Cent’anni di isolamento. Come l’«emergenza nomadi» prosegue nell’emergenza coronavirus

L’interno di un container «della solidarietà», dove le famiglie rom del campo di Salone, a Roma, trascorrono il lockdown.

di Nexus*

1. Una bufala al quadrato

La voce inizia a gonfiarsi nel penultimo weekend di marzo. Dice che diversi rom provenienti dal campo di Salone e «un rom» residente in una casa popolare del Quarticciolo sono ricoverati allo Spallanzani dall’11 marzo scorso poiché affetti da coronavirus.

La voce diventa notizia, rilanciata da diverse testate, e spinge la Direzione Sanitaria dell’ospedale a specificare – nel bollettino medico del 23 marzo – che «presso questo istituto non sono, allo stato, ricoverati cittadini rom».

Nel mentre, l’Ufficio Speciale Rom di Roma Capitale annunciava imminenti azioni di prevenzione e assistenza rivolte alle baraccopoli romane.

Bastano due giorni per scoprire che il bollettino è falso – tanto quanto la bufala sui «diversi rom» ricoverati. Sulle pagine del Messaggero arriva l’amara notizia della morte di Stanije Yovanovic, il «rom positivo» del Quarticciolo, ricoverato allo Spallanzani 3 giorni prima del fatidico bollettino e ivi deceduto per probabili complicanze dovute al virus. Aveva appena 33 anni ed è la più giovane vittima di Sars-Cov2 del Lazio.

Aldilà dell’insensatezza nel diffondere (falsi) bollettini medici su base etnica, si fiuta lontano un miglio la nube tossica che aleggia attorno all’etichetta «rom», usata per designare un soggetto – e un titolo – d’eccezione. Partire dal singolo rom per allargare il quadro verso tutta una comunità, si dimostra non solo una pratica ipocrita – ci voleva il contagio di un rom, per porre l’attenzione sulle condizioni di vita dei rom baraccati? – ma anche pericolosa: il contagio di uno, equivale al contagio di tutti? Ergo, tutti i rom sono possibili untori?.

A riprova che queste non sono speculazioni semiologiche, basta pensare al trattamento riservato ai «cinesi» che da cittadini del territorio oggetto dell’epidemia (la Cina), si sono trasformati – a suon di titoloni – in «soggetti epidemici». Dai che ti ridai, a forza di accostare il virus al made in China, una buona fetta di popolazione ha disertato per giorni ristoranti, bar ed esercizi commerciali a gestione «asiatica». Poi il pregiudizio è rientrato – quando il virus è diventato «lombardo» –, ma non si può dire altrettanto per lo stigma sui rom.

E infatti, proprio lo stesso giorno del bollettino dello Spallanzani, si produce una narrazione parallela e contraria. «Gli sciacalli in azione: rom abusivi in caccia di alloggi», così titola l’edizione milanese del Giornale, per mettere in guardia i suoi lettori dai nomadi che «approfittano della situazione di emergenza» per occupare le case degli italiani in quarantena. Per certi giornalisti, «rom» is the new «delinquente», l’etichetta politically correct per identificare il soggetto nocivo per eccellenza, che oggi, non si sa bene come, è in qualche modo colluso col virus. Un po’ come quando Salvini, in pieno hangover post-ministeriale, tentava di collegare l’apertura dei porti con la chiusura delle case: «Gli italiani non possono uscire di casa, ma accogliamo gli immigrati!». No hay banda. Il feticismo sul termine “rom” rivela le due facce di una stessa medaglia: il bisogno di blindare un insieme di criticità all’interno di un soggetto in quanto tale.

Per dirla con Yves Citton, la parola «rom» scenarizza storie, luoghi comuni, titoli di giornale e persino immagini mentali associate al profilo del diverso-da-noi. E chi fa informazione lo sa.

Baracche a Roma negli anni Cinquanta

2. Il lockdown della diversità

«Una sorta di istituzioni totali volte a realizzare il controllo politico per mezzo dell’esclusione e dell’emarginazione», così negli anni Sessanta l’antropologa Amalia Signorelli D’Ayala definiva gli insediamenti di «baraccati italiani» che chiedevano al Comune di prendere provvedimenti contro l’emergenza abitativa nelle borgate romane. Un’emergenza che era iniziata nel ventennio fascista e si sarebbe prorogata ad libitum fino ai giorni nostri. Dagli sbaraccamenti dei romani per liberare il centro storico negli anni Trenta/Quaranta, ai baraccamenti degli emigrati meridionali nei Sessanta/Settanta, a quelli degli esuli jugoslavi negli Ottanta/Novanta, fino all’istituzione dei «villaggi attrezzati», un’eccellenza tutta made in Italy, pensata in risposta alla successiva «emergenza nomadi» degli anni Duemila.

Un’emergenza generata – con Legge n.82 del 24/04/1985 – dall’erronea assunzione che, in quanto nomadi, la vita delle minoranze etniche rom, sinte e caminanti dovesse essere confinata e gestita in determinati spazi a controllo statale. Si tratta di «norme in favore dei rom» – come specificherà la Regione Lazio – che incastrano le vite dei nomadi (o presunti tali) all’interno di un apparato di contenimento e profilassi sempre più stringente.

Non parliamo di fumosi ordinamenti legislativi (che pur sussistono), ma di restrizioni che incidono sulla mobilità fisica e sociale di decine di migliaia di persone che vengono sgomberate e trasferite nei campi di Stato: recinzioni metalliche, telecamere di sorveglianza, posti di blocco h24 e tutta una serie di servizi assistenziali da fruire rigorosamente in loco, cioè nel «villaggio attrezzato». La presunta tutela della diversità culturale, si tramuta in quello che oggi, in piena emergenza coronavirus, potremmo definire il «lockdown della diversità».

Una pentola a pressione sociale che esplode nel 2014, quando lo scandalo di Mafia Capitale smaschera il giro di criminalità organizzata costruito sul sistema campi, ma allo stesso tempo riduce ulteriormente i servizi per i «villeggianti della solidarietà», che dopo vent’anni non solo non hanno «nomadato», ma hanno sviluppato un cronico isolamento. In primis, quello di due generazioni di bambine e bambini che nei campi ci sono nati e cresciuti. L’emergenza rom, generata dall’emergenza nomadi, spinge Roma Capitale ad escogitare un nuovo «Piano di inclusione».

«Abbiamo appreso le migliori prassi – quelle che hanno funzionato – le portiamo a Roma per superare i campi […] Finalmente è finita l’epoca della parole! Con questa amministrazione si passa ai fatti» dichiara la sindaca Virginia Raggi il 31/04/2017. Il master plan, ancora in atto, si è tradotto in proposte tanto unidirezionali quanto nebulose circa i concreti interventi sociali, occupazionali e abitativi rivolti alle famiglie dei campi, mentre sgomberi forzati, ricatti e soprusi sono rimasti all’ordine del giorno.**

Queste ultime cose le so perché le ho viste con i miei occhi, ma fino a pochi anni fa ero ignaro della «tradizione». È stato grazie all’amicizia con Nedžad (ventenne rom de Centocelle), ai tempi dei laboratori di break-dance per i bambini delle periferie, se ho potuto farmi le ossa e aprire la mente sulla questione rom. Un percorso a ostacoli, perché minato da pregiudizi, diffidenze e piccoli misteri che ci hanno portato a diventare amici per la pelle e inventare una storia che doveva debuttare a teatro il prossimo 3 aprile. A sipari ammainati, ci consola il fatto di aver raggiunto un risultato già l’anno scorso, quando Nedžad, a sue spese, era riuscito a trasferirsi dal “villaggio” di via Salone a un appartamento, dove attualmente sta scontando l’#iorestoacasa.

Nedžad – che è un nerd patentato – ha trovato il suo equilibrio fra allenamenti mattutini, videogame e scofanate di noodles, ma se avesse ancora vissuto a Salone, la routine sarebbe stata del tutto diversa.

Proprio ieri, quando gli ho detto che avrei scritto questo articolo, ha deciso di chiamare il suo amico R. (che a Salone ci vive ancora, insieme ad altre 360 persone) per dare corpo a quelle che, fino a pochi giorni fa, erano solo voci inascoltate.

«Se vuoi uscire dal campo devi metterti in fila per compilare l’autocertificazione e al tuo ritorno, come prova, devi consegnare lo scontrino della spesa ai vigili». Non una novità, dato che l’ingresso contingentato e il presidio h24 delle forze dell’ordine era già attivo da anni, e non solo a Salone. Come ha riportato in questi giorni l’Associazione 21 Luglio (la Onlus per cui lavoravo insieme a Nedžad), a restare “al campo”, solo a Roma, sono circa 3.500 esseri umani. Per leggersi «un buon libro», come invitano a fare certi spot televisivi, dovrebbero ritagliarsi uno spazio negli appena 21 mq che condividono con altre sei o sette persone, mentre scarseggiano beni di prima necessità e notizie attendibili.

Letteralmente isolati dal mondo, nel campo regna un diffuso clima di paura e sospetto, e qualcuno preferisce stringere la cinghia piuttosto che tentare l’impresa di fare la spesa col rischio di essere multato. Nedžad lo ricorda bene, il primo supermarket dista da Salone almeno 40 minuti a piedi.
– Ma la Croce Rossa, la Caritas…?
– Di solito portano pacchi di latte e pasta, ma dall’inizio dell’epidemia [cioè dal 30 gennaio] non si è visto più nessuno. Forse anche loro sono al collasso.

Stessa situazione alla Barbuta, insediamento di circa 425 abitanti nei pressi di Ciampino: presidio h24 e scontrini alla mano. Lì Nedžad ha diversi amici fra cui B., quarantenne automunito, che si è attivato per fare la spesa alle famiglie che non possono (o non osano) uscire di casa, in attesa dell’arrivo della cavalleria – Croce Rossa e associazioni – che al momento non riescono ad assicurare una continuità del servizio.

3. Niente di nuovo sotto il sole?

Guenda è un’altra mia ex-collega di laboratorio, che in questi giorni è alle prese con l’emergenza scolastica di tanti bambini delle periferie, fra cui quelli di un’occupazione abitativa della periferia est di Roma, dove vive una comunità rom di circa 300 persone. Il progetto di assistenza scolastica, che fra le altre cose mirava a smontare lo stereotipo del bambino rom «culturalmente» disincentivato a leggere e scrivere, oggi si è riconvertito in assistenza «digitale».

«Qui al campo non tutti hanno a disposizione smartphone e wi-fi, ma soprattutto scarseggia l’energia elettrica. I generatori di corrente sono attivi solo nelle ore di buio e se durante il giorno hai il telefono scarico, automaticamente sei fuori dalla didattica. Inoltre l’app con cui gli insegnanti caricano e verificano i compiti è in inglese e questo complica ulteriormente le cose. Senza una stretta collaborazione fra insegnanti, rappresentanti dei genitori, famiglie e ragazzini ben disposti, diventa quasi impossibile frequentare come tutti gli altri».

Anche qui, nulla di nuovo sotto al sole. Per i bambini che prima della chiusura delle scuole usufruivano del servizio di trasporto scolastico nei famosi «pulmini gialli» per soli rom, entrare in classe un’ora dopo e uscire un’ora prima costituiva già la prassi. Inseriti all’interno di speciali piani educativi e di monitoraggio, sotto la voce «alunni nomadi», i bambini e le bambine rom finiscono per ricoprire il ruolo – anch’esso ormai stereotipato – dell’alunno all’ultimo banco, «che invece di scrivere disegna e fa i puzzle».

«La situazione in generale è critica», conclude Guenda, «Per chi vive alla giornata, non c’è possibilità di sostentamento. C’è chi ha provato ad uscire per racimolare qualcosa dai cassonetti, ma ha dovuto fare retromarcia: dai palazzi gli tiravano i sassi, intimando di stare a casa».

– Teniamoci in contatto –, chiedo a Nedžad e Guenda prima di chiudere la telefonata, – e daje forte! –, gli dico. Passerò il resto della giornata davanti al computer. Vorrei far capire a tutte e tutti che partendo dalla tutela, passando per il controllo e finendo con la rieducazione, dai baraccati romani agli esuli jugoslavi, le procedure di lockdown e distanziamento sociale messe in campo dal governo per prevenire la diffusione dell’epidemia da Coronavirus sono la continuazione di un percorso di disciplinamento sociale old school e mai sospeso. Che quello che ci tocca ora, avveniva ieri e aggraverà il domani. Che il tutto accade sotto al sole dello Stato democratico, non all’ombra di un regime totalitario o distopico, ma non per questo deve farci abbassare la guardia. Che le misure emergenziali che i governi hanno agevolmente legalizzato e si apprestano a conformare nei prossimi mesi e anni, devono renderci vigili e non vigilantes, perché – eccoli qua! – gli effetti a lungo raggio sono già scavati nei volti ipervisibili eppure dimenticati dei rom italiani.

– Daje forte! –, gli dico, e inizio a scrivere.

*Nexus è un regista e performer romano. Da più di vent’anni esplora il legame tra street culture, arti visive, filosofia, break dance e letteratura. Tiene laboratori di danza e di teatro nelle periferie e nei campi rom. Insieme all’attrice Laura Garofoli ha fondato la compagnia teatrale Garofoli/Nexus.

**i dati e le citazioni sulla storia delle emergenze abitative romane sono tratte dai report Roma: oltre le baraccopoli e Il piano di carta del maggio 2018 a cura di Associazione 21 Luglio che ringrazio per la disponibilità e il confronto.

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20 commenti su “Cent’anni di isolamento. Come l’«emergenza nomadi» prosegue nell’emergenza coronavirus

  1. Vedi i compagni di Roma!

  2. Qui a Bologna regna sovrana la confusione. In centro, nel mio quartiere, parecchie persone si sono mobilitate per assistere i ” dimenticati”. Ho costituito una ” associazione ” del tutto informale per fornire assistenza veterinaria ai cani dei senzatetto. La partecipazione e il sostegno di molte persone derivano dall’ “empatia” che provano per il cane e non per il senzatetto. Abbiamo, perfino, realizzato una forma di redistribuzione della ricchezza: quando si tratta di contribuire alle spese veterinarie, i più ricchi mettono di più, i più poveri mettono solo ciò che hanno. E riusciamo, per ora, a coprire anche spese consistenti. Tutto in un regime di para associazionismo. Quando però si tratta di fare il “salto di qualità”, ed estendere l’ aiuto dal cane alla persona, allora sorgono i problemi. La cosa davvero curiosa è che, tra i più attivi sostenitori di questa iniziativa, ci sono ricchi benestanti appartenenti ad associazioni civiche, social street e comitati anti degrado. E’ con loro che bisogna fare i conti sul campo. Sono attive tutte le realtà caritatevoli che offrono cibo… ora ce n’è in abbondanza. E Dennis, senzatetto di strada Maggiore, ne ha molto più di quanto riesca materialmente a consumarne. Manca tutto il resto. Manca una vera politica di integrazione contro quella dell’abbandono. Come in ogni città le politiche anti degrado, promuovono una rimozione del ” problema “: la maggior parte delle strutture di accoglienza sono fuori dal centro e non sono funzionali alla gestione delle necessità di chi vive per strada.
    Il rapporto che si sviluppa tra “assistenti” ed “assistiti ” è di tipo parassitario. Chi ” dona” si lava la coscienza così e chi prende ha un motivo in più per rimanere confinato nel suo ruolo. Da questa dinamica non si esce senza un ragionamento politico. Non si esce senza guardare in faccia le persone e parlargli. Senza sapere chi sono, cosa vogliono, cosa provano e cosa desiderano. L’ analfabetismo sentimentale di massa è un problema che precede, segue e condiziona lo sviluppo di una teoria e di una pratica politica. È parte integrante del problema e dipende anche, molto evidentemente, da come ci viene rappresentata la realtà. E la solitudine in cui vivono queste persone è il vero lockdown. Mi fa molto riflettere il fatto che in questa situazione si sia espressa maggiore tolleranza per i proprietari dei cani. Perché il cane in fondo rappresenta quel surrogato/ sostituto su cui possiamo far convergere tutte le nostre umane frustrazioni e le nostre pproiezioni fasulla bontà. Siamo giustificati a pensare che non abbia bisogni, se non di tipo fisico, non abbia esigenze, non abbia sentimenti, non abbia desideri. Siamo autorizzati a pensarlo. Possiamo così umanizzarlo e renderlo una proiezione delle nostre sfighe. Tanto non può ribellarsi… che poi non è vero. Ma la ribellione costa cara. Può costarti la reclusione a vita in prigioni dorate, come quelle di alcune amorose famiglie, oppure può costarti cara in termini di maltrattamenti fisici, oppure di reclusione a vita in canile. E, anche qui, non riusciamo a superare lo scoglio che ci conduce a rimuove il problema fondamentale: considerare gli altri come esseri viventi. È per questo che è più facile adottare la politica dei compartimenti stagni: ai rom gli facciamo un bel campo isolato, lontano dalla vista, magari vicino ad una discarica. Per favorire l’ associazione mentale che si tratta di rifiuti urbani. Gli immigrati li chiudiamo in un altro “bello” spazio, in attesa di decidere cosa fare della loro vita. I malati mentali li isoliamo all’ interno delle loro case, c’è un prezzo da pagare ma… chi se ne fotte?! E poi mille altre prigioni. Ognuna per rispondere ad una ” esigenza ” diversa. Ma sul Rom non possiamo proiettare il buonismo ipocrita che illumina il cane.

    • Riunioni rionali della domenica.
      Seriamente, penso che se ci fosse una pratica socialmente riconosciuta e partecipata come erano un tempo le “messe delle 10AM” molti discorsi tossici non avrebbero visto la luce. Ci vorrebbe molta pazienza, chiaro. Ma penso si potrebbe riuscire a istituire un dialogo tra pari, in cui la gente si guarda in faccia, di contro al discorso uni-direzionale dei media che fomenta solo paranoie.

      E di paranoie qui su Giap se n’è fatta una lista lunga, tutte provate sulla mia pelle tramite discorsi di amici e familiari (specie guardando le cose dall’estero, dove vivo).
      – Il problema è la mancanza di disciplina, “Guarda la Cina”, “W l’esercito!”
      – Il problema è chi va a correre, “Combattiamo una guerra dalla poltrona!”
      – Il problema è il complotto, “la clorina è la cura, W Trump che smaschera le fake news della BBC, Guardian, etc sugli effetti collaterali”
      – Il problema è che preghiamo, Eterni Mortacci Tua
      – Il problema è il rom / lo straniero (buona in tutte le stagioni, tipo i pomodori che avete nei piatti grazie a loro)

      C’è da fare un lavoro di pulizia mentale non da poco, insomma.
      E scherzando ma non troppo, sono sicuro che dei Facetime di quartiere organizzati dai sindaci avrebbero una certa partecipazione ora come ora.

  3. Premesso che non mi considero buonista; che non ho mai avuto relazioni con i Rom. ho seppellito “da solo per ordinanza(?)”( dopo aver “scavalcato” l’ assembramento di vigili, le camionette dei reparti mobili di PS ed infine la pattuglia di Carabinieri con mitra, che non avevano edotto alcun addetto ai lavori della situazione) un mio caro, quel giorno in cui portavano al cimitero Flaminio questo 33 enne Rom.
    Che la carità pelosa fà il paio con la deriva identitaria del proletariato e con la liquefazione dei corpi intermedi.
    Lo scenario che prospetta questo apertheid mi ricorda District 9, un film del 2009 diretto da Neill Blomkamp.

  4. Il buonismo ipocrita che illumina il cane meglio di una persona e perfino meglio di un bambino. Perché per fare proiezioni della nostra bontà abbiamo bisogno di un soggetto passivo. Per questo il problema è strettamente politico e non di caritatevole umanità. Ma di solidarietà.

  5. Affrontiamo la fragilita umana pensando che lo specismo é anche tuttavia un tratto specifico dell’antropocentrismo.

  6. Il focus di Nexus riguardava la rappresentazione che si fa della comunità Rom e che passa attraverso l’ insinuazione di volgari pregiudizi razzisti. Queste rappresentazioni sono state funzionali ad instaurare un regime di lockdown/ isolamento già molto tempo prima dell’emergenza, in un ” percorso di disciplinamento sociale mai sospeso “. Quindi mi sono chiesta di cosa fosse frutto questa finta tolleranza per i cani e i loro proprietari che, di sicuro, non sono meno contagiosi di un qualunque runner. Visto che in “tempi non sospetti” di politiche antidegrado, anche i cani erano sulla stessa barca.
    Ed ora, in questa rappresentazione distorsiva della realtà, sono stati inseriti anche bambini e runner come ” untori “. E viene da chiedersi perché un proprietario di cane non sia percepito “pericoloso” come un bambino. È che adesso le vittime funzionali di questi pregiudizi siamo noi tutti, perché le politiche di lockdown devono prendere corpo su di noi. Nella nostra vita.
    Ma i pregiudizi razzisti, l’antropocentrismo e lo specismo, attecchiscono grazie ad una sottile propaganda che, ogni giorno, propina una quotidiana dose di falsità. Questo contribuisce a creare un analfabetismo affettivo che è difficilissimo da recuperare. Non basta fare debunking. Perché nel frattempo ci si è “abituati” a percepire gli altri come ” inferiori” senza neppure rendersene conto. Magari perché si fa beneficenza.

    • Credo che la discussione sui vari “untori nazionali” sia indirizzata sul post dedicato ai runner, quindi affronterei il focus sullo specismo da quelle parti…

      Sulla questione rom, il pregiudizio razziale si è costruito su analisi scientifiche prodotte in seno ai dipartimenti di antropologia e “cultural studies”. Se «rom is the new delinquente» è perché «cultura» is the new «razza». C’è un altro report della 21 Luglio che riporta decine e decine di affermazioni palesemente razziste compiute da operatori giudiziari, sociali e scolastici (quelle figure che dovrebbero lavorare per favorire l’inclusione sociale). Per molti di loro (cito a memoria perché alcune frasi le abbiamo inserite nel nostro spettacolo) i rom rubano perché «ce l’hanno nel DNA», «è nella loro cultura», e quindi, l’unica soluzione rieducativa è che «gli vanno tolti i figli».

      Ecco uno degli aspetti più drammatici che accosta l’emergenza nomadi a quell’ideologia del «soggetto passivo» di cui si accennava. I rom sono il popolo più adottato d’Italia. Dall’inchiesta “Mia madre era rom” condotta fra il 2002 e il 2012, sebbene i bambini rom rappresentino che lo 0,2% della popolazione, nelle statistiche di adottabilità raggiungono il 2,7% (13 volte di più!). Ovvero un minore rom ha circa 60 possibilità in più rispetto a un non-rom di essere segnalato al Tribunale dei minori, e 40 in più di essere dichiarato adottabile. Cioè se per un non-rom segnalato c’è solo uno 0,8% di possibilità di essere dichiarato adottabile (perché è una misura estrema, da evitare il più possibile) per un rom è del 6%. Uno dei principali motivi dell’allontanamento non è la mancanza dei genitori ma «l’indigenza e il degrado ambientale» che, come si è capito, sono condizioni generate da cent’anni di sbaraccamenti e misure securitarie.

      You know what I mean?

      • Si, ma tutte queste forme di razzismo hanno una matrice comune che è quella di ridurti e incasellarti in uno stereotipo pericoloso, prima ancora che in un ghetto. Si crea un modo di pensare che adotta la modalità dell’intercambiabilita’. Ci si può spostare da un soggetto all’ altro a seconda della situazione. Se riesco a incasellarti in un luogo comune, assumerai una identità monodimensionale, senza sfaccettature, e per “me” sarà più facile considerarti alla stregua di un oggetto. E sarò autorizzato a trattarti come tale. Per ridurre i tuoi bisogni solo, eventualmente, ad esigenze materiali. Chiunque può diventare il bersaglio di questa mentalità, runners, bambini, ecc… Chiunque sia isolato o debole. Razzismo e pietismo sono facce della stessa medaglia e producono interventi dello stesso genere: di assistenzialismo parassitario. Mi colpisce molto che il tuo pezzo assuma, per chi lo legge, un carattere anche didascalico, perché i Rom vivono con noi tutti i giorni. Ma non siamo abituati a vederli e considerarli, nel migliore dei casi. Con la comunità cinese, per esempio, non è così ” facile ” la stessa produzione di stereotipi razzisti. La Cina è una potenza industriale di dimensioni spropositate, è molto più difficile appiccicargli l’ etichetta di “accattoni”. E se sei ” ricco” sei anche meno discriminato.

      • scusami Nexus…
        potresti per piacere indicare le fonti cui ti riferisci nell’indicare questo:
        “Sulla questione rom, il pregiudizio razziale si è costruito su analisi scientifiche prodotte in seno ai dipartimenti di antropologia e “cultural studies”. Se «rom is the new delinquente» è perché «cultura» is the new «razza».”
        grazie

        • Ciao bettino,
          ti rimando a questo articolo sui rischi all’approccio “culturalista” allo studio del popolo rom e agli effetti politici che ne sono derivati, a cura di Carlo Stasolla (con annessa bibliografia):

          https://www.21luglio.org/etnicizzare-sociale-rischi-contraddizioni/

          • grazie
            ora ne prendo visione, poi magari intervengo.

            • ho letto l’articolo.
              condivido in linea di massima le considerazioni espresse, ed i rischi di quello che viene descritto dal’autore come “approccio culturalista”, vale a dire la pretesa di definire e contenere il tema “rom” in una sola dimesnsione “altra” (rom-sinti-caminanti) perseguendo il tentativo di limitare ed inquadrare vantaggiosamente per il sistema un mondo che difficilmente può esserlo.

              Ma questo rischio e le sue conseguenze sono ciò che deriva dall’esercizio di una certa politica, con le sue direttive e regolamenti, spesso sì sorretti da pregiudizi e valutazioni aberranti, ma che si rifanno ad un’antropologia non più in essere da decenni.
              Che “il pregiudizio razziale si sia costruito sulle analisi dei dipartimenti di antropologia e “cultural studies”, perciò trovo sia un’affermazione al giorno d’oggi destituita di fondamento, tutto sommato proprio non veritiera; l’attenzione estrema che lo studio antropologico contemporaneo destina all’oggetto di esame è così rispettosa delle differenze -qualsiasi esse siano- che difficilmente potrebbe essere sfruttata per i suoi fini da una politica definibile onesta.

              chi allora sfrutta ricerche e studi “antropologici” ormai fuori dal tempo e dalla realtà sociale attuale per i suoi fini, oltre le possibili conseguenze dirette sulla popolazione caminante porta un lettore inavvertito a pensare che “gli studi antropologici” siano ancora una robusta stampella del potere.

              Non mi pare che al giorno d’oggi gli studi antropologici -del tipo più vario- possano essere imputati di questa situazione.

              • Nel mio commento infatti avevo usato il tempo passato per riferirmi a qualcosa accaduto negli anni Sessanta in cui, ad esempio, sono stati lanciati i primi “programmi speciali”:

                «La Commissione per le politiche di integrazione degli
                immigrati (2001) sostenne che “l’unica vera politica nazionale si è avuta in campo scolastico”, riferendosi al fatto che, negli anni Sessanta, il ministero della Pubblica Istruzione stipulò una convenzione con l’Opera Nomadi e con l’Università di Padova per creare le classi speciali “Lacio
                Drom” per bambini “zingari”, poi definitivamente abolite negli anni Ottanta insieme a tutte le altre classi speciali.»

                Fonte: http://archivi.istruzioneer.it/emr/www.parlamento.it/documenti/repository/affariinternazionali/osservatorio/approfondimenti/Approfondimento_21_ISPI_RomSinti.pdf

                Questo è lo stralcio di un report dell’Osservatorio di politica internazionale del Ministero degli Affari Esteri del 2010, dove si ammette che la scelta di istituire classi di soli rom, grazie al parere scientifico dell’Univ. di Padova, fu abolita perché discriminante anziché tollerante della diversità culturale.

                Per non equivocare, è sicuramente bene ricordare che non tutti i dipartimenti la pensano allo stesso modo e che l’antropologia contemporanea è sicuramente più consapevole e attenta a certe questioni. Un’attenzione di cui, sulla carta, sono consapevoli anche le istituzioni. Nello stesso documento, l’Osservatorio specifica che:

                «negli anni Ottanta si è fatto un uso amministrativo ricorrente (e al tempo considerato politically correct) del termine “nomadi”. Ma il termine è assai approssimativo e crea non poco imbarazzo»

                Eppure «l’Ufficio Nomadi» e gli «alunni nomadi» sono terminologie ancora in uso negli enti e nelle istituzioni, segno che un certo imprinting lessicale è ancora lontano dall’aggiornamento teorico.

                • scrivi :

                  Per non equivocare, è sicuramente bene ricordare che non tutti i dipartimenti la pensano allo stesso modo e che l’antropologia contemporanea è sicuramente più consapevole e attenta a certe questioni.

                  sono d’accordo.
                  e ti ringrazio per le fonti.

                  per ciò che riguarda la terminologia…c’è da rabbrividire

  7. Grazie di questo articolo, non avevo idea dell’esistenza di un posto del genere in Italia. Sapevo ovviamente delle baraccopoli, se non altro dai film, ma non della loro “evoluzione”. Dice bene paololiu, sembra più Johannesburg che Roma

    • Storicizzare l’emergenza campi serve a comprendere i “fondamentali” dietro l’emergenza virus, ma anche dello “Stato” in cui viviamo. Non c’è bisogno della Delorean di Ritorno al Futuro per accorgersi quanto le nostre città siano un groviera di lockdown. Ce ne rendemmo conto quando entrammo in un altro “villaggio della solidarità”, quello di Gordiani (una delle ex-borgate di baraccati meridionali sgomberati dal fascismo negli anni ’30), che a differenza dei campi già citati, è inserito all’interno del tessuto cittadino, incasellato (cioè recintato) fra un centro sportivo e la chiesa parrocchiale. Situato lungo uno stradone che collega via Casilina con la fermata metro Teano, se ci passi in bicicletta nemmeno te ne accorgi, ma se ci metti piede avverti subito lo “scarto” fra il dentro e il fuori. E’ una sensazione immediata, frutto di anni di stereotipi e assistenzialismo. Da quello che sappiamo dal nostro amico I., a Gordiani se la passano un po’ meglio, ma colpisce il fatto che la segregazione (e la povertà) non proceda ad anelli concentrici dal centro verso la periferia, ma si articoli molecolarmente – “a groviera” – collocando “zone rosse” come tessere di un puzzle. Zone rosse tollerate come quelle di Gordiani a cui seguono zone non-tollerate (piccoli insediamenti, baraccamenti, campi di fortuna) che si producono a colpi di sgomberi forzati, che sono l’arma a doppio taglio con cui le municipalità hanno alimentato l’emergenza abitativa che si prefiggevano di scongiurare con gli stessi sgomberi.

      Ora, per l’emergenza covid-19, non solo gli sgomberi sono terminati ma migliaia di persone che vivono in condizioni abitative drammatiche sono state lasciate a sé stesse (penso non solo ai rom, ma anche a migranti e senzatetto), senza curarsi del fatto che per quei “cittadini” (ricordo che la quasi totalità dei rom dei villaggi attrezzati hanno la cittadinanza italiana) l’#iorestoacasa equivale a uno “sgombero della salute”, poiché non se prima si limitava a tollerarlo, ora sancisce l’obbligo per alcune classi di persone a vivere in condizioni di sovraffollamento, scarsità di igiene e beni di prima necessità (mentre incentiva “gli altri” a distanziarsi, lavarsi le mani e fare spesa al supermarket). E se esci… «ti tirano le pietre»!

  8. Grazie per questa testimonianza. E grazie per l’impegno di indirizzare un fascio di luce su queste realtà ignorate dai più. Non riesco ad aggiungere altro tanto è pesante il macigno che avverto ora.

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