Yekatit 12 | Febbraio 19. Zerai Deres, una mappa e una data per agire la memoria.

Secondo post, di quattro, per avvicinarci alla scadenza di Yekatit 12, il 19 febbraio, che abbiamo lanciato come giornata di iniziative per ricordare i crimini del colonialismo italiano.

Una settimana fa abbiamo reso pubblica la mappa qui a destra, in costante aggiornamento, dove intendiamo rappresentare i luoghi di una sterminata “topografia colonialista”: edifici, monumenti, odonimi, lapidi e fantasmi che incarnano nel paesaggio l’eredità coloniale d’Italia.

Abbiamo battezzato il progetto “Viva Zerai!“, in assonanza con il “Viva Menilicchi!” che architettammo a Palermo nel 2018. Ma chi diavolo era questo Zerai?

Per raccontarlo, possiamo ripartire dal 19 febbraio 1937 e dal massacro di Addis Abeba, in risposta all’attentato contro il Viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani. Come abbiamo visto, gli Italiani non si accontentarono di scatenare una gigantesca rappresaglia, ma deportarono all’Asinara, e poi in altri luoghi di confino, circa 400 notabili etiopi, per punirli, sorvegliarli e raccogliere informazioni. A questo scopo, nell’estate di quell’anno, il regime fascista convoca a Roma una squadra d’interpreti: tra questi, c’è ዘርኣይ ደረስ (Zerai Deres), un ragazzo di ventiré anni, nato in un villaggio dello Hamasien, venti chilometri a nord-ovest di Asmara, capitale dell’Eritrea italiana.

Zerai parla il tigrè, la sua lingua madre, l’amarico e il ge’ez, ma quando scrive preferisce farlo in italiano, come ha imparato a scuola. Di famiglia ortodossa copta, si converte alla religione cattolica e abbandona la casa paterna per entrare in seminario, salvo poi lasciare anche quello, a quanto pare per colpa del razzismo dei frati. Per guadagnarsi da vivere, si fa assumere come interprete dall’amministrazione coloniale. Ma nonostante lo si possa credere uno house negro – secondo la celebre definizione di Malcolm X – Zerai è tutt’altro che un leccapiedi delle autorità italiane.

Nel 1936 scrive due lettere anonime, mai pubblicate, al Corriere dell’Impero, nelle quali contesta le affermazioni segregazioniste del direttore, rivendicando il ruolo degli “indigeni” eritrei nelle conquiste militari degli Italiani in Africa.

Da Roma, dove rimarrà per un anno, spedisce al fratello Tesfazion lettere indignate per il razzismo delle persone che incontra. Non vede l’ora di rientrare in Eritrea e di riabbracciare la donna che ha sposato poco prima di partire, nell’aprile 1937.

La statua del Leone di Giuda, ricollocata ad Addis Abeba nel 1960.

Il 14 giugno 1938 ottiene le carte per il rimpatrio. Il giorno successivo, mentre è diretto alla stazione Termini, s’imbatte nel monumento ai Caduti di Dogali, sotto al quale, da poco più di un mese, per celebrare un anno d’Impero, è stata aggiunta una statua del Leone di Giuda, simbolo della corona d’Etiopia. La scultura viene da Addis Abeba, l’hanno trafugata i fascisti al loro ingresso in città, e in origine era dedicata a Menelik II, in quanto vincitore nella battaglia di Adua.

Zerai s’inginocchia, forse prega. La scena non passa inosservata. Due militari gli si avvicinano, gli ordinano di circolare. Il ragazzo si alza di scatto, sfodera una sciabola. Secondo Hidat Berhane, il principale biografo del nostro, si trattava di un’arma tradizionale, appartenente a un superiore di Zerai, che l’aveva dimenticata nel suo ufficio al ministero delle Colonie. Zerai lo doveva incontrare a Napoli, dove si sarebbe imbarcato, proprio con l’intento di restituirgli il pezzo da collezione.

Fatto sta che Zerai è lì, al centro di Roma, elegante nel suo completo scuro, e ora grida con la sciabola in pugno. Jacques Bureau gli mette in bocca parole precise: “Abasso l’Italia, abasso Mussolini, Viva Etiopia, Viva il Negus!”. I documenti di polizia, citati da Alessandro Triulzi, dicono che pronunciò ““parole ingiuriose indirizzo Italia e Duce inneggiando negus”. Sia come sia, una piccola folla si raduna intorno a lui, cercano di fermarlo, qualcuno (secondo i giornali tre persone) rimane lievemente ferito. Un carabiniere spara, colpisce Zerai alla coscia, quindi lo arrestano e lo portano in ospedale.

Fin dalle prime ore, il suo gesto è considerato un atto di follia improvvisa. I giornali di regime liquidano l’episodio in poche righe. Come già era successo a Violet Gibson dodici anni prima, anche Zerai viene giudicato infermo di mente e internato nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto. Da qui riprende la corrispondenza col fratello, dichiarando di trovarsi in manicomio, “perché così vuole la politica del governo”.

Tesfazion Deres, nel luglio 1939, riesce a incontrare suo fratello alla “casa dei matti”, ma non può far nulla per liberarlo. Zerai morirà tra quelle mura il 6 luglio 1945. La città nella quale è prigioniero è stata occupata dagli Alleati due anni prima, ma nessuno s’è interessato al suo caso, nemmeno a guerra finita. Il fratello ottiene soltanto che la salma venga rimpatriata e sepolta nel villaggio natale, tra due leoni di pietra.

Il quotidiano di Addis Abeba Ethiopian Herald, il 22 ottobre 1945 dedica un articolo alla morte di Zerai, chiamandolo, fin dal titolo, “uno dei più eccezionali patrioti etiopi” e sostenendo che, sguainata la spada, “precipitandosi su migliaia di fascisti, uccise cinque italiani e ne ferì molti altri”.

Da allora, il suo nome è stato celebrato in molti modi e per molte ragioni. La voce su di lui della Wikipedia italiana, molto ben fatta e curata, analizza la trasformazione di Zerai Deres in eroe nazionale sotto il paragrafo “mitizzazione” – che allora dovremmo introdurre in moltissime altre voci, da Norma Cossetto alle foibe, da Garibaldi a Silvio Corbari.

Statua di T. Sankara ai giardini Montanelli di Milano

Per noi, la performance di Zerai davanti al Leone di Giuda e all’obelisco per i Cinquecento di Dogali è la prima testimonianza, in Italia, di un gesto di ribellione contro il colonialismo, ispirato dall’arredo urbano. Per questo, non meno mitizzatori dei cantastorie d’Etiopia, lo nominiamo patrono della guerriglia odonomastica e topografica, cioè di quelle azioni che non si sono fermate nemmeno durante la pandemia, com’è avvenuto a Padova, il 20 giugno, con l’iniziativa “Decolonizzare la città“, a Milano, grazie al centro sociale Il Cantiere, con l’opera collettiva “Decolonize the city” e a Reggio Emilia, con l’intervento degli Arbegnuoc Urbani in via Makallè.

La mappa “Viva Zerai” vuol essere uno stimolo per azioni del genere, fatte anche con un semplice adesivo. Oppure con una missiva al sindaco, come ha fatto il responsabile trentino dell’Uaar Alessandro Giacomini, dopo che il sito d’informazione Il Dolomiti ha dato notizia del progetto Yekatit 12, segnalando alcuni odonimi da noi rintracciati. Primo fra tutti: via Italo Balbo a Saone, frazione di Tione di Trento. “Una manganellata alla memoria”, l’ha definita Giacomini.

A questo proposito, ci teniamo a ribadire che i nomi e i monumenti elencati sulla mappa non sono per forza esecrandi, – come quello di Balbo – o meritevoli di essere abbattuti, cancellati e dannati. Noi li consideriamo occasioni da non perdere, per ricordare. Questo non significa che mettiamo sullo stesso piano Rodolfo Graziani e un caduto forlivese nella battaglia di Adua, né ci auguriamo che i loro nomi subiscano lo stesso trattamento. Allo stesso modo, crediamo si debba intervenire in maniera diversa su una targa stradale e su una lapide, sull’intitolazione di una scuola e su una statua.

Per l’inserimento dei luoghi sulla mappa, oltre alle diverse categorie, abbiamo cercato di definire qualche criterio, onde mantenere il focus sull’eredità coloniale.

  • I caduti nelle battaglie “africane” della Seconda guerra mondiale, combattute per lo più contro l’esercito britannico, non rientrano nella mappa (a meno che non ci siano altri motivi per inserirli). Certo: se il Regno d’Italia non avesse occupato la Libia per trent’anni, i suoi soldati non avrebbero combattuto sul fronte libico, ma poiché non si trattò di una guerra coloniale – bensì del teatro di una guerra più vasta – preferiamo tralasciarlo.
  • I nomi di città e regioni colonizzate dal Regno d’Italia verranno pian piano inseriti. Abbiamo scelto di non considerare i territori occupati dopo la prima guerra mondiale e annessi direttamente all’Italia metropolitana. Quindi niente via Zara, via Bolzano o via Gorizia. Questo non significa che non verranno inseriti luoghi e nomi coloniali all’interno di quelle città o regioni.
  • Dei personaggi ricordati per i motivi più diversi, valuteremo l’importanza dei loro trascorsi coloniali o del loro appoggio al colonialismo. Per questo abbiamo Gabriele d’Annunzio e non Giovanni Pascoli, per L’ora di Barga; abbiamo Ferdinando Martini, governatore d’Eritrea per 10 anni e Ministro delle colonie, e non abbiamo Vittorio Emanuele III, imperatore d’Etiopia e Re d’Albania; e abbiamo Pietro Badoglio, criminale di guerra in Etiopia, ma non abbiamo Italo Pietra, che partecipò alla guerra d’Etiopia da soldato e fu poi comandante partigiano nell’Oltrepò pavese.
  • Abbiamo deciso di non mappare eventi o personaggi legati ai rapporti tra l’Italia e le sue ex-colonie, compresa l’esperienza dell’Amministrazione Fiduciaria Italiana in Somalia. Servirebbero quindi nuovi dettagli per valutare l’inserimento di Via Pio Semproni, ad Ascoli Piceno. Semproni prestò servizio in AOI dal marzo ’36 all’agosto ’38. Nel Dopoguerra si arruolò nel Comando Carabinieri Eritrea e morì ad Agordat il 21.10.1950 in uno scontro a fuoco.

Via via che si presenteranno nuovi “casi limite”, decideremo per nuovi criteri, insieme al collettivo di collettivi Resistenze in Cirenaica, che ci affianca nell’impresa, e grazie alle discussioni che si svilupperanno qui. Come già ricordato, chiunque voglia contribuire può mandarci un elenco di luoghi, il più possibile completo di informazioni storiche e geografiche, scrivendo alla mail che compare nella colonna destra, oppure postando direttamente un commento.

Concludiamo segnalando un’altra mappa e un progetto legato alle tematiche di questo post.

La mappa è quella di Postcolonial Italy, un’iniziativa simile alla nostra ma limitata (per ora) ad alcune città.

Il progetto è quello proposto dal sito campifascisti.it, dal quale – tra le altre cose – abbiamo attinto notizie e posizioni di alcuni luoghi d’internamento dei sudditi coloniali. In questo caso, il focus è sul campo di concentramento di Rab/Arbe. Attraverso un crowdfunding su Produzioni dal Basso, l’obiettivo è quello di finanziare una ricerca d’archivio, un sito dedicato in 4 lingue (italiano, sloveno, croato e inglese), un database di tutte le persone internate e un viaggio della memoria. A curare il progetto saranno Andrea Giuseppini di Topografia per la Storia e lo storico Eric Gobetti, che qui conosciamo bene per le sue ricerche sulla resistenza jugoslava, sul confine orientale e sulle foibe.

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23 commenti su “Yekatit 12 | Febbraio 19. Zerai Deres, una mappa e una data per agire la memoria.

  1. Complimenti vivissimi per il lavoro che state facendo.
    Proprio a dicembre ho discusso la tesi magistrale sul tema del modello coloniale fascista nell’impero, concentrandomi su due aspetti particolari: quello della repressione (che chiamerei più genocidio sulla scorta di Nicola Labanca e Matteo Dominioni) dell’etnia amhara e della chiesa etiopica, e quello della segregazione razziale stabilita per via legislativa a partire dal 1936 (ma si potrebbe risalire perlomeno al 1933).
    Fondamentale è stato l’utilizzo del sito campifascisti.it per le testimonianze contenute sui campi di Danane e Nocra (ma non solo) e per il diario del colonnello Eugenio Mazzucchetti che offre uno spaccato vivissimo (peraltro di parte fascista) di quello che erano i campi di concentramento.
    Ho avuto anche la fortuna, vista la situazione pandemica e l’assurda chiusura di biblioteche e archivi, di riuscire a recarmi all’Archivo Storico Diplomatico per visionare alcuni (purtroppo pochi) documenti dell’ex Ministero dell’Africa Italiana riguardanti le leggi razziali e trovare alcune carte decisamente interessanti a riguardo (ad esempio una conferma diretta del “concetto politico di mettere nel dimenticatoio gli Amara” – cito testualmente – espressa da Amedeo d’Aosta nel 1940, quindi in un periodo successivo alla fase più sanguinosa della repressione).
    Attendo quindi vivamente le prossime puntate e vi seguo con il massimo interesse.

  2. La storia di Zerai, che non conoscevo, è molto interessante ed emblematica di come la ribellione “non possa” trovare giustificazione nell’oppressione e debba essere ridotta ad una forma di pazzia. Il dissenso deve presto essere incasellato in qualcosa che si possa spiegare in maniera “rassicurante”, che non si tratta di un attacco all’ordine costituito ma del gesto folle di un singolo ed isolato individuo. Un individuo che si è fatto carico delle sofferenze di una intera popolazione. Zerai muore dopo sette anni di internamento, a soli trentuno anni, dopo avere cercato disperatamente di dimostrare di non essere pazzo. Muore forse logorato dalla fatica mentale di una lotta impari. Schiacciato dalle conseguenze di un singolo gesto eclatante e ridotto al silenzio permanente. Grazie ad Haumea, ho poi scoperto,mio malgrado, che anche la detenzione dei leoni ai giardini Margherita è il retaggio della violenza colonialista. Eppure quel barbaro tocco esotico, la sofferenza di questo animale così sfacciatamente esibita, avrebbe dovuto interrogare molte coscienze.

  3. Buonasera a tutti,
    ho cercato un po’ di informazioni a partire dal viario del comune di Torino (http://www.comune.torino.it/cosap/viario.pdf) e ho trovato alcuni nomi interessanti.
    Li condivido qui, forse vi saranno utili per trovarli anche in altre città.
    Per le informazioni biografiche ho fatto principalmente riferimento a Treccani (https://www.treccani.it/enciclopedia/_(Dizionario-Biografico)/) e al sito https://www.movm.it/ per i decorati al Valor Militare.

    ADUA, piazzale
    ASMARA, piazza
    BENGASI, piazza
    CIRENE, piazza
    MASSAUA, piazza
    STAMPALIA, piazza

    Vincenzo ARBARELLO, piazza – capitano in Libia nel 1911-12
    Giuseppe ARIMONDI, corso – morto ad Adua nel 1896
    Francesco AZZI, via – tenente, muore durante la guerra di Etiopia (1935)
    Antonio BALDISSERA, piazza – generale, attivo in Eritrea dal 1887 al 1896
    Costantino e Maria BRIGHENTI, via – il primo partecipa alla battaglia di Adua del 1896 e alla guerra in Eritrea del 1906
    Francesco CRISPI, piazza –è sicuramente un diretto responsabile del colonialismo, ma non so se inserire esponenti politici sia opportuno, in questo momento
    Tommaso DE CRISTOFORIS, via –capitano, muore nella battaglia di Dogali del 1886
    Armando DIAZ, Lungo Po – comandante nella guerra italo turca del 1911-12
    Geatano GIARDINO, via – Sottocapo di Stato Maggiore (1911) del comando del corpo di occupazione della Tripolitania
    Enrico GOTTI, via – partecipa alla guerra in Eritrea fra il 1887 e il 1889; in questo caso però si tratta di un decorato della Grande Guerra (http://www.combattentiliberazione.it/movm-grande-guerra-1915-1918/gotti-enrico)
    Enrico MILLO, viale – ammiraglio, nel 1909 “cannoneggiò la popolazione del villaggio di Borch in Somalia, che si era mostrata ostile agli Italiani; appoggiò l’opera dei connazionali residenti in quell’area”; partecipa alla guerra italo-turca
    Federico PAOLINI, via – tenente di vascello nella guerra italo-turca (https://www.marina.difesa.it/noi-siamo-la-marina/storia/la-nostra-storia/medaglie/Pagine/PaoliniFedericoTommaso.aspx)
    Giuseppe SAPETO, via – missionario/esploratore/ambasciatore, nel 1869 acquista terreni nella Baia di Assab per conto della compagnia Rubattino
    Gianfranco ZURETTI, via – colonnello, muore a Passo Mecan in Eritrea nel 1936

    • A proposito di via Francesco Azzi, l’intitolazione a un volontario della guerra d’Etiopia, ha pure un’aggravante: fino al 1940, quella strada era intitolata a Graziadio Ascoli, uno dei più grandi linguisti italiani di fine Ottocento. Ascoli era ebreo, e fu per questo motivo che il comune di Torino volle conacellarlo dall’odonomastica, in occasione dell’entrata in guerra dell’Italia, insieme ad altri nomi “nemici”, per esempio francesi. Nel dopoguerra, – sarebbe interessante capire quando – il comune ha intitolato a Graziadio Ascoli un’altra via – che sospetto si chiamasse già “Ascoli”, visto che si trova in un quartiere dove ci sono anche via Macerata, via Pesaro, via Livorno… In questo modo, i residenti e i commercianti avrebbero mantenuto l’indirizzo in via Ascoli… ma è solo un’ipotesi, che andrebbe verificata. Interessante notare con che non-chalance trattano la questione due siti dedicati all’odonomastica torinese: http://www.atlanteditorino.it/vie/A.html e https://www.civico20news.it/mobile/articolo.php?id=13109.
      Grazie per la preziosa segnalazione!

    • Ciao, alcune cose sparse. Ad esempio il simpatico ammiraglio Millo segnalato da @Rodio ha forse a che vedere con l’edificio Millo nel porto antico di Genova e, sempre a Genova, con salita Millo, una salitella a Pontedecimo? Poi, anche a Genova c’è via Tolemaide, tra l’altro è proprio quella “del G8”.
      Volevo segnalare uno stradario interessante, quello di Savona: https://www.comune.savona.it/it/component/search/?searchword=stradario&searchphrase=all&Itemid=812. Spulciandolo, mi ha colpito non tanto la limitata “permanenza coloniale”, quanto la documentazione della accurata “bonifica odonomastica” del dopoguerra. Esempio mirabile via Addis Abeba che diventa (e rimane, per adesso, malgrado qualche ciclica polemica) via Stalingrado.

  4. Buongiorno, oltre a farvi i complimenti per la mappa e l’iniziativa, vorrei segnalare due possibili aggiunte:
    – a Orbetello (GR), l’intero quartiere che si trova tra le mura e la ferrovia/statale Aurelia porta il nome di Neghelli.
    Dall’idroscalo di Orbetello partirono gli idrovolanti di Italo Balbo e colleghi per le quattro crociere aeree; nel cimitero di Orbetello sono seppelliti lo stesso Balbo e i membri del suo equipaggio. L’idroscalo è stato distrutto durante la II guerra mondiale, il parco che ne ha preso il posto si chiama, guarda un po’, “Parco delle Crociere”
    – a Siena, invece, la strada principale della zona industriale porta il nome di Pietro Toselli.

  5. Prima di proseguire con qualche segnalazione a distanza, vi ringrazio per i criteri, utili e pienamente condivisibili; a parte non aver tenuto conto di quale fosse il peso di certe parole per valutare un personaggio, le mie ultime segnalazioni si erano comunque allargate troppo (possono interessare il dibattito in Italia precedente la guerra in Libia, le divisioni fra i socialisti dell’epoca ecc., ma il focus qui è altro). Per le vie intitolate a quei caduti nati in zona, non “famosi” e probabilmente di leva, penso che il collegamento diretto col luogo possa essere utile per portare l’attenzione dal poco che si sa (la biografia del caduto) a quel che è noto (cosa gli italiani stessero facendo); certamente diversa la situazione quando s’incontra, per esempio, un Antonio Locatelli.

    Predappio
    In una frazione a monte c’è una via Somalia (non su osm, qui il civico 1: https://tinyurl.com/y45ucpcc ). Da notare che a Predappio, nell’ex stabilimento aeronautico Caproni ( https://tinyurl.com/mwuwbja ), vennero costruiti 11 Savoia-Marchetti S.M.81, aereo che contribuì ai bombardamenti con fosgene e iprite in Etiopia.

    Ravenna ( https://tinyurl.com/y6osuf6n )
    Via duca d’Aosta, via Luigi Agliardi (capitano nel 1895-96 in Abissinia, maggiore nel 1900-02 in Cina, colonnello durante guerra italo-turca, da generale fatto prigioniero durante la Settimana rossa del giugno del 1914), viale Paolo Thaon di Revel (ammiraglio, contribuì ai bombardamenti di Tripoli durante la guerra italo-turca). Già in mappa, ma non a Ravenna: piazza Gabriele D’Annunzio.

    • Rimini ( https://tinyurl.com/y3yzrd24 )
      Pietro Sacconi (commerciante ed esploratore, morto a Kora Nogal nell’Ogaden 12/08/1883), Carlo Zavagli (riminese, ufficiale di marina, caduto dopo un incontro con l’autorità locale nei pressi di Warsheik in Somalia il 24/04/1890 – nella piazzetta intitolatagli c’è anche una lapide sul palazzo di famiglia), Vittorio Dabormida (generale, caduto durante la battaglia di Adua), Giuseppe Arimondi (generale, idem), Domenico Gori (riminese, caduto durante la battaglia di Dogali), Francesco de Pinedo (napoletano, aviatore, partecipò alla guerra italo-turca), Tommaso Gulli (faentino, sottotenente di vascello nei mari della Cina nel 1904, tenente durante guerra italo-turca), Giovanni Romagnoli (campobassano, pilota, caduto nella Sirtica il 12/04/1929), Michele Griffa (riminese, sergente, caduto ad Adis Acheiti nel 1936), Giovanni Petruzzi (riminese, caduto nell’Africa Orientale Italiana nel 1936), Francisco Busignani (bolognese, sottotenente, volontario in Etiopia, caduto il 21/07/1936 nella zona di Corosmac), Natalino Nataloni (riminese, caduto a Burte nell’Africa Orientale Italiana nel 1938), Guido Petropoli (parmigiano, tenente, caduto nell’Africa Orientale Italiana il 21/06/1938), Icilio Calzecchi Onesti (predappiese, ufficiale esercito, richiese il trasferimento Libia nel 1933, partecipò alla Guerra d’Etiopia, caduto in Marmarica nel 1942).
      Già in mappa, ma non a Rimini: Antonio Locatelli, Ivo Oliveti.
      I nomi di luoghi che si trovavano nelle colonie italiane costituiscono più del 10% dei 472 odonimi raccolti alla voce geografia (che non comprende via Due Palme, catalogata sotto scienza e natura); molte le intitolazioni risalenti agli anni ’30. Una delle zone di concentrazione è Torre Pedrera, all’apparenza (tenendo conto anche delle date delle delibere) l’equivalente rivierasco di quella che fu la Cirenaica a Bologna. Se serve, ho l’elenco completo con gli anni d’intitolazione.

      • In questa ricerca, il caso di Rimini è forse quello che mi ha sorpreso di più: tra esploratori, caduti, località e puzzoni vari, ha veramente una densità impressionante di nomi coloniali, considerato che si tratta di una città di medie dimensioni. Toccherà fare un sopralluogo…

        • Sembra esserci anche una certa sistematicità nel proseguire nel dopoguerra con l’intitolazione di (probabilmente) nuove strade con toponimi coloniali per semplice affinità con quelli limitrofi già presenti (es. Eritrea, Tolemaide, Diredaua, Barce, Porto Bardia).

          Proseguendo a nord nel comune di Bellaria-Igea Marina, subito s’incontra via Agedabia e poi (sparse) le vie Gialo, Axum e Dessiè, più quelle intitolate a Carlo Piaggia (esploratore), Romolo Gessi (esploratore), De Pinedo (aviatore, vedi Rimini), Umberto Cagni (ufficiale di marina ed esploratore, nel 1911 comandante del corpo di occupazione di Tripoli), Mario De Bernardi (volontario in Libia, in seguito aviatore e consigliere comunale a Roma per il MSI) e Indro Montanelli.
          A sud, a Riccione, oltre a via Adua, ci sono anche Adigrat, Asmara, Bardia, Bengasi, Cirene, Derna, Tobruk e Tripoli.

  6. Scusatemi, vi segnalo da aggiungere alla mappa via Amba Uork, nel centro di Ponte di Legno (BS): https://www.openstreetmap.org/directions?engine=osrm_car&route=46.26002689334725,10.50877958536148&locale=it#map=19/46.26002689334725/10.50877958536148

    Non so se ricordi il Battaglione alpini “Uork Amba” (questa la pagina su wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglione_alpini_%22Uork_Amba%22), che si …«distinse» nella guerra di Etiopia oppure l’altipiano etiope da cui il battaglione prende il nome. Un tempo (fino al secondo dopoguerra) era la traversa di via Oreste Baratieri, che oggi è stata rinominata “Corso Milano”.

    PS: mi aggiungo ai complimenti per il vostro lavoro.

    • Grazie della segnalazione. Via Amba Uork credo ricordi la località, cioè la “Montagna d’Oro”, coinvolta nella cosiddetta “Seconda battaglia del Tembien”, del febbraio 1936.
      Infatti quello è il nome corretto della località, mentre il battaglione degli alpini si chiama appunto “Uork amba”, con i termini invertiti. Secondo OSM, esiste solo un’altra via con questo nome sul territorio italiano, a Mestre. Se avete notizie di altre, segnalate!

      • A Brescia c’è “Via Amba d’Oro”. Anche in quel caso si celebra la seconda battaglia del Tembien, del febbraio 1936 e non il battaglione alpino Uork Amba come avevo scritto in un commento precedente. Non ho trovato altre vie in Italia con questo nome.
        Ci sono anche diverse vie che celebrano il massacro del lago Hashenge: c’è una Via Lago Aschianghi a Padova, Latina, Collepasso (LE) oltre a Largo Ashianghi a Roma. In questa battaglia gli italiani sganciarono più di 1000 quintali di bombe e utilizzarono l’iprite per sconfiggere le truppe di Hailè Selassiè, avvelenando il lago. Dopo questa vittoria, Badoglio iniziò la Marcia su Addis Abeba.

  7. Da bambino a Como, sulla strada per la mia scuola elementare Corrado e Giulio Venini (vabbé), sita in via Fiume (e vabbé), passavo per via Gian Pietro Porro.
    https://www.openstreetmap.org/search?query=via%20gian%20pietro%20porro%2C%20como#map=19/45.80822/9.09257&layers=N

    Vedo solo ora che sulla mappa Porro è già presente in due occorrenze, ma insomma parliamo del presidente della Società d’Esplorazione Commerciale in Africa, ammazzato nel 1886 insieme ai suoi compagni di spedizione a Jaldessa sulla strada per Harar, Etiopia. Il governo italiano scelse di non indagare probabilmente per non far emergere il carattere ibrido della missione, dove commerciale si fondeva a coloniale in maniera troppo evidente. Harar verrà occupata nel ’36 da Graziani, se c’è un’onda lunga del colonialismo italiano, mi pare che questa di Porro sia una delle increspature di rilievo.

    Tra l’altro tutto il quartiere assortisce nomi di personalità ben diverse tra di loro, riunite solo perché nate a Como o legate in quache modo alla città. Un parametro odonomastico che nella sua superficialità è quantomeno ambiguo.

  8. Grazie per queste preziose ricerche e per la loro condivisione. Accogliendo il vostro invito a mobilitarci il 19 febbraio in varie iniziative, come Centro di Documentazione Maria Baccante Archivio Storico Viscosa, saremo al Cinema Impero (Roma). Sul marciapiede, con volantini, con le immagini della strage di Addis Abeba, con una cassa e un microfono. Racconteremo ai passanti la storia del Cinema, edificato per festeggiare l’impero italiano, un edificio che negli anni ha subito diverse speculazioni e che oggi si chiama Spazio Impero, conservando dunque nel nome il risultato del sangue e del dolore costato ai popoli colonizzati. Ci saranno poi alcuni interventi di compagne e compagni eritrei sull’attualizzazione del colonialismo e sull’impunità dei gerarchi fascisti e delle stragi. Invieremo presto il testo che stiamo scrivendo collettivamente.

  9. Vi ringrazio per la bellissima serie. Non so se il palazzo “M” di Latina conti ai fini della mappa, ma ve lo segnalo lo stesso (https://www.openstreetmap.org/search?query=palazzo%20m%20latina#map=19/41.46303/12.90399) perché se non altro è facile da ricordare. Che poi abbraccia anche il piazzale Araldo di Crollalanza, presidente dell’opera nazionale combattenti e tra i primi ad occuparsi della pianificazione urbanistica e colonizzazione demografica in Africa Orientale. Rimanendo su Araldo, ministro dei lavori pubblici durante il Fascismo, a Bari é possibile trovare tutto un lungomare intitolato al funzionario e ad Aversa una via a suo nome.

  10. Volevo segnalare almeno due toponimi a Pescara (ma mi riprometto di cercarne perché sono certo che ve ne sono di più):

    – Piazza Duca d’Aosta https://goo.gl/maps/589KtQQDFGE1qvmU7.
    Segnalo peraltro che nelle mie ricerche tra le carte dell’ex archivio del Ministero dell’Africa italiana mi sono imbattuto in una lettera dello stesso Duca d’Aosta del 1940 nella quale il viceré parla esplicitamente di “principio politico di mettere nel dimenticatoio gli Amara”. Questo a confermare una volta di più l’intento premeditato e studiato da parte italiana di eliminare ogni possibile riferimento all’etnia che componeva la classe dirigente dell’Impero d’Etiopia. Se può interessare posso riprodurre il documento.

    – Via Giovanni Chiarini (dove peraltro ho abitato) https://goo.gl/maps/UuxmAN7GukmEeMjy6
    Su Chiarini non so se possa essere considerato per la mappa, ma l’uso della sua figura nella retorica coloniale mi fa pensare di sì.

    Infine, per mera completezza di informazione, riporto quanto scrive Raffaele Colapietra (noto storico abruzzese di formazione marxista) nella sua monografia “Pescara. 1860-1960” edita da Costantini a Pescara nel 1980 riguardo l’intitolazione di viale Gabriele d’Annunzio che vedo presente sulla mappa:
    “…al termine di quell’anno 1911 in cui “il viale più grande e più bello della città nuova, conducente al bosco dei pini, caro al poeta” assumeva il nome di Gabriele d’Annunzio, e ciò, si badi, senz’alcun riferimento alla Libia, come una sorta di celebrazione tutta pescarese del cinquantenario dell’unità, il 26 maggio 1911…” (R. Colapietra, Pescara. 1860-1960, Costantini, Pescara 1980, p. 256).
    Segnalo peraltro, a proposito di d’Annunzio che in città si contano: la casa museo di d’Annunzio (peraltro museata negli anni Trenta), la Pineta Dannunziana, il Liceo Classico Gabriele d’Annunzio e l’Università degli Studi Chieti-Pescara Gabriele d’Annunzio, nonché una società di calcio giovanile che si chiama appunto d’Annuncio Calcio.

  11. Scusate, vi risegnalo la targa sulle inique sanzioni (restaurata) che si trova incastonata sul muro accanto al portone d’ingresso del Comune di Pontinia (Città di Fondazione). Non mi pare sia inserita nella mappa da voi creata. La particolarità del caso Pontinia è che l’inaugurazione della città è legata a doppio filo con la guerra coloniale, data infatti 18 dic 1935.

    https://www.google.se/maps/place/Comune+Di+Pontinia/@41.4080948,13.0444894,3a,75y,90t/data=!3m8!1e2!3m6!1sAF1QipMJe_uClMTvN-qpyebEOd07Wv0Rlrs3tvxE0DlR!2e10!3e12!6shttps:%2F%2Flh5.googleusercontent.com%2Fp%2FAF1QipMJe_uClMTvN-qpyebEOd07Wv0Rlrs3tvxE0DlR%3Dw203-h149-k-no!7i1344!8i992!4m13!1m7!3m6!1s0x1325117dcb8042a3:0x11248d3b2bc4e45c!2s04014+Pontinia+LT,+Italia!3b1!8m2!3d41.4043988!4d13.0437426!3m4!1s0x132511792df2e17b:0x6c8bd424ac444c04!8m2!3d41.4079291!4d13.0445185

    Inoltre, segnalo la ancor più significativa scritta commemorativa dell’inaugurazione della città che si trova sopra l’arengario. Eccone uno stralcio: “…conquistano alla patria nel continente africano con la spada, con l’aratro ed il piccone una nuova provincia”
    (https://www.google.se/maps/place/Comune+Di+Pontinia/@41.4080948,13.0444894,3a,75y,90t/data=!3m8!1e2!3m6!1sAF1QipO-y2OY7_LEj0j2DlrmZZDgsqKlLa5poDPvoJuP!2e10!3e12!6shttps:%2F%2Flh5.googleusercontent.com%2Fp%2FAF1QipO-y2OY7_LEj0j2DlrmZZDgsqKlLa5poDPvoJuP%3Dw203-h267-k-no!7i800!8i1056!4m13!1m7!3m6!1s0x1325117dcb8042a3:0x11248d3b2bc4e45c!2s04014+Pontinia+LT,+Italia!3b1!8m2!3d41.4043988!4d13.0437426!3m4!1s0x132511792df2e17b:0x6c8bd424ac444c04!8m2!3d41.4079291!4d13.0445185)

    Inoltre segnalo la zona Macallè, un’area collinare ai piedi dei Monti Lepini al confine tra i comuni di Pontinia e Priverno (https://www.strava.com/segments/14223029) da cui anche il nome di un famoso ristorante del luogo.

  12. Proseguo segnalando a Latina oltre alle vie già inserite nella vostra mappa anche via Lago Ascianghi, che si trova nel triangolo cittadino per l’appunto Adua-Neghelli-Ascianghi (Citando da wiki: luogo dell’inseguimento che le truppe italiane effettuarono nei confronti dell’Armata imperiale sconfitta nella battaglia di Mai Ceu…). Strada che prima incrociava anche Viale Luigi Razza che ora è stato cambiato > https://www.google.com/maps/place/Via+Lago+Ascianghi,+04100+Latina+LT,+Italia/@41.4701868,12.9023149,17z/data=!3m1!4b1!4m5!3m4!1s0x13250c873c0152a1:0x84391ad3c14dcf91!8m2!3d41.4701868!4d12.9045036

  13. -Piazza dei Cinquecento, antistante la stazione Termini a Roma, è dedicata ai caduti della battaglia di Dogali.
    Fonte: https://www.comune.roma.it/servizi/SITOWPS/getPDFDelibera.do?codiceDelibera=3686 a p. 5

    -Giuseppe Sapeto, missionario che favorì l’acquisto della baia di Assab, ha una piazza a Roma e una via a Genova
    https://www.openstreetmap.org/relation/2050324
    https://www.openstreetmap.org/way/22889432

    -A Giovanni Chiarini, esploratore e membro della spedizione di Orazio Antinori, già citato nel commento sopra di MarselGusso, sono dedicati anche un busto, una scuola media, e una via a Chieti, oltre a vie minori in altri Comuni. Il busto, commissionato nel 1936 per le celebrazioni dell’annessione dell’Etiopia, non è presente su OSM ma è attualmente collocato su Viale IV Novembre, di fronte al “Museo Universitario”: https://www.openstreetmap.org/node/3278566861
    Lo cito soprattutto perché Antinori è già presente sulla mappa, non essendo sicuro dell’inclusione di Chiarini. In generale numerose ‘esplorazioni’ europee del XIX secolo andrebbero riesaminate per valutare quanto siano state precorritrici del colonialismo o coinvolte nel sequestro di indigeni, ecc.

  14. Segnalo “Scuola media Oscar di Prata” a Trenzano (BS)

    Non conosco bene il personaggio ma da wikipedia leggo:
    “Verso la metà degli anni trenta la sua personalità di pittore giunge a piena maturazione; un gerarca fascista lo invita a partecipare ad un concorso pittorico a tema libero, svoltosi a Roma, dove il pittore vince un premio ed ottiene recensioni positive dai quotidiani nazionali.

    Negli anni immediatamente precedenti alla seconda guerra mondiale espone a Brescia, Milano e Genova, ottenendo l’apprezzamento della critica. Durante la guerra, Di Prata combatte come Tenente dei Bersaglieri in Africa, portando con sé l’occorrente per dipingere; viene fatto prigioniero e recluso in India. ”

    Non ho ancora trovato indicazioni che escludano che fosse volontario.

    [edit: ad esser precisi, anche la scuola elementare si chiama così e anche la scuola elementare della frazione Cossirano ]

  15. Per un Master dell’Orientale di Napoli ho letto il capitolo di Triulzi dove si parla della storia di Menghistu e Deres. Due storie davvero interessanti. Ho subito cercato maggiori info su google e mi sono imbattuto in questo vostro pezzo di gennaio scorso. Trovo lodevole la vostra iniziativa Yeakatit12. Anche la storia di Menghistu mi ha colpito moltissimo: arrestato a Roma, dove era giunto per studiare ingegneria, nel 1937 per “aver manifestato apertamente sentimenti antiitaliani” e per “essersi rammaricato delle perdite abissine” durante l’avanzata italiana verso Addis Abeba. Viene inviato al confino a Ventotene, dove diviene amico di Pertini, rinnovato ogni anno (ricorda un po’ quello che fa l’Egitto con Zaki), perché “si rifiutava reiteratamente (…) ad effettuare il saluto romano”, diceva di non riconoscere ciò che quel saluto rappresentava e sosteneva che imporglielo “limiterebbe la sua libertà personale”.
    Esiste qualche altro testo sull’argomento? Non sarebbe interessante un romanzo biografico sulla storia di entrambi? Lo dico perché in Italia si parla davvero troppo poco del nostro passato coloniale e delle malefatte del fascismo su questo argomento. Ma sono sicuro che ci avete già pensato

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