I due Maraun, ovvero: il nazista e il suo doppio. A proposito di un libro tossico

Uno dei due Maraun. Un raffinato, una gran testa. L’altro Maraun è quello vero.

di Mr. Mill
con una premessa del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki *

«Il partito nazionalsocialista sfruttava a proprio favore la paura della gente verso gli ebrei e nei confronti del Comunismo, accrescendo non di poco le proprie adesioni. Gli ebrei tedeschi di quel periodo erano effettivamente più istruiti e meglio retribuiti della media della popolazione e chi non era ebreo li percepiva come sfruttatori di stato. I nazisti, inoltre, con il loro modello di stato sociale, eliminando la disoccupazione, incrementando i lavori pubblici, reprimendo il crimine, distribuendo contributi familiari e sovvenzioni per l’agricoltura, riuscirono a conquistare la quasi totalità del popolo tedesco. Il NSDAP fu il primo grande partito popolare in Germania che coese il proprio popolo come non mai, aumentandone l’autostima, offrendo benessere e generando una tale forza di integrazione mai esistita prima di allora. Oltre a tutto ciò, il Nazionalsocialismo pretendeva ci fosse sempre un colpevole esterno per i problemi del paese: il capitale straniero, i banchieri ebrei, i bolscevichi russi, la Borsa di Londra ecc. In sostanza, i nazisti non sostenevano l’altrui inferiorità, ma il fatto che i tedeschi fossero di gran lunga superiori a tutti gli altri, e questo pensiero, quello di appartenere a una razza di superuomini, univa ricchi e poveri.» (Andrea Cominini, Il nazista e il ribelle)

Nei giorni scorsi, sul suo blog, Mr Mill ha recensito il libro di Andrea Cominini, Il nazista e il ribelle. Una storia all’ultimo respiro, pubblicato da Mimesis con una prefazione di Mimmo Franzinelli.

A queste latitudini, Mr Mill è di casa: giapster di lungo corso, componente tra i più infaticabili del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki e del collettivo Alpinismo Molotov, è un pilastro della Wu Ming Foundation. Se oggi ripubblichiamo qui su Giap la sua recensione, però, non è per via del curriculum vitae di chi l’ha scritta. La ripubblichiamo perché è una riflessione importante, che va ben al di là del contenuto del libro di Cominini. Quel libro è un caso, e come tale va studiato. Un caso che, come tanti altri, rivela una tendenza più generale di certi lavori sulla storia (ci sembra eccessivo chiamarli tout court “storiografici”, come diremo tra poco).

Claudio Pavone

Claudio Pavone

Il libro si occupa di una vicenda che interessa la storia locale del bresciano, in particolare della media Valle Camonica, perciò ha attirato l’attenzione di Mr Mill, che in quella zona è nato e cresciuto. E la Resistenza è anche un insieme di storie locali composte in un quadro complessivo, come mostrano tutti i grandi libri di storia generale della guerra partigiana: basterebbe questo a spiegare perché la riflessione sul libro di Cominini non deve restare confinata al dibattito locale. Ma prima di tutto, la recensione di Mr Mill – maturata in un piccolo gruppo di lettura critica del testo – affronta una questione di metodo. La questione che, ad esempio, si pone Claudio Pavone nella sua Prima lezione di storia contemporanea (Laterza, 2009), proprio con riferimento alla guerra di Liberazione.

Ridotta all’osso, la questione è: posto che il condizionamento del ricercatore rispetto all’oggetto della ricerca esiste ed è ineliminabile, quali sono gli attrezzi del mestiere che permettono allo storico di sorvegliare i propri pregiudizi sugli eventi indagati? Domanda che si fa particolarmente urgente, quando la distanza tra il presente dello storico e il passato prossimo della storia è molto ridotta, e quando esiste ancora una memoria vivente del passato prossimo che si studia.

Ben lungi dal trattarle con l’estrema cautela necessaria, Cominini si fa guidare dalle sue precomprensioni, a cui cerca conferma a ogni costo. Subisce palesemente il fascino del nazista che dà il titolo al suo libro, il maresciallo Werner Maraun. Poco importa che l’autore non si senta filonazista. Non c’è motivo di dubitare che sia intimamente convinto di non esserlo: tra l’altro, ha collaborato in passato con l’Archivio della Resistenza di Brescia e l’Istituto della Resistenza di Bergamo. Il punto non è questo. Non è mai questo. Il punto è cosa dice l’opera, non cosa pensa di dire l’autore.

I limiti del libro sono evidenti ad apertura di pagina: tolle, lege, diceva quel tale. Per non fare che un esempio, tratto dalle primissime battute del libro: a cosa serve che Cominini si dilunghi per un intero paragrafo a raccontarci che da piccolo cacciava i passerotti a casa dei nonni, se non a sovraccaricare l’emotività (l’istanza patetica) della sua esposizione? È questa la tendenza di certi lavori sulla storia di cui parlavamo prima. Ma quindi uno storico non può fare autobiografia? Certo che può, e non serve scomodare i souvenirs de guerre di Marc Bloch, ma a patto che i riferimenti autobiografici siano funzionali alla ricerca. Qui sono soltanto pretesti.

Mimmo Franzinelli

Infine, è inutile nasconderlo, sulla ricezione del libro di Cominini, specie in ambienti antifascisti bresciani, pesa l’endorsement di Mimmo Franzinelli. Il suo nome in copertina e la sua breve ma laudatoria prefazione hanno indotto molti, indubbiamente in buona fede, a prendere senz’altro per buono il volume. In più, l’abbassamento dell’attenzione critica ha un altro risvolto sgradevole: chi, come Mr Mill, prova a entrare nel merito delle tesi di Cominini, viene liquidato in modo sprezzante. Anche qui, un solo esempio: in un messaggio all’autore, che poi lo ha reso pubblico su facebook, il presidente dell’ANPI provinciale di Brescia Lucio Pedroni ha definito «iperideologica» la recensione, senza peraltro menzionarla espressamente e senza motivare il suo giudizio.

Non c’è bisogno di precisarlo, ma a scanso di equivoci lo facciamo ugualmente: Franzinelli è e resta uno storico di grande levatura, che ha scritto libri importantissimi, ai quali anche noi abbiamo attinto più e più volte nei nostri post. Il fatto che sia un autore stimabilissimo, però, non ci impedisce di dire che, prestandosi a quest’operazione, sembra essere incorso in uno scivolone grossolano.

Purtroppo Franzinelli stesso non aiuta a sottrarsi a quest’impressione: intervenendo nei commenti alla recensione, non ha saputo far di meglio che dare del «vigliacchetto» a Mr Mill, pretendere i suoi dati anagrafici, sfidarlo a singolar tenzone, senza dire una sola parola sul perché ritenga il libro di Cominini tanto lodevole.

Da tutto questo, comunque, bisogna cercare di prescindere, se si vuole valutare davvero il peso delle critiche sollevate nella recensione. Noi le troviamo ben ponderate, non offensive per nessuno, ma giustamente sferzanti. Buona lettura.

Nicoletta Bourbaki

Il nazista e il ribelleNel novembre 2020 è stato pubblicato da Mimesis, nella collana storica Passato prossimo, Il nazista e il ribelle. Una storia all’ultimo respiro, che si apre con un’entusiastica prefazione firmata dal noto storico Mimmo Franzinelli. L’autore del libro, Andrea Cominini, stando a quanto riportato nella scheda di presentazione del libro, intende ricostruire «un episodio apparentemente minore, accaduto nella Valle Camonica negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale».

Gli episodi centrali della narrazione, stando al titolo del libro, dovrebbero però essere due: l’assassinio dopo la cattura, con un colpo di pistola sparato a freddo in pieno volto, di un partigiano delle formazioni Fiamme Verdi, Bortolo Bigatti, nome di battaglia Móha, avvenuto il 6 febbraio 1945 presso Piazza Garibaldi in Esine; la cattura e l’uccisione del maresciallo delle Waffenschule Oberbehfelshaber Südwest (comando locale di Boario), Werner Paul Maraun, mentre veniva condotto da una piccola folla di abitanti di Esine verso la sunnominata piazza, il 28 aprile 1945.

In effetti la lettura del libro – piatta e faticosa, per la scrittura e per la struttura – sembra dare ragione alla scheda, più che al titolo del libro: l’intenzione di ricostruire in parallelo le vite di Bortolo Bigatti e di Werner Maraun vede infatti la narrazione nettamente sbilanciata a favore del nazista, che si prende larga parte del testo. Al centro di tutto c’è sempre e comunque lui, il solerte nazista che guidò le operazioni anti-partigiane nella media Valcamonica (e che prima partecipò, sempre in funzione anti-partigiana, all’occupazione della Francia e poi all’invasione dell’Unione Sovietica). Il partigiano Bigatti c’è, suo malgrado, ma la sua presenza è da co-protagonista, il suo ruolo funzionale a rendere potabile quella che è di fatto una biografia di – e molto empatica con – Maraun, un nazista fatto e finito.

Sempre la scheda di presentazione del libro riporta poi che Il nazista e il ribelle è una «ricerca di formazione». Non è ben chiaro cosa s’intenda, così come risulta completamente fuori fuoco tirare in ballo, come fa anche Mimmo Franzinelli nella sua Prefazione, la public history. Sarà forse che l’autore si è formato con questa ricerca, circostanza che potrebbe pure alleggerire le responsabilità di una narrazione pretenziosa e presuntuosa, dannosa come si dirà più avanti, ma più probabilmente il riferimento vuole dare dignità alla dimensione personale e famigliare che avrebbe spinto Cominini a spendersi in questa ricerca: la figura del nonno dell’autore e il ruolo dei suoi racconti, che avrebbero attivato fin dall’infanzia la curiosità dell’autore per la figura del maresciallo Maraun.

Oppure, ancora, il riferimento è alla formazione di una sua opinione sull’assassinio di Bigatti, dato che tracce delle sue, di Cominini, interazioni in rete ci testimoniano che se un tempo era convinto della responsabilità di Maraun, poi ha deciso di spendere quattrocento pagine – senza dar conto in queste ultime di come la sua convinzione sia mutata né portando a giustificazione di tale mutamento di opinione, perché di questo si tratta, qualche supporto documentale – per scagionare da responsabilità specifiche il maresciallo nazista come fa nel libro:

«I am so sad about [Maraun]. He killed a young boy in my village but I think that the partisans had no rights to kill him…»
Andrea81 (aka Andrea Cominini), 10 settembre 2010

E poi c’è quel «all’ultimo respiro» che risuona di mistero, di non svelato, che anticipa la tensione di una ricerca ricca di scoperte, di rivelazioni; mistero che è però puro artefatto, rivelazioni che non sono certo d’importanza tale da giustificare il sottotitolo. Meglio, un colpo di scena c’è – molto caricato – ma si consuma nella prima parte del volume: l’autore rintraccia la figlia di Maraun e con lei intesse una corrispondenza, corrispondenza che rappresenterà poi il materiale per ricostruire «l’uomo Maraun» (ma un nazista è anche un uomo, che scoperte…).

Si sarà capito, la lettura di questo libro – svolta in un piccolo gruppo di lettura condivisa – è risultata respingente e molto irritante. I motivi saranno chiariti più avanti. Ma visto il frutto avvelenato che rappresenta, se ne scrive qui sia perché anche un’operazione intellettualmente disonesta come questa, pubblicata col placet di uno storico come Franzinelli, può essere utile come caso di studio, una volta trovata l’angolatura giusta da cui guardarla; e perché magari, prima di accettare la mela offerta, ci sarà chi ci penserà, o comunque l’addenterà con circospezione.

Per prima cosa, pertanto, è necessario tracciare il perimetro del discorso utile a porre sotto critica Il nazista e il ribelle; a seguire, alcune annotazioni più meditate e circonstanziate che riguardano il libro di Cominini e, per concludere, alcune brevi considerazioni sulla ricezione locale del libro.

Storia, memoria, memoria storica

Circa tre lustri fa, Sergio Luzzatto dava alle stampe un agile quanto battagliero volume: La crisi dell’antifascismo, in cui lo storico illuminava il gioco sporco sempre più presente nel discorso pubblico in Italia di confondere storia e memoria, con la seconda che viene surrettiziamente sostituita alla prima e che, nella prassi, si concretizza nel recupero della memoria di parte fascista (la parte «dei vinti»).

Di questa offensiva – funzionale a plasmare un nuovo consenso, definito «post-antifascista» da Luzzatto e da altri indicato come «anti-antifascista», teso nella retorica pubblica alla riconciliazione tra i nemici del passato – è facile individuare un alfiere in Giampaolo Pansa. Se esistesse un podio dell’anti-antifascismo, certamente Pansa salirebbe su uno dei gradini più alti, per il (de)merito di avere contribuito a legittimare nel mainstream leggende d’odio antipartigiane che erano rimaste confinate fino a vent’anni fa nelle cerchie neofasciste; e anche per avere dato forma a uno stile narrativo in cui episodi storici reali – sovente privi di contestualizzazione – si combinano con la fiction – utile a mettere all’opera la rappresentazione di un sentimento di commozione che coinvolga chi legge.

Tutto questo è ben esposto in un articolo firmato da Gino Candreva, dal titolo La storiografia à la carte di Giampaolo Pansa, in cui oltre a dar conto del metodo pansiano, tra le altre cose, si cita – a proposito di questa «storia romanzata» – un passaggio da un articolo di Nicola Gallerano che fa riferimento alla necessaria tendenza a un «approccio biografico; alla personalizzazione della vicenda storica e all’apertura indiscriminata verso il privato e lo psicologico» per agganciare emotivamente il pubblico.

Tornando alle tesi contenute nel libro di Luzzatto, va detto che queste oggi risultano in parte da adeguare per il sopravvenire dell’ampia possibilità di accesso alle informazioni offerta dalla centralità della digitalizzazione e dalla connettività globale. A tal proposito nella recentissima apologia della storia scritta da Adriano Prosperi, dal titolo Un tempo senza storia. La distruzione del passato, si trovano riflessioni importanti e utili anche per sintonizzare alla stretta contemporaneità il gioco sporco individuato da Luzzatto. Prosperi prende atto del profondo mutamento che ha investito la «memoria sociale», cioè quel processo di trasmissione di sapere e memorie tra generazioni, così come la perdita di centralità dei cosiddetti «corpi intermedi» (partiti, sindacati, ecc.) e dei contesti ambientali di sociabilità novecenteschi (la fabbrica, il laboratorio artigianale, ecc.) come luoghi e relazioni di scambio.

La «memoria sociale» scompare, così come l’abbiamo conosciuta, e cambia la sua stessa definizione:

«Oggi il termine più usato è quello di «memoria storica», qualcosa che fonde insieme l’informazione storica slegata, ideologizzata e in pillole anonime (“l’ho letto su Internet”) e brandelli di vissuto individuale. Spesso si tratta di una zuppa indigesta, cucinata da cuochi che non sono in genere disinteressati né innocenti e lavorano per conto di committenti che lo sono ancor meno.» (pp. 16-17)

Poco più avanti, Prosperi continua:

A questi fattori esterni di carattere politico e sociale bisogna aggiungere qualcosa che è accaduto nello statuto della conoscenza storica. Qui c’è stato l’ingresso inavvertito di un soggettivismo idealistico che ha fatto breccia nella durezza delle nozioni di fatto e di documento e ha portato a rendere sempre più evanescente il confine tra storia e romanzo. Non del tutto inavvertito, in realtà.» (p. 25)

Ora, se questi riferimenti sono per noi il perimetro del discorso entro cui sottoporre a una disamina critica il volume scritto da Andrea Cominini senza cedere alla mera stroncatura, possiamo dire in sintesi che Il nazista e il ribelle è il risultato di una miscela di storia, memoria e soggettivismo idealistico, che fa di questa narrazione un caso esemplare di «memoria storica».

L’Io ipertrofico

Come già accennato, l’autore apre e chiude la narrazione con il riferimento ai racconti narratigli dal proprio nonno. Il riferimento è un mero pretesto, dato che la figura del nonno non ha ruolo nelle vicende che si vogliono ricostruire e i suoi racconti sono più evocativi che descrittivi. Al lavoro tra le righe, oltre al tentativo di agganciare chi legge con i riferimenti paesani all’infanzia dell’autore e al «calore famigliare», c’è una concezione familistica, cosa che diviene funzionale nel momento in cui nel libro ci si dilunga sulla figura umana di Maraun e sul suo ruolo di marito e padre, come diremo meglio oltre, che viene resa con toni sentimentalistici. Allo stesso tempo fin dall’attacco della narrazione, questo elemento evidenzia l’ingombrante e ingiustificata voce autoriale che è sempre presente, spesso per sottolineare la faticosità della ricerca e l’ostinazione richiesta da quest’ultima.

I riferimenti autobiografici dell’autore non hanno mai una funzione esplicativa precisa per la ricerca. Soprattutto nel momento in cui la sua voce si sostituisce a quella della figlia di Maraun – di cui non è data possibilità di conoscere le confidenziali parole espresse nello scambio epistolare con l’autore – a chi legge risulta difficile cogliere quando l’autore esprime considerazioni derivanti da una propria riflessione, quando trae evidenze dalle ricerche d’archivio e dove invece riporta quanto riferitogli dalla figlia di Maraun.

La presenza della voce autoriale risulta per lo più invasiva ed egotica, inadeguata a una ricostruzione storica, infastidisce perché scopertamente cerca d’immergere chi legge nel punto di vista dei nazisti attraverso la spinta sul lato emotivo e la psicologizzazione del nazista protagonista.

Questa presenza costante e ingiustificata dell’Io autoriale pare aver a che fare più con un incontenibile presenzialismo di Andrea Cominini e fa riecheggiare le riflessioni di Giovanni Arduino e Loredana Lipperini in Morti di fama. Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web (2013) sull’autopromozione di sé stessi, il «Me Logo», là dove «le persone si trasformano in brand di sé stessi».

Il nazista, i nazisti

Quella che viene presentata come ricostruzione storica deve molto, per quanto riguarda la vita di Werner Paul Maraun, alle indicazioni che l’autore ha ricevuto nella sua frequentazione di un forum online dedicato alla Wehrmacht, il nome che l’esercito della Germania acquisì nel 1935 e che portò fino al termine della seconda guerra mondiale. Le richieste e le interazioni dell’autore nel forum – il cui nickname Andrea81 e i riferimenti nei suoi commenti non lasciano dubbi sull’identità dell’utente – si possono visualizzare qui.

Cominini in preda all’entusiasmo – ma «tanto triste» per la fine di Maraun – sul Forum der Wehrmacht.

Nei commenti, scritti in lingua inglese (e conditi da svariate frasi come «It’s difficult for me German idiom», «My German is poor»), Cominini chiede suggerimenti e riceve indicazioni, utili anche a individuare e contattare la figlia di Maraun, con cui intratterrà uno scambio epistolare – sempre in lingua inglese – da cui trarrà l’immagine di Maraun che poi traslerà nella narrazione di Il nazista e il ribelle.

È un’immagine, appunto, plasmata sui ricordi di una figlia del padre morto quando lei era bambina, elaborata su elementi – racconti, fotografie, lettere – di una memoria famigliare, privata, raccontata in età avanzata in una lingua che non è la propria lingua madre.

Eppure, Cominini maneggia con noncuranza questo materiale, ripropone questa narrazione senza nessuna avvertenza diretta a chi legge, alterna questi riferimenti a quanto è riuscito a ricostruire sulla carriera militare di Maraun (perlopiù, pare di capire, con una ricerca in alcuni archivi militari sugli spostamenti delle truppe in cui Maraun è via via inquadrato), ad altre testimonianze che dice raccolte dopo aver individuato reduci dell’occupazione nazista in Valcamonica o parenti di quest’ultimi.

In I crimini di guerra tedeschi in Italia (1943-45), testo che si trova nella bibliografia di Il nazista e il ribelle, Carlo Gentile apre il suo volume con una lunga nota metodologica di critica delle fonti, avvertendo che «lo storico non può permettersi di considerare “oggettivi” neppure i rapporti militari, che pure a un primo esame possono apparire sobriamente fattuali» (p. 20). Dunque, che valore possono avere degli ego-documenti come il racconto di un’anziana spinta a rielaborare i propri ricordi d’infanzia sul padre e le memorie di parte, presentate acriticamente, degli occupanti?

E ancora, possibile che all’autore sia sfuggita la lettura di un documento facilmente reperibile com’è il caso del Rapporto della Commissione storica italo-tedesca (2012), in cui si legge che

«la guerra partigiana contro gli occupanti tedeschi venne dipinta [in Germania] come ingiustificata e subdola; qualsiasi mezzo utilizzato per combatterla fu considerato legittimo, e questo anche retrospettivamente. Era questa una variante del mito postbellico tedesco della ‘Wehrmacht pulita’, credibile proprio rispetto all’Italia, dove non era possibile metterlo in questione ricorrendo all’argomento del coinvolgimento della Wehrmacht nello sterminio degli ebrei d’Europa.» (p. 14)

È chiaro che di una riflessione critica sulle fonti Cominini non ha sentito il bisogno. Privo di senso, a questo punto, chiedersi come mai non una riga sia stata spesa, data la centralità del racconto di Hannah Maraun, su come avvenne il confronto con il passato nazista nella Germania del Dopoguerra, in particolar modo nella Repubblica Federale di Germania (Hannah Maraun risulta aver sempre vissuto nel distretto Zehlendorf, in quella che era Berlino Ovest), sulla Vergangenheitsbewältigung, il «superamento del passato». Un processo tutt’altro che lineare e privo di ombre se ancora negli anni Sessanta, come scrive qui Sergio Bologna, «a ovest c’era molta resistenza anche a riconoscere il ruolo dell’opposizione all’interno dell’esercito (von Stauffenberg, l’attentato a Hitler), all’interno dei circoli della nobiltà prussiana (Kreisauer Kreis, von Moltke) e della gioventù cattolica (la Rosa Bianca).»

Il binario su cui Cominini ha instradato il rapporto con Hannah Maraun è rappresentato come rettilineo e privo di ostacoli, tanto da far pensare che questo sia stato fortemente influenzato dalla voglia di farsi accettare come controparte affidabile, come tradisce anche una certa incontinenza verbale che mal si addice al ricercatore e che con altrettanta noncuranza viene riversata su chi legge.

Con faciloneria e financo con una nota truffaldina Cominini poi si approccia alla storiografia di riferimento. Basti un esempio, proprio riguardante il libro di Gentile poco sopra citato: raccontando della partecipazione di Maraun all’Operazione Barbarossa – l’invasione nazista dell’Unione Sovietica – Cominini tiene a sottolineare che quella fu per le truppe tedesche un’esperienza che determinò una radicalizzazione che si tradusse in un surplus di violenza e spietatezza nella lotta antipartigiana in Italia, una tesi che viene sostenuta in nota da una citazione di Carlo Gentile: «Questa tesi, legata soprattutto al nome di Lutz Klimkhammer e in tempi più recenti a quello di Peter Lieb, dimostrerebbe il fatto che la Osterfahrung, ossia l’esperienza del fronte orientale, fu uno dei fattori determinanti tra quelli che contribuirono a influenzare il comportamento dei soldati impegnati nella lotta antipartigiana e sortì un effetto radicalizzante sulle truppe impiegate sul fronte meridionale e occidentale».

E però Gentile, nello scritto a cui si fa riferimento, scrive «In questa sezione del lavoro viene messa alla prova la tesi, […]» per poi proseguire come riportato da Cominini. E non è per formalità che si ritiene disonesto il modo in cui viene richiamato il lavoro di Gentile, dato che alcune righe oltre lo storico continua scrivendo: «Secondo la mia ipotesi, non era affatto indispensabile essere un combattente imbarbarito dalla “Osterfahrung” o un nazionalsocialista convinto per macchiarsi del sangue di civili innocenti. Per converso, numerosi ufficiali e soldati della Wehrmacht, delle SS e della polizia reduci dall’Est non furono affatto coinvolti in crimini». Non proprio uguale. Ha voglia Mimmo Franzinelli a scrivere nella Prefazione che «non a caso, nella fase della ricerca Cominini ha avuto quali interlocutori Carlo Gentile e Lutz Klimkhammer, pionieri in questo settore» se l’interlocuzione ha portato a questi frutti avvelenati.

Se l’autore si fosse confrontato con metodo con la storiografia non avrebbe mai potuto arrivare a scrivere passaggi come questo:

«I tempi del giovane e gentile Werner, amante dell’arte e della musica, erano oramai lontani; qualcosa in lui era cambiato, più di quattro anni di guerra avevano profondamente e irreversibilmente rimodellato il suo animo. Pare che, sempre dai racconti della figlia, egli fosse ovviamente deluso dall’andamento della guerra e che, dopo l’esperienza in Russia, fosse particolarmente contrariato dai sabotaggi e dai combattimenti avuti nelle retrovia con i partigiani russi, considerati, dall’esercito tedesco, dei veri e propri terroristi, banditi senza scrupoli […].» (p. 117)

Cominini “recita” Maraun.

L’autore lascia trapelare, un po’ dappertutto, una fortissima fascinazione per il maresciallo Maraun, dal sapore tipicamente classista: una cifra che si nota confrontando le modalità e i diversi repertori linguistici con cui Cominini racconta le vicende che riguardano “il ribelle” Bortolo Bigatti. Il testo raggiunge livelli parodistici dove l’autore cita la spedizione alla famiglia, da parte di Maraun, di una poltroncina d’epoca trafugata dal Museo del Louvre; a giustificazione del gesto, una lunga nota recita:

«I nazisti non furono semplici “predoni”, non si limitarono a depredare musei e palazzi per accaparrarsi opere d’arte e ricchezze. In molte occasioni è stato rivelato che essi, soprattutto gli ufficiali di alto rango, fossero dei veri e propri intenditori d’arte, colti, amanti della musica, della pittura e dell’arte in ogni sua espressione. Caso emblematico è quello del feldmaresciallo Hermann Göring (Rosenheim, 12 gennaio 1893 – Norimberga, 15 ottobre 1946), il quale fece razziare moltissime opere d’arte presenti nei territori occupati dai tedeschi […]. Anche Maraun, quindi, rappresenta perfettamente la figura del colto nazista amante dell’arte.» (p. 90)

Questa concezione classista della cultura, che lavora sottotraccia nel libro di Cominini, non coglie che la cultura che si fa violenza, esaltata e organizzata, fino ai mezzi estremi dei campi di sterminio, è uno dei tratti caratteristici del totalitarismo nazista: vi si arrivò rifondando la legge e la morale, rendendo lecito e addirittura un diritto sopraffare e uccidere. Cosa vorrà mai suggerire, dunque, l’immagine del «colto nazista amante dell’arte»? Come se, nei campi di concentramento, la musica classica dei grandi compositori tedeschi avesse potuto alleviare gli ultimi metri che separavano internate e internati dalle docce…

Cultori dell’arte.

Un indizio di questo processo sarebbe stato rintracciabile anche nella ricostruzione del «romanzo di formazione» di Maraun nel farsi del totalitarismo nazista, per esempio lì dove si riporta che «nell’aprile 1929, mentre [Maraun] ancora frequentava la scuola, iniziò a lavorare presso la casa editrice Julius Springer Verlag» (p. 42) e che nel «1934 aveva già una buona posizione all’interno dell’organico» (p. 46), ma non trova spazio un minimo accenno all’arianizzazione delle imprese tedesche. Eppure l’arianizzazione coinvolse nel 1933 anche la casa editrice Julius Springer Verlag («not issues of religion but of race»), stesso anno in cui risulta – dalle stesse parole di Maraun, citate da Cominini, in cui lui si descriveva come «ritenuto un nazista convinto» dal 1931 – che Maraun è incorporato nelle SA (le prime formazioni paramilitari del Partito nazista, NSDAP) e diviene membro della NSBO (Nationalsozialistische Betriebszellenorganisation), un’organizzazione pseudo-sindacale con cellule nelle aziende tedesche che agiva con metodi violenti e aggressivi.
Raccontare come un destino scritto e ineludibile l’adesione convinta di Maraun all’ideologia nazista, al principio d’azione nazista di sterminio, prevaricazione e dominio mondiale, è un escamotage che non regge.

Sarà anche dovuto, lo si riporta qui en passant, a come con la medesima superficialità Cominini dà conto della necessaria inquadratura di contesto generale in cui si collocano le vicende specifiche che ricostruisce: le pagine dedicate alla nascita della Germania nazista sono penose e dilettantesche, zeppe di luoghi comuni e sbattute lì in una maniera che fa stridere i denti.

Non regge nemmeno il tentativo di mettere in dubbio la posizione e le responsabilità nella guerra antipartigiana in cui Maraun svolse un ruolo centrale in Valcamonica, il suo (di Maraun) essere o meno stato inquadrato nelle Schutzstaffel (SS): la conoscenza delle lingue straniere, tra cui l’italiano, non fanno di Maraun un erudito, ma più banalmente un elemento utile a un agente dell’intelligence di una forza d’occupazione, che interagendo con la popolazione locale mirava a eradicare ogni forma di resistenza – armata e non – al nazifascismo.

Tutto l’inchiostro speso per investigare se Maraun fosse o no inquadrato nelle SS è un argomento iper-capzioso. Poco conta che spesso si trovi indicato come SS nella memorialistica partigiana e in alcuni scritti sulla resistenza in Valcamonica (e, cosa che Cominini si scorda di riportare o di cui non è a conoscenza, in almeno un caso anche da parte dei repubblichini, come si può leggere nel Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 26/02/1945, consultabile, con una ricerca, qui).

«Rispondeva a tutti coloro gli scrivevano». E salutava sempre.


Eppure a quest’ultimo aspetto Cominini arriva a dedicare alcune pagine per raccontare di come ha deciso nella primavera del 2013 di contattare Erich Priebke, che dopo essersi fatto conoscere a Roma operò a Brescia, per chiedere se «il famoso capitano delle SS» avesse ricordo di Maraun: se Erich Priebke – questo è il ragionamento di Cominini – non ricorda di aver conosciuto Maraun, necessariamente ciò sta a significare che Maraun non era una SS.

Gregory Giachini e Audrey Priebke.

Per arrivare a Priebke Cominini contatta il suo avvocato, Paolo Giachini (questo Paolo Giachini): «L’avvocato mi rispose che Priebke era solito rispondere solo alle lettere inviate da cittadini tedeschi e non avrebbe mai risposto a un italiano, così spedii la mia lettera a Hannah Maraun, figlia di Werner, che a sua voltà la inviò a Roma a Priebke. All’interno della busta che io inviai, inserii, oltre alle varie domande, tutta la documentazione in mio possesso, comprese alcune sue fotografie» (p. 380).

La risposta di Priebke arriva il 1° maggio 2013, Cominini riporta nel libro le sue sensazioni a caldo dopo la lettura del breve messaggio:

«rimasi innanzitutto colpito da come un uomo così anziano potesse avere ancora la forza di rispondere a tutti coloro che gli scrivevano. Fui contento di questa risposta».

[«Tutti» sì, ma tedeschi e come è facile immaginare, camerati.]

Il messaggio di Priebke, riportato per intero nel libro, è vago nei riferimenti sulla sua permanenza a Brescia e può essere riassunto nella frase di commiato del criminale nazista: «Non ricordo altri dettagli ora (avrò cento anni alla fine di luglio).»

Nonostante l’inconsistenza della risposta, nonostante la domanda a cui si cerca di dare risposta sia fuorviante, Cominini riesce a dedicare due pagine di pseudo-interpretazioni per darsi ragione e, soprattutto, per soddisfare la sua volontà di squalificare in toto la memorialistica antifascista che ricorda Maraun – SS o meno che fosse – come un feroce e sanguinario nazista.

La guida di Nicoletta Bourbaki: come riconoscere le bufale storiche.

Questo appena riportato è un episodio eclatante, ma Cominini procede dalla prima all’ultima pagina di questa tendenziosa ricostruzione eludendo due domande fondamentali – che siano le lettere di Hannah o quella di Priebke – da porsi al cospetto di qualsivoglia fonte. Sono le domande che danno il titolo alla guida didattica redatta dal gruppo di lavoro sui falsi storici Nicoletta Bourbaki, ispirata alle lezioni di Marc Bloch e al suo Apologia della storia: Questo chi lo dice? E perché?

Andrea Cominini pare risolvere la delicata questione dicendo: «Lo riporto io, fidatevi». La risposta che merita, parafrasando il Bartleby di Melville, è «We would prefer not to». Ma soprattutto, questa richiesta implicita di adesione al punto di vista di Cominini rivolta surretiziamente a chi legge, dovrebbe essere oramai evidente, maschera l’enorme problema, quello che inficia tutto il suo lavoro: il frame – la cornice cognitiva – all’interno della quale l’autore, consapevole o meno, sguazza, senza vedere il tono bruno della stessa acqua in cui è immerso e in cui cerca di immergere chi legge Il nazista e il ribelle.

Il ribelle, i/le ribelli

Bortolo Bigatti, Móha, fucilato a Esine il 6 febbraio 1945.

Non è necessario dilungarsi molto qui sulla figura del «ribelle». Bortolo Bigatti detto Móha, nella sua breve vita interrotta da un colpo di arma da fuoco nazista, fece ripetutamente la scelta giusta: disertò e scampò dall’essere arruolato nell’esercito repubblichino; una volta raggiunto nuovamente il suo paese, si unì ai primi nuclei di partigiani; si spese con coraggio in azioni di guerriglia contro l’occupante tedesco e gli aguzzini dello stato fantoccio della Repubblica sociale italiana; fino all’ultimo minuto, non tradì i suoi compagni e le sue compagne.

La scelta giusta.

Davide Conti, in un articolo dal titolo Il populismo storico contro i valori fondativi dell’antifascismo, scrive, inappuntabile:

«La Resistenza rappresentò, insegna Claudio Pavone, tre tipi di conflitto connessi, complessi e in ultima istanza unificanti: guerra di liberazione nazionale dall’occupante tedesco e fascista; guerra civile che oppose europei fascisti ad europei antifascisti; guerra di classe che pose all’ordine del giorno la partecipazione diretta e le istanze di emancipazione delle masse popolari e del lavoro nella vita pubblica e nella rifondazione degli Stati democratici. Da questo insieme di fattori emerse la risposta sistemica, sostanziata dalla “Scelta” dall’impegno diretto delle giovani generazioni, alla crisi europea terminata nel 1945.»

In Il nazista e il ribelle le pagine dedicate a Móha, oltre ad apparire spese, come già detto, per far risaltare la figura del nazista Maraun – nobile d’animo e imbarbarito dalla guerra –, rappresentano il giovane partigiano – «ribelle tra i ribelli» – come ‘n bòrtol indisciplinato, irresponsabile, nelle numerose insinuazioni di Cominini, anche nei confronti dei suoi compagni e delle sue compagne di lotta. Il giovane proletario evidentemente non entra nelle simpatie di Cominini, che ne scrive come un Enrico Bottini – «di carattere impreciso, incostante nei suoi propositi etici, schiavo di ambigui culti della personalità» – scrivesse di un Franti – e, beninteso, «è naturale che in questo crescendo di accuse e di infamie la nostra simpatia vada tutta a Franti», direbbe Umberto Eco.

Ma non si tratta solamente di questo: sono i e le resistenti tutti/e – in Francia, in Unione Sovietica, in Italia – che quando compaiono nelle pagine di questo libro pare di immaginarseli con un cartello al collo su cui compare la scritta «Achtung banditen», proprio come voleva la rappresentazione della propaganda nazifascista. Come il partigiano Móha, i movimenti resistenziali sono privati di profondità e complessità.

Il dolo di Il nazista e il ribelle sta in bella mostra sulla copertina del libro: quella congiunzione «e», che accosta ciò che eticamente non potrebbe essere accostabile: un nazista attivo nella repressione dei movimenti popolari di resistenza armata al nazifascismo, un giovane proletario partigiano che fece la scelta giusta, la cosa giusta.

Joyce Lussu, nelle conversazioni raccolte da Silvia Ballestra in Joyce Lussu. Una vita contro (1996), spiega nei migliori dei modi possibili l’incommensurabilità di un tale accostamento:

Joyce Lussu«La guerra non può risolvere un problema, ma ciò non significa che non si debbano fare delle distinzioni in proposito: ogni istituzione militare significa essenzialmente stato, e un movimento di liberazione che si metta in armi per la difesa popolare non fa parte dello stesso orizzonte, non lo puoi includere nella stessa nozione di guerra, poiché agisce per legittima difesa, così come farebbe chiunque venga aggredito.»

Che Maraun sia stato parte in causa nella morte di Móha è cosa certa, non improbabile che ne sia stato l’esecutore materiale, forse con quella “e” si vorrebbe attribuire al ribelle Bortolo Bigatti la responsabilità morale della morte di Maraun?

Il male della banalità smascherato da una proposta

Non sta bene che ci sia solo il partigiano, non è equanime, mettiamoci anche il nazista!

Della Prefazione di Franzinelli già si è detto, incomprensibilmente elogiativa. Ma non è stato il solo, Franzinelli, ad aver accolto positivamente, quasi con giubilo, la pubblicazione di questo libro in Valcamonica. A sponsorizzare e tingere di uno sbiadito color rosso il frutto avvelenato è stato il Circolo culturale “Guglielmo Ghislandi” (per inciso, Guglielmo Ghislandi fu il primo sindaco, socialista, della Brescia liberata): l’endorsement ad Andrea Cominini e al suo Il nazista e il ribelle probabilmente potrà aver tratto in inganno più di qualcuno – anche se meno dell’indicazione in copertina «Prefazione di Mimmo Franzinelli» –, almeno fino al momento di una lettura attenta e onesta del libro.

Se di abbaglio o di salda convinzione si tratti, questa apparente larga accoglienza positiva (salvo la voce critica di Alberto Panighetti che ha tentato invano di incalzare con le sue critiche l’inscalfibile – nelle proprie certezze – autore) si vedrà quel giorno che dalla penna si dovesse passare allo scalpello.

Sì, perché non da oggi ma almeno dal 2015, Cominini è latore di una proposta che vuole accostare non solo sulla carta Bortolo Bigatti e Werner Maraun, ma anche sulla pietra marmorea della targa a ricordo dell’assassinio di Bigatti: «una piccola modifica alla lapide» – come si legge sul foglio Il mio paese del giugno 2015 –, «aggiungere la dicitura: “Il 28 aprile 1945, nello stesso luogo, venne giustiziato il presunto assassino di Bortolo Bigatti, il Maresciallo Werner Paul Maraun, nato a Berlino il 23 maggio 1914”, potrebbe rivelarsi un vero e proprio esempio di maturazione e di responsabilità storica.»

È impossibile tenere separato Il nazista e il ribelle da questa proposta, viaggiano evidentemente sovrapponendosi e, di più, quest’ultima grida «Il re è nudo!» a un volume che dovrebbe essere udibile anche a chi non vuol sentire.

Non c’è «maturazione» (?) che tenga, né «responsabilità storica» (?) che dia senso all’idea di riportare su una lapide a ricordo di un partigiano antifascista vittima della violenza nazifascista, il nome di un nazista che ebbe grandi responsabilità – questo è fuor di dubbio, e il «presunto assassino» della proposta suona come un’assoluzione, ma la lapide non sta esposta in una chiesa… – nella repressione delle bande partigiane in Valcamonica e, nello specifico, un ruolo attivo nell’assassinio di Bortolo Bigatti.

7 marzo 2021, sul dorso bresciano del Corriere della Sera il nazi ci sorride e diventa «vittima» (e nazi e partigiani pari sono).

Certo non possono in alcun modo, riabilitando la figura di Maraun, contribuire a «destrutturare versioni di comodo, frutto di semplificazioni manichee che, nelle rivisitazioni del dopoguerra, trasformarono ogni partigiano in un cavaliere dell’ideale e ogni tedesco nell’incarnazione del male» come scrive Franzinelli nella Prefazione riferendosi al lavoro di Cominini, anche perché questa rappresentazione è stata tutt’altro che egemonica, anche nel fronte antifascista.

Peraltro, se Cominini e Franzinelli pensano che la figura di Bigatti e la targa in sua memoria fissino l’immagine di un «cavaliere dell’ideale», dovrebbero rivolgere la loro critica alle forze politiche del cosiddetto arco costituzionale che nel dopoguerra, largamente, operarono per istituzionalizzare e sterilizzare il movimento resistenziale, una riduzione della complessità che fu subita dai partigiani e dalle partigiane.

Il libro e la proposta di modificare la targa nella piazza di Esine – per concludere – discendono da una lettura moralistica dei fatti. Ciò che non rientra nell’orizzonte di questa narrazione è il piano etico della giustizia – materiale prima che formale –, del riscatto dei subalterni e delle subalterne dopo l’aver subito infamie e miserie e prepotenze e lutti.

Bortolo Bigatti detto Móha perse la vita mentre lottava per questo riscatto.

L’uccisione del nazista Werner Maraun, «fu atto di giustizia e così doveva accadere» (Tani Bonettini, “La neve cade sui monti”, dal diario di un ribelle, 1989).

_

Nota di Wu Ming: il commento lasciato da WM2 vale a tutti gli effetti come nostra postilla.

* Nicoletta Bourbaki è un gruppo di lavoro sul revisionismo storiografico in rete, sulle false notizie a tema storico e sulla riabilitazione dei fascismi in tutte le sue varianti e manifestazioni. Il gruppo si è formato nel 2012 in seguito a una discussione su questo stesso blog e ha al suo attivo molte inchieste e diverse pubblicazioni. Lo pseudonimo collettivo «Nicoletta Bourbaki» è un détournement transfemminista di «Nicolas Bourbaki», maschilissimo gruppo di matematici francesi attivo dagli anni Trenta agli anni Ottanta del XX secolo.

Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)

Print Friendly, PDF & Email

13 commenti su “I due Maraun, ovvero: il nazista e il suo doppio. A proposito di un libro tossico

  1. Sono un componente del “piccolo gruppo di lettura” a cui si riferisce Mr. Mill nel suo articolo e che, con altre/i, ha condiviso l’esperienza di scambio e di confronto di opinioni sul libro di Cominini. Non ho né competenze da storico né posso attingere ad un particolare bagaglio scolastico che consenta di comporre testi e/o scrivere libri, pertanto “volo basso”.
    Estraggo dal libro alcune parti che, a mio parere, rappresentano gli inciampi in cui è incorso l’autore de “Il nazista e il ribelle”. Ricorre nel testo, disseminato in varie pagine, il tentativo di rappresentare le testimonianze raccolte come affidabili solo se coincidenti con la valutazione dello scrittore, caricando poi, quando le testimonianze fanno gioco alla tesi dell’autore, il loro valore “disvelante”. Esempi, che per brevità non elenco compiutamente, sono: il giudizio espresso sulla testimonianza della signora Giuseppina Cristini Müller (p.133), così come sono smentite («gli unici materiali confermano», lo scrive Cominini a p.336) le testimonianze di Claudio Dellanoce e Tonino Bianchi presentate poco prima a pagina 332. E ancora, invece, è ritenuta «verosimile» la storia della signora Elisabetta Pezzucchi (p.392), che racconta di aver ricevuto da Maraun, già prigioniero e scortato verso la piazza di Esine, una lettera con la preghiera di spedirla alla moglie, lettera che Pezzucchi racconta di aver spedito da Vienna nell’estate del 1946, ma mai recapitata secondo quanto riferito a Cominini dalla figlia di Maraun. Quanto mistero sul niente…
    Dettagli questi, forse, ma che si notano, tra le tante cose che si fanno notare come un pugno in un occhio, nel leggere.

    • Non è irrilevante registrare, invece, che l’opera di revisione connessa alle vicende resistenziali sin dagli anni Cinquanta è stata piegata a una volontà pacificatoria che, ad esempio, nei testi scolastici evitava l’argomento.

      Di tale colpevole rimozione ne è dimostrazione la figura di Bettoni Giovanni (Pirata), ucciso il 3 settembre 1944 nell’assalto condotto con il “Ribelle” (Móha) e Giordano Guaraldo (Delinquente), anche lui ucciso durante l’attacco, alla centrale idroelettrica di Cividate Camuno. L’assalto alla centrale è raccontata nel diario del partigiano Tani Bonettini e viene ripreso nel libro di Cominini che però la racconta per evidenziare la sua convinzione che Móha fosse un «ribelle tra i ribelli», un indisciplinato e irresponsabile: l’assalto sarebbe dunque stato deciso di «spontanea volontà» dai tre, Móha si salva e scappa in chiesa dove annuncia ai presenti un «probabile e imminente arrivo dei soldati tedeschi», poi «si dilegua». Alcuni giorni dopo la rappresaglia in paese ci fu, con i tedeschi (sempre e solo tedeschi, mai nazisti, per Cominini) che fecero «esplodere diverse case e innescando così paurosi incendi».

      Il “Pirata” Bettoni è decorato alla memoria con Decreto presidenziale del 1967, il suo comune di residenza Angolo (ora Angolo Terme, a pochi chilometri da Esine) lo ricorda, fin dall’immediato dopoguerra, con il monumento su cui è inciso anche il nome di Romolo Galassi (centurione delle CC.NN. – volontario in Africa Orientale, podestà) e, tra i caduti della lotta partigiana, Pietro Bresciani (condannato a morte dal Tribunale partigiano e ucciso quale spia il 12 gennaio 1945).

      Dopo gli anni della rimozione, la lettura di quel che accadde dopo l’otto settembre ’43 ha trovato nuova linfa con le riflessioni scaturite dopo le dichiarazioni di Luciano Violante sui “ragazzi di Salò”; ora il libro di Cominini («come minimo, indigesto», p. 401) con la sua proposta di modificare la targa in piazza a Esine.

      «Seguire la lotta soltanto dalla propria parte della collina produce inevitabilmente una visione della storia non solo incompleta, ma anche distorta» scrive Cominini e, se capisco bene, il 28 aprile dei prossimi anni davanti alla pietra marmorea di Piazza della Repubblica a Esine che ricorda il sacrificio di Bortolo Bigatti (Móha) potremmo dunque trovare chi saluta romanamente l’onore dei “ragazzi di Berlino”? E Cominini, se così sarà, da quale parte della collina si posizionerà?

  2. Ho iniziato a leggere questo libro qualche giorno fa e ancora non sono riuscito a terminarlo. Non è soltanto una questione di tempo: spiace dirlo, ma il testo soffre di una certa pesantezza sintattica, e non si può proprio dire che sia scritto bene. Ad ogni modo, trovo condivisibile quello che l’autore presenta come lo scopo principale della sua ricerca. Restituire complessità a due figure storiche stereotipate. Il nazista e il ribelle, come si dice fin dal titolo. Il problema è che questa complessità non viene affatto ricostruita, e Mr Mill espone bene le ragioni storiografiche di questo fallimento. Se il libro fosse un’indagine sul “divenire nazista” di un uomo sensibile, colto e raffinato, non ci sarebbe nulla da eccepire. Il problema è che, da una parte, il suo carattere viene ricostruito in maniera unilaterale, e dall’altra, proprio il suo divenire nazista viene dato per scontato. Al termine del passo che abbiamo citato in apertura, Cominini scrive che “Maraun trascorse la propria giovinezza nel cuore della Germania, nella sua capitale, ed è difficile solo pensare che egli non sostenesse a pieno questa ideologia”, cioè il nazismo. Punto e basta: i nazi avevano messo in piedi uno stato sociale talmente efficente, e una narrazione talmente pervasiva, che Maraun era necessitato a sostenerli. Insomma, i treni arrivavano in orario: come cavolo potevi pensare di non aderire al NSDAP? In maniera simile, quando Cominini ricostruisce la permanenza di Maraun nella città francese di Angoulême, fa notare che alla sua periferia c’era un campo di concentramento per “ebrei, zingari e nomadi (sic)”, aggiunge che proprio da quella città partì il primo convoglio della storia della deportazione in Europa, riporta dettagli sulla repressione della resistenza locale (fucilazioni, interrogatori). Il tutto sulla base di un’unica fonte, un unico libro, ma non sottilizziamo. L’autore poi ci informa che “a tutti questi fatti Maraun assistette e probabilmente prese parte”. Benissimo, e a questo punto ti aspetteresti una riflessione sul nostro uomo colto e sensibile che è ormai diventato protagonista di crimini e soldato di un esercito invasore. Niente di tutto ciò. La frase che ho appena riportato continua così: “e fu in questo periodo di relativa calma che riuscì a visitare alcune città della Francia occupata, tra tutte, Parigi. Amante della pittura, della musica e dell’arte in generale, egli, nelle brevi licenze a disposizione, si recò nella capitale francese forse più volte, visitando i più importanti musei della città”. L’ipotesi di Cominini è che il buon Maraun abbia perso il suo animo gentile in Russia, per colpa dei terribili partigiani sovietici. Quindi qui – prima dell’Operazione Barbarossa in URSS – non può permettersi di riflettere sul fatto che Maraun sta già mescolando il suo animo gentile con qualcosa di ben diverso.
    Ma lasciando da parte le questioni di metodologia della ricerca storica, vorrei sollevare anche una questione di metodologia, ed etica, della narrazione. Chiunque racconti una storia, anche se non è un romanziere e un letterato, deve misurarsi con il problema della distanza. Anche in un romanzo, dove l’autore non prende direttamente la parola, si avverte in maniera più o meno chiara qual è la distanza che lo separa dai personaggi e dal narratore. Distanza culturale, morale, critica. Leggendo “Rosso Malpelo” di Verga, tutta una serie di segnali ci dicono che l’autore non condivide il punto di vista del narratore, secondo il quale Malpelo non può essere altro che un fior di birbone, perché ha i capelli rossi. Leggendo “Le Benevole” di Jonathan Littell, per quanto intrappolato dall’io narrante di un nazista, il lettore attento coglie benissimo la distanza che separa l’autore dal narratore e protagonista del libro. In un saggio storico, dove la voce dell’autore è perfettamente udibile, questa distanza risulta ancora più facile da determinare, anche se non è per forza facile stabilirla, da parte dell’autore, senza assumere toni moralistici e invasivi. Quel che si richiede allo storico è quantomeno una distanza critica dai suoi “personaggi”, che sono poi individui reali. Ebbene, il principale problema di Cominini è che questa distanza critica non la sa proprio gestire. Continue spie linguistiche e logiche tradiscono invece la sua vicinanza alla figura di Maraun. Una vicinanza che io non giudico sul piano morale: nessuno è portato a pensare che Cominini condivida i pensieri e le gesta di Maraun. Più semplicemente, quella vicinanza si traduce nell’impossibilità di tracciare un quadro complesso, che non sia schiacciato dai dettagli o da un’ipotesi preconcetta. E poiché proprio la ricostruzione di una figura umana complessa, al di là dello stereotipo del “mostro ariano”, era lo scopo di tutta la ricerca, si può dire che lo smarrimento di quella distanza coincide con il fallimento di tutto il lavoro.

    • Ringrazio Wu Ming 2 per questo importantissimo commento, che mi permette di aggiungere qualche altra considerazione su Cominini e la rappresentazione di Maraun. Al di là della bolla sui social attorno al profilo di Cominini, in cui si sono raccolte esclusivamente lodi, ho avuto modo di conoscere il parere di persone che conoscono i luoghi e le vicende riprese in “Il nazista e il ribelle”, persone che avevano letto il libro: lo hanno trovato, prima di tutto, disturbante proprio per questo, per la mancanza di «distanza culturale, morale, critica» tra l’autore e il personaggio di Maraun.

      A proposito di questo, mi pare utile segnalare che Cominini aveva avuto pure la botta di fortuna, che evidentemente non ha saputo far fruttare, di conoscere e contribuire alle ricerche di Katarina Baer – giornalista finlandese il cui nonno era stato un nazista ucciso nell’aprile 1945 in Italia, in uno scontro con i partigiani –, ricerca che Baer ha poi elaborato proprio in una, citando Wu Ming 2, «indagine sul “divenire nazista” di un uomo sensibile, colto e raffinato». Baer ha infatti raccontato questa sua indagine, faticosa e sofferta per la difficoltà data dal doversi confrontare con il macigno di una storia famigliare così strettamente legata al nazismo e alla Shoah, in un articolo intitolato Vaari oli natsi, Mio nonno era nazista, pubblicato sul quotidiano finlandese Helsingin Sanomat. L’articolo di Baer si può leggere qui nella traduzione italiana, nella versione pubblicata sulla rivista dell’Isrec di Bergamo (n. 83-84, giugno-dicembre 2015). Nella nota introduttiva è riportato che ad «Andrea Comenini (Sic!) […] si deve la nota di accompagnamento al testo, decisiva per stabilire il luogo e la data della morte del nonno [di Baer]», ma più chiarificatore è l’articolo che segue, firmato da Comenini (Sic!), La ricerca di Katarina. Qui però non è tanto importante il ruolo di Cominini nella ricerca condotta da Baer, ma piuttosto sottolineare come già in quell’articolo il suo tono suonava stonato rispetto a quello di Baer. L’indagine di Baer, a mio parere, è uno di quei casi su cui non c’è nulla da eccepire.

      È utile citare qui l’articolo di Baer proprio perché mostra l’abissale lontananza del “sentire” che emerge dalla lettura di Baer e di Cominini. Una tale quanto percettibile lontananza che mi è sorto il dubbio che Cominini si sia occupato (con doti da mentalista) anche della redazione delle didascalie alle foto che corredano l’articolo Mio nonno era nazista: si veda in particolare la foto a pagina 67, con la didascalia che recita: «Gerhard e Ortrud Baer in visita alla madre in Polonia durante le vacanze di Gerhard nel febbraio 1944. La coppia appare amareggiata dalla guerra».
      Si percepisce un fortissimo stridore rispetto al testo dell’articolo, anche solo in una didascalia.

    • Terminata la lettura, mi sento in dovere di aggiungere alcune considerazioni.
      1. Nelle “Conclusioni” della sua monografia, l’autore infila la classica (e verbosa) excusatio non petita. L’argomentazione si può riassumere così: Caro lettore, se questo libro ti pare indigesto è perché racconta una verità scomoda, e non perché l’autore è caduto in “una pericolosa Sindrome di Stoccolma”, rendendo “simpatico” (sic) un criminale nazista. Ora: a) La questione della distanza che ho tratteggiato nel mio primo commento, viene qui banalizzata e trasformata nella volontà o meno di “rendere simpatico” Maraun; b) Spetta al lettore giudicare se l’autore ha davvero mantenuto una distanza critica dall’oggetto della sua ricerca. Se l’autore si sente in dovere di difendersi, beh, l’accusatio è manifesta. c) La scusa del libro “indigesto” perché racconta “verità scomode” la lascerei a quelli come Pansa. E di nuovo: non è l’autore a dover giudicare se il suo libro sia coraggiosamente innovativo, o semplicemente mal riuscito.
      2. Sempre nelle “Conclusioni”, l’autore ripete spesso che Maraun perpetuò crimini efferati, “in preda a un cieco furore ideologico”, ma sostiene che questo accadde per “la sua fanatica ossessione per i partigiani maturata nelle sue precedenti esperienze militari in Francia e soprattutto in Russia”. Di nuovo: a) L’autore per primo ammette di non poter ricostruire nel dettaglio quel che fece Maraun in Francia. L’idea quindi che siano state “soprattutto” le esperienze militari in Russia a plasmare la sua ferocia è del tutto preconcetta; b) Più importante ancora: l’autore ricostruisce la figura del colto e gentile Maraun a partire dalle testimonianze della figlia Hannah, che aveva 4 anni quando il padre morì e non ricorda quasi nulla di lui. A sua volta, Hannah si basa sui racconti della madre Erika, che dopo la morte del marito “iniziò a manifestare gravi problemi psicologici” e “morì nel 1977, a 75 anni, dopo lunghi anni di totale straniamento dalla realtà, senza essere riuscita ad accettare la morte del marito”. Proprio riguardo alla morte di Maraun, Cominini scopre a un certo punto che la figlia Hannah conosce una versione di comodo, molto diversa dai fatti reali che lui stesso ha ricostruito. Eppure, non gli passa per la testa che l’intera figura del “buon padre Maraun” potrebbe essere una “versione di comodo”. Dopo le sue rivelazioni – racconta Cominini – “dopo una sincera amicizia che ci legava da ormai quasi nove anni, […] Hannah mi chiese di non contattarla più, dato che ogni mia parola […] avrebbe continuamente riportato a galla il ricordo del padre”. Insomma: Cominini ha voluto a tutti costi adattare i risultati della sua ricerca allo stereotipo (ché anche questo lo è) del nazista dai due volti, tenero a casa e spietato in guerra. Eppure quel che ha davvero raccolto su di lui non è abbastanza per sostenere la tesi. Sicuramente ci sono stati nazisti di quel tipo, ma non possiamo davvero sapere se anche Maraun lo fu. Tutto il problema del libro è qui: Cominini ha portato avanti l’indagine su Maraun con la “sete di conoscenza” e “l’irrefrenabile curiosità” di chi vuole coprire i buchi di una vicenda e smontare le dicerie, i miti che le sono cresciuti intorno. Poi però ha voluto usare tutto questo per sostenere una tesi e dare alla sua indagine un valore storiografico più ampio. E’ come uno che passi anni per cercare di capire, giorno per giorno, di che colore aveva le mutande Pasolini. Raccolta una gran mole di dati, arriva il momento di chiedersi: e adesso? Che me ne faccio? A chi vuoi che gliene freghi qualcosa di questa roba, che per me è stata una ragione di vita? Allora s’inventa un qualche tipo di legame tra lo stile letterario di Pasolini e il colore delle sue mutande, per dimostrare che la sua collezione di notizie tutto sommato inutili, serve invece a spiegare faccende importanti.
      3. Come ha notato anche Mr Mill, è incredibile il doppiopesismo con il quale Cominini tratta le sue fonti. Spende pagine e pagine per dimostrare che Maraun non era nelle SS, contrariamente a quanto sostenuto da molti, e invece accetta senza batter ciglio altre informazioni – come ad esempio quelle che gli arrivano dalla famiglia di Maraun. In ultima istanza, è lui stesso a decidere cosa vuol credere e cosa no, e non il lavoro storiografico. Titola un intero capitolo “La creazione postuma del personaggio”, ma le varie “dicerie” che esamina sono tutte riconducibili ai partigiani e alla pubblicistica sulla Resistenza. Eppure dovrebbe essere molto evidente che anche i racconti di Hannah e Erika sono “creazione postuma del personaggio”. Il capitolo invece non li prende in esame. Non si chiede se lo stampo narrativo del “buon uomo colto e gentile che diventa un cattivo nazista per colpa della guerra” sia stato imposto sul “vero Maraun” (il noumeno-Maraun) in primis da sua moglie, poi da sua figlia e infine anche da lui stesso, l’autore del libro.
      4. Il risultato di tutto ciò è che la banalità del Male si traduce piuttosto nella banalità delle conclusioni: “Una guerra cambia per sempre i destini di milioni di persone, e così è successo anche per i due protagonisti di questo libro che, travolti da eventi che non dipendevano da loro stessi, hanno entrambi concluso le proprie giovani esistenze in modo tragico. E’ molto probabile infatti che il signor Werner Maraun […] mai si sarebbe sognato di venire un giorno a Esine a porre fine, con un colpo di pistola al volto, alla giovane vita di Bortolo Bigatti”. Insomma: è tutta colpa della guerra. Senza quella, Maraun sarebbe innocente tanto quanto Bigatti. E se mio nonno avesse le ruote, sarebbe un tramvai.

  3. 1/2
    Provenendo a mia volta dalla terra calda del libro voglio lasciare un appunto a margine, per inquadrare l’assai poco sano clima sviluppatosi attorno a questa vicenda, basti a tutt* farsi un giro sulla base di Mr Mill e leggerne i commenti.
    Da quando è cominciata questa querelle continuo a chiedermi come possa uno storico del calibro di Franzinelli – di certo avvezzo a ricerche ben più complesse che non scovare un semplice nome da documento – non essere in grado di digitare su Google due termini due e svelarsi un mistero che mistero non è, già che nel polverone attorno alla recensione il nome il nome anagrafico di Mr Mill è stato fatto più volte, non per ultimo dall’autore del libro stesso.
    Proprio non mi capacito di tanta pelosità attorno a un nome e alla insistente richiesta d’una sfida pubblica – ribadita in tutte le salse, quando sarebbe stato molto più agile, comodo e immediato rispondere e argomentare, entrare nel merito delle critiche – se non con termini quali “vigliacchetto” o “balia”, con non troppo velate minacce di appellarsi alla stampa, in due parole con la violenza e l’intimidazione; un modus insomma a parziale risposta alla mia domanda e, al contempo, parte preponderante del problema. A queste latitudini si è preferito svicolare, s’è fatto i gradassi piuttosto che manifestare posizioni, si è cercato di umiliare, – credo a vuoto –, perseguendo lo stesso metodo finto democratico e dileggiante dell’autore del libro, il quale ha pubblicato la recensione per fare quadrato, ha chiamato alla sua difesa, scagliato strali, dileggiato forte dell’argomento (unico, a quanto pare, beata inventiva) d’un presunto anonimato. Ha giocato a storpiare i nomi, ha a sua volta sfidato al duello, ha poi rimosso la recensione dichiarando d’imperio chiusa la discussione attorno al libro, sempre, dico sempre, senza affrontare nemmeno una minuscola porzione delle critiche subìte.

  4. 2/2
    L’analisi, condivisa o meno che fosse proveniva da un blog, la si poteva raccogliere o snobbare, quel che credo proprio non ci si poteva permettere, perché intollerabile, è tutto ciò che è stato fatto: palesarsi con un’enorme tracotanza per spostare il piano a proprio piacimento, dimostrando così soltanto inconsistenza o, al più, un maldestro tentativo di prendere tempo (forse che Franzinelli non ha ancora letto il libro?) o mandare in vacca una possibile e proficua discussione. Si hanno, come sostenuto, tutta una serie di belle e argomentate considerazioni nel merito (dichiararsi antifascista non basta e soprattutto non serve, si discute il libro, non la persona), pronte, da fare? Credo che questa sia l’ultima chiama: lo si faccia e che se ne discuta, o non si sa che dire e si è così tronfi d’un ego da poter rispondere soltanto ove filmati?

    Chiudo con un paio di domande ancora: circostanzino autore e prefattore, giustifichino storiograficamente la proposta dell’autore di ampliare una targa partigiana al nome di Maraun, un nazista, di fatto equiparandoli; davvero una biografia (de facto) spazzerà via la letteratura resistenziale di qui (“Dopo la rigorosa e inedita ricerca di Cominini, resta ben poco in piedi delle pubblicazioni di storia locale dedicate alla Resistenza nella Media Valle Camonica”), compresa quella scritta dal prefattore?; e una stupida e sterile provocazione, al solo scopo di rendere l’idea del clima, di come qui si è preteso affrontare la cosa: a proposito di Mimmo, il nome è di battesimo? Uno pseudonimo? Un diminutivo? Perché Mimmo non ci mostra la carta d’identità?

  5. Sto leggendo anch’io “Il nazista e il ribelle” e devo dire che, purtroppo, tutti i rilievi critici di mr mill, e dei commentatori che si sono espressi qui sopra, sono pienamente fondati. Si tratta di un libro imbarazzante, sotto vari profili, e accenno qui solamente a una delle pecche più evidenti: l’esposizione appare come suggestionata dal mito dell’efficienza militare teutonica, con movenze che non si sa se attribuire a improntitudine o a umorismo involontario e che inducono a chiedersi se l’ingenuità dell’autore sia autentica. Come quando si cerca di far passare l’operazione Anton per un brillante esempio di guerra-lampo:

    “Alla fine di ottobre [1942, n.d.r.], le truppe tedesche erano ormai pronte per una nuova invasione, che in questo caso si concretizzò con l’’Operazione Anton’. Essa prevedeva l’invasione, da parte delle forze tedesche e di alcuni reparti del Regio Esercito Italiano, della parte di Francia ancora sotto il controllo del governo di Vichy. Il 10 novembre, quindi, le forze dell’Asse invasero improvvisamente la Francia del sud e in soli 8 giorni, Wehrmacht ed Esercito Italiano riuscirono a conquistare la totalità del paese. Era la Blitzkrieg”.

    Ora, sarebbe bastato all’autore consultare Wikipedia per sapere che in realtà la reazione del governo fantoccio di Vichy a questa arditissima operazione strategica “fu poco più che simbolica, limitandosi a una serie di trasmissioni radiofoniche che denunciavano la rottura dell’armistizio del 1940”. In questo caso l’entusiasmo mostrato dal testo appare fuori luogo anche dal punto di vista puramente tecnico-militare (a parte ogni altra considerazione), come se qualcuno constatasse con ammirato stupore che un coltello “riesce a conquistare” in pochi secondi un panetto di burro. (Continua).

    • (Continua dal commento precedente) – In altri casi, invece, sembra che l’autore Wikipedia l’abbia consultata eccome, però senza dirlo. Per esempio in un paio di note in calce al cap. 11.

      Ecco alla nota n. 112:

      “La Kriegsverdienstkreuz (Croce al merito di guerra) venne creata da Adolf Hitler nel 1939 come principale decorazione al merito. Essa veniva concessa per meriti di guerra e aveva due varianti: con spade (concessa ai soldati per servizi eccezionali connessi alla battaglia, ma non direttamente in prima linea) e senza spade (concessa per servizio meritevole dietro le linee di combattimento oltre che ai civili)”.

      Ed ecco Wikipedia:

      “L’onorificenza venne creata da Adolf Hitler nel 1939 come principale decorazione al merito. […] – La croce al merito di guerra veniva concessa per meriti di guerra ed aveva due varianti: con spade (concessa ai soldati per servizi eccezionali connessi alla battaglia, ma non direttamente in prima linea) e senza spade (concessa per servizio meritevole dietro le linee di combattimento oltre che ai civili)”.

      Ecco alla nota n. 115:

      “L’offensiva di Kiev fu una grande operazione sferrata dall’Armata Rossa nel novembre 1943 per sbucare dalle teste di ponte conquistate sul Dnepr e liberare la capitale ucraina Kiev”.

      Ed ecco Wikipedia:

      “L’offensiva di Kiev […] fu una grande operazione sferrata dall’Armata Rossa nel novembre 1943 sul fronte orientale durante la seconda guerra mondiale per sbucare dalle teste di ponte conquistate sul Dnepr e liberare la capitale ucraina di Kiev”.

      Intendiamoci: nulla contro l’Enciclopedia libera. Ci scrivo su tutti i giorni, e mi fa piacere se altri la usano come fonte e la considerano autorevole. Però provo un certo disappunto quando informazioni facilmente disponibili su tale fonte non vengono valorizzate (come nel caso dell’operazione Anton), e più ancora quando vengono utilizzate ma la fonte non è dichiarata.

  6. C’è un articolo, intitolato Il linciaggio, che oggi, dopo la lettura di Il nazista e il ribelle, risulta rivelatore. Pubblicato nel giugno 2014 sulle pagine di Studi e ricerche di storia contemporanea (rivista edita dall’Isrec di Bergamo), in questo articolo di poche pagine Andrea Cominini (riportato Comenini) propone quella che risulta essere la versione condensatissima della narrazione che poi gonfierà fino alle 400 e rotte pagine de Il nazista e il ribelle. La concisione, al tempo della sua pubblicazione, avrà certamente contribuito a rendere fumosa la tossicità di quella che veniva comunque presentata come una ricerca in divenire; al contrario, oggi, questo articolo, proprio per la sua brevità, è utilissimo perché si rintracciano in poche pagine tutti gli elementi critici di Il nazista e il ribelle che ho segnalato nella recensione, così come altri che sono stati segnalati nei commenti.

    Maraun “colto nazista” e “buon padre di famiglia”, di cui si afferma (senza menzione dell’adesione alle SA) che «non si iscrisse mai al Partito Nazionalsocialista». La sua carriera militare e di come si «distinse sempre per grande zelo e professionalità nei ruoli assegnategli fino alla fine della guerra», tra cui «l’incombenza di contrastare le bande partigiane presenti sul territorio [della Val Camonica]». E ancora, la corrispondenza tra Cominini e la figlia di Maraun, le testimonianze anonime e «i documenti rinvenuti grazie alla collaborazione di privati» ma mai per intero riportati o esibiti, financo l’episodio di Cominini che contatta Priebke. Presente e sovraccaricato tutto l’aspetto del supposto mistero attorno alla figura di Maraun, all’assassinio di Bigatti, così come il continuo tentativo di portare discredito alla «letteratura locale, [che] con qualche svista maliziosa ed alcune imprecisioni, ha contribuito in maniera decisiva a creare confusioni o a diffondere notizie ed informazioni quasi sempre scorrette». Si trova, in questo testo del 2014, l’identica excusatio non petita, la stessa posa assunta da Cominini di “coraggioso ricercatore controcorrente” che Wu Ming 2 ha evidenziato nel suo commento.

    C’è già tutta, in forma distillata, la dannosità di questa narrazione.

    Ecco, sulla figura di Bortolo Bigatti, va detto, la mano di Cominini cala in maniera meno pesante con le insinuazioni sul presunto e totalmente indimostrato collaborazionismo del partigiano con gli occupanti nazisti e con Maraun. Nel 2014, è un’ipotesi, forse l’idea di costruire un improbabile parallelismo paritetico tra il nazista e il partigiano non era maturata, e la figura di Bortolo Bigatti – «ribelle e poco predisposto alle imposizioni», «semplice e buono» – è rappresentata, stringi stringi, esclusivamente ricorrendo ai cliché del montanaro testardo ma dal buon cuore. Anche se la tentazione di accostare le due morti – quella di Bigatti e quella di Maraun – è già presente, come vedremo tra pochissimo.

    C’è già tutto, anche le medesime considerazioni finali che si potranno leggere 6 anni dopo in Il nazista e il ribelle: «La guerra, spietata, è ed è sempre stata questo, enormi potenze e nomi altisonanti di generali e politici in contrasto per grandi interessi, ma in pratica piccoli uomini comuni che si rubano la vita a vicenda. Sono certo infatti, che Werner Maraun, libraio di Berlino, amante della musica, dell’arte e delle lingue straniere, che fece il viaggio di nozze in Italia perché estimatore della cultura di questo paese, mai avrebbe pensato di venire un giorno a Esine ad ammazzare Bortolo Bigatti, ventenne un po’ scapestrato ma d’animo semplice e buono.»

    Tra le righe, ma manco troppo celata, si riconosce l’oscena proposta della targa a ricordo di Werner Maraun: «Ritengo infatti opportuno che, oltre alla morte di Bortolo Bigatti, venga da oggi in poi ricordata anche quella di Werner Maraun che, responsabile o no, perì nel medesimo luogo due mesi e mezzo dopo». Non posso risparmiarvi le ragioni delle proposta: «Ciò potrebbe insegnare alle generazioni future a non cancellare parti scomode della storia, a non trasfigurarla, perché una vita è sempre una vita».

    «Tutto il problema del libro è qui», scrive Wu Ming 2, «Cominini ha portato avanti l’indagine su Maraun con la “sete di conoscenza” e “l’irrefrenabile curiosità” di chi vuole coprire i buchi di una vicenda e smontare le dicerie, i miti che le sono cresciuti intorno. Poi però ha voluto usare tutto questo per sostenere una tesi e dare alla sua indagine un valore storiografico più ampio.»

    L’articolo Il linciaggio, letto dopo Il nazista e il ribelle, testimonia che l’ipotesi secondo cui Cominini abbia speso almeno 6 anni a costruire un’impalcatura ingombrante quanto fragile per sostenere una propria tesi, concepita sulla base di convinzioni personali e prevenzioni generali, presentandola ingannevolmente come storiograficamente fondata, è molto più che un’impressione.

  7. 1/3 Un brutto libro (recensione pubblicata sul mio profilo aNobii: https://anobii.com/books/il-nazista-e-il-ribelle/9788857571089/01fcfa5a59cd55f6d2/reviews/60b99f688309fa516d24815a)
    Questo libro ha destato un certo scalpore in Valle Camonica, zona d’origine dell’autore Cominini e del prefatore Franzinelli (storico del fascismo di una certa fama) ma anche e soprattutto delle drammatiche vicende narrate. Scalpore che ha trovato forma in alcuni scambi scritti, su giornali e blog, in cui sostanzialmente l’autore e il famoso prefatore si sono trincerati dietro a un altezzoso disdegno dai risvolti a volte grotteschi, come quando Franzinelli ha inveito contro il presunto anonimato di un recensore digitale minacciando ricorsi alla stampa locale (la cui efficacia era chiara soltanto a lui), e altre maleducati, come la risposta dell’autore alle critiche negative sul giornale locale Graffiti (https://associazionegraffiti.blogspot.com/2021/03/cominini-risponde-panighetti-il-mio.html). Invece, avremmo tutti beneficiato da una risposta chiara di autore e prefatore, a cui sono state rivolte precise critiche sul contenuto e i metodi della ricerca storica dietro al libro. All’autore vengono rimproverate goffaggine e ingenuità: il libro vorrebbe essere la più precisa ricostruzione storica possibile delle vicende che nel 1945 portarono l’ufficiale della Wehrmacht Werner Maraun, responsabile dell’intelligence antipartigiana, e il partigiano Bortolo Bigatti “Móha” a essere giustiziati nello stesso luogo – la piazza centrale del piccolo paese camuno di Esine – a pochi mesi di distanza. Lo scopo di tale ricerca sarebbe quello di scoprire le motivazioni che spinsero un uomo colto e pacifico come Maraun a eseguire gli ordini più infimi (come l’esecuzione di Móha) fino all’ultimo (attardarsi a eliminare alcuni documenti compromettenti per il comando tedesco di Boario gli sarà fatale). Peccato che l’autore non raggiunga questo scopo; anzi, con le sue conclusioni non fa altro che confermare la tesi del tedesco che ha scelto volontariamente la parte sbagliata della Storia, come l’avvocato Panighetti gli rimprovera in una lettera aperta (https://associazionegraffiti.blogspot.com/2021/03/alberto-panighetti-ad-andrea-cominini.html) a cui Cominini sa rispondere solo con boria.

  8. 2/3 L’errore più grave dell’autore, che Franzinelli avrebbe dovuto segnalare anche solo per onestà nei confronti del suo stesso mestiere, è un uso parziale delle fonti: Cominini si accinge alla ricerca spinto dalla curiosità delle storie sentite dal nonno, quando era piccolo (e qui nulla da obiettare); ma si fa poi coinvolgere troppo dalla figlia di Maraun, con la quale entra in contatto epistolare e dai cui ricordi – per forza di cose influenzati dal suo punto di vista di figlia – si fa fuorviare. Non ci sarebbe nulla di male se l’autore avesse contestualizzato il tutto in una cornice storica obiettiva; al contrario, è fin troppo evidente il pathos che certe scene e descrizioni suscitano. Incapace, in sostanza, di bilanciare il suo ruolo di persecutore spietato di partigiani e pericolosa spia con quello di ottimo padre di famiglia, buono e tenero (che addirittura avrebbe spedito alla famiglia una poltroncina del Louvre e che avrebbe maturato l’odio antipartigiano durante la campagna tedesca in Russia), a Cominini non resta che la più banale delle conclusioni: senza la guerra, né Maraun né Móha sarebbero mai morti. E, sempre per cercare di limitarne le responsabilità (cosa che però, come accennavo, egli stesso sconfessa ricostruendo la carriera militare di Maraun), ecco invece una ricostruzione a dir poco negativa delle azioni del partigiano Móha. Se Maraun combatteva dalla parte sbagliata pur essendo un uomo buono, Móha combatteva sì dalla parte giusta ma – leggiamo tra le righe – era uno scavezzacollo irresponsabile che la morte è andata a cercarsela. E pazienza se ancora una volta, ricostruendo i dettagli della sua esecuzione, Cominini ne enfatizzi invece l’estremo eroismo: condotto in paese e obbligato a rivelare nomi degli altri partigiani, Móha riesce con alcuni abili trucchi a non tradire nessuno. La ricostruzione della fine di Maraun, invece, aggiunge inutili ombre: invece di sottolineare la rabbia – storicamente giustificata – della popolazione locale, Cominini insiste a sostenere la tesi che il linciaggio di Maraun sarebbe stato pilotato da chi tra i partigiani e la popolazione locale aveva tutto l’interesse a che tacesse sull’identità delle spie locali.

  9. 3/3 Tesi per nulla peregrina, anzi; ma che Cominini abbozza senza menzionare nessuna fonte o documento provante, limitandosi a ripeterla in continuazione e così a gettare fango sui partigiani incaricati di condurlo nelle carceri di Esine. Cominini vorrebbe insomma spiegare la banalità del male: ne aveva l’opportunità, ma l’ha sprecata preferendo tacere sempre sull’unica, cristallina verità di tutta questa vicenda. Ovvero che dietro ai loro omicidi stanno le loro scelte: Maraun scelse il nazismo e Móha, pur non essendo altrettanto colto, capì in fretta che fascismo e nazismo erano l’ennesima faccia dell’oppressione del forte sul debole. E scelse dunque l’unica via per combatterla, esponendosi in azioni coraggiose sempre in prima persona (azioni che Cominini, appunto, ricostruisce). Non rimprovero all’autore inesistenti simpatie naziste, da cui lui stesso invece continua a professarsi innocente travisando il senso delle critiche rivoltegli; gli rimprovero invece di aver condotto un’operazione alla Giampaolo Pansa, che mette sullo stesso piano vittime e carnefici, e di cavalcarla con un protagonismo nauseante, come i suoi post sui social network dimostrano. Un’ultima nota: Mimesis pubblica solitamente ottimi libri; non si capisce il motivo di mandare in libreria un prodotto come questo, che non sembra essere stato nemmeno sottoposto al più elementare degli editing. La firma di Franzinelli non basta (e, anzi, anche su quella continuo a interrogarmi).

Lascia un commento