Yekatit 12 | Febbraio 19. Ricordiamo i crimini del colonialismo italiano.

R. Graziani mostra le ferite riportate nell’attentato

Il prossimo 19 febbraio (Yekatit 12, nel calendario etiope) ricorrerà l’84° anniversario del massacro di Addis Abeba, uno dei peggiori crimini mai compiuti dal Regno d’Italia nelle sue colonie. La vicenda, dopo decenni di oblio e sottovalutazione, è ormai abbastanza nota, anche grazie alla traduzione italiana della monografia di Ian Campbell, Il massacro di Addis Abeba. Una vergogna italiana, pubblicata da Rizzoli nel 2018.

Il 19 febbraio 1937, in seguito a un attentato, purtroppo fallito, contro il Viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani, si scatena un’immane rappresaglia, condotta non solo da militari e camicie nere, ma anche da operai, burocrati e impiegati coloniali. Prigionieri o semplici passanti – colpevoli soltanto di essere africani – vengono uccisi a bastonate, a badilate, oppure pugnalati, fucilati, impiccati, investiti con automezzi, bruciati nelle loro case. Dapprima ci si concentra sulla capitale, stretta dall’aviazione in un “cerchio di fuoco”, così che nessuno possa fuggire. Quindi si passa ai villaggi vicini e a quella parte del paese (non più di un terzo) che gli Italiani controllano davvero, nonostante le proclamazioni fasciste sulla “conquista dell’Etiopia” e il ritorno dell’Impero sui colli fatali di Roma. Nel frattempo, centinaia di persone vengono arrestate e muoiono nei campi di detenzione di Danane e Nocra, dove Graziani ordina che abbiano minime quantità d’acqua e di cibo. Circa 400 notabili e membri dell’élite locale vengono deportati in Italia, nella colonia penale dell’Asinara, e da qui smistati in altri luoghi di confino e prigionia (Longobucco, Palermo, Frascati, Ischia…)

A maggio, le indagini sui due attentatori – Abraham Deboch e Moges Asgedom – suggeriscono che il villaggio conventuale di Debre Libanos li abbia ospitati e sostenuti durante i preparativi dell’azione. Le prove non ci sono, ma un telegramma di Graziani ordina al generale Pietro Maletti di passare per le armi  tutti i monaci, nessuno escluso. Quando Maletti comunica a Graziani la “liquidazione completa” della comunità monastica, le escuzioni ufficiali ammontano a più di 400. Studi recenti, tra i quali quello del citato Ian Campbell, considerano invece plausibile l’uccisione di circa 2000 persone, compresi centinaia di minorenni, sia laici che religiosi.

Il monumento che ricorda il massacro ad Addis Abeba

Nel 1946, al termine della Seconda guerra mondiale, il governo etiope presentò un memorandum alla Conferenza di Pace di Parigi, per chiedere il riconoscimento dei crimini di guerra italiani durante i cinque anni di occupazione del paese. Alla voce “massacro del febbraio 1937”, sono calcolate 30mila vittime, mentre 760.300 sono i morti ascritti all’aggressione fascista, uccisi in battaglia, per rappresaglia, nei bombardamenti, nei campi di prigionia, nei villaggi incendiati o da un plotone d’esecuzione.

Sessant’anni più tardi, nel 2006, un piccolo gruppo di parlamentari presentò alla Camera una proposta di legge per istituire, il 19 febbraio, un «Giorno della memoria in ricordo delle vittime africane durante l’occupazione coloniale italiana». Non sappiamo che fine abbia fatto la proposta e quale sia stato il suo iter. D’altra parte, crediamo che una giornata del genere non abbia bisogno di essere istituita per legge. Un anniversario di manifestazioni, approfondimenti e azioni dirette può nascere dal basso, se lo si ritiene utile. Noi pensiamo che possa esserlo, e il 19 febbraio ci sembra una data significativa, senza per questo voler sminuire le atrocità italiane commesse nelle altre colonie e territori occupati.

Con un mese d’anticipio, lanciamo quindi un’invito a tutte quanti le antirazzisti, per Yekatit 12|Febbraio 19.

Un invito a organizzare iniziative per ricordare le nefandezze del colonialismo italiano.

Che genere di iniziative? Beh, si sa che noialtri abbiamo il pallino della guerriglia odonomastica e topografica, cioè gli interventi che coinvolgono statue, targhe stradali, nomi di vie, lapidi e monumenti. Tuttavia, non vogliamo mettere limiti alla fantasia. Che si tratti di letture ad alta voce, rituali simbolici, conferenze a distanza o street art, ci piacerebbe raccogliere testimonianza di tutto quanto verrà fatto in quel giorno, con foto, documenti e resoconti.

Dice: “Ma beati ragazzi, non vi siete accorti che è in corso una pandemia mondiale? Vi sembra questo il momento di pensare ai nomi delle strade?”. Sì, ce ne siamo accorti, ma in più di vent’anni di lavoro culturale ci siamo anche accorti che proprio quando “ben altri problemi incombono”, bisogna stare molto attenti a ciò che viene considerato superfluo e rinunciabile. Proprio quando le vacche sono magre bisogna evitare di pensare soltanto alle vacche. Altrimenti, per certe cose, non è mai il momento, ci sarà sempre benaltro per giustificare un rimando, e alla lunga l’oblio. Se invece una questione rimane all’ordine del giorno, anche quando l’agenda è fitta di scadenze “più importanti”, allora non sarà possibile cancellarla del tutto, e per sempre.

Proprio per questo, il 25 aprile e il 1° maggio 2020, in pieno lockdown, si sono tenute iniziative, anche in strada, per impedire che la paura togliesse ogni sapore a due feste importanti.

In vista di Yekatit 12|Febbraio 19, Il nostro primo contributo consiste in una mappa, in perenne lavorazione, dove abbiamo localizzato vie, lapidi, edifici, monumenti e altri aspetti del paesaggio che sono legati, di nome e di fatto, alla stagione coloniale italiana. Pensiamo che ognuno di essi (e sono migliaia!) offra l’opportunità per approfondire una vicenda, raccontare una storia, mettere in crisi un punto di vista, proporre un’alternativa allo stereotipo e alla censura.

Clicca sull’immagine per visualizzare la mappa

Anche in questo caso, non vogliamo prescrivere come intervenire per cogliere queste occasioni di fare memoria (e di fare giustizia). Negli anni, qui su Giap, abbiamo dato spazio a tanti esempi diversi, e ci siamo convinti che ovunque possibile, sia meglio “mantenere & spiegare”, piuttosto che “cancellare & sostituire”. Ma come detto, non si tratta di una regola generale, e non è certo nostra intenzione dettarne, perché ogni caso è diverso dall’altro, ogni territorio ha il suo genius loci.

Clicca per leggere la dedica

Noi stessi, in alcuni casi, abbiamo seguito un terzo principio, che non parte né dal mantenere né dal cancellare, ma addirittura dall’aggiungere. Ad esempio, quando aggiungemmo una dedica al macellaio d’Italia Rodolfo Graziani sugli orinatoi di Bologna, i cosiddetti vespasiani, gemellandoli all’immondo “sacrario al soldato” di Affile.

Proprio in questi giorni, sul n. 35, anno XI, di Roots§Routes – intitolato “Anche le statue muoiono” – compare un doppio articolo di Wu Ming 2 e Luca Cinquemani (del collettivo Fare Ala) che ritorna sugli interventi di guerriglia odonomastica realizzati a Palermo nel 2018, per Manifesta 12, con il progetto Viva Menilicchi!, e su quelli che, da lì in avanti, come un’inarrestabile ondata, hanno travolto la Sicilia.

Entrambi i testi contengono riflessioni e spunti per azioni mirate a modificare o integrare il senso di targhe, statue e altri arredamenti urbani. Il blog di Resistenze in Cirenaica ne contiene moltissimi altri, e tante nuove idee possono nascere dai dettagli e dalle particolarità di ogni luogo.

Non resta che iniziare a pensarci. Il 19 febbraio è vicino.

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40 commenti su “Yekatit 12 | Febbraio 19. Ricordiamo i crimini del colonialismo italiano.

  1. Ho una domanda “di servizio”: come si fa per inserire nuovi luoghi alla mappa?

    Perché ne avrei subito uno da suggerire. Il Liceo Classico Statale di Locri (RC) è tuttora intitolato a Ivo Oliveti. Fascista della prima ora, Oliveti fu (tra l’altro) segretario federale del PNF dell’Emilia-Romagna, console della MVSN, giudice del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, infine tenente colonnello dell’ottavo stormo di bombardamento terrestre nella guerra d’Etiopia. Fra le imprese eroiche dell’ottavo stormo si annovera un bombardamento all’iprite nel dicembre del 1935. Oliveti morì ad Axum nel 1936 precipitando col suo aereo in fiamme: Badoglio gli fece dare una medaglia d’oro alla memoria.

    L’intitolazione ad Ivo Oliveti del liceo classico di Locri risale al 1938. Il 12 aprile fu inaugurato il busto in bronzo dell’eroe; qui una vibrante descrizione della cerimonia:

    https://www.iisolivetipanettalocri.edu.it/index.php?option=com_content&view=article&id=44&Itemid=179

    Posto che il busto in bronzo è esistito, ad oggi, per 30235 giorni di troppo, sarebbe anche ora che il liceo classico di Locri trovasse finalmente una denominazione adeguata.

    • Grazie della segnalazione, inseriamo nella mappa il liceo di Locri e l’immondo busto alla prima occasione.
      La mappa, almeno per il momento, consente solo le modifiche degli amministratori: chiunque voglia suggerire un luogo, può farlo qui, o al nostro indirizzo indicato in colonna destra, e noi provvederemo all’aggiornamento.
      La prossima settimana pubblicheremo un post dedicato alla mappa con ulteriori dettagli sul suo funzionamento e la sua intitolazione (“Viva Zerai!”, chi era costui?)
      Intanto è uscito un articolo a riguardo sul sito d’informazione “Il Dolomiti”: https://www.ildolomiti.it/societa/2021/vie-piazze-e-monumenti-litalia-celebra-ancora-crimini-e-criminali-del-colonialismo-italiano-la-mappa-del-collettivo-wu-ming

      • Se può essere utile l’attuale monumento al Partigiano di Imola (si trova in piazzale Leonardo da Vinci), in precedenza era una statua dedicata al legionario fascista, costruita intorno al 1936 in ricordo dei caduti italiani nella guerra coloniale in Etiopia. Nel dopoguerra sono state fatte delle modifiche alla statua per “convertire” il fascista in partigiano: in origine probabilmente teneva nelle mani un gladio e uno scudo, mentre attualmente ha un mitra in spalla e un pugno chiuso alzato. Rimane però ben visibile in bassorilievo un’antilope che cozza un po’ con l’ambiente tipico dell’appennino…

        • L’aspetto più buffo della faccenda è che la storia di quella statua si era perduta, e quando è tornata alla luce, di recente, tutta la stampa di destra – dal Giornale, al Secolo d’Italia al Primate Nazionale – si è lanciata in un sberleffo. “Uh, che ridere! L’ANPI festeggia la Liberazione di Imola sotto una statua che in origine celebrava l’occupazione dell’Etiopia”. Ma che c’è da ridere? Anche le statue dei partigiani di porta Lame, a Bologna, sono fatte col metallo fuso di una statua di Mussolini, e mi pare quantomai significativo. Solo che ai camerati la guerriglia odonomastica gli brucia parecchio, e per non darlo a vedere, nascondono il ghigno della rabbia dietro una risata da scemi.

      • Buongiorno a tutti, vi leggo da moltissimi anni ma non avevo mai scritto su Giap.
        Lo faccio per segnalare un’altra discutibile intitolazione a Torino dove abito, sperando che il commento sia opportuno, altrimenti come segnalazione.
        Sempre in Borgo San Paolo poco lontano da via d’Annunzio si trova via Carmelo Borg Pisani; la sua vicenda non è direttamente legata alle guerre coloniali, ma in ogni caso è nota la sua partecipazione alla seconda guerra mondiale come spia a Malta, tanto da ricevere una Medaglia alla memoria dopo la sua esecuzione nel 1942.
        L’intitolazione della via a Borg Pisani parrebbe risalire al 10 giugno 1943 (putroppo l’archivio digitale de La Stampa è offline e non ho potuto verificare la notizia), un ottimo esempio di uso della toponomastica nella propaganda di regime.

    • A proposito del Liceo Oliveti e del busto di cui parli, c’è un articolo stupidissimo sul Corriere, scritto da Tommaso Labate. Lo segnalo solo perché una frase come “Le malefatte di un criminale fascista non c’entrano nulla con il busto che lo rappresenta”, mi pare un ottimo esempio dei livelli di idiozia ai quali può scendere il dibattito su questi temi, anche su quotidiani “”””””prestigiosi””””””: https://www.corriere.it/cronache/20_giugno_13/ivo-oliveti-quel-busto-fascista-romagnolo-che-mi-ha-accompagnato-liceo-che-non-distruggerei-e498df4e-ad5b-11ea-84a7-c6d5b5b928b0.shtml

    • A Forlì ricordavo un professionale Ivo Oliveti, che ho perso di vista dopo il trasferimento della sede (era situata nell’ex orfanotrofio Sandro Italico Mussolini in viale delle milizie, dal 1951 viale Gramsci). A quanto pare nel 2014 causa accorpamento la denominazione è stata cambiata in Istituto Professionale “Ruffilli” (Roberto).

      Nell’articolo del Corriere interessante la scelta del grassetto per “veterano pluridecorato della Prima Guerra Mondiale”. Come è interessante quella fatta nel documento Odonomastica comunale dell’Ufficio Toponomastica del comune di Forlì ( https://tinyurl.com/y5zehyzr ) di specificare che fra i fratelli Spazzoli (a cui è intitolato il viale già Ivo Oliveti) è degno di nota, oltre ai partigiani Tonino e Arturo, anche Giuseppe detto Pippo, comandante dell’82ª legione “Benito Mussolini”, in Etiopia aggregata alla Colonna Starace (morì per un malore nel 1940).

  2. Mi preme ricordare non solo la mostruosità del personaggio Graziani, ma anche della magistratura italiana nel valutare il suo operato alla fine della guerra. Ricordiamo che in Etiopia questo psicopatico attaccò con armi chimiche, senza ritegno, e fece bombardare la Croce Rossa.

    Si salvò dalla commissione per i crimini di guerra dell’ONU solo per la pressione di stampa e governo italiani, cui non piaceva venisse accostare il destino degli ufficiali nostrani a quello dei tedeschi a Norimberga.

    Fu condannato in Italia, ma dopo quattro mesi uscì perché riuscì a convincere i magistrati che aveva solo eseguito ordini. Da “governatore” di Somalia e “viceré” d’Etiopia… come spesso abbiamo visto, i fascisti non avevano neanche il coraggio delle loro idee. Geniale l’idea di dedicargli un vespasiano, vediamo cos’altro gli riserveranno i posteri…

    • Aggiungiamo che Graziani fu vicegovernatore di Tripolitania e Cirenaica dal 1930 al 1934 e dunque – insieme a Badoglio, che era governatore della Libia – il principale responsabile della deportazione di massa di tutta la popolazione civile dell’altopiano cirenaico, e del conseguente genocidio (Piero Pieri e Giorgio Rochat nella loro gigantesca biografia di Badoglio invitano a chiamarlo col suo nome: genocidio).

      Va poi ricordato che gran parte delle pagine della Wikipedia italiana dedicate a questi episodi e argomenti sono gravemente inquinate di propaganda nazionalista, militarista e neofascista, cosa che il gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki, negli anni scorsi, ha dimostrato in diverse inchieste. C’è tanto lavoro da fare nelle città, e ce n’è tanto da fare su Wikipedia.

      • Sì, ricordo che qualche anno fa, sia su twitter sia su questo stesso blog, avevate fatto notare come la storia del Novecento su wikipedia fosse stata inquinata dai nostalgici (https://www.wumingfoundation.com/giap/2014/11/wikipedia-e-la-storia-deturpata-il-caso-presbite/)

        C’è da dire che wikipedia stessa ha l’umiltà di ammettere che lo strumento è rischiosissimo, parlando dell’animaletto South American Coati: https://en.wikipedia.org/wiki/Reliability_of_Wikipedia

        In quell’articolo, si ricorda quest’incidente a proposito dell’animaletto “South American Coati” (che non ha nulla di politico, ma che c’istruisce sulla pericolosità di questo strumento):
        In July 2008, a 17-year-old student added an invented nickname to the Wikipedia article coati as a private joke, calling them “Brazilian aardvarks”. The false information lasted for six years and was propagated by hundreds of websites, several newspapers, and even books by a few university presses.

        • PS: ricordo pure che, nelle pagine di discussione di it.wikipedia (quelle che, ahimè, non legge mai nessuno, e che invece sono importanti quanto il testo degli articoli), il principale artefice dell’inquinamento delle pagine della I guerra mondiale (non degnerò il suo nickname di una citazione; dico solo che ha ottenuto parecchì – sic – “war merits” per la sua attività di scrittura di articoli di guerra su wikipedia) giustificava la propria invasività e il proprio interventismo nelle pagine in oggetto scrivendo che, quando qualcuno non conosceva bene “le fonti”, _lui_ s’inverforava ed era costretto a fare l’antipatico, poverello. Genio e sregolatezza. Un Platini del revanscismo.

  3. Piccolo ma tutt’altro che esaustivo florilegio ligure, che spero utile:

    LOANO (SV)
    Viale Libia
    Scritta murale fascista semicancellata in Piazza Rocca

    BORDIGHERA (IM)
    Via Asmara

    ALASSIO (SV)
    Via Neghelli, Via Adua

    ALBENGA (SV)
    Regione Abissinia, Via Eritrea

    PIETRA LIGURE (SV)
    Scritta murale fascista in Piazza Martiri della Libertà

    GENOVA ALBARO
    Via Rodi, Via Dodecaneso, Via Eritrea, Via Cirenaica, Via Tripoli

    GENOVA CENTRO
    Via D’Annunzio, Piazzale Luigi Durand de la Penne, Corso Dogali

    GENOVA SAMPIERDARENA
    Ponte Libia, Calata Derna, Viale Africa, Calata Bengasi, Calata Tripoli, ponte Somalia, Ponte Eritrea, Ponte Etiopia, Calata Massaua, Via Vittorio Bottego

    GENOVA SESTRI
    Via Bengasi

    GENOVA OREGINA
    Via Asmara

    GENOVA STURLA
    Via Assab

    GENOVA VOLTRI
    Salita Egeo

    SAVONA
    Via Tripoli

    BARDINETO (SV)
    Via Tembien

    TOIRANO (SV)
    Via G.B. Parodi (militare X MAS)

    LAVAGNA (GE)
    Lungomare Durand de la Penne (prima militare X MAS, poi parlamentare DC e PLI)

    LA SPEZIA
    Via Teseo Tesei (militare X MAS)

  4. Qualche segnalazione.

    A Forlì, oltre a via Bengasi (già sulla mappa), ci sono anche le vie Tripoli, Eritrea e Somalia, fra strade intitolate ai luoghi della grande guerra e le piccole vie Parenzo, Fiume, Pola e Zara (le ultime tre non presenti su openstreetmap). Altrove si trovano le vie Pallotta Guido (seguì D’Annunzio a Fiume, scrisse e pubblicò un decalogo del perfetto fascista sulla rivista Vent’Anni da lui fondata, partecipò alla guerra d’Etiopia e nel 1940 morì in Libia col Raggruppamento “Maletti”), Fratelli Zannetti (Ido, m. 1938 Spagna, tenente pilota, medaglia d’oro con motivazione “Volontario in missioni di guerra per l’affermazione degli ideali fascisti (…)”, – Nino, m. 1941, pilota, cinque medaglie d’argento e una di bronzo, volontario in Africa e Spagna), Renzi Giuseppe (m. 1937 Etiopia, comandante di una compagnia di ascari, medaglia d’oro) e Benini Corrado (m. 1940 Etiopia, capomanipolo, medaglia d’oro); ci sono anche alcune vie intitolate a soldati medaglia d’oro caduti nel 1887 in Eritrea (Albonetti Giovanni, Bedei Gaetano e Brasini Vincenzo) e a un furiere maggiore medaglia d’argento morto nel 1896 nella battaglia di Adua (Zoffili Tommaso).
    Inoltre, a breve (delibera della giunta agosto 2020, autorizzazione prefettura novembre), dovrebbe esserci un piazzale Gabriele D’Annunzio (“patriota italiano” secondo il già citato documento Odonomastica comunale).

    A Cesenatico, all’esterno del Museo della Marineria, c’è una una lapide ai “caduti per la patria” “inaugurata dal duce il 26-6-1939”. Dopo i due delle guerre d’indipendenza e i numerosi della prima guerra mondiale sono elencati i caduti delle “imprese coloniali” e della guerra di Spagna. Grande, ben tenuta, in bella mostra sulla banchina del porto canale ( https://tinyurl.com/yyufv5ku ).

    • Grazie Haumea, segnalazioni preziose, per i motivi spiegati qui sotto in una risposta a mr mill. Per le lapidi ai caduti, abbiamo deciso di inserire solo quelle “riservate” ai caduti nelle colonie, in particolare se l’iscrizione contiene elementi espliciti di ideologia colonialista, come ad esempio “caduti nelle italiche sabbie di Libia”, o “portando la civiltà nelle barbariche terre d’Africa”, e via vomitando.

      • Ho tralasciato le vie Viali Corrado (m. 1942 Africa settentrionale, caporale maggiore, medaglia d’oro) e Gardelli Alberto (m. 1941 Libia, sergente pilota, proposta medaglia d’oro) perché nelle note biografiche non avevo trovato traccia di coinvolgimenti in campagne propriamente coloniali, anche se ora leggo che la divisione di Viali fu Etiopia e in Libia anche prima della seconda guerra mondiale.

        Da notare che, a differenza della via Galassi segnalata da mr mill, queste intitolazioni derivano principalmente da pareri di commissioni toponomastiche del 1950-1951 (sindaco PCI) e delibere del consiglio comunale del 1962 (maggioranza PRI-DC), e che dal 1970 fino a meno di due anni fa a Forlì si sono succeduti solo sindaci PCI e derivati.

        Non so quanto possa essere utile per la mappa, comunque vorrei segnalare anche un particolare di un mosaico all’interno dell’ex collegio aeronautico. Mostra una mappa dell’Africa con evidenziate le colonie italiane e su cui sono sovrimpresse tre bombe ( https://tinyurl.com/yxa6x55a ). La sagoma di queste ultime ha una certa somiglianza con le bombe C40P caricate ad arsine o iprite ( https://tinyurl.com/y2rw6n46 ), così come alle C100P caricate ad arsine ( https://tinyurl.com/y4abr655 ). Chissà se includeva chiarimenti a riguardo, o addirittura un aneddoto, la “dissacratoria lezione” che “uno Sgarbi, divertente e generoso” tenne nel 2013 (definizioni dell’oggetto giornalistico RomagnaNOI – https://tinyurl.com/y2lf8psy ).

  5. Segnalo la via intitolata a Romolo Galassi in quel di Boario (Darfo Boario Terme, BS). Non si tratta di un primattore della storia colonialista italiana, ma una presentazione del personaggio qui, anche solo come caso esempio della tossicità delle intitolazioni di vie e piazze della provincia italiana, credo sia tutt’altro che inappropriata. La via gli è stata intitolata relativamente di recente, da un’amministrazione di centro-destra con sindaco di AN. Galassi si arruolò volontario nella 2ª Divisione CC.NN. “28 ottobre”, col grado di tenente, e nel 1935 partì per l’Etiopia dove partecipò alle prima e alla seconda battaglia del Tembien. Proprio durante la seconda battaglia del Tembien, il 27 febbraio 1936, venne ucciso ad Amba Uork. Come in molti altri casi, la via a Boario gli è stata intitolata in quanto “medaglia d’oro al valor militare”, guardandosi bene dal riportare quando (1937) e chi (Vittorio Emanuele III) gli conferì l’onorificenza. Nel 1940 venne pubblicato Il diario di un eroe: Romolo Galassi medaglia d’oro, in cui Galassi racconta la sua esperienza di invasore colonialista. Una lapide alla memoria è presente anche lungo la “strada degli artiglieri” a Rovereto.

    Galassi fu squadrista dal 1919 al 1923 della “Disperata” (Brescia), partecipò alla Marcia su Roma (da qui il titolo di Centurione), e poi «dal 1925 al 1932 [fu] Commissario prefettizio di Pisogne, podestà di Angolo, del fascio di Darfo, ispettore di zona nel 1935, comandante della compagnia zappatori della milizia e poi della Coorte Alpina, membro del Direttorio federale, rettore della Provincia» (da qui); insomma, un fascistissimo.

    Nel 1938 venne intitolata a suo nome la scuola elementare di Angolo Terme, edificio che da alcuni anni a questa parte è diventato il municipio del comune; non mi risulta che l’intitolazione sia mai stata ufficialmente revocata. Il nome di Galassi è riportato anche sul monumento ai caduti di Angolo, sotto la dicitura “Campagna d’Africa”.

    • Su Galassi e Angolo Terme c’è una vicenda che meriterebbe di essere raccontata per bene, mi permetto di occupare ancora un po’ di spazio qui giusto per un breve cenno, ché comunque OT non è.
      Un’immagine del monumento ai caduti citato sopra (il monumento così com’è oggi e il nome di Galassi riportato sullo stesso risalgono al periodo del dopoguerra) si può vedere qui; si tratta dell’immagine a sinistra, mentre nell’immagine a destra si vede la lapide che era collocata sul monumento fino alla Liberazione (circa). Tra i caduti della “Lotta partigiana”, nella parte bassa della lapide, si trova anche il nome di Pietro Bresciani, che non solo non fu partigiano ma fu spia fascista e per questa ragione venne giustiziato, come reso noto sul foglio delle Fiamme Verdi “Il ribelle” del 15 febbraio 1945: «Il 13 gennaio [1945] è stato giustiziato in Valcamonica la spia Bresciani».

      Cosa lega Galassi e Bresciani? Nulla, se non un paio di proto-azioni di guerriglia odonomastica (più rito di defascistizzazione, se vogliamo): tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, nottetempo vennero staccate a colpi di scalpello dal monumento ai caduti le lettere che compongono i nomi di Galassi e di Bresciani; contestualmente ammainata dal pennone la bandiera italiana e, al posto di questa, issata una bandiera “dei pirati” (immagino, ché qui le informazioni in mio possesso, si trattasse di una bandiera Jolly Roger).
      Cosa ci azzeccava una bandiera “dei pirati”? Era un richiamo al nome di battaglia – Pirata – di Giovanni Bettoni, lui sì partigiano, caduto durante l’assalto partigiano alla centrale idroelettrica di Cividate Camuno, il cui nome compare con quello di Raimondo Albertinelli sul monumento ai caduti, accostato a quello del fascista Bresciani.
      Fine della piccola storia dalla provincia lombarda.

      • Grazie mr mill, queste storie di provincia sono in assoluto le più preziose. Grazie a un po’ di studio durante il periodo natalizio, a forum e tutorial in rete, abbiamo imparato a interrogare la base dati di OpenStreetMap perché ci restituisca tutte le posizioni, sulla mappa, di un certo nome. Ad esempio: “via Adua”, Via Tripoli, ecc. Diventa quindi piuttosto facile beccare le “classiche” intitolazioni coloniali, e quelle che ancora non sono presenti sulla mappa, non ci sono per una questione di tempo (interrogare i dati con OverPass Turbo è veloce, ma neanche troppo…). Un Romolo Galassi, invece, molto difficilmente lo potremmo beccare senza un segnalatore “locale”. Ci siamo procurati gli elenchi delle medaglie al valor militare attribuite a caduti in terre coloniali, ma sono decine di nomi ed è comunque sicuro che ci sfuggirebbero lo stesso alcune terrificanti “glorie” locali.
        Aggiungo che OpenStreetMap non rappresenta con lo stesso dettaglio tutto il territorio nazionale: per quanto avessimo già posizionato tutte le “via Reginaldo Giuliani” che abbiamo ottenuto interrogando la base dati, tuttavia ce ne stanno segnalando (ad esempio, a Sorrento) alcune che ci erano sfuggite perché non presenti su OSM. Anche per questo le segnalazioni locali sono di estrema importanza. La mappa non è il territorio, e la conoscenza sul campo, locale, situata e dal basso è una fonte d’informazioni insostituibile.

        • Avendo già lavorato coi dati di OSM, so che a volte ci si mette le mani nei capelli. Ho controllato il caso di Sorrento, e “via Reginaldo Giuliani” c’è, però è catalogata con il maccheronico “Via P.R. Guiliano”.

          Costa fatica, anche tanta a seconda dei casi, e capisco non rientri nello scopo del progetto “Viva Zerai!”, ma OSM vive anche di queste contribuzioni dal basso: se incrociando le fonti si ritiene che l’informazione sia migliorabile, ci si può creare un account e farlo via il sito web di OSM. Questa l’ho corretta io al volo, ma neanche del tutto perché la denominazione della Via (che per un suo tratto in alcune mappe viene chiamata Largo) è più lunga di come indicato. Come dice giustamente WM2 la conoscenza del territorio è indispensabile. Dunque qui si va un po’ oltre la modifica via l’interfaccia di base, ma almeno la chiave di ricerca “Reginaldo Giuliani” ora dovrebbe includere Sorrento.

  6. Ciao, segnalazioni da Trento, spero utili. Via Ezio Maccani: tenente dell’Aviazione Legionaria in Spagna – “Gruppo Pipistrelli delle Baleari” da bombardamento = tra i maggiori responsabili dei bombardamenti indiscriminati sulla Catalogna e sul Levante. Caduto in missione e insignito della medaglia d’oro in quanto: “Volontario in missione di guerra per l’affermazione degli ideali fascisti partecipava con grande ardimento a numerose azioni quale pilota capo equipaggio di aereo da bombardamento”. Il nome di Maccani è anche presente su una targa presso l’Aeroporto Gianni Caproni di Mattarello (TN) in ricordo degli aviatori trentini insigniti della Medaglia d’oro. Tra gli altri, Mario Rigatti, sempre aviatore legionario in Spagna, pilota di caccia, a al quale è inoltre intitolato il Bivacco omonimo sul Latermar. Insignito della medaglia d’argento in quanto: «Abile ed ardito pilota da caccia, volontario in missione di guerra per l’affermazione degli ideali fascisti”.

    • Ciao Lorenzo, molte grazie della segnalazione. Nei prossimi giorni, come promesso, faremo un post tutto dedicato alla mappa “Viva Zerai!”, dove specificheremo meglio i criteri che stiamo applicando per decidere cosa inserire e cosa no. Nel caso di Ezio Maccani, non c’è un collegamento diretto con il colonialismo, perché la partecipazione dell’Italia fascista alla Guerra di Spagna non era determinata dalla volontà di conquistare un territorio coloniale. Questo non significa, ovviamente, che non si tratti di un nome da contestare e da segnare in una “lista nera”, ma qui abbiamo preferito tenere un focus più ristretto, legato all’idea che la “topografia coloniale” possa aiutarci a ricordare i crimini del colonialismo italiano.

      • Ciao, grazie per la risposta e specificazione. Provo a segnalarvi (Generale) Oreste Barat(t)ieri, nato a Condino (TN) nel 1841. “Promosso colonnello nel 1885, ebbe il comando del 4° reggimento bersaglieri, e con tale grado prese parte alle campagne d’Africa in Eritrea del 1887-88, 1890 e 1891”.
        “Designato nel 1891 comandante in capo delle truppe italiane in Africa”. “Rientrato in Italia nel dicembre 1891, ritornò nel febbraio 1892 in Eritrea, con la carica di governatore della colonia”. Ecc. ecc. Da verificare, ma sembrerebbe via a Rovereto (TN) e anche un centro sportivo, una via a Borgo Chiese(TN) e a Cavalese (TN), una piazza a Saone (TN), una via ad Andria (BT) e una Campolongo (SA). Profilo biografico:https://www.treccani.it/enciclopedia/oreste-baratieri_%28Dizionario-Biografico%29

  7. Ciao, volevo aggiungere, non so se siano utili, tre piccole riflessioni. Innanzitutto vi ringrazio per avere insistito con le riflessioni sul tema dell’odonomastica, perché non avevo mai colto l’importanza, anche quantitativa, del fenomeno delle persistenze di intitolazioni “coloniali” e/o “fasciste”. Si certo, come tutti avevo la mia mappa mentale di intitolazioni discutibili, quelle che vedi di persona passandoci, ma la densità complessiva della mappa (benché provvisoria) è già suggestiva. La prima riflessione è che, al di là del “focus coloniale”, si trova proprio di tutto (guerra di Spagna, decima mas…). Mi chiedo se la persistenza di tale odonomastica sia legata in qualche modo anche alle riforme amministrative del fascismo (unificazione forzata di molti comuni, compressione delle autonomie locali, etc.) che hanno, spesso, reinventato completamente i luoghi. La seconda riflessione è la curiosità verso le “bonifiche toponomastiche” del dopoguerra: in alcuni casi (Savona, ad esempio) sono state molto accurate, in altri (Genova per dirne uno) la bonifica odonomastica è stata più blanda, sembrerebbe. Intuirei, da cialtrone, che dietro tutto questo ci dovrebbero essere microstorie molto interessanti. Infine, sempre da cialtrone, benché OT rispetto al “focus coloniale” del post, mi viene da pensare anche a rilevare le “assenze”, oltreché le “presenze”. Ad esempio, uno dei luoghi che frequento di più è uno dei pochi comuni italiani senza via Matteotti: credo che sia semplicemente un dispetto dei democristiani, che hanno sempre dominato, contro i socialisti che erano l’unica forma di opposizione, a dispetto dello scarso radicamento comunista. Purtroppo non sono competente, ma verrebbe voglia di approfondire tutto ciò.

    • «Intuirei, da cialtrone, che dietro tutto questo ci dovrebbero essere microstorie molto interessanti.»
      Intuisci molto bene! Le “bonifiche toponomastiche” hanno storie significative, e le loro amnesie – ciò che le modifiche hanno tralasciato – sono molto più eloquenti delle effettive trasformazioni. Nel rione Cirenaica di Bologna, le strade sono state reintitolate nel ’49, dall’amministrazione comunista. Oggi tutte le vie portano nomi di partigiani, tranne una. Via Libia. Recuperando gli atti del consiglio comunale in cui si decisero le nuove denominazioni, abbiamo scoperto che quel nome venne lasciato per ricordare che il colonialismo italiano, sulla “quarta sponda”, era stato anche sinonimo di lavoro, emancipazione, ecc. Inoltre, nell’immediato dopoguerra, la Repubblica italiana si batteva per mantenere le colonie del Regno, il PCI nazionale non era contrario in linea di principio, e quindi togliere anche “via Libia” poteva sembrare una risoluzione contraria alla linea del Partito.
      La denominazione “Cirenaica”, invece, è rimasta in quanto non fu mai ufficiale, e come tale non poteva essere cancellata.

      • C’è un mio commento di ieri, ancora “in attesa di moderazione” (bloccato forse per i troppi link), da cui si può capire come a Forlì la scelta di intitolare le vie a persone legate al colonialismo italiano fu fatta nel secondo dopoguerra; apparentemente gli elementi presi in considerazione furono la nascita in zona e l’aver ricevuto una medaglia (ininfluente che la medaglia fosse stata conferita in epoca fascista -non che tutte quelle della repubblica nata dalla resistenza…-, che il decorato fosse fascistissimo, o che, appunto, semplicemente stesse partecipando a operazioni per l’occupazione o la difesa di colonie). Tranne una, si trovano in zone prettamente residenziali non di passaggio.
        Di quelle intitolate a luoghi: Bengasi, preesistente, presa in esame dalla commissione toponomastica nel 1950; Eritrea, c.t. 1956; Somalia, c.t. 1964 seguita da delibera del consiglio (meno di 4 anni dopo l’indipendenza); Tripoli, nessun riferimento. Significativamente non esiste una via Etiopia. Le vie dei luoghi si trovano tuttora ai margini della campagna (anche se, dall’apertura del nuovo Conad, Bengasi si sente pronunciare più di frequente).

        A margine. Sorprendente come questa mappa stia facendo riaffiorare ogni sorta di ricordo toponomastico. Questo è più da Alpinismo Molotov: targa a ricordo dei caduti della divisione Julia sul sentiero CAI 301, cosiddetto “degli alpini” ( https://tinyurl.com/yymk9w88 ). La Julia come divisione è esclusivamente di epoca fascista; alpini della Julia parteciparono alla guerra d’Etiopia temporaneamente inquadrati nella divisione Pusteria.

      • @ wm2/ La storia di via Libia che racconti potrebbe essere il motivo anche della sopravvivenza di Viale Libia a Loano. Segnalo una storia interessante su cui non avevo mai riflettuto: Via Neghelli e via Adua ad Alassio. Queste due strade erano tra le vie di accesso ai terreni e alle ville della comunità inglese. Mi sembra evidente la volontà intimidatoria dei fascisti locali nella scelta delle intitolazioni. Che sono rimaste inalterate nel dopoguerra: l’appetito speculativo della borghesia locale verso le ville inglesi immerse nei bei giardini era (è), in fondo, sempre lo stesso. Anche a Genova il numero di persistenze molto alto, forse, andrebbe studiato ipotizzando talvolta logiche punitivo-intimidatorie: quartieri bianchi contro rossi, e/o centro contro periferia, alla luce dell’unificazione della “Grande Genova” del 1924. Però sono ipotesi a ruota libera, nulla più.

        • A proposito di “quarta sponda”: il conte Romolo Vaselli era un tizio che da maestro muratore si è fatto strada fino a essere insignito del titolo di conte nel 1941 da Re Vittorio Emanuele III e che ha collaborato con il regime fascista e nazista soprattutto costruendo strade in molte delle ex-colonie italiane secondo un recente articolo di Vice. Ora ha intitolate una via ovviamente a Roma. Su questo self made man ante litteram ed i rapporti con la sinistra dopo l’ appesa del” puzzone”un articolo sul time del ’58: https://content.time.com/time/subscriber/article/0,33009,864170-1,00.html . Negli anni ’70 suoi terreni a Decima Malafede, Roma, furono occupati da militanti del Pc e sono ora sede di una cooperativa sociale.

        • A proposito di “quarta sponda”: il conte Romolo Vaselli era un tizio che da maestro muratore si è fatto strada fino a essere insignito del titolo di conte nel 1941 da Re Vittorio Emanuele III e che ha collaborato con il regime fascista e nazista soprattutto costruendo strade in molte delle ex-colonie italiane secondo un recente articolo di Vice. Ora ha una via che porta il suo nome, ovviamente a Roma. Su questo self made man ante litteram ed i rapporti con la sinistra dopo l’ appesa del” puzzone” si può scovare un articolo sul time del ’58: https://content.time.com/time/subscriber/article/0,33009,864170-1,00.html . Negli anni ’70 suoi terreni a Decima Malafede, Roma, furono occupati da militanti del Pc e sono ora sede di una cooperativa sociale.

  8. Grazie per questa iniziativa! Segnalo il progetto “Mapping Colonial Heritage”, che si concentra su alcune città italiane, come Bolzano, Firenze, Roma, Venezia e Torino: https://postcolonialitaly.com/the-project/

    Due segnalazioni da BS e due da Roma. La spiaggia di Iseo si chiama Sassabanek, un luogo di battaglia in Etiopia, in cui gli italiani hanno fatto uso di gas incendiari. A Brescia c’è anche via Amba d’Oro, che celebra il battaglione Uork Amba.
    A Roma (ma è possibile rintracciare le stesse denominazioni in altre parti d’Italia) ci sono Largo Ascianghi, che celebra la battaglia avvenuta presso il lago omonimo, e via Ferdinando Martini, governatore dell’Eritrea dal 1897 al 1907. Per chi fosse interessaœ, ne avevamo parlato in questo documentario disponibile in open access su openddb: https://www.openddb.com/movies/aulo/

    • Ho passato metà della mia vita a pochi chilometri da Iseo. Sassabanek (per tutti “il Sassa”) non è soltanto una spiaggia, ma un grosso complesso turistico che comprende piscine, un villaggio residenziale, un grande albergo, negozi, ecc. Insomma, è un luogo frequentatissimo da tutti. Mi sono chiesto spesso l’origine di questo strano nome, ma nessuno era mai stato in grado di fornirmela. Per questo ti ringrazio di cuore.

      Mi sono messo a cercare in rete e ho trovato un paio di fonti intorno a questa scelta a dir poco sconvolgente. La prima è l’Enciclopedia Bresciana alla voce Sassabanek, dove si riporta che «Il nome risale agli anni Trenta, quando la zona in via di bonifica con a difesa sostegni trincerati sembrò richiamare a qualche reduce dalla campagna in Abissinia il caposaldo trincerato etiopico Sas-ah-Banech, dell’Ogaden, che fu conquistato dalle truppe italiane il 29 aprile 1936.».

      Questa località viene traslitterata il più delle volte come Sassabanèh, come ad esempio su http://www.criminidiguerra.it, dove viene confermato che «[il] 9 aprile [1936] Graziani telegrafa a Lessona (sottosegretario alle colonie) per informarlo del bombardamento a iprite del giorno precedente a Bullalèh, Sassabanèh, Dagahbùr, Daagamedò, Segàg, Bircùt.
      Due giorni dopo Mussolini telegrafa a Graziani ordinandogli di non fare uso di gas, ma dopo pochi giorni revoca l’ordine.
      »

      Infine, sul sito dell’Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (Isrec Bg) si trova un’interessante lettera all’allora direttore Angelo Bendotti. L’autore della lettera fa autocritica e scrive: «La mia riflessione parte dal fatto che se in quel periodo storico [nel ’36-’37] quel nome poteva avere una sua logica, non poteva averla nel 1970 quando quella spiaggia con un forte investimento da parte del Comune riapre con una nuova logica di mercato. Quando il Consiglio comunale ha dato il benestare alla riapertura della spiaggia chiamandola Sassabanek nessuno, nemmeno a noi di sinistra, è venuto in mente di avviare una seria riflessione sul nome: è sempre stato visto come il nome di una battaglia vinta e quindi come un luogo che si poteva anche festeggiare.»

  9. Nuove segnalazioni, a Cesena (si parte da qui: http://www.comune.cesena.fc.it/toponomastica ).

    Luoghi: Fiume, Pola, Zara, Libia, Cirene (vicenda della Venere), Bardia (un capo della barriera di 270 km di filo spinato fatta erigere da Graziani, combattimenti durante la WWII), Giarabub (vi studiò Omar al-Mukhtar, altro capo della barriera di Graziani, combattimenti WWII – la ricordo anche a Rimini, ma è presente anche altrove), Tobruk (combattimenti WWII), Cheren (idem), Gondar (occupata della colonna di Starace costituita da militi dell’82ª legione “Benito Mussolini” di Forlì e bersaglieri, combattimenti WWII).

    • Persone (probabilmente non tutte da mappa, ma tutte con un legame coloniale): Leonida Bissolati (espulso dal PSI nel 1912 anche per la mancata opposizione alla guerra di Libia), Ivanoe Bonomi (idem), Benedetto Croce (nel discorso del 1947 all’assemblea costituente dice che l’Italia le colonie le “aveva acquistate col suo sangue e amministrate e portate a vita civile ed europea col suo ingegno e con dispendio delle sue e tutt’altro che ricche finanze”), Enrico De Nicola (nel 1913-1914 sottosegretario di stato al ministero delle colonie nel governo Giolitti), Giovanni Grosoli (costituisce la Società Editrice Romana i cui giornali nel 1911 appoggiano la guerra di Libia, esponente del Centro Nazionale Italiano, raggruppamento cattolico fiancheggiatore del fascismo nato nel 1924), Giovanni Pascoli (nel 1911 pronuncia il discorso “La grande proletaria si è mossa” – ovviamente c’è anche a Forlì), Ernesto Teodoro Moneta (premio nobel per la pace nel 1907, favorevole alla guerra di Libia perché “le imprese, anche armate, a scopo di civilizzazione non possono essere giudicate alla stessa stregua delle guerre tra nazioni già completamente civili. […]. Noi lo abbiamo detto e più volte ripetuto, distinguiamo tra pace con i popoli civili e pace con genti barbare e semi-barbare. Se la verità della Pace è in marcia e nessuna forza può arrestarla, un’altra verità è altrettanto incontestabile ed è la fatale sottomissione dei popoli ancor barbari ai popoli civili”), Luigi Rizzo (in marina durante la guerra di Libia, ruolo di rilievo a Fiume, rientrato volontariamente in servizio per la guerra d’Etiopia, deportato in Germania per aver ordinato il sabotaggio di alcune navi dopo l’8 settembre), Renato Mordenti (ufficiale pilota in Etiopia, da 1942 invalido in seguito a incidente, nel dopoguerra vari ruoli nell’ANMIG fino alla presidenza), Raffaele Paolucci (deputato dell’ANI e poi del PNF fra le guerre, ufficiale medico in Etiopia, parlamentare del Partito Nazionale Monarchico nel secondo dopoguerra).

      No so bene come mi sia venuto in mente di farlo, ma ho cercato da dove provenissero i primi leoni ingabbiati ai Giardini Margherita (i primi Reno e Sciascia): donati da reduci della guerra d’Etiopia nel 1938.

  10. Ciao, a Torino mi permetto di segnalare anche Piazza Massaua (Eritrea) e Stampalia (Dodecaneso), che sarebbero le prime corrispondenti a queste città nella mappa – anche se da google maps vedo che ve ne dovrebbero essere anche altrove -, oltre a via Mogadisco ed Eritrea. C’è poi il famoso caso di Piazza Bengasi, che nell’uso comune dei torinesi viene ormai pronunciato “Bèngasi” e praticamente mai in modo corretto, contribuendo così a distorcere percezione e comprensione del passato coloniale. Un contributo sul contesto di Torino:
    https://fondazionefeltrinelli.it/spazi-luoghi-memorie-sui-confini-post-coloniali-di-torino/

  11. Ciao, ho apprezzato la segnalazione delle vie di Valdagno (Vicenza) dedicate ai territori colonizzati dall’Italia. Ci sarebbero altri spazi della città da indicare nella mappa, prima fra tutte la parete con la mappa delle colonie italiane sul lato dell’attuale municipio, ex “casa del fascio” (tra l’altro…). Una foto della parete si trova sul sito “arte fascista.it” che ha la vocazione esattamente opposta alla vostra iniziativa: si propongono di esaltare i simboli fascisti ancora presenti sul territorio. Agghiaccianti l’intento e le descrizioni presenti sul sito. Hanno una pagina intera dedicata a Valdagno.

  12. ciao. A Bergamo non vedo questo luogo: Istituto e Liceo Scientifico Aeronautico Locatelli – Via Giosuè Carducci, 1, 24127 Bergamo BG
    In città il nome di Antonio Locatelli è sempre menzionato dai più solo come eroe e il suo aereo era esposto come oggetto quasi di culto al museo storico della città. Adesso credo che sia altrove dopo essere stato restaurato. Purtroppo le targhe esibite presso i monumenti commemorativi sono sempre legate all’aspetto romantico e leggendario che nulla attengono alla realtà degli eventi. Basta dire che sia stato insignito di 3 medaglie d’oro al valor militare e questo basta per non approfondirne la vicenda.
    Riuscite a inserirne il segna posto?

    • Inserito il liceo di Bergamo dedicato a Locatelli. Gli italiani – come lui – morti nei pressi di Lechemti, il 27 giugno ’36, durante una missione segreta per portare un capo locale dalla parte del Regno d’Italia, hanno tutti almeno una via dedicata in giro per il Paese. Locatelli è il più gettonato. Mario Calderini ha una strada in centro a Reggio Emilia. Giorgio Bombonati una targa e una scuola elementare a Ferrara. Vincenzo Magliocco dà il nome a una via di Palermo e di Comiso. Luigi Gabelli è ricordato a Udine, Pordenone e Guidonia. William d’Altri ha un busto e una strada a Cesena, oltre a una via a Isola Sacra, vicino a Fiumicino. Giulio Malenza ha una via e una scuola primaria a Bellinzago , ma non sono del tutto certo che sia quel Giulio Malenza. Renato Ciprari è sempre dalle parti di Fiumicino, dove gli aviatori sono celebrati a prescindere. Antonio Drammis è a Brescia. Le vie “Mario Galli” sono molte, ma il nome è comunissimo, e bisogna verificare la corrispondenza. Via Alberto Agostini a Rosignano si riferisce quasi certamente all’episodio di Lechemti, perché Agostini era di Rosignano, e quindi si tratta di “gloria locale”. Aldo Prasso, che era un civile, figlio di un italiano e di un’etiope, ha una strada di Roma, in zona Portuense.
      Le intitolazioni di scuole elementari a soldati dell’esercito fascista, impegnati in operazioni di controguerriglia, mi sembrano in assoluto il caso più terribile. Ma ci torneremo.
      Intanto, sempre a Bergamo, segnate anche: via G. e G. Paglia, interessante tentativo di intitolazione bipartisan, perché il primo G., Guido, il padre, era un centurione delle Camicie Nere, volontario in Etiopia, morto all’Amba Uork, mentre il secondo G., Giorgio, fu un partigiano antifascista, entrambi decorati con Medaglia d’oro al v.m. E poi via Gennaro Sora, alpino ed esploratore polare, tra i principali responsabili della strage alla “grotta del ribelle” di Zeret: http://www.isrecbg.it/web/wp-content/uploads/2014/04/Pioselli_N.-77.pdf

  13. A Roma seppure trovavo un secondo istituto del primo ciclo intitolato ad un colonialista, in Acilia oltre alle elementari Leopoldo Franchetti già mappata, sto riscontrando la ridenominazione recente di vie intitolate a firmatari del manifesto sulla razza: Donaggio e Zavattari, i cui odonimi viari sono altrimenti intitolati, su proposta degli gli alunni delle scuole I. C. Bernardini, plesso Ada Tagliacozzo e Antonio Gramsci, Paola Sarro, Scientifico Louis Pasteur, Istituto Vittorio Gassman, Istituto De Amicis – Cattaneo, Istituto Tecnico Industriale Enrico Fermi, Istituto Luigi Einaudi, Plauto, Alberti, Fiumegiallo, Purificato, Majorana, attraverso la piattaforma elettronica sviluppata dagli studenti dell’Istituto Vittorio Gassman.

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