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guerriglia odonomastica

8 marzo 2021: le strade ricordano Violet Gibson e il suo tentato tirannicidio (e altre donne che resistettero a colonialismo e fascismo)

Il cartello affisso per l’8 marzo in diverse città d’Italia. Nel rione Cirenaica di Bologna, a Violet è stato anche intitolato dal basso un largo senza nome che si apre su via Sante Vincenzi. In contemporanea, nel quartiere Gratosoglio di Milano una piazza senza nome è diventata Piazza Violet Gibson.

A pochi giorni di distanza dalle azioni di Yekatit-12, la Federazione delle Resistenze è tornata ad agire. In diverse città d’Italia – Bologna, Carpi, Milano, Padova, Palermo e Reggio Emilia – sono apparsi cartelli fucsia in memoria di Violet Gibson, la donna anglo-irlandese che il 7 aprile 1926 sparò a Benito Mussolini, riuscendo solo a ferirlo di striscio, purtroppo.

Nei mesi precedenti, con la prima ondata di «leggi fascistissime», il governo fascista aveva avviato la propria trasformazione in dittatura. Violet cercò di scuotere le italiane e gli italiani, ravvivando la nobile tradizione del tirannicidio, e per questo pagò un prezzo altissimo. Nella sua Irlanda oggi è riscoperta e celebrata, in Italia fin qui era dimenticata, considerata nulla più che «una matta», ma le cose stanno cambiando.

In un Paese che resta patriarcale fino al midollo, un Paese sempiternamente governato con un mix di paternalismo autoritario e cialtronaggine dolosa, un Paese sempre pronto a consegnarsi con grande ignavia al presunto Uomo Forte di turno, dedicare l’8 marzo a Violet Gibson è sovversivo.

Ancor più sovversivo è farlo riappropriandosi delle strade, facendo dialogare la memoria di Violet con il genius loci di un quartiere, accendendo fiamme di gioia e rivoluzione in spazi urbani che oggi troppi vorrebbero spenti e ripiegati su se stessi. Prosegui la lettura ›

Tutte le azioni di Yekatit 12 | Contro il colonialismo, e per riprendersi le strade.

Palermo, Yekatit 12. Rose per l’Etiopia in via Generale Magliocco

Partiamo dalla fine, in cauda venenum.

Stavamo ancora mettendo in ordine le foto e le testimonianze delle tante iniziative per Yekatit 12, quando sui giornali locali è uscita la notizia che l’Università di Bologna vuole concedere la laurea honoris causa ai suoi studenti, senza distinguere tra obbligati e volontari, dispersi durante l’invasione dell’Unione Sovietica, a fianco dell’esercito del Terzo Reich, in una campagna bellica che costò più di 20 milioni di morti al Paese aggredito. Il tutto, in una città che alla battaglia di Stalingrado ha intitolato una strada, via Mascarella Nuova, nel 1949.

Con lo stesso criterio, si finirà per attribuire un titolo ad honorem anche a chi scelse di abbandonare gli studi per andare a combattere in Etiopia, magari inquadrato nelle Camicie Nere.

O forse non ci si arriverà, se nelle piazze si terrà viva la memoria, come accaduto il 19 febbraio, per ricordare la strage di Addis Abeba e i crimini del colonialismo italiano. Prosegui la lettura ›

Yekatit 12 | Febbraio 19. Scusa, soldato, dove l’hai presa quella medaglia d’oro?

Reggio Emilia, città medaglia d’oro per la Resistenza, famosa nel mondo per i suoi  asili nido: dal cancello di via Salvador Allende, sul retro dell’Ipercoop, gli alunni entrano in file ordinate nell’edificio basso delle “Vasco Agosti“. Una bimba di prima elementare stampa un bacio sulla guancia del papà e a bruciapelo gli domanda perché la sua scuola si chiama così.

Il padre non sa la risposta, ma in pausa pranzo fa una ricerchina su Internet e scopre che al pomeriggio, quando andrà a riprendere sua figlia, dovrà dirle che Vasco Agosti è ricordato perché morì a Rarati, in Etiopia, l’8 agosto 1937, mentre partecipava alle grandi operazioni di “polizia coloniale” contro la resistenza dei partigiani locali, inquadrato nelle truppe dell’Italia fascista. E per completezza, dovrà aggiungere che Vasco aveva partecipato, da volontario, anche alla riconquista della Libia, dal 1923 al 1927, avendo sempre come nemici dei guerriglieri antifascisti.

Sarà che i miei figli hanno frequentato la scuola primaria XXI Aprile – giorno della Liberazione di Bologna – ma trovo davvero disgustoso che bambini e bambine tra i 6 e gli 11 anni debbano studiare tra quattro mura che portano il nome di un soldato invasore. Se poi quel soldato è l’equivalente di un tedesco della Wehrmacht sull’Appennino Tosco-Emiliano, morto in uno scontro con le Brigate Garibaldi, e per questo insignito di medaglia d’oro, ecco che il disgusto si trasforma in una domanda: perché i genitori non chiedono di cambiare nome alla scuola? Prosegui la lettura ›

Yekatit 12 | Febbraio 19. Zerai Deres, una mappa e una data per agire la memoria.

Secondo post, di quattro, per avvicinarci alla scadenza di Yekatit 12, il 19 febbraio, che abbiamo lanciato come giornata di iniziative per ricordare i crimini del colonialismo italiano.

Una settimana fa abbiamo reso pubblica la mappa qui a destra, in costante aggiornamento, dove intendiamo rappresentare i luoghi di una sterminata “topografia colonialista”: edifici, monumenti, odonimi, lapidi e fantasmi che incarnano nel paesaggio l’eredità coloniale d’Italia.

Abbiamo battezzato il progetto “Viva Zerai!“, in assonanza con il “Viva Menilicchi!” che architettammo a Palermo nel 2018. Ma chi diavolo era questo Zerai? Prosegui la lettura ›

Yekatit 12 | Febbraio 19. Ricordiamo i crimini del colonialismo italiano.

R. Graziani mostra le ferite riportate nell’attentato

Il prossimo 19 febbraio (Yekatit 12, nel calendario etiope) ricorrerà l’84° anniversario del massacro di Addis Abeba, uno dei peggiori crimini mai compiuti dal Regno d’Italia nelle sue colonie. La vicenda, dopo decenni di oblio e sottovalutazione, è ormai abbastanza nota, anche grazie alla traduzione italiana della monografia di Ian Campbell, Il massacro di Addis Abeba. Una vergogna italiana, pubblicata da Rizzoli nel 2018.

Il 19 febbraio 1937, in seguito a un attentato, purtroppo fallito, contro il Viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani, si scatena un’immane rappresaglia, condotta non solo da militari e camicie nere, ma anche da operai, burocrati e impiegati coloniali. Prigionieri o semplici passanti – colpevoli soltanto di essere africani – vengono uccisi a bastonate, a badilate, oppure pugnalati, fucilati, impiccati, investiti con automezzi, bruciati nelle loro case. Prosegui la lettura ›

Il vittimismo fascista nelle città italiane: storia di una lapide.

di Wu Ming 2

Il 18 novembre di ottantacinque anni fa diventavano operative le sanzioni commerciali decise dalla Società della Nazioni contro il Regno d’Italia, dopo l’invasione fascista dell’Etiopia. Due giorni prima, il Gran Consiglio del Fascismo decideva che in tutti i municipi del paese doveva essere murata una lapide a ricordo dell’assedio economico.

Si dispose che le targhe fossero scolpite su una lastra di marmo di Carrara, in tre diverse dimensioni, ma con il medesimo stile e la stessa iscrizione:

18 novembre 1935, XIV. A ricordo dell’assedio / perchè resti documentata nei secoli / l’enorme ingiustizia / consumata contro l’Italia / alla quale / tanto deve la civiltà / di tutti i continenti.

Il testo era in linea con il tipico vittimismo all’italiana, gonfiato dalla propaganda di regime, dal momento che l’embargo durò appena otto mesi e fu tutt’altro che “enorme”, visto che vari paesi lo aggirarono, trovarono scuse e cavilli, mentre altri – come gli Stati Uniti – nemmeno facevano parte della Società delle Nazioni. Prosegui la lettura ›

«Stazione Giorgio Marincola»? Purché il colonialismo non riposi in pace

di Antar Mohamed Marincola*, Carlo Costa**,
Lorenzo Teodonio*** e Wu Ming 2

Nella notte di giovedì 18 giugno, la Rete Restiamo Umani di Roma ha compiuto un’azione di guerriglia odonomastica in alcuni luoghi della città che celebrano gli orrori del colonialismo italiano in Africa. In particolare sono stati colpiti la via e il largo «dell’Amba Aradam», insieme alla futura stazione «Amba Aradam/Ipponio» sulla linea C della metropolitana.

Le targhe stradali sono state modificate per diventare «via George Floyd e Bilal Ben Messaud», mentre lungo le barriere che delimitano il cantiere della nuova fermata sotterranea sono comparsi grandi manifesti con scritto: «Nessuna stazione abbia il nome dell’oppressione». Prosegui la lettura ›