Te lo si ascolta noi com’è che andò! L’#ArmatadeiSonnambuli a teatro e alla radio

Léo Modonnet circondato dai muschiatini.

Léo Modonnet circondato dai muschiatini. Tutte le foto usate in questo post sono di Claudia Nuzzo.

Le lettrici e i lettori di Giap sanno già che il 3, 4 e 5 novembre scorsi, al Teatro Nuovo di Napoli, è andata in scena L’Armata dei Sonnambuli. A questa produzione di Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro abbiamo dedicato diversi post.

L’idea di portare L’Armata a teatro in una veste straniata e con una produzione ambiziosa è stata di Andrea de Goyzueta.
Il lavoro di drammaturgia, davvero sorprendente per chi conosce già il romanzo e può fare «ingegneria inversa», è di Linda Dalisi.
La regia è di Pino Carbone, che ha spinto gli attori in un territorio estremo, dopo averli spogliati, lasciati letteralmente in braghetta.
La scenografia quasi da concerto rock è di Luigi Ferrigno. I costumi sono di Anna Maria Morelli, l’idea sembra quella di una tromba d’aria che ha investito un guardaroba del Settecento sparpagliando e sbrindellando tutto, dopodiché gli attori hanno raccolto e messo da parte, e ogni tanto ripescano qualcosa: un colletto, una parrucca, una palandrana…
Le musiche sono state composte da Fabrizio Elvetico, che ha lavorato su Paganini, e Marco Messina (99 Posse), che ha usato persino un coro registrato durante una manifestazione in Val di Susa: «Tout le monde deteste la police».

L’Armata è andata in scena la prima volta il 17 e 18 giugno scorsi, nel cortile d’onore di Palazzo Reale a Napoli.

Qualche giorno fa, la trasmissione Radioteatro di Radio Onda Rossa, condotta da Federico Raponi, ha mandato in onda l’intero audio dello spettacolo, ora disponibile in podcast. Ve lo proponiamo incorporato qui sotto. Dura un’ora e trentotto minuti.

Prima di pigiare Play, però, consigliamo di leggere la nostra Guida all’ascolto, che a suo modo è anche una recensione.

In calce al post, il trailer e la scheda dello spettacolo, più una selezione di recensioni e interviste.

L’Armata dei Sonnambuli merita di andare in scena in giro per l’Italia. Speriamo che, dopo aver ascoltato e letto, chi si occupa di teatro faccia buon uso dei recapiti di Ente Teatro Cronaca.

Guida all’ascolto (ovvero: quel che alla radio non si vede)

Sul palco è montato un palco ulteriore, sopraelevato di circa un metro, a rappresentare nel modo più concreto il teatro-nel-teatro.
Sul palco più alto si erge una grande installazione, una testa infagottata di bianco, quella di Luigi Capeto che sta per essere giustiziato.
Sul palco sottostante, schierato di fronte al pubblico, un plotone di microfoni.

Gli attori entrano in scena guardandosi intorno, concentrati su quel che stanno per fare. Sono in mutande e hanno zainetti sulle spalle.

Anche se non è mai dichiarato apertamente, è fatto capire a più riprese: i personaggi sono attori che provano i personaggi e, a turni, eseguono il loro pezzo di bravura. Lo fanno tenendo in mano il “gelato”, come fossero cantanti o stand-up comedians. Qui i microfoni sono un elemento scenico importante.

Nello spettacolo la struttura è diacronica anziché, come nel romanzo, sincronica. Vale a dire: le varie sottotrame non vengono portate avanti tutte insieme a scene alternate, ma seguiamo prima la traiettoria di Marie, poi quella di D’Amblanc, poi quella di Laplace, infine quella di Léo. Ognuna di queste viene portata quasi fino alla fine (il quasi è importante). In pratica, sono cinque atti. A riallinearli temporalmente è l’annuncio della morte di Marat, ripetuto ogni volta allo stesso modo.

Quando uno degli attori si ritrova al centro della rappresentazione, tutti gli altri lo circondano e lo assistono, sia interpretando i personaggi secondari (che a volte sono i protagonisti delle altre traiettorie: Léo compare già nel primo atto, Laplace nel secondo), sia porgendogli le battute, sia cercando il costume o la maschera adatta nell’armadio che sta al margine della scena, e persino facendo partire la musica: uno degli attori, Michelangelo Dalisi, sta alla consolle, che è in scena.

Renato De Simone è la Vox Plebis e Bastien.

Il primo pezzo di bravura è affidato a Renato De Simone, che interpreta la vox plebis («Te lo si conta noi com’è che andò»), voce che, capiremo poi, coincide con quella di Bastien, figlio di Marie. Al termine di questo atto, la testa del Capeto si affloscia, si sgonfia, resta solo un grande mucchio di tela bianca. Gli attori balzano sul palco ulteriore, ripiegano il tutto e lo fanno sparire dalla scena.

Francesca De Nicolais è Marie Nozière.

Dopo un rapido consulto su quale ordine seguire, prorompe Francesca De Nicolais, che interpreta Marie. Durante la sua performance, intorno a lei è sotteso ma ben percepibile un certo sessismo da parte degli altri attori-personaggi. L’attrito cresce, finché il corpo della donna non comincia a subire, viene sbattuto di qua e di là, trascinato via dalla scena. Lei non lo accetta, si ribella, rinfaccia: «Senza le donne, la rivoluzione manco cominciava!»

Andrea de Goyzueta è Orphée D’Amblanc.

Quando tocca a D’Amblanc, interpretato da Andrea de Goyzueta, tutti gli attori si mettono intorno a un tavolo con il copione, in un riepilogo della sottotrama alverniate propedeutico al pezzo di bravura. All’inizio dell’atto D’Amblanc è seduto al tavolo mentre gli altri lo attorniano e incalzano con suggerimenti e commenti. Dopodiché si alza, prosegue in piedi, mentre al tavolo siede Dalisi, di spalle, a interpretare il «doppio osceno» di D’Amblanc, in un’anticipazione del suo pezzo di bravura, cioè…

Michelangelo D’Alisi è il cavaliere d’Yvers aka Auguste Laplace.

…il monologo di Laplace. Questo atto è l’unico in cui il protagonista non è assistito dagli altri, anzi, è platealmente boicottato. Chiede la battuta, e non gliela danno. Cerca un riscontro, e non lo ottiene. È come se il gruppo, essendosi ritrovato sul palco un fascista, avesse deciso di fare argine. L’unico modo che Laplace ha di ottenere collaborazione è imponendola con la violenza: la scena di violenza psicologica su Malaprez («Il racconto del muto») è anche violenza psicologica sull’attore costretto a interpretarlo, ed è disturbante. Siamo dalle parti del Salò di Pasolini, il che ha un senso: uno dei riferimenti poetici di questo spettacolo – come già del romanzo – è chiaramente il Marat/Sade di Peter Weiss.

Il discorso del muto. Renato De Simone è Malaprez.

L’ultimo atto è la storia di Léo Modonnet, aka Leonida Modonesi, interpretato da Rosario Giglio, che appropriatamente gigioneggia, guitteggia, sta sul palco sopraelevato e dà istruzioni agli altri attori: «Qui ci vorrebbe un brusio…»

Rosario Giglio è Léo, Leonida, Scaramouche.

Al termine di questo atto, però, gli attori si rivestono… Un momento, cos’è successo al finale del romanzo?
Mentre si rivestono, tra loro si manifestano le tensioni accumulate durante le prove. L’attore che ha interpretato Laplace, plausibilmente frustrato per la mancata collaborazione degli altri e forse anche per il servizio che ha dovuto rendere stando per gran parte del tempo alla consolle, comincia a insultare e spintonare quello che ha interpretato D’Amblanc, il quale reagisce. Mesmerismo bianco contro mesmerismo nero.

L’argine antifascista. Laplace boicottato dagli altri attori-personaggi.

Gli altri attori cercano di separarli. Poi Laplace corre via e torna con uno striscione arrotolato, che appende a coprire la scena. C’è scritto: «Si può regnare impunemente». Mentre gli altri escono di scena per proseguire l’alterco altrove, l’attore che ha interpretato la Vox plebis appare con vernice e pennello, e aggiunge alla frase: «Non».

Buon ascolto.

Il teatro è la rivoluzione.
Enrico Fiore, critico teatrale de Il Mattino di Napoli, recensisce L’Armata dei Sonnambuli su Controscena.

Il trailer dello spettacolo


Pino Carbone, Andrea de Goyzueta e Wu Ming 1 intervistati a Zazà di Radio Tre (dal minuto 40′)

La scheda dello spettacolo.

Per contattare Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro:
Tel/fax 0812514145
Email: info@enteteatrocronaca.it

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