Yekatit 12 | Febbraio 19. Storie di deportati, di confinati e dei loro figli.

Ras Immirù Hailé Selassié al confino a Longobucco (CS)

Terzo post, di quattro, in preparazione di Yekatit 12, il 19 febbraio del calendario gregoriano, giorno che abbiamo proposto per “agire la memoria” in ricordo dei crimini del colonialismo italiano.

Come abbiamo raccontato nel primo articolo della serie, quella data segnò l’inizio del massacro di Addis Abeba, durante il quale gli italiani uccisero migliaia di etiopi residenti in città (19mila, secondo la stima dello storico Ian Campbell nel suo più recente libro sulla strage).

Due settimane più tardi, ai primi di marzo del 1937, circa 187 alti esponenti della classe dirigente etiope vengono arrestati, insieme a 8 donne e 2 bambini, trasportati in aereo a Massaua e imbarcati sul piroscafo Toscana diretto a Napoli.
All’ultimo momento, però, la nave si dirige verso l’Asinara e i prigionieri vengono confinati nella Colonia sanitaria marina.

Non è la prima volta che sudditi coloniali vengono trasferiti in Italia con la forza. Fin dal 1889, ascari somali ed eritrei avevano conosciuto le carceri militari di Portici e Gaeta, mentre nei bagni penali di Procida e Nisida furono rinchiusi gruppi consistenti di civili (20 nel primo e 30 nel secondo – entrambi indicati sulla mappa “Viva Zerai!”, con il segnaposto nero dei “luoghi d’internamento”).

Con la guerra di Libia (1911-12), la deportazione dalle Colonie era aumentata in maniera esponenziale: 1366 libici vennero confinati nelle sole isole Tremiti (e 437 morirono nel giro di un anno), 1757 furono ristretti a Favignana tra il 1912 e il 1920 (ne morirono 354), 920 finirono a Ustica (e 150 vi morirono), poi altri 1360 (sempre a Ustica), tra il giugno 1915 e il gennaio 1916, e infine 31 notabili senussiti, nel giugno 1930. Uno sparuto gruppo venne mandato sull’isola della Gorgona, nell’Arcipelago toscano, l’unica di queste “prigioni coloniali” che non si trovi nel Mezzogiorno.

I “folli criminali” e gli “alienati” della Quarta Sponda finivano nelle case dei matti di Palermo, Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto. Le donne venivano imprigionate nel carcere femminile di Trani (che ancora oggi svolge quella funzione). I minori finivano a Noto, altri a Siracusa, nel carcere borbonico, altri ancora alla Rotonda di Tempio Pausania – tutti luoghi e notizie che trovate sulla mappa.

Nel 1915, con l’entrata in guerra dell’Italia, 2554 soldati libici, con 1780 donne e bambini, vengono trasferiti in Sicilia, a Canicattini Bagni e Floridia (vedi mappa), per paura che restando in Tripolitania possano ammutinarsi, disertare e unirsi all’esercito ottomano. Per qualche mese, sembra addirittura che il ministro della Guerra voglia spedirli sul Carso a combattere. Poi però non se ne fa nulla, e rimangono dove sono fino al giugno 1916, in una condizione non molto diversa dal confino.

E al confino si trovava, dal 16 marzo 1936, lo studente eritreo Mengistu Isahac, condannato per avere “esternati accaniti sentimenti antitaliani e antifascisti”, mentre si trovava a Roma, iscritto alla facoltà di Scienze.

Nel marzo 1937, quando il “Toscana” con i deportati etiopi approda all’Asinara, Mengistu è ancora a Ustica (andrà poi alle Tremiti, poi di nuovo a Ustica e infine a Ventotene, a motivo di varie insubordinazioni, ma soprattutto “perché, malgrado diffidato, non salutava romanamente”).

All’Asinara, il 16 aprile, arriva un altro piroscafo, il “Sardegna”, con un ulteriore carico di 87 confinati. A questo punto, la situazione diventa ingestibile, la colonia non può contenere tanta gente e le autorità decidono di smistare i gruppi: i più malleabili e tranquilli finiscono a Tivoli, a Villa Ettora e Villa Leonardi/Savi (sulla mappa), un folto gruppo di donne e bambini viene sistemato a Mercogliano (AV) nell’orfanotrofio delle suore benedettine, mentre i mariti stanno ala Palazzo Abbaziale di Loreto, proprio lì accanto (sempre sulla mappa). I più anziani si ritrovano a Torre del Greco, ma non sappiamo ancora bene in quale sede. Ventotto irriducibili (cui se ne aggiungeranno altri sette) vengono spediti a Longobucco (vedi mappa) un paese annidato tra le montagne della Sila, dove gli abitanti, per qualche tempo, non faranno uscire i bambini di casa per paura che se li mangino i cannibali.

Sull’isola sarda, a Cala Grande, rimane un piccolo gruppo, che pian piano s’ingrossa di altri arrivi, tra i quali spicca quello della principessa Romane Work (“Melagrana d’oro”), figlia maggiore dell’imperatore Hailé Selassié, con i suoi quattro figli. Il marito, Beyene Merid, governatore del Bale e comandante partigiano, è stato catturato e fucilato dai fascisti il 24 febbraio 1937. Il figlio Gideon si ammala e muore all’Asinara. Anche la salute di Romanework è presto compromessa. Un missionario della Consolata, in visita sull’isola, intercede per farla trasferire a Torino, in una struttura per orfani di proprietà dell’ordine, in via Genova, 8 (sulla mappa). Romanework morirà di tubercolosi, all’Ospedale Maggiore di Torino, il 14 ottobre 1940. E’ sepolta al cimitero monumentale, insieme a un altro figlio, Getachew, morto nel ’44. I due bambini rimasti, Merid e Samson, torneranno in Etiopia solo alla fine della guerra.

La principessa Romane Work a Torino con i figli

Nel frattempo, anche a Longobucco si dipana una storia di genitori e figli, ancorché meno tragica.

Tra i confinati etiopi c’è pure il degiac Mangascià Ubié, ex-ambasciatore a Roma in rappresentanza del suo paese. Mangascià si lamenta di essere finito nel gruppo dei più cattivi. Scrive subito al prefetto, in italiano, sostenendo che non ha “mai agito male”, che ad Addis Abeba ha fatto atto di sottomissione al maresciallo Badoglio, nonostante avesse ai suoi ordini un esercito di settemila uomini, “perché amavo l’Italia e in Italia mi fidavo”.

La lettera non sortisce l’effetto desiderato. Mangascià non viene trasferito. Non subito, almeno. Invece, dopo un anno, nel giugno del 1938, il prefetto chiede al Ministro degli Interni di mandarlo a Bocchigliero, un’ora di curve da Longobucco, non certo in una situazione migliore.  Infatti il trasloco non è un premio per buona condotta, al contrario. Il motivo è che il degiac avrebbecontratto relazioni con prostitute del luogo”.

Non sappiamo se l’accusa fosse fondata. Di certo c’è che nel febbraio ’39 Giuseppina Blaconà mette al mondo un bambino – subito soprannominato “u nivuriaddu” – che non può proprio essere figlio di suo marito, Vincenzo Scigliano. Giuseppina non era una prostituta: si occupava delle pulizie delle stanze e di preparare i pasti per i confinati. Il lavoro gliel’aveva trovato proprio Vincenzo, che in Etiopia c’era stato, a fare la guerra, e per questo, fin dai primi giorni, era stato incaricato di tenere i rapporti con quella gente strana, lui che ci si sapeva fare. Vincenzo comunque riconosce il figlio e gli dà il nome di suo padre, Michele Antonio. Forse lo fa per evitare guai alla moglie, visto che in Italia la legge parla chiaro: “il cittadino che intrattiene relazioni di indole coniugale con un suddito dell’Africa Orientale Italiana è punito con la reclusione da uno a cinque anni.”

Intanto, il padre naturale del bambino, Mangascià Ubié, viene spedito a Bocchigliero, e quando gli Alleati liberano la Calabria, può finalmente tornare al suo Paese.

Da lì, a guerra finita, scrive a Giuseppina, chiede notizie del figlio, vorrebbe crescerlo in Etiopia, manda anche del denaro, ma la madre non sente ragioni. Michele Antonio cresce a Longobucco, diventa carbonaio e pastore, si sposa a diciott’anni, e nei primi anni Sessanta gli nascono due figli: Mangascià Vincenzo e Giuseppina.

La sua vita cambia d’improvviso quando gli arriva la notizia – una lettera? un telegramma? una telefonata? – che Mangascià Ubié è morto e gli ha lasciato tutta l’eredità, perché nel frattempo ha avuto altri due figli, ma sono dei poco di buono e non meritano nulla. Michele Antonio s’informa e pare che la cifra sia considerevole: il padre è stato Ministro, consigliere dell’Imperatore, ha sposato una donna molto ricca, è rimasto vedovo, ha palazzi, terreni, tesori…

Micael Mangascià a Longobucco, poco prima di partire per l’Etiopia (1963)

Nel maggio 1963, Michele Antonio rinuncia alla cittadinanza italiana, prende quella etiope, con il nome di Micael Mangascià e parte per Addis Abeba.

I giornali dell’epoca colgono l’occasione per scrivere pezzi di colore, non mancando di ribadire quanto fosse “dorato” il confino degli etiopi a Longobucco: sì, d’accordo, per loro faceva freddo e si ammalavano, ma prendevano mille lire al mese di diaria, la gente era ospitale, le donne ben disposte… cosa vuoi che siano sei anni lontano da casa, senza potersi allontanare da un paese di settemila anime!

A quanto dicono, Michele Antonio non è mai più tornato a Longobucco: e anche qui si favoleggia dei conti che avrebbe lasciato da pagare prima di sparire, del suo assassinio in Etiopia per mano di sicari pagati dai fratellastri, di gozzoviglie esotiche, testamenti annullati, povertà improvvisa, dalle stalle alle stelle alle stalle, e via stereotipando.

Luigi Magni, reduce dal successo di “Nell’anno del Signore”, immaginò anche di girare un film su tutta la storia, per provare a raccontare, attraverso quella, “l’aggressione fascista e le mascalzonate degli italiani in Etiopia”. Alla fine, non se ne fece nulla: e di film italiani che raccontino le “mascalzonate” degli italiani in Africa non se ne girerà manco mezzo, almeno fino a Tempo di uccidere di Giuliano Montaldo, che è del 1989. Non a caso, uno dei film anticolonialisti più famosi e citati, La battaglia d’Algeri, è l’opera di un regista italiano, Gillo Pontecorvo, ma parla dei misfatti coloniali altrui (francesi, nella fattispecie).

***

Concludiamo il post con due segnalazioni.

Sul sito di Internazionale, un articolo di Wu Ming 2 riprende la questione dell’eredità coloniale italiana e rilancia la data di Yekatit 12/19 febbraio come giornata di iniziative, in particolare nei confronti di odonimi, monumenti, lapidi, luoghi. Sappiamo già che la proposta è stata raccolta a Padova, Milano, Palermo, Reggio Emilia, Bologna. A Napoli, l’Università “L’Orientale”, DKnow e il Centro Studi Postcoloniali e di Genere organizzano un incontro on-line, con interventi di Miguel Mellino, Gabriella Ghermandi, Sandro Triulzi, Iain Chambers, Antar Mohamed, Resistenze in Cirenaica, Black Lives Matter Roma e molti altri. Per info e link sulla piattaforma Zoom, cliccate l’immagine qui a fianco.

Tanti e tante stanno partecipando in questi giorni con segnalazioni per la mappa, anche di gruppo, come ha fatto l’Associazione eQual per la topografia di Mantova e provincia.

Continuiamo così. Niente resterà impunito.

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10 commenti su “Yekatit 12 | Febbraio 19. Storie di deportati, di confinati e dei loro figli.

  1. Buongiorno a tutte e a tutti. Innanzitutto grazie per gli articoli. Questo non è un commento specifico sul terzo post dei quattro, ma verte sull’iniziativa per Yekatit 12 e sul tipo di guerriglia odonomastica che stiamo portando avanti con il nostro collettivo. Se Yekatit 12 può essere vista come un’occasione per contarci, fare massa e rete, eccoci qua.
    Ci presentiamo. Siamo un collettivo che sta riflettendo, camminando e agendo su una porzione di Roma ben delimitata: il quartiere africano. L’idea alla base del nostro progetto è quella di rileggere in controluce l’odonomastica eritrea di quel quartiere, coinvolgendo le voci delle migrazioni del presente e del passato più o meno recente. Sebbene l’idea sia nata qualche anno fa, è solo da quest’estate che si è passati dai libri alla strada. Dopo l’autunno percorso passeggiando per le vie del quartiere, in compagnia delle persone eritree man mano coinvolte, siamo finalmente arrivati alle primissime restituzioni pubbliche del lavoro svolto: abbiamo creato un primo percorso all’interno del quartiere, utilizzando alcuni degli otto odonimi relativi all’Eritrea, e sviluppato alcune tematiche storiche partendo dal materiale orale raccolto durante le passeggiate con le persone eritree (segregazione urbanistica – via Asmara; istruzione – via Asmara/scuola Settembrini; indemaniamento delle terre – via Senafè). Queste tappe di approfondimento, supportate da pannelli di contestualizzazione storica, sono collegate tra loro dagli audio del materiale orale che stiamo pian piano archiviando, montati seguendo il fil rouge del percorso.

    Chiudiamo il commento al post con una segnalazione relativa a Yekatit 12: abbiamo scelto di concludere questo primo ciclo di passeggiate di restituzione pubblica proprio venerdì 19, rispondendo alla chiamata alle armi partita dal blog.

    Buona guerriglia a tutte e a tutti.

    Colletivo Tezeta

    • Uno degli obiettivi di questa “chiamata alle arti” è proprio quello di mettere in contatto le diverse realtà che si occupano del colonialismo italiano, oltre le aule universitarie, e con particolare riferimento alla topografia, agli odonimi, ai monumenti, alle lapidi.
      Grazie quindi di aver segnalato la vostra iniziativa. Sotto un altro post ha commentato Maria, del CS Ex-Snia + Archivio Maria Baccante, che faranno un’azione sotto il Cinema Impero. Già non sarebbe male se le due iniziative riuscissero a rimbalazare una nell’altra, visto che sempre di Roma si tratta.

      Invitiamo tutte quanti a segnalarci le azioni previste per Yekatit 12, con riferimenti e appuntamenti, nel caso siano pubbliche, così da poterle rilanciare nell’ultimo post di 4 che dedicheremo alla preparazione di quella giornata.

      Poi mandateci foto e resoconti per un successivo post sui risultati di questo primo “rituale anticolonialista”su scala nazionale

  2. Sul blog di “Resistenze in Cirenaica” gli Arbegnuoc Urbani di Reggio Emilia presentano la loro iniziativa per Yekatit 12: https://resistenzeincirenaica.com/2021/02/17/nuove-incursioni-a-reggio-emilia-del-collettivo-arbegnuoc/

  3. Cerco di trovare una mia sintesi oculatamente obliqua: l’ anticolonialismo mi appare come una declinazione dell ‘internazionalismo; in questa frase che cito da Una parola gloriosa mi pare ci sia molta ciccia:”… a questo passato..”( in generale la crisi ed il business as usual che si delinea come ‘ottica d’ osservazione’ con cui risolvere la crisi), “.. va oggi non contrapposta né dialettizzata secondo la cattiva filosofia delle opposizioni, ma va integrata e immedesimata una parola gloriosa che viene fino a noi tra le maggiori eredità del comunismo ma ancora prima dall’umanesimo, e questa parola è l’internazionalismo”. Come taglio teorico per l’evento collettivo di domani, mi sembra intanto un spunto di riflessione soggettiva sinestetico con il vostro orizzonte politico.

  4. Ecco il programma per Yekatit 12 che arriva da Palermo. Molto intenso e articolato, come si conviene a una delle capitali italiane della guerriglia odonomastica:

    A rispondere all’iniziativa a Palermo il Forum Antirazzista Palermo, la noenata Rete Anticoloniale Siciliana (RAS), Fare Ala, Queering Defaults Italia, Decoro Urbano e l’Assemblea Anarchica Palermitana. I due luoghi scelti per le iniziative sono via Magliocco e la Casa del Mutilato (si vedano entrambe sulla mappa per le notizie specifiche)

    Mattina

    – La Rete Anticoloniale Siciliana, Fare Ala e Queering Defaults Italia realizzeranno due interventi ideati in collaborazione: uno alla Casa del Mutilato e l’altro in via Generale Magliocco. Sul muro di fronte la Casa del Mutilato verrà esposta un’immagine d’epoca in grande formato di Rodolfo Graziani che mostra le ferite riportate durante l’attentato dal quale scaturì la violenza del massacro di Addis Abeba. L’immagine sarà accompagnata da una frase che ricorda le vittime della strage e la violenza coloniale italiana: “Palermo non dimentica i 30000 civili etiopi brutalmente massacrati nell’immane strage di Addis Abeba commessa da civili italiani, militari del Regio Esercito e squadre fasciste il 19, 20 e 21 febbraio 1937, in seguito a un attentato, purtroppo fallito, contro il Viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani.
    In via Generale Magliocco verrà proposto un intervento che collega il colonialismo fascista in Etiopia con il neocolonialismo capitalista del presente. Verranno offerte delle rose rosse immerse in un secchio contenente acqua rossa per ricordare la strage di Addis Abeba (il nome della città in amarico significa “nuovo fiore”) e il drammatico presente che si connette alla floricoltura in Etiopia – alla coltivazione di fiori, soprattutto di rose – destinate in gran parte all’Europa. Un enorme mercato che produce sfruttamento dei territori e dei corpi dei lavoratori etiopi, sottopagati e costretti in condizioni di precarietà e povertà. L’intervento ci ricorda che la ferocia coloniale non si è mai arrestata e che una linea rossa di violenza e di sangue continua ancora oggi, attraverso le forme più insidiose del capitalismo che proseguono lo sfruttamento dei paesi africani da parte dell’Europa.

    Pomeriggio

    – “Il Forum Antirazzista Palermo sarà presente nel pomeriggio del 19 in via Generale Magliocco per ricordare i crimini del colonialismo italiano con letture e immagini, mostrando su una mappa i luoghi che a Palermo ancora celebrano l’impero fascista. Contro il colonialismo del secolo scorso e contro lo sfruttamento neocoloniale di oggi”.

    – Decoro Urbano, un gruppo informale che si incontra per danzare nello spazio pubblico, proporrà un contributo in via Generale Magliocco: “Con la presenza materiale dei nostri corpi in questo giorno e in questa via, ricordiamo questa storia in cui la violenza del colonialismo fascista si manifestò in tutta la sua disumana ferocia, ma fondiamo un nuovo presente in cui celebriamo la relazione tra i nostri corpi, riconosciamo le nostre pelli diverse e le storie singolari di ciascuna e ciascuno e le asimmetrie dei nostri posizionamenti e attraversiamo lo spazio urbano come un milieu complesso, conflittuale e fragile che accoglie l’alleanza dei nostri corpi”.

    Tutto il giorno

    – “L’Assemblea Anarchica Palermitana distribuirà nei due luoghi scelti volantini che saranno di supporto all’iniziativa spiegando cosa è stata e cosa significa oggi la strage di Addis Abeba e che reintroducono l’uso del cartaceo come pratica di sensibilizzazione sociale”. Inoltre, proporrà letture e uno striscione con una frase di Buenaventura Durruti – “Col fascismo non si discute, lo si distrugge” – che non lascia spazio ad assoluzioni per i mandanti della strage. “La frase di Buenaventura Durruti, anarchico spagnolo che visse la guerra civile e che morì durante l’assedio di Franco, è oggi più che mai simbolo di una resistenza che non scende a ipocriti compromessi ma bensì con decisione esclude e condanna il totalitarismo”.

  5. Narrare la storia significa prima di tutto citare le fonti da dove le notizie vengono estrapolate. La storia dei confinati etiopico è raccontata a livello storiografico in diversi testi. Forse bisognava consultarli meglio e citarli. Con la storia non si scherza perchè fa parte del nostro essere anche cittadini attivi,questo articolo a mio avviso non ha ne capo ne coda.I confinati Etiopi a Longobucco si sono bene integrati,molti di loro sono ritornati dopo la guerra a Longobucco. Poi se volete il Pof. Giuseppe Ferraro ha scritto un Libro l’Abissinia a Longobucco molto dettagliato di cui una copia nel Centro Culturale Delvecchio del Comune diLongobucco con tanto di foto comprese queste che avete pubblicato, ed altri documenti ufficiali non per sentito dire.Scusatemi il mio risentimento ma su questo argomento io ho collaborato anche con gli attuali nipoti del Ras Mangascià, la documentazione di cui parlo è stata consegnata ad un noto regista Americano.Ed e disponibile per studi e consultazioni, Grazie al Prof. Giuseppe Ferraro. e a la popolazione d Longobucco che ha collaborato con la donazione di foto documenti e racconti. non si dovrebbe scherzare ne sulle popolazioni ne sulla storia.

    • Non ho nessun problema a citare le fonti dell’articolo, che non è un pezzo scritto per una rivista di studi accademici e non ha quindi quel formato, con le note a pie’ di pagina e i riferimenti bibliografici.
      Bastava chiedere, senza farsi prendere da una stizza che mi pare sinceramente fuori luogo.
      Mi scuserai se tralascio la bibliografia più generale sulla storia del colonialismo italiano, di cui ci occupiamo con regolarità da almeno tre lustri, e il già citato – in un altro articolo – Ian Campbell, Il massacro di Addis Abeba. Mi scuserai anche se non metto i riferimenti completi, ma solo il nome dell’autore e il titolo dell’articolo. Se sei interessato, puoi scriverci una mail e posso girarti i pdf o le scansioni.
      Quindi, andando più o meno con ordine:

      M. Lenci, Prove di repressione. Deportati eritrei in Italia (1886-1893)
      R. Guarasci, Una colonia di confino per etiopici: Longobucco (1937 – 1943)
      M. Lenci, Un intellettuale eritreo spesso al “Fosso”
      C. Hendel, Asinara. Un posto nella storia etiope
      A. Volterra, Il conflitto e le colonie italiane. I soldati dei RR. Corpi Truppe Coloniali
      G. Ferraro, Una liberazione «diversa» e le lettere «amhariche» degli anni di confino dei deportati etiopi
      G. Ferraro, Mons. Montini e gli internati etiopici in Calabria (1937 -1943)
      G. Ferraro, I deportati dall’Impero. Gli etiopi confinati in Italia durante il regime fascista
      F. Di Pasquale, The “Other” at Home: Deportation and Transportation of Libyans to Italy During the Colonial Era (1911–1943)
      M. Scarfone, La psichiatria coloniale italiana. Teorie, pratiche, protagonisti, istituzioni. 1906 – 1952
      F. Di Pasquale, I deportati libici in Sicilia (1911 – 1933)
      G. Palange, Guida alla Calabria misteriosa
      G. Josca, La sfortuna di essere l’erede di Ras Mangascià
      (Gli ultimi due soprattutto come esempi negativi del gossip intorno al caso di Micael Mangascià)

      Poi alcune pagine online, come quella del comune di Longobucco dedicata alla questione dei confinati e quella dell’Antica Biblioteca Corigliano – Rossano.

      Detto questo, a parte la bibliografia e la sitografia, scrivere “gli Etiopi a Longobucco si sono bene integrati”, mi ricorda la frase di Berlusconi sui confinati ai tempi del fascismo, che in fin dei conti si sono fatti una vacanza. Non si dovrebbe scherzare sulle popolazioni e sulla storia. Ma davvero.

      • Sulla “buona integrazione” degli etiopi a Longobucco, valga ad esempio la testimonianza di Haddis Alemayehou, pubblicata su The Ethiopian Herald del 12.11.43, e riportata sul sito campifascisti.it:
        «Siamo finalmente liberi, dopo sette anni di confino, dopo sette anni di insulti e umiliazioni, dopo sette anni di sofferenze fisiche e psichiche»
        Il fatto che i confinati siano ritornati a Longobucco, che la memoria dei loro rapoporti con la popolazione locale sia positiva, non cambia il fatto che furono deportati, per sei lunghi anni, e reclusi in un paese di cui non sapevano nulla, lontani dalle loro case e dai loro affetti. La gente di Longobucco può anche essersi comportata in maniera straordinariamente ospitale, ma questo non cambia di segno l’esperienza del confino, e pensare che queste persone si siano “bene integrate” fa ridere, nel migliore dei casi, e molta tristezza, nel peggiore.

  6. http://www.comunelongobucco.eu/agenda-eventi1/174-l-abissiniaalongobucco.html#:~:text=Il%20gruppo%20di%20confinati%20etiopi,etiopico%20a%20Roma)%20e%20dal

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    A Longobucco non abbiamo mai visto ne cannibali, ne prostitute,
    Siamo un popolo accogliente che aiuta il prossimo e chi è in difficoltà….evidentemente la popolazione di Longobucco non è razzista anzi infatti le ripeto dopo il confino molti di loro finita la guerra ritornarono a Longobucco per ringraziare la popolazione di averli aiutati.per renderci conto parliamo di confinati portati dall’Etiopia con clima Caldo a Longobucco ai piedi della Sila dove d’Inverno la neve che raggiungeva i 2 metri di altezza un clima temperato freddo.

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    • 1. Il link che hai copiato qui sopra, diretto al sito del comune di Longobucco, è lo stesso che ti ho indicato nella bibliografia dell’articolo, da te richiesta con insistenza. Ne deduco che quella bibliografia non l’hai manco guardata, altrimenti perché ribadire lo stesso link?
      2. Nessuno ha scritto che a Longobucco si sarebbero mai viste delle prostitute (e poi, che male ci sarebbe?). Nell’articolo abbiamo citato tra virgolette un documento del prefetto fascista di Cosenza, dove si chiede l’allontanamento da Longobucco di Mangascià Ubié in quanto avrebbe frequentato delle prostitute locali. Subito sotto, scriviamo che non possiamo sapere se questo fosse vero.
      3. Quanto ai cannibali, ho riportato la testimoninaza raccolta da Giuseppe Josca, nel suo articolo “La sfortuna di essere l’erede di Ras Mangascià”, pubblicato sul Corriere della Sera il 3 gennaio 1963. Ecco cosa scrive Josca: «In principio – mi racconta un vecchio commesso comunale – le mamme tenevano i bambini chiusi in casa, per paura che gli abissini se li mangiassero». Certo, se dovessi scrivere un saggio per una rivista di Storia, andrei a verificare la testimonianza con ulteriori indagini, ma per una frase in un articolo come questo, penso si tratti di una fonte sufficiente.
      4. Se la popolazione di Longobucco sia più o meno razzista non m’interessa. Ritengo demenziali – e a volte pure razziste – frasi come “il popolo X è razzista”, “il popolo Y è accogliente”. Ma quale “popolo”? Oltretutto, l’articolo parla di Longobucco nel 1937, che diavolo c’entra con l’essere razzisti o meno oggi, nel 2020? Nel 1937, a Longobucco, ci saranno stati i razzisti, gli antirazzisti, i fascisti, i socialisti, gli stronzi e i mansueti… L’articolo è sulla deportazione degli etiopi, non sul carattere dei longobucchesi.

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