Patria e morte. L’italianità dai Carbonari a Benigni

Ieri sera, nella gremita sala conferenze della Biblioteca comunale di Rastignano – è una frazione del comune di Pianoro (BO), ma sta subito a ridosso di Bologna ed è de facto un quartiere sud-est della città – Wu Ming 1 e Wu Ming 2 hanno parlato di: Risorgimento, Unità d’Italia, patria e tricolore, Inno di Mameli, Benigni a Sanremo, idiozie leghiste e neo-borboniche, “Italiani brava gente”, familismo amorale, avventure coloniali italiane del XIX e XX secolo, guerra di Libia, Tripoli bel suol d’Amore, l’exploit dell’anarchico Masetti alla caserma Cialdini di Bologna, manovre e “sabbiature” intorno all’Armadio della vergogna, crimini di guerra italiani in Africa e nei Balcani, Il leone del deserto e Fascist Legacy, Goodbye Malinconia di Caparezza, e chi più ne aveva più ne metteva.
Abbiamo iniziato così:

«Qualcuno in questa sala saprà già chi siamo, saprà che siamo dei biechi, sordidi, pericolosi sovversivi, non certo le prime persone a cui una bibliotecaria sana di mente penserebbe di affidare la celebrazione di una festa nazionale.
Chi invece non ci conosce e non ha visto lo strano titolo che abbiamo dato alla conferenza, e magari si aspetta una serata “ortodossa” di retorica patriottica, si tolga quest’idea dalla testa, altrimenti rimarrà deluso.
Tuttavia, probabilmente rimarrà deluso anche chi si aspetta di sentire discorsi da “bastiancontrari de ultrasinistra”, da guastafeste del 150enario.
Siamo venuti qui a proporre delle riflessioni. Riflessioni che speriamo non semplicistiche, e che potranno anche essere urticanti, dolorose, ma – a suo modo – la nostra sarà comunque una celebrazione. Una celebrazione rigorosamente non “bipartisan”.»

Abbiamo fatto due interventi di circa un’ora ciascuno. Sembra tanto, ma in due non abbiamo coperto 1/4 di un comizio medio di Fidel ai tempi d’oro.
E comunque, tutti ci hanno assicurato di non essersi accorti del tempo che passava.

Oggi proponiamo l’audio del primo intervento, quello di WM1. La prossima settimana metteremo on line anche quello di WM2, infine seguiranno le trascrizioni (con bibliografia).
La falsariga, insomma, è più o meno quella della “Lezione su 300di WM1 (2007).

– § –

PATRIA E MORTE. L’ITALIANITÀ DAI CARBONARI A BENIGNI (59’12”)
PATRIA E MORTE. L’ITALIANITÀ DAI CARBONARI A BENIGNI (59’12”)

Una curiosa parentela – Il Tricolore ai balconi oggi e nel 2003 – Addis Abeba, 19 febbraio 1937.
Benigni a Sanremo, pericoli strategici di un’innegabile vittoria tattica:
1. Esecuzione dell’inno; 2. Le facce incupite dei post-fascisti in prima fila; 3. Tradizioni inventate e  mito tecnicizzato dell’Italia da Scipione in avanti; 4. Terra, stirpe e confini assegnati da Dio: Trieste e i Balcani secondo i carbonari e Mazzini; 5. Una narrazione auto-assolutoria: gli italiani come vittime; 6. Patriottismo e nazionalismo; 7. L’articolo di Alberto Mario Banti sul Manifesto e le reazioni; 8. La nazione come famiglia e il familismo amorale.
Da Ladri di biciclette a Goodbye MalinconiaIl leone del deserto come cartina di tornasole della continuità fascismo/democrazia –  L’Armadio della vergogna e le nostre stragi modello Marzabotto – Graziani, Roatta, Badoglio etc. –  Come parlare del Risorgimento senza cadere nella trappola? – Parlare dei Risorgimenti – Due cose sul compagno Garibaldi – Breve inciso sulla Comune di Parigi (1871-2011) –  Impossibilità di una memoria condivisa, raccontare evidenziando ogni volta il conflitto – La proposta di Banti: non Risorgimento, ma Resistenza e Costituzione – Non è sufficiente, ma è meglio dell’altra opzione.

N.B. Quando a un certo punto viene nominato il ministro Rotondi, il riferimento è alle critiche rivolte da costui a Caparezza per via di questa canzone.

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65 commenti su “Patria e morte. L’italianità dai Carbonari a Benigni

  1. Sto ascoltando, dovrò anche interrompere e continuare dopo, ma volevo dire che su Balilla che fa l’intifada mi sono cappottatata dalla sedia!!! Scatto dell’applausoooooo!!!!! :DD

  2. Ottimo intervento, che condivido appieno. Anche a me la parte sull’elmo di scipio aveva disturbato, ed è vero che se nel risorgimento è stato scelto proprio questo esempio da mettere nell’inno, significa che già al tempo un po’ di aggressività c’era. Visto che le guerre puniche in effetti hanno avuto un certo carattere di espansionismo.
    La tendenza a non guardarsi i lati oscuri fino in fondo e ad autoassolversi è un grosso problema di noi italiani. Che rischiamo sempre di ricadere nei soliti sbagli. Secondo me è un po’ il cattolicesimo con la confessione che ha dato questa influenza.

  3. Io l’ho ascoltato mentre tentavo di capire qualcosa di un tutorial di Scribus, quindi alcune parti le ho sentite meglio di altre.
    Quella su “Il leone del deserto” mi ha ricordato i tempi dell’università: discussioni sulle scale e scambio di pareri e libri sul colonialismo italiano. Ancora non c’era megaupload quindi trovare The Fascist Legacy non fu semplice. Per qualcuno il tema è diventato oggetto di studi e ascia di guerra da disseppellire.
    Ora attendo l’audio di Wu Ming 2 per completare le celebrazioni :-)

  4. Intervento interessantissimo come sempre, mi ha particolarmente interessato la parte sull’occultamento dei nostri crimini coloniali e di guerra che è qualcosa con cui non abbiamo mai voluto fare i conti nonostante le ricerche storiche non manchino (penso ad Angelo Del Boca, per esempio), nonostante ci siano anche romanzi e piece teatrali che ne parlano: oltre all’Ottava Vibrazione di Lucarelli sulla disfatta di Adua , Camilleri ne “La presa di Macallè” accenna all’uso dei gas velenosi contro i “poveri ‘bissini” negli anni trenta, Renato Sarti nel suo spettacolo Maimorti ricostruisce dettagliatamente la strage di Debra Libanos nel ’37, voi. mi pare. avete parlato dei crimini italiani contro le popolazioni slave in 54.

    Al liceo il nostro professore di storia e filosofia (a scanso di equivoci: non era un anti-unitario) ci mostrò il film di Florestano Vancini del 1972 sulla rivolta di Bronte in Sicilia, in cui si racconta la rivolta popolare di poveri contadini che nel 1860 si ribellarono, certamente in maniera violenta (16 notabili del luogo vennero uccisi) ai latifondisti proprio in nome degli ideali garibaldini, e subirono la repressione da parte dei garibaldini stessi guidati da Nino Bixio.
    Io che tutt’ora provo ammirazione per la figura di Garibaldi (ne provo di più per lo sfortunato Pisacane, ma non vorrei passare per sconfittista) non so proprio che pensare davanti a quell’episodio che oggi naturalmente è enfatizzato e strumentalizzato dai neoborbonici per dire che i mille erano “tutti delinquenti”….
    Ritengo fondamentale recuperare la storia dei “risorgimenti” in particolare di quelli che hanno perso, tenendo ovviamente presenti i rischi di cui si parla nell’intervento.

  5. Grazie, davvero bell’intervento, denso di riflessioni aperte sul “noi”. Attendo con ansia anch’io la seconda parte per terminare le celebrazioni, che io personalmente ho iniziato attraversando metà Italia con un treno proveniente direttamente (o quasi!) dalla prima ferrovia Napoli-Portici.
    Volevo solo dire che all’inizio, quando WM1 parla della bandiera e del suo utilizzo “schizofrenico” da parte di molti, ieri e oggi. Riguardo l’intervento in Iraq e la sua difesa tramite la bandiera italiana, ho sentito un moto interiore di ripulsa perché nonostante tutto considero quelle tre bande colorate anche simbolo della costituzione, la stessa che dovrebbe difenderci da certe missioni poco umanitarie in giro per il mondo. Certo è che, come viene detto nell’intervento, la costituzione materiale è oggi abbastanza lontana da una sua “interpretazione autentica” se pensiamo alla maggioranza almeno dei costituenti.

  6. @ Paolo
    poco tempo fa ho avuto tra le mani l’epistolario di Garibaldi (che è sterminato), e sono andato a cercare le lettere dei giorni di Bronte.
    Dalle lettere (da prendere con cautela, eh: mica sono De Felice) emerge che:
    1. a Garibaldi risulta che a Bronte siano in atto assalti contro le proprietà inglesi (il che metterebbe in pericolo l’appoggio mai dichiarato, ma fattivo della corona britannica alla spedizione). E dunque Garibaldi ordina a Bixio di intervenire immediatamente. In altri termini, tutto ciò che risulta a Garibaldi è un’informazione che sembra essergli stata inviata ad arte per ottenere il placet per la repressione.
    2. Due giorni dopo (se non ricordo male, cmq poco dopo) il massacro, Garibaldi invia un dispaccio urgente in cui chiede notizie di Bixio, e che Bixio si metta in contatto con lui. Il che fa pensare che non abbia ricevuto altre notizie da Bronte, dopo il primo dispaccio.
    3. Alcuni giorni dopo Garibaldi invia una lettera molto dura a un prete palermitano che sembra essere stato dapprima con i Mille, e poi aver combinato qualcosa di grosso (un voltagabbana, pareva a me di capire). Nel minacciarlo, Garibaldi afferma di non aver mai ordinato fucilazioni di civili, ma di essere pronto a creare un precedente se il minacciato non rientrerà nei ranghi. In altri termini, non usa il precedente-Bronte, che avrebbe un chiaro effetto intimidatorio, ma una diversa (meno minacciosa, in fondo) modalità retorica: il che sarebbe spiegabile se non fosse del tutto al corrente di ciò che è accaduto a Bronte, oppure se ciò che è accaduto non fosse dipeso da suoi ordini.
    Questo è quanto posso mettere sul piatto. A titolo personale, ho sempre reputato Bixio una merda, e mi sono sempre ripromesso di andare a scandagliare le fonti per capire cos’è successo non solo a Bronte. Ma la visione dell’epistolario completo, come pure delle Opere complete di Garibaldi, mi fa pensare che dovrò attendere la pensione per trovare il tempo.
    In ogni caso, quali che siano le responsabilità individuali, quella politica della classe dirigente del neonato meridione d’Italia che a Bronte mostra il suo vero volto è chiarissima, e non lascia adito ad attenuanti: non dimentichiamo che ad organizzare, in Sicilia, la spedizione, e a tenere le fila con i latifondisti e la grande borghesia di città, fu Francesco Crispi.

  7. Giusto a riprova dell’esattezza del discorso di Wu Ming 1, Del Boca parla abbondantemente del fatto che la Guerra d’Etiopia fu il momento di maggiore popolarità del governo fascista. Il posto al sole lo volevamo tutti, mica solo Mussolini. A proposito di familismo amorale…

  8. Per non parlare del fatto che tutta l’Africa Orientale Italiana è stata usata come parco giochi per quegli squadristi che erano talmente brutti che neanche il fascismo se li voleva attorno.

    PS: Non riuscire a partecipare a questa serata mi ha resa ancora più nemica dell’Atc.

  9. Ti ringrazio Girolamo, per le preziose informazioni.

  10. Wu Ming 1, impagabile l’accenno, macchè, la spiegazione esauriente sul familismo amorale e lo studio di Banfield! Gratitudine eterna ;-)

  11. Non so le altre persone presenti ieri sera, ma aggiungere particolari sull’incontro mi è veramente difficile. L’atmosfera era allo stesso tempo intima e frastornante (come può esserlo un concerto rock in arena). La biblioteca è deliziosa (in particolare la sezione per bambini, che ho spulciato maggiormente) e nella saletta in cui eravamo stipati si alternavano momenti trascinanti, in cui la concentrazione generale si palpava e il fiato restava sospeso, a risate liberatorie.
    Per il resto siete stati ubriacanti. E’ una fortuna che le registrazioni siano venute bene, vista la piacevole aggressione sinaptica a cui ci avete sottoposti. ;-)

    Con noi c’erano quattro persone che non vi conoscevano, all’uscita erano letteralmente illuminati (più o meno così http://www.youtube.com/watch?v=KllWZWyWxQM ).

    @Adrianaaaa
    peccato per il problema atc, confida nei giapsters per le prossime volte, un passaggio si trova sempre ;-)

  12. ho appena finito di scaricare l’mp3. tra poco l’ascolto.
    nel frattempo mi limito a questo:

    @girolamo
    quando andavo al liceo (una decina d’anni fa), il mio professore di filosofia ci propose la visione di “Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato” di Vancini per poi farcelo confrontare con “Libertà” di Verga.
    Immagino che tu conosca entrambi i casi…mi è venuta voglia di scriverlo ugualmente.

    mi chiedo cosa abbiano fatto nello stesso liceo (a un centinaio di km da Bronte. però va da sé che Bronte=pistacchi e nient’altro) per ricordare i 150 anni…
    se sei quel girolamo, potresti in parte soddisfare questa richiesta: cosa è girato nel mondo della scuola per l’occasione?

    sicuramente in tant* potrebbero rispondermi.
    io la butto lì (sperando di non aver generato un OT).
    grazie.

    salu’.

  13. Concordo pienamente con quello che dice Ub, atmosfera densa, carica di significato e di spunti riflessivi che ancora oggi fatico a mettere a fuoco tanto è stato lo “stordimento” a doppio impatto. Le registrazioni aiuteranno in questo senso. Grazie, di cuore!

  14. Per attualizzare la grande importanza di questo ‘speech’, al quale mi inchino.
    Entriamo in guerra senza avvertire. Così, di soppiatto, perchè i nostri cavour vogliono stare seduti al tavolo, e quel miserabile pagliaccio vuole il comando operativo a Napoli.
    A Napoli!!! Senza sapere che cazzo fare, senza sapere chi sostenere, perchè fuori da quello di muammar lì non abbiamo nemmeno un numero di telefono.
    Tra quattro ore andiamo a bombardare. Proprio lì dove abbiamo gasato e torturato per anni. Dove siamo nemici di tutti, a prescindere.
    Dopo i cavalli, le amazzoni, il bacio dell’anello e del pisello, dopo ‘io sono proprio amico di muammar’, dopo ‘non si esporta si tratta’, dopo ti dò 5 miliardi, le corvette le vedette le berette, dopo io ti faccio l’autostrada tu mi porti il gas e le troie, dopo io ti dò la juve e unicredit e tu mi fai i lager per gli straccioni.
    Walter benedice Umberto tentenna maroni si smarona ignazio drizza il cazio e romperemo le reni alla libia e il culo di karima e tua sorella che fa stasera e dopo dove andiamo a bere, forse sì un aperitivo a tripoli e poi a chiavare che conosco dei bei posti.
    Adesso muammar si piazza nel centro delle città e che cazzo bombardiamo, i civili per difendere i civili, che tanto sono tutti beduini incivili, tribù del cazzo con lo straccio in testa e le pezze al culo.
    Il culo? Mmm, interessante.
    Ma dove andiamo, ma che cazzo facciamo?
    Fino a quando non si resetta, qui, ogni cosa che accade è una tragedia, un baratro, un disastro. Un’operetta immorale.
    Te lo ricordi Graziani?
    Come no, Ciccio che faceva coppia con Puliciclone.
    Quello sì che era un grande Torino.
    L.

  15. @ Luca

    La cifra non è la tragedia, la tragedia implica una catarsi. La tragedia è quando la realtà è colta senza mistificazioni, senza falsa coscienza, senza ideologia. Tutto il discorso pubblico italiano, e tutto il procedere dell’andazzo italico, e tutte le scelte “politiche” sono mistificazione, falsa coscienza, ideologia. La cifra qui è l’orrore.
    Mi spiego meglio. Quando guardo alle cose italiane non sono Terrificato. Il Terribile è sublime. Sono intristito, infimizzato, infangato, impelegato. Le tragedie sono quelle personali di chi è colpito dagli effetti collaterali del disfacimento. Non c’è una tragedia italiana collettiva, perchè la tragedia implica almeno una presa di coscienza finale.
    Riguardi ai bombardamenti, che problema c’è. Vedrai che c’avranno bombe intelligenti di quarta generazione tarate sul DNA dei cattivi.
    Il paese perde ogni occasione per fare i conti con se stesso e quello che ci attende, se non si alza la testa, è il baratro.

  16. […] Patria e morte. L’italianità dai Carbonari a Benigni, di Wu […]

  17. @ub: ahah grazie per il suggerimento. La prossima volta posterò un appello qui :)

  18. Ok, come premessa: veramente interessante e travolgente, ai livelli della lezione su 300 (che ancora ascolto e riascolto spesso, e che mi accese qualcosa dentro).
    Detto ciò, faccio un’osservazione, un po’ OT ma secondo me manco troppo.
    Inizio dell’intervento di Benigni a Sanremo, lui entra sul cavallo bianco, e fa una serie di battute legate ai cavalieri, i cavalli addomesticati dalla RAI eccetera, il pubblico ride, tutto a posto… e poi fa la seguente battuta:
    “sembrava fosse uno scherzo, ero in albergo dice «c’è un cavallo per lei», mi ricordava qualcosa… dico «che è?… Ah, ho capito» ho detto [fregandosi le mani], sono andato lì, invece era un cavallo veramente, stavolta, vabbè…” a questa pochissimi ridono perché di per sé non è effettivamente una grande battuta, e il monologo va avanti, tutto a posto.
    Ora. Ascoltai il monologo in differita su youtube e non mi accorsi di niente, l’ho rivisto di recente dopo aver ascoltato l’intervento di WM1 in mp3 qui sopra, ed effettivamente a questo riferimento ha suonato un campanello…
    Si tratta dell’ultima intervista fatta a Borsellino, nel 1992, 48 ore prima che morisse Falcone; il filmato è stato acquistato dalla RAI e mandato in onda credo una sola volta, in piena notte, ma è, ovviamente, reperibile e piuttosto popolare (tipo duecentomila e qualcosa visite) su youtube, eccolo

    http://www.youtube.com/watch?v=YVQ1kmOOBrw

    Ad un certo punto il giornalista francese che sta intervistando Borsellino, parlando delle indagini sulla mafia al nord e sugli agganci con Milano, chiede insistentemente di Mangano e di Dell’Utri, e la risposta a cui mi ha fatto pensare la battuta di Benigni è più o meno al minuto 5:05 del video che ho postato sopra, la trascrivo. Si era già detto che “cavallo” veniva usato per indicare le partite di droga nelle conversazioni telefoniche.

    Intervistatore: “Perché c’è se ricordo bene nell’inchiesta della San valentino un’intercettazione tra lui [Mangano] e Marcello Dell’Utri in cui si parla di cavalli”
    Borsellino: “Beh, nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errore, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo, quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l’albergo.”

    Ora, io non so quante persone conoscano effettivamente quell’intervista, da youtube o dal/dai libro/i di Travaglio, però so che se ne parlò *una* sola altra volta in TV, quando Luttazzi invitò Travaglio, appunto, a “Satiricon”, e fu chiuso un paio di puntate dopo (se non ricordo male). Ora non voglio cominciare un discorso (facilmente trasformabile in zuffa) sui comici come profeti, o sui profeti o gli eroi-martiri in generale, però voglio notare almeno una cosa: il fatto di aver portato, anche in codice e per pochi fugacissimi secondi sommersi da “un intervento fluviale” su RAIUNO, a Sanremo, un argomento del genere, secondo me è un bello smacco, e io lo apprezzo.

    Poi, oddio, può anche darsi che sia tutta una mia costruzione mentale, ditemi voi :-)

  19. Se non è tutta una tua costruzione, Nikitas, forse a Benigni era arrivata voce che Dell’Utri avrebbe guardato il monologo, e ha infilato la frecciata per farlo incazzare. Infatti, mi sa che solo Dell’Utri poteva capirla al volo :-)

  20. al volo, sì… ma siamo appunto in un’epoca in cui le cose si vedono e si rivedono, spesso e volentieri. Tra l’altro, anche questo è un sintomo di una fruizione che definire “nuova” mi fa un po’ sorridere… ma che comunque, c’è.

  21. Giusto per esaurire l’OT: vero, e le riflessioni più interessanti nel libro di Steven Johnson Tutto quello che ti fa male ti fa bene (2006, ormai un piccolo “classico”) sono quelle in cui fa risalire la sempre maggiore complessità narrativa dei serial tv (ma non solo) alla possibilità di visioni ripetute da parte degli spettatori. Prima con la syndication dei telefilm, poi con le videocassette, poi coi dvd e infine con la rete, la fruizione si è trasformata, e la scrittura ha iniziato a tenerne conto. In realtà gli audiovisivi sono stati gli ultimi prodotti popular ad arrivarci: la letteratura popolare c’era già arrivata da tempo (penso alla fantascienza), il fumetto idem (cfr. la continuity dei fumetti Marvel, che già negli anni ’70 causava labirintite); e anche nella musica, dove i dischi potevi già risentirli tutte le volte che volevi, la complessità è arrivata molto prima: concept album, testi criptici, citazioni musicali, messaggi nascosti… Un album come The Wall dei Pink Floyd non si smette mai di sviscerarlo.
    Chissà se Benigni e i suoi autori hanno tenuto conto del fatto che il monologo sarebbe stato rivisto in rete da gente – come te – che forse aveva visto (e rivisto) l’intervista a Borsellino, e quindi hanno messo una piccola “bomba a tempo”. Se davvero avessero ragionato così, sarebbe pura poetica da “corridoio degli specchi in Profondo rosso“, infilata di soppiatto nel momento più nazional-popolare della TV degli ultimi anni.
    Ciò, tra l’altro, rafforzerebbe la convinzione che ho già: i momenti migliori di quel monologo erano tutti *intorno* all’esegesi dell’Inno.

  22. Secondo me non si tratta di una citazione tanto nascosta. Nel senso che io l’ho colta al volo quando l’ho visto (in diretta) e credo che molti come me, una sorta di grande minoranza militante su certe tematiche, l’abbiano afferrata. Il problema è che ci si capisce tra di noi, appunto, perché noi sappiamo la storia di Mangano, Dell’Utri e i cavalli nell’albergo. Ma non credo affatto sia solo Dell’Utri ad aver colto.. sarò ottimista..

    (PS. tecnico: ci sono problemi coi trackback o sono io?

  23. Sì anche io avevo avuto la stessa impressione sulla quaestio del cavallo e si notava molto anche il silenzio nel teatro immediatamente dopo la battuta. Il qual silenzio mi pare ne sia una parte (della battuta) molto importante..

    L’analisi storica di WM1 secondo me è accuratissima, che è ciò che più dovremmo ricercare, l’accuratezza, e la precisione, specie pensando al nostro neo-colonialismo, per intanto logistico, delle ultime ore. Ciò che dobbiamo pretendere dalla politica, che invece prende le parole, le scardina e volta per volta le riempie e le svuota a piacimento dei significati adatti allo scopo.

  24. @ Sweepsy

    sì, da un po’ di giorni, per motivi a noi ignoti, WordPress fa i pingback a singhiozzo. A volte sì, spesso no. Boh… Se qualcuno ne sa di più (non abbiamo avuto tempo di indagare) ci scriva. In passato, quand’era successo, poi erano arrivati tutti in una volta.

  25. Cmq, finora “Patria o morte” è stato ascoltato/scaricato 3723 volte. Il dato è aggiornato alle tre di stanotte. Considerato che è stato messo on line di venerdì pomeriggio, non certo un classico giorno di “picco” nel traffico web, e che metà di questi ascolti è di ieri, cioè sabato, è un dato che ci ha sorpresi.

  26. Su Benigni/Mangano: l’intervista a Borsellino ha girato poco, è vero, ma di Mangano e dei “cavalli” se n’è parlato, e non solo dalle parti di Travaglio. Più che una citazione nascosta negli specchi in corridoio, quello di Benigni mi sembra un accenno con l’occhiolino, come capita spesso nei programmi di Lucarelli: “adesso stai attento e cerca di capire, perché se ci ripensi…”
    @ Chacalon
    Nel mondo della scuola, in realtà, non è successo alcunché di particolare. Al di là dell’enfasi televisiva, per queste celebrazioni non c’erano soldi, e quindi è successo poco più che niente, un po’ come le altre ricorrenze calendarizzate. Quindi ogni scuola e ogni docente ha fatto da sé, più o meno come avrebbe fatto in un diverso anno.

  27. Insomma, sono più o meno l’unico babbeo che non aveva colto il riferimento :-)

  28. o, se la vogliamo guardare dall’altro lato, non sono pazzo :-) Una buona notizia ci voleva!

  29. […] Dopo quello di Wu Ming 1, ecco l’intervento di Wu Ming 2 alla Biblioteca comunale di Rastignano (BO), sera del 17 marzo 2011, centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. […]

  30. Davvero un ottimo intervento; ci siamo permessi di riproporlo anche da noi…

    http://www.militant-blog.org/?p=4320

    E comunque, nelle reti cittadine (quantomeno per Roma, ma immaginiamo anche altrove) ha “spopolato”, senza mezzi termini…per cui gli aggiornamenti in costante aumento sono – oltre che un dato indicativo che vi rende il giusto merito – anche il frutto di aver offerto una cassa di risonanza ad un pensiero diffuso e che forse non sarebbe potuto essere esplicitato in maniera migliore. Insomma, c’è tutto: dalla storia al sarcasmo, dal mito della tradizione a Benigni, dal mito degli “Italiani brava gente” alle foibe (questa parte, poi, la riteniamo davvero esemplare)…c’è un patrimonio politico e storico che viene analizzato, criticato (in chiave costruttiva) e rielaborato con una capacità d’analisi molto, molto apprezzabile.

    Nel silenzio e nella confusione della sinistra sui fattori che avete analizzato. è quindi un intervento che acquista uno spessore politico non indifferente.

    Un caloroso grazie, buon lavoro!

  31. @ Militant

    grazie a voi. Con la confusione che circola in questo periodo, l’unica è fendere la tematica tipo rompighiaccio nella banchisa, e far vedere che (come diceva quel tale) l’Uno diventa due. Come minimo due.

    Il discorso prosegue e si attualizza in modo più specifico nell’intervento di WM2 sulla guerra in Libia.

    N.B. Non lo abbiamo fatto apposta, ma entrambi gli interventi durano 59 minuti e una manciata di secondi :-)

  32. Arrivo tardi a sentire l’intervento e commentare causa stupidità della Infostrada. Sto apprezzando. Sto veramente apprezzando.

    Non solo perchè come al solito è completo, preciso e facilmente fruibile ma anche e soprattutto perchè sono reduce da mesi di stress neoborbonico: sono di Benevento e qui (Come un po’ in tutto il Sud) da mesi impazza “Terroni” di Pino Aprile (Con annesse presentazioni, conferenze ecc ecc ecc riproposte un po’ da tutti, gente che ha la febbre da “ricerca storica sul brigantaggio” ecc ecc ecc). Ovviamente, il libro in questione, complici i festeggiamenti per i 150 anni, è diventato una sorta di bibbia sudista, antiunitaria (E il problema è che non lo fanno solo i ragazzini wannabealternative che necessitano di qualcosa a cui aggrapparsi semplicemente per andare contro il presunto “statalismo” dei festeggiamenti, ma anche persone presunte intelligenti). Tra l’altro uno degli ultimi capitoli del libro (Se non proprio l’ultimo, non ricordo con precisione ora come ora), che parla delle colpe del Sud nella questione meridionale e tenta di aggiungere un po’ di obiettività a chili di vittimismo, passa -per chi legge e usa il libro come bibbia- sotto silenzio.

    Per quello che mi riguarda, rispetto la realtà storica del brigantaggio perchè è innegabile che sia esistita, che una guerra come quella del Risorgimento italiano abbia creato vittime e povertà ecc ecc ecc, ma da qui ad usare il brigantaggio (Unito alle stronzate neoborboniche che citate anche nell’intervento) come bandiera controunitaria, LOL.
    E’ alla stregua dei leghisti che strumentalizzano i celti (E la cosa simpatica è che l’ottanta per cento di questa gente di cui sopra, un attimo prima da addosso ai leghisti e l’attimo dopo fa dichiarazioni da Lega al contrario).

  33. Intervento strepitoso, ora mi ascolto l’altro. Da classicista, anche a me il riferimento di Benigni alle guerre puniche (“l’abbiam fatto noi, gli italiani!”) ha fatto sobbalzare sulla sedia.

    A proposito di crimini di guerra italiani nei Balcani e di campi di concentramento fascisti c’è un episodio esemplificativo.

    Nel ’43 Ciano concesse udienza ad Aldo Vidussoni, il giovanissimo segretario nazionale del Pnf (aveva ottenuto la carica nel ’41, a 26 anni). Vidussoni era di Fogliano, un paesino vicino a Monfalcone, ovvero proveniva proprio da quelle terre ex imperiali che da sempre erano un mosaico etnico. Vidussoni, cresciuto durante il fascismo, era un classico esempio di quei nazionalisti della Venezia Giulia che, sentendosi sotto sotto un po’ meno italiani degli altri, propendevano per le soluzioni estreme. Questo è ciò che scrive Ciano (Ciano, mica Gramsci) del suo incontro con il tizio:

    “Viene a vedermi Vidussoni. Dopo aver parlato di piccole questioni contingenti, fa alcuni cenni politici e dichiara truci propositi contro gli sloveni. Li vuole ammazzare tutti. Mi permetto osservare che sono un milione. Non importa – risponde deciso -bisogna fare come gli Ascari e sterminarli tutti. Io spero che si calmi. Adesso il motto del partito dicono non sia più “Libro e Moschetto” bensì “Libro e maschietto””.

    Vidussoni era stato volontario in Africa e Spagna, le sue esperienze etiopi voleva riportarle nei Balcani. Su internet si trova anche una foto di lui mentre stringe la mano a Hitler. A proposito dei nostri Armadi della Vergogna, dopo la guerra la passò liscia, facendo l’impiegato a Verona. Morì indisturbato e in tarda età in Sardegna.

    Scusatemi la lunghezza, ma è un episodio poco conosciuto che mi pareva opportuno condividere.

  34. @ Zimisce

    grazie del contributo. Poi certi si chiedono come mai, soprattutto nei paesini sul Carso, gli sloveni appaiano spesso “scorbutici”. E te credo!

    Meditate, gente, meditate… Se altri criminali e propugnatori del genocidio non morirono come Vidussoni “indisturbati e in tarda età”, e furono messi, ehm, nella condizione di non nuocere, è perché qualcuno si sporcò le mani e li tolse di mezzo. Non era un pranzo di gala. Non può capirlo chi rilegge quegli eventi (italianizzazione forzata, occupazione nazi, resistenza, foibe etc.) con un facile, confortevole, banalizzante, disinformato “senno di poi”, e si affida a ricostruzioni giornalistiche da quattro soldi.

  35. Tanto per aggiornare: finora l’intervento è stato ascoltato/scaricato 7248 volte.

  36. Intervento bellissimo e prezioso, non fosse altro che per la messe di materiale storico che contribuisce a far circolare contro gli infiniti tentativi di rimozione. Davvero complimenti!

  37. Ascoltato oggi l’intervento, complimenti anche da parte mia

  38. ottimo intervento… soprattutto chiaro =)

    Piccolo ot per wu ming 1: potresti consogliarmi (che ne so ancora poco) un buon testo riduardante il territorio della venezia giulia e la sua storia?
    Sembra di capire che ne sai parecchio…

  39. ho ascoltato qualche giorno fa il podcast:
    grazie davvero. anche a me ha ricordato quello su 300.

    adesso, con i miei tempi, passerò al secondo audio.

    spero di vedervi il 25 aprile a Monte Sole.

    @girolamo:
    grazie per la risposta. da fuori si ha un’idea alquanto distorta della scuola…

    saluti.

  40. @ Nyna87

    ehm, non ne so “parecchio”, però quella storia mi interessa, per due motivi:
    – il primo è che da anni, per ragioni di famiglia, ho forti legami con Trieste;
    – il secondo è che di formazione sono un “contemporaneista”, che è gergo da storici per dire che sono laureato in storia contemporanea (con focus sul XX secolo).

    Aggiungiamoci che già per scrivere 54 (1999-2001) noi WM ci documentammo sull’ex-Jugoslavia, Tito etc.

    Insomma, nel corso degli anni ho letto diverse cose sul confine orientale, sulla Resistenza, sulle foibe, sulle politiche di italianizzazione della Venezia Giulia etc. Ma non sono certo un “esperto”, la mia è poco più di un’infarinatura. Più che altro so orientarmi nel dibattito…

    Secondo me un ottimo “volo d’uccello” su questa storia, una lettura panoramica molto utile, è il libro (edito da Kappa Vu nel 2007) Revisionismo storico e terre di confine, che raccoglie gli atti di un corso di aggiornamento organizzato a Trieste dal CESP (Centro Studi per la scuola pubblica):
    http://www.kappavu.it/catalog/product_info.php?products_id=216

  41. A QUESTO PROPOSITO…

    Ho appena trovato questa notizia sul sito controlacrisi.org, è di ieri:

    Una ventina di militanti di estrema destra, quasi tutti con le teste rasate e a volto scoperto, hanno compiuto un raid nell’ex cinema di via Macel Gattesco, nel centro storico di Viterbo, dove era in corso un convegno organizzato da Rifondazione Comunista, Arci, Anpi e dall’ associazione Fata Morgana. All’interno del locale, era stata allestita una mostra sul tema «Confine orientale italiano – Occupazione fascista e foibe», si sono messi a urlare «porci comunisti» e «gli assassini siete voi». Dopo aver rovesciato un tavolo sul quale c’erano libri e altro materiale sull’iniziativa, sono fuggiti. Tra i presenti ci sono stati momenti di paura, soprattutto per la violenza con cui i giovani neofascisti hanno fatto irruzione nel locale. La manifestazione è stata sospesa. Poco dopo sono giunti sul posto gli uomini della Digos, insieme con carabinieri e polizia municipale, ma i giovani avevano già fatto perdere le loro tracce. Sui volantini lanciati, senza alcuna sigla, c’è scritto: «Gli unici crimini li avete compiuti voi. Partigiani titini infami assassini. Onore ai martiri delle Foibe». Evidentemente a questi mentecatti da molto fastidio far conoscere all’opinione pubblica italiana cosa sia stato il fascismo di frontiera. Controlacrisi.org esprime massima solidarietà ai compagni di Viterbo.

    http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=13015&catid=39&Itemid=68

  42. Se interessa (e se non si è deboli di stomaco) qui:
    http://muceniskapot.nuovaalabarda.org/
    c’è una vasta rassegna fotografica sui crimini di guerra italiani e tedeschi in Slovenia e, più in generale, nella zona d’operazioni che i tedeschi chiamavano OZAK (Operationszone Adriatisches Küstenland = Zona d’operazioni del Litorale Adriatico).

    Il libro Mučeniška pot k svobodi (“La via dei martiri verso la libertà”) fu pubblicato in Slovenia dalla casa editrice “Ljudske pravice” (Diritti del popolo) nel maggio del 1946.

    Queste pagine web sono molto vecchie e alcuni link sono “rotti”, ma le foto sono comunque tante.

    AGGIORNAMENTO. Ho constatato che, anche dove compare l’icona del link “rotto”, se si clicca sulla didascalia, la foto si apre comunque.

  43. @wm1 e nyna87

    se vi capita di passare a idrija (cittadina mineraria in mezzo ai monti fra gorizia e lubiana) andate a visitare il museo civico. c’e’ una sezione dedicata alla resistenza in cui si possono vedere delle foto raccapriccianti. si tratta di soldati tedeschi delle ss che fanno scempio dei cadaveri di alcuni partigiani giustiziati. le foto furono scattate dagli stessi soldati tedeschi, a mo’ di trofeo. un soldato porto’ la pellicola a sviluppare da un fotografo a gradisca, giu’ in pianura. il garzone fece di nascosto delle copie delle foto e le conservo’ fino alla fine della guerra. quelle foto furono poi usate in un processo per crimini di guerra.

    vicino a idrija si puo’ visitare anche una stamperia clandestina, e soprattutto la “bolnica franja”, un ospedale costruito dai partigiani sloveni in una gola quasi inaccessibile. in quell’ ospedale furono curati anche dei soldati inglesi, se non sbaglio. un vecchio compagno triestino mi aveva raccontato che la dinamo per generare la corrente elettrica nell’ ospedale “franja” l’ avevano costruita, lavorando di nascosto la notte, gli operai di una piccola fabbrica di materiale elettrotecnico che si trovava a trieste in via della tesa.

  44. @ tuco

    il rapporto dei nazisti con le stragi di civili fu ed è ambivalente: da un lato, essendo veri “uomini nuovi” plasmati da un’ideologia assorbita senza limiti né contrappesi, consideravano quella condotta normalissima, e quindi fotografavano tutto, warum nicht?
    Quando però le cose cominciarono a mettersi male, in molti casi fecero il possibile per occultare le prove, negarono l’evidenza, e oggi i loro nipotini sono costretti alla schizofrenia, combattuti tra il negazionismo e la rivendicazione provocatoria… Questo vale anche per i nipotini dei fascisti italiani: anche i loro nonni, in molti casi, prima fotografarono e poi negarono (o fecero finta di nulla).

    E’ pazzesco, a pensarci, che i tedeschi abbiano scattato così tante foto durante il massacro di Babi Yar (Ucraina), la più grande (e con ogni probabilità la più abietta) strage compiuta dai nazisti durante la guerra, più di trentamila ebrei (donne, bambini etc.) denudati, fatti sfilare nella neve, sterminati e gettati in un burrone:
    http://bit.ly/fgrg65
    (N.B. Cliccate a vostro rischio e pericolo)

    La lunga sequenza su Babi Yar nel romanzo Le Benevole di Jonathan Littell è una delle più dure, una vera pièce de résistance per il lettore.

    Shostakovich dedicò alla strage la sua (poco sottile, come poco sottile era l’argomento) Sinfonia n.13
    http://www.youtube.com/watch?v=FQccC7ATJbE

  45. @ wm1

    ho visto adesso che alcune delle foto esposte a idrija sono presenti anche nelle pagine che hai linkato tu. si tratta delle foto delle teste mozzate ed esibite come trofeo.

    —–

    a proposito di fotografie: al museo della guerra di kobarid/caporetto c’e’ una sequenza impressionante di foto di volti deturpati dalle granate e dai fili spinati. sono foto che nei musei italiani non si vedono mai, perche’ da noi, quando si parla della grande guerra, c’e’ ancora la retorica della bella morte.

  46. Eh, da noi la prima guerra mondiale era la “quarta guerra d’indipendenza”, “prosecuzione del Risorgimento” per la “redenzione di Trento e Trieste” etc. etc.

  47. se non sbaglio, monicelli fu denunciato per vilipendio delle forze armate dopo l’ uscita de “la grande guerra”, e michele straniero nel 1964 fu processato per vilipendio delle forze armate per aver cantato “o gorizia tu sei maledetta” al festival di spoleto.

    non sono un cinefilo, e quindi potrei dire una stupidaggine: mi sembra che sulla grande guerra in italia si sia girato ben poco (oltre a “la grande guerra” mi viene in mente “uomini contro”). va detto che anche in francia non sono messi bene. mi sembra che “paths of glory” di kubrick sia stato censurato per molti anni.

    comunqua mi pare che ad oggi l’ italia sia l’ unico paese europeo a non aver fatto nessun passo verso la riabilitazione dei fucilati per insubordinazione.

  48. Poca roba, sì… Mi viene in mente Porca vacca di Pasquale Festa Campanile, con Renato Pozzetto e Aldo Maccione. Film non memorabilissimo to say the least… Anche se, sotto la coltre del pecoreccio, una certa angoscia la trasmette.

  49. a me vengono in mente le scene di guerra in “il buono, il brutto, il cattivo”. per dire certe cose era meglio usare delle allegorie.

  50. @WM1

    >> Poi certi si chiedono come mai, soprattutto nei paesini sul Carso, gli sloveni appaiano spesso “scorbutici”. E te credo!

    scenetta realmente accaduta….

    Turista:
    “Mi scusi signore mi saprebbe indicare la strada per il monumento alle foibe, per cortesia?”
    Triestino di madre lingua slovena residente in un paesino del carso:
    “Foibe? Che Foibe? Mai stade foibe qua”

    Gran bel intervento

  51. Ehi, Beppe, proprio a te pensavo: qual è la strage fascista in Istria su cui stavi progettando un documentario?

  52. @WM1

    E’ la strage di Lipa, un paesino croato a 4 km dal confine sloveno sulla strada per Rijeka.
    Nonostante abbia il triste primato di essere una delle tre stragi, della seconda guerra mondiale, dove un villaggio è stato completamente raso al suolo (insieme a Lidice-Rep. Ceca e Oradour sur Glane-Francia) è praticamente sconosciuta. Vi morirono 269 persone, anziani, donne e bambini. Fu un eccidio di bambini, 121 ne morirono in quel tragico giorno di aprile (30 aprile 1944).
    Fu una strage nazista anche se la presenza italiana (fascista ma forse anche di qualche carabiniere) sebbene negata nell’immediato dopoguerra sembra certa. Una delle poche sopravvissute è stata graziata da un fascista che l’ha fatta fuggire. Sembra che solo tre paesani si siano salvati, più quelli che quel giorno casualmente non erano in paese e tutti gli uomini che erano partigiani nei boschi vicini.
    Io ho parlato con un sopravvissuto, all’epoca dodicenne, che vive ancora a Lipa e che si è salvato solo perchè quella mattina si era allontanato dal paese e lui non ha fatto molta differenza fra tedeschi e italiani quando mi ha raccontato che quel giorno tutta la sua famiglia è stata sterminata.
    Anche la targa sul piccolo mausoleo riporta come colpevoli tedeschi e italiani occupatori, notare dice tedeschi e italiani non nazisti e fascisti.

    E per tornare su quanto detto in “Patria e morte” noi eravamo da quelli parti come invasori ancor prima dell’avvento del fascismo. Lipa diventò italiana nel 1920 dopo il trattato di Rapallo e subì un processo di forzata italianizzazione. L’anziano abitante di Lipa con me si è espresso in uno stentato italiano che era stato costretto ad imparare da bambino.
    In realtà non ne volevo fare un documentario, però mi hai dato un’idea :-)

    Non so se riuscirò a farlo io ma spero che questa storia in qualche modo venga raccontata.

    ciao beppe

  53. una strage sicuramente italiana al 100% e’ quella di podhum, sempre vicino a fiume. racconta giacomo scotti:

    “[…] Ancora più terribile fu la sorte toccata agli abitanti della zona di Grobnik/Grobnico, a nord di Fiume. I maestri elementari Giovanni e Franca Renzi, mandati dal regime a italianizzare i bambini croati del villaggio di Podhum annesso alla Provincia del Carnaro nel 1941, erano diventati malfamati nella zona per i maltrattamenti e le punizioni inflitte a quei bambini colpevoli unicamente di non apprendere rapidamente la lingua italiana. Tra l’altro, il maestro, affetto da TBC, soleva sputare in bocca ai disgraziati alunni a lui affidati quando sbagliavano un verbo o un vocabolo. Finirono ammazzati da non si sa chi il 10 giugno 1942. A un mese di distanza, risultati vani i tentativi di individuare gli uccisori dei due insegnanti,
    e insoddisfatto della spedizione punitiva compiuta il 6 giugno, il prefetto di Fiume, Temistocle Testa, ordinò una rappresaglia sanguinosa: reparti di camicie nere nei quali furono mobilitati per l’occasione anche numerosi giovani fascisti italiani di Fiume, insieme a reparti delle truppe regolari; irruppero nel villaggio di Podhum all’alba del 13 luglio. Rastrellata l’intera popolazione, questa fu condotta in una cava di pietra presso il campo di aviazione di Grobnico, mentre il villaggio veniva saccheggiato e poi incendiato. Il fuoco distrusse alcune centinaia di case, oltre mille capi di bestiame furono portati via, 889 persone finirono nei campi di internamento italiani: 412 bambini, 269 donne e 208 maschi anziani. Altri 91 uomini furono fucilati nella cava: il più anziano aveva 64 anni, il più giovane 13 anni appena.”

  54. tornando alla prima guerra mondiale, un fatto poco conosciuto sono le rappresaglie compiute dagli italiani nei confronti di *civili*, fin dai “gloriosi giorni di maggio”. ad esempio il 29 maggio del ’15, a villesse, paese friulano che allora si trovava in territorio austriaco subito oltre confine.

    “Fino al giorno 31 si susseguirono puntate offensive italiane su tutta la zona, sempre respinte dal fuoco d’artiglieria nemico e dai cecchini, posti sulle cime e perciò in posizione favorevole per avvistare e colpire prontamente le pattuglie in avvicinamento. Quando il Comando Supremo, stabilitosi tra Udine e la redenta Cervignano darà un momentaneo stop alle azioni, già la gran parte degli uomini di truppa operanti tra il Sabotino e il Mare erano terrorizzati fino allo sfinimento da quell’esordio sanguinoso, complicato anche da un’esondazione del torrente Torre. Tra il 29 e il 31 maggio a Villesse, cittadina italofona posta sul basso corso dell’Isonzo, si scatenò una dura rappresaglia contro i civili da parte del maggiore comandante il III Battaglione del 13° Reggimento fanteria (Br. Pinerolo), durante la quale il villaggio fu messo a ferro e fuoco, molti cittadini inermi furono usati come scudi umani e ben 6 civili innocenti furono fucilati senza processo con l’accusa di collusione col nemico.”

    la storia l’ho sentita raccontare dai vecchi della zona. il testo riportato l’ ho trovato sul sito http://www.cimeetrincee.it/friuli.htm, sito di cui non so assolutamente nulla e che ho usato solo come riscontro veloce.

  55. episodi analoghi si verificarono nell’ alto isonzo, popolato quasi esclusivamente da sloveni.

    http://www.primorska.info/novice/8854/odkritje_obelezja_v_idrskem_pri_kobaridu

    (la traduzione non e’ mia, l’ho presa da un blog triestino)

    “A Idrsko presso Kobarid (=Caporetto n.d.r.) è stato inaugurato ieri un monumento alle prime vittime civili della I. guerra mondiale. Coll’entrata in guerra del Regno d’Italia si aprì il fronte dell’Isonzo e così nel maggio 1915 l’esercito italiano occupava Kobarid ed i paesi circostanti mentre i soldati austro-ungarici si ritiravano su posizioni sovrastanti nella zona del Krn.
    Durante la I. guerra mondiale le zone addossate alla linea del fronte furono svuotate e la popolazione civile trasferita verso zone più sicure nelle retrovie. Durante i combattimenti iniziali questo non successe. Gran parte della popolazione civile rimase sul posto nella convinzione che nulla di male sarebbe successo e che i combattimenti non sarebbero durati a lungo.
    Ma l’avanzata dell’esercito italiano non si svolse secondo i piani ed il fronte dell’Isonzo si stabilizzò. A soffrire del malumore degli Italiani furono anche i locali. Spesso venivano accusati di spionaggio, di passaggio di informazioni e di collaborazione coi soldati austro-ungarici, ma anche di aver sparato su soldati italiani. Gli ufficiali italiani seguivano inflessibilmente le istruzioni dei vertici dell’esercito italiano di severità e di punizione di ogni irregolarità. La situazione diventò tanto tesa da provocare violenze fisiche nei confronti dei locali. A queste seguirono le prime stragi di civili.
    La strage più nota nell’alto Isonzo fu quella a Idrsko, dove furono fucilati come ostaggi sei abitanti dei paesi di Smast e Kamno col metodo della decimazione. Il 4 giugno 1915 la popolazione locale fu accusata di attacco e sparatoria su soldati italiani feriti. Negli abitati di Ladra, Smast, Libušnje, Vrsno, Krn e Kamno furono prelevate 61 persone secondo alcune fonti, 66 secondo altre, da lì tradotte oltre l’Isonzo. All’ingresso del paese di Idrsko gli ostaggi furono messi in fila ed uno ogni dieci venne fucilato. Quando al termine del conflitto le autorità italiane portarono a termine un’inchiesta sui fatti risultò che le accuse erano infondate e gli ostaggi innocenti.
    I civili massacrati di Idrsko non furono gli unici nell’alto Isonzo a perdere la vita innocenti. Analoghi episodi dalla tragica conclusione capitarono anche ad altre località – Ladra, Krn, Kamno, Smast, Žaga, Drežniške Ravne, Koseč e Magozd.”

  56. Tutti episodi gravissimi che non hanno sicuramente avuto l’eco di altri, quali le foibe, e comunque l’Italia non ha avuto bisogno del fascismo per scoprirsi aggressiva, colonialista, guerrafondaia e razzista.
    La tanto decantata libertà dal giogo straniero non ha insegnato niente ai novelli italiani che non hanno dovuto aspettare poi tanti anni per vedere che effetto fa stare dalla parte dell’oppressore.
    C’è poco da festeggiare insomma.

  57. La costruzione del mito radicato nello spazio e nel tempo è il modo in cui la nostra “cultura” istituzionale costruisce il proprio consenso. Purtroppo questo è! Altro esempio classico: quante feste cittadine e ancor più paesane risalgono veramente alle epoche alle quali vengono fatte risalire? Alcuni anni fa un prof. di antropologia ci disse che era stato contattato da una amministrazione comunale per “inventare” una storia retrodatata sul loro santo patrono; in questo modo gli abitanti si sarebbero sentiti appartenenti ad una comunità più antica e quindi forse migliore.
    Misteri della psiche. In effetti Benigni si è un po’ prestato al gioco retorico

  58. Bell’intervento ma a mio avviso manca un punto importante. Il nazionalismo fu il mezzo con cui riuscì a essere resa popolare (e non indigesta alle tecnocrazie) l’idea che lo stato debba essere stato di diritto in cui la cittadinanza è condivisione dell’ordine politico. Senza quell’elemento in precedenza si era fallito (a parte la parentesi di culto della personalità e del potere dell’era napoleonica).
    Se fosse messo a fuoco questo punto si eviterebbe di trattare in modo così sbrigativo l’atteggiamento leghista (pericolosissimo) nei confronti della storia.

  59. @ Paolo Ceravolo

    hai ragione, è un aspetto importante, ma nel contesto dell’intervento, che già dura un’ora ed è stracolmo di cose, non sarebbe stato possibile metterlo a fuoco. Il focus era un altro, e ho cercato di mantenerlo operando non come uno storico che ponderatamente vaglia e mette in equilibrio, ma come una persona che lavora ogni giorno con le narrazioni e ne saggia pregi e “tossicità”.

    L’obiettivo era mettere in guardia contro la traslazione nel contesto odierno di un mito tecnicizzato ottocentesco, cioè contro la riproposizione acritica di una tradizione inventata, come se un phylum importante di quella tradizione non fosse già stato messo alla prova nelle grandi carneficine del nostro colonialismo e della guerra nazifascista.
    Insomma, non vorrei che in nome dell’antileghismo (sacrosanto e necessario!), saltassimo entusiasticamente dalla padella alla brace.

    Ad ogni modo, dal momento in cui dichiaro che è importante salvaguardare la *molteplicità* e la complessità del momento risorgimentale, senza alcuna reductio ad unum, c’è spazio anche per il ruolo del nazionalismo come forza propulsiva per superare lo stallo “giacobino”.

  60. “Insomma, non vorrei che in nome dell’antileghismo (sacrosanto e necessario!), saltassimo entusiasticamente dalla padella alla brace.”

    sottoscrivo parola per parola.

    sarebbe come curarsi il colera con iniezioni di clostridium tetani.

  61. @ collettivocorpo10: “La costruzione del mito radicato nello spazio e nel tempo è il modo in cui la nostra “cultura” istituzionale costruisce il proprio consenso. […]Alcuni anni fa un prof. di antropologia ci disse che era stato contattato da una amministrazione comunale per “inventare” una storia retrodatata sul loro santo patrono; in questo modo gli abitanti si sarebbero sentiti appartenenti ad una comunità più antica e quindi forse migliore.”
    Sì, si tratta proprio di tradizioni inventate a tavolino. Qui dalle mie parti in Romagna continua a sopravvivere la leggenda del “Passator cortese”, figura mistificata di brigante buono – in realtà le azioni che commise suggeriscono il contrario – immagine edulcorata e distorta, diffusasi principalmente grazie all’apporto di G. Pascoli.
    Credo che la versione adulterata della storia (cioè quella che descrive il feroce brigante come mariuolo dal buon cuore) sia nata proprio per costruire un tipo di consenso popolare post risorgimentale. Insomma, la leggenda riadattata doveva fungere da “collante” per la comunità.

    http://it.wikipedia.org/wiki/Il_Passatore

  62. e’ che questo film l’ho gia’ visto. vent’anni fa, dal balcone di casa mia a gorizia, ho visto in diretta i primi spari della guerra in yugoslavia. milano e venezia come zagabria e lubiana, roma come belgrado, nazionalismo secessionista vs nazionalismo unitarista. forse e’ solo un bad trip, oggi mi sono alzato con le balle per traverso e vedo tutto nero.