Nuova edizione speciale per #StellaRossa: ecco il primo capitolo

La copertina della nuova edizione di Stella Rossa

di Kollektiv Ulyanov

È ormai passato un po’ di tempo dalla pubblicazione congiunta di Stella Rossa e Proletkult. Molti di voi crediamo abbiano già letto il romanzo di Aleksandr Bogdanov, che ha ispirato l’ultima fatica di Wu Ming, che a loro volta hanno stimolato la riscoperta di un autore dimenticato al di fuori delle mura accademiche non solo in Italia, bensì anche in patria. In Russia oggi il romanzo si trova in una versione mignon che non rende affatto giustizia alla mole di idee e informazioni inserite all’interno della trama dal geniale scrittore russo – nonostante sia senza dubbio riduttivo definirlo soltanto uno scrittore.

Agenzia Alcatraz, la casa editrice che ha ripubblicato Stella Rossa con la nostra traduzione, ha deciso di mettere sul mercato una nuova edizione con una copertina diversa, in gergo variant, disegnata dallo stesso artista – Luca Martinotti / SoloMacello – che trasmette, a nostro avviso, ancor più forza rispetto alla “standard”.

Per l’occasione, abbiamo chiesto che venisse pubblicato su Giap il primo capitolo del romanzo a beneficio di chi non l’ha ancora letto. Prendetelo un po’ come un invito a salire sull’eteronave, in attesa che il mese prossimo venga pubblicata la nostra nuova traduzione di Ingegner Menni, il prequel del romanzo. Ma di questo parleremo un’altra volta.

Vperëd!

I

ROTTURA

Tutto ebbe inizio quando si formò nel nostro paese quella grande frattura, la quale permane e, credo, si stia avviando ora alla sua inevitabile e terribile conclusione.

Quei primi giorni sanguinosi avevano scosso la coscienza sociale in profondità, a tal punto che tutti s’attendevano un esito rapido e lieto della lotta: pareva che il peggio fosse ormai alle spalle, e nulla di più grave potesse ancora accadere. Nessuno aveva la benché minima idea di quanto potessero attanagliare le mani ossute del morto, che stringevano i vivi – e continuano a farlo – in un abbraccio convulso.

L’eccitazione della battaglia si stava diffondendo con rapidità tra le masse. Le anime della gente si schiudevano con abnegazione all’incontro con il futuro: il presente svaniva in una nebbia rosata e il passato si smarriva in lontananza, sfuggendo alla vista. Le relazioni umane si erano fatte instabili e fragili, come non mai.

In quei giorni, si verificò qualcosa che sconvolse la mia vita e mi strappò via dalla corrente della lotta popolare.

Nonostante i miei ventisette anni, ero uno dei membri “anziani” del partito. Contavo sei anni di lavoro, con una sola interruzione dovuta a dodici mesi di carcere. Io, prima di molti altri, avevo avvertito l’incombere della tempesta e l’avevo accolta, rispetto a loro, con maggior serenità. Toccava lavorare di gran lunga più di prima, ma nel contempo non avevo abbandonato i miei studi scientifici – ero interessato alla questione della struttura della materia – né quelli letterari: scrivevo su riviste per bambini, e questo mi dava da vivere. In quel momento ero innamorato… o almeno mi pareva di esserlo.

Il suo nome di partito era Anna Nikolaevna.

Lei apparteneva a una corrente diversa, e più moderata, del nostro partito. Cosa che mi spiegavo per la bonarietà della sua natura e la generale confusione dei rapporti politici nel nostro paese; nonostante fosse più grande di me, la reputavo una persona non ancora del tutto matura. E in questo mi sbagliavo.

Pochissimo tempo dopo l’inizio della nostra relazione, le differenze caratteriali cominciarono a influire in maniera sempre più vistosa e morbosa su entrambi. A poco a poco assunsero la forma di un profondo dissidio ideologico nella concezione dei nostri rapporti col lavoro rivoluzionario e nella comprensione del senso del nostro stesso legame.

Lei si immolava nella rivoluzione sotto il vessillo del dovere e del sacrificio, io invece sotto quello del mio libero desiderio. Lei aderiva al grande movimento del proletariato come una moralista, trovandovi compiacimento nella sua morale superiore, mentre io come un “amoralista”, semplicemente amante della vita che desidera la sua massima crescita ed entra, dunque, in quel flusso che incarna la via maestra della storia verso quell’ascesa. Per Anna Nikolaevna, l’etica proletaria era sacra in sé; io ritenevo, invece, che fosse un utile apparato, necessario alla classe operaia nella sua lotta, ma contingente, come la stessa lotta e il sistema di vita che l’aveva generata. Secondo Anna Nikolaevna, nella società socialista era soltanto possibile prevedere la conversione della morale della classe proletaria in una universale; io, invece, reputavo che il proletariato già ora si dirigesse verso l’annientamento di una qualsiasi morale e che il sentimento sociale che rende le persone compagne nel lavoro, nella gioia e nella sofferenza si sarebbe sviluppato nella sua completezza solo quando ci si fosse liberati dell’involucro feticistico della moralità. Da queste divergenze non di rado nascevano contrasti sulla valutazione dei fatti politici e sociali, contrasti che, com’era ovvio, era impossibile appianare.

In modo ancor più evidente differivamo nel punto di vista sul nostro legame personale. Lei credeva che l’amore obbligasse ai compromessi, ai sacrifici e, soprattutto, alla fedeltà finché il matrimonio dura. Io non avevo proprio alcuna intenzione di dare il via a nuove relazioni, ma non potevo nemmeno osservare l’impegno di fedeltà, come fosse un vincolo. Pensavo addirittura che la poligamia fosse, in via di principio, superiore alla monogamia, poiché questa è capace di dare alla gente sia una maggiore ricchezza nella vita privata che una più alta varietà nella sfera delle combinazioni genetiche. A mio avviso, solo le contraddizioni del sistema borghese rendono la poligamia inattuabile, un privilegio degli sfruttatori e dei parassiti, che contaminano tutto con la loro psicologia marcia. È qui che il futuro deve condurre a un cambiamento radicale. Anna Nikolaevna era fortemente indignata da simili idee: vedeva in queste un tentativo di camuffare un rozzo rapporto carnale con la vita.

Eppure, non avevo previsto e ammesso l’inevitabilità della rottura, quando nelle nostre vite subentrò un’influenza esterna che affrettò la separazione.

Più o meno in quel periodo, giunse nella capitale un giovane il cui nome, Menni, suonava alle nostre orecchie insolito e misterioso. Portò con sé alcuni messaggi e ordini dal sud, dai quali si poteva intuire che godeva della piena fiducia dei compagni. Dopo aver portato a termine i suoi affari, decise di rimanere nella capitale per qualche tempo e cominciò a farci visita spesso, rivelando una chiara propensione a stringere amicizia con me.

Era una persona originale sotto molti aspetti, a partire da quello esteriore. I suoi occhi erano nascosti sotto un paio di occhiali scuri a tal punto che non riuscivo a capirne il colore; la sua testa era grande, quasi sproporzionata; i tratti del volto erano belli, ma sorprendentemente fissi e senza vita, tanto da non essere in armonia con la sua voce vellutata ed espressiva, né con il suo fisico snello, agile e giovane. La sua parlata era disinvolta, fluente e sempre piena di sostanza. La sua formazione scientifica era assai settoriale; con ogni probabilità era un ingegnere.

Durante le nostre conversazioni, Menni aveva costantemente la tendenza a filtrare le questioni private e pratiche secondo i fondamenti ideologici collettivi. Quando si trovava a casa nostra, capitava puntualmente che le differenze di carattere e le diversità di opinione tra me e mia moglie venissero a galla in modo così evidente e vivido che cominciavamo a sentire l’irreparabile distanza che ci separava. La visione del mondo di Menni era a quanto pare simile alla mia; si esprimeva sempre con delicatezza e prudenza nella forma, ma allo stesso tempo era incisivo e profondo nella sostanza. Sapeva combinare così abilmente le divergenze politiche tra me e Anna Nikolaevna con le principali differenze nella nostra concezione del mondo, che questi disaccordi parevano inevitabili dal punto di vista psicologico, quasi come deduzioni logiche, tanto che svaniva ogni speranza di avere la meglio uno sull’altra, di appianare i contrasti e giungere a una soluzione comune. Anna Nikolaevna nutriva una sorta di odio per Menni, unito a un vivo interesse. A me ispirava una grande stima e una vaga sfiducia: sentivo che mirava a qualcosa, ma non riuscivo a capire cosa fosse.

In un giorno di gennaio – era oramai la fine del mese – ci attendeva una discussione tra i gruppi dirigenti di entrambe le correnti del partito riguardo a un progetto di dimostrazione di massa, che sarebbe probabilmente sfociata in uno scontro armato. La sera prima Menni venne da noi e sollevò la questione relativa alla partecipazione a questa manifestazione dei dirigenti del partito, se fosse stata confermata. Ne scaturì una disputa che assunse presto toni accesi.

Anna Nikolaevna sostenne che chiunque avesse espresso consenso in favore della dimostrazione aveva l’obbligo morale di marciare in prima fila. Io trovavo che ciò non fosse per niente obbligatorio, ma che dovevano andare solo coloro la cui presenza era necessaria, oppure chi poteva essere effettivamente utile, e con ciò mi stavo riferendo a me stesso, data la mia esperienza in affari del genere. Menni andò oltre e affermò che, in vista dell’inevitabile scontro con l’esercito, sul campo dovevano trovarsi arruffapopoli e coordinatori delle operazioni, ma quello non era di certo posto per capi politici, e che le persone deboli di fisico o di nervi potevano persino essere controproducenti. Anna Nikolaevna percepì come un’offesa diretta questi discorsi, che le parvero rivolti proprio contro di lei. Interruppe la conversazione e si ritirò in camera sua. Presto se ne andò anche Menni.

Il giorno seguente dovetti alzarmi di buon’ora e uscire senza salutare Anna Nikolaevna. Ritornai a sera inoltrata. Il nostro comitato, così come il collettivo dirigente dell’altra corrente, come venni poi a sapere, aveva bocciato la proposta di manifestazione. Di questo ne fui contento, poiché sapevo quanto fossimo impreparati di fronte a un conflitto armato e consideravo che una tale azione sarebbe stata un inutile spreco di forze. Credevo che questa decisione avrebbe affievolito l’acuto risentimento di Anna Nikolaevna dovuto alla discussione della sera precedente. Al mio ritorno, sul tavolo trovai un biglietto di Anna Nikolaevna:

«Me ne vado. Più comprendo voi e me stessa, più mi è chiaro che stiamo andando in direzioni differenti e che siamo in errore entrambi. È meglio non incontrarsi mai più. Perdonatemi.»

Vagai a lungo per le strade, sfinito, con un senso di vuoto nella mente e di freddo nel cuore. Quando tornai a casa, trovai lì un ospite inatteso: Menni era seduto al mio tavolo e scriveva un biglietto.

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