«Cent’anni a Nordest». Ronchi dei Partigiani, la diserzione oggi e l’œrrore della «memoria condivisa»

Corteo neoindipendentista a Trieste, 13 settembre 2015.

Cent’anni a Nordest di Wu Ming 1 continua a far discutere e scrivere. In attesa delle prossime tappe del Ventre della Bestia Tour (sabato 19 settembre a Verona e la sera dopo a Padova), proponiamo qui nuove recensioni, un paio di interviste a WM1 e l’audio della presentazione del 31/08 scorso a Ronchi dei Partigiani (Gorizia). Ne approfittiamo per un aggiornamento sulla situazione da quelle parti, tra esponenti del PD che esaltano D’Annunzio e l’occupazione di Fiume del ’19 e Casapau che alza la cresta e fa chicchiricchì per salutare il sole.

Il critico e saggista Daniele Giglioli ha recensito Cent’anni a Nordest su «La Lettura» (supplemento domenicale del Corriere della sera) il 23/o8/2015. Ecco il suo articolo. N.B. Il titolo è nostro.

Come e da cosa disertare oggi

giglioli

Daniele Giglioli

Cent’anni a Nordest. Viaggio tra i fantasmi della guera granda, ibrido oggetto narrativo di Wu Ming 1 in cui si rielabora un reportage già in parte uscito sulla rivista «Internazionale», è soprattutto un esercizio di piazienza.
Pazienza con il tema, che fa venire l’orticaria quando è stereotipato in formule vuote come «il disagio del Nordest», «il malessere del Nordest». Pazienza con il materiale, raccolto, elaborato, smontato e rimontato nel corso di due anni di viaggi, incontri e letture, un materiale fatto spesso di dicerie minime, personaggi improbabili, discorsi che non stanno in piedi, inarticolati, imbevuti di rancori senza oggetto, nostalgie per bei tempi mai esistiti, paure immaginarie che prendono ahimè il posto delle paure reali, delle cose cioè di cui bisognerebbe aver paura per davvero: la galassia ideologica degli indipendentismi, dei regionalismi, del rimpianto contraddittorio per le piccole patrie e per l’impero austroungarico, agitata da mestatori che cambiano spesso campo, da neofascisti che si reinventano nostalgici di Francesco Giuseppe, e magari viceversa, tutti ferventi ammiratori di un ex colonnello del Kgb come Vladimir Putin. Pazienza, infine, nel senso di pietas, di capacità di chinarsi ad ascoltare la radiazione lunga del passato, per il grande trauma che secondo l’autore fa da genesi a questo conglomerato di «narrazioni tossiche»: la Prima guerra mondiale, l’immane macello di esseri umani, culture e territori attraverso cui quella regione è entrata a forza nella storia.
Cent’anni a Nordest è un libro apparentemente senza centro che inghiotte e restituisce centinaia di storie, personaggi, voci, canzoni, proverbi e modi di dire. Storie di oggi e storie antiche, atti di crudeltà e gesti di resistenza, mitologie posticce e memorie disseppellite dall’ossario del mondo dei vinti. Lo sguardo dell’autore non è neutro. Per i nazionalisti vecchi e nuovi, in grande e in piccolo (spesso al di sotto del confine del ridicolo) non mostra la minima condiscendenza, e riproduce i loro discorsi col timbro irridente tipicamente illuministico di chi dice: questo è falso, questo è stupido, questa è una superstizione, questa è una mistificazione dietro cui c’è chi lucra un suo miserabile guadagno.
La simpatia va invece a chi ha subito, resistito, disertato nella misura in cui è stato possibile. Ma il punto chiave della ricostruzione sta nel giunto che fa intravedere tra i due mondi. Non solo perché le distorsioni di oggi hanno radice nelle ingiustizie di ieri. Ma perché le mitologie velenose da cui è ammorbata la rappresentazione che quei territori danno di sé sono la metastasi di un nucleo genuino, ovvero l’eterno conflitto tra dominanti e dominati. Questo è il cuore del libro: come nascono le mitologie, come si formano, come si trasformano, quale uso se ne fa, quale altro se ne potrebbe fare, quali gli effetti, di volta in volta terribili o liberatori, e talora entrambe le csoe, i vari usi producono.
Quando si parla di miti siamo abituati a pensare a teogonie sublimi, a cosmogonie fantasmagoriche. E’ vero il contrario. I miti nascono dal basso, dal sangue e dalla terra, dai rapporti di consanguineità e di produzione. Qui si annida la loro potenza e il loro rischio: si pensi a quali spettri sinistri evoca il sintagma «sangue e terra» a chi ricordi che Blut und Boden era il motto dei nazisti. Dal sangue e dalla terra vengono la vita ma anche il tetano, scrive l’autore citando Karl Kraus. Per non sfociare in narrazioni omicide, i miti hanno bisogno di una costante opera di manutenzione. E a differenza di quanto in genere si crede, lo spirito critico non è un nemico ma un componente del loro stesso farsi: i miti si generano per rendere ragione, per distinguere, prima ancora che il vero e il falso, il giusto dall’ingiusto. Non c’è solo il mito dell’impero o della nazione: c’è mito anche nelle parole di chi crede che non ci debbano essere imperi né nazioni. Nessuna garanzia, ma una lotta aperta e senza fine.
Il libro di Wu Ming 1 è un tentativo di prendere parte in questa lotta. Un tentativo riuscito? Sicuramente sì per la pars destruens: piccole e grandi patrie si dissolvono sotto la sua lente come neve sporca al sole. Più complesso è il recupero di un mito positivo. Il testo si chiude con un elogio della diserzione: franco elogio, non peloso compianto o caritatevole riabilitazione. Come e da cosa disertare oggi è il problema che rimane aperto.

[N.d.R. Approfittiamo del bel pezzo di Giglioli per riproporre la sua recensione di Point Lenana]

Luca Barbieri ha segnalato Cent’anni a Nordest sul «Corriere del Veneto» del 29/08/2015:

La nascita del Nordest e la Grande Guerra. Il nuovo Wu Ming 1

Cosa c’entrano Vladimir Putin e Cecco Beppe con il «plebiscito» indipendentista veneto, le spinte autonomiste di Trieste e gli schuetzen suditirolesi? Il Nordest, e il Veneto in particolare, visti dal resto d’Italia rischiano sempre di essere percepiti come una realtà aliena, un po’ pazza, più Balcani che Italia. Veramente pochi hanno avuto il coraggio di andare alle radici della storia, infilare gli scarponi, macinare chilometri.
Wu Ming 1, al secolo Roberto Bui, fondatore del collettivo Wu Ming, l’ha fatto in una serie di reportage pubblicati da Internazionale e ora raccolti e ampliati in un libro, Cent’anni a Nordest. Viaggio tra i fantasmi della guera granda, edito da Rizzoli (272 pp., 17 euro). La tesi di Bui, formata in decine di viaggi a Nordest, è che alla base di questa diversità quasi antropologica nordestina ci sia la Grande Guerra, il massacro che un secolo fa insanguinò fiumi e montagne, separò popoli, unì terre fino ad allora divise, mischiò storie ed identità. E lo fece accompagnata da una patina retorica che non aiutà certo la comprensione dei fenomeni. Infatti, scrive Wu Ming 1, «di tutto questo, nel resto d’Italia, si conosce pochissimo. Troppe storie non hanno posto nella vulgata e restano in gran parte rimosse, misconosciute. Quel poco che si racconta, per ignoranza o malafede, è sovente raccontato male. I “mediatori culturali” tra le culture del Nordest sono drammaticamente pochi, e non sempre gettano luce sulle contraddizioni giuste. E così, quando in queste terre si manifestano fenomeni “strani”, spiazzanti, il paese cade dalle nuvole». Separare, distinguere, diventa ogni giorno più difficile. Ma l’occasione è ghiotta : «Dobbiamo fare i conti con questi intrichi di identità, con le nostre memorie selettive, con matasse piene di nodi – invita Wu Ming 1. – Quei nodi, nessuno può tagliarli a fil di spada. Vanno sciolti con pazienza, uno a uno, e il capo del filo è nelle borderland nordorientali. Il centenario della Grande Guerra, coi suoi quattro anni di ricorrenze, potrebbe essere una buona occasione». Il Nordest saprà coglierla?

[WM1:] Pòle il Nordest cogliere l’occasione del centenario? No. Aperto il dibattito.

Alessandro Besselva Averame ha fatto alcune domande a Wu Ming 1 per il sito Gli Stati Generali. L’intervista è apparsa a 23/08/2015.

I nodi irrisolti del Nordest. Intervista a Wu Ming 1

In Cent’anni a Nordest, reportage pubblicato recentemente da Rizzoli, il componente del collettivo letterario bolognese racconta, utilizzando come spunto iniziale l’anniversario dello scoppio della Grande Guerra, cent’anni di ferite, conflitti, cicatrici, nazionalismi, estremismi e vecchi e nuovi miti (autoctoni oppure importati, come l’onnipresente Vladimir Putin) in quella che continua ad essere l’area più calda della geografia sociopolitica italiana. Abbiamo discusso con l’autore delle radici e degli ultimi sviluppi di una irrequietudine che sembra inserirsi in un quadro globale ben più ampio.

Cent’anni a Nordest è a prima vista un percorso di “revisione” dei falsi miti patriottici della Grande Guerra. In realtà va molto oltre, offre una chiave di lettura del presente e delle sue contraddizioni, che vanno al di là del carattere estremo che riconosci come caratteristica saliente del nostro Nordest. Che cosa ti ha spinto a proporre questo reportage ibrido inizialmente a “Internazionale” e poi ad ampliarlo in un volume?

Da molti anni mi si può incrociare mentre girovago per il Nordest, tra presentazioni di libri, conferenze e – più di recente – escursioni. Da più di dieci anni trascorro regolarmente le estati in Venezia Giulia, un parziale «ri-radicamento» che è stato fondamentale per scrivere Point Lenana (2013). Quando ho cominciato a frequentare il cantone nordorientale d’Italia, ho iniziato a captare messaggi stranianti, a percepire cupe vibrazioni di fondo, a inciampare nei fili di suture che si erano slegate, riaprendo vecchie ferite. Tutto questo è aumentato d’intensità con l’approssimarsi del centenario. Mi sono reso conto che per capire l’Italia tutta e le sue rimozioni – rimozione dei crimini dell’imperialismo italiano, in primis – si deve ripartire dal Nordest, che è un osservatorio privilegiato su quel che siamo. Non si comprendono davvero l’Italia, la sua storia novecentesca e il suo presente se non si comprende meglio il Nordest, al di là degli stereotipi giornalistici, che poi riguardano principalmente il Veneto. Ecco, c’è un uso venetocentrico del termine «Nordest» che impoverisce il concetto socio-geografico-storico e non aiuta a capire. Oggi chiamiamo «Nordest» quello che un tempo si chiamava «Triveneto» e prima ancora «le Tre Venezie». Solo che nelle «Tre Venezie» c’erano anche l’Istria e, stiracchiando molto, la Dalmazia. Ecco, appunto: la stragrande maggioranza degli italiani non sa nulla del perché oggi abbiamo dentro i nostri confini Trieste, Gorizia, Trento e Bolzano, e perché invece non abbiamo più Pola e Fiume, e quali conseguenze questo comporti nel nostro presente. Ad esempio, se chiedi in giro per quali motivi precisi il Friuli-Venezia Giulia sia “a statuto speciale” (sebbene in modo molto più lasco rispetto a Trentino e Alto-Adige), la maggior parte degli interlocutori non saprà spiegarlo. Lo riscontro da anni, da quando ho cominciato a raccontare storie del Nordest. Ho incontrato migliaia di lettori di Point Lenana e moltissimi/e mi dicevano di aver letto per la prima volta nel nostro libro le vicende che io e Roberto Santachiara abbiamo raccontato, relative a Trieste e alla storia del confine orientale. Sulla storia e la realtà di queste terre bisogna lavorare in un certo modo, bisogna unire ciò che appare separato e separare ciò che appare unito. Quando Giovanni De Mauro mi ha chiesto se avevo idee per un reportage da pubblicare sul sito di Internazionale, ho subito pensato a questo: come il Nordest è arrivato all’appuntamento del Centenario della prima guerra mondiale.

L'uomo forte

C’è un fantasma inquietante che si aggira per le pagine del tuo libro, e non mi riferisco alla Grande Guerra, bensì a Vladimir Putin. Il tentativo, da parte dei vari secessionismi, “nostalgismi” e nazionalismi locali, di rivendicare come proprie le origini del leader russo è da un lato grottesco, dall’altro piuttosto inquietante. Mi pare che questo discorso si possa inserire all’interno del dialogo tra globalizzazione e rinazionalizzazione di cui parli ad un certo punto. Colpisce, su tutto, il modo in cui lo stesso Putin è riuscito a sfruttare la folcloristica notizia per il proprio tornaconto mediatico interno.

Se ti occupi di contraddizioni del Nordest, Putin lo trovi ovunque, è un semidio, è il restauratore dei «valori tradizionali», è il nemico dei finocchi, dell’UE e dei valori liberali dell’impero americano. C’è probabilmente un fiume, o almeno un torrente, di rubli che parte da Mosca e arriva nei salvadanai di svariate realtà reazionarie, venetiste, austronostalgiche, lefebvriane, tirol-feticistiche, criptonazi, fascioleghiste e dintorni. Uso «rubli» in modo metaforico, è plausibile che Putin paghi in euro, o in dollari. Diverse inchieste – le cito nei «Titoli di coda» del libro – dimostrano che il Cremlino, per suoi tornaconti geopolitici, finanzia quasi tutte le tipologie di estrema destra esistenti in Europa, e perché il nostro Nordest dovrebbe fare eccezione? Tanto più che gli indipendentismi reazionari del Nordest sono massicciamente filo-russi ed «eurasiatisti». Come tutte le destre occidentali, sono affascinati dalle teorie di Aleksandr Dugin, il nuovo Evola, guru della cosiddetta «quarta teoria politica», aedo della politica di potenza di Putin. Hai ragione, questo ha molto a che fare con la dialettica tra il problema principale degli ultimi trenta-quarant’anni (la globalizzazione neoliberista con i suoi FMI, BCE, TTIP e quant’altro) e la falsa soluzione sempre più spesso propinata alle masse (il ritorno dei nazionalismi, delle mitologie «suolo e sangue», con i loro complottismi e i capri espiatori additati nelle figure di migranti e zingari). Lo abbiamo già visto: non solo la falsa soluzione retroagisce sul problema aggravandolo, ma può addirittura sostituirlo, divenendo il problema principale. Chi pensa che l’Europa occidentale sia per sempre vaccinata dal rischio di fascismi e guerre in casa, farebbe bene a svegliarsi dal sogno oppiaceo. Va detto che anche una certa sinistra neostalinista non scherza, quando si tratta di esaltare la Russia. Per loro, in fondo, la Russia è sempre la Russia. Al cuore non si comanda. A proposito, era russo anche Pavlov, e di pavlovismo in pavlovismo, in nome di quello che io chiamo «antimperialismo degli imbecilli», una certa sinistra scantona sempre più in alleanze piuttosto luride, di stampo «rossobruno» (cioè vere e proprie partouzes tra estrema sinistra ed estrema destra). Putin, non dimentichiamolo mai, è il leader autoritario di un paese imperialista, il garante governativo di un capitalismo selvaggio e trash, nonché il sanguinario repressore di ogni spinta indipendentista all’interno della sua Lebensraum (si veda quel che è accaduto in Cecenia), eppure viene descritto come nemico dell’imperialismo e – come si legge sui siti di certi gruppi veneti o triestini – amico degli indipendentismi.

A chi Photoshop? A noi!

Il 24 maggio del ’15 «lo straniero» che non doveva passare eravamo noi. La difesa del Piave è roba del ’17-’18, ma vaglielo a spiegare…

Un altro punto su cui ti soffermi è la rimozione dalla memoria di chi, all’interno di territori rivendicati dall’Italia, ha scelto di combattere per il “nemico”, che tale ovviamente era solo dal punto di vista di chi poi quei territori li ha conquistati…

Nonostante quel che dicono i politici che confondono il 24 maggio 1915 (entrata in guerra dell’Italia) con la difesa del Piave e «Non passa lo straniero», l’Italia entrò in guerra da aggressore e invasore (è incontrovertibile: furono occupati, rioccupati e poi annessi anche territori dove non viveva un solo italofono, e da lì cominciò la persecuzione razzista degli “alloglotti”), ma anche da traditore. Il Regno d’Italia era da trent’anni nella Triplice Alleanza, cioè era amico degli imperi centrali (Austria e Germania). Dato che era stata l’Austria a muovere guerra alla Serbia e la Triplice era un’alleanza puramente difensiva, l’Italia non era vincolata a entrare in guerra a fianco dei Kaiser. Da qui a entrare in guerra contro di essi, però, ce ne passa. Tuttavia, è quel che avvenne: da un giorno all’altro, per i profitti della grande industria italiana (Ansaldo, Fiat, Ilva) e in cambio della promessa di territori nell’Adriatico orientale e in Anatolia, l’Italia entrò in guerra contro i suoi vecchi alleati. Questo sollevò un’onda di riprovazione e sdegno anche tra gli italofoni dell’impero austroungarico. A Trieste vi furono tumulti nei quali la cittadinanza anche italofona prese di mira e distrusse i simboli dell’Italia “regnicola” e dell’irredentismo cittadino. Questo in nome della patria tradita e aggredita, cioè l’Impero austro-ungarico. E stiamo parlando di italiani, che erano italiani non meno di quelli di Roma o Torino, solo che non erano interessati a far coincidere l’Italia – intesa come koinè linguistica culturale – con lo stato dei Savoia. Non ritenevano che lingua, nazione, popolo e “patria” dovessero per forza coincidere. Quegli italiani vivevano nei territori dell’Austria-Ungheria, si consideravano sudditi fedeli dell’Imperatore, non si sentivano “irredenti” né ritenevano che i Savoia dovessero “redimerli”. Non avevano alcun interesse a diventare “regnicoli”. Nondimeno, erano italiani. Ed erano patrioti. Solo che la loro patria non era il Regno d’Italia. Dell’Austria e di Cecco Beppe a me non frega niente, faccio solo notare che il Regno d’Italia entrò in quel conflitto in modo canagliesco e meschino, oltreché da potenza imperialista e razzista. Quando queste cose le fanno gli altri, magari contro di noi, ci stracciamo le vesti. Quando le facciamo noi, vanno bene. Se c’è una cosa tipicamente italiana, beh, è proprio quest’atteggiamento. Si pensi alla strage del Cermis e poi al caso dei «due marò», per avere un cristallino esempio di tale doppiopesismo.

Scorrendo le pagine si rimane colpiti da quanto poco la Grande Guerra sia stata metabolizzata. Meglio, di come sia stata metabolizzata male, con cicatrici mai davvero richiuse. Se però tu ti concentri, per forza di cose, su fratture e nodi irrisolti, mi pare che si stia formando anche qualche anticorpo. Magari ancora minoritario, ma significativo.

Noi scontiamo un secolo di rimozioni e negazionismi, e non solo sulla vera natura della Grande guerra. Decenni di rimozione e negazionismo sui nostri crimini coloniali. Linciaggio mediatico e boicottaggio istituzionale nei confronti dei primi storici che scoperchiarono la fossa, a cominciare da Del Boca. Un manto di silenzio sui nostri crimini di guerra in Jugoslavia, Albania e Grecia. Censura sui documentari (Fascist Legacy) e libri (L’olocausto rimosso) di autori stranieri che ne parlavano. Mai un solo criminale di guerra di quelli presenti sulla lista ONU fu consegnato alla giustizia dei paesi che ne chiedevano l’estradizione. Non c’è mai stata l’epurazione: vent’anni dopo la fine della guerra, la totalità dei prefetti, viceprefetti, questori e vicequestori proveniva dai ranghi del regime fascista. Nessuno di loro aveva partecipato alla guerra di Liberazione. Per non parlare della magistratura, dei servizi segreti etc. E poi, decenni di cultura di massa che ha esercitato un’azione edulcorante del fascismo, presuntamente “più innocuo” del nazismo, con meccanismi retorici perfettamente ricostruiti e analizzati da storici come Mimmo Franzinelli e Filippo Focardi. Uno dei massimi spacciatori di verità di comodo sul fascismo fu Indro Montanelli. Quanto alla Grande guerra, il 24 maggio scorso si è visto bene come le istituzioni nazionali intendono ricordarla: in modo acritico, con entusiasmo, festeggiando un massacro. La ministra della difesa Pinotti che, a Trieste, corre gli ultimi cento metri di una staffetta organizzata dall’esercito, poi si profonde in retorica patriottarda identica a quella del 1915, è un brutto vedere e uno sconcio ascoltare. Detto questo, sì, stanno emergendo nuove narrazioni, che faticheranno ad affermarsi ma stanno combattendo. In Cent’anni a Nordest parlo delle lotte in corso su toponomastica (i nomi di luoghi) e odonomastica (i nomi di piazze e vie). Quei cittadini di Ronchi dei Legionari che vogliono liberare il nome della loro cittadina dal riferimento all’impresa di Fiume, o i comitati che chiedono di revocare l’intitolazione di vie e piazze a un macellaio come Luigi Cadorna, stanno portando avanti lotte importanti, ed è solo l’inizio, ne sono convinto.

Cent’anni a Nordest è un esempio di quelle forme di ibrido narrativo che, come Wu Ming, teorizzate da qualche anno. È in tutto e per tutto un oggetto narrativo non identificato, con tanto di titoli di coda che occupano un quarto del libro e consentono al lettore di approfondire le fonti, oltre che ad assistere in qualche modo al lavoro di costruzione che c’è dietro al libro. Mi pare quasi di leggere in tutto ciò una forma di sfiducia nei confronti della narrativa, intesa come fiction, come romanzo. Avete pure dichiarato che L’Armata dei Sonnambuli sarebbe stato il vostro ultimo “romanzo storico”. Quel tipo di opera ha esaurito il suo compito, è il caso di incominciare a consolidare ipotesi alternative di narrazione?

Senz’altro, quel tipo di opera – il romanzone storico da Q a L’Armata dei Sonnambuli – ha esaurito il suo compito dentro di noi, per la nostra crescita come autori, per quello che intendiamo realizzare. Usciranno ancora romanzi storici importanti e innovativi, ma noi abbiamo voglia di fare altro, di sperimentare altre scritture, sempre facendo tesoro di quel che abbiamo imparato scrivendo romanzi storici.

Il 31 agosto scorso Wu Ming 1 ha presentato Cent’anni a Nordest all’auditorium comunale di Ronchi, che una novantina d’anni fa  il fascismo rinominò «Ronchi dei Legionari». Da un paio d’anni, una campagna d’opinione ha come fine la rimozione del nefando suffisso dal nome del comune. Su Giap ci siamo occupati di questa vicenda e WM1 ne scrive anche nel libro.
A presentare quest’ultimo, con l’autore, c’erano Marco Barone e Luca Meneghesso del comitato per Ronchi dei Partigiani, e lo storico Piero Purini, anch’egli ben noto a lettrici e lettori di Giap.
Prima di proporvi l’audio, ecco l’aggiornamento promesso in apertura di post. Da «Il Piccolo» di domenica 13/08/2015:

Francesco Pisapia (PD). Viva D'Annunzio e i legionari, viva Franz Joseph, viva i partigiani, va bene tutto.

Francesco Pisapia (PD). Viva D’Annunzio, viva i legionari, viva Cecco Beppe, viva i partigiani, va bene tutto!

«Il suffisso dei Legionari, che lega il nome di Ronchi dal 1922, non si tocca. Lo ha assicurato ieri il consigliere comunale, Francesco Pisapia, intervenuto, a nome del sindaco Fontanot alla manifestazione che ha ricordato i 96 anni dalla marcia su Fiume che vide protagonista Gabriele D’Annunzio. L’iniziativa ha attirato quasi 200 persone ai piedi del monumento eretto nel 1960, per ricordare la storica impresa. Accanto alle persone, agli esuli istriani, ai labari delle associazioni combattentistiche e d’arma, per la prima volta la banda dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia. La prima a prendere la parole è stata Elda Sorci, della sezione di Fiume della Lega Nazionale, cui è seguito l’intervento del sindaco del libero comune di Umago, Guido Brazzoduro. Entrambe hanno sottolineato il valore di un appuntamento che, letteralmente “blindato” da una massiccia presenza di polizia e carabinieri, non ha dato spazio, come avvenuto nel recente passato, a nessuna contromanifestazione. Un ricordo è stato rivolto al cavalier Gilberto Secco, grande esperto della storia dannunziana. «Ronchi è sempre stata dei Legionari e lo sarà sempre – ha detto Pisapia, esponente del Pd – perché è nostro compito valorizzare la nostra storia. L’arresto di Oberdan, l’elevazione a borgata da parte di Francesco Giuseppe, la prima brigata partigiana e la marcia guidata dal soldato poeta, sono segni esemplari della nostra vita e di un passato che non deve essere stravolto». Quasi un superamento delle divisioni […]»

Insomma, la solita “memoria condivisa”.
Che cos’è la memoria condivisa?
Ne abbiamo dato una definizione qui:

«La “memoria condivisa” è in realtà smemoria collettiva, una ri-narrazione della storia italiana che finge di voler mettere d’accordo tutti, siano essi oppressori od oppressi; sfruttatori eredi di sfruttatori o sfruttati eredi di sfruttati; nipoti di italiani che combatterono agli ordini di Graziani (cioè di Hitler) o nipoti di italiani trucidati dai nazifascisti.
Non devono più esserci destra e sinistra, ragioni buone e cattive, scelte giuste e sbagliate. Soprattutto, non deve più esserci lotta. A sostituire tutto questo, una marmellata di “opinioni” preventivamente rese innocue, neutralizzate. Tutti abbiamo avuto le nostre vittime, e le vittime sono vittime, i morti sono tutti uguali ecc.
Frasi come “i morti sono tutti uguali” significano in realtà: tutte le storie si equivalgono, una scelta è valsa l’altra, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, e chi cazzo siete voi per dirci cosa dobbiamo fare, non ci rompete i coglioni.
I morti saranno forse “tutti uguali” (qualunque cosa significhi), ma sono diverse – a volte opposte e inconciliabili – le cause per cui si muore. Se non si riconosce questo, l’uguaglianza tra i morti è solo una supercazzola per difendere un sistema basato sulla disuguaglianza tra i vivi.»

Conoscendo i nostri polli, di tutto questo avevamo parlato preventivamente il 31 agosto scorso. Buon ascolto!

Cent’anni a Nordest a Ronchi dei Partigiani.
Cent’anni a Nordest a Ronchi dei Partigiani – Durata: 1h 54′
Auditorium di Ronchi, 31/08/2015. Con WM1, Marco Barone, Luca Meneghesso, Piero Purini.
Intervengono: Stefano Raspa, Paolo De Toni, Tomo Kraškovič e Marco Puppini.
N.B. Per chissà quale motivo (forse perché Purini aveva appena ricordato un fucilato livornese) a un certo punto WM1 dice “Livorno” al posto di Ancona! :-/
Il file si può ascoltare in streaming o scaricare in una cartella zippata (118 mega).

Intanto, a Gorizia, i fascisti

Intervista a Wu Ming 1, Macondo, 18/08/2015
Intervista a Wu Ming 1, Macondo, 18/08/2015 – Durata: 15’13”
Intervista trasmessa in diretta la mattina del 18 agosto 2015, nel corso della trasmissione “Macondo” su Radio Popolare, Milano. L’intervistatore è Disma Pestalozza.
N.B. Per errore, WM1 a un certo punto dice “chilometri quadrati” al posto di “metri quadrati” :-)

Putin helps Trieste

– Fantozzi, batti!
– Ma come, Filini, mi dà del tu?
– Ma no, è congiuntivo, batti, batti lei!

[Giuseppe Vergara, scrittore e autore teatrale triestino, ha scritto di Cent’anni a Nordest sul suo sito. Riproponiamo qui la sua riflessione con aneddoto sportivo iniziale.]

Qualche giorno fa, durante l’incontro di basket Italia Russia, al Palarubini di Trieste, sugli spalti è comparso uno striscione con, ai lati, l’alabarda triestina e la bandiera russa e in mezzo la scritta in inglese e russo: Putin aiuta Trieste! Gli indipendentisti triestini, che hanno esposto lo striscione, sono però scivolati, di nuovo, sulla traduzione e hanno aggiunto una “s” di troppo alla parola “help” trasformando l’imperativo in presente indicativo e rendendo così l’invocazione in un dato di fatto, quasi fosse il titolo di un articolo. Chissà che cosa avrà fatto Putin per Trieste, si sarà chiesto qualcuno che ignora l’innamoramento dei movimenti separatisti del capoluogo giuliano per il presidente russo.
A Wu Ming 1 questa love story non é sfuggita per niente ed è uno dei temi trattati in Cent’anni a Nordest uscito inizialmente in tre puntate sul sito della rivista Internazionale e che, ampliato e integrato, è diventato un libro edito da Rizzoli e uscito nel giugno di quest’anno.

Wu Ming 1 vive a Bologna ma il Nordest lo conosce molto bene e Trieste è diventata la sua seconda città per cui lo sguardo sui fenomeni che descrive non viene dall’alto ma é frutto di esperienze vissute direttamente su questi territori. Molte volte si é parlato di sguardo obliquo per definire la metodologia con cui Wu Ming 1 e tutto il collettivo trattano la storia e le storie che raccontano. Sono approcci mai diretti e frontali ma al contrario punti di vista che seguono traiettorie non convenzionali e utilizzati per farci conoscere aspetti poco conosciuti di storie più o meno note.
E per farlo, questa volta, l’autore ha scelto una formula nuova quella del racconto-inchiesta, come é stato chiamato sul sito della rivista Internazionale, o se vogliamo, del reportage narrativo come è stato definito all’interno del libro. Ma potrebbe essere anche la trascrizione di un lungo intervento fatto durante un incontro con il pubblico. Leggendo Cent’anni a Nordest, infatti, sembra di ascoltare la voce di Wu Ming 1 che ci accompagna in questo viaggio grazie allo stile colloquiale con cui tratta fenomeni culturali e sociali sicuramente poco noti nel resto d’Italia.
Gli argomenti sono tanti ma il fulcro è sempre lui, quella parte d’Italia che da un po’ di anni chiamiamo Nordest, termine che ha sostituito i desueti Tre Venezie e Triveneto. Wu Ming 1 prende in esame il fenomeno indipendentista che prolifica in queste regioni e avverte che, nonostante i numeri ridotti, sminuirne l’importanza è un grave errore. Siamo di fronte un sintomo, ci avverte l’autore e, citando lo psichiatra e filosofo francese Jacques Lacan, ci avvisa che con il sintomo bisogna saperci fare. Parlando di indipendentismo però Wu Ming 1 ci regala anche un quadro preciso della destra italiana e europea, anzi delle destre. Quelle italianissime e nazionalistiche con il mito della patria e quelle che rimpiangono i bei tempi andati quando l’Italia non c’era, austronostalgiche, vedove di Haider, che vedono in Putin il nuovo Cesare. Ma anche partiti e movimenti né di destra né di sinistra o peggio ancora un po’ di destra e un po’ di sinistra. In ogni caso propagatrici di ideologie che con le loro “rimozioni storiche e le mitologie tossiche non cessano di plasmare il presente”. E molte di queste rimozioni risalgono proprio alla prima guerra mondiale, la guerra granda, e se si vuole capire cosa hanno in comune le terre diverse che formano il Nordest bisogna ripartire proprio dal primo conflitto mondiale che ebbe in quei luoghi uno dei suoi teatri principali.
Nell’ultima parte del libro il viaggio a Nordest è anche un viaggio nel tempo e un atto di accusa per chi oggi, per il centenario, invece di commemorare un’enorme tragedia sembra festeggiare un’entrata in guerra trasformando in parate militari quelli che dovrebbero essere cortei pacifisti silenziosi fatti con un candela in mano. Come se non bastasse già dover vedere il nome del generale Cadorna imperversare su vie e piazze delle città del Nordest. Per fortuna è uscito questo libro a ricordarci di tutti i poveri cristi che hanno avuto il coraggio di dire no a quell’assurda mattanza e che hanno pagato con la vita la loro sacrosanta e legittima insubordinazione e per fortuna c’è sempre qualcuno che in un blog, in uno spettacolo teatrale, in un concerto, in un bar, in qualsiasi posto dice “a chiare lettere che un generale non fu un grande, che nessuno gli deve obbedienza postuma, che disobbedire fu giusto allora e potrebbe essere giusto oggi e domani. Bentornati, fantasmi della diserzione“.

Settembre 2015

Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)

Print Friendly, PDF & Email

Altri testi che potrebbero interessarti:

3 commenti su “«Cent’anni a Nordest». Ronchi dei Partigiani, la diserzione oggi e l’œrrore della «memoria condivisa»

  1. Quando possiamo dire con certezza che un libro lascia il segno? Quando, appena finito, appena girata l’ultima pagina, hai una insaziabile, incontrollabile voglia di parlarne con qualcuno. Di condividere impressioni e analisi, giudizi e spunti di riflessione. Questo ho pensato qualche settimana fa, a margine di un’esperienza che, raccontata a dovere, starebbe bene come postfazione dal titolo “Cent’anni Wedding Party”.
    Qualche settimana fa vado alla festa di matrimonio di un amico e compagno. Arrivo tardi, so di trovare tutti su di giri e le bottiglie per lo più vuote. Cerco tra la gente che balla, o prova a ballare, la sagoma dello sposo. Quando lo trovo e mi appresto ad abbracciarlo, accade quello che, sinceramente, mai avrei pensato. Riporto il dialogo più o meno fedele nelle parole, assolutamente autentico nei modi e nel contenuto. Vi ricordo che è la sera del matrimonio, la sposa con lo strascico, gli invitati… con gli strascichi e tutto il resto.
    Sposo: Tu sei Alpinismo Molotov?
    Io: Eh?
    Sposo: Tu sei Alpinismo Molotov?
    Io: Eh, si, cioè non io, sono uno di …
    Sposo: Cent’anni a Nordest?
    Io: Eh?
    Sposo: Cent’anni a Nordest?
    Io: Non l’ho ancora letto, ma sono qui per salut…
    Sposo: Sei una merda p* d*, ero sicuro tu fossi l’unico con cui potevo parlarne.
    Io: Non l’ho ancora letto, ma non ho capito che c’entra adesso, ero venuto per farti gli aug…
    Sposo: P* d*, sei proprio uno stronzo.
    Io: Ma ti pare questo il momento?
    Sposo: Sei uno stronzo, è un libro incredibile, volevo parlarne e tu non l’hai letto.
    Io: Ho capito, ma ti sei sposato da 4 ore e non riesco neanche a farti gli…
    Sposo: Guarda che sei veramente incredibile, ancora non l’hai letto.

    La cosa è andata avanti così per circa un quarto d’ora, poi me ne sono andato, senza neanche riuscire a salutarlo.
    E comunque auguri, compagno.

  2. Raramente recensisco un libro, forse il termine non è esatto in quanto sono un semplice lettore. Ma forse si, essendo che i libri infine sono destinati a noi lettori e un nostro parere può anche essere considerato una ‘recensione’ nella sfaccettatura più alta che il termine può assumere.

    http://www.anobii.com/books/review/5631d43c495a06c9578b4696

    Urlo di rabbia.

    Il libro è un oggetto non identificato, tra il reportage, il saggio e altro ancora. A me sembra un urlo, se bisogna uscire dai vecchi canoni di categorizzazione per classificare un libro allora è possibile anche poter usare qualsiasi sostantivo, aggettivo o emozione che il libro ci suggerisce.

    C’è molta rabbia che traspare in queste pagine: rabbia verso la guerra, ingiusta e spregevole per il semplice fatto che esista; rabbia per i popoli del nordest che persa la loro identità, ognuno a suo modo, hanno elaborato il lutto affidandosi a falsi miti e false persone che cavalcano la paura e l’ignoranza per avere un voto; rabbia per le cose taciute, per le brutte storie di esecuzioni sommarie di cui la stessa Italia se ne è macchiata; un’espiazione delle nostre colpe che non vuole esserci, preferendo coprire con la polvere e con la terra le nostre vergogne.

    Wu Ming 1 fa urla di rabbia che con la sua forza scopre ferite nascoste, mette in luce avvenimenti che ci mettono di fronte al nostro essere uomini malvagi, mettendo in crisi il mito dell’Italia brava gente e la nostra stessa italianità Come valore.

    Il libro è un urlo e in quanto tale è caotico e disordinato: salti temporali, spostamenti nello spazio repentini, uso di latino, di dialetti, frasi brevi e semplici e terminologie complesse le si possono trovare nella stessa pagina. Un urlo non può che essere così, perché è un urlo vero che mostra le cose così come sono senza filtri.

    Una pecca per il libro, per me è perfetto così, però possiede dei limiti innegabili, difficilmente potrà arrivare in modo diretto a scuotere le coscienze delle menti che ne hanno di bisogno. Forse questo è la missione che Wu Ming 1 da al lettore. Sembra dirgli : – vai in strada e parlarne, fa che il mio urlo sia anche il tuo.

  3. […] Wu Ming 1 pubblica Cent’anni a Nordest: in questo caso, riesce finalmente a liberarsi del protagonista per creare un’opera legata ad un […]

Leave a Reply