Sisyphus. Il devastante impatto dell’emergenza coronavirus su librerie e case editrici


[Per una volta, anche noi «partiamo da noi». Siamo scrittori. Da vent’anni circa siamo “stipendiati” da voi lettrici e lettori. Ogni volta che comprate una copia di un nostro libro, noi riceviamo una percentuale del prezzo di copertina, variabile a seconda dei titoli e dei contratti. Percentuale che dividiamo tra i membri del collettivo, «stecca para per tutti». Quella è la nostra principale fonte di reddito.
Per una radicata convinzione etica e politica che ci accompagna da sempre, i nostri libri sono anche scaricabili gratis da questo stesso blog, magari in cambio di una donazione, spiccioli con cui paghiamo i costi del server e altre spese tecniche; ma abbiamo sempre chiarito che senza le vendite di libri – libri di carta – non camperemmo. E non si parla di “largheggiare”, ma di sbarcare il lunario. In Italia, dove si legge pochissimo, chi scrive libri si rivolge a una ristretta minoranza di potenziali acquirenti.
Questa, in realtà, è la fotografia della situazione prima dell’emergenza coronavirus.
All’incirca un mese fa, tutto il mondo del lavoro culturale è stato sconvolto. Nessuna lavoratrice o lavoratore delle filiere culturali sa se e come riuscirà a superare questa fase. Soprattutto chi era già in condizioni di precarietà, oggi vive nell’angoscia, in un limbo dentro il limbo. Tra non molto, buona parte della working class di quei settori – editoria, musica, cinema, teatro: tutti dichiarati «non essenziali» – sarà letteralmente alla fame.
Per quanto riguarda il nostro comparto, le librerie sono chiuse e non si sa quante riusciranno a rialzare la serranda «dopo»; dentro le case editrici non si sa ancora quali progetti andranno avanti, quali titoli usciranno e in che forma, quali contratti saranno rinnovati, se e quando arriveranno i pagamenti.
E bisogna allargare l’inquadratura, perché intorno alla scrittura e alla pubblicazione di libri si è sempre mosso molto altro. Nella nostra esperienza, è sempre stato centrale l’incontro con lettrici e lettori, indispensabile momento di promozione dei nostri titoli ma anche di confronto, di verifica del lavoro compiuto e ispirazione per il futuro. Eravamo abituati a macinare chilometri, in vent’anni migliaia di incontri pubblici: presentazioni, conferenze, laboratori, corsi, escursioni a tema… E anche reading e spettacoli, che in alcuni casi ci hanno aiutato ad arrotondare i proventi dei romanzi. Ora anche quest’aspetto è congelato. Musicisti, teatranti e circensi con cui abbiamo collaborato in questi anni riusciranno a risollevarsi? E quando e come sarà ancora possibile ritrovarsi in una sala piena di gente a parlare di libri?
È un mondo che è stato spinto in un cono d’ombra, e allora lo raccontiamo, dal punto di vista degli editori e librai indipendenti, con quest’articolo di Pietro De Vivo delle edizioni Alegre.
Colonna sonora consigliata: Pink Floyd, Sisyphus, dall’album Ummagumma, 1969.
Buona lettura. WM ]

di Pietro De Vivo *

1. Una fatica di Sisifo

La sensazione è quella di girare in tondo, compiendo un percorso sempre uguale senza arrivare da nessuna parte eppure facendo uno sforzo enorme. È questo ciò che si prova a lavorare coi libri durante la crisi del Covid-19.

Se gli altri settori della cultura – a cui va tutta la nostra solidarietà – sono completamente fermi, noi viviamo un paradosso che rende il nostro lavoro simile a una fatica di Sisifo: tutta la filiera del libro è teoricamente funzionante tranne l’ultimo anello, le librerie. In molti avranno provato la sensazione di essere Sisifo, mentre rincorrevano decreti che nell’arco di pochi giorni cambiavano completamente il quadro, cercavano di capire entro quali margini agire per sopravvivere, riorganizzavano ogni volta il lavoro faticosamente ristrutturato dopo il decreto precedente. Una frustrante schizofrenia indice dall’approccio totalmente improvvisato di questo governo.

L’editoria è stata l’ultimo settore della cultura colpito dei decreti. Prima c’erano state le chiusure di teatri e cinema, le cancellazioni dei concerti, le serrate di musei, mostre e siti archeologici.

Già da qualche settimana, in realtà, erano state annullate presentazioni, festival e fiere, per via dell’invito a evitare assembramenti, poi formalizzatosi nel decreto del 9 marzo 2020 che ha contribuito a far rimandare o annullare anche eventi ancora lontani. Ma il paradosso si è materializzato quando il decreto dell’11 marzo ha sancito la chiusura delle attività commerciali al dettaglio che non vendono beni «di prima necessità», tra cui le librerie.

Libreria Trame, via Goito 3/c, Bologna. Foto del 30 marzo 2020.

I cortocircuiti si intrecciano e nascono dalla domanda subito sorta spontanea: quale è stato il criterio adottato nella scelta dei beni considerati di prima necessità? In molti si sono chiesti come mai i negozi di informatica e telecomunicazioni e le profumerie fossero stati inclusi e le librerie no. Non è il caso di buttare la croce addosso alle profumerie: la cura e l’igiene del corpo sono sacrosante, anche in tempi di distanziamento sociale, tanto quanto la cura e l’igiene della mente. La produzione e la circolazione di cultura e sapere critico sono fondamentali soprattutto in momenti come questo, momenti di crisi in cui non esistono ricette pronte e si prendono misure emergenziali che potranno modificare per sempre le nostre vite.

Il rigore con cui sono state chiuse le librerie stride col modo in cui si è concesso a Confindustria di tenere aperti comparti realmente inutili come per esempio la produzione delle armi – produzioni dannose in tempi normali, figuriamoci in tempi di epidemia. Stona anche con l’appello sull’importanza di stare a casa a leggere un libro. Come sarà mai possibile leggerlo, questo libro, se non lo si trova da nessuna parte? Certo, è ancora consentita la vendita on line con consegna a domicilio. E qui è doverosa una parentesi.

2. I libri come le pizze

Bisogna dare merito agli sforzi titanici dei librai indipendenti che si stanno organizzando per la consegna a domicilio. Sin da subito alcuni si sono ingegnati per trovare strategie di resistenza senza rinunciare alle precauzioni per evitare il contagio: spedire i libri, consegnarli personalmente nella buca delle lettere, scambiarli lasciandoli su panchine o in negozi ancora aperti come le tabaccherie, mettendo i propri cataloghi a disposizione on line o via telefono in modo che i lettori possano scegliere, facendosi pagare virtualmente con bonifici o accrediti in modo da evitare contatti e rispettare le distanze. Ora si stanno organizzando vere e proprie reti di librerie che effettuano il servizio in tutta Italia.

Non è un caso se è dalle indipendenti che nascono queste idee: quando le librerie riapriranno le grandi catene avranno molto più potere commerciale per provare a rilanciare le vendite rispetto alle piccole, che già erano in difficoltà e hanno subito per settimane il monopolio di Amazon e degli store on line.

3. Vendite virtuali, sfruttamenti reali

A parte queste consegne a domicilio, la chiusura delle librerie ha regalato ad Amazon e pochi altri store il controllo praticamente assoluto sui libri. Per più di dieci giorni l’azienda di Bezos ha fatto il bello e il cattivo tempo: a differenza del governo ha inizialmente considerato i libri come beni di prima necessità, di sicuro non per amore della cultura ma per profitto, e ha continuato a venderli quasi in monopolio, al massimo abbassandone la priorità di spedizione. Fino al 22 marzo, data in cui ha spontaneamente deciso di spedire solo una più ristretta gamma di beni, con un’operazione che dietro il velo della responsabilità ha probabilmente una ragione ben più materiale: vendendo praticamente qualsiasi cosa e con la logistica intasata dalla mole di acquisti, non potendo evadere ogni ordine ha semplicemente ottimizzato le attività, che in pratica è come dire che stava guadagnando così tanto da non sapere più dove mettere i soldi.

Anche senza Amazon gli store on line restano la principale fonte di acquisto di libri, un bel regalo per i soliti pochi che egemonizzano la filiera. Le principali piattaforme infatti appartengono ai grandi gruppi editoriali: Ibs, Libraccio e La Feltrinelli sono controllate dal gruppo Feltrinelli e da Messaggerie Italiane; Mondadori Store e Libreria Rizzoli appartengono al colosso Mondazzoli; Giunti al punto si appoggia ad Amazon. Fuori di queste ne rimangono pochissime.

Libreria Duepunti, via S. Martino 78, Trento. Foto del 30 marzo 2020.

Anche per quel che riguarda gli ebook il discorso è simile: Amazon controlla la stragrande maggioranza delle vendite, e – a parte quelle di Kobo e Apple, comunque colossi internazionali – le restanti sono divise principalmente tra gli store già menzionati.

Un altro canale di vendita è la grande distribuzione organizzata (Gdo): i supermercati e ipermercati che hanno reparti dedicati ai libri. Non è chiaro se le corsie non riservate ai beni di prima necessità debbano essere chiuse sempre o soltanto nei fine settimana, ma resta la contraddizione del privilegio accordato alla Gdo, un settore dell’economia già predatorio. Inoltre non tutti gli editori posso servirsi di questo canale, perché prevede distributori specifici, diversi da quelli delle librerie, per i quali non tutti sono attrezzati e che comunque privilegiano i grandi editori e i best seller.

Si potrebbe obiettare: almeno così posso comprare un libro anche in tempi di distanziamento sociale. È che si fatica a capire come, per la prevenzione del contagio, la chiusura delle librerie sia una misura più efficace del lasciare campo libero ad Amazon e pochi altri, coi loro enormi magazzini affollati e i corrieri lanciati a tutta velocità in giro per l’Italia dalla logica del profitto fatto sulla loro pelle.

Si dirà che anche per fare arrivare i libri in libreria c’è bisogno della logistica, ma – per fare un esempio in scala – tra un solo furgone per città che porta mille libri destinati a dieci librerie, e cinquanta furgoni per città che portano venti libri ciascuno destinati ad altrettante abitazioni, c’è una bella differenza in termini di mobilità e numero di contatti ravvicinati. Inoltre le consegne in libreria permetterebbero di rallentare i ritmi della distribuzione, per garantire misure di sicurezza ai corrieri, rispetto al modello Amazon che fa della consegna in ventiquattro ore un caposaldo.

Libreria Bookish, Via Valle Corteno 50/52, Roma. Foto del 30 marzo 2020.

Non bisogna dimenticare, soprattutto, che gli scaffali delle librerie sono già pieni di titoli preziosi usciti da tempo e spesso offuscati dalla vertiginosa furia delle nuove uscite, e la necessità di rifornirle pur rallentando i ritmi potrebbe essere un buon pretesto per riscoprire libri pubblicati ma presto dimenticati.

4. Pochi grandi o tanti piccoli?

Di sicuro il settore della logistica andrebbe completamente ripensato, non solo nell’attuale emergenza, per alleggerire i ritmi di lavoro e rispettare la salute degli addetti. Ciò potrebbe essere ipotizzabile in una rete commerciale basata su piccoli punti vendita diffusi sul territorio, ma i modelli di Amazon e della Gdo lo escludono a priori.

Sono poi modelli davvero meno rischiosi, per la diffusione del contagio, rispetto a permettere di fare poche decine di metri a piedi, rispettando ogni precauzione sanitaria e al tempo stesso prendendo una boccata d’aria sgranchendo le gambe, per recarsi nella libreria di quartiere e, in fila uno per volta, comprare un libro per poi tornarsene a casa, così come si fa con la spesa? Perché per esempio non chiudere solo le grandi librerie di catena, che come la Gdo sono una più facile fonte di assembramenti (e anche loro di proprietà dei soliti grandi gruppi), e lasciare che a vendere i libri siano le piccole indipendenti sparse sul territorio? Invece si è scelto di chiudere tutte le librerie, mentre si permetteva che industrie, call center e praticamente tutta la grande imprenditoria italiana, anche quella non indispensabile, continuasse le attività arricchendosi sulla pelle di lavoratrici e lavoratori.

Il monopolio on line dei pochi colossi sta comunque garantendo un po’ di vendite agli editori, ma contribuirà ulteriormente a far morire le librerie. Questo, oltre a essere grave di per sé, a lungo termine danneggerà anche le case editrici piccole e indipendenti che in quei librai spesso hanno tra i loro migliori e più entusiasti sostenitori, rispetto alle librerie di catena ridotte ormai quasi solo a supermercati.

Ovviamente non bisogna colpevolizzare chi, preso dalla necessità di leggere, sta acquistando on line. Prima di tutto è una forma di sostegno; in secondo luogo, di sicuro la gestione di quest’emergenza non è colpa di lettrici e lettori, bensì di chi, decreto dopo decreto, ha applicato criteri contradditori e incoerenti, mettendo in serie difficoltà gli attori più deboli e avvantaggiato i più grandi.

5. Viaggi nel futuro, smaterializzazione dei corpi

Siamo in un paradosso da viaggio nel tempo: restiamo immobili ma corriamo fortissimo, come la DeLorean, lanciati a tutta velocità verso il futuro. Perché, come anche in altri ambiti, il cortocircuito in cui ci troviamo sta accelerando processi già in atto.

Da tempo quote sempre più ampie di vendite avvengono on line a danno delle librerie, con percentuali di guadagno progressivamente inferiori per gli editori a causa dello sproporzionato potere contrattuale degli store, e il peso dello sfruttamento lavorativo scaricato sulla logistica. Il timore è che questo paradigma di consumo, dopo settimane e settimane in cui è stato praticamente l’unico modo per procurarsi un libro, venga ulteriormente interiorizzato e resti nelle abitudini anche una volta riaperti i negozi.

Non solo questo comporterebbe un danno economico per editori e librerie, ma contribuirebbe a disgregare un tessuto sociale e culturale fatto di relazioni dal vivo, incontri tra lettori e librai, partecipazioni a eventi organizzati dagli editori, scambi diretti di vedute con gli autori durante gli incontri. Insomma, lo smarrimento del rapporto anche umano e fisico alla base del mestiere editoriale.

Libreria Modo Infoshop, via Mascarella 24/b, Bologna. Foto del 30 marzo 2020.

Sono già state cancellate centinaia di presentazioni di libri, dibattiti e reading in tutta Italia, oltre a festival e fiere di ogni ordine e dimensione. Al di fuori delle kermesses mainstream, spesso e volentieri gestite con la logica dei grandi eventi e alle quali, volenti o nolenti, si è costretti per ragioni di sopravvivenza a partecipare, gli editori piccoli e indipendenti – e ancor più quelli militanti – organizzano le proprie iniziative dal basso, con modelli alternativi di socialità, diffusione della cultura e sostenibilità. È un modo per diffondere sapere critico e, soprattutto, scendere in strada, animare i territori, far incontrare lettori, autrici ed editori, in maniera orizzontale, aperti al confronto. In questo momento è giusto evitare gli assembramenti, ma il protrarsi indefinito di questa fase rischia di abituare a una fruizione solitaria della cultura, individualizzante, nel chiuso della propria abitazione e mediata da interfacce social e filtri tecnologici, come nel caso dei video e delle presentazioni on line.

È un danno non da poco anche per chi i libri li scrive e prova a farne un mezzo di sostentamento. In tanti organizzano vere e proprie tournée di presentazioni, approccio molto diffuso tra chi vuole non solo vivere del proprio mestiere di scrittore ma anche far circolare le idee mettendosi in gioco, incontrando persone, battendo palmo a palmo il paese – con decine di eventi anche microscopici – senza dimenticarne gli angoli più remoti e trascurati dai circuiti mainstream.

Libreria Alegre, Circonvallazione Casilina 72/74, Roma. Foto del 30 marzo 2020.

I ragionamenti commerciali spingerebbero a limitarsi a due o tre grandi presentazioni-evento localizzate nelle grandi città, in contesti formali e quindi meno predisposti a un vero dialogo, e per il resto provare a inseguire gli asettici salotti televisivi e le pagine dei giornali. Noi preferiamo una diffusione della cultura più capillare, anche se più faticosa. Un approccio militante, sia da parte degli editori piccoli e indipendenti sia da parte degli autori e delle autrici non mainstream, spesso costruito insieme a librerie, circoli culturali, gruppi di lettura, centri sociali.

Dopo mesi di fermo, si faticherà molto a rimettere in piedi tutto questo, e alla lunga, se si affermasse il modello della virtualità dello scambio rispetto all’incontro, sarebbe un danno anche più grave di quello economico.

6. Retoriche vip

Che nella gestione – tanto mediatica quanto fattuale – del pericolo del contagio si siano concretizzate discriminazioni di classe è evidente non solo dai vantaggi materiali di cui hanno goduto alcuni soggetti. Si nota anche in alcuni frame narrativi circolati sin dai primi giorni, come gli appelli a stare a casa incentrati non su necessità sanitarie ma su quanto sia bello restare nella propria abitazione, propagandati dai divi televisivi direttamente dalle loro ville con giardini o piscine, denotando un totale scollamento dalla realtà fatta di persone che vivono in case piccole o singole stanze, senza spazi aperti, in condomini senza affacci panoramici, e ignorando che per molte donne la casa non è affatto un luogo sicuro, per non parlare di chi una casa proprio non ce l’ha.

Un simile scollamento dalla realtà si è percepito anche nella paradossale retorica mediatica del «restare a casa, sì, ma a leggere un libro», proprio mentre si chiudevano le librerie.

Si potrebbe obiettare che basta leggere i libri già presenti in casa. Bisognerebbe allora ricordare che in Italia più di metà della popolazione non legge nemmeno un libro all’anno. Va sottolineato non per snobismo, ma per specificare che nella stragrande maggioranza delle case italiane i libri non ci sono, e dunque se anche qualcuno che di solito non legge avesse voluto approfittare del distanziamento sociale per farlo, non avrebbe avuto la possibilità di comprare un libro se non sul web. Ma nei motori di ricerca degli store on line di solito si cerca quel che già si sa di volere. Probabilmente chi non ha dimestichezza con la lettura ma volesse approfittare di questo periodo troverebbe molte difficoltà a orientarsi nello sterminato catalogo di Amazon senza un libraio a dare un consiglio. Da potenziale lettore in più si potrebbe trasformare in ancora più convinto non lettore.

Che idea del Paese ha chi fa un servizio così? Lo immagina come una versione estesa del proprio salotto?

Dall’altro lato, per i lettori forti capaci di divorare più libri a settimana  – soprattutto dovendo passare gran parte della giornata a casa – vedersi chiudere le librerie è quasi come vedersi razionato il pane. Può sembrare “colore”, ma è per sottolineare la cialtronaggine con cui durante questa faccenda è stato gestito, finanche nei toni usati dai media, il mondo del libro. Ormai invitare chi è a casa a leggere è quasi come dirgli di farsi una bella nuotata. Se i libri non sono considerati beni di prima necessità non si possono poi fare appelli alla lettura, è una contraddizione culturale in termini, una beffa che si somma al danno.

Altri appelli vip sono arrivati affinché gli editori – come anche altri operatori culturali, in realtà – fornissero gratuitamente alcuni dei loro prodotti (ebook, audiolibri) in modo da dare alle persone qualcosa da fare. È sacrosanto voler aiutare a passare il tempo chi è costretto in quattro mura, resta il problema di quali siano i soggetti sui quali si debba scaricare il costo di questo aiuto. Gli editori sono in grave difficoltà: anche volendo, difficilmente possono permettersi a cuor leggero regali, e chi fa questi appelli dimostra di non conoscere il mondo della carta stampata. Va bene essere solidali con chi è a casa regalandogli un libro, ma perché non chiederlo a chi per settimane si è arricchito godendo di un monopolio di fatto? Se fosse Amazon a farlo consegnandolo gratuitamente a casa, ma pagandolo regolarmente agli editori?

7. Lavoratori e lavoratrici della filiera

I danni di questa situazione stanno colpendo tutta la filiera del libro, non solo editori, tipografe, librai e autrici. Le figure a rischio sono tantissime: traduttori, redattrici (spesso esternalizzate/i), editor free lance, grafici editoriali, addette stampa, senza dimenticare i dipendenti in generale delle case editrici grosse e medie, dei distributori, dei grossisti e delle librerie di catena. I piccoli editori e i librai indipendenti sono spesso sia i titolari sia i dipendenti della propria attività, ma chi invece lavora per realtà più grandi subisce tutte le storture del mercato del lavoro precarizzato da anni di controriforme: esternalizzazione del lavoro redazionale e grafico, ricorso a service e agenzie, concorrenza al ribasso tra lavoratori esterni come i traduttori, utilizzo di tirocini e stage gratuiti per sopperire gratuitamente al lavoro redazionale, ecc. C’è il rischio che i grandi gruppi editoriali scarichino su queste figure il costo della crisi. Lo stesso si può dire di lavoratrici e lavoratori della distribuzione e della promozione.

Libreria Tamu, Via Santa Chiara 10/h, Napoli. Foto del 30 marzo 2020.

Questi contraccolpi saranno comuni al mondo del lavoro di diversi comparti, ma è importante ricordarlo anche riguardo l’editoria perché è uno dei settori in cui più si fa ricorso – soprattutto le grandi realtà – a esternalizzazioni, finte partite iva, free lance, e con retribuzioni tra le più basse. Se dedico a questo aspetto solo poche righe è perché mi piacerebbe che queste professionalità prendessero parola in prima persona per aprire un dibattito su come l’attuale situazione stia portando all’estremo criticità radicate da tempo, e su come, una volta ripartiti, cercare di superarle insieme anziché affondare sempre di più.

8. E in tutto questo le nuove uscite?

Al momento siamo in un limbo. Le uscite sono ferme perché i lanci in libreria sono saltati. I distributori non accettano rifornimenti – né di novità né di titoli di catalogo – perché i libri nei loro magazzini sono quasi immobili. Gli unici rifornimenti sono per gli store on line e le librerie che con sforzi eroici si barcamenano nelle poche consegne.

Non si sa quando i negozi torneranno accessibili al pubblico, quindi ci si potrebbe trovare costretti a far uscire i libri comunque, anche se solo in ebook. È una scelta che penalizzerebbe alcuni titoli, su cui magari si stava puntando da tempo, e anche i relativi autori, che su quell’uscita contavano.

Intanto il lavoro di editing e redazionale sulle novità previste deve andare avanti, per evitare il rischio di “colli di bottiglia” non appena le librerie riapriranno. Forse le case editrici piccole che pubblicano un numero limitato di titoli all’anno riusciranno, con molta fatica, a evitare di tagliare la produzione e sacrificare qualcuno dei libri previsti, ciascuno preziosissimo e scelto con cura. Anche perché diminuire il numero di uscite, per chi pubblica poco, significherebbe rinunciare a una percentuale consistente del proprio fatturato.

Alcuni grandi editori, in attesa di poterle stampare, stanno già lanciando in ebook alcune novità, ma data la mole delle loro pubblicazioni saranno costretti a tagliarne molte (probabilmente seguendo criteri commerciali e non qualitativi), con un danno per la bibliodiversità, oltre a quello che ne consegue per autori, traduttrici e collaboratori esterni che sui libri cassati stavano lavorando.

Nonostante questi tagli, il rischio che dopo la riapertura delle librerie il mercato si intasi è reale. Già in condizioni normali in Italia si pubblica una quantità enorme di libri: nel 2018 sono stati 75.758 (più di duecento al giorno), un numero del tutto spropositato che lascia seri dubbi su quanti in realtà meritassero davvero. Questa invasione è determinata dai grandi editori, che sono di meno (circa un settimo del totale) ma pubblicano ben quattro titoli su cinque. Il report Istat sui libri usciti nel 2018 afferma che tra gli editori «il 51,1% ha pubblicato un numero massimo di 10 titoli all’anno (“piccoli editori”), il 33,8% fra le 11 e le 50 opere (“medi editori”) e soltanto il 15,2% ha pubblicato più di 50 opere annue (“grandi editori”). I grandi editori coprono quasi l’80% della produzione in termini di titoli (79,4%) e il 90% della tiratura».

Libreria Tempo Ritrovato, Corso Garibaldi 17, Milano. Foto del 30 marzo 2020.

Una tale sovrapproduzione, unita alla diversità di peso in termini di potenza commerciale, visibilità sui media, potere contrattuale con distributori e catene di librerie, determina regolarmente un oscuramento dei libri dei piccoli, letteralmente sommersi da quelli dei grandi.

Quando le librerie riapriranno, i grandi editori pubblicheranno numerosi titoli tutti insieme in poche settimane, accentuando questo fenomeno e causando un’ulteriore accelerazione di uno dei meccanismi perversi della filiera: la frenetica rotazione dei titoli sugli scaffali. Nelle librerie di catena se una novità non vende abbastanza nelle prime tre settimane viene subito resa e rimpiazzata da un’altra. Il tutto a vantaggio dei nomi di grido, degli autori mediatici e dei best seller commerciali, e a detrimento della produzione di ricerca e di qualità, con un ulteriore danno alla bibliodiversità già mortificata.

Non solo: i distributori, intasati, potrebbero scaricarci addosso una mole insostenibile di rese (facendo esplodere la bolla finanziaria tra fornito e reso), tra cui forse anche libri mai realmente arrivati in libreria perché pubblicati a ridosso della chiusura del 12 marzo.

Il mercato del libro ha bisogno di decrescere, ma dovrebbe essere una scelta, con una maggiore selezione qualitativa a monte, un cambio di paradigma produttivo a carico di chi lo ha sempre ingolfato, e non la conseguenza di un intreccio tra mancati acquisti, librerie chiuse, e la gestione dissennata di queste settimane. Intreccio che anzi non farà che accelerare le storture già esistenti.

Libreria Trastevere, Via della Lungaretta 90/e, Roma. Foto del 30 marzo 2020.

9. Come uscirne

Dopo questa crisi sarà necessario un forte sostegno a tutti i settori della cultura, che però non dovrà limitarsi agli appelli ad andare al cinema, in un museo, a teatro, a un concerto, o a comprare un libro, scaricando tutto sui fruitori (troppo spesso identificati come consumatori). Di sostegno ne avrà bisogno sia chi la cultura la fa, sia chi – colpito gravemente nel proprio tenore di vita – ne fruisce, e se ne dovrebbe fare carico la collettività con meccanismi di redistribuzione della ricchezza, lotta alle situazioni di oligopolio, meccanismi di sostegno al reddito, sia in generale che nello specifico ai lavoratori e alle lavoratrici della cultura, specie quelle/i che non ne beneficerebbero in quanto autonomi, collaboratori occasionali, partite iva, stagionali, o perché vivono di diritti d’autore, cachet o forme di reddito non da lavoro dipendente (attrici, musicisti, scrittrici), ma anche tecnici, maestranze, grafici, scenografi, turnisti, promotori, e in generale tutti gli operatori delle varie filiere.

I lavoratori delle istituzioni culturali – sia pubbliche sia private – come musei e siti archeologici (ma anche delle biblioteche), spesso esternalizzati o assunti in appalto a terzi, dovrebbero essere internalizzati. La circolazione della cultura dovrebbe essere incentivata con spazi pubblici concessi gratuitamente a editori, musicisti, teatranti, per organizzare presentazioni, eventi, rappresentazioni, proiezioni, concerti, e altro ancora. E le realtà più piccole e in difficoltà – teatri, cinema, piccoli editori – meriterebbero sostegni a fondo perduto. Il tutto dovrebbe essere finanziato andando a colpire con tassazioni e prelievi di ricchezza chi, nei vari settori, ha beneficiato della situazione (Amazon o Netflix, per fare due esempi), ma anche le grandi imprese non della cultura che hanno continuato a fare profitti, come l’industria delle armi.

Più in generale si dovrebbe iniziare un percorso di rivendicazioni dal basso animato dai protagonisti del lavoro culturale, ognuno con le proprie riflessioni, che inizi a elaborare proposte per smantellare le storture che, in un modo o nell’altro, colpiscono ogni settore avvantaggiando pochi grandi e stroncando tanti piccoli. La gestione dell’emergenza coronavirus non ha fatto che accelerare derive in atto da tempo ed è quindi il momento di ripensare a fondo il modo in cui si fa e diffonde la cultura in Italia.

Nel nostro specifico, la riflessione più generale sul mercato editoriale dovrà per forza essere affrontata con uno sguardo complessivo sulla filiera, mettendo insieme editori e librerie indipendenti, autori e lavoratori, senza dimenticare soprattutto che non siamo tutti sulla stessa barca. I grandi gruppi editoriali, la distribuzione e le librerie di catena subiranno meno il contraccolpo (e gli store on line per niente, anzi) e nonostante questo, per garantire i propri profitti, proveranno ad approfittare della situazione intensificando i meccanismi per loro vantaggiosi. Sul fronte del lavoro i grandi editori procederanno probabilmente a licenziamenti, tagli ai collaboratori, ed esternalizzazioni. Sul fronte del mercato inonderanno ancora di più le librerie con uscite spesso di dubbia qualità cercando di rosicchiare il più possibile ai piccoli qualsiasi quota anche minima di mercato. E non è escluso che ci saranno nuove concentrazioni aziendali che faranno nascere colossi ancora più mastodontici.

Quanto alla distribuzione, proverà a rifarsi imponendo contratti ancora più scorsoi, chiedendo percentuali sempre maggiori sui prezzi di copertina. Le librerie di catena punteranno ulteriormente solo sui pochi titoli di grande successo mediatico e commerciale, rischiando sempre meno nell’esposizione di quelli di qualità ma meno facilmente vendibili.

Editori e librerie indipendenti, autrici e autori, lavoratrici e lavoratori dell’editoria, devono provare a immaginare meccanismi di resistenza collettivi, orizzontali e dal basso, forme di collaborazione che inizino già a prefigurare nuovi modi di fare e diffondere cultura, e rivendicare correzioni strutturali alla filiera. Per liberare Sisifo dalle catene della sua fatica e trasformare l’editoria in un luogo di emancipazione e conflitto.

* Pietro De Vivo è editor di narrativa e saggistica per le edizioni Alegre, amministratore del canale Telegram della casa editrice e vicedirettore della collana Quinto Tipo diretta da Wu Ming 1. Quando trova il tempo scrive di libri su Il lavoro culturale. È autore di uno dei post di Giap più visitati e commentati da quando esiste questo blog: «È colpa di quelli come te se c’è il contagio!». Abusi in divisa e strategia del capro espiatorio nei giorni del coronavirus.

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96 commenti su “Sisyphus. Il devastante impatto dell’emergenza coronavirus su librerie e case editrici

  1. Negli ultimi due articoli pubblicati, il tuo e quello di Totò (così come nell’introduzione fatta a questo pezzo) riecheggia in sottofondo lo stesso discorso di diffusione e creazione di cultura dal basso e di rovesciamento dei paradigmi di produzione esistenti. Di riappropriazione di spazi collettivi di dibattito e confronto come prerogativa di un rientro nella vita. Come condizione
    ” sine qua non” per riprendersi l’ esistenza, come “punto zero” da cui ripartire. La retorica creata ad arte sulla solidarietà balconara ha solo lo scopo di nascondere e confondere le acque sulla attuale situazione di concorrenza sleale fra grandi e piccoli, forti e deboli e soprattutto fra poveri. Nascondere le differenze di classe. Io non ho mai acquistato un libro on line. Mi sembra una contraddizione in termini, se non addirittura una ” bestemmia “… Ho bisogno di avere questo prezioso oggetto fra le mani e mi sarebbe impossibile acquistarlo a scatola chiusa, senza averlo sfogliato, ispezionato e magari letto a gratis in libreria. La mia libreria preferita è una libreria di catena, in via Irnerio. Le mie libraie cercano di mantenere un compromesso fra le esigenze imposte da una libreria di catena e il desiderio personale di non essere solo un centro commerciale del libro, per dare un senso al loro lavoro. Per restituire al libraio il ruolo di anello di congiunzione fra il libro ed il lettore. Per non essere semplici commessi senza qualifica,
    col compito esclusivo di estrarre il libro dallo scaffale. Si danno da fare per promuovere presentazioni di libri. Sono molto attive e attente ai bisogni editoriali dei loro clienti. Io ci vado spesso, anche solo per leggere a gratis, quasi come fosse un servizio pubblico, una biblioteca, perché mi accolgono anche con il mio cane che, ormai, si ferma sempre quando passiamo da lì. Le mie libraie non sono stupide, mi lasciano leggere ” a gratis ” perché sanno che, quando posso, faccio scorta di libri tutta in una volta e fra di noi esiste questo tacito accordo. Ma sono anche felici di vedere la libreria vissuta da persone che si sentono a casa loro.
    Il problema principale di questo momento ( ma forse di sempre) però è che, per categorie di lavoratori come me, spesso, i libri sono un lusso. Ed ora ancora di più. Un lusso irrinunciabile però. Per questo continuerò a sostenere la mia libreria e la miriade di figure professionali che sta dietro alla vetrina dell’editoria. Ma il vero sostegno vitale sarà solo quello di cui tu parlavi, di una redistribuzione della ricchezza. E non solo per le librerie, gli editori e gli scrittori.

    • È fondamentale che anche chi legge i libri (o va a teatro, al cinema, ai concerti) riceva sostegno, non solo per un sacrosanta giustizia sociale universale per cui chiunque venga colpito/a nel reddito o nelle sue forme di sostentamento (a prescindere da che lavoro faccia, se non lavora, se lavora in nero, ecc.) dovrebbe beneficiare di misure di sostegno. Ma anche perché, nello specifico del discorso culturale, per come la vedo io chi fruisce della cultura fa parte integrante del processo di produzione e diffusione del sapere. Per noi le lettrici e i lettori sono qualcosa di più di semplici “acquirenti di merce”. Anche per questo l’incontro dal vivo è fondamentale: una delle soddisfazioni maggiori del mestiere è parlare con chi ha letto i libri e sapere cosa ne pensa. Ed è una cosa diversa da un bieco marketing del tipo “coinvolgere il proprio target di pubblico”. I libri che pubblichiamo per noi servono ad aprire un dialogo con le persone. Per questo credo sia fondamentale ciò con cui concludi il tuo commento.

      Sulla tua libreria: i franchising spesso sono una via di mezzo tra catene e indipendenti perché, anche se formalmente fanno capo a gruppi e devono sottostare ad alcune condizioni, hanno comunque un buon margine di autonomia. E l’esempio che porti è la riprova che alla fine sono le persone (in questo caso le tue libraie) a fare la differenza. Qualcosa che Amazon con i suoi algoritmi non potrà mai sostituire. È proprio una modalità differente di acquisto la cui diversità di paradigma non è solo nel mezzo (on line VS fisico) ma, di nuovo, nello scambio umano e sociale.

      • Grazie per questa disamina così lucida e approfondita di un tema a me molto caro. Avevo letto qualcosa “in giro” ma niente che cogliesse il senso delle mie preoccupazioni. Ovviamente non mi ha stupito l’approccio del nostro governo ( g minuscola intenzionale) al tema: guardando i vari siti di (dis)informazione l’immagine simbolo dello slogan “quantoèbellostareacasa” è quasi sempre rappresentata da una persona che legge sdraiata su un divano collocato in un loft luminoso. Quale libro tenga in mano è irrilevante, si sorvola sul fatto che le librerie siano chiuse e si incentiva il ricorso alla piattaforma Amazon. Personalmente aborro questo messaggio e mai ho acquistato un libro tramite questo canale, anzi in verità non ho acquistato nulla perché è vero che il settore della logistica è in generale la nuova frontiera dello sfruttamento della manodopera, ma il colosso in questione ne è l’emblema. Trovo molto interessanti anche le soluzioni proposte per ridare animo al settore editoriale così duramente colpito dalla interruzione forzata dell’attività. Non ho però alcuna fiducia nelle Istituzioni che dovranno trascinare il Paese fuori da questa palude. Dovremo attrezzarci da noi.

    • Da titolare di piccola libraria indipendente a Torino ho letto con attenzione l’articolo, e sto seguendo un po’ tutte le dichiarazioni che si stanno facendo sul mondo dei libri in questi giorni. Paradossalmente però devo far notare che riaprire SOLO le librerie, sarebbe ancora peggio della situazione attuale. Se la gente non può uscire di casa, o può farlo solo con il patema di essere fermato e comunque per ristrettissime ragioni, a chi dovrei venderli i libri? Mettiamo il caso che fosse concesso uscire per andare in libraria, ma sicuramente tale libreria dovrebbe essere molto molto vicino casa… Insomma, la clientela sarebbe pressoché inesistente. Lo abbiamo visto nei primi giorni di marzo, quel limbo in cui le librerie e alcuni negozi erano aperti a differenza dei bar e ristoranti, e nonostante la raccomandazione di “Stare a casa”, le vendite in quei giorni sono state praticamente 0. Sarebbe comunque meglio qualcosina al posto di 0 no? Beh dipende, se la riapertura delle sole librerie comportasse la fine di qualsiasi tipo di aiuto statale (banalmente i famosi 600 euro che probabilmente diventeranno 800 ad aprile), sarebbe meglio stare chiusi, perché sicuramente non raggiungeremmo mai la cifra di 600/800 euro. Senza considerare che moltissimi di noi stanno approfittando di questo periodo per fare operazioni di sistemazione-catalogazione e simili, che a libreria aperta diverrebbero problematiche.
      Non fraintendetemi, le librerie devono aprire il prima possibile, ma così come la stragrande maggioranza delle attività commerciali; aprire solo le librerie e togliere gli aiuti sarebbe un suicidio. Questo anche in considerazione del fatto che i clienti davvero affezionati in qualche modo vengono serviti anche adesso. Banalmente, una libreria vive soprattutto di “passaggio” di persone in strada, di eventi, di presentazioni ecc… Aprire le librerie se si vieta il passaggio delle persone non serve assolutamente a nulla. A ripartire non può essere un solo settore purtroppo. Ma la strada sembra essere ancora molto lontana, già il 18 aprile di cui si parla segnerebbe un disastro economico senza precedenti, andare oltre francamente, a meno di enormi sovvenzioni statali, non vedo davvero come sia possibile senza condannare alla rovina milioni di persone.

      • In realtà (a parte le primissime zone rosse, Lombardia e le altre quattordici province) nel resto d’Italia sono stati solo tre i giorni in cui i ristoranti (tutto il giorno) e i bar e i locali (la sera) erano chiusi ma le librerie aperte: 9, 10 e 11 marzo. E per quel che so io in quei giorni il calo di vendite non è stato drastico. La cesura netta c’è stata ovviamente dal 12, con la chiusura totale.
        Io credo che riaprire le librerie sia imprescindibile e comunque farebbe ripartire le vendite. Ovviamente ancora in misura minore, ma sarebbe il punto di partenza indispensabile.
        Detto questo, è necessario che le librerie riaprano, ma io non la vedo come una misura sostitutiva di tutto il resto, ovvero dei sostegni al reddito, e di tutte le altre misure che a mio parere sarebbero necessarie e di cui parlo nell’articolo.
        Ma se non riaprono, e subito, di cosa continuiamo a parlare? Tutte e tutti i librai con cui sto parlando vorrebbero ricominciare immediatamente, altro che inventari e catalogazioni. Rischiano di non arrivarci, al 18 aprile, né con né senza aiuti statali.
        È vero che molti si stanno ingegnando per vendere comunque i libri ad alcuni clienti affezionati (domicilio, corrispondenza, ecc.) ma la riapertura permetterebbe di smetterla con questi escamotage faticosissimi e rientrare gradualmente nella normalità.
        Anche perché, voglio ricordare, più a lungo le librerie saranno chiuse e più a fondo le persone si abitueranno a comprare solo on line.

        • Per carità, magari in quei giorni qualcuno, ma qui a Torino già prima dal 7 in poi il calo è stato drastico, e personalmente dal 9 al 12 abbiamo venduto una sessantina di euro in tre giorni pieni… Sul fatto che poi aprire sia urgente sicuramente, ma credo che aprire e al contempo vietare alla gente di uscire sia un controsenso. Ovviamente non vedo neanche io la riapertura come una misura sostitutiva di qualsiasi sostegno, il punto è che non la vediamo così io, lei e buona parte del mondo editoriale, ma dubito fortemente che non la veda così il governo…

  2. Si, infatti, più che di redistribuzione della ricchezza bisognerebbe parlare di riappropriazione collettiva. Ma questo, ad oggi, è uno scenario “utopico”. Per questo è necessario continuare a lavorare sulla formazione del senso critico come qui si fa benissimo. Come dice Pietro ” nello scambio umano e sociale “, come dice spesso WB quando sottolinea che non stiamo parlando solo di ” restrizione dei diritti e delle libertà personali ” bensì ” collettivi “. Uscendo prima di tutto mentalmente, dalla rappresentazione individualistica e solipsistica dell’essere umano. Una rappresentazione che questa ” emergenza ” alimenta dicendoci di chiuderci in casa per salvare vite altrui…uno strano paradosso.

  3. So che qui si parla dei danni economici alle librerie ecc ma volevo aggiungere che io e i miei bambini stiamo soffrendo molto la chiusura delle biblioteche.

    Biblioteche e librerie chiuse ma profumerie no?

    • Io dico sempre che le migliori amiche delle case editrici sono le librerie e le biblioteche. Chi frequenta le biblioteche diventa un lettore assiduo: chi non può permettersi un libro lo prende in prestito, ma anche chi prende in prestito molti libri poi altrettanti ne compra. Quindi è un’istituzione che giova a tutti. Sono un grande sostenitore delle biblioteche e sono stato anche bibliotecario, oltre che libraio ed editore.
      Inoltre le biblioteche nei quartieri sono importantissimi presidi culturali ma anche sociali. Oltre a organizzare iniziative, dibattiti, presentazioni, sono anche un luogo frequentato da chi non ha casa e ha bisogno di un riparo dal freddo, di connessione internet, di un bagno. Non è un compito che dovrebbero svolgere le biblioteche, in teoria, ma è importante che lo svolgano e nella maggior parte dei casi lo fanno anche volentieri.
      Però se sono chiuse non è colpa delle profumerie, come scrivo anche nell’articolo. Vorrei evitare guerre tra piccoli esercizi mentre invece grosse attività come industrie delle armi o call center sghignazzano.

    • Purtroppo niente può sostituire una biblioteca aperta al pubblico, specie se ha una di quelle sezioni per bambini e ragazzi dove ci si può sedere, giocare, leggere, sfogliare, rotolare in libertà. Premesso questo, un briciolo del piacere di prendere a prestito un libro e sfogliarlo, lo restituisce in questi giorni la biblioteca digitale dell’Emilia-Romagna – per chi vive in regione, non so di altri servizi analoghi in altri territori: https://emilib.medialibrary.it
      In pratica, hanno reso libero l’accesso al catalogo regionale dei libri digitali, che si possono scaricare e leggere sul proprio computer (fino a un massimo di 4 al mese e per un periodo di 15gg).

      Per chi è registrato in una biblioteca del polo bolognese (mi pare di ricordare che @mojo viva a Bologna) la procedura è questa:

      1) Vai a questo indirizzo: http://www.archiginnasio.it/presentazione.html
      Riempi il form e nello spazio “la tua domanda” scrivi “Vorrei ricevere le credenziali di accesso alla piattaforma EmiLib/MLOL. Il mio codice utente per il Polo bibliotecario bolognese è XXXX” (lo trovi sulla tesserina di prestito)
      2) In giornata – o al massimo dopo 3 gg – ti mandano una mail con le credenziali di accesso e il link per autenticarti. Ti autentichi e fai il login qui: https://emilib.medialibrary.it/home/cover.aspx
      3) Cerchi un titolo e lo scarichi. Per leggerlo – ahimé – serve un’app di Adobe e un codice, ma è tutto spiegato sulla pagina del download e molto semplice da fare.

      In alternativa, ci sono sempre i siti con i romanzi di pubblico dominio, come liberliber.it, gutenberg.org, archive.org
      Non è una biblioteca, non è un luogo fisico, però almeno sono storie, testi, romanzi. Gratis, per tutte quanti. Come nella sezione download di questo nostro blog.

      • Grazie delle info.

      • Segnalo che un’iniziativa analoga è stata promossa dalle Biblioteche Civiche Torinesi.
        Dal 12 marzo scorso, le lettrici e i lettori residenti o domiciliati a Torino -anche quell* ancora non registrati al servizio di prestito delle Biblioteche civiche cittadine- hanno l’opportunità di accedere al catalogo della Biblioteca digitale che consta di più di 18.000 ebook, 1000 audiolibri da ascoltare in streaming, 120.000 dischi, 7.000 fra giornali e riviste, italiani e stranieri, materiali didattici per la scuola primaria e secondaria, video e archivi di immagini.
        E’ possibile richiedere fino a tre ebook al mese.
        Per usufruire del servizio è necessario compilare il modulo di pre-iscrizione disponibile a questo link: https://bct.comperio.it/pre-iscrizione-alle-biblioteche-civiche-torinesi/
        Qui uno degli articoli di giornale che ne dava notizia: https://torino.corriere.it/cultura/20_marzo_12/biblioteche-civiche-aprono-servizi-online-tutti-torinesi-54ca4578-647d-11ea-90f7-c3419f46e6a5.shtml
        Abbracci a tutt*

        • Integro i suggerimenti di Wu Ming 2 e tuttoattaccatopiccolo segnalando che la piattaforma MLOL (Media Library OnLine) è attiva su tutto il territorio nazionale.

          Qui si trova l’elenco di tutti i sistemi bibliotecari o singole biblioteche aderenti, suddivisi per regione e provincia, con i link alle relative biblioteche digitali: https://www.medialibrary.it/pagine/pagina.aspx?id=37

          Qui si trovano le istruzioni di ciascun ente per iscriversi a distanza: https://www.medialibrary.it/pagine/pagina.aspx?id=568

          In tutte queste biblioteche digitali oltre agli ebook, si possono trovare audiolibri, un’edicola con quotidiani e riviste, film in streaming, podcast, musica, materiali didattici e molto altro. Il numero e la tipologia dei materiali disponibili sono diversi a seconda degli acquisti dei singoli enti. In questo momento alcune amministrazioni pubbliche stanno iniziando a spostare budget d’acquisto dai materiali fisici a quelli digitali. Oltre alle risorse fornite in prestito, la piattaforma mette a disposizione anche moltissime risorse open (liberamente scaricabili o consultabili online) mutuate da biblioteche e archivi digitali e da banche dati.

          Sono strumenti importanti per continuare a garantire l’accesso gratuito alla cultura anche in questo periodo di lockdown. Ma come è già stato ricordato nel post e in diversi commenti, bisogna rimanere convinti e continuare a diffondere la consapevolezza che nessuno di questi servizi digitali può sostituire lo spazio fisico della biblioteca, con le sue occasioni di incontro e di conflitto, con il suo ruolo di presidio culturale e sociale aperto a chiunque e diffuso sul territorio (anche se con grandi squilibri tra i diversi territori italiani).

          I libri servono anche ad aggregare le persone attorno a qualcosa: storie, temi, pratiche –anche fisicamente, nello stesso spazio. Lo scambio umano e sociale in presenza è importante per costruire una cultura realmente “bibliodiversa” e che sia anche occasione «di emancipazione e liberazione». Per questo è fondamentale sottolineare, come fa Pietro nel post, il rischio di un’abitudine a «una fruizione solitaria della cultura, individualizzante, nel chiuso della propria abitazione e mediata da interfacce social e filtri tecnologici.»

          Quelli digitali sono strumenti importanti da integrare. Ma occorre ricordare anche che questi servizi non posso essere fruiti allo stesso modo da tutti, perché (come sta mettendo in luce anche l’attuale gestione della didattica a distanza nelle scuole) l’accesso alla tecnologia digitale (sia in termini di hardware che di competenze d’uso) è molto lontano dall’essere realmente diffuso. Il cosiddetto “digital divide” è ancora un grosso ostacolo.

          Come molti altri settori (sanità, istruzione..), i servizi pubblici culturali erano in crisi anche prima della diffusione del virus, che ha aggravato situazioni già difficili. Dobbiamo continuare a reclamare il nostro diritto all’accesso gratuito a tutti questi servizi, il loro finanziamento (nei modi indicati da Pietro del post) e la loro cura nel tempo. Dobbiamo farlo anche ora, nel pieno della crisi, altrimenti non ci sarà nessun vero *dopo*, come è stato detto in queste settimane in questo blog riguardo a molti altri aspetti del vivere sociale.

          Grazie a tutte e tutti per il lavoro e i contributi fondamentali che si possono leggere su Giap.

  4. Ciao
    Io non sono assolutamente esperto del mercato dell’editoria però mi chiedevo una cosa: la cosidetta legge Levi appena entrata in vigore e che vieta all’e-commerce di applicare uno sconto superiore al 5% tranne che in specifiche occasioni non potrebbe contribuire a migliorare la situazione?

    • La legge Levi era la precedente. La nuova legge sul prezzo del libro istituisce uno sconto massimo del 5% (tranne alcune eccezioni) e vale per qualsiasi contesto di vendita: on line, librerie, fiere, vendita diretta, ecc.

      È un correttivo che, in generale, aiuta a bilanciare il diverso peso del potere contrattuale tra librerie indipendenti e di catena (e store), e dovrebbe limitare alcune altre pratiche come il vizio di molti grandi editori di alzare artificialmente i prezzi (es. un libro che si sarebbe voluto vendere a 17 euro lo si prezzava a 20 e non a 17 in modo tale che col 15% di sconto risultasse 17 euro).
      Quest’ultima è una pratica che teoricamente avrebbero potuto fare tutti gli editori, anche i piccoli, ma era più diffusa tra i grandi non solo per motivi etici ma soprattutto perché hanno un rapporto tra vendite in libreria e vendite dirette molto più sbilanciato verso le prime e quindi serviva loro ad “aggirare” lo sconto. Gli editori più piccoli hanno una percentuale più alta di vendite dirette (proprio sito, presentazioni, fiere, festival) e quindi non conveniva gonfiare i prezzi.

      Anche per questo chi criticava la misura dicendo che sarebbe ricaduta sui lettori sbagliava. Alla lunga porta a un abbassamento del prezzo medio di copertina proprio perché elimina questa pratica del gonfiarlo. Non ho sottomano i dati ma in Francia (dove lo sconto massimo è del 5% già da tempo) e in Germania (dove gli sconti sono proprio vietati) i prezzi medi si sono abbassati e spesso tendono a essere più bassi dei nostri.

      Abbassare la percentuale di sconto è in effetti una misura strutturale e correttiva perché le percentuali di scontistica agiscono lungo tutta la filiera: editore -> distributore -> (eventuale grossista) -> librerie -> lettore; dove ognuno vende il libro al successivo concedendogli uno sconto progressivamente inferiore per avere un ricavo.
      Essendo diminuito lo sconto finale, la misura dovrebbe giovare soprattutto alle librerie indipendenti, che ottengono 25-30% di sconto dal distributore ma dovendo vendere col 15% hanno poco margine. Infatti le indipendenti tendevano a non fare lo sconto del 15% al cliente, diversamente dalle catene che potevano permetterlo perché, più potenti, ottengono fino al 40% di sconto dal distributore e hanno più margine. Così le catene attiravano più clienti rispetto alle indipendenti potendo scontare di più.
      Ovviamente la maggior percentuale di sconto che il distributore concede alle catene non la sottrae dal proprio margine ma la scarica sugli editori, chiedendo loro a sua volta più sconto. Quindi, se la filiera fosse equa, ora il distributore dovrebbe chiedere a noi editori meno sconto (ma così non sarà) e dovremmo beneficiarne anche noi che non gonfiavamo i prezzi.

      Ma il problema principale resta quello “politico” del peso degli attori nella filiera, su cui per motivi di spazio non potevo spendere troppe altre parole nel pezzo (quando accenno agli oligopoli orizzontali e verticali). Nonostante il limite massimo messo per legge, se il distributore decide di ridurre del 10% lo sconto che fa alle librerie indipendenti – e può imporglielo perché è oligopolista e se la libreria rifiuta non ha più libri da vendere –, ma non alle librerie di catena (che tanto appartengono sempre a lui), si mangia anche la percentuale in meno sullo sconto finale. Così come può continuare a chiedere a noi editori uno sconto alto perché, se diciamo di no, i libri a noi non li distribuisce più nessuno (perché in pratica c’è solo lui, come distributore).

      Non so se mi sono spiegato, è un meccanismo complesso e perverso, ma la morale è che queste misure aiutano, ma se il mercato continua a essere controllato da pochi grossi che fanno il bello e cattivo tempo, si può fare ben poco. E questo è il capitalismo.

    • Ah, e ovviamente se ci sono le librerie chiuse per decreto, dei potenziali effetti benefici della legge sul prezzo del libro non ce ne facciamo nulla.

  5. Premessa: è la prima volta che intervengo nel vostro sito, che ho scoperto da poco ed è stata una bellissima e inaspettata sorpresa, un po’ come quando camminando si arriva in cima alla collina e si fa capolino per vedere finalmente cosa ci aspettava.
    Non sono “del settore”, ma leggendo il vostro articolo e le risposte, un’idea mi è venuta, per sostenere l’editoria indipendente o comunque non di catena.
    Perché non organizzare adesso delle belle letture ad alta voce (readings), in diretta dalla casa dell’autore (in futuro da spazi forniti gratuitamente, per esempio da negozi del lusso, che rimarranno vuoti per mesi). Non so, ogni volta che ho avuto modo di sentire un libro letto dall’autore o a volte, ancora più intenso, da un attore, ho ritenuto necessario comprare il libro cartaceo.
    E con tutto questo tempo “libero” che ci impone il “lockdown”, sarà l’appuntamento della sera, anziché la malsana TV.
    Per iniziare direi, per cortesia, il Sentiero degli Dei. Io mi posso dar da fare per diffondere l’invito.
    Grazie per il vostro contributo.

    • Grazie del commento. Bisogna vedere come sono le case. Io, ad esempio, a casa mia in questi giorni non ho uno spazio adeguato dove mettermi a fare un reading. Noi Wu Ming non compariamo in video, sarebbe una diretta solo audio, tipo radio. Che va benissimo comunque, temo però che servirebbe a non molto per affrontare il problema delle librerie chiuse.
      Ad ogni modo, se ti piacciono i reading, nella nostra audioteca, Radio Giap Rebelde, ne trovi a strafottere :-)
      https://archive.org/details/radiogiaprebelde?sort=-date

  6. Penso che il vero problema, al di là della situazione attuale di estrema difficoltà per via della pandemia, sia quello sottolineato da Pietro nei commenti: la concentrazione monopolistica, sia orizzontale che verticale.Però, spostandomi un attimo a lato, e focalizzandomi solo su Amazon, ci sono delle considerazioni più “intricate” da fare.

    Circa il 40% del commercio online americano di prodotti al dettaglio avviene su Amazon, ripartito tra il 40% delle vendite effettuate direttamente dalla compagnia e ben il 60% fatturato dai commercianti terzi presenti sul Marketplace. Amazon Web Services, il ramo dell’azienda che si occupa del cloud computing, detiene attorno al 47% del mercato globale (con l’obiettivo primario di diventare la piattaforma di acquisti online della General Services Administration, ovvero l’agenzia che si occupa delle forniture per il governo federale); Arc, la publishing platform sviluppata internamente al Washington Post dopo l’acquisizione di quest’ultimo da parte di Bezos nel 2013, è oramai l’interfaccia-modello per il lavoro redazionale e la pubblicità online di importanti quotidiani mondiali come El País, Los Angeles Times, Le Parisien, The ChosunIlbo, The Globe and Mail e via elencando.

    Tutto questo per dire che la concentrazione di potere di Amazon è qualcosa di mai visto prima. Non si tratta infatti del classico conglomerato che si dirama orizzontalmente su più mercati e nazioni, integrando verticalmente nelle proprie dinamiche commerciali la produzione e la distribuzione. Amazon è produttore e fornitore, acquirente e rivenditore, costruttore e consumatore. Ma sopratutto, e qui risiede il suo vero potere, è assieme logistica e piattaforma. Amazon prima sviluppa internamente i sistemi e i servizi che le permettono di funzionare – il sito per l’e-commerce, le Intelligenze Artificiali per far girare Alexa, il programma per gestire le pubblicazioni online del Washington Post – e poi le rivende ad altri, facendo sì che con la sua disponibilità finanziaria e lo sfruttamento dell’economia di scala questi diventino gli standard comunemente accettati su ogni mercato. Amazon, insomma, ha preso di peso il modello Walmart e l’ha trasportato di colpo nel capitalismo contemporaneo dominato dalla finanza, dalla tecnologia e dalla gig economy.
    In soldoni: succede che se al piccolo e medio commerciante gli impedisci l’accesso al Marketplace, lo stoccaggio nei magazzini e le consegne garantite da Amazon, gli hai tolto ogni cosa. Come fai a spezzare il dominio, assieme, della logistica e della piattaforma?

    Per l’editoria, poi, la situazione è data anche dal fatto che sopratutto nel loro settore Amazon è oramai diventato un “monopsonio” – una sorta di monopolio ma al contrario, cioè l’attore economico che da solo riesce ad esaurire l’intera domanda. I librai “devono” vendere su Amazon perché è praticamente l’unico store online o comunque quello che permette la maggiore visibilità e quindi remunerazione. Ma essendo Amazon un monopsonio, può imporre a te editore degli sconti sempre maggiori sugli acquisti dei libri, perché tanto non hai nessun altro a cui rivolgerti se vuoi svuotare il magazzino. Un circolo chiuso. Un circolo chiuso che diventa vizioso visto che anche la possibile concorrenza agisce così – e perché mai non dovrebbe farlo?: nel 2012 il Dipartimento di Giustizia americano ha intentato causa (e vinto) alla Apple e alle maggiori case editrici americane (anche qui un quasi monopolio con all’epoca 6, adesso ridotte a 5 cinque dopo la fusione tra Penguin e Random House, grandi marchi che praticamente dominano il mercato) perché di fatto avevano creato un “cartello” per tenere artificialmente alti i prezzi degli e-book e contrastare la politica dei 9,99 dollari di Amazon.

    Come se ne esce?

    ps tutta ‘sta robba scritta sopra l’ho messa insieme per un articolo su Amazon che dovrà uscire a breve, e si concentra soprautto sulla situazione americana, così, giusto per essere precisi…

    • Certamente, le storture sono sistemiche. Amazon è l’esempio massimo. Tra l’altro nel nostro settore Amazon sta provando a imporsi anche come “editore” (tra mille virgolette. Sarebbe infatti meglio dire “produttore”) attraverso le sue piattaforme di self publishing. Illudendo chi ha un libro nel cassetto e speculandoci sopra.
      Se non ricordo male del self publishing ne avevano parlato a lungo Loredana Lipperini, Giovanni Arduino e forse anche i Wu Ming in qualche incontro di svariati anni fa di cui dovrebbe esserci il podcast da qualche parti qui su Giap.

      L’aspetto che sottolinei del ricatto da parte di chi gestisce la filiera è importantissimo. E vale per Amazon come per Messaggerie, il nostro distributore.
      Ci chiedono spesso perché stiamo su Amazon, visto che lo critichiamo. Be’, se sei un editore (specie se piccolo e hai poco potere) devi *per forza* stare su Amazon, altrimenti rischi di essere invisibile a molti e perdere tutta quella parte di pubblico sempre più grande egemonizzata da Amazon.
      Che è l’evoluzione del discorso riguardante Messaggerie. Ci impone condizioni contrattuali scorsoie ma siamo obbligati ad accettarle perché altrimenti non finiremmo nelle librerie, visto che è praticamente monopolista. Con alcune librerie indipendenti di fiducia abbiamo dei rapporti diretti senza passare dalla distribuzione, ma è un meccanismo impensabile da gestire con tutte le indipendenti presenti sul territorio (mentre con le catene non è propio neanche ipotizzabile). Il discorso poi è più complesso di così perché ci sono anche motivi commerciali e finanziari che obbligano al rapporto con messaggerie, ma in soldoni ci siamo capiti.

      La differenza tra dove eravamo ieri e dove stiamo andando domani è che il distributore almeno giustificava il suo strapotere col fatto che si occupasse di distribuire fisicamente i libri alle librerie, e poi farsi pagare dalle stesse a una a una per saldare in una volta sola all’editore (in sintesi).
      Amazon invece usa le tecnologie a sua disposizione per imporre un monopolio che non è giustificato da nessun servizio se non dal suo strapotere commerciale. I libri che vendiamo *su* Amazon non li vendiamo *grazie* ad Amazon, perché sono i lettori a cercarli direttamente dal suo motore di ricerca. Amazon non fa nulla per promuovere o pubblicizzare, non deve neanche gestire esposizione e scaffali (e quindi ordini di novità, rifornimenti, ecc.) come fanno le librerie, perché ha tutto caricato virtualmente nel suo catalogo on line. Amazon, a conti fatti, si limita a ricevere gli ordini e poi evaderli scaricando tutta sui lavoratori della logistica.

  7. Buongiorno
    Sono un librario di una catena. Vi concentrate molto sul problema delle librerie indipendenti vs catene vs Amazon ( o commercio in line in genere ).
    Il problema nel nostro paese e’ solo uno : si legge poco. Troppo poco.
    Preoccupiamoci TUTTI di questo problema e concentriamoci su questo. Francia e Germania hanno mercati enormemente maggiori del nostro. Non è un problema di marginalità o di contratti precari o non è il problema principale.
    Il problema principale è che un italiano non legge nemmeno un libro all’anno. Aumentiamo con la collaborazione di tutti questi numero e vedrete che ci saranno maggiori possibilità di aumentare la marginalità o di mettere in regola collaboratori

    • No, non credo proprio che ridurre il problema a uno solo faciliti la soluzione. Certo, siamo un paese dove si legge pochissimo, ma questa situazione può cambiare solo in tempi medio-lunghi. Anche azzeccando tutte le misure più efficaci per la promozione della lettura, in quanto tempo l’Italia potrebbe raggiungere paesi come quelli che citi? Dieci, vent’anni? Ebbene, se nei prossimi dieci-vent’anni ci si concentra solo su questo, perché si ritiene che questo sia l’unico problema, quando finalmente gli italiani saranno diventati un popolo di lettori avranno soltanto due o tre posti dove comprare libri. Amazon e qualche libreria di grande catena. Tra l’altro, è molto chiaro che in una situazione di enorme crisi economica come quella che si determinerà, pensare di espandere il mercato editoriale, conquistando nuovi lettori, è decisamente poco credibile. Molti di coloro che comnprano venti-trenta libri all’anno dovranno farsi i conti in tasca e ridurre la quota.
      Non a caso, proprio in Francia – dove quell’unico problema che citi non ce l’hanno – si pongono comunque diverse questioni su come affrontare la crisi al tempo della pandemia: https://www.argonline.it/i-francesi-chiedono-un-massiccio-sostegno-al-settore-del-libro-e-noi/

      • Certo i problemi sono tanti. Ma da quello del mercato asfittico nascono a cascata tutti gli altri.
        Io ad esempio non penso che in un mercato come quello italiano servano 70 mila titoli in uscita. In una libreria di media struttura come la mia ci stanno 40 mila pezzi e non è chiedendo ad un libraio di leggersi 70mila presentazioni di titoli che si promuove la qualità perché non lo fa nessuno. Facciamo uscire meno titoli evitiamo di spendere soldi e tempo facendo ogni anno una versione diversa dei classici, lavoriamo sulla scuola.
        Faccio un esempio concreto. Nella nostra libreria vengono decine e decine di 18enni ad utilizzare il bonus e pochissimi docenti. Come mai ?

        • Mi ripeto, ma non sono convinto che sia d’aiuto stabilire una gerarchia di problemi. L’immagine della cascata mi sembra fuori fuoco. E’ piuttosto una rete, una matassa di problemi, che va sciolta. Pubblicazione, distribuzione, promozione. Per dire: hai senz’altro ragione quando affermi che 70mila pubblicazioni all’anno, in una paese come l’Italia, “non servono”. Ma ridurre quel numero anche della metà, senza mutare il resto, non è la soluzione. Supponiamo anzi che la riduzione che auspichi sia uno degli effetti della crisi economica. Le case editrici pubblicheranno meno titoli. Già, ma quali titoli? E con che libertà di scelta da parte del libraio? E in quali punti vendita? Ed ecco che gli altri aspetti della questione, gli altri problemi, vengono subito a galla.

          • Il fatto che in Italia non si legga è sicuramente uno dei problemi, ma non l’unico. Non credo affatto che se il numero di lettori raddoppiasse tutti gli altri problemi della filiera sparirebbero. Anzi, gli attori che monopolizzano il mercato avrebbero solo delle quote più ampie. Se hai uno squalo e un pesce rosso in una vasca da bagno e li sposti in una piscina continuano a essere uno squalo e un pesce rosso.
            La vedo dura aumentare i lettori parlando di “collaborazione” tra i diversi attori della filiera, quando invece distribuzione, grandi editori e librerie di catena fanno di tutto per far chiudere noi piccoli editori e i librai indipendenti.
            Non voglio creare un clima di guerra, soprattutto tra persone (che nelle grandi case editrici, nella distribuzione e nelle librerie di catena lavora un sacco di gente intelligente, brava, competente, disponibile), ma sono proprio le logiche del liberismo applicate dalle grandi aziende a creare la dinamica del pesce grande che mangia il pesce piccolo.

            Bisognerebbe certamente aumentare la lettura ma i problemi del mondo del libro non derivano solo da questo. Tra l’altro prima dici che l’unico problema è la mancanza di lettori, poi dici che è dal mercato asfittico che nascono a cascata tutti gli altri problemi, cambiando versione.
            Io sono convinto che tra le cause della non lettura (che sono molteplici: definanziamento e dequalificazione di scuole e università; tagli alle biblioteche; un mondo dei media di bassissimo livello informativo e culturale; ecc.) ci siano proprio anche alcune delle storture del nostro mercato.
            Tu stesso parli di far uscire meno titoli dimenticando però che se in Italia escono così tanti titoli la colpa è proprio della filiera per come è adesso: i dati che ho riportato dimostrano che sono i grossi editori a intasare il mercato, non i piccoli e medi. E la distribuzione, da par suo, con la costante e frenetica richiesta di novità incentiva il meccanismo (oltre a essere la principale causa della bolla tra fornito e reso, che è un altro dei motivi per cui si pubblica così tanto). Non voglio fare l’elogio acritico degli editori piccoli, anche tra loro ce ne sono di tremendi, ma l’impatto enorme sul mondo del libro lo danno i grossi.
            E come facciamo a far aumentare i lettori se la maggior parte dei libri pubblicati è monnezza, e la maggior parte degli spazi espositivi nelle grandi catene sono egemonizzati da questa monnezza, e se sui giornali si dà gran spazio a recensioni e pubblicità di questa monnezza? Senza dimenticare gli altri problemi sollevati giustamente da Wu Ming 2.

            • Per come la metti tu io libraio di catena sarei incentivato a promuovere i libri delle maggiori case editrici ( tra cui quella di cui ho l’insegna ) a discapito dei piccoli editori e regolandomi di conseguenza con lo spazio espositivo. Scusa se te lo faccio presente ma in diversi anni di lavoro nessuno e ripeto nessuno ha messo mano alle mie scelte di acquisto e di esposizione. E per i colleghi che conosco e che lavorano anche con altre catene e’ lo stesso. Forse non conosci le dinamiche di acquisto che regolano le nostre attività

              • Le dinamiche le conosco. Non so se sei un franchising Mondadori o Ubik (e in tal caso hai molto più margine) o sei sei una Feltrinelli o una Giunti (catene vere e proprie), quindi è difficile parlare così tirando a indovinare. Ma se parli in questo modo ipotizzo tu sia una Mondadori.

                Di sicuro, tanto per dirne una, gli spazi espositivi delle Feltrinelli (vetrine, pile all’ingresso, ecc.) sono a pagamento, quindi sì: chi gestisce le Feltrinelli espone meglio gli editori che pagano per essere esposti in quegli spazi lì.
                Inoltre le prenotazioni che le catene (non solo Feltrinelli) fanno al distributore non arrivano dalle singole librerie ma le stabiliscono (anche tramite algoritmi) i buyer centralizzati che prenotano in blocco per tutte le sedi (o per zone geografiche: nord, centro, sud) della loro catena. Quindi sì, i librai di catena hanno la quasi totalità delle scelte degli stock che vengono loro imposte dall’alto.

                Dopodiché, anche tu fossi una Feltrinelli, mi è già capitato di conoscere librai Feltrinelli che cerca di giocare il più possibile coi margini di autonomia che hanno a disposizione, che però sono pochi. Noi e molti altri editori di dimensioni come le nostre per esempio a volte veniamo esposti negli scaffalini tematici che ogni tanto sono allestiti, ma mai ci troverai in vetrina o all’ingresso, praticamente quasi mai di piatto sui banconi, e solo a volte di piatto a scaffale. Invece ci capita di continuo di finire nelle vetrine o sui banconi delle indipendenti. Ora, a parte le singole sensibilità e gli specifici gusti dei librai, non credo proprio sia solo una coincidenza o una questione di preferenze.

                Conosco anche franchising Mondadori che hanno ampia autonomia ma hanno comunque un numero minimo di novità (sia come titoli che come quantità) che sono obbligati a esporre.

                Dopodiché, come dicevo sopra, a me non interessa farne una “battaglia” umana con i librai e le libraie di catena presi singolarmente e umanamente. Sono le dinamiche commerciali e aziendali cui devono sottostare che sono malate.
                E queste cose (e gli esempi che ho fatto) non sono io a dirle, ma può verificarle chiunque faccia un giro tra gli scaffali delle librerie.

          • Assicuro che settantamila pubblicazioni in un anno viste dall’interno di una libreria medio/grande sono veramente impressionanti, soprattutto se si segue passo passo la vita sugli scaffali di quei libri che spesso non dura più di un mese. E poi? Magazzino, rese ed estrema ratio il macero (lavoro anche con l’usato). E’ veramente impressionante e, so che può suonar strano detto da uno che di libri ci vive, fa riflettere sullo spreco di risorse che questo meccanismo induce e di conseguenza sul supporto di diffusione della cultura cartaceo o digitale. Il meccanismo delle rese e la durata media di un prodotto culturale contribuiscono alla proliferazione di libri, ma giustamente sorge la domanda: chi sono io per decidere cosa sia giusto o meno stampare e chi dovrebbe farlo? Allo stato attuale, lo fa il mercato. Scusate l’inciso sul meccanismo delle rese (che peraltro garantiscono la tenuta economica delle librerie) , ma per i non addetti ai lavori, in soldoni: le librerie hanno diritto di resa sui titoli che non vendono e le case editrici, che dovrebbero rimborsare il reso, li sostituiscono con nuova merce. Non mi dilungo sulla vita di un prodotto culturale nel mercato perché non vorrei sembrare un sostenitore della “CENSURA SUBITO!!!” per altro titolo di un libro di Ian Svenonius (nero edizioni) che ha spesso attirato la mia attenzione dagli scaffali della libreria in cui lavoro. Spendo invece ancora qualche riga per riflettere sul supporto attraverso cui la cultura viene diffusa.
            Sono un feticista del cartaceo: a me la vista, l’odore, la sensazione della carta richiamano subito alla mente la bellezza di perdersi tra le pagine di un libro e ritrovarsi arricchito dall’esperienza. Ma il vedere tonnellate e tonnellate di carta mandate al macero ha fatto maturare sempre di più in me la consapevolezza della necessità di slegare il media dal contenuto e riflettere sulla necessità di un passaggio dal cartaceo al digitale. Vinta la resistenza del mio feticismo “cartaceo”, permane il dubbio sulla fruizione digitale attraverso dei media che ci hanno abituato a una lettura superficiale.
            La mia esperienza con l’ereader è stata gratificante e m’ha fatto approfondire lo studio dell’Epub, formato molto duttile, open, ponte solido, a mio avviso, per la cultura scritta come l’ho conosciuta verso il digitale. Amazon ha quasi monopolizzato la diffusione di ebook e di device con un formato proprietario e dispositivi a prezzi competitivi, bloccando in questo modo la diffusione di un formato duttile e open (l’epub 3 dà grandi possibilità). Penso che un ragionamento sul cambiamento del lavoro nell’editoria sia imprescindibile dalla riflessione sul passaggio dal cartaceo al digitale attraverso l’epub, in cui il cartaceo diventerà sempre più la ricerca di un oggetto “bello” e l’ebook il formato di diffusione dei libri. Sembra un salto nel vuoto (e lo è) in cui in tanti/e perderemo il posto di lavoro. Questa situazione sta accelerando tanti processi e, se le cose vanno avanti così, saremo in tanti a non poter contare sui lavori che finora ci hanno garantito lo stipendio. Penso che la precarietà di molti lavoratori e lavoratrici dell’editoria debba essere arginata da subito attraverso la riforma strutturale del welfare con l’estensione del reddito di cittadinanza.

            • Non sono mai stato né un detrattore né un sostenitore acritico del digitale, penso che sia un supporto come gli altri, con i suoi pro e i suoi contro, e che sia giusto che conviva col supporto cartaceo. Però non credo che soppianterà il cartaceo.
              Lo dico sia per un dato empirico, visto che dopo tutti questi anni le percentuali del digitale sono ancora minime e non crescono più di tanto; sia per un dato culturale, visto che il libro è un tipo di oggetto particolare il cui valore risiede in un particolare intreccio tra contenuto e contenitore, modalità e tempi di fruizione, ecc.
              Sono abbastanza convinto che digitale e cartaceo convivranno.

              Sono d’accordo con la tua analisi su sovrapproduzione e rese e l’impatto dannoso che questo ha sia sulla cultura che sull’ambiente. Però non penso che la soluzione sia il passaggio totale al digitale.
              Per risolverlo bisognerebbe cambiare paradigma produttivo (e distributivo). Decrescere ma per scelta editoriale.
              Bisognerebbe, in soldoni, tornare al ruolo dell’editore inteso non come un capitano d’azienda qualsiasi che vende merci per fare profitto, ma come colui che fa ricerca e seleziona chi e cosa pubblicare, in base ai criteri della propria linea editoriale, in sintonia anche col proprio pubblico di riferimento, per proporgli libri di valore mettendoci la propria faccia a garanzia della qualità. Cercando ovviamente anche di riuscire a viverci ma anteponendo un ruolo culturale a quello profittuale.
              Che è proprio tornare alle basi del concetto di pubblicare, ovvero trovare e diffondere i libri che si ritiene meritino di circolare. Ovviamente con un riscontro continuo con lettrici e lettori, che da un lato si fidano dell’editore (che ha costruito col tempo il proprio profilo e la propria linea) e dall’altro con le loro scelte di lettura confermano o smentiscono tale selezione, contribuendo quindi anche a indirizzare le scelte di pubblicazione in una sorta di scambio reciproco.
              I
              nsomma, ciò che dici quando parli di: «chi sono io per decidere cosa sia giusto o meno stampare e chi dovrebbe farlo? Allo stato attuale, lo fa il mercato».
              Secondo me dovrebbero tornare a farlo gli editori intesi come editori e non come commercianti qualsiasi (senza offesa per chi fa commercio).

  8. Segnalo un’iniziativa che penso rilevante: la National Emergency Library di archive.org

    http://blog.archive.org/2020/03/24/announcing-a-national-emergency-library-to-provide-digitized-books-to-students-and-the-public/

    L’accoglienza è stata positiva (credo) ma non unanime, visto che in questo periodo la biblioteca presterà più libri di quanti ne ha normalmente a disposizione.

    • Già. ICCU ha messo su un catalogo d’emergenza e l’ha chiamato una “biblioteca digitale”, ma in realtà sono solo collegamenti a biblioteche digitali altrui (meglio che niente) e la stragrande maggioranza sono libri in Internet Archive. Senza Internet Archive, lo stato italiano non avrebbe avuto nulla da offrire in questo periodo: un po’ triste, ma allo stesso tempo significativo di quanto possiamo ottenere anche con piccole azioni individuali a sostegno di simili iniziative associative.

  9. Grazie per questa riflessione. Io lavoro con i libri ad un livello diverso, sono una psicoterapeuta esperta in Libroterapia, ovvero perseguo il folle obiettivo di aiutare gli altri a trovare o ritrovare un benessere psicologico attraverso la lettura di narrativa. Consiglio libri da leggere e lavoro con gruppi di persone. In questo momento più che mai le persone hanno bisogno di sostegno per mantenere l’equilibrio ed i miei gruppi lavorano anche online (non è uguale a stare nella stessa stanza ma ci accontentiamo): non avere libri a disposizione però rende tutto estremamente difficile. Pensare al libro come bene non essenziale la dice lunga sul nostro rapporto con la cultura e non solo. E per i lettori che seguo e che mi seguono avere possibilità di acquistare un buon libro se non è importante come il pane lo è almeno come le tanto agognate confezioni di gel mani.

    • Commento fondamentale. Che i libri non siano considerati beni di prima necessità fa capire che tipo di società ha in mente chi ci governa e chi gestisce l’informazione: stare a casa sul divano a guardare la televisione.

  10. Noi di Redacta raccogliamo volentieri l’appello di Pietro, che ringraziamo per la sua analisi ad ampio spettro e per aver citato la nostra intervista su il lavoro culturale.
    Siamo un gruppo di professionisti che si occupano di editing, traduzione, illustrazione, grafica e impaginazione, e Redacta è nata con l’obiettivo di condurre un’inchiesta sulle condizioni di lavoro nel settore editoriale.
    Per circa un anno abbiamo raccolto le testimonianze di freelance, precari e dipendenti. L’obiettivo è strappare i professionisti dall’isolamento e sviluppare una consapevolezza condivisa, per questo evitiamo i social e preferiamo incontrarci di persona e comunicare attraverso una mailing list. Le limitazioni imposte dai vari DPCM hanno avuto un impatto notevole anche sulle nostre attività. Abbiamo interrotto le riunioni mensili aperte al pubblico (dovendo tutelare l’anonimato dei partecipanti sarebbe complicato svolgerle in streaming) e annullato diversi eventi che in parte coincidevano con le fiere editoriali primaverili.
    Dal nostro osservatorio sul settore non possiamo che condividere l’analisi di Pietro e le sue previsioni: ci attende un’annata di “decrescita”, molti editori sono già pronti a ricorrere alla cassa integrazione e gli “esterni” (veri o presunti) saranno le prime vittime sacrificali; ma buona parte del settore ne uscirà scompaginata (in compenso, l’ad del Gruppo Mondadori sembra ottimista https://www.primaonline.it/2020/03/18/303252/mondadori-cresce-utile-nel-2019-torna-il-dividendo-mauri-se-unazienda-era-sana-prima-del-coronavirus-lo-sara-anche-dopo/?utm_content=buffer96cde&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer).
    “Non siamo tutti sulla stessa barca”: ribadirlo non è affatto una banalità, e questa situazione ha messo a nudo un’evidenza che spesso sfugge anche agli stessi che lavorano all’interno della realtà editoriale. Sosteniamo perciò anche noi l’idea che si debba partire da un confronto fra chi lavora nell’intera filiera. Vediamo già diversi amici e colleghi sostenere le misure a favore di tutto il settore editoriale invocate, non a caso, da Aie, ovvero Confindustria. Tuttavia nelle condizioni attuali – pochissimi contratti, far west sui compensi e sugli stage – a lavoratori e lavoratrici finirebbero le briciole di qualsiasi intervento indiscriminato. Ben più urgenti sarebbero un cambiamento delle leggi sugli stage e l’applicazione delle norme esistenti sui contratti (negati a collaborazioni continuative anche decennali) e sui tempi di pagamento – questioni che dalla nostra inchiesta sembrano riguardare tanto i grandi quanti i piccoli editori.
    Da parte nostra stiamo preparando degli strumenti per consentire ai freelance del settore di coalizzarsi e rafforzare la propria posizione negoziale: il primo è un elenco delle tariffe offerte dalla maggior parte degli editori e degli studi editoriali; sarà online nel giro di un mese e sarà corredato da alcune indicazioni per stabilire dei range di compenso sotto i quali sconsigliamo vivamente (con le regole Antitrust attuali non possiamo dire di più, due redattori che concordano una tariffa sono trattati come Tim e Vodafone…) di lavorare.
    Insomma, per “trasformare l’editoria in un luogo di emancipazione e conflitto” stiamo provando ad assemblare una coalizione tra (lavoratori spesso raccontati come) non-coalizzabili.

  11. Oggi Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Rai 3, ha dedicato ampio spazio in apertura a quest’articolo di Pietro. La puntata è ascoltabile qui.

  12. A Berlino fortunatamente le librerie possono tenere aperto. Cibo per l’anima e non per il corpo, definirei io i libri. E l’anima, in questo periodo di reclusione, soffre tanto quanto il corpo. Con la mia bambina vado regolarmente a ordinare libri che vengono letteralmente divorati, per rimanere nella metafora alimentare. In Italia non so come riusciremmo a sopravvivere!

  13. Ciao, il discorso sollevato è importante e, come del resto per innumerevoli altri ambiti, è un processo già in atto soltanto accelerato dalla recente emergenza. I dati che l’articolo fornisce sono importanti; noi che lavoriamo coi libri li conosciamo già, ma rileggerli fa notare chiaramente un aspetto da cui non si può davvero più prescindere: il lavoro dei grandi gruppi editoriali è del tutto scollato da quello delle altre realtà del settore. Per il numero di titoli prodotto, che è solo la conseguenza della bolla finanziaria frutto del sistema fornito/reso accennato nell’articolo, e soprattutto per il fatto che già occupano entrambi gli estremi della filiera (sono sia editori che distributori che rivenditori quindi in pratica producono e vendono a sé stessi), ovvero agiscono in regime di completo monopolio. Ecco perché, in questo momento di stallo, è fondamentale cominciare a ragionare scindendo i mondi editoriali: i grani gruppi sono proprio un mondo a parte, e non possono imporre il loro regime finanziario alle realtà artigianali e cosiddette indipendenti, che poi tanto indipendenti ovviamente non riescono a essere laddove in qualche modo comunque legate alla distribuzione centrale. Questa separazione è probabilmente il primo passo per veder decrescere il numero di titoli (un quantità abominevole, che sopravanza in modo mastodontico la domanda con l’offerta in un rapporto palesemente non necessario) immessi sul mercato, che affogano ogni possibile ‘bibliodiversità’ ma che allo stesso tempo rendono il mercato un luogo caotico e privo di orientamento alcuno per chi legge. Insomma, la quantità rema contro, e non lo si dice mai: figuriamoci che una delle fiere più importanti di Italia si chiama “Più libri più liberi”, un nome che è una contraddizione in termini. Ciò detto, chi produce pochi titoli (per dire, meno di 20 all’anno, ma basterebbe anche meno di 50) può cominciare a pensare, e forse a chiedere, un trattamento diverso. Questo aiuterebbe anche librerie e biblioteche, che riuscirebbero a districarsi meglio nell’affollamento delle novità librarie e a creare un’offerta costruita con criterio e soprattutto libera. Ci sono numerosi esempi, forniti soprattutto da librai e libraie ‘di nuova generazione’ che ci suggeriscono come questo approccio sia possibile.
    Tornando al nome della fiera di Roma, Più Libri Più Liberi: è evidente che il concetto proposto afferisce alla stessa idea – malsana, a nostro parere – che “il libro” sia cura per l’anima o renda liberi o cos’altro, o che in qualche modo sia speciale. Ovvero: come tutto il resto, anche i libri sono oggetti commerciali, nell’articolo lo si evidenzia e anche noi ci torniamo su. Non basta che un libro esista perché di per sé sia una buona cosa, figuriamoci se ne esistono (ne vengono prodotti) tantissimi in maniera del tutto indiscriminata. Un grande passo avanti sul cambiamento che ci auguriamo in tante e tanti potrebbe partire proprio dallo smettere di pensare al libro come qualcosa di platonicamente buono e riportarlo a un’esistenza terrena, con il bene e il male che si porta dietro, aspetti che noi che ci lavoriamo conosciamo ma che forse non sono così diffusi. Parliamone di più.
    Per quanto riguarda la riapertura delle librerie: è senz’altro incredibile che siano aperte le grandi catene di elettrodomestici e che le fabbriche di armi continuino a produrre; ma forse in questo esatto momento sarebbe il caso di chiudere anche quelle e non di riaprire? Certo se non c’è un piano di aiuti serio, strutturato e capillare, non si va da molte parti. Un piano che, peraltro, dovrebbe essere lucido e gestito da persone competenti, consapevoli di cosa sia l’editoria e quanto sia diversa all’interno.
    Tutti questi processi, come detto, non sono nuovi. Adesso abbiamo solo l’urgenza di riportarli a essere vivi, evitando (e cogliendo l’opportunità) di tornare a sistemi che non hanno giovato alla lettura, e che se ripresi identici peggioreranno solo le cose.

    • L’analisi è condivisibile, specifico solo una cosa.
      È giustissimo riportare l’oggetto libro anche alla sua materialità (e lo dico da materialista storico) quindi disincrostandolo da anni (decenni?) di retoriche romantiche utopizzanti. Non bisogna però tralasciarne mai anche gli aspetti immateriali, che si concretizzano nella sua fruizione, ovvero la capacità di trasmissione di sapere, riflessione, pensiero critico, storie, immaginare mondi, ecc. (non voglio marxianamente parlare di valore di scambio e valore d’uso, faccio un’analisi molto più banale, ma ci siamo capiti).
      Ovviamente voi non dimenticate questo aspetto, infatti parlate di «un’offerta costruita con criterio» e in quel «criterio» c’è tanto.
      Io credo che si debba ragionare insieme di quantità e qualità, anche per rompere il falso mito che “piccolo” voglia automaticamente dire “bello” e “grande” voglia automaticamente dire “brutto”. Per sintesi parliamo spesso genericamente di «piccoli e medi editori indipendenti», ma esistono anche piccoli e medi editori che pubblicano monnezza, così come esistono libri meravigliosi pubblicati dai grandi.
      I grandi dovrebbero assolutamente decresce, ma non indiscriminatamente bensì puntando sulla qualità; così come in generale secondo me non basta essere piccoli e indipendenti per pubblicare libri di valore.
      Certo, in generale qualcuno che pubblica dieci libri brutti l’anno fa meno danni di chi ne pubblica dieci belli e cento brutti. Ma, senza produrre liste di proscrizione, il ripensare la produzione editoriale deve intrecciare i due fattori qualitativo e quantitativo. Non lo dico in opposizione al vostro discorso, credo che su questo siamo d’accordo, è giusto un corollario secondo me importante.

      Su un’altra cosa invece non concordo. Per me il libro un oggetto un po’ «speciale» lo è (come anche altri prodotti culturali), e se è vero che non bisogna dimenticarne l’aspetto materiale di merce commerciale, deve comunque anche essere qualcosa che «rende liberi».
      Il che non vuol dire avere un contenuto didascalicamente “politico”, stile realismo socialista zdanoviano, eh.
      Quindi concordo con il «smettere di pensare al libro come qualcosa di platonicamente buono e riportarlo a un’esistenza terrena, con il bene e il male che si porta dietro», ma senza dimenticare che nella sua materialità incorpora anche un valore che eccede il mero consumo e ne fa qualcosa di “un po’ speciale”. Non mi dilungo perché finiremmo in discorso enormi di estetica, filosofia, teoria e critica della letteratura, ma credo che ci siamo capiti. In sintesi, per me un libro deve essere anche uno strumento conflittuale, emancipatorio e di liberazione.

  14. buonasera (anche se non lo è). vorrei provare a far prestare attenzione ad un altro problema che sto riscontrando in queste settimane. non il problema peggiore. però un problema che nel tempo potrebbe essere seriamente problematico. personalmente, pur essendo da tanti anni una grande lettrice, da qualche tempo non riesco più a concentrarmi e dedicarmi ai libri. ne ho moltissimi in libreria ancora da leggere (essendo grande lettrice ne acquisto in continuazione in libreria di paese da tantissimo tempo quindi per me il problema al momento non è propriamente non avere libri e non sapere dove trovarli) però non riesco più a leggerli con attenzione e volontà. non riesco più insomma a trovare la bellezza della lettura. sono stanca. indebolita. pessimistica. poco interessata alle cose che mi hanno aiutato finora a vivere. letteralmente. e non sono sicura che con il tempo la situazione migliorerà. immagino non esista una risposta a questo problema. ho deciso di provare a scrivere perché comunque preferirei non morire di inedia e scrivere mi ha sempre aiutato a cercare di reagire. non so se funzionerà. vi ringrazio comunque perché siete tra i pochi bagliori di argomentazioni che riescono tuttora a risvegliare le mie cognizioni. sono arrivata a questo blog per caso. quasi per istinto di sopravvivenza direi. ho letto alcuni dei vostri libri in questi anni e una sera ho pensato: “chissà se i Wu ming stanno scrivendo qualcosa di interessante sull’argomento”. e ho trovato il blog. vi leggo da qualche tempo. non saprei dire quanto. ho perso l’idea del tempo. e dire che il tempo è il mio argomento di studio da anni ma ora sono persa. spaesata. non so più cosa pensare

    • Ciao Pao,forse non riesci a leggere perché nei libri non possiamo trovare risposte immediate alle situazioni della vita, a quello che ci succede in questo momento, è per questo che le presentazioni dei libri sono importanti. Che le scelte editoriali non devono esserci imposte da un monopolio, che decide cosa dobbiamo leggere, come lo dobbiamo acquistare e, in che modo, dobbiamo usufruire di ciò che acquistiamo. Nella solitudine delle nostre case. Per questo intorno ad un libro si può creare molto altro. Per esempio, incontrarsi. Per avere uno scambio umano. Per una condivisione vera e non virtuale. Per questo ci stiamo ritrovando qui, in attesa di ritrovarci di persona.

      • ciao. premesso che se ogni volta che vorrei scrivere un commento devo richiedere la password perché è troppo complessa per essere memorizzata e non riesco a modificarla né memorizzarla -e quindi mi si annebbia un momento anche la facoltà di scrivere (se sapete aiutarmi per avere facilitazioni tecnologiche vi sarei gratissima)- vorrei dire che il mio problema non è l’incapacità di stare in solitudine. amo immensamente la solitudine e per questo leggo moltissimo. aggiungerei. il problema qui non è, a mio parere, la solitudine in sé (che può essere bella o brutta dipendentemente da come la interpreti). il problema per me è l’impossibilità di poter camminare. stare nel sole a vedere bellissimi paesaggi. vivere. insomma come sono abituata a vivere la primavera. siccome per me è l’inverno la stagione della solitudine intesa in senso proprio, in primavera devo poter avere libertà di camminare. stare all’aria aperta. vedere i paesaggi rinascere. sempre comunque tendenzialmente in solitudine. il mio problema è quindi che se non mi è possibile camminare e vivere la montagna e i paesaggi, allora muoio. e non ho più neanche volontà di leggere i libri. poi certo sono d’accordo che la primavera sia anche occasione di rincontrarsi con le altre persone. seppur sempre raramente. ma se devo e voglio essere davvero sincera devo dire che: con le persone prima o poi ci rivedremo. si spera. la Natura invece tendenzialmente non attende e io non riesco ad attendere un’altra primavera fino al 2021. perché la Natura mi aiuta nel poter aver intenzione anche alla vita più diciamo sociale. il mio problema essenziale al momento è questo. è soltanto uno dei problemi che tutti abbiamo. ma è comunque un problema

        • Però i cambiamenti non avvengono per miracolo. Avvengono solo se si costruiscono insieme agli altri. La mia risposta era un tentativo semplicistico di far quadrare l’ esigenza di rimanere nel tema dell’argomento di Pietro, utilizzandolo come metafora, e non evadere la tua richiesta di contatto. Però si può sempre aspettare che la situazione si risolva da sola per tornare a passeggiare e godersi la primavera. Magicamente.

          • infatti ti ringrazio. abbiamo parlato, anzi ci siamo scritti, un momento. e mi avete comunque allietato, per quanto possibile, la serata. quindi siamo sempre all’attendere. attendiamo allora. e speriamo nella magia

    • Credo sia qualcosa di molto diffuso. Io non ho mai letto così poco come in queste ultime tre settimane.
      E non solo perché stiamo lavorando il doppio per cercare di far sopravvivere la casa editrice, né soltanto perché qui in redazione abbiamo avuto quattro volte in sei giorni gli operai dello spurgo per via della colonna di scarico del condominio intasata che causava allagamenti nei nostri uffici/libreria (sì, la vita materiale è questa, anche in tempi di Covid-19).
      A parte il “colore” (marrone) dell’aneddoto, il punto è che anche io fatico a leggere (come anche a guardare film o altro).
      I motivi contingenti posso essere diversi (a te manca camminare in primavera in mezzo alla natura; a me mancano sia gli amici e gli affetti sia il camminare in giro, e sono anche preoccupato per la sopravvivenza economica; tanti altri e tante altre avranno gli stessi motivi e altri ancora). Ma oltre le singole contingenze credo (ipotizzo, ché non sono né uno psicologo né altro) che abbiamo interiorizzato anche emotivamente lo “stato di emergenza” in atto socialmente.

    • Dall’altra parte dello specchio, io non riesco a scrivere. Leggo tantissimo, ma non riesco a buttare giù mezza pagina. Lo scrittore è un’antenna, ma se sta chiuso in casa, intercetta poco. Lo scrittore è un ladro, ma a chi deve rubare in questi giorni?
      Come traduttore invece attendo pagamenti che non arrivano. I romanzi e i saggi che ho tradotto non so quando e come usciranno e se avrà ancora senso pubblicare alcune di quelle cose…

      • Commento fondamentale.
        Noi siamo piccoli editori e pubblichiamo circa dieci titoli l’anno. Quest’anno avremmo voluto aumentare un po’ e farne dodici o tredici (anche perché l’anno scorso per vari inconvenienti ne abbiamo fatti uscire solo sette e avremmo voluto recuperare).
        Come dicevo anche nell’articolo, per noi prima di tutto sarebbe una coltellata rinunciare a qualche titolo, tutti scelti perché ritenuti imprescindibili; coi nostri numeri bassi, facendo degli sforzi, possiamo provare a non tagliare nulla e far uscire tutti i libri previsti (al massimo solo spalmandoli su un arco di tempi più lungo) in modo da non deludere autrici/autori che li hanno scritti, e non lasciare senza retribuzione i traduttori/traduttrici che ci hanno lavorato.
        Mi domando come faranno invece gli editori iptertrofici che saturano le librerie.

    • Oggi durante Fahrenheit su Radio 3 Loredana Lipperini ha intervistato uno psicologo riguardo il problema del non riuscire a leggere. È stata una conversazione molto interessante. Intanto ve lo accenno, visto che ne abbiamo parlato qua. Non appena sarà uscito il podcast lo linkerò.

  15. Anche a me capita qualcosa del genere, o capitava fino a qualche giorno fa, ora meno. Allo stesso modo, mi riusciva molto difficile, se non impossibile, scrivere in modo serio, ovvero creare qualcosa. Anche questa cosa la sto superando, ma non è facile. Non mi stupisce che accada, a me come ad altri, te compresa: è una reazione all’enorme pressione che agisce su tutti noi da circa un mese, più o meno, togliendoci vitalità. Credo/spero (più la seconda) che passerà, anzi a me sta già un po’ passando, come detto. Forse perché da qualche giorno, come obbedendo a un impulso vitale, dettato dal mio istinto di conservazione forse, mi sto distanziando da questa atmosfera opprimente, anzi mortifera. Meno news (al mattino, velocemente, poi basta) per creare un vuoto, che poi pian piano, sempre più, comincia ad animarsi, accogliendo cose, molto preziose, che erano rimaste fuori, espulse da altre. Direi che sto cambiando l’aria dentro di me, perché quella che c’era stava diventando irrespirabile. Spero, Pao, di averti risposto in modo, non dico soddisfacente, ma quanto meno non deludente: risposte ai tuoi dubbi non ne posso dare, spiegazioni men che meno (non sono un Esperto), mi limito a comunicarti la mia personale esperienza.

    • grazie mille. ogni parola comunque è essenziale. le parole belle intendo. non voglio apparire vittimistica. non lo sono. anche io, come tutti, sto cercando di sopravvivere. ma penso che non sia giusto continuare a dirci: quando il governo (maledettissimo) deciderà che possiamo uscire di casa allora usciremo. e aggiungo che: sono consapevole della gravità della situazione. non mi è possibile minimizzare. e proprio perché non minimizzo mi sento di dire che tenendoci rinchiusi non si risolverà nulla. o meglio: la politica ad un certo punto probabilmente dirà che potremo uscire. i media smetteranno di tediarci e le persone ricominceranno ad avere una parvenza di vita pseudo normale. ma una vita davvero normale forse non l’abbiamo mai avuta. quindi ecco non so. penso sia comunque importante continuare a provare a parlarne. finché ne avremo la forza

  16. Scorrendo il Survival Kit di Resistenze in Cirenaica, vedo che non sono l’unica a cui questo vivere sigillata in casa ha ricordato l’Eternauta (… le tute protettive fai-da-te, l’aria aperta come elemento ostile…)

    • Due li ho letti: il mondo nuovo e il vagabondo delle stelle. Uno c’è l’ho da leggere: lovecraft tutti i racconti. Morale: non si legge mai abbastanza. Ma è sempre bello parlare di libri. Ora provo a dormire. Meditando una fuga nella Natura che forse diventerà essenziale. O non parlo/scrivo per giorni oppure parlo/scrivo troppo. Forse è meglio ricominciare a leggere nella tranquillità. A riuscirci

    • Il Survival Kit di Resistenze in Cirenaica è un po’ sbilanciato (21 titoli e solo un’autrice)ma utile in questi tempi di reclusione.

  17. Buon giorno! Ho letto poco fa ciò che dici su quanto ti manca (anche) la natura, la primavera che ora sboccia e per quasi tutti sarà persa per sempre (speriamo nella prossima…). Credo di capirti, credo… Ad esempio, fino a un paio di settimane fa avevo preso l’abitudine di andare a rileggere, dopo molti anni, un libro bellissimo (anche come veste editoriale, molto curata, una cosa pubblicata negli anni ’60) seduto su una panchina sul lungofiume qui vicino a casa mia. Ero arrivato a metà circa del libro, che assaporavo lentamente gettando ogni tanto uno sguardo alle piante in fiore lì attorno. Poi cominciò tutto questo, uscire divenne ben presto, non soltanto un lusso, ma addirittura qualcosa da fare quasi clandestinamente, addirittura vergognandosene; e soprattutto star seduti su una panchina, per carità! Bene, ho messo da parte il libro, non riesco a riprenderne la lettura stando in casa, è più forte di me. Sento che non sarebbe la stessa cosa, lo apprezzerei molto meno (dato anche l’argomento che tratta) per cui l’ho rimesso sullo scaffale, in attesa che tutto finisca, quando potrò ritornare a sedermi da qualche parte all’aperto. Allora avrà senso portare a termine la lettura. Aspetto quel momento.

  18. Buongiorno a tutti,
    giungo subito al mio pensiero.
    Si sta discutendo della crisi di piccoli editori e librerie oppure della sussistenza dei medesimi?
    Come qualcuno ha scritto ci sono delle criticità’ che esulano dalla situazione contingente.
    Si legge poco, c’è una congestione di uscite, proprio come capita in tutti i settori merceologici, non esiste un sostegno istituzionale ecc.
    La gente prima ancora dell’emergenza si è abituata a comprare tutto online, perché fondamentalmente anche prima preferiva comprare da Amazon e simili.
    Il succo del mio intervento, che non sviluppo per non diventare prolisso, è che bisognerebbe uscire dalle logiche di bottega per un ripensamento delle abitudini di noi consumatori, a prescindere dalla etichetta di essenzialità o meno, che viene appiccicata a questo o a quel bene.
    Purtroppo per vivere o sopravvivere rivendicare la centralità’ di un prodotto o un servizio rispetto ad altri non cambierà o migliorerà’ la situazione.
    Concludo dicendo che da lettore, non acquisterò libri se non quando le librerie riapriranno e, personalmente nei supermercati del libro come la Feltrinelli, in 48 anni, non ci ho mai messo piede.

    • Non si parla solo della crisi o della sussistenza, ma di come un intero settore, già in difficoltà, possa essere quasi azzerato dalla crisi dovuta al Covid-19.
      Crisi che, come spiego nell’articolo, ha enfatizzato e accelerato storture e processi negativi già in essere, su tutta la filiera, e non solo riguardo le abitudini di acquisto on line delle persone (già esistenti ma che la crisi ha accentuato).
      Crisi che potrebbe dare il colpo di grazia al nostro settore.
      Non si tratta quindi di difendere interessi di bottega, perché il rischio concreto è che finito il distanziamento sociale tutto il mondo del libro si ritrovi fortemente ridimensionato, soprattutto nei suoi rami più attenti alla qualità che alla quantità. Potremmo sopravvivere, e ritrovarci fisicamente vivi e in salute, ma perdere una fetta enorme di chi i libri li scrive, li traduce, li fa, li pubblica, e li vende.
      Invece dovremmo interrogarci su come sopravvivere al virus e far sopravvivere anche l’editoria, correggendo le storture che esistevano prima evitando che la crisi del Covid-19 non faccia che portarle alle estreme conseguenze. E farlo senza accollarne tutti gli oneri solo alle lettrici e ai lettori, che per fortuna già sostengono molto tutte/i noi.

      • Ciao,
        il settore delle piccole case editrici e delle librerie autonome e’ uno dei tanti in crisi e ben venga una riflessione come quella che hai fatto, nel mio commento sottolineo che non e’ il solo che rischia di agonizzare o sparire, tante sono le figure professionali e le realta’ produttive veramente minacciate a priori, ancor prima che dal covid.
        Se ho usato l’espressione bottega, l’ho fatto solo per rammentare che alla fine si parla di sostenersi, a prescindere dall’attivita’ svolta, magari mi sono espresso male.

  19. Buongiorno a tutti, premetto di non aver potuto, al momento, leggere tutti i commenti all’articolo, ma vorrei ugualmente dire due parole. Innanzitutto, vorrei dimostrare il mio apprezzamento per questo spazio di discussione sempre stimolamte, il che non è poco di questi tempi.
    Detto questo, oltre che un lettore, sono anche scrittore per un piccolo editore indipendente che si trova a un migliaio di chilometri da dove abito. Per me le sale piene di gente per le presentazioni sono un miraggio, quando ne faccio una se ci sono due o tre persone è già un successo e stesso discorso vale per arrivare col mio libro sugli scaffali di una libreria. Nonostante l’editore abbia copertura nazionale, i mezzi sono pochissimi e la visibilità non c’è, per tutta una serie di motivi. Insomma, se vendo 10 copie in un anno sono già felice del risultato.
    Ciò che mi preme comunicare, dopo questa brevissima introduzione giusto per far capire da dove parte il mio punto di vista, è il senso di solitudine enorme che, soprattutto nel caso di piccole realtà editoriali come quella per cui scrivo, colpisce uno scrittore che nel suo piccolo cerca di fare la sua parte con serietà. Poi, per carità, io ho una serie di problemi di salute (fisica e mentale con grossi problemi di depressione) che in tempi di arresti domiciliari forzati non mi portano all’ottimismo e a vivere con facilità questo periodo, però devo dire che per chi scrive e lavora nell’editoria i timori sono tanti. Già eravamo soli prima, ora sembra ancora peggio. Librerie chiuse, gente disinteressata ai libri (già prima era così, dubito che le cose miglioreranno molto, dopo la crisi da virus), difficoltà a creare interesse intorno ai libri, diffidenza verso autori non conosciuti…insomma io come scrittore mi sento davvero solo. Spero che i miei timori siano esagerati, ma quello che vedo intorno a me non mi rassicura molto e scrivere diventa sempre più difficile, tra dubbi, incertezze e stimoli che devono essere ricercati in modo diverso, in una realtà drasticamente (e forse anche indelebilmente) cambiata nel giro di poco tempo.

  20. Un modo per sostenere le librerie e case editrici è promuovere la lettura! Mi casca un po’ il cuore quando leggo che Fortnite (e Netflix) moltiplicano di N volte il loro traffico mentre le persone avrebbero finalmente un’occasione di leggere. Il Guardian segnala che le vendite di alcune librerie in rete sono quadruplicate, ma si può fare di piú.

    Il mio modo preferito è il prestito digitale di Internet Archive, che dispone di centinaia di migliaia di libri in italiano nel pubblico dominio e almeno 1500 libri moderni. Da openlibrary.org potete cercare i vostri libri preferiti e “sponsorizzare” la loro digitalizzazione: la donazione viene usata per comprare una copia del libro fisico e metterla a disposizione di tutti nel mondo.
    https://www.wikimedia.it/libri-liberi-e-biblioteche-di-emergenza-da-internet-archive-a-wikisource/

  21. In parte sicuramente OT, ma comunque di narrativa si tratta, segnalo il procedere di questo progettino sulle storie prodotte da scrittori in cattività.

    Ogni tanto qualche pillola sul nostro blog, poi staremo a vedere cosa succederà.

    http://www.scrittorisopravvissuti.it/index.php/citta-in-cattivita-est.html

  22. Mi ero chiesto perchè non sia stata fatta una raccolta di firme per richiedere la riapertura delle librerie, ora che le nuove norme consentono quella dei fiorai. Ma poi ho ripensato all’appello di Pupi Avati e del deputato Michele Nitti affinchè radio e tivù (almeno il servizio pubblico) diano spazio a programmi culturali. Nessuna risposta. Solo quiz, gossip e talk show tutti ossessivamente centrati sul coronavirus. La politica del governo rispetto alle attività culturali in tempi di “quarantena” è semplicemente la continuazione di quella dei tempi “normali”: la cultura in italia vale solo quando è business, quando porta soldi e serve all’immagine internazionale del paese (Riccardo Muti ed Ennio Morricone portati come esempi del genio italiano nel mondo, a fronte della chiusura negli ultimi trent’anni di orchestre – comprese alcune della RAI -, cori ed enti lirici). Perfetta la metafora di Sisifo: chi vive di arte o cultura in questo paese fa uno sforzo enorme per tornare sempre a punto di partenza, la mera sopravvivenza. Forse addirittura il paragone sarebbe più calzante con don Chisciotte che con Sisifo, perchè spesso si torna indietro con le ossa rotte. Ci si lamenta che il 50% degli italiani siano analfabeti funzionali e quasi il 70% analfabeti matematici? Per forza: è lo Stato stesso a spingere perchè i cittadini siano capaci di leggere e fare di conto solo quanto basta per essere consumatori, pagare le tasse e obbedire all’autorità.

  23. Buongiorno a tutti, vi segnalo questo su repubblica di ieri
    https://www.repubblica.it/robinson/2020/04/02/news/il_mondo_del_libro_in_crisi_lo_scenario_fosco_dell_osservatorio_aie-252944860/

    non saprei giudicarne la bontà o meno, perciò lo lascio a voi del settore.

    Dal mio punto di vista di lettrice per pura passione, la chiusura di librerie e biblioteche è stato come perdere un amico.
    E sono convinta che bisognerà aiutarle in qualche modo a riaprire (mi riferisco sopratutto alle piccole librerie nei paesi in provincia), perché molte da sole non ce la faranno. E sicuramente l’aiuto che potrà arrivare dallo stato (se mai arriverà ) non sarà sufficiente.

    Penso se non sia fattibile creare delle comunità di sostegno al libro e ai librai (e quindi alle filiere indipendenti), magari sulla falsariga delle CSA (comunità che supporta l’agricoltura).

  24. Caro Pietro, ti scrivo a nome dei traduttori editoriali di Strade.

    Come hai giustamente sottolineato, siamo una categoria a rischio. Come dici tu, “c’è il rischio che i grandi gruppi editoriali scarichino su queste figure il costo della crisi”. Inoltre, siamo rimasti totalmente esclusi dal decreto Cura Italia in quanto lavoratori in regime di diritto d’autore, quindi senza partita iva. Per noi le ripercussioni economiche dell’emergenza Covid-19 si faranno sentire in modo catastrofico tra qualche mese: categoria già a rischio, questo virus ci darà il colpo di grazia. I profili professionali degli operatori della cultura sono molto variegati e a noi autori di mestiere serve una misura ad hoc, come quelle già in via di adozione in altri Paesi europei.

    L’Associazione Italiana Editori (AIE) e l’Associazione degli editori indipendenti (ADEI) hanno già annunciato la cancellazione di 23.200 titoli e, in via informale attraverso i nostri colloqui con le redazioni, un abbassamento dei compensi, il possibile annullamento di contratti in essere e ritardi nella filiera dei pagamenti ai fornitori (questi ultimi già riscontrabili). Ma nemmeno loro parlano degli autori.

    Diversamente da altri Paesi, dove i nostri omologhi sono tutelati in quanto iscritti a una cassa previdenziale, destinatari di misure d’emergenza governative ad hoc e, non ultimo, beneficiari dei famosi fondi per la traduzione, i traduttori editoriali italiani sono totalmente sguarniti sia sul piano previdenziale, sia su quello emergenziale, sia su quello degli incentivi culturali in senso lato.

    Strade ha stilato con Slc-CGIL e altre associazioni di categoria (Aiti, Aniti, Tradinfo e AI) un appello (in allegato) rivolto al Governo, in cui molto sinteticamente si evidenzia la necessità di includerci nelle misure fin qui adottate, con particolare riferimento al Reddito di emergenza e al fondo per lo spettacolo che andrebbe potenziato ed esteso al comparto editoriale.

    Un’idea ispirataci da altri Paesi è senz’altro quella di creare un fondo speciale di emergenza per le categorie autoriali (il 75% del cui reddito totale derivi cioè da lavoro in regime di diritto d’autore) in vista della creazione di dispositivi di lungo termine.

    A questo link trovi il comunicato da noi stilato insieme alle altre associazioni di categoria: http://www.traduttoristrade.it/2020/il-cura-italia-non-dimentichi-la-cultura/

    Siamo disponibili a collaborare con autori e altre categorie della filiera editoriale per portare avanti questa lotta comune, affinché la cultura non venga lasciata indietro!

    Samanta K. Milton Knowles
    coordinamento di Strade

    • Nulla da aggiungere, condivido tutto.
      È evidente che ci governa da decenni, dopo aver frammentato il lavoro in mille tipologie contrattuali, forme retributive, ecc., e non essendogli mai passato per la testa di ipotizzare forme di sostegno al reddito, ora che è costretto a farlo non è in grado di prendere misure uniche e semplici per aiutare tutte/i.
      Senza contare che tutto ciò denota la totale ignoranza che ha la nostra classe dirigente verso il mondo della cultura e come funziona.
      Purtroppo la realtà è che bisognerebbe riformulare tutto il mercato del lavoro e le forme di ammortizzatori sociali e sostegno al reddito. E, nel farlo, regolamentare le forme contrattuali dei lavoratori della cultura che, oltre a tipologie retributive tra le più varie, e spesso mancanti di continuità, spesso hanno anche compensi tra i più bassi.
      È impensabile però farlo senza contemporaneamente colpire i profitti di chi con questa situazione del mercato del lavoro si è arricchito, e sostenere invece le realtà più deboli che è giusto – per esempio – che paghino di più i traduttori, ma se non sempre son riusciti a farlo è perché hanno subito per anni lo strapotere dei più forti.
      È dura, perché ci vorrebbero correttivi sia al mercato del lavoro che alla filiera, ma sono convinto che la soluzione non sarà strutturale e sistemica, non si farà che mettere toppe e lasciare una coperta troppo corta che scopre sempre almeno un lato del letto.

  25. L’Aie registra -75% di vendite a marzo. Già il 64% degli editori ha fatto ricorso alla cassa integrazione. Si stima in 23.200 il numero di titoli in meno.
    La situazione è drastica, se non drammatica. Non si stratta di interessi di bottega ma di salvaguardare il mondo dei libri che rischia non dico di scomparire, ma di uscirne fortemente ridimensionato in bibliodiversità e qualità.

    Dopo la riapertura delle librerie il calo diminuirà ma non si fermerà: molti canali di vendita (presentazioni, fiere, festival) resteranno inibiti ancora a lungo (e in percentuale incidono maggiormente sul fatturato dei piccoli editori che non dei grossi); lettrici e lettori compreranno meno libri perché avranno subito danni economici.

    Nel frattempo molti non ce la faranno e chiuderanno. Catene e grandi gruppi subiranno un danno ma ne usciranno, e lo compenseranno cannibalizzando le quote di mercato che la chiusura di piccoli editori e librerie indipendenti avrà liberato.

    Prevedo (vediamo se azzecco) un’ulteriore concentrazione con l’unione dei settori editoriali di Gems e Feltrinelli, e delle rispettive catene Ibs e Feltrinelli (già hanno unito le distribuzioni Messaggerie e Pde; e messo in comune gli store ibs.it e lafeltrinelli.it). Resteremo con tre gruppi (Mondazzoli, Feltrigems e Giunti) a egemonizzare pubblicazioni, distribuzione e librerie.
    Per sottolineare anche questo tipo ridicolo di liberismo. Non che sia un sostenitore, ma qui più che la legge della concorrenza vige il dominio dei trust.

    Il governo non ha ancora previsto sostegni specifici all’editoria o alla cultura.
    Al momento c’è la cassa integrazione, che sgrava le aziende ma colpisce i lavoratori, che non percepiranno la totalità dello stipendio. Inoltre i piccoli editori che si autometteranno in cassa integrazione (in quanto titolari e dipendenti della propria attività) lavoreranno comunque, di nascosto, perché non possono permettersi di fermarsi.
    Mentre i lavoratori autonomi ed esterni possono solo richiedere il contributo una tantum (e neanche tutti, perché chi è pagato a diritto d’autore – come spesso traduttori e illustratori – non può accedervi).

  26. Segnalo questa nostra iniziativa, ideata da Eris Edizioni, che abbiamo sposato anche noi e altri editori come Exorma, Voland e Canicola.
    In pratica, siccome le librerie son chiuse e non possono vendere i libri che hanno sui loro scaffali, per sostenere le indipendenti che quotidianamente ci espongono e consigliano i nostri libri abbiamo deciso di adottarne una al giorno: sui libri che venderemo dal nostro sito una percentuale andrà alla libreria di turno come se i volumi fossero stati comprati direttamente lì da loro. Loro promuovono i nostri libri sui loro canali, e noi che possiamo venderli on line diamo una percentuale a loro.
    La segnalo non per pubblicità ma perché è un esempio di mutuo soccorso e solidarietà dal basso che incide su diversi attori della filiera: editori e librerie indipendenti. Con l’idea che questo rapporto prosegua anche dopo la crisi, con nuove e diverse forme di collaborazione.
    Non è una pratica risolutiva di tutti i mali strutturali del mondo del libro, ma è un bell’esempio di come mettere in rete idee ed energie per farsi forza a vicenda.

  27. Oggi a Bologna, all’inizio del portico di San Luca, ha riaperto la fioraia. Non credo sia una pericolosa ribelle e quindi dev’esserci una normativa, almmeno regionale, che le permette di farlo e che mi è sfuggita. Forse quella sulla riapertura dei mercati rionali? Il negozio in questione è molto piccolo, le piante sono accumulate fuori e il colpo d’occhio è piacevole, per quanto io preferisca rifornirmi da un vivaio o direttamente nel bosco. Tuttavia mi chiedo: perché può riaprire una boutique in tutto e per tutto identica, come spazi e tipo di fruizione, a una piccola libreria, e non può invece riparire, appunto, una piccola libreria? Perché le piante appassiscono e i libri no?

  28. Dopo l’ultimo decreto da martedì 14 aprile le librerie potranno riaprire. Questa decisione sta dividendo il mondo dell’editoria tra favorevoli e contrari.

    Noi pensiamo che i libri sono uno strumento imprescindibile per mantenere uno sguardo critico sulla realtà, specie in un momento come questo dove dominano la paura e le quotidiane difficoltà economiche di sopravvivenza per moltissime persone. Ora il lavoro culturale è stato finalmente definito «essenziale», ma non dev’essere solo un esercizio di «book washing» da parte del governo. Non ci basta, continueremo a rivendicare dal basso forme di sostegno al mondo all’editoria: ulteriori ammortizzatori sociali per il reddito di tutte/i i lavoratori e le lavoratrici della filiera, aiuti a fondo perduto per gli affitti delle librerie (che, anche se decideranno di riaprire, avranno fatturati pesantemente ridotti), e in generale un sostegno generalizzato al mercato del libro, ad esempio col finanziamento di massicci acquisti da parte delle biblioteche.
    Continueremo anche a sperimentare forme di mutuo soccorso tra editori e librerie indipendenti, perché queste ultime sono uno strumento fondamentale per costruire un mondo attento alle vite e non ai profitti.

    Pubblico qua, per conoscenza, il comunicato che abbiamo preparato come edizioni Alegre per prendere posizione:
    https://edizionialegre.it/notizie/diffondere-libri-per-una-societa-solidale-noi-riapriamo/

  29. Leggo che molti librai, tra i vari problemi legati alla possibile riapertura, sono particolarmente spaventati dal “rebus sanificazione”. Il DPCM del 10 aprile “raccomanda” agli esercizi commerciali aperti una serie di misure, elencate nell’allegato 5: pulizia dei locali due volte al giorno, guanti monouso per chi acquista, mascherine, disponibilità di strumenti per la disinfezione delle mani, distanziamento dei clienti. Alcune Regioni, come la Toscana, hanno precisato e rese obbligatorie queste raccomandazioni. E’ chiaro che una libreria, obbligata a pulire i locali due volte al giorno, a fronte di incassi sicuramente limitati, ci pensa su due volte, prima di riaprire. Ma ci penserebbe su due volte anche una farmacia. Finora, infatti, non mi risulta che le farmacie abbiano igienizzato gli ambienti due volte al giorno, né che abbiano fornito guanti ai clienti in entrata (sebbene molte siano organizzate come piccoli supermercati, con espositori pieni di merci piazzati tra l’ingresso e il banco). Ho l’impressione che, come al solito, si stia facendo molto teatro. Siccome le farmacie non possono chiudere, nessuno davvero le obbligherà mai a rispettare le misure che vengono invece imposte alle librerie, delle quali, al di là della retorica, non frega una beata fava a nessun politico o amministratore. Del resto, sempre sul piano retorico/simbolico, farmacia = posto pulito con commessi/dottori in camice bianco, mentre libreria = luogo polveroso pieno di oggetti pericolosi da toccare.

  30. Questo (quanto detto da WM2 sopra) forse spiega come mai in Piemonte, parallelamente alla notizia della non apertura delle librerie decisa dalla Regione, fosse circolata anche la notizia che i librai stessi considerassero poco sensata e utile la riapertura in questo momento decisa dal Governo e fossero quindi favorevoli al prosieguo del lockdown.
    In un articolo si è parlato di solidarietà non richiesta.
    C’era però anche la polemica sul fatto che riaprire adesso comportasse un rischio di fallimento dal momento che vige l’obbligo di non allontanarsi a 200 metri da casa e quindi non ci sarebbero clienti.
    Notizie sulle edizioni locali di La Stampa e del Corriere.

    • Sì, è quello che dicevo prima di Pasqua a proposito dei fiorai. O cambia il modulo di autocertificazione per gli spostamenti, includendo l’acquisto di fiori (e ora di libri) tra i motivi che consentono di allontanarsi dall’abitazione, oppure il Viminale fa una circolare, specificando a tutte le forze dell’ordine che fiori e libri sono beni di prima necessità – evitando così che il brigadiere mi sanzioni se gli dico che sono a 5km da casa perché sto cercando, in tutte le librerie aperte della città, “Germania segreta” di Furio Jesi.

      • Io do per scontato che se per decreto le librerie possono aprire, allora vuol dire che ci si può recare. Non mi pare serva l’autocertificazione per andare dal tabaccaio. Poi ovviamente si andrà alla propria libreria di quartiere e non in una dall’altra parte della città, ma rientra un po’ col discorso generale riguardante tutti gli esercizi commerciali.
        Questa cosa secondo me anzi avvantaggerà le piccole librerie di quartiere rispetto a molte catene presenti nei centri storici ora deserti o nelle stazioni. Certo, ci sono librerie indipendenti anche nei centri storici, e catene anche nei quartieri non centrali, ma in linea di massima credo che riaprire convenga più a un piccolo esercizio commerciale con pochi dipendenti che non a un grande negozio con molto personale.

    • Aggiungo che la notizia si spiega anche, per le grandi librerie con dipendenti, con la cassa integrazione straordinaria. Se stai chiuso, i dipendenti prendono la cig. Se apri, gli devi pagare lo stipendio. E a fronte di incassi limitati, come si diceva, non ti conviene.

      • Di nuovo, secondo me, questa cosa diversificherà i comportamenti tra librerie indipendenti e di catena.

        Probabilmente a una libreria di catena con molti dipendenti converrà di più restare chiusa lasciandoli in cassa integrazione, piuttosto che riaprire ma non poter sfruttare la propria metratura a causa degli ingressi contingentati.

        Invece il discorso sugli ammortizzatori sociali per le indipendenti è diverso.
        Molti indipendenti durante la chiusura si sono messi a vendere on line con consegna o spedizione a domicilio. Quindi, per farlo, vuol dire che non tutti i librai/dipendenti/soci della libreria si sono messi in cassa integrazione, altrimenti non potrebbero lavorare per fare pacchetti e spedirli.
        Inoltre alcuni librai sono partite IVA personali, quindi hanno richiesto i 6-800 euro una tantum e basta, e la cosa non incide sulla loro riapertura o meno.
        Quindi il libraio non in cassa integrazione (o in cig ma a metà ore), mentre è in libreria a preparare i pacchetti, può restare anche aperto al pubblico e integrare le entrate delle vendite on line con quelle al dettaglio. Se invece è in cassa integrazione full time non può neanche vendere on line e spedire.
        In sintesi, secondo me la rivendicazione è: fateci riaprire ma garantiteci comunque ammortizzatori sociali, sostegno al reddito, sostegno al pagamento degli affitti (o blocco degli affitti), blocco delle bollette.
        È un discorso che dovrebbe valere in generale per tutte le lavoratrici e i lavoratori.

        • Ciao Mushroom Rocker, condivido con te l’importanza di riaprire, certo non si potrà lavorare per un periodo più o meno lungo (temo più, ma spero di sbagliarmi) dando la giusta importanza al rapporto col cliente (con le dovute precauzioni perché no?), ma si può riattivare la funzione di “spazio pubblico” e nel caso delle librerie di movimento autogestito. Per farlo ritengo essenziale la distinzione che avete fatto nel comunicato di Alegre tra distanziamento sociale e distanziamento fisico senza il quale non si può impostare nessun ragionamento senza arrendersi alla disgregazione sociale effetto della comunicazione terroristica di questo momento storico. Sono un lavoratore dipendente e la prima cosa che stiamo facendo è il tentativo di concordare un protocollo sanitario con l’azienda in assenza del quale molti/e colleghi/e si sarebbero rifiutati di lavorare, un primo passo per rivendicare dal basso una voce in capitolo sulla gestione dell’uscita da questa situazione. Come lavoratori/lavoratrici dipendenti siamo anche noi preoccupati/e per i nostri stipendi, fin’ora grazie al ricorso alla fis (l’equivalente della cassa integrazione per il commercio, che copre anche percentuali di riduzione d’orario) e l’utilizzo delle ferie ce la siamo più o meno cavata, ma visto che le aperture ad orario ridotto molto probabilmente si protrarranno a lungo, penso che sia il momento di muoversi per rivendicare la parità di salario ad orario ridotto come riforma strutturale.

          • Sì, hai ragione, ora più che ragionare su “riaprire sì/riaprire no” bisognerebbe ragionare su come riaprire. Perché se si aspettano le condizioni ottimali non si potrà riaprire per chissà quanto.
            Inoltre (nelle librerie come anche in altri settori) l’importanza di preservare il tessuto sociale prescinde dalle difficoltà che si avranno nel farlo. Magari non si potrà parlare due ore e a meno di un metro di distanza col lettore che vuole sfogliare cento libri, ma si potranno trovare formule alternative per non ridurre il rapporto libraio/lettore a una mera transazione (senza nulla togliere ai negozi in cui c’è solo una mera transazione).
            Tutto sta nel modello sostanziale (e non formale) di socialità che vogliamo preservare.

            Quindi, una volta iniziato a riaprire, bisognerà ragionare su come garantire la sicurezza sia di chi lavora che di chi fruisce, come conservare parità di reddito anche a orario ridotto (in caso di dipendenti) o ricevere aiuti e sgravi (in caso di piccole realtà in difficoltà), ecc. Insomma bisognerebbe iniziare a lottare per un nuovo paradigma lavorativo tanto nella produzione quanto nella distribuzione e nel commercio.

            Per esempio nel commercio (ma vale anche nella produzione) bisognerebbe andare nella direzione di tanti, piccoli, diffusi e gestiti dal basso, invece di pochi, grossi, concentrati e gestiti verticisticamente. Il primo di questi due modelli è anche quello che, nel nostro caso specifico, permette di studiare misure che possano più facilmente preservare la salute. Mentre il secondo invece è quello che è stato maggiormente tutelato dai decreti governativi e dalle ordinanze locali.

            La distinzione tra distanziamento sociale e distanziamento fisico l’abbiamo presa da una riflessione di Wu Ming ;)

            • Che a nostra volta l’abbiamo presa da un commento di Filo a Piombo :-)

            • Mahai, mantenere la giusta distanza, suggerisce l’Aikido. Edward T. Hall padre della prossemica ha definito e misurato quattro “zone” interpersonali: la distanza intima (0-45cm), la distanza personale (45-120cm) per l’interazione tra amici, la distanza sociale (1,2-3,5 metri) per la comunicazione tra conoscenti o il rapporto insegnante-allievo, la distanza pubblica (oltre i 3,5 metri) per le pubbliche relazioni. E’ curioso notare come la giusta misura di sicurezza per evitare il contagio (1,82 metri) si colloca nel range della distanza sociale mentre il metro di distanza spesso suggerito si colloca nel campo della distanza personale. Mahai, mantenendo la giusta distanza, sembrerebbe che si possano mantenere rapporti sociali, forse anche amicali, in sicurezza. E’ triste e pleonastico constatare che l’attuale situazione stia impedendo l’accesso anche allo spazio pubblico. Proprio per questo penso sia necessario iniziare da subito a ragionare su come organizzare le lotte, sfruttando le contraddizioni del sistema che questa situazione rende evidenti e chiedo se non possa essere utile creare una piattaforma qui o altrove per concentrare i ragionamenti in merito. Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario subito, sostegni all’editoria indipendente subito, non una risposta emergenziale, ma riforme strutturali. un abbraccio

  31. Abbiamo studiato bene le misure previste nell’allegato 5 e, per quanto siano più pignole rispetto a quelle degli altri esercizi commerciali, basta una mezza giornata per organizzarsi. Fornire guanti monouso come quelli degli ortofrutta (per quanto siano un danno ambientale enorme); avvisare che si entra uno alla volta e si fa la fila; mascherina; amuchina a portata di mano; far arieggiare spesso; pulire.

    Poi, come dice Wu Ming 2, è evidente la disparità di trattamento: non mi pare che tutte le farmacie, le edicole, o gli alimentari, forniscano guanti monouso (alcuni lo fanno, ma non tutti). Né mi pare che i supermercati sanifichino a uno a uno tutti i prodotti che hanno sui loro scaffali e che dopo essere stati toccati sono poi magari posati dai clienti. Inoltre se un cliente compra un libro ma è spaventato dal rischio di contagio attraverso il contatto con la superficie può sanificarlo una volta tornato a casa. Ma il problema è – come dice Wu Ming 2 – teatrale: alle librerie vengono chieste misure che non sono imposte ad altri esercizi. Il tutto per scoraggiarne l’apertura, dopo averla concessa (ovviamente concessa per pura retorica di facciata, il che però non vuol dire che non sia comunque giusto riaprirle).

    Poi, sull’opportunità o meno di riaprire: è ovvio che il modello ottimale di libreria sia un posto in cui possono entrare più persone a sfogliare molti libri, chiacchierare a lungo col libraio, creare incontro, ecc. Ma per chissà quanti mesi (anni?) non si potrà fare i librai esattamente come lo si faceva prima, e – come in tutti gli esercizi commerciali – ci vorrà una gradualità prima di tornare al vecchio modello. Quindi mi sembra assurdo sostenere che è meglio restare chiusi piuttosto che organizzarsi diversamente. Con questo ragionamento non si riaprirà mai. Inoltre non son sicuro che le vendite sarebbero così poche: le edicole sono sempre state aperte e forse hanno venduto più di prima. Magari non ci sarà l’afflusso che si ha quando si organizzano presentazioni, letture o laboratori per bambini, ma di sicuro ci saranno dei clienti.

  32. Stamattina sono passata dalla mia libreria. Era aperta. Fuori c’era una piccola fila. Ho pensato con allegria che c’è molta fame di libri. Come dopo un lungo digiuno. Sono andata via però. Non mi andava di entrare solo per ordinare un libro, senza sedermi e senza poter stazionare a tempo ” indeterminato “. Quello della libreria non è un ” consumo” mordi e fuggi. Ma è stato bellissimo vedere che erano aperti. Un po’ come se, alcune librerie, fossero anche un presidio di sana socialità, nel modo di intendere il rapporto coi ” clienti”. Senza l’ ansia da prestazione che spinge il ” venditore” a incentivare un acquisto compulsivo. Poi sono tornata a casa ed ho ordinato “Chav” da Alegre. Perché qui ho avuto modo di ” conoscere ” il libro, anche senza averlo sfogliato. Lo aspetto con ansia. In questo caso, la componente ” umana ” non sarebbe stata determinate per l’ acquisto. Anche se niente sostituisce o rimpiazza il piacere di abitare fisicamente una libreria o una biblioteca. E di sapere come stanno le ” mie” librarie.

  33. Tornare nello spazio pubblico, partendo dalle librerie

    Oggi, come collettivo Wu Ming al completo (c’era anche il più piccolo dei nostri cinni), siamo andati a sostenere due librerie bolognesi che hanno già riaperto e con cui abbiamo un rapporto di collaborazione e amicizia: Trame, in via Goito, e Ubik, in via Irnerio.

    Siamo entrati con le mascherine, come vuole la normativa, abbiamo parlato con le libraie e ciascuno di noi ha comprato almeno un libro in entrambi i posti. Lo faremo anche domani alla libreria Stoppani e la settimana prossima a Modo Infoshop.

    Ricordiamo che se le librerie han riaperto è del tutto logico che ci si possa andare. Se vi fermano i biechi blu, fate valere il vostro diritto.

    Stiamo facendo brainstorming su come ripartire con iniziative pubbliche nello spazio fisico (la “telepresenza” ci va stretta come un goldone in testa), organizzandoci negli interstizi delle norme. C’è un’idea per il 21 aprile, anniversario della Liberazione di Bologna. Ci ragioniamo sopra e vi faremo sapere.

  34. Com’è il proverbio? «Fatta la legge trovato l’inganno»? Be’, la sua versione ai tempi del Covid-19 è «Fatto il Dpcm trovata l’ordinanza».

    Non solo la regione Lazio ha posticipato di una settimana sul suo territorio la riapertura delle librerie (rendendolo noto solo nel pomeriggio di Pasquetta, a meno di ventiquattr’ore dalla prevista riapertura, yuppie).
    Ora ci si mettono anche i vigili di Roma con una circolare in cui sostengono che la riapertura di un esercizio commerciale non giustifica di per sé la possibilità di recarvisi. Si può comprare un libro o un mazzo di fiori solo se lungo il tragitto verso il supermercato o la farmacia ci si imbatte nel negozio: «un’attività commerciale consentita non autorizza il singolo a ritenersi legittimato a effettuare spostamenti per raggiungere quell’esercizio».
    Ora ci sarà un boom di vigili che con maps calcoleranno se si è fatto o meno il tragitto più breve tra il punto A e il punto B (mi ricorda qualcosa che ho già vissuto… Primo articolo
    Secondo articolo

    • Che tristezza infinita. Che sbattimento senza eguali cercare una via d’uscita. Sembra non esserci limite al peggio. Io già intravedevo la possibilità di recarmi nella libreria del mio paese come una ventata di sollievo e prove tecniche di normalità, invece il Presidente della Regione Sardegna ne ha vietato l’apertura. Poi leggo di queste circolari addirittura del Comando di polizia municipale e mi rendo conto che tutto quello di cui noi qui discutiamo finisce contro un muro di gomma se non troviamo il modo di interrompere questo circuito senza fine. Ormai non si rispetta alcuna gerarchia tra le fonti normative, nè le leggi che regolano l’attribuzione di competenza per materia a sindaci e presidenti di regione. È tutto un fiorire di interpretazioni prive di legittimità e temo che se si stanno scomodando tanto non lo facciano in vista di limitazioni per due o tre settimane. Troveranno il modo di inventare motivi per tenerci al gabbio o renderci comunque impossibile fare anche ciò che è lecito.

  35. Bellissima la Stoppani. Si, mi sono rammaricata ieri di non essere entrata e mi sono ripromessa di tornare prima possibile per offrire il mio sostegno alle libraie. Che poi, se ci penso,ognuno di questi luoghi incarna una emozione speciale ed attraverso di loro si può disegnare una mappa della città che ti porta dalla libreria/ vivaio ibrida della zona Pratello alla nascosta libreria di via Goito, sino alla centrale e trafficata via Irnerio e poi in mille altri posti,io amo moltissimo anche la bellissima libreria Ulisse, dove non c’è uno spazio fisico per ” sostare” perché i libri sono ovunque, sopra, sotto, di lato, di fianco, al punto da restringere i corridoi per il passaggio, al punto da offrire numerose occasioni di ” promiscuità”, al punto da rischiare di inciampare nei libri. E mentre mi dirigevo verso la libreria Ubik ieri, dandomi un luogo fisico da raggiungere che non fosse un supermercato, una aiuola, un parco proibito, dandomi un obiettivo, uno scopo, una ” missione ” da compiere, ho pensato per l’ennesima volta alle contraddizioni illogiche e senza senso di queste restrizioni carcerarie.

  36. Riprendersi lo spazio pubblico, partendo dalle librerie / 2

    Dopo le visite di ieri alla libreria Trame e alla Ubik Irnerio, stamane, come collettivo Wu Ming al completo (sempre col più piccolo dei nostri cinni) siamo andati a sostenere la libreria Giannino Stoppani di piazza Re Enzo nel giorno della riapertura.

    In quel bastione della letteratura per ragazzx e non solo, abbiamo comprato un paio di titoli a testa e confabulato con Silvana, socia e co-fondatrice della libreria, riguardo a un’idea che ci è venuta per il 21 aprile, anniversario della Liberazione di Bologna.

    Silvana ci ha anche fatto dono del libro che ha curato e pubblicato con la Stoppani Edizioni, Nome di battaglia: Provvisorio. Narrare la Resistenza ai ragazzi.

    Il 21 vogliamo fare un’iniziativa in città, per la prima volta da febbraio, prendendo ogni ragionevole precauzione sanitaria e muovendoci negli interstizi di decreti e ordinanze. La annunceremo nei prossimi giorni.

    Buone letture e buon ritorno in libreria.

  37. Intanto piano piano Amazon, che aveva interrotto le spedizioni di libri per dare priorità ai beni “essenziali” (con una bieca operazione di book wahing, come spiegato nell’articolo), saputo della graduale riapertura a macchia di leopardo delle librerie, sta ricominciando a venderli.
    Figuriamoci se lasciava anche solo le briciole alle librerie fisiche. Concepisce il monopolio solo a senso unico, non si sognerebbe mai di lasciare che alcune merci siano vendute esclusivamente da qualcun altro che non sia sé stesso.
    E nel frattempo alcune regioni vietano la riapertura delle librerie mentre in altre città i vigili impongono limitazioni alla libertà di recarvisi. Questa cosa ovviamente avvantaggia Amazon che invece gode di libertà assoluta.
    Come volevasi dimostrare, di nuovo i provvedimenti incoerenti di chi ci governa impongono limitazioni a chi prova a sopravvivere e lasciano invece le mani totalmente libere ai grandi e potenti.
    Continua a essere una fatica di Sisifo.

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