#Proletkult e #Lamacchinadelvento. Nuove recensioni, interviste, video, calendario delle prossime date


Sette mesi dopo l’uscita, il nostro Proletkult continua il suo viaggio e continua a generare dibattito. L’uscita, un mese fa, de La macchina del vento di Wu Ming 1 ha retroagito sul romanzo collettivo e stimolato la ricerca di parallelismi e riferimenti incrociati. Intanto La macchina del vento va a ruba, letteralmente.

[Psssst, ehi! Qui! Ci siete tutti? Bene, allora state a sentire: non rubate nelle librerie indipendenti, che già faticano a tirare avanti. Se proprio dovete rubare, fatelo nelle librerie-supermarket, quelle delle grandi catene.]

In questo speciale congiunto – simile per impianto a quelli che facemmo per Timira e Point Lenana – proponiamo contributi su entrambi i romanzi, raccolti nelle ultime settimane per quanto riguarda Proletkult e negli ultimi giorni per quanto riguarda La macchina del vento. Buone letture, buone visioni, buoni ascolti.

Sul sito Critica letteraria, Gloria Ghioni firma una bella recensione de La macchina del vento.

«Ti mandavano al confino perché… A volte non lo sapevano nemmeno loro, il perché»: a Ventotene con La macchina del vento

Un estratto:
«[…] Si percepisce in ogni pagina il sostrato di letture, testimonianze, studi che sono stati fatti prima di scrivere il romanzo, ma non c’è pesantezza nelle pagine: solo l’accuratezza di chi vuole davvero darci l’impressione di provare sulla nostra pelle il confino, vuole farci stringere le mani di tanti grandi personaggi della storia, temporaneamente o definitivamente tolti di mezzo.»

L’8 maggio scorso Wu Ming 1 è stato ospite della trasmissione Cult di Radio Popolare e ha risposto alle domande di Claudio Jampaglia su La macchina del vento.
L’intervista è ascoltabile qui, a partire dal minuto 10:05.

Mariano Tomatis ha trasformato in un vero e proprio videosaggio la lectio magickalis tenuta il 23 aprile scorso durante la presentazione de La macchina del vento al Vag61 di Bologna. Dura una ventina di minuti, buona visione e buon ascolto.


Nello scorso speciale su La macchina del vento abbiamo proposto la videorecensione realizzata da Marco Niro del collettivo di scrittori trentino Tersite Rossi. Qualche giorno dopo, Marco ha anche intervistato al telefono Wu Ming 1, ponendo domande molto articolate che rivelano una lettura del romanzo profonda e puntuale. Il tutto è su YouTube.

Mascherùn

Come ben si vede nel box «Hanno detto di noi» sulla colonna destra di questo blog 👉, da anni Il Giornale è uno dei nostri più attivi PR. È il giornale che più parla di noi, Su quelle pagine scrivono personaggi che sembrano ossessionati da noialtri e disposti a tirarci in ballo a proposito di qualunque vicenda. Basta cercare «Wu Ming» sul sito del quotidiano e appaiono centinaia di articoli dai titoli strillati e a volte spassosi: «Wu Ming, i difensori degli indifendibili»! «I faziosi Wu Ming stroncarono una non stroncatura»! «Maoisti e compagni censurano il dibattito sulla Terra di Mezzo»! «Il salotto letterario distrutto a colpi di clava»! «Così l’intellighenzia rossa ha coperto 50 anni di bugie»!
哪里哪里! Troppo buoni!
Uno che ci tiene a nominarci ogni volta che può è Luigi Mascheroni. Qualche giorno fa, su Twitter, abbiamo segnalato il particolare taglio – in tutti i sensi – che ha scelto per parlare de La macchina del vento.

Segnaliamo una recensione – a tratti sin troppo lusinghiera! 🙂 – uscita sul blog Arcadia – Lo scaffale sulla laguna.

«Riga per riga, il lettore viene catapultato indietro nel tempo e si trova faccia a faccia con le miserevoli condizioni della cosiddetta “Villeggiatura”, ovvero il confino fascista. In particolare, le vicende si svolgono a Ventotene, dove furono rinchiuse alcune delle menti più brillanti dell’antifascismo italiano.
L’autore porta alla luce gli orrori che i prigionieri erano costretti a subire al confino: la penuria di cibo, la mancanza dell’igiene e di adeguate cure mediche nonché, naturalmente, la crudeltà degli aguzzini e l’indifferenza della direzione.
Se da una parte ne sottolinea la bruttezza, dall’altra ne individua tutte le potenzialità: mostra come l’uomo riesca a restare tale attraverso il pensiero e attraverso la sua personale resistenza.»

Il ricercatore e critico d’arte Beniamino Foschini ci ha mandato una recensione di Proletkult lunga e ricca di riferimenti ad altre nostre opere. Recensione che, per un problema di tempistica, non è uscita sulla testata letteraria a cui era stata proposta. La pubblichiamo noi perché merita.

«La bellezza è organizzazione»: Wu Ming, Proletkult

Proletkult (2018) è la nuova, strana e affascinante opera di Wu Ming, il collettivo di scrittori bolognesi attivo da ormai vent’anni – il suo primo romanzo, Q, esce nel 1999 sotto il nome Luther Blissett – nel lavoro di riscrittura della storia attraverso le forme del romanzo. A differenza dei lavori precedenti, ed è il primo impatto nella lettura, la narrazione di Proletkult si dà in senso ancora più metatestuale, come a consegnare una dichiarazione ideologica del suo autore.

Aleksandr Bogdanov

Come il titolo già suggerisce, ci troviamo nella Mosca degli anni Venti, durante la preparazione del decennale della Rivoluzione del 1917. Aleksandr Bogdanov è il protagonista – è una figura storica – ideologo e scienziato, ormai estraniato dalle fisime del potere. In gioventù egli è stato autore, assieme a Lenin, della prima costruzione del bolscevismo, per poi essere allontanato nel 1908 dal comitato centrale per incompatibilità con l’ortodossia leninista. Bogdanov è dunque una figura eccentrica nella costruzione dell’identità sovietica, spaziando i suoi interessi filosofici oltre i recinti del marxismo, tra cui il positivismo di Ostwald, Mach e Avenarius, e un pizzico di Nietzsche.

Negli anni successivi al fallimento della Rivoluzione del 1905, a Bogdanov preme innanzitutto la teoria e la prassi dell’educazione del proletariato, come condizione rivoluzionaria necessaria e sufficiente. Assieme ad Anatolij Lunačarksij e Maksim Gorkij, egli organizza in esilio il movimento Vpered (Avanti) e scuole di partito in Italia (a Capri nel 1909 e a Bologna nel 1910-1911) a esso affiliate. A sancire la differenza da Lenin, il Bogdanov di Wu Ming descrive l’idea alla base dei processi cognitivi e costruttivi volti alla critica della realtà attraverso le metafore della fotografia e del cinema, partendo da una pubblicità della Kodak:

«”Tu schiaccia il pulsante, il resto lo facciamo noi”. Un giorno renderanno automatico anche lo scatto e la macchina funzionerà da sola. Ecco perché Lenin ha un’idea passiva della conoscenza. L’azione del fotografo per lui non conta. Invece un film non si fa senza un regista, che scelga le immagini, tagli la pellicola, ne prenda un pezzo e lo incolli a un altro. Dalla stessa bobina possono uscire cento film diversi, dove la stessa scena acquista cento diversi significati, a seconda del punto in cui viene inserita. Per capirla, devi considerare l’intera sequenza. Lenin invece prende un singolo fotogramma e lo confronta con la realtà. Se combaciano è vero, altrimenti è falso. Così lui concepisce una sola verità, fuori dal tempo, indipendente da noi. Io invece penso che ogni tempo ha le sue verità. […] Il mondo non è un bel panorama in attesa di una fotografia. Cambia come cambiamo noi, mentre lo conosciamo e resiste al nostro lavoro.» (pp. 128-129)

Il Proletkult del titolo (Organizzazione per la Cultura Proletaria) è il movimento culturale ispirato dagli scritti di Bogdanov, dall’Empiriomonismo (1904-1906) alla Tectologia (1913-1929). In sintesi l’organizzazione si propone, oltre alla trasformazione politica ed economica della società, di attuare una vera e propria “liberazione culturale”, attraverso la diagnostica critica della cultura borghese.

In questo senso, Bogdanov e Anatolij Lunačarskij «avevano sempre rimproverato a Lenin [questo: il] voler cambiare la società senza cambiare anche le menti degli individui.» Mentre «Lenin, a sua volta, li accusava di voler buttare alle ortiche la cultura borghese, per costruirne dal nulla una nuova, in un Paese selvaggio e semianalfabeta.» (p. 25) Nonostante il Proletkult appaia propriamente solo in principio di narrazione, sono le visioni della cultura di Bogdanov e Lenin a sostenere l’impianto ideologico del romanzo e a offrire un parallelo con il nostro presente, o come noi possiamo interpretare questo presente.

Nelle opere di Wu Ming, sullo sfondo teatrale c’è sempre la Storia, una delle storie, spesso quella nascosta, dimenticata, o, meglio: laterale, secondo le efficaci forme foucaultiane. E questa Storia diviene metafora del presente, secondo il canone di genere del romanzo storico. Questa Storia si mescola poi nelle storie, nei racconti. Essendo l’occasione dell’intreccio un riferimento metatestuale al romanzo di fantascienza Stella rossa (1908) dello stesso Bogdanov, Wu Ming fa dire al suo protagonista in un flusso di coscienza: «Chi racconta, non è mai soltanto un narratore. Anche a lui capita di ascoltare. Chi adesso ascolta, più tardi narrerà. La storia passa di bocca in bocca, non si può distinguere il contributo di ciascuno. E anche quando si tratta di un libro, quanto nella sua storia è già nelle pagine e quanto viene dal lettore? La materia allo stato puro non esiste. Ogni parola di un testo è in relazione con altre parole, contenute in altri libri e in altre menti.» (p. 122) La Storia e le storie vivono nella scrittura.

Dunque in Q troviamo tradotte nel sedicesimo secolo le lotte dei movimenti anti-globalisti degli anni Novanta del Novecento, così come in Manituana (2007) troviamo trasformate nel diciottesimo secolo le condizioni degli Iracheni durante la Guerra in Iraq di Bush figlio. Per Wu Ming, il contesto del racconto è il punto di partenza, ma ciò che risalta è il personaggio, la sua ideologia, e il suo rapporto con altre ideologie, e il grado di forza che il personaggio possa esercitare sul contesto dell’intreccio, al fine di piegare la storia per i propri fini – cosa che naturalmente accade raramente nei suoi romanzi.

In Q il protagonista dai mille nomi, di cui si utilizzerà la maschera più celebre di Gert dal Pozzo, attraversa la fallimentare rivolta dei contadini guidata da Thomas Müntzer nel sud della Germania; la parodia della Città Celeste a Münster; la truffa internazionale alla Banca Fugger; infine il tentativo di manipolare e indirizzare la cultura del tempo: la stampa e la predicazione de Il Beneficio di Cristo su suolo italiano. In Manituana i protagonisti, Joseph e Molly Brant, assieme a Philip Lacroix, rappresentano quella parte della Prima Nazione che, per difendere le proprie terre, mantiene la fedeltà a re Giorgio III, attraversando le vicende della Rivoluzione Americana. Gert dal Pozzo, Joseph e Molly Brant, Philip Lacroix, e Bogdanov diventano così portatori delle storie dei vinti a posteriori.

Proprio qui sta la fondamentale differenza con Proletkult. In esso si affaccia nel lettore l’idea che Wu Ming gli consegni una forma del proprio credo ideologico, più che di un racconto, a testimonianza del proprio infaticabile attivismo di marca donchisciottesca. Volendo guardare a un aspetto specifico di Manituana – specialmente nella parte centrale ambientata a Londra, così come attraverso le personificazioni di Jonas Klug ed Ethan Allen – vi si legge una critica al capitalismo nascente che ben si adatta alla nostra schizofrenica attualità. In Proletkult la critica al socialismo, ciò che nel Novecento aveva senso definire sinistra, è strisciante, dolorosa, e pur sempre attualissima.

Bertolt Brecht

Allora l’insistenza sui dialoghi e sul logos rende l’idea, forse azzardata, che il collettivo qui voglia riscrivere il dramma brechtiano Vita di Galileo (1955). In entrambi i testi abbiamo una figura centrale di scienziato – Galileo e Bogdanov – in lotta intellettuale contro i suoi pari e materiale contro l’ambiente – due lotte che poi sono una, non le si può ideologicamente separare, sembrano condividere Brecht e Wu Ming. Così gli incontri-scontri di Galileo e Bogdanov con altri personaggi si trasformano in occasioni per ribadire il credo stesso del narratore, e Galileo e Bogdanov divengono doppelgänger di Brecht e Wu Ming.

A differenza di Brecht, Wu Ming non è altrettanto esemplificativo o didattico, non fa mettere in bocca a Bogdanov degli aforismi, seppur la seguente affermazione di Galileo si sarebbe ben potuta adattare al sistema bogdanoviano: «La verità riesce ad imporsi solo nella misura in cui noi la imponiamo; la vittoria della ragione non può essere che la vittoria di coloro che ragionano. […] Certo che, se [i contadini] non si agitano, se non imparano a pensare, poco può aiutarli anche il più efficace sistema d’irrigazione.» (Vita di Galileo, Einaudi, 1963, p. 84) Ma l’intera produzione letteraria di Wu Ming, sotto la lente dell’eroe imperfetto – come da suggestiva formulazione da parte di Wu Ming 4 (L’eroe imperfetto. Letture sulla crisi e la necessità dell’archetipo letterario, 2010) – potrebbe giacere sotto la brechtiana convinzione: «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi.» (Vita di Galileo, p. 115)

Personaggi complessi e “rotondi” in Manituana e Proletkult, mentre in Q rimangono abbastanza monodimensionali, da feuilleton, da sculture di Meunier, tanto è l’ambiguità dell’antagonista, la spia del Cardinal Carafa, Q, a intrigare maggiormente il lettore. In Proletkult ogni personaggio è complesso e rivela aspetti del carattere sfaccettati, indici del conflitto tra soggetto e ideologia. Notevoli in questo senso sono gli schizzi delle figure di Lunačarksij e Aleksandra Kollontaj. Ma, specialmente nel caso di Lunačarksij, Wu Ming insiste eccessivamente sul suo essere diventato un apparatčik, più attento alla conservazione del potere, a scapito delle proprie convinzioni, quando in realtà è proprio la realpolitik del Commissario all’Educazione a proteggere, fino a che ha potuto, i suoi compagni dell’avanguardia storica, aiutando molti a espatriare.

Tzvetan Todorov (1939 – 2017)

Già nel 1927, per cui prima delle purghe staliniane, si poteva capire altrimenti l’andazzo per quegli avanguardisti: Blok (1921) e Khlebnikov (1922) si lasciano morire (si può descrivere come suicidio?), Gumilëv viene fucilato in quanto controrivoluzionario (1921), Esenin si suicida (1925). Nel 1930 è Majakovskij a togliersi la vita, tanto da suggerire a Roman Jakobson il saggio Su una generazione che ha dilapidato i suoi poeti (1930). E recentemente la pubblicazione in italiano di Tzvetan Todorov, L’arte nella tempesta (2017) ci ricorda le esecuzioni di Pil’njak (1938), Ležnev (1938), Babel’ (1940), Meyer’hold (1940), la morte di stenti in gulag di Mandel’štam (1938), il disperato suicidio di Cvetaeva (1941), la morte misteriosa di Gor’kij (1936). E aggiungerei qui la morte in sanatorio di Kharms (1942). Ma la morte di Bogdanov – che proprio uno spoiler non è – forse si avvicina proprio a quelle di Blok e Khlebnikov, quasi a ribadire il proprio dissenso, attraverso la morte per arte.

PROSSIME DATE

9 giugno
ROMA
Wu Ming 1 presenta La macchina del vento
Presentazione + reading
Voce: Wu Ming 1
Musiche e suoni: Marco Messina (99 Posse) e Fabrizio Elvetico
(Il duo che ha composto la colonna sonora
per la versione teatrale de L’Armata dei Sonnambuli)
h.21, Communia – Spazio di mutuo soccorso
Viale dello Scalo S. Lorenzo 33.
Nell’ambito del festival Contrattacco.

19 giugno
TORINO
Wu Ming presenta Proletkult
h. 21:00 Laboratorio Culturale Autogestito “Manituana”
Largo Maurizio Vitale 113.

19-23 giugno
VENTOTENE
Wu Ming 1 presenta La macchina del vento
Festival «Gita al faro», dettagli a seguire.

21-22 giugno
CAGLIARI
Wu Ming presenta Proletkult
nell’ambito del festival Marina Café Noir.
Ultima presentazione del «Proletour».

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2 commenti su “#Proletkult e #Lamacchinadelvento. Nuove recensioni, interviste, video, calendario delle prossime date

  1. Lascio qui perché non trovo l’annuncio specifico: per la presentazione dell’8 a Roma si pensa di fare uno streaming per chi è lontano? O una registrazione? Grazie.

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