L’isola sacra e i comunisti quantici. Note su Helgoland di Carlo Rovelli

Grazie soprattutto a Werner e Aleksandr.

Così si conclude Helgoland (Adelphi, €15), l’intrigante libro di Carlo Rovelli dedicato alla teoria dei quanti e alle sue implicazioni filosofiche.

Intrigante anche per i profani della materia, perché Rovelli è un ottimo narratore o divulgatore, che dir si voglia, e sa portarti a spasso attraverso i massimi sistemi della fisica senza farti pesare la tua ignoranza. Nel libro affronta quella che descrive come la teoria più sconvolgente della storia scientifica, germogliata nella mente di un giovane fisico sull’isola tedesca di Helgoland (Terra Sacra), nel 1925.

Un’intuizione che ha poi ispirato altre menti, destinata a essere discussa, ma soprattutto applicata, nel corso degli ultimi cent’anni, anche senza che ne venissero colte tutte le implicazioni.

Ecco chi è Werner: Werner Heisenberg. Uno che sta alla fisica più o meno come Copernico sta all’astronomia. Quello che a scuola ci veniva presentato come lo scopritore ed eponimo del principio di indeterminazione. Ma alla base c’è la teoria dei quanti, che sovverte la fisica classica e costringe a ripensarla da capo, forse anche a ripensare il pensare, perché con la vecchia mentalità certamente non si può cogliere l’enorme portata della scoperta in questione.

Scoperta che in effetti fu un lavoro d’equipe, un passaggio di testimone tra Planck, Bohr, Einstein, e diversi altri scienziati meno noti a noi profani, ognuno dei quali contribuì per un pezzetto ad approdare a un nuovo statuto della realtà, al quale Heisenberg diede una formulazione.

Il problema della fisica quantistica è che è controintuitiva, la difficoltà concettuale è tutta lì, perché spazza via l’idea che la realtà sia qualcosa di oggettivo e dato in sé, ontologicamente definibile e conoscibile. Nel momento in cui la realtà non è più fatta di microparticelle individuabili, bensì di quanti di energia che rendono solo probabilisticamente mappabile il percorso delle suddette particelle, ovvero se la realtà è dotata di una sorta di doppia natura, be’, finisce gambe all’aria quasi tutto quello che potevamo dare per scontato.

Werner Heisenberg (1926)

Del resto, anche il fatto che sia la Terra a girare intorno al Sole è controintuitivo. Ce lo insegnano, ce lo spiegano gli astronomi discendenti di Copernico. Eppure noi seguitiamo a dire che è il Sole a “sorgere” e “tramontare”, benché in effetti sappiamo che il Sole non fa niente del genere. Dunque Heisenberg e i suoi discendenti ci dicono da cent’anni che la realtà non è qualcosa in sé, bensì qualcosa di relativo, ovvero è essa stessa un sistema di relazioni. E queste relazioni sono variabili, perché il mondo è in divenire, la realtà materiale è un flusso di energia di cui noi facciamo parte. Osservare e studiare la realtà significa influire su di essa ed esserne influenzati a nostra volta, e conseguentemente accettarne l’indeterminazione ontologica.

Rovelli ci ricorda che il Buddhismo è giunto da secoli e per altre vie a conclusioni in un certo senso simili, ma questo non autorizza nessuna deriva consolatoria “newagista” o banalmente sincretica, dato che le vie filosofico-religiose non sono meno erte e indefinite di quelle filosofico-scientifiche. Si brancola nello stesso buio, con sprazzi di luce qua e là. E quegli sprazzi di luce modificano comunque le orbite degli elettroni, quindi…

Approdare alla consapevolezza che non esiste una realtà oggettiva e che questa va sostituita con il concetto di relazione ha un’implicazione anche politica che porta direttamente all’altro personaggio ringraziato dall’autore: Aleksandr. Vale a dire Aleksandr Aleksandrovič Malinovskij, detto Bogdanov (ma si firmava anche Maximov, Riadavoy e… Werner). Sì, proprio lui, il protagonista del nostro romanzo del 2018 Proletkult, che tra l’altro si trova citato a pag. 138.

Bogdanov, proprio come i fisici già menzionati, si rifaceva alle teorie del fisico e filosofo tardo-ottocentesco Ernst Mach, secondo il quale la nozione di materia acquisita dalla fisica meccanicistica moderna era puramente “metafisica”. Concepire la materia come qualcosa di totalmente altro dal soggetto osservante equivale a concepire un’entità che trascende la fisica proprio mentre si vorrebbe individuare la meccanica materiale del mondo. La conoscenza, per Mach, e successivamente per Bogdanov, è organizzazione delle sensazioni attraverso le quali percepiamo la realtà. Ipotizzare cosa ci sia oltre le nostre sensazioni è avventurarsi nel territorio della metafisica, appunto, perché per noi la fisica è ciò che percepiamo, non altro.

Aleksandr Bogdanov

Per il marxista rivoluzionario Bogdanov questo cambiamento dello statuto della realtà non poteva non imporre ai materialisti come lui un ripensamento del materialismo stesso. L’idea di materia e di realtà su cui Marx si era basato doveva essere adattata alle nuove concezioni e scoperte. Un’implicazione diretta era che il rapporto biunivoco ipostatizzato da Marx tra struttura socio-economica e sovrastruttura scientifico-culturale diventava qualcosa di molto più intricato e complesso, giacché la realtà materiale si dava sincronicamente al nostro percepirla, senza soluzione di continuità tra soggetto e mondo. Se il nostro sguardo fa parte della realtà allora il cambiamento della realtà non può prescindere dal cambiamento del nostro sguardo.

Dal punto di vista di Bogdanov se Marx fosse stato ancora vivo per recepire le nuove scoperte di Planck, Einstein e Heisenberg, sarebbe stato il primo a rivedere la propria concezione della realtà materiale e dare ragione a Mach.

Non la pensava così Lenin, prima sodale e poi grande avversario di Bogdanov, che – troppo digiuno di filosofia e troppo preoccupato delle potenziali implicazioni “idealistiche” di una concezione machiana della realtà – ostracizzò Bogdanov e scrisse contro di lui il suo unico testo filosofico: Materialismo ed empiriocriticismo (1909). Un testo nel quale traspare tutto lo schematismo del politico pratico, per il quale la filosofia si divide in due macrotendenze: materialismo e idealismo. Dunque o si sta di qua o si sta di là. E per Lenin era chiaro che Bogdanov stava di là.

Per Bogdanov invece il punto era precisamente quello di schivare lo schematismo, perché restare attaccati a un’idea di realtà oggettivamente conoscibile e indipendente significava avallare un paradossale materialismo metafisico, appunto. Lenin non capiva che l’idealismo era fuori discussione: il soggetto non è ideale, né spirituale, né mentale, ma tutto materiale, poiché non c’è niente di più materiale delle sensazioni fisiche attraverso le quali si esperisce il mondo. Ciò che possiamo sapere del mondo dipende dal modo in cui organizziamo le nostre sensazioni, non solo come soggetti singoli, ma anche e soprattutto come soggetti collettivi (quindi anche come classe). Insomma in quel dibattito Lenin si ritrovò suo malgrado nel ruolo del reazionario proprio mentre rivolgeva l’accusa a Bogdanov.

«La sua critica è la reazione naturale alle idee che hanno portato alla teoria dei quanti. La stessa critica viene naturale anche a noi, e la questione dibattuta da Lenin e Bogdanov ritorna nella filosofia contemporanea ed è una chiave per comprendere la valenza rivoluzionaria dei quanti» (p. 130-131).

Se le teorie scientifiche possono avere una valenza rivoluzionaria quanto e più di quelle politiche, il tentativo teorico-pratico di Bogdanov fu quello di provare a farle coincidere in un unico esperimento. Cambiare la struttura materiale ed economica della società cambiando di pari passo il modo di vedere il mondo. Laddove vedere, si è detto, non è inteso come attività meramente ricettiva, bensì come osservazione partecipata, interazione, reinvenzione. Il famigerato Proletkult (Organizzazione Culturale-educativa Proletaria), ovvero il contributo bogdanoviano alla rivoluzione bolscevica, troppo presto stroncato da Lenin e ricondotto sotto l’egida del ministero dell’educazione, voleva essere questo. Quell’esperimento fece in tempo a influenzare un giovane comunista italiano che decise di fondare un circolo del Proletkult nella sua città di residenza, Torino. Si chiamava Antonio Gramsci, e della centralità della cultura come terreno di conflitto avrebbe fatto una delle caratteristiche connotative del comunismo italiano.

Scienza, cultura, politica, tutto si tiene. E gli scienziati, scrittori, rivoluzionari, vivono calati nelle maglie della storia. C’è la parabola di Bogdanov, e c’è quella dei fisici tedeschi che si divisero tra l’adesione alla Germania nazista, come Heisenberg appunto, e l’appoggio ai liberali Stati Uniti, come Einstein e Oppenheimer, nella corsa alla costruzione della bomba atomica. A questo il libro di Rovelli fa soltanto qualche accenno, ricordandoci che quelle scoperte sono state usate sia per lo sterminio sia per salvare vite. Ma proprio per questo un problema etico-politico la storia finisce per riproporlo tanto agli scienziati puri quanto a chiunque altro. Se un punto debole di questo libro dev’essere trovato, bisogna allora dire che lo sguardo vagamente incantato con cui Rovelli racconta l’epopea dei quanti rischia di offuscare il rovescio della medaglia.

Bogdanov non fu vittima della svolta staliniana, per il semplice fatto che, disilluso e convinto com’era che quell’involuzione fosse già contenuta in certe premesse della rivoluzione d’Ottobre, non fece opposizione. Questo lo condannò a essere né carne né pesce, politicamente parlando, cioè a rimanere un geniale fallito, escluso dalle dinamiche collettive, fino alla prematura morte, che ebbe il sapore di un suicidio inconscio.

Anni dopo, Heisenberg aderì al nazismo, anche se questo significò non fare più riferimenti alle teorie del collega ebreo Einstein, e si impegnò a battere sul tempo i suoi vecchi sodali emigrati in America, affinché Hitler potesse sganciare loro in testa la bomba atomica per primo, ma fallì. Fortunatamente per lui il Premio Nobel glielo avevano già assegnato nel 1932, altrimenti dopo la guerra certo non lo avrebbe avuto.

Carlo Rovelli

Werner e Aleksandr, le cui foto compaiono in chiusura di Helgoland, sono figure tragiche, cioè ottima materia narrativa (non per niente noi altri l’abbiamo sfruttata). Viene da pensare che in questa dimensione rivoluzionata dalla fisica quantistica, attività come l’arte, la letteratura, la poesia, che tanto tempo fa vennero separate dalla scienza e scartate come metodi conoscitivi, potrebbero forse avere nuovamente una funzione complementare alla ricerca scientifica, per raccontare non solo e non tanto gli eroi e gli antieroi che fecero la rivoluzione, ma anche per provare a indagare e interpretare le implicazioni delle loro scoperte e teorie. In effetti il Proletkult avrebbe voluto rendere possibile proprio questo.

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31 commenti su “L’isola sacra e i comunisti quantici. Note su Helgoland di Carlo Rovelli

  1. Io sono portato a leggere il tema in altro modo: Lenin si mostra tutt’altro che digiuno di filosofia, ma ben addentro alle questioni logiche e dialettiche. E molto più idealista che pragmatico. Infatti Marx conosceva bene Hegel, mentre Mach lo ignorava, probabilmente a lui arrivò lo Hegel romantico/mistico e lo rifiutò. Perché è molto ingenuo dire che noi non abbiamo a che fare con la realtà oggettiva ma solo con le nostre sensazioni, chè se fosse così come potrei rilevarlo? Se lo rivelo è perché vi è qualcosa di emergente rispetto alle sensazioni, le quali si limitano a portare la presenza degli oggetti, ma nulla di più, e se noi possiamo parlare delle sensazioni è proprio perché esse non esauriscono il nostro modo di percepire la realtà. Hegel lo aveva spiegato benissimo. Questo è sufficiente per comprendere ciò che già i filosofi sapevano da millenni: la realtà non è così come ci appare, ma quando appare, appare a noi, che apprendendola la alteriamo. Se ciò è vero, anche postulare che vi sia una realtà precedente la mia sensazione di essa appartiene a ciò che appare ma che non necessariamente è. Il rischio che vede allora Lenin è che se la realtà non c’è, tutto viene lasciato in mano al soggetto, che coerentemente dubiterà dell’oggettività di se stesso e terminerà nel nichilismo che la cultura postmoderna ha poi reso possibile e attuabile. Questo Lenin lo aveva capito ma non potè far nulla per evitarlo. In effetti Lenin, come Marx, è materialista perché per loro lo spirito è la storia dell’uomo, ma in quanto la storia dell’uomo, la dialettica storica, è il fondamento della realtà, essa è reale, oggettiva, assoluta. Lenin vuole tenere fermo questo, è un’istanza logica, non politica.

    Aggiungo che nel dibattito degli ultimi decenni, l’espressione materialismo viene via via sostituita dall’espressione “fisicalismo”: proprio perché materia è un concetto con elementi oscuri (che i fisici chiamano metafisici ché per loro giustamente la chiarezza può solo essere fisica), si giunge a dei concetti, ad es. i quanti, le stringhe, che non sono certo materiali ma nemmeno non materiali, ossia resta un margine di oscurità fisica anche nelle attuali formulazioni, e tutto ciò che riguardava la “materia” (in sostanza il suo legame con le nostre sensazioni) resta tal quale.

    • «Il rischio che vede allora Lenin è che se la realtà non c’è, tutto viene lasciato in mano al soggetto, che coerentemente dubiterà dell’oggettività di se stesso e terminerà nel nichilismo che la cultura postmoderna ha poi reso possibile e attuabile.»
      Concordo. Paradossalmente perfino i vecchi aristotelici e tomisti medievali avrebbero convenuto con Lenin che il rischio era precisamente quello del “soggettivismo” relativistico e del nihilismo che avrebbe potuto derivarne. Ma loro almeno avevano Dio a cui appellarsi, mentre i marxisti hanno soltanto la storia. E nella storia, avrebbe detto Bogdanov, l’umanità (anzi, lui avrebbe detto “tutto”) funziona per organizzazione. Proprio perché non siamo monadi che osservano un’alterità oggettiva, ma parte di una rete di relazioni interdipendenti, tendiamo a organizzarci sistematicamente. Vale a dire che cerchiamo l’accordo, l’azione comune che è già conoscenza. Dunque anche il soggetto può essere una metafisica. Nel libro Rovelli dice infatti che la fisica quantistica mette in discussione anche noi stessi, la percezione che abbiamo della mente, ecc. Non mi spingo più in là, perché ovviamente non è un terreno su cui ci si possa orientare facilmente con il mio bagaglio culturale.

      • Però il problema detto così “la realtà non c’è” (sintetizzo) implicherebbe una visione solipsistica estrema o di idealismo estremo che credo non sia mai stata presa seriamente in considerazione. E per fortuna. Anche perché porterebbe alla follia. Ho letto velocemente seppur con attenzione e il tema è davvero interessantissimo e importantissimo. Era per dire che ecco penso non ci sia una visione giusta e una sbagliata di intendere scienza e filosofia (risintetizzo). Semplicemente non esistono o non hanno senso se non reciprocamente e vicendevolmente (ragionamento estendibile a letteratura poesia e musica ecc…) in continuo dialogo e confronto. Questa penso sia la realtà ideale. Oppure idea realistica. È uguale. Poi eticità. Comunque personalmente penso sia meglio parlare di metaempiria (grazie Jankélévitch tra gli altri) che il termine metafisica è troppo inflazionato. Leggerò il libro. Notte

        • Sono d’accordo che ritenere che la realtà non c’è sia assurdo: è logicamente contraddittorio, perché se la realtà non c’è anche ciò che si dice, che la realtà non c’è, non può essere reale, e quindi si cade in patente contraddizione.
          Il punto non è se la realtà ci sia o no, la realtà c’è necessariamente, il problema è se è vera realtà quella che noi crediamo tale, se è vero quello che ci appare come ovvio, qui alla mano, immediato.

          Il tema della realtà non può essere disgiunto da quello della verità. Proprio in questi commenti qualcuno ha fatto giustamente notare come la scienza moderna abbia abbandonato il concetto di verità, e pare che se la filosofia insiste su quel tema, mai riuscirà a dialogare con la scienza. Questo per me è un grande problema. Non è che la scienza moderna abbia abbandonato il concetto di verità, è impossibile, ma ne fa un uso parziale e a proprio vantaggio, cioè trasforma la verità in funzionalità. E’ vero solo ciò che possiamo verificare, e cioè è vero ciò che ci permette di ottenere una certa performance. Con ciò si riduce la verità a relazione, rendendola dipendente dal successo che è tutto in funzione dei problemi pratici dell’uomo, non ha alcun valore in sé. In breve la scienza moderna ha trasformato la verità da valore a funzione. Questo crea problemi, soprattutto quando il metodo scientifico lo applichi a oggetti umanistici.

          • Non lo so. Penso che il discorso dovrebbe indirizzarsi verso la direzione di una concettualizzazione della realtà in continuo divenire. Autopoietica insomma. Quindi in questo senso si potrebbe dire che c’è e non c’è senza alcuna contraddizione. Semplificando eh. Inoltre ho sempre pensato che sia più la scienza ad aver difficoltà, intesa come non volontà, di comunicazione con la filosofia piuttosto che il contrario. Comunque continua a risultarmi impossibile scindere queste discipline. Ma è opinione mia. Già provare a parlarne mi sembra qualcosa comunque. Vorrei scrivere di più ma al momento non ho il tempo. Grazie comunque. Sono argomenti che avevo un po’accantonato e sono contenta di tornare a rifletterci con calma.

            • Interessante quello che dite, recentemente ho letto “Il diritto alla città” di Henri Lefebvre, e cercando di concepire e dare una definizione di urbano, spiega come la filosofia e la tecnica non possono definire alcunchè, e contribuire in alcun modo, se in mezzo non c’è la pratica sociale, in continua relazione con entrambe le “discipline”. Trovo stretta la relazione tra quello che diceva Lefebvre e la discussione in essere. Non vado oltre, perchè non saprei come continuare al momento, ma filosofia, scienza, urbano e pratica sociale, non posso che percepire l’attualità dei concetti che stanno emergendo e che spero si possano approfondire. Per inciso, credo che l’urbanistica, sia attualmente sottomessa e succube dal fronte scientista.

              • Premesso che il fronte scientista non è certo coincidente con il fronte scientifico e precisando per evitare fraintendimenti eventuali, per quanto ingiustificabili, che io rispetto chi fa scienza seriamente perché sono studiosi veri volevo aggiungere che invece comincio ad odiare chi continua a mascherarsi approfittando di un paradigma di scienza che nessuno scienziato veramente serio considererebbe neanche lontanamente. Il problema della “realtà attuale” temo sia proprio questo. Poi scusatemi eh ma ho scritto la tesi specialistica relativamente ad una idea di scienza pura seppur traslata e narrata filosoficamente diciamo e quindi se parlate di questi argomenti divento inevitabilmente un attimo iperattiva. Anche se devo svegliarmi alle sei

                • @Negante: interessante spunto. Personalmente penso che la scienza abbia trasformato il concetto di veritá da concetto assoluto a “funzionale” piú per una questione di praticitá. Troppo spesso é accaduto in passato che l´applicazione di un concetto di “veritá” applicato al mondo reale sia risultato piú di impaccio che di aiuto, nel senso che il mondo naturale si é poi mostrato molto piú “fantasioso” e strano di quello che avevano pensato gli uomini. Da qui l´idea di ridurre il concetto di vero a “verificato sperimentalmente”.

                  Da un punto di vista scientifico credo che questo sia stato un bene, ma come effetto collaterale ha generato una serie di incomprensioni se non battaglie aperte con altri campi di indagine come quello umanistico o filosofico. Credo peró che in buona sostanza sia piú un problema di linguaggio che di altro. Mi pare di aver letto tempo fa del famoso confronto tra Einstein e Bergson dove i due sostanzialmente non si capirono affatto ma perché parlavano di concetti molto differenti usando la stessa parola: tempo.

                  Personalmente ho sempre considerato le varie discipline come differenti attrezzi della mia cassetta: rispondono a necessitá differenti. Un martello é perfetto per un chiodo, ma prova a usarlo per infilare una vite.

          • Mi permetto di inserirmi in questa bella discussione sulla verità per provare a dire qualcosa in più sul “metodo” che credo sia tanto importante quanto la nozione stessa di verità. In “Fede e Scienza” Bogdanov spiega perché il relativismo non è da folli o reazionari ma è, alla base, una forma di anti-autoritarismo. Per farlo si spinge fino alla “pazzia” mostrando che l’affermazione “Napoleone è morto il 5 maggio 1821” non è una verità assoluta ed eterna come affermava Lenin, anzi, la si può decostruire fino a svuotare l’evento menzionato di ogni significato. In questa operazione fa ricorso alla capacità, a quanto pare tutta umana, di immaginare e trascendere, quindi di espandere il significato di “Napoleone” (basta il nome per affermare l’unità dell’Io?), quello di “data” (e se non adottassimo il calendario gregoriano?) e la nozione di “morte” (del cuore? Del cervello?). Questa capacità e i pensieri che ne derivano appartengono già a una fisica quantica poiché l’osservazione è nel fenomeno stesso, anzi il fenomeno cambia in base alla prospettiva da cui lo osserviamo. Come direbbe Foucault, da un punto di vista delle scienze sociali, la verità non è che “Napoleone è morto il 5 maggio 1821” ma solo che “si muore”.
            Allargando all’antropologia, i riti funebri sono un campo di analisi privilegiato perché sono una costante delle organizzazioni sociali, la presenza dell’osservante non influenza il loro svolgersi e le divisioni epistemologiche “tra mondi” possono essere superate attraverso la prolungata e ripetuta osservazione della medesima performance rituale. Per farla breve, anche da questo lavoro di campo etnografico (un pò idealizzato) non può che emergere un’interpretazione quantistica della spiritualità che certo nulla ha a che vedere con la fisica dei quanti ma che si riferisce a come il mondo delle sensazioni entra in relazioni di intensità e di empatia con l’ambiente (le forze e i loro rapporti) e come anche la più “sperduta” delle comunità amazzoniche non è mai “sola ed isolata”. Secondo me, abbandonare la verità non significa necessariamente asservirla ad una funzionalità pratica. Questo è semmai un fenomeno localizzabile. Renderla prospettiva e relazione, al contrario, la libera, antropologicamente, da possibili riduzioni utilitariste.

    • Su Marx, il nichilismo e la cultura “postmoderna” (aggettivo comunque usato nei modi e contesti più diversi), mi pare si possa dire che alla critica marxiana dell’ideologia associata all’interesse di classe siano seguite varie critiche alla metafisica tout court – penso soprattutto a Nietzsche, Adorno e Horkheimer, Foucault, Derrida. Le loro opere (o almeno quelle a me note) – per diversi motivi anche molto feconde e stimolanti – mi pare non abbiano fornito proposte collettive concrete, di fatto, al di fuori di varie derive individualistiche. E questo probabilmente perché hanno ignorato ciò che invece la tradizione di pensiero che citavo altrove sapeva, e cioè che una qualche metafisica, ideologia, mitologia, religione è inevitabile per la sopravvivenza di una qualunque società umana.
      Mi ripeto: come ha ben spiegato Bourdieu, ogni forma di potere, e quindi ogni società, dipende da date percezioni collettive(!) della realtà, a cui si associano inevitabilmente dati miti, riti e simboli. Ecco perché “la religione non può sparire dal mondo, può solo trasformarsi” (H. de Saint-Simon, cit. in E.Gentile, “Le religioni della politica”).
      E infatti, storicamente, l’età contemporanea non ha semplicemente abolito le religioni tradizionali, ma le ha sostituite con quelle “laiche”, politiche” – come detto da un’altra fortuna corrente storiografica (E.Gentile, George Mosse etc.).
      Quindi oggi come sempre la questione, per una collettività, non è metafisica sì/no, ma a quale metafisica, ideologia, mitologia, religione dare più credito. E al momento quella tendente verso il comunismo pare la migliore, perché limita il più possibile le varie forme di potere e iniquità sociale.

  2. Quanto dell’adesione al nazismo di Heisenberg sia davuto alla reale condivisione delle idee di Hitler, e quanto al desiderio di proseguire le sue ricerche (una fascinazione che non è un’attenuante); e soprattutto, quale sia stato il reale ruolo di Heisenberg nella ricerca sull’atomica nazista, è tutt’altro che chiaro. Non a caso neanche il tribunale britannico istitutito alla fine della guerra (e gli inglesi fecero uso di cimici per interecettare le sue conversazioni private) riuscì a sciogliere il dubbio. Sull’atomica, ci sono due vicende controverse: per quale ragione Heisenberg si recò a Copenhagen a trovare Bohr durante l’occupazione, e un grossolano errore che fece inciampare la ricerca sull’atomica. Heisenberg intendeva avvertire, fra le righe, Bohr dei progressi tedeschi, o voleva provare ad estorcergli, per via indiretta, delle conferme sulle sue ipotesi teoriche? Sta di fatto che dopo quel colloquio Bohr si attivò per favorire la riceerca sull’atomica alleata, allarmato da quel che aveva intuito. Quanto all’errore, possibile che Heisenberg avesse confuso il funzionamento del reattore con quello della bomba, poco pratico dell’aspetto meccanico della ricerca? E ancora, possibile che abbia compiuto un grossolano errore di calcolo, lui che aveva una leggendaria capacità di calcolare a mente senza mai fare un errore? Heisenberg sostiene, nella sua autodifesa, di aver intenzionalmente inserito un errore nel progetto. Su tutto questo, materia narrativa eccome, Michael Frayn ha scritto uno strordinario dramma teatrale, che fa dell’indeterminazione una chiave di lettura dell’esistenza; lo si trova in rete con buone interpretazioni (una versione BBC con Stephen Rea e Michael Craig), ma ne circola(va) nei teatri una eccezionale, con Umberto Orsini, Giuliana Lojodice e Massimo Popolizio. Che non scioglie i dubbi, ma li rilancia: “la storia, scrive Frayn, non è ciò che accade mentre accade, ma ciò che sembra essere accaduto agli uomini quando guardano indietro”.

  3. Io confesso di essere sempre un po’ scettico quando leggo delle connessioni tra la filosofia e la fisica moderna. Non sono d’accordo con WM1 su questo, quando dice che tutto si tiene. Infatti la meccanica quantistrica è stata inventata per costruire un modello del comportamento della materia che era mostrato dagli esperimenti. La base sono gli esperimenti e non idee filosofiche. Se il mondo dell’infinitamente piccolo non si puo’ immaginare ma solo descrivere attraverso equazioni è dovuto solo al fatto che la nostra immaginazione è plasmata sulla scala di quello che riceviamo dai nostri sensi, che sono stati costruiti dall’evoluzione per sentire/vedere/odorare oggetti macroscopici. Se per qualche ragione avessimo al posto del tatto un rivelatore di particelle, la nostra immaginazione sarebbe del tutto diversa.
    Ma la fisica classica, e il suo linguaggio che è la matematica, non hanno molto a che fare con la “realta’” neanche loro. In nessun posto dell’universo è possibile dire che esiste una retta o un segmento o una circonferenza. La natura non ha leggi, le leggi sono inventate dagli uomini per costruire modelli che in certe condizioni consentono di descrivere in maniera utile il mondo fisico. Da questo punto di vista la scienza moderna è del tutto diversa da quella deli antichi, che pensavono di trovare la verita’ e mescolavano scienza e filosofia.
    Che poi i fisici amino anche dissertare sugli spunti che la fisica moderna offre per pensare il mondo degli uomini, va bene. Ma alla base di tutto, ripeto, ci sono solo gli esperimenti.

    • «Non sono d’accordo con WM1 su questo»

      Solo per precisare che la recensione qui sopra non è di Wu Ming 1. Quando un testo non è firmato vuol dire che è redazionale, cioè del collettivo.

  4. Alcune chiose.
    Heisenberg non dice che la realtà non esiste, ma che è indeterminata. È molto diverso. La realtà è variabile e la sua natura sfuggente, duplice, e costituita da una rete di relazioni. La realtà esisterebbe anche in mia assenza, ma sarebbe diversa. Nella teoria degli universi paralleli, di cui parla anche Rovelli nel libro, addirittura si ipotizzano diversi piani di realtà in cui diversi me interagiscono in modo diverso con il mondo. Ma Rovelli fa anche notare come la funzionalità abbia prevalso sulla verità perché la funzionalità è più semplice da trovare rispetto a una cosa che probabilmente richiede invece una trasformazione radicale del modo di pensare consolidatosi nell’arco di millenni (dicevo che noi continuiamo a dire che il sole sorge e tramonta). Io prima imparo a parlare e a leggere e poi casomai divento un linguista, la faccenda funziona così dalla notte dei tempi. Non so cos’è ma so come funziona. L’applicazione pratica di una scoperta scientifica trova più rapidamente e facilmente una via d’attuazione rispetto a tutte le sue implicazioni filosofiche.
    Questa non è una novità postmoderna. La novità è che non crediamo più a niente che vada oltre quell’applicazione immediata, ovvero oltre la nostra singola esistenza immanente.
    Ellul direbbe che il problema è il sistema tecnico tautologico, noi marxisti diciamo che è il sistema socio-economico capitalistico: se una scoperta può essere fatta fruttare in qualche modo verrà fatta fruttare. Einstein, Bohr e Heinsenberg lavoravano all’applicazione delle loro scoperte sull’energia atomica ben finanziati da stati potenti: la bomba atomica è stata costruita, le centrali nucleari pure, ma siamo ancora qui a leggere il libro di un divulgatore per capire le implicazioni della fisica quantistica.
    È per questo che siamo al punto in cui siamo, non perché è andato in crisi l’umanesimo, cristiano e ateo. L’umanesimo è andato in crisi sotto i colpi del capitalismo. È il capitalismo, non la scienza, che ha ucciso Dio, ovvero che ha abolito tanto lo spazio “spirituale”, tutt’al più relegandolo alla sfera intima, quanto la prospettiva storica di un oltre da sé (vedi “La fine della storia”, Fukuyama) e di un sol dell’avvenire, sostituendoli con l’eterno presente immanente della merce.
    Come fa notare Rovelli, passando dalla fisica quantistica si arriva in realtà in una dimensione nient’affatto facilmente percepibile con i nostri strumenti concettuali, magari sull’orlo di visioni religiose, a paradossali punti di congiunzione che tra l’altro già Fritjof Capra negli anni Settanta aveva suggerito.
    Quando Bogdanov & soci sollevarono il problema, dicendo che “Dio” non poteva soltanto essere liquidato ma andava sostituito con l’umanità, cioè appunto con una prospettiva umanistica e comunistica che proiettasse il soggetto oltre il sé, con un’immortalità laica, declinata «alla prima persona plurale» (Proletkult, p.263), Lenin si incazzò al quadrato: «Mo’ questi si sono messi in testa di cercare Dio…sono pazzi». Non si capivano proprio, purtroppo.

    • Scrivo questa cosa in forma narrativa perché qui fortunatamente è innanzitutto un luogo di interazione tra persone che sanno comprendere il potenziale immenso della scrittura. Racconto: oggi ho dedicato la giornata alla riorganizzazione della situazione legna per riscaldamento. Non da sola per fortuna. Sennò avrei già optato per una ibernazione definitiva. Ci sono persone che mi stanno aiutando. Sono in montagna. Non sono nel medioevo. Il problema temperatura vivibile in casa è quindi piuttosto importante siccome qui non è che c’è il clima ideale semplicemente programmando il termostato. Qui se vuoi sopravvivere ti attivi e alimenti l’elemento fuoco per ore e ore finché ti dici: ora ci siamo. Va bene. Ecco per dire che sono più che certa che il problema per quel che mi concerne non sia certo una carenza di realismo. Ma in questo mondo sembra che dire la parola idealismo sia un affronto a chissà chi. Invece vorrei un idealismo bello. Un idealismo costruttivo. Un idealismo creativo. Non è un male. Ora mi zittisco che domani devo di nuovo svegliarmi alle sei perché ci sono tanti lavori importanti da fare.

    • Sono d’accordo sul senso generale del commento, in particolare con l’esigenza di una “spiritualità” laica, umanistica, comunistica da contrapporre alle odierne derive individualistiche e – aggiungerei – alla riduzione dell’uomo a mera macchina, a corpo nel senso più banale del termine.
      Queste derive comunque non le direi causate solo dal capitalismo e non dalla scienza, perché il punto è che – a ulteriore dimostrazione dei nessi inscindibili tra filosofia, politica, scienza etc. (almeno a un livello non immediato come quello a cui si riferiva “Talpa60”) – già Darwin s’ispirava a Malthus e H.Spencer eliminando dalle società umane ogni traccia di spiritualità “laica”. (Traduco ad esempio un passo da The Descent of Men: “presso i selvaggi, i deboli fisicamente o moralmente sono presto eliminati […]. Noi civilizzati invece costruiamo istituti per l’imbecille, il menomato e il malato; istituiamo leggi per i poveri; e i nostri medici fanno il massimo per salvare la vita di chiunque […]. Nessuno che conosca la riproduzione degli animali domestici potrà negare quanto ciò sia altamente dannoso per la razza umana”, etc.)

      Quindi più precisamente direi che il problema è nell’enorme fortuna che ha avuto questa visione della società umana (comunque legata a una teoria scientifica, non alla scienza tout court) tutta schiacciata sul dato più immediatamente e banalmente biologico – che intreccia filosofica, scienza, politica – oggi alla base delle società capitalistiche.

    • E’ paradossale che in tutto il discorso rimane fuori la pratica occidentale che più è andata in profondità su questi argomenti, la filosofia (ad eccezione di Marx, giustamente molto citato). Forse è il momento di comprendere che il capitalismo è solo la fase finale di un processo culturale ben più ampio (che ha costruito l’ambiente culturale ideale per lo sviluppo del capitalismo così come lo conosciamo oggi). Se non si comprende questo passaggio si rimane stupiti quando a fallire (nel senso dell’umanità, non dell’umanesimo) sono forme/progetti/visioni non di tipo capitalista. Ma si sa, è sempre colpa dei poteri forti, buttiamo giù tutto (e sarei anche d’accordo), poi però prepariamoci ad affrontare il vuoto della nostra stessa visione, ancorata ad un’idea di umanesimo molto ingenua (l’umanesimo, a me pare, non sembra così puro ed innocente).

  5. Entro in questa discussione chiaramente al di là dei miei mezzi e delle mie letture abituali solo per dire (per buttarla lì) che nel mondo new age, wellness etc. si fa ampio uso di “esempi quantistici” come ad esempio tutta la questione del gatto di Schrödinger (anche al di là delle “intenzioni” dei veri fisici e probabilmente senza saper padroneggiare realmente la materia così complessa) per sostenere che è il “pensiero che genera la realtà” e non viceversa.
    Per arrivare a questa affermazione si passa per le dottrine indù in cui la realtà percepita non è “reale” poiché filtrata e alterata dal “velo di Maya” che nasconde la vera realtà (e credo qui volendo si possa arrivare a Heisemberg).
    In estrema sintesi e semplificando al massimo siamo noi, con il nostro pensiero (es. immaginare l’evoluzione di una situazione in un modo positivo o negativo) a far collassare la realtà in un modo o nell’altro e a trovarci con il gatto morto o con il gatto vivo.

    • Cugino, questo approdo era quello che prevedeva Lenin, cioè una china idealistica e per questo contrastò Bogdanov tutta la vita. Quello che Rovelli fa notare è che però quella china prende una direzione molto diversa rispetto a quanto affermavano Mach e Bogdanov. Loro non hanno mai detto che è la mente a produrre la realtà né che si dovesse sollevare alcun velo per svelare la vera realtà, magari in un qualche ulteriore piano di coscienza o stato di illuminazione. Al contrario, hanno detto che noi possiamo e dobbiamo occuparci soltanto del velo, che è concreto, fisico, sensibile, non ideale. Il velo è il nostro modo di interagire col mondo, quindi è il mondo conoscibile ed esperibile. Ma la trama del tessuto non è fissa, ed è su quella quindi che bisognava lavorare.

      • Grazie WM4.
        Mi piace l’idea di operare e occuparci soltanto del velo, sapendo però come dici tu “che la trama del tessuto non è fissa”.
        E capisco anche (capisco adesso che me lo hai spiegato) che l’idea di “dover sollevare un velo” prevedendo ulteriori piani di coscienza possa anche essere un controproducente diversivo idealistico dall’unica cosa che in realtà si può fare, e cioè operare sulla parte concreta e fisica alla nostra portata.
        Il fatto è però che per poter operare bene e “proprio” nella direzione voluta sulla “trama mobile” del tessuto reale è necessario innanzitutto sapere che la trama è mobile e non fissa e, secondo quanto dice la new age, essere consapevoli che parte del “velo” è data dall’identificazione con l’io e con i meccanismi automatici della personalità e che tanto più siamo identificati con questi tanto più “la trama” viene fissata e diventa immodificabile.
        Per questo ultimamente nella new age (o almeno nei frammenti che ho letto io in rete, non ne ho una conoscenza sistematica, come quasi di nient’altro) passa l’idea che non vadano distinti spirito e materia (dal momento che sono una cosa sola) ma che piuttosto si debba “portare lo spirito nella materia”, agendo nella quotidianità in modo distaccato con la consapevolezza dell’influenza dei nostri meccanismi mentali e psicologici legati alla personalità.
        Adesso che ho riletto quanto ho scritto mi è venuto un esempio Tolkeniano azzardato ma secondo me calzante cosa si può intendere nel “portare lo spirito nella materia”:
        nelle intenzioni iniziali Saruman forse non era del tutto diverso da Gandalf, ma Saruman si è lasciato guidare dall’ego e ha ceduto alla propria personalità e volontà di dominio, mentre Gandalf è rimasto sempre “in contatto” con lo spirito pur agendo nel mondo materiale e con mezzi e compagni di strada che più materiali non si può.
        :-)
        Comunque Helgoland cercherò di leggerlo perché l’argomento è veramente interessante.

    • Starei molto molto cauto nell´usare la meccanica quantistica e legarla alla new age. Generalmente si fa una grossa confusione sui vari concetti e si mischiano parecchio le carte.

      Anche in merito alla questione della filosofia indiana, il velo di Maya é qualcosa di intrinsecamente differente dall´indeterminazione quantistica in quanto la realtá come fenomeno che nasconde un qualche noumeno non ha bisogno della meccanica quantistica e va benissimo anche in ambito di fisica classica pre quantistica.

      In generale mi associo a quella vecchia battuta che diceva “quando sento nominare il gatto di Schroedinger metto mano alla pistola”

      • Sì, avevo già sentito la battuta e hai ragione. Non volevo mettere la fisica nella new age o la new age nella fisica.
        Volevo solo dire (e mi rendo conto di essere stato probabilmente frainteso anche prima da WM4) che l’idea di Bogdanov che «Se il nostro sguardo fa parte della realtà allora il cambiamento della realtà non può prescindere dal cambiamento del nostro sguardo.» è un‘idea che forse può dare qualche problema a un “materialista” tout court, ma a cui un newagey può aderire serenamente e senza traumi, e che anche io mi sento di condividere. In effetti per dire quanto sopra non avevo alcun bisogno della “pezza di appoggio” fisica che tanto non so maneggiare.

        Tra l’altro, la new age va anche oltre: fanno parte a qualche titolo della realtà materiale anche il pensiero e l’immaginazione: quindi anche sul “cambiamento” di questi bisogna operare se si vuole cambiare la realtà.
        Comunque la chiudo qui, non vorrei andare troppo fuori tema.
        PS: riferito al tuo commento sul mio nick in altro thread, sì, la trilogia della spada di ghiaccio è ufficialmente il primo fantasy che ho letto.
        :-)

  6. La Storia della scienza ha dimostrato che Bogdanov aveva ragione, non Lenin.
    Chissà quale sarebbe stato l’esito della Rivoluzione se avesse prevalso la visione di Bogdanov….
    Del resto Lenin non credo che sia da ricordare come filosofo.
    Lenin agisce nel campo d’azione del marxismo, figlio del paradigma scientifico ottocentesco.
    Occorrerebbe qualcuno che lo aggiornasse, alla luce del cambio di paradigma della fisica quantistica.
    Il lavoro sarebbe enorme ma affascinante.
    Questo rende onore a Bogdanov e alla sua visione del marxismo e della rivoluzione…

  7. Grazie per questa splendida recensione del mio libro. Mi piace molto e ci sono un sacco di cose che non sapevo. Per esempio la relazione fra il Proletcult e Gramsci (che a posteriori sembra ovvia. Avrei dovuto pensarci.) Ne approfitto per ringraziarvi dei vostri libri, che apprezzo moltissimo e a cui ovviamente devo molto. Non solo il romanzo su Bogdanov: tutt). E visto che sono qui: bello questo sito, non lo conoscevo: ci sono arrivato solo per la recensione al mio libro. Sono impressionato per i commenti: è raro trovare una pagina con commenti che vanno in direzioni diverse ma tutti intelligenti e interessanti. Il problema filosofico su cui si sono scontrati Bogdanov e Lenin in fondo è ancora al cuore del dibattito culturale contemporaneo. La questione politica che gli corrisponde meno, purtroppo….

    • A proposito dell’Istituto di Cultura Proletaria che Gramsci ed altri fondarono a Torino, sul modello del Proletkul’t bogdanoviano, tempo fa abbiamo scritto questo articolo, con vari rimandi a chi prima di noi ha affrontato la questione:
      https://www.wumingfoundation.com/giap/2019/02/quando-le-eteronavi-atterravano-a-torino-antonio-gramsci-e-la-quistione-bogdanoviana/

      Aggiungo un ulteriore piccolo dettaglio, che nella recensione non ha trovato spazio: non solo Bogdanov firmò alcuni suoi articoli con lo pseudonimo “Werner”, ma il professor Werner è un personaggio del suo romanzo “Stella Rossa”. E’ il dottore che cura il compagno Leonid, ritenuto pazzo dopo il suo ritorno da Marte. Ed è a lui che Leonid consegna il suo diario, prima di fuggire dalla clinica. Nella finzione letteraria, è al dottor Werner che si deve il racconto del primo viaggio spaziale di un proto-cosmonauta russo. A quei tempi, l’altro Werner aveva sette anni soltanto. Ma chissà, forse c’è un un universo parallelo, accessibile dal nostro, dove Werner e Aleksandr si sono conosciuti a Berlino, o a Tula, alla fine dell’Ottocento…

    • Ci leggiamo reciprocamente a quanto pare :-) Ringraziamo a nostra volta perché da tempo i tuoi libri ci forniscono spunti, in particolare L’ordine del tempo è stato molto importante per i dialoghi de La macchina del vento: Giacomo Pontecorboli non penserebbe né direbbe quelle cose, o le direbbe in modo molto diverso, se non ci fosse stato il tuo libro.

  8. “Nel momento in cui la realtà non è più fatta di microparticelle individuabili, bensì di quanti di energia che rendono solo probabilisticamente mappabile il percorso delle suddette particelle… “
    Volevo aggiungere che questa interpretazione probabilistica della meccanica quantistica è sì quella più nota, ma non è scontata e incontra tutt’ora una grande resistenza. Altre interpretazioni, come quella degli universi paralleli (che per inciso non è un trip da scoppiati, ma piuttosto main stream tra i fisici teorici) in alcune delle sue varianti, cercano di fare a meno del tutto della lettura probabilistica della funzione d’onda, vista come un trucchetto matematico che fa tornare bene i conti ma aggira la domanda centrale del cosa sia la realtà. “Shut up and calculate!” – così è stata ironicamente sintetizzata l’interpretazione di Copenhagen, e ha molti critici.

    Leggerò il libro! Sono curiosa di sapere se Rovelli entra anche nel merito delle implicazioni ideologiche dell’interpretazione di de Broglie-Bohm, che credo sia quella preferita da coloro che vogliono tenersi alla larga dalla metafisica e mi sembra la più compatibile con un’impostazione materialista.

  9. Non ho letto Helgoland, credo che lo leggerò. A chi interessa la meccanica quantistica suggerisco anche “Un’occhiata alle carte di Dio” di Ghirardi, che espone in maniera accessible ma solida questi concetti.

    Per rispondere a Tina, prima di tutto non sono così sicura che l’interpretazione a molti mondi sia mainstream tra i fisici teorici, né che l’interpretazione probabilistica della QM sia vista come un trucchetto matematico; ma questo è probabilmente off-topic.

    Più importante, per quanto riguarda l’interpretazione di Copenaghen (quella di Bohr e Heisenberg) VS la meccanica Bohmiana, io le leggo in maniera opposta a quella di Tina: la teoria di de Broglie-Bohm, ipotizzando l’esistenza di variabili nascoste – cioè di una realtà soggiacente, inaccessibile al misuratore ma oggettiva ed esistente – mi sembra tremendamente più metafisica dell’interpretazione di Copenaghen, che dice, in fondo, che no, non possiamo sapere dove è la particella perché essa stessa non è ben localizzata, fino a che non la osserviamo.

    Spingendo agli estremi l’interpretazione di Copenaghen, arriveremmo a dire che non esiste una verità assoluta. Secondo me non aggira la domanda su cosa sia la realtà: risponde che no, non c’è questa realtà assoluta.

    My two cents: non sono certo un’esperta e sono troppo emotivamente coinvolta (spero troppo che l’interpretazione di Copenaghen sia quella che si rivela giusta, alla fine).

    • Ciao herato, grazie per la risposta che prendo come un invito a essere più concreta e dare qualche referenza.

      Davi Bohm era uno scienziato marxista (a Princeton negli anni quaranta… chapeau!) e la sua interpretazione della mecc. quant. nasce programmaticamente come una lettura della fisica moderna nell’ambito del materialismo dialettico. Quindi la matrice materialista c’è, almeno nelle intenzioni. Poi, come scrivi tu, le variabili nascoste forse suonano metafisiche e l’onda-pilota non è chiarissima neanche a me, lo ammetto, ma questa è una considerazione superficiale. Il suo era un approccio realista, appoggiato anche da Einstein – socialista anche lui, tra l’altro. Bohm dice in un’intervista, credo sia su youtube ma non la trovo adesso, cito a memoria: “Quando gli studenti cominciano a studiare la meccanica quantistica, si chiedono se riusciranno a capirla. Ma un anno dopo si dicono: Ehi, non c’è niente da capire, basta fare i calcoli!” Purtroppo è una descrizione molto azzeccata, questo intendevo con trucchetto matematico. I prof ti spalmano lì l’interpretazione di Copenhagen e bona lè… che poi anche per chi tifa per Copenhagen questa modalità è un vero sacrilegio, perché cognitivamente e intellettualmente è una cosa gigante e controintuitiva e invece viene trattata come un fattarello da mandare giù senza tante questioni. “Sta zitta e fa’ i conti!”, appunto.

      Tu scrivi che non c’è una realtà assoluta. Bohm voleva evitare il passo che porterebbe ad affermare che non c’è la realtà tout court. Voleva salvare la realtà, e la causalità. Qui un buon articolo:
      https://history.ubc.ca/wp-content/uploads/sites/23/2019/06/2002bohm.pdf
      Mi sono resa conto ora ricercando che nei suoi ultimi anni si è mosso verso teorie olistiche e si è interessato alla spiritualità, forse anche lui è un esempio di qualcuno che, come scrivono i WM di Bogdanov, non si lascia definire schematicamente come materialista o idealista, quindi grazie herato per avere sollevato il dubbio.

  10. Sull’altro punto: volevo dire che l’interpretazione a molti mondi di Everett è main stream nel senso che la sostengono/sostenevano certi pezzi da novanta come Hawking e Tegmark (che basterebbero in due a fare un “main stream”, ma non sono i soli), poi ci sono altri calibri come Penrose, Weinberg e Rovelli (credo) che la rifiutano. Tegmark scrive che un sondaggio informale tra colleghi a una conferenza ha mostrato che l’interpretazione dei molti mondi era la seconda più accreditata, mentre quella di Copenhagen veniva molto dopo! Qua: https://arxiv.org/abs/quant-ph/9709032

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