che creano la leggenda nascono da una storia, del tutto differente, che un menestrello (il Cantagallo della situazione) racconta proprio alla banda Hood. Una circolarità creativa della narratività umana.»

La terza è la videorecensione realizzata da Luca Pantanetti, sul canale Youtube dell’agenzia letteraria Scriptorama, di cui è titolare. Pantanetti coglie per primo – insieme a un libraio fiorentino, per la verità – il riferimento implicito a Peter Pan presente nel romanzo di Wu Ming 4:

«La vera storia della Banda Hood è quella di un ritaglio di Inghilterra che scolora nella leggenda e di miti che infettano la realtà. Riccardo Cuordileone, il fratello Giovanni, sono personaggi storici, reali. Robin Hood è un mito, una leggenda, o, più prosaicamente, un falso. Robin Hood è una voce, una diceria. È il folletto della foresta, colui che ne custodisce le vie segrete. Attraverso di esse trovano rifugio Little John, Will Scarlett, e una banda di orfani e reietti come i bambini perduti nell’Isola che non c’è, lontano dagli adulti, dalla società, dalle leggi comuni. E non manca una personale Wendy a prendersi cura di loro, a dare un senso alla loro realtà, attraverso le storie. Storie di boschi, di divinità antiche, di un padre albero rassicurante e protettivo, che non li abbandonerà come ha fatto il resto degli adulti. Come narratrice, Wendy è madre di storie, ma anche sacerdotessa che officia riti per tenere al sicuro questi ragazzi/uomini dei boschi, madre ma vergine, come una vestale, e come la Madonna.»

La quarta è la recensione della nostra vecchia conoscenza Luigi Chiarella, alias Yamunin, che sul suo blog pubblica una riflessione originale sul romanzo partendo niente meno che dalla fisica quantistica e da un libro di Carlo Rovelli (troppo onore):

Questo andare a fondo nella storia di Robin Hood, la quale dopo secoli di sedimentazioni si è sclerotizzata intorno all’eroe-maschio-nobile-decaduto-che-compie-atti-di-giustizia e che, come lo spazio euclideo, ci appare liscia, chiara, con ruoli rigidi e definiti, porta alla luce grani narrativi messi da parte dalla narrazione dominante e che problematizza le relazioni fra i personaggi. Ad esempio, viene restituito alle donne il ruolo che hanno avuto nella Storia coeva alla narrazione delle gesta della banda Hood e – di conseguenza – la narrazione stessa ne risulta arricchita. Ed è anche questa relazione fra le ballate originarie, riportate alla luce e intessute nel testo, che rende plausibile e giusto l’uso nel titolo dell’aggettivo vero. Leggendo La vera storia della banda Hood si può rientrare in contatto con quel nucleo di racconti originari, assaporare il gusto delle storie che stanno alla radice del mito di Robin Hood, ché – per scomodare anche Democrito – la verità è nel profondo. E le storie, penso io, sono vere quando si sente che dentro c’è la vita.

Infine, c’è l’intervista che Loredana Lipperini ha fatto a Wu Ming 4 nella puntata di Fahrehneit del 29 maggio, su RadioRai3, dove, tra le altre cose, si cita Mariano Tomatis e l’approccio “smark” ai miti. Buon ascolto.

Ne approfittiamo per ricordare che la prossima presentazione de La Vera storia della Banda Hood si terrà a Bolzano, il 7 giugno, alla Nuova Libreria Cappelli, Corso libertà 2, alle ore 18:00.

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