Il lavoro fatto su Giap durante l’emergenza coronavirus. Un bilancio – e un glossario – mentre si «smarmella tutto»

[Per tutto il periodo febbraio-maggio non abbiamo rilasciato interviste sull’emergenza coronavirus. Finché durava la buriana, abbiamo valutato fosse meglio esprimerci solo per iscritto e solamente su Giap. Abbiamo declinato ogni invito di radio, giornali e riviste. Unica eccezione, l’intervista che esce oggi, a cura di Jakub Hornacek, sulla rivista politico-culturale ceca A2. Il titolo, tradotto dal ceco, suona così: «Invece delle fabbriche hanno chiuso i parchi». Le risposte le abbiamo spedite il 19 maggio scorso e le rendiamo disponibili anche in italiano, qui il pdf.

Rileggendole pochi giorni fa, ne abbiamo ricevuto un pungolo: era tempo di ricapitolare il lavoro fatto su questo blog, insieme alla comunità che qui ha discusso. Non solo per capire come siamo arrivati qui, ma per comprendere cosa ci attende dopo la fase “acuta” dell’emergenza. L’intervista, dunque, ha fatto da “trampolino” a un testo nuovo, dove aggiorniamo e approfondiamo varie questioni emerse su Giap fino a oggi, proponendo anche un “glossario” dell’emergenza. Appunti e spunti per chi, in futuro, dovrà storicizzare questo 2020. Buona lettura. WM]

INDICE
0. Le destre in piazza, ma che sorpresa!
1. «Riaperturismo» di destra e di “sinistra”
2. L’aperto e il chiuso
3. Lo scaricabarile psicopatogeno (per dirla con Bifo)
4. «Lockdown»
5. «Casa»
6. «Distanziamento sociale»
7. «Mascherina» e «Guanti»
8. «Minorenni» (scomparsa dei)
9. «Morti» (rispetto per i)
10. «Reddito» (di quarantena)
11. «Ripartenza» (tutto in nome della)

12. Un «canto di Natale» a primavera

0. Le destre in piazza, ma che sorpresa!

Mentre scriviamo si parla molto delle «destre che scendono in piazza cavalcando il malcontento». Su questo blog già dai primi di aprile avvisavamo che presto o tardi sarebbe accaduto: quel malcontento – la rabbia per la gestione dell’emergenza coronavirus e per le sue conseguenze sociali – stava già montando, ma si esprimeva in modi che non entravano nei radar, oppure ci entravano, ma venivano subito fraintesi, distorti, sminuiti, derisi.

Nel mainstream e “a sinistra” – qualunque cosa ciò voglia ormai dire in Italia – l’esistenza di un malcontento era negata: nella rappresentazione dominante il Popolo temeva solo ed esclusivamente il virus, era felice di #stareincasa e metteva i like sotto i video del premier su Facebook. Noi invece davamo per scontato che, non appena calata la paura, le destre avrebbero capitalizzato sulla rabbia, prendendosi simbolicamente le piazze e, soprattutto, prendendosi l’esclusiva della critica all’emergenza.

La destra fa il suo lavoro. Il problema è chi le dà modo di farlo bene. Il problema è “a sinistra”, dove non c’è stata disponibilità a recepire alcuna critica dei modi e tempi del lockdown. Chi ne esprimeva, anche da un punto di vista anticapitalistico e di classe, era subito messo nel mucchio insieme ai fascisti.

Pappalardo e i suoi «gilet arancioni».

1. «Riaperturismo» di destra e di “sinistra”

Alberto Zangrillo. Le polemiche seguite alle sue dichiarazioni si inseriscono nello scontro tra due narrazioni «riaperturiste», entrambe basate su reticenze e omissioni.

Reazione ancora riscontrabile quando si parla dello stato attuale della pandemia e si azzardano sguardi retrospettivi su come l’abbiamo affrontata. Pensiamo agli strascichi della controversia scatenata da Alberto Zangrillo, primario del reparto terapie intensive dell’ospedale San Raffaele.

Zangrillo ha dichiarato che «dal punto di vista clinico» il Covid-19 è stato praticamente sconfitto, la «seconda ondata» prevista per fine maggio non c’è stata, si muore sempre meno, da tempo non ci sono nuovi ricoveri in terapia intensiva, i sintomi del Covid sono in media molto più lievi e i tamponi rivelano una carica virale «infinitesimale» rispetto a quella di due mesi fa.

Zangrillo è un grosso nome della sanità privata lombarda e un sodale di Berlusconi, e le risposte polemiche che ha ricevuto dal fronte governista e dai suoi media si sono concentrate su questo.

Nello spettacolino della politica, oggi la contrapposizione è tra le “sinistre” (sempre lato sensu) che difendono le scelte compiute a marzo e aprile – difendono la memoria del lockdown, si potrebbe dire – e le destre che invece devono intercettare il malcontento e lo scetticismo cresciuti in questi mesi.

Il governo sta ormai riaprendo tutto, sta addirittura “smarmellando”, ma quanto più lo fa, tanto più deve mantenere una postura “responsabile” e una narrazione che preservi un po’ di allarme, perché le riaperture non devono sembrare il “contrordine” che all’atto pratico sono. Al contrario, devono sembrare il più possibile in continuità con le restrizioni di prima. Anzi, il merito delle riaperture va dato alle restrizioni. Ne deriva il più classico «doppio legame»: io riapro tutto e quindi ti comunico che le cose vanno meglio, ma se dici che le cose vanno meglio intervengo subito a dire che non è vero.

Le destre, invece, devono rimarcare che le riaperture sono in contrasto con almeno alcune delle scelte fatte a marzo, e scaricare sul governo nazionale il maggior numero di colpe possibile. Ovviamente, nel farlo, glissano sul fatto che molti governatori e sindaci di destra sono stati tra i più alacri sceriffi e hanno imposto i divieti più draconiani e demenziali. Soprattutto, glissano sulle responsabilità della destra lombarda, senza le cui negligenze iniziali l’impatto del coronavirus sarebbe stato molto meno disastroso. Per non dire di responsabilità più di lungo corso, bipartisan ma con un forte protagonismo delle destre: pensiamo alla crescente privatizzazione della sanità, che in Lombardia ha portato allo smantellamento della medicina di territorio (e gli esiti si sono visti).

La polemica sulle dichiarazioni di Zangrillo ha avuto luogo in questa cornice, e così sono passate in secondo piano alcune cose fondamentali. Zangrillo ha detto quanto sopra citando i risultati di diversi studi virologici, che andrebbero quantomeno vagliati prima di rispondere ad hominem. Soprattutto, le sue sono constatazioni che si riscontravano e leggevano da più parti ormai da settimane.

2. L’aperto e il chiuso

Da svariati giorni l’articolo più letto sul sito di Internazionale – non certo una rivista di destra – è «Perché in Italia si muore sempre meno di Covid?» di Luca Carra. Cosa vi si legge?

Molto in sintesi: il virus ha fatto strage soprattutto in Lombardia – regione che da sola annovera oltre la metà dei morti in Italia – e soprattutto tra persone anziane e con co-morbilità, per via delle condizioni in cui si era ritrovata la sanità lombarda e per un concatenamento di errori diagnostici e procedurali dovuti a quelle condizioni e all’effetto-sorpresa.

Oggi la mortalità è dieci volte più bassa rispetto a marzo. Secondo le testimonianze mediche raccolte da Carra, si spiega così: i soggetti a rischio sono più consapevoli e tutelati, le procedure sanitarie sono più appropriate e la carica infettante media, che era schizzata alle stelle per via della «superdiffusione» dovuta alle infezioni ospedaliere, è ora calata a livelli bassissimi.

Nel frattempo, e qui ci inseriamo, tutti siamo tornati a circolare e a vivere gli spazi pubblici, facendo quello che soltanto un mese fa era demonizzato a media unificati, in titoli cubitali e giganteschi shitstorm su Facebook. È evidente a chiunque viva la propria città che ogni giorno, da settimane, ci sono “assembramenti” nelle piazze, nei parchi, nei dehors… Dove viviamo noi, a Bologna, sabato scorso ci sono state ben cinque manifestazioni politiche più o meno concomitanti. Quanto a noi, eravamo impegnati in un trekking sull’Appennino, insieme ad altre centocinquanta persone. Si può ormai girare ovunque, da oggi non c’è nemmeno più l’autocertificazione… Eppure non sta succedendo alcuna catastrofe sanitaria. Com’è possibile?

La risposta era chiara da tempo, benché i mezzi d’informazione italiani non abbiano fatto nulla per farla conoscere – anzi, si sono proprio impegnati a sostenere il contrario.

La risposta è: all’aperto, il contagio da SarsCov2 è sempre stato molto, molto, molto improbabile.

Erin Bromage

Anche l’articolo sul coronavirus più condiviso a livello mondiale nelle ultime settimane, quello dell’immunologo Erin Bromage che si trova tradotto in italiano sempre su Internazionale, dice con nettezza che all’aperto il rischio di contagio da Sars-Cov-2 è minimo, perché

«a due metri di distanza e con uno spazio aperto capace di ridurre la carica virale, il covid-19 non ha il tempo sufficiente per diffondersi. Il sole, il caldo e l’umidità sono tutti fattori che ostacolano la sopravvivenza del virus e minimizzano il rischio di trasmissione all’aperto.»

Infatti, scrive Bromage, «nei paesi che svolgono un tracciamento adeguato è stato registrato solo un focolaio collegato a un evento che si è svolto all’esterno. Meno dello 0,3 per cento dei contagi accertati.»

Il problema sono sempre stati gli spazi chiusi. In particolare, gli spazi chiusi, affollati e poco ventilati. Guardacaso, molti dei luoghi di lavoro rimasti aperti per tutto il tempo corrispondono alla descrizione.

«In tutte le situazioni prese in esame», prosegue Bromage, «le persone sono state esposte al virus presente nell’aria per un periodo prolungato (ore). Anche se si trovavano a 15 metri di distanza (coro e call-center) e la dose infettante era ridotta, il contatto prolungato con il virus è stato sufficiente a provocare il contagio e in alcuni casi la morte.»

Il quadro che emerge è coerente con molte delle cose scritte qui su Giap negli ultimi tre mesi e mezzo.

La demonizzazione dell’aria aperta e la conseguente caccia all’untore portate avanti da media e politici non c’entravano nulla con le reali dinamiche del contagio e dei decessi. Questi ultimi sono stati in gran parte conseguenza dei focolai scoppiati in ospedali e altre strutture sanitarie e sociosanitarie.

La demonizzazione, la titolazione terroristica tipo «il virus è nell’aria» (smentita dagli stessi studi scientifici citati nell’articolo), la caccia all’untore e al “furbetto” hanno distolto l’attenzione, avvelenato il clima e causato sofferenze soprattutto ai più deboli, con conseguenze sociali che pagheremo a lungo.

3. Lo scaricabarile psicopatogeno (per dirla con Bifo)

La cosa più logica sarebbe stata chiudere le fabbriche – se si fosse fatto per tempo in Val Seriana, plausibilmente non sarebbe avvenuto tutto il resto – e organizzare la vita sociale perché la gente potesse stare il più possibile all’aria aperta in parchi, boschi, campi, spiagge… Invece si è fatto l’opposto.

Per l’ennesima e ultima volta ribadiamo che c’è stato uno «scambio spettacolare». La chiusura delle fabbriche è stata una mezza farsa, c’è stata una pioggia di deroghe (vedi la nostra inchiesta pubblicata l’1 maggio scorso) e più della metà dei lavoratori dipendenti ha continuato a lavorare, mentre si è feticizzato lo #stareincasa e si sono tenuti milioni di persone in cattività. Contagiati e non contagiati insieme, dato che non c’è mai stata una seria campagna di test sulla cittadinanza.

Si è punito e messo alla gogna chi usciva a sgranchirsi le gambe e prendere una boccata d’aria, si sono multati persino conviventi perché erano usciti insieme, si sono chiusi i parchi, si è messo il nastro rosso e bianco intorno ai giochi dei bambini, si sono mandati gli elicotteri a pattugliare le spiagge e i droni a sorvegliare i boschi, si sono inondate le strade di varechina, tutte cose del tutto irrazionali rispetto al fine propagandato, e spesso dannose. Dannose non col senno di poi, ma con quello di prima: già il 15 marzo l’ARPA Piemonte aveva chiesto ai sindaci di non lavare i manti stradali con l’ipoclorito di sodio, perché

«non vi è evidenza che [ciò] possa avere efficacia per il contrasto alla diffusione del CODIV-19 dal momento che le pavimentazioni esterne non consentono interazione con le vie di trasmissione umana […] L’ipoclorito di sodio, componente principale della candeggina, è sostanza inquinante che potrà nel tempo contaminare le acque di falda, direttamente o attraverso i suoi prodotti di degradazione.»

Il 18 marzo, dichiarava la stessa cosa l’Istituto Superiore di Sanità. Sullo spettacolo della «sanificazione» dei luoghi pubblici, allestito anche contro le evidenze scientifiche, consigliamo il bell’articolo di Donato Greco intitolato Sorvegliare e pulire, pubblicato su Scienza in Rete.

Bifo.

Nel mentre, come si è detto, le dinamiche reali del contagio erano tutt’altre.

Franco “Bifo” Berardi, in un articolo sul quale ritorneremo, descrive quanto accaduto più o meno al nostro stesso modo, e chiama lo scambio spettacolare «scaricabarile psicopatogeno»:

«Il potere ha compiuto un’operazione che consiste nel colpevolizzare la società usando l’arma sanitaria, e rovesciando la reciprocità affettuosa in una sorta di labirinto delle colpevolizzazioni. La chiamano responsabilità, ma io la chiamo in un’altra maniera: scaricabarile psicopatogeno. Quelli che hanno distrutto il sistema sanitario pubblico e molte altre cose, ci hanno detto: state tutti a casa, non muovetevi, altrimenti ammazzate la nonna. Lavorate moltissimo davanti a uno schermo, non chiedete aumenti di salario, accontentatevi di quello che passa il convento, altrimenti crolla l’economia.»

Lo scaricabarile è stato occultato in diversi modi, uno è stato l’uso astratto e generalizzante del termine «lockdown».

Su questo blog abbiamo cercato di sviluppare una critica all’uso capzioso di termini ed espressioni come «lockdown», «chiudere»/«riaprire» , «stare a casa» e «distanziamento sociale». Ci siamo impegnati, collettivamente, a discernere ogni volta, a smontare i discorsi per capire a cos’erano riferiti. Ecco una sintesi in forma di glossarietto. L’ordine non è alfabetico, segue l’argomentazione.

4. «Lockdown»

«Tu sei contro il lockdown», «non si poteva non fare il lockdown», «guarda cos’è successo dove non hanno fatto il lockdown»…

«Il lockdown» non vuol dire niente. Non esistono paesi che hanno fatto «il lockdown» e altri che non l’hanno fatto. Tutti i paesi hanno chiuso qualcosa, hanno fatto dei lockdown, compresa la vituperata Svezia. La questione è sempre stata: lockdown di cosa, come, quando e per quanto tempo. Non è mai esistito un unico “pacchetto”, un unico modello, un unico insieme di divieti e restrizioni. Le strategie sono state variegate e modulate – bene, benino, male o malissimo – nello spazio e nel tempo.

Ad oggi non sappiamo se i diversi tipi di lockdown abbiano prodotto risultati diversi in termini di contagio, letalità, mortalità ecc. In linea di massima, il virus sembra essersi comportato ovunque in maniera molto simile. Tuttavia, proprio guardando a come il virus si è comportato, possiamo dire che alcuni provvedimenti di questo o quel “pacchetto” non avevano giustificazione.

«Lockdown» al singolare, però, è un termine-ombrello che impedisce di discernere, utile a giustificare qualunque cosa. Soprattutto in Italia, dove è servito a mettere insieme tutte le chiusure, restrizioni, limitazioni, proibizioni introdotte a livello nazionale, regionale e municipale. Misure necessarie (ma spesso applicate nei tempi e modi sbagliati), misure magari non necessarie ma sensate, e misure del tutto irrazionali.

L’uso dell’espressione «il lockdown» ha fatto credere, ad esempio, che ci fosse un’inesorabile progressione logica tra vietare gli “assembramenti” e starsene tappati in casa.

5. «Casa»

Il chiudersi in casa non è mai stato conseguenza obbligata del distanziamento fisico né del «lockdown». Repetita iuvant: nella lingua italiana un conto è «stare a casa» dal lavoro, un conto è pensare si debba stare sempre in casa. Anche in inglese esiste la differenza tra stare «at home» e stare «indoors».

Nei vari paesi che hanno affrontato la pandemia, la limitazione di spostamenti e interazioni è stata declinata in modi anche molto diversi tra loro. In Italia, lo stare a casa è diventato ben presto stare in casa, e se ne è data un’interpretazione rigidissima, tetragona, che ha dato la stura a fenomeni inquietanti, a «ritorni del rimosso», a riemersioni di mentalità profonde.

#Iorestoacasa è stato una narrazione discriminatoria, escludente, classista. Per chi gode di un privilegio, quel privilegio è come l’acqua per il pesce. Privilegio di classe, di genere, di “razza”: chi ce l’ha lo dà per naturale, scontato e soprattutto universale, non si accorge che il suo punto di vista è situato, se altre persone non glielo fanno notare e non gli smontano la costruzione davanti agli occhi. È dunque normale che chi aveva le condizioni per passarsi «tutto sommato bene» la clausura domestica sia incline a pensare che tutti quanti se la siano passata «tutto sommato bene», e che l’angolatura da cui guarda quei mesi sia quella “normale”. Consultando la sua cerchia di amicizie e relazioni, il più delle volte, avrà solo conferme, perché il bias è comune. A volte, poi, la cerchia – spesso un gruppo su Whatsapp – è divenuta una bolla, in seguito a scazzi e alla fuoriuscita o esclusione di chi non vedeva la situazione allo stesso modo.

Sovente i progressisti del ceto medio ci hanno chiesto – astrattamente e senza pensare all’assurdità della cosa – di «empatizzare coi morti». Al tempo stesso, proprio non riuscivano a capire che stavamo empatizzando con molte persone vive: famiglie proletarie costrette in appartamenti minuscoli, bambini e adolescenti impossibilitati a seguire la DAD perché in tutta la famiglia c’era un solo dispositivo ed era il telefono del papà, donne costrette tra quattro mura con mariti prevaricatori, disabili e sofferenti psichici rimasti senza assistenza, elementi deboli e discriminati del mondo LGBTQ+, migranti, e in generale tutte le persone per le quali la reclusione domestica non è stata una fase «rigenerante», non è coincisa con la riflessione, con la riscoperta di vecchi hobby, col cucinare manicaretti, con l’aperitivo a distanza su Zoom, con niente di tutto questo.

Ecco, quando parliamo di cos’è stata la «Fase 1», cerchiamo di non rimuovere il fatto che la «casa» della narrazione #iorestoacasa era la casa borghese – e, sovente, liberal.

Ida Dominijanni

Di fronte a questa realtà concreta, ai fini del confronto e dell’analisi non ci pare centrato né utile disquisire, come ha fatto Ida Dominijanni, sullo #stareincasa come scelta libera e altruistica, non imposizione dall’alto ma «(auto)contenimento della potenzialità di ciascuno di infettare l’altro: e dunque come […] segno di una postura relazionale e responsabile, non ego-centrata e asservita.»

Non mettiamo in dubbio le intenzioni di chicchessia: semplicemente, ci interessano poco. A interessarci sono gli esiti dell’emergenza sulle vite di chi non ha potuto scegliere dove, come e con chi #stareincasa, né ha avuto libertà di distinguere tra stare at home e indoors. Per non dire di chi una home non ce l’aveva, o stava indoors ma non at home, perché in una RSA o in un CPR. Il tutto, sempre ricordando che indoors era molto più facile prendersi il virus, mentre per pigliarselo outdoor bisognava proprio andarlo a cercare.

Nell’incontro con determinati costrutti ideologici, in ambienti che hanno aderito allo #stareincasa “da sinistra” e con grande zelo, lo #stareincasa ha portato a derive penitenziali e sacrificali. È riemerso qualcosa di profondissimo, di “hardcore”, proveniente da qualche recesso della Kultur italiana, localizzabile tra le memorie remote del cristianesimo medievale e il retaggio della Controriforma.

Non ci riferiamo all’esperienza del cristianesimo come ἐκκλησία – raduno, assemblea, comunità. Anzi, dai cristiani che si vivono come ecclesia sono spesso giunte critiche – e disobbedienze – ai dpcm e ordinanze. No, ci riferiamo ad altre correnti e sfaccettature dell’esperienza storica cattolica, a quelle zone oscure in cui l’accento cade su percorsi di penitenza, restrizione, mortificazione e sacrificio individuali: clausura, isolamento, espiazione, eremitaggio, misticismo…. Abbiamo letto un diario della quarantena dove si vedevano in filigrana gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio, e a un certo punto c’era la foto di una ragade venuta a furia di lavarsi le mani col disinfettante. L’apparizione delle stimmate. Santa Caterina da Siena o, più plausibilmente, Padre Pio.

Anche senza arrivare a tali estremi, ci sembra che l’emergenza coronavirus abbia scavato molto in profondità. Sono argomenti che fanno tremare le ginocchia, ed è difficile scriverne in modo equilibrato. Possiamo solo offrire questi spunti. Approfondirli sarà compito di storici, sociologi e antropologi.

6. «Distanziamento sociale»

L’espressione inglese «social distancing» indica lo stare discosti l’uno dall’altro nelle occasioni di socialità. Occasioni che non vengono negate, anzi, sono poste a premessa e cornice dell’interazione.

«Social» è spesso un false friend, perché ha connotazioni diverse dal nostro «sociale». Ecco il primo significato del lemma riportato dall’Oxford Dictionary: «connected with activities in which people meet each other for pleasure». Nel Merriam-Webster il primo è invece, molto americanamente, «involving allies or confederates», ma il secondo è «a) marked by or passed in pleasant companionship with friends or associates; b) sociable; c) of, relating or designed for sociability» e il terzo è: «of or relating to human society, the interaction of the individual and the group, or the welfare of human beings as members of society».

Insomma: piacere dell’incontro e della compagnia, amicizia, socievolezza, benessere degli esseri umani in quanto membri della società. L’espressione «social distancing» dice che le distanze fisiche vanno rispettate senza annullare tutto questo.
Al contrario, «distanziamento sociale» contiene già lo sfilacciarsi dei legami.
Aver reso «social  distancing» in “traduttese” letterale anziché con una parafrasi in italiano corretto è stato un errore fecondo di mostri. Ha contribuito a produrre distanza sociale, patita da tutti i soggetti più deboli. Addirittura, spesso si è sentito usare come quasi-sinonimo «isolamento sociale». Bel lapsus.

7. «Mascherina» e «guanti»

La prescrizione di mascherina e guanti anche all’aria aperta e in altre situazioni dove non sarebbero serviti a nulla ha dato luogo a un vero e proprio feticismo, proprio nell’accezione del termine usata in etnologia: a quegli oggetti si sono attribuiti poteri pressoché magici. Al punto che anche nella letteratura medica, in testi dove si dice che persino nelle strutture sanitarie portare la mascherina ovunque è di dubbia utilità, si usano parole come «ruolo simbolico» e «talismano».

È forse il primo talismano usa-e-getta della storia, e ha già prodotto miliardi di tonnellate di pattume che finirà in mare o verrà bruciato sprigionando diossina.

Su questo, non abbiamo molto altro da aggiungere. Avevamo scritto già molto nel post «Al ballo mascherato della viralità», che è dell’8 aprile.

8. «Minorenni» (scomparsa dei)

Ad aver sofferto il distanziamento sociale sono stati soprattutto i bambini e gli adolescenti.

Nelle vite degli adolescenti, la negazione della compagnia e della corporeità, l’affermarsi di una pervasiva narrazione basata su sospetto nei confronti dell’Altro – del suo approssimarsi, dei suoi fluidi e umori, e proprio nella fase in cui si dovrebbe scoprire l’eros –, tutto ciò avrà conseguenze a lungo termine.

Del succitato articolo di Bifo non condividiamo l’impostazione «noi giovani degli anni ’70 invece» e il disfattismo nero nei confronti delle nuove generazioni (che secondo noi possono riservarci grandi sorprese), ma alcune osservazioni sono perfette, come quando parla di «sensibilizzazione fobica al corpo dell’altro, alle labbra, che d’ora in avanti saranno nascoste per sempre come pudenda pericolose.»

Avrà conseguenze su ragazze e ragazzi anche il non essere stati minimamente considerati, l’essere stati rimossi dal quadro – mai nominati nei testi di dpcm e ordinanze, ignorati nelle conferenze stampa del premier, esclusi a priori dall’autocertificazione – salvo essere reintrodotti all’improvviso solo quando serviva usarli come facili capri espiatori, perché dopo la riapertura si “assembravano” o si davano alla “movida”.

Durante quest’emergenza si è espressa tutta l’adolescentofobia di una società di attempati e di «giovani per proroga dei termini».

Tutto ciò mentre, nella comunità scientifica, emergeva la consapevolezza che bambini e ragazzi molto difficilmente vengono contagiati dal SarsCov2, e nei casi in cui ciò avviene difficilmente contagiano altre persone. L’afflizione e la colpevolizzazione extra che sono state riservate ai minori – con l’avallo di certi virologi da talk-show – hanno sempre avuto basi scientifiche molto precarie. La constatazione dei danni “collaterali” dell’emergenza, invece, ha basi molto solide.

È quel che hanno fatto notare i pediatri che hanno scritto e firmato un appello apparso sul Manifesto il 29 maggio scorso. Dove si critica anche l’ossessivo focus su virologia e infettivologia, come se il punto di vista specialistico di quelle discipline riassumesse in sé tutta la scienza e fosse sufficiente a descrivere l’impatto di un’epidemia sulla società:

«I pediatri sono portatori di una visione più ampia su salute, sviluppo, assistenza e benessere dei bambini. Infatti, le maggiori riviste e associazioni internazionali pediatriche continuano a ribadire in modo chiaro e, al meglio delle conoscenze, inequivocabile, che il rischio di contagio per e da parte dei bambini è molto basso mentre il rischio di compromissione di aspetti cognitivi, emotivi e relazionali conseguenti alla prolungata chiusura delle scuole è molto alto.

Oltre a tutto, si sono enfatizzati i rischi di contagio derivanti dalla riapertura delle scuole e dei nidi, senza tener conto che i bambini lasciati a casa non ne sono affatto esenti: al contrario, affidati a parenti o amici o lasciati soli (i più grandicelli) stanno andando incontro a rischi infettivi senz’altro maggiori di quelli insiti in situazioni controllate dove gli adulti (insegnanti, educatori, ecc,) sono sottoposti a misure di prevenzione e controllo, dove si seguono regole di distanziamento, igiene personale e sanificazione ambientale.

Questo squilibrio si è verificato e si verifica in Italia a differenza di molti altri Paesi europei, dove, a partire dalle massime autorità fino a buona parte delle istituzioni locali, ci si è preoccupati di assicurare l’integrità fisica cognitiva ed emotiva dei bambini con una prospettiva più olistica, comprensiva di tutti gli aspetti.

È quindi urgente cambiare rotta, se si vuole evitare che alla crisi sanitaria e a quella economica si aggiunga una crisi educativa e sociale dalle conseguenze pesanti per tutti i bambini, e drammatiche per una consistente minoranza, che già in precedenza viveva situazioni di difficoltà di apprendimento. Vanno aperti, e riaperti sollecitamente spazi ludici con componenti educative, e vanno messe in campo iniziative specifiche di supporto per quei bambini, che gli insegnanti e gli educatori già conoscono, con difficoltà specifiche.»

9. «Morti» (rispetto per i)

Come ricorda Gina Kolata in un pezzo sul New York Times tradotto da Internazionale, la fine sociale di una pandemia arriva spesso prima della fine sanitaria. Arriva quando la gente non ne può più di avere paura. Tra le due “fini” c’è un momento di inevitabile contraddizione, dentro la quale è necessario muoversi.

Riscontriamo intorno a noi una grandissima voglia di stare in giro il più possibile. Nessuno si illude che d’ora in avanti le cose vadano bene: nell’immaginario incombe la crisi più grande di sempre, portatrice di nuove povertà ed esclusioni, e incombono collassi ecologici epocali, a cominciare dalla crisi idrica dietro l’angolo. Eppure camminare, prendere aria, chiacchierare persino con gli estranei è la vistosa prassi di chiunque: si esce dal lavoro e non si torna subito a casa ma si passeggia a lungo perché «meglio fare scorta, nel caso quelli decidano di rinchiuderci di nuovo»; ci sono famiglie che «noi praticamente stiamo vivendo nei parchi»; anche chi è ridotto in malora preferisce essere in malora all’aperto, con gente intorno, piuttosto che starsene in casa.

Forse è davvero la fine sociale dell’epidemia. Certo, il virus non è scomparso del tutto, per questo la gente porta le mascherine dov’è utile portarle, in fila mantiene le distanze, rispetta le regole sensate. La differenza è che lo fa senza affogare più nella paura.

Come lo fa adesso, avrebbe potuto farlo anche prima. E infatti viene detto. Tuco questa frase l’ha sentita in triestino, ma si ode in tutta Italia: «o i ne cioleva pel cul prima, o i ne ciol pel cul ‘desso, o tutte e due». Un livello di socialità attenta si sarebbe potuto mantenere anche prima, senza panico né odio fomentato contro chi “trasgrediva”, senza paranoie né capri espiatori. Ci sarebbero stati meno veleni in circolazione, ci sarebbe stato meno malessere psichico, soprattutto ci sarebbe stato più dibattito razionale.

E invece si è dato per scontato che le italiane e gli italiani fossero una masnada di imbecilli, una massa inerte da frastornare, da mobilitare con metafore belliche e intruppare dietro un nazionalismo d’accatto. Se all’inizio può essere stato puro panico, anche da parte della classe dirigente, gradualmente è prevalso l’interesse a impedire che si pensasse con la propria testa, a impedire che si facesse già ad aprile quel che tutti hanno poi fatto a maggio.

Per impedirlo si è ricorso al ricatto morale: «ci sono i morti», «bisogna avere rispetto per i morti»… L’accusa di non rispettare i morti è scattata ogni volta che qualcuno ha reclamato il diritto di vivere, non solo di sopravvivere. «I morti» sono anche serviti per interdire ogni discorso critico: «non mi interessa parlare di questo, ci sono i morti», «a chi critica farei vedere le foto di tutte quelle bare»…

Di fronte ai morti, bisognava mostrarsi più che contriti. E a esigere tale contrizione erano spesso i responsabili politici di quelle morti.

E così, si ritorna al tema del fare penitenza, e allo scaricabarile.

10. «Reddito» (di quarantena)

La fine sociale dell’epidemia non è la fine dell’emergenza. L’emergenza, lo abbiamo già scritto, ha funzionato e continuerà a funzionare come acceleratore di processi che erano già in corso.

C’è chi ha scambiato la spesa pubblica di questi mesi – spesso consistita in meri annunci – per l’alba di un nuovo socialismo, o quantomeno di un nuovo «redditismo» dopo quello incentrato sul reddito di cittadinanza, “bruciato” dal M5S. Si è dunque vista nell’imposizione del lockdown un’imperdibile occasione rivoluzionaria.

Scommettere sul «reddito di quarantena», però, ha portato a scommettere politicamente sulla quarantena stessa, sul suo protrarsi per chissà quanto. Durante quel lunghissimo #stareincasa, così si vagheggiava, si sarebbe combattuta la madre di tutte le battaglie. Ma stando tappati in casa non si fanno battaglie, né madri né figlie. Al massimo si fa clicktivism, cioè battaglie d’opinione, il più delle volte imbelli. Nel caso specifico, doppiamente imbelli, perché portate avanti con mille gergalismi e riferimenti criptici che le rendevano elitarie, e perché portate avanti da una comunità paradossale, di persone atomizzate che vivevano sui social dandosi ragione a vicenda.

Nulla di male nella rivendicazione in sé, ci mancherebbe. Ma mettendola al centro del proprio agire – o forse del proprio non-agire, wú wéi (无为) – e focalizzando i discorsi sempre e solo sul rischio virus, senza mai denunciare assurdità e abusi dell’emergenza, si è caduti in una trappola cognitiva dopo l’altra.
Non si è capito che in molti settori l’emergenza e lo #stareincasa creavano disagi e problemi a cui non si poteva rispondere con la rivendicazione di un reddito. Ad esempio, nella scuola: perdita della socialità, sofferenze psichiche, dinamiche escludenti nella DAD, calo dell’apprendimento, aumento della dispersione…
Soprattutto, non si è capito che la maggior parte delle persone non desidera affatto starsene reclusa in casa purché arrivi un sussidio con cui fare la spesa e pagare i giga di traffico.

La vita per cui si lotta, per cui si fa anche la lotta di classe, è sempre stata molto più di questo. Si lotta per una vita degna di essere vissuta, piena, ricca di relazioni. Si lotta per la salute, certo, ma non è salute fare una vita da talpe, sacrificando tutto pur di non ammalarsi. Essersi scordati di questo ha velato lo sguardo, così non si è visto che nella società, accanto alla paura del contagio, montava l’insofferenza verso l’emergenza stessa. Anche perché il «reddito di quarantena» è rimasto un sogno o un’ipotesi, mentre la realtà dei fatti mordeva il culo.

Non solo: scommettere sul lockdown – anche in vista di obiettivi condivisibili – ha portato a scommettere sulla paura, sulla politica della paura e sull’emergenza come modello di governance basato sulla percezione di un pericolo ubiquo e informe. La percezione, ricordiamo? Quante volte abbiamo condannato scelte politiche – in tema di immigrazione, di decoro urbano, di proibizionismo, di «legittima difesa» – basate sulla «percezione»?

Da tutto ciò è derivato un notevole “codismo” verso il governo Conte, con l’apoteosi dell’adesione di molt* “radicali” al famigerato appello «contro gli agguati». Mossa a tutta prima sconcertante, ma in realtà conseguente alla scommessa politica fatta dal principio.

Scommessa fallita, perché lo #stareincasa non poteva durare oltre, né aveva giustificazione scientifica in the first place. E faceva schifo.

11. «Ripartenza» (tutto in nome della)

Poi c’è stato chi non ha scommesso sulla paura ma ha ceduto alle tentazioni del «penso positivo» e del wishful thinking, vedendo l’emergenza come occasione per un ripensamento del modello di sviluppo: abbiamo avuto la dimostrazione che senza auto e senza aerei le emissioni crollano, ora non potranno non tenerne conto… Si è visto che la sanità pubblica è indispensabile, è un passo avanti…

Sorry to be the ones to tell you, ma… no. Purtroppo no.

Chi comanda sa benissimo che alla spesa pubblica d’emergenza seguiranno una stretta austeritaria e una nuova macelleria sociale. In quel quadro, l’emergenza – più prosaicamente: la situazione causata dalla pandemia e/o dal «lockdown», con conseguente necessità di «ripartire» – verrà usata per giustificare ogni passo indietro su terreni come il lavoro, l’ambiente, il welfare, la scuola, la sanità stessa…

Già un mese fa Confindustria ha chiesto la sospensione dei contratti nazionali e una rinegoziazione azienda per azienda di turni, orari e quant’altro, mentre c’è chi propone che la Lombardia e altre zone più colpite dalla pandemia divengano ZES, «zone economiche speciali» dove valgano deroghe fiscali e sui diritti dei lavoratori.

La “ripartenza” sta già avvenendo a colpi di grandi opere inutili: i governatori lanciano i progetti di ulteriori colate d’asfalto, si trovano supercazzole per giustificare la ripresa dei lavori sulla Torino-Lione, si torna persino a proporre il Ponte sullo Stretto di Messina… e «il sì è trasversale», titolano i giornali.

Si sono fatti giant steps a ritroso sulla questione della plastica: subito prima dell’emergenza sembrava una questione cruciale, circondata di indignazione, i fiumi e i mari pieni di plastica, gli animali uccisi dalla plastica, cosa fare della plastica… Poi la plastica ha invaso le nostre vite come non mai: miliardi e miliardi di paia di guanti, di flaconi di amuchina et similia, di sacchetti e vaschette di cibo ordinato su Just Eat o Deliveroo, e l’imballaggio della roba ordinata on line…
La plastica ha detto, imperiosa: – Non vi libererete di me.
E tutti hanno risposto: – Ah, ok.

Questi mesi di DAD hanno fatto schifo a chiunque li abbia vissuti sulla propria pelle, ma sono stati cruciali per imporre più privatizzazione strisciante della scuola. Al contempo, l’emergenza è usata per chiedere più verticismo e autoritarismo nella vita scolastica: più potere ai dirigenti e meno prerogative agli organi collegiali, detestato residuo di anni Settanta. A tale proposito, si leggano le proposte – e si valuti l’anglicorum aziendalistico – dell’ANP (la più grande associazione nazionale di dirigenti scolastici).

Nel dicembre scorso avevamo scattato la fotografia di una fase di contraccolpo, di backlash contro i colossi del Big Tech, con appannamento dell’immagine delle grandi piattaforme racchiuse nell’acronimo GAFAM: Google Apple Facebook Amazon e Microsoft. Oggi, grazie all’emergenza coronavirus, l’immagine di quelle corporation è tornata a scintillare, hanno “dimostrato” di essere imprescindibili, hanno “salvato” la scuola e la società, hanno macinato profitti portentosi mentre nessuno più parlava del loro strapotere, del data mining, del capitalismo della sorveglianza ecc. E lo #stareincasa ha portato al parossismo le dinamiche tossiche dei social media che avevamo descritto.

Sono solo alcuni esempi di quanto l’emergenza coronavirus ci abbia riportati indietro. E in generale, poiché per diversi mesi non si è potuto parlare d’altro, oggi ci ritroviamo aggrediti da tutti i problemi aggravatisi nel frattempo, con percorsi di lotta – come quello sul clima – da riavviare più o meno da capo, e con destre e complottisti vari a intercettare la rabbia sociale e deviarla verso sbocchi reazionari.

12. Un «canto di Natale» a primavera

L’istinto generalizzato sarà quello di lasciarsi rapidamente l’esperienza traumatica alle spalle. Casomai ci sarà da lavorare sulla sindrome post-traumatica, che agisce più sottilmente di quanto si immagini. Chi è caduto negli equivoci di cui sopra per un po’ resterà afasico, poi tornerà a esternare come se nulla fosse accaduto.

Ciò che rimarrà, nella percezione o nell’inconscio collettivo, è quel che l’emergenza ha rivelato del paese e di noi stessi: i meccanismi di cattura, gli scambi spettacolari, la segregazione domestica, la paradossale convivenza di paranoia e scetticismo, la bolla nefasta dei social media e l’intruppamento dei mass media che hanno avvelenato l’aria, lo stato di polizia e l’appoggio da sinistra a un governo ultraconfindustriale (prima, durante e dopo la pandemia), i quindici miliardi alle imprese e gli spiccioli alla scuola pubblica. E ovviamente la povertà. Perché c’è gente alla fame. Letteralmente.

Crediamo che questa vicenda abbia messo davvero il paese allo specchio e gli abbia mostrato il suo vero volto. Ora, appunto, ci si affretterà a passare oltre, perché nessuno vuole pensare sempre all’orrore delle decine di migliaia di morti e all’infelicità e sofferenza dei tre mesi scorsi. Ma nella retina rimarrà comunque impressa quell’immagine di sé tanto ridicola quanto inquietante e orribile. Per quello che si è stati capaci di esprimere, perdendo la testa e il raziocinio e abbandonandosi al dolore, al panico, alle fobie.

Quell’immagine, spinta alla periferia del campo visivo, potrà essere colta con la coda dell’occhio in ogni momento, per quanto ignorata dalla coscienza, fino a diventare, nelle notti che verranno, una sorta di spettro dickensiano del «Natale passato».

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218 commenti su “Il lavoro fatto su Giap durante l’emergenza coronavirus. Un bilancio – e un glossario – mentre si «smarmella tutto»

  1. La rimozione del trauma è già iniziata. Ci riflettevo questi giorni di rivolte negli USA. Vedo i compagni fortemente ricompattati nel seguirne gli sviluppi e nel tifare per la parte ovviamente giusta.

    Ma è quell’ovvio che mi preoccupa. E’ ovvio che gli USA sono costruiti sulla segregazione e sullo sfruttamento, è ovvio che le forze dell’ordine ne sono il braccio armato di quello sfruttamento. Ovvio per chiunque sia più a sinistra (sorry) di Almirante (sorry again). Ma l’internazionalismo delle lotte ha senso solo se, appunto, queste sono da entrambi i lati. Altrimenti si scade nel feticismo, sterile, da poster in cameretta.

    La spiegazione che mi stavo dando è esattamente sulla vostra linea. Visto che abbiamo sfrasciato quando le ingiustizie erano commesse su di noi, con atteggiamenti al limite del collaborazionismo, ripuliamo la coscienza con un argomento, fra ‘noi’, non divisivo. A parte aperitivi a ripetizione e condivisibile allegria da de-confinamento, c’è solo questo, il tifo per le classi in rivolta all’estero. Come se qui non fosse accaduto nulla. Il lockdown è scomparso dalla maggior parte delle analisi. Ma era ieri! E’ oggi. Come ne usciamo?

    PS: ma non si erano pentiti i “Wu Minchia”? :)

  2. Dopo mesi passati a cercare di aiutare con somma pazienza amic* e conoscent* nel difficile percorso della razionalizzazione dell’emergenza, trovo voi, e tiro un sospiro di sollievo. Non sono sola. Purtroppo, non riesco a chiudere ottimisticamente sull’idea dello spettro del Natale passato e temo che lo spettro si rivelerà a lungo drammaticamente presente. Lo vedo nei miei figli e nelle loro rispettive cricche (vuoi uscire a fare due passi in collina? ma sei pazza? TU VUOI UCCIDERE I MIEI NONNI! viene detto alla mia grande -17enne). Condivido i vostri articoli con chi ritengo disponga ancora di un lumicino acceso da qualche parte, ma ottengo risposte e reazioni desolanti…

  3. Cari tutti, confidavo in un nuovo post per raccogliere e rielaborare le esperienze e i confronti avuti qui – per me molto preziosi anche se non sono sempre riuscito a starvi dietro attivamente. La forma leggermente didascalica aiuta innanzitutto me a tirare le fila del discorso, specie in quest’ultima (?) fase, decisamente smarmellata, in cui sembra di assistere a una appropriazione frenetica, da più parti politiche, delle contraddizioni venute a galla. L’importante è stato per me individuare per tempo le crepe più pericolose o i punti più malfermi del c.d. lock-down, ma mi pare evidente che qualcuno, a cose fatte, sia pronto a capitalizzare i conflitti emersi per motivi che vanno dal particolarismo mediatico agli interessi più generali e stranoti del capitale (di norma le cose vanno bene a braccetto, su scale diverse). Per carenza di tempo, non replico a niente ma mi limito a suggerire un approfondimento.

    Per chi mastica il francese, un contributo di Beneduce (che stimo) comparso qui:
    https://www.franceculture.fr/societe/roberto-beneduce-le-seul-vaccin-efficace-cest-de-conserver-la-memoire-de-ce-qui-vient-de-se-passer
    Al centro la questione della “memoria” di questi tempi. Cosa dobbiamo tenere davvero a mente? A margine una digressione sul vituperato Agamben con una tesi epistemica interessante, che mi sembra richiamare temi già toccati: il suo peccato originale potrebbe essere proprio l’essere partito da un dato asseritamente “scientifico” e quindi in un certo senso compromesso, il resto sarebbe stato un improbo tentativo di conciliare approcci troppo contradditori al limite dell’intellegibilità. Uso il condizionale perché è qualcosa che vi sottopongo, senza una posizione forte da parte mia. Può interessare.

    A proposito di memoria, credo che ci sarà molto altro da dire prossimamente e spero possiate sottrarre altro tempo alla vostra attività letteraria per parlarne. Includo naturalmente tutti i commentatori che hanno usato anche il loro, di tempo, per aiutarmi a capire meglio. Più tardi se riesco aggiungo un’altra idea, ma volevo evitare il papello.
    Grazie!

  4. Mai come in questo periodo i media (soprattutto italiani) hanno avuto in mano il potere di plasmare a proprio piacimento le coscienze. Cittadini senzienti ascoltavano, nelle loro case, dal loro schermo piatto, la narrazione di un evento naturale come di un evento bellico, con camion militari carichi di cadaveri che transitavano per le vie della città, tendoni di primo soccorso posti alle porte di ospedali privi di letti liberi, elicotteri in volo a sorvegliare le città e a scovare i disertori, uomini e donne barricati in casa in attesa che l’aria fosse nuovamente respirabile.
    La narrazione doveva incutere terrore perché solo così la popolazione avrebbe acconsentito a farsi sottrarre fino all’ultimo diritto. Un baratto comodo per chi quei diritti li voleva togliere già da prima. Tutti erano pronti al sacrificio in cambio della vita dei poveri nonni. Nonni che fino al giorno prima erano abbandonati in una residenza per anziani che puzzava di morte e che raramente si degnavano di visitare, ma il virus, o meglio il racconto del virus, sovvertiva anche questa realtà.
    Il problema è che questa narrazione soddisfava anche un altro recondito desiderio,
    quello di una comunità che stava scambiando una vecchia idea di se stessa come una nazione di insolenti e imbecilli per una nuova visione dell’Italia come massa unitaria di attenti osservatori delle regole e apparenti coscienziosi.
    Ora che la nazione era unita nell’emergenza si poteva somministrare la cura fatta di ampi dosaggi di sacrificio. Nessuno poteva richiedere un aumento di salario in una situazione del genere, dovevi anzi essere grato che tu un lavoro ancora lo avessi. Se il padrone non ti rinnovava il contratto, se non ti garantiva la sicurezza sul lavoro, se era in difficoltà, dovevi perdonare e adulare il padrone, perché sai, in una situazione di questo genere… e questo “sai, in una situazione del genere” era un bel attrezzo multiuso per qualsiasi parte della societa non funzionasse.

    • Ora nessuno si sognerebbe mai di dire che un’epidemia letale è una cosa buona. Niente di quanto viene dalla natura è buono o cattivo. Le cose naturali sono e basta; le uniche cose buone o cattive sono le scelte delle persone poste di fronte a ciò che è.
      E la scelta è stata questa. Cattiva per molti di noi qui. Il problema ora è come uscirne. Perché questo modo di narrare gli eventi va sradicato alla base.
      La copertura di ciò che sta succedendo negli USA è un esempio di come la narrazione sia manipolata a favore dello status quo. Fateci caso, di tutte le immagini che si possono reperire direttamente da chi quegli eventi li sta vivendo, i media decidono di far vedere quelle in cui i poliziotti fanno anche essi l’inchino, quelle in cui poliziotti e manifestanti si abbracciano, quelle in cui sceriffi “buoni” rinunciano a perpetrare la violenza degli sceriffi “cattivi”.
      Tutti noi qui ci intendiamo quando parliamo di polizia, tutti noi qui sappiamo che non esiste polizia buona e polizia cattiva, ma esiste solo una polizia. Quella che manganella chi manifesta, quella che lo ha sempre fatto e che continuerà a farlo a meno che quell’istituzione non venga smantellata. Quella che discrimina in base a razza, credo politico, genere. Il problema è per tutti gli altri che non lo sanno e che si fidano di quella narrazione propinata dai media.

    • Il punto debole dell’intera costruzione è la retorica patriottarda.
      Chi ha intonato Mameli per difendere la vita rinunciando alla libertà, ha tradito Mameli, che scrisse e fece l’opposto. Chi ha difeso la vita dei nonni fregandosene del mondo che avrebbe lasciato ai nipoti, ha tradito la Resistenza, che di nuovo fece l’opposto. Chi ha issato il tricolore nel contesto di una crisi internazionale, ha issato un simbolo d’odio e non di solidarietà (dovere il cui adempimento l’art. 2 Cost. rivolge all’uomo e non solo al cittadino).
      Sia ben chiaro: questa retorica non mi appartiene né in un senso né nell’altro. La stessa Costituzione “nata dalla Resistenza” è un tradimento: come tutte le costituzioni borghesi, vale quanto una foglia di fico, e gli eventi recenti lo dimostrano. Il suo riconoscimento di diritti è solo la prova elementare che quei diritti, nello Stato borghese, semplicemente non esistono: in ogni momento te li può togliere senza passare dal via.
      Ma il minimo sarebbe suscitare vergogna in chi credeva di donarsi alla “Patria” mentre senza accorgersene se ne è fatto scudo come il peggiore dei vigliacchi.

      • La retorica patriottica offre consolazione in assenza di un’identità collettiva, che poi è coscienza di classe. Il cittadino medio, infelice e che lotta ogni giorno per sopravvivere, se la costruirà intorno a una bandiera. È molto più facile accettare i sacrifici che ti verranno imposti se sei convinto di condividerli con un’intera nazione.
        Che poi in realtà non la condivida con un’intera nazione, ma solo con altri cittadini appartenenti al proletariato è una verità che noi vediamo lampante, ma che per lui è ben nascosta dai media e dalla narrazione che subisce ogni giorno. Questa per lui è l’acqua.

  5. Valuterà il Ponte sullo Stretto senza pregiudizi. L’ha detto davvero.

    Possibile non ci si renda ancora conto di che sprofondo rappresenti la difesa a oltranza di questo governo? Senza contare che per difendere il governo Conte 2, si agita uno spauracchio che di fatto è una specie di governo Conte 1. E per farlo quindi ci si deve inventare una discontinuità tra l’uno e l’altro che nei fatti non è mai esistita. Davvero stiamo facendo le barricate per Kodos.

    Saltando di palo in frasca, vi informo che su Twitter è già arrivato il genio che dice che non vi leggerà più – originale questa… – perché continuate a pubblicare cose allucinanti. Adesso addirittura su Zangrillo! E in effetti gli va dato atto di aver letto bene. C’è proprio scritto: Z-A-N-G-R-I-L-L-O. E più di una volta. Una pure in grassetto. E un’altra nella didascalia di una foto… che è una foto di Zangrillo!!! Potete usare tutti i trucchi da scrittori che volete, ma non gliela fate al genio di Twitter.

    • Beh, fa il paio con un’altra secondo cui il semplice citare un testo dello storico francese Philippe Ariès – come abbiamo fatto nel post sul funerale di Salvatore Ricciardi – sarebbe una «sbandata rossobruna»… perché Ariès era di destra.

      In effetti era cattolico tradizionalista e monarchico, proveniente dall’Action Française, anche se negli anni ’70 i suoi studi gli valsero l’antipatia degli ambienti da cui proveniva e l’attenzione di parte della sinistra radicale francese e dei movimenti post-’68. Ad ogni modo, noi abbiamo citato un suo libro in quanto opera-apripista degli odierni studi storici sul morire, il che è una constatazione difficilmente contestabile, come erano constatazioni difficilmente contestabili quelle contenute nei virgolettati. Ma evidentemente per la damnatio bastava il nome…

      Qui sopra abbiamo citato la Controriforma. In effetti, siamo dalle parti dell’Index Librorum Prohibitorum introdotto dalla nostra vecchia conoscenza Carafa.

      In ogni caso, questo è il necrologio di Ariès che scrisse Michel Foucault su Le Nouvel Observateur, pochi mesi prima di morire lui stesso. Foucault dice che Ariès era giunto a

      «riconoscere postulati molto vicini a quelli degli avversari. E al pensiero da cui proveniva, finì per infliggere gravi ferite che alcuni suoi amici ebbero difficoltà a perdonare. In che modo, quando si vuole – per mezzo della tradizione monarchica – stabilire la grande continuità di una nazione, ammettere quelle profonde discontinuità che segnano, spesso silenziosamente, la sensibilità e gli atteggiamenti di un’intera società? Come dare maggiore importanza alle strutture politiche se si fa passare la storia attraverso gesti oscuri che i gruppi, spesso mal definiti, mantengono o modificano? Nel complesso, non è stato facile riconoscersi. Un certo modo di vedere e amare la sua tradizione aveva fatto scoprire a questo tradizionalista un’altra storia.
      E con questa generosità, questa ironia, questo distacco di signore che abbiamo ascoltato tutti insieme nelle sue risate, ha fatto all’altra storia, quella degli storici universitari che l’avevano accuratamente trascurata, il dono inaspettato di questo sguardo nuovo.»

      Ma è interessante soprattutto il finale:

      «Siamo tutti stanchi di questi ex-marxisti convertiti che cambiano chiassosamente i loro principi e valori fondamentali, ma che, sul Figaro di oggi, non vanno col pensiero più in là della Nouvelle Critique di ieri. Ariès, al contrario, aveva una fedeltà inventiva: era la sua moralità intellettuale. Dobbiamo molto al suo lavoro. Ma, per pagare il debito personale che ho con lui, vorrei preservare l’esempio di quest’uomo che ha saputo sviluppare le sue lealtà, pensare in modo diverso alle sue scelte permanenti e lottare, in una studiosa tenacia, per cambiare se stesso – anche per il bene della verità

      • Eh, ma quella lì non è roba da Facebook o Twitter. Non la capisco mica io. E’ roba da Mastodon, dove ci sono gli umarell che citano a memoria interi numeri di Invarianti e piangono per la nostalgia. E dove peraltro gira anche la barzelletta del vostro aperto sostegno alle Sardine, così facciamo filotto.

        Ci ho messo un po’ a risalire all’origine del delirio, ma alla fine ho trovato un toot in cui osavate buttare lì un giudizio generoso, a caldo, su quella prima mobilitazione di migliaia di persone scese in piazza a Bologna, anziché sputarci sopra preventivamente come fossero chiaramente tutti automi controllati dal PD figlio della merda.

        Sarò naif io, ma se anche solo una di quelle persone fosse andata là spontaneamente e poi, una volta che quei pagliacci si sono intestati la piazza a posteriori, si fosse ben guardata dall’intrupparsi con loro, avreste avuto comunque ragione voi a cercare il buono in una piazza piena di gente che schifa i fascisti.

        • Abbastanza incongrua l’accusa – già stupida di suo – di stare sotto sotto col PD da parte di gente che ci attacca per aver osato criticare il Sacro Lockdown del governo M5S-PD, col quale i nostri detrattori hanno giocato di sponda. Ma di logica, in queste dinamiche da social, non pretendo più di trovarne nemmeno un briciolo. Chi ci sguazza è come sotto incantesimo. L’unica cosa da fare è sottrarsi, starne lontani, discutere (e vivere) dove si riesce. Andiamo avanti.

          • Già che ci siamo, un’ulteriore osservazione sui social e noi.

            Nel settembre scorso abbiamo aperto, a titolo di esperimento, un nostro profilo sull’istanza Bida di Mastodon. Ecco cosa scrivemmo qui su Giap: «Stiamo usando Mastodon, senza battere il tamburo, guardandoci intorno con tutta calma. Bassa intensità, vedremo come va.»

            Nove mesi dopo, non è proprio andata. Non ci è venuto in mente nessun utilizzo del profilo e del mezzo che non scimmiottasse quel che facevamo una volta su Twitter e che abbiamo rigettato una volta per tutte.

            Da quel che avviene là sopra, non abbiamo tratto nessuna ispirazione. Non voglio dire che altre/i non possano trarne: è un discorso che vale solo per noi, probabilmente abbiamo maturato un rigetto totale verso i social media – qualunque di essi, non importa se accentrato o decentrato, corporate o indipendente, che giri su software libero o proprietario – e le loro dinamiche.

            Personalmente, io vivo l’ipotesi di tornare sui social come un incubo, Twitter mi ha davvero lasciato ustioni.

            Durante l’intera «Fase 1» avremo fatto login su Bida forse 6 o 7 volte e, se non ricordo male, sempre per linkare Giap. Non abbiamo più letto nessuna notifica. Non potevamo permetterci di essere di nuovo ghermiti nel meccanismo, dovevamo rimanere concentrati.

            Per come la vedo io, è improbabile che torniamo a usare quello strumento. Mantenere anche solo un alluce dentro i social tiene aperta una “finestra” mentale spalancata su certe logiche – logiche incompatibili con il lavoro che facciamo qui su Giap e in generale – e quindi su potenziali perdite di tempo ed energie.

            Non ce ne siamo andati da Twitter (solo) perché era “corporate” e centralistico, ma perché non riuscivamo più a interagire in modo sensato dentro quella cornice, in quel frastuono, con quei ritmi. E durante l’emergenza coronavirus abbiamo tirato più volte sospiri di sollievo: – Fiuuu, pensa se in questo frangente fossimo stati ancora su Twitter…

            Ripeto: buon lavoro a tutte e tutti, se si sviluppano sistemi indipendenti e decentrati va benissimo, però se quei sistemi sono social media, per noi non è più cosa.

            • Scusate, ma devo dirlo. Le reazioni che questo messaggio ha suscitato su Bida, sono per la maggior parte sconcertanti. Risulta difficile credere che sia stato letto.

              Un esempio? Voi dite che non vi è venuto in mente nessun utilizzo del profilo e del mezzo che non scimmiottasse quel che facevate una volta su Twitter. Prima risposta: “non è che forse proprio voi state usando questo strumento scimmiottando twitter?”. Ma porca madosca, l’hanno appena scritto con le stesse parole, come si fa anche solo a fingere di aver capito una cosa diversa?

              Il resto è anche peggio, fatta eccezione per alcune risposte tecniche con consigli interessanti a cui potreste dare un’occhiata. E’ la solita collezione di Wu Ming di paglia, tra accuse di aver buttato merda su Mastodon, Bida e i loro utenti – e sui morti di Bergamo, no? – di esservi presentati con la spocchia da intellettuali, di essere pomposi, autoreferenziali e autocelebrativi e via dicendo.

              Forse valeva la pena di congedarsi col monologo al seggio elettorale di Pasquale Ametrano, da Bianco, rosso e Verdone, anziché salutare e fare gli auguri dopo aver spiegato serenamente che non è un problema di Mastodon – cosa su cui io peraltro avrei da ridire – ma che semplicemente non ce la fate più a stare su un social. Se capisci “vaffanculo” qualunque cosa io ti dica, perché dovrei sforzarmi di dirti altro? Vaffanculo…

              • Ma infatti, sì :-)

                • Poiché mi sento chiamata in causa (sono tra quell+ che hanno risposto al vostro thread) vorrei spendere due parole a riguardo, anche perché mi pare poco carino commentare qui conversazioni che avvengono da un’altra parte, senza contraddittorio.
                  Forse WM1 si ricorda di me, ho collaborato al collettivo Frayage nella traduzione del post su Predappio. Questo per sottolineare che non sono un’odiatrice. Non sono aggressiva e non sono sguaiata.
                  Penso che alcune vostre posizioni siano poco condivisibili, ma non pretendo che siate allineati alla mia visione del mondo al 100%. Sarebbe inutile e ridicolo immaginare di trovare nell’altro uno specchio di sé. Vi chiedo però di ritorno: pretendete che chi vi segue sia allineato sempre sulle vostre posizioni?
                  Quando siete sbarcati su Mastodon ne sono stata felice perché pensavo che fosse un’ottima cosa per il futuro del Fediverso (Mastodon e il Fediverso NON sono Bida. Qui un bel post di Ca_Gi: https://tinyurl.com/y7398opl).
                  Mi piaceva poi l’idea di poter conversare con voi in uno spazio meno mediato di Giap, dove discutere in tempo reale.
                  Com’è come non è, la conversazione su Bida non era quello che volevate voi. Non avete mai interagito. E quando siete usciti l’avete fatto scrivendo una serie di dichiarazioni che sì, mi sono parse pericolosamente autoreferenziali.
                  I social media sono uno strumento di comunicazione e connessione tra persone. Negarne l’importanza può essere una presa di posizione, ma mi pare anacronistica e opinabile. Per necessità porta con sé di sottrarsi alla conversazione.
                  Risolvere tutto rispondendo che le reazioni al vostro commiato siano dinamiche aggressive tipiche dei social mi pare ingeneroso.
                  Bisognerebbe almeno distinguere tra insulti e critiche che invece prevedono uno scambio civile di opinioni.
                  Ma veramente avete scritto un thread senza leggere le risposte?
                  Mi viene il forte dubbio che non abbiate voglia di discutere con chi non è d’accordo con voi.
                  Ringrazio Isver per aver fatto la parte del pettegolo, perché questo sì che è triste e degno del peggior Twitter.
                  E ringrazio anche voi perché da oggi potrò raccontare di essere stata mandata affanculo dal collettivo Wu Ming, però sempre con educazione, perché non l’avete fatto sui social media, ma sul vostro elegantissimo blog.

                  • È più o meno quel che ha fatto notare Isver: ci si risponde scrivendo quello che, autocriticamente, abbiamo già scritto noi, ma come se non lo avessimo scritto. E il bello è che non lo abbiamo scritto solo in questo frangente, ma (soprattutto) nel testo in due puntate pubblicato a dicembre, dove spiegavamo che nelle dinwmiche social non riuscivamo più a starci dentro. Adesso cosa ci viene rinfacciato? Di non riuscire a stare dentro alle dinamiche social. Ma pensa un po’, non ce n’eravamo accorti. A dicembre avevamo descritto l’apertura dell’account su Bida come un tentativo, vediamo se riusciamo a farci qualcosa. Ora constatiamo di non esserci riusciti, lo scriviamo, e per tutta risposta cosa ci viene detto? Che non siamo riusciti a farci niente. Grazie al cazzo, eh, non solo ci eravamo già arrivati da soli, ma lo avevamo appena scritto. Davvero, è incomprensibile cosa si voglia da noi. Voi Bida lo usate in un modo che vi piace e soddisfa? Benissimo, continuate a farlo. È “anacronistico” da parte nostra non stare sui social? Può darsi, ma 1) noi non vogliamo essere per forza “al passo coi tempi”; 2) a voialtre/i che ve ne dovrebbe fregare, scusa? Se siamo anacronistici saranno ben cazzi nostri. Abbiamo forse firmato un contratto con Bida che impedisce lo svincolo? Non mi risulta. Amdandocene danneggiamo Bida? Non mi sembra, anzi, e nemmeno priviamo l’istanza di qualcosa, dato che il nostro apporto era zero. Per me siamo a posto così.

                  • A me, però, sembra incredibile che ” da lì” vi siate spostati qui, per dire questo. Per difendere cosa? Si può decidere di ” stare sui social” ma ci sono ben poche qualità da esaltare o da riconoscere a questi canali. Non è davvero anacronistico essere sui social, ed “essere social”? Non c’è nulla di contemporaneo, e neanche futuristico, nel rimestare negli istinti persecutori ( e, ovviamente, non è un’osservazione personale ma generale), il confronto spesso si riduce a questo. Questa, in fondo, è una comunità in cui si sceglie di partecipare per affinità. Senza dover essere d’accordo o compiacenti o dovere ostentare piaggeria. Qui ci sono scontri anche molto duri ma il principio non è e non può essere la prevaricazione, la competizione o il protagonismo. Per questo qui si fa uno sforzo continuo e collettivo per preservare il dibattito. Mica semplice, ovviamente. Come aveva sottolineato altrove da Wu Ming 4, alcuni canali di comunicazione stanno contribuendo ad operare un mutamento antropologico nella comunicazione. Perché fare la scelta di buttarsi in un’ arena pubblica, “in pasto ai leoni” ( è una iperbole, ovviamente), dovrebbe essere minimamente utile al dibattito politico? In base a quale idea di confronto?

                • Mha a me sembra che su un social network ci siete, e le stesse medesime dinamiche le riproducete tranquillamente anche qui. Basta guardare i memetici video di Verdone (con i Vaffanculo compresi) e le citazioni sottili di Brancaleone.*
                  Le cadute di stile le metto da parte, dato che il Vaffanculo era diretto a me dato che sono Utentone.
                  Ma tornando al discorso iniziale mi chiedo se si vuole essere coerenti quale dovrebbe essere il prossimo passo, chiudere i commenti del blog?

                  È una vostra scelta, mi dispiace, la rispetto. Mi sarebbe piaciuto esplorare con voi quella bella idea del blog istanza e valorizzare il blog nel fediverso. Ma vabbè mi sembra che tutto sia crollato.

                  Però considerate questo, quando siamo partiti con Bida il nostro obiettivo (scritto sul manifesto) era principalmente valorizzare i blog che stavano morendo tra twitter e facebook. Il vostro è vivo, vegeto e in salute.

                  Buon lavoro

                  * Poi magari siete stati fuorviati dal giudizio dell’utente Isver che mi sembra ha solo voglia di seminare zizzania.

                  • La prossima volta devo ricordarmi di spegnere il transmaniacon…

                    Seriamente, guardate che il senso delle mie parole era che a fare in culo vi ci siete mandati da soli, avendo interpretato in maniera preconcetta le parole dei Wu Ming. Per voi non potevano voler dire altro che quello. Fa niente se dicevano altro.

                    Io al massimo al vaffanculo posso aver aggiunto un amen. Perché se si arriva al punto in cui è impossibile comunicare, tanto vale smettere di provarci.

                    Quanto al mettere zizzania, ripeto, siete fuori strada. Mi avevate semplicemente fatto girare i maroni e dovevo dirlo.

                  • Conosciamo benissimo le dinamiche dello stare in rete e le facili incomprensioni che si possono creare. Questo puo’ accadere anche tra i commenti del blog.
                    Magari invece di fare il lurker potresti passare in assemblea di istanza (sperado di poterla fare al piu’ presto), cosi assieme magari davanti a un piatto di pasta puo’ venirci assieme qualche idea per modificare il codice e le problematiche del mezzo (ricordo sempre che l’assemblea e’ parte del mezzo, anzi una sua parte fondamentale).

                    Per me l’abbandono dei wuming e’ una perdita. E questo pone degli interrogativi da affrontare anche per ripensare il mezzo

                  • Jops, buon lavoro anche a voi, però qualche precisazione tocca farla.

                    Per prima cosa, stai confondendo citazione e meme, che non sono affatto la stessa cosa. Dopodiché faccio notare la contraddizione interna al tuo commento: prima dici che qui si riproducono “tranquillamente” le dinamiche da social network, poi dici che questo blog è vivo, vegeto e in salute. Per come la vedo io, se fosse vera la prima asserzione, sarebbe falsa la seconda, e viceversa.

                    Naturalmente, opto per il “viceversa”. Giap ha alle spalle oltre vent’anni di storia, esiste dal gennaio 2000, prima come newsletter e poi come blog. Come nascita è coevo di molti altri progetti, Indymedia compresa, che nel frattempo sono morti e sepolti. Sul blog – alla data di oggi e compreso questo che sto scrivendo – sono stati lasciati 35.664 commenti, e quanti flame ci sono stati? Per contarli, bastano le dita di due mani. C’è un limite minimo di battute da rispettare, di modo che i commenti vengano pensati e non possano esserci repliche troppo “a botta calda” o cazzeggianti o con più rumore che segnale. Non ci sono “like” da mettere, nessun utente ha cazzi propri o derive narcisistiche da coltivare. Ai commenti non si possono allegare immagini, e anche se si potesse nessuno risponderebbe a qualcun altro solo con una gif animata. Ora, per il fatto che viene usato un video come citazione, tu vieni a dire che “si riproducono tranquillamente” dinamiche da social. Rendiamoci conto.

                    Quanto al fatto che staremmo su un social network, no, noi non siamo attivi su nessun social. C’è (ancora per poco) un bot su Twitter, che non significa essere attivi, nelle community di Twitter un profilo che comunica solo via bot, limitandosi a ripostare roba da altri media, non è nemmeno considerato un profilo. Su Twitter non facciamo login da dicembre, che io sappia. Quando disattiveremo il bot, rimarrà on line solo l’archivio della nostra attività passata, quella la lasciamo per scopo di documentazione.

                    Infine, non ce ne siamo certo andati da Bida in conseguenza dei commenti di Isver, che comunque non ha “seminato zizzania” ma ha descritto in modo piuttosto fedele certe reazioni frettolose che del resto sono state replicate anche qui. Ce ne siamo andati da Bida perché, ribadisco, non ci è venuto in mente alcun utilizzo che ci interessasse portare avanti. Col “microblogging” alla Twitter avevamo già dato e per le discussioni abbiamo il blog, fine. L’idea di federare tra loro vari blog era interessante in astratto, ma di blog che ci interesserebbe federare tra loro ce ne sono venuti in mente troppo pochi (e i tenutari di alcuni di questi, durante l’emergenza coronavirus, si sono comportati in modi per i quali preferiamo non averci a che fare). Quanto al cazzeggio, quello lo preserviamo per la dimensione off-line.

                    Fidati, che il nostro abbandono non è una perdita. Lo sarebbe, forse, se in questi mesi avessimo dato un qualche contributo significativo all’istanza, ma così non è stato. Di quel poco che abbiamo scritto su Bida, non c’è nulla che l’utenza debba rimpiangere.

                  • L’idea dei blog federati era proprio l’idea interessante a cui mi riferivo nel primo post. L’aveva menzionata qualcuno in una risposta su Bida (una di quelle easy). Non sapevo neppure si potesse fare. Non sapevo se l’aveste valutato.

                    In ogni caso non potevo certo riferirmi alle cose spammate dagli altri due tizi – che poi ho scoperto essere due account dello stesso – e che nemmeno avevo provato a capire di che parlassero.

                    L’equivoco immagino sia nato dalla mia definizione di risposta tecnica. Ma visto che riguarda comunque una questione tecnica, mi sembra ci stia.

                    Volevo dire una cosa anche su… Pasquale Ametrano. Ci si è concentrati sulla chiosa, ma il mio punto era anche l’intero monologo, che non si capisce ma di cui si conosce già il contenuto – per aver visto il film – e che porta dove era chiaro fin dall’inizio che avrebbe portato. Il problema, diciamo, è che spesso pensiamo di essere lo spettatore del film, mentre siamo quelli dell’ufficio elettorale di un seggio di Matera.

              • Isver, be cool. Davvero, te la prendi troppo. Siamo ormai convinti che i social media abbiano innescato una mutazione antropologica, sicuramente percettiva e psichica, dalla quale è necessario salvaguardarsi. Che lì il nostro stile possa essere rigettato, deriso, infamato, criticato, ecc., ci sta bene, in effetti è quello che si fa sui social, quella è la modalità comunicativa per la quale i social media sono più funzionali. Purché le nostre vite, il nostro lavoro, il nostro agire pratico e poetico si sviluppino completamente a prescindere da quell’ambito. Perché il mezzo è il messaggio. Può darsi anche che la nostra strada ci porti a ramengo, sia chiaro, ché qua nessuno ha una mappa bell’e pronta in tasca, e le bussole sono autocostruite, ma almeno ci andremo in compagnia migliore e senza avvelenarci l’animo. E non c’è nemmeno bisogno di sfanculare chicchessia. Si possono scegliere citazioni più sottili…

                • Se non avessi rottamato l’auto due anni fa, ora andrei in giro con lo stereo a tutto volume, cantando a squarciagola Free Fallin’ di Tom Petty, come Jerry Maguire.

                  • Abbiamo chiuso l’account. Da oggi, ufficialmente, non siamo più su nessun social network. Potenzieremo altri canali, sperimenteremo altre prassi. Chiuso l’OT.

              • Faccio educatamente presente che le “risposte tecniche con consigli interessanti a cui potreste dare un’occhiata” sono le autopromozioni di un imprenditore che sfrutta i contenuti delle istanze non commerciali mastodon per le proprie iniative a scopo di lucro.
                Si tratta della stessa persona che l’1/3 con post da mastodon.uno (ora cancellato) ha attribuito a Wu Ming dichiarazioni sprezzanti nei confronti di Bida, tali da richiedere un deciso intervento di smentita da parte di Wu Ming.

                Proprio tale sgradevole episodio mi è prepotentemente richiamato alla memoria dall’intervento qui sopra, che sente il bisogno irrefrenabile di seminare discordia tra Bida e Wu Ming.
                Come un deja-vu…

                Mi dispiace aver dovuto fare un intervento di questo tenore, ma erano puntualizzazioni da fare e pubblicare.
                Non ho intenzione di ingaggiare sgradevoli flame. Quel che dovevo dire l’ho detto.

                • Però c’era anche una risposta tecnica vera, se non sbaglio, oltre allo spam di quello che poi ho scoperto essere un tizio solo con un doppio account, e con cui io non c’entro niente. In ogni caso, ormai non conta più.

                  Quanto al resto, mi si era semplicemente chiusa la vena leggendo quei travisamenti del contenuto del messaggio dei Wu Ming. Non volevo seminare discordia, ammesso che poi ce ne fosse così tanto bisogno. A giudicare dalle risposte a cui mi riferivo, mi pare di no. Ma se qualcuno si è offeso, chiedo scusa.

                  Ma Bida continua a non piacermi.

            • Ho conosciuto Bida grazie alla vostra segnalazione, e mi ci sono trovato bene.
              Speravo che Bida e Wu Ming facessero belle cose insieme e mi spiace non sia successo. Praticamente non vi siete incontrati.
              Ora, riducendo le mie aspettative, spero che la separazione non lasci brutti (ingiustificati) ricordi. Purtroppo, anche neutralizzando chi soffia sul fuoco, ci può essere qualche incomprensione.
              Per quest’ultimo aspetto credo sia negativa la cancellazione dei vostri toot di commiato in Bida, perché anzichè esserci una vostra posizione chiara, espressa e disponibile per la consultazione, tutto resta affidato al ricordo di un’unica lettura di fretta (per chi è riuscito a farla), al sentito dire ed alle impressioni, lasciando spazio ad incomprensioni ed equivoci.
              Certo posso linkare l’intervento qui sopra in Bida, ma una vostra comunicazione sarebbe meglio.

              • Non si può cancellare un account lasciando i toot. E non si può cancellare e al tempo stesso stare lì a spiegare. Non ci interessa andarcene restando, o restare andandocene. Non c’è molto altro da dire. Questi sono esperimenti che non sentiamo più di dover fare. Sul perchè non ci troviamo bene sui social abbiamo scritto tanto, è tutto lì, a disposizione.

                • Partendo dal presupposto che sul discorso social sono assolutamente d’accordo con voi, non pensate che il bot su Twitter sia un andarsene restando o un restare andandosene?
                  Non voglio far polemica inutile, ma nemmeno tralasciare che questo punto può risultare una contraddizione.
                  È ancora necessario mantenere attivo un bot su Twitter che rimanda a Giap? Se sì come si può fare per farne a meno in futuro?
                  Capisco che in molti vengono a sapere di alcune discussioni proprio da lì, ma si può lottare contro un sistema (i social) se allo stesso tempo se ne alimenta la fruizione?

                  • Siamo perfettamente d’accordo, non disattivare il bot su Twitter era parte della fase di transizione avviata a settembre 2019, ora la transizione è finita da un pezzo e anche quel bot ha fatto il suo tempo, se è ancora attivo è solo perché nella prima metà del 2020 non abbiamo avuto una sola sinapsi da dedicare a Twitter, nemmeno per chiudere le ultimissime pratiche. Appena avremo un istante per tirare fiato ce ne occuperemo. Ci sono tanti modi di permettere alle persone di seguire i commenti su Giap, usando il feed. Quando disattiveremo quel bot li comunicheremo.

      • Va detto però che Zangrillo non cita “diversi studi” ma uno studio fatto da un equipe medica del San Raffaele insieme a un’altra dell’Università di Atlanta. Non cita nessuno dei lavori precedenti o che sono menzionati sull’articolo di Internazionale ma un lavoro del suo ospedale (privato) ancora di fatto non consultabile perchè in corso di pubblicazione. Forse con la fase 2 occorrono più studi che “smarmellano”? Nel frattempo il San Raffaele prepara le carte per mostrare che non ci furono “errori” così gravi vista l’eccezionale carica virale di quei mesi difficili. Mi chiedo anche se la Capua che ha spiegato la parola “clinicamente” come un “apprendimento”, non ci abbia mostrato che è in corso una qualche forma di negoziazione sulle narrazioni dei prossimi mesi riguardo al “perchè è successo”. Non si può negare in ogni caso che l’intervista di Ricolfi abbia un timing preciso. Critica il governo e difende il “lombardo-veneto” da paesi come la Grecia che lui cita. Si potrebbe addirittura entrare nella Teoria dei Giochi e pensare che il governo greco è amico delle destre e magari fa un assist ai vari Fontana, Zaia, Salvini etc. in chiave anti-governativa. Ma non lo sappiamo. Quello che vediamo è invece che le parole di Ricolfi avvengono quasi in contemporanea alla “presa” delle piazze della destra cospirazionista e non che infatti superano per prime e davanti alle telecamere, le regole di ingaggio post covid tra l’altro mettendo i loro corpi in prima linea… Forse in quelle strade non sanno chi sia Zangrillo, ma lui ha certamente contribuito a ridurre i morsi della paura. Che poi la critica contro di lui sia stata “ad hominem” fa parte di un’altro piano di analisi, a mio parere, che riguarda il solito panorama culturale e dialettico a cui si riduce il dibattito.

        • È appunto uno scontro spettacolare tra due narrazioni “riaperturiste”, dietro le quali si vedono non solo diverse agende politiche sul breve periodo (governo e opposizione, governatori del Lombardo-Veneto e governo centrale) ma gli interessi di diverse sezioni di capitalismo su un periodo più lungo. Tutti vogliono “smarmellare”, ma con diverse attribuzioni di responsabilità per quel che è accaduto, perché da tali attribuzioni dipende quel che accadrà.

          Ciò che abbiamo cercato di dire è che tutto questo – il fatto che sia le dichiarazioni a “In mezz’ora” sia le risposte ad hominem si inseriscano in tale quadro – non implica che le frasi di Zangrillo siano infondate, non fotografino l’attuale situazione e non corrispondano a ciò che sappiamo e vediamo sullo stato dell’epidemia in Italia e non solo.

          È importante contrastare gli interessi di quello che un tempo veniva chiamato senza remore “il nemico di classe”, ma negando dati di fatto non si contrasta alcunché, si dà solo ulteriore spazio allo “stile paranoico”, tanto per ricollegarci al dibattito sui complottismi.

          • Zangrillo dice cose sensate; i coronavirus, per loro natura, mutano pochissimo, e altri virus di uguale tipo (MERS, SARS) sono scomparsi naturalmente, diciamo “per esaurimento spontaneo”, probabilmente proprio per perdita (forse definitiva) della carica virale. Tuttavia cercherei di non staccarmi da una visione globale della pandemia, che ci dice che, oggi, il virus è ancora in espansione con curve di crescita lineari che non accennano ad appiattirsi, tutt’altro che “clinicamente inesistente”. La carica virale rimane (basta vedere i morti in sud America) e il virus potrebbe tranquillamente tornare in una Europa che non ha sviluppato immunità.
            Per questo ritengo che la tesi milanocentrica di Zangrillo usi linguaggio medico per dire cose politiche più che tecniche:
            1. due mesi fa la Lombardia non poteva fare nulla, perché la carica virale era gigantesca, e chi è morto è stato sfortunato a beccarsela;
            2. oggi la carica virale è bassissima, questo significa che i lombardi devono poter andare dove vogliono perché non infettano nessuno (se magari a qualcuno fosse saltato in mente di stendere un cordone sanitario attorno alla regione che esprime, da sola, il 75% dei nuovi contagi su scala nazionale);
            3. è il CTF governativo, con la sua politica mediatica terrorista, ad avere causato lo sfascio, a consentire che a parlare siano “i non clinici”, ad avere dato direttive sbagliate. Noi qui, in Lombardia, abbiamo fatto il possibile, abbiamo perfino visto i morti;
            È indubbio che il CTF sia criticabile; Zangrillo lo critica dall’ottica del Lombardo-Veneto. Ma parliamo della stessa persona che non ha detto una parola quando altri dicevano che “per infettarmi ci vogliono due persone” o “è poco più di un’influenza”, o costruivano ospedali da 25 milioni per 20 persone.
            Siamo di fronte ad un esponente pienamente organico a quel sistema sanitario misto pubblico-privato che ha contribuito a fare della Lombardia il focolaio d’Europa, per cui va bene non criticare ad hominem, ma nemmeno dobbiamo dimenticarci del tutto chi è l’homo.

            • Beh, hai scritto quello che abbiamo scritto anche noi nel post. Chi sia l’homo lo abbiamo scritto subito, poi abbiamo detto in quale gioco di interessi e scontro tra ceti politici si inseriscano le sue dichiarazioni e le risposte che ha avuto, e quale sia la narrazione della destra lombarda in contrasto a quella del governo nazionale.

              Le sue dichiarazioni, nondimeno, fotografano la realtà *clinica* attuale, in Italia e in questa fase dell’epidemia. Da settimane vengono scattate “foto” molto simili. Il fatto stesso che un mega-ospedale costruito esclusivamente per le terapie intensive sia rimasto deserto e adesso venga descritto come un imbarazzante relitto dovrebbe far capire che le cose – dal punto di vista clinico – sono cambiate.

              Sono cambiate in Lombardia, intendo. In molte altre parti d’Italia, la situazione di due mesi fa – sempre dal punto di vista clinico – era identica a quella di adesso: Covid-19 quasi inesistente. Eppure tutte le parti d’Italia sono state trattate al pari della Lombardia. La narrazione sulla pandemia è stata indifferenziatamente terroristica, incentrata su quella demonizzazione dello stare all’aria aperta – cioè, incredibilmente, della situazione meno favorevole al contagio – di cui tante volte abbiamo detto, e di cui abbiamo fatto il sunto qui sopra.

              Di questo stiamo parlando: della gestione delle varie fasi dell’emergenza in Italia, delle affinità e differenze tra questa gestione e altre, delle conseguenze che questa gestione ha avuto e avrà ecc.

            • Perdonami, forse ho capito male io, ma mi sembra che l’uso che fai dell’espressione “carica virale” si presti a qualche fraintendimento. La carica virale è la quantità di virioni presente nell’organismo infetto. Non è di per sé una caratteristica intrinseca del virus. Quando Zangrillo dice che la carica virale dei nuovi tamponi è molto più bassa, dice semplicemente che i nuovi positivi sono stati infettati da un numero minore di virioni, e quindi hanno sviluppato sintomi più lievi perché il sistema immunitario ha avuto più tempo di adattarsi al virus. Le implicazioni di quest’affermazione riguardano la quantità di virus circolante, più che la sua virulenza. O almeno così risulta a me.

          • Scusate il duplice lapsus Ricolfi-Zangrillo.. probabilmente mi ero inconsciamente allacciato allo “stile paranoico” ed ho ricitato un autore di cui conosco solo un libro. Comunque, concordo con la duplice linea guida sulle narrazioni dominanti. Così come mi limito a constatare che le evidenze disponibili “bipartisan” registrano una perdita di vigore del virus. Volevo solo chiarire che Zangrillo non mi è parso prendesse parola da “scienziato” ma continuasse il filone “ti cito l’ultimissimo studio che abbiamo solo noi che siamo l’eccellenza”. Cioè auto-cita il San Raffaele e poi annuncia “ufficialmente” che il virus è morto. Sembrava quasi un annuncio “sovrano”. Entrava quindi nel teatro politico piuttosto che in quello scientifico.

          • Personalmente credo a Zangrillo e agli studi fatti dai suoi collaboratori. Se ci pensate ci ha dato una buona notizia: il virus non è più pericoloso. Ma la rabbia che è scaturita a questa affermazione ancora oggi mi stordisce. Ossia, il lavaggio del cervello, la paura, la Propaganda hanno ottenuto il risultato che per rassicurarci devono spaventarci. Se un medico prova a spiegare che i rischi sono diminuiti gli scancheriamo dietro. Orwell è una pippa insomma.
            Lo stesso copione ho notato che è capitato al virologo Tarro che ha sempre rassicurato e affermato che a metà giugno ne saremmo stati fuori. Anche lui è stato attaccato, anche sul piano personale. Credo che la grande sconfitta di questa fase sia la categoria dei medici e degli scienziati. Ne escono con la credibilità dilaniata. A brandelli. Oltre ai Media ovviamente, ma questo era chiarissimo anche prima.
            Per il resto vorrei ringraziarvi per il servizio che ci avete offerto ed il ruolo che avete avuto durante il lungo e buio periodo dei domiciliari. Siete stata una voce lucida, onesta e rigenerante. Mi avete fatto sentire meno solo. E ve lo dice uno che perlopiù non condivide i vostri punti di vista ma che vi segue da molti anni.

  6. Molto buono l’articolo, fa una sintesi di quello che è successo che sottoscrivo in pieno. Vorrei aggiungere qualcosa sulla zappata sui piedi che si è data una buona parte della sinistra “radicale”, a proposito dello stare in casa. Non riesco davvero a capire come molte persone per nulla sprovvedute potessero pensare di imporre un reddito di quarantena veramente efficace. Se le fabbriche e le aziende sono chiuse e i lavoratori stanno tappati in casa, il loro potere contrattuale è nullo. Inoltre durante ogni crisi economica i lavoratori perdono strutturalmente terreno, dal momento che la loro arma di base, ovvero lo sciopero e/o l’occupazione delle fabbriche, è spuntata in partenza. In pratica, se l’economia stagna a non lavorare gli fai un favore ai padroni. E se pensi di ottenere qualcosa mediante le petizioni su internet vivi davvero in un mondo virtuale. Ora i lavoratori si trovano a tornare in aziende in cui ogni loro richiesta sbattera’ contro “siamo in crisi per via del Covid”. Quindi state a testa bassa. Un’altra fetta di potere si è spostata dal lato della working class a quello dei padroni, e temo in maniera strutturale. Sarà dura tornare indietro. E molti ci si sono buttati davvero a testa bassa in questa situazione, lodando la chiusura di tutto in tutta Italia, quando qualcosa di serio andava fatto nelle aree dove veramente c’è stata l’epidemia. In primis negli ospedali e nelle case di riposo soprattutto al nord. Inoltre siamo in un sistema capitalistico, e forse molti davvero non rendevano conto di cosa vuole dire bloccare tutta la catena dei pagamenti. Il peso alla fine si scarica sui lavoratori, in primo luogo quelli delle piccole aziende o dei negozi, che smettono di pagare tutti e basta, cominciando dai dipendenti. Siamo stati in casa? Non avremo il socialismo, avremo un capitalismo ancora piu’ straccione e rapace.

    • Ottimo tutto il lavoro svolto fin qui e altrettanto utile questo “riassunto” generale delle puntate precedenti che fornisce un punto di partenza preciso e puntuale e quella che dovrebbe essere “una base comune” per ogni considerazione e analisi successiva!

      Lo sto spammando in giro (l’articolo) ma purtroppo non ho i feedback che vorrei (che per me dovrebbero essere sempre un “cacchio, è TUTTO sacrosanto, spammerò anch’io questa illuminazione”). Nel mio giro di persone “di sinistra” con la pancia piena non riesco a sollevare l’empatia e la “presa di coscienza che vorrei”.
      Sono tutti ancora troppo concentrati sugli aspetti di paura e di preoccupazione del contagio.
      Nemmeno sulla scuola e sulla dad.
      Dalla parente che ancora oggi si impone un regime strettissimo e con la famiglia esce per la passeggiata “dopo le 22” perché prima “c’è troppa gente in giro” all’amica che dice che “ai figli il via libera non l’ho ancora dato” etc.

      Ho scritto in questo sottothread perché lo condivido e perché voglio commentare questa frase:
      «Il peso alla fine si scarica sui lavoratori, in primo luogo quelli delle piccole aziende o dei negozi, che smettono di pagare tutti e basta»

      • Ecco, infatti. Io trovo che (dal mio punto di vista) a sinistra ci sia un bias relativamente alle fabbriche e al lavoro in fabbrica.
        Il discorso dell’acqua in cui nuota il pesce.
        Mi rendo conto che le fabbriche, per le dinamiche capitalistiche, per il numero di persone coinvolte e per la massa critica siano il posto in cui da una parte vengono meglio evidenziate le contraddizioni e dall’altra le lotte sindacali sono più efficaci, collettive e visibili.

        Però faccio notare che la working class NON si esaurisce in chi lavora in fabbrica e ha un contratto di lavoro nazionale.
        Dirò di più: la platea di persone che dovranno affrontare restrizioni economiche e sociali in una futura crisi è molto più estesa e travalica anche i limiti allargati della working class come intesa sopra.

    • *Ora i lavoratori si trovano a tornare in aziende in cui ogni loro richiesta sbattera’ contro “siamo in crisi per via del Covid”.*

      Precisamente.

      La tendenza era quella anche prima, per carità. In fabbrica da me, ogni anno, prima degli auguri natalizi della dirigenza, si sghignazzava facendo previsioni sulla “scusa” macroeconomica che avrebbero trovato per giustificare la necessità di tirare la cinghia anche l’anno successivo. Una volta è venuta fuori perfino la Brexit, e noi col Regno Unito non abbiamo niente a che vedere. Ma sicuramente tante cose mi sfuggono. Anche se non mi sfugge che nell’anno peggiore degli ultimi dieci, per dire, siamo scesi poco sotto il 20% di utili, altrimenti saremmo rimasti sempre sopra. Che per quello che può essere il margine di profitto, chessò, di uno spacciatore, può sembrare poca cosa. Ma per l’industria metalmeccanica sono numeri mica da ridere (e infatti non è necessariamente positivo farli).

      In ogni caso, la novità di questa crisi “post” Covid-19, è che stavolta non avrebbero neanche avuto bisogno di dircelo (ma l’hanno fatto comunque, a scanso di equivoci). Il vero punto dolente però non è nemmeno questo. Non ci aspettavamo niente di diverso, appunto. Ma come dicevo in un commento a un altro post, il fatto è che qualunque altra problematica ormai è stata assorbita dalla sicurezza (epidemiologica). Col risultato che tanti si sono anche stufati di sentire i rappresentanti sindacali parlare solo di mascherine, guanti, gel e distanze, quando ad esempio i carichi di lavoro continuano ad aumentare. Rappresentanti che poi sotto pressione perdono lucidità e fanno pure errori politici clamorosi. Uno su tutti, sollecitare l’azienda a un ruolo più attivo nel far rispettare le norme anti Covid-19 ai lavoratori!!! No, ma mettiamo direttamente i maroni in una morsa, già che ci siamo…

      Insomma, confermo che le prospettive non sono buone.

  7. Completamente d’accordo con quanto da voi scritto,nel mio piccolo attuavo disobbedienza civile uscendo a passeggiare senza mascherina,ma ho il vantaggio di vivere in periferia con la campagna a due passi,comunque il terrorismo era tale che molti,anche in aperta campagna,indossavano,e indossano, le mascherine.Mi interessa attirare l’attenzione sulla gestione della sanità specie lombarda che persino il Guardian stigmatizza in quanto,secondo un medico milanese intervistato,non avrebbe tenuto conto delle segnalazioni di covid 19 già a gennaio.Sulla stampa nostrana non ho visto echi di questo articolo.
    https://www.theguardian.com/world/2020/may/29/why-was-lombardy-hit-harder-covid-19-than-italys-other-regions

  8. Grazie ancora, mesi di lavoro notevole e lodevole vostro e di tutta la comunità di Giap per cercare di ragionare, di rimanere centrati invece che di farsi trascinare da paure e pulsioni.
    Proprio in questi giorni del “liberi tutti” mi chiedevo come si sarebbe evoluta la percezione dell’emergenza nella testa di tantx compagne e compagni con cui in seguito ai vostri post mi sono trovata a discutere animatamente fino a “sospendere” le discussioni proprio in attesa di un nuovo periodo di “calma”.
    Mi chiedevo se qualcunx si sarebbe scusatx, o almeno se avrebbe preso consapevolezza, per le accuse di fare il gioco di Trump ad ogni proposta di riflettere sul fatto che in piazza dovevamo tornarci, di essere negazionisti, favorire le destre ecc oppure se tutto sarebbe passato come se non fosse mai avvenuto.
    Ecco, era 2 settimane fa e oggi è come se niente fosse stato detto.
    Il caso vuole che questi ultimi giorni siano concisi con le rivolte americane e dalle persone di cui sopra ho sentito rammarico e delusione perché qui da noi non ci sono state imponenti manifestazioni di solidarietà, non ho potuto non far notare che forse questi due mesi in cui siamo stati chiusi in casa potevano entrarci qualcosa e che adesso non si può far finta di niente.
    Probabilmente c’entra poco e questa mia considerazione forse è guidata più dalla solitudine di possibilità di ragionare in cui mi sono trovata immersa, adesso però sento che se quanto successo in questi due mesi non viene rielaborato da tutte e tutti, se non si prende consapevolezza dei modi in cui, nella migliore delle ipotesi, ci siamo fattx raggirare non possiamo andare avanti serenamente, sento minata l’affidabilità di un qualsiasi futuro progetto comune.
    Posso dire che ad una certa chiusura di militanti ho trovato un’apertura in molte persone lontane dalla politica, partite ad inizio emergenza con lo stare sigillate in casa, con bimbi piccoli, e a parole disposte anche a denunciare chi vedevano per strada, in cui è montata in questi mesi la presa d’atto dell’ingiustizia subita e che adesso mi piace pensare essere quelle che vanno a forzare i lucchetti messi ai giardini :-).
    Nella fase in cui tutti possono muoversi,infatti, da ogni regione e da ogni nazione, in molti Comuni i giardini con i giochi sono ancora sigillati…

  9. Ciao a tutti, è la prima volta che scrivo qui.

    Siamo arrivati a una sorta di prima conclusione di questo periodo aperto con il virus, e quando si arriva alla fine di qualcosa – anche se si tratta solo del primo atto – è tempo di fare delle considerazioni. Per prima cosa dunque devo ringraziarvi tutti per i vostri contributi.

    Per giustificata o meno che fosse, abbiamo vissuto in una situazione eccezionale, ed è in questi momenti estremi che cadono le maschere.
    Così abbiamo avuto la conferma che la classe intellettuale di questo paese – quelli che si “battono” per i diritti delle minoranze e che criticano chi non fa la differenziata, per intenderci – è talmente lontana dal mondo degli ultimi e dei penultimi che non dovremmo stupirci quando questi, negli anni immediatamente a venire, voteranno in massa sempre più a destra.
    Abbiamo anche avuto la conferma che in questo paese gli studenti vengono umiliati senza neanche più provare a nasconderlo, e che questi stessi studenti non hanno più la forza di organizzarsi. Non per “colpa” loro, sia chiaro. I giovani sono sempre stati trattati come dei deficienti, come materiale da spedire più in fretta possibile in quel tritacarne che è il mondo del lavoro. Dopo anni di assenteismo genitoriale e di alternanza scuola lavoro, forse ce l’hanno fatta: hanno reso – quasi – inerme la sezione di popolazione più scomoda e rivoluzionaria.
    In generale, questa situazione ha portato chiaramente alla luce il dato antropologico che sta alla base della “rivoluzione industriale 4.0”, il modello dell’uomo per come oggi dovrebbe essere: un automa chiuso in casa a lavorare davanti ad uno schermo.

    Non so se tutto questo reggerà. Le proteste negli Usa sono un segno che questa volta di crepe ce ne sono parecchie; e non è detto che tutti i giornali e gli intellettuali di questo mondo, con il loro terrorismo e la loro superiorità morale, riusciranno a porre un freno alla volontà di far cadere a pezzi un mondo che è diventato troppo assurdo per essere giustificato.

    Ancora grazie, grazie davvero Wu ming. Quando fra molti anni mi troverò a ripensare a questo periodo, in mezzo a tutto il sudiciume e l’egoismo a cui ho dovuto assistere, sicuramente non mi dimenticherò di chi ce l’ha messa davvero tutta per non farsi appiattire sulla volgarità dell’esistente.

  10. Prendo a riferimento solo un tema trattato dal vostro, come sempre, lucidissimo articolo: scuola e DaD (e scelta delle piattaforme).
    L’Istituto comprensivo che frequenta mio figlio ci ha comunicato la scorsa settimana che, in previsione del prossimo anno scolastico e di un’eventuale (ri)utilizzo della DaD, è previsto un cambio degli strumenti informatici: da Padlet a G Suite. Tale “passaggio” è previsto già a partire da questa settimana al fine di “testare” la nuova piattaforma. Mia moglie ed io abbiamo scritto immediatamente alla Dirigente scolastica il testo sottoriportato, siamo in attesa di una risposta da venerdì scorso.

    Buongiorno,
    le scriviamo in riferimento al cambio degli strumenti informatici per la DAD previsto a partire dalla prossima settimana.
    Come abbiamo anticipato al Suo collaboratore e ad un’insegnante di nostro figlio (ci leggono entrambi in copia), non siamo intenzionati a dare il nostro consenso rispetto all’utilizzo di una piattaforma Google. Le motivazioni sono legate all’utilizzo che Google fa dei dati e delle informazioni di ogni suo singolo utente. Un adulto è consapevole delle proprie scelte (anche quindi di utilizzare gli strumenti informatici che preferisce), un bambino no. Se lo ritiene opportuno siamo disponibili ad approfondire il tema per portarle motivazioni più di dettaglio.
    Il punto che le vogliamo sottoporre è questo: se non diamo il nostro consenso all’utilizzo dello strumento informatico da parte di nostro figlio, come viene garantito il diritto allo studio del bambino? Come facciamo – già a partire dalla prossima settimana ed eventualmente rispetto al prossimo anno scolastico – a fare partecipare G. alle attività didattiche?
    Restiamo in attesa di un Suo cortese riscontro.

    Nel frattempo siamo “sospesi” (ieri si è tenuto anche un incontro su Meet insegnanti-genitori) al quale non abbiamo ovviamente partecipato.

    • Condivido il problema.
      Nel mio caso noi (sia per elementari che per scuola materna) abbiamo aderito in modo abbastanza acritico, anche perché l’alternativa era essera tagliati fuori.

      Quello che volevo segnalare però è che esistono e sono conosciute anche altre piattaforme per e-learning e non capisco perché non potessero essere usate quelle.

      Ora, io non sono del mestiere e NON mi occupo di didattica, quindi non saprei valutare cosa serve e cosa no, però ad esempio nella mia Regione esiste una piattaforma di e-learning per la formazione continua di imprese e professionisti che è basata su Moodle e che funziona da anni.

      In quella piattaforma (che se ho ben capito è Open Source e che quindi non dovrebbe avere tutti i problemi legati a piattaforme “proprietarie”) c’è un profilo “insegnante” e uno “alunno”, si possono caricare materiali in pdf, video e audio, c’è la possibilità di creare un forum per ogni materia, con le notifiche del forum che arrivano direttamente via mail e di effettuare test di valutazione on line etc.

      Ora io mi chiedo: perché nessuno ha valutato la possibilità di imitare esperienze già riuscite nel campo dell’e-learning e perché soprattutto si è lasciato tutto all’iniziativa dei singoli istituti senza (mi pare di aver capito) dare direttive generali su come risolvere “il problemino” della DAD una volta chiuse le scuole?

      • Anch’io, come te, “non sono del mestiere e non mi occupo di didattica”. Però – sempre come te – intuisco che il tema è tutto politico e non “tecnico” (termine che mi fa rabbrividire per come viene sempre utilizzato per camuffare questioni politiche).
        Sul sito del MIUR c’è una specifica sezione dedicata alla didattica a distanza – https://www.istruzione.it/coronavirus/didattica-a-distanza.html – dove vengono suggerite, delegando la decisione ai dirigenti scolastici, tre piattaforme: G Suite (Google), Office 365 Education A1 (Microsoft) e WeSchool. Cioè, il capitalismo della sorveglianza entra organicamente nella scuola pubblica. E lo fa, almeno formalmente, responsabilizzando, dando a loro l’ultima parola, i singoli Istituti e i loro dirigenti. Anche questo, per utilizzare una locuzione efficacissima citata nell’articolo, è “scaricabarile psicopatogeno”.
        Capisco che possa sembrare un’iniziativa micro, ma se diverse persone si rifiutassero di dare il proprio consenso rispetto all’utilizzo di queste piattaforme per la DaD dei propri figli forse si potrebbero creare cortocircuiti interessanti (voglio infatti capire come verrebbe tutelato il diritto all’istruzione).

        • Guarda, io sono del mestiere e mi occupo di didattica.
          Quel che ti posso dire si riassume in 3 punti.
          1) in realtà la migrazione delle scuole sulle piattaforme Google è cominciata diverso tempo fa, non è questione di quarantena. La quarantena ha solo accelerato il processo;
          2) Google ha sicuramente dei vantaggi rispetto alle concorrenti, ovvero poterti offrire un pacchetto pieno di cose. Ma soprattutto è in grado di assicurare il rispetto della privacy dei dati. Come? In sostanza assumendosi la responsabilità in caso di violazione. Tante piattaforme “open” – molto poco note, va detto – su questo punto hanno faticato ad aggiornarsi. Che poi, sia una gran panzana quella di Google “Safe” lo sappiamo tutti. Ma il punto, come spesso accade, è “Di chi è la colpa se succede qualcosa”. Se Google se l’assume, la scuola è contenta;
          3) Nonostante da anni si sappia che le piattaforme di elearning sarebbero entrate nella didattica (lasciamo qui stare il giudizio), lo stato non ha fatto granché. E non perché non lo ritenesse importante, ma semplicemente perché al momento non è in grado di gestire una piattaforma pubblica per tutto il sistema. Deve, di fatto, appoggiarsi ai privati. Quando c’è stata la quarantena, tutte le scuole ancora latitanti sull’elearning hanno dovuto arrangiarsi e si sono rivolte a Google. Perché Google era pronto, con il sorrisone in volto, e con una lunga lista di scuole già aderenti. E con il bollino “Privacy Approved”.
          Oggi la scuola italiana è gestita dal MEF (com’è sempre stato) e dal Garante della Privacy. Coi risultati noti. Le piattaforme “alternative”, opensource, purtroppo hanno avuto poco tempo e risorse per farsi conoscere.

          • p.s. io mi riferisco alla scuola primaria, dove lavoro. Gli altri ordini di scuola, soprattutto la secondaria di secondo grado, potrebbero avere dei “parametri” differenti. La secondaria di primo grado, che bene o male ha a che fare con i minori come noi, penso si muova in acque simili alle nostre.
            Ovviamente ci sono eccezioni, ci sono scuole che di DAD non hanno fatto nulla se non mandare esercizi su whatsapp alle famiglie, scuole molto piccole in posti molto piccoli che hanno trovato una cooperazione dignitosa tra famiglia e docenti, etc…

            • Considerato che il 4 giugno avevo riportato la richiesta che mia moglie ed io avevamo fatto alla scuola di nostro figlio, incollo qui sotto la risposta della Dirigente scolastica:
              “La scelta di GSuite for education è stata effettuata dall’Istituto a seguito di delibera del Collegio dei Docenti, organo tecnico competente in materia di scelta degli strumenti didattici, dopo aver considerato:
              – le indicazioni presenti sul sito del Ministero dell’Istruzione
              https://www.istruzione.it/coronavirus/didattica-a-distanza.html
              – le iniziative di sostegno offerte alle Istituzioni scolastiche della nostra regione come pubblicato sul sito del Servizio Marconi dell’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia Romagna
              http://serviziomarconi.istruzioneer.gov.it/le-attivita/solidarieta-digitale-emilia-romagna.
              – le caratteristiche tecniche delle applicazioni messe a disposizione, a seguito di un corso di formazione del personale docente,
              – le indicazioni relative alla Didattica a Distanza fornite dal Garante per la Protezione dei dati personali (provvedimento 9300784 del 26/03/2020 e allegati).
              Tale strumento verrà utilizzato dal prossimo anno scolastico in modo differenziato a seconda dell’età degli alunni e secondo le necessità che potrebbero evidenziarsi, anche in base all’andamento epidemiologico.
              Nel caso specifico di Vostro figlio, trattandosi di un alunno in giovanissima età, auspichiamo che ci siano le condizioni per riprendere in modo significativo la didattica in presenza e, qualora si ravvisasse la necessità o l’opportunità di condividere materiali in modalità asincrona, valuteremo la possibilità di utilizzare altri canali (ad es. e-mail del genitore). Per quanto riguarda le eventuali videolezioni in diretta, vi proporremo di partecipare come ospite esterno, non registrato o autenticato sulla piattaforma, ma invitato tramite la mail del genitore. In ogni caso sarà nostra cura cercare di coinvolgere il Vs. bambino in tutte le attività didattiche previste.
              Cogliamo l’occasione per augurarVi una buona fine d’anno scolastico e una serena estate.”

              In sostanza la DaD entra in modo permanente nella scuola. E Google trionfa. A meno che le mobilitazioni di questi giorni contro la didattica a distanza non permettano di trascorrere una “serena estate” a chi ha portato a questo punto la scuola pubblica.

          • Vado sui tuoi punti:
            1) certo, Google era già presente, ma sarei interessato a leggere i dati relativi alla sua espansione visto il sostanziale obbligo di attivazione della DaD, per tutti gli ordini di scuola, negli ultimi tre mesi e mezzo (su questo non ho trovato fonti/dati attendibili);
            2) qui c’è un tema importante. La privacy del singolo soggetto è, almeno nella mia prospettiva, relativamente significativa. L’obiettivo di Google non è quello di acquisire dati su/di mio figlio, ma quello di estrarre valore dalle informazioni di un target anagrafico (bambini, almeno quelli della scuola primaria) che fino a poco tempo fa era irraggiungibile anche per loro (almeno da un punto di vista quantitativo, vedi punto 1). Google non “offre” niente gratuitamente, non esistono mecenati; siamo al trionfo del capitalismo della sorveglianza;
            3) potremmo stare ore a dibattere di ipotesi di allocazione (davvero) efficaci delle risorse pubbliche. Il punto credo che sia il futuro della scuola, anche a breve, brevissimo termine. Questa cosa della DaD purtroppo è stata sdoganata e molti Istituti – nella loro autonomia, con differenti modalità/velocità – continueranno ad utilizzarla. E Google è lì, ha sfondato, sfruttando la contingenza (vedi sempre il punto 1), dove lo Stato non c’è (o non vuole partecipare). Occorrerebbe forse guardare un po’ più in là – personalmente non mi interessano le alternative, anche quelle opensource – e rifiutare, fin da ora, qualsiasi modalità di didattica a distanza.

            • Rifiutare fin da ora qualsiasi modalità di didattica a distanza. Forse tu te lo puoi permettere. Ma se in famiglia nessuno oltre gli insegnanti è in grado di fare didattica, è un problema se stacchi tutti i ponti.
              Per quanto la DaD sia una didattica deteriore, se a scuola non ci puoi andare, è necessario organizzarsi per continuare il percorso scolastico (che poi non vuol dire solo fare il programma).
              Il punto non è se durante la quarantena era meglio andare tutti a scuola o meno (perché penso che né io né tu, né chiunque altro possa avere una risposta), ma: in una situazione del genere, come si porta avanti il discorso scolastico?

              Le famiglie, nella mia esperienza, che hanno rifiutato a priori ogni forma di DaD non è che abbiano risolto nulla. Anzi, i loro figli si sono ancora più depressi, perché si sentivano tagliati fuori dal loro gruppo.

              • Da genitore di una bambina di terza elementare dico che non è contemplabile una ipotesi di scuola che prescinda dalla socialità che, in età da scuola primaria, è parte essenziale della formazione. Non credo di sbagliare dicendo che la maggior parte di coloro che hanno bambini da primaria in casa, hanno osservato una sorta di “regresso” nel rendimento e nel comportamento dei figli: da autonomi nell’organizzare e svolgere i compiti, a totalmente dipendenti dai genitori in poche settimane. Colpa dei genitori, certo, ma anche, e soprattutto, di una didattica che pretende che bambini piccoli siano in grado autonomamente di vedere video (interrompendo e tornando indietro se non si capisce qualcosa), scaricare files, scansionare pagine di quaderno, organizzare materiale che spesso viene mandato dai docenti in ordine sparso. Ovvio che il bambino chieda aiuto, ovvio che il genitore, dopo qualche resistenza, si veda costretto a concederlo. E da qui alla dipendenza il passo è breve. E questo per le famiglie più fortunate. Come si scrive nell’articolo, per molte famiglie l’unico dispositivo è un cellulare.
                Dunque il punto non è rifiutare la DAD, il punto è organizzarsi per non permettere che venga riproposta la DAD a settembre. Il tempo per lo Stato di organizzarsi c’è, il modo pure. Anche perché, ormai, ci viene detto che il virus è inesistente.

              • Il “discorso scolastico” si dovrebbe portare avanti – sempre – attivando modalità che permettano l’eguaglianza e l’inclusione di/tra tutte/i le/i bambine/i. La DaD – in generale e a me interessa questo livello e non, eventuali, singole eccezioni – non ha dimostrato efficacia in questa situazione. E’ uno strumento che ha amplificato le differenze di classe e ha relegato ancora più ai margini i soggetti più fragili. Se sei d’accordo su questo, vista anche la tua esperienza, dovresti anche essere d’accordo sul fatto che è una modalità da abbandonare in tempi rapidi (visto anche come il capitalismo contemporaneo è riuscito ad entrare nella scuola pubblica come mai aveva fatto nella storia). Questo è il punto: dalle evidenze si prende una posizione politica. E la si tiene fino in fondo.

                • Non posso parlare per assoluti, perché ad esempio alcuni bambini hc hanno trovato molto giovamento dalla DaD. Ma in generale sì, è – e non potrebbe essere altrimenti – un peggioramento.
                  Per quanto riguarda il futuro, tutti gli aggiornamenti che ho sono che si ripartirà in classe a settembre.
                  Ma non è che se durante la quarantena diciamo “Eh, la DaD è svantaggiosa, quindi non si fa niente”, la situazione migliora. I più “fragili” tra gli studenti peggiorebbero ancora di più, il loro gap aumenterebbe e l’inclusione andrebbe totalmente vanificata.

                  • Il punto è che la DAD non è una risposta nemmeno parziale. L’unica risposta in grado di salvaguardare il diritto all’istruzione è mettersi in testa che la prossima volta non ci si deve fare cogliere impreparati e che invece di chiudere le scuole per quattro mesi (cioè metà anno scolastico), si siano create le condizioni per svolgere l’attività didattica in sicurezza *a scuola*. Diversi paesi dell’estremo oriente non meno densamente popolati dell’Italia ci sono riusciti, quindi si può fare. Bisogna investire in strutture, personale, e DPI, affinché la DAD non diventi la soluzione imperfetta alle future emergenze della scuola: non solo le epidemie virali, ma anche il sovraffollamento delle aule o la fatiscenza degli edifici. Se non partiamo da questa battaglia, be’, stiamo già sdoganando la DAD come potenziale “soluzione”.

                  • Rispondo a WM4.
                    Beh, ma le battaglie che tu elenchi sono battaglie ben precedenti la quarantena. E non sono una risposta alla quarantena, ma all’affondamento del sistema-scuola – in atto da anni.
                    Sono assolutamente concorde sulla tua riflessione. Non so se i paesi asiatici in 3 mesi abbiano messo le loro scuole in sicurezza. Ma ti faccio una domanda molto pratica: se a settembre le scuole non hanno ultimato gli “ammodernamenti” e ci troveremo una ricrudescenza del virus, cosa dovrebbero fare i docenti? Si rifiutano di fare la DaD e vanno comunque nelle aule?

                  • Sui processi di inclusione dei soggetti più fragili occorrerebbe un investimento diverso delle risorse pubbliche, che non riguarda solo la scuola, ma il loro progetto di vita. E’ un discorso ampio, difficilmente affrontabile in poche battute (lo dico anche per esperienza, perché lavoro da diversi anni in questa dimensione). Però – insisto, poi la pianto – se uno strumento (la DaD) non funziona, anzi peggiora la situazione, non deve più essere utilizzato. La visione, il conflitto e la proposta politica va concentrata sull’oggi e il domani, sulla base delle criticità – evidenti a tutte a tutti, anche a te, visto quello che scrivi – che abbiamo osservato e vissuto.

                  • Innanzi tutto docenti e genitori devono pretendere che a settembre, a sei mesi dalla chiusura delle scuole, sia stata appurata la reale contagiosità dei bambini e dei ragazzi, che sono quasi tutti asintomatici, perché esistono studi che la mettono in discussione, e nei paesi che le hanno lasciate aperte non è stato individuato alcun focolaio nelle scuole.

                    In secondo luogo devono pretendere che se dovesse esserci una recrudescenza del virus la didattica a scuola venga riorganizzata, eventualmente su turni, come ad esempio stanno facendo molte società sportive che hanno ripreso le attività in questo periodo. Consideriamo anche che la scuola – proprio come l’attività sportiva – è uno dei luoghi in cui i ragazzi sono maggiormente disciplinabili nei loro comportamenti.

                    Terzo, devono pretendere che si smetta di vendere mascherine a chiunque per andarsene in giro per la strada, e le si conservi per chi appunto va in luoghi chiusi insieme a molte altre persone. In queste settimane abbiamo visto video di bambini orientali che entravano a scuola con la mascherina dopo essersi igienizzati le mani all’ingresso delle aule. Bambini di paesi che hanno debellato l’epidemia in meno tempo di noi e con una quantità infinitamente minore di morti.

                    Quarto, devono chiarire che in ballo qui non c’è soltanto il diritto all’apprendimento, ma anche quello alla socialità e alla crescita in comunità. Se ai ragazzini togli scuola, attività sportiva e artistica, hai tolto l’intera socialità. La vita dei bambini e dei ragazzi in questi mesi di lockdown all’italiana è consistita nel trascorrere la maggior parte del tempo davanti agli audiovisivi, ovvero passare dalle lezioni online, alla PS4, ai video o alle chiamate sul telefonino, ai cartoni animati o alle serie tv. È una non vita a-corporea e a-sociale che non può più essere riproposta a persone che attraversano una fase della crescita delicata e fondamentale per il loro sviluppo psicofisico e relazionale.

                    Quindi il punto non è che i docenti a settembre dovrebbero rifiutarsi di fare la DAD, ma che dovrebbero dire già adesso al governo che a settembre si rifuteranno di farla e che occorre pensare tutti assieme soluzioni alternative. Siccome queste soluzioni esistono, perché altri paesi le hanno adottate, si mandi qualcuno pagato dal ministero a studiare come cazzo hanno fatto e li si copi.

                    Sarebbe veramente ridicolo, che quando a settembre avrà riaperto tutto da mesi, le scuole dovessero ancora funzionare a mezzo servizio con la DAD. Ridicolo, ma anche indegno e vergognoso. Rivelatore dell’infima considerazione che si ha in questo paese per la scuola e per i diritti di chi non è nel circuito produttivo.

                    I docenti dovrebbero essere in prima linea in questa battaglia *adesso*, visto che ne va anche della loro funzione e del loro lavoro.

                  • Trovo questi punti (WM4) sacrosanti e sono del tutto d’accordo.
                    Il fatto però è che è necessaria una forte volontà politica da parte del corpo docente (e dei genitori), che non mi sembra così compatto sulla questione.

                    In assenza di questa, a partire da “ieri”, temo proprio che ci troveremo di fronte al fatto compiuto:
                    se qualche comitato tecnico (anche in modo indifferente alle esperienze degli altri paesi e/o a eventuali evidenze scientifiche circa la contagiosità di bambini e ragazzi) stabilisce che sono necessari lavori di adeguamento delle strutture per consentire le lezioni in sicurezza, ci sono luglio e agosto per trovare i fondi, progettare i lavori e appaltarli.
                    E’ sufficiente la normale inerzia della macchina burocratica per arrivare a settembre con un niente di fatto.

                    E a quel punto vedo già tutto un alzarsi di mani per dire “eh, ma no, non ci sono le condizioni di sicurezza: ricominciamo con la DAD, o metà a scuola e metà in DAD” etc.

                    E’ per questo che serve una presa di posizione forte fin da ora per dire che la DAD non è un’opzione.
                    Ma non vedo chi sarebbe il soggetto politico che potrebbe farla.

                  • Cugino,
                    se la DAD fosse la toppa al lancio di un grande piano di investimenti sulla scuola pubblica, che rimodernasse gli edifici scolastici, aumentasse e qualificasse il personale, retribuendolo meglio, ripensasse la tempistica dell’anno scolastico e l’uso gli spazi scolastici, e facesse tornare a scuola i minori in luoghi più spaziosi, più sani, pù vivibili, allora sarei anche disposto a mandare giù il rospo in attesa di tutto questo.

                    Ma così non è. Di tutti i soldi stanziati dal governo Conte la parte toccata alla scuola è minima (un miliardo e mezzo, se non ho capito male, a fronte di quindici miliardi dati alle imprese). Anzi, i segnali che stiamo vedendo ci dicono qualcosa che qui su Giap si diceva già ad aprile: per il governo la DAD è stata una piacevole scoperta, una bella idea.

                    Qualche giorno fa in casella postale mi è giunta una email dall’istituto superiore frequentato da mio figlio maggiore, un liceo scientifico di Bologna. La dirigenza scriveva ai genitori invitando a compilare un questionario volontario in cui classificare i professori dei propri figli per competenze e atteggiamento durante la DAD. Non sto scherzando. Si possono indicare per nome e cognome fino a cinque docenti in ordine di gradimento. Ora, tralasciando adesso l’aspetto squallidamente aziendalista di un’iniziativa del genere, equivalente a trattare gli studenti e le famiglie come clienti che devono essere soddisfatti, e tralasciando anche il fatto che la mia unica fonte di informazioni per una classificazione sarebbe mio figlio stesso, il quale potrebbe condividere una reciproca antipatia con un qualsivoglia docente, e tralasciando infine il fatto che è evidentemente scorretto chiedere giudizi del genere in riferimento a un periodo “eccezionale”, nel quale giocano un ruolo centrale la competenza e l’attitudine all’uso di un mezzo per il quale il personale docente non è stato formato… tralasciando tutto questo, quale scopo potrebbe mai avere una raccolta di “dati” del genere in relazione al periodo di DAD se qualcuno non stesse cullando il pensierino di ricorrervi ancora?

                    Sia a giugno sia a settembre docenti, genitori e studenti devono scendere in piazza per opporsi a questo scempio. Sono loro il soggetto politico della scuola, non ce n’è altro. Se stiamo ad aspettare che si muova qualche sigla, stiamo freschi e soprattutto stanno freschi i nostri figli.

                  • E comunque, qualsiasi riflessione su DAD, biosicurezza a scuola, rientro dalle vacanze, paure sincere e uso strumentale delle paure da parte dei rappresentanti politici dei presidi… dovrebbe fare i conti con un dato di fondo, che è più previdenziale che scolastico.

                    Con tutta evidenza, e non ci voleva il Covid-19 per dimostrarlo, ma nondimeno *anche* il Covid-19 lo dimostra, per insegnanti e per un sacco di altri lavoratori l’attuale età pensionistica è semplicemente troppo alta.

                    Si spaventano gli insegnanti *maturi* con la paura del contagio da asintomatici (e, come sottolinato, non abbiamo ancora le certezze che smentiscano o al contrario suffraghino questa paura), si userà questa paura per imporre questa o quella «soluzione» (chi immagina i bambini di sei anni per 5 ore con la mascherina non ha mai visto un bambino di sei anni, ma vabbè), ma non si disturba l’elefante nella stanza. E cioè: gli insegnanti *maturi* hanno diritto ad andare in pensione prima. Punto. E una battaglia in tal senso potrebbe fare da apripista per le altre categorie.

                  • WM4, nemmeno io penso che la DAD sia «la toppa al lancio di un grande piano di investimenti sulla scuola pubblica, che rimoder[ni] gli edifici scolastici», ma quel che intendevo dire è che sia che si spendano 1.000 euro a istituto per mettere 4 fogli di plexiglas o che se ne spendano 100.000 per interventi “di rimodernamento”, l’iter burocratico è nella pratica simile, anche se formalmente potrebbe essere diverso.
                    Difficilmente ci vedo affidamenti diretti anche per piccoli importi (l’affidamento diretto che spesso è la cosa più logica ormai è demonizzato) e 2 mesi e mezzo sono proprio “giustini” per farcela.
                    É per quello che temo che qualunque “melina” e qualunque inerzia decisionale ci faccia arrivare a settembre “non in sicurezza” e quindi, “mani alzate” e vai di DAD per tutti, ed è per quello che come dici tu, noi genitori e insegnanti dovremmo iniziare a farci sentire fin da ora.

                    Tra l’altro, sono convinto anch’io come un altro utente (scusa, non ricordo chi, ho letto dal telefono e non trovo più il post) e come wolfbuwsky qui sopra, che una parte del corpo docente, dopo mesi di terrorismo mediatico, sia parecchio spaventato (per se e/o per i propri genitori) all’idea di affrontare torme di giovani untori.

  11. Forse può essere interessante capire cosa fare ora, voi e – nello specifico di dove siamo, di conseguenza – noi. Mi sembra sia abbastanza probabile (non “possibile”: probabile) che le prossime “evidenze” non potranno che rafforzare quanto già delineato qui, non tanto perché si sia stati chissà quanto intelligenti ma perché semplicemente non siamo stati “agiti” da un terrore che però andrà spiegato. Questo sarà, credo, uno dei compiti intellettuali, da affrontare laicamente, insieme a chi ha appoggiato il lockdown all’italiana ma mantenendo qualche dubbio e non inveendo scompostamente contro chi, e questo andrà ricordato volta per volta, alla fine aveva ragione.
    Dovremmo cercare di anticipare quali saranno le cose che senz’altro resteranno; provare ad aprire una discussione su come è ridotto il ceto intellettuale italiano, che ha riversato su un dibattito così rilevante tutte le incredibili storture del sistema universitario, ridotto ad un deserto culturale frequentato da monomaniaci del tutto incapaci di riconoscere una balorda correlazione spuria; comprendere che i docenti delle scuole medie, inferiori e superiori in larga parte si sono adeguati a modelli orribili persi dietro a incredibili esigenze di valutazione; distinguerli dalla parte sana, che grazie ai colleghi è adesso attaccabilissima più di sempre, come il delirante documento dell’ANP ha mostrato; allacciare in qualche modo la lotta per le buone condizioni di lavoro in fabbrica a quelle “fuori” dalla fabbrica, perché la protezione sanitaria si accompagni a quella sociale verso chi lavora nei campi; rafforzare le evidenze che non esiste nessuna differenza rilevante tra il governo centrale e quello periferico, come mostrato dal grottesco dibattito su chi doveva istituire una zona rossa a Bergamo (spoiler: potevano farlo entrambi ovviamente). Insomma, in teoria si comincia ora. Vaste programme.

    • Io non so quanto iniziare a differenziare la parte “sana” dei docenti da quella “malata” possa essere un atto così efficace. Anche perché se il discriminante è “chi si è adeguato alle direttive ministeriali” e “chi non si è adeguato alle direttive ministeriali”, vuol dire che ti ritrovi un gruppo con il 99% degli insegnanti “dall’altra parte”. E si rientra nella dinamica di “Io sono leggenda”.
      Sul sistema scuola, la pandemia ha generato gravi danni sulla didattica, sulle relazioni, ma la crisi dell’istituzione scolastica e degli organi collegiali era ben evidente da anni. Con il quasi totale abbandono dei sindacati sulle questioni secondo me fondamentali che abbracciano il ruolo della scuola, l’essere ancora pressoché immobili nonostante l’agitare continuo di formazioni e aggiornamenti (anche perché la scuola si era impaludata, e non esci dalla palude nuotando più forte).
      Se qualcosa si vuole ottenere in termini di rinnovamento, fare la conta delle pecore nere ci renderà solo più depressi.

  12. Però capiamoci. Anche se si costruissero piattaforme opensource efficienti e con le dovute coperture sulla privacy, questo non allevierebbe di un grammo il problema rappresentato dalla DAD (che non equivale all’e-learning). La didattica a distanza è una didattica malfatta, escludente, frustrante, e che non salvaguarda il diritto all’istruzione. Questo va ribadito con forza nelle fasi post-epidemiche che verranno, prima di mettersi a discutere di qualsivoglia piattaforma e prima di parlare di potenzialità e limiti dell’e-learnig. Penso che dovremo tenere ben fisso questo punto politico, prima che ci trascinino in una pseudopolemica porogressisti vs luddisti sulla pelle di alunni e studenti.

  13. Sì, sì, assolutamente d’accordo su questo.
    Il mio commento era per dire che nella necessità di provvedere a una forma di didattica a distanza (temporanea e contingente!) c’erano anche altre possibilità ed altri esempi, già funzionanti e collaudati per quanto poco noti, cui attingere.

    E invece per “comodità” (e per l’italico bizantinismo citato da Ekerot sopra di “chi si prende la responsabilità”) si è approdati alle piattaforme proprietarie già pronte.

    Sul fatto che non si possa barattare per nessun motivo la scuola fatta di persone e relazioni e presenza fisica con la DAD (benfatta o malfatta che sia) credo che siamo tutti d’accordo.
    Ne va del diritto all’istruzione e della possibilità di crescere in modo sano.

    Questo è un punto politico molto importante che però, di nuovo, viene lasciato alle destre e ai media di destra, perché da sinistra mettere in discussione la DAD significa mettere in discussione lockdown, governo, “distanziamento sociale” e tutta la vulgata, cosa che viene fatta qui ma non altrove.

    • Penso che il discorso sulla DAD sia estremamente complesso, anche perché per parlarne in maniera intelligente fondamentalmente bisogna… non parlare della DAD.
      DAD vuol dire, tra le altre cose, student@ e insegnanti che stanno a casa. Per impedire questo, devi ragionare su come avvengono le lezioni in presenza e di come renderle il più sicure possibile. Secondo me questo significa ragionare su cose molto puntuali (come scriveva wm4), ma più in generali su
      (1) un aumento dell’organico ben oltre la stabilizzazione dei precari,
      (2) un aumento degli spazi. Vuol dire che i comuni hanno 3 mesi circa per cercare spazi che possono essere utilizzati per le scuole. Su questo segnalo un bel documento che viene da Napoli: https://sentireascoltare.com/articoli/turn-on/lo-stato-sociale-intervista-2014-la-rivoluzione-col-polleggio/
      (3) Un progetto di prevenzione. E su questo Girolamo de Michele ha scritto alcune righe che sarebbe bene approfondire (seguendo Maddalena Fragnito). Qui: http://www.euronomade.info/?p=13503
      Decontestualizzate, la prima e la seconda questione, potrebbero sembrare, come scrive Ekerot, battaglie precedenti, ma in realtà acquisiscono un senso nuovo in questo contesto.

      Quanto scrive WM4 all’inizio di uno dei suoi commenti (bisogna pretendere che “a sei mesi dalla chiusura delle scuole, sia stata appurata la reale contagiosità dei bambini e dei ragazzi”) è altrettanto vero ed è chiaro che in base a queste conoscenze cambia anche lo scenario. Aggiungo due elementi: il primo è che comunque va pensato un modo di preservare il corpo insegnante e i suoi luoghi di discussione. La paura soprattutto degli insegnanti più grandi di tornare in presenza è estrema ed è molto facile che si giochi su questo per diminuire il valore delle sedi collegiali (il documento dell’Associazione Nazionale dei Presidi va in questa direzione). E poi sarebbe importante anche la voce del personale addetto all’igienizzazione delle scuole, per altro iper precario.
      Approfitto per chiedere anche un aiuto a Giap e ai giapsters: a me risulta che invece la riapertura delle scuole ha causato il riaccendersi di qualche focolaio, ma non mi è chiaro quanto questa sia una voce.

      • “Penso che il discorso sulla DAD sia estremamente complesso, anche perché per parlarne in maniera intelligente fondamentalmente bisogna… non parlare della DAD”.
        Condivido le parole di plv, anche se forse avrei sostituito a “complesso”, il termine “pericoloso”.
        Ho l’impressione che la fine del lockdown si porti dietro molte trappole diversive. Per me la discussione sulla DAD, se si protrae a lungo, è una di queste.
        La DAD fa schifo. Quattro parole, concetto semplice e si passa oltre ad immaginare una scuola migliore di quella di febbraio. Mi rendo ben conto che l’argomento sia centrale per chi da settembre potrebbe vedersela imposta da un momento all’altro, ma per quanto mi riguarda su questo punto si dovrebbe giocare in anticipo: cosa faccio io professore, io genitore, io studente, io educatore, se (quando) la DAD viene riproposta?
        Alla manifestazione per la scuola di ieri, a Bologna, ho apprezzato particolarmente l’intervento, allo stesso tempo olistico e puntuale, della Rete Bassa, che secondo me va anche in questa direzione.
        Mi hanno invece infastidito i continui richiami e riferimenti alla sicurezza. Conosco il mondo della scuola e so che le responsabilità sono tante e la questione è complessa, ma insistere su questo punto secondo me rappresenta una posizione difensiva controproducente, che spiana la strada a clamorosi peggioramenti rispetto alla scuola di prima. Con piacere ho notato che qualcuno ha sostituito al concetto di sicurezza quello di benessere.
        Infine, profonda tristezza per il cartello che conteneva le linee guida, rivolte ai bambini, per l’utilizzo “in sicurezza” dei pennarelli.

    • Poi oh, poche storie: l’istruzione prevede una relazione. La crescita pure. Io continuo a ripetere alle mie classi che la mia fortuna non è stata avere brav@ prof, ma ottimi compagni (…vabbeh, evito di sottolineare la polisemia del termine) e senza quello siamo tutti monchi. Io compreso, come prof, che non posso contare su un punto importante.

      Per fortuna sull’idea di “riaprire la scuola” si sta muovendo molto. A Bologna il 6 ci sarà una manifestazione ( https://retebessa.noblogs.org/post/2020/06/01/non-ce-sicurezza-senza-risorse-sabato-6-giugno-si-torna-in-piazza/ ) che muove proprio dall’esigenza di riaprire, convocata da genitori, insegnanti, sindacati, educatori e la Rete Bessa proporrà un’apertura di un tavolo cittadino di discussione su questo e altri temi ai partecipanti.
      In più si stanno moltiplicando le assemblee (a distanza) di Non Una Di Meno a tema scuola e probabilmente ne sentiremo parlare.
      Magari i documenti che stanno emergendo non sono sempre così innovativi, ma vengono dalla discussione tra tanti e diversi, in condizioni di difficoltà oggettiva dovute alla distanza, al timore diffuso ecc., e tra soggetti che rischiano di essere spesso in contrasto fra loro (pensiamo alla relazione genitori-insegnanti).
      Il percorso è lungo, mentre le cose stanno avvenendo in fretta. Però credo ci sia in ballo molto più di settembre.

      • Anche a Firenze oggi c’è stata una bella assemblea in piazza convocata da alcuni genitori e alcuni docenti di due sole scuole che ha visto una buona partecipazione e un livello di consapevolezza buono, questi mesi costretti in casa a fronteggiare da soli impegni professionali, di didattica e di supporto ai nostri figli hanno reso i genitori abbastanza consapevoli di quanto gli sia stato scaricato addosso e del rischio reale che la scuola non ci tocchi neanche a settembre.
        Ci sono movimenti in ogni città e si parla di continuare con varie iniziative per rivendicare la riapertura delle scuole in sicurezza, del recupero di altri/nuovi spazi, della necessità di nuove assunzioni , di un protocollo sanitario di prevenzione adeguato che escluda il rischio di un nuovo blocco della didattica in caso di nuovi casi..
        Oltre a queste considerazioni di semplice buonsenso per chi vive la scuola ma a quanto pare astruse a chi sulla scuola dovrebbe prendere decisioni, la quasi totalità degli interventi ha condannato la DaD proprio per il suo essere una non-didattica che amplifica le diseguaglianze invece di rimuovere gli ostacoli, compito che alla scuola sarebbe assegnato. Insomma anche qui mi pare una constatazione semplice per chi la Dad l’ha provata.
        Condivido completamente il discorso di Wolf, lo penso da un po’ perché oltre che a quelli di sinistra il terrore è rimasto addosso anche a molti docenti che davvero non riescono a concepire il rientro come sicuro.
        Spetterebbe ai sindacati trovare una proposta adeguata da formulare per eventuali prepensionamenti, o per un anno di congedo.., anche perché appunto ci sono insegnanti in età davvero a rischio, il lavoro è usurante sempre figuriamoci in questo momento in cui dover lavorare con bimbi anche molto piccoli con il terrore addosso può portare ulteriori traumi alle alunne e agli alunni già molto provati che meritano di trovare di nuovo una scuola che li accolga, non che gli trasmetta paura.

  14. Apprezzo sempre l’ordine mentale che mantenere e i vostri recap.
    Vado OT: esiste un riassunto delle posizioni che vi rappresentano riguardo “l’idea di mondo possibile”? Titoli di libri, idee di cambiamento, esperienze positive e da riproporre, sistemi economici da percorrere ecc. Oppure avete in programma di scriverne uno?
    A naso direi che permacultura, decrescita felice, ecovillaggi, economie di scambio potrebbero essere stati oggetto di analisi e riflessioni da parte vostra. Sarebbe interessante anche leggere qualche libro che non ho letto, qualche vostra indicazione.

  15. Sulle strada verso la totale confutazione di posizioni repressive e provvvedimenti irresponsabili va segnalato il fatto che alcuni studi cominciano ad analizzare il provvedimento “chiusura delle scuole” per concludere sulla sua sostanziale inefficacia (che è un modo più o meno elegnte per dire “inutilità”). C’erano già delle analisi sulle epidemie precedenti che convergevano nei dire che gli effetti erano quanto mai dubbi e analisi. Studi in Cina, Taiwan, Francia, Australia, mostrerebbero (condizionale perché non riesco a trovare gli studi originali ma solo citazioni di secondo livello) che i bambini NON trasmettono il virus (c’era già stato anche lo studio dello staff di Crisanti). In Svezia (aiuto) non è stato segnalato nessun focolaio nelle scuole, che come forse sapete :-) sono rimaste aperte.

    Visto che è post di recap, un piccolo punto sulle situazioni affrontate sin qui ci dicono:

    – che il virus non si diffonde all’aperto
    – che anche al chiuso è necessaria una lunga permanenza
    – che la contagiosità degli asiintomatici è da dimostrare
    – che la causa di morte va cercata più che nella pericolosità intrinseca del virus nelle condizioni dei pazienti, nelle capacità terapeutiche degli ospedali e in genere nelle strategie di contrasto;
    – che i bambini non sono contagiosi
    – che alcuni paesi (Norvegia) pensano di aver esagerato con le chiusure

    SOno le prime che mi vengono in mente, in attesa magari di farne una cosa più sistematica. Se avete delle “evidenze” io proverei ad aggiungerle in modo da avere un quadro il più possibile esaustivo.

    • Purtroppo dei casi nelle scuole sono stati segnalati in Israele.
      http://archive.is/DnsRN
      http://archive.is/XGaoL
      Il focolaio principale è in una scuola superiore, quindi sarebbe ancora coerente con le osservazioni di Crisanti sui bambini sotto i 10 anni. Gli articoli però parlano di casi in altre scuole senza specificarle. Ho letto altrove che le scuole sono state aperte i primi di maggio con obbligo di mascherina e limite di 15 studenti per classe. Comunque bisognerebbe capire l’incidenza dei casi segnalati sul totale degli studenti, dato che non si potrà mai avere una certezza assoluta di immunità.

      E’ uscito un preprint con una meta-analisi sulla trasmissibilità nei bambini e adolescenti.
      https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.05.20.20108126v1
      L’articolo in se non è ancora stato accettato su una rivista, ma alcuni degli studi a cui si riferisce lo sono. Conclusioni (traduzione mia):
      “c’è una evidenza preliminare che bambini e ragazzi siano meno soggetti all’infezione (probabilità di essere contagiati inferiore del 56%). C’è una debole evidenza che bambini e ragazzi abbiano un ruolo minore nella trasmissione a livello di popolazione.”

      • Come scrivevamo nel post del Primo maggio, è invece acclarato dal centro di ricerche dell’Inps che le province dove si concentrano maggiormente le “produzioni essenziali”, hanno avuto un maggior numero di contagi. Nondimeno le attività produttive sono state tutte riaperte.

        Se si tratterà di dimezzare le classi scolastiche per garantire il distanziamento fisico e di dotare alunni e studenti di mascherine e igienizzante, ci si attrezzi per farlo. È evidente che la linea da seguire non possa essere l’incoscienza, ma, al contrario, la prudenza. Almeno quanto è evidente che la prudenza non può diventare sinonimo di paralisi o di soluzioni eccezionali che diventano strutturali.

        • Sì, infatti, mentre si riaprono – o non si sono mai chiusi – tutti gli ambienti a maggiore rischio, dove si concentrano adulti nelle condizioni più favorevoli al contagio (qualunque cosa implichi l’essere contagiati d’ora in avanti, vedi commento sotto), si hanno mille remore su se e come riaprire le scuole, quando basterebbe concentrarsi un minimo e verrebbero fuori molte soluzioni (cominciare con le lezioni all’aperto, ad esempio) e quando da tempo tutto converge nel far concludere che i bambini abbiano molte meno probabilità di contagiarsi e a loro volta contagiare. Ancora una volta, scambio spettacolare e scaricabarile psicopatogeno.

      • Due cose:

        1) Bisogna capire cosa significhi oggi e cosa significherà nei prossimi mesi «risultare positivi» nella tale o tal altra nazione, situazione e fase della pandemia.
        Capirlo è fondamentale per poter leggere criticamente gli articoli che escono su siti e giornali, che parlano sempre genericamente di «contagiati», «infected» (che automaticamente diventa «ammalati»). È necessario leggere tra le righe, fare riscontri, discernere e ragionare.
        Se davvero in Italia la carica virale riscontrata nei tamponi fosse decine di volte inferiore a quella di marzo, come sostiene Clementi (e Crisanti e altri su questo si dicono d’accordo), ne conseguirebbe che risultare positivi oggi non è la stessa cosa che risultarlo all’inizio dell’epidemia.

        2) Ormai è assodato – può negarlo solo chi è disinformato o imparanoiato oltre ogni speranza o ha qualche interesse a negarlo (o tutte e tre le cose) – che stare all’aperto è molto più sicuro che stare al chiuso. Abbiamo avuto una primavera calda, assolata e secca, c’erano tutte le condizioni per fare lezioni in presenza all’aperto, e invece tra governo e amministratori c’è stata la corsa a chi si mostrava più zelante e stupido nel chiudere i parchi. Ormai per quest’anno scolastico è andata. Ma nulla – nulla a parte l’idiozia e la malafede – vieterebbe di riaprire la didattica in presenza all’aperto, almeno in una prima fase, dal momento che a settembre e ottobre farà ancora caldo.

        • Aggiungo un’altra osservazione che in sé sarebbe banale, ma che nel mondo alla rovescia costruito in questi mesi di emergenza suona quasi sovversiva: si è seminato il terrore a proposito degli asintomatici, ma, a rigore, gli asintomatici sono meno contagiosi dei sintomatici, perché non tossiscono, non starnutiscono, non sparano droplets in tutte le direzioni. È ben difficile che un asintomatico all’aperto possa contagiare qualcuno. I minori, anche quelli che risultano positivi, sono generalmente asintomatici. Stare all’aperto insieme a minori, con dovuti accorgimenti, dovrebbe dunque essere la meno rischiosa delle situazioni.

          • Occhio che scrivere che “gli asintomatici sono meno contagiosi dei sintomatici, perché non tossiscono, non starnutiscono, non sparano droplets in tutte le direzioni” è un’affermazione troppo azzardata ad oggi.
            Molti studi affermano che le persone asintomatiche svolgono un ruolo importante nella trasmissione di SARS-CoV-2 e che la trasmissione asintomatica di SARS-CoV-2 è il tallone d’Achille del controllo pandemico di Covid-19 attraverso le strategie di salute pubblica che abbiamo attualmente implementato.
            Proprio l’evidenza della trasmissione di SARS-CoV-2 da persone asintomatiche è una delle armi migliori che i lavoratori hanno per chiedere e ottenere più tutele sul luogo di lavoro e ottenere che i test SARS-CoV-2 siano ampliati a includere le persone asintomatiche in contesti prioritari.

            • Terrei comunque distinti i due piani: da un lato, se la trasmissione asintomatica è confermata da studi validi, è chiaro che la si deve tenere in considerazione.
              Dall’altro, eviterei di far passare l’idea che “siccome l’ipotesi X è un’arma importante nella lotta dei lavoratori per ottenere Y, allora l’ipotesi X va mantenuta”. Anche “il lockdown” è sembrato a molti un’arma importante perché i lavoratori ottenessero X e Y, e questo li ha portati – come abbiamo scritto – a scommettere sulla paura.
              Trovo rischioso scegliere le verità scientifiche da adottare sulla base di considerazioni tattiche. In maniera simmetrica, ovviamente, non dobbiamo nemmeno disdegnare l’ipotesi X perché l’ipotesi X non ci fa riaprire le scuole a settembre.

              • A quel che ha scritto il mio compadre, aggiungo che si stava ragionando

                1) di eventuali situazioni all’aperto, dove già di suo il contagio è molto più difficile che al chiuso e se si sta minimamente attenti rasenta l’impossibile (non lo dico io, lo dicono gli studi già disponibili);

                2) di minori, che a quanto sta emergendo sono ricettori più rari e vettori più deboli di contagio;

                3) ergo, di una minore percentuale di contagiati rispetto alla popolazione adulta;

                4) di eventuali contagiati asintomatici, che dunque non tossiscono ecc. Basterebbe organizzarsi per stare un minimo diradati.

                Fatte queste premesse, perché fare lezione all’aperto dovrebbe essere pericoloso?

                Soprattutto, perché dovrebbe essere più pericoloso… di tutto quel che già si è tornati a fare?

                Perché molti luoghi di lavoro molto probabilmente insalubri non hanno mai chiuso e gli altri stanno riaprendo, mentre sulla scuola si fanno mille distinguo e bizantinismi?

                • P.S. Gli studi sulla veicolarità di presintomatici, asintomatici e paucisintomatici vertono su situazioni di contagio in situazioni indoor (strutture sanitarie, luoghi di lavoro, quarantena promiscua domestica) e durante eventi “superdiffusori” (grandi assembramenti, il più delle volte al chiuso anche quelli). Come ricorda Bromage, solo lo 0,3% dei contagi tracciati a livello mondiale riguarda situazioni all’aperto.

            • Digitale riesci a segnalare qualche link di questi studi?
              Oggi girava una “meta-analisi” (si tratta di “revisioni” tratte da un numero di altri studi) del primo giugno che “dimostrava” l’efficacia delle mascherine a prevenire malattie dell’apparato respiratorio provocato dai virus, con numeri che sembravano indiscutibili, soprattutto quelli relativi al Covid (94% di efficacia, una percentuale enorme). Ovviamente la conclusione è nota: mettete le mascherine e non rompete le palle. Ovunque e dovunque, perché “la scienZa funziona così, brutti ignoranti”.
              Peccato che sia sospettoso e quindi, io che non sono uno scienziato “duro”, ho dato un’occhiata all’articolo. Sono 21 lavori, 1 soltanto riguarda il COVID. E quindi ho guardato l’articolo specifico. Che, ma tu guarda, era una lettera alla rivista (niente articolo peer reviewed) ma che soprattutto 1) riguardava un’osservazione all’interno di un ambiente sanitario; e, soprattutto, 2. il confronto era fatto tra operatori che OLTRE alla mascherina avevano la buona abitudine di disinfettarsi le mani (gli altri no). Fico no?
              Si dovrebbe fare sempre, ma in questo periodo il consiglio è di dare un’occhiata supplementare quando si legge qualcosa che ci pare vada in direzione opposta a quanto si è detto qui. (non perché si sia detto qui ma bla bla bla)

              • Esatto. Quando nei media viene citato uno studio dove si parla di contagio (e prevenzione del) senza specificazioni, ogni volta – nella nostra esperienza, letteralmente ogni volta – che si va a controllare si riscontra che lo studio riguardava condizioni e ambientazioni specifiche, sempre al chiuso, e che nel passaggio dal testo scientifico ai media sono scomparsi tutti i caveat. Ma è così dall’inizio dell’emergenza.

                E non avviene solo con gli studi scientifici propriamente detti (fonti primarie), avviene anche per molte interviste a medici e scienziati, che vengono “riassunte” capziosamente in articoli destinati al largo consumo, rese più “aerodinamiche” e titolate in modo da rovesciarne il contenuto.

                • Provo ad affrontare questo 3 contro 1:
                  Sono la prima a battermi perché le scuole riaprino (qui segnalai tra l’altro un articolo delle maggiori istituzioni tedesche a sostegno della riapertura). Il punto è che non bisogna dare come definitive conclusioni che a tutt’oggi non lo sono. E quella sugli asintomatici appunto non lo è. Non perchè io tifi che non lo sia, ma perché è ancora troppo presto per affermarlo con certezza e studi sono ancora in atto a riguardo.
                  Quello che dice wu ming 2 è giusto, non va mantenuta a priori perchè utile ai lavoratori, ma sicuramente non bisogna aumentare il rumore che vuole toglierla di mezzo prima del tempo.
                  Wu ming 1, io lo so che si stava ragionando di una situzione specifica e in linea teorica sono pure d’accordo. Segnalavo soltanto che certi terreni sono ancora scivolosi, e costruire le proprie fondamenta su terreni scivolosi è pericoloso, perché dovesse venir meno quel terreno le fondamenta inizierebbero a traballare di molto. I motivi per cui bisogna riaprire le scuole sono molti altri e qui li avete/abbiamo elencati.
                  Robydoc ti linko due articoli che ho sotto mano in questo momento, uno è un intervista con link allegati e uno è un articolo scientifico:

                  https://hub.jhu.edu/2020/05/12/gigi-gronvall-asymptomatic-spread-covid-19-immunity-passports/

                  https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/69/wr/mm6914e1.htm

                  • Intanto vorrei dire che ricevere tre risposte non configura di per sé alcun «3 contro 1». Significa solo che un commento ha stimolato tre risposte.

                    Dopodiché, rilevo un equivoco: tu stai rispondendo a un ipotetico interlocutore secondo cui gli asintomatici, tout court, non sarebbero contagiosi. Ma questo, qui, non lo ha scritto nessuno. Si sta parlando di maggiori o minori probabilità, e di elementi e condizioni che rendono il contagio più difficile. A prescindere dalle risposte definitive che ancora non abbiamo, contagiarsi per aver interagito con un asintomatico all’aperto sarebbe comunque molto, molto, molto difficile. Dire questo non è uguale a dire che “gli asintomatici non sono contagiosi”.

                  • Ciao Diletta, ovviamente anche da parte mia non c’è nessun “contro”, ci mancherebbe. Ho dato un’occhiata ai due link devo dire che non sono particolarmente soddisfatto. L’intervista parla d’altro (degli asintomatici) e solo nel primo periodo c’è l’accenno alla loro contagiosità. Cosa che rimanda all’altro link che tu hai dato nella replica, quello dello studio di singapore. Anche questo studio – che è eccitante per le modalità, sembra una di queste serie netflix – secondo me va prso con tanta cautela. Sono tutte deduzioni e mi pare ci siano un po’ di buchi (non so, nel caso della cantante non è specificato se la signora sia andata al coro anche dopoa ver avuto i sintomi; nella coppia non è detto che il marito si sia preso il virus con la moglie ancora asintomatica). Anche dandole per buone alla fine dicono che stiamo parlando percentualmente di un numero estremamente ridotto di casi (il 6,4%). Ho dato un’occhiata distratta alle citazioni ma mi pare che l’unica “fonte” per altri casi sia un articolo del los angeles time…
                    Insomma, io pratico lo “scetticismo metodologico”: i medici mi dicono che sono in presenza di una cosa anomala (in genere pre-sintomatici e asintomatici non trasmettono il virus, così dice l’intervista) prima di darla per scontata gli studi devono essere tanti e concordanti.
                    Allo stato, secondo me, è lecito mantenere il dubbio.

        • scusate, volevo solo osservare che la situazione non permette di affidarsi ad una certezza scientifica che ancora non c’è.
          Certamente la riapertura delle scuole deve basarsi sulla volontà politica di riaprire, una volontà che ha permesso prima di tenere aperte fabbriche e supermercati, e ora di riaprire bar e ristoranti etc.
          La mia impressione è che solo il confronto con le situazioni che si stanno già vivendo permetta alla società di apprezzare il livello di rischio.

          Per risolvere la questione temo che sia necessaria una assunzione di responsabilità politica che si potrà ottenere solo con una forte pressione delle famiglie. Purtroppo colgo spesso indifferenza in persone che non hanno figli a scuola, come se la chiusura delle scuole rappresenti in fondo il prezzo da pagare (cioè che altri pagano…) per mantenere aperte altre attività che a loro interessano di più. Non si rendono conto dei danni che questo blocco dell’istruzione farà alla nostra società.

        • Sul punto 2, però, sembra che tu non consideri minimamente che per arrivarci in questi posti di lezione bisognava spostarsi. Mio figlio, per dire, va il liceo a 25 km da qui e ci va in autobus, che è un posto molto al chiuso. Inoltre, secondariamente e con meno rilevanza, dietro l’organizzazione di una lezione all’aperto si muoverebbero difficoltà sulla necessità di garantire la sicurezza che mi sembra tu sottostimi (solo per renderti la pariglia: può essere che lo fai o perché disinformato o perché imparanoiato o perché hai qualche interesse a negarlo).

          • Anche questo è un problema da affrontare infatti. I mezzi pubblici. Pare che i lavoratori abbiano ripreso a utilizzarli – con mascherina e capienza contingentata – e molti di loro non hanno mai smesso. Perché gli studenti dovrebbero fare eccezione? Proprio fatichiamo a renderci conto che ha riaperto praticamente tutto e che a settembre avrà riaperto davvero tutto, eccetto la scuola.

          • Strano ragionamento, Andreas, sembra sottendere che il trasporto pubblico ora sia fermo, nessuno stia prendendo autobus e treni, nessuno debba più prenderli, nessuno li prenderà mai più se le lezioni a scuola non riprendono, e nessuno debba mai più entrare in un posto chiuso.

            Anche mia figlia andava al liceo in autobus e all’eventuale riapertura tornerà a usare quel mezzo, dove è obbligatoria la mascherina.

            Tu ci vai a fare la spesa? Un negozio è il più delle volte un posto chiuso. Sei tornato al lavoro? Molti luoghi di lavoro sono posti chiusi. Il punto non è non mettere mai più piede in un posto chiuso, ma organizzarsi perchè si possa tornare a scuola. Difficoltà a gestire la sicurezza? Ci si organizza. Pensandoci, le cose si risolvono. Non pensandoci, le cose non si risolvono.

            P.S. Il “rendere la pariglia” non funziona, casomai puoi accusarmi di sottovalutare un rischio, ma quello è *il contrario* di essere imparanoiati.

            • In realtà, non avendo ancora ben chiaro cosa accadrà, non mi riferirei a settembre, alla circostanza che avrà riaperto tutto, eccetto la scuola (se sarà così, a mia opinione cambierà, ma per ora starei a ciò che è stato negli ultimi tre mesi). Parafrasando, credo che la vostra opinione sul punto possa riassumersi così: hanno tenuto chiuse le scuole, ma non hanno chiuso le fabbriche. Se questa sintesi è corretta, non la condivido (per quanto questo possa essere rilevante). Soprattutto, penso di poter dire di non condividerla senza paranoie, né disinformazione, né interesse (sul serio: quella tua chiosa mi è sembrata infelice). Non la condivido perché ritengo che mantenere la produzione attiva fosse necessario, per limitare il disastro, perché, per mia esperienza, nel disastro si salva più facilmente chi sta sopra. Ulteriore considerazione: questo valeva il rischio delle vite degli operai? Non so cosa dirvi, vi porto la mia esperienza, magari rende più corposa la vostra base di dati. Nella azienda per cui lavoro (20mila dipendenti in Italia e pochi altri all’estero) i dipendenti sono a casa in lavoro agile da circa 3 mesi, mentre noi dirigenti siamo stati fatti rientrare con presenza non continua da circa un mese. Rientro inutile, peraltro, ma che evidenzia come la situazione sia molto più disomogenea di quanto si possa presupporre. Se era, inoltre, necessario (senza secondo la mia opinione, inutile ribadirlo) mantenere attiva la produzione, la chiusura delle scuole poteva essere evitata? Ne ho parlato con numerose persone e nessuno mi ha reso un quadro tranquillizzante: è stato necessario un duro lavoro con i ragazzi; il rendimento di mio figlio liceale è sceso significativamente – in classe era uno studente migliore. Ma nel bilanciamento degli interessi credo (credo) che sia stato necessario affrontare questo e non fermare la produzione in misura maggiore di quanto è stato. Per finire: non definitemi passivo aggressivo se chiudo con un: ho usato molte parole per dire qualcosa di banale. Più o meno è così. Saluti, Andreas.

              • Andreas, ormai quel che è stato è stato. Qui si stava discutendo di come evitare che uno schema in cui appunto il rendimento degli studenti migliori crolla e gli studenti in difficoltà si perdono e disperdono, e la vita stessa dei giovani diventa un surrogato videotelematico, possa essere sventato in futuro. Per questo parliamo di settembre, ma potremmo anche parlare del prossimo anno o lustro. Si tratta di evitare che le toppe emergenziali vengano sussunte come strutturali.

              • Andreas, noi, come scritto nel post qui sopra, siamo molto critici verso l’uso generico di «chiudere», «aprire», «lockdown», perché per noi alcune delle misure prese sono state utili e sensate ma altre no, né utili né sensate, anzi, sono state dannose a vari livelli. Soprattutto, non era sensato imporre le stesse restrizioni in tutti i territori. E non è solo una questione di luoghi, ma di tempi: fare per tempo la zona rossa in val Seriana e chiudere la produzione in quei territori avrebbe contribuito a evitare quel che è avvenuto dopo? Avrebbe reso meno scomposta la reazione seguita all’aumento dei morti, il cosiddetto «lockdown nazionale» che oggi persino il commissario per l’emergenza Covid in Emilia-Romagna dichiara essere stato un grave errore? Avrebbe reso meno giustificabile l’introduzione di misure discutibili in tutta Italia, con tutti i diversivi e le criminalizzazioni assurde del caso? Secondo molti osservatori, sì, chiudere subito la val Seriana sarebbe stato di enorme importanza strategica nell’affrontare la pandemia. Non si è fatto perchè sono entrati in gioco precisi interessi. La cui tutela preventiva e acritica abbiamo pagato tutti carissima. Il «bilanciamento degli interessi» è a sua volta interessato, viene fatto su bilance truccate. Oggi persino su Repubblica si legge l’allarme delle associazioni di medici e chirurghi: molto probabilmente i morti di «sanità bloccata» saranno ben più numerosi dei morti da Covid19. Durante l’emergenza sono saltati 500.000 interventi e 12 milioni di esami radiologici, per recuperarli ci vorrà molto tempo e nel frattempo molte condizioni si aggraveranno, molti malati moriranno. Nel bilanciamento degli interessi, dove figura tutta la gente che non ha potuto curarsi? Altri allarmi: durante lo #stareincasa sono calate in modo drammatico le denunce per maltrattamenti in famiglia da parte di donne: sono calate quasi della metà. Costrette agli arresti domiciliari coi loro angariatori, le vittime non hanno potuto “smarcarsi” quel tanto che bastava per rivolgersi alla legge. E infatti sono aumentati i femminicidi: uno alla settimana dall’inizio dell’emergenza. E come sai, le uccisioni sono solo la punta dell’iceberg. Questi sono solo alcuni esempi, si parla sempre in modo ultra-generico dell’«economia», ma non esiste un solo ambito della vita sociale in cui «il lockdown» (espressione che usata al singolare è senza senso, infatti la cito tra virgolette) non lasci strascichi pesantissimi, e in definitiva molte più vittime di quante ne abbia fatte il virus stesso. Valeva la pena, per non chiudere due manciate di fabbriche e fare un cordone sanitario intorno alla zona tra Alzano e Nembro?

                • Intanto grazie delle risposte. A WM4 mi viene da dire che anche il riferimento alla passata primavera fatto nella risposta di WM1 – oltre che la circostanza che stiamo commentando un post che in sostanza è la summa di 3 mesi di vostro lavoro – sono indici per cui lo sguardo è ancora rivolto a ciò che si è fatto e non su ciò che sarà. Poi, come ho detto, se a settembre tutto sarà ancora aperto tranne le scuole, penso che la mia opinione muterà. Quanto alle considerazioni di WM1, in effetti ciò che ne ricavo è che tutti noi abbiamo idea della complessità dei tempi che stiamo vivendo. Io, per ora, non credo dietro ci sia stata né strategia né improvvisazione: onestamente molti dei nostri (scadenti) governanti staranno ancora chiedendosi se ogni misura presa da stata giusta (e penso di conoscere le risposte che i migliori di loro si staranno dando nell’intimo dell’anno propria coscienza). Ma con altrettanta convinzioni chiederei che voi abbandonasse una certa tara di pregiudizio che grava sui vostri giudizi. Grazie. Saluti. Andreas

          • Scusate la mia imperizia. Rispondevo all’intervento di WM1 delle 9:27 ma in qualche modo il commento è sceso più sotto, ora risulta difficile capire a cosa si riferisse! Spero di aver raggiunto il numero minimo di battute, ma non ne sono sicuro: un minuto di conversazione è un tempo lungo per uno che deve solo giustificare un errore tecnico. E in effetti mi rende errore e mi vedo costretto ad allungare ancora il testo. Saluti e nonostante qualche differenza di vedute, come molti prima di me apprezzo la quantità n di lavoro svolto (e la qualità anche). Andreas

      • L’articolo da cui ho tratto il tutto era “sospetto” e infatti volevo un po’ vedere se trovavo le fonti principali (ancora no). In questo che segnali tu mi pare di capire che l’ipotesi è quella di un contagiato che diffonde il virus all’interno della struttura, non rintraccerei lo specifico “bambini” o “scuola” in questo. Però su questa cosa dei focolai va posta attenzione, in effetti ricordo che in Francia qualcosa (forse) era successa.
        Mi pare anche importante fare una certa attenzione su una cosa segnalata anche qui: i 100 contagi di marzo NON sono i 100 contagi di giugno, su sta cosa dovremmo tornare, perché un sacco di gente continua a dire “ma siamo nelle stesse condizioni di marzo!”

  16. Per me, la seconda parte del punto 5 è fondamentale: una chiave imprescindibile per capire l’Italia contemporanea. Perché da noi sono in troppi – sicuramente più di altrove – a provare piacere nel prendere ordini, nel mortificarsi, nell’essere dominato (aspetti fra loro legati). E questo è dipeso, anche e soprattutto, proprio dalla Controriforma. Perché mentre l’Europa centro-settentrionale creava e sviluppava la democrazia, l'”illuminismo”, etc. (e, in questo senso, la Riforma protestante può essere intesa un po’ come un primo passo), in Italia tanti dei migliori erano uccisi (Bruno), imprigionati (Campanella), costretti al silenzio o all’abiura. Non solo: stando alla ricostruzione del prof. Frajese sulla “Censura in Italia”, per secoli qui nessuno poteva pubblicare un libro senza l’esplicito consenso d’un inquisitore (sul ruolo dei quali Elena Brambilla ha smentito certe diffuse narrazioni edulcorate). E fra quelli già pubblicati, certo non mancavano i proibiti (Bibbia in italiano inclusa).

    A quanto pare, buona parte d’Italia è stata vittima della sindrome di Stoccolma: in troppi hanno finito per amare i loro padroni. Eccoci oggi, ad esempio, governati da un devoto di padre Pio, esempio perfetto del giogo cattolico-fascista (http://www.treccani.it/enciclopedia/pio-da-pietrelcina-santo_%28Dizionario-Biografico%29/) che rende relativamente rare le schiene dritte in Italia.
    Dato il contesto, merito ai WM per aver permesso e spronato un esercizio collettivo di pensiero critico, soprattutto puntuale. Bisogna sudare tutti per invertire la rotta degli ultimi secoli, ovviamente partendo dai pochi vanti, come la resistenza. (Il che significa scendere oggi nelle piazze mal occupate, non cantare dai balconi).

  17. Oggi sul manifesto il nostro discorso è forzosamente assimilato alle esternazioni di Agamben e “riassunto” in modo caricaturale (grassetto mio):

    «Le narrazioni che imperversano sulla scena pubblica attorno al soggetto imprevisto Covid-19 si vanno attestando prevalentemente su tre filoni: un primo che va da Agamben ai Wu Ming interamente poggiato sulla dialettica della «società contro lo Stato» accusato di essere liberticida; un filone che tende a valorizzare i lati generativi della cura, spinto soprattutto dal pensiero della differenza sessuale; un filone che dialoga direttamente con il Covid-19 considerandolo come un soggetto politico in grado di mostrarci tutte le contraddizioni del tempo nel quale vivevamo, viviamo e vivremo.»

    A parte l’implicita difesa dello stato e la – credo involontaria – assunzione che liberticida non lo sia mai, chi ha seguito, nella sua complessità, il discorso fatto davvero qui su Giap – e ricorda in che termini si sia discusso degli articoli di Agamben, le volte in cui è accaduto – non ha bisogno di spiegazioni su quanto e sul perché sia inadeguato e fuori fuoco un riassuntino del genere.

    A scrivere quelle righe è Anna Simone, già autrice un mese fa di un articolo in cui, in modo alquanto vago e contorsionistico, esaltava presunti lati positivi della DAD, lati

    «da cui partire anche per contenere le derive neoliberiste, prestazionali e performative di cui si nutre l’Università contemporanea, quella in presenza. E così ho anche smesso di usare il termine “corsi” che prima usavo per non usare “didattica” o “offerta formativa” e ho stabilito che nella pandemia noi siamo due “comunità della cura” ritornando a dare al sapere la sua potenza originaria, quella di un pharmakon che cura il corpo e la mente, mentre fuori imperversa la pandemia. Naturalmente, appena sarà possibile, tutto questo diventerà di nuovo fisico, materiale, incarnato. Questo è solo un passaggio, un momento, una contingenza tutta da pensare e da vivere nel migliore dei modi possibili. Ma proviamo a pensarci un attimo: e se dal remoto venisse la cura?»

    Che dire? Nah, mi autocensuro.

    • Io sono furibondo. Non so che cazzo insegni sta tipa all’università, ma io insegno matematica, e per fare lezione ho bisogno di una lavagna di sei metri per due. Ho bisogno di tracciare col gesso i segni sulla lavagna, perché solo vedendo una persona che traccia fisicamente i segni, uno studente riesce a seguire e capire un ragionamento matematico, che si dipana nel tempo. La visione istantanea di una formula matematica su uno schermo (o anche su un foglio) la rende inintelleggibile. Inoltre: io per spiegare qualcosa ho bisogno del mio corpo, e ho bisogno di poter leggere negli sguardi degli studenti per capire se mi stanno seguendo oppure no. Ho bisogno delle loro domande e dei loro dubbi per correggere il tìro, per trovare parole migliori per esprimere un certo concetto o spiegare un certo passaggio. E gli studenti hanno bisogno che io sia lì fisicamente alla fine della lezione, sporco di gesso come un muratore, a rispondere personalmente alle loro domande su questo o quel passaggio: in trenta secondi, abbozzando due conti e tracciando un disegno sulla lavagna, posso risolvere un dubbio che senza di me li terrebbe bloccati per ore. Ma di che cazzo stiamo parlando. Insegnare *è* un lavoro di cura. Insegnare a distanza è come fare un iniezione o una seduta di fisioterapia a distanza, e non dico altro per non essere volgare.

      • Mario Fiorentini, 102enne partigiano e gappista, professore di Geometria Superiore e collega di mio padre all’Università di Ferrara, dice sempre: “La matematica puzza di gesso”. Di sicuro sarebbe d’accordo con te.

      • Se posso integrare. Io mi occupo di storia e letteratura. In 4 anni di insegnamento in università e 1 e mezzo di insegnamento alle scuole superiori, credo di non essermi seduto alla cattedra. Non solo perché sto alla lavagna, ma perché ho sempre girato tra i banchi a vedere come si prendeva appunti, come si seguiva, pure a fare scherzi o a osservare come si stava disattenti (che c’è modo e modo). Alle superiori, durante le interrogazioni mi siedo nei banchi vuoti e chiedo consigli agli studenti che ho accanto su come aiutare la persona interrogata. Avrò macinato chilometri, durante le spiegazioni.
        Lo faccio anche perché sono nervoso, figurarsi, ma questo spiazzamento secondo me funziona a rompere molte rigidità. Lascio immaginare come mi sono trovato con la DAD.

    • Eccone un altro, avanti il prossimo:

      «i nuovi “apocalittici” à la Agamben e Wu Ming – secondo i quali l’epidemia rivelerebbe il riaffiorare di un nuovo Stato autoritario, quando non inequivocabilmente “fascista” […] sembrano mostrare un’eccessiva enfasi sull’idea di una trasformazione epocale che, proprio dal momento che non nasce da alcun rovesciamento del rapporto di dominio tra le classi, né da alcuna esigenza da parte delle classi dominanti di preservare l’ordine, è lecito considerare attualmente infondata.»

      A parte il continuare a confondere la nostra posizione con quella di Agamben e il solito riassuntino caricaturale, che ormai è una vera e propria barzelletta… Poco importa che noi abbiamo ripetutamente evidenziato le continuità tra quest’emergenza e le precedenti, che abbiamo definito l’emergenza coronavirus un acceleratore di tendenze che erano tutte già in corso, che abbiamo definito il niente-sarà-più-come-prima un «cliché reazionario», che abbiamo sempre rimandato ogni analisi alla composizione di classe e ai rapporti di forza, macché… No, noi siamo «apocalittici» e abbiamo posto «un’eccessiva enfasi» su una «trasformazione epocale» portata dall’emergenza. Ma tanto, tranquilli, eh, le classi dominanti non hanno alcuna esigenza di preservare l’ordine (!). Bene così.

      • provo a rispondere qui anche se il labirinto di commenti e diramazioni mi confonde un po’.
        Do per approvata (da parte mia) e assimilata la vostra analisi di questa “emergenza covid-19” in italia secondo “i rapporti di forza”.
        Aggiungo alcuni elementi che emergono dal confronto della gestione italiana versus quella sudcoreana (che conosco bene). Per mancanza di caratteri disponibili non descrivo la situazione coreana ma solo quello che emerge dal confronto.
        (non è un elogio della democrazia coreana, sapete bene che il governo ha analizzato le celle telefoniche per tracciare i positivi con l’appoggio della opinione pubblica)
        1) LA CORRUZIONE italiana ha letteralmente “mangiato” la sanità pubblica (lombardia) e la sua possibile efficienza, oltre alla corruzione aggiungiamo il clientelismo e la necessità di favorire da parte delle istituzioni governative i privati amici, privatizzando a casaccio e tagliando servizi a caso (meno redditizi, non interessanti per “gli amici”), da qui la completa debacle della gestione dei malati
        2) ospedali e rsa sono stati i super diffusori del virus perché non erano attrezzati per contenere un’infezione (!!!!) mentre in corea c’erano protocolli anti virus sconosciuti dal 2013. (IMPREPARAZIONE DELLE ISTITUZIONI, LEGATA ALLA CORRUZIONE E CLIENTELISMO?)
        3)qui non esiste una sanità di comunità e sorattutto istituzioni intermedie diffuse nel territorio con mezzi, finanziamenti e responsabilità precise.
        qualcosa come una CATENA DI COMANDO qui è impensabile e tutti i livelli e quindi non c’è nessuno a cui poi attribuire responsabilità per fallimenti (RIDICOLO SCARICABARILE AI PIù FRAGILI COME I RUNNERS, I BAMBINI, GLI UNTORI INSOMMA)
        4) non esiste una OPINIONE PUBBLICA perchè i media non fanno inchiesta o forse la fanno ma poi non sono credibili perché ricadono nella marmellata delle cause e spiegazioni fantasiose. quello che è successo qui, questo orribile fallimento con in più imprigionamento dei cittadini in corea non sarebbe stato tollerato dalla opinione pubblica.

  18. La ramificazione su Giap arriva fino a dieci “livelli”, perché se va oltre si arriva a commenti larghi una lettera, illeggibili. È sempre stato così, non è una novità di questi giorni.
    La prossima volta, comunque, manda una mail. Il limite minimo di battute non lo abbiamo messo perché venga aggirato con espedienti, a forza di espedienti si accumula “rumore” segnico.

    • Lascio qui a mo’ di feedback. Mi è capitato di leggere l’articolo e di non vedere le ramificazioni dei commenti. Ho poi riaggiornato la pagina e le ho viste. Questo senza essere loggato. Ne sapete qualcosa?

      • Grazie, a noi risulta tutto normale, sia da loggati sia da fuori, con Firefox, Waterfox e Safari. Se è capitato ad altre persone, ce lo facciano sapere.

        • A me è capitato altre volte un problema simile, ma utilizzando Tor Browser. Con Firefox mai nessun problema. Ho pensato fosse più un fattore legato ai nodi di Tor che un problema di Giap. Ora sto scrivendo usando Tor e nessun problema infatti.
          Il mio commento finirebbe qui, ma non raggiungo il minimo di battute. Anche il commento di Diorama non raggiunge il minimo, ma è riuscito ad oltrepassare la barriera. Qualche privilegio in più? Diorama è uno degli amministratori? :) :)
          Una riflessione fuori argomento: Che ne pensate in chiave storica di ciò che sta accadendo alle statue di colonialisti in giro per il pianeta? Rientra ancora nel concetto di guerriglia odonomastica in senso stretto?

          • Il commento di Diorama ha raggiunto il limite minimo di battute grazie a un espediente di quelli che solitamente scoraggiamo :-P Siamo intervenuti a rimuoverle le molte righe di spaziatura bianca in coda al messaggio (santa pazienza…), facendo un’eccezione, perché era un feedback tecnico utile.

            Quanto a statue e monumenti, non è guerriglia «odonomastica» perché l’odonomastica riguarda i nomi di vie e piazze, ma è certamente guerriglia sullo spazio pubblico come luogo di memorie. In questi giorni di tumulti è diventata più visibile una tendenza iniziata quattro-cinque anni fa con la campagna «Rhodes Must Fall» nei paesi del Commonwealth britannico e con gli attacchi alle statue di confederati nel Sud degli Stati Uniti. Ne avevo scritto qui. Qui in Italia abbiamo avuto l’attacco alla statua di Montanelli a Milano da parte di NUDM, e altre azioni meno clamorose ma che rientrano in quel solco. Torneremo a occuparcene, coi nostri tempi.

            • Grazie del consiglio, andrò sicuramente a leggere quanto scrivevi. L’argomento è sicuramente complesso e mi trovo spesso a discutere con chi suggerisce di porre una targa sotto al monumento/statua che ne ricordi i crimini commessi, invece che rimuovere totalmente l’opera. Se dal punto di vista storico riconosco il valore di testimonianza rappresentato da quest ultime, dal punto di vista personale non sopporto di vivere in un contesto urbano circondato da negrieri, colonialisiti e fascisti.
              Ne riparleremo al momento giusto. Per intanto, buon lavoro. Continuate così.

  19. Aggiornamenti dal fronte della didattica a distanza. L’università di Pisa sta chiedendo, con formula silenzio-assenso, un impegno a fare didattica COMPLETAMENTE a distanza persino nel SECONDO SEMESTRE dell’anno accademico 2020-2021.
    Per fortuna la maggior parte delle persone che conosco hanno optato per l’unica altra alternativa che era concessa, cioè tenere ALMENO PARTE delle lezioni di persona. Certo però che si tratta di una mezza sconfitta comunque. Soprattutto la ratio di chiedere questo impegno nel giugno 2020, senza nessuna realistica previsione sullo stato della malattia a lungo termine, mi sfugge completamente, se non nella chiave che la DaD è COMUNQUE l’opzione preferibile. La reazione dei colleghi, migliore del previsto dato l’ambiente iper-conformista dell’università, mi fa sperare che ci sia modo di tenere il discorso aperto.

  20. L’altro giorno alla radio ho sentito un’ intervista alla mamma di Federico Aldrovandi. Si parlava dell’ omicidio di George Floyd, e lei diceva che l’ omicidio di Federico (non avendo un movente razziale) si spiegava con l’ odio che questa società fomenta contro i giovani. Sono state parole molto dolorose, che mi hanno fatto riflettere sul rapporto punitivo che è stato imbastito nei confronti degli studenti in Italia. Forse su di loro è stato scaricato il peso di una colpa ” originaria” che, come dice bene Deantonio, nella società italiana ha una matrice di oppressione catto-religiosa. L’italica ignavia acquista un ruolo principale già ai tempi del sommo poeta.E spesso chi non è in grado di esercitare un ruolo autorevole, si vendica diventando autoritario. Questo è il prezzo che paghiamo se non ci assumiamo responsabilità anche politiche, come adulti, per quanto riguarda la riapertura delle scuole. Io non ho figli, ma pensare che i bambini, figli di genitori più poveri, non abbiano, per mille motivi, la possibilità di essere seguiti assiduamente nel loro percorso di apprendimento, da un insegnante e neanche da un genitore, mi rattrista infinitamente. È un po’come se incidessimo sulla pietra il loro destino.

    • Grazie veramente di cuore del prezioso contributo che avete dato durante il confinamento in casa alla comunità di Giap e ai Wu Ming.

      Per quanto riguarda lo spunto di riflessione di Filo a piombo secondo me la colpa abnorme di tutta questa situazione assurda in cui ci troviamo e ci troveremo a vivere nei prossimi anni e decenni è soltanto dovuta a decisioni politiche incentrate verso esclusivamente a principi aziendali, privatistici e di profitto.

      Due esempi eclatanti che stanno emergendo con numerose contraddizioni in questo momento e credo che fra qualche settimana esploderanno sono: il Servizio Sanitario Nazionale e il sistema scolastico italiano di ogni grado. Per entrambi i settori, con numerose riforme tra la fine degli anni 80-90-2000 (tagli per 30-35 miliardi), si è deciso di seguire il “brand” americano trasformando la cura dei pazienti e l’istruzione in mero profitto. In ambiento sanitario vi è stata la trasformazione ASL in vere e proprie aziende con lo scopo primario di ridurre i costi e incentivare implicitamente (manco più di tanto) il ricorso verso le prestazioni private (per chi se le può permettere ma hanno atto bene i calcoli visto che era riservato alla fascia di età dei baby boom), riduzione della medicina di base, riduzione dei presidi ospedalieri in particolare nelle aree interne depresse, aumento delle liste di attesa e blocco delle assunzioni di medici , infermieri e personale sanitario amministrativo.

      Con le varie riforme che si sono succedute nella scuola, si è arrivati ad avere i dirigenti scolastici come veri e propri manager che applicano scelte soltanto in funzione della riduzione dei costi senza tener conto dei reali problemi che affliggono da decenni, senza elencarli poichè li conosciamo tutti.

      Molto facile per la politica e i giornali mainstream dare degli untori del virus tutti i bambini, alunni, migranti, i percettori del reddito di cittadinanza in poche parole gli ultimi ovvero coloro che non votano. Un peso che la politica da sinistra a destra, potrebbe farne tranquillamente a meno.

      La cosa più imbarazzante è vedere ancora i giardini con i giochi per i bambini, completamente ricoperti di nastri bianchi e rossi. Un paese che non investe in Sanità pubblica, Istruzione e sulle future generazioni è un paese destinato al collasso.

  21. Intanto l’ex-commissario per l’epidemia della regione Emilia-Romagna, Sergio Venturi (già assessore alla Sanità), fa un’autocritica pubblica:

    «Il lockdown? Se dovessi rifarlo domani, non lo rifarei come l’abbiamo fatto… Non si può chiudere un intero Paese quando non ce n’è alcun bisogno… meglio interventi mirati per spegnere i focolai aggressivi»

    Coronavirus, Venturi: “Lockdown generale un errore, non ce n’era bisogno”

  22. Ragazz*, che dire, solo ora ho potuto leggere la vostra sintesi e scorrere velocemente i commenti ( mi riservo di farlo con maggiore attenzione, pertanto mi scuso se dovessi insistere su punti già toccati ed argomentati): sono stata colpita come da una brezza marina benefica. Siete lucidi, onesti, equilibrati, avete sviscerato la questione senza patemi e senza disonestà. Disonestà che affligge chi ci governa e che non prenderà mai le distanze da scelte sconsiderate e pazzesche. A momenti, se ripenso alla reclusione domestica, sento montare il panico. Ci sono stati giorni che non riuscivo a rincasare per godere di ogni rumore, odore, colore del mondo, altri che non sono uscita per nulla, ma pur essendo una mia scelta a fine giornata mi sono data della sciocca per non aver approfittato della libertà. Purtroppo sono consapevole che, al di là dell’andamento epidemico in sè, le conseguenze di quanto vissuto si trascineranno a lungo non solo nei nostri spazi interiori, ma pervaderanno forse sine die dinamiche sociali, economiche e politiche. A tal proposito ieri ho letto su diverse testate che George Floyd è risultato positivo al Covid… ho pensato che senso avesse riportare questa notizia come fosse una rivelazione e se vi fosse un motivo di essere divulgata. Ho provato la spiacevole sensazione che un tampone positivo possa assumere la valenza di un connotato caratterizzante un essere umano come purtroppo già lo sono il colore della pelle o la provenienza geografica. Che avesse il Covid o lo streptococco che importa?

  23. Il paragone tra tampone positivo e razzismo mi sembra davvero eccessivo. Roba da bianchi privilegiati che non sanno nulla del razzismo e di ciò che comporta.
    Il SARS-CoV-2 non stigmatizza nessuno. L’HIV stigmatizzava e stigmatizza ancora.
    La notizia della positività al virus di Floyd è stata data dai media americani perché è in corso un grosso dibattito in merito all’incidenza del virus nelle diverse comunità. Le comunità afroamericane sono infatti le più colpite. La COVID-19 sta mostrando decenni, secoli, di distribuzione ineguale della sanità ai danni degli afroamericani.
    Se poi i media italiani gli hanno dato un altro significato si ritorna al discorso che facevo nel primo commento.

    • Ciao Malcolm hai fatto bene a ricordare che le comunità più povere sono quelle più esposte al rischio di contagio e con meno possibilità di accesso alle cure, se non addirittura zero possibilità. L’ osservazione di Mandragola, però, mi sembra pertinente, per un motivo preciso: io sono un po’più maligna, ma mi sembra che sia stato posto l’ accento su questo ” dettaglio” perché Floyd è morto soffocato… Come se questa informazione in realtà potesse, in in eventuale processo, costituire un’ attenuante alla brutalità dell’ omicidio. Io purtroppo l’ ho pensato subito. Altrimenti perché sottolineare questa informazione?…

  24. MalcomX, non ho fatto alcun paragone tra razzismo e tampone positivo. Che tra l’altro sono due entità differenti per cui come potrei raffrontarle? Volevo solo sottolineare il piglio di alcuni media italiani perché la notizia era riportata come se fosse in qualche modo rilevante e non certo per denunciare il fatto che la Comunità afroamericana sia, a causa delle proprie condizioni socio economiche, la più colpita dal Covid. Inoltre sul fatto che la positività al virus non rappresenti uno stigma, non sono d’accordo. L’unica differenza con l’HIV è che ci si negativizza ad un certo punto. Ci sono stati lavoratori cacciati dal posto di lavoro perché erano stati contagiati ( una volta rientrati dopo la guarigione si intende) ed operatori sanitari scansati come appestati. L’impatto non sarà quello dell’HIV perché in questo caso la riprovazione deriva anche dall’associazione con l’omosessualità ( associazione ovviamente riprovevole e pure errata), ma non sarei così certa dell’innocuità di una positività al Covid dal punto di vista de quo. PS circa il “roba da bianchi privilegiati che non sanno nulla del razzismo” sei proprio fuori strada, te lo dico senza polemica o rancore. :)

    • Mandragoa01 hai ragione, non era un paragone, ma una similitudine. Scusa.
      Abbiamo due opinioni diverse. Io rimango dell’idea che, tranne sporadici casi che citi tu, la positività al SARS-CoV-2 non abbia assunto la connotazione caratterizzante che temi tu, e che probabilmente (e fortunatamente) sia già tardi perché possa assumerla.
      I media italiani riportano spesso notizie copiate dai media USA senza però approfondire il significato di quelle notizie. Una narrazione volta più a fare da amplificatore che altro. In più il virus fa notizia, quindi piazziamocelo ovunque e pigliamoci sti 4 click in più.
      Ovviamente non c’era nulla di personale nello scrivere “roba da bianchi privilegiati”, non ti conosco e per quanto ne so potresti pure avere origini congolesi :)

      • Forse sono troppo prevenuta e suscettibile e tendo a prefigurare scenari estremi che esistono solo nella mia mente. Ovviamente spero che tu abbia ragione! Il punto è che a momenti mi sembra che questo virus non sia penetrato solo nelle cellule umane, ma anche in ogni processo della stessa nostra esistenza intesa come complesso di dinamiche e relazioni umane.
        È vero, io ho citato dei “casi” e si spera siano sporadici, ma ogni giorno mi appare chiaro quanto la percezione di questa epidemia sia stata pilotata dai media. Ciò mi fa davvero paura. Qualcuno penserà che sono una ingenua che solo ora scopre il “quarto potere”, ma forse semplicemente avevo smesso di seguire certi canali ed oggi ho avuto modo di ricordarmi perché me ne ero allontanata.
        Mi complimento sempre con i WM per la loro capacità di analisi lucida e ponderata, ma non riesco a seguirne l’esempio!

        • I media americani hanno riportato la notizia, null’altro. CNN dice che Floyd aveva fatto un test in Aprile ed era risultato positivo. Era ancora positivo, ancorché probabilmente asintomatico, al momento della sua morte. Sottolineando il fatto che la pandemia negli Stati Uniti ha colpito molto di più i neri che i bianchi, il commento, laconico, di CNN è che “George Floyd survived one threat” – intendendo una minaccia rivolta specificamente alla comunità di persone di cui lui faceva parte – ma non è sopravvissuto invece al razzismo. È solo una notizia, e non mi pare che sia finita nelle prime pagine. In realtà, l’attenzione dei media negli Stati Uniti ha decisamente virato dal COVID alle proteste che hanno fatto seguito all’assassino di George Floyd. Non mi pare che sia lo stesso in Italia – magari anche comprensibilmente – e mi viene da pensare che il fatto che non vi siano state, in Italia, manifestazioni di solidarietà per le rivolte americane, fatto che qualcuno segnalava qui, giorni fa, si debba, più che al timore di assembrarsi, proprio all’effetto di un’informazione distratta, che ha scritto di Trump contro rivoltosi e di palazzi in fiamme a Minneapolis, per poi tornare di corsa a spolpare gli ultimi resti di polemiche stantie vecchie due mesi. Almeno qui la discussione è costruttiva..

          • In realtà qualcosa si è fatto. Ispirati da quella immagine del commissariato di Minneapolis in fiamme, qualche scintilla si è accesa anche qui da noi.
            Proprio ieri ero ad una manifestazione antifascista in solidarietà con le rivolte negli USA. A Napoli, Firenze, Milano e Bologna si è scesi in strada per antifascismo e antirazzismo, contro la violenza della polizia, ricordando i tanti Giuliani, Aldrovandi, Magherini, Cucchi uccisi in Italia da guardie poi completamente scagionate o addirittura promosse di ruolo.
            Purtroppo a partecipazione non siamo ai livelli di Berlino o Manchester, ma qualcosa inizia a muoversi. Presto si tornerà in strada per molti temi. Tifiamo rivolta!

            • Piazza Maggiore era piena di gente che si animava e reagiva sull’ onda di parole infiammate di rabbia, di emozione, di discriminazione, di ingiustizia, di diseguaglianza. Parole che hanno spinto i presenti ad alzarsi in piedi, ad applaudire, a gridare insieme. Un giovanissimo ragazzo italiano ci ha detto che l’ estate scorsa in Riviera è stato chiamato “negro di merda”, per aver difeso un venditore ambulante di rose, mentre lo diceva la voce gli si è strozzata in gola per la rabbia. La piazza si è zittita, poi è partito un applauso, un incoraggiamento ad andare avanti, a raccontare ancora. Una ragazza o un ragazzo, seduti tra la folla, hanno fatto una battuta sul motivo per cui il lavoro ” nero” si chiama così, per sdrammatizzare, per rompere l’ imbarazzo. Un’altra ragazza ci ha detto che mentre noi stavamo comodi a casa, c’era un “negro di merda” nei campi a raccogliere i nostri pomodori. Ci ha detto che le è stato sconsigliato di fare il liceo scientifico perché non parlava abbastanza bene l’italiano. Ha risposto che le basta il cervello che ha e, tra l’altro, parlava perfettamente l’ italiano. Rabbia ed ironia si sono miscelate, per prendersi e prenderci in giro. E sono stati loro, generosamente, a tenderci la mano dicendoci che eravamo un’ unica piazza. Non ricordo negli ultimi anni di avere vissuto nulla di simile. Nello stesso giorno abbiamo assistito ad un’assemblea per la riapertura della scuola, in un clima di deprimente conformismo sanitario, per dimostrare e dimostrarci quanto siamo bravi ed obbedienti a rispettare le regole, anzi quanto siamo obbedienti nel rispettare anche regole inesistenti come quella della mascherina all’ aria aperta. La differenza tra i due ritrovi è stata abissale, perché in uno abbiamo respirato tutto il conformismo borghese di chi ha il culo al caldo e nell’ altra piazza abbiamo respirato la rabbia di chi non ne può più di essere oppresso e schiacciato tutti i giorni dalla prevaricazione del nostro sistema. Senza questa rabbia siamo morti, siamo fottuti.

              • Ero presente a entrambe le manifestazioni e la tua doppia “recensione” mi sembra troppo dicotomica. L’evento in Piazza Maggiore è stato come lo descrivi, un momento importantissimo, però non era certo scevro da “conformismo sanitario”. Ci vorrà tempo, siamo in una fase interlocutoria, per quanto rapida nel suo svolgersi. L’evento ai Giardini Margherita è stato un po’ meglio di come lo descrivi, e sono stati fatti anche discorsi chiari contro il conformismo e l’emergenza e il virus come pretesto. Paolo della Rete Bessa ha fatto un gran intervento, e un genitore ha anche attaccato il teatrino delle mascherine all’aperto, citando un commento di questo stesso thread.

                • Ho risposto al commento di filo a piombo, prima di leggere il tuo.
                  Sono d’accordo con te sull’intervento di Paolo (l’ho elogiato in un altro commento pochi minuti fa). E sono d’accordo sul fatto che ci vorrà tempo e che siamo in una fase interlocutoria. Ma come tu stesso fai notare è una fase che si sviluppa rapidamente e secondo me è tempo di proposte coraggiose e di prese di posizione nette.
                  Di ritorno dalla manifestazione sulla scuola del 23 maggio, ho scritto qui su Giap che era stata una boccata d’ossigeno. Dopo due settimane, al netto di alcuni interventi lucidi e più propositivi, trainati dalla Rete Bassa, l’impressione è chi si era fermi al palo. Ed eravamo, mi sembra meno numerosi. Nel frattempo la scuola è finita e sarà difficile, spero di sbagliarmi, fare passi avanti durante l’estate. Certo, i tavoli continueranno a lavorare e l’assemblea ha lanciato un appuntamento online (perché?) per i prossimi giorni, ma a mio parere c’era un urgenza, nell’incontro di ieri, che non è stata colta.

                • L’ intervento di Rete Bessa è stato uno dei migliori.
                  In piazza Maggiore, c’erano, si, le mascherine ma eravamo anche tutti pigiati in una piazza molto affollata. Il distanziamento non è stato possibile. Essere così vicini ci ha fatto sentire uniti. Ho potuto sentire le emozioni di una piazza infuocata e viva. Pensavo succedesse anche al presidio per la scuola. In ballo c’è il futuro di molti bambini e di moltissimi giovani adolescenti, mi sarei aspettata genitori più agguerriti. Le testimonianze più vere infatti le hanno rese proprio i diretti interessati, giovani studenti e,si, qualche combattivo genitore. Una bidella mi ha detto, arrabbiata, che forse questo tipo di iniziative andrebbe organizzato nei quartieri periferici: al Pilastro, alla Barca, in Bolognina e non solo nel salotto buono di Bologna, i giardini Margherita. Mi è sembrata una osservazione molto intelligente. In piazza Maggiore ho sentito persone dire di essere disposte a prendersi ciò che gli spetta, non vogliono più aspettare nessuna concessione dall’alto. Ho sentito parole semplici, emozionanti, dirette e, soprattutto, provenienti da chi sta soffrendo di più.

                  • Non mi riferivo tanto e solo alle mascherine – tocca portarle, altrimenti i media ti demonizzano l’evento – quanto al fatto che ancora “ci si dà il gomito” invece che darsi la mano, non ci si abbraccia nemmeno se si indossa la mascherina, se si vuole abbracciare qualcuno ci si congela una frazione di secondo prima perché chissà come potrebbe reagire, un tot di gente ogni tanto tirava fuori l’amuchina e si lavava le mani nonostante non avesse fatto nulla di minimamente rischioso dall’ultima volta: appoggiando il palmo della mano sul “crescentone” arroventato di sicuro non ci si contagia.

                    Da marzo a oggi è stata posta una barriera invisibile tra i corpi, e un’altra tra i corpi e il mondo, soprattutto ragazze e ragazzi ne risentono, è una condizione da superare. Gran parte di quello che i media hanno detto sulle dinamiche del contagio e sul contagio tramite le superfici era disinformazione pura. Dello strascico di tale disinformazione – fatto di sospetto, di diffidenza, di sottili paure, di esitazioni nell’interagire – non ci si libererà subito. Per fortuna, almeno, nessuno porta più i guantini all’aperto, quella era veramente l’assurdità più irritante.

                    Dopodiché, io spero che presto la rabbia di tutti quegli adolescenti e ventenni si diriga in modo esplicito contro una classe dirigente e una società adulta che hanno rubato loro tre mesi di vita – che a quell’età valgono anni – chiudendoli in casa a colpi di disinformazione, terrorismo psicologico, colpevolizzazione e scaricamento delle responsabilità su chi non ne aveva.

              • Condivido tutto quello che scrivi, parola per parola!
                Scrivo solo per aggiungere la mia voce alla tua voce.
                Rabbia ed indignazione. Senza quelle siamo fottuti e resteremo per mesi e mesi a discutere, come attori di una commedia grottesca, dello spessore degli strati delle mascherine e del plexiglass, dei centimetri di distanziamento necessari, della marca del disinfettante migliore, dei metri quadri di spiaggia.
                Molte delle persone che hanno parlato ieri hanno dato alla piazza una fondamentale lezione politica a chi aveva orecchie per ascoltare.
                Passione e consapevolezza. Tanti BASTA urlati. Tanti IO NON HO PAURA. Ma anche sacrosante accuse alle responsabilità del colonialismo, a chi a voluto i decreti sicurezza e a chi non li ha eliminati.
                Ho avuto la sensazione, come da molto tempo a questa parte non mi succedeva, che c’erano i numeri, la determinazione, e l’entusiasmo necessari per, semplicemente, restare lì dove eravamo. Passare la notte svegli in Piazza Maggiore. All’assemblea per la scuola ci si poteva, tutt’al più, addormentare.
                La gestione di questa pandemia ha avuto alcune connotazioni razziste e classiste molto evidenti. Altre sono più sottili ed insidiose e molti di noi dovrebbero rifletterci seriamente.
                Senza questa rabbia siamo morti. O ci si incazza o ci si deprime.

              • Secondo me la piazza della scuola di ieri è ancora più problematica di quanto descritto, ma per motivi che in parte esulano dalla discussione.
                Il fatto che se convochi una piazza si deve stare con la mascherina è un evidente teatrino. Lo si fa per evitare di esser presi di mira dai media, per evitare liti, per permettere a chi comunque ha i suoi timori (giustificati e meno) di condividere uno spazio pubblico in serenità. E lo si fa perché si ritiene che l’argomento da portare in piazza valga di più del resto. Sono convinto che in realtà tutto si tenga, ma all’atto pratico trovare un accordo è complesso e l’urgenza maggiore rimane comunque quella di far partecipare più gente possibile veicolando messaggi chiari. Il problema mi sembra più questo che il “conformismo borghese”. Rispetto all’idea che nella piazza della scuola c’era la gente che ha “il culo al caldo”, glisso.
                Tuttavia, sono d’accordo che si debba essere franchi e dirsi che l’organizzazione di ieri non era all’altezza del contesto e non solo per come si è gestita la questione “sicurezza”: la gente non aveva nulla da fare se non ascoltare ed era già la seconda manifestazione con questo copione. Sono convinto se invece trovi una buona forma di stare in piazza i blocchi e le paure possono essere superati o quantomeno aggirati. Non ci vogliono solo rabbia e tempo, ma anche una certa fantasia e tanta organizzazione.
                Aggiungo, però, che secondo me la questione preoccupante è un’altra, che però ci porta fuori dalla discussione di questo post. Sono anni che mancano forme di organizzazione che consentano l’incontro e potenzino le mobilitazioni, con l’esclusione di Non Una Di Meno. Il problema non è che si fanno le assemblee su Jitsi, questo al massimo può aver peggiorato la situazione. Il problema è che rimane difficile l’incontro fra diverse soggettività, delle quali pochissime, anche tra le più nuove, cedono un briciolo della propria identità per mettersi in gioco in percorsi allargati. In questo contesto, un buon intervento non smuove nulla.

                • Mi spiace, non si può però prescindere da come è stata organizzata la manifestazione, c’ erano distanze tali fra noi da non giustificare alcun timore di contagio e nessuno dei ripetuti richiami al distanziamento. Ognuno è in grado di assumersi consapevolmente le sue responsabilità. Il punto è proprio che non si deve stare al “teatro della mascherina” all’ aria aperta per non assecondare ulteriormente fasulle fobie che diventano insuperabili scogli, su cui si montano intere discussioni. Come ha detto Nephila, rischiamo di passare il tempo a discutere “dello spessore degli strati delle mascherine e del plexiglas”… Ci stiamo concentrando su un rispetto di facciata e solo da questo deriva l’ espressione ” conformismo borghese”. Alla manifestazione di piazza Maggiore, mi ha molto colpita la narrazione corale dei tanti che sono intervenuti. Dall’ altra parte, mi aspettavo molti genitori sensibili e in ascolto della sofferenza e della rabbia di bambini e adolescenti, in grado di dargli voce e di proteggerli, dopo mesi che non si è neppure accennato, se non qui, alla loro esistenza. Ieri una ragazza, nel suo intervento ai giardini Margherita, ha detto che la sola cosa bella della scuola era la socialità, come a dire: ora, che non c’è più neanche quella, cosa c’è rimasto? Una osservazione molto interessante, a mio parere.
                  ” Mancano forme di organizzazione che consentano l’ incontro e potenzino le mobilitazioni” e mancheranno sempre di più se non lavoriamo sulla paura, o il conformismo, che ci costringe, anche inutilmente, ad indossare la mascherina. Forse non tutti sentono questa urgenza perché qualcuno e, ovviamente il riferimento non è assolutamente personale e non è rivolto al personale scolastico, ha il culo al caldo. Parlo di molte famiglie che hanno compensato deficit relazionali e di istruzione aumentando la bulimia consumistica. Non tutte le famiglie possono permetterselo. Fissare in periferia questo appuntamento avrebbe avuto un valore molto alto dal punto di vista simbolico. È un suggerimento che arriva dal basso. Io lo ascolterei attentamente.

                  • Guarda, sono anche d’accordo con diverse cose che scrivi. Ma se poniamo così il tema “mascherina” corriamo il rischio di trovarci in mano con un discorso che è solo divisivo. Cercherei di dare alle cose il loro giusto peso: i “ripetuti richiami” erano fra un intervento e l’altro e la piazza rispondeva seguendoli molto poco. Diciamoci anche questo. Magari sbaglio, ma non mi sembra ci siano state tensioni in merito. Allo spazio relativo ai bambini la questione era più consistente, me ne rendo conto. Ed è un problema, sono d’accordo.
                    Sicuramente le destre stanno aggredendo il problema in modo più efficace, ma da quella parte questa presa delle piazze si fonda anche su un machismo e uno sprezzo per gli altri che altrove si cerca per abbattere.
                    Però anche qui penserei alla prospettiva: non diamo per scontato che la condivisione degli spazi sia un risultato già ottenuto. Non lo è: molta gente ha ancora paura e ancora non esce. A molti miei studenti che vivono in periferia è ancora proibito uscire di casa.
                    Nel frattempo la destra cresce? Lo so, proprio per questo cerco di pormi nella maniera meno divisiva possibile e di smussare le cose una dopo l’altra dosando ogni volta l’intervento. Purtroppo credo che se non si fa così torniamo a stare casa da soli anche se in teoria si può uscire.

                • Rispondo qui al tuo commento delle 20.57. Ho posto provocatoriamente il tema della mascherina all’ aperto, solo per segnalare quanto sia diventato un simbolo divisivo di per sé. Perché insistere sull’ ossessione sanitaria quando, come hai notato anche tu, “la piazza rispondeva molto poco” a questi richiami? Magari ci poniamo un problema che, in parte, molte persone, nella quotidianità, hanno superato anche per sfinimento. Per quanto riguarda la fruizione dello spazio pubblico, ho una percezione differente dalla tua. Mi sembra invece che le persone si siano riversate in strada, liberandosi dalle catene che li hanno trattenuti. Moltissimi non vedevano l’ora. Normalmente, ai giardini vedo pochissime persone con la mascherina, come se il parco fosse diventato una ” zona franca”. E questo è un bene. È un bene che si associ ad un luogo aperto una sensazione di maggiore rilassatezza e minore controllo. È stato in occasione della manifestazione che ho notato più mascherine. Era l’occasione in sé a richiedere l’ utilizzo di questo inutile dispositivo all’ aperto? È proprio questo che mi ha stupita. La sinistra governativa ha copiato dalla destra l’ ossessione securitaria, rincorrersi sullo stesso terreno, mi sembra sia stata solo una scelta perdente. Questa impostazione ha inquinato le falde acquifere a tutti i livelli. Dobbiamo, dovremo smarcarci da questa postura, per dare più importanza e più attenzione alle richieste ed alle esigenze di chi è più fragile e più debole. Questo è l’ unico modo per non auto emarginarsi. Ieri in piazza Maggiore un ragazzo figlio di madre africana e padre italiano ha detto che suo zio ha commentato così l’ unione dei suoi genitori: ” da questo matrimonio non può nascere niente di buono” anche qui si è interrotto. Faceva fatica a continuare. Quanto tempo ancora i bambini e gli adolescenti dovranno subire lo stigma dei rapporti sociali? Che peso avrà sulla loro vita e sul loro sviluppo? Non dovremo ascoltare loro?

              • @filo a piombo: il “conformismo borghese di chi ha il culo al caldo” non è male, sicuramente supera in classifica l’aver fatto da sponda per l’ANP contro la parte sana del corpo docente di @robydoc; però non basta, la pole position resta ancora appannaggio del filosofo depresso con la A maiuscola, con la “perfetta equivalenza” fra i docenti odierni e quelli “che nel 1931 giurarono fedeltà al regime fascista” (a dire il vero parla di universitari, ma si capisce che ce l’ha anche con gli altri). Ancora un piccolo sforzo, puoi fare di meglio, se ti impegni. Farewell, and good bye.

                • Giro, io so a chi si riferiva Filo a Piombo con la sua generalizzazione, con la quale non sono d’accordo nemmeno io, ma non parlava di insegnanti, si riferiva a una certa tipologia di genitori e a una certa scuola primaria – la stessa che ha fatto mia figlia, del resto – intorno a cui prosperano clichés che, come tutti i clichés, hanno un fondo di verità che però viene generalizzato indebitamente. Agamben invece ha proprio scritto una cazzata da Godwin’s Law, non metterei le due affermazioni sullo stesso piano e nemmeno nello stesso insieme.

                • Ciao Girolamo, non mi riferivo affatto agli insegnanti, fra cui ho molti amici e di cui conosco le condizioni di lavoro. Ho fatto una drastica generalizzazione e, mi spiace, non pensavo potesse dare adito a questa interpretazione. Mi riferisco a tutti quei genitori che non vedono il pericolo dietro l’ angolo e che stanno lasciando correre l’ introduzione di strumenti che potranno parzialmente sostituire la didattica in presenza e peggiorare, in generale, la qualità dell’insegnamento, forgiando una idea di apprendimento che prescinde dalla relazione, incrementando una idea di apprendimento per compartimenti stagni, di performativita’, di individualismo ed infine di profonda solitudine. L’emergenza sanitaria è stata un utile pretesto per imprimere una audace svolta nel mondo della scuola. Gli insegnanti hanno motivi validi per essere preoccupati, i genitori dovrebbero averne altrettanti se non , addirittura, superiori. Mi sembra evidente che senza una solida alleanza fra genitori ed insegnanti non sarà possibile affermare i diritti né dei fruitori della scuola, bambini e ragazzi, né dei lavoratori della scuola. Mi riferisco poi in particolare alla situazione di Bologna, in cui un ceto molto abbiente ha cancellato i problemi della didattica a distanza coi propri mezzi, senza porsi alcuna preoccupazione per la situazione psicologica vissuta dai figli. Tanto bastano i soldi. Ecco, forse non sono loro gli interlocutori principali a cui rivolgersi, anche se vanno tutelati anche i loro figli ( principalmente dai genitori, mi verrebbe da dire). Per quanto riguarda gli insegnanti, mi piacerebbe moltissimo che adottassero uno ” stile” più diretto e meno prudente, forse molti genitori non hanno ancora compreso la situazione e settembre arriva molto in fretta. So che la questione è molto più complessa e delicata di così. Una mia amica insegnava in una rinomata scuola media del centro. Ha deciso di scegliere una cattedra di ruolo fuori città, facendo molto chilometri per andare al lavoro, per non avere più a che fare con una certa “tipologia di genitore”. Ma il rapporto scolastico non si riduce solo a quello fra docenti e discendenti, deve necessariamente coinvolgere i genitori.

                  • Senza necessariamente aprire flame, forse meglio esprimere direttamente il dissenso, invece di buttarlo lì, in mezzo ad altro. No problem, ci mancherebbe, ma insomma.
                    A parte questo non mi pareva di aver detto delle cose particolarmente sconvolgenti o denigratorie e la beatificazione delle categorie in quanto tali, all’interno di una società disastrata, io la eviterei. Ricordare la complicità di un numero non piccolo di insegnanti (non ho studi sistematici, ma il sospetto che siano poco lontani dalla maggioranza è abbastanza corroborato dai racconti di un discreto numero di colleghi) a me pare contribuire alla chiarezza. Dire che tanti, troppi, hanno avuto come problema “la valutazione” degli studenti in questo periodo o che sono pochi quelli che dicono “la DAD è una merda e ci fermiamo qui” a me pare il minimo sindacale.

                • Girolamo, ti rispondo anche io perché in un precedente messaggio mi sono dichiarato pienamente d’accordo con quanto scritto da filo a piombo.
                  Non vorrei che la discussione si spostasse sull’analisi di una singola espressione, il cui senso tra l’altro è già stato precisato ed esplicitato in altri messaggi da chi l’ha utilizzata.
                  Sabato, a Bologna ci sono state due manifestazioni a distanza di poche ore. Contesti e tematiche differenti, ovviamente, per cui il confronto lascia il tempo che trova e necessita di numerose semplificazioni. Per me però è innegabile che spostandosi di qualche ora e di qualche centinaia di metri, si respirasse un’energia diversa. Credo che la rabbia, l’entusiasmo e la carica di Piazza Maggiore dipendessero anche dal fatto che chi ha preso la parola avesse poco da perdere, più urgenza, pochi peli sulla lingua e poco interesse nel cercare compromessi.
                  Io sono spaventato dal fatto che le strade in questi giorni non si siano riempite di universitari inferociti perché costretti a frequentare corsi a distanza il prossimo anno. Che i liceali che marciavano il venerdì siano ancora a casa.
                  Mi sarebbe piaciuto che tutte queste ragazze e ragazzi, molti dei quali erano in Piazza Maggiore, partecipassero anche ad una manifestazione per un’istruzione migliore. Non c’erano. Io sono stato insegnante e so che se i ragazzi si addormentano sui banchi, si assentano, si annoiano, è perché non sono coinvolti e non si trasmette loro entusiasmo. Questo è un enorme problema della scuola. Una scuola che sta peggiorando, che è sempre più gestita come un’azienda e nella quale il conformismo culturale avanza pericolosamente.
                  Alle mie figlie di 12 e 16 anni non è mancata la scuola. Sono mancate le relazioni e gli scambi, la corporalità e gli scherzi. Chi è disposto a rinunciare a questo in nome di una scuola più sicura, più conforme alle regole che ci stanno imponendo, non può essere un mio compagno di lotta.

                • Per me la questione su conformismo e culo al caldo è chiarita, magari non sono d’accordo al 100% ma non tanto da impuntarmi.
                  Ritorno un secondo sulla questione mascherina, per rispondere a Filo a Piombo. La mia percezione è un po’ differente dalla tua: arrivando alla manifestazione ho attraversato tutto il centro e per lunghi tratti ero l’unico senza mascherina. Però mi sembra ancora difficile ricostruire uno scenario completo.
                  Direi piuttosto questo: il 20 ci sarà un’altra manifestazione a Bologna che si prospetta abbastanza importante. Ancora non ho visto né assemblee, né piattaforme di discussione. Non so se ci saranno e se non ci saranno direi che non è un buon segnale. Facciamo in modo che arrivi il messaggio lo stare in piazza è una questione importante, quanto meno può essere oggetto di discussione collettiva al pari di (o intrecciando) tutto il resto. So che scrivere questo su Giap dopo la discussione degli ultimi mesi può apparire superfluo, ma si tratta di intervenire in altre sedi, quando c’è l’occasione di farlo.

                  • Grazie plv! È esattamente quello che penso anche io. Stare in piazza è una questione importante. Le mie osservazioni le ho riportate qui su Giap per questo motivo, considerandole motivo di confronto e non di scontro. Per la città molte persone indossano ancora la mascherina ma al parco si respira un’aria più libera, forse “scusati” dal fatto che spesso ci si fa attività fisica, ci si sente meno costretti al rispetto di alcune regole, meno colpevolizzati. Superare la diffidenza reciproca nei confronti degli altri, abbattere il muro dell’ individualismo, vincere la diffidenza ed il razzismo, sono le vere sfide su cui fondare le battaglie future. Senza riappropriazione di spazi e di corpi non sarà possibile alcuna opposizione. Siamo “liberi” da circa un mese e non c’è stata la famosa impennata dei contagi. In piazza Maggiore, nonostante mascherine e disinfettanti ci si è abbracciati calorosamente dopo alcuni interventi. È stato commovente anche assistere a questo. La repulsione dei corpi e la paura si possono vincere anche mescolandosi.

                  • Scusate se arrivo in ritardo ma volevo dichiararmi d’accordo con plv e anche con nephila in particolare sulla questione degli universitari in piazza.

                    Secondo me questo è il momento di cercare di unire le forze, senza troppi distinguo.

                    Anch’io vorrei che manifestassero insieme, uniti, tutti i “portatori di interesse” sulla questione, il che vuol dire docenti, studenti (e in particolare universitari) e genitori, in particolare quelli dei bambini delle elementari.

                    Per fare questo, però, è chiaro che bisogna condividere gli intenti e far circolare le informazioni, tenendo conto di quanti hanno ancora una paura eccessiva (sì, ma vaglielo a spiegare).

                    Su questo punto in particolare io credo che il punto debole siano i docenti, che secondo me non sono un fronte così compatto contro la DAD.

                    Fronte che invece, nonstante il “culo al caldo” [il mio è borghese I.G.P. :)))] è molto più compatto fra i genitori delle elementari, che hanno vissuto, volenti o nolenti, direttamente sulla loro pelle e sui loro “mezzi” (dal telefonino al portatile e alla stampante) che cosa significa fare didattica a distanza e conciliarla con gli impegni di lavoro.
                    Il problema è che un genitore incazzato delle elementari verrà molto più probabilmente coinvolto in una manifestazione della destra che in una manifestazione di universitari.

                    Io vivo in provincia, e posso garantire che nelle varie chat di genitori c’è parecchia gente che ha ben chiari tutti i limiti e gli errori concettuali della DAD, molto più di certi “tecnici”, se non altro per averli “testati sul campo”, ma ben difficilmente qualcuna di queste persone andrà fino alla città più vicina per aderire a una qualche manifestazione.
                    (visione mia, eh, limitata da quelli che sono i miei preconcetti e le mie abitudini di estraneo ai movimenti)

                  • A parte la gustosa differenza di sguardi sul differenziale fra piazza Maggiore e Giardini Margherita (non sono di Bologna, ma so che avrei avuto gli stessi occhiali di Filoapiombo), la cosa più importante mi sembra questa: “la gente non aveva nulla da fare se non ascoltare ed era già la seconda manifestazione con questo copione”. Qui ai margini (scrivo da Genova) ci si domanda chi siano i promotori delle manifestazioni sulla scuola perchè nessuno l’ha capito (e già questo qualcosa indicherà?). Quel che è certo è che nelle prime righe dei comunicati che c’è scritto? Vogliamo una scuola…come? SI-CU-RA. E’ il primo aggettivo. Molto contro la DAD, niente contro la deriva sanitaristica, anzi, vogliamo il medico nelle scuole, non chiediamo NEMMENO il perchè del distanziamento (e della divisione a metà delle classi) etc. Diamo per scontato senza fiatare che da settembre si dovrà fare (e QUINDI mettiamo anche ora la mascherina in piazza senza fiatare).
                    Nessuno ha messo in forse, o preteso di subordinare a qualche parametro oggettivo del ritorno di un’eventuale epidemia le “azioni da intraprendere”. Ovvio che tutti quelli che non la vedono così in piazza (ad ascoltare) non ci sono nemmeno andati.

                  • Ricomporre le varie posizioni espresse è difficile almeno quanto capire come impostare una lotta “seria” sulla scuola.
                    Capisco filo e caloges, e la preoccupazione che un’impostazione troppo “sanitarista” possa tenere lontani certi soggetti. Al tempo stesso, come ricorda plv, parlando di un’istituzione come la scuola e di figli è ben dura non tutelarsi da un’eventuale accusa di incoscienza, dopo essersi dovuti sorbire per mesi quella di “riaperturismo” perché si criticava la DAD. E pure cugino centra un punto cruciale, quello del fronte insegnanti, che non ha dato proprio una gran prova di sé in questo frangente (ma vale per molti altri soggetti, lo sappiamo).
                    Caloges pone anche la questione dei soggetti che indicono le iniziative. Da un lato un minore protagonismo delle sigle e dei soggetti strutturati potrebbe essere indice di novità, dall’altro non si può dare per scontato che i soggetti organizzanti abbiano una convergenza di vedute su cosa andrebbe fatto nella scuola pubblica.
                    Insomma, ci si muove in un terreno accidentato, e per quello che può valere il mio parere ho il presentimento che molta parte in questa faccenda l’avranno le scelte comunicative, come dimostra questa stessa discussione.

                  • Mi inserisco tra gli ultimi due commenti di Wu Ming 4 e Caloges per dire che intanto si fanno avanti, ancora più apertamente, le scuole paritarie ( quasi tutte di impostazione cattolica). Si rischia, come è successo per la sanità lombarda, una “sostituzione” del pubblico col privato, così, “senza neppure rendersene conto”… E allora ” addio” scuola laica, pubblica e diritti. Capisco benissimo le preoccupazioni espresse da Wu Ming 4 e da plv, il rischio di essere accusati di ” incoscienza” è altissimo e questo indice ad una certa prudenza. A questo si aggiunge che le rivendicazioni del corpo docente sono “indebolite” anche dalla numerosa presenza di insegnanti in età “avanzata”, che giustamente sperano di ottenere un pre- pensionamento, e da una strutturale precarietà. Per questo mi auguro che il presentimento di Cugino di Alf, che i genitori siano più consapevoli di quanto sinora non abbiano dimostrato, sia vero e che gli universitari, come notato da Nephila, scendano in piazza, al più presto, per fare sentire la loro voce. Il futuro della scuola, come quello della sanità, dipende anche dall’ unione di tutte queste forze. Il rischio di trovarsi, oltre che con le mani legate, anche coi piedi legati è molto forte.

                  • plv, non so se poi si sia fatta la riunione del 20 e con che esito. So però che la “sanitarizzazione” della scuola, presentata da Priorità alla scuola come “esigenza e richiesta dei genitori” (oltre che degli insegnanti, del sindacato – metto al singolare eh) si è subito tradotta in queste parole di Conte (ieri): trasformare questa crisi in una opportunità. Bisogna recuperare ciò che di buono c’era in passato e che si è perso negli anni Novanta: un rapporto sistemico tra le scuole e i dipartimenti di prevenzione delle Asl. Scuola e Sanità devono lavorare insieme”. Test a campione (si evita di specificare se anche sui bambini), visite e controlli liberi sugli alunni.. ricordo che negli USA sono le infermerie scolastiche che decidono, per esempio, se somministrare quelli che noi chiamiamo psicofarmaci (loro no) ai bambini poco allineati. Si apra la strada (con la compiacenza dei genitori? come minimo distratti) al controllo e trattamento diretto dei bambini senza supervisione delle famiglie.

      • Come mi pare ha rilevato Cacciari qualche giorno fa, il termine “distanziamento sociale” la dice lunga sulla visione che ha il governo e chi ha stilato le direttive: invece che il mero distanziamento fisico (su cui comunque non si può certo fondare una società a meno che non ci si trovi in una sorta di distopia onanistica), si vuole proprio evidenziare un tipo di distanziamento che assomiglia sinistramente a una nuova forbice tra classi sociali, nuove iniquità e disuguaglianze che, del resto nei fatti, hanno fatto cornice a questo lockdown (come da voi puntualmente rilevato) e che ahimè, saranno ancora più evidenti con l’emersione graduale della crisi economica.
        Sarà una sciocchezza, ma anche l’utilizzo fallace della terminologia (penso pure all’improprio uso di “movida”, che in spagnolo non ha assolutamente il significato che qui gli viene attribuito) cela un punto di vista fallace e molto inquietante della realtà.

        • Mars 9000, ció di cui parli è importante e secondo me non è affatto una sciocchezza l’uso improprio di alcuni termini chiave che, a partire da un utilizzo in contesti diversi da quelli afferenti al significato loro intrinseco, ha finito per plasmarli ad uso e consumo di concetti distorti come nel caso della “movida” cui accenni. Oppure, come molte volte si è sottolineato qui su Giap, emblematico è l’esempio della “ quarantena” cui la maggior parte delle persone ha fatto riferimento per indicare il divieto di uscire “ senza motivo”. In realtà la quarantena è una specifica misura sanitaria e l’eventuale destinatario deve rimanere totalmente isolato. Situazione cui alla fine siamo stati relegati, eccezion fatta per lo svolgimento di arrivata lavorativa o necessità mediche, tutti indistintamente.

  25. Il solito giochino con la titolazione: oggi, dando un’occhiata veloce ai giornali italiani, chiunque sarebbe portato a concludere che l’OMS ha detto di indossare le mascherine in tutti i luoghi pubblici, anche all’aperto.

    Repubblica titola in home page: «Oms, nuove linee guida sulle mascherine: “Da indossare nelle aree pubbliche”». E c’è la foto di una via piena di passanti con la mascherina.

    Poi uno legge l’articolo e c’è il virgolettato del direttore dell’OMS (grassetto mio): «Alla luce della situazione attuale, l’Oms raccomanda i governi ad incoraggiare l’uso delle mascherine dove c’è un’ampia diffusione del virus e la distanza fisica è difficile da mantenere, come i trasporti pubblici, i negozi o in altri ambienti chiusi e affollati». Nulla di nuovo, insomma. Nessuna “svolta”.

    Poi si apre il documento ufficiale, e c’è scritto quasi subito:

    «There is limited evidence that wearing a medical mask by healthy individuals in the households or among contacts of a sick patient, or among attendees of mass gatherings may be beneficial as a preventive measure. However, there is currently no evidence that wearing a mask (whether medical or other types) by healthy persons in the wider community setting, including universal community masking, can prevent them from infection with respiratory viruses, including COVID-19.»

    Traduco la seconda frase: «Al momento non ci sono prove che indossare maschere (di tipo medico o di altri tipi) nello spazio aperto vissuto dalla comunità, o il loro utilizzo generalizzato nella comunità, possa tutelare persone sane dal contagio di virus respiratori, compreso il Covid-19.»

    Dopodiché, c’è una lista di cose che dovrebbero fare i contagiati, tra le quali indossare la mascherina, e una lista di cose che dovremmo fare tutti, tra le quali NON figura indossare la mascherina.

    A seguire, c’è la specificazione: «In alcuni paesi le mascherine vengono indossate seguendo abitudini locali [local customs] o seguendo il consiglio delle autorità nazionali», e ci sono indicazioni per le autorità sui modi migliori di raccomandarne l’uso. C’è scritto che vanno raccomandate tenendo conto delle situazioni di affollamento, per luoghi dove non sia possibile mantenere le distanze, e viene fatto l’esempio di un autobus pieno, o in luoghi a rischio di rapida diffusione del virus, e si specifica tra parentesi: «ambienti chiusi, slum, accampamenti o luoghi simili».

    A seguire, si avverte che l’uso generalizzato della mascherina è pericoloso per vari motivi: può esaurire le scorte per medici e operatori sanitari, può dare un falso senso di sicurezza, può far sprecare soldi che invece potrebbero essere usati per implementare misure sanitarie più importanti (come il lavarsi le mani) ecc.

    L’OMS raccomanda alle autorità nazionali di comunicare nel modo più chiaro possibile in quali ambienti e in quali modi si debba usare la mascherina.

    Seguono linee-guida per contagiati e operatori sanitari.

    In nessuna parte del documento c’è scritto nulla sull’utilità di portare tout court mascherine all’aperto, men che meno viene raccomandato tale uso.

    Niente di nuovo sotto il sole, insomma. I soliti titoli sensazionalistici, le solite presentazioni ambigue, la solita informazione-spazzatura.

    • Ma certo! Lo ho notato anche io, travisano ( con dolo) ogni indicazione e ne fanno un proclama spargi terrore. In realtà ho letto anche una intervista al virologo Clementi il quale ha spiegato e ribadito la inutilità delle mascherine all’aperto e ha raccontato di aver dovuto redarguire un tizio che correva indossandola mezzo cianotico…eppure una maestra di Prato che ha riunito i bimbi in un parco per leggere loro dei libri è stata additata dalla CGIL perché avrebbe violato le regole. Quali? Quelle che hanno imposto la fine della didattica in presenza senza appello? E senza reali motivi, dato che come ha sostenuto un dirigente scolastico: “ perché i ragazzi possono vedersi in pizzeria ma non a scuola?”.

    • Intanto su Rainews fanno progressi sui guanti. Effettivamente da un po’ avevo notato che al supermercato non “obbligano” più all’uso dei guanti (anche se monouso) all’entrata: “Nuova raccomandazione Coronavirus, Oms: no ai guanti, nemmeno al supermercato L’Organizzazione mondiale della Sanità: “Possono aumentare il rischio di infezione” Qui l’articolo: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/coronavirus-oms-no-ai-guanti-nemmeno-al-supermercato-4c2c4154-c1e0-4056-9245-fb60ba0fb930.html
      Poi vorrei capire quante di queste breaking news sarebbero raccomandazioni vecchie e che sarebbero già patrimonio comune se non fosse per l’atteggiamento criminale de i nostri mezzi d’informazione.

  26. Al di là delle molte cose vere e condivisibili che dite e di qualche piccola cosa su cui personalmente non sono d’accordo, c’è una cosa che continua a farmi pensare. La definizione dello “scaricabarile psicopatogeno” di Bifo secondo me è indicativa di un bias al quale fare attenzione. Si continua infatti a parlare di “potere”, o di “capitalismo”, come se fossero entità sistemiche che si manifestano ed evolvono in forza di una razionalità immanente e di una conseguente “agency” impersonale. Bifo dice così che il potere “ha compiuto un’operazione”; in altri articoli si è affermato il concetto che la pandemia è una condizione “creata” dal capitalismo ecc.
    Il solo fatto che il “potere” e il “capitalismo” abbiano “reagito” in modi diversi in luoghi diversi dovrebbe essere un campanello d’allarme per evitare ogni “reductio ad sistemam”. Si tratta di una narrativa che lascia la porta aperta a quello che in un altro commento ho definito “complottismo oggettivo”, tirandomi dietro gli anatemi di WM1. Con quell’espressione volevo semplicemente trovare un modo per indicare la visione secondo cui no, non ci sono dei cattivoni che tramano nell’ombra (complottismo “soggettivo”), ma esiste comunque una razionalità immanente al “sistema” che crea delle dinamiche *oggettive* ricostruibili in modo abbastanza lineare in sede di analisi.
    E’ possibile invece una lettura differente, basata sul concetto di ipernormalizzazione. In due parole: di fronte ad una condizione di crescente caos sistemico, in cui le dinamiche economiche globali sono un apparato di generazione di crisi ricorrenti sempre più ravvicinate e sempre più gravi, e in cui chi detiene il potere politico non è in grado di controllare o riorientare nulla, chi si trova a gestire il potere in un dato contesto ha una sola via d’uscita: mettere in circolazione delle narrative rassicuranti, se non autocelebrative, che verranno fatte proprie dalla popolazione a dispetto della consapevolezza strisciante che non è per niente vero che “va tutto bene” ed “è tutto sotto controllo”.
    E’ uno stratagemma di sopravvivenza, non una dinamica sistemica “razionale”, che fa sì che il “potere” e il “capitalismo” con i quali ci misuriamo sono forse qualcosa di molto diverso da quello a cui le ci hanno abituati le analisi classiche.

    • So che non dovrei farlo (postare un commento di seguito ad un altro) ma in 2.300 battute è difficile riassumere tutto in modo da non lasciare dei buchi e, quindi, di non creare fraintendimenti. La situazione che *descrivete* è assolutamente reale; lo stesso Bifo, nei suoi lavori più recenti, descrive e analizza in modo molto accurato e puntuale gli sviluppi reali di questi ultimi decenni – sviluppi che l’emergenza sanitaria hanno portato alla luce in modo più evidente che mai. Quello che secondo me ancora manca in questo momento è un frame di analisi capace di rendere giustizia fino in fondo di quello che è sotto gli occhi di tutti, e che sarebbe importante elaborare in modo più articolato in futuro. Anche per capire come muoversi nella risposta politica a tutto questo. Non è una critica nei vostri confronti, sia chiaro… è solo che secondo me la mancanza di un frame del genere si sente, e molto, in buona parte delle analisi in circolazione, anche in quelle più perspicue.

  27. Io credo che il lavoro di resistenza razionale che è stato fatto debba rimanere a testimonianza del periodo che abbiamo vissuto, perché il rischio delle “seconde ondate”, come per il virus, esiste, credo peggiore, per le strumentalizzazioni, per creare precedenti, per cavalcare opportunità politiche ed economiche. A proposito della didattica universitaria – e a titolo di esempio – il centro di e-learning della Federico II sta diffondendo un messaggio che contiene questo passaggio: “L’emergenza Covid ha costretto le Università di gran parte del mondo a trasferire online le attività didattiche, dando vita al più grande esperimento di digitalizzazione mai realizzato. È una sfida destinata a influenzare profondamente lo scenario accademico del futuro, facendo dell’e-learning una componente permanente della didattica universitaria. E ponendo i singoli docenti e la governance dei diversi atenei di fronte a un bivio. Se «reinventare la ruota» della distance education sperimentando, con formule fai-da-te, soluzioni più o meno efficaci (e, spesso, molto costose). O approfittare, da late comer, dei progressi di sistema e di scala che, negli ultimi anni, hanno rivoluzionato la didattica universitaria online. Il cambiamento più rilevante di questi anni ha riguardato, infatti, la proliferazione, sulla scena mondiale, di corsi e programmi online di alta qualità multimediale a costi estremamente contenuti. Grazie a tre fattori: la standardizzazione dei formati, la specializzazione dei centri di produzione e la distribuzione su vastissima scala. È questa la chiave del successo straordinario dei MOOC, i Massive Open Online Courses, che contano (dati pre-Covid) su oltre 120 milioni di learners, per un?offerta di 15mila corsi da parte dei maggiori atenei internazionali.” Da un lato, questo avvalora il sospetto che l’emergenza possa “impiantarsi” stabilmenete nella nostra prassi, dall’altro la gratuità di questo tipo di offerta formativa rsta un’opportunità.

  28. Nel frattempo repubblica.it continua la sua erogazione quotidiana di fake news, penso che in quattro mesi sia la quarta volta che abbia detto che l’Oms “ha vambiato idea sulla mascherine”

    Qui il pezzo (titolone a tre colonne alle 10, ridimensionato ora) —-> https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2020/06/06/news/oms_nuove_linee_guida_sulle_mascherine_da_indossare_nelle_aree_pubbliche_-258559773/

    Questa una prima traduzione (solo con google traslate scusate l’approssimazione ma mi sembra abbastanza chiara) dell’aggiornamento delle linee guida dell’Oms. Il pezzo tra quadre è mio.

    Al momento, l’uso diffuso di maschere da parte di persone sane in ambito comunitario non è ancora supportato da prove scientifiche dirette di alta qualità e ci sono potenziali benefici e rischi da considerare.
    Tuttavia, tenendo conto degli studi disponibili che valutano la trasmissione pre e asintomatica, un crescente compendio di prove osservative sull’uso delle maschere da parte del pubblico in diversi paesi, valori e preferenze individuali, nonché la difficoltà di distanziare fisicamente in molti contesti, L’OMS ha aggiornato la sua guida per consigliare che per prevenire efficacemente la trasmissione COVID-19 nelle aree di trasmissione della comunità, i governi dovrebbero incoraggiare il pubblico a indossare maschere in situazioni e contesti specifici come parte di un approccio globale per sopprimere la trasmissione SARS-CoV-2 (Tavolo 2).

    [di seguito i contesti in cui lo Stato dovrebbe consigliare l’uso di mascherine non mediche (in pratica, quelle chirurgiche, a cotone a tre strati lavabili a 60°, NON SONO I DPI catalogati con ffp1,2,3]

    1) Aree con trasmissione diffusa nota o sospetta e capacità limitata o nulla di attuare altre misure di contenimento come distanziamento fisico, tracciabilità dei contatti, test appropriati, isolamento e cura di casi sospetti e confermati.

    2) Zone con elevata densità di popolazione in cui non è possibile raggiungere l’allontanamento fisico; la capacità di sorveglianza e verifica e le strutture di isolamento e quarantena sono limitate (campi profughi)

    3) dove il distanziamento fisico non può essere rispettato.

  29. Per quanto riguarda il “riaperturismo” (di destra, di sinistra, ma anche solo da dibattito specialistico), segnalo questo articolo che mette a confronto il sì e il no al lockdown prolungato, rilevando che in Italia, purtroppo, non mi risulta che una trattazione così (diciamo pure “equilibrata”) si sia letta da alcuna parte: https://www.bmj.com/content/369/bmj.m1924
    A questo proposito, trovo quantomeno “curioso” il fatto che, in tutto questo turbinio di “voci esperte”, di scoperte scientifiche dell’ultima ora, di numeri e di “è ufficiale”, abbiano poco spazio le ricerche recenti che riportano fenomeni di cross-immunità fra vari tipi di coronavirus, compresi quelli del raffreddore: sarebbe innanzitutto una buona notizia da dare, suggerendo che molti potrebbero essere immuni a SARS-Cov-2, ma costituirebbe anche uno spunto serio di dibattito sull’efficacia delle misure adottate e anche dei test sierologici. Infatti, è stata anche rilevata addirittura una pregressa immunità cellulo-mediata, il che, in serie, significa: che molti individui potrebbero essere immuni pur non risultando positivi ai test sierologici (che cercano gli anticorpi); che sarebbe lecito chiedersi se i famosi paesi asiatici che “sono più bravi” perché hanno avuto meno casi e meno morti non abbiano livelli medi di immunità pregressa più alti per aver avuto altre epidemie da coronavirus (inclusi, potenzialmente, coronavirus non ancora identificati, ma già circolanti)

  30. “Cos’è che aspetto con più impazienza, con la fine del lockdown? Più di qualsiasi altra cosa, che si stabiliscano le responsabilità di tutti”.
    Con queste parole si apre l’articolo di Arundhati Roy pubblicato su Internazionale:

    https://www.internazionale.it/opinione/arundhati-roy/2020/06/06/india-coronavirus-distanziamento-intoccabili

    Dopo aver fatto un bilancio sulle conseguenze che il lockdown indiano, ancora in corso, sta provocando nel paese, la Roy esplicita il suo desiderio:
    “Cosa ne sarà della classe lavoratrice in eccesso, che è il grosso della popolazione mondiale, non solo in India, ma in tutto il pianeta? Chi verrà ritenuto responsabile di quest’apocalisse? Non un virus, spero. Abbiamo bisogno di processi covid. In un tribunale internazionale. È questo il mio desiderio finito il lockdown”.

    • Grazie Nephila, questo è qualcosa che quando lo leggi ti si chiude la gola e un attimo dopo le lacrime ti appannano la vista. Non sono certa farebbe loro grande effetto ma le immagini di questi umani disgraziati e della loro condizione disperata la sbatterei in faccia a chiunque abbia fatto di quella orribile parola che significa chiusura ( che non riesco neanche a scrivere per la rabbia che mi suscita) una specie di motto per la vita, senza minimamente pensare alla miriade di implicazioni negative per milioni di persone. Il quadretto composto dalla famigliola felice con mamma, babbo, bimbi e cucciolo domestico ognuno con il suo pc con la mela e la fibra che fa viaggiare a gran velocità la connessione contro quei ragazzini ammassati sui treni, chiusi in un centro per rimpatri o in un bilocale di periferia. Per me questi non sono stereotipi, sono frammenti di vita reale che spezzano la voce ed induriscono il cuore.

  31. Per prima cosa sento l’impellente bisogno di esprimere la mia fascinazione per il completo arancione di Pappalardo, che richiama alla mente Willy Wonka e il Mago di Oz.
    Passando ai contenuti, questo bilancio è perfetto e potrebbe intitolarsi: “un po’ di buon senso”, se non fosse che anche questa espressione (“buon senso”) è stata completamente svuotata di significato, rimanendo come molte altre un contenitore vuoto da riempire con roba a caso. Il mio bilancio personale è drammatico: non siamo più in grado di ragionare in modo efficace, di trovare soluzioni adeguate e lucide interpretazioni del reale. Il perché è facile da trovare: siamo perennemente distratti e deleghiamo ad altri il compito di pensare per noi. Di riflesso, il giornalismo “mainstream” insegue affannosamente la notizia adeguando i suoi toni a quello che crede essere il “sentire collettivo”, con il risultato che il “sentire collettivo” viene forgiato a partire da malintesi e fraintendimenti.

  32. Ho passato questi mesi a cercare contributi che dessero conferma alle mie impressioni e idee, che più o meno da subito erano di grande truffa, politica mediatica scientifica filosofica psicologica, nei confronti dei cittadini. Una sola cosa non condivido. L’idea che le fabbriche produttive dovessero fermarsi. Se mai chiedere, minacciando lo sciopero ad oltranza, misure idonee rispetto alla difesa della salute. Turni di meno ore, distanze minime tra i lavoratori ed eventuali mascherine (quelle serie) se fossero state utili. Se fermi il lavoro ti fotti, invece l’occasione giusta per ridettare i propri diritti. Poi una precisazione su Bifo. Ho letto il suo diario su Not. Pure lui all’inizio è caduto nel tranello dello ‘state a casa’. Leggendo lui, ma anche altri, ho capito quanto l’informazione drogata, la diffusione massiccia di paura, fosse riuscita a colpire anche le menti meno imbavagliate e fuori dagli schemi del sistema. Quando avete cominciato a scriverne mi si è aperto il cuore. Temevo di essere scoppiato, fuori di testa. Per cui grazie. Quest’ultimo articolo riassuntivo ed esaustivo di tutta la vicenda è un mezzo capolavoro. Non lo sarebbe se non fosse che l’avete scritto solo voi.

  33. Scusate se torno un momento sulla questione degli asintomatici. Dall’articolo indicato da swann (pro e contro il lockdown, il contro è una nostra ormai vecchia conoscenza, Ioannidis) sono risalito a qualcosa sulla loro contagiosità, da un articolo citato da Melnick (che fa quello “pro”). Mi scuso per la terminologia ma la questione credo sia sostanzialmente questa: per gli altri virus della famiglia (e credo anche per quelli influenzali) gli asintomatici presentano caratteristiche – relative al virus – molto differenti dai sintomatici e per questo non contagiano terzi. Nel caso del Sars2-Cov-2 le caratteristiche di sintomatici e asintomatici sono invece pericolosamente simili e quindi è ragionevole supporre che abbiano un qualche livello di contagiosità. Dimostrare questa cosa è molto complesso, tant’è che gli studi che ho visto io parlano sempre di “likely” che signica non solo “probabile” ma anche “presumibile”. Ad ogni modo, quando si passa a dare i numeri, non ho trovato un numero più alto del 7% dei contagiati.
    La questione non è solo una curiosità intellettuale, secondo me, perché dal terrore degli asintomatici sono passati la maggior parte di provvedimenti con il ragionamento “anche se stai bene puoi ammazzarmi lo stesso, quindi stammi lontano”.

    • Aggiungo qui, visto che è tornato nella discussione, un paio di appunti sulla trasmissione da asintomatici. Il primo appunto è generale e riguarda la definizione di asintomatico (per esempio nel lavoro di Vo’ del gruppo di Crisanti, la sintomatologia era definita solo da tosse e febbre) e la verifica della reale condizione (alcuni lavori non hanno seguito il decorso, quindi quelli definiti asintomatici potevano essere pre-sintomatici). Il secondo punto, più significativo, è che sembra proprio che gli asintomatici abbiano minore probabilità di trasmettere l’infezione per minore carica virale e più rapida rimozione del virus. Qui due studi a supporto (conclusioni simili):
      https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.06.02.20120014v1
      https://academic.oup.com/cid/advance-article/doi/10.1093/cid/ciaa711/5851471#.Xtm1o5p1gxV.twitter

      • Il primo articolo che linki è un preprint, proprio uno di quel migliaio al giorno che in un commento precedente definivi scienza da 4 soldi. Il secondo articolo invece non mi sembra che tragga le conclusioni che affermi tu.
        Asymptomatic SARS-CoV-2 infection is common and can be detected by analysis of saliva or NTS. NTS viral loads fall faster in asymptomatic individuals, but they appear able to transmit the virus to others.
        Ripeto ciò che ho scritto precedentemente: è inutile rincorrere le pubblicazioni per trovare quelle che supportano la propria idea. Pubblicare dovrebbe essere molto più ponderato (penso siamo d’accordo su questo) ed è ancora presto per trarre conclusioni.

        • Io non ho niente contro i preprint, anzi, è il migliaio al giorno che è preoccupante. Quindi se nel preprint da me linkato ci vedi qualcosa di sbagliato ne parliamo, sennò è polemica inutile. Per quanto riguarda il secondo, puoi anche andare oltre l’abstract, e vedere che gli asintomatici hanno una minore probabilità di essere trovati positivi alla RT-PCR e che, nel campione in studio, su 13 asintomatici, 2 sono apparsi in grado di trasmettere l’infezione fino a 4 contatti. Insomma, la trasmissione da asintomatici esiste (non mi pare stessimo discutendo di questo) ma è molto meno probabile che da individui sintomatici.

          • Mi sembra tu stia prendendo un granchio, molla il colpo che rischi di peggiorare soltanto la tua posizione.
            Sono andata ben oltre l’abstract, e l’articolo non afferma quello che tu gli vuoi far affermare!
            Tradurrò le frasi, perché mi sorge il dubbio che non maneggi bene l’inglese.
            “Both asymptomatic and symptomatic patients had the same probability of RT-PCR positivity after the first week of follow up” ossia entrambi i pazienti asintomatici e sintomatici avevano la stessa probabilità di positività RT-PCR dopo la prima settimana di follow-up.
            Il loro studio si focalizza per lo più sulla maggiore clearance nei pz asintomatici, ma affermano che “despite these data suggesting faster viral clearance from the respiratory tract, we found good evidence these asymptomatic individuals transmitted the virus to others” ossia nonostante questi dati suggeriscano una più rapida clearance virale dal tratto respiratorio, ci sono buone evidenze che questi individui asintomatici trasmisero il virus ad altri.
            Lo ripetono pure “despite faster viral clearance in asymptomatic individuals, we found good evidence that they were still able to transmit the infectio” ossia nonostante una più rapida clearance virale negli individui asintomatici, abbiamo trovato evidenze che dimostrano come fossero ancora in grado di trasmettere l’infezione.
            A parte questo, io continuo a sostenere la precocità nel trarre conclusioni in base a studi su campioni così piccoli di popolazione. Lo studio ideale sulle infezioni asintomatiche deve ancora essere fatto e in questo articolo che ti suggerisco di leggere spiegano il perché e come dovrebbe essere questo studio, oltre a fare una review sui varsi studi sulla prevalenza di infezioni asintomatiche da SARS-CoV-2 che ci sono stati fino ad oggi.
            https://www.acpjournals.org/doi/10.7326/M20-3012

            • I toni del vostro confronto sono rapidamente peggiorati e sono comparse espressioni che qui su Giap hanno bassissimo indice di gradimento. Chiudetela qui per favore perché non state andando da nessuna parte.

              • Seguo volentieri il suggerimento perché in effetti è inutile ingaggiare una battaglia di questo tipo, con questi contenuti. Tanto il link sta lì e chi vuole capire cosa contiene, invece di leggere gli stralci riportati ad arte da DigitalePurpurea, può farlo in autonomia.
                Approfitto piuttosto di questo spazio per un’altra segnalazione di pubblicazione, così chi è interessato può continuare a seguire le campane che suonano nella comunità scientifica. C’è dentro di nuovo Neil Ferguson e il tentativo di dimostrare che il lockdown ha salvato molte vite:
                https://www.nature.com/articles/s41586-020-2405-7

                • Rispondimi nel merito invece che fare il perbenista del cazzo.
                  Trovami nell’articolo dove dicono che gli asintomatici hanno una minore probabilità di essere trovati positivi alla RT-PCR e che la trasmissione da asintomatici è molto meno probabile che da individui sintomatici.
                  Spero che altri qui leggano l’articolo e ti possano spiegare perché non afferma quello che tu gli vuoi far affermare. Io ci rinuncio.
                  E siccome so già che verrò bannata per i toni di questo commento, nella mia disapprovazione c’è un’ultima supplica: non prendete per buono nulla. Entrate nel merito delle questioni.

                  • Cosa non era chiaro in «chiudetela qui»? È diventato un flame, e noi flame qui non ne vogliamo.

                  • Gente, avete messo i link all’articolo. Chi vuole se lo va leggere e si fa la sua idea di cosa dice. Se la finite qui non c’è bisogno di bannare nessun*.
                    Direi che basta così.

                  • A me non va di alimentare flame e non rispondo alle offese personali e a quei toni. Però a questo punto vorrei riportare i risultati salienti dell’articolo, in modo scarno, cercando di essere completo. Poi fate voi quello che volete di questo commento, se non deve essere pubblicato.
                    – su 30 pazienti arruolati il 43% era asintomatico;
                    – la probabilità di trovare il paziente positivo alla RT-PCR era significativamente superiore in individui sintomatici se si utilizzava il tampone (62% vs 100%), leggermente ma non significativamente superiore se si usava la saliva (64% vs 81%); in quelli trovati positivi non c’erano differenza nella carica virale;
                    – al follow-up la carica virale rilevabile negli asintomatici era minore, facendo pensare a una più rapida clearance del virus, potenzialmente a sua volta correlabile con la severità dell’infezione sviluppata;
                    – in 14 pazienti si sono potuti tracciare i contatti e la trasmissione della malattia, in 2 casi questa è avvenuta da individui asintomatici, che hanno infettato sicuramente 2, forse 4 altre persone.
                    Gli autori concludono che gli asintomatici possono passare inosservati perché hanno meno probabilità di essere riconosciuti infetti alla PCR, ma possono comunque infettare, costituendo un problema per la contenzione. Ciò non toglie che la loro carica virale diminuisce più rapidamente e che le infezioni accertate nel gruppo di studio sono minori da asintomatici che da sintomatici.
                    Questi i risultati, che come al solito non dicono una cosa netta e univoca (gli asintomatici infettano! gli asintomatici non infettano!), ma evidenziano con uno studio piuttosto rigoroso e ben disegnato quello che a me sembra senso comune, e che è stato affermato anche su questo blog: sintomatici e asintomatici non sono analoghi; gli asintomatici sono verosimilmente meno infettanti (ma capaci di farlo).

  34. A parte lo sconforto nel vedere pubblicata la qualunque se con tema COVID-19, quel head to head è anche dannoso per l’informazione. Rischi di creare tifoserie su entrambi i fronti, chi si schiera con uno e chi si schiera con l’altro, in attesa del verdetto finale. Scienza da 4 soldi.
    Oltretutto Ioannidis fa affermazioni alquanto sorprendenti (e importanti se corrette) sull’aspettativa di vita persa. Sarebbe interessante avere più informazioni che giustifichino certe affermazioni.
    Come scrivi anche tu, dimostrare la contagiosità degli asintomatici è molto complesso e francamente penso sia ancora presto per avere studi definitivi in merito.
    Odio la fretta nel pubblicare articoli scientifici. Questa storia lascerà molte questioni aperte in merito: il danno che il capitalismo sta facendo alla scienza è enorme.

    • Non vedo come un confronto di opinioni fra specialisti possa essere dannoso: magari, invece dei trafiletti scarni e dei titoli roboanti (quasi sempre pro-lockdown e volti a seminare il panico) in Italia si fossero lette disamine sensate seppur partendo da posizioni differenti! L’ormai famoso intervento di Ioannidis di metà marzo, in Italia è stato riportato sempre in modo molto parziale e mai veramente discusso. Per averlo tradotto e pubblicato integralmente sulla mia pagina facebook ho ricevuto attacchi, nel mio piccolo. Chi ha provato a discutere il modo di affrontare la pandemia è stato massacrato: ne sono una prova il blog su cui stiamo commentando e pochi altri (fra cui Sara Gandini). La scienza da 4 soldi è quella dei preprint a migliaia al giorno, quella che analizzava la scia di goccioline lasciate dai runner, o quella che cercava tracce di RNA virale nel particolato atmosferico, senza premurarsi di controllare che nello stesso campione ci fosse anche una sola particella virale integra e potenzialemnte infettante. Piuttosto, quello che è veramente preoccupante è l’aggressività di cui sono stati fatti oggetto, all’interno della comunità scientifica stessa, quanti si facevano portatori di opinioni e approcci divergenti da quelli comuni.

      • Dai davvero, non serve che stia a scrivere che non è il confronto di opinioni fra specialisti ad essere dannoso. È il modo capzioso di riportare certi confronti.
        Sui trafiletti scarni e i titoli roboanti volti a seminare il panico siamo tutti d’accordo qua dentro. Da entrambi i fronti c’è stato spesso un modo di argomentare tendente a trarre in inganno, fallace, insidioso. Sara Gandini, che francamente avrei fatto anche a meno di tirare in ballo, ne è un esempio proprio per quel post che ha scritto qua dentro insieme al complottaro.
        Non so all’interno di quale comunità scientifica tu viva, ma in quella in cui vivo io ad essere presi di mira sono stati coloro che volevano ritagliarsi notorietà (televisiva e non) attraverso questa emergenza, quelli che portavano avanti ipotesi non validate da dati concreti e certamente non quelli che, attraverso le loro ricerche e privi di qualsivoglia interesse, hanno dimostrato le criticità di molti provvedimenti.

        • Ma veramente, è bello vedere come si possano avere visioni completamente diverse all’interno dello stesso scenario (e veramente continuo a non capire cosa ci sia di capzioso nel riportare, una dietro l’altra, due opinioni divergenti di specialisti, ciascuno dei quali argomenta a modo proprio, ma sulla base di dati). La comunità scientifica in cui vivo io è quella che si è buttata a corpo morto a scrivere progetti su covid per ottenere finanziamenti, è quella che annovera i ricercatori che hanno pubblicato su PNAS, Nature Medicine, The Lancet, NEJM con pochi dati parziali quando non manipolati, è quella che ha messo alla gogna Ioannidis, che ha esaltato Ferguson, che ha ignorato le opinioni più equilibrate (vedi Sunetra Gupta), che ha rifiutato di confrontarsi con Michael Levitt (fosse anche solo per dirgli “guarda che stai prendendo un granchio, non è materia tua”). Io sono ancora allucinato dal fatto che abbiamo chiuso le università e che ancora adesso l’accesso ai laboratori sia contingentato, si parli di fare didattica a distanza fino a gennaio e siano stati ritardati quando non annullati i tirocini pratici. Meno male che oggi anche Silvestri ha detto che bisognerebbe ammettere che i modelli di predizione sono fallaci e non dovrebbero essere usati per prendere decisioni politiche. Dalla comunità scientifica mi aspetto razionalità, dibattito, studio e lavoro. Invece vi ho visto la stessa agitazione, lo stesso panico, lo stesso utilitarismo di tutti gli altri settori della società. Anche sul post di Gandini-Mamone Capria qui sopra avrei da dire, ma non mi pare il caso di riaprire la questione su cui si è dibattuto a lungo, tutte le posizioni sono state espresse. Il punto infatti non è trovare “chi ha ragione”, neanche nel confronto Ioannidis-Melnick, bensì consentire il dibattito.

  35. Un articolo di stamattina su Repubblica a dir poco imbarazzante sulla DAD:

    https://www.repubblica.it/dossier/stazione-futuro-riccardo-luna/2020/06/08/news/adesso_non_cancelliamo_la_didattica_online-258681737/?ref=RHPPTP-BH-I0-C6-P3-S1.6-T1

    “Ed è toccato ai genitori sopperire. In questa improvvisazione gli studenti si sono adattati: se fate un giro su Tik Tok e cercate le spassosissime clip sulla #scuola #online capirete come. Pazienza, la pandemia è stato come un meteorite ed essere sopravvissuti è la promozione di quest’anno. Del resto le stesse difficoltà si sono ripetute anche in paesi con una cultura digitale più diffusa della nostra. E adesso? Adesso il desiderio di tutti è tornare in classe e cancellare questi mesi. Tornare indietro.

    Ma sarebbe un errore. Sarebbe come bocciare la musica per aver sentito un cane abbaiare, o la letteratura per aver letto una bestemmia. Perché quello che quasi tutti hanno fatto in questi mesi era solo un surrogato posticcio di quello che si può fare usando bene la rete. Chiariamo: la didattica online non deve sostituire quella in classe ma la può rafforzare, rendere più completa. Chi l’ha fatta davvero ha imparato di più. Io non so cosa diranno le “menti brillanti” al presidente del Consiglio negli Stati Generali, ma vorrei che qualcuno gli dicesse che la scuola deve andare avanti, ripartendo dalla fatica collettiva di questi mesi per diventare migliore. Investendo sulla preparazione dei docenti e dando a tutti gli studenti gli strumenti digitali per imparare. Oppure torniamo al passato e investiamo sul plexiglass.”

    • Un lavorio costante per sabotare qualsiasi protesta. Oggi il Corriere pubblica un articolo con questo titolo: Coronavirus: quanti contagi e morti in più per ogni raduno in piazza?
      La domanda sarebbe pure legittima, se non fosse che neanche tanto velatamente si vuole indurre il lettore a credere che qualsiasi manifestazione all’aperto comporti in automatico contagi e morti.
      Nell’articolo, al fine di terrorizzare maggiormente il lettore, si ricorre a un precedente storico “la Philadelphia Liberty Loans Parade a favore della Prima Guerra Mondiale che ebbe luogo il 28 settembre 1918 con più di 200 mila persone”.
      Buttare lì un precedente storico ad mentula canis senza nemmeno tenere in considerazione le differenti condizioni che ci sono oggi, un secolo dopo tale manifestazione, è ridicolo e farebbe ridere se non fosse che invece in molti crederanno sia possibile basarsi su tali esempi storici per prevedere l’andamento odierno dell’epidemia.
      Per chi fosse interessato a leggere l’articolo questo è il link:
      https://archive.is/P6JtB

      Vi assicuro, potete farne anche a meno!

      • La cosa inquietante è il senso di normalizzazione e di accettazione della DAD da parte dei giornali mainstream, che tralasciano i problemi reali. Un esempio delle conseguenze a lungo termine della DAD sono sugli alunni con disagi psichici o nevrosi che hanno un bisogno costante della presenza di un insegnante di sostegno (che dovrei essere io) per aiutarlo nello svolgimento degli dei compiti, nel seguire le lezioni in presenza e da remoto. E stiamo parlando di migliaia di ragazzi che hanno deficit più o meno gravi esclusi e lasciati ai margini, ritenuti dal sistema scolastico per decenni degli “invalidi” cui la scuola può fare tranquillamente a meno. L’obbiettivo della scuola sulla “carta” e nei libri sarebbe l’inclusività di tutti gli alunni, ma la strada intraprese dalla aziendalizzazione e le scelte manageriali dei Dirigienti scolastici vanno nell’esatta direzione opposta.
        Rimango allibito.

    • Questo tipo di articoli si sta moltiplicando. La tendenza mi sembra sia riconoscere che comunque la DAD fa schifo, ma che la si possa riprendere in caso di urgenza.
      Figurarsi, ogni strumento è essere utile, ma il contesto in cui ci troviamo non è neutro. Questo vorrà dire che si faranno corsi di aggiornamento, probabilmente nei criteri delle graduatorie deli insegnanti appariranno corsi specifici (la cosa è già ventilata fra le righe).
      La modalità è cambiata rispetto a marzo, quando si sosteneva che la DAD era una figata, però proprio per questo è più melliflua

      • Ti farei vedere i corsi di aggiornamento a pagamento (fatte da dalle aziende private) sulla LIM (lavagna interatattiva multimediale), l’uso del Tablet, goolle Classroom, la Patente europee del computer ecc… Sono riusciti a normalizzare a pagamento il digitale per preparare le generazioni future a un passo nel vuoto, facendo entrare i grandi colossi del digitale Google e Facebook su tutti all’interno delle scuole, con tutte le influenze negative del caso, tra cui la pubblicità su tutte, per prevedere con accuratezze le tendenze e le previsioni dei consumi dei ragazzi del domani.
        Sembra di essere entrati in un libro di fantascienza dispotico, un misto tra Pihlip Dick e George Orwell.

        • La DAD di per sé è l’inferno. Scenderò in piazza senza la minima esitazione se a settembre verrà riproposta. Tuttavia ci sono diverse gradazioni di inferno. Nel mio caso (padre di bambina di 8 anni) ho constatato in questi mesi che alcune cose dipendono dai singoli, e mi riferisco agli insegnanti. Ho visto insegnanti che hanno capito l’eccezionalità della situazione e hanno adottato un atteggiamento coerente con la constatazione (maggiore comprensione verso i bambini, verso le difficoltà dei genitori, lezioni calibrate e adattate alla situazione, parole di incoraggiamento rivolte ai bambini in ogni videolezione), altri che hanno fatto il compitino come se niente fosse, avendo come unica stella polare il programma da completare e i giudizi da dare, come se nulla fosse accaduto, come se il loro compito di pedagoghi si fosse risolto nell’aver imparato da un webinar come si usa google classroom. E questo a prescindere dagli strumenti didattici diversi. Capisco le difficoltà degli insegnanti, come tutti travolti dall’urgenza e costretti ad adattarsi, e ho il massimo rispetto per coloro che hanno svolto il loro lavoro nonostante tutto, ma ho osservato tanta indifferenza e tanta incapacità di empatia verso i bambini, che, soprattutto alla primaria, ritengo esiziale per un docente. Dunque, il sistema è quello che è, ma i singoli, a volte, non sono molto meglio.

          • Vedo inoltre un adeguamento stile “La Repubblica”, La stampa e tutti i giornali mainstream, compre il Manifesto per la parte online, che senza abbonamento non puoi più leggere niente. Questa forma elitaria va a discapito della libera informazione, per le poche persone che cercano ancora di informarsi nella miriade di fake news e notizie manipolate. Un’ecatombe per il giornalismo e per la libera circolazione delle informazioni, in un periodo storico dove le singole parole contano come macigni.
            Finita la CIG prevedo molte lettere di licenziamento, la vera ondata della crisi economica e sociale avrà i suoi reali effetti tra settembre ed ottobre. In USA con il pretesto della morte di George Floyd e le sacrosante istanze portate nelle piazze di migliaia di città americane l’hanno capita in che tunnel e spirale negativa/recessiva siamo finiti.
            In Italia si parla di plexiglass nelle scuole e quando ci sarà la riapertura del campionato li serie A, mentre si cerca di insabbiare i numeri impietosi forniti oggi dall’ISTAT con un aumento dei NEET di +500mila persone con il PIL a -9/10% e il debito pubblico a +170%. Prevedo una fine ingloriosa del sistema neoliberista con rivolte in piazza sacrosante, speriamo che ci si organizzi nelle piazze sopratutto in maniera spontanea. Per non parlare del programma totalmente vuoto e rivolto solo alla digitalizzazione della vita e dei consumi proposto da Vittorio Colao.

            Per fortuna rimane GIAP come rifugio.

  36. Dall’ultima “pillola” di Guido Silvestri su Facebook:

    1/2

    Finisco con una breve discussione di uno splendido articolo del gruppo di Francois Balloux all’Istituto di Genetica di University College of London (van Dorp L. et al., Emergence of genomic diversity and recurrent mutations in SARS-CoV-2. Infection, Genetics and Evolution, Volume 83, 2020, 104351). Questo studio, dopo una complessa analisi di 7666 sequenze di SARS-CoV-2 provenienti da numerosi paesi di varie aree geografiche e raccolte fino al 20 aprile scorso, arriva a due importanti conclusioni.

    La prima è che l’origine temporale del virus può essere stimata tra il 6 ottobre ed il 11 dicembre 2019 (quindi ben prima dei cosiddetti “primi casi” del mercato di Wuhan di fine dicembre 2019). Le implicazioni di questa nuova datazione sarebbero enormi, in quanto si dimostrerebbe quello che molti sospettano da tempo, cioè che i numeri e le curve epidemiologiche di COVID-19 in Cina fornite il 10 marzo 2020 da Zunyou Wu a CROI, WHO, e CDC sono sbagliati (e probabilmente di molto, su questo torneremo in futuro). Ricordo che sui numeri “cinesi” si sono basati sia il famoso modello Ferguson/Imperial del 16 marzo 2020 che i tre modelli pubblicati su Science tra aprile e maggio 2020. Modelli che, come sappiamo, formano l’impalcatura scientifico-epidemiologica dell’argomento politico in favore dei “lockdowns”, delle “travel restrictions”, e delle chiusure delle scuole. Non esattamente un dettaglio, direi.

    • 2/2

      La seconda conclusione è che l’evoluzione di SARS-CoV-2 nelle diverse parti del mondo è caratterizzata da alti livelli di omoplasia. Ricordo che l’omoplasia (homoplasy) è il fenomeno per cui un virus muta in modo “indipendentemente simile” in diverse aree geografiche, e senza avere un progenitore comune. L’articolo è molto tecnico, e magari è per questo che è stato discusso poco, chissà. Ad ogni modo la presenza di omoplasia così marcata (pensate che è stata trovata anche in Islanda, dove in tutto ci sono stati 1.800 casi e 10 morti) ed in così breve tempo porta evidenza scientifica — indiretta ma solidissima – a favore dell’ipotesi di un rapido, progressivo e convergente adattamento di SARS-CoV-2 all’ospite umano. Siccome i dati globali sulla letalità cruda di COVID-19 indicano che questa diminuisce col tempo in ogni sito epidemico, e siccome la maggior parte degli adattamenti virus-host vanno nella direzione di una ridotta patogenicità (cfr. G. Silvestri “Il Virus Buono”, Rizzoli editore, 2019), solo degli analfabeti della virologia possono tacciare di “pseudo-scienza” l’ipotesi secondo cui tale robusto pattern di mutazioni omoplasiche possa risultare in un fenotipo virale a virulenza attenuata.

  37. Tornando in tema DAD, c’è un aspetto che mi pare non sia stato affrontato ed è quello dell’apertura dei “centri estivi”. Almeno per quanto riguarda il Veneto, stanno partendo, al modico prezzo di circa 600 euro al mese per la fascia 3-6 anni (almeno per quanto riguarda le 5-6 opzioni di cui sono a conoscenza).
    Questo vuol dire per prima cosa che la socialità tra bambini già ora non è così impensabile (ma solo quando produce reddito evidentemente). Ma ci sono anche altre due considerazioni da fare:
    1 la discriminazione tra chi può permettersi 600 euro al mese a figlio e chi no (i disoccupati tra l’altro non hanno diritto al bonus babysitter/centri estivi). I centri estivi esistevano anche prima ma non rappresentavano l’unica forma di socialità permessa ai bambini in 7 mesi.
    2 il regalo alle scuole paritarie, che durante il mese di giugno, mentre le scuole d’infanzia statali sono chiuse, potranno riaprire e farsi pagare, con sovvenzioni dirette e indirette (bonus centri estivi appunto). Ricordo a chi non l’avesse in mente che l’anno scolastico per tutte le scuole dell’infanzia finirebbe il 30 giugno.

  38. Durante l’epidemia ho osservato sfaldarsi tutti gli schieramenti precedenti. Mi sono trovato, nelle migliaia di chat che sono proliferate, a difendere argomentazioni insieme a persone con cui prima non condividevo politicamente e socialmente nulla. Ho visto certi ambientalisti sposare le letture dei suprematisti bianchi e diversi compagni riscoprirsi stalinisti nell’anima. Mi sono trovato spiazzato nel fare coesistere le varie sensibilità che compongono il mio orientamento politico. Sono riuscito a pentirmi delle mie esternazioni con una frequenza impressionante, ancora adesso non ho un’idea chiara tranne che per il fatto di diffidare di chi non ha alcuna cautela nell’ affrontare interpretazioni di ciò che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. Ora mi trovo a pentirmi (perchè questo è quello che conta per me adesso: ciò di cui mi pento e non ciò a cui penso) di non riuscire ad abbracciare senza remore la protesta che sta infiammando il mondo. Non tanto perchè non sia giusta, le immagini dell arresto di George Floyd sono un calcio nello stomaco, ma proprio perchè ha cancellato quei dubbi su cui stavo ancora lavorando. So benissimo da che parte sto in questa partita, ma non sono convinto che siano veramente quelle le squadre.

  39. Intanto le dichiarazioni ad effetto basate su proiezioni numeriche continuano…il vice ministro della salute sostiene che, grazie alle misure intraprese, sarebbero state salvate 600000 persone in Italia. Cita uno studio ma non sono riuscita a risalire quale esso sia. Il che, unito alla ondivaghe indicazioni dell’OMS ( MASCHERINE: no, si, solo al chiuso; GUANTI: si, forse, anzi no…solo per citare due banalissimi esempi) non fa altro che far sbandare noi comuni mortali come volatili senza rotta. Ora, se ne è discusso vivacemente anche qui ma io non ho le competenze per prendere posizione, l’OMS ridimensiona anche il ruolo degli asintomatici. Posto che senza osservazione e ricerca non si possono esprimere posizioni definitive, i presupposti per sviscerare i punti del vostro glossario direi che ci sono tutti. Ben fanno gli scienziati ad entrare in silenzio stampa ( ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente casuale).

    • Presumo che il lavoro di riferimento sia quello che citavo ieri uscito su Nature: https://www.nature.com/articles/s41586-020-2405-7_reference.pdf
      In Extended Data Table 1 è riportato il dato di morti accertati in Italia al 4 maggio (29079), i morti previsti dal loro modello (31000), i morti prevedibili da un modello controfattuale senza interventi (670000). Se ne dedurrebbe che gli interventi avrebbero prevenuto oltre 600mila morti (con tutte le precisazioni del caso, che sono riportate nel testo).
      (Continuo a sostenere che il contatore di battute di Giap non funziona a dovere.)

  40. Per storicizzare l’emergenza c’è un ulteriore punto che non può passare sotto silenzio: quello dei dati ufficiali. Perché abbiamo giustamente scritto dei travisamenti dei media, ma non possiamo dimenticare che l’Iss, l’Istat, l’Inps hanno sempre e solo paragonato i “decessi COVID” a valori medi. Non li hanno mai confrontati coi morti delle peggiori stagioni di influenza: questo, a mio avviso, è molto grave. La netta sensazione è che se avessero paragonato, nel complesso, la stagione influenzale 2019/2020 (COVID compreso) con quella 2016/2017 ci sarebbero state molto meno vesti e capelli stracciati.

    Quanto alla Dad, accettarla a settembre nelle scuole sarebbe verosimilmente un punto di non ritorno: bisogna assolutamente protestare. Da studente universitario, comunque, devo riconoscere che per l’università ci sono attenuanti come la gran presenza di studenti fuori sede, e l’uso già necessario di internet per iscrizioni, prenotazioni di esami, comunicazioni coi docenti, caricamento delle tesi di laurea, etc. Anche per questo, le poche proteste universitarie si limitano piuttosto – almeno qui a Roma – a chiedere l’abolizione di rate e test d’ingresso. (Domenica Piazza del Popolo, invece, era gremita e piena di ragazze/i contro razzismo e abusi di polizia: una gran bella atmosfera.)

    • Il confronto tra COVID-19 e influenza stagionale non ha senso: il dato del COVID-19 è “falsato” dalle misure estreme adottate per contenerlo. Per l’influenza stagionale non abbiamo mai chiuso scuole e negozi, limitato spostamenti, ecc.

      Non ha neanche senso trarre conclusioni dai dati dell’Italia: il numero di contagi e di morti non dipende dalle caratteristiche della malattia o del virus, ma da come ogni paese ha gestito la pandemia, con variazioni così esagerate da far pensare che non si tratti della stessa malattia. Se al mondo esistessero solo Nuova Zelanda, Vietnam, ecc. allora sì che potremmo concludere che il rischio è stato ingigantito. In Italia al più possiamo guardare agli USA, e consolarci al pensiero che sarebbe potuta andare molto peggio

      • Scusa Giulia, ma il tuo ragionamento può essere facilmente ribaltato: al mondo non esistono solo gli USA e la Gran Bretagna, ma anche il Vietnam e la Nuova Zelanda, quindi all’Italia poteva pure andare meglio… Mi sa che non ha molto senso metterla in questi termini, appunto.
        Ogni paese è diverso per via di mille fattori. Tutt’al più si potrebbe forse azzardare un confronto tra paesi simili per densità abitativa, popolazione, sistemi economici, tipo i paesi europei di una certa dimensione, e guarda caso lì i parametri dei decessi tendono a oscillare un po’ meno (GB, Spagna, Italia, Francia). Sicuramente quello che possiamo notare è che nel mondo esistono paesi con alta densità di popolazione (molto più alta di Italia, GB e USA), come quelli estremo-orientali, che sono riusciti a sventare la strage. Io non credo abbiano soltanto avuto culo. Sospetto che fossero più preparati ad affrontare un’evenienza del genere e che mantenendo il sangue freddo abbiano adottato provvedimenti più razionali ed efficaci per contenere il contagio. Questa linea razionale ha anche attutito il contraccolpo sociale ed economico, perché non ha reso necessaria una chiusura totale delle attività. Per questo sarebbe il caso di studiare come hanno fatto, e capire quali delle loro strategie sono esportabili da noi. Così magari alla prossima pandemia (o seconda ondata) potremmo anche noi evitare in un colpo solo una strage di ottuagenari, l’azzeramento del reddito per una marea di persone, e gli arresti domiciliari di massa.

        • Quello che sto cercando di dire è che non si può trarre nessuna conclusione riguardo al virus guardando ai dati italiani in isolamento, al massimo si possono trarre conclusioni riguardo all’Italia. E dopo un confronto con altri paesi, il giudizio è ancora più impietoso. Quando paesi diversissimi tra loro come Cina, Singapore, Nuova Zelanda, Australia, Vietnam sono riusciti a stravincere, io posso solo concludere che le migliaia di morti in Italia non le ha fatte il virus: le ha fatte chi governa il paese

          Io non sopporto che si vada a sindacare su un migliaio più o un migliaio meno di morti se avessimo adottato quella misura o quell’altra, quando persino in Europa (che in questa pandemia ha fatto una figura davvero misera) c’è chi ci batte di diversi ordini di grandezza. Dobbiamo essere molto più incazzati di quanto siamo

      • Attenzione: l’Iss, l’Istat, l’Inps hanno già sistematicamente paragonato i decessi COVID con quelli delle stagioni influenzali precedenti: non è un mio suggerimento. Il punto è che l’hanno fatto male, perché li hanno confrontati solo ai valori medi, e mai – dico mai – a quelli delle peggiori stagioni nei peggiori periodi. Si sono limitati a notare i circa 30mila decessi in più in Italia, da gennaio ad aprile, rispetto solo alla media del 2015-2019. Cos’hanno dimenticato?
        – Che variazioni di decine di migliaia di morti sono, a livello nazionale, statisticamente normali (già nel 2015 c’erano stati 49 mila morti in più rispetto all’anno prima, così come il 2017 ne ha avuti 34 mila più del 2016, etc.);
        – Che la mortalità dal settembre 2019 al febbraio 2020 è stata costantemente nettamente al di sotto della norma (come registrato dai bollettini settimanali del ministero della Salute).
        E allora arriviamo al punto: non solo i media, ma anche l’Iss, l’Istat, l’Inps hanno creato percezioni travisate della realtà. In quanti sanno che anche a Torino o a Padova, per esempio, il 2020 ha fatto meno vittime del 2017; o che a Roma, addirittura, sono stati ad oggi 1376 i morti in meno rispetto a tre anni fa? Secondo me non molti: ecco perché credo ci sia stata una vergognosa disinformazione.

        Poi, sull’impatto del nostro lockdown su questi numeri si può ovviamente discutere, e qui lo si è fatto abbondantemente. Quindi non posso che rimandare alle discussioni precedenti – compresa quella sulle quarantene nella storia, la cui grande utilità è tutto meno che assodata (e se ciò vale per la peste, figuriamoci per il COVID).

        • Deantonio, questi sono dati molto interessanti: purtroppo chi li cita viene quasi sempre tacciato di complottismo. Vi sono cose molto strane a livello epidemiologico (in ultimo, i tempi della genesi: degli studi parlano che in Cina il Covid sia presente da ottobre, alcuni addirittura da agosto), di dati (i famosi “morti con” e “morti di” Covid) e tipo di diffusione della epidemia (focolai in piccoli centri come Codogno, Vò e Medicina e non a Bologna, Milano, Padova ecc.; focolai, rispetto alle informazioni che abbiamo, assenti a Pechino o Shanghai ma presenti a centinaia di migliaia di km di distanza da Wuhan), su cui è necessario fare luce. Tuttavia, credo che la novità non sia tanto il virus, quanto il comportamento degli Stati rispetto alla sua diffusione. Bisogna quindi capire se l’emergenza (proiezione del fatto) sia stato proporzionale all’epidemia (fatto vero e proprio): io ho forti dubbi. E mi vengono in mente i moniti di Naomi Klein sulla “shock economy” e il capitalismo dei disastri.

        • Deantonio, non penso di aver compreso bene cosa vuoi dire. Qual’è la tua tesi? Che la COVID-19 rientri per mortalità in una stagione influenzale più grave di altre, ma rimanga comunque assimilabile ad una comune influenza stagionale? Che tutto sia orchestrato in modo tale da far apparire più grave di quello che è il SARS-CoV-2?
          Che delle misure rientranti nel termine “lockdown” si potesse farne a meno perchè non hanno evitato ulteriori morti?

          Nel frattempo il Financial Times ha raccolto e analizzato i dati sull’eccesso di mortalità – il numero di morti oltre la media storica – in tutto il mondo, e ha scoperto che il bilancio delle vittime in alcuni paesi è superiore di oltre il 50% rispetto al solito.
          https://www.ft.com/content/a26fbf7e-48f8-11ea-aeb3-955839e06441

          • Credo con deantonio che il lock down abbia penalizzato certi territori e su questo sono d’ accordo, d ‘altronde giá in territori strutturalmente simili come Lombardia e Veneto le differenze regionali di gestione dell’ emergenza,sanitaria, hanno fatto la differenza in termini di perdite, nel Lazio ad esempio(dove peraltro c é l ‘ eccellenza vera in termini di epidemiologia), il lock down ha dei costi sociali maggiori di quelli umani, e su questo invece mi ritrovo in disaccordo, per motivi piú che cristiani direi proprio strettamente personali. Del resto, come avrebbe potuto sostenere il governatore del Lazio e segretario del partito di governo nazionale,colpito giá ai primi di marzo personalmente dall’epidemia,sostenere una politica di differenziazione territoriale delle misure di contenimento col rischio di trovarsi tanti untori alle porte del Vaticano?

          • Allora: nel thread il tema più immediato è la disinformazione in Italia. Media e istituti come l’Inps, l’Iss hanno enormemente esasperato il pericolo reale del COVID. Perché vere anomalie nel numero dei decessi totali ci sono state solo in alcuni comuni lombardi (la maggior parte) ed emiliani. Ma anche qui, non riguardano certo tutta la popolazione: a Milano come a Codogno, ad esempio, nel 2020 sono morte meno persone sotto ai 64 anni rispetto a tre anni fa. Non posso sapere in che misura la disinformazione sia frutto dell’ignoranza e/o della corruzione: fatto sta che, ad oggi, in pochi sanno quanto siano limitate le vere anomalie.

            Poi, sul tema dell’utilità del nostro lockdown si è già discusso. Mi limito qui a ripetere (senza voler ricreare infiniti commenti) che non vedo motivi razionali per supporre ecatombi al di fuori della Val Padana, da metà marzo in poi, senza i più rigidi interventi governativi. Lo capirei se il COVID non avesse circolato molto altrove, ma se 15mila casi confermati – e quindi verosimilmente tanti altri in più – a Torino (ad esempio) non sono bastati a creare un aumento dei morti, pare evidente che lì il virus non colpisce come altrove. E allora, come scritto anche da Mars9000 qui sopra, sempre proprio che le reazioni, le misure del governo siano state nel complesso sproporzionate: il rapporto costi-benefici pare complessivamente impietoso.
            Gravissimi errori, in tal senso, sono stati:
            – l’acritico ricorso alla logica astratta della matematica (perché 1=1 vale solo in teoria: di fatto, bisogna studiare anche l’età, la cartella clinica dei casi, e poi il clima, le attività antropiche, etc.);
            – la netta sopravvalutazione dell’efficacia delle quarantene, che storicamente hanno potuto, al massimo, limitare parzialmente i danni: gli uomini hanno sempre sconfitto le epidemie solo tramite prevenzione, antidoti e vaccini.

  41. Il cittadino soggetto al potere ubiquo del capitalismo della sorveglianza è stato ridotto a potenziale untore; siamo diventati vittima, l’ hubris del potente , di chi ha teso a colpevolizzare invece di responsabilizzare per accrescere il proprio status: un’ azione di emancipazione dallo stigma è necessaria in un gioco , in cui altrimenti la somma é zero.
    Nel riallineare le recenti narrative alternative ad un ‘ etica chiara di divulgazione del tema della comunicazione pubblica e di costruzione di elementi coerenti di discussione, che ridimensionano i tropi del disfattismo sfascista, si contribuisce a accreditare possibili spiegazioni socioscientifiche e le politiche che ne conseguono.
    La criticità sta nel garantire che questa ridefinizione ” del gioco” sia più inclusiva possibile affinchè cambi il modo in cui il potere vede i suoi cittadini. E’“irrealistico” e “utopistico” ciò che semplicemente contrasta con gli interessi e con la volontà dei più forti?
    La (dis)informazione in Italia, dice il Copasir ieri in un rapporto, è stata manipolata da almeno 4 potenze internazionali oltre che dagli interessi di 4 magnati dell’ editoria italiana. Viene da pensare ad un’ azione centrifuga del Capitale che porta a concentrare potere piuttosto che a distribuire?

  42. Credo che “gli interessi e la volontà dei più forti” in questi mesi pandemici si siano concentrati sulla produzione, sul vil denaro, sull’immediato, sullo sfruttare la situazione contingente, più che sulla costruzione di una narrazione di largo respiro propedeutica a programmazioni di dominio di lungo periodo.
    Gli industriali lombardi, la politica locale in cerca di visibilità, la politica locale in preda al panico, la politica locale inefficiente e inadeguata, gli imprenditori dei media desiderosi di capitalizzare milioni di cittadini costretti a casa (davanti alla TV), il capitalismo del delivering. Sono questi i soggetti che hanno giocato la partita, e che hanno in tutti i modi cercato di condizionare le scelte di programmazione (per guadagnare o per salvarsi). Da adesso entrano in scena altri soggetti, quelli che cercheranno di cristallizzare la situazione, di far passare questo come punto di non ritorno (penso a tutto l’universo telematico, dallo smart working, alla DAD, ai settori del capitalismo incentrati sul digitale), questi si che ragionano in ottica di lungo periodo. Sono questi i più forti a livello globale.
    Per quanto riguarda l’azione centrifuga del capitale, il concetto di concentrazione è vecchio quanto Marx, e sta andando avanti da decenni, senza covid, mentre sulla manipolazione dell’informazione da parte di 4 potenze internazionali non darei molto credito al Copasir.

  43. Credo ci vorrà del tempo ancora per avere una chiara ed ampiamente condivisa valutazione sul Covid19 da parte della comunità scientifica, tuttavia vorrei tornare a quello che trasmettono i semplici dati, cioè quelli impossibili da manipolare, intendo quelli certi del passato; c/a 640.000 sono le morti ogni anno in Italia, quelle trasmesse dal primo gennaio per Covid sono c/a 34.000 contro le 270.000 non Covid in Italia da gennaio ad ora. Quindi abbiamo 34.000 su 270.000 ma noi pensiamo che i 34.000 morti siano molto, ma molto, molto più importanti, non so perché, spiegatemelo voi. Nel mondo 7 milioni di contagi e oltre 400 mila morti per Covid19.

    Finora si tratta di un terzo dei decessi registrati con l’influenza del 1957.

    La tubercolosi è una delle prime cause di morte nel mondo: 10,4 milioni di persone hanno contratto la tubercolosi nel 2018, 1,3 milioni sono morte a causa della malattia. Si stima che 1 milione di bambini si siano ammalati di tubercolosi e 230.000 siano morti.
    Naturalmente non ci interessa molto la tubercolosi visto che in Italia ha un basso impatto endemico, ma riguarda sopratutto India, Cina, Indonesia, Filippine, Pakistan, Nigeria, Bangladesh e Sud Africa e nei più vicini Turkmenistan, Ucraina, Azerbaijan. Un parassita, quello nostro davvero particolare, integrità delle geografie geopolitiche?

    http://www.influenzareport.com/influenzareport2006_italiano.pdf
    Da questo interessante report ho fatto conoscenza del sito covidreference.com dove si possono scaricare la quarta edizione del covidreference in inglese, e la terza edizione in italiano, su questa che chiaramente si ferma al 20 Aprile, ho visto alcune inesattezze, come “la seconda ondata”: …20 milioni di decessi nel 2020 (Patrick 2020) una stima alquanto improbabile, tuttavia cominciano ad apparire sopratutto su quella in inglese, aggiornata al 9 giugno, studi e considerazioni con ampia condivisione scientifica.

    • La questione, credo, riguarda quello che è il tema di fondo di questo blog: la narrazione.
      Espressioni come pandemia, contagio, virulenza, unite ad un linguaggio bellicista, contribuiscono a generare una specie di paura dell’apocalisse, che fa audience, fa vendere copie, crea il mito.
      I fautori di questa visione ti risponderebbero che 34.000 morti covid, per quanto si voglia relativizzare, sono comunque un’enormità anche se rappresentano solo un ottavo dei decessi non covid, perché senza epidemia, senza questo diavolo saltato fuori da chissà dove a minacciare il nostro benessere, non ci sarebbero stati. La tubercolosi, così come la malaria, sono le malattie dei poveracci; vuoi mettere un nemico moderno, che colpisce noi tecnologicizzati, noi onnipotenti, noi immortali? Un morto da covid, in questa narrazione intossicata, è “più importante” di un morto da tubercolosi in Nigeria, perché il morto da covid è un occidentale produttivo che non doveva morire, a differenza dell’anonimo africano che la morte la mette nel conto. Il covid fa rabbia perché colpisce noi che non dovremmo essere colpiti, noi che abbiamo relegato il concetto di malattia e di morte in un cantuccio. Il covid è più visibile perché viene raccontato come latore di una morte atroce che può colpire chiunque (anche se sappiamo che statisticamente non è così), nemico che ha osato lanciarci il guanto di sfida.
      Infine, fra le morti non covid c’è l’incidente, la vecchiaia, la malattia cronica, il suicidio, tutte cause che ormai abbiamo accettato e assimilato, e che per questo nessuno ci ricorda. Covid è qualcosa di inaspettato, una terribile novità, un inciampo nel nostro scorrere fluido, un fattore d’incertezza, il granello di sabbia nel perfetto ingranaggio del sistema. A suo modo affascinante, e dunque ottimo materiale per racconti postmoderni.

  44. Comprendo che lo studio della malattia sia importante, per noi, anche soltanto capire se tutte le limitazioni, i provvedimenti adottati siano, siano stati, saranno adeguati ai rischi.
    No, per me, al momento, e fino alla fine di quest’anno, tutti i provvedimenti presi, e quelli che verranno, non sono e non saranno sufficientemente giustificati. Lo so, qualcosa di buono è stato fatto, ma quello che è stato fatto di male è di gran lunga superiore. E’ il medico che non ha giurato.
    Vale comunque la pena leggere i pdf, sono purtroppo scettico sulla validità di provvedimenti futuri proprio in ragione della mia valutazione a quelli presi fin’ora.

  45. Segnalo, era anche ora, la prima presa di posizione di alcuni docenti universitari, che hanno scritto un testo a mio modo di vedere perfetto, nello svelare la terribile arretratezza culturale implicita nella DAD, e persino coraggioso nel fare il nome di uno di quelli che ci guadagna davvero. Ovviamente i “collaborazionisti del virus” l’hanno già tacciato di qualunquismo, ma quest’appello è aria fresca, mi permetto di suggerirne la lettura integrale. https://archive.is/jvtLr

    • Questo il link per leggere la lettera aperta integrale al ministro Gaetano Manfredi, con la sottoscrizione di 870 firme legate all’università, l’altro sembra non funzionare:
      https://static.gedidigital.it/repubblica/pdf/2020/scuola/letteradefinitivauniversita.pdf
      …Nell’era di internet le Università, se vogliono tutelare il loro habeas mentem, dovrebbero costruire più residenze per studenti, dovrebbero essere campus dalla dimensione umana, favorire le coabitazioni e aprire anche la sera e durante le vacanze, perché la critica e il confronto sono tanto più necessari quanto più siamo inondati di informazioni incontrollate. Su queste cose e non sulla didattica a distanza andrebbero concentrati gli investimenti: avremmo bisogno di un grosso aumento di borse di studio, in primo luogo in forma di buoni affitto per gli studenti…
      Ho dovuto aggiungere queste righe solo per arrivare ad inviare il messaggio.

  46. Ah, purtroppo 403 Forbidden !
    Sull’ istruzione pubblica: per esperienza, almeno qualche anno fà, nel Regno Unito non c ‘è questa distinzione con le paritarie. Tutte sono pubbliche, poi ci sono le scuole “statali” e quelle più importanti come Oxford etc ; insomma attenzione.. oltre che statale non è sinonimo di laico e viceversa, sull’ Avvenire di oggi il titolo è “Già in difficoltà, senza aiuti a rischio il 30% delle scuole pubbliche non statali”.
    Sulla disinformazione e il complottismo uno sguardo a questo sito: https://euvsdisinfo.eu/it/ .

  47. Nel frattempo l’ospedale lombardo di Rho, nella periferia da cui provengo, ha scoperto che l’ utilizzo di un anticorpo monoclonale di nome Influximab può essere determinante nella guarigione del Covid. Un paziente di 40 anni, arrivato in ospedale con colite ulcerosa, non è stato sottoposto ad intervento perché risultato positivo al Covid, sarebbe stata quindi troppo rischiosa l’ operazione. La somministrazione dell’ anticorpo monoclonale ha però determinato anche la guarigione dal Covid. Mi domando se la notizia sia davvero di importanza così rilevante, oppure se si cerchi di riabilitare la reputazione della sanità lombarda anche tramite notizie ad effetto e non ancora scientificamente verificate. Se questo farmaco si rivelasse davvero così importante, le minacce sulla pericolosità mortale di questo virus potrebbero essere ridimensionate per dare spazio ad un approccio scientifico e politico più lucido e meno terroristico. Nei giorni scorsi, si è molto discusso sulle dichiarazioni di una rappresentante dell’ OMS sugli asintomatici: ammettere candidamente che il rischio di essere contagiati dagli asintomatici è bassissimo, avrebbe potuto fare cadere il castello di bugie su cui hanno costruito la retorica della reclusione in casa, dicendoci che non potevamo sapere chi poteva contagiarci.

  48. Notizia interessante (anche per il fatto che sembra non fare notizia): è uscito in preprint (quindi sì, non sottoposto a peer-review ecc) uno studio di uno statistico dell’università di Bristol che suggerisce che il lockdown in Inghilterra è iniziato alcuni giorni dopo che i casi di covid avevano già iniziato a diminuire (che poi è la cosa che dice Michael Levitt dall’inizio dell’epidemia – la linea di ragionamento utilizzata per sviluppare le analisi infatti è la stessa). Chi avesse le competenze matematiche per verificare l’analisi lo trova qui: https://arxiv.org/pdf/2005.02090.pdf
    Quello che posso dire io è che l’approccio ai dati è intelligente, che le conclusioni sono tratte con molta cautela, che non sembrano denunciare un’intenzione politica, che l’autore ha un curriculum da specialista di rispetto e che è stato rilanciato anche da Francois Balloux (che è un epidemiologo e ha competenze per giudicare). Nell’analisi la Svezia è utilizzata come confronto, e si rileva che anche lì (dove come sappiamo le misure adottate sono state di natura diversa) i casi hanno iniziato a diminuire poco dopo.

  49. Riporto dall’ottimo articolo del Dott. Paolo Spada, che si trova qui.

    https://ilsegnalatore.info/la-svolta/?fbclid=IwAR0nt5C-Zed0ZyjFZEpYUDhqPJPyCWjYM-lA7JDQzt2cU3wY9VXgTjfZ-t0

    “Prudenza eccessiva. Tutte le evidenze scientifiche, che abbiamo riportato in questi mesi […], indicano che il virus non è più attivo oltre 9 giorni dall’insorgenza dei sintomi, nonostante il tampone resti positivo rilevando tracce di RNA per molte settimane, in pazienti ormai del tutto guariti e non contagiosi. Come ammette Guerra, sono stati citati dall’OMS 43 studi di riferimento, non uno solo. Oltre alle osservazioni microbiologiche, ci sono i dati epidemiologici delle coorti dei pazienti dopo i primi giorni di malattia: non infettano più nessuno.

    Ma Guerra non si dà pace. “è un’alternativa pensata soprattutto per i sistemi sanitari che hanno difficoltà ad applicare le iniziali raccomandazioni sul doppio tampone negativo”. Francia, Germania, Regno Unito, Olanda, Svizzera? Sono questi i paesi che avrebbero difficoltà? Perché tutti questi Paesi, ed altri, da tempo adottano solo criteri clinici per rilasciare l’isolamento dopo COVID-19. Siamo rimasti solo noi a fare i tamponi.”

    Ormai siamo un caso emblematico di Scienza che non può più permettersi di tornare semplicemente scienza, dopo aver investito tutto sulla propria immagine.

    • Sulla lunghezza d’ onda della minimizzazione del principio di precauzione, per procedere aggiornando i protocolli, di Zangrillo, anche il direttore della Mario Negri sul quotidiano edito da Cairo, prof. Remuzzi: https://archive.is/SBFqx .
      La risposta su Scienza in rete di Stefani Salmaso si conclude comunque “Sdoganare i casi identificati con attività di screening come non contagiosi può essere molto pericoloso. Vorreste ammettere in ospedale un paziente con un tampone positivo, ma con bassa carica virale?
      Cerchiamo di saperne di più e non perdiamo l’occasione di imparare da quello che succede sul campo.”

  50. Dalle note del sito Industrial Relations Share : Irshare.eu . Il Covid-19 inserito nella direttiva “agenti biologici” : È stata pubblicata sulla GUUE la Direttiva n° 2020/739 della Commissione del 3 giugno 2020 che modifica l’allegato III della direttiva 2000/54/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio per quanto riguarda l’inserimento del SARS-CoV-2 nell’elenco degli agenti biologici di cui è noto che possono causare malattie infettive nell’uomo e che modifica la direttiva (UE) 2019/1833 della Commissione. Il Covid-19 è stato classificato nel Gruppo 3 e non nel Gruppo 4, che contiene la lista degli agenti biologici a più alto rischio (cfr. Scheda della Commissione). La decisione è stata denunciata dalla Confederazione Europea dei Sindacati (CES) e da alcuni deputati che hanno formulato un’obiezione alla classificazione nel Gruppo 3. L’’11 giugno è stato concordato, tra la Commissione e la Commissione Occupazione e Affari Sociali del Parlamento Europeo, di mantenere la classificazione nel Gruppo 3 in cambio dell’assunzione di alcuni impegni da parte della Commissione Europea. Secondo le dichiarazioni del Commissario per l’Occupazione e i Diritti sociali, Nicolas Schmit, la Commissione: 1) incoraggerà fortemente gli Stati membri a garantire che vengano fornite istruzioni scritte a tutti i lavoratori esposti al Covid-19; 2) valuterà la necessità di modificare la Direttiva sugli agenti biologici alla luce degli insegnamenti tratti dalla pandemia, al fine di garantire una migliore preparazione e una migliore pianificazione della risposta in tutti i luoghi di lavoro (Comunicato del Parlamento). Secondo la CES, che ha accolto con favore il compromesso, Nicolas Schmit si è anche impegnato ad avviare i lavori su una nuova strategia europea per la salute e la sicurezza (cfr. Comunicato della CES). L’obiezione dei deputati è stata respinta con 35 voti contrari, 5 favorevoli e 15 astenuti, la direttiva è pertanto approvata ed è in vigore. Dovrà essere recepita dagli Stati membri entro il 24 novembre 2020.

  51. Nel criticare quello che, per comodità, potremmo chiamare manifesto dei dieci, Crisanti afferma che non è possibile identificare la quota di infettività del virus, perché non ci sono modelli, né in vivo né biostatistici, che ci consentono di dire chiaramente quanto virus ci vuole affinché esso esplichi la sua azione infettiva (detto in parole povere e brutali, lui ha usato espressioni più precise).
    Se Crisanti ha ragione, Remuzzi ha torto quando afferma che, oggi, la maggior parte dei tamponi positivi contiene talmente poco virus che quelle persone non sono contagiose. La questione è di estrema importanza: persone che sono tuttora in quarantena che potrebbero tornare alla vita consueta, uffici chiusi che potrebbero tornare ad aprire, scuole…non ne parliamo. E’ lecito, in nome del principio di precauzione, tenere ancora tutte queste questioni in sospeso? È lecito dirci che 38.000 copie di RNA non contagiano e 40.000 invece si?
    Eppure, fra tanti studi e numeri sciorinati in questi mesi, tra tante ipotesi e opinioni più o meno in libertà, fra tante diatribe, confronti, litigi, chiacchiere, non si è ancora visto un lavoro serio che ci dica con cosa abbiamo davvero a che fare, chi è covid-19, come davvero agisce, perché ammazza alcuni mentre altri non si accorgono nemmeno di ospitarlo. Ma queste cose richiedono tempo, proprio quello che non vogliamo concederci.

    • Eppure ” qualcosa è cambiato”, perché ci sono meno morti ed a questo bisogna dare una spiegazione. Sul numero dei contagi non mi esprimo, non possiamo fare paragoni tra ” prima e dopo”, non disponiamo di dati realmente significativi. Allora su quali basi vengono espresse tutte queste opinioni dagli scienziati?! A me sembra che non stiano fornendo “un bel servizio”, danno l’ impressione di essere subalterni alla politica e questo nuoce agli interessi di una corretta informazione scientifica. Ma mi sembra evidente che qualcosa sia cambiato, non si riesce più a capire se si tratti dell’ evoluzione della malattia o dei reali progressi fatti nel modo, meno cialtrone, di affrontarla. E se per questo motivo non ci sia più bisogno di una soluzione autoritaria, che però rimane disponibile per qualunque evenienza e forse per questo la minaccia del virus non si può attenuare, per giustificare un ricorso alla forza. Come abbiamo già visto.

    • Ma, Marcello 007, qualsiasi agente infettivo, virale, retrovirale, batterico, NON HA una dose infettiva precisamente quantificabile, perchè come è esperienza comune, fra le persone egualmente esposte c’è sempre chi si ammala fortemente, chi poco e chi niente: vale perfino per Ebola! Ebola uccide il 50% circa degli esposti…senz’altro in un campione grande, di migliaia o milioni di persone, ci sarà qualcuno (un piccolissimo numero nel caso di Ebola, un grande numero nel caso del Sars Cov) che non ha addirittura sintomi. Perchè l’infezione dipende sia dall’agente infettivo che dalla reazione dell’ospite. Si può ragionare solo in termini di “curve di probabilità” non di numeri definiti. Quel che invece non torna per nulla, dopo tutti questi mesi e le centinaia di laboratori coinvolti, è che non ci sia nemmeno un’idea precisa di quanto duri il virus sulle superfici, e l’aereosol infettivo negli ambienti: questi sono esperimenti piuttosto semplici da fare in laboratori attrezzati e non è facilmente spiegabile perchè, al posto delle PCR che non rivelano l’attività biologica del virus, non si usino test di vitalità. Qui è difficile non credere ad una volontà di tener stretto il pugnale dalla parte del manico, a tutto svantaggio di chi non ha queste informazioni.

  52. Mario va alla manifestazione in piazza, poi al mare pieno di gente (fa caldo), quindi a festeggiare la vittoria della sua squadra e a farsi l’aperitivo nei locali. Successivamente va a passeggiare lungo i portici gremiti, poi in piscina (fa caldo). In tutte queste occasioni Mario non osserva il distanziamento e non indossa la mascherina, dato che non è obbligato.
    Maria fa la fila fuori dalla panetteria, fuori dalla farmacia e dal fruttivendolo, e pure fuori dal tabaccaio se vuole fumarsi una sigaretta. Sempre indossando la mascherina (è obbligata) e stando attenta a rispettare il distanziamento. Poi Maria ha bisogno dell’ufficio pubblico ma lo trova chiuso, allora, paziente, chiama il numero affisso sul portone di quell’ufficio ma non risponde nessuno. A fine giugno in Italia c’è ancora lo smart working, perché bisogna assolutamente evitare che la gente si ammassi.
    E allora c’è da chiedersi se e quali norme esistono. Se conviene o si deve rispettarle, se Mario esprime il suo legittimo libero arbitrio e Maria è stupida, o se Mario è un menefreghista e Maria una ligia. Probabilmente nulla di tutto questo, ed entrambi hanno un comportamento ragionevole.
    Prendete le precauzioni perché è utile, ma se non le prendete non fa niente. Siate rispettosi delle regole, ma se non lo siete non fa niente.
    Sembra sia inevitabile, in Italia, fare le cose all’italiana. E siamo quelli che lanciavano strali contro la Svezia.
    E a rincarare la dose arrivano scienziati che, come dice filo a piombo, non forniscono un bel servizio.

  53. Per me, invece, è sconvolgente che all’ alba del mese di luglio ( a circa quattro mesi dall’ ” inizio ufficiale” della pandemia) si scopra un nuovo consistente focolaio in un luogo di lavoro affollato come il magazzino di Brt ( ex Bartolini). Il dirigente Ausl Pandolfi ostenta un certo ottimismo e scarica la responsabilità sui lavoratori, facendo riferimento a norme igienico sanitarie non rispettate ( l’ uso della mascherina) invece che ad una riduzione massiccia del numero dei lavoratori presenti in magazzino, con una turnazione differente, responsabilità questa dell’ azienda. Il magazzino ovviamente non ha chiuso. Business is business. Non sono state comminate sanzioni al datore di lavoro ma solo, udite udite, prescrizioni…: alla faccia delle multe erogate a chiunque si permetteva di uscire di casa, solo come un cane o col suo cane, per prendere una innocente boccata d’aria. Comunque: dei 64 casi di contagiati rilevati solo due sono ricoverati. E nessuno tra i corrieri, per ora. Che però non sono ancora stati sottoposti a tampone. Come si spiega il fatto che ora un focolaio di contagiati di 64 persone sia una cosa perfettamente gestibile e sotto controllo per l’ Ausl? Mistero.

  54. I cluster di fine giugno, Bologna e Mondragone, oltre a dirci che il virus non ha levato le tende, ci ricorda il ruolo del lavoro nella sua diffusione. Apparentemente del tutto scollegate, le due vicende hanno diversi punti in comune: il lavoro migrante, ad esempio (alcuni lavoratori BRT risiedono nel centro di accoglienza di via Mattei), ma soprattutto la necessità del lavoro. Necessità però di natura opposta. Se a Mondragone si tratta di quel bisogno che ti costringe a uscire di casa per andare a guadagnare i soldi che ti servono per comprare il cibo (vista l’assenza di ammortizzatori sociali e l’impossibilità di accedere alle varie misure di emergenza), a Bologna è la “necessità” del capitale di non fermare la macchina del profitto (tanto che si sta ancora discutendo SE chiudere il deposito, ripetendo in maniera sconcertante, anche se su diversa scala, quello che è accaduto tre mesi fa nella bergamasca). Quella centralità del lavoro di cui si è discusso anche qui su Giap, torna ad occupare la scena, dicendoci che se i focolai che originano in ospedali e RSA possono essere spenti con relativa facilità, quelli che partono dai luoghi di lavoro possono riaccendersi in un battito di ciglia e diventare incendi, perché, come dice filo a piombo, business is business, mentre gli anziani di una RSA sono solo anziani di una RSA. Se seconda ondata ci sarà, partirà da un luogo di lavoro.

  55. Lo stesso giornale per il quale, qualche mese fa, il virus era nell’aria, nella sua homepage di oggi mette in campo due titoli sul covid: secondo il primo, in Europa circola un ceppo mutato del virus che risulta essere più contagioso di quello originario. Per il secondo, in Lombardia circola un virus meno contagioso.
    Sul covid sappiamo ancora molto poco, e certamente non sapevamo di questa sua approfondita conoscenza geografica del continente, e in particolare dei confini amministrativi italiani, per cui il ceppo meno contagioso lombardo si ferma al confine col Veneto per rispettare un qualche accordo col suo collega più contagioso. Poi si va all’articolo e si legge qualcosa di diverso. Fra i tanti dubbi rimane una certezza: l’insignificanza e l’inattendibilità di certo giornalismo italico.

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