La cognizione del terrore. Ritrovarci tra noi, ritrovare la fiducia che l’Emergenza pandemica ha distrutto

di Stefania Consigliere e Cristina Zavaroni *

Qualcosa si muove. Forse perché a scuole aperte la violenza del lasciapassare è più evidente; o perché le piazze del sabato stanno proseguendo e, pian piano, orientandosi; o per l’effetto epistemologico dell’appello dei docenti universitari; o perché i sindacati di base hanno qualcosa da eccepire; o, ancora, perché i collettivi più lucidi hanno unito i puntini e trovato spaventosa la figura che ne esce.

Ai margini dei parchi e delle piazze dove si ci si ritrova per elaborare collettivamente una critica al presente e scambiarsi strategie di resistenza, si avverte anche altro: l’urgenza di fare i conti con una varietà di esperienze intime che molte e molti – e di certo chi scrive – hanno sperimentato negli scorsi mesi e che ora, finalmente, sono dicibili. Spesso sono le donne a parlarne e, riandando al femminismo degli anni Settanta, la cosa non sorprende. In omaggio a quella stagione, proviamo allora a prendere sul serio quel che ci travaglia e leggerlo in termini politici con l’aiuto di una manciata di autori.

1. Sentimenti del presente

Ecco un elenco, erratico e ovviamente incompleto, di queste esperienza:

Paralisi cognitiva. Il lasciapassare è una misura sanitaria o una misura repressiva? Come si calcolano i benefici del vaccino sulle diverse fasce di popolazione? Quali costi ha avuto la didattica a distanza? Cosa dicono, esattamente, i numeri e come vengono raccolti? Perché in alcune regioni la pericolosità del virus è (stata) più alta che altrove? Esistono cure primarie efficaci? Cosa rischio a vaccinarmi, cosa a non vaccinarmi? Qual è l’incidenza del long covid? Cos’è successo alla sanità territoriale nella primavera del 2020? E via dicendo. La continua incertezza epistemologica induce in chi l’affronta un senso di inadeguatezza, un sospetto di asinina ignoranza.

Inceppo critico. Tutti i quadri teorici – marxisti, francofortesi, foucaultiani ecc. – sembrano far acqua. Se è una crisi di crescita del capitale, perché le chiusure? Da dove arrivano i soldi del recovery fund? La salute delle comunità coincide con la politica sanitaria degli Stati? Quali guerre geopolitiche e di capitale stanno dietro le vaccinazioni? Nessun modello sembra riuscire a descrivere il quadro in modo accurato o convincente.

Labilità della memoria. Quand’anche, dopo molte fatiche, l’intelligenza collettiva riesce a imbastire qualche spiegazione, l’urgenza successiva sembra farla subito dimenticare. Come mostra, fra l’altro, la storia dei commenti su questo blog, le stesse argomentazioni  – sulle condizioni di scuola e sanità, sul valore politico e non sanitario del lasciapassare, sulla differenza fra vaccino e vaccinazione – hanno dovuto essere ripetute un’infinità di volte e perfino continuamente ricostruite, come se qualcosa intervenisse, ogni volta, a “bucare” il palloncino della coscienza critica.

Incredulità e “rottura del patto”. Dai timbri delle comunicazioni ufficiali alla valanga di dpcm, moduli, certificazioni, regolamenti e decreti attuativi, dall’arbitrio concesso alle FdO all’illogicità delle misure e dei proclama, un’interminabile e inverosimile collezione di idiozie si è rovesciata su di noi, talmente assurda che non ci si poteva credere. In molti qualcosa si è spezzato: il rapporto di fiducia con lo Stato e le sue istituzioni si è fatto problematico.

Spiazzamento politico. Fin dall’inizio, chi ha criticato la gestione della pandemia si è trovato proiettato su posizioni all’apparenza prossime a quelle che la destra portava in piazza, e neppure era chiaro perché. La prossimità a quelle rivendicazioni è stata, per molti, fonte d’inquietudine. A peggiorare le cose, gran parte della sinistra antagonista, anziché interrogarsi sulle ragioni di quella convergenza, l’ha usata contro i dissidenti.

Incertezza pratica ed emotiva. Fino a quale distanza da casa si può passeggiare? chi sono esattamente i congiunti? dove bisogna mettersi per prendere un caffè? con quali treni si può viaggiare senza lasciapassare? quanto dura la quarantena di un positivo, e a chi si estende? chi è autorizzato, e chi no, a chiedere il pass? La mappa del quotidiano è diventata incerta: come nello choc culturale descritto in antropologia, alcuni dei gesti e dei pensieri più scontati devono essere ripensati e riappresi daccapo. Abbondano i gesti mancati, i passi e i movimenti s’inceppano, nelle mappe cognitive si aprono buchi.

Fede superstiziosa nella logica e/o nella Costituzione. A fronte dell’assurdo sistemico si è tentati di aggrapparsi alla logica di base, sperando che la dimostrazione della falsità di un presupposto comporti ipso facto l’abbandono di un discorso fallace. Così, “a sinistra della sinistra”, il discorso critico è stato costruito controllando le fonti con acribia, discettando sulle virgole, usando solo i fili teorici più solidi – fino a sfinirsi di ponderatezza, razionalità e data check. Allo stesso modo, è tale la gravità delle norme imposte che viene spontaneo appellarsi direttamente ai principi costituzionali, come se fossero limiti fisici invalicabili e non dipendessero, invece, da un certo accordo su come si ragiona e come si vive.

Pavidità. Comunicazioni di massa e opinione pubblica hanno imposto una narrazione unica particolarmente aggressiva, che non esita a svilire, ridicolizzare, e perfino criminalizzare, ogni dubbio o esitazione. Per molti, in una varietà di circostanze, è stato quindi preferibile tacere, evitare di esporsi. Quelli di noi che, per professione o per passione, fanno lavoro culturale e di conoscenza, in certi momenti hanno avuto timore di parlare, reticenza nel riproporre discorsi e argomenti che, fino all’altroieri, erano ovvii. L’introiezione dell’impossibilità – o inutilità – di contraddire la versione ufficiale è uno degli effetti paradigmatici della censura.

Lutti silenti. Il dolore per le relazioni interrotte sta travagliando molti. In ballo non c’è solo la strage delle coscienze nella sinistra di movimento, su cui c’è già qualche ottima riflessione (questa e questa ad esempio): la divisione è entrata nei gruppi di prossimità e nelle famiglie, comunque queste siano definite, intossicando la “sostanza comune” di cui sono fatte e mettendo padri contro figli, nipoti contro nonni, amici contro amici, amanti contro amanti. Se a questa descrizione è sotteso un certo “noi”, è bene notare che lo stesso lutto stanno facendo anche gli altri.

Angoscia per l’erosione, nel discorso pubblico e nelle pratiche, della minimale solidarietà fra umani. L’intreccio – solo in apparenza contraddittorio – della “punizione di branco” e del “tutti contro tutti” sembra salito di livello: si pensi all’idea, recentemente circolata, secondo cui è giusto che i non vaccinati paghino le terapie ospedaliere per Covid-19 e che dovrebbe suonare, a sinistra, come una bestemmia.

Cosa indica questa costellazione?

2. I mondi e i loro margini

Facciamo un passo a lato. È stato detto molte volte e dal punto di vista legislativo è un dato di fatto: da un anno e mezzo siamo in stato d’eccezione. Meno chiaro, invece, è che prima di essere uno strumento giuridico, lo stato d’eccezione è una sospensione dell’ordinario che agisce sul tessuto materiale, emotivo, psicologico, sociologico e immaginario della comunità colpita. Ha a che fare con il venir meno di un mondo, con i margini del noto, con la dismisura e con gli effetti che le situazioni liminali producono sulle biografie, i sentimenti, la psiche e la tenuta esistenziale. Ed è proprio qui – a livello di “strutture di sentimento” – che accadono le cose più interessanti e pericolose.

Per comprendere questo punto, riprendiamo l’ipotesi antropologica di una molteplicità di mondi umani costruiti in modi diversissimi fra loro. Indipendentemente da com’è strutturato, ciascuno di essi intesse, volta per volta, una certa trama, delle regolarità che lo rendono abitabile. Non si tratta di certezze granitiche, ma di una provvisoria affidabilità. Poco importa se gli dei che lo abitano sono molti, uno o nessuno; se il regime pulsionale si basa sulla coppia o sul gruppo; se le cure si praticano con molecole chimiche, con piante o con danze. Importa, invece, che garantisca le condizioni minime per abitare sensatamente quella particolare “ecologia umana”: avere di che vivere, organizzare feste, tirar su i bambini, curare chi si ammala, mantenere buoni rapporti con i non-umani, seguire le piste attive di conoscenza e via dicendo. Un “mondo” è appunto questo: una sfera di possibilità esistenziale, pazientemente filata, rimaneggiata e rattoppata, sospesa sopra un reale troppo complesso per essere afferrato con un unico sguardo.

Se immaginiamo ciascun mondo come un fascio di luce che illumina solo una parte del reale, allora ai suoi margini c’è una zona in penombra che media fra il reale, nella sua vastità inafferrabile, e la trama locale, specifica, che viene portata in esistenza. È la regione del non-ordinario, del possibile, del potenziale e dell’inattuale, dove originano le biforcazioni e le alternative; dove gli scarti, i fantasmi e i futuri non realizzati vivono una vita postuma; ed è anche, nello stesso tempo, la zona del caos, del panico, della dissoluzione, dell’orrore, delle forze soverchianti, dei mostri e della tragedia.

Il modo in cui il non-ordinario si manifesta dipende dalle condizioni d’accesso.

I mondi che ammettono la molteplicità – di persone umane e non-umane, di modi dell’esistenza, di forme di conoscenza – sono soliti varcare periodicamente, in modo rituale e collettivo, i confini fra ordinario e non-ordinario. Lo fanno per modificare ciò che nella quotidianità stringe troppo; per cercare soluzione ai problemi che la storia non cessa di porre; per trovare le vie della cura; per seguire piste di conoscenza. Oracoli, divinazione, feste, rituali di possessione, rave, assunzione di piante, danze sono, in questo senso, dispositivi conoscitivi e trasformativi; servono a esporsi consapevolmente al limite, all’ignoranza e alla transitorietà e a prendere contatto con ciò che, comunque, è destinato a restare eccedente. (Tanto per non esotizzare troppo: la psicoterapia può benissimo essere descritta come un affondo controllato in ciò che sta ai margini del noto; e i matematici dicono che le loro scoperte avvengono spesso in uno stato di simil-trance.) Per questo, raccontano gli antropologi, le figure che “ballano sui margini” non devono sbagliare: perché le cose con cui hanno a che fare sono al contempo salvifiche e pericolose, potenti e poco controllabili, e il modo in cui si manifestano dipende dalla perizia, dall’astuzia e dalla sensibilità di chi le evoca.

Ma può capitare, anche, che nel normale funzionamento di un mondo qualcosa arrivi a spezzare la routine, gettando scompiglio: un incidente, una malattia, una violazione di interdetto, una guerra, una pandemia. Quando qualcosa “fa evento” e spariglia le regolarità consuete, il reale torna a rivelarsi in tutta la sua complessità: si apre la crisi. Stato di eccezione non ricercato, la crisi è un momento intrinsecamente pericoloso ma – come sanno terapeuti, insegnanti, genitori e rivoluzionari – anche altamente potenziale e generativo (nella sospensione dell’ordinario è possibile costruire alte forme, diversi modi della tenuta, magari più belli, giusti e felici). Inutile dire che, perché non si risolva in disastro, bisogna saperla navigare – e qui siamo messi male.

Per navigare una crisi, infatti, è necessario ipotizzare che essa abbia un punto d’arrivo diverso da quello di partenza, che sia opportunità di trasformazione e non solo danno. Che, insomma, il suo esito non sia il mero ripristino dello status quo, ma sia aperto al divenire e al molteplice – cose con cui abbiamo un rapporto difficile. Da quattro secoli il mondo unico del capitalismo prevede che nulla esista davvero se non ciò che è già previsto; e da qualche decennio a questa parte – da quando, cioè, il capitalismo ha preso la sua estrema piega neoliberista – interpretiamo ogni crisi come mera deviazione dalla norma, anomalia di funzionamento da riportare il più rapidamente possibile alla condizione precedente. Lo scientismo è la forma ideologica di questa presunzione, che condanna dapprima all’inesistenza, e poi alla distruzione, ciò che eccede le sue categorie interpretative.

Non solo, dunque, abbiamo perso presa sui processi sempre singolari e storici delle crisi, sulla delicatezza delle ecologie relazionali e sulle infinite vie della fisiologia (annullate dalla medicina dei protocolli); ma addirittura, in quanto moderni, siamo tenuti a ignorare l’esistenza stessa dei margini, a tenerci a distanza da ciò che permette di navigarli (i sogni, le intuizioni, le sincronicità, il perturbante e l’analogia), a dimenticare la felicità delle rivoluzioni e degli amori.

Dissensofobia. Filosofobia. Tanatofobia.

Il terror panico della morte e la vita come feticcio sono, da questo punto di vista, sintomatici: perché mai si ha meno paura della morte di quando si è vivi, felici e innamorati. E se pure quei margini li abbiamo conosciuti, siamo tenuti a non farcene mai niente: non teorizzarli, non perseguirli, non ammetterli come veri e attivi. Questo ci priva dell’apertura d’orizzonte indispensabile alla trasformazione del mondo, condannandoci all’eterno presente del realismo capitalista. Inoltre, la sistematica disvisione dei margini ci rende ciechi alla violenza, anche quando siamo noi stessi a subirla: senza un’ipotesi di mondo altro, infatti, la violenza del proprio mondo appare come ordine naturale delle cose, la sopravvivenza come vita.

Qui s’intravede la possibilità di un confronto.

3. Lampi di felicità e rasoiate d’angoscia

A nostra memoria, l’intensità di quel che sta accadendo ha pochi precedenti – e anzi, ne ha uno solo. Nel luglio 2001, a Genova, tutto era sovvertito, il mondo come l’avevamo conosciuto non esisteva più: la geografia urbana era stravolta, la legge in stato d’eccezione, il tempo sospeso. Le relazioni, soprattutto, non erano più le stesse: erano saltati tutti gli automatismi che, nella quotidianità, le velano e le uniformano e questo rendeva visibili le distanze e le prossimità, i rapporti di forza e le alleanze – in breve, la reale struttura del mondo. I campi erano chiari, nitidamente delineati: Stato, polizia, multinazionali – come si diceva allora – e mafie da una parte, con il loro enorme carico di violenza, “noi” dall’altra. Un “noi” provvisorio, problematico e solo aurorale, ma proprio per questo splendido e potentissimo, tutto immerso com’era nella solidarietà spontanea, costitutiva, dei collettivi in divenire.

Quando «noi» era tout le monde che deteste la police, prima che «io» imparassi ad amarla, fuori e dentro me.

L’inimicizia fra schiere avverse derivava da interpretazioni opposte di un medesimo panorama di fondo, riassumibile così: economia, finanza e politiche degli Stati canalizzano il flusso della ricchezza mondialmente prodotta in direzione dei paesi del nord e delle classi privilegiate. Gli otto, l’intelligence, i poliziotti e gran parte dei giornalisti erano lì a difendere quello stato di cose, che chiamavano “sviluppo”; noi, invece, eravamo lì per opporci alla violenza sistemica di ciò che chiamavamo “oppressione”. In ciò si ritrovava una classica prassi marxiana: quella di sollevare il velo ideologico che i sistemi di dominio gettano sulle loro malefatte per rivelare la quantità di violenza, repressione, ideologia e crudeltà che continuamente devono applicare per mantenere il vantaggio.

Proprio perché scomodo, e a volte difficile da sopportare, il disvelamento apre una situazione non ordinaria, in cui la consueta lettura del mondo e la disvisione della sua violenza sono interrotte; e in cui si può tornare a porre il problema del mutamento, della giustizia, della buona vita. Momento rischioso e potenziale, in cui si manifesta in modo chiarissimo la potenza dei collettivi umani: la capacità di resistenza, organizzazione e solidarietà fra le cui maglie s’intravede, come un arcobaleno, la possibilità di altri mondi, migliori di quello che in cui c’è toccato vivere. È quel che è successo a Genova vent’anni fa.

Per questo – oltre alle botte, al sangue, al gas, ai traumi, al lutto, alla paura – quei giorni di eccezione hanno evocato in molti anche un paradossale e estatico senso di felicità: nel rivelarsi del mondo, alla violenza degli uni si opponeva la lotta solidale e la capacità immaginativa collettiva degli altri. Per dirla con Benjamin:

«La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di emergenza” in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. Avremo allora di fronte, come nostro compito, la creazione del vero stato di emergenza; e ciò migliorerà la nostra posizione nella lotta contro il fascismo.»

Proprio qui sta il great divide che separa i giorni del G8 dall’infinita crisi pandemica in cui ora siamo immersi. Mentre a Genova lo stato d’eccezione era prodotto dalle abnormi misure repressive come anche dalla resistenza e dalla creatività di un collettivo fisicamente presente e teoricamente orientato, oggi esso cala dall’alto senza trovare alcuna resistenza (o meglio: trovando qualche resistenza solo a destra). Sottoposti a terrore mediatico, infragiliti da confinamento e distanziamento e resi schizoidi dall’immagine dello Stato come unico baluardo contro un rischio mortale, il non-ordinario di cui stiamo facendo esperienza non ha più alcun carattere estatico e si presenta solo come blocco esistenziale, paralisi cognitiva, isolamento, timore e angoscia. Situazione temibile, che si può forse meglio comprendere accostandola ad altre, più estreme e quindi più leggibili.

4. Spazi del terrore

Oltre al non-ordinario consapevolmente praticato e a quello imprevisto della crisi, ne esiste anche un’altra varietà, atroce e difficile da osservare. Shamanism, Colonialism and the Wild Man è un testo straordinario, uscito nel 1987 e ancora mai tradotto in italiano. Intrecciando i disastri coloniali del Sudamerica, lo sciamanesimo, il materialismo di Walter Benjamin, la pratica del terrore, i rapporti di Roger Casement, le carceri argentine del regime di Videla, le proiezioni reciproche di colonizzatori e colonizzati, Michael Taussig indaga gli spazi del terrore e cioè i luoghi dove l’uso sistematico e intenzionale della violenza arriva a creare un contesto allucinatorio.

Sono situazioni tremende – ben esemplificate, al loro estremo peggiore, dalla tortura – la cui logica si applica, tuttavia, anche a molte altre circostanze di minore intensità. Se ne parliamo, non è per paragonarle sic et simpliciter a ciò che stiamo vivendo, ma perché l’analisi del loro funzionamento permette di comprendere meglio alcuni fenomeni cruciali.

Il meccanismo fondamentale è semplice: dove, nella loro normalità, i mondi umani sono attenti a regolare confini, passaggi e relazioni, gli spazi del terrore sono costruiti sulla violazione sistematica dei limiti, sulla distruzione di ogni ordine affidabile delle cose. Sono luoghi di normalizzazione dell’eccesso, che fanno durare nel tempo un eterno presente in cui soglie e differenziali sono cancellati, infranti gli interdetti, recisi gli attaccamenti. In essi non si dà vita ordinaria, tran tran quotidiano o abitudine, perché niente è solido abbastanza da permettere di farci conto: regolazioni, luoghi di scambio, negoziazioni e pluralità sono distrutti, il tessuto stesso della vita comune svapora.

Negli spazi del terrore si trova senz’altro una parte di pura e semplice crudeltà che, ogni volta, è la più difficile da spiegare. È noto, però, che questi eccessi di violenza non dipendono dal sadismo degli aguzzini, ma dalla pura e semplice distribuzione di potere fra gruppi all’interno di uno spazio rigido sottoposto al comando un unico principio d’autorità (v. gli esperimenti degli psicologi Stanley Milgram e Philip Zimbardo). Questo significa che le peggiori atrocità non derivano da un baco della “natura umana” o dal riemergere dell’animale in noi, ma dall’azione di specifiche e malevole strutture di potere.

Lungi dall’essere eccessi occasionali, gli spazi del terrore hanno avuto, e hanno, una precisa funzione nell’espansione dei sistemi di controllo e dominio, e in particolare di quello capitalista. A detta di molti, fra cui Hannah Arendt, le navi negriere, le piantagioni schiaviste, il Congo di re Leopoldo II di Belgio e la raccolta di caucciù nel Putumayo amazzonico anticipano, in terra coloniale, gli orrori che i totalitarismi e le due guerre mondiali porteranno sul suolo europeo. Di fatto, ogni volta che il circuito del plusvalore ha avuto bisogno di nuova linfa, la terapia-choc del terrore è stata lo strumento d’elezione per l’esproprio dei commons e il controllo delle popolazioni.

Notiamo, infine, che senza arrivare agli estremi più terribili, bolle di terrore si aprono anche negli anfratti del quotidiano in regime totalitario, sui fronti bellici, nelle carceri, nelle istituzioni totali, nelle famiglie abusanti, nei contesti di discriminazione. Non è necessario che la violenza sia visibile o facilmente identificabile: condizioni di violenza strutturale (come quelle imposte dall’economia o dal razzismo sistemico, dove gli abusi sono mascherati dal sempiterno “così vanno le cose…”) instaurano regimi sociologici di terrore, al cui interno si registrano alcuni fenomeni sintomatici.

5. Mappa malconcia di un terra infame

La “mappa interna” degli spazi del terrore è stata messa insieme a partire dalle testimonianze dei sopravvissuti e dalle descrizioni fatte da storici, sociologi, psicoterapeuti, antropologi e giornalisti. Più che una mappa, è un collage incerto di frammenti e spezzoni.

Non potrebbe essere altrimenti: di questi spazi, infatti, non si dà conoscenza in senso consueto, perché la “conoscenza in senso consueto” si basa su una serie di presupposti – separazione fra soggetto e oggetto, stabilità psichica e percettiva dell’osservatore, corrispondenza fra parole e cose – che, qui, sono sistematicamente negati. Vero e falso, soggettivo e oggettivo, hanno corso solo all’interno di un mondo ben strutturato, entro un ordine riconosciuto e abbastanza stabile delle cose. In situazioni estreme, dove la violenza abbia disintegrato ogni punto di riferimento, l’esperienza non è più integrabile e le catene causali si spezzano.

Taussig parla di tenebre epistemologiche: negli spazi del terrore non è possibile stabilire cos’è vero e cos’è falso, cos’è successo a me e cosa ad altri, cos’è davvero accaduto e cosa è stato solo fantasticato. La memoria discorsiva si fa inaffidabile, quella percettiva si acuisce fino all’insopportabile. La produzione di un resoconto fedele è dunque impossibile, mentre la memoria fisica dei luoghi e degli eventi è incisa a fuoco. Da qui la loro strana qualità allucinatoria: quel che vi avviene resta fuori scena, irrappresentabile, osceno. Per questo la testimonianza dei reduci è al contempo così cruciale e così impossibile: gli spazi del terrore non hanno storia documentabile, né narrazione progressiva, né testimoni attendibili. (A chi obiettasse che un osservatore imparziale potrebbe ancora descrivere oggettivamente la situazione, rispondiamo con una banalità di base della ricerca sociale: negli spazi di violenza, crudeltà e terrore, non esistono osservatori imparziali. L’ipotetica imparzialità, infatti, sarebbe già collusione.).

Il contagio.

Nell’indistinzione di sé e mondo, di ieri e domani, di vita e morte, di lecito e illecito, la soggettività stessa è in pericolo: gli spazi del terrore sono veri e propri dispositivi di desoggettivazione. Non a caso, le rivolte sono poche, meno di quelle che si ci aspetterebbe a fronte della differenza numerica fra carnefici e vittime. La ragione è presto detta: la violenza del dominio non è solo catena, frusta o filo spinato, ma anche choc, paralisi, blocco, stordimento, obbedienza. È sguardo di Medusa prima di essere spada.

Alcuni autori hanno provato a descrivere le tecniche in uso per spezzare la soggettività dei prigionieri. L’applicazione della paura e, nei casi peggiori, del dolore sono solo le più ovvie. Un trucco assai comune per introdurre le vittime nel regno della dismisura consiste nel rompere il nesso fra le parole e i fatti, minando così la stabilità psichica: si pensi agli effetti schizofrenogeni del doppio vincolo nella relazione fra genitori e figli, alla sistematica negazione delle affermazioni delle vittime durante gli interrogatori – «non ci credo!», «menti!», «dimmi la verità!» – o ai vocabolari eufemistici che spuntano dentro le istituzioni totali (la «domandina» in carcere, la «pastichetta» in psichiatria ecc.).

Una profonda disarticolazione del rapporto fra parole e cose si ottiene, poi, con l’imposizione di regolamenti al contempo arbitrari, mutevoli e vincolanti. In un contesto in cui l’insensatezza delle norme recide il senso esistenziale dei comportamenti, la loro mutevolezza impedisce l’adattamento e le violazioni sono punita con il massimo rigore, la vita è, a tutti gli effetti, impossibile. Detto altrimenti: l’assurdo è una ben rodata tecnica di dominio.

La struttura logico-esistenziale di questi spazi è, ovviamente, quella carceraria. Contro l’esuberanza della vita psicosociale, degli eventi e delle occasioni, contro il continuo emergere di alternative biografiche e storiche, gli spazi del terrore affermano l’assoluta, schiacciante univocità del comando. In modo assai significativo, più che sanzionare ciò che non si può il loro impianto normativo delimita rigidamente ciò che si può. Questo significa, appunto, che tutto ciò che vi accade è pre-visto, pre-determinato, amputato dell’aleatorietà e dell’apertura che caratterizzano la vita.

I legami con il mondo di appartenenza dei prigionieri – diverso da quello istituito dal terrore e quindi prova dell’esistenza di un altrove abitabile – vengono recisi con la massima crudeltà. Uno dei mezzi più comuni per spezzare i prigionieri politici è, notoriamente, quello di isolarli completamente dai compagni di lotta e dall’esterno, e di far loro credere che nessuno più, a casa, si cura di loro; che il loro destino si è fatto irrilevante per quelli che stanno fuori; che nessuno li sta cercando o sentirà la loro mancanza. Si tratta, insomma, di staccarli dai loro attaccamenti fondanti, in modo da annullare in loro anche quel mimino grado di autonomia che consiste nel «sentirsi altro» rispetto a chi comanda. Il trionfo di questi spazi non coincide con la morte dei prigionieri, ma con l’accettazione della verità del carnefice come unica verità possibile. (Notiamo, di passaggio, che l’efficacia della tortura ha fatto un deciso balzo in avanti quando, oltre al medico, nelle stanze degli aguzzini è entrato lo psicologo.)

La forma logica della scelta in regime di terrore è quella dell’alternativa infernale: «se non parli, muori; se parli, muoiono i tuoi compagni»; «per essere fedele al sistema, devi tradire il tuo prossimo; se resti fedele al tuo prossimo, tradisci il sistema». E via dicendo. Le più atroci sono quelle in uso negli spazi concentrazionari, ma gli ultimi quarant’anni di offensiva neoliberista ci hanno ben addestrati alla forma mentis richiesta dalla loro vigenza: «vuoi delocalizzare? aumenterai la disoccupazione!», «vuoi diminuire l’inquinamento? ostacolerai lo sviluppo!» – un modo del ragionamento che, nel vernacolare genovese, è definito come “scegliere tra il marcio e la muffa”. La trappola logica si basa sull’esclusione a priori, e perfino sulla rimozione, di qualsiasi possibilità di una organizzazione del mondo.

Come ha mostrato Françoise Sironi, le emozioni politiche, vissute da chi le prova come reazioni del tutto soggettive, dipendono in realtà da un intricato sistema sociale di detti e non detti, messaggi impliciti ed espliciti, racconti, inflessioni, giudizi di valore e risposte attese (un esempio generazionale: chi ha fatto le scuole elementari prima del crollo del muro di Berlino conserva probabilmente un’immagine curiosamente sfocata dell’Europa dell’est). Già forte nei periodi normali, in quelli non ordinari la plasmazione politica delle emozioni può farsi schiacciante e cancellare ogni altra considerazione o minimale solidarietà.

Gli spazi del terrore sono tali perché aboliscono le condizioni di fiducia che rendono possibile la vita: relazioni, intenzioni, sensibilità, esperienza, scambio, cognizione, corrispondenza fra linguaggio e mondo. La fiducia – fatta di relazioni affidabili, linguaggio significativo, affetti solidi – non segue il soggetto, ma lo rende possibile; è la condizione indispensabile di qualsiasi pienezza e felicità. I luoghi di violenza intenzionale la annientano in modo consapevole e sistematico, sono veri e proprio laboratori di inveramento del peggio. La loro presa comincia con la manomissione dell’immaginario: prima di essere agite, certe cose devono innanzi tutto essere pensate; e prima di essere pensate, devono essere pensabili. Due o tre secoli di irrisione e squalificazione dei “selvaggi” hanno reso possibile il Congo e il Putumayo; un decennio di propaganda anti-ebraica ha reso tollerabili i campi; un paio d’anni di realismo capitalista hanno strozzato la Grecia. Ogni volta, nella narrazione egemone qualcosa proprio non torna, ma guai a dirlo ad alta voce.

Nel terrore a largo raggio dei totalitarismi la delazione è ubiqua. Promossa dai regimi, scopo dichiarato della tortura e a volte entusiasticamente abbracciata dagli zeloti, più che atto specifico di una singola persona essa può essere vista come una “struttura di sentimento”, come una delle emozioni politiche che attraversano coloro che si trovano a vivere in questi spazi. Vicini che denunciano i vicini, mariti o mogli che denunciano il coniuge, figli che denunciano i padri e le madri: gli esempi abbondano in letteratura e producono un’angoscia sorda e ostinata. Testimoniano, infatti, che tutto ciò che diamo per certo e scontato, le fondamenta di fiducia su cui la nostra vita di basa, non sono date una volta per tutte e possono, in certe circostanze, rovesciarsi.

Un’ulteriore caratteristica, quasi impronunciabile, degli spazi del terrore è la loro ambiguità, fatta di una tremenda complicità di fatto fra dominatori e dominati: un teatro del terrore che riverbera, nelle vittime, come indicibile vergogna. Essa istituisce un crinale emotivo e cognitivo assai particolare, difficile da comprendere per chi osserva la situazione dall’esterno, e che si può riassumere così: quel che vi succede è talmente estremo, che non può essere vero nel senso consueto del termine (la verità essendo, appunto, ciò che ha una misura). Il luogo della dismisura assume quindi il carattere di rappresentazione e la vergogna affligge le vittime perché hanno pur sempre avuto una parte – per quanto involontaria – in quel reale e materialissimo “teatro della crudeltà”.

6. La vita invivibile

È possibile pensare la configurazione psicosociale nella quale ci troviamo come uno spazio del terrore? È lecito paragonare quel che ci sta accadendo, le esperienze intime che ci travagliano, agli effetti della violenza intenzionale? Non lo sappiamo e forse, dal luogo in cui ci troviamo, neppure possiamo saperlo. A tutto quanto segue premettiamo allora, per salvarci l’anima, il classico si parva licet componere magnis e consigliamo di leggerlo come se fosse il racconto di una strana avventura, fra l’inaudito e il déjà-vu.

Comincia con un nutrito mazzo di carte che scorrono a velocità vertiginosa. Ciascuna porta un’immagine che descrive, in modo iconoclasta, qualcosa di assurdo o di eccessivo, impensabile fino a due anni fa, e che pure abbiamo vissuto.

Sulla prima carta ci sono le sacre libertà dei moderni, sancite dalla Costituzione, annullate dalla sera alla mattina. Gira la carta e si vede la vita quotidiana irreggimentata in spazi in cui è tutto vietato, tranne ciò che è permesso. Gli istituti fondamentali dell’umano vivere sono sospesi: un popolo di confinati campa per mesi in solitudine, senza sorrisi e gesti d’affetto, senza assistere i propri malati, senza salutare i morti né dare il benvenuto ai nuovi nati. Dai luoghi del maggior contagio – RSA, carceri e fabbriche – non si può uscire; nei parchi, nei teatri, sulle spiagge, per boschi, nei musei non si può andare. Timbri mediatici fuori controllo, il terrore viaggia nell’aria molto più del virus, dilaga la pornografia della paura. Un po’ più tardi, ogni notizia avrà un curioso retrogusto di aspartame. Generazioni in rivolta le une contro le altre: nonni contro nipoti untori, genitori rompiballe in telelavoro contro figli rompiballe in DAD. Passeggiatori solitari inseguiti dai droni, nel dileggio del pubblico TV. La distruzione della sanità pubblica, già pagata dai più a vantaggio dei pochi, produce nuovo plusvalore tramite royalties sui vaccini.

Il tempo di girare una carta, e il più grande filosofo italiano vivente si trasforma nella peggior canaglia che il Belpaese abbia prodotto nel dopoguerra. Spettrali vampiri di notorietà brandiscono in tv una Scienza indistinguibile da qualunque altro fondamentalismo. Le responsabilità svalangano verso il basso, parte la caccia al capro espiatorio. Qualcuno l’ha detto veramente: amuchina sulle strade, banchi a rotelle, app di tracciamento, diametri da casa, aperitivi on line. Un senso di straniamento coglie chi vede, nei film pre-2020, scene in cui le persone stanno vicine senza mascherina. La placca tettonica giapponese svalica verso ovest: migliaia di adolescenti non vogliono più uscire dalla loro stanza. Un miliardario va nello spazio con un razzo privato proprio mentre un sacco di gente, per una ragione o per l’altra, crepa. Ospedali da campo in mezzo alle città. La mediazione cibernetica diventa la normalità del vivere, il cordone ombelicale da cui succhiamo socialità alienata. Messa in onda periodica di un varietà governativo di grande successo. Rituale quotidiano dei numeri (i morti, gli infetti, quelli in isolamento, quelli in terapia intensiva) e mai che un numero sia affidabile (morti di/con covid, autopsie sospese, il ballo dei tamponi, la farmacovigilanza passiva…). A città deserte, la burocrazia continua a richiedere moduli, form, autocertificazioni, giustificazioni, preventivi, consuntivi, adempimenti.

Al fante di picche hanno dato il bonus vacanze, ma gli hanno detto che se va in vacanza è un untore. La donna di fiori si è iscritta al cashback di Natale, ma i giornali la descrivono come irresponsabile. Su un lato della carta c’è l’agiografia dei sanitari che rischiano la pelle in reparto, sull’altro la diffamazione di quelli che si lagnano per l’obbligo vaccinale: i due gruppi, però, sono indistinguibili. Al comando di una campagna sanitaria c’è un generale. Grande confusione sotto il cielo fra salute e non-infezione, fra salute collettiva e salute di Stato, fra medicina e ospedale. La scuola chiude i battenti, bambini e ragazzi danno di matto più di prima (e già prima non si scherzava). L’università sparisce e nessuno se ne accorge.

Gira la carta e viene la guerra: quella fra bande capitaliste, giganti informatici e farmaceutici contro turismo e PMI. L’industria militare è disegnata su una carta diversa, e non ha nemici. Confinamento. Coprifuoco. Lasciapassare. Distanziamento. Trambusto nelle coscienze e nelle percezioni: la neolingua della malattia, del sintomo e del contagio sovrascrive i sentimenti di salute, di malanno, di cura di sé e degli altri. Una strega brucia sul rogo: severa ma giusta punizione per chi, davanti alla salvezza vaccinale, non s’inchina abbastanza rapidamente. Il data mining scava l’intero delle nostre vite. La guerra civile fra parenti, amici, compagni.

Nell’ultima carta, non si sa come, il verso di una canzone; dice: la maggioranza sta come una malattia.

Adesso uniamo qualche puntino. Gestione autoritaria o apertamente militare della pandemia; terrore a mezzo stampa; assurdità di misure, norme e discorsi; prolungato isolamento dei soggetti; destrutturazione degli istituti di base della vita umana; streghizzazione del dissenso: è possibile che tutto ciò abbia configurato uno spazio del terrore a bassa intensità?

Se (ripetiamo: se) così fosse, allora si potrebbe ipotizzare che la nebbia cognitiva non si sia alzata per l’ignoranza o la stupidità dei singoli, ma come conseguenza dell’instabilità del mondo; che ansia, insonnia, irrequietezza e aumento del malessere psichico arrivino in risposta alla durevole esposizione a un regime d’arbitrio; che l’oppressione epistemologica di una narrazione unica incessante, onnipresente e aggressiva possa incrinare il nesso fra le parole e i fatti; che la strategia euristica di normalizzazione dell’eccesso induca una sorta di paralisi etica in cui – come da manuale – non si riesce a reagire all’insopportabile; che delazione e sospetto reciproco non vengano dalla miseria etica dei singoli, ma dalla miseria etica dei tempi; che ciascun per sé e Dio contro tutti che il neoliberismo inculca da diversi decenni non sia la verità di base dell’umana natura, ma l’effetto delle condizioni inumane che esso stesso continuamente crea. E di certo si può ipotizzare che il prolungarsi indefinito dell’emergenza-covid sia una terapia-choc particolarmente ben assestata, un gol a porta vuota per il capitalismo digitale della sorveglianza.

Qualche parola in più serve per la vergogna. Gli inni dal terrazzo, la caccia al runner, gli anziani lasciati a morire, i bambini abbandonati allo schermo, la paura di ammalarsi, la fobia per il prossimo, i mantra preceduti da hashtag sono arrivati in risposta alla paura e in quanto tale lo si può ben comprendere: capita, nella vita, di sbagliare mira, di dire qualcosa di cui poi ci si vergogna, di scegliere la strada più comoda.

A passare e ripassare sull’erba della psiche, però, si scava un sentiero, le piccole collusioni diventano adesione. Una volta tracciato il sentiero della gregarietà, diventa difficile – sia come individui che come organizzazioni – cambiare idea senza passare per una dolorosa frattura con se stessi. Quanti fantasmi infesteranno nei prossimi anni la nostra coscienza collettiva? Come riprendere il filo dell’internazionalismo se, per consolarci, abbiamo cantato in coro l’inno di Mameli? Come rimettere in discussione l’informazione mainstream se su di essa abbiamo basato scelte esistenziali cruciali? Prendersela con un capro espiatorio è, a breve termine, un’efficace scorciatoia psichica per evitare il dolore.

Stiamo cominciando solo adesso – e solo parzialmente – a uscire dalla tenaglia che ci ha immobilizzati per un anno e mezzo e a renderci conto che in nome di un feticcio di salute, ci è stato tolto il tessuto comune che rende possibile la vita. È l’ennesimo esempio di accumulazione primitiva capitalista: separare gli umani dall’ecologia delle loro relazioni e mettere a profitto quel che, in tal modo, si produce: individui isolati e quindi bisognosi di senso, terre di nessuno, forza lavoro ecc. Dopo quattro secoli di stermini coloniali spacciati per esportazione del progresso, di istituzioni totali spacciate per cura, di fascismi sempre in cova spacciati per natura umana, di guerra di tutti contro tutti spacciata come legge naturale, il plusvalore ha trovato un nuovo modo – geniale, nella sua semplicità – per fomentare il terrore e l’esproprio facendo finta di perseguire il bene comune.

7. Danzare l’ignoto

Intrinsecamente ambigue, le situazioni di sospensione dell’ordinario portano con sé terrore ed estasi, fine del mondo e promessa di nuovi inizi, annientamento del noto e modi altri della conoscenza. Dopo aver descritto gli spazi del terrore, il testo di Taussig offre un’interpretazione poetica del curanderismo sudamericano e del nesso che esso crea fra esperienza sensibile, canti, stati non ordinari di coscienza, relazioni di potere, immagini e cura. Nella perdurante e totale incertezza esistenziale, sottoposti all’incessante e atroce crudeltà dei mercanti di caucciù, questi popoli avrebbero imparato a navigare il buio epistemologico con una varietà di mezzi; a basare scelte e movimenti più sul con-sentire con altri che sul costruire modelli; a inanellare (anziché dedurre) piste di cura; a contare sulla sincronicità, sul potere trasformativo della relazione con altri viventi, sulla conoscenza sociale implicita che permette di continuare a vivere come umani in un contesto strutturalmente de-umanizzante.

A differenza del modello conoscitivo occidentale, che separa soggetto conoscente e oggetto conosciuto ed esclude ogni perturbazione dovuta all’azione del potere, «il modello relazionale guaritore-paziente include nei “dati sensibili” dell’esperienza grezza anche le impressioni sensoriali delle relazioni sociali, in tutta la loro umorale ambiguità di fiducia e dubbio». Questa forma di conoscenza include, quindi, il brodo stesso dell’esistenza umana, le relazioni di potere o dominio, di fiducia o inimicizia, di vicinanza o distanza. Inoltre, essa non ha bisogno di un soggetto a tutto tondo, nel pieno della sua maschia, bianca e coloniale Ragione, ma è praticabile anche nelle circostanze più difficili, quando la soggettività è fragile, parziale, fantasmatica, oppressa, incerta, dubitante – e cioè, quando più ce n’è bisogno.

Qui c’è un’indicazione preziosa. Quando a venir meno sono le condizioni stesse dell’esistenza in comune, la conoscenza più utile non ha a che fare con dati oggettivi o modelli universali, ma con ciò che accade dentro le relazioni. È analogica più che deduttiva, qualitativa prima che quantitativa. Più che sulle somme e sulle mediane, si basa sui timbri e sulla lettura di segni; non si risolve in una tabella piena di cifre ma nella possibilità, anche minima, di trasformare il contesto e (ri)costruire le condizioni di fiducia.

In questa impresa servono tutti.

Servono le scienze, o quantomeno molte di esse: quelle lente, che si prendono il tempo di raccogliere dati e ragionare; quelle marginali, che non si sa bene cosa studino; quelle gentili, che per conoscere non hanno bisogno di fare vittime.

Serve una filosofia che sia, per dirla con Bonnefoy, «un grande realismo, che aggravi anziché risolvere». Poi servono anticorpi contro la tendenza al pensiero totalizzante, alla semplificazione, all’eliminazione della molteplicità: i racconti e le pratiche dei non moderni, quelli di chi alla modernità resiste, quelli di chi la fugge da dentro.

Servono lavorazioni collettive, intelligenti e sensibili, di quel che è accaduto: riti di lutto, per cominciare, la possibilità di saluto collettivo alle parti di noi che abbiamo perduto, come anche a tutti coloro che in questi mesi, in un modo o in un altro, se ne sono andati. E momenti di festa, di vicinanza, di condivisione.

Serve un allenamento, rigoroso e spericolato, ad altri modi di narrare e di pensare. Questo un esempio, potente e straziante, apparso nella primavera del 2020; oppure le magnifiche pillole di Mariano Tomatis; o ancora il breve, densissimo testo pubblicato da Taussig all’inizio della pandemia, le lettere zapatiste, e quel che arriva dai piccoli collettivi che, proprio ora, cominciano a organizzarsi per una vita meno impaurita.

Poi servono marinai, danzatori, epidemiologhe, musicanti, sciamane, infermieri, maghi da palcoscenico, cartografi, ecologhe, esploratrici della psiche, pupari, medici di base, poeti, cuochi, levatrici, contadini, topi di biblioteca, perdigiorno, pastori; e anche – per chi sa come contattarli – spiriti, ninfe, animali, persone non umane, cieli, piante, venti, lari&penati, montagne. Il contrario di “terrore” è “molteplicità”.

_

* Stefania Consigliere è ricercatrice all’università di Genova, dove insegna Antropologia e Antropologia dei sistemi di conoscenza, e dove coordina il Laboratorio Mondi Multipli, luogo di ricerca e di sperimentazione delle conseguenze ontologiche, epistemologiche, etiche, politiche ed esistenziali che derivano dal precetto antropologico di «prendere gli altri sul serio».

Cristina Zavaroni, antropologa culturale ed etnologa africanista, ha una lunga esperienza di ricerca presso i Bakonzo del Rwenzori in Uganda. Specializzata in antropologia cognitiva ed etnopsichiatria, lavora da diversi anni come consulente per l’Associazione Mamre Onlus di Torino. Dal 2013 fa parte del Laboratorio Mondi Multipli.

Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)

Print Friendly, PDF & Email

275 commenti su “La cognizione del terrore. Ritrovarci tra noi, ritrovare la fiducia che l’Emergenza pandemica ha distrutto

  1. Il luogo del terrore si estrinseca quotidianamente nella fatica di vivere, nelle lacrime trattenute. Nella paura per i miei figli. Nel sospetto continuo della delazione. Ho paura, si. Dati cause e pregresso ed attuali conclusioni ho più timore del vaccino che della malattia. Ma ancor più sono angosciata dal futuro: non per me, ma per loro. Un futuro per il quale non ho saputo -potuto- prepararli. Un futuro nel quale tutti i valori che ho loro inculcato, a volte arrabbiandomi pure, non solo non sono più validi, ma diventano invalidanti. Eppure ancora spero. Ancora credo nel giusto e nel vero. Credo nelle persone. Ma ogni giorno, in ogni momento questa fiducia si sgretola un po’ di più. Vicini, amici, familiari che credevo solidi e stabili prendono la via del giudizio senza appello. Mio padre. Mia madre. Persone che hanno vissuto il ’68, che hanno buttato i reggiseni. Persone che rifiutavano ogni affermazione solo per il gusto di farlo. Amici di sinistra, coscienti. Coerenti fino a ieri. Ho vissuto la mia vita cercando di fare bene o almeno evitare di fare male. Ho casualmente salvato persone per strada, quando tutti le guardavano con schifo. Ho cercato di fare le scelte migliori cercando il trade-off tral’optimum e la sopravvivenza quotidiana. Non sono santa, non sono una strega. Sono una banalissima persona normale che si trova improvvisamente -nell’arco di un mese!- ad essere un sorcio. Per me, per molti di noi, non esistono marinai, danzatori, epidemiologhe, musicanti, sciamane, infermieri, maghi da palcoscenico, cartografi, ecologhe, esploratrici della psiche, pupari, medici di base, poeti, cuochi, levatrici, contadini, topi di biblioteca, perdigiorno, pastori; e anche – per chi sa come contattarli – spiriti, ninfe, animali, persone non umane, cieli, piante, venti, lari&penati, montagne. Per me, per molti di noi, esiste solo lo sbigottimento e l’incapacità di reagire.

    • Cara LAleWatz,
      sottoscrivo, parola per parola.
      L’incubo, in particolare degli ultimi due mesi, è moltiplicato all’ennesima potenza dal pensiero dei figli.
      Il mio ha 8 anni. Sapere di non avere più gli strumenti per traghettarlo nel nuovo mondo, e che il nuovo mondo farà, più di quanto non faccia già oggi, letteralmente schifo, lascia sbigottiti.

      Non è solo che scompaiono amici amiche parenti più o meno stretti, stanno scomparendo, sgretolandosi, interi orizzonti di senso – il passato stesso. Io so già che a determinate condizioni non mi interessa vivere, punto. Non mi piace, non me ne frega niente. Non è vita. E anche se lo fosse, non è la mia, è una vita a cui io non voglio partecipare. Non ci posso fare niente.

      Non dormo di notte, mi ritrovo a piangere di giorno.
      Cammino per strada e mi sento come sulla tolda del Titanic, “tutto questo tra un’ora non ci sarà più…”, sono io lo zombie o sono gli altri? Poi certo, uno tira avanti. Trova energie insospettate. Riallacci vecchi rapporti, scopri intese inaspettate. Da tempo non provavo l’esigenza fisica di parlare, a prescindere, con chiunque. Mi sento come Milton alla fine della sua corsa: “aveva bisogno di veder gente e d’esser visto, per convincersi che era vivo, non uno spirito che aliava nell’aria in attesa di incappare nelle reti degli angeli.”

      L’unica magrissima consolazione, se uno trae piacere dalla “conoscenza”, è che all’improvviso tante pagine del passato, tanti libri letti, tante esperienza raccontate, hanno preso corpo, sono diventate reali, e solo ora, troppo tardi, posso veramente dire “capisco”. Ora sì.

      E mi ripeto, come un mantra: solo per chi è senza speranza è data speranza.

  2. Testo molto denso e importante. Provo ad aggiungere qualche riflessione in risonanza a queste parole. Innanzitutto, credo che dovremo fare lo sforzo di riconnettere le esperienze che ci hanno separato in questi mesi, tra chi ha aderito alla narrazione mainstream e chi no. Adesso sembra impossibile, ma occorre riflettere sul senso profondo di questa divisione senza colpevolizzare nessuna persona, in un fronte o nell’altro. È emerso in questo periodo un grosso inespresso dell’Occidente, la rimozione della morte dallo scenario sociale: parlare di nuovo o per la prima volta di finitezza delle esperienze esistenziali mi sembra doveroso. Inoltre, la famosa “fiducia nella Scienza” su cui ci esercitiamo in ogni bollettino quotidiano via Tg, andrebbe finalmente problematizzata, dal momento che la Scienza è profondamente corrotta e mai oggettiva, sin dai “paper” delle riviste che sono condizionate da una struttura economica e di potere. Terzo e non ultimo, ma fondamentale, che non leggo da nessuna parte: questa crisi nasce da un rapporto perverso tra animali umani e non. Pangolini, pipistrelli, salto di specie, allevamenti industriali, sperimentazione in laboratorio su topi, tutto ci parla di uno sfruttamento enorme, ormai quasi indicibile. Dovremmo riscoprire la nostra animalità, prima di tutto, perché questa separazione tra ciò che è umano e ciò che non lo è, risulta il fondamento di questa società violenta e colma di sopraffazione.

    • Perdonate la prolissità del triplo commento (carpiato), ma questo appunto di Kigen:
      «Innanzitutto, credo che dovremo fare lo sforzo di riconnettere le esperienze che ci hanno separato in questi mesi, tra chi ha aderito alla narrazione mainstream e chi no. Adesso sembra impossibile, ma occorre riflettere sul senso profondo di questa divisione senza colpevolizzare nessuna persona, in un fronte o nell’altro.» mi trova assolutamente d’accordo e mi permette però di segnalare un’altra questione.
      Io trovo che la separazione di cui si parla e di cui parlo anche nel commento sotto, non sia l’unica.

      Cioè, non c’è solo chi ha aderito a una narrazione e chi no, ma anche in chi l’ha rifiutata ci sono stati 2 schieramenti: quelli più concentrati sugli “errori” nella gestione della pandemia, con un piglio comunque scientifico, e quelli più concentrati sugli aspetti “diversivi”, su come il potere potesse “sfruttare” l’occasione della pandemia per implementare nuovi metodi di controllo e governo, per derogare a diritti costituzionali, per creare dei precedenti, per creare “nuove normalità” che fossero “qui per restare”.
      Anche fra questi 2 schieramenti si è creata a un certo punto una certa incomunicabilità.

      Sarebbe bello indagare sui motivi profondi di certe divergenze (che secondo me hanno a che fare col “futuro desiderabile” che ciascuno si immagina, che alla fine è molto soggettivo) per poterle sanare o quantomeno per poter mantenere un fronte il più possibile comune.

  3. Il mio giudizio su questo pezzo è: no. Ed è no perché lo considero un mischione di roba che per me non andrebbe mischiata (pandemia – G8 genova – Carcere – Congo), condito in salsa New-Age (ninfe, riti, animali, persone non umane [qualsiasi cosa questo ossimoro voglia dire]).
    Cerco di entrare un po’ più nel dettaglio, anche se con un pezzo di tale lunghezza servirebbero 3-4 commenti.
    Partiamo da inceppo critico: le autrici affermano che i quadri teorici marxisti fanno acqua e non descrivono il quadro in modo accurato e convincente. Questo è vero solo se si rifiuta di accettare le risposte che il marxismo e il materialismo dialettico danno. E in tutto il pezzo, nulla sembra far pensare che le autrici accettino le risposte marxiste alla pandemia e alla società tutta.
    Rottura del patto: il pezzo afferma che “In molti qualcosa si è spezzato: il rapporto di fiducia con lo Stato e le sue istituzioni si è fatto problematico.”. Anche qui trovo faziosa tale affermazione, e lontana dalla realtà, in cui la maggioranza della popolazione e se vogliamo, stringendo il cerchio a questo spazio, la maggioranza di chi commenta qui è vaccinata. “Rottura del patto” è un’affermazione della stessa autrice in un commento ad un pezzo precedente, per giustificare la sua non-vaccinazione. Nulla di applicabile a “molti”. E anche qui, niente di marxista. [piccola nota: Marx ed Engels ritenevano degli imbecilli chi non si vaccinava]
    Ci sono poi in tutto il pezzo affermazioni che fanno… alzare gli occhi al cielo (eufemismo). Alcuni esempi: “abbiamo perso presa … sulle infinite vie della fisiologia (annullate dalla medicina dei protocolli)”; “estatico senso di felicità [al G8 di genova]”; “la «pastichetta» in psichiatria”…
    Fino ad arrivare alla conclusione del pezzo: un inno alla medicina alternativa e una critica a quella tradizionale.
    D’altra parte, absit iniuria verbis, è risaputo che una delle autrici rifiuta il vaccino. E tutto sto pezzo, se non a giustificare chi danza intorno al fuoco e aspetta ninfe e persone non umane, a che cosa serve?

    • Il mio giudizio su questo commento è: no. Ed è no perché lo considero un mischione artatamente caricaturale di quanto viene detto nel post, scritto dopo una lettura sommaria e pregiudiziale, mettendo in fila i primi clichés che venivano in mente, ricorrendo in modo sistematico al cherrypicking, usando virgolettati-scheggia che frammentano e quindi nascondono i ragionamenti, infine – ma in realtà all’inizio – sferrando attacchi ad hominem (ad dominam) a una delle due autrici (peraltro scazzati, perché nessuna delle due autrici “rifiuta il vaccino”).

      Questo è un modo di “discutere” che, Bardamu lo sa bene, su Giap rigettiamo, nel senso proprio che lo vomitiamo. È roba più adatta a uno shitstorm su Facebook. L’invito (ma perentorio) a Bardamu è: azzerare, riprovare, argomentare, e forse si sarà più fortunati.

      • P.S. Invito anche le autrici a non rispondere al commento, tale è la mistificazione di ciò che hanno scritto, tali sono le aporie * contenute nel commento di Bardamu. Le invito a rispondere solo all’eventuale nuovo commento in cui Bardamu si sarà sforzato a) di seguire le riflessioni fatte nell’articolo, b) di rispondere senza scorciatoie né smargiassate.

        * Ad esempio, prendersela con la constatazione che molti oggi hanno sfiducia nei poteri costituiti… opponendole il fatto che la maggioranza è vaccinata. Ergo vaccinarsi – azione che non solo può essere intrapresa con mille stati d’animo ma è de facto obbligatoria – significherebbe tout court stare col potere, fidarsi dello Stato ecc. A parte che quest’ultima è la stessa fallacia logica del cospirazionismo antivaccinista, semplicemente presa dall’altro capo, c’è proprio il fatto che questa non è un’obiezione, il suo contenuto non si oppone affatto alla constatazione iniziale, peraltro piuttosto generica (quel “molti” era chiaramente indeterminato, non indicava alcuna “maggioranza”). Si tratta dunque di un’aporia.

      • Forse l’equivoco nasce dal fatto che l’autrice SteCon sia intervenuta, recentemente, a suggellare la “rottura del patto con lo stato” di un’altra commentatrice che però, con questo, motivava sostanzialmente la propria proclamata avversione al vaccino (o alla vaccinazione? boh). Del resto anche dove LAleWatz, qui sopra, scrive che “dati cause e pregresso ed attuali conclusioni ho più timore del vaccino che della malattia”, la discussione torna a scadere di un piano intero, per riportarci giù dentro le prese di posizione stucchevoli: chi si è vaccinato e chi no, chi ha più paura del vaccino e chi ha più paura della malattia. Personalmente non ho paura né dell’una né dell’altra cosa e cerco di portare altrove l’analisi e la critica di cui, con tutti i miei limiti, sono capace. Faccio un esempio: si è parlato, in altri recenti commenti, di un’insegnante di sostegno e del suo problema col green pass scaduto. Ecco, io invece vi racconto di quest’altra bravissima maestra di sostegno che lo scorso anno si è presa cura di un compagno di mio figlio, con grandi progressi per il bambino, e che quest’anno a tre giorni dall’inizio dell’anno scolastico ha dovuto comunicare alla famiglia di quel bambino che no, non sarebbe più stata lei a seguirlo. Lo ha fatto di sua iniziativa: nessuno che si fosse preso la briga di avvertire, di preparare questa madre e il suo piccolo bambino (parlo di asilo) al grande cambiamento che li attendeva. Eccola qui, la violenza del sistema. E lo so che la mia storia non c’entra niente con quello di cui parliamo, ma se non vogliamo che sia “il mero ripristino dello status quo” il “punto d’arrivo diverso da quello di partenza” di questa crisi che stiamo navigando, allora, ditemi, qual è la vostra risposta: è più violento chiedere che un insegnante di sostegno sia in regola con il green pass, o cambiare la maestra a un bambino fragile e svantaggiato, senza neppure prendersi la briga di avvertire?

        • Proprio come fanno notare Consigliere e Zavaroni nel capoverso «Labilità della memoria», troppo spesso su questo blog tocca ribadire, ripartire daccapo ecc. Stiamo reintroducendo dicotomie, dualismi e “classifiche” che con fatica eravamo riusciti a scavalcare, qui addirittura ci chiedi di dire se un episodio è più o meno violento di un episodio completamente diverso, ma perché mai dovremmo porre la questione in termini di più o meno?

          [Mi viene in mente la critica di Isver a Contropiano & Co. sul «lockdown»: per loro si poteva solo «chiudere di più», come chiedevano loro, o «di meno», come rimproveravano al governo. Non era mai questione di chiudere cosa e, soprattutto, perché, in base a quale logica.]

          Equivoco per equivoco, non mi sembra che LAleWatz abbia diviso tra chi è vaccinato e chi no, semplicemente ha reso conto in modo sincero delle proprie paure, nello spirito di “inventario delle emozioni e dei blocchi” che caratterizza il post qui sopra. Che dovremmo fare, censurare o cazziare chi ammette di provare una paura solo perché quella paura è diversa dalla nostra? Fin dall’inizio di questa storia abbiamo cazziato solo ed esclusivamente chi, ciurlando nel manico, ha spacciato la propria tanatofobia (negata in quanto tale) per teoria e posizione politica.

        • La violenza strutturale scende a valle – e cioè, piove sopra le nostre teste – in molti rivoli, e non da oggi. L’episodio che racconti è uno dei tantissimi casi di “incuria istituzionale” a cui in questi anni abbiamo fatto il callo e credo che ciascuno di noi potrebbe raccontarne diversi, subiti o visti infliggere (per mia/nostra parte, avremmo un’intera collezione di aneddoti sullo “sguardo razziale” che l’istituzione-scuola nel suo complesso ancora applica sui bambini migranti). Il focus del post, però, non è sui singoli casi di violenza strutturale a cui abbiamo assistito nel passato recente e nel presente storico, ma su quel che accade all’intelligenza collettiva in situazioni estreme. Detto altrimenti: non so quale fra i due casi è più crudele, ma ipotizzo che la somma di moltissimi casi, di questo e di altro genere, peggiori il clima sociale, l’umore delle persone, la tenuta cognitiva e la possibilità stessa di salute. E’ questo il livello che, qui, c’interessa.

          • SteCon, ti ringrazio per la risposta. Forse è che io non ho ancora fatto il callo a niente, dato che ho vissuto molti anni all’estero, sono tornato da poco e certi accadimenti, come quello che ho raccontato, faccio proprio fatica a elaborarli. O forse è che io sottoscrivo in pieno l’affermazione di tuco, qui sotto: “per me il vaccino non c’entra niente con eventuali patti di fiducia tra me e lo stato”. E di conseguenza mi sento tanto meglio quanto più mi allontano dalla comprensione, o la giustificazione, dell’altrui individualissima libertà di essere non vaccinato/a. Rigetto “l’implicita violenza di chiedere a chiunque una petizione preliminare”, come scrive WM1, ma a Fabio Trabattoni che dice che la sua resistenza di non essere vaccinato gli “appare in maniera adamantina come un dito medio alzato verso tutti quelli che mi volevano e mi vogliono infilare a forza in un imbuto”, a Fabio io dico che il suo dito medio, in realtà, lo sta alzando contro la collettività, contro le persone e le fragilità che sono intorno a lui, e indipendentemente dalla villania di un potere che ci costringe a esibire un lasciapassare. E per ribadire, infine, quello che ho scritto nel mio primo intervento, voglio anche aggiungere che non ho fatto esperienza alcune, in questi mesi, di “incertezze pratiche o emotive”, perché tendo a fare quello che penso sia giusto fare e non per fedeltà a un patto con lo stato, non perché qualcuno mi obbliga, non per paura e neanche per inseguire un “feticcio di salute”.

            • @ claudiog: leggendo questo tuo commento, mi sono resa conto che, in effetti, l’elenco di esperienze intime che abbiamo proposto è davvero parziale… Per due ragioni. La prima è che (in attesa di poderosi studi socio-storico-psicologici), il post mette insieme alla rinfusa un po’ di “cose vissute” e un po’ di “cose ascoltate” in queste settimane, e chiaramente ciascuno poi sceglie in quali si riconosce e in quali no. La seconda, invece, è più sintomatica: mancano le esperienze intime di chi ha provato soprattutto il terrore del virus e la pena per le malattie e le morti da covid.

              In un commento a un post del 2020, a un certo punto qualcuno aveva osservato, con molta perspicacia, che sembrava impossibile vedere contemporaneamente la pericolosità del virus e la pericolosità della gestione pandemica. Nonostante tutti gli sforzi, questo è ancora vero e noi stesse siamo partite, in questo post, soprattutto dai “sentimenti” di chi teme la gestione. Includere anche quelli di chi teme la malattia sarebbe saggio (e peraltro non inficerebbe affatto le conclusioni).

              • Condivido in pieno l’ultimo paragrafo, anche se non so se adesso sia possibile conciliare i “sentimenti” di due narrazioni così divergenti, le quali producono scelte così concretamente di segno opposto (vaccino si/vaccino no). Prima o poi però bisognerà tentare.
                Se posso chiarire i miei (sentimenti), mi pare che il “terrore” nel quale stiamo vivendo sia sempre il solito, che però si è reso manifesto poiché viene esercitato direttamente su di noi privilegiati del primo mondo, bellamente abituati a situazioni di conforto anche sanitario. Citando Zizek, non credo ci sia bisogno che qualcuno inventi pandemie per perfezionare la macchina del controllo sociale, che di solito va avanti da sé senza scossoni visibili, con ineffabile efficacia; purtroppo il sistema le pandemie le produce da sé.

        • Chiamata in qualche modo in causa, mi sento in diritto di rispondere. Il tuo giudizio ancora una volta parte aprioristico e “senza appello”. Mi sarei aspettata che ti preoccupassi di chiederti quali fossero cause e pretesto. Che eventualmente mi dicessi parliamone, che mi dessi consigli o spunti di riflessione -forse sarebbe stato tecnicamente OT, ma emotivamente in linea con l’articolo. Avrei apprezzato il tentativo di avere un approccio “olistico” (termine orrendo, ma sintetico). E’ proprio questo che intendo quando parlo del -mio personale- luogo del terrore: la continua sensazione di dover porre attenzione non solo alle proprie scelte (il che è socialmente corretto in moltissimi casi), ma anche alle proprie parole. Persino, spesso, ai propri pensieri. Forse sarebbe il caso di riportare il dialogo in un’aura di luogo protetto, dove le affermazioni -soprattutto se prive di violenza di qualsiasi tipo- vengano considerate nel loro vissuto di contesto ed esperienze, e non utilizzate come arma bianca per ferire. Se dobbiamo ricostruire la nostra anima sociale -e credo sia indubbio che dobbiamo farlo- il primo passo dovrebbe essere quello di ascoltare anche le emozioni. O almeno, è così che ho interpretato le parole delle autrici.

      • E mi rispondi che il mio commento è caricaturale facendo la caricatura dell’incipit del mio? Mah. Pazienza. Ho espresso una critica circostanziata del pezzo in questione, nulla di personale o che volesse scatenare alcuno shitstorm. Penso si possa essere in disaccordo con i contributi che decidete di pubblicare senza per questo essere considerati alla stregua di troll (l’invito alle autrici a non commentare non l’avevo mai visto sotto nessun altro post, con sotto ben altri commenti, aporie e smargiassate).
        Se così non è, me ne faccio una ragione e tolgo da solo il disturbo. Anche perché non ho intenzione di ritrattare quanto scritto nel precedente commento, che per me resta valido anche se SteCon riprendeva un’affermazione di Mandragola.
        Claudiog scrive bene sotto: se dopo tanti mesi la discussione arretra ancora una volta su chi ha paura del vaccino, chi della malattia, chi dei morti, rileggere alcune tesi – o quello che lasciano intendere tra le righe – fa cadere le braccia.
        @tuco “non significa affatto che lo Stato goda di credito infinito, e che anzi questo credito si è molto ridotto proprio in seguito al delirante lockdown della primavera 2020” sono perfettamente d’accordo. Non intendevo dire che lo Stato ha ragione a priori. Rimanendo in tema, lo Stato è quello del G8 e quello delle guardie, ma è anche quello del SSN e della scuola pubblica.

        • Nemmeno in questo commento hai offerto un’argomentazione che fosse una, hai solo difeso in modalità trincea il tuo primo commento, con un sovrappiù di vittimismo di cui nessuno qui sente il bisogno, anzi, è una delle cose che più irrita questa community. Di solito quando uno scrive «Se è così me ne faccio una ragione e tolgo il disturbo», quasi tutti pensano: uff…

          Io tue critiche nel merito alle riflessioni fatte da Consigliere e Zavaroni – al loro inventario di emozioni e incertezze, a quanto scritto sui blocchi che ha subito l’intelligenza collettiva “di movimento”, a come impostano la questione del ricostruire relazioni ecc. – non ne ho ancora viste. Ho visto solo risposte frettolose a morceaux choisis che tu stesso hai messo in fila in modo da far sembrare stupide le posizioni altrui.

          Dopodiché, scrivi: «se dopo tanti mesi la discussione arretra ancora una volta su chi ha paura del vaccino, chi della malattia, chi dei morti […] fa cadere le braccia». Proprio per questo i tuoi attacchi personali a Stefania Consigliere – peraltro basati su uno scambio di persona – risultano non solo sgradevoli ma proprio OT, perché l’articolo si muove su tutt’altro terreno e, toh, parla proprio di come riallacciare legami tra persone che hanno paure diverse. Basta leggerlo, per capire che questo post sposta in avanti la discussione mentre è il tuo commento – con l’implicita violenza di chiedere a chiunque una petizione preliminare pro-vaccino altrimenti non può parlare – a riportarla indietro.

  4. Due parole sul “patto di fiducia con lo Stato”. Premessa: per noi gente di confine, in particolare di *questo* confine, il patto di fiducia con lo Stato è *sempre* stato problematico. Qua a Trieste lo Stato si è presentato coi cannoni della Brigata Sassari che bombardavano gli operai insorti di San Giacomo, coi fanti del Regio Esercito che facevano fuoco di copertura per i fascisti di Giunta durante l’incendio del Narodni Dom nel 1920. A Gorizia poi lo Stato si è presentato direttamente radendo al suolo la città nel 1916. Quindi devo dire che per me non è stato veramente un trauma il carabiniere che il 27 marzo 2020, dopo avermi chiesto l’autocertificazione a 150m da casa, a un mio timido accenno di insofferenza mi ha puntato contro il mitra dicendomi testualmente “siamo in guerra e in guerra ognuno è un potenziale nemico”. Semplicemente lo Stato ha confermato una volta di più che non c’è nessun patto di fiducia tra lui e me. E però io mi sono vaccinato senza nessun problema e anzi con piacere, in febbraio, perché per me il vaccino non c’entra niente con eventuali patti di fiducia tra me e lo stato. Allo stesso modo, da sempre, quando sto male vado all’ospedale; e mando i figli a scuola, e lavoro in un’università statale, eccetera eccetera. Tutti viviamo il nostro tempo e dobbiamo convivere con le sue e le nostre contraddizioni. Si poteva lavorare come operai alla Fiat, e mandare i figli alla colonia estiva della Fiat, senza avere un patto di fiducia con la Fiat. Questo per dire a Bardamu che il fatto che molti si siano vaccinati non significa affatto che lo Stato goda di credito infinito, e che anzi questo credito si è molto ridotto proprio in seguito al delirante lockdown della primavera 2020. Ma anche per ribadire al tipo del megathread precedente che chi si vaccina per evitare di ammalarsi in modo grave, o chi utilizza il green pass per svolgere le sue attività quotidiane, non è affatto un “collaborazionista” della stretta autoritaria in atto.

    • Sottoscrivo in toto quello che tu dici riguardo il “patto di fiducia” con lo Stato. Apro, tuttavia, una piccola digressione esprimendo, innanzitutto, tutta la mia ammirazione per la metafora del mazzo di carte splendidamente incastonata nel cuore dell’articolo. Proprio questa metafora mi ha aiutato a guardare da lontano questi mesi con aria di distaccata retrospettiva e di realizzare che, si, tutto, ma proprio tutto, compreso questo commento e gli atri, l’articolo in questione e i precedenti sono frutto di una spirale assurda nella quale tutto sembra perdere di senso come in un frullato pasticciato e, forse, nessuna delle nostre posizioni ben lucidate ci aiuterà a tollerare meglio la stretta di questa morsa.
      Nonostante tutto questo e nonostante io sia d’accordo col tuo commento, tuco, non sono vaccinato e devo dire che resistere rimanendo tale mi fa sentire bene. Se guardo con attenzione, vedo che questa resistenza, interpretata come gesto isolato senza collegamenti a nessuna teoria o dottrina, mi appare in maniera adamantina come un dito medio alzato verso tutti quelli che mi volevano e mi vogliono infilare a forza in un imbuto spingendomi senza grazia fino al gambo, un’emancipazione nei fatti da questa partita di tennis di posizioni e fondamentalismi che, per la maggior parte, lasceranno il tempo che hanno trovato.
      P.S. vorrei rinnovare i complimenti alle autrici dell’articolo: forse è stata la migliore e più diretta descrizione del casino nel quale ci troviamo che io abbia letto fino ad oggi

    • Scusa Tuco, ma tu (come me e chiunque altro) non sei estraneo allo Stato, e non esiste un “patto” tra te e lo stato, se non nel senso di un contratto sociale al modo di Rousseau. Se il carabiniere che ti ferma per strada è, per te, lo Stato, considera che per i tuoi studenti lo Stato sei tu. Un medico dell’ospedale per te che vai come paziente è lo Stato; ma per quello stesso medico il professore universitario che gli ha insegnato la materia era lo Stato, come lo è il collega che lo visita quando sta male lui. Molti degli esempi che tu citi sono riferiti al Regno d’Italia e in un regno il cittadino è suddito, non membro dello Stato, tanto a Trieste quanto a Roma o a Palermo. O almeno io la vedo così.

      • Io non sono membro dello Stato, al massimo sono cittadino dello Stato. Vero è che nel mio particolare ruolo di insegnante in certe circostanze mi trovo mio malgrado (sono consapevole della contraddizione e ci vivo dentro) a essere in qualche misura lo Stato (ad esempio nel momento in cui compio degli atti ufficiali come la verbalizzazione di un esame), ma a differenza del carabiniere, l’insegnante svolge un lavoro che non si riduce affatto a quello di rappresentante dello Stato. Lo stesso vale per un medico, che in certe situazioni è lo Stato (quando firma dei documenti ufficiali come un certificato di vaccinazione), ma in generale è un dipendente di una struttura statale, il che è diverso da essere lo stato. Il carabiniere invece non può esistere senza lo stato.

        p.s. in Europa ci sono una decina di monarchie….

        p.s.2 ci sono ormai studi ben consolidati sulla sostanziale continuità dello stato tra monarchia e repubblica in Italia.

  5. Questo articolo è molto interessante e stimola riflessioni. Ringrazio le autrici. Certamente l’epidemia è un fatto oggettivo, accaduto a prescindere dalle condizioni socio-politiche (tra loro diverse) dei paesi colpiti. Altrettanto certamente il potere ha usato l’epidemia per i suoi scopi riflessi nella propaganda fatta. La gente ha reagito e interagito, aggiungendo alla complessità del quadro e ha contribuito a creare quel regime del terrore che le autrici descrivono. Restano però delle aree oscure: perché la gente in grande maggioranza ha contribuito al terrore invece di opporsi? Il delatore che denuncia il runner o il vicino di casa è un membro della stessa classe del denunciato, non della classe dominante. Alla fin fine il delatore non era obbligato o minacciato: aderiva spontaneamente. Perché la destra estrema ha potuto appropriarsi della protesta, peraltro strizzando l’occhio ai no-vax? E come è possibile che i no-vax, che pure sono un gruppo eterogeneo, difendendo una posizione sbagliata si sono trovati però dalla parte giusta di opposizione al potere? Era perfettamente logico e legittimo essere a favore della vaccinazione e contrari al green pass, ma questa posizione era minoritaria. Questo articolo è un passo nella decifrazione della sociologia del Covid, ma la strada sembra ancora lunga.

  6. Complimenti per questo articolo, ci si augura di trovare nuove relazioni, quelle andate perdute in questi mesi forse potranno essere rinnovate attraverso il desiderio di capire.
    Chi non ha dubbi potrà forse vivere più “facilmente” di chi li ha, ma la qualità delle sue relazioni potrà non essere giovevole alla sua salute.
    Vorrei segnalare una paginetta scritta nel 1992 da un medico, Giorgio Bert, “Aspetti etici nella decisione medica” in quanto credo riporti un punto importante del cammino che ci vede oggi in questa realtà. Riprendere in mano questi argomenti forse significa sgomberare la mente dalla moltitudine dei “rumori”, e tornare a capire, a capirsi.
    https://bonste.typepad.com/blog/2021/09/aspetti-etici-nella-decisione-medica.html

  7. Sì, è necessario ricostruire, come dicono le autrici alla fine dell’articolo. Ritessere legami, elaborare il lutto, ricominciare a vivere collettivamente. E ricostruire relazioni di fiducia.
    Ma non si può riportare indietro la storia personale e politica di un anno e mezzo. Non sarebbe nemmeno giusto.

    Per ritessere occorre prima rendersi conto, elaborare, capire. Ovvero guardarsi allo specchio retrospettivamente, accorgersi di ciò che si è subito e inflitto.
    Per molti sarà invece istintiva la rimozione, lo dicevamo già dopo il primo lockdown, qui su Giap, nell’estate del 2020. E questo potrebbe essere il maggiore ostacolo a una vera ritessitura.
    Ci sono persone – la lista è andata allungandosi in questo anno e mezzo – con le quali non si può tornare a tessere alcunché senza una presa di coscienza, vuoi per come si sono comportate nei confronti di chi esprimeva dissenso verso l’andazzo generale, vuoi per le cose stesse che hanno affermato. Non è il rancore il vero problema, ma appunto la necessità – personale e politica – di non fingere che non sia successo quello che è successo.

    Se vent’anni dopo Genova non si è stati in grado di criticare i provvedimenti assurdi e fascistoidi a cui la popolazione di questo paese è stata sottoposta e la criminalizzazione di comportamenti innocui che ha dovuto subire, ma anzi si è difesa la repressione e addirittura se n’è chiesta di più, dando addosso a chiunque esprimesse posizioni diverse… se partendo dalla denuncia dell’arbitrio assoluto dello stato e della sospensione dei diritti civili di vent’anni fa si è giunti a difendere precisamente la dittatura (e non del proletariato, ma di un governicchio confindustriale tanto grottesco quanto disastroso), buttando alle ortiche ogni discorso critico sull’emergenza patrimonio di almeno tre cicli di lotte… se non ci si rende conto di quale bancarotta etico-politica questo abbia rappresentato per la generazione timbrata a fuoco nelle strade di Genova… ecco allora si è pronti ad accettare tutto ciò che nella vita si è professato di avversare. E sulla base di questa considerazione non è affatto semplice ricostruire relazioni di fiducia – negli altri e in se stessi -, se prima, appunto, non c’è una presa in carico di responsabilità dei propri comportamenti e il rifiuto della rimozione.

    Per questo può pure darsi che non tocchi a noi riuscire in questa impresa, ma alla prossima generazione, quella che per mere ragioni anagrafiche ha dovuto subire in silenzio tutto quanto, senza avere ancora gli strumenti critici per reagire, ma soltanto un sano istinto di sopravvivenza, magari quello di correre forte, mentre veniva accusata di qualunque cosa. Forse saranno loro, con la loro storia corta e prospettiva lunga oltre il trauma subito, a indicarci la strada, la via d’uscita dalle macerie psichiche. Forse adesso sono loro quelli più forti e perfino più saggi, anche se non lo sanno. Perché, per rispolverare un vecchio slogan zapatista… sono nuovi e al tempo stesso quelli di sempre. Non hanno ruggine, né polvere da nascondere sotto il tappeto. E hanno già ricominciato a vivere e ad andare a caccia del tempo perduto, delle relazioni, dell’amicizia, dell’amore, della liberazione del corpo. Il terrore non ha sconfitto la loro molteplicità. Dovremmo seguire l’esempio.

    • Questa riflessione mi ha dato molto, e sulla seconda parte, quella generazionale, ho provato ad ampliare il discorso più sotto, sulla scia degli stimoli che mi ha suscitato.

      Sulla prima parte comprendo bene il sentimento.
      Io stesso mi sono sentito quasi ostracizzato dal mio gruppo politico di riferimento, per le posizioni assunte durante questa pandemia e gestione.
      Dopo un po’ di tempo in cui, già nella primavera scorsa, vedevo critiche cadere nel vuoto, per essere infine paragonato alle vittime dei Qanon -ragione per la quale sono infine approdato a questo blog, per approfondire le critiche che mi venivano mosse-, ho enucleato quattro aspetti “psicologici” che possono dare una spiegazione dell’accettazione di cui parli:
      .-dopo già uno o due mesi si è capito che la pandemia non era proprio una pandemia, ma più precisamente e con buona approssimazione, una “gerontodemia”, ovvero non interessava direttamente i minori.
      Ma, vuoi per l’età media della nostra “intelligentia” è entrata in gioco direttamente la
      .-paura della propria incolumità, e questa ha fatto scuola a cascata. (Sulla paura, da me determinata dalla immediata annunciazione della mancanza di cura di fronte ad una malattia potenzialmente mortale ho scritto più sotto..).
      .-un’altro meccanismo che può aver fatto gioco è stato l’orgoglio, di non accettare di essere stati a tal punto ingannati o raggirati (non mi riferisco ovviamente alla mera esistenza del virus, ma ad altre tematiche quale l’origine, la gestione collettiva degli isolamenti, obblighi vaccinali al personale sanitario, green pass), in primis con una tanto sottile quanto sottilmente graduale propaganda anche veicolata appunto da una pretesa autorità di una supposta infallibilità della Scienza[h].

      • -prosegue-
        .-non da ultimo la difficoltà che la destra, opportunisticamente,(in particolare la destra estrema o così detta sociale) ha saputo cavalcare da subito la controffensiva alla propaganda, amplificando le voci tecniche dissenzianti -che non per questo devono essere assunte forse come tout court politicizzate, aggiungerei- e questo ha prodotto una, a mio modo di vedere, assurda e probabilmente antiscientifica “politicizzazione e polarizzazione delle cure”, rispetto alla quale ancora si fatica in molti ambienti anche solo ad accennare.
        Questo ha avuto l’effetto indotto di acuire le rispettive posizioni nel nostro paese della sinistra rispetto ai “dissidenti interni” visti come potenziali traditori, e come anche accennato sopra dalle autrici.
        Come possono essere sanate queste fratture?
        Basterà, si potrà, azzerare il tutto forse riponendo il fulcro della discussione sugli aspetti di lotta preesistenti?
        O prima o poi questi nodi non risolti (risolvibili?) torneranno al pettine se non altro per le misure attuali in agenda del sistema neo-liberista?

        -chiedo venia, come già accaduto, per la prolissità-

  8. Riflessione profonda e così pregna di potenziali diramazioni che ho dovuto leggere l’articolo più volte per cercare di coglierne ogni sfumatura. Pur con tutti i personali limiti di comprensione di alcuni concetti, ho inteso questo contributo come una summa delle possibili alternative che ciascuno puó approntare come reazione al disagio ed allo smarrimento del presente e dell’immediato passato. Ma anche un invito a volgere lo sguardo oltre un orizzonte su cui è calata una pesante foschia data da misure contra legem, informazione polarizzata e asfittica, fratture relazionali forse insanabili, richiami all’adempimento di doveri morali da parte di quelle istituzioni che invocano il sacrificio mentre sfuggono alle proprie responsabilità.
    Aggiungo, poiché sono stata citata, che la posizione da me espressa con riguardo al venir meno della fiducia nello Stato da cui sarebbe scaturita la mia avversione a questa vaccinazione non ha la pretesa di assurgere a paradigma di riferimento per nessuno. È il risultato dell’elaborazione di una sorta di lutto che ho vissuto dal 2020 in avanti vedendo sgretolarsi fondamenta che immaginavo più solide nel sostenere lo Stato di diritto. Al di là della definizione di Stato, che sia storico/filosofica o squisitamente giuridica, la mia percezione, comprensibile o meno, è stata quella descritta. Nel 2001 ero concentrata su vicende personali troppo gravose per essere colpita dallo shock del G8 in diretta. A posteriori l’effetto è stato meno travolgente. Pertanto la brutalità, l’incoerenza logica, lo spregio delle norme ( quelle “ vere”), il subdolo agire dei governanti mi ha colpito in pieno volto solo negli ultimi 20 mesi.
    La mia reazione, sconclusionata o meno che sia per gli altri, è questa. Non me ne vergogno. Non cerco nè comprensione nè plauso. Mi basterebbe la tolleranza.

    • David Graeber diceva che lo stato ha una natura particolarmente duale: da un lato si presenta come utopia del progresso, dal’altro come realtà oppressiva. Aggiungerei che questa dualità si estende alla sua stessa struttura, che da un lato risponde agli interessi del capitale, dall’altro alle lotte e alle rivendicazioni “dal basso”. Quando la struttura di potere si autonomizza dalla base (vuoi perché al capitale conviene avere governi-fantoccio, vuoi per la propensione degli umani alla concentrazione di mezzi) il potere diventa rapidamente dominio. E qui il patto si rompe.

      Il 10 settembre scorso, sulle pagine del New York Times, è uscito un articolo a firma di J. Kaufman, professore di epidemiologia alla McGill University e presidente della Society for Edidemiological Research. Dopo aver elencato la ridda di ipotesi epidemiologiche avanzate nei mesi scorsi, e poi subito smentite dai fatti, afferma che la sola correlazione che si è rivelata stabile è quella fra status socio-economico e gravità della malattia (in modo grezzo: più sei povero, più ti ammali, più finisci in ospedale, più muori). E prosegue:

      Yet while wealth correlates with those who can work from home and order groceries online in rich countries, it explains less well the patterns among larger aggregations of people across states and nations. At this level, it appears that the more salient features that distinguish pandemic severity are relational factors like economic equality and social trust. It comes as no surprise to even the casual observer that the pandemic struck most ferociously in countries ridden with political division and social conflict.

      It comes as no surprise… per questo ci serve ritrovarci. E presto.

      • Stò metabolizzando i contenuti di questo splendido intervento con lo stesso ritmo con il quale il mio sistema digerente trasforma la squisita caponata di mia madre. Piano pianino.

        «l’assurdo è una ben rodata tecnica di dominio».

        Più sù dello stomaco, invece, mi si stà per fulminare una valvola nel tentativo di dare un ordine logico alla serie di pensieri che ‘sta frase quì sopra è riuscita a generare. Help and forgive me if I lack clarity, as usual.

        Ne “Il mito di Sisifo” Albert Camus parla di un «sentimento incosciente dell’uomo di fronte al proprio universo», di un «esigenza di familiarità, brama di chiarezza. Comprendere il mondo, per un uomo, significa ridurre quello all’umano, imprimergli il proprio suggello».

        Ritrovandosi a vivere, oggi, in Italia forse più che altrove, «in un contesto in cui l’insensatezza delle norme recide il senso esistenziale dei comportamenti», mi/vi domando se non è possibile che sia proprio l’assurdo, di cui spesso, anche quì su Giap, si ride con eccessiva leggerezza, ad essere l’elemento più funzionale per il mantenimento dello status quo?

        Ancora Camus:

        «Questa nostalgia di unità, questa brama di assoluto spiega lo svolgimento del dramma umano nella sua essenza».

        L’assurdo insomma come elemento necessario ed “organico” al processo di graduale adattamento dell’umano al sense-making offerto dalla tecno-scienza?

        Vado a metter my thick locks nel freezer che cominciano a far fumo.

  9. La quantità di carne al fuoco in questo articolo e nei relativi commenti è veramente molta, e non so se riuscirò a mettere giù il filo dei miei pensieri in modo logico e conseguente.

    L’ultimo commento di SteCon, che ricorda che è “impossibile vedere contemporaneamente la pericolosità del virus e la pericolosità della gestione pandemica” mi ha fatto riflettere che anch’io, a dispetto di quanto professato (la famosa empatia) passate le prime settimane e lo shock del lockdown, una volta capito che questa malattia non metteva in pericolo i bambini, mi son presto schierato fra quelli che vedevano “prevalentemente” i pericoli della gestione pandemica e non i pericoli della malattia.
    Ammetto che non sono riuscito a provare granché empatia per quelli “dell’altro schieramento” prima di tutto perché “loro” erano tanti, ma anche perché, come dice bene WM1, alcuni sorvolavano sulla presa di coscienza della propria tanatofobia spacciandola per “caratura morale”.

    Volendo indagare meglio sulla questione, credo che buona parte di questa “separazione” sia dovuta, almeno in superfice, a motivi geografici e sociali:
    facendo un esempio che conosco bene, io vivo in campagna, sono un autonomo che lavora anche parecchio all’aperto, e presto ho dovuto preoccuparmi di una serie di aspetti legati alla gestione familiare, alla DAD, al mantenimento del reddito.
    Parente strett* con medesima formazione politica e familiare, che vive in grossa città, con un posto e uno stipendio fisso mai messo in pericolo (e però con 2 figl* in DAD pure ess*) l’ha vissuta e la vive tutt’ora molto diversamente.
    Poi non ci sono solo i motivi più superficiali, e ci sono probabilmente fratture e substrati ancora più profondi che sono i veri motivi “antropologici” di 2 interpretazioni della realtà così diverse.

    Parlando di paura, io oggi sono veramente “terrorizzato”* non già dal vaccino, ma da quello che lo Stato può fare per obbligarmi a farlo, dallo stigma sociale, dalla delazione e dalla guerra tra poveracci** e pur non essendo stato a Genova posso capire benissimo SteCon quando parla di «quel che accade all’intelligenza collettiva in situazioni estreme » anche perché ho abbastanza immaginazione per vedere dove può portare tutto questo.

    • Ma credo che non tutte le persone più razionali qui possano veramente comprendere questa sensazione. Perché oggi una persona vaccinata, anche se è giustamente critica nei confronti del GP, anche se rifiuta l’obbligo a livello teorico, non si sente ancora “braccata” come lo è obiettivamente un NV. Non si sente “in torto”, perché quello che viene definito il suo “dovere” comunque l’ha fatto. Questa ovviamente non è una critica a chi si vaccina, né accetterei mai di dire che chi lo ha fatto “sta col potere”, assolutamente no! Ma è solo per spiegare la sensazione di smarrimento che a livello profondo rende evidente la pressione dello Stato al NV e che invece non può fare così presa su chi comunque, colla sincera volontà di fare bene, oggi “è a posto”.

      *guardate il video di un Ministro che parla degli “opportunisti” e del modo di far loro aumentare “il costo” del non vaccinarsi aumentando la pressione psicologica organizzativa ed economica per poter lavorare e vivere. Domani quello stesso metodo sarà applicato per altri comportamenti.

      ** ieri sera c’era un bel servizio sull’elecrolux in Veneto a Cartabianca. Il clima tra operai vaccinati e non vaccinati era veramente solidale e mi ha colpito in positivo, i primi in difesa dei diritti dei secondi, nonostante sia la conduttrice che gli ospiti facessero di tutto per far ammettere loro che i NV sono pericolosi “per gli altri”, cosa secondo me molto opinabile.

      PS circa la “rottura del patto” che aveva introdotto Mandragola01 che condivido, io la faccio semplice: il “patto” è che i cittadini si fidano delle istituzioni perché “lo Stato siamo noi”. Perché i Governanti sono liberamente eletti fra persone di cui si ha stima e fiducia, perché lavorano per il bene della collettività. La rottura del patto è quando a livello più o meno conscio smetti di credere a questa cosa e inizi a pensare che le istituzioni non vogliono necessariamente il tuo bene ma prevalentemente il mantenimento di un generico status quo e che le logiche con cui vengono prese le decisioni non sempre hanno a che fare con il bene collettivo.
      E quando capisci che,se vale per la Val Seriana e confindustria, per le mascherine all’aperto e lo “scambio spettacolare”, per lo #stareINcasa invece che per lo #stareacasadallavoro, beh magari allora vale anche per altro.

  10. Buongiorno, volevo ringraziare e se possibile dare un po’ di coraggio a Mandragola: le sue parole hanno reso benissimo e compiutamente anche le mie sensazioni e forse non solo le mie.
    Purtroppo il difetto si trova nel manico, a mio parere: le istituzioni sfuggono alle proprie responsabilità, come dice lei e come si è detto più volte già qui, perché da tempo, anche a causa di leggi elettorali in continua modifica, e spesso poi disapprovate anche dagli organi di giudizio costituzionali, la volontà degli elettori viene quasi sempre messa in discussione dopo le scelte elettorali dei cittadini. Non sappiamo più quanti primi ministri, con relativi governi, si siano alternati alla guida di questo paese negli ultimi anni, ma quasi nessuno di loro era tale perché espressione di un voto popolare; si è trattato quasi sempre di nomine esterne, di tecnici, di capi partito. Non c’è da sorprendersi quindi se questo paese, già prima della tempesta pandemica, fosse confuso su chi comandi su cosa e per quanto tempo e quanto potere abbia in confronto a quel che dice di avere; la pandemia ha moltiplicato il tutto appesantendolo nel modo più tragico. Ma la sensazione di non poter far nulla, di distacco, di alienazione, di perdita di contatto con la realtà e con chi la governa c’era già ed era, secondo me, frutto della constatazione più o meno consapevole che qualunque scelta politica i cittadini facessero sarebbe stata in qualche modo disattesa, per una ragione o l’altra. Questa precarietà spiega perché, in un sistema simile, i problemi e le crisi, da questioni da affrontare con senso logico, umanità e rispetto delle leggi, si trasformano sempre in emergenze, che richiedono risposte veloci, temporanee, anche a scapito della razionalità, purché lo slogan che le accompagna suoni bene (o creda di suonare bene, perché in realtà questi motti sono uno più deprimente e puerile dell’altro).
    È una conclusione molto semplicistica, evidentemente, e vi chiedo perdono per questo, ma secondo me spiega almeno in parte perché, se il neoliberismo aggravi le cose dappertutto, solo in Italia o quasi la politica prenda decisioni tenendo pochissimo in considerazione le reazioni da parte dei cittadini e non. Col risultato finale, come dice Mandragola, di sentirsi veramente la terra che si sgretola sotto i piedi, proprio così.

  11. Tra i tanti spunti, trovo “speciale” il vostro modo di proporre un linguaggio che alleggerisca senza semplificare, che disveli senza per questo abbandonare all’angoscia. Mi pare uno strumento necessario per allargare “le condizioni di accesso” al non-ordinario che menzionate e renderlo così una possibilità comune invece di una frontiera ed aggiungerei, anche per riscoprirlo ritualmente invece che viverlo solo attraverso l’ennesimo evento/crisi. L’ipotesi che proponete è in fin dei conti che il dominio dell’assurdo induca ad uno stato allucinatorio paragonabile a quello prodotto dagli spazi del terrore. Suggerite il parallelismo osservando come lo “Stato” abbia predisposto una macchina di produzione di violenza simbolica che emula una guerra civile e polarizza spingendo i cittadini ad accettare appieno, con poche eccezioni minoritarie, il discorso del potere; quello che sembra garantire maggiori protezioni o visioni di futuro. L’allucinazione interviene proprio a rielaborare i vuoti lasciati dall’eccesso informativo, risignificando il vissuto sulla base di una “scienza” che entra così in una dimensione di credenza piuttosto che di tecnica. La tensione che scorgo riguarda le forme dell’oltrepassamento. La macchina statale-capitalista lavora incessantemente alla codificazione del passaggio attraverso poteri emergenziali che consentono profittabilità lungo le linee di rottura. Lo fa stabilendo alleanze debito-creditorie che non riguardano solo i flussi finanziari ma anche quelli di codice (quindi simbolici). In questo modo si mettono in moto meccanismi totalizzanti per cui “lo Stato è ovunque”, dall’app che verifica il possesso di diritti, ai cittadini che replicano privatamente il discorso del potere con i loro conoscenti. Per uscirne, mi sembra necessario riempire di assenza (non di mancanza) il quotidiano: disordinare invece che raggruppare, empatizzare invece di allucinare. Il nodo rituale sta nel rompere le dinamiche di cattura piuttosto che sostituirle. Bisogna trovare dei modi per ritrovarsi insieme sulle frontiere oltre le operazioni imposte dalla macchina. Questo significa vivere e sentire una vasta gamma di affetti prodotti dalla pandemia invece di rimuoverli per le necessità del capitale. Allargando le vostre conclusioni mi sembra quasi che occorra una “sanazione” invece che una cura. Senza questo passaggio non può esserci reincanto “sciamanico” ma il rischio di un’ulteriore cattura dell’assenza in elaborazioni settarie del lutto e del non ordinario.

    • Esattamente: il rischio di passare da una cattura a un’altra (ad esempio, dalla cattura del terrore alla cattura di QAnon), o da una cattura a un vuoto spaventoso (in cui non si riesce più a orientarsi in un mondo caotico) è alto, e diventa altissimo se si rimane da soli o ci si rinchiude in piccoli gruppi uniformi. Per giunta, già da un po’ siamo stati espropriati delle capacità di cura reciproca e collettiva: basta pensare alla delega di ogni aspetto di salute al sistema biomedico o alla soppressione, e perfino crimininalizzazione, dei riti collettivi. Per questo abbiamo scritto che “servono tutti”: quel che dobbiamo riprenderci non sono solo i dati e le tecniche, ma anche il “senso umano” di cosa significa vivere, attraversare una crisi, curare, guarire. E in ciò – con buona pace degli esperti di questo e di quello – i fricchettoni attorno al fuoco hanno molto da dire.

  12. Segnaliamo, per la prima volta in vita nostra, un articolo di Alessandro Baricco. Sempre con l’usuale disclaimer, ovviamente: senza per forza essere d’accordo con ogni affermazione – e nemmeno con porzioni anche ampie del ragionamento di fondo – segnaliamo letture che riteniamo interessanti, per alcune cose che dicono, per il fatto che le scrive chi le scrive, per il luogo in cui appaiono, per gli slittamenti nel dibattito di cui sono sintomo ecc.

    La chiglia che abbiamo costruito

    Estratto (corsivo nostro):

    «[…] Pensare che la colpa sia dei cittadini che non capiscono è follia. Ci saranno frange che proprio non ragionano, e va be’, ci sono sempre. Ma gli altri, tutti deficienti? Oh, no, hanno le loro ragioni, il loro sapere, il loro istinto. Probabilmente vedono cose che non esistono, ma anche vedono cose che agli altri risultano quanto meno sfocate. Nella pancia delle resistenze al vaccino, una comunità come la nostra conserva la propria capacità genetica di produrre eresie e di pensare diversamente da se stessa: sono anticorpi assai più importanti di quelli che ci servono contro il virus. Sopprimerli per legge sarebbe folle.
    E non è nemmeno tanto dignitoso, se mi posso permettere, scegliere la strada dell’obbligo indiretto: che poi vuol dire rendere la vita talmente complicata ai non vaccinati da indurli a cedere, prima o poi. Che tristezza. Petit, dicono i francesi – il più sanguinoso degli insulti. Strumento di questa infantile strategia è, ovviamente, il Green pass.»

    Prosegue qui:

    https://www.ilpost.it/2021/09/17/vaccini-green-pass-baricco/

    • E niente, io Baricco non riesco proprio a leggerlo, dopo dieci righe mi rompo le balle , qualunque sia l’argomento di cui scrive. Dev’essere perché sono uno sporco materialista balcanico, mi sa.

      Invece c’è una cosa che secondo me bisognerebbe cercare di capire meglio: perché in Italia ogni questione viene gestita come questione di ordine pubblico? E’ pazzesco. Questa estate alla spiaggetta dei filtri vicino a Trieste un mona aveva lasciato un folpo a putrefarsi sugli scogli. Qualche bagnante deve aver chiamato uffici e autorità random per segnalare la spiacevole situazione, e alla fine chi è arrivato? una pattuglia dei carabinieri, che ha circondato il folpo con un nastro bianco e rosso, e poi lo ha lasciato lì a puzzare per giorni, impedendo a chiunque di rimuoverlo. Se un giorno qualcuno noterà una fioritura anomala di ciliegi fuori stagione, stiamo sicuri che i primi ad arrivare in loco saranno i carabinieri col giubbotto antiproiettile e il mitra. Fin da subito la pandemia da questione sanitaria è diventata questione di ordine pubblico. Carabinieri invece di infermieri. Posti di blocco, mitra, droni, elicorreri invece di tamponi, posti letto, ventilatori, assistenza territoriale. Poi sono arrivati i vaccini, e ovviamente su repubblica hanno trasmesso in diretta l’arrivo della prima fiala al Brennero. Trasportata da chi? Da un carabiniere. La campagna vacccinale è stata affidata a un generale degli alpini, che poi deve aver delegato il tutto a qualche maresciallo di fureria. Il green pass non è nient’altro che la versione tecnologica della “bassa”

      https://www.treccani.it/vocabolario/bassa2/

      L’intero paese ora è organizzato come una caserma del cazzo, o come un manicomio. Kafka era un dilettante.

      • Per la serie: sincronie terrificanti su Giap.

        Solo per dire che la metafora della «chiglia sommersa» grazie alla quale navigheremmo «a dispetto delle correnti e nonostante le onde», usata da Barrico, è utilizzata anche all’interno del testo di Michael Taussig che Stefania e Cristina citano nel loro intervento.

        Sono due visioni diverse, direi opposte: B scrive che la navigazione prosegue grazie ad una «vertiginosa fusione di principi morali, saperi, mitologie, scaramanzie, mode, memorie di battaglie, visioni geniali, strafalcioni» arrivando a concludere che non sia «una emanazione del potere pura e semplice» ma «un prodotto a cui mettono mano tutti».

        Ecco, si, «mettono mano» direi che è l’espressione più azzeccata. Tutti, un po’ meno.

        Taussig, da antropologo, la descrive in maniera più realistica e infinitamente più utile al discorso odierno, a mio parere, come una «pesante chiglia di male e mistero che stabilizza il corso della nave che è la storia dell’Occidente».

  13. Ciao, segnalo un articolo che secondo me si inserisce bene nel contesto di questo pezzo.
    Mi rendo conto di chiedere molto (con tutto quello che avete da fare), ma sarei curiosa di avere l’opinione delle autrici e soprattutto di WM1 visto che si ricollega a LQdQ.

    https://www.theguardian.com/commentisfree/2021/sep/22/leftwingers-far-right-conspiracy-theories-anti-vaxxers-power

    Riporto la conclusione del pezzo, tradotta velocemente e alla buona dall’inglese:”Quindi, come navighiamo in questa situazione? Come rimaniamo fedeli alle nostre radici controculturali resistendo alla controcultura della destra? C’è un sano principio hippy che dovremmo sforzarci di applicare: l’equilibrio.
    Non intendo la dottrina sottomessa e compromessa che si chiama centrismo, che conduce inesorabilmente verso esiti estremi come la guerra in Iraq, la crescita economica senza fine e il disastro ecologico. Intendo l’equilibrio tra valori in competizione in cui si trova il vero radicalismo: ragione e calore, empirismo ed empatia, libertà e considerazione. È questo equilibrio che ci difende sia dalla cooptazione che dall’estremismo.
    Sebbene possiamo cercare la semplicità, dobbiamo anche riconoscere che il corpo umano, la società umana e il mondo naturale sono straordinariamente complessi e non possono essere facilmente compresi. La vita è disordinata. La sovranità corporea e spirituale sono illusioni. Non c’è pura essenza; siamo tutti mezzosangue.
    L’illuminazione di qualsiasi tipo è possibile solo attraverso un impegno lungo e determinato con le scoperte e le idee di altre persone. L’autorealizzazione richiede un costante interrogarsi su se stessi. La vera libertà nasce dal rispetto per gli altri.”

    • Grazie Woasnet! Stamattina ho trovato il tempo di leggerlo da capo a fondo e concordo in pieno con l’autore (il quale, tra l’altro, negli anni scorsi ha fatto un lavoro di divulgazione davvero straordinario). Lo metto in archivio per poterlo ritrovare quando, finalmente, la nebbia diraderà.

  14. Grazie per il copioso e profondo lavoro.
    Confesso di non averlo letto ancora tutto.
    Ma vorrei condividere con voi un piccolo racconto che soleva raccontarmi un amico antropologo sud americano, e tutte le volte che lo sentivo mi affascinava
    Spero possa aiutare tutti a guardare le cose da un altro punto di vista.
    Mi è divenuto alla memoria leggendo queste pagine..
    Riassumo..
    Un uomo ha male ad un ginocchio.
    Molto male.
    Aveva una ferita trascurata.
    Fa mille esami raggi tac, esami del sangue.. niente.
    Poi si accorgono che hai dei vermi all’interno della carne e dell’articolazione.
    Provano a dargli di tutto e niente.
    Alla fine va da un guaritore, e gli racconta tutto.
    Questi ci appoggia sopra due fette di pancetta, e dopo un po’ i vermi escono..
    Ovviamente non da giustizia di tutto quanto vi è sopra, di tutti i commenti e di tutto quello che è stata e sarà fino ad ora la pandemia.

    Sicuramente però, se vogliamo ricominciare a costruire qualcosa come collettivà, dobbiamo avere lo sguardo ampio, e non dare per scontate le banalità..
    Grazie alle autrici..

    • :-o
      Questo commento me lo ero perso. Spero davvero tu non creda a una storia del genere… Pancetta sulle ferite per togliere i vermi. In tedesco si direbbe: Man hat dir einen Bären aufgebunden. Che letteralmente si traduce con “ti hanno legato sopra un orso” ma che vuole dire: ti hanno raccontato una balla e non ti sei accort*.

      A proposito di contrapposizione tra razionale e irrazionale, sembra che in molti sia presente questa vicinanza diciamo all’alternativo, anche se forse non é il termine più corretto. Ammesso che fa parte dell’irrazionale, sembra che per alcuni questo vada messa alla pari di una logica razionale, con il risultato che quella teoria astrologica e quella teoria scientifica hanno lo stesso valore. In nome della libertà individuale, tutto deve essere accettato. E può essere pure giusto. Ma è giusto appiattire tutto sullo stesso piano? Riti di cura alternativi e cure ospedaliere, astronomia e astrologia, farmacologia e omeopatia, ecc.
      Saranno anche opposizioni binarie, ma a me sembra che questo dualismo sia quotidiano. Ogni scelta può essere vista come una biforcazione di fronte a cui ci troviamo, si sceglie una via e si giunge alla biforcazione successiva. In un continuum di biforcazioni. Si può sbagliare e tornare sui propri passi, ma se si è sbagliato dalla prima biforcazione è molto più difficile.

      • Non so se la storia sia reale o immaginaria, la possiamo cmq prendere come semplice allegoria..

        Sulle biforcazioni di cui parli, ancora prima di addentrarci tra razionale ed irrazionale, prendo spunto proprio da una delle esemplificazioni da te accennate.
        Omeopatia e farmacologia.
        In quale delle due metteresti i vaccini?

        Spesso credo diamo un eccessivo carico al concetto di scienza.
        Secondo me la scienza rimane cmq un umano approccio interpretativo del mondo.
        In quanto umano è possibile di errore.
        In quanto interpretazione non è univoca, a volte magari, vado i prestiti, prende delle biforcazioni, cmq non è detto che infine portino a dei percorsi circolari o a dei giri e si ritorni alla biforcazione o addirittura all’altro percorso che si credeva di non aver scelto.
        Il mondo poi, come spiegato benedalle autrici, è ciò che abbiamo intorno a noi, quello che vediamo e sul quale poniamo la nostra attenzione o nota.
        Non è detto che vi sia un mondo o delle zone oscure, o di confine, che non riusciamo a scrutare, o che non abbiamo ancora visto, e non è detto che per questo esse non abbiano influenza su di noi (si pensi ad esempio alla radioattività ed ai raggi x..)

        Inoltre dobbiamo ricordare che nulla si crea e nulla si distrugge, la farmacologia prende i suoi composti dal mondo circostante, è vero che al giorno d’oggi la sintesi ha fatto grandi passi, cmq si veda iaspirina ed il salice (acido acetilsalicilico).
        È vero che al giorno d’oggi la capacità d

        • È comunemente accettato oggi curare i tumori con sostanze o radiazioni cancerogene, a volte ancora sperimentali, ed allo stesso tempo in un reparto di oncologia verrà dato anche del prosciutto cotto ai pasti, dichiarato sostanza cancerosa insieme a tutti gli insaccati dall’Oms.
          Per non addentrarci nei vari metodi Di Bella o Simoncini, si pensi solo anche ai recenti studi sull’aloe arborescens, già suggerita come possibile rimedio “alternativo”, e ad oggi se ne evidenzia una grande efficacia in associazione ai chemioterapici.
          Quanti oncologi conoscono questi studi -uno ad esempio è italiano-?
          I mondi si intersecano ed a volte non si guardano neppure..

          • Simoncini? Uno secondo cui il tumore è un fungo e va curato solo col bicarbonato? Non scherziamo, per favore. Avviso che qui da noi certi riferimenti non sono apprezzati.

            È pur vero che i mondi non si guardano neppure, ma è altrettanto vero che con certi venditori di “mondi” è meglio non aver a che fare. Svariate “terapie alternative” in materia di tumore sono fuffa o, peggio, truffa. E quando si truffano malati di tumore, si scherza con la loro alta probabilità di morire. In cosa certe “alternative” come la “nuova medicina germanica” del nazistoide Geerd Hamer (buon’anima) dovrebbero essere preferibili a radioterapia e chemioterapia? (quest’ultima era tutta roba giudaica, per Hamer)

            Senza arrivare agli estremi di cui sopra, ricorderei che non ci sono prove di alcun tipo sul fatto che la terapia Di Bella serva a qualcosa.

            • In fatti ho scritto per non addentrarci.
              Perché appunto tanto se ne è detto in male e bene, e Simoncini da quanto ne so è stato radiato.
              Quindi il suo ‘mondo’, rispetto a quello della scienza, è stato chiuso.
              Hai fatto bene a precisare probabilmente
              Però appunto in tema di truffa rimane l’esempio del prosciutto.
              Magari può essere capzioso porvi la ragione sopra, ma rimane una contraddizione della quale non si scandalizza nessuno.
              Questo appunto per rimarcare che inostri’mondi’ i nostri confini, sebbene noi pensiamo siano ‘scientifici’ e razionali sono spesso invece anche culturali.

              Così come il tema omeopatia, vaccini, farmacia. Qui entra forse la ‘credenza’, entrata dalla finestra, di mondi opposti e distanti, ed invece stanno nello stesso cassetto, della credenza appunto, salvo ultimamente, ma non solo a causa delle temperature di conservazione..

              • Ma perché dovrei scandalizzarmi del prosciutto a pasto nel reparto di oncologia, scusa? Mio padre è morto di cancro e fin quando ha potuto ha mangiato prosciutto. Ha fumato fino all’ultimo giorno di vita. Andavo a comprargli le Camel in Slovenia. Gli compravo anche cognac. Non lo ha ucciso né il prosciutto, né le Camel né il cognac. Probabilmente, come molti qua a nordest, a ucciderlo è stata la nube radiattiva di Chernobyl. Se devo scandalizzarmi per qualcosa mi scandalizzo per le uscite di Cingolani sul nucleare.

                Ad ogni modo non credo che l’argomento del post siano le cure alternative per il covid, o il cancro, o altro, ma cercare di capire come si cura il trauma collettivo e individuale causato dalla gestione schizogena dell’emergenza sanitaria.

                • Infatti il senso di quello che ho scritto non vuole tradursi nel fatto che tuo padre compri il prosciutto.
                  Piuttosto rivelare le contraddizioni di un sistema medico che, per rimanere in tema, crede di illuminare tutto con la lampada scialitica ma invece rivela zone d’ombra pure all’interno del cono di luce da esso stesso proiettato.
                  Proprio perché la Scienzah ci viene proposta come tale, ed invece, anche la nostra, è l’incontro di una cultura del ‘metodo scientifica’ e della cultura collettiva storicamente determinata.
                  La Scienzah, non è e non sarà mai assoluta.
                  Non può esserlo perché creata dagli uomini che a loro volta vivono dentro un contesto, un mondo, tanti mondi che si intersecano.
                  Per Woasnet, ok questo non è il tema, ma non è carino criticare, e poi argomentare.
                  Accetto giusto perché in effetti non è il luogo adatto, come più volte sottolineato dagli autori.
                  Cmq la mia riflessione iniziale era volta al suggerimento di rimanere con un campo aperto di ricezione condivisione e costruzione delle conoscenze.

                  • Molla il colpo, dai. Hai detto una stronzata, capita. Tra l’altro atteggiamento ottusamente scientista sarebbe proprio quello di dire a un malato terminale di cancro “no, il prosciutto non lo devi mangiare perché è cancerogeno”. Ma dio can, già uno ha poco da vivere e sta male, e gli vuoi togliere anche il prosciutto, se ha voglia di mangiarlo? Perché sennò cosa? Gli viene il cancro? Che ha già? I medici a oncologia non sono dei macellai, spesso hanno anche fatto corsi di psicologia per rapportarsi coi pazienti. Se non sono proprio scemi lo sanno benissimo di dover stare in equilibrio delicatissimo tra terapia medica e psicologia. Adesso però basta.

              • Ma per cortesia, non paragoniamo il prosciutto cotto ai pasti con truffe come il metodo simoncini o stamina. Come ha scritto WM1 si sta parlando della vita di persone che vengono truffate nel momento più difficile sfruttando proprio quella difficoltà. Una crudeltà. Nulla, ma proprio nulla, rispetto al prosciutto a pranzo! E te lo dice una vegetariana.
                Comunque, hai scritto altre castronerie su radioattività, raggi x, e omeopatia (una truffa in cui girano seriamente miliardi e miliardi di fatturato), ma penso come tuco, che non sia questo il tema del post e della discussione. Quindi la chiudo qui.

  15. per troppo tempo, ormai,il materialismo ha condizionato le società occidentali, privandole di un bagaglio culturale tramandato per millenni, e che, sopravvissuto al totalitarismo cristiano, quasi soccombe sotto l’attacco dell’ultra positivismo contemporaneo, il quale ha potenziato enormemente la forza della sua persuasione.
    il contributo postato mi sembra un ottimo punto di partenza per recuperare una visione
    che sia il meno oggettiva(nte) possibile.
    ciò che ci frega è il dominio della logica razionale, che ha ingabbiato l’immaginazione soggettiva e poi collettiva.
    il concetto di essenzialità è nodale per riappropriarsi della libertà e della voglia di tempo libero (oggi un mostro).
    penso che in comunità in cui l’essenzialità sia riconosciuta come fondamento di dignità e uguaglianza, possano coesistere una infinità di modalità culturali di approccio all’esistenza.
    quuindi grazie alle autrici

    • Bum!
      Eddài, su, questi sono luoghi comuni e generalizzazioni che nemmeno sui più sdozzi profili newage di Instagram… Idee senza parole: nessuno saprebbe spiegare in maniera minimamente comprensibile cosa sia quest’Essenzialità. E la dicotomia ragione-immaginazione porta fuori strada: secondo te i provvedimenti di Speranza sono stati improntati a “logica razionale”? L’articolo di Consigliere e Zavaroni non andrebbe banalizzato nemmeno per parlarne bene.

      • Ma dio can, io il materialismo storico me lo tengo stretto, altroché (e anche il materialismo balcanico). Come salvaschermo sul PC ho una foto di Lenin, e sul portatile invece ho una foto della Tolminka in autunno. Apprezzo la razionalità di Euclide, Galileo, Einstein, Marie Curie…. E questo non mi impedisce di apprezzare anche la follia di Keith Richards, Patti Smith, Saffo, Sofocle… Posso ascoltare A love supreme e anche II the B.S. di Mingus, o le litanie di Satana di Diamanda Galas. Posso fare tutto quel cazzo che mi pare, compreso andare in bici durante il lockdown e nuotare nella Soča gelata in settembre.

  16. e chi te lo toglie il materialismo storico,
    c ho quasi gli stessi gusti musicali…….
    insisto nel pensare che il marxismo storico ( e quindi la sua visione materialistica) c ha una parte di responsabilità in c ho che succede.
    parlare di Speranza mi sembra più fuori luogo del mio commento,
    essenzialità in contrapposizione a consumismo vi dice niente ?
    rendersi schiavi per comprare cazzate vi dice qualcosa?
    con un chiaro concetto di essenzialità si sarebbeero disinnescate tante trappole,
    nel post mi sembra chiaro che c’è una valutazione dell’irrazionale come strumento dell umanità per superare i momenti difficili.
    la materia è solo una parte dell’esistente
    qualunque sistema di pensiero e\o di governo che non tenga conto di questo,
    produce solamente alienazione e disumanizzazioone

    • Tintinnio, questa è pura sloganistica, ancorché “spirituale”. Frasi che suonano vacue e le porta via il vento.

    • L’opposizione fra razionale e irrazionale è una delle numerose opposizioni binarie a cui la modernità ci ha abituati (umano/animale, materia/ spirito, logica/poesia, civile/selvaggio, maschio/femmina, ragione/passione ecc.) in cui uno dei due termini è, per definizione, superiore all’altro. Ed è vero che, dopo un po’, per sfuggire al predominio del “polo nobile” (umano, maschio, civilizzato, razionale) vien voglia di esaltare l’altro – ma significa restare dentro la stessa logica. Anche perché, di solito, nel sacco con l’etichetta del polo ignobile ci finiscono cose disparate, tenute insieme solo dal fatto di essere state squalificate. Così, ad esempio, nel sacco dell’irrazionale ci sono il curanderismo amazzonico, l’analogia, la superstizione dei numeri, il perturbante di Freud, lo sciamanesimo siberiano, la stregoneria Duala, la magia da palcoscenico – e cioè una varietà enorme di fenomeni culturali, storici e antropologici, ciascuno dei quali dovrebbe essere studiato in sé, secondo i suoi principi e la sua evoluzione. E son tanti…

      (Ciò detto, pieno accordo sul fatto che merce, doping, gamificazione e plusvalore siano potentissimi mezzi di alienazione.)

      • «L’opposizione fra razionale e irrazionale è una delle numerose opposizioni binarie a cui la modernità ci ha abituati (umano/animale, materia/ spirito, logica/poesia, civile/selvaggio, maschio/femmina, ragione/passione ecc.) in cui uno dei due termini è, per definizione, superiore all’altro »

        Io sono convinto che un certo dualismo, binarietà, polarità sia in fin dei conti una caratteristica costituiva della materia e della realtà così come noi la esperiamo, e che sia il concetto di “migliore/peggiore o superiore/inferiore” che viene affibbiato a uno dei due poli in questa dualità (che sono semplicemente diversi) ad essere il risultato posticcio che gli viene attribuito come costrutto dalla civiltà e dalla modernità. Da alcune civiltà più di altre e da alcuni tempi più di altri.
        I due poli dovrebbero stare tendenzialmente in equilibrio dinamico tra loro (es. il rapporto preda predatore), ed è solo quando ci si focalizza e si polarizza su uno solo degli aspetti che si attribuisce il concetto di migliore o peggiore (se sto al polo nord, il caldo è migliore del freddo? Viceversa nel deserto?).
        Inoltre credo che i vari aspetti che caratterizzano un soggetto reale non siano necessariamente tutti “polarizzati” dalla stessa parte. Ad esempio una parte di società o gruppo umano come quello dell’inquisizione, maschile e maschilista e rappresentante del potere costituito, visto con gli occhi moderni si comporta e prende decisioni sulla base di idee assolutamente irrazionali e teocratiche*.

        • Io credo che una parte dell’abitudine ad affibbiare valore (migliore / peggiore) ci sia rimasta addosso anche a sinistra, visti “gli alert” che suonano da molti (e a volte anche a ragione**) quando nel campo dell’irrazionale vengono subito paventate cosacce come “l’omeopatia” o “stregonesche cure alternative messe in contropposizione alla pratica ospedaliera” che sembrano presagire in generale un ritorno ai tempi bui pre-illuministici.
          E credo che buona parte delle “divisioni” che abbiamo avuto nel nostro campo si possano ricondurre proprio a questo concetto di migliore / peggiore. Da parte mia, che sono immagino annoverabile nel gruppo dei fricchettoni-intorno-al-fuoco, nella percezione di alcuni commentatori, dico che non c’è alcuna intenzione di buttare alle ortiche la logica, la tecnica, la farmacologia e tutto ciò che “funziona”: in una parola “la scienza”. Ma ciò non significa che tutto il resto “non esista”.
          Cosa che invece, se ci si sposta un po’ troppo “di qua” sull’equilibrio dinamico tra razionale e irrazionale tende a succedere:
          “la Scienzah” (alcuni rappresentanti della), anche quando non passa a fil di spada la tribù di indios incivili e si mostra nel suo aspetto più democratico accogliendoli inclusivamente fra gli umani e rispettando le loro tradizioni, pensa (e crede profondamente come atto costitutivo) comunque sempre che l’intera loro cosmogonia e stile di vita siano una roba buona per una cartolina o un romanzo d’avventura ma sostanzialmente una “cava di castronerie” indegne di una persona razionale.

          *mentre scrivevo mi sono accorto che l’esempio non è calzantissimo, perché visto invece dall’interno il fenomeno si potrebbe definire perfettamente razionale dato che applicava con razionale tecnocrazia le più “avanzate teorie” del tempo. Ma ad esempio il Capitalismo tecnologico e tecnocratico (con polarità razionalista, maschilista, etc.) si comporta in modo che un ecologista definisce irrazionale nello sfruttamento delle risorse, mentre in altri tempi e in altre civiltà dove prevaleva l’irrazionalità, lo stile di vita nei confronti delle risorse era più sostenibile e quindi più razionale.

          ** certamente alcune “boutade” che arrivano dal campo filo newage non aiutano a uscire dal concetto di migliore / peggiore e da questo dualismo.

          • «“la Scienzah” (alcuni rappresentanti della), anche quando non passa a fil di spada la tribù di indios incivili e si mostra nel suo aspetto più democratico accogliendoli inclusivamente fra gli umani* e rispettando le loro tradizioni, pensa (e crede profondamente come atto costitutivo) comunque sempre che l’intera loro cosmogonia e stile di vita siano una roba buona per una cartolina o un romanzo d’avventura ma sostanzialmente una “cava di castronerie” indegne di una persona razionale.»

            Mi sono accorto rileggendolo che questo passaggio troppo iperbolico non è chiaro e si presta a numerose incomprensioni. Chiedo scusa, non è il mio mestiere e vorrei precisare.
            Quello che voglio dire è che anche uno studioso moderno che non si comporti come un colonizzatore ottocentesco, rischia di avere parecchi bias al suo interno portati dal suo approccio razionalista e materialista.

            Se guarda uno sciamano rivolgersi a “spiriti” o forze della natura per celebrare un rito di guarigione, ben difficilmente potrà “credere” che questi spiriti o forze esistano realmente (ammesso che debba farlo, eh)..
            Se lo crede, rischia di rinnegare una parte delle proprie convinzioni e credenze precedenti in cui ben difficilmente queste forze si inseriscono. Se però non lo crede e inquadra i fenomeni e la cerimonia dal mero punto di vista sociale, psicologico, neurologico ma esclusivamente “materialistico”, rischia di perdersi qualcosa e soprattutto di applicare una forma di “giudizio” di migliore / peggiore alle persone che invece ci credono.

            *con questa parola e questa frase mi riferivo ovviamente (ma preferisco precisarlo, non sono mai sicuro di come mi esprimo) al punto di vista “da colonizzatore”, di chi si pone su un punto di vista e di osservazione superiore rispetto all’osservato.

            • (In effetti non c’è alcun bisogno che /noi/ crediamo agli spiriti degli sciamani, per ammettere che le loro pratiche hanno efficacia. D’altra parte, noi crediamo che dei pezzi di carta abbiamo il potere di trasformarsi in qualsiasi cosa, e guarda che casino mondiale siamo riusciti a produrre…)

  17. C’è così tanta roba in questo scritto che non so se l’ho assimilata tutta ma poco importa: la sensazione è che ciò che è rimasto sia nutriente.

    Mi ha riportato a ciò che mi ha detto un ragazzo affetto da schizofrenia e dispercezioni paranoiche nel pieno della prima serrata. Dopo 15gg di chiusura del centro diurno (quando ancora l’unica vaga indicazione era di chiudere qualsiasi centro di aggregazione) abbiamo ricevuto la sua telefonata sconclusionata: lì ci siamo detti riapriamo (per inciso: interpellata l’ats territoriale ha risposto fate un po’ come vi pare).
    Quando finalmente lui è riuscito a descriverci il suo disagio abbiamo capito: si era convinto che la sua terapia farmacologica non gli facesse più effetto e di essere in balia delle proprie dispercezioni. Anche a dirgli che era tutto vero mica riusciva a crederci fino in fondo, non si fidava di ciò che vedeva e sentiva. Per forza: le sue paure si erano materializzate, tutti quelli che l’avevano aiutato a definire la sua patologia lo stavano sorpassando a destra in quanto ad atteggiamenti paranoici. Un matto in un mondo di matti.
    Allora gli abbiamo detto: Senti, se anche è un tuo delirio, ci siamo entrati tutti. Ma proprio tutti, pure noi operatori.
    Finalmente si è tranquillizzato.

    Un’ultima cosa, visto che siamo su un blog di scrittori, lancio una proposta: non si potrebbero pensare e promuovere pratiche di scrittura, magari collettiva, come territori di riconnessione? Al di là delle analisi (mille grazie per averle fatte, non smettete) forse si possono usare le storie per mettere in circolo esperienze, ascoltarci nelle diversità, ritrovarsi.
    Anche se forse questo luogo è già una pratica di scrittura che ha avuto questo scopo.
    Ma forse si può immaginare anche altro…
    Forse no.
    Boh, non so: era per lanciare un sasso.

  18. Provo a condividere alcune domande nate dalla lettura.
    Ho trovato l’articolo bello,molto complesso,confortante.
    Mi chiedo come si potrà ri-creare la molteplicità,come provare a ristabilire “l’equilibrio”?
    Se la molteplicità si è sempre sperimentata in virtù di un comune sentire,di un legame sociale/emozionale, la cosiddetta “sorellanza” femminista.
    Che si pensava solida e inattacabile;e invece questi 17 mesi sono riusciti a incrinare, se non addirittura spezzare,da dove ripartire?
    Provo a spiegarmi evitando di incappare nell’autobiografismo da social (per citare i miei figli):sono nata in una famiglia di cosiddetti fricchettoni;ho attravarsato varie realtà sociali e culturali;la costruzione della mia identità sociale/ politica/affettiva si è sviluppata grazie all’incontro e al confronto con altre donne, provenienti da mondi culturali, religiosi,socio-politici diversi.
    Siamo riuscite a mediare le differenze, colmare e sanare insieme i “difetti” di una mancata o parziale scolarizzazione,trovando un punto d’incontro nel nostro essere donne e madri. Creando il nostro”equilibrio” .
    Se questo punto d’incontro viene a mancare da dove ricominciare?
    In una chiacchierata al bar mi partirebbe una volgare e dialettale bestemmia.
    Citando WM4 questi mesi non si possono cancellare;le cose dette,i legami spezzati non si possono ricostruire,va rielaborato il lutto.
    Quindi devo rielaborare “la perdita” delle mie “sorelle”, ripartire da capo.
    Da dove ripartire?
    Ho esaurito persino la mia rabbia femminista, come si è potuto intuire dai miei abbozzi di commenti questa cosa mi provoca un forte sconforto.
    Penso,forse,sono arrivata, non ho più la forza,né la possibilità di ri-costruire. Citando sempre WM4(se non sbaglio), spetterà ai miei figli,alle nuove generazioni,loro sapranno ricreare
    “molteplicità”(lo stanno già facendo secondo me),e chissà, in virtù del nostro legame mi tenderanno una mano e mi insegneranno loro come fare.
    Ma qui spunta il demone della”cattiva madre”,e penso, anche questo!
    Dopo tutto quello che gli è toccato sopportare devo caricarli anche di questo peso?

    • Leggendoti, mi è tornato in mente un vecchio scritto di Isabelle Stengers in cui, pescando dal femminismo black statunitense, diceva che quando qualcuno, che era “dei nostri”, finisce con l’accettare la logica del sistema, non bisognerebbe reagire come se avesse tradito, ma come se fosse stato fatto prigioniero. E quindi piangere, disperarsi e lamentarsi della cattiva sorte, piuttosto che tracciare un’immaginaria linea di purezza fra “noi” e “loro”. (Così, è solo una libera associazione…)

  19. Ciao, in effetti hai ragione: in un discorso su Marx e il marxismo, Speranza non si capisce bene che cosa c’entri.
    Il punto è proprio questo: Marx era partito dalla difesa degli sfruttati senza voce e il suo pensiero era una lettura della realtà storica, su cui si può concordare o no.
    Non era la causa di quella realtà, che invece aveva responsabili e vittime molto precisi – parliamo di un’epoca in cui era normale che i bambini dei poveri finissero nelle filande o nella miniere a rovinarsi la vita, senza che chi viveva del loro lavoro provasse per loro qualcosa di anche vagamente simile alla pietà o qualunque sentimento di umanità in generale. Era così e basta e se qualcuno alzava la testa veniva ricondotto al “suo” posto con le buone o con le cattive, tanto è vero che a un certo punto anche Marx dovette rifugiarsi fuori dal suo paese o se la sarebbe passata malissimo.
    Certo che ne ha anche cannate tante, ma mi sembra improbabile che, se tornasse a vivere in questa nostra epoca, proverebbe paura di queste classi dirigenti al punto di essere di nuovo costretto a scappare. Si sorprenderebbe senz’altro per primo di quanto ci aveva azzeccato coi concetti di mercificazione del lavoro, di alienazione e di monetizzazione della nostra vita, che sono proprio una delle cause della nostra infelicita’ personale e collettiva, e che tra l’altro sono le uniche cose su Marx che il mio professore delle superiori e’ riuscito a piantarmi in testa nell’anno della maturità tanto tempo fa, giusto poco prima che uscisse storia e chiudessimo definitivamente il libro di filosofia, avviandoci a un futuro che sembrava aperto e che invece ha visto anche la mia generazione ripetere gli errori di quelle passate, ed eccoci qui.

    • Speranza non era citato in un discorso su Marx e il marxismo ma in risposta all’affermazione secondo cui «ciò che ci frega è il dominio della logica razionale». Un’affermazione simile tocca sentirla dopo quasi due anni di feticismi assortiti, rituali incentrati su talismani, ordinanze volte a istigare comportamenti puramente apotropaici, scaramantici, superstiziosi. Tutto questo certo rispondeva a una “logica”, ma non era la logica con cui ce l’ha Tintinnio, infatti di razionale – almeno nell’accezione che si dà comunemente al termine, quella riferita al “sale in zucca” – non avevano nulla. In questi casi, non certo rari nel capitalismo, la dicotomia razionale/irrazionale non funziona e basta.

      Guarda che Marx non ne ha mica cannate così tante, eh. Molte tendenze le ha descritte con un secolo e mezzo di anticipo, e mica perché fosse un profeta… Il concetto di «sussunzione reale della società nel capitale» resta indispensabile per capire in che incubo viviamo.

  20. Grazie per questo prezioso post, che per libera associazione mi fa pensare alla fase di “verità e riconciliazione” di mandelica memoria, solo come spunto, senza parallelismi forzati. Verità soggettive da condividere, perchè senza comprensione dell’altro non c’è nessuna riconciliazione possibile. E a questo proposito ringrazio sinceramente anche Wu Ming, tra l’altro perchè ho percepito, attraverso i loro post, così come attraverso quelli dei e delle loro invitat*, ma anche attraverso i link suggeriti, un autentico intento di comprensione dell’altr*, in particolar modo quell* che non si vaccina, facente parte di questa nuova minoranza stigmatizzata.
    E non è da poco, perchè se le persone che scelgono di vaccinarsi possono spiegare in qualsiasi ambito le loro ragioni, quell* che non si vaccinano hanno ben poco spazio per comunicare la loro posizione. In ambito mediatico vengono messi tutti in un sacco unico, come se si fosse capito benissimo di che tipo di gente si tratta, e in ambito sociale idem, empiricamente io non posso fare a meno di notare la scarsissima curiosità, in generale, di capire cosa ci motiva. E tra le tante esperienze infelici di scambi abortiti sul nascere, ce n’è una felice che riporto, perchè addirittura grazie a voi ho potuto reinstaurare un dialogo. Premessa: ho pescato dall’articolo Zhok su Gli Asini segnalato da Wu Ming la nozione per me molto pertinente di “grande scommessa sulla nostra pelle”, e parlando con un mio cognato vaccinato, gli ho spiegato in questi termini la mia visione, e per lui è stato illuminante, e ne ha concluso che in questo frangente ognuno sta facendo la sua, di scommessa. Abbiamo trovato una chiave che tenesse insieme la sua e la mia posizione, che sembravano inconciliabili.
    Approfitto per segnalare una conferenza della francese Barbara Siegler, soprattutto per il suo tentativo di ricostruzione delle dinamiche che ci hanno portato in Assurdistan, specificatamente francesi, ma in fondo comuni a tutta la realtà neoliberale. https://www.youtube.com/watch?v=23FyqDcnz-s

  21. Provo a dire qui qualche parola complessiva su fette di pancetta e opposizioni.

    Può ben darsi che la storia delle fette di pancetta sia una favola, o un bel carico di legna secca per creduloni – e quindi da dismettere. Più difficile, invece, dismettere un secolo di ricerche in etnomedicina, etnopsichiatria e antropologia medica; la letteratura sull’effetto nocebo/placebo; o la discussione sull’efficacia simbolica, trattata da Lévi-Strauss, Piero Coppo, Carlo Severi, Roberto Beneduce e (guardacaso) Michael Taussig.

    Ma bisogna intendersi: le terapeutiche non occidentali sono faccende tanto complesse quanto la biomedicina, tanto delicate quanto il rapporto fra un paziente e il suo medico. La terapia (come anche la rivoluzione, l’innamoramento o l’insegnamento) tocca la zona in ombra che abbiamo provato a definire, e si muove quindi fra noto e ignoto, fra sicurezza e azzardo, in un modo che non ammette banalizzazioni.

    Le terapeutiche “altrui” spesso hanno centinaia d’anni di pratica empirica e sperimentazione euristica alle spalle; prevedono percorsi complicati di apprendimento; e sono attagliate al contesto culturale, antropologico ed ecologico in cui operano. Se le squalifichiamo a superstizioni, del colonialismo non abbiamo capito niente. Se ci aspettiamo che custodiscano un qualche potere “magico”, di cui beneficiare o impossessarci, siamo sulla pista new age (o, peggio, fascista). Se ci aspettiamo di poterle comprendere “da fuori”, in modo “Scientificoh”, senza andare a verificare il loro contesto, le loro funzioni e il loro tipo di efficacia, allora non abbiamo capito niente della molteplicità.

    Per chi si sente schiacciato dall’orizzonte unico capitalista, l’esistenza di una miriade di mondi umani diversi è la migliore notizia possibile. Le loro piste di conoscenza, guarigione ed esistenza andrebbero trattate con gentilezza.

  22. A proposito di «comprendere “da fuori”, in modo “Scientificoh”, senza andare a verificare il loro contesto, le loro funzioni e il loro tipo di efficacia», mi è tornato in mente un passaggio di un testo che lessi ad inizio sindemia, nel 2020 e che mi fulminò in quanto, per qualche strana ragione, mi fece ricordare i miei nonni e il loro modo di interpretare per noi ragazz* certi inspiegabili eventi. Il libro in questione è Religion Explained di Pascal Boyer e la teoria è quella dei moduli cognitivi.

    È cosa relativamente nota che tra le caratteristiche principali delle culture “altre” vi è la comune credenza in “agenti supernaturali”, senzienti anche se invisibili, oltre all’annessa inclinazione/attitudine a presupporre il loro intervento nelle situazioni più svariate.

    Boyer racconta di un collega antropologo, E.Evans-Pritchard, che assistendo al collasso del tetto in una capanna di un villaggio Zande nel quale era ospite, individuava la causa primaria nelle termiti mentre, secondo il senso commune dei membri della tribù, trattavasi di stregoneria.

    Pritchard racconta che gli Zande sapevano benissimo che la causa approssimativa fosse da attribuire alle termiti; nonostante ciò però, quello che sembrava interessarli maggiormente era il perchè il collasso fosse accaduto in quel particolare momento, quando la capanna era occupata da quelle persone.

    La tendenza tutta occidentale a banalizzare questo modo di porsi nei confronti della realtà è un atteggiamento suprematista e che ha totalmente perso la memoria.

  23. «ciò che ci frega è il dominio della logica razionale»
    intendo dire che lo sviluppo del pensiero occidentale, che ha le sue radici nel mondo greco antico, si è focalizzato sin da subito sull’aspetto materialistico-razionale della realtà,
    tralasciando l’altra parte non materialistica (non dico spirituale),dovendo aspettare fino a Spinoza e Giordano Bruno, per il riafacciarsi di presupposti diversi da quelli precedenti.
    Non so se rende l’idea come precisazione.
    Nè tantomeno propongo la contrapposizione razionale-irrazionale o materiale-spirituale, dando maggiore peso ai secondi. Propongo “semplicemente” un approccio che consideri i due aspetti una unità.
    Mi muovo su un terreno scivoloso, vista la mia non adeguatissima preparazione.
    Comunque i commenti di Cugino Alf sopra,aiutano a capire ciò che intendo.
    E anche il commento di SteCon qui sopra, a cui mi riallaccio proponendo una lettura:
    “Medici e stregoni” di Nathan Tobie e Isabelle Stengers.
    Inoltre Prendendo come riferimento riflessioni precedenti su Giap, in cui si parlava del fatto che i movimenti rivoluzionari maggiormente resistenti al giorno d’oggi sono quelli che hanno una cultura tradizionale ancora viva, come appunto le Zapatiste e le curde del Rojava…..
    Se si gira nei parchi e nelle piazze delle città, lo spazio è vissuto in modo conviviale da gente che ha una cultura tradizionale, per “semplificare” da gente che ha delle radici culturali a cui attingere.
    Mi rendo pure conto che le culture tradizionali si portano dietro tanti mostri,non faccio esempi per brevità.
    L’avere radici è come avere gli anticorpi cognitivi per vedere le trappole che ci vengono poste davanti come luccicanti balocchi.
    Lo sdradicamento è andato avanti per secoli, qui mi riallaccio al mio primo commento,
    attraverso la cristianizzazione dell’europa ad esempio, e prosegue incessantemente e sempre più efficacemente fino a ora.
    Un altro esempio a me prossimo:
    il legame con la terra che è tuttora forte e resistente nei movimenti contadini consapevoli, quanto è stato ed è sotto attacco sistemico e sistematico al fine di sdradicare gli invividui?
    spero sia più chiaro il mio punto di vista ora

  24. Vorrei rivolgermi alle autrici dell’articolo: vi confesso che vi adoro, e non solo sul piano della riflessione, ma anche su quello strettamente letterario, perché proponete sempre una lettura filosoficamente potente e anche gradevole, come una stimolazione intellettuale dentro una vasca ad idromassaggio. Però c’è una cosa che mi pare vi siate dimenticate e che debba essere ricordata, che ci appartiene. Cioè questo, che nella nostra cultura il razionale è molto più complesso di quello a cui si riduce nel discorso pubblico attuale. Il razionale non è solo calcolo, non è sola la capacità di esercitare delle funzioni, ma è anche, e primariamente, coscienza, intelletto, spirito. Spirito non in senso religioso, né per forza ridotto ai termini in cui storicamente Hegel lo propose. Bisogno avere il coraggio di recuperare parole che non si usano più. Spirito, coscienza. Queste nozioni, ben presenti nella nostra cultura, subiscono a loro volta le riduzioni culturali e storiche, ma nella sostanza hanno un senso unitario. Nella nostra epoca questo senso potrebbe essere delineato in questo modo: c’è un modo di esercitare la ragione in funzione della nostra vita pratica, che consiste nell’uso della ragione che fonda un rapporto di possesso dell’uomo verso la natura. Ma vi è alla base di questo utilizzo della ragione, un pensiero, che sta prima di tutte le distinzioni operative della ratio calcolistica, che non è mosso da un fine per cui volgersi alle cose, non vuole possedere le cose del mondo, non le vuole manipolare a suo vantaggio, ma vuole solo sapere, cioè lasciar essere la cosa da conoscere per quello che è. Lasciar essere. C’è indubbiamente nel nostro presente una forza sociale-culturale che schiaccia totalmente l’uomo presso la mera ragione calcolistica, ma è solo una fase del movimento della storia, come se ne sono già viste tante, e magari dalla fase attuale, come dal letame, nascerà un fiore, mentre dal diamante che era la grecia classica, cosa è nato?

    • Sì Negante, è come scrivi. Quando ho più margine (=più pagine), uso di solito espressioni come “ragione strumentale” o “ragione utilitaria” per indicare la forma al contempo monca e aggressiva di ragione che, oggi, passa per ragione tout court. Ma nello spazio di un post è quasi impossibile mettere tutte le cautele – tanto più che, anche stringendo al massimo il discorso, continuiamo ad abusare della pazienza dei lettori di Giap. (Comunque, devo ammettere che il mio rapporto con la ragione è diventato meno ossessivo e più ricco da quando frequento anche altre “province di senso” – a partire dalla melandriana analogia, tanto per tornare a un comune amore.)

      • Hai ragione Stefania a dire che a volte tendiamo ad abusare della pazienza dei lettori di Giap, ma a me pare che il mondo dei Wu Ming, entro cui ci incontriamo tutti, sia uno dei rarissimi mondi che non ha escluso la filosofia, o non l’ha relegata nelle cantine umide delle sue imponenti costruzioni. Per questo insisto nel dire che ogni provincia di senso che frequenti appartiene alla ragione nel suo senso autentico. A tal proposito ho in cartaceo un vecchio articolo di Melandri (se non lo hai te lo faccio avere) che non ho mai visto circolare in rete in cui dimostra che la grande ricerca dell’irrazionale sorge solo come mera reazione ad una assolutizzazione della ragione strumentale. Irrazionale è solo il nulla, quindi nulla vi è di pensabile che sia irrazionale. Ciò che viene catalogato come tale ò è un errore, una fede, un dogma, o è incomprensibile da una peculiare ragione che si erige a ragione assoluta, ma non irrazionale in sé. L’articolo è degli anni 80, quindi prima dell’ondata new age, ma già nei settanta c’erano forti tendenze verso una spiritualità orientale ma reinterpretata all’occidentale, e Melandri si riferisce non alla disciplina ma al modo in cui ad essa ci si riferisce (voglio dire: non è irrazionale lo Yoga, ci mancherebbe, lo è un certo modo massivo degli italiani degli anni 70 di interpretarlo).

        • In effetti, questo pare essere uno dei pochi luoghi in cui della filosofia si ha poi anche voglia di farsene qualcosa…

          Per l’articolo: sì, grazie! (Il mio indirizzo email è sul sito dell’università di Genova.)

  25. Ciao, vorrei scrivere acune righe per checilascialozampino, ma forse dal mio minipad non riesco a visualizzare bene i pulsanti di risposta e forse anche questo commento finirà in coda invece che nella diramazione, scusate.
    Sull’aloe ti suggerisco”occhio”, perché avevo sentito anch’io questa storia ma purtroppo, nemmeno molti mesi fa, il tumore è entrato pure in casa mia e nelle istruzioni, anche scritte, che ci hanno lasciato alla prima seduta nell’iniettorato, l’aloe viene sconsigliato, insieme al pompelmo e all’iperico (!), perché possono interferire con la chemioterapia. Anche i farmaci naturali contengono della chimica ovviamente, e non tutti vanno d’accordo fra di loro – alcuni si’, penso al cardo mariano che ci hanno prescritto per un valore alto che risultava alle analisi.
    Diciamo che per quasi ogni problema ci sono cure appropriate: nel caso di una malattia vera e propria, la medicina “dura” , chiamiamola così, e’ necessaria; ma se si tratta di un disturbo stagionale o transitorio (es. raffreddore, stanchezza, doloretti muscolari ecc.) in genere bastano cose anche da erboristeria – in questi casi i farmaci sono un po’ troppo, nel senso che si rischia di assuefarsi e di non vederne più gli effetti quando magari potranno servire davvero se i disturbi si aggraveranno.
    Non volevo far una lezione di farmacia domestica, ma forse anche questo si riallaccia a quanto stiamo discutendo: prima di metterci in mano ai medici dobbiamo domandarci se è proprio inevitabile (nel nostro caso familiare si’, evidentemente), un po’ per non far perdere loro tempo prezioso per chi sta male davvero, un po’ perché capire se possiamo cavarcela da soli quando il problema è poca cosa aiuta anche la considerazione che abbiamo di noi stessi, e adesso un po’ anche perché, alla luce dell’esperienza degli ultimi mesi, abbiamo visto quale danno quasi irreparabile alla reputazione e alla credibilità della medicina tutta possa arrecare la sfilata continua di certi medici narcisi che sotto i riflettori e davanti ai microfoni, per tutti i santi giorni e per mesi, perdono il senso del limite e del vero significato della loro professione.
    PS scusa Wuming 1 per avere attribuito al tuo post la coppia Speranza/Marx, come facilmente verificabile.

  26. Un piccolo chiarimento..
    Innanzitutto mi sento di sposare in pieno questo scritto, che non può essere dato per nulla scontato in un’epoca come quella presente, per la completezza e la direzione che esso sembra porre, alternativa sicuramente ai discorsi dominanti.
    Interessante quindi anche nel senso di un suo possibile “utilizzo” come strumento di lettura e critica del presente storico attuale.
    Affiancato ai consueti strumenti marxisti e derivati spero possa contribuire a riallacciare le file ed aiutarci a provare a pensare e ricostruire collettivamente un altro mondo in antitesi al sistema capitalistico imperante.

    Vorrei provare ad aggiungere solamente ad esso un piccola riflessione. Credo stia a noi tutti di non leggerla tout court come divisiva, anche perché credo che in questa fase ciascuno di noi debba fare uno sforzo per comprendere, ricercare ed allargare le nostre visioni ed interpretazioni del presente.

    Nella lunga discesa verso le stanze del terrore, alla quale a noi per il momento non è dato sapere se vi sia un traguardo prefissato dal sistema dominante, o forse è la stessa discesa graduale ed indefinita in un “continuum storico” futuro, credo sia utile e forse non procrastinabile, ricominciare a guardare indietro gli scalini percorsi uno ad uno, per infine richiamarci nel “qui ed ora” del presente e provare appunto ad arrestare collettivamente questa discesa, e magari iniziare a pensare una risalita, che, come credo tutti condividiamo, non debba essere un mero ritorno al “tutto come prima”.

    Tenendo a precisare che non sono un no vax, sono vaccinato, perché obbligato ex lege, e di non essermi mai interessato molto a questo tema prima della pandemia, mi soffermo su due degli scalini che ho individuato, e che sono molto in alto nella scalinata di questa Gestione, forse quasi all’inizio di questa narrazione -o visione/interpretazione più o meno condivisa o calata dall’alto- globale.
    Uno è il seguente, e parte dall’interrogativo, questo si filosofico a mio modo di vedere secondo il discrimine Benjaminiano, perché parte ed è in funzione del disincantamento:
    . Come è stato possibile tutto ciò? Lo scalino che ho individuato parte dall’ assunto sull’ “assenza delle cure”.
    Già da gennaio 2020 infatti la malattia in oggetto ci era presentata non già solo come mortale, potenzialmente globale, infettiva da uomo a uomo e via dicendo.
    Ma soprattutto senza possibilità di cure [ conosciute? ]

  27. -prosegue-
    Questo a mio modo di vedere è il primo passo, il primo scalino di discesa, il primo passo narrativamente ineluttabile (fino ad oggi, sic) che ci ha fatto uscire collettivamente e globalmente da un cono di luce -ideologicamente criticabile e decostruibile- per entrare nelle tenebre del terrore (che invece appunto come ben descritto dalle autrici è un campo di per sé indefinibile nelle sue condizioni d’essere) [già nel gennaio 2020 ho ritrovato, andando a ritroso in questi giorni, la prima narrazione sui vaccini come unica possibile soluzione].
    Si pensi per un confronto del portato nella percezione collettiva a degli esempi storici di malattie incurabili: il tumore, definito colloquialmente come “malattia incurabile” tout court, o, fino al recente passato, l’Aids (chi si ricorda l’inquitente “pubblicità progresso” col sottofondo di “O Superman” di Laurie Anderson?).

    Il secondo scalino sta forse un po’ più su, e lo cito come risposta alle varie critiche su argomenti da me accennati sopra, sui quali cmq, vorrei precisare, non ho espresso un giudizio o considerazioni nel merito:

    -il 20 luglio (sic..) 2016 da agenzia stampa:
    La Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri ha presentato un documento approvato all’unanimità dal consiglio, dove tra altre cose si legge: “Solo in casi specifici, quali ad esempio alcuni stati di deficit immunitario, il medico può sconsigliare un intervento vaccinale. Il consiglio di non vaccinarsi nelle restanti condizioni, in particolare se fornito al pubblico con qualsiasi mezzo, costituisce infrazione deontologica” che possono arrivare fino alla radiazione.

    Come si vede, la gogna del terrore -testimoniata già dalle sanzioni disciplinari dei medici che si sono permessi di criticare la gestione dell’emergenza nei pronti soccorso ad esempio- è già da più tempo presente.
    Dovremmo quindi purtroppo prendere con le pinze, almeno epistemologicamente parlando, le loro esternazioni pubbliche o prese di posizione, lasciando per lo meno il beneficio del dubbio come si farebbe riguardo ad una dichiarazione resa nelle stanze del terrore?
    Siamo caduti infine davanti ad un muro che ci attendeva, e che ci vuol ricordare che appunto la Scienzah non è un sapere assoluto ma invece anche storicamente determinato?

  28. -prosegue-
    La lettura del presente attraverso gli ‘Spazi del terrore’ ci consente appunto di discriminare lo stato d’emergenza messo in piedi dal sistema, dallo stato d’emergenza indicato da Benjamin e sopra citato dalle autrici, come possibile risposta all’interno del fenomeno analizzato e considerato non come stato di fatto, ma all’interno di un’ottica di “mondi che ammettono una molteplicità” e cmq nella loro dimensione processuale.

    Ps. Letture e soluzioni totalizzanti, sia come risposte ad interrogativi storici o a fenomeni di cura e medici (in tal senso ricordo la medicina essere una prassi che si avvale delle scienze, e non una scienza tout court) sono da me personalmente per lo più rigettati, anche facendo riferimento all’assunto dell’Oms che definisce la salute come “uno stato di completo benessere psichico , fisico e sociale dell’uomo dinamicamente integrato nel suo ambiente naturale e sociale e non la sola assenza di malattia.” -quindi per me ben venga anche il prosciutto, se gradito!-.

    Esempi da cui ho preso spunto:
    https://video.corriere.it/cronaca/coronavirus-ippolito-non-esistono-cure-questa-malattia-pazienti-sottoposti-trattamenti-sintomatici/8f5a8f46-4433-11ea-b4ca-26f0f6d5d911

    https://portale.fnomceo.it/coronavirus-linformativa-urgente-del-ministro-speranza-alla-camera/

    Burioni, 1 febbraio 2020: “Si aprono spazi per nuovi test di diagnosi e vaccini. L’Italia diventa interlocutore di riferimento per questa ricerca”, notare, diagnosi e vaccini, non parla di cure.
    https://www.repubblica.it/cronaca/2020/02/02/news/coronavirus_virus_ultime_notizie_spallanzani-247384310

  29. Perdonate l’intervento probabilmente OT, ma degli amici che lavorano in fabbrica mi hanno girato un link con un comunicato interessante. Chiedo scusa in anticipo se linkando la pagina in questione commetto una boiata:

    https://insorgi400058666.wordpress.com/

    Lo trovo interessante perché non presenta sigle, firme o altri riferimenti a qualsiasi movimento conosciuto o meno. Mi sembra tocchi diversi punti, affrontati anche qui su Giap, con approccio abbastanza obiettivo. In più sembra un cut-up di vari comunicati o volantini già apparsi in questi mesi ma la cosa ancor più interessante è che, a mio avviso, pare scritto da operai (almeno nelle righe finali).
    Copio-incollo due righe:

    “… Una volta individuate le incongruenze che presenta questo lasciapassare, dovrebbe esser chiara la necessità di tornare ad unirci rifiutando apertamente le classi di cittadini che questo istituisce vigliaccamente. Se sul posto di lavoro un collega senza green pass viene sospeso, unisciti a lui. Chiedi alla ditta per cui lavori di interrompere la richiesta di green pass e di assumersi piuttosto la responsabilità di eventuali focolai dovuti a mancata distribuzione di dispositivi di sicurezza, mancato distanziamento, mancata sanificazione del posto di lavoro. Chiedi tamponi gratuiti al tuo datore di lavoro. Se queste richieste cadono nel vuoto utilizza un semplice strumento a tua tutela: LO SCIOPERO.”

    Mi ha colpito questo appello di richiedere alla ditta di assumersi le responsabilità di un focolaio per negligenza della stessa e non scaricando la responsabilità sull’operaio.
    Bello anche il richiamo che si fa più avanti a far rete e tornare all’empatia col prossimo.
    C’è anche un link per scaricare il comunicato in .pdf.

    Insomma, un’altra goccia nel mare. Speriamo di trovarci a tirar fuori ombrelli e galosce.

  30. Comunque ripensando ai miei commenti, sono d’accordo con Wu Ming1 quando dice che criticare ora la logica razionale è fuorviante, visto che manca soprattutto quella nella narrativa governativa. L’avevo presa alla lontana, visto che serve “rivedere” i presupposti su come ci raccontiamo\raccontano la storia in senso stretto e la storia del pensiero filosofico e scientifico. Questo viene già costantemente fatto dai Wu ming e da Giap e da altre realtà critiche.
    Il fatto è che si è diventati atei in opposizione al teismo della chiesa, si rischia di diventare antiscientifici in opposizione allo scientismo, e via discorrendo in questo gioco di opposti in cui nell’esclusione reciproca si perde sempre qualcosa.
    Certo è che se questa emergenza diventa normalità,,,, so cazzi da cacà, per usare un espressione di tomasmiliana memoria.

  31. A questo punto forse è arrivato il momento di buttare un occhio anche sulla strana infatuazione per Elon Musk del ceto medio riflessivo italiano. La repubblica da mesi gli sta leccando il culo più che a Draghi. E’ una cosa veramente imbarazzante. Stanno pubblicando la storia della sua vita a puntate. Stanno dando spazio a ogni delirio esternato da quella sottospecie di incrocio tra il Doctor Strangelove e il Doctor No: colonie su Marte, interfaccia neurologico con internet per trasmettere il pensiero via 5G, ecc. ecc.. Ci sono Maurizio Molinari e Riccardo Luna che si fanno i pompini a vicenda sulla rivoluzione tecnologica guidata dal gruppo gedi e da Elon Musk, personalmente di persona. Tra parentesi, Riccardo Luna è uno che pubblicava libri con Giacobbo sulle piramidi, e che col covid si è reinventato come cantore delle meraviglie della DAD. Dov’è il razionale? Dove l’irrazionale?

  32. Seconda possibile opzione.
    Neanche Benyamin ci ha spiegato infine cosa fare del cumulo di macerie ammucchiato di fronte allo sgomento dell’Angelo della storia spazzato dalla tempesta del progresso.
    Se come epoca e generazione ci risulta forse impossibile ricomporre i punti della costellazione storica in chiave attuale e rivoluzionaria, sarebbe almeno interessante sapere che farcene, appunto, delle macerie.
    Appurato che la suddetta tempesta si possa equiparare alla discesa a volte implacabile a volte accelerata verso la stanza del terrore, come una passeggiata nell’alveo di un fiume rimasto abbandonato, e che nella critica all’idea di progresso tout court in quanto matrice storica sia innanzitutto la discrepanza tra quello tecnico-scientifico e quello sociale, che non vanno di pari passo, forse Elon Mausk rimarrà annoverato nell’elenco delle macerie, insieme a Qanon, al Grande Fratello, al rimosso Truman show (perché troppo rivoluzionario della sua distruzione dell’orizzonte del sistema di controllo, con la prua della sua barca).
    La preparazione a quel che (nella de-generazione) verrà, forse questo, infine, sono tali macerie.
    E se, nel momento storico attuale siamo impossibilitati come generazione rivoluzionaria, avremo forse il non più leggero compito del passaggio del testimone in chiave marxista alla generazione seguente.
    Se così, nelle macerie cadute, staranno anche gli I/smarth phone, i debunker, la pandemia, il green pass ed il green past, la dicotomia cure/vaccini attuale, i concetti di società liquida ed individualizzata, e via dicendo, a creare una sorta di post-inconscio collettivo rispetto al quale nella lotta rivoluzionaria noi risulteremo essere forse post-romantici o forse decostruiti o forse dimenticati.

  33. -prosegue-
    Ma non per questo appunto il nostro compito potrebbe essere meno importante e meno gravoso, nella misura in cui avremmo lasciato loro le indicazioni per trovare le chiavi d’uscita dalle stanze del terrore.
    Per queste indicazioni non basteranno forse quelle ferramenta meramente razionali, ma forse avremo bisogno di tuffatori che, preso il mantello e suonata la “Canzone del mare”, sappiano anche andare ad immergersi e frugare in queste nostre macerie attuali, ricongiungendo, nella loro epoca storica, razionale ed irrazionale.
    L’assurdo forse irrompe nella storia allorché le tenaglie del dominio tentino definitivamente di imbrigliare la coscienza individuale e collettiva come farebbe una saponetta umida tra le due mani (liberismo capitalista e fascismo, come due facce opposte della stessa medaglia, gettata in premio al reciproco tentativo di annichilimento di se stesse, o dell’altra faccia da sé).

    (Grazie al grande lavoro delle autrici,mi ha dato moltissimo, grazie ai Wu Ming, alle loro riflessioni, ed a tutti quelli che qui stanno intervenendo, pur nelle antitesi o nelle diatribe, per la costruzione di un mondo migliore possibile.
    Questi pensieri nascono anche da tutti i vostri spunti, per questo, anche, desidero qui restituirle, come ulteriori spunti di riflessione.)

    a Walter Benjamin nel ottantunesimo anno dal suo suicidio,
    ai nostri figli,
    ed alle generazioni a venire,
    26 settembre 2021.

    • A Genova, nel cuore del primo insediamento cittadino, c’è uno spazio autogestito che si chiama Libera Collina di Castello. Un tempo era un convento femminile poi, durante la seconda guerra mondiale, un bombardamento fuori mira ha distrutto gran parte dei muri, “rovesciando” gli interni in esterni. Così è arrivata la vegetazione, si è formato un praticello, sono cresciuti alberi. Oggi quelle rovine sono abitate da un collettivo gentile (qualità preziosa, da queste parti…) e sono un luogo felice.

      Forse, finché ha conservato la sua funzione originaria di convento, era uno spazio felice anche per le monache. Non lo so dire, e spero di sì. Di certo, a distanza di un paio di generazioni, è proprio la sua qualità di rovina a rendere quel posto così accogliente. “Rovina” significa che c’è un lutto da fare, che ci sono memorie e presenze da onorare in qualche modo: qualcuno era lì prima di noi (magari noi stessi, in un diverso momento della vita) e bisogna capire come entrarci in relazione.

      Non è che queste cose non le sappiamo fare: il problema è che non ne possiamo nemmeno parlare senza violare la sacra ingiunzione al disincanto. Dopo quattro secoli di “razionalità capitalista” (ovvero di ragione inchiodata al plusvalore, allo sfruttamento e alla distruzione di qualsiasi cosa sia “altro”), parlare di fantasmi come traccia di violenze, di immaginario collettivo, di efficacia simbolica e di persone non umane è tabù. E non solo per gli “adults in the room” della politica e della finanza, ma anche per i machomarxisti che, molto tempo fa, hanno abbandonato l’immaginario alle destre.

      Ora il castello a tripla cinta del nostro presente neoliberista si sta facendo asfittico e bisogna uscirne – smontarlo, anzi, aprire varchi, rovesciare gli interni in esterni. Fra Benjamin e i non moderni c’è un crinale sottilissimo, sempre a rischio di scivolone, punteggiato di rovine ariose e abitabili.

    • Oggi la destra “moderata”, di bella presenza, si è unita a quel che resta dei “progressisti” in modo mimetico (sbandierando progressismo ma riducendo a colpi di acqua tiepida diritti acquisiti da decenni) e sposando completamente la “fazione” del nuovo capitalismo di sorveglianza, piattaforme e, verosimilmente, greenwashing da grandi opere.
      In questo il «ceto medio riflessivo italiano » e i giornali di riferimento sono l’esempio perfetto della linea di pensiero.
      A opporsi (in modo “visibile” per i disinformati come me, nel mainstream) a questa visione del mondo rischia di essere solo la destra sovranista. Quella che è ancorata al vecchio modello di sviluppo, che è d’accordissimo nel ridurre i diritti (e a suon di ceffoni per i più deboli), tutt’altro che progressista, ma con un suo inevitabile potere di seduzione per chi (ceti bassi o ceti alti “vecchi”) sul carro del «ceto medio riflessivo italiano » proprio non ci vuole o non ci può salire (e tra astensionismi e destre lo vedremo alle prossime elezioni).

      Cercando di essere sintetico e di ridurre i caratteri, concordo (purtroppo senza conoscere Benjamin e i non moderni) che l’atteggiamento “machomarxista” e ratiosuprematista spalleggi il gruppo ormai vincente di questa nuova destra. Lo fa per un motivo strutturale: molti vorrebbero essere gli “adults in the room” anche quando si parla di diritti, di un diverso modo di produzione, di una diversa società, e per essere fra il gruppo degli “adulti” si accettano in partenza alcuni presupposti che non possono che portare al TINA.

      A me sembra che a volte chi si mette più di traverso siano “i bambini” che senza stare tanto a pensare hanno l’occasione di mollare tutto (volendolo fare) e andare a vivere “off grid” in luoghi isolati in Appennino o sulle Alpi, con qualche animale e una piccola azienda agricola.
      Spesso solo con il proprio nucleo familiare. A volte diventando loro stessi il nucleo di una piccola comunità.
      Purtroppo questo genere di soluzioni non sono per natura “collettive”. Non risolvono il problema per tutti. Non sono lungimiranti (il sistema alla fine vincerà comunque) né altruiste (chi “resta indietro” in città è lasciato al suo destino).
      Ma forse è l’unica soluzione sentita come “singolarmente percorribile” per coloro che“percepiscono” dove stiamo andando.

      • A me sembra che la cosiddetta “sinistra progressista” sia stata il cavallo di Troia neoliberista per le liberalizzazioni degli anni ’90 e la costruzione del “nuovo mondo” occidentale post 1989. Quello che chiamiamo sovranismo in Italia è un miscuglio di varie istanze (xenofobe, protezionistiche, no-global, anti élites) i cui vertici identificabili nella Lega (per quanto riguarda il nord) e in Fratelli d’Italia (per quanto riguarda il centro sud, seguendo il solco della vecchia Alleanza Nazionale) rispondono comunque a precisi diktat confindustriali, che è sostanzialmente l’unico vero potere legale insieme a quello bancario che tiene le redini in questo Paese. E a mio avviso non può che essere così in un sistema come quello capitalistico dove il monopolio della creazione della ricchezza ce l’ha il ceto imprenditoriale. A differenza che nelle grandi democrazie avanzate (quelle nordiche) in cui questo potere è bilanciato da forze intermedie, in Italia tutto questo non c’è, e quasi tutti i partiti parlamentari sono proiezioni di poteri e volontà derivate direttamente dal mondo confindustriale. Questa lunga e noiosa premessa per dire che le mosse “scientifiche” e “politiche” di rispettivamente CTS e governo, seguono e seguiranno sempre questo diktat. Ecco perché la destra di bella presenza (ripulendosi magari dal Salvini della situazione) non potrà che convergere con il pd in una Grande Coalizione di governo nell’esecutivo Draghi. È quello che vuole il mondo capitalista dentro e fuori dall’Italia.

        • Esattamente. E chi diverge o non condivide le linee “scientifiche” e “politiche”, come dici tu, che sono mostrate come “l’unica scelta sensata del cittadino evoluto, progressista e responsabile” viene lasciato alla “cattura” di Lega e FDI, che come sappiamo sono anch’esse, in molti modi, forze pro-sistema.

          Da questa constatazione non viene da parte mia alcuna proposta, intendiamoci. Non ne ho. Però quantomeno a livello di “simpatie” non posso che cercare “del buono” laddove almeno si protesta, ci si dichiara “non a favore” del progetto generale, se ne mostrano i gravi precedenti.

          Aggiungo qui per non duplicare inutilmente i post: ho letto l’articolo segnalato da Wu Ming sotto e ne condivido senz’altro le conclusioni del virgolettato immediatamente dopo.

  34. Segnaliamo un pezzo secondo noi molto importante:

    Il passaporto vaccinale e l’incognita dei conflitti

    di Michele Garau

    https://quieora.ink/?p=5100

    • «E se in questa confusione la linea che delimita un punto credibile da cui pensare e attaccare non è stata forse ancora disegnata, è certo che passerà più probabilmente tra i farfugliamenti inarticolati dei tumulti, con tutti i loro pericoli e le loro scorie (anche con i loro deliri) che in mezzo alla tiepida saggezza di chi resta ben allineato.»

    • Comunque è incredibile…

      L’esitazione, l’incertezza e il malumore di Garau sono anche i miei, li riconosco fino in fondo. Leggerli in un altro e come “da fuori”, però, rende evidente una cosa davvero spaventosa: sembra che mezzo secolo di epistemologia, antropologia, femminismo, lotte sociali e pensiero critico non esistano più. Che non siano mai esistiti.

      Sulle intersezioni fra scienza ed economia, v. il cattolicissimo Latour.
      Sulle cautele conoscitive, senza scomodare il simpatico (a me) Feyerabed, basta l’antipatico (sempre a me) Popper.
      Sugli interessi delle case farmaceutiche, v. le lotte sociali degli anni Novanta (basta anche solo il caso celebre dei farmaci anti-hiv in Sudafrica).
      Sui pericoli dell’OGM in generale, v. sopra (lotte fatte da attivisti, biologi, filosofi, medici, contadini, collettivi…).
      Sull’antropologia della modernità, v. Illich, Foucault, Benasayag, Adorno, Cesarano, Debord, Marcuse, Coppo, Taussig, i Comaroff.
      Sulla delicatezza epistemologica ed esistenziale delle lotte, v. Melandri (Lea), Fachinelli, Stengers, i collettivi femministi.
      Sul tecnocapitalismo c’è di tutto, dagli autori più moderati (ma comunque assai inquieti) a quelli più drastici: Byung-Chul Han, Lelio Demichelis, il collettivo Ippolita, Shoshanna Zuboff, l’Encyclopedie des Nuisances.
      Sulle forme di conoscenza altre, v. Viveiros de Castro, Graeber, Descola, Tsing, Povinelli, Singleton, Kohn, Melandri, Ginzburg.

      Perché ^?*§° dovremmo aver paura a “fare i nomi” che, fino al febbraio del 2020, abbiamo sempre fatto? Dobbiamo socialmente distanziarci anche da questi padri, madri, sorelle, fratelli e compagn* – come ci hanno fatto fare con quelli in carne e ossa?

      (Se non fossi una signora così per bene, ci starebbe una greve imprecazione.)

      • «[…] però, rende evidente una cosa davvero spaventosa: sembra che mezzo secolo di epistemologia, antropologia, femminismo, lotte sociali e pensiero critico non esistano più. Che non siano mai esistiti»

        Ecco, hai centrato il problema (colgo tra l’altro l’occasione per unirmi al coro di lodi per i tuoi sempre preziosi e originali contributi): la cosa più dolorosa per me, e credo per molti qui, è che l’emergenza covid sembra aver spazzato secoli di quella che (se ha mai avuto senso parlarne) si è soliti collegare alla generale cultura occidentale, oltre che (in Italia) venir cancellato un settantennio costituzionale. Come già scritto qui più volte, tutti i presidi e gli “anticorpi” istituzionali, culturali e sociali sono stati spazzati via con uno schiocco di dita dall’emergenza pandemica. Ciò significa che tali presidi erano già da tempo svuotati del loro senso e sopravvivevano come zombie nella nostra società (e che quindi aveva forse ragione Pasolini quando parlava di società dei consumi quale nuovo fascismo, ovvero un qualcosa che resettasse anche dal punto di vista culturale ciò che si era costruito nel tempo). E che tristezza vedere schiere di professori di filosofia, di diritto, ecc., appoggiare tale gestione pandemica prendendo posizioni completamente incompatibili con tutto ciò che hanno per anni studiato e insegnato: ma che cosa hanno letto e su che cosa hanno scritto per tutto questo tempo? Io non ci credo che uno che abbia passato la vita a studiare Kant o a leggere Calamandrei possa giustificare o appoggiare le scelte dell’ultimo anno e mezzo. Spero che tali decisioni siano dettate da ragioni di debolezza, ovvero di non perdere il proprio posto, non essere emarginati dal proprio ruolo accademico e/o di studiosi.

        • Lo speri? Io lo temo, proprio pensando a PPP a cui non smetto di ritornare soprattutto nell’ultimo anno (mi piacerebbe, peraltro, poter sondare le informate opinioni su PPP che quasi certamente sono state espresse su queste pagine, che non seguo con la giusta costanza – anche se ricordo i post sulle manipolazioni citazionistiche che andavano di moda qualche tempo fa c/o Salvini e compagnia).

          PPP in una nota intervista e altrove parlò del ricatto della morte civile, mi pare rispondendo a chi gli imputava di lottare ed esprimersi attraverso media e strumenti borghesi. In breve, lui rispose che accettava questa scommessa, ovvero la possibilità di parlare a un pubblico ampio per vedere chi, nonostante tutto, l’avrebbe vinta. Mi pare che negli ultimi anni questa posizione abbia perso forza in lui, ma credo gli sia sempre appartenuta. C’è una seppur labile analogia con gli stracci che si vedono volare ultimamente; anche la carta stampata (oggi per modo di dire) ha avuto un ruolo non da poco (qui ben documentato) nell’amplificare un binarismo che non è certo un bivio di senso, ma una vera impasse epistemica, forse prodotta da un “agency panic” collettivo. L’invito a continuare, o meglio ri-cominciare, a parlarci mi sembra quantomai azzeccato, se non cruciale. Per questo e per le altre rflessioni, grazie ancora alle autrici del pezzo.

        • «Io non ci credo che uno che abbia passato la vita a studiare Kant o a leggere Calamandrei possa giustificare o appoggiare le scelte dell’ultimo anno e mezzo. Spero che tali decisioni siano dettate da ragioni di debolezza, ovvero di non perdere il proprio posto, non essere emarginati dal proprio ruolo accademico e/o di studiosi.»

          Concordo in pieno con SteCon e con te, e come risposta alla tua domanda io credo ci siano anche altre cause più profonde.
          Alla fine la Costituzione e prima ancora i secoli di lotte che hanno plasmato la cultura c.d. occidentale, sono lontani.
          I padri costituenti venivano dal ventennio fascista, dal confino, dalla guerra e dalla miseria.
          E quando hanno scritto di diritti inalienabili, di libertà di parola, di rappresentanza parlamentare, di poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) in equilibrio fra loro, ecc. lo hanno fatto avendo vissuto sulla propria pelle la negazione di qui diritti, avendo vissuto di persona come si comporta uno Stato totalitario e avendo capito a cosa serve un sistema di contrappesi al potere che altrimenti diventa arbitrario.

          Oggi invece quei filosofi e costituzionalisti di cui parli vengono da anni per certi versi “facili”, di “vacche grasse”, e hanno finito per dare per scontati quei diritti e quei meccanismi che a livello inconscio considerano eterni e permanenti, che non potranno mai essere messi in discussione “per davvero” qui, ora, nel corso delle loro vite.
          Se vogliamo come l’amante distratt* che smette di “rendere grazie” per l’amore del* compagn* e si trova davanti a conseguenze inaspettate. O come l’esperto di kung fu abituato alla palestra che, coinvolto in una rissa per strada, se la dà a gambe colto dal panico (scrivendo, in modo poco calzante, mi è venuto in mente Denethor).

          Infine ci sono altri 3 aspetti tutti più o meno sovrapponibili:
          – l’età anagrafica e il confronto, forse per la prima volta, con la paura di morire: quella che fa leva su una parte irrazionale del proprio essere mai adeguatamente indagata (conosci te stesso?).
          – la strategia della rana bollita funziona anche coi filosofi.
          – il particolare tipo di emergenza: diritti (falsamente, ma lo diciamo adesso) confliggenti (diritto alla salute o allo spostamento?) che ha condotto in un loop difficilmente risolvibile se non rigettandolo.

    • Il pezzo di Garau mi ha portato a quello che lo innesca, di Valèrie Gèrard. Sono rimasto perplesso nello scoprire che l’autrice descriveva molto bene il mio senso di spaesamento nell’approccio ai movimenti contro il lasciapassare. Mi riconosco nelle rivendicazioni, a volte molto meno in chi le esprime, poiché mi pare di vedere temporanei accostamenti tra individualismi sterilissimi. Pronti a tornare al “mors tua vita mea” una volta sciolto il coro. Garau mi sembra spiegarmi che è normale, in questi casi il tumulto non ha “la dignità di un programma da generalizzare”. Ma, mi chiedo: non lo potrà mai avere? Sono perplesso. Sì, mi sembra di annusare il sentore di “snobismo” sotteso al discorso di Gèrard (scegli di stare con chi ti somiglia, o qualcosa del genere), ma è lei stessa a fare salve le rivendicazioni “antisociali” dei Gilet Jaunes (come Garau) e accostare piuttosto i movimenti francesi (magari sbagliando) a cose intrinsecamente reazionarie (ma che adottano slogan in apparenza libertari)come le “Manif pour tous”. E pensando a chi conosco tra i manifestanti non riesco a darle del tutto torto. Sarà corretto interpolare i due testi e trarne che quel che conta non è la natura “particolaristica” delle rivendicazioni, ma stabilire se il “tumulto” appartiene o meno a degli “oppressi”? Probabilmente a Roma c’era chi si somigliava e chi no, di questo non tiene conto Gèrard. Resto davvero molto confuso.

      • Eppure il contagio che proprio in queste ore dalla piazza anti-lasciapassare triestina – che come tutte le altre presenta contraddizioni ma ha una presenza organizzata di compagne/i, ha emarginato e anche cacciato i fascisti ed è caratterizzata da un inequivocabile visibilissimo protagonismo operaio – si sta estendendo a diversi porti italiani testimonia che non si tratta di «accostamenti tra individualismi sterilissimi». Se si fosse trattato solo di quello, i portuali triestini avrebbero accettato la mediazione governativa e i tamponi gratuiti solo per la loro categoria, invece si sono incazzati di fronte all’ennesima discriminazione tra lavoratori e hanno radicalizzato le loro posizioni.

  35. Scrivo un commento per la prima volta.
    Non posso che ribadire anche io quanto il vostro lavoro su questo blog sia stato fondamentale per la mia sopravvivenza intellettuale. Ho iniziato la pandemia confuso e impaurito e poi ho, grazie al cielo, incontrato questo spazio. È soprattutto grazie alle riflessioni proposte da voi e da tutte e tutti gli utenti che ho ritrovato lucidità e spirito critico.
    Grazie.

    “Ritrovarci tra noi”…?
    Non lo so.

    La frattura umana per me è insanabile e dimenticare mi sarebbe impossibile.

    Amici e amiche di sinistra che mi ripetono che “il green pass costringe i lavoratori a vaccinarsi e questa è una cosa buona”, che “il green pass non è classista perché il vaccino è gratis”, cha parlano ancora sempre e solo di “No-Vax”, che scrivono di “chi non crede nella Scienza” con la esse maiuscola…
    Per non parlare di quelle realtà intellettuali e filosofiche sempre in prima linea e oggi scandalosamente mute o, quando va bene, che si espongono appena per fare qualche critica all’acqua di rose (vedi i ragazzi di Tlon).

    La tristezza, l’amarezza e la rabbia sono le più forti che ho sentito in vita mia (ho 30 anni).
    Ormai quella che provo verso il mio prossimo italiano è disaffezione

    Rancore? Non lo so.
    Mi sembra più l’effetto di un’epifania che mi ha mostrato come ci sono valori nucleari oltre i quali non posso andare. Viviamo sulla stessa terra ma in due realtà completamente diverse. Per me è impensabile che domani queste stesse persone tornino ad essere i miei amici e le mie amiche, i vicini e le vicine di casa, i conoscenti e le conoscenti di prima. Ormai non si torna indietro.

    Non riesco a dire “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Ad oggi l’unica via possibile mi pare quella indicata da Agamben: una comunità dentro la società.

    • Secondo me, vista così, l’invito finale di Agamben mi sembra un poco troppo unilaterale e forse può essere politicamente sterile. Ci sono mille esclusioni nella nostra società, che noi possiamo guardare dall’alto del nostro privilegio, esclusioni per le quali non sempre abbiamo invocato risoluzioni così drastiche di separazione dal resto del mondo, con un linguaggio semi-apocalittico. Ne dico una, che mi sembra riassuntiva: la condizione di milioni di persone in Italia provenienti da altre nazioni, persone oggetto del razzismo di Stato, persone senza documenti, iper-sfruttate. Cosa ci insegna la lotta di queste persone? Quale percorso possiamo fare per intrecciare con le loro lotte una più allargata dinamica anticapitalistica, che comprenda anche le questioni sollevate dal controllo e dalla campagna militare pandemica? Ecco, sono tante domande, perché la società di oggi, purtroppo o per fortuna, mi sembra più articolata di un conflitto tra *noi pochi* che ci isoliamo dal mondo e un potere monolitico.

  36. Mi vorrei riferire in particolare agli ultimi due commenti qui sopra.
    In primo luogo forse dovremmo ricordarci che all’inizio non è stata tanto paventata una potenziale paura di morte ma la certezza di una malattia senza possibilità di cura.

    Dimenticare questo non dà la piena consapevolezza credo del momento di rottura che stiamo vivendo collettivamente.
    Unico modo per uscirne e dissipare i rancori e le dispute coi compagni che hanno preso posizioni diverse, forse credo debba partire anche da questo punto di vista.
    Ribadisco anche per sottolineare che non esistono facili vie d’uscita totalizzanti.
    Aldilà delle entrare nei particolari dell’una o dell’altra, la malattia protagonista di questa pandemia è veramente senza possibilità di cura come ci è stato detto da GENNAIO 2020?
    Quando essa ufficialmente non era ancora arrivata in Italia?
    Arrivo da questo punto in ogni caso credo non si possa prescindere nella focalizzazione di tutte le circostanze e teorizzazioni che ne sono conseguite in un senso o nell’altro.

  37. Ecco forse ho dimenticato di chiedere:
    Cosa ne pensate?

    Ha senso andare a ritroso all’inizio di questa pandemia per capire perché fin da subito Ci hanno parlato di vaccini escludendo le cure?
    -sempre non entrando nel merito di questa o quella ma potremmo dire come fondamento epistemologico-

    Cosa ne pensate?
    È un interrogativo pseudo complottista o è legittimo?

    Ad esempio è vero che alcune delle cure suggerite fin dall’inizio erano già state testate con altri coronavirus? -ed. Sars COV 1-

    Sono è vero interrogativi tecnici ma possiamo esimerci dal porli o dal indagare la comunità scientifica in merito anche pensando a tutti gli assunti qua sopra anche da voi tematizzati sul rapporto dell’industria farmaceutica e capitalismo?

    Forse è vero il rischio potrebbe apparire quello di giocarsi il tutto per tutto ma non credo sia così perché comunque molti dei ragionamenti qui ad esempio fatti starebbero comunque in piedi, forse
    si tratterebbe soltanto di cercare una base più solida per le nostre posizioni.

    sicuramente la narrativo ufficiale si è già smentita sulle ipotesi dell’origine del virus.
    Prima date come certe, ora sia reintrodotto un filosofico e scientifico dubbio.

    Questi i miei interrogativi..
    Potrei suggerire anche un brain storming al riguardo!

    • Non c’è verso, diventa in men che non si dica la solita discussione sulle cure domiciliari tra persone prive di competenze a riguardo ma che in preda all’effetto Dunning-Krueger pensano di poterne disquisire. Una dinamica che non ci fa cavare un ragno dal buco, anzi, ci infila nel buco insieme al ragno. Noi siamo d’accordo con Michele Garau, spesso anche analisi molto buone vengono rovinate dalla pretesa di andare su quel terreno.

      • Tra l’altro avrebbe sì senso andare a ritroso fino all’inizio della pandemia, ma per ricostruire le circostanze del ripatteggiamento del contratto sociale avvenuto nei palazzi romani, tra polici, stampa, polizia, militari e grande capitale, in assenza del principale contraente del patto, ovvero la base dei cittadini. Mentre praticamente tutti se ne stavano chiusi in casa a cucinare biscotti di merda e a scrivere poesie orrende o commenti allucinati sui social network, nelle strade deserte gli scarponi dei militari risuonavano secchi sul selciato. In quei giorni li sentivamo in pochi. Soprattutto, si rifiutavano di sentirli troppi compagni. E’ per giustificare con se stessi quella sordità selettiva, che nel successivo anno e mezzo hanno costruito tutta una serie di razionalizzazioni che li hanno portati ad essere nei fatti i più convinti supporters di Conte prima e di Draghi poi.

        p.s. i militari sono arrivati nelle strade nel marzo 2020 e non se ne sono mai andati. https://www.meltingpot.org/Riammissioni-informali-sul-confine-nord-orientale-torneremo.html

        • (E secondo me non dovremmo mai dimenticare che quel patto è scritto col sangue dei morti ammazzati nelle galere italiane l’8-9 marzo 2020. I passaggi del “diario virale” dedicati alla rivolta sono tra le cose più potenti scritte sull’emergenza pandemica. Se proprio vogliamo evocare il mito, allora per me il mito più appropriato è quello di Medea, come lo ha rivisitato Christa Wolf. Corinto è una città fondata su un delitto, la sua luminosa razionalità è marcia fin dalle sue fondamenta più profonde. Medea, la strega venuta dalla Colchide, la barbara perturbante che i cittadini hanno sempre rifiutato, scopre il segreto e per questo il potere uccide i suoi figli e poi la incolpa della loro morte e la manda in esilio)

    • “Ha senso andare a ritroso all’inizio di questa pandemia per capire perché fin da subito ci hanno parlato di vaccini escludendo le cure?”

      A me pare che all’inizio non ci abbiano parlato con molto entusiasmo neanche dei vaccini. Almeno in Italia, l’unico che ne parlava come fossero una soluzione a portata di mano era Silvestri, che per questo è stato crocifisso.

      Quanto alla questione delle cure domiciliari, il vero punto secondo me è un altro. Fin dall’inizio della pandemia si è palesata l’inadeguatezza dei sistemi sanitari, martoriati da decenni di tagli e privatizzazioni e totalmente sbilanciati sugli ospedali a scapito della sanità territoriale. Per questo si è imposto all’attenzione il tema delle cure domiciliari, espressione che all’inizio implicava assistenza e terapia sintomatica, non terapia eziologica – ovvero antivirale, nella fattispecie – e men che meno insensatamente alternativa ai vaccini. La popolarità della sanità privata e delle politiche neoliberiste non è mai stata tanto bassa come in quei primi pochi mesi di pandemia, in cui si è visto il deserto fuori dall’oasi artificiale mostrata nella cartolina.

      Poi è successo qualcosa. E’ successo che i media hanno cominciato a bombardarci con notizie sui vari ciarlatani e stregoni che millantavano di aver curato centinaia di pazienti a casa nei modi più bislacchi. In questo modo il tema delle cure domiciliari è stato trasformato – scientemente, dico io – in una roba da terrapiattisti, bevitori di piscio e picchiatelli col cappello di stagnola in testa. Il dibattito sulla sanità è stato sterilizzato e da un anno e mezzo, se se ne parla, anche a sinistra, è solo per ragionare di costi e criteri di accesso.

      In tutto ciò, ciarlatani e stregoni restano ciarlatani e stregoni. Quello che mi sembra ci abbiano nascosto, come sempre, è il capitalismo, non un qualche rimedio miracoloso contro SARS-CoV-2.

      • Moltissime delle cose che scrivete (tu, Turco e via dicendo le condivido) ma su altre non è che possiamo fingere che la nostra immaginazione, memoria o percezione, sia più coerente della citazione di un video, intervista o documento dell’epoca.
        Se no ci staremmo ingannando, e su queste basi sicuramente non riusciremmo sicuramente credo a riuscire a porre una base comune condivisa collettivamente -almeno io ragiono verso questa potenziale prospettiva, per carità, forse oramai inattuale o inattuabile-.

        questi sono documenti che avevo già postato in precedenza..

        https://video.corriere.it/cronaca/coronavirus-ippolito-non-esistono-cure-questa-malattia-pazienti-sottoposti-trattamenti-sintomatici/8f5a8f46-4433-11ea-b4ca-26f0f6d5d911

        https://portale.fnomceo.it/coronavirus-linformativa-urgente-del-ministro-speranza-alla-camera/

        Burioni, 1 febbraio 2020: “Si aprono spazi per nuovi test di diagnosi e vaccini. L’Italia diventa interlocutore di riferimento per questa ricerca”, notare, diagnosi e vaccini, non parla di cure.
        https://www.repubblica.it/cronaca/2020/02/02/news/coronavirus_virus_ultime_notizie_spallanzani-247384310
        Ora lascio.. almeno per un po’, perché poi lo so che diventò tedioso.
        Grazie cmq degli spunti e dell’ascolto..

        • Quindi, per capire, la tua tesi è che non si sia voluto sviluppare né cercare tra i farmaci esistenti un antivirale che avesse effetto contro SARS-CoV-2. Ma, permettimi, questa cosa è semplicemente falsa. Ricordo perfettamente che allo Spallanzani, all’inizio di febbraio del 2020 si usavano Lopinavir e Ritonavir (anti-HIV) oltre a Remdesivir (anti-Ebola), come da indicazioni dell’OMS. I due turisti cinesi, i primi due casi di Covid trattati in Italia, sono stati curati così. Forse. Nel senso che i trial relativi a quegli antivirali poi hanno dato risultati nulli in un caso e controversi nell’altro.

          Questi poi sono solo due dei trattamenti presi in considerazione. Ma ne sono stati testati mi pare oltre un centinaio. Molti trial sono ancora in corso e alcuni hanno dato anche risultati promettenti. Il coniglio dal cilindro, però, in questo anno e mezzo non l’ha tirato fuori nessuno. Se fin dall’inizio si è detto che non c’era un farmaco specifico contro SARS-CoV-2, è semplicemente perché non c’era. E ancora non c’è.

          Detto questo, che c’entrano le cure domiciliari? Questi sono tutti farmaci usati in ospedale. Come si usano in ospedale gli anticorpi monoclonali, unica soluzione “miracolosa” emersa finora contro il Covid. Si parla però di farmaci dall’applicazione piuttosto limitata e dal costo esorbitante. Che purtroppo è un tema, anche se non dovrebbe. Sul braccino corto dei governi in tema di farmaci, con me sfondi una porta aperta, sia chiaro. Ma, di nuovo, le cure domiciliari col vermifugo da tre euro, sono un’altra storia. Tossica. E non solo per gli effetti indesiderati del farmaco stesso.

          • Ecco esatto.
            I farmaci di cui parli, del costo di 1000 2000 euro a trattamento sono sempre stati utilizzati all’interno di specifici e rigidissimi trial sperimentali lunghissimi e che forse ancora sono in essere da un anno a questa parte almeno in Italia per permetterne l’utilizzo e mai approvati ufficialmente, il che permette di non enficiare il protocollo EUAL di utilizzo dei vaccini.
            Cmq invito a tutti la lettura di tale protocollo reperibile on line.
            Questo è diverso dal dire “che non si sia voluto sviluppare né cercare”.
            Io non mi permetto di immaginare quello che non si sia voluto.
            Preferisco partire dall’analisi di quello che è stato, e non è stato.
            Ma cmq non avrei mai.voluto.qui parlare di farmaci specifici.
            Lo faccio solo in risposta.
            Per il resto mi attengo alle regole del blog..

      • Io sono d’accordo con te e coi WM, e capisco bene l’effetto utilmente diversivo e divisivo del tema cure domiciliari e delle mille speculazioni che gli stanno addosso.

        Il punto sta in quel che dici sopra:
        «La popolarità della sanità privata e delle politiche neoliberiste non è mai stata tanto bassa come in quei primi pochi mesi di pandemia,[…]. Poi è successo qualcosa. E’ successo che i media hanno cominciato a bombardarci con notizie sui vari ciarlatani e stregoni […]. In questo modo il tema delle cure domiciliari è stato trasformato – scientemente, dico io – in una roba da terrapiattisti»

        Ecco, poi è successo qualcosa, qualcosa che ha anche permesso il «ripatteggiamento del contratto sociale avvenuto nei palazzi romani».
        É quel qualcosa secondo me che manca dal dibattito e a cui forse fa riferimento checilascilozampino sopra.
        Perché a parte gli stregoni e i trumpiani che suggerivano di iniettarsi la candeggina (quella sì che sarebbe stata una cura “eziologica”) quando si parla di “terapie” si parla anche solo di medici sul campo che hanno provato a tamponare i sintomi e a “sostenere la lotta” dei pazienti, magari con farmaci off label.
        Ma senza entrare nel merito “cure”, dal punto di vista della narrazione il fatto è che rinunciando a “questa parte” effettivamente scivolosa della critica alla gestione pandemica si rischia di buttare via il bambino con l’acqua sporca impedendosi di evidenziare una serie di problemi in qualche modo correlati anche se “resi radioattivi” dalla questione cure:
        – “il sistema” ha per caso errato terapie e “procedure” nelle fasi iniziali? (es. il tema circolato da pneumologi e medici da camera iperbarica circa l’abuso di ossigeno può contribuire a spiegare l’eccesso di mortalità nei primi mesi rispetto a Stati anche messi peggio dal punto di vista dei servizi? Mortalità che ha poi agevolato il panico?)
        – il ruolo della medicina territ. scomparsa e del rapporto medico paziente: quando SteCon parla di “vie della fisiologia” o di effetto nocebo tocca temi importanti ma “scottanti” (lo abbiamo visto nelle reazioni al post).
        Cosa ha significato per un 70enne a apr.ott. 2020 la diagnosi diCovid, dopo che per settimane gli è stata indotta l’idea contagio = tubo = morte?
        Non c’è bisogno di tutto questo per criticare la gestione, ok, ma esiste.

        • Totamente d’accordo con quanto dici e si,e’ vero,lasciando fuori la discussione su se certe cure e farmaci avessero potuto cambiare tutta la storia,e’ un po’ come buttare via il bambino e l’acqua sporca.Senza andare nel dettaglio,che senno’ poi vengo,giustamente,redarguito,non penso vi sia scappato il dettaglio che quando ormai la formula”paracetamolo e vigile attesa” era cosi’ sputtanata che non so poteva piu’ reggere,e’ stato dato”il permesso”a una autorita’ come Remuzzi dell’istituto farmacologico Mario Negri di “farsi avanti”,e lo ha fatto,su mezzi scientifici(varie riviste)e perfino in televisione,dicendo,dall’alto della sua posizione maistream,le stesse cose che mesi prima,con qualche minima differenza,dicevano i famosi”ciarlatani alternativi”,dallo stregone di marsiglia(che fino allora tanto stregone non era,visto che dirigeva il piu’ importante polo di infettivologia di tutta la Republique)ai vari nuclei di medici,italiani e non,che proponevano,ops devo dirlo,sorry,cure domiciliari,economiche ed affettive.
          Allego questo link che parla di come Remuzzi e una altra vacca sacra del mainstream,stavolta USA,Mc Cullough(alquanto silenziato anche se autorevole),parlassero e pubblicassero studi sull’argomento tabu’.

          https://sinistrainrete.info/societa/21247-mario-menichella-tutto-quello-che-non-vi-dicono-sulle-cure-domiciliari-precoci-per-il-covid-19-e-perche-lo-fanno.html

          • Se, dopo tutte le spiegazioni e gli avvertimenti che abbiamo dato, andrà avanti il tentativo coordinato di deviare tutta la discussione sulle virtù dell’idrossiclorichina (perché è chiarissimo che tutte le circonlocuzioni e gli arzogogolii delle ultime 24 ore hanno quell’unico fine), chiuderemo il thread e banneremo ogni singolo utente insistente. C’è un limite anche a essere refugium peccatorum, e Giap non lo vuole superare. Lo abbiamo detto già troppe volte che quest’approccio non ci interessa, su questo siete tutti liberi di pensarla come vi pare, come siete liberi di fissarvi quanto volete su quel che volete, ma non qui. Qui siamo sul nostro blog e bisogna aver rispetto delle nostre richieste, quasi sempre cortesi.

            • P.S. più che il post di Menichella proditoriamente linkato sopra, sono istruttivi alcuni commenti su Menichella e il suo background ideologico e professionale che si possono leggere in calce.

              • Incuriosito sono andato un po’ a documentarmi. Non ho letto il chilometrico pezzo linkato da maurocorsi, ma istintivamente e caratterialmente diffido da chi si definisce “fisico, data analyst e intellettuale, esperto di ‘problemi globali’, ovvero delle grandi tendenze a breve, medio e lungo termine” (fonte lui stesso, vedasi il suo sito). Che significa esperto di problemi globali? Quali problemi? E che significa a breve, medio e lungo termine?
                “Il nostro mondo costantemente in bilico tra pericolo e opportunità” che significa? Quali pericoli? Quali opportunità? Il mondo è stato sempre in bilico tra tanti pericoli e tante opportunità. Questo essere in bilico si chiama vita.
                Un suo ambito di ricerca ha riguardato “il rischio tecnologico, con particolare riguardo all’inquinamento da fonte elettromagnetica, fossile e nucleare”, ossia, praticamente, tutto l’inquinamento possibile. Una materia leggermente…sterminata.
                Non so quale sia il suo background ideologico, ma a questo punto poco interessa, dato che stiamo parlando di un tuttologo. Per questo, con un sano e volgare pregiudizio, non leggerò una riga di quello che scrive (per quanto questo possa importare).

                • E comunque su Sinistra in rete il pezzo di Menichella non c’è più. Al suo posto appare questa nota redazionale.

                  «Cari lettori del sito, abbiamo ricevuto un paio di email del sig. Menichella che ci intimavano di rimuovere immediatamente l’articolo “Tutto quello che non vi dicono sulle cure domiciliari precoci per il Covid-19 (e perché lo fanno)” minacciando denunce per violazione del copyright e anche denunce per diffamazione, visto che alcuni dei commenti (che non siamo soliti censurare) erano critici nei suoi confronti. Siamo senza parole e lasciamo il giudizio ai nostri lettori.»

                  Ecco, direi che la pratica Menichella è archiviata. Ci auspichiamo che costui non venga mai più menzionato sul nostro blog nemmeno di striscio.

              • Va bene WU MING 1 ,ci sta,giustamente riguardito,come avevo immaginato,mi scuso,davvero.Solo volevo,linkando l’articolo del tuttologo,sospetto,come no,ma che tutto lo nomina e lo enuncia,fare rilevare che studi seri su cure altre si ci sono stati.
                Mai piu’ proferiro’ parola su cio’,promesso,i got the point.
                Vi seguo fin dal marzo fatidico 2020,sono tra quelli che senza la discussione su giap,si sarebbe sentito perso(tra l’altro mi trovavo in terra straniera in semi-isolamento su una roulotte prestata),sopratutto all’inizio e che poi ha saputo apprezzare tutto quello,ma proprio tutto,che si e’ scritto,da voi,dai vostri collaboratori e dai tanti giapsters.

  38. Ok.
    Però potremmo asserire che quello della “malattia incurabile” sia uno dei temi fondanti di questa nuova “era pandemica” (come descritta dai delfini del sistema capitalistico), e che su questo tema noi in particolare non siamo capaci di rispondere?

    Gli altri sono ovviamente i tagli alla sanità pubblica, le esternalizzazioni nel privato, la precarietà degli operatori e tutti i temi sui quali credo siamo bene o male tutti qui più o meno concordi, e già tema delle lotte prima di questi avvenimenti..

    Mi viene però da pensare.. come sono lontani i tempi in cui Newton passando dal Trattato sull’apocalisse, alla ricerca della fusione del libro di Dio e del libro del mondo fondava le basi della fisica moderna.
    I tempi in cui la filosofia era anche il metro del giudizio delle moderne scienze e tramite per il loro fondamento.

    Davvero non ci riteniamo degni di entrare nel merito di certe discussioni?

    Non è come lasciare uno strapotere alle lobby capitalistiche, lasciare anche loro il controllo, la progettazione della sperimentazione teorica e scientifica, senza che il metro politico vi abbia a che fare?

    Approfondirò ovviamente le cose da te sopra citate.
    Pongo questi interrogativi perché ne sento una urgenza collettiva, e non per pedanteria o per cavillare, spero questo sia chiaro..

    Perché percepisco che la divisione nel nostro essere collettivo sia stata generata dall’assunto assoluto e non discutibile di quella emergenza, appunto dell’impossibilità delle cure e dei vaccini come unica salvezza, sintetizzando ovviamente.

    Non accettiamo neanche l’analisi filosofica sulla supposta assolutezza di questo assunto che ha risvolti sociali e collettivi?
    Spero di essere stato un po’ più chiaro che nei miei commenti precedenti, che cmq integrano questo..

    • «Però potremmo asserire che quello della “malattia incurabile” sia uno dei temi fondanti di questa nuova “era pandemica” (come descritta dai delfini del sistema capitalistico), e che su questo tema noi in particolare non siamo capaci di rispondere?»

      Uhm, no. Direi anzi che così la questione è proprio posta male dal principio.

      Innanzitutto, non è vero che il frame è quello della malattia «incurabile», tant’è che i ricoverati per Covid vengono curati, e la maggior parte dei ricoverati – e dei non ricoverati, se è per questo – guarisce. E anche il vaccino è una cura (preventiva), quindi la narrazione mainstream non dice affatto che una cura non esiste.

      In secundis, noi non stiamo dicendo che c’è un piano del discorso fondamentale sul quale noi siamo deficitari: stiamo proprio dubitando che quel piano del discorso sia fondamentale. A noi sembra proprio fuorviante, fa sprecare un sacco di energie per nulla.

      Tra l’altro, mi sembra che paradossalmente il concentrarsi sulle “cure domiciliari” contribuisca alla narrazione iperbolica sul Covid e all’omologazione di tutti i decorsi sul modello di chi lo prende in forma grave. Me ne sono accorto dopo averlo avuto, perché un tot di conoscenti intrippati con le cure domiciliari ha cominciato a chiedermi: «Hai avuto il Covid? E come ti hanno curato?» E io, stupito: «Curato… per cosa?» Infatti avevo avuto solo un po’ di tosse, non ho avuto bisogno di alcuna cura. L’ultima volta che ho controllato, in Italia il 92,1% dei positivi era composto da asintomatici (58% del totale), paucisintomatici (14,2%) e sintomatici lievi (19,9%). Penso che ormai si possa far notare questo dato di fatto senza timore di passare per negazionisti, riduzionisti ecc.

  39. “Uhm, no. Direi anzi che così la questione è proprio posta male dal principio.

    Innanzitutto, non è vero che il frame è quello della malattia «incurabile»,”

    Forse ho posto male il punto io, che però è da disambiguare, credo, anche perché come precisato da te, vedo un piccolo errore, se mi posso permettere.
    A questo punto ne parlo così mettiamo sul piatto la questione, visto che ad ora ne ho argomentato solo nella ristretta cerchia di amici/collettivo, ed in blog generici di news..
    -Il vaccino è una profilassi.
    -Questi vaccini sono vaccini emergenziali sperimentali.
    -I protocolli che li normano sono il protocollo EUAL 2015 (prima versione) e gennaio 2021 versione aggiornata.
    -Tra le altre cose si legge che questi vaccini sono sperimentabili autorizzabili commercializzabili e somministrabili solo in due condizioni:
    -essere in pandemia ovvero una patologia con portata globale
    – che non esistano cure efficaci per la suddetta patologia.
    EUAL è un protocollo ufficiale dell’Oms
    Vi è un simile protocollo che norma anche nuovi farmaci sperimentali in relazione ad una pandemia (nel nostro caso i monoclonali).

  40. -prosegue-
    Notare che nella primavera scorsa sono andato a cercarmi questi documenti perché alcune cose non mi tornavano. Dall’inizio della pandemia credo di averli sentiti citare tre o quattro volte. Forse una in forma scritta.

    Eppure oggi se parliamo di vaccini contro il Covid, parliamo di questa cosa qui sopra riassunta.

    Sono delle procedure generali, niente nozioni mediche o scientifiche.

    Da EUAL discende che se oggi abbiamo un green pass volto nominalmente a persuadere le persone a vaccinarsi, e dei vaccini già somministrati su più del 70 per cento delle persone in Italia, questo è vero, sulla carta ed ufficialmente SOLO PERCHÉ non esistono cure (che poi ve ne siano o non ce ne siano che siano quelle o non siano quelle, non mi interessa discutere, non sto entrando nel merito, siamo a livello formale. Potremmo considerarle le “condizioni di esistenza di questi vaccini”, un po’ come dire.. se passi col rosso rischi la multa perché lo dice il codice della strada, poi puoi dire che andavi all’ospedale, che il semaforo è rotto, che sei stato abbagliato dall’auto in arrivo nell’altra corsia..).

    Forse ho sbagliato io a dare per scontato questo punto.
    Non so se qui lo avete già affrontato.
    E sia chiaro, questo per me non preclude tutti gli altri discorsi o approfondimenti paralleli (ho visto anzi qui altri due articoli delle autrici di questo che mi prefiggo senza dubbio.di leggere).

    Però si.. questi vaccini esistono perché non esiste una cura.
    Questo è il loro assunto o condizione di esistenza.

    Si può decidere di non volerne parlare (ma poi, perché? Anche i silenzi hanno dei significati?), o pensare come se non fosse così, ma questo non cambia l’essenza della loro natura, né le possibili implicazione che essi abbiano o abbiano avuto sull’impostazione della risposta scientifica, e di rimando sulla nostra collettività.

    metto un link..

    EUAL-vaccines_7July2015_MS.pdf

    https://extranet.who.int/pqweb/vitro-diagnostics/emergency-use-listing-procedure

    • Quindi si..
      Il frame a parere mio è proprio quello della malattia incurabile e questo assunto discende dal protocollo EUAL dell’OMS (WHO) che norma l’uso dei vaccini che stanno utilizzando.
      Non per niente nei link più sopra che ho messo ieri, già da gennaio dell’anno scorso si parla di “alleviare” o “curare” certi “sintomi” della malattia, non la malattia stessa.
      Ma infatti la questione non è parlare di questo o quel farmaco.
      Questa è questione più da filologi o linguisti forse!

      MLa questione è quella di porre in rilievo l’impossibilità della coesistenza dei vaccini sperimentali emergenziali con la presenza di cure per esistenti e che non siano appunto cure a loro volta emergenziali sperimentabili approvati con apposito protocollo.

      Questo mi pare un punto sostanziale che dovremmo tutti almeno credo aver presente, almeno per conoscenza.

      Poi posso concordare che il punto non sia semplice, né da comprendere né da reperire..

  41. Moltissime delle cose che scrivete (tu, Turco e via dicendo le condivido) ma su altre non è che possiamo fingere che la nostra immaginazione, memoria o percezione, sia più coerente della citazione di un video, intervista o documento dell’epoca.
    Se no ci staremmo ingannando, e su queste basi sicuramente non riusciremmo sicuramente credo a riuscire a porre una base comune condivisa collettivamente -almeno io ragiono verso questa potenziale prospettiva, per carità, forse oramai inattuale o inattuabile-.

    Cmq questi sono documenti che avevo già postato in precedenza..
    E per stasera lascio.. almeno per un po’, perché poi lo so che divento tedioso..
    Grazie cmq degli spunti e dell’ascolto..

    • Guarda, qui noi e altri abbiamo spiegato già fin troppe volte i motivi per cui troviamo fuorviante focalizzare i discorsi sulle proposte di protocolli alternativi, cure (eziologiche) domiciliari, medici outsider ecc. Troviamo che tra quest’approccio e quello mainstream esista addirittura una dialettica viziosa: l’uno alimenta l’altro. In ultima istanza l’ostinazione con cui questo o quello riportano il discorso sulla questione delle terapie rafforza il frame di una malattia sempre devastante. Attenzione: non “incurabile”, la narrazione mainstream non dice più questo da almeno un anno e mezzo, anzi, i media parlano regolarmente dei progressi fatti, del fatto che negli ospedali le cose funzionano ecc. La situazione si è da tempo evoluta e l’analisi che non tenga conto di questo è un’analisi fallata, è più una fissazione che un’analisi. È quel che ha detto anche Isver prendendola da un’altra angolatura. Detto questo, noi non impediamo a nessuno di discutere di cure domiciliari. Non qui, però. La rete è grande.

      • “Perché lo so che divento tedioso”

        Più che altro,quasi un terzo dei commenti di questa discussione sono tuoi, e svariati non riguardano il tema del post qui sopra. Alcuni sono “doppioni” e sovente rispondi pure a te stesso. Lascia spazio anche agli altri, per favore.

        • Certo. Ora mi limito.
          Però mi permetto di dire che la risposta sopra mi dice che un passaggio logico fondamentale di questa pandemia non è stato capito.

          Io non sto parlando dei protocolli cure.
          Sto parlando del protocollo, preesistente dell’OMS che si applica alla ricerca di vaccini sperimentali -questi- in una pandemia.
          Questi sono possibili SOLO SE non esistono UFFICIALMENTE cure.
          Questo è un passaggio logico e sostanziale che ho ritrovato già a gennaio dall’anno scorso nella dichiarazione sopra riportata dal direttore dello Spallanzani, centro infettivologico di riferimento nazionale, già quando avevamo appena 2 contagi (i due cittadini Cinesi).
          Ad oggi le altre cure sono ufficialmente sintomatologiche (abbassare la febbre, paracetamolo, dare ossigeno, O2 terapia, antibiotici, infezioni parallele) o altre cure sperimentali normate da appositi protocolli pandemici.

          Mi sono effettivamente ripetuto ancora ma solo perché mi era chiaro che questo passaggio e le sue conseguenze logiche non erano chiare..

          Poi, già le autrici qui hanno parlato di mancanza di consecuzioni logiche nella stanza del terrore e nella Gestione, ma se vogliamo applicare anche qui la logica del monologo di Lucky aspettando Godot, forse tutto diventa un pochino più difficile e complicato, ma non credo cmq impossibile -avendo anche l’assurdo infine un suo significato, che a me talvolta risulta infine quasi chiaro e lampante-; la linea d’Ombra di Conrad si sposta forse un tantino più in là..
          Poi faccio uno sforzo e mi taccio.. cmq grazie dei confronti.

          Lucky: […]tornando da capo non si sa perché malgrado il tennis i fatti parlano non si sa perché tornando da capo avanti il prossimo
          insomma per farla breve purtroppo avanti il prossimo per le pietre chi può dubitarne tornando da capo ma non
          anticipiamo tornando da capo la testa al tempo stesso parallelamente non si sa perché malgrado il tennis avanti il
          prossimo la barba le fiamme i pianti le pietre cosí azzurre cosí calme ahimè la testa la testa la testa la testa in Normandia
          malgrado il tennis le opere abbandonate incompiute piú grave le pietre in-somma tornando da capo ahimè ahimè
          abbandonate in-compiute la testa la testa in Normandia malgrado il tennis la testa ahimè le pietre Conard Conard…[…]

          • Non posso che unirmi al commento di WM1 e all’ottimo precedente di Isver. Inoltre vorrei sfruttare questo momento di limitazione di checilascia per puntualizzare una premessa da cui checilascia parte costantemente e che in minor misura si trova anche in Garau: cioè la non ricerca di una cura. Sebbene sia una bufala già ampiamente sbufalata, intendo aggiungere un po’ di contesto, che spesso manca, e che a me ha aiutato a mettere ordine.

            Premesso che non è vero che non ci sia ricerca sulle cure, è anche vero che per la maggior parte delle malattie virali (raffreddore, influenza, morbillo, polio, rosolia, zika, dengue, febbre gialla…) non esiste cura eziologica efficace come guella antibiotica per i batteri, ad esempio. Questo perché i virus non sono esseri viventi, ma aggregati supramolecolari replicanti. Non hanno un metabolismo e sfruttano il metabolismo dell’ospite per fare copie di sè. Quando una cura eziologica esiste, questa va ad impattare il metabolismo dell’ospite (si cerca di focalizzarsi su quella parte che è coinvolta nella replicazione del virus, senza troppi effetti collaterali, ma è un compito molto più difficile rispetto a bloccare un enzima batterico -molto diverso dalle proteine umane- con un antibiotico), e quindi un eventuale farmaco antivirale potrebbe avere effetti collaterali anche seri… Per questo tra le prime raccomandazione dell’OMS c’era quella di non assumere farmaci antivirali fuori dal controllo medico.

  42. -Inoltre vorrei sfruttare questo momento di limitazione di checilascia”.. gulp!

    Correggo subito..
    Mai detto che non c’è ricerca sulle cure (vedasi appunto gli antivirali o i monoclonali sotto l’egida di un protocollo sperimentale EUAL simile a quello dei vaccini) ma che ad oggi sulla carta non esistono ufficialmente cure specifiche efficaci tra quelle già conosciute.
    E non mi interessa entrare nel merito delle cure, ma evidenziare questa “conditio sine qua non” i vaccini sperimentali odierni non sono inoculabili.
    È una questione epistemologica, non medica.

    Chiudo dicendo che forse l’urgenza che sento (l’urgenza, appunto quella di cui parla Benjamin in chiave rivoluzionaria), non è tanto derivata da un obbligo per legge già da tempo esistente per noi sanitari in merito al vaccino (rispetto a tale obbligo molte discussioni qui, sebbene interessanti, risultano essere già tardive), e non tanto sull’approssimarsi della terza dose rispetto alla quale ancora noi sanitari insieme agli over 80 saremo precettati, ma piuttosto alla paventata (ed evincibile da già numerose dichiarazioni ufficiali) vaccinazione allargata sui bambini sotto i dodici anni, che pone dei seri quesiti etici, antropologici, filosofici e scientifici credo.
    Taccio.

    • «e non tanto sull’approssimarsi della terza dose rispetto alla quale ancora noi sanitari insieme agli over 80 saremo precettati, ma piuttosto alla paventata (ed evincibile da già numerose dichiarazioni ufficiali) vaccinazione allargata sui bambini sotto i dodici anni, che pone dei seri quesiti etici, antropologici, filosofici e scientifici»

      Eh, sulla questione sta già partendo la campagna di stampa mainstream circa le infezioni pediatriche (con riniti, che diamine!) che starebbero già circolando assieme alle entusiastiche dichiarazioni su “finalmente” i vaccini per i più piccoli.
      La cosa francamente mi getta nel panico, perché un eventuale obbligo (de facto) mi metterebbe veramente in crisi in famiglia.

      Io spero che almeno qui si fermino, anche perché sul tema, a parte alcuni virocentrici totali, la maggiorparte dei miei conoscenti “borghesi” vaccinati senza troppi problemi che vanno allegramente a cena e al lavoro esibendo il loro GP sarebbero parecchio titubanti e problematici.
      Ma d’altronde la questione etica qui è veramente ENORME per trascurarla: fare un vaccino per quanto sicuro (??) pressoché inutile per i bambini, al fine di tutelare la società degli adulti.

      Comunque conosco già alcune persone (fra gli irriducibili) che si stanno portando avanti coi ragionamenti per organizzarsi, nel caso distopico di vaccino approvato per i <12 e reso obblicatorio con GP, in homeschooling.
      Il che è solo un altro colpo alla scuola pubblica e al diritto universale allo studio, ovviamente, con effetti classisti tali per cui chi non avrà le risorse per organizzarsi diversamente dovrà anche mandare giù quest'altro boccone anche sulla pelle dei propri figli.

      • Quoto tutto.
        Già io sono scandalizzato personalmente per la fascia tra i dodici ed i diciotto anni.
        Cmq pzfeizer e presto moderna stanno già iniziando a parlare di dare i dati alle agenzie regolatorie, quindi credo siano già pronti.
        Secondo me è solo questione di breve tempo, ovvero fare digerire questa terza dose (tra l’altro già preannunciata a dicembre 2020… quindi non capisco gli stupori non filosofici, e l’applicazione del GP ovvero del big Little Brother dal 15 ottobre..
        Poi potrebbero partire.
        Per questo anche i temi che propongo, insieme a tutti quelli dei Wu Ming, dalle autrici e da voi nei commenti credo siano urgenti e non procrastinabili.
        O ci troviamo con le cose fatte.
        E poi veramente rimane solo la Meloni, tra l’altro a raccoglierne i frutti dei cittadini ignari di passare ad un altra padella e forse alla brace.
        Cmq sul tema ho già detto molto.
        Ecco l’ultima cosa per che sia veramente chiaro.
        Se domani Cugino di Alf trova una terapia preesistente e già ampliamente testata che cura il Covid, ottiene il permesso della sperimentazione riguardo alla patologia dai vari comitati etici e pubblicano i dati su una nota rivista medica, in base a quanto detto dal protocollo EUAL, si prendono tutti gli scatoloni dei vaccini non ancora inoculato e si buttano al macero.
        Questo almeno fino al 2023 data mi pare della conclusione della sperimentazione emergenziale (magari non è proprio così automatico, ma infine questo e
        è il succo e questo è in ballo).
        Quindi possiamo anche guardarla così.. fra un paio di anni non se ne parla più, o al massimo riferito a “quel che è stato”, e chi ha lottato per certe posizioni, si leccherà le ferite (anche quelle epistemologiche)
        Invito tutti a ragionarvi.

        “VLADIMIRO C’impiccheremo domani. (Pausa). A meno che Godot non venga.
        ESTRAGONE E se viene?
        VLADIMIRO Saremo salvati. (Vladimiro si toglie il cappello — che è quello di Lucky — ci guarda dentro, ci passa la
        mano, lo scuote, lo rimette in testa).
        ESTRAGONE Allora andiamo?
        VLADIMIRO I pantaloni.
        ESTRAGONE Come?
        VLADIMIRO I pantaloni.
        ESTRAGONE Vuoi i miei pantaloni?
        VLADIMIRO Tirati su i pantaloni.
        ESTRAGONE Già, è vero. (Si tira su i pantaloni. Silenzio).
        VLADIMIRO Allora andiamo?
        ESTRAGONE Andiamo.
        Non si muovono.”

  43. -Inoltre vorrei sfruttare questo momento di limitazione di checilascia”.. gulp!

    Correggo subito..
    Mai detto che non c’è ricerca sulle cure (vedasi appunto gli antivirali o i monoclonali sotto l’egida di un protocollo sperimentale EUAL simile a quello dei vaccini) ma che ad oggi sulla carta non esistono ufficialmente cure specifiche efficaci tra quelle già conosciute.
    E non mi interessa entrare nel merito delle cure, ma evidenziare questa “conditio sine qua non” i vaccini sperimentali odierni non sono inoculabili.
    È una questione epistemologica, non medica.

    Chiudo dicendo che forse l’urgenza che sento (l’urgenza, appunto quella di cui parla Benjamin in chiave rivoluzionaria), non è tanto derivata da un obbligo per legge già da tempo esistente per noi sanitari in merito al vaccino (rispetto a tale obbligo molte discussioni qui, sebbene interessanti, risultano essere già tardive), e non tanto sull’approssimarsi della terza dose rispetto alla quale ancora noi sanitari insieme agli over 80 saremo precettati, ma piuttosto alla paventata (ed evincibile da già numerose dichiarazioni ufficiali) vaccinazione allargata sui bambini sotto i dodici anni, che pone dei seri quesiti etici, antropologici, filosofici e scientifici credo.

    • In questo thread finora sono intervenute 29 persone (escludendo gli admin), che hanno lasciato 98 commenti. Il problema è che, di questi 98, ben 26 – cioè più di un quarto – sono tuoi. Te lo faccio notare, perché magari non te ne sei accorto, che stai imperversando.

  44. Buongiorno!

    In quest’ultimo anno e mezzo questo blog è riuscito a esprimere molti dei dubbi e delle perplessità che mi hanno roso riguardo alla gestione italiana della pandemia. Vivendo in Svezia, ho potuto praticamente toccare con mano il livello infantile delle menzogne che la stampa italiana, primi fra tutti i quotidiani più blasonati, ha propinato ai propri lettori, vedendo quello che sono riusciti a fare con il mio paese di residenza, arrivando a vere e proprie falsificazioni.

    Allo stesso modo, questo blog è stato un’àncora in un momento in cui sono quasi arrivato a dubitare della mia stessa sanità mentale, vedendo come molte persone che credevo a me affini sono arrivate a negare se stesse per appoggiare le peggiori porcherie partorite dal Conte II e da Draghi, abbandonando ogni senso critico, e anzi, trattando in modo aggressivo e prepotente qualsiasi tentativo di costruire una critica ragionata.

    Come scritto da altre persone prima di me, mi pare difficile pensare di ricucire lo strappo senza una riflessione su questo.

    • Vorrei rispondere a questo commento dell’utente @fool perché quanto ha scritto è proprio quello che ho vissuto anche io.

      “sono quasi arrivato a dubitare della mia stessa sanità mentale”

      Ecco, personalmente la parte più dolorosa e spaventosa è stata proprio questa esperienza (e io venivo già da un percorso di psicoterapia di due anni).

      Quando ho provato a suggerire qualche riflessione sulle criticità del green pass mi sono trovato davanti un muro inscalfibile.

      È giusto obbligare i lavoratori che non credono alla scienza, ci sono tantissimi strumenti e artefatti sociali classisti ma non per questo dobbiamo privarcene, le forzature vanno bene se servono a far cambiare idea ai renitenti al vaccino, quella dei centri sociali e dei collettivi è fuffa ideologica pari pari alle boiate che pronuncia la Meloni, Cacciari e Barbero sono gente che si può permettere di spaccare il capello in quattro e che non conosce come funziona davvero il mondo là fuori…
      altr* mi hanno detto con totale candore che il g.p è “innocuo”, che vaccinarsi è una cosa buona e giusta e chi non lo fa non crede alla scienza e ora che i posti in terapia intensiva sono liberi queste persone meriterebbero pure di andarci…

      E, come ho già scritto nel mio precedente commento: tutta-gente-di-sinistra.

      Anche io sono arrivato a dubitare delle mie capacità mentali e non è un iperbole. Ho iniziato a chiedermi se per caso non stessi vedendo qualcosa di me: sono un alfabeta funzionale inconsapevole? sono un antiscientista? cosa non sto comprendendo? perché solo io mi sento turbato da quello che sta succedendo?

      La totale noncuranza verso il decreto del 15 ottobre è stato ancora peggio. Come assistere ad un’incidente stradale e accorgersi che tutt* intorno stanno a guardare… ma solo per qualche secondo, poi tornano non curanti alle loro attività. E tu pensi: “perché non fanno nulla? perché non sono nemmeno preoccupati?”. E ti senti paralizzato.

      Per questo dico che il ritrovarci mi pare, almeno in parte, del tutto impossibile. Siamo stati due rette parallele. Se non c’è stato nessuno punto in comune prima come potrà esserci dopo?

      • Ti comprendo benissimo, @ThinHenry. In realtà alla fine sarà il pragmatismo politico a unirci per le lotte che riterremo utile portare avanti insieme a costoro, ma la frattura resta e resterà, perché nessuna delle vittime di questo abbaglio collettivo arretrerà mai di un passo. Ma per me il disincanto è arrivato solo agli stadi finali: sono anni che il tratto più evidente di una certa “sinistra” (che, ahimè, ormai di sinistra ha ben poco) è l’arroganza, lo sfottò per l’ignoranza, il dileggio per gli “analfabeti funzionali”, il tono tra il serio e il faceto sui danni del suffragio universale, l’esaltazione della propria superiorità intellettuale sulla plebaglia incolta. Non mi aspetto alcuna autocritica da questo ambiente.

        • Intervengo rapidamente per dire che dubitare delle proprie capacità mentali (“cosa non sto capendo?”) è esattamente quel che succede di fronte a un panorama al contempo assurdo e autoritario. Ed è un’esperienza molto dolorosa. Una strategia per difendersi da questo dolore è quella di scotomizzare una parte del quadro e aderire completamente, come sotto ipnosi, alla narrazione che arriva dall’alto – ciò che permette di placare l’ansia e sentirsi pure dalla parte della ragione.

          Però attenzione: chi esce dalla dissonanza cognitiva identificandosi col più forte non è ipso facto un nemico, ma la prima vittima della violenza e dell’assurdo. E nessuno di noi sa fin dove arriva la propria resistenza alle condizioni estreme. Quelli dei “nostri” che sono stati catturati, andrebbero pianti come prigionieri di guerra (o dello stregone) e non trattati come avversari o collaborazionisti. Sennò, davvero, da questa merda non se ne esce più.

          • Premetto che, come scrive Garau, anche queste parole partono, sempre e comunque, da un senso di «inadeguatezza rispetto alla portata del problema», anzi, userei il plurale: *dei problemi*.

            Lascio qualche appunto che spero possa aiutare qualcuno in questa allegra passeggiata sulle funi.

            In relazione al «sentirsi […] dalla parte della ragione» di tant* compagn*, che SteCon descrive puntualmente come strategia di adattamento all’autoritarismo assurdo, suggerirei (ancora una volta) di fare riferimento ad un concetto sviluppato da un dei miei tanti padri putativi, G.Bateson: la *schismogenesi*, nozione che viaggia quasi parallela a quella di doppio legame.

            È evidente, dalla mia personalissima prospettiva, che ciò che stà accadendo tra compagn* è la cronicizzazione di conflitti latenti, germogliati, molto probabilmente, lungo le strade che si è percorso, in maniera chi più, chi meno, relativamente solitaria, al rientro dalle sconfitte storiche della sinistra rappresentativa.

            Il virus e l’infodemia, da questo punto di vista, hanno assolto la funzione che Stanislav Grof attribuiva a certe sostanze psichedeliche come l’LSD, di «amplificatori non specifici».

            Chiudo consigliando, come strategia di adattamento alternativa, “to double-up” sull’assurdo imposto per decreto, scatenando, ognuno come può, la propria immaginazione.

          • Ma l’ autoritarismo, forse, è sempre assurdo. Creare una dissociazione interna ed esterna alle persone, alimentando l’ assurdità, lo spaesamento, il disorientamento e anche l’alienazione è una sua prerogativa esistenziale.
            L’adesione alle ragioni del più forte, come hai sottolineato tu, è dolorosa anche se più comoda, perché permette, apparentemente, di coprire una profonda lacerazione interiore, rendendo tutto “coerente” e proiettando fuori la dicotomia,forse nel tentativo di raggiungere una fasulla ricomposizione. Abbiamo perso per strada la capacità di prendere in giro i potenti, facendone la satira e creando un sentimento di solidale complicità. Come si può prendere sul serio il burionismo o il terrore a mezzo stampa, ora? Per rendere evidente la violenza strutturale della bieca amministrazione dell’emergenza si dovrebbe ricorrere a Chaplin, quando aumentava in maniera parossistica il ritmo della catena di montaggio. Oppure a Brazil che ridicolizza l’ assurda serietà del burocratismo.

            • Qualche altra breve parola (sempre ovviamente inadeguata) per tentare di ampliare questa linea di discorso. L’auspicio rimane quello del ritrovarsi.

              È vero, come scrivi, che nell’assurdo «l’adesione alle ragioni del più forte» serve in primo luogo a «rendendo tutto “coerente” » oltre che a «raggiungere una fasulla ricomposizione».

              Il contesto (o il set) però non è da sottovalutare: la situazione è liminale; siamo (eravamo?) apparentemente in balia di un invisibile e alquanto letale organismo non cellulare, che non ha bisogno di permessi umani, in carta bollata o virtuali, per attraversare il tempo e lo spazio.

              La paura, il terrore sarebbero giustificati.

              Mi sembra quindi abbastanza scontato che, nella stragrande maggioranza dei casi, ci si aggrappi in maniera quasi istintiva all’unico ordine esistente, quello più prossimo, prestabilito, con il suo campione di armamenti pronti da usare ed infallibili.

              La presa é anche più agevole quando l’apparatchik è in grado di mettersi in bella mostra h24 su 24, a reti unificate, in stanze sigillate dall’interno, e si spaccia come unica possibile linea di difesa.

              Forget reason, forget logic: we’ve got guns & bullets. We’ll shoot the m****r f***er.

              Probabilmente dico una banalità, ma credo sia importante ricordare che la coerenza, il ricomporre secondo coordinate, è esattamente ciò che la psiche umana, in generale, si è auto-educata/abituata a fare, nel suo percorso evolutivo/biologico.

              Il problema è forse che, in termini statistici, troppe poche persone riescono a vedere e/o accettare che questo iniziale processo biologico è andato inesorabilmente deviando verso guerre sempre più ampie e cruente proprio per mezzo della politica, delle arti e delle scienze cosidette “ufficiali”.

              Il green-pass mi sembra quindi semplicemente l’ennesimo metodo coercitivo/coloniale della destra ultraliberista, egemone in questo moment storico, che, grazie a un enorme botta di culo, si è ritrovata a dover gestire il panico causato da un evento liminale di massa, di natura biologica.

              Da notare però che si può permettere di farlo per il semplice motivo che…gli si permette di farlo, gongolandosi in uno stato sub-liminale, post-terrore, by-passando la ragione.

  45. Secondo me questo periodo ha mostrato gli aspetti più nefasti di una strana alleanza tra il mondo del debunking e quello politico “progressista”, che ha quasi compiuto una sorta di circonvenzione d’incapace nei confronti dei debunker, che, vedendosi come l’ultimo bastione della civiltà contro gli assalti delle orde di barbari, hanno afferrato l’occasione di avere una sponda politica.

    Il periodo renziano del PD ha accelerato il processo, arrivando a proporre la candidatura a Burioni. Mi sembra evidente che lo scopo politico a breve termine di questa saldatura sia l’uso delle ragioni mediche come collante “tecnocratico”. Un trucco liberale che mi sembra inedito solo per l’utilizzo strumentale della Medicina in luogo dell’Economia.

    La mia idea è che il vero legante di questa unione sia il liberismo, condito di suprematismo occidentale. Lo stesso Burioni ha scritto sul Sinovac un tweet che, riferito a un qualsiasi vaccino occidentale, sarebbe stato definito “complottista”. Idem per la ricerca medica cubana.

    Una delle obiezioni più frequenti che sento “a sinistra” quando si critica il green pass è l’egoismo, e che la sfida sarebbe la distribuzione dei vaccini ai “paesi poveri”. Questa obiezione, per quanto sensata, puzza di benaltrismo quando si sostengono misure che di fatto impongono la vaccinazione anche a fasce meno vulnerabili al Covid, come i minorenni, togliendo disponibilità alle fasce anziane delle popolazioni dei “paesi poveri”, e ipocrita quando chi contrappone la vaccinazione in quei paesi alla critica al green pass è poi fautrice della immediata necessità della terza dose.

    Non posso inoltre fare a meno di pensare che a livello politico, l’urgenza della distribuzione dei vaccini occidentali sia data, più che dalla preoccupazione per gli effetti del Covid in paesi con un sistema sanitario non adeguato, dalla necessità di battere sul tempo Cina e Russia. Non posso neanche esprimere l’amara ilarità che mi provocano le considerazioni di certa stampa su come queste potenze emergenti usino i vaccini per espandere la propria influenza, indignazioni petulanti che mi suonano come lesa maestà verso le nazioni occidentali che usano presunte ragioni umanitarie per dominare il resto del mondo da secoli.

  46. Comunque io checilascialozampino lo capisco eccome, anche se non sottoscrivo tutto quello che scrive, loin de là (anche perchè non ho mica letto tutti i suoi post ;-)), lo capisco nel senso che se si guarda nel retrovisore di questa faccenda c’è questa cosa talmente gigantesca che non si capisce come mai quasi nessuno vi presti attenzione, quindi lui si sbraccia cercando di farla notare.
    Non lo dico per prendere le sue difese, ma perchè sono molto perplessa che non salti all’occhio di falco di chi (non solo voi, ma anche) cerca di ricostruire come è successo che ci ritroviamo in un tale pasticcio.

    Vi mando anch’io un link che mi sembra faccia sembrare meno incomprensibili le sistematiche operazioni di discredito verso qualsiasi opzione terapeutica con molecole esistenti sia stata messa avanti, e non da stregoni, no, nè da remoti medici di famiglia che invecchiano fantasticando nel loro studio polveroso, no, ma da professori universitari di fama mondiale direttori di rinomati ospedali pubblici…e che non hanno fatto cure domiciliari, no, ma ricoveri con terapie precoci che hanno evitato a tanti le cure intense…

    In merito vi mando il solito link in francese

    https://archiveansm.integra.fr/Dossiers/COVID-19-Vaccins/Vaccins-autorises/(offset)/3#paragraph_186331

    Cosa diceva? Che l’immissione condizionale sul mercato dei nuovi vaccini ancora in fase sperimentale era possibile solamente se questi rispondevano “a un bisogno medico non soddisfatto”.

    “Autorisation de mise sur le marché conditionnelle

    Les Autorisations de mises sur le marché (AMM) seront délivrées par la Commission Européenne à l’issue de cette évaluation et seront valables dans tous les Etats membres de l’UE. Dans le contexte de la pandémie et de l’urgence de santé publique, les AMM seront dîtes conditionnelles.

    En effet, une AMM conditionnelle permet l’autorisation de médicaments qui répondent à un besoin médical non satisfait avant que des données à long terme sur l’efficacité et la sécurité ne soient disponibles. Cela est possible uniquement si les bénéfices de la disponibilité immédiate du médicament l’emportent sur le risque inhérent au fait que toutes les données ne sont pas encore disponibles. L’AMM conditionnelle rassemble tous les verrous de contrôles d’une autorisation de mise sur le marché standard pour garantir un niveau élevé de sécurité pour les patients.”

    • Che ci sia “qualcosa che non torna” (o anche “molto che non torna”) nelle procedure di approvazione dei farmaci, nella definizione dei protocolli di cura, nella gestione degli ospedali, nella definizione stessa delle malattie o dei parametri di normalità è fuor di dubbio. Non serve essere tecnici della medicina per capire che nei sistemi sanitari statali sono in azione anche una serie di logiche (economiche, gerarchiche, di accaparramento, di guerre fra gruppi) che con la salute non hanno nulla a che fare.

      Non è da oggi che è così, però.

      Trent’anni fa, nei suoi corsi, il mio maestro accademico raccontava tutte queste cose per filo e per segno: dal furto dei principi attivi usati dalle popolazioni non occidentali al marketing dei farmaci, dalle politiche dell OMS negli anni Settanta a quelle attuali, dai medici scalzi agli interessi in gioco nelle “grandi opere ospedaliere”. In quelle lezioni procedeva con grande cautela, esponendo i fatti con delicatezza, perché questo mix di “salute” e “profitto”, tutto giocato sulla nostra pelle, è un tema dolorosissimo, che anche i più navigati critici del sistema affrontano di malavoglia. Credo dipenda dal fatto che le faccende relative alla “cura” si basano, in primo luogo, sulla fiducia: se il malato non ha fiducia in chi lo cura, è ben difficile che l’atto terapeutico sia efficace. Indebolire quella fiducia – foss’anche con un discorso socio-politico-economico inapputabile – significa, automaticamente, mettere le persone in una posizione esistenziale più fragile.

      Oggi, in relazione al covid, le cose che non tornano, le commistioni pericolose fra “quel che nello specifico cura” e “quel che in generale fa ammalare”, sono emerse dalla beata ignoranza nella quale di solito le lasciamo. L’attenzione collettiva che vi si sta concentrando sopra ci costringe, infine, a smettere di disvedere – ma quello che vediamo ci fa paura, vorremmo rimuoverlo, non riusciamo a crderci. Morale: andiamo in dissonanza cognitiva e temiamo di essere diventati pazzi. (Lo stesso accadrebbe, ad esempio, se migliaia di persone istruite, acute e critiche – ma fino a quel momento disvedenti – cominciassero a indagare ogni singolo passaggio della produzione della carne: ne verrebbero fuori talmente tanti dati sospetti, immagini di violenza e catene causali ambigue, che molti andrebbero in dissonanza cognitiva: “ma è possibile che nei macelli succedano queste cose? ma davvero mangiamo simili schifezze? ma perché nessuno dice niente?”)

      E però sì, funziona proprio così. Non solo adesso, non solo nella catena produttiva della carne o nel baraccone pandemico. Il capitalismo fa schifo e in questo “fare schifo” rientra anche il fatto che, nella normalità, siamo addestrati a rimuovere la violenza su cui la nostra vita è costruita. Adesso che l’evento non-ordinario della pandemia ha fatto saltare il banco, possiamo finalmente percepirla in tutta la sua arroganza e la sua crudeltà: non si applica solo sugli altri (i “sottosviluppati”, i migranti, i marginali), ma, se appena può, anche su di noi. Vedere davanti a sé il cuore di tenebra del proprio presente è dolorosissimo e, lì per lì, manda in confusione – ma è il primo passo vero l’uscita dall’incubo.

  47. Proprio in questo momento un bellissimo corteo femminista, indetto da Non una di meno e Mujeres libres, sta attraversando il cuore della città per difendere il diritto all’ aborto. C’è un bellissimo cartello con scritto ” make 194 great again”. Oppure: San Marino dice sì all’aborto libero. Per il 9 e 10 ottobre è stata convocata l’ assemblea nazionale di Non una di meno. In presenza! La manifestazione è fitta, compatta, colorata. La strada contro la paura passa spesso proprio dall’ autodeterminazione. Dal coraggio di reagire alla paura che ti vuole incasellare in un ruolo subalterno. E sono solo queste le occasioni per riportare tutto nella giusta prospettiva, per ridimensionare i problemi, ribaltando la scala delle priorità che vogliono imporci. Perché, banalmente, l’unione fa la forza e per strada ci si sente potenti e si smette di essere isolati.

  48. Grazie Akira.
    Condivido quello che scrivi.
    In effetti tutte le autorizzazioni nazionali europee dei vaccini (da te citata quella francese) discendono dall’Ema centrale, e l’ente regolatore europeo, discende dai dettami dell’Oms.
    Dove nel tuo link si dice “soddisfano un’esigenza medica non soddisfatta” riguardo ai vaccini/terapie, nell’Eual dell’Oms (la fonte primaria) sta così:
    “Rather, EUAL is a special procedure […]”
    (Piuttosto, l’EUAL è una procedura speciale per i medicinali in caso di emergenza sanitaria pubblica quando la comunità potrebbe essere disposta a tollerare una minore certezza circa l’efficacia e la sicurezza dei prodotti, data la morbilità e/o mortalità della malattia e la carenza di opzioni di trattamento e/o prevenzione. “) [cercasi su Google EUAL Who vaccine PDF].
    Il fatto è che queste cose mica le ho inventate io.
    Sono scritte nero su bianco sui documenti dell’Oms.
    E quante volte ne avete sentito parlare fino ad ora?
    Quanti vi hanno scritto di EUAL?

    Ora io accetto e ritengo pertinente ed urgente parlare di Assurdistan, di Cognizione del Terrore. di ripristinare la nostra reciproca fiducia politica collettiva, come anche continuare ad affrontare i temi di mala gestione epidemica e di declino del Sistema Sanitario in funzione di quello del capitale, ma noi, collettivamente parlando, come ci poniamo rispetto ad EUAL?
    Che conseguenze ha prodotto?
    Perché Russia e Cina hanno i loro vaccini?
    Perché non usiamo quelli cubani? Non ci siamo accorti che il mondo è diviso in due? Quello dei paesi sotto l’egida dei vaccini EUAL/OMS e quelli no? Cosa significa? Perché? Che implicazioni ha a livello geopolitico? Economico?
    -e questi temi forse sono solo l’incipit per capire il nuovo “sistema pandemico” parallelo a quello capitalistico ( passando per la follia della coppa UEFA, il caso Indiano e la diffusione della variante Delta nel vecchio continente ed Italia).

    La risposta non sono un medico, datami da molti compagni dopo quasi due anni di pandemia non mi sembra più accettabile.

  49. -prosegue-

    #Wu Ming 1.Se ho scritto molto, troppo, spero sappiate portare pazienza, forse è stato perché avevo molte cose da dire [perversare implica una azione con cattiveria, spero non ne troviate nel mio caso], e forse perché questi temi non li trovo nelle riflessioni dei compagni, e forse perché avendo esplicitati varie volte questi concetti, non ho quasi mai ottenuto delle risposte nel merito, se non da sparuti singoli, e forse voi siete la mia ultima spiaggia, l’ultimo “non-luogo” dove mi impegno a portare queste riflessioni, e solo perché ho imparato a conoscere questo blog troppo tardi, sicuramente.
    A volte sarebbe stato bello anche solo sentirsi dire: interessante, grazie, proviamo ad approfondire. Questo mi aspetto da un atteggiamento costruttivo verso spunti di possibile ricerca.
    Dopo questo, forse, per me basta.
    Alla fine ognuno prende le sue posizioni, e ne risponde davanti alla storia -che è sempre infine quella degli oppressi, quella dei popoli, delle classi, delle collettività oppresse, e delle lotte.
    Quello dell’incompatibilità di esistenza tra vaccini emergenziali e cure covid efficaci (semplificando) per me è l’abc e cronologicamente uno dei primi passi di questa gestione globale.
    Non eccepire questi concetti oggi, a mio parere, è come fare la lotta al capitale senza ammettere il concetto di plusvalore, per farmi capire.
    Per questo credo sia fondamentale tenere in considerazione questi concetti.

    Abbiamo di fronte nuove sfide.
    Dobbiamo ricercare nuove conoscenze e comporle con quelle che abbiamo già acquisito, riattualizzandole, credo.

    Se credete che sia un prigioniero vittima della circonvenzione del complottismo, a riguardo chiedo un verdetto schietto e sincero.

    Altrimenti, se così non credete, metaforicamente parlando, abbiamo preso un goal, a noi la palla, e si riparte a giocare e riattualizzare le lotte, anche quelle prepandemiche (e non sono un appassionato di calcio, anzi
    ).
    -dalle autrici non pretendo alcun giudizio, giacché, nel mio piccolo, credo di vedere dove guardano i loro occhi, e credo di leggere dove vanno le loro parole-

    Se vi è qualcuno che pensa o ci vuol far credere, che vaccinando due volte l’anno 8 miliardi di persone risolveremmo la questione, credo la risposta si dia da sé.

    Riguardo alle generazioni future, come diceva Benjami
    Se vi è qualcuno che pensa o ci vuol far credere, che vaccinando due volte l’anno 8 miliardi di persone risolveremmon, la speranza non è rivoluzionaria.
    Esse saranno, anche, quello che noi sapremo loro dare.

    • Premessa: le buone intenzioni di chi sta intervenendo qui sono date per implicite, come anche la sensatezza di ogni commento (fatta eccezione per quelli platealmente insensati e/o trolleschi, ad esempio quelli di Nasissimo che è stato bannato ieri). Detto questo, ci sono degli equivoci da dissipare.

      In realtà il “vaccinocentrismo” dell’emergenza è stato qui più volte discusso e criticato, fin dai primi annunci con fanfara dell’arrivo dei vaccini. Se ne è parlato in progressive messe a punto. Sulla scia di ASCE abbiamo distinto tra discorsi sul vaccino e discorsi sulla vaccinazione, cioè l’insieme 1) delle modalità di produzione e messa sul mercato dei vaccini e 2) delle politiche relative alla comunicazione sui e alla somministrazione dei vaccini. Mentre non siamo in grado di fare discorsi specifici sul vaccino, possiamo criticare aspetti della vaccinazione, che è un tema politico. Ed è quel che abbiamo fatto, insieme alla community che qui si ritrova e segnalando contributi apparsi altrove.

      Non c’è bisogno di essere né contro i vaccini né a favore di specifiche terapie per cogliere un dato di fatto: concentrare tutto sul vaccino come “arrivano i nostri” – mentre in realtà è una “toppa” – ha contribuito a rimuovere le cause strutturali della pandemia, del suo impatto e della sua gestione emergenziale. Su tutte, non si è più parlato di invertire la rotta sulla sanità che è stata smantellata, aziendalizzata, resa incapace di reggere qualunque sbordamento dall’ordinario. Chiunque ne parlasse è stato accusato di “benaltrismo” anche da chi nella fase precedente aveva detto le stesse cose. Chiunque parlasse del rapporto tra scienza medica e capitale è stato trattato da eretico da perseguire. I «no vax» sono diventati il nemico pubblico n.1, ecc.

      Inoltre, la narrazione “soteriologica” sul vaccino e l’affidamento della campagna vaccinale ai militari hanno “eroicizzato” l’esercito – processo iniziato già con la glamourizzazione dark degli autocarri militari che portavano via le bare di Bergamo – e ha reso “allineati e coperti” e a favore di soluzioni tecnocratiche-autoritarie anche soggetti che quelle soluzioni avevano sempre sostenuto di avversarle.

      Ribadisco: dire questo non implica necessariamente alcuna presa di posizione a favore di altre terapie o pensare che altre terapie (eziologiche) fossero possibili ma non ce le hanno fatte usare.

      Riguardo al come si discute:

      – non esiste LA chiave di volta, LA cosa di cui si dovrebbe parlare prioritariamente altrimenti non serve a niente, se non si nomina l’EUAL è una sconfitta, non avete capito cosa sta succedendo arrivo io e ve lo dico ecc. Questa situazione, al contrario, non la si comprende se non si mantiene un approccio olistico, multifocale, attento all’interagire delle varie dimensioni. [Aggiungo en passant che 1) la narrazione “soteriologica” sul vaccino, con tutta la sua funzione diversiva, non è esclusiva dei vaccini approvati via EUAL; 2) spesso la chiave geopolitica non è la migliore per portare avanti una critica al capitalismo e all’ideologia dominante].

      – scrivi che alle autrici non hai niente da dire, ma è anche questo il problema: non stai scrivendo per commentare l’articolo qui sopra, un articolo per noi cruciale, la cui scrittura tra l’altro è costata fatica e dolore. Stai scrivendo a nastro per dire che si dovrebbe spostare il focus della discussione. Ma questa è la discussione sui contenuti dell’articolo, il focus è quello, non un altro.

      • Concordo su molte cose che scrivi, e Ve ne rendo merito che questo è uno spazio resistente, importante, ed aperto.
        Ho capito fin da subito il motivo che vi porta a non parlare di terapie specifiche, e lo rispetto.
        Proprio perché, sempre per parafrasare W. Benjamin (forse li ha vissuto una fase di passaggio molto simile alla nostra, nella caduta del nesso logico, nella crisi di un sistema e nell’affacciarsi ed in seguito affermarsi di sistemi ancora più totalizzanti e coercitivi, che le sue riflessioni ci possono aprire molte porte nel nostro percorso attuale) che evidenziava l’etetizzazione della politica, noi oggi abbiamo avuto una irrazionale politicizzazione sulle cure, che forse si rivelano un vicolo cieco, con tutto il sistema pronto a fare il fuoco di fila su chi ne accenni, ed è normale, anzi doveroso esserne cauti ed averne “paura” ma anche questa paura, un giorno, in qualche luogo, dovrà credo essere presa in considerazione ed affrontata.

        Non esiste La chiave di volta. È vero, perché quello che abbiamo davanti è un sistema circolare.. il green pass per arrivare ai vaccini ed i vaccini per arrivare ai green pass, la costruzione del terrore attraverso l’assenza delle cure per arrivare ai vaccini, ed i vaccini che non possono esistere in concomitanza delle cure, la malattia misteriosa e sconosciuta tacendo che studi su vaccini e cure ed altre sperimentazioni esistono da anni relativamente a Mers e Sars
        COV 1, due coronavirus.
        Purtroppo però per smantellare questa catena, non serve colpire un anello, ma dovremo analizzarli tutti, perché poi se no la catena si riallaccia.
        Non chiedo alle autrici di prendere posizioni appunto per non lasciarle da sole di fronte al fuoco della prima linea (mai detto che non ho niente da dire a loro, sicuramente ho moltissimo da imparare) e perché spero che la base, la nostra base, inizi a tematizzate e sviscerare questi concetti legati uno all’altro.
        E ben vengano anche tutte le altre lotte.
        Ma qualcuno riesce a trovare una qualsiasi dichiarazione su EUAL da parte di qualcuno qualsiasi???
        A me questo prova angoscia (che è la paura di qualcosa che non si conosce..)
        Spero che anche grazie a voi ed alla vostra pazienza, questo messaggio ai compagni sia arrivato..
        Eppur si muove..

  50. Io devo necessariamente esprimere quello che vedo: un senso di tristezza, di sconforto, una nube nera è calato su tutti noi, e non solo vediamo tutto nero, ma anche le riflessioni sono dominate da un senso mortificante. E anche i dialoghi.

    In questi casi mostrare piccoli eventi positivi non risolve nulla, l’ottimismo della volontà appare sciocco.

    Anche quelli più abituati alla riflessione confessano il proprio stato d’animo inquieto, incerto. E quelli che manifestano ottimismo e buone energie appaiono ridicoli, e forse sono proprio stupidi.

    Ebbene, se non fosse che ho una certa età e soprattutto se non fossi un padre, me ne andrei da qualche parte, lontano, e arrivederci a tutti. Ma non posso. Ho figli, ed ho la tendenza a considerare tutti i giovani come miei figli, e dunque sento una forte responsabilità.

    Di certo non so cosa fare, ma non posso andarmene via. Dovendo restare, come minimo ho il dovere di comprendere, o quanto meno di tentare di farlo, e nello stesso tempo ho la necessità di convivere con l’ignoranza, anche se mi produce ansia.

    Questo è lo spazio di gioco che ci resta: cercare di capire pur sapendo che non possiamo capire tutto e che vi è sempre un margine di errore che dobbiamo considerare. Sapere allora di ignorare ci impedisce di cadere in quella che sarebbe, qui come altrove, la cosa peggiore: credere di sapere e di capire tutto e pretendere dagli altri che si adeguino.

    • «Sapere allora di ignorare ci impedisce di cadere in quella che sarebbe, qui come altrove, la cosa peggiore: credere di sapere e di capire tutto e pretendere dagli altri che si adeguino.»

      In parte concordo (e concordo sul tono di tutto il commento), credere di aver capito tutto è un errore in cui si può cadere, una “buca del coniglio” anche quella, specie se poi pretendi che gli altri si adeguino alle tue visioni.
      E’ l’errore “dell’altra parte” ed è bene averlo come monito per cercare di non caderci specularmente.

      Ma, come ho letto tempo fa in un vecchio sito complottista, occhio al pensiero “troppo” debole.
      Non sappiamo né capiamo tutto, ma molte cose le sappiamo. I “fondamentali”, anche etici, ci sono.
      La logica pure: non facciamoci chiudere all’angolo.

      E soprattutto, non bisogna permettersi di evitare certi punti di vista “altri” per paura di essere etichettati come “complottisti”.
      Quella è infatti proprio la funzione di alcune “teorie del complotto”: fare terra bruciata intorno ai “nuclei di verità” che sono ben presenti, rendere “radioattivi” certi argomenti, in modo tale che le persone serie, metodiche e competenti se ne tengano ben alla larga lasciando il campo ai creduloni e ai dilettanti.
      E dando mano libera ai bucatori di palloncini compulsivi, anche in buona fede, per dileggiare e marginalizzare chiunque anche solo per sbaglio “pesti una merda”.

      Circa il punto sotto di ThinHenry è una riflessione che ha fatto spesso l’altro mio nonno, oggi 96enne.
      Sull’impunità è più possibilista: c’erano parti e meccanismi dello Stato che avevano bisogno di gente in qualche modo già “formata”, e l’amnistia era forse necessaria (col senno di poi è stata molto miope come decisione).
      Ma sul punto 2 no, quello non l’ha mai digerito.

  51. Riguardo al “ritrovarsi tra noi” pensavo oggi anche a due scenari ben conosciuti:

    – l’impunità di cui hanno goduto molti fascisti e la loro conseguente reintegrazione nel sistema, e dunque della “clemenza” di cui hanno beneficiato. Questo non per dire, in modo riduttivo, che chi è stato “dall’altra parte” merita di essere equiparato a un fascista (oddio, alcun* sì ma già lo erano prima), ma per puntare l’attenzione sul processo: sappiamo che come nazione abbiamo la tendenza a “lasciar correre” senza imparare nulla e a permettere che l’altr* non “paghi” per quello che ha fatto (semplifico, non voglio certo suggerire scenari violenti o processi feroci)… come fare i conti con questo?

    – sappiamo che finita la guerra tutt* quell* che incontri sono stat* partigian*. Pure con questo sarebbe il caso di fare i conti.

    – a questo aggiungo: come ripensare il “ritrovamento” con pensatori e pensatrici, filosofi e filosofe, su cui, a mio parere, pesa molto più che altre categorie la manifesta mancanza di visione complessa e la collusione di pensiero con il mainstream.

    • Circa il tuo terzo punto, ieri sera su un canale news mainstream c’era una persona che commentava una notizia di cronaca e nel banner sotto assieme al nome c’era la qualifica “filosof*” e ho proprio pensato quello che dici tu.

      Se era lì (parlavano di altro e non ho ascoltato) mi sono permesso di ipotizzare (ovviamente è un’ipotesi che serve da spunto per la riflessione: non conosco i pensieri di questa persona che magari invece sono perfettamente in linea con i miei) che anche su tutta la gestione pandemica, GP e altro non potesse avere una opinione tanto diversa dalla versione ufficiale che il GP è una bellissima cosa per ripartire in sicurezza.
      Non foss’altro che per motivi editoriali: su quella testata credo di non aver mai sentito alcuna versione anche minimamente problematica o divergente.

      Circa questa «collusione di pensiero» secondo me chi ha la qualifica di “pensatore” più ancora che noialtri comuni mortali dovrebbe proprio interrogarsi e fare un esame di coscienza.
      Quantomeno per mettere in discussione i propri strumenti critici.

      • Secondo me, se proprio dovessi scommettere 1€, a parecchi “pensatori” o “filosofi” è ben chiaro lo scempio che si sta spacciando come soluzione(i) ineluttabile(i) da quasi 2 anni a questa parte.
        Molti non lo esternano pubblicamente o esternano una versione edulcorata(vedi Barbero) per paura, banalmente, di essere messi ai margini della scia del “mainstream” e, di conseguenza, perdere le prebende che questa garantisce loro. Non solo, anche una posizione lavorativa esterna al mondo dell’informazione patinata può traballare quando le risonanze di un’affermazione, un’intervista etc. sono pubbliche: vedi l’esempio di “dissociazione istantanea” del rettore dell’Univ. di Barbero.
        Pochi, invece, se ne strafottono e addirittura sacrificano la loro posizione dimettendosi prima ancora di essere silurati.
        Che vuoi farci… così è e così, spesso, è stato.
        Concludo con una sferzata di ottimismo: confido che questo “muro di gomma” non potrà durare, sono e saranno sempre di più le voci “sane e contrarie” che si levano/leveranno e hai voglia a manganellarli tutti…

      • Tutto questo fiorire di “espertз” in TV, “filosofз”, “pensatorз”, mi fa pensare a un vecchio romanzo di fantascienza, “Livello 7”, di Mordecai Roshwald, un romanzo interessante sotto molti punti di vista.

        Andando a memoria (lo lessi poco più che tredicenne), ricordo che nella base sotterranea in cui si svolgeva la storia post-atomica, c’era un “filosofo” prezzolato dall’amministrazione militare che cercava di convincere le persone ormai costrette a vivere nella base che si trovavano nella migliore delle società possibili.

        Ora, io non credo affatto che chi va in TV a difendere tutte le misure di questo e del governo precedente sia in malafede, ma a questo punto non credo che abbia importanza, anzi, almeno se fossero in malafede significherebbe che capiscono che cosa stanno facendo.

        Giustamente dici che sarebbe necessario un esame di coscienza, ma come fa gente convinta della propria superiorità morale e intellettuale ad avere anche solo il sospetto che ha preso e sta prendendo una cantonata? Per me, come per le autrici dell’articolo, e se ho ben capito anche per te, questa è la premessa fondamentale per “ricucire lo strappo”. Ma succederà mai?

        • L’aspetto sconfortante è che non parliamo di filosofi-influencer alla Rick DuFer (con le sue pietose argomentazioni contro Barbero, ad esempio) ma dei “pesi massimi del pensiero” in Italia.

          Se Umberto Galimberti arriva a dire che il green pass è una misura ottima, che gli intellettuali sono mossi solo dal narcisismo, che è inutile fare gli “obiettori” di fronte al vaccino e che non si mette in gioco la salute del prossimo per la libertà di chi non vuole vaccinarsi, che è giusto togliere lo stipendio ai docenti non vaccinati…
          O se Michela Marzano scrive un articolo dove attacca a tutto spiano Nunzia Alessandra Schilirò invitando a “domandarsi se sia ancora degna del titolo di vicequestore”…
          o se pure i filosofi della nuova generazione (ad esempio Maura Gancitano e Andrea Colamedici, entrambi under 40) si fermano a critiche all’acqua di rose…

          Cosa può essere successo nella testa di queste persone?

          Io penso, con angoscia, che siamo stati invasi dagli ultracorpi perché da certe menti pretendo pensieri ed argomentazioni un po’ più complessi e di ampio respiro. Perché Galimberti dice le stesse cose che dicono Letta, Brunetta e Selvaggia Lucarelli…

          E, a questo, aggiungo la novità messa in luce nell’ultimo anno: abbiamo scoperto che non solo alla destra stanno sul c***o gli intellettuali :)

          Quindi, oltre che ritrovarci tra noi, non dobbiamo iniziare a individuare tra noi i nuovi pensatori e le nuove pensatrici che ci meritiamo?

  52. Giusta la tua precisazione. Non parlerei però di pensiero debole, bensì consapevole dei propri limiti laddove si tratti di dire: “le cose stanno così!”. Al contrario è un pensiero fortissimo laddove si tratti di dimostrare l’errore di chi pretende di assolutizzare la propria posizione. Non è nulla di nuovo, è il principio del sapere critico di Socrate: so di non sapere, dove quel “so” non rientra nel non sapere, ma diventa la condizione per continuare a cercare evitando la boria del credere di sapere già tutto. Non si tratta né di scetticismo né di eccesso di modestia. E’ l’esercizio del pensiero critico che non è mai originario, si trova sempre già in una situazione che prima deve comprendere e poi criticare. Arriva sempre per secondo.

  53. Non penso proprio che quello che checilascialozamoino tenta di dire (e io con lui, almeno parzialmente) sia fuori fuoco rispetto all’articolo che si sta commentando, anzi. Tra gli altri temo,c’è quello delle dissonanze congnitive che ci sono date di vivere in Assurdistan, e questa è una tra le tante, e c’è chi la vive in modo particolarmente doloroso.
    Da parte mia non vi parlo di cure domiciliari; vi parlo dalla Svizzera (dove vige il pass sanitario dal 13 settembre), più precisamente da Ginevra,dove fin da marzo 2020 l’ospedale cantonale universitario, dopo le controvresie mediatiche marsigliesi, proibisce l’uso di un medicamento usato da cinquant’anni contro il paludismo, dicendo che è molto troppo pericoloso per poterlo usare sui pazienti covid. Non inefficace, pericoloso. Il resto della Svizzera segue poco dopo. Grandissima perplessità da parte mia (e di molti altri, ma tutti tacciamo), e presa immediata di questo discorso su gran parte della popolazione (constatata nel mio ambiente privato e professionale). Gennaio 2021, inizio della campagna vaccinale con un vaccino di un nuovo tipo prodotto in meno di un anno, e al contrario di quello che succedeva un anno prima con farmaci sperimentati, le istanze mediche ufficiali non hanno niente da eccepire. Tutto bene, il vecchiume farmacologico di cui si conosce tutti i risvolti effetti secondari e precauzioni d’uso è diventato pericolosissimo, ma le novità di cui non si conosce niente sono sicurissime, fidatevi !
    Grande momento di dissonanza cognitiva intensa. E un* “fa le sue ricerche” (per dirla quanonicamente…), cercando di non cadere in qualche tana di coniglio, e scopre che in realtà c’è una perfetta coerenza tra le due cose, cioè, che senza l’una l’altra semplicemente *non sarebbe stata possibile*, fattualmente, legalmente, obiettivamente. Fuoriuscita dalla dissonanza cognitiva, entrata nella disperazione. Qui siamo, ed è così difficile da guardare, come dicevano le autrici nell’articolo sul disvedere, talmente enorme che la tentazione del diniego è grandissima.

    • A parte il fatto che, direi palesemente, la COVID-19 non è incurabile, mi pare che l’assunto di partenza di checilascialozampino fosse questo, che da qualche parte la COVID-19 sia definita, ufficialmente, incurabile: ma non è vero. In Europa c’è almeno un farmaco approvato per il suo trattamento (approvato, peraltro, con la procedura di emergenza, come i vaccini). Così riporta il sito dell’EMA (1), dove peraltro la procedura di approvazione d’emergenza (o “condizionata”) è così identificata: “Conditional marketing authorisation is a pragmatic tool for the fast-track approval of a medicine that fulfils an unmet medical need. Despite earlier approval, it guarantees that the medicine meets rigorous EU standards for safety, efficacy and quality and that comprehensive data is still generated post-approval” (2).
      Per quanto riguarda i vaccini, posso immaginare che, per “unmet medical need”, sia intesa, per l’appunto, l’assenza di altri vaccini di provata efficacia nella prevenzione delle forme sintomatiche più gravi, potenzialmente letali, della malattia. Inoltre, lo dico di passaggio, mi pare evidente che i prodotti così approvati non si possano definire “sperimentali”, perché di fatto non lo sono (“the medicine meets rigorous EU standards for safety, efficacy and quality”).
      Poi, scusatemi, ma i commenti sono parte integrante della lettura di questo blog, e sinceramente a questo punto ho zero interesse per il messaggio che reiterate. Ho fatto questa rapida ricerca giusto per finirla lì.

      (1) https://www.ema.europa.eu/en/human-regulatory/overview/public-health-threats/coronavirus-disease-covid-19/treatments-vaccines/covid-19-treatments
      (2) https://www.ema.europa.eu/en/human-regulatory/marketing-authorisation/conditional-marketing-authorisation

    • «l’uso di un medicamento usato da cinquant’anni contro il paludismo»

      Cioè…. l’idrossiclorichina.

      Sempre lì si va a finire, nonostante abbiamo detto in tutte le salse che non ci interessa.

      Ma poi, dico, ci prendete per scemi? Pensate che per poter infilare di soppiatto su Giap l’idrossiclorichina basti non nominarla e anziché «antimalarico» basti dire «usato contro il paludismo»?

      Avete un po’ anche tanto rotto il cazzo.

  54. Scusandomi per la fretta e per non aver seguito la discussione precedente, lascio un primo commento/cronaca da Trieste dove nelle ultime settimane si stanno svolgendo manifestazioni molto partecipate contro il greenpass: un primo corteo lunedì 20 con diverse migliaia di persone (non azzardo una stima, perché non c’ero), un secondo il sabato successivo con almeno diecimila partecipanti (ottomila per la Questura e la stampa locale). La città, lo ricordo, conta poco più di duecentomila abitanti…

    In sintesi: manifestazione indetta dal locale coordinamento contro il greenpass, sulla parola d’ordine dell’unità di vaccinati e non contro la discriminazione implicita nel provvedimento; evidente la presenza femminile in tutte le fasce d’età, ma soprattutto madri e padri; le persone con cui ho parlato esprimevano perlopiù preoccupazione e rabbia per l’ipotesi che a breve la vaccinazione venga estesa alla fascia d’età 5-12 e per le ripercussioni che molti stanno avendo sul posto di lavoro (in ben due casi mi sono state segnalate situazioni di superiori gerarchici in enti pubblici che approfittano della condizione di non vaccinati per regolare conti precedenti); pochi gli slogan, cartelli e striscioni chiaramente NoVax e per le cosiddette «cure domiciliari», posizioni che nel coordinamento sono rappresentate perlopiù da Movimento 3V e dal suo candidato sindaco, un personaggio per me ambiguissimo di nome Ugo Rossi (una ricerca in rete restituisce il modo in cui sta tentando di strumentalizzare la vicenda, senza che lo riassuma io); questi sembra siano stati perlomeno ridimensionati nelle assemblee (partecipatissime mi dicono) nelle quali alcuni gruppi di compagn* di area anarchica e antagonista hanno spostato il focus delle iniziative sul piano più politico del greenpass, delle sue conseguenze su chi lavora e va a scuola, in misura più fumosa sulla necessità di potenziare la sanità pubblica, i trasporti, l’edilizia scolastica etc. (queste sono mie impressioni per ciò che emergeva dagli interventi di testa del corteo e in generale dagli slogan)…

    …(continua)

    • (continua)

      Soprattutto però questa presenza di sinistra ha (almeno per ora) fatto sparire i fascisti dal secondo corteo: in quello precedente avevano fatto blocco in coda (qualche decina), stavolta una decina di di CasaPound ha tentato di sfilare in testa, ma è stato cacciato con gli slogan un po’ da tutti. Quello che ho visto io è stato qualche fascio di varia estrazione (ci includo alcuni ex leghisti ora indipendentisti) mescolato tra la folla e non identificabile; in generale il coordinamento aveva posto il divieto di esporre bandiere e simboli di partito, e la cosa è stata rispettata; il corteo si è animato, solo verbalmente, di fronte alla sede RAI e a quella del Piccolo dando l’impressione di voler sfogare la frustrazione per una gestione dell’informazione relativa ai provvedimenti del governo unidirezionale e sempre compiacente.

      Termino queste prime note di cronaca aggiungendo che oggi la stampa locale riporta la notizia di un terzo corteo indetto per venerdì prossimo, ultimo giorno utile prima del silenzio elettorale (il discorso su come manifestazioni di queste dimensioni influiranno sulle elezioni comunali lo tralascio per ora). Il quotidiano Il Piccolo nell’articolo in cui la annuncia parla di percorsi, questura, prefettura, insomma, non dice nulla di interessante. Ma in taglio bassissimo, a fine articolo, cita la decisione di aderire del Coordinamento Lavoratori Portuali, che in un volantino ha fatto sapere ieri che rallenterà le operazioni in porto finché non saranno garantiti tamponi gratuiti per tutti i lavoratori.
      Chi credeva che bastasse dare del fanatico NoVax a chi si oppone al GP forse ha fatto male i conti.

  55. Buonasera, vorrei aggiungere una considerazione a quello che tanti hanno già discusso qui: come sia possibile che certi intellettuali noti a livello nazionale riescano a giustificare il GP, allineandosi in modo acritico alla narrazione generale.
    Una delle lezioni più importanti che avremmo potuto trarre tutti da questa pandemia è la constatazione di quanto siamo fragili come esseri umani, dato che anche nel nostro mondo, che credevamo cosi protetto e sicuro, e’ bastato l’arrivo di un virus di origine ancora poco chiara per sconvolgere tutto, un virus peraltro (apparentemente) come tanti che hanno circolato e circoleranno. Si accanisce soprattutto su chi gia’ ha una salute instabile e un’eta’ avanzata o entrambe le cose, ma puo’ comunque colpire chiunque, con conseguenze impossibili da prevedere da persona a persona, e nemmeno i vaccini nel frattempo creati possono garantire una totale sicurezza.
    Resta quindi per me un mistero come sia possibile che, dopo questo vero e proprio disastro sanitario, umanitario, economico, ci siano ancora cosi’ tante persone che, lungi dall’aver constatato coi propri occhi quanto sia facile cadere, e talvolta non alzarsi piu’, non imparano da tutto questo un po’ di umilta’, fingono che non sia successo niente, si esprimono con toni arroganti e anzi di superiorita’ morale e intellettuale, come ha scritto qualcuno nei messaggi precedenti. Mi piacerebbe chiedere loro che cosa gli fa pensare di essere al riparo, di essere infallibili, di non aver nulla da temere con quel che c’e’ ancora la’ fuori, come se non fossero fatti di carne ossa e sangue come tutti gli altri. Non so, forse si sono convinti di essere rimasti indenni perche’ prescelti per una missione superiore, in una sorta di narcisismo fuori luogo e anche un po’ noioso a dirla tutta, visto che ripetono tutti le stesse cose e gli stessi slogan.
    Non saprei che altro ipotizzare, serve troppa fantasia.

  56. Te lo dico chiaramente WM1, poi prestami le intenzioni nascoste che vuoi. A me dell’idrossiclorochina non può fregarmene di meno. Per questo non l’ho nominata. Ti prego di leggere il mio post fino in fondo, e capirai che non avevo nessuna intenzione di introdurre di soppiatto una discussione su studi su e virtù dell’idrossiclorochina. Volevo condividere la mia esperienza di avere quasi toccato con mano la distorsione di mercato che possono produrre il capitalismo a braccetto con governi neoliberisti. Creare falsa penuria per adeguare il mercato alle leggi, in modo da poter introdurre nuovi prodotti. Così la vedo. Ora chiudo qui e torno a soli scambi con chi mi conosce di persona, e difficilmente può prendermi per un’infiltrata di chissà che gruppo malevolo. Buon proseguimento.

    • Scusa allora perché non dici chiaramente di COSA parlavi?
      Qual’è il “medicamento contro il paludismo”?
      Ma chi, come te, parla tanto dell’efficacia di “cure vecchie e verificate” vs “pericolosità di vaccini sperimentali” (che poi sperimentali non sono ndr) lo sapete quanto è pesante per l’organismo umano la profilassi antimalarica? O lo sapete che la cura con il plasma per le varie malattie virali (che si è vero De Donno aveva messo a punto contro la COvid19) si fa solo e soltanto in casi di evoluzione grave dell’infezione e SOLO quando non c’è un vaccino? Lo sai i danni che può dare il plasma di un altro uomo oltre all’infusione degli anticorpi che servono a combattere la malattia in oggetto?
      E se non stai parlando di questo ma di altro specifica, perché quello che ti ha scritto WM1 è sacrosanto. Molti pensano di cambiare nome e riproporre le stesse balle per n volte.

      • La caratteristica di questi anni e questi luoghi è, credo, il sistematico _sbagliare_ il piano del discorso e, in particolare, la _totale_ incapacità di percepire e criticare i mutamenti antropologi e sociologici in atto da prima della più recente crisi (e di quella prima ancora, e di quella prima ancora), e della mutazione delle narrazioni, a cominciare di quella che l’individuo e la società danno di se (*).

        Mi viene in mente la stanca analogia del pesce-che-non-si-accorge-dell’acqua, sia da parte della claque virocentrica che da parte del suo duale fissato con l’idrossiclorochina.

        Questa pagina, sia pure di rotocalco rosa, è del 2016, e già conteneva in sè l’esperienza della crisi sanitaria in tutto il suo orrore:

        https://archive.is/wip/Q77sB

        “Oggi i giovani s’incontrano su Tinder, e il 66,8 per cento preferisce rilassarsi a casa propria
        […]
        Uscire mette ansia, devi essere al meglio: perfino i pub causano angoscia, confessa un 19enne […]
        Molto più rassicurante parlare con gli amici via Facebook o Skype […]
        E poi sono troppo stanchi. […]
        «Accusano le generazioni precedenti di edonismo: per loro, una notte a ballare è un vizio scandaloso […]
        In un mercato del lavoro così competitivo è inconcepibile perdere due giorni tra disco e sbronza, se vogliamo rispettare gli obiettivi che ci siamo imposti» […]
        «Meglio latte e biscotti davanti alla tv»”

        I militari per le strade risalgono almeno ai tempi gloriosi di Scajola, e le vaccate che “siamo tutti nella stessa barca” risalgono almeno a 10-15 anni fa.
        La “responsabilità individuale” e la “carbon footprint” l’ha inventata BP venti-trenta anni fa: https://archive.is/i2XFj

        La depressione, la tristezza e il tagliovene fanno parte dell’economia affettiva, del discorso e della narrazion che l’individuo e la società dà di se almeno da vent’anni (come pura convenzione, metterei il paletto nel 2002, anno di uscita di Die Another Day col laser spaziale e di Bourne Identity con le botte, magari parliamo a parte di come ritengo che i film di 007 siano un monte privilegiato da cui scrutare lo zeitgeist).

        Davvero vogliamo stare qui a parlare di paludismo?

        Più passa il tempo e la narrazione di emergenza e il discorso sulla stessa perde la sua presa, più mi rendo conto che, addirittura, la stessa crisi sanitaria “non c’entri niente”.

        Id est, è un mero MacGuffin nella “storia” antropologica e sociologica con le sue storture, che poteva svolgersi a piacere in modo completamente diverso (evidentemente: le malattie esistono in tutte le società e tutte le esperienze umane), _proprio come_ le precedenti crisi non c’entravano con la macelleria sociale e tutte le altre vaccate.

        (*) Naturalmente qui su Giap ci sono le eccezioni più luminose, a mio avviso la migliore è proprio dovuta a SteCon l’anno scorso.

  57. Segnalo quest’intervista a Giuseppe Remuzzi, che qualcuno qui recentemente ha arruolato a forza nell’esercito dei rivoltosi (o dei cazzari)…

    https://www.bergamonews.it/2021/09/25/cura-del-covid-remuzzi-antinfiammatori-e-antivirali-promettenti-in-fase-precoce/466183/

    Francamente, sarà la mia incapacità di leggere tra le righe, ma io il “tana libera tutti” non lo vedo. Si parla – e Remuzzi ne parla da tempo – di antinfiammatori somministrati alla comparsa dei primissimi sintomi al posto della tachipirina, per prevenire l’aggravarsi della malattia e la conseguente ospedalizzazione. Si parla quindi sempre di terapia sintomatica, nonché implicitamente del ruolo della medicina territoriale.

    Poi, certo, Remuzzi affronta anche il tema degli antivirali. Ma cosa dice? Che i più promettenti sono quelli nuovi, tra cui quello prodotto dalla Pfizer. Nemmeno la multinazionale farmaceutica che ha oggettivamente stravinto la guerra dei vaccini, quindi, è andata all-in su un’unica soluzione farmacologica. Immagino anzi che per Pfizer non debba essere un problema se vende qualche dose in meno di vaccino e qualche dose in più di antivirale, probabilmente molto più costoso. Anche il “vaccinocentrismo” ha origini complesse. Gli interessi di Big Pharma impattano già in mille modi nefasti sulla nostra salute, senza bisogno di inventarsi cambi di paradigma piuttosto acrobatici.

    Ma soprattutto, Remuzzi parla di studi fatti con criteri scientifici per valutare le terapie. Quella precisazione sui pazienti che nella maggior parte dei casi guariscono da soli, dovrebbe essere premessa obbligata di ogni ragionamento. Il numero dei guariti sul totale dei casi trattati in un modo o nell’altro da questo o quel medico, è un dato che non ha alcun valore.

    • @Isver sicuramente Pfizer(o Moderna etc.) guadagnerebbe anche con gli antivirali o soluzioni assimilabili, vista la potenza di ricerca che hanno e che, molto probabilmente, anche in questo caso arriveranno per primi, ma non è niente di paragonabile ai vaccini. Nel caso di questi ultimi si tratta di una subscription del 80% della popolazione dei paesi occidentali per n(4…5…bho?) dosi, nel caso di un eventuale farmaco antivirale si tratta di qualche unità stipata presso gli ospedali/farmacie per chi eventualmente riscontrasse i primi sintomi.
      Continuo ad essere totalmente d’accordo con la linea WMx del non voler collassare la discussione sulla rassegna dei medici/farmaci innovativi e censurati, ma non ci scordiamo che la famosa foglia di fico vaccinale è un affare(secondo dottrina) per la parte governativa, ma è un affarone per le case farmaceutiche; come sempre il massimo del profitto che si poteva leccare da questa situazione.

      • Non mi pare di aver scritto che Pfizer non stia facendo affari d’oro col suo vaccino. Ho scritto che Pfizer punta anche al mercato degli antivirali, ovvero che nemmeno chi sta traendo il maggior vantaggio dall’approccio “vaccinocentrico”, appunto, ritiene superato quello classico, che prevede la cura della malattia.

        Questo per dire che il complottone ordito da Big Pharma per far sparire le cure, è solo l’ennesima semplificazione ridicola. Ma basta rifletterci un attimo. L’idrossiclorochina sarà anche un medicamento usato da cinquant’anni contro il paludismo, ma la Sanofi mica lo regala il Plaquenil. E se è vero che in quanto terapia avrebbe un target molto più limitato rispetto al vaccino, la stessa cosa non si può dire nel caso in cui diventasse la base di una profilassi alternativa stile Trump. Perché questo è il punto. Pure l’ivermectina la fanno prendere anche ai sani, mica solo ai malati. In dosi massicce, con effetti collaterali pesanti.

        • Io non penso che sia un complotto per far sparire le cure. Pfizer ragiona con un solo orizzonte: massimizzare il profitto. E per massimizzare il profitto intanto rifiliamo vaccini a tutti e poi si vedrà.
          “…la stessa cosa non si può dire nel caso in cui diventasse la base di una profilassi alternativa stile Trump…”, dipende: se la profilassi è terapeutica(quindi solo per i malati) non c’è paragone col guadagno che si può realizzare con un prodotto che si rifila a tutti(malati e non) n volte.
          Non è che voglio fare il pignolo, è solo per dire che questo arrocco vaccinale è la soluzione più logica se si tengono a mente gli scopi dell’una(governi) e dell’altra parte(case farmaceutiche) i quali, di sicuro, non coincidono con quelli del benessere diffuso.
          In conclusione si è andati dritti a capofitto col migliore degli sforzi dando priorità (per usare un gentile eufemismo) verso la soluzione vaccinale con iniezioni di soldi e aiuti politico-burocratici, non riservando quote di queste iniezioni per altre soluzioni (bb complementari non esclusive) sia per la ricerca farmaceutica(cure et similia), sia per le riforme sistemiche della sanità soprattutto territoriale.

          • A maggio 2020 Trump dichiarò che prendeva una pillola di HCQ al giorno, da sano, a scopo preventivo. Mi riferivo a quello.

            Quanto al resto, quando dico che il “vaccinocentrismo” ha origini complesse, intendo proprio che non bisogna guardare solo agli interessi delle case farmaceutiche, che sono fin troppo evidenti, ma che sarebbero pressoché garantiti sostanzialmente in ogni caso. Il ruolo dei governi – e delle istituzioni politiche sovranazionali – è stato altrettanto fondamentale, se non di più. Questo perché, come ho scritto in un altro commento, il vaccino è la soluzione che nasconde meglio i fili delle politiche neoliberiste degli ultimi decenni, senza alcun dubbio.

            • Allora Isver ti ho capito male. Siamo completamente d’accordo, scusami se ho puntualizzato eccessivamente.

              Sfrutto il commento per esprimere tutta la mia solidarietà ai WM che continuamente, come nel gioco delle talpe e del martello al luna park, stoppano tentativi di virare il discorso sul prontuario farmaceutico e, in generale, sulle chiavi di lettura totalizzanti del problema.
              Devo ammettere che all’inizio mi sembrava un atteggiamento “eccessivamente manganellatorio”, ma più leggo i commenti e più mi rendo conto che, anzi, stanno usando una pazienza che io non saprei mai; neanche mezzo insulto ho letto volare :-)

    • Buongiorno,cerco di chiarire il mio punto di vista:non ho arruolato Remuzzi fra i “cazzari”,ho solo detto che lui e altre personalita’ mainstream oltreoceano sono uscite a un certo punto dal mantra”paracetmolo e viglie attesa”,niente di piu’,niente di meno.
      Quando parli di cure sintomatiche non capisco bene cosa intendi…per quello che capisco io il protocollo Remuzzi e altri simili solo vogliono evitare l’infiammazzione nei momenti iniziali,quell’infiammazzione che il paracetamolo non ferma, che porta in avanti l’aggravamento multiorgano,e che costringe la ricovero con tutte le conseguenze del caso.
      Ovviamente Remuzzi e’ a favore del vaccino,ci mancherebbe altro,ma qui non si parlava del vaccino;detta cosi,scusami se magari fraintendo e lo dico senza nessuna ironia,sembra que si ritorni a un ipotetico schieramento del tipo”quelli che parlano di terapie domicialiari sono contro il vaccino per cui…ecc.ecc”.NO,non era quella la mia intenzione;solo volevo far notare che studi seri di medici e scienziati mainstream passavano abbastanza inosservati fino a un certo punto,e poi,sopratutto nel caso italiano,per cui torniamo a Remuzzi,sono stati”sdoganati” a livello di informazione acessibile a tutti ,c’e’ stata una apertura(televisioni,articoli sui giornali ufficialisti),a un altra “visione parziale” che mitigasse il discorso unico fino ad allora imperante.
      Ossia e’ stata lanciata una pietra nello stagno,ma lo stagno resta quello,giusto o sbagliato che sia,con i vaccini come barriera principale al virus,giusto o sbagliato che sia.

      In sintesi stavo cercando di dire che in un primo momento certi medici(quelli che forse tu annoveri fra i “cazzari”?non lo so,te lo chiedo,non sono sicuro di aver capito)non mainstream davano certe indicazioni su certi farmaci nel silenzio,e dopo qualche tempo, altre personalita’ importanti,con le dovute differenze(studi,sperimentazioni,ecc)di metodo sono arrivati a dare indicazioni simili( per fare un esempio,semplicemente aspirina,con azione antinfiammatoria, invece di paracetamolo,che abbassa di brutto i livelli di glutatione) a quelli che inascoltati li avevano preceduti.Ma non c’e’ un giudizio di valore,solo la constatazione,alemno a mio parere, di un fatto,magari sbaglio.
      E’ una semplice osservazione,senza volere appartenere a uno schieramento o a un altro!A proposito mi associo al tono del penultimo intervento di STECON,la guerra fra poveri,anche qui su GIAP ,non e’ utile a nessuno.

      • Io avevo risposto indirettamente a ‘sta roba qui:

        “non penso vi sia scappato il dettaglio che quando ormai la formula ”paracetamolo e vigile attesa” era cosi’ sputtanata che non so poteva piu’ reggere, e’ stato dato ”il permesso” a una autorita’ come Remuzzi dell’istituto farmacologico Mario Negri di “farsi avanti”, e lo ha fatto, su mezzi scientifici (varie riviste) e perfino in televisione, dicendo, dall’alto della sua posizione maistream, le stesse cose che mesi prima, con qualche minima differenza, dicevano i famosi ”ciarlatani alternativi”, dallo stregone di marsiglia (che fino allora tanto stregone non era, visto che dirigeva il piu’ importante polo di infettivologia di tutta la Republique) ai vari nuclei di medici, italiani e non, che proponevano, ops devo dirlo, sorry, cure domiciliari, economiche ed affettive.”

        E scusami tanto, ma ‘sta roba qui a me sembra un cumulo di immondizia complottista, che non basta certo l’abuso di virgolette a dissimulare. Remuzzi, che del permesso delle virostar mainstream non sa che farsene – per non suggerire tipologie d’uso poco lusinghiere – ha sempre sostenuto che si dovessero e potessero curare meglio i primi sintomi del Covid per prevenire l’ospedalizzazione. Perché sì, l’infiammazione è un sintomo, non capisco quale sia l’equivoco.

        Ma Remuzzi non ha mai detto le stesse cose di Raoult e degli altri fan dell’idrossiclorochina, per tacere di quelli dell’ivermectina. L’unica cosa in comune è la critica all’uso del paracetamolo (che comunque non è mai stato l’unico farmaco ammesso dal protocollo ufficiale). La differenza principale, in ogni caso, sta nel metodo. Basta leggere l’intervista che ho linkato per rendersene conto.

        • Buongiorno,mi sembra che non ti sei letto tutte le interviste di Remuzzi,te ne linko una dove appunto parla della ivermectina,quella stessa ivermectina alla quale,secondo quanto asserisci,non so bene perche’, l’esimio prof Remuzzi non sarebbe interessato.

          Parla Remuzzi:”L’Istituto Mario Negri è coinvolto in due progetti che vedono l’utilizzo di due farmaci nella cura del Covid-19: la Ivermectina e Metotrexato. L’Ivermectina è un farmaco utilizzato sia per il trattamento di infestazioni di parassiti ad ampio stretto sia per il trattamento di specifici disturbi della pelle, come la rosacea. Al momento non ci sono ancora risultati definitivi: lo studio è ancora in corso e quindi vale la raccomandazione dell’EMA di non utilizzare questo farmaco per la prevenzione o per il trattamento di Covid-19 al di fuori degli studi clinici. Le ultime evidenze emerse da studi di laboratorio, osservazionali, clinici e da metanalisi hanno mostrato che Ivermectina sarebbe sì in grado di bloccare la replicazione del SARS-CoV-2 ma solo utilizzandolo a concentrazioni troppo elevate rispetto a quelle raggiunte con le dosi attualmente autorizzate, causando quindi una certa tossicità.

          https://www.ilgiornale.it/news/cronache/guarire-covid-casa-ora-possibile-1946546.html

          Mi hai gia dato del complottista,ora che linko una intervista tratta da Il Giornale,cosa viene?Sto scherzando ovviamente…
          Come cercavo di dire nel mio intervento,che,in quanto sicuramente scritto male e’ risultato poco chiaro,solo volevo fare notare che persone come Remuzzi hanno parlato solamente dopo altre persone,che all’inizio,sono state trattate alla stregua di ciarlatani e ai quali anche dopo non sono stati offerti gli stessi canali informativi.

          Comunque a me non interessano ne’ i complotti,ne certe polemiche,ne’ certi toni accesi,per cui se non si capisce quello che volevo dire,mi dispiace,ma non va certo nella direzione che dici tu,e la chiudo qui.
          D’accordo con la tua conclusione,la differenza sta nel metodo:certi medici in prima linea agendo e non attenendosi alla vigile attesa hanno sperimentato farmaci che avevano a disposizione secondo i loro criteri clinici,altri hanno aspettato uno studio.Nessun giudizio di valore,ancora e solamente una constatazione.
          I miei genitori anziani sono stati malati,mia madre ricoverata,sono stati utilizzati,come dici, anche altri farmaci,nessun problema con cio’ da parte mia,solo si mettono insieme pezzi per cercare di capire,senza pregiudizi,ma evidentemente non va bene

      • Mauro, chiudiamola qui, ‘sta questione ha sfranto le balle a tutti. Non fateci uscire dalla “vigile attesa”…

  58. Vorrei invitare chi non l’avesse ancora fatto, a leggere il più recente commento di SteCon (co-autrice) che inizia così..
    “Che ci sia “qualcosa che non torna” (o anche “molto che non torna”) nelle procedure di approvazione dei farmaci, nella definizione dei protocolli di cura, nella gestione degli ospedali, nella definizione stessa delle malattie o dei parametri di normalità è fuor di dubbio. Non serve essere tecnici della medicina per… ”

    credo siamolto chiarificatore sul processo in atto.
    Che è appunto un processo, ha radici lontane, ed oggi è arrivato solo ad uno dei fulmini con la Gestione Pandemica, diritto cure, vaccini e via dicendo.

    Leggendolo ci si rende probabilmente conto che non ha effettivamente senso una nostra diatriba qui dentro, in particolare sulle specifiche cure, anche nel rispetto da chi questo blog lo gestisce.

    Anzi, attraverso le tali imprescindibili puntualizzazioni appunto di SteCon, si riesce credo a trovare un luogo comune, in questa diatribe concentrarci ed unirci ancora di più nelle lotte che sono da intraprendere.

    Per questo io ho già fatto copia incolla e condiviso ai “compagni prigionieri” quelle parole, ed propongo, se fosse possibile, alle autrici ed ai Wu Ming di integrare magari un capitoletto con quei concetti nel testo principale..

    (Questo ovviamente non limita ciascuno a fare le sue ricerche su terapie e cure precoci e magari condividerle altrove)

    “ANDREA (canticchia sottovoce):

    La Bibbia dice che non gira, e i vecchi
    sapientoni ne danno mille prove.
    Domineddio l’agguanta per gli orecchi
    e le dice: sta’ ferma! Eppur si muove.”

    Bertoldi Brecht, Vita di Galileo, 1938.

    El pueblo Unido Jamás Será Vencido

    • Citazione per citazione, ecco la mia:

      “What you don’t know won’t hurt you, yeah
      Ignorance is bliss”
      Happy Idiot (TV On The Radio)

      Ho la netta impressione che tu, con la pezza d’appoggio postata da Stefania Consigliere, mi daresti del beato ignorante perché io penso che 1) non è vero che i vaccini anti covid sono sperimentali, e che 2) non è vero che qualcuno stia cospirando per farci credere che non c’è altra cura al covid all’infuori dei vaccini.
      Ci sono sicuramente tantissime “cose che non tornano”, disservizi e violenze sistemiche ed è verissimo che, come cantavano gli Üstmamò, “la fortuna può cambiare malamente” (citazioni a gogo), questa volta è toccata a noi.. Ma non è che per forza sei un babbeo credulone se, a fronte di tutto questo, riesci a non farti prendere dal panico e andare in “dissonanza cognitiva”.
      Io sono abbastanza perplesso dal commento postato da SteCon.

      • Condivido le tue perplessità sull’ultimo commento di SteCon. Penso siano dovute al fatto che quel commento, secondo me, si presta a differenti letture e di conseguenza può essere usato (come d’altronde è stato fatto) come pezza di appoggio a teorie alternative e a un pretenzioso compromesso tra fandonie e critiche serie. Purtroppo è giorni che su giap si assiste al tentativo di infilare riferimenti a cialtronate e cialtroni. Non c’è da meravigliarsi se alla prima occasione cercano di piegare le parole di chi presumo a quel commento da tutt altro significato. Speriamo sia la volta buona che si mette la parola fine a questo pessimo tentativo fatto di retorica melliflua e tossica allo stesso tempo.

      • “Happy Idiot (TV On The Radio)”

        Uno dei miei gruppi preferiti. Avevo anche la barba alla Kyp Malone, fino a poco prima della pandemia.

        Io però non sono affatto perplesso, quel commento di Stefania Consigliere lo trovo molto centrato. Possiamo anche smettere di disvedere adesso, ma trattare questa parentesi pandemica come una manifestazione eccezionalmente schifosa del capitalismo, è fuorviante. Le cose che non tornano, non tornavano neanche prima. Il che, banalizzo, implica pure che se ci siamo curati coi farmaci fino a ieri, oggi non ci sia un motivo particolare per iniziare a dubitare della loro efficacia. Allo stesso tempo, però, non c’è nemmeno un motivo particolare per iniziare a “credere nella scienza”, come hanno fatto tanti compagni destabilizzati dalla paura – e dal moralismo – che in pratica hanno iniziato a disvedere a un livello più alto, invece di smettere.

        • La mia perplessità nasce dal fatto che il commento di SteCon è postato come risposta a una persona che, testualmente, dice che “c’è questa cosa talmente gigantesca che non si capisce come mai quasi nessuno vi presti attenzione”, e la cosa sarebbe che “l’immissione condizionale sul mercato dei nuovi vaccini ancora in fase sperimentale era possibile solamente se questi rispondevano a un bisogno medico non soddisfatto”. Un’affermazione ben precisa: un farmaco sperimentale sarebbe stato autorizzato alla vendita con procedura d’urgenza, grazie al fatto che le alternative a quel farmaco sarebbero state proibite.
          Il contenuto della risposta di SteCon è magari condivisibile, ma secondo me è stato speso, inopportunamente, a tenere di fatto la porta aperta a disinformazione e cospirazionismo.

      • A me il commento di SteCon è piaciuto.
        Magari lo fraintendo, magari, non conoscendo tutti i presupposti, ci proietto sopra pensieri, fisse e sensazioni miei, cose che in effetti nel commento non ci sono, come forse ha fatto chi lo vorrebbe usare come “pezza d’appoggio”, tuttavia resto convinto che smettere di disvedere il “capitale nella medicina” sia importante in funzione antisistemica* e un primo passo necessario per mettersi in cammino e andare da qualche altra parte.
        Chiaro che disvedere tutto di colpo o in massa sia pericoloso: il rischio evidente, parallelo alle varie catture e abbagli, è che buttando via l’acqua sporca (la parte “capitale”) qualcuno voglia buttare via anche il bambino (la medicina moderna e il pensiero razionale), cosa che assolutamente non deve succedere.
        Ma (per me) è altrettanto evidente che, al contrario, “rifiutare di disvedere” o minimizzare le storture del sistema, i “bias” strutturali di un certo modo di vedere la cura, le inerzie burocratiche, i chili di polvere nascosti sotto il tappeto, sempre solo come peccati “veniali”, “cose che succedono” o piccoli “prezzi” da pagare pur di poter beneficiare oggi della modernità della medicina sia un “bias” pro-sistema, con effetti nel lungo periodo potenzialmente peggiori.

        Quelli che si comportano come raccontato da ilnano nel commento citato sotto da Fabio Trabattoni (https://www.wumingfoundation.com/giap/2021/09/ostaggi-in-assurdistan-2/#comment-45512) in sostanza affermano che “l’Oste ha detto che il vino è buono, io l’ho bevuto e quindi adesso tu te ne bevi un litro con l’imbuto”.

        *Forse (forse, non lo so) se non ci fosse stato chi si è posto il problema di rifiutare il vaccino indipendentemente dalla “bontà” dei propri motivi, ma fossero stati tutti o sostanzialmente indifferenti oppure “pro-vax ortodossi”, le critiche al GP, le questioni “etiche”, le piazze e le rivendicazioni sindacali di cui parlano aerial e tuco che arrivano a raddrizzare la questione e la mettono sui giusti binari, non ci sarebbero nemmeno state.

  59. Notizie sparse da “il piccolo” di Trieste:

    “Vaccinati con lo Sputnik ma in Italia senza green pass. L’allarme delle imprese edili a Trieste”

    “Tra 15 giorni scatta l’obbligo di carta verde. Le aziende temono blocchi dell’attività vista l’impossibilità delle farmacie di far fronte alle tantissime domande di test”

    “L’assemblea dei portuali di Trieste contro il Green pass: “Garantire test salivari a tutti””

    “[…] l’Assemblea dei lavoratori portuali di Trieste, definendo il Green pass “non una misura sanitaria, ma di discriminazione e di ricatto che impone a una parte notevole dei lavoratori di pagare per poter lavorare”.”

  60. Però qua sopra c’è gente che continua a parlare dei vaccini come fossero il piscio di satana. Per me così non si va da nessuna parte. Per questo spero che a Trieste un po’ alla volta nelle piazze di cui parlava @albolivieri qua sopra i “veri_no_vax” vengano marginalizzati e invece prendano il sopravvento le rivendicazioni sindacali, come quelle dei portuali e degli edili: è nei luoghi di lavoro che ci sono le linee di frattura reali, è lì che si realizza e si svela lo scarico di responsabilità verso il basso. Altrimenti quelle mobilitazioni resteranno un blob in cui ognuno singolarmente porterà il suo personale disagio, ma senza catarsi, senza presa di coscienza e superamento del trauma collettivo.

    • Tenere alla larga, in maniera efficace e un minimo duratura, certi avvitamenti e diversioni da un luogo impegnato a disintossicare i pensieri sull’oggi e così aperto a visioni critiche come è Giap, è una fatica di Sisifo.

      Per questo ho grande stima dei WM tutti e di assidui commentatori come te. Ma il problema è percepibile, un’intossicazione latente si fa largo ciclicamente…

      “L’epidemia non finirà finché non siamo capaci di vaccinare tutti, ovunque. Se continuiamo a guardare solo a noi, non se ne uscirà. Bisogna mettere insieme tutta la tecnologia disponibile in ciascun Paese per avere conoscenze e impianti capaci di sviluppare vaccini sempre più sofisticati per poter vaccinare il mondo intero.”

      L’ha detto qualche marpione delle case farmaceutiche? No, è quanto afferma stamane al Corriere il prof. Remuzzi, lo stesso citato poco sopra a preteso suffragio di alternative cliniche alla diffusa vaccinazione, che medici e governi nasconderebbero (o osteggerebbero proprio, vai a sapere) per inerzia, dolo o complicità varie. Peccato che, evidentemente, il prof. in questione non la pensi come qualcuno si ostina a darci a bere.

      Non bisogna provare simpatia per lasciapassare vari, nè istinti sbrirreschi, nè avere la sindrome di Stoccolma nei confronti del ministro Speranza per pensare che la paura individuale di vaccinarsi con questi preparati – ancorché legittima e parzialmente comprensibile – non sia proprio la miglior lente per analizzare il presente e criticare gli aspetti deleteri del pass. Raccontarli pure qui come il piscio di Satana, come dici tu, è una tristezza ed è inutile – oltre uno sgarbo al luogo. Una caratteristica che mi pare accomuni anche non pochi fra gli intellettuali pass-critici che sono emersi recentemente, fra presunzioni di onniscienza e reset vari.

      Adesso alcuni (pochi per fortuna su Giap, ma in crescita) parafrasano, imboscano i propri riferimenti (ai noti Montagnier e ai medici di Ippocrate.org si aggiungono talvolta “veri” sciamani autoproclamati) in pistolotti anti-farmaceutici totalizzanti, non di rado gravidi di contraddizioni intollerabili.

      • Criticate le scelte politiche e la compressione capitalistica dell’umano, la pavidità e ipocrisia di amministratori paraculi, ma porca miseria basta mistificare il dato medico, instillando sfiducia in ogni istituzione sanitaria che, non per capriccio o per disegno criminale, promuove il vaccino di massa. Rimedio che c’è, accettato da miliardi di persone, e che è stucchevole dipingere come un esperimento mengheliano: non è il magic bullet ma fa molto di buono, salva vite, è gratuito per il cittadino e semmai va esteso a livello planetario, non gettato artatamente in competizione con altre cure – auspicabili quanto si vuole ma non alternative, oggi, alla prevenzione.

        Non lo sono per il mal di denti (che non seppellisce nessuno eppure tutti ce li laviamo) figuriamoci per una malattia infettiva capace di intasare gli ospedali di 5 continenti producendo picchi periodici di sintomatici gravi a migliaia, a mio avviso ingestibili da qualunque sistema – altro che vitamine e FANS.

        Concordo con Tuco, tuteliamo e sosteniamo lavoratori, fragili, studenti e docenti con legittime rivendicazioni, guardiamo al pianeta e proviamo a liberare il dissenso da ‘ste diversioni continue, che non se ne può più… e concordo con WM1 che rileva la viziosità del fenomeno che dialoga con certo provaccinismo a mano armata. Ma in questo senso il pezzo che commentiamo poteva essere meno ambiguo qua e là, perchè sappiamo con quali trappole ci confrontiamo, e non si possono ignorare i prevedibili effetti distorsivi di alcuni assunti diciamo un po’ troppo new age per i miei gusti – ma quelli appunto son gusti…

        Resta il fatto che, se è opinabile da innumerevoli punti di vista l’eradicazione globale del virus (probabilmente un miraggio, a sentire gli specialisti), mi pare che il superamento della fase più difficile degli ultimi decenni per l’umanità sia impraticabile senza accettare pro e contro del siero di massa con un po’ di equilibrio. Tralascio il senso civico che troppo spesso è stato pervertito in questo dibattito da tutte le fazioni possibili, ma insomma è un concetto che, personalmente, qualcosa dentro mi smuove…

        NB Qui l’intervista succitata a Remuzzi che auspica un vaccino universale (anche per i bambini):

        https://www.corriere.it/esteri/21_ottobre_01/remuzzi-solo-il-90percento-vaccinati-bimbi-inclusi-saremo-sicuro-3c714ebe-2226-11ec-bc6c-99e19555fe91.shtml?refresh_ce

  61. È notizia di oggi di una donna di 96 anni, dattilografa in un campo di concentramento Nazista, che è fuggita prima di andare giudicata dal tribunale tedesco che la imputava di favoreggiamento di fronte alla morte di migliaia di persone.

    Questo articolo mi ha colpito molto..
    Non tanto per la fuga, ma per l’età.

    Questa donna, supposto che sia del 1925, nel ’33 aveva 8 anni e nel 45 ne aveva 20.

    Nessuno forse infine e per fortuna, si può sottrarre al giudizio della storia e della giustizia.
    Anche se è stata allevata da un sistema del terrore e totalitario.
    Ciascuno risponde delle sue azioni delle sue scelte e delle sue prese di posizione.

    Le stanze del terrore della nostra recente storia passata sono degli incubi che ancora oggi chiedono giustizia.

    Cosa ne sarà fra 70 anni o prima o dopo o quando sarà, di quello che stiamo vivendo ora?
    Vedremo imputati oggi personaggi eccellenti darsi alla fuga?

    O avremo compiuto la rivoluzione degli oppressi e questi nodi saranno già venuti al pettine?

    Dobbiamo sicuramente prima ritrovare una nuova coesione.
    Non “come prima” ma meglio di prima, prima di questa attuale crisi.

    • Circa un anno fa ho litigato con de* compagn* secondo cui chi non approvava il lockdown in Italia era responsabile della morte di un numero di persone superiore a quello dei rom sterminati ad Auschwitz. Ora mi tocca leggere velati paragoni tra la segretaria di Auschwitz e gli inventori del green pass. Francamente ho le palle piene di questa continua reductio ad Hitlerum di qualsiasi cosa, che ha come unico effetto la reductio di Hitler a cosa qualsiasi. Come antifascista non accetto questo modo di argomentare. Questa roba fa dei grossi danni all’antifascismo (oltre che alla costruzione di una critica politica ragionata ed efficace al green pass stesso).

      • Pienamente d’accordo con Tuco, e da sempre. Non si possono leggere ‘ste robe, finiamola.

        • ‘ste robe,niamola.

          ..forse se aveste letto con più attenzione quello che ho scritto, vi sareste accorti che in nuce al commento vi è proprio una riflessione, che forse ho sbagliato dando l’apparenza che essa sia già risolta.
          L’interrogativo è: è possibile oggi condannare la dattilografa di un campo di concentramento che nel 45 aveva prob. vent’anni?
          O per “riduzione ad Hitlerum” vi riferite proprio al tribunale tedesco che la accusa?
          Perché potrebbe non essere chiaro.

          Perché anche ridurre qualsiasi discorso accusando di riduzione ad Hitlerum, alla fine, risulta banale.

          Hitler andava bene fino alla soluzione finale e poi no? Fino alle leggi razziali?
          Mussolini fino alle leggi razziali, e poi no?
          Qual è il discrimine che ci fa indicare il fascismo nell’organizzazione di una società?
          Come ed in quale modo vi sono coinvolti i cittadini nell’affermarsi graduale del fascismo?
          I fascismi, nascono fascismi tout court, o sono un processo storico, già insito forse nella società prima dell’affermarsi del fascismo stesso? E che cosa fa sì che esso si affermi e prenda piede?

          Così come credo che non sia corretto giudicare le sensibilità altrui sull’epoca presente, passata e possibili relativi confronti (può bastare un, ‘non sono d’accordo con te’), così il mio interrogativo, storico, è volto anche alle giovani generazioni presenti, o alla nostra.
          Quanto una ragazza che nel 33 aveva 8 anni è un domani giudicabile per il fascismo dalla quale praticamente è stata educata?
          Cosa saranno le generazioni della mascherina al viso e del green pass tout court innalzato a quotidianità di vita?
          Appunto perché credo che “i fascismi” siano un processo, non riassumibile nel mero olocausto, è utile oggi, credo, saper e cercare gli strumenti che ci possano tenere accesa l’attenzione sulla possibile discesa nella scalinata verso i luoghi del terrore.

          • Io penso che ci siano due appunti da fare al tuo post:
            1 non c’entra niente col tema del thread. Anche se ti sforzi di farcelo entrare facendo il parallelo con quanto accade oggi, proprio questo tentativo di analogia è quello che ti si rimprovera, vuoi forzosamente far entrare Hitler nel covid. Se in un gruppo di persone che parlano di calcio chiedi se per caso non trovano ingiusto che una 96enne juventina venga perseguita per un reato commesso 70 anni fa, pretendendo così che la fede calcistica di quella donna funga da legame fra il 4-3-3 e il nazismo, è possibile che quelle persone non la prendano molto bene;
            2 non si capisce (o almeno io non capisco) a cosa ti riferisci quando parli della necessità di ritrovare una nuova coesione. Siamo mai stati coesi? E chi dovrebbe unirsi? Quali categorie sociali? In nome di cosa? Dello scampato pericolo? Della necessità di non perseguire domani chi ha commesso scempi oggi? Di una auspicata pace sociale?
            Ancora. Chiedi: “Qual è il discrimine che ci fa indicare il fascismo nell’organizzazione di una società?”, aggiungendo: “I fascismi, nascono fascismi tout court, o sono un processo storico?” Ci sarebbero tante risposte possibili, alcune impiegano libri interi, altre fanno addirittura un elenco di cosa è fascista; forse una risposta agilissima è questa: “Il fascismo è la dottrina della disuguaglianza. Questa è la sua essenza, sotto tutti i macabri fronzoli. Disuguaglianza, e conseguente discriminazione in base alla nazionalità, all’etnia, alla religione, al genere, all’orientamento politico e/o sessuale. […] La deriva fascista non è un malfunzionamento imprevisto del capitalismo, è nella sua natura”. Definizioni che trovi qui: https://www.carmillaonline.com/2019/05/12/il-quarto-stadio/.
            Si potrebbe ragionare quando dici che non è corretto giudicare le sensibilità altrui sull’epoca presente, ma bisogna stare molto attenti, perché se si segue questo schema diventa tutto giustificabile (la strategia della tensione aveva un senso negli anni ’70, che ne potete sapere voi degli anni ’20? Mandare al macello una generazione sul Carso aveva un senso cento anni fa, che ne potete sapere oggi? E così via).

            • Probabilmente ho sbagliato a condividerlo qui, l’articolo mi ha effettivamente colpito ed ho agito d’istinto.
              Con la definizione che dai del fascismo, possiamo dire che tramite green pass si sta iniziando ad affermare la politica della diseguaglianza?
              In questo senso, e probabilmente mi sono spiegato male o sono stato poco chiaro mi domando:se io avverto che il sistema sta andando in crisi e faccio un parallelismo storico con il fascismo (il che non vuole e credo non possa essere invece assunto ad una giustificazione storica, ad esempio di un periodo di stragi o di una guerra che hai citato) quanto è criticabile il mio sentire?
              Cioè, posto che chiunque abbia anche il diritto di criticare chicchessia, ma vi è una necessaria ragione tra i due?
              Forse l’inghippo è che un parallelismo storico ha appunto a che fare con la sfera interiore e che il paragone è soggettivo e non può essere totalmente oggettivizzabile.
              Ma allora non possiamo più fare parallelismi o analogie storiche?
              Anche nella mia mente sono interrogativi aperti.

              (Credo sia sempre possibile giudicare un’epoca storica, anzi, ne siamo consapevoli o meno, credo emettiamo sempre dei giudizi sulle epoche passate o sulla presente e le applichiamo, sempre consapevolmente o meno, nel nostro agire storico, individuale e prob anche collettivo)

              Se ipoteticamente domani si
              andasse a votare, l’alternativa per una buona parte degli Italiani è diventata la Meloni o la destra (qui ci sarebbe da aprire una parentesi.. negli ultimi meno di dieci anni il 40 per cento degli italiani prima avrebbe messo la mano sul fuoco per Renzi, poi su Grillo, poi su Salvini ed è chiaro che vi sia almeno una parte di essi che ha puntato tutto su almeno due di essi -stando agli indici di gradimento almeno-) ed in questo senso auspico che tutto ciò che sta a sinistra (del PD) riesca finalmente ad essere più unito e coeso.
              Storicamente, è già capitato che sia stata la destra sociale ad aver raccolto i frutti di epoche di crisi, e come dissi in altro commento (Assurdistan) oggi la destra sovranista ha buon gioco ad opporsi al green pass, ma un ipotetico domani, se fosse al potere, potrebbe invece ritenerlo un utile strumento in chiave iper reazionaria.
              In questo senso chi è al potere oggi come potrebbe opporvisi?
              Dicendo che anticostituzionale appena dopo aver affermato il contrario?
              Questi i miei pensieri e forse le mie paure.
              Forse chi sbagliato a riversarli qui.
              Ma appunto, c’è qualcuno che possa giudicare se un parallelismo storico sia pertinente o no?
              Non so..
              (Alcuni commenti doppi fuori posto, scusate)

              • Sì, hai sbagliato. Tra l’altro questo tuo intervento è un esempio perfetto di cosa sia il virocentrismo. Negli ultimi dieci anni su giap sono stati pubblicati decine di post sul fascismo storico e sulle sue innervature nel presente (che non comincia il 24 febbraio 2020).

                https://www.wumingfoundation.com/giap/?s=fascismo

                Già che frequesti questo blog, potresti approfittarne per leggere qualcosa che non c’entra col virus, se non altro perché è stato scritto prima.

                Concludo ricordando che proprio ieri cadeva l’anniversario del massacro di Babi Yar, poi ognuno faccia le considerazioni che crede.

                https://youtu.be/BEyDiOon0jg

              • Continui a imperversare, lasci commenti a mitraglia, fuori luogo, fuori posto, duplicati… Uno era pieno di schifezze digitate al puro scopo di raggiungere la lunghezza minima e te lo abbiamo cacciato nello spam. Secondo avviso: rallenta il flusso, respira, ricalibrati, perché anche la nostra leggendaria pazienza a un certo punto cozza contro il limite che le pone il rompimento di maroni.

  62. -Vogliono questa merda del GP?Allora che mettessero i tamponi gratuiti.Ma tra compagnə questo non si dice,no questo no, perché è una rivendicazione di FdI.E forse sarebbe una via d’uscita da questa ennesima cazzata ad opera dei nostri governanti.In Francia (paese che frequento molto) i tamponi saranno gratuiti fino a metà ottobre,e le proteste ci sono comunque.Ma vi assicuro che i toni qui sono più bassi e le lacerazioni meno profonde.Per lo meno non è stato lasciato campo libero alla destra becera nella critica alla gestione del Covid.
    -Il capitalismo,per sua stessa natura,è un cadavere ambulante che cade sempre in piedi proprio perché riesce a trarre profitto da qualsiasi cosa accada nel mondo,guerra,terremoto,crisi finanziarie, migrazioni di massa,rivoluzioni,quieto vivere pseudodemocratico.Quindi,vi prego, piantiamola almeno qui con questa cazzata dei Big Pharma che si sono inventati tutto per vendere più vaccini.Le loro tasche strabordavano di danaro ben prima dell’affarone 2020.
    -Ho fatto ancora il guelfoghibellino. Non ho capito proprio un cazzo del post che volevo commentare. Scusate… Devo allenarmi meglio ad altri modi di cercare e di pensare . E scusate anche se ho dovuto dividere in due il commento perché troppo lungo …

  63. Riguardo agli ultimi commenti… mi tocca riportare che, per essermi voluto fare un’idea precisa e non mediata di cosa si stesse muovendo nelle piazze contro il greenpass nella mia città, e farne un resoconto che per ora è stringato nei miei commenti precedenti, mi sono beccato del colluso coi fascisti (ovviamente su FB che peraltro non uso).
    La cosa mi fa ovviamente incazzare assai e chi conosce me e la mia storia politica può immaginare quanto.
    Altrettanto però mi fa incazzare che su questo blog, che da un anno e mezzo mette a disposizione spazio e pazienza per ragionare fuori dalla scatola virocentrica, discussioni che potrebbero essere molto più proficue vengano diluite/rese illeggibili da commenti che tentano di continuo di riportarci dentro quella scatola, per quanto dal lato opposto a quello del fideismo scientifico.
    A causa di questa illeggibilità ho visto solo ora il commento di WM1 che segnalava il pezzo di Garau, per me molto importante per chiarirmi le idee su quanto sto vedendo.
    Devo però far notare che quello che è successo a Trieste sabato scorso – ma non sono certo che si ripeterà domani, venerdì – è che non solo si è determinato un (fragile) equilibrio che ha di fatto reso la piazza accogliente per le/gli antifasciste, ma che quel equilibrio ha determinato un restringimento di spazi per chi agisce sulle leve programmatiche del disincanto, che per me ora sono rappresentate soprattutto da chi parla di cure alternative e domiciliari.
    Sottolineo, per chi non mi conosce, che tra me e una parte, minima, della componente di sinistra che si sta accollando le difficili assemblee del coordinamento, non corre buon sangue da anni. E tuttavia sarei intellettualmente disonesto se non riconoscessi che tutta quella componente sta dimostrando un certo coraggio e molta pazienza nello stare dentro a un marasma contraddittorio che, è bene ricordarselo, è comunque un pezzo di società e per niente privilegiato. Allo stesso modo lo sarei se non riportassi il fatto che nella scelta su come gestire gli interventi al microfono delle manifestazioni ci si è affidati a chi non ha strumenti concettuali per farlo (non solo perché non leggerebbe questo blog nemmeno sotto tortura), e che infatti più volte è scivolato proprio sulla sua approssimativa e schematica idea di salute e di cura.

    • ‘ste robe,niamola.

      ..forse se aveste letto con più attenzione quello che ho scritto, vi sareste accorti che in nuce al commento vi è proprio una riflessione, che forse ho sbagliato dando l’apparenza che essa sia già risolta.
      L’interrogativo è: è possibile oggi condannare la dattilografa di un campo di concentramento che nel 45 aveva prob. vent’anni?
      O per “riduzione ad Hitlerum” vi riferite proprio al tribunale tedesco che la accusa?
      Perché potrebbe non essere chiaro.

      Perché anche ridurre qualsiasi discorso accusando di riduzione ad Hitlerum, alla fine, risulta banale.

      Hitler andava bene fino alla soluzione finale e poi no? Fino alle leggi razziali?
      Mussolini fino alle leggi razziali, e poi no?
      Qual è il discrimine che ci fa indicare il fascismo nell’organizzazione di una società?
      Come ed in quale modo vi sono coinvolti i cittadini nell’affermarsi graduale del fascismo?
      I fascismi, nascono fascismi tout court, o sono un processo storico, già insito forse nella società prima dell’affermarsi del fascismo stesso? E che cosa fa sì che esso si affermi e prenda piede?

      Così come credo che non sia corretto giudicare le sensibilità altrui sull’epoca presente, passata e possibili relativi confronti (può bastare un, ‘non sono d’accordo con te’), così il mio interrogativo, storico, è volto anche alle giovani generazioni presenti, o alla nostra.
      Quanto una ragazza che nel 33 aveva 8 anni è un domani giudicabile per il fascismo dalla quale praticamente è stata educata?
      Cosa saranno le generazioni della mascherina al viso e del green pass tout court innalzato a quotidianità di vita?
      Appunto perché credo che “i fascismi” siano un processo, non riassumibile nel mero olocausto, è utile oggi, credo, saper e cercare gli strumenti che ci possano tenere accesa l’attenzione sulla possibile discesa nella scalinata verso i luoghi del terrore.

    • @ Albolivieri

      Riguardo al «restringimento di spazi per chi agisce sulle leve programmatiche del disincanto», nelle piazze italiane.

      Ti chiedo scusa in anticipo se questo commento suona un po troppo congetturale; preciso che non ho esperienza diretta della piazza di Trieste; uso come riferimento quelle che ho frequentato personalmente o di cui mi hanno raccontato i miei familiari.

      Credo che uno dei maggiori problemi all’origine di questo restringimento sia il fatto che ad agire per le strade, in questo momento, sono persone con scarsa dimestichezza non necessariamente con gli argomenti ma piuttosto con il metodo.

      Mi spiego: mi sembra che in generale, sia a livello demografico che di etnia, “gender”, cultura etc, sono davvero pochissime/rarissime le sorelle (e ancora meno i fratelli), specialmente in Italia, di cui ci si può fidare, coloro insomma in grado di trasferire/comunicare in maniera adeguata, convincente e non coatta, quella serie di “nozioni”, quel “sentire” (for lack of better terms) che la scienza continua ad ignorare e la religione puntualmente rapisce.

      Un sentire esperito a livello di coscienza, non di sensi primari o di intelletto, che la gente sembra cogliere in maniera sempre più numerosa.

      Espandere la propria coscenza, disvedere, non riuscendo poi più a comunicare con gli altri, è un esperienza frustrante che rischia di trasformarsi in isolamento o cattura. Il problema però è che, come vediamo, parlarne non è cosa semplice.

      Credo quindi che il luogo migliore siano non le piazze (e sicuramente non i social) ma i piccoli gruppi solidali, perchè si tratta di una forma di comunicazone molto, troppo fragile per essere portata in pubblico senza prima essere passata per il confronto solidale.

      Farlo in pubblico subito, ora, per me è un azzardo; in una piazza i rischi sono molti; ci vorrebbe inoltre gente con tonnellate di esperienza, in grado di esprimere certe idee con le metafore giuste, con simbolismi funzionali, oltre che, forse sopratutto, con concetti che che non finiscano per rotolare, come una palla, nell’ideologia.

      • Devo avere formulato male io, ma la frase completa era:
        «non solo si è determinato un (fragile) equilibrio che ha di fatto reso la piazza accogliente per le/gli antifasciste, ma (che) quel equilibrio ha determinato un restringimento di spazi per chi agisce sulle leve programmatiche del disincanto, che per me ora sono rappresentate soprattutto da chi parla di cure alternative e domiciliari».
        Quel restringimento intendevo segnalarlo come un merito, ovvero l’aver messo in secondo piano la parola d’ordine delle cure domiciliari che, a mio avviso, è paralizzante e destinata alla sconfitta.
        Tuttavia la convocazione della manifestazione di oggi mi smentisce, perché nel volantino le «cure domiciliari» sono in netta evidenza https://nogreenpasstrieste.org/ segnalando forse un arretramento della discussione assembleare o perlomeno una conferma del terreno contraddittorio che già segnalavo. Aggravato dalla fumosa ambiguità di tale rivendicazione.
        Se capisco ciò che scrivi questi dettagli sembrano almeno in parte confermarlo.

        • La trappola del discorso sulle “cure domiciliari” consiste non solo e non tanto nel fatto che queste presunte cure siano sostanzialmente una fata morgana, quanto nel fatto che l’incantamento che le circonda è un incantamento cattivo. E’ un incantamento che cattura e uccide la voglia di vivere, già repressa dalle misure di disciplinamento di questi anni. Invece di immaginare come ricostruire una vita da sani, ci si amminchia a disquisire, da sani, su come si dovrebbe essere curati in caso ci si ammalasse. E’ un orizzonte tristissimo. E’ dal marzo 2020 che continuo ad avere in mente il film di Forman “One flew over the cuckoo’s nest”, e continuo a pensare che la cosa di cui abbiamo più bisogno è un capo indiano che sfasci la vetrata del manicomio scagliandogli contro un lavabo di marmo.

          • Il fatto è che Trieste il suo capo indiano che sfasciava la vetrata l’ha avuto, e sono piuttosto convinto che se è andata persa la memoria politica di quell’esperienza – e gran parte della responsabilità la rintraccio nell’opera di normalizzazione/istituzionalizzazione da parte di ambiti dell’ex PCI –, chi si oppone al GP in qualche modo ne conservi una sorta di memoria collettiva.
            Inevitabile chiedersi cosa avrebbero detto Franca Ongaro e Franco Basaglia dei provvedimenti di questo anno e mezzo, e del modo in cui il concetto di «salute» è stato fatto a pezzi e usato come una foglia di fico per far ingoiare la qualunque. Peraltro alcuni storici psichiatri basagliani durante il primo lockdown ne avevano criticato in qualche intervista la ratio dal punto di vista socio-sanitario, ma si sono presto taciuti, sotto l’evidente minaccia di essere tacciati delle peggio cose.
            In proposito segnalo che oggi, sul Piccolo, lo stesso tizio che nei primi ‘80 si inventò il concetto di «pensiero debole» per allontanare da sé anche il più lontano sospetto di connivenza con gli intellettuali che Calogero voleva seppellire in galera, fa il sarcastico dando dei complottisti e paranoici a «alcuni intellettuali di rango che si dichiarano no-vax», di cui ovviamente questo cuor di leone non fa i nomi (vedi mai che domani cambia il vento), ma dall’acccozzaglia di pensierini che mette assieme si capisce che si riferisce a chiunque osi mettere in dubbio il greenpass.

        • Ancora Taussig:

          «La maggior parte di noi conoscono e hanno paura delle torture e della cultura del del terrore soltanto attraverso le parole di altri». Prosegue «la mia preoccupazione riguarda la mediazione del terrore attraverso la narrazione e il problema dello scrivere in modo efficace contro il terrore».

          È probabile che chi si concentra sulle cosidette cure domiciliari stà semplicemente tentando di comunicare agli altri un senso di forte terrore, di fronte ad una situazione della quale si sente in qualche modo riluttante “avanguardia”, mero soggetto economico/numerico.

          Esempio pratico: nel post pandemia, dove vivo al momento, le visite sono filtrate: bisogna chiamare tra le 8.00 am e le 10.00 am, chiedere all’impiegat* (personale non-medico) che, solo se strettamente necessario, avvallerà l’appuntamentoà, altrimenti tutto si svolgerà telefonicamente. Questo indipendentemente dall’età anagrafica. Per le emergenze bisogna chiamare l’apposito numero di telefono e parlare con un operatore che si occuperà di smistare la chiamata; altrimenti bisogna recarsi direttamente al pronto soccorso.

          Questo per evidenziare che la figura del medico, quìndi, si è smaterializzata rispetto a quello che era soltanto qualche mese fà. Il dottore e il suo camice sono, puff, spariti.
          Tra paziente e cura si è innestata/manifestata la mediazione tecnologica. Per molti questo passaggio può essere traumatico.

          Ora, come Garau nenache io credo «che da queste manifestazioni […] verrà fuori una scossa sociale potente»; capisco inoltre le preoccupazioni di infiltrazioni fasciste e/o cospirazionismi vari; non mi piace però nenache questo atteggiamento di marginalizzazzione verso chi vuole discutere, per esempio, di cure domiciliari. Credo che il rischio sia quello di creare l’ennessimo stigma, un’altra categoria, sviluppando in maniera esponenziale quello spregio «saccente ed un po’ classista verso certi «soggetti» della protesta» nei confornti di persone che hanno semplicemente paura.

          • > È probabile che chi si concentra sulle cosidette cure domiciliari stà semplicemente tentando di comunicare agli altri un senso di forte terrore, di fronte ad una situazione della quale si sente in qualche modo riluttante “avanguardia”, mero soggetto economico/numerico.

            Sono d’accordo, così d’accordo che ho avanzato questo sospetto in un vecchio commento:

            https://www.wumingfoundation.com/giap/2021/08/a-che-punto-e-la-notte-pandemica/#comment-44567

            Il fatto che abbiamo entrambi lo stesso sentore non è una conferma, ma forse qualcosa vuol dire (anche se sai bene che la probabilità che mi trovi d’accordo con te è di partenza alta).

            Tuttavia, compreso che possiamo trovarci di fronte a gente che parla del suo disagio usando il “fatto tecnico” solo come mero significante, si capisce che incoraggiare questa cosa non può portare alcun miglioramento.

            Si dovrebbe, credo, incoraggiare piuttosto l’analisi di quelle cose che vengono taciute e rimosse nel discorso mainstream, financo [tuono fuori campo] intavolare un discorso di classe.

            Confucio, oltre alle tremila vaccate che non ha detto ma che gli sono attribuite, già 2500 anni aveva sviluppato un’ossessione per il corretto linguaggio come condizione di per se stessa sufficiente per la buona politica e, automaticamente, la buona-vita:

            https://en.wikipedia.org/wiki/Rectification_of_names

            Sistemando la terminologia, sosteneva, il resto si sarebbe sistemato da solo.

            Ora, forse non sarà _sufficiente_, ma penso che mettere ordine nel mdoo del discorso sia senza dubbio un passo _necessario_.

            • Dal mio punto di vista vi è alla base una rottura del patto di fiducia tra sistema sanitario e cittadino molto simile alla rottura del patto sociale tra istituzioni e cittadini di cui qui si è parlato a lungo. Tale sfiducia ha sia basi concrete che dipendono sia da una questione storica (smantellamento della medicina territoriale alla stessa maniera in cui si sono smantellate altre istituzioni di prossimità nell’ambito politico), che contingente alla questione emergenziale (sistema sanitario in tilt da una parte e comunicazione spesso schizofrenica delle “autorità” scientifiche dall’altra), sia basi astratte e autoconsolatorie (protocolli di cura come scorciatoia psicologica rispetto a un problema sanitario complesso: e qui i nuovi luminari delle terapie alternative che possono in breve divenuto autentici stregoni).
              In generale, l’emergenza è stata sostanzialmente il manifesto della crisi dell’auctoritas istituzionale. E la reazione più naturale del potere rispetto a questa crisi, non possedendo il giusto grado di autorevolezza, è quella di una prova muscolare autoritaria.
              E come dice giustamente Dude, attenzione a marginalizzare “quelli delle cure domiciliari” (su cui sospendo il giudizio non avendo competenze in materia), in quanto si creerebbe una nuova categoria da perseguire. E stanno diventando un po’ troppo, anche in un contesto in cui lo stato non vuole confrontarsi con cittadini, ma con fedeli.

            • Ciao Rhino

              «incoraggiare questa cosa non può portare alcun miglioramento».

              Non si tratta di incoraggiare si tratta casomai di dare perlomeno altrettanta evidenza a quel bizzarro e inspiegabile «principio affinitario sul versante opposto».

              Intavolare un discorso di classe, come dici, sarebbe indubbiamente più utile che focalizzare la protesta su di un altro “bullet” come le cure domiciliari; da notare, tra l’altro, che sia silver or bronze sempre di bullet si stà parlando (e come insegna confucio, la terminologia conta, eccome se conta).

              Ma queste cose le ha espresse in maniera impeccabile Michele Grau su «Qui e ora»:

              «Bisogna appunto essere persone di sinistra per ritenere che la solidarietà sia il fattore precipuo che muove i sostenitori della campagna vaccinale e del green pass, e non invece un desiderio, altrettanto «ultraliberale» e profondamente «cittadino», di riprendere il ciclo ordinario di consumo, intrattenimento e lavoro». Aggiungo: costi quel che costi.

              Insomma, sedersi ad un tavolo a discutere di classi sociali andrebbe anche bene, bisogna però capire chi sono gli interlocutori e che strada intendono intraprendere. La mia peronale impressione è che anche alla sinistra della sinistra più sinistrata, si stia facendo un po troppo affidamento su termini quali «diritto», «costituzione», «garanzia», incrementando il grado di presunzione/illusione divinatoria nel potere salvifico delle istituzioni.

            • Bon, grazie a tutti e 3, Dude, Rino e Mars9000, mi sento in sintonia con tutti e 3.
              Posso concordare sul fatto generale evidenziato da altri che non si debba “mettere in evidenza” il nodo “cure” come specifico oggetto del discorso o della contestazione o come mitologico “bullet”, tantomeno come alternativo alla vaccinazione. Come è verosimilmente sbagliato farlo diventare un punto all’ordine del giorno in qualsiasi manifestazione o dibattito per il carico di divisione, diversione e argomenti destrorsi che porta con sè.

              Però avete ragione nel dire che se il nervo è tanto scoperto qualcosa vorrà ben dire, e non si può far finta che questa parte del discorso pubblico, del sentire (più o meno) comune, non esista.
              Anche perché secondo me più un tema è “tabù” nel dibattito mainstream, più dalla TV ti danno del credulone semianalfabeta quando ne parlano, più alla gente che ha già dei dubbi vien voglia di trattarlo e di saperne di più.

              Può essere, come dice Rino, che la questione “ho male alle cure” sia una sorta di metafora inconscia per dire, “ho male dappertutto (ho male al rapporto medico paziente?)”, come diceva nel famoso commento.
              Può essere una manifestazione di paura o di “negazione” di fronte al crollo delle proprie certezze circa la malattia e il ruolo della medicina territoriale.
              Ma moltissimo conta (e sono d’accordo con Mars9000) la rottura del rapporto di fiducia, in essere già da tempo e a cui la pandemia e la sua gestione hanno dato il colpo di grazia:

              ora il cittadino che ha qualche dubbio vede il tal politico o il tal virologo in TV e cambia canale,
              sente nominare la tal procedura o la tal circolare e si chiede sempre “perché?”,
              il tutto sempre a fronte di un coro di voci con la patente dell'”autorevolezza” che più che impegnato ad argomentare con razionalità sembra impegnato invece a punire i renitenti e a individuare nemici pubblici.

  64. Segnaliamo un contributo che ha molte risonanze con una delle discussioni in corso qui, quella sull’intruppamento o l’ignavia di gran parte degli intellettuali italiani.

    In difesa di Alessandro Barbero

    di Pasquale Noschese

    https://www.lafionda.org/2021/09/25/in-difesa-di-alessandro-barbero/

    • Non mi è chiaro a chi Noschese attribuisca la stesura/creazione delle due dottrine pro e no vax, perché a me pare siano opera degli stessi demiurghi.
      In effetti non si riesce ad individuare un fronte intellettuale unito sul lato “no-vax” a partire dalla definizione stessa che non definisce quasi nessuno volendo definire tutti coloro che potremmo chiamare “no-pro-vax”. Difatti, più spesso che no, i “pro-vax” hanno una notevole uniformità di posizioni con, a corredo, un pratico frasario da dove pescano obiezioni, slogan e mondezza simile che ripetono a nastro chiunque sia il loro interlocutore (un esempio lampante,citato tra l’altro nell’articolo di Noschese, è il confronto d’Arcais-Barbero lato d’Arcais).
      Sempre sulle spaccature che si accompagnano alle strategie di spinta in basso della responsabilità, volevo segnalare l’ultimo commento apparso su “Ostaggi in Assurdistan/2” di @ilnano contenente una storia che ho trovato molto interessante e nella quale ho rivisto anche parte delle mie esperienze recenti.

  65. Probabilmente ho sbagliato a condividerlo qui, l’articolo mi ha effettivamente colpito ed ho agito d’istinto.
    Con la definizione che dai del fascismo, possiamo dire che tramite green pass si sta iniziando ad affermare la politica della diseguaglianza?
    In questo senso, e probabilmente mi sono spiegato male o sono stato poco chiaro mi domando:se io avverto che il sistema sta andando in crisi e faccio un parallelismo storico con il fascismo (il che non vuole e credo non possa essere invece assunto ad una giustificazione storica, ad esempio di un periodo di stragi o di una guerra che hai citato) quanto è criticabile il mio sentire?
    Cioè, posto che chiunque abbia anche il diritto di criticare chicchessia, ma vi è una necessaria ragione tra i due?
    Forse l’inghippo è che un parallelismo storico ha appunto a che fare con la sfera interiore e che il paragone è soggettivo e non può essere totalmente oggettivizzabile.
    Ma allora non possiamo più fare parallelismi o analogie storiche?
    Anche nella mia mente sono interrogativi aperti.

    (Credo sia sempre possibile giudicare un’epoca storica, anzi, ne siamo consapevoli o meno, credo emettiamo sempre dei giudizi sulle epoche passate o sulla presente e le applichiamo, sempre consapevolmente o meno, nel nostro agire storico, individuale e prob anche collettivo)

    Se ipoteticamente domani si
    andasse a votare, l’alternativa per una buona parte degli Italiani è diventata la Meloni o la destra (qui ci sarebbe da aprire una parentesi.. negli ultimi meno di dieci anni il 40 per cento degli italiani prima avrebbe messo la mano sul fuoco per Renzi, poi su Grillo, poi su Salvini ed è chiaro che vi sia almeno una parte di essi che ha puntato tutto su almeno due di essi -stando agli indici di gradimento almeno-) ed in questo senso auspico che tutto ciò che sta a sinistra (del PD) riesca finalmente ad essere più unito e coeso.
    Storicamente, è già capitato che sia stata la destra sociale ad aver raccolto i frutti di epoche di crisi, e come dissi in altro commento (Assurdistan) oggi la destra sovranista ha buon gioco ad opporsi al green pass, ma un ipotetico domani, se fosse al potere, potrebbe invece ritenerlo un utile strumento in chiave iper reazionaria.
    In questo senso chi è al potere oggi come potrebbe opporvisi?
    Dicendo che anticostituzionale appena dopo aver affermato il contrario?
    Questi i miei pensieri e forse le mie paure.
    Forse chi sbagliato a riversarli qui.
    Ma appunto, c’è qualcuno che possa giudicare se un parallelismo storico sia pertinente o no?
    Non so..

    • Scusate, s’è persa la prima parte del mio commento, e forse l’ho scritta più volte. Credo che una delle primarie esigenze di questo momento sia davvero quella di ricucire e di leccarsi vicendevolmente le ferite tra compagnə. Il livello più alto di confronto lo trovo soltanto in questo blog sempre. Per il resto ci stiamo accoltellando nemmeno tanto alle spalle e lo scontro ricorda sempre di più quello tra Guelfi e Ghibellini. La quasi totale assenza di critica da sinistra alla gestione della pandemia, ha reso permeabili settori prima lontanissimi e tantissimi compagnə stanno camminando da mesi sul baratro della buca del coniglio se non ci sono proprio cascati dentro. Virocentrismo e complottismo vanno a braccetto e si alimentano a vicenda. Ma voglio ricucire e fatico. Le piazze no GP parlano di questo impasto bizzarro: bisogna andarci per vedere di persona ed ascoltare i discorsi che il più delle volte mettono assieme concetti pescati da Byoblu, slogan 3V, appelli alla Costituzione, Foucault, riduzionismo, ecc. Voglio ricucire, ma lì in mezzo mi sento un alieno. Si vede qualche antifa, i portuali, gli anarchici certo, ma il tono generale è la totale contrarietà al vaccino Covid, questa la mia sensazione. Il movimento contro il GP ha condensato un anno e mezzo di terrore, frustrazione e immobilismo, ma ripeto, la mia osservazione mi parla sostanzialmente di persone che scendono in piazza e che non ne vogliono sapere del vaccino e delle mascherine. C’è una visione antropocentrica che serpeggia nei discorsi che si incrociano che vede la mano umana dietro ad ogni accadimento e non accetta che possa essere accaduto qualcosa (tra l’altro abbondantemente annunciato da anni da più fronti…) al di fuori del controllo di noi Sapiens. Voglio ricucire, voglio ritrovarmi con i compagnə, ma faccio tanta fatica. Sempre grazie WM!

  66. Bon , notizia fresca di agenzia.

    “Merck chiederà autorizzazione Usa per pillola contro Covid
    Richiesta il prima possibile, riduce rischi ricoveri e decessi”

    https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2021/10/01/merck-chiedera-autorizzazione-usa-per-pillola-contro-covid_e65880d6-8882-4222-a820-6ffac9e90f18.html

    Questa notizia si aggiunge a quel che scriveva Isver sulle ricerche della Pfizer. E dimostra anche, se ce ne fosse bisogno, che appena si entra nel concreto e si esce dal mondo fumoso delle idee senza parole, ci si rende conto che non c’è nessun dualismo vaccino vs cure domiciliari, né nel bene né nel male.

    Praticamente tutta questa discussione sulle “cure domiciliari” è un’immensa perdita di tempo, oltre a tutto il resto.

    • A quanto pare il buco tappato in maniera imperfetta ma fondamentale dai vaccini a mRNA, alla fine c’era davvero.

      Adesso, tra parentesi, col culo un po’ più coperto, forse si potrà avere un approccio un attimo più razionale anche alla vaccinazione. Perché ormai, nell’impossibilità di inoculare abbastanza persone da raggiungere l’immunità di gregge – vista l’efficacia limitata dei vaccini nel prevenire _l’infezione_ – sembrava quasi che si puntasse a fare media somministrando dosi multiple sempre agli stessi. Senza dati a supporto, peraltro, e in spregio a tutti quelli che di dosi non ne hanno ancora potuta ricevere nemmeno una. Ma tanto ormai decide il CST. E non è un refuso: sto parlando del Comitato Scientifico di Twitter.

      • Infatti.. alla fine tutto a posto no?
        Abbiamo i vaccini, abbiamo tutto quello che ci serve. Ringraziamo di cuore la Pf., che ci ha letteralmente salvato il sedere dalla pandemia.
        Alla fine qualcuno potrà pure che visto che la curva delle somministrazioni dei vaccini sta di nuovo salendo, anche il green pass non era poi tanto male, e ce lo potremo tenere, anche a breve, quando sarà conclusa questa pandemia, per tenere allenati i cittadini invaso di nuova emergenza.
        Il governo potrà anzi aggiornarlo, sulle aporie riscontrate dai cittadini e renderlo più efficace.. ad esempio estenderlo ai trasporti locali ad esempio.
        Da gennaio 2022 si parte coi bambini dai cinque anni.
        Da marzo dai sei mesi (la cui sperimentazione è partita a gennaio 2020, con dose piena, metà ed un terzo rispetto all’adulto (che male al braccio ho avuto io però! Ma pazienza, chissà in un bambino di sei mesi, ah ah!).
        Poi magari schediamo i recalcitranti, giacché sono pochi così abbiamo anche un black pass -tanto son tutti fascisti- e poi, se proprio nel silenzio della pancia il popolo per ritorsione voterà la meloni, il black pass diventerà l’unico salvacondotto (perché useremo solo parole italiane), per entrare in parlamento, il popolo festeggerà la vittoria, e draghi passerà la palla con una pacca sulla spalla ai fascisti ed un occhiolino dato di filato.
        Nel frattempo, la vecchia sinistra e gli antagonisti scenderanno in piazza inorriditi, e la propaganda avrà facile gioco ad additarli come brigatisti che hanno dissotterrato i fucili dei loro nonni partigiani, ed avrà facile gioco nel sedarla nel sangue.

        Cmq a questo punto, per ora il thread si può chiudere, non tanto perché alcuni, non redarguiti, continuano ad ammiccare ad argomenti che sono stati chiusi (se lo avessi fatto io sarebbero scesi fulmini e saette!) ma perché è risolto, lanche “il buco dei vaccini” e la stanza del terrore procrastinata in avanti.
        Grazie compagni!
        Sempre uniti nella lotta!
        Non mi resterebbe che appellarmi a SteCon, ma sono sicuro che per nostra fortuna, ha cose più importanti da fare.

        • E niente, ti comporti da mentecatto, e noi non siamo tenuti a sopportarti ulteriormente.
          Il thread rimane aperto, sei tu che hai chiuso.

          • Ma in fondo me la merito quella risposta. Dopotutto solo 9 delle 11 righe del mio commento erano di critica alla politica vaccinale.

            Forse per essere un vero compagno dovrei dimostrare di sostenere ad esempio la piccola cooperativa di mastri speziali che produce lo Zitromax. Come si chiama? Ah, sì… Pfizer.

            By the way – è sempre OT, ma almeno è qualcosa di serio – non è vero che la curva delle somministrazioni sta di nuovo salendo. Nemmeno contando anche le terze dosi. E’ vero che c’è una gobbetta insignificante che è probabilmente attribuibile all’effetto del green pass obbligatorio per lavorare (e grazie al cazzo…). Ma comunque da circa una settimana la curva è tornata a scendere esattamente con la stessa pendenza di prima. Per la semplice ragione che siamo all’80% dei vaccinabili e a meno di contare anche i sassi, il calo è inevitabile.

            Sarebbe poi interessante sapere quante persone sono esentate dalla vaccinazione per motivi di salute, quante sono vaccinate con vaccini non riconosciuti e via dicendo. Oltre a quante persone non vaccinate sono morte da gennaio a oggi. Perché direi che man mano che si sale, i calcoli che facciamo usando i dati demografici sono sempre più all’insegna della fake precision.

            • Dalla repubblica di oggi:

              Basteranno dieci pillole: le nuove terapie contro il Covid
              di Elena Dusi
              (afp)

              Non c’è solo il medicinale di Merck. L’arrivo degli antivirali, assieme ai vaccini, sarà l’arma in più per bloccare il coronavirus. Non bisognerà andare in ospedale per i trattamenti: si potranno assumere a casa ai primi sintomi. Senza dimenticare i monoclonali finora somministrati a più di diecimila pazienti

              Mi auguro davvero che questo diversivo complottardo della presunta opposizione “cure domiciliari vs vaccino” venga inghiottito dal nulla, e che si cominci a parlare, che so, dei rapporti di produzione (“sprechen wir von den Eigentumsverhältnissen!”).

              Nel frattempo a Trieste nelle manifestazioni contro il green pass sta emergendo un certo protagonismo dei portuali, molto visibile, perché si tratta di lavoratori che sanno molto bene come stare in piazza. E’ presto per azzardare previsioni su come potrebbe evolvere quel magma, ma se si muovono i portuali è sempre un segno importante, in una città-porto.

              • “Mi auguro davvero che questo diversivo complottardo della presunta opposizione “cure domiciliari vs vaccino” venga inghiottito dal nulla, e che si cominci a parlare, che so, dei rapporti di produzione (“sprechen wir von den Eigentumsverhältnissen!”).”

                Questi sguazzano nella merda dell’elefante nella stanza e parlano di unicorni. Con tutto quello che ci sarebbe da dire anche sullo stesso Molnupiravir, ovvero l’EIDD-2801, sviluppato grazie a fondi pubblici dall’Emory Institute of Drug Development, di proprietà della privata Emory University ma not-for-profit. Merck l’ha comprato nel 2019 per studiarlo contro l’influenza, testandone e riscontrandone infine l’efficacia anche contro SARS-CoV-2.

                Inutile dire che per questo farmaco, nel frattempo ridenominato MK-4482, Merck ha ricevuto a sua volta soldi pubblici. Per la precisione 356 milioni di dollari a fondo perduto nell’ambito dell’operazione Warp Speed di Trump.

                Dopodiché lo venderà a circa 700 dollari a confezione. Prezzo che a detta di alcuni addetti ai lavori non sarebbe giustificato dai costi produzione.

  67. forse le cose non stanno così.. anche se da una prima lettura potrebbe apparire.. però può essere interessante capirne il motivo (e mi sto tentando di mantenere un tono conciliante non ostante la provocazione).
    Dal testo che citi: “Merck chiederà “il prima possibile” l’autorizzazione di emergenza negli Stati Uniti per la prima pillola anti-Covid. I test clinici condotti…”
    Da cui si evince che è stata chiesta un’autorizzazione d’emergenza.
    Questa è appunto una autorizzazione normata dal protocollo EUAL, dell’Oms nato nel 2014 in seguito alla pandemia da ebola.
    Questo protocollo in sintesi accorcia i tempi di sperimentazione di un nuovo farmaco o vaccino in un periodo considerato emergenziale in seguito a una pandemia. L’emergenza è definita dal fatto che non esistano cure efficaci per la suddetta patologia.
    Il requisito che non esistono cure e perciò la prerogativa perché si possa approvare in via condizionata un nuovo potenziale farmaco che in questo caso ha superato dei test clinici con tempistiche ristrette, sebbene in effetti il titolo possa risultare fuorviante è l’articolo non contenga questi concetti esplicitamente.
    Quindi all’interrogativo iniziale delle autrici “esistono cure primarie efficaci?” nel loro lavoro qui prodotto, risponderei sicuramente non ufficialmente altrimenti non potrebbe essere applicata un’approvazione al farmaco condizionata.
    Questo è quello che personalmente ho capito dal sopracitato protocollo Eual.
    Se vedete degli errori vi prego di integrare.
    Ho provato ad essere il più sintetico possibile, avrei ovviamente molte altre cose da aggiungere per ampliare definire meglio l’argomento, e del perché non credo sia fuori argomento.
    Ho provato anche a lasciare indietro l’astio ed i dissapori qui creatisi, la coesione a cui ho fatto riferimento in precedenti commenti è quella di cui si parla all’inizio del testo scritto dalle autrici.
    In questa prospettiva, sono a disposizione.
    PS. Ho avuto sì molta molta molta paura. forse fino a quello che mi è parso lo scandalo scientifico più clamoroso degli ultimi 50 anni.
    Poi ho cominciato a provare a documentarmi ed approfondire.
    Nella lotta da soli,non si ottiene niente.

  68. MOZIONE D’ORDINE

    Nonostante tutti i nostri sforzi, la discussione torna sempre a incentrarsi su (e incistarsi in) questioni di farmacopea.

    Certo, le «cure domiciliari» stanno per qualcos’altro, «ho male alle cure» ecc. Ma se stanno per qualcos’altro, se sono allegoria di qualcos’altro, allora sarebbe d’uopo passare il prima possibile a quel qualcosa, operare quello spostamento, parlare non «delle cure domiciliari» ma a partire dall’attenzione per le cure. Anche in quel caso questo thread non sarebbe lo spazio migliore, ma almeno la cosa avrebbe un senso.

    Il problema è che quella partenza non avviene mai, si rimane ancorati alle premesse (fallaci), non si allarga l’orizzonte, anzi, lo si restringe vieppiù ad aspetti tecnici/clinici/normativi/protocollari/biochimici.

    Normale: chi parla di cure è interessato a quegli aspetti, e di solito lo è sempre di più man mano che passa il tempo. Solo che noi non possiamo accettare su questo blog un tale approccio, un tale incistamento, per motivi che abbiamo più volte riepilogato.

    L’analogia che torna subito in mente è quella con il post-11 Settembre, quando un sacco di persone si improvvisarono ingegneri infrastrutturali, esperti di aviazione, esperti di esplosivi e demolizioni, e anziché concentrare le energie sull’opposizione pratica alle guerre americane (Afghanistan e Iraq), si intorcinarono a dimostrare che gli USA le torri gemelle se le erano buttate giù da soli. C’era chi cercava di fermare convogli armati o manifestava davanti alle basi americane, e chi invece passava giorni e notti sui forum a dire che la forma della tal sbuffata di fumo nero non era compatibile con la dinamica che si leggeva nel tale rapporto o che la temperatura di fusione della tale lega non era quella dichiarata da Tizio.

    Questa è l’ultima chiamata. Al prossimo scambio di commenti incentrato in modo asfittico su questioni di farmacopea, chiuderemo il thread e buonanotte ai suonatori.

  69. Chiediamo scusa a tutte e tutti per averci messo così tanto a bannare Checilascialozampino. Gli abbiamo consentito di scrivere ben 37 commenti e imporre al dibattito digressioni – sul prosciutto cotto (che tra l’altro, per la precisione, non è un «insaccato»), sulla nazi 96enne, su cazzate varie e soprattutto su questioni di farmacopea – che hanno fatto perdere tempo, aumentato l’inquinamento visivo quando si fa scorrere la schermata e di fatto reso il thread quasi impercorribile.

    Non lo abbiamo bannato subito perché era chiaro che dietro c’era un’urgenza di dialogare, un malessere post-pandemico che è lo stesso di tutte e tutti noi, e abbiamo cercato di fargli capire con le buone che non poteva comportarsi così, ma non c’è stato proprio verso.

    Non possiamo permettere che le discussioni qui sopra precipitino nel caos o si svolgano in modi che dissuadono altri dal partecipare. Da qui in avanti torneremo a essere più lesti.

  70. Comunque pensatela com volete io mi sento di dire che oltre oceano, come sempre, e non mi riferisco soltanto a questioni come le fantasie complottarde, ci fanno una pippa.

    Insomma, vogliamo mettere a confronto il *frazzledrip* con *la truffa del prosciutto*? Non c’è proprio storia, specialmente in termini estetici; pensiamo soltanto, per esempio, ai differenti richiami immaginari. Non solo, credo che sia importante notare come gli échi etnografici e culturali, strettamente italiani, con il quale ci si approcia alla complessità, lungo lo stivale, siano quantitativamente oltre che qualitativamente, diversi, direi quasi esclusivi.

    Ma poi il prosciutto era cotto o crudo?

    Mi sorprende soltanto che non sia stata prontamente re-twittata da qualche ramoscello dell’ex partito della Quercia, diventato trend. Probabilmente perchè qualcuno ha sgamato che potrebbe essere un ottimo titolo per un episodio di Topolino e se lo voglion tenere buono.

    Così, solo per sdrammattizzare un attimo e magari sbloccare l’impasse da classe in castigo.

  71. Agli sgoccioli della discussione, ancora qualche parola sulle dinamiche in corso, con una scusa per l’intempestività di questo commento.

    Nei giorni scorsi ho avuto poco tempo per stare davanti allo schermo: diciamo, all’ingrosso, un’ora e mezza per giornata. Poco, quindi, ma non nullo. Eppure, non ho nemmeno provato a intervenire perché, nel caso di questo post, per mettere insieme un commento adeguato mi servono fra le due o e le quattro ore. E anche così, a volte, qualcosa resta “storto”. Lo stesso dicasi del lavoro a monte: l’elaborazione e scrittura del post, seppur fatta a quattro mani, è stata lunghissima e travagliata. Non erano tanto i contenuti a non funzionare, ma il tono – e su quello, giustamente, la mia coautrice ha insistito.

    Anche considerando che a scrivere son lenta, tempi simili sono eccessivi. Oltre alla ricerca dei dati, all’articolazione dei temi, alla verifica delle fonti, alla costruzione del ragionamento, sento che è richiesto qualcosa in più, un elemento volatile, che s’intreccia al contenuto stesso del post, sul quale ho poca presa.

    Ricapitolo. A fronte dell’inedito pandemico, del terrorismo mediatico e politico, dell’incertezza esistenziale tutti (o quasi) abbiamo avvertito una sproporzione, un eccesso che metteva a rischio i fondamenti del vivere e da cui ciascuno ha cercato di proteggersi come poteva. Chi è andato in panico per la sproporzione (=la pericolosità) del virus ha aderito alla narrazione mainstream – ed è notevole, sul piano emotivo, quanto quest’adesione somigliasse a un’ipnosi, a una coazione psichica. Chi, invece, è andato in panico per la spoporzione delle misure di gestione, ha rischiato di cadere preda della prima “spiegazione altra” che giustificasse il proprio senso di incredulità a fronte dell’assurdo sociale. Dove ciascuno sarebbe caduto, quale mostro avrebbe temuto, era imprevedibile a priori. Da qui una prima spaccatura, sulla quale le decisioni dei governi hanno marciato fino al vero e proprio regolamento di conti fra padronato e lavoratori a cui ora stiamo assistendo. Difficilissimo, fra queste onde, tenere la barra critica: è quello che, a detta di tutti i giapster vicini e lontani, ha fatto questo blog.

    In vista di quel che ci aspetta, sarebbe bene uscire rapidamente da questa guerra fra poveri; ma ciò sarà impossibile finché immaginiamo che, al di sotto della farlocca narrazione mainstream, ci sia una e una sola “verità vera” da portare in luce. E’ qui, secondo me, che nella discussione dei vari post pandemici rischiamo di perderci, di sprecare un sacco di tempo a cercare di definire una qualche “verità” su invermectina, idrossiclorochina, status sperimentale del vaccino ecc., rintuzzando quelli che “la sentono” diversamente noi.

    Nel frattempo, continuiamo a disvedere un fatto temibile e fondamentale: quando in un gruppo umano viene meno la visione consensuale del mondo, la verità non esiste più (o, meglio, entra in uno stato gassoso, dove resterà finché un nuovo consenso, e il lavoro degli storici, non la “fisseranno” in un stato solido). Sono condizioni-limite, nelle quali non vigono le regole consuete di conoscenza, esperienza o comportamento e nelle quali la ricerca ossessiva di una verità, quale che sia, serve soprattutto ad arginare l’angoscia.

    Arrivo così al punto fondamentale: se, ogni volta, ci buttiamo alla ricerca di una qualche certezza su questo o quello è perché, collettivamente, abbiamo soprattutto bisogno di esorcizzare l’angoscia per la continua incertezza in cui campiamo. Cerchiamo nel piccolo quello che, nel quadro generale, non troviamo più. Solo che, dove non c’è una visione consensuale, la prima condizione per arrivare a una qualche stabilità non ha a che fare con l’applicazione della logica a fenomeni specifici, ma con le condizioni di fiducia che permettono a un collettivo di “tenersi insieme”.

    Taussig lo dice molto bene, e io parafaso male: nelle circostanze non ordinarie, i mezzi ordinari non bastano. Nelle peste in cui arranchiamo, un rito collettivo vale più di un teorema; un’intuizione più di un convincimento; uno sguardo amorevole sul prossimo più del mero aver ragione; l’ascolto più dell’immutabile principio; il timbro più del significato; l’astuzia più della competenza tecnica; l’analogia più della logica; la danza più della marcia. Se questi strumenti ci risultano oscuri, poco afferrabili, poco praticabili o (peggio) irrilevanti, è perché, in quanto occidentali moderni, ne siamo sistematicamente deprivati, perché non abbiamo con essi alcuna dimestichezza, né tecnica né etica (a riprova: per scrivere questo traballante commento mi ci sono volute 5 ore…). Ciò non toglie che siano i mezzi più efficaci dove quelli ordinari smettono di funzionare.

    • Ciao Stefania, io credo che tu e la tua co autrice non abbiate nulla da “rimproverarvi”. Neanche sul tono di un argomento così difficile, così delicato, così complesso, così divisivo. L’altro giorno, al casello della tangenziale di Milano, ho trovato attaccato al guard rail un puzzle di adesivi, come fossero messaggi in bottiglia di naufraghi in tempesta, su uno di questi adesivi c’era scritto “apandemicrave”. Ho iniziato il percorso di ricerca per decifrare il messaggio scoprendo che, attraverso un documentario finanziato con una raccolta fondi, un collettivo milanese autore di musica elettronica vorrebbe ripercorrere le tappe del congelamento della vita che ci ha travolti. Il metodo di cura imposto attraverso la violenta repressione che abbiamo subito non può curare se accanto non se ne sviluppa uno parallelo e alternativo. Non parlo ovviamente di farmaci e di vaccini ( che sempre farmaci sono). ” la prima condizione per arrivare a una qualche stabilità non ha a che fare con l’applicazione della logica a fenomeni specifici”. La nostra stabilità inizia infatti ad essere minata già da quando siamo bambini e ci chiedono di colorare nei contorni. Chiedono ai bambini di rinunciare ad affermarsi nella maniera più naturale e spontanea, infondendogli la convinzione di vivere nell’errore e che la terra sotto i piedi tremi sempre. Non è solo difficile mantenere dritta la barra critica ma addirittura l’equilibrio. Ognuno di noi deve fare appello a tutte le sue forze per riconoscere che le paure sono tutte “uguali” e che qualunque paura possa paralizzare la nostra vita per un tempo indefinito ed indefinibile deve essere indagata e perlustrata, centimetro per centimetro. Per questo ringrazio Dude per avere contestualizzato un mio precedente intervento, sottolineando e mettendo a fuoco, come avete fatto voi (offrendo ai lettori di Giap uno strumento di formazione e di cura, giacchè il confine fra questi due territori è in continua intersezione) di descrivere il “setting” all’ interno del quale queste paure sono proliferate a dismisura, come una colonia batterica in grado di distruggere tutto. Quindi forse si può tornare a monte: il problema è il virus o la paura? il problema è il vaccino o la paura? Il problema è quello di un mondo delle idee separato dalla realtà e con cui dobbiamo continuamente confrontarci come un modello irraggiungibile, quindi divisivo? Vi ringrazio ancora per lo sforzo generoso che avete compiuto a beneficio dei lettori di Giap.

    • “In vista di quel che ci aspetta, sarebbe bene uscire rapidamente da questa guerra fra poveri; ma ciò sarà impossibile finché immaginiamo che, al di sotto della farlocca narrazione mainstream, ci sia una e una sola “verità vera” da portare in luce.”
      Cosa intende l’autrice in questo passaggio? Che esistano più verità? Che è impossibile attraverso l’analisi e lo studio dei fenomeni risalire alla loro veridicità?
      È un passaggio che non condivido. O meglio, forse andrebbe chiarita meglio questa affermazione. In un epoca in cui la post-verità è un grosso problema, affermare che esistono più verità al di sotto della narrazione mainstream appiattisce sullo stesso piano fatti comprovati e convinzioni personali, facilitando così interpretazioni alterate della storia e della realtà. Sembra che i fatti accertati non esistano mai o che non esista metodo per accertarli. Quindi la negazione di ogni “verità”, e non certo nel senso popperiano della sua falsificabilità: per cui tutto può andar bene.

      Questo non esclude che esistano diversi approcci alla verità. Che esistano diversi sentimenti in risposta alla verità e che ognuna reagisca in modo differente quando posta di fronte a fatti comprovati. Ma la realtà esiste come tale e non solo come sentore delle persone.

      • Il punto è che i fatti, una volta accertati, hanno bisogno di un’interpretazione, senza la quale non parlano e dalla quale non possono essere isolati. Se io dico che un testo può avere più interpretazioni, non sto dicendo che quel testo non esiste, che è impossibile determinare cosa ci sia scritto e che qualunque interpretazione può andare bene: moltissime non vanno bene, sono inaccettabili, e il testo le determina perché esiste eccome, ci mancherebbe. Eppure, possiamo non essere d’accordo sul suo significato, su quel che dice. Allo stesso modo, affermare che possono esistere “più verità” non vuol dire che qualunque verità va bene, che tutto fa brodo. Ne possiamo scartare molte, di verità, e abbiamo tanti modi per farlo, ma non sempre alla fine ce ne resta una sola (e in molti casi non è nemmeno desiderabile).

        • Aggiungo una cosa.

          Anche “accertarli”, i fatti non è tanto automatico e pacifico.
          Senza entrare in esempi specifici, non tutto nella vita è un esperimento in condizioni controllate, con dati ben chiari in ingresso e in uscita.
          In ambiti “sociali”, o nell’analizzare determinati fenomeni “fuori dal laboratorio” se la tua raccolta di dati sulla base dei quali accerti i fatti è fallata, è viziata magari da qualche errore sistematico, oppure da un rapporto di potere sbilanciato [facciamo un esempio che non c’entra con la pandemia? Quanti sono gli infortuni sul lavoro? Se chi si fa male non denuncia e non entra nelle statistiche?], da catene di tracciamento poco chiare, da fette di campione che vengono lasciate fuori, il fatto sarà difficilmente accertato.

        • Però io capisco molto bene il disagio di Woasnet. Lasciamo pure stare che sono un matematico attratto dalla fisica, e quando penso ai “dati” penso alle osservazioni astronomiche, alla misura di una velocità, roba così, e non al prodotto interno lordo, alla competitività, roba cosà. Lasciamo veramente stare questa cosa. Consideriamo invece un accadimento storico, ad esempio la “foiba” (miniera, in realtà) di Bazovica. Ci sono le varie interpretazioni, ci sono i vari sentimenti. Ci sono poi i calcoli fatti alla cazzo (i famigerati 200m cubi di corpi umani, anzi di italiani colpevoli solo di essere italiani, calcolati all’ingrosso a partire da inferenze basate sul nulla). E infine ci sono le risultanze delle ispezioni fatte dagli americani, che registrano qualche decina di corpi, perlopiù di soldati tedeschi, e qualche decina di cavalli; e c’è anche la relazione redatta dalla ditta che ripulì dalle scovaze il pozzo della miniera negli anni cinquanta, senza trovare nessun ulteriore corpo. E però la realtà (lasciamo stare la verità) resta coperta da una piastra di cemento armato di 10 tonnellate, e nel “sentimento” (perché “Trieste non è una città, ma un sentimento”, disse De Gasperi, che il diavolo gli morda le chiappe in eterno), nel “sentimento” dicevo, “i morti continuano a sussurrare” eccetera eccetera. Una fantasia di complotto, l’aveva giustamente definita WM1. Allora lasciamo stare la verità, con la maiuscola e anche con la minuscola, ma qualche dato di realtà ce l’abbiamo eccome, e io personalmente me lo terrei ben stretto, insieme al materialismo storico e alla mia bicicletta.

          • Ma tuco, un conto è l’orbita di un pianeta o la caduta di un grave.
            O il numero di ricoverati in terapia intensiva dal giorno x al giorno y e la relativa percentuale di morti. Tutti numeri abbastanza precisi.
            Anche nell’esempio storico che hai fatto tu, un fatto “acclarabile” c’è: «le risultanze delle ispezioni fatte dagli americani, che registrano qualche decina di corpi».
            Qui nessuno vuole mettere “la verità” sullo stesso piano del “sentimento” e arruolare fra i dati i “sussurri dei morti”.

            Ma su fenomeni “umani”, dove la raccolta dei dati è fatta con le procedure, i metodi e i criteri della “burocrazia” dire che ci sono degli errori, delle sottostime, dei “conflitti di interessi” sia teorico-pratici che psicologici in quel campione di dati non significa negare la scienza e l’illuminismo o parlare di spiriti e Hippies.

            Tornando terra terra all’esempio degli infortuni sul lavoro, che è meno divisivo di altri (oltretutto io su filosofia, epistemologia e matematica non avrei niente da dire), se io dico che una fabbrica è sicura perché così sta scritto nel DVR, perché così emerge dai verbali degli incontri di formazione e informazione, perché gli esiti delle ispezioni dello Spresal sono buoni, ma il 20% (numeri inventati di sana pianta in un esempio) dei dipendenti che si fa male va al pronto soccorso e dichiara di essersi fatto male in giardino o spostando mobili a casa sua (magari perché in nero? Assunti a termine l’altro ieri? O -in altri contesti – partite IVA artigiane che non sanno neanche cosa sia la mutua?) qual’è la verità circa la sicurezza sul lavoro di quella fabbrica?
            E soprattutto, ha senso, fra lavoratori, mettersi a discutere di numeri e di metodi di raccolta dati se poi non si affronta il problema di quella pressa senza protezioni, o del ciclo di movimentazione manuale dei carichi che ha già causato un’ernia del disco a 3 lavoratori su dieci?

            Più in generale, anch’io capisco il disagio di Woasnet, ma non lo condivido, perché la sua levata di scudi è (dal mio punto di vista, e senza voler personalizzare) troppo automatica. Capisco il metodo: un principio teorico non va messo in discussione neanche quando farlo è “dalla tua parte”, ma non è certo questo il caso secondo me.

            • Ma cugino di Alf, l’ho detto io per primo “lasciamo stare che faccio il matematico” eccetera… :-)

              La questione della ricostruzione storica che ho posto nasce da questo passaggio di SteCon:

              “Nel frattempo, continuiamo a disvedere un fatto temibile e fondamentale: quando in un gruppo umano viene meno la visione consensuale del mondo, la verità non esiste più (o, meglio, entra in uno stato gassoso, dove resterà finché un nuovo consenso, e il lavoro degli storici, non la “fisseranno” in un stato solido). Sono condizioni-limite, nelle quali non vigono le regole consuete di conoscenza, esperienza o comportamento e nelle quali la ricerca ossessiva di una verità, quale che sia, serve soprattutto ad arginare l’angoscia.”

              E proprio in questo aspetto il modo in cui alla fine si è condensato (ad opera degli “storici”) il vapore mefitico del “confine orientale” è paradigmatico. Il fatto che ci sia nebbia cognitiva dovrebbe per me spingere a dissiparla, quella nebbia, o almeno a cominciare subito a discernere le ombre dei mostri (come nella mist di stephen king). Altrimenti quei mostri ci mangeranno, come ci stanno mangiando i mostri del “confine orientale”.

              • Il problema è che SteCon sta descrivendo situazioni limite (la “ricerca ossessiva di una verità” per “arginare l’angoscia”), dalle quali molte persone si sono invece già emancipate, nel corso di questo anno e mezzo, facendo appello alla ragione (la ricerca della verità contrapposta alla ricerca “ossessiva” della verità?). Chi non ha avuto paura, in questi mesi? chi non ha provato rabbia, frustrazione? Il fatto è che dagli scritti di SteCon io percepisco che la possibilità di uscirne è zero. Scrive SteCon: “rischiamo di perderci, di sprecare un sacco di tempo a cercare di definire una qualche verità”. Questo io non lo capisco, così come non capisco l’invito alla “danza più della marcia”: che significa? Ricordo, tuco, che tempo fa facevi questo esempio: se durante una scalata uno va in panico e si blocca, per farlo muovere non ti metti a urlargli in faccia. Esempio giusto e sempre valido. Ci vogliono comprensione e pazienza, no repressione nei confronti di chi, per superstizione o per paura irrazionale, rifiuta di vaccinarsi (per dire). Ma resta il fatto che prima o dopo il nostro compagno di scalata deve darsi una mossa. La “rottura del patto con lo stato” (di nuovo, per dire) è soltanto una sovrastruttura, in questo caso, così come era un “ciurlar nel manico” (come disse WM1) l’argomento tipo “ma non vi siete accorti che c’è una pandemia? ma i morti non li avete visti?”, perché anche quella, scava scava, era solo fifa, paura della malattia e della morte. Prima o dopo bisogna mettere un punto fermo (e l’esempio di Cugino secondo me è sbagliato perché è chiaro che, nel caso degli infortuni sul lavoro, molto spesso la verità non va cercata nei numeri ufficiali, ma va cercata altrove). Per progredire secondo me bisogna ritrovare una verità condivisa. Il compagno di scalata non lo tiro in qua con un rito sciamanico. Con questo voglio dire: la danza non è un’alternativa alla marcia, non credo (se l’ho capita male, ditemelo). E non c’è alternativa alla ricerca della verità: questo mai.

                • @ Claudiog

                  «[…] così come non capisco l’invito alla “danza più della marcia”: che significa?»

                  Potrebbe significare, per esempio, che si può anche marciare danzando.

                  https://vimeo.com/124065954

                  Siamo, come dice Stefania, agli sgoccioli della conversazione, però…

                  «Ma resta il fatto che prima o dopo il nostro compagno di scalata deve darsi una mossa».

                  Mi piacerebbe sinceramente capire, fuori di metafora, cosa signìfichino queste parole, dure, che sembrano nascondre un aspirazione ad abbandonare, all’interno della lotta di classe, in maniera magari graduale ma una volta per tutte, il concetto di solidarietà.

                  Perchè certo, tornando in metafora, se parliamo di scalate sull’Everest per tentare di *abbattere* qualche record mondiale di ascensione, per *conquistare* una vetta allora si, sto tizio o sta compagna la dovremmo probabilmente spronare ad *adeguarsi*, ad alzare il culo e anche in fretta; in fondo ha scelto lei di partecipare a questa dannata *competizione* infinita, ‘nnevvero?

                  A me sembra però, e spero di sbagliarmi, che, fuori da questa ubiqua interpretazione da “gamers”, da “fearless competitors”, quel «darsi una mossa», nel contesto delle analisi e dei discorsi che si cerca di portare avanti con articoli come questo, e di cui credo ci sia sempre più bisogno, non si dovrebbe manco pensarlo in quanto totalmente fuori fuoco oltre che fuori luogo.

                  • Ti sbagli, dude. Dentro la metafora, darsi una mossa significa mettersi al sicuro (l’alternativa sarebbe chiamare i soccorsi). Fuor di metafora, darsi una mossa significa vincere le proprie paure e superstizioni. Poi, solo tu vedi l’alpinismo come una “dannata competizione” di “fearless gamers” che abbattono record e fanno conquiste. Oggi, 2021, le “scalate all’Everest” le lasciamo volentieri ai turisti, e traiamo ispirazione dagli scritti di Gian Piero Motti: “sarei molto felice se su queste pareti potesse evolversi sempre maggiormente quella nuova dimensione dell’alpinismo spogliata di eroismo e di gloriuzza da regime, impostato invece su una serena accettazione dei propri limiti, in un’atmosfera gioiosa, con l’intento di trarne, come in un gioco, il massimo piacere possibile” (1974); “con l’incremento dei mezzi tecnici si è creduto di progredire, ma in realtà non si è fatto che regredire sul piano umano. A poco a poco si è creata l’illusione di poter salire ovunque, si è creduto ingenuamente di poter aprire il territorio alpinistico a chiunque (…). La stessa illusione amarissima la sta vivendo la società occidentale, la quale, credendo assai presuntuosamente di assoggettare la natura ai propri voleri, sta assistendo impotente alla distruzione del pianeta” (1976).

              • Però scusate, e lo dico con una robustissima dose di soggezione perché devo ammettere i miei evidenti limiti, ma “quando in un gruppo umano viene meno la visione consensuale del mondo la verità non esiste più” è una frase che non riesco a capire. Non c’è mai, in nessun contesto, una visione consensuale del mondo. Fortunatamente (per me) Stecon aggiunge dopo che è lo storico che interviene a coagulare le masse gassose fissandole nella verità. Ma quel lavoro costa fatica, non viene da sé, lasciando agire la Storia stessa, e comunque non elimina le visioni contrapposte. Come dice tuco, bisogna lavorare per dissipare la nebbia, e bisogna farlo, aggiungo, senza timore di non vedere formarsi una “visione consensuale”.
                In modo simile, mi trovo in difficoltà di fronte a quanto scrive WM2 quando paragona l’interpretazione del fatto storico accertato con l’interpretazione di un testo. Da profano (e dunque con altissima probabilità di dire una boiata) tendo a pensare che un fatto storico è un fatto; se nella “foiba” c’è qualche decina di cadaveri (fatto accertato), e dico che ce ne sono tremila non interpreto, falsifico. L’interpretazione potrebbe intervenire a monte (perché falsifico?).

                • 1/2 Nella discussione dei post precedenti abbiamo già affrontato diverse volte questo tema e, per certi versi, non c’è niente da aggiungere a quanto già scritto da WM2; gli interventi, però, sono formulati in modo forte e quindi provo a riprendere tutto il discorso.

                  Ci sono da considerare diversi piani, con un disclaimer: a tutto quel che segue va premesso un sonante “Secondo l’antropologia che seguiamo…”

                  Sul piano filosofico-antropologico, si può dire così: a partire da un reale esorbitante, ogni mondo umano seleziona una certa quantità di “cose/forze/fenomeni”; le connette, le fa funzionare in un certo modo; e continuamente si scontra col fatto che un sacco di altre “cose”, invece, sfuggono, restano imprecise o muovono in direzioni impreviste. Si può pensare a questo processo come a un fascio di luce che illumina solo una parte del reale. Quali siano, all’interno di ciascun fascio di luce, i “fatti” e la “verità” su di essi dipende, appunto, dall’organizzazione di quel mondo. Nell’orizzonte teologico dell’Europa cristiana medievale, i “fatti” più interessanti erano soprattutto quelli relativi alla salvezza e al volere di Dio. Nei mondi umani in cui gli invisibili (spiriti degli antenati, lari e penati ecc.) interagiscono con gli umani, i “fatti” da accertare e interpretare possono essere, ad esempio, i sogni, oppure i segni nei cieli, oppure certe coincidenze, e via dicendo. Dalle nostre parti, da quando siamo passati alla cosmovisione scientifica, i “fatti” sono le evidenze materiali di un processo fisico causale (ad es., quante e quali ossa si ritrovino in una certa foiba).

                  Stabilito l’orizzonte generale di che cos’è, e cosa non è, un “fatto” – e quindi, /all’interno/ di ciascun mondo – la lotta è sulle interpretazioni di quei fatti. Di solito, le interpretazioni ufficiali giustificano l’esistente, quelle dissidenti aspirano ad altro. Così, nell’orizzonte teologico, la ribellione al dominio prendeva le forme dell’apostasia o dell’eresia; e nei mondi cosiddetti animisti attività come la divinazione o l’interpretazione dei sogni possono avere un immediato significato politico (v., ad es., la funzione rivoluzionaria del profetismo). Nelle nostre lande scientifiche, l’accertamento delle evidenze materiali è una zona epistemologicamente – e quini politicamente – cruciale, in cui si gioca la tenuta delle narrazioni egemoni e la possibilità di svilupparne altre e diverse.

                • 2/2 Questo per dire che la “verità” non è una cosa stabilita una volta per tutte e lampante agli occhi di tutti, ma un campo di lotta, in cui qualsiasi dato può dire una cosa, o un’altra, a seconda di come viene impiegato. Questo avviene tanto nella scienza (v. Kuhn, Prigogine & Stengers, la definizione stessa dell’acqua come H2O) come nella storia – solo che, nella storia, è molto più probabile che vi siano interpretazioni conflittuali degli stessi “fatti”, o rimesse in discussione dei “fatti” in base a diversa documentazione. Se le foibe non sono ancora quel che vorrebbe la retorica di destra, non è solo perché disponiamo di “dati”, ma soprattutto perché molto lavoro critico viene fatto continuamente per smontare l’interpretazione fascista e perché c’è una collettività che sostiene questo lavoro.

                  Da qui derivano due cose. La prima è che la verità – sebbene mutevole da mondo a mondo e contesa entro ciascun mondo – non ha a che fare con l’opinione o le convinzioni personali, ma è una faccenda collettiva, poggia su un orientamento condiviso da un gruppo. La seconda è che, purtroppo per noi tutti, per dissipare la nebbia cognitiva non basta il rimando a una qualche verità solida. Qui sta, forse, tutto il problema di questo post: la nebbia sale dove teorie, dati e certezze smettono di essere affidabili, dove i collettivi perdono tensione e coesione; dove nessuno più “ci crede”. Le teorie, come ogni altra cosa, vivono di una fitta rete di relazioni di fiducia: se queste condizioni non si danno, qualsiasi appello alla “verità” suona tragicamente inane. (In questo senso, pazientare con un compagno bloccato in montagna rischia di fare anche peggio, perché il compagno lo sente che, prima o poi, la pazienza finisce e arriva l’urlo in faccia o l’abbandono. Personalmente, quindi, in quelle circostanze non sottovaluterei i riti…)

                  Per finire, chiederei un minimo sindacale di carità discorsiva. Ci sono intere biblioteche dedicate a fatti, dati, verità, epistemologia, interpretazione e via dicendo; e altre ancora dedicate alle condizioni di possibilità dei mondi umani. Dire queste cose come andrebbero dette richiederebbe un tempo lunghissimo e uno, o più, libri.

                  • Io sono molto d’accordo che quando uno va in panico in montagna bisogna capire bene cos’è meglio fare per calmarlo, forse parlargli in modo pacato non serve a niente e anzi fa peggio, forse trovare qualcosa (un rito?) per esorcizzare la paura può essere la cosa migliore. Un’altra possibilità a volte è quella di cercare un’altra strada. Ma quel che intendo dire è che se c’è un burrone pericoloso (e qui irrompe il reale) bisogna tenerne conto in un certo modo, così come bisogna tenerne conto in un modo diverso se il pericolo non è reale. In questo caso magari un calcio in culo è più efficace di un rito. Perché a volte il disagio viene utilizzato in modo ricattatorio per ottenere attenzione. In ogni caso la cosa fondamentale in montagna è che se c’è un passaggio realmente pericoloso non lo si deve affrontare con una corda marcia, e che in montagna si va con gli scarponi e non con gli infradito.

                  • La metafora della montagna a me personalmente piace moltissimo…
                    :-)
                    E mi piace il richiamo al “reale” (il burrone di tuco) che scuote dal dibattito filosofico su quale sia la verità.
                    Ma forse non è la più adatta in questo caso, visto che l’idea di cordata presuppone un obiettivo comune e la condivisione di un itinerario di salita.
                    Qui quale sarebbe? E chi sono i compagni di cordata?

                    SteCon dice: «Qui sta, forse, tutto il problema di questo post: la nebbia sale dove teorie, dati e certezze smettono di essere affidabili, dove i collettivi perdono tensione e coesione; dove nessuno più “ci crede”. Le teorie […] vivono di una fitta rete di relazioni di fiducia: se queste condizioni non si danno, qualsiasi appello alla “verità” suona tragicamente inane.»

                    Ecco, serve fiducia, “ci devo” credere. Certo, se parliamo di fare un’equazione, non ho bisogno di crederci, mi basta saper contare. Se parliamo di astrofisica e di velocità di espansione delle galassie ci devo credere per forza a meno di non essere un astrofisico pure io, ma crederci non mi costa nulla, dell’astrofisico mi fido, che interesse avrebbe a dirmi una balla?

                    Se parliamo di questioni più articolate, dove c’è un intreccio di politica, rapporti di forza, interessi (non solo economici, anche solo di prestigio, di avere il nome più quotato, la clinica più prestigiosa) la fiducia è già più complicata, specie se ho pochi strumenti intellettuali per giudicare. É lì che conta il gruppo, la coesione: mi fido di quelli di cui si fidano anche i miei compagni (anche in opposizione ad altri gruppi di potere).
                    Se nemmeno più dei miei compagni mi fido, perché si è “polverizzato” il tutto sotto la spinta della pandemia, come faccio a orientarmi?
                    Quando una parte tira la cordata lungo la via diretta, mentre un’altra, formalmente altrettanto qualificata ma in forte minoranza dice che no, lì è meglio temporeggiare, costi benefici, facciamo la normale e tirano dall’altra parte, io comune mortale da che parte devo andare?
                    Come faccio a sapere che quelli in minoranza che mi mettono in guardia (es.: effetti avversi?) si sbagliano?
                    Magari gli altri sono in maggioranza solo perché è più facile camminare nel solco, magari in virtù dei diversi rapporti di forza e delle logiche all’interno della società capitalista?

                    Dovrei fidarmi, ecco.

                  • La cordata potrebbe anche essere inizialmente casuale e male assortita: un aereo precipita su una montagna, qualcuno muore, altri si salvano. Bisogna scendere a valle. Qualche cazzone vuole fare il fenomeno e si ritrova in fondo al burrone. Altri si organizzano in modo da scendere in sicurezza. Altri ancora non se la sentono e aspettano l’arrivo dei soccorsi. Come andrà a finire? Impossibile saperlo prima.

                    Un’altra cosa importante per me è che ogni atteggiamento va calibrato sul contesto. Non ci sono dottrine da portare avanti con coerenza, non ci sono abiure, non ci sono eresie. Se sono col mio amico che si è operato per un tumore al cervello, la mascherina del cazzo me la metto eccome, e senza aspettare che sia lui a chiedermelo. Se invece un mulòn grande e grosso, sano come un pesce e vaccinato tre volte, mi fa notare in modo saccente che indosso la mascherina in modo sciatto, lo mando a fanculo in tre secondi.

                • @ Claudiog

                  Probabilmente mi sono espress* male; ci riprovo ribadendo un concetto già espresso in precedenza durante questa lunga conversazione e trattato, tra l’altro, da SteCon all’inizio del suo ultimo libro: dire/pensare che ci sia qualcuno, in questa sindemia, che deve «vincere le proprie […] superstizioni» sembra nascondere un implicita convinzione che vi siano gruppi di persone che sanno e altre che credono. È una nozione che ha radici storiche antichissime. A me sembra quindi che pensare di poter esortare l’altr* a darsi una mossa, fuori dalla metafora alpinistica, sia pericolosamente discriminatorio. Tutto quì. Trattasi di dettagli da non sottovalutare.

                  Per il resto, tranquillo, ti seguo; marciamo allo stesso passo.

                  • dude, se segui me, non fai un grande affare :)
                    Ma a parte gli scherzi, adesso capisco cosa vuoi dire. E devo pensarci, con un po’ di calma (devo andare un po’ fuori dalla mia zona di comfort). Ma giusto per concludere, la mia metafora funziona solo se non c’è scelta: il compagno prima o poi deve trovare il modo di sbloccarsi (non prevedo di abbandonarlo per nessun motivo).
                    Mi viene quasi da pensare che sono io, a questo punto, quello bloccato. Bloccato e non del tutto consapevole della situazione… Help!
                    Comunque grazie, ti seguo. Grazie anche alle autrici, a SteCon per la pazienza. Se non ringrazio pubblicamente, in cuor mio lo faccio sempre. Questo blog è molto importante.

                  • Scusate tutti per il melenso OT nell’OT, ma sono molto contento di questo vostro chiarimento. É un passo in avanti quando si arriva a capire veramente il punto di vista altrui, che prima magari era solo schermato dal modo diverso di approcciarsi o anche solo di scrivere.
                    E comunque, ClaudioG, che piacere leggere le citazioni di Gian Piero Motti! Bravo.
                    Per una volta si parla di un autore che conosco anch’io!
                    :-)
                    É incredibile, rileggendolo adesso, quanto su certi temi fossero avanti lui e i suoi compagni.
                    La citazione del 1976 sulla società occidentale che assiste impotente alla distruzione del pianeta starebbe benissimo nella nuova discussione sul clima.
                    E quella del ‘74, nella parte sulla “serena accettazione dei propri limiti” è in risonanza con questa.
                    Grazie a tutti.

      • @Woasnet,
        senza la presunzione di interpretare il pensiero di SteCon, a me pare che si intenda dire questo: sul piano logico la verità è innegabile e non può che essere una, ma la verità non è determinabile in modo univoco, né puoi definirla né dedurla. La verità è solo “esprimibile”, in molte modalità, ognuna delle quali è parzialmente vera, e nessuna delle quali può esaurire la pienezza della verità. Ma soprattutto esprimere la verità altera la verità, è come l’osservazione dei fenomeni quantistici. Questo sul piano logico e metafisico, ma anche sul piano storico, e sul quello scientifico empirico. L’unica eccezione è la verità matematica (ma si tratta poi di vedere se quelle della matematica sono conoscenze o invenzioni, ma non è qui il luogo di discuterne).

        Allora, il “male” non è nel valorizzare una conoscenza, ma nell’assolutizzarla, senza vederne i limiti. Questo allora io intendo dal commento di SteCon: non cerchiamo un principio unico sotto cui unificare tutto, ma restiamo aperti rifiutando ogni unificazione forzata.

        Non si tratta di rifiutare l’unità (l’unità è ciò a cui tutti aspiriamo) ma si tratta di distinguere in ciò che appare come unità una sua mistificazione, una unificazione forzata, una volontà di unità che non è vera unità.

      • A me, però, il senso delle parole di SteCon appare chiaro perché si lega a quello che dice successivamente:
        “rischiamo di perderci, di sprecare un sacco di tempo a cercare di definire una qualche “verità” su invermectina, idrossiclorochina, status sperimentale del vaccino ecc., rintuzzando quelli che “la sentono” diversamente noi.”
        Non sta dicendo che non esiste una versione veritiera di alcuni fatti scientifici e che, ovviamente, non coincide con alcune “derive” particolari. Sta semplicemente dicendo di non sprecare tempo a dimostrare con la logica ciò che dalla logica viene rifiutato perché sotto c’è un altro bisogno da colmare, che è un bisogno di protezione, di rassicurazione, di partecipazione alla cura che non faccia sentire le persone come soggetti passivi di un trattamento autoritario. Io credo che stia parlando di questo. Di qualcosa di estremamente concreto, di un bisogno a cui una certa parte politica non sa più rispondere se non denigrando e disprezzando chi ha l’esigenza di essere più rassicurato e compreso. Un bambino ” ipercinetico” non è un bambino malato. È un bambino che esprime un desiderio di fuga dalla realtà che vive, se per “curarlo” lo blocco, lo tengo fermo, senza comprendere da dove deriva il suo problema, otterrò il risultato opposto, portando il suo malessere ad un punto di non ritorno. Non posso imporre la “verità” nuda e cruda a qualcuno e pensare di convincerlo con la forza a seguire la “retta via”.

        • Scusami Woasnet ma a mio parere un affermazione come «[…] la post-verità è un grosso problema» manca di prospettiva, di un id temporale; è un affermazione che semplifica troppo la realtà, la analizza a partire dal suo stato molare ignorando quello molecolare.

          Credo di essermi già espress* in questo senso, chiedo quindi scusa se suona ripetitivo, ma penso che i processi attraverso i quali le verità trovano un modo per “manifestarsi”, non siano da sottovalutare; è verso questi processi che bisognerbbe, forse, spostare l’attenzione non sulla veridicità o meno di una verità. Prendo a prestito un frase di WM2 per tentare di spiegarmi meglio:

          «Ne possiamo scartare molte, di verità, e abbiamo tanti modi per farlo, ma non sempre alla fine ce ne resta una sola (e in molti casi non è nemmeno desiderabile)».

          Ecco, forse è proprio il processo di scarto che è venuto a mancare, ad un certo punto della storia. Nel senso che, parafrasando (male) Brecht, le scienze, in uno stato forse di eccessivo protagonismo, sembrano essersi auto-consacrate al ruolo di «port[e] d’accesso alla saggezza infinita» mentre in molti ormai, danzando intorno al fuoco, fanno notare che le mansioni svolte da certi uomini e donne di scienza, somigliano più a quelle di uscieri, quando non, addirittura, zerbini! Il che è un peccato, dice st’hippie danzante, in quanto ci sarebbe veramente da augurarsi, piuttosto, un ritorno all’ibridazione con le arti e la filosofia, nel tentativo di assumersi quell’altro assai più difficile compito di “selezionatori”, in modo da «porre un limite all’errore infinito», nel caos generale delle cose.

  72. Come occidentali tecnologizzati non abbiamo più dimestichezza con nulla che non siano certezze. Non usciamo più di casa senza telefono, ci fa terrore lasciare soli i figli, non ci spostiamo senza navigatore, leggiamo le etichette del cibo che mangiamo. Cerchiamo continuamente risposte a tutto e non sopportiamo il dubbio. Chiaro che un imprevisto che ha gettato il mondo nell’incertezza ci abbia terrorizzati e ci siamo aggrappati a chiunque desse una risposta purchessia. Quindi condivisibile al 100% la frase “abbiamo soprattutto bisogno di esorcizzare l’angoscia per la continua incertezza in cui campiamo”, ed è chiaro come in questi contesti di sbandamento la logica non abbia posto. Quello che non mi è chiaro è come e perché questa incertezza si sia estremizzata fino a creare tribù in guerra religiosa. Come si esce dal loop della “verità vera”. Non capisco, inoltre, perché insistere nella “visione consensuale del mondo” come ricetta, in mancanza della quale “la verità non esiste più”. La ricerca di una tale condivisione potrebbe tradursi, temo, in una normalizzazione ad immagine e somiglianza del più forte.

  73. Grazie SteCon, di tutto. E alla coautrice e a tutte e tutti voi, soprattutto se si torna al senso dell’articolo e alla discussione qui seriamente possibile, non prettamente medica. Però – e spero di non sviare io per primo – prima di aspettare il lavoro interpretativo storico nei prossimi decenni su questa crisi, alcuni punti fermi ci sono già e interessanti anche qui, anche solo nel “chi è andato in panico per la […] pericolosità del virus [e chi] per la sp[r]oporzione delle misure di gestione”. Io la seconda, tantissimo. Ad esempio, osservo che l’aspettativa di vita in Italia durante il 2020 è scesa a 82,4 anni, cioè sui livelli del 2011 e 2012, mentre precedentemente le durate medie delle vite in Italia erano inferiori. Il livello di 82,4 anni nel 2020 in Italia, col Covid, è superiore a quello di tre quarti dei Paesi dell’Unione Europea nel 2019, quando non c’era Covid. Il link a tutti questi dati sulle durate medie delle vite si trova digitando su motore di ricerca “DEMO_MLEXPEC Eurostat”. Dunque la paura di morire durante il 2020 in Italia, stando ai dati, a parità di età, al di là degli elementi di percezione soggettiva, sarebbe dovuta essere mediamente pari a quella del 2011-2012 e inferiore a quella di dieci anni fa o più. Direi che è stata superiore: ha avuto più paura di morire un sessantenne nel 2020 che non un sessantenne nel 2010 o nel 2000 o probabilmente anche nel 1990 o 1980, invece. Forse il surplus di paura di morire del 2020, oltre che dal terrore ingenerato da media, politici e medici è derivato dal modo orribile di *quella* possibile morte, solitaria e per debito di ossigeno (paura ancestrale, mancanza d’aria?); non stroncati da malattie improvvise o da virus che agiscono differentemente portando anch’essi alla morte (magari per sfinimento e progressiva inedia).
    Aggiungo un appunto: non tutti “non usciamo più di casa senza telefono, ci fa terrore lasciare soli i figli, non ci spostiamo senza navigatore, leggiamo le etichette del cibo che mangiamo”; personalmente non mi ritrovo, si può uscire di casa senza telefono, si può andare a perder tempo correndo, si può uscire a prendersi l’acqua sotto la pioggia, ci si può buttare nelle pozzanghere di un prato, a qualsiasi età anche nel 2021. Normalizzerei la descrizione di questi atteggiamenti come altri che narrazioni generalizzanti fanno uscire non solo dall’ambito dell’ordinario ma anche del possibile, fino anche del tollerato e consentito.
    Grazie ancora. Vi leggo ogni giorno. Un caro saluto.

  74. Provo anch’io a uscire dalla sindrome da “classe in castigo” rispondendo alle considerazioni di SteCon e Marcello e Ale M

    Confesso che io ho cominciato a fine aprile 2020 ad essere preoccupato per la gestione, molto più che per il virus. Il livello minimo di panico generale l’ho avuto nell’inverno 2020/21, dato che il livello di “crisi” per impatto emotivo e pratico *per me* era “stabile”, mentre l’apice del panico (collegato a una generale sensazione di totale impotenza), sempre legato alla gestione molto più che al virus, sta arrivando adesso con le misure sul GP e con le mie preoccupazioni pratiche su come gestire il mio accesso lavorativo a alcuni committenti previo tampone, senza “abiurare”.

    Chiusa la parentesi autobiog., credo che siano importanti 2 punti citati da SteCon
    1 – «Dove ciascuno sarebbe caduto, quale mostro avrebbe temuto, era imprevedibile a priori»
    vero, credo però che a posteriori sia utile indagare sul substrato culturale, caratteriale, materal-ambientale di un campione significativo, e vedere quali sono i tratti comuni di chi è caduto da una parte e di chi è caduto dall’altra. Potrebbe aiutare a ricomporre.
    Nel mio caso specifico, ri-confesso che è almeno dal 2009 che nelle mie peregrinazioni su internet a perdere tempo leggo (anche) robe new age e robe complottiste, che pronosticavano future crisi di ogni genere e una deriva autoritaria globalista. Credo che anche razionalizzando il tutto, certe narrazioni rimangano sotto traccia e quando la deriva (più o meno) autoritaria e la crisi me la sono trovata davanti, sia stato più o meno inevitabile “cadere” da questo lato. Oltretutto senza avere gli strumenti di lettura della realtà politica e storica che avete voi qui.
    E confesso che l’atteggiamento tra il perculante e il “nanananana non ti sento” di chi invece si è posizionato sull’altra “buca” non ha aiutato a ricredermi. Idem per il coro mainstream che se mai ha “confermato” la mia lettura compl.

    Ho finito i caratteri e il secondo punto non riesco a trattarlo. Era la questione della guerra tra poveri e della necessità della “visione consensuale del mondo”: Marcello ha quasi ragione(normaliz. a immagine del più forte) ma nel nostro campo è indispensabile perché oggi chi è caduto in una buca vede una realtà diversa da chi è caduto nell’altra

  75. @ Marcello07 e Cugino_di_Alf

    Nelle condizioni attuali (sottolineo: nelle condizioni attuali) la visione del mondo “a immagine del più forte” è praticamente inevitabile. La storia la scrivono i vincitori.

    Ma, anche qui, bisogna rendere le cose più complesse.

    La prima linea di complessità viene dalla molteplicità. In una società, diciamo così, non completamente totalizzata dal dominio, c’è sempre la possibilità di mantenere vive altre memorie e intessere contro-narrazioni. In fondo, è quel che ha fatto, in Europa, la storiografia marxista lungo tutto il Novecento: raccontare “altro” (la storia dei vinti, la storia dei senza parola, la storia economica invece di quella militare, la storia del colonialismo anziché quella del progresso ecc.) rispetto alla storiografia borghese; e costringere quest’ultima a misurarsi con questi fenomeni. Ci è riuscita perché le/gli storic* marxist* non erano soli, avevano dietro di sé un ampio consenso sociale, un “con-sentire” di massa a una certa prospettiva. Una roba che, dove oggi siamo, è tutta da costruire.

    La seconda linea è più sottile, e di certo utopica. Fin qui abbiamo, prevalentemente, perso. Ma, se domani vincessimo sul terreno dell’avversario e con le sue armi, è garantito che anche noi riscriveremmo la storia in veste di vincitori – e cioè, tagliandone via una parte enorme, disvedendo quel che non ci piace e in preda a uno spirito revanchista. E cioè, riprodurremmo, da dominatori, le condizioni di dominio che aborriamo. (È la questione tremenda lungamente indagata dalle femministe black statunitensi: non si distrugge la casa del padrone con gli attrezzi del padrone.) È possibile vincere senza vincere in questa maniera?

  76. Ho ripensato ad un film del 2020 che mi ha molto stupito e che trovo quanto mai on-topic:

    https://it.wikipedia.org/wiki/The_Hunt_(film_2020)

    Si tratta, nella forma, di un film marcatamente di maniera, a standard issue horror/thriller american movie, ma dal sottotesto, almeno per me, sorprendente.
    L’ho visto all’inizio del primo lockdown e mai, allora, avrei creduto che mi potesse parlare dell’anno e mezzo che mi aspettava.
    C’è tanta satira ed è una satira che sferza a destra e a manca toccando argomenti ampiamente trattati su questo blog, a partire dalla Q di Qomplotto per finire a questo bellissimo post che racconta di spaccature vissute e riconciliazioni auspicate.
    A chi l’ha visto chiedo spunti ed espansioni sui temi ivi abbracciati e a chi non l’ha visto lo consiglio vivamente.

  77. Ieri sera durante la lettura di un libro di Ivan Illich, dal titolo “Descolarizzare la società”, edito da Mondadori nel 1972, mi sono imbattuto in questo passo che ricorda molto l’analisi di Stefania Consigliere.

    “In una società scolarizzata trovano una giustificazione dialettica persino la guerra e la repressione civile (…) La repressione verrà considerata uno sforzo missionario per affrettare l’avvento del Messia meccanico. Un numero sempre maggiore di paesi farà ricorso a quelle torture pedagogiche che già vengono impiegate in Brasile e in Grecia. Sono torture che non sono inferte per estorcere informazioni o per soddisfare le necessità psichiche dei sadici, ma si servono del terrore scatenato a caso per infrangere l’integrità di un’intera popolazione e trasformarla in materiale malleabile dagli insegnamenti inventati dai tecnocrati”.
    Se un uomo è stato capace di quest’analisi quarantanove anni fa significa che anche noi attraverso il pensiero possiamo comprendere il funzionamento delle nostre creazioni sociali. E comprenderle è il primo passo necessario per governarle senza esserne travolti.

    Rispetto all’analisi di Stefania Consigliere e Cristina Zavaroni, che individuano “bolle di terrore (che) si aprono anche negli anfratti del quotidiano in regime totalitario, sui fronti bellici, nelle carceri, nelle istituzioni totali, nelle famiglie abusanti, nei contesti di discriminazione”, il libro suggerisce di indagare nell’”istituzione totale” che gode da sempre del più ampio prestigio: la scuola. E non semplicemente la scuola rimodellata dalla pandemia ma anche la scuola delle socialdemocrazie degli anni settanta! L’indagine è dolorosa perché tocca gli architravi della nostra fiducia nella società ma purtroppo necessaria.

    Un’ultima annotazione. Le autrici si concentrano sull’uso del terrore da parte dei regimi capitalistici: purtroppo bisogna ammettere che non si tratta di un’esclusiva del capitalismo. L’uscita dal capitalismo è condizione necessaria ma non sufficiente per risolvere i nostri maggiori problemi: la tentazione di usare il capitalismo come capro espiatorio di tutti i mali è la tentazione di semplificazione più insidiosa tra noi giapsters.

  78. 1.
    25 Aprile 2020, mia figlia (all’epoca poco più di 3 anni) mi sveglia, facciamo colazione e io le propongo di andare a lasciare un fiore ai partigiani. Lei accetta di buon grado e si mette a disegnare un fiore. Raggiungiamo furtivamente il Martinetto -tristemente chiuso- lasciamo il suo fiore sul cancello e torniamo a casa. Nel pomeriggio, preso dal rincoglionimento social della quarantena, condivido una foto della bimba con il suo fiore davanti al Martinetto. Tra le risposte stupide ricevute spicca “celebri il 25 Aprile comportandoti come i fascisti di oggi e facendo finta che non stia succedendo niente. Bell’esempio per tua figlia.”

    2. sempre Aprile 2020 qualche gg prima o dopo, non ricordo.
    con la scusa di andare a prendere la Busiarda (senza aver ancora capito bene perchè le edicole sono aperte con tutto il mondo ai domiciliari) mi fermo cinque minuti in una piazza di Torino a giiocare con le pistole ad acqua con mia figlia. Incrocio un conoscente che andava a lavoro, ricevo uno sguardo sdegnato e le seguenti parole: “io sono costretto ad uscire di casa, tu al posto di fare il cretino in giro dovresti startene a casa. Fallo almeno per la bimba”

    Ecco, due stupidi aneddoti per dire che Sì, qualcosa si è rotto e non ho ancora capito se ho voglia di ricostruirlo. E NO, scendere in piazza, ritornare nelle strade non è sicuramente la panacea di tutti i mali, perchè poi in piazza magari mi ritrovo chi, poco più di un anno fa mi dava del fascista.
    Scusate lo sfogo e grazie per quello che fate

    • “Sì, qualcosa si è rotto e non ho ancora capito se ho voglia di ricostruirlo.”

      Ti capisco perfettamente. A me già faceva orrore quasi tutto prima, figurati.

      Intanto non credo voterò mai più. Per niente. Non ho neanche firmato per i referendum su cannabis legale ed eutanasia, che pure condivido. Né andrò a votare quando e se ci saranno le relative consultazioni. Non mi è semplicemente più possibile pensare di essere parte di tutto ciò in alcun modo.

      Non è solo la rottura di un patto tra me e lo stato, che per quanto mi riguarda sostanzialmente era “io faccio la mia vita squallida e tu non mi rompi i coglioni”. Cosa che chiaramente non è più ammessa. Chiaramente almeno fin dalla primavera del 2020, quando tutti si lamentavano del distanziamento sociale, mentre io, che in un certo senso lo pratico da tutta la vita (adulta), mi sentivo invaso dal simulacro di vicinanza e attenzione che i media ci rovesciavano addosso 24/7, per farci stare buoni in casa senza smettere di consumare. Io i balconi con la gente che cantava li avrei tirati giù col bazooka. Altro simulacro, quello della partecipazione. Oggi alle 18 dite tutti “il bene è meglio del male”. Fine della partecipazione. E col vaccino funziona allo stesso modo. Il fatto che mi sia stato imposto qualcosa che avevo già scelto convintamente, conta zero. Anzi, mi sento ancora più manipolato.

      Ma non è solo questo, ripeto. Io dello stato non mi sono mai fidato e nella democrazia non ho mai creduto, perciò la sopresa e la delusione sono veramente minime. La nostra costituzione, poi, ho sempre pensato fosse un meraviglioso rotolo di carta da culo. E non mi pare di essere l’unico, visto che quello è l’uso a cui è stata destinata praticamente fin dall’inizio.

      Il fatto è che proprio non ce la faccio più a relazionarmi positivamente con il mondo. E’ come se vedessi la gente già putrefatta come il tizio de L’occhio del purgatorio di Jacques Spitz. Non ha più senso niente di quello che vedo fare alle persone che ho attorno. Anche il cretino sbavante su Twitter, ormai lo percepisco minuscolo come la comparsa di una scena di folla di un kolossal tipo Ben Hur, con la sola differenza che questo è Brian di Nazareth.

      • Dopo averci pensato un po’ su, ho deciso che in questi 19 mesi la cosa che che si è rotta sono soprattutto le balle. E quelle vale la pena ricostruirle, nel senso che vale la pena ricostruirsi una vita sensata in cui si passa del buon tempo. La cosa migliore sarebbe riuscire a farlo collettivamente, ma mentre si aspetta che si ricostruisca qualche parvenza di legame sociale si può sempre bighellonare in giro da soli o in qualche piccola combriccola, fare la banda, come i ragazzini delle medie (mi sa che io non sono mai uscito dalla seconda media per certi versi, ma bon). I ragazzini delle medie hanno molto da insegnarci.

        • forse i ragazzini hanno molto da insegnarci …il figlio del mio amico Marco, in terza media, durante il lockdown aspettava che si addormentassero lui e i fratelli e in bicicletta si faceva circa 10 Km per raggiungere per strade secondarie, il paese della sua morosa dove facevano l’amore per il resto della notte nel letto dello show room della rivendita di mobili dei genitori di lei, sotto la loro casa…solo che una notte si sono addormentati e li hanno trovati al mattino abbracciati. Il ragazzino al mattino si faceva trovare a casa, faceva colazione salutava tutti e andava a scuola…dove ovviamente dormiva. Ho sempre pensato e detto al mio amico che questa storia doveva insegnarci qualcosa in questo periodo di merda.

          • Durante il lockdown a volte sconfinavo in Slovenia, attraverso i boschi. Niente può uguagliare la gioia selvaggia da dodicenne che provavo arrivando a Orlek di nascosto in bicicletta dopo aver aggirato i posti di blocco dell’esercito confederato e di quello unionista. Mi fermavo alla fontana del paese a bere, mi sentivo come il chico che si infiltra nell’accampamento di Calvera nei “magnifici sette”, e fuma insieme ai banditi, e chiacchiera con loro. O come Billy the kid che evade dal carcere di Lincoln e torna a Fort Summer. La fuga dal lockdown è il tempo che si dilata tra “keep change, bob” e il rumore secco del fucile che si sfascia sulla balaustra. https://yewtu.be/watch?v=tKdROAvZXvg

  79. Per Pala: purtroppo hai dovuto vivere sulla tua pelle (anzi, sulla vostra) la colpevolizzazione e il fiorettismo di cui altri qui hanno già parlato molto diffusamente e con precisione. La penitenza, in questa logica, non è assurda è inutile, ma necessaria per ottenere il premio: la salvezza.
    Si è persa non si sa come la consapevolezza che fragili e da proteggere non erano solo gli anziani, malati o entrambe le cose; fragili erano e sono anche i bambini come la tua, i ragazzi che però sono stati presto presi di mira perché sospettati (non so come faremo a spiegarlo in futuro a chi queste cose non le ha vissute) di essere i principali responsabili della diffusione della malattia, fino alla decisione spregevole e sprezzante che permetteva allla gente di uscire liberamente coi cani e solo limitatamente con le loro creature, esseri umani. Comunque non so come hai fatto a non mettere le mani addosso a quelle persone anche solo per insegnare loro a stare al mondo, dato che evidentemente da soli non lo avevano ancora imparato.
    Per Isver: vorrei scriverti qualcosa ma rileggendo le ultime parole che ho rivolto a Pala non ci riesco, viene da bestemmiare anche a me che odio queste cose. Poi ripenso a a quando, esattamente un anno fa, la mia famiglia è piombata nel buco nero della malattia e tutto il resto, virus, zone rosse, parrucchieri aperti e chiusi, è diventato un sottofondo quasi molesto. Ho paura più di prima forse, ma non delle stesse cose di cui avevo paura prima, quelle ormai sono un ricordo, e’ il presente ad essere una terra incognita.

  80. @ leonardo zocca: pienamente d’accordo. La mia coautrice ha studiato su campo cosa succede quando in un paese viene imposto l’obbligo scolare e trova che Illich sia, di questi tempi, una delle poche analisi soddisfacenti della vita, l’universo e tutto. E (anche se non sembra…) concordo pure col tuo commento finale sul capitalismo: quando ci saremo liberati di quest’orrore, avremo ancora da vedercela con la propensione umana alle gerarchie di potere e dominio. Risolto il problema che travaglia i marxisti, resta da risolvere il problema che travaglia gli anarchici.

    @ pala, isver, aerial e altri: dopo la pubblicazione di questo post mi sono arrivate molte email di persone che ringraziano perché, leggendolo, si sono sentite meno sole e impaurite. Lo stesso accade, più in grande, in questo blog: chi commenta per la prima volta apre spesso con un ringraziamento perché il lavoro di WM le/gli ha permesso di mantenere un po’ di salute psichica. Per esperienza personale, e recente, aggiungo che ritrovarsi in mezzo a un gruppo che decide autonomamente quali misure sono sensate e quali no, e che si vede per elaborare una critica puntuale all’emergenza, è una vera e propria cura per lo spleen e l’umor nero di questi mesi. L’indicazione è chiara: personale e politico sono collassati, cercare o aprire spazi di salute (fisica, mentale, emotiva) significa, oggi, fare critica politica – e viceversa. Tempi interessanti…

    • Vedo ora questo commento di SteCon e voglio nuovamente ringraziarla anch’io per il pezzo. Questo e gli altri con Cristina Zavaroni.

      Personalmente li trovo tutti molto in sintonia con il mio sentire, a partire da quello sull’effetto nocebo.

      In particolare, però, questo punto evocato da Leonardo e riadito da SteCon, lo sento proprio rilevante:

      «Risolto il problema che travaglia i marxisti, resta da risolvere il problema che travaglia gli anarchici».

      Io non ho una formazione politica “dottrinale”. Sono un tecnico, non un filosofo, e anche le mie letture non sono troppo “umaniste”, ma negli anni, dopo una fase giovanile “machomarxista” (mio papà riceveva lotta comunista) – il professore di italiano delle superiori era un teorico dei “modi di produzione”) sono diventato sempre più allergico alle gerarchie e sempre più scettico sulle “soluzioni”, tanto che oggi non so se troverei auspicabili soluzioni collettive che producano effetti ambientali ed abbiano un rapporto con “la materia” “troppo simili” al capitalismo attuale.
      La storia insegna che “il terrore” è spesso stato usato dall’uman* contro l’uman* (oltre ovviamente ai non umani che mangiamo regolarmente), (quasi) indipendentemente dal tipo di società e dal modo di produzione.
      Per cui, anche quando cambieremo modo di produzione e rapporti di forza nella società, sperando di crearne una più equa e più giusta, saremo comunque esposti ad essere (o a vessare) “i dissidenti”, “gli strani”, i “non collaborativi” in qualunque gerarchia.

  81. Per SteCon : grazie, per il tuo/vostro lavoro e per le parole di conforto e sostegno, non ve lo avevo ancora detto.
    I tempi sembrano movimentati, forse le proteste rientreranno e torneremo in Assurdistan, forse qualcosa sia smuoverà anche solo per riprendere il cammino che si è interrotto a marzo di un anno fa – in Europa tutti, chi più chi meno, stanno tentando di farlo o hanno già ricominciato. La quantità di paradossi che si stanno presentando è tale e tanta da essere ormai insostenibile, e qualunque cosa accada e’ ormai evidente che la situazione sta cambiando, se in bene o in male o entrambe le cose è ancora presto per capirlo. Grazie ancora.

  82. (Per WM: mi ero ripromessa di non intervenire più per non creare sterili malintesi, però ho continuato a seguire giap assiduamente, perchè là fuori senza di voi si asfissia…ora, constatata e riconstatata la vostra ammirevole onestà intellettuale, ci ritento, cercando di evitare di esprimermi in modo che possa apparire tendenzioso o complottista)
    Vorrei ritornare alla molteplicità, di mondi e modi di essere, invocata, in questo post, come parte di una possibile via d’uscita. Un’amica, antropologa ambientalista e vaccinata :D, mi diceva che l’approccio sistemico insegna questo: quando si cerca una soluzione a una situazione di crisi, bisogna evitare, strategicamente, di mettere tutte le uova nello stesso cesto; accanto alla soluzione considerata come buona, occorre un ventaglio di altre soluzioni da implementare parallelamente, e/o da avere sottomano caso mai la soluzione sulla quale si sta scommettendo dovesse fallire. Mi ha fatto pensare a quello che ho imparato quando mio figlio, quando era quattordicenne, ha sviluppato una sindrome d’ansia generalizzata. Lo psichiatra che lo seguiva spiegò a noi genitori che l’ansia portava nostro figlio a voler esercitare un “rigido controllo” sulla realtà, basato sulla credenza che in ogni situazione esiste un’unica opzione valida, e che il non riuscire a metterla in atto rappresenta una sconfitta. Questa credenza generava il lui situazioni di sconfitta a getto continuo, e quindi nuova ansia…per uscire da questo circolo vizioso, ci spiegò lo psichiatra, non doveva passare dal “rigido controllo” al “lâcher prise”, bensì al “controllo sciolto”, il quale permette di valutare di volta in volta opzioni alternative alla soluzione A, e scegliere quella adeguata alla situazione, quella che si è in grado di attuare, e che può essere anche la rinuncia a agire, o addirittura la ritirata. Questo insegnamento, dato da uno psichiatra cognitivo comportamentale dei più ortodossi – ma che sembra quello si un maestro zen ;-)- ci permise di reinsegnare a nostro figlio a navigare nel quotidiano. E ci permise anche di cominciare a vedere quante volte le risposte, sia sociali che individuali, sono dettate dall’ansia, che genera la volontà di rigido controllo, il quale produce impasses, e nuova ansia…

  83. Vorrei tornare su questo thread, con un domanda che mi assilla da lunedì, e che spero venga intesa come una domanda aperta e non come sterile provocazione.

    Da quando è stato pubblicato questo articolo direi che c’è stata una rapida evoluzione della situazione.

    Fino a pochi giorni fa potevo considerare, come scrisse @SteCon, chi aveva aderito totalmente alla narrazione pandemica come “prigionierə dal nemico”, ma ora non posso proprio più. Dopo la denigrazione per gli scioperi con il cherry-picking più disparato, i peana per gli idranti, la separazione forzata tra lavoratorз “buonз”, che protestano per le cause giuste, e quellз “cattivз”, fatta ignorando le attestazioni di solidarietà tra i due gruppi e continuando a riportare il dibattito sul dito dei vaccini e della scienza anziché sulla luna della discriminazione sul lavoro e le sue conseguenze non mi è proprio più possibile.

    Mi tornano alla mente i giorni del G8 di Genova, mia città natale, e ancor più dopo la scenata di Lamorgese. Un tempo era legittimo sollevare dubbi su una condotta quanto meno sospetta delle forze dell’ordine, mentre oggi qualsiasi dubbio viene derubricato a “complottismo”. Mi sembra chiaro che la “sinistra” abbia interiorizzato quello che secondo me è l’aspetto peggiore del debunking, ossia diventare funzionalmente il cane da guardia dell’autorità costituita.

    Mi sembra che, più che di fronte a prigionieri di guerra, ci troviamo davanti dei padri violenti, che riversano sulla propria prole gli abusi subiti: possiamo comprendere per quale ragione sono diventati così, ma non possiamo giustificarli per questo. La situazione mi sembra sempre più assurda e paradossale.

    Che fare quindi? Come condividere spazi con queste persone trovandoci a nostro agio?

    • 1/2
      @ fool: altro che provocatoria, è la domanda che ci travaglia tutti… Non so risponderti. Il meglio che riesco a fare è articolare alcune riflessioni altrui.

      In un commento a “Fronte del porto”, qualche giorno fa, scrivevo delle “piccole mani”, i galoppini del sistema descritti da Pignarre & Stengers. I quali dicevano a chiare lettere, già allora, che c’è poco da fare i puri: salvo gli stiliti, o quelli che si coltivano il cibo da sé, tutti quanti, in certi momenti e magari obtorto collo, siamo rotelle di un sistema che non ci piace. Per alcuni, però, questo “far parte” si trasforma in adesione cieca e, perso anche l’ultimo centimetro di distanza critica, si fanno zelanti chierichetti della “religione del capitale”. Per costoro, secondo Pignarre & Stengers, si può parlare di un vero e proprio processo di cattura, una specie di “iniziazione nera”.

      E insomma, dopo aver ripreso quel testo, per stare allegra in questo periodo difficile ho ripreso anche “Persecutori e vittime” di Françoise Sironi. La quale approfondisce il discorso fino ad arrivare a un margine ambiguo e dolentissimo. Nel suo lavoro con le vittime di tortura, a un certo punto (e proprio per il tipo che approccio che usa) ha dovuto confrontarsi anche la “fabbricazione dei torturatori”. I quali non sono né sadici, né perversi, né psicopatici, ma vengono messi in grado di fare il loro sporco lavoro usando mezzi affini a quelli che dovranno poi utilizzare. Detto altrimenti: i torturatori sono stati a loro volta – e sia pure in modo meno atroce – torturati: tolti dai loro universi di riferimento (famiglia, amici, città), sottoposti a un lungo addestramento all’assurdo (regole che cambiano continuamente, abusi psicologici, addestratori ora crudeli ora gentili, pulire il pavimento con uno spazzolino da denti ecc.) e messi in grado di resistere, senza impazzire, a situazioni che, senza quell’addestramento, sarebbero intollerabili.

      In un altro passaggio, criticando la parzialità delle varie definizioni di tortura, così scrive l’autrice (p. 19): “La definizione adottata dall’assemblea delle Nazioni Unite non sembra considerare una forma di tortura il clima di terrore quotidiano in cui un’intera popolazione è costretta a vivere costantemente”.

    • 2/2
      Ora, è ben possibile che io sia ossessionata da questa cosa, ma se metto insieme il terrore infodemico, la frattura esistenziale del lockdown, il malessere psichico generalizzato, l’adesione alle direttive dell’uomo forte di turno, la criminalizzazione del dissenso e lo squadrismo epistemologico di questi ultimi mesi, mi viene da pensare che ciò a cui stiamo assistendo è l’effetto di lunga gittata di una violenza psichica collettivamente subita. E in effetti, la protervia de* compagn* che parlano di “credere alla scienza” o invocano Bava Beccaris è, semplicemente, sconvolgente: ha a che fare con qualcosa di decisamente fuori dall’ordinario, una sorta di trance o di affatturazione (Tuco scriveva di razionalizzazione, a posteriori, delle scelte di pancia fatte nel febbraio del 2020 e forse ha ragione: mai sottostimare il potere accecante della razionalizzazione…).

      Forse questa gente, davvero, dovremmo piangerla.

      Postilla. Non penso che il terrore infodemico fosse intenzionale: per spiegarlo bastano i meccanismi di mercato e la miseria del giornalismo italiano. Ma subito si è rivelato utilissimo come mezzo per farci azzannare fra noi, lasciando impuniti i responsabili di questa catastrofe.

      • Grazie, e sempre grazie!
        Il discorso che affronta, mi ha aiutato a chiarire invece proprio una delle mie paure ed ossessioni interne che dall’inizio di questa pandemia -diciamo dal momento in cui si capì che i bambini erano molto marginalmente toccati- ovvero quello dei torturatori che sono stati torturati.
        E laia paura ed ossessione riguarda proprio quei bambini di oggi.
        Che società costruiranno quando saranno “grandi”?

        Aggiungo una nota, sarà banale ma viene dal cuore.. la sua prosa, i suoi contenuti, i modi di affrontarli mi danno una serenità d’animo rispetto alle prove della vita che ci aspettano che ho trovato davvero impareggiabile in qualsivoglia autore, ricercatore, scrittore.
        Può parlare di torture e di regimi, ma io sempre leggo una grande pacatezza, umiltà, acutezza, e per questo la ringrazio e la invito, almeno per parte mia, ad intervenire più spesso qui su Giapfosse anche solo per dirci a tutti salve, come state!, o ancora meglio, coinvolgerci nei suoi ragionamenti ed analisi del quotidiano.

      • Anch’io ringrazio per il tono oltre che per il contenuto sempre illuminante dei commenti.

        La postilla «Non penso che il terrore infodemico fosse intenzionale: per spiegarlo bastano i meccanismi di mercato e la miseria del giornalismo italiano.» poi, funge da transenna / linea-vita per evitare di cadere in buche stradali come farei e faccio regolarmente io, con l’idea di affibbiare agli eventi una regia e una intenzionalità precise.
        In questo caso però devo aggrapparmi alla transenna e all’autorevolezza di chi ce l’ha messa con tutte le mie forze, perché altrimenti una certa intenzionalità quantomeno di “breve termine” ce la vedrei.
        Intenzionalità i cui effetti sono andati al di là di ogni più “nera” aspettativa, come sappiamo, a causa di una serie di condizioni pregresse (la quasi totale cooptazione della sinistra non credo fosse prevedibile in nessun caso).

        A proposito di buche del coniglio, mi permetto ora una battuta / facezia OT:
        non so se le presenze di destra alla manifestazioni più o meno spontanee le abbiano dirottate o le possano dirottare (o se siano in partenza maggioritarie come sostengono alcuni), ma devo dire che sui forum e blog complottisti sta avvenendo un curioso Hijack-camento da parte di complottisti “di sinistra” (ammesso che esistano visto che come sappiamo le fantasie di complotto sono funzionali al sistema) nei confronti di alcune narrazioni destrorse.
        Lo sto vedendo adesso in alcuni commenti che riguardano i fatti di Genova (in parallelo a quelli di Trieste): non solo la lettura che anche solo 4 o 5 anni fa se ne poteva dare “da destra” è largamente minoritaria, ma si leggono resoconti di persone che verosimilmente ci sono state e dalla parte dei manifestanti (non saprei valutare meglio, io non c’ero) che danno giudizi molto chiari e inequivocabili sui fatti terribili di quelle giornate.
        Di più, si leggono richieste di numero identificativo sui caschi delle ff.oo. per identificarle in caso di eventuali illeciti, che sarebbero impensabili da un “complottista” che corrisponda all’identikit “sovranista” e leghista della vulgata mainstream.

        PS: richiesta di servizio. Come ha fatto hank in questo commento https://www.wumingfoundation.com/giap/2021/09/ostaggi-in-assurdistan-2/#comment-46077
        a formattare il testo in corsivo?
        :-)))

      • Non so se è semplicemente dovuto al proliferare di reazioni diverse a uno stesso trauma, ma quello che viene in mente a me sentendo alcuni familiari che si sono fatti la pandemia in Italia è una qualche forma di sindrome di Stoccolma. Come se lo shock di essersi trovati improvvisamente spossessati della propria autonomia personale, con la vita sconvolta e alla totale mercé dei dittatori inetti avesse spinto alcune persone in uno stato mentale simile a quello di alcune vittime di abusi in famiglia – il che mi fa pensare a bambini, più che a genitori. Che ne so, i “genitori-classe dirigente” non possono essere assolutamente criticati, perché, vabbè, solite storie, era una situazione e così via. Se per esempio chiedi ragione dell’andamento della prima fase della campagna vaccinale italiana (…centinaia di migliaia se non milioni di persone a basso rischio vaccinate mesi prima dei loro genitori o addirittura dei loro nonni) li senti andare in negazione, ma senti anche proprio la paura nella loro voce, la paura di dover riconoscere la giustezza della critica. Ora che l’inettitudine sia a certi livelli è effettivamente terrificante, soprattutto per persone di una certa età, chi ha in mano le leve del potere è responsabile della tenuta del sistema dal punto di vista economico, sanitario, le pensioni etc., a riconoscere che fanno delle idiozie inconcepibili e quindi potrebbero farne altre su altri aspetti altrettanto importanti c’è da perdere la testa. Ma è come se ci fosse qualcosa di più profondo. L’immagine che viene in mente a me è quella di vittime o ostaggi che si agitano a sentir criticare il carnefice/sequestratore perché hanno paura che si arrabbi e riprenda a tormentarle. E questo implicherebbe il sentirsi collettivamente, appunto, alla mercé dei dittatori inetti, in toto e in perpetuo.
        Poi se invece la negazione è solo la prima delle cinque fasi dell’elaborazione del lutto, che dire, la prossima sarà l’inferno.

  84. Qualche giorno fa ho fatto un sogno di biciclette, e siccome le storie di biciclette sono sempre importanti, lo racconto.
    Ho sognato che portavo dal meccanico la bici di mio padre, una vecchia bici da uomo nera col carter chiuso e i freni a canna. Quando andavo a ritirarla, la bici era tutta sbagliata. Al posto dei cerchioni da 28 pollici c’erano cerchioni da 26 pollici, con dei copertoni da mtb. Al posto del campanello di ferro con la scritta in rilievo “zimolo cicli – sagrado” c’era una trombetta di plastica. I freni a canna erano stati sostituiti da freni a cavo con la guaina color blu elettrico. Il carter chiuso non c’era più. Non c’era nessun carter. Non c’era la dinamo. Non c’era il fanale “mondial”. Non c’era più un cazzo. Il meccanico mi spiegava che aveva dovuto fare così perché i pezzi vecchi non andavano più bene. Io ero molto perplesso ma ritiravo comunque la bici e me ne tornavo a casa con l’umore sotto i tacchi. A quel punto cominciava un sogno nel sogno, perché all’interno del sogno mi compariva in sogno mio padre, e mi metteva in mano una grossa chiave inglese, non una hazet 36, ma una roba vecchia e arrugginita, e molto pesante, qualcosa che doveva aver rubato in un deposito delle ferrovie. Mi diceva anche di non fidarmi mai degli uomini calvi con la barba da profeta. Allora io tornavo dal meccanico e gli chiedevo bruscamente di restituirmi tutti i pezzi che si era rubato. Lui mi dava una scatola da scarpe con dentro due stemmini e qualche bullone. Allora io esplodevo di rabbia, e con la chiave inglese di mio padre cominciavo a spaccare tutte le bici intorno, spaccavo tutto a mazzate, i raggi, i fanali, i parafanghi, la faccia di merda del meccanico, tutto. Poi mi sono svegliato.

    • Che sogno incredibile! E’ talmente pieno di simboli che si va in sovrainterpretazione facilmente. Comunque riguarda il lavoro: la vecchia bicicletta, la chiave inglese, l’officina meccanica. E riguarda una relazione col passato: il lavoro nel passato e il lavoro oggi. Se pensi al film Ladro di bicicletta, la bicicletta è un simbolo del lavoro inteso nel suo valore sociale. Essendo tu un matematico, non mi stupisco che il tuo inconscio formalizzi facilmente: il campanello, il carter, la trombetta di plastica e i fili dei freni blu elettrici, particolare fortissimo, quasi una psichedelia-tecnologica. Ciò ti infastidisce, ti demoralizza anche un po’. Però ad alleviare il tuo fastidio e a donarti vigore arriva tuo padre, che non è solo tuo padre, ma è la paternità, l’ordine, la giustizia. L’onore. Ti dà uno strumento. Tu ora hai una missione: devi colpire il capitale (il meccanico) ma devi stare attento al pelato con la barba da profeta. Ora, si può rileggere tutto in questi termini: l’inconscio dà delle indicazioni. L’indicazione dell’inconscio è chiara circa il capitale: devi colpirlo, non c’è altra possibilità, colpirlo nei dettagli, i raggi, i fanali. Invece difficile è stabilire chi è il pelato con la barba da profeta. Questa è la parte oscura del sogno, ed è la più importante. Avanzo l’ipotesi che il calvo con la barba rappresenti l’aspetto teorico, di riflessione di una qualsiasi azione politica. Sembra dire: non fidarti più delle vecchie teorie, dei vecchi paradigmi, dei soliti vecchi discorsi. Di chi ci dobbiamo fidare? Lo strumento che ti dona, dici, è forse rubato da un deposito delle ferrovie. Se capiamo il significato del deposito della ferrovia e del rubare lo strumento, capiamo cosa dobbiamo fare. (Tuco,mi sono permesso di intepretare il tuo sogno ma è più un gioco ovviamente, spero non mi consideri indelicato).

      • Tranquillo, l’interpretazione ci può stare. Però io nel sogno *sapevo* che il meccanico faceva quello che gli diceva il pelato con la barba da profeta. Comunque è vero che quella frase è la parte più oscura, ma anche la più forte del sogno, si stagliava su tutto il resto. Certi dettagli, come quello della ferrovia, sono semplicemente dei riferimenti chiari a cose successe veramente. Poi ci sono varie cose che riguardano mio padre e il mio rapporto con lui, ma queste sono cose mie (e sue). Tre anni fa in questo periodo era entrato nella fase terminalee della sua malattia e questo c’entra moltissimo, come però c’entra moltissimo anche la situazione attuale.

    • @ tuco

      I sogni hanno una loro urgenza, quindi scusa la risposta tardiva. Non ti offro interpretazioni, e neanche libere associazioni, ma due sincronicità, ovvero “coincidenze” troppo coincidenti per essere considerate solo tali, ma che non abbiamo la più pallida idea di come spiegare (quelle di cui dottamente discutevano Pauli e Jung).

      Prima coincidenza. Mercoledì, durante il corso per la laurea magistrale, abbiamo parlato di “forme altre di esperienza”, che non siano quella, consueta e comandata, della veglia raziocinante. Ho chiesto alle giovani donne e ai giovani uomini che avevo di fronte se avessero qualche esperienza di stati non ordinari di coscienza. Dopo averci pensato, la gran parte di loro mi ha risposto, in tutta onestà, di no. Eppure, tutti quanti passiamo un terzo della nostra vita dormendo e sognando; e quel che accade di notte ha, a volte, una potenza sconvolgente e una chiarezza che neanche i film dei fratelli Dardenne. Il fatto di non farcene mai niente, di non riuscire nemmeno a pensarlo come parte a tutto tondo del processo biografico, fa parte della moderna coazione al disincanto (e il disincanto, a sua volta, permette lo sfruttamento integrale, e senza remore, di tutto ciò che esiste). Quindi grazie di aver raccontato pubblicamente questa visione notturna che, come direbbero alcun* amic* terapeuti, è forse più di un sogno individuale e potrebbe riguardare i sommovimenti inconsci di un’intera comunità.

      La seconda sincronicità l’ho scritta, ma preferisco (se ti va) dirtela in privato.

      • Sì certo, wu ming 1 può darti il mio indirizzo email.

        (Nella mia vita ho fatto alcuni sogni di una violenza indicibile, che mi hanno letteralmente cambiato la vita, nel senso che mi hanno messo davanti a dei dati di realtà che in stato di veglia rimuovevo o minimizzavo, e mi hanno costretto a farci i conti. Non potrei, nemmeno volendo, espellere certi sogni dal mio “processo biografico”).

        Sulle sinronicità che non siamo in grado di spiegare, avrei da raccontare una storia che nella mia famiglia si tramanda tra tre generazioni, ormai avvolta dal mito, che non so quanto sia vera. E’ una storia ambientata in Friuli durante l’occupazione nazista nel 1944, magari te la racconto in privato.

        • Ciao! In questo periodo purtroppo non riesco a leggervi, per mancanza di tempo. Ma il sogno di Tuco non potevo perdermelo. Ed io penso che la bicicletta rappresenti il movimento, la possibilità di fuggire, di scavalcare i confini, insomma l’evasione. Il meccanico invece è l’esecutore materiale dei piani governativi che con mille insulse strategie cambia le carte in tavola, imbroglia i fatti, mistifica tutto. L’uomo calvo da temere è il potere, il potere che governa e manovra le nostre vite. La reazione di Tuco è la rabbia. Il sentimento in cui più mi riconosco in questo incredibile arco temporale pandemico. E i due sentimenti dominanti di questo lungo periodo sono la rabbia e la paura, a volte in opposizione, spesso in concomitanza. Come vediamo anche negli ultimi recenti accadimenti.
          Il padre di Tuco è, forse, per lui la guida spirituale nelle tenebre oscure di questa esistenza.

      • Offro un’altra possibile interpretazione all’episodio dell’aula universitaria.
        Quando hai scritto “stati non ordinari di coscienza”, mi sono confusa con l’espressione “stati alterati di coscienza” e ho pensato all’utilizzo di droghe di vario tipo – allargando il concetto, anche di alcool.

        Non è possibile che agli studenti sia venuta in mente la stessa cosa, e che abbiano preferito negare piuttosto che dare informazioni sulla propria vita privata (su aspetti che si collocano ai limiti della legalità e sono, tra l’altro, spesso coperti di stigma)?
        Questo spiegherebbe anche il prolungato silenzio.

        • # herato

          In un’aula sconosciuta, quella che proponi sarebbe stata la mia prima ipotesi: ritegno, timidezza, o anche un semplicissimo “saranno ben cazzi miei…”. Ma quando arrivo a fare questo genere di domande, l’aula è già diventata, in una certa misura, uno spazio condiviso di riflessione, discussione e ricerca. Inoltre, c’è una serie di cautele epistemologiche e di “setting”, per dir così, su cui ci accordiamo al primo incontro, che permettono una circolazione sicura di parola.

          Tanto per finire i caratteri, direi poi che il discorso sulle sostanze (che, per molte ragioni, è delicatissimo) è perfino “troppo” – come se portasse con sé un eccesso di evidenza. Nella lezione di cui sopra, dopo aver parlato del sogno, il secondo esempio di stato non ordinario di coscienza è stato l’innamoramento…

  85. Trovo molto interessante che Tuco abbia scritto qui il suo sogno per offrire a tutti una condivisione che va oltre quella pura razionalità a cui facciamo sempre appello per illuderci di tenere tutto sotto controllo. Il discorso sulla paura e sul terrore , a questo proposito, mi fa paura perché risveglia tutti i demoni del subconscio che con grande sforzo si tengono chiusi sotto chiave. Credo che l’argomento evocato dalle due autrici sia quello meno indagato e più fertile perché se non siamo più in grado di trasformare la paura in un esperienza da elaborare collettivamente, questa paura può solo trasformarsi in diffidenza e divisione. Dobbiamo parlare della paura per affrontarla e superarla, per rendere i movimenti di piazza forze potenti e consapevoli. Anche questo è il senso del sogno di Tuco. Interpretare la confusa realtà che ci circonda per trovare gli strumenti adatti per reagire. Tuco infatti va via triste e sconfortato, poi suo papà gli compare in sogno e gli indica una direzione. Forse il desiderio profondo di molte persone in questo momento è proprio quello di sentirsi rassicurati non tanto, e non solo, da pseudo ragionamenti razionali e scientifici ma in maniera empatica e non paternalistica. Per questo in molti si a affidano a strani improbabili guaritori, che non esercitano un ruolo di mediazione di istanze collettive, ma che possono solo alimentare un senso ancora più grande di paura e disorientamento.

    • Ci sto rimuginando sopra in questi giorni, e mi sono fatto l’idea che forse la grossa chiave inglese arrugginita rubata in un deposito delle ferrovie, che mio padre mi metteva in mano nel sogno, è la debole forza messianica di Benjamin, o forse, come mi ha detto SteCon in privato, l’autorizzazione a usarla.

      […]’immagine di felicità che custodiamo in noi è del tutto intrisa del colore del tempo in cui ci ha oramai relegati il corso della nostra esistenza. Felicità che potrebbe risvegliare in noi l’invidia c’è solo nell’aria che abbiamo respirato, con le persone a cui avremmo potuto parlare, con le donne che avrebbero potuto darsi a noi. In altre parole, nell’idea di felicità risuona ineliminabile l’idea di redenzione. Ed è lo stesso per l’idea che la storia ha del passato. Il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione. Non sfiora forse anche noi un soffio dell’aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c’è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute? Le donne che corteggiamo non hanno delle sorelle da loro non più conosciute? Se è cosi, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora a noi, come ad ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una debole forza messianica, a cui il passato ha diritto. Questo diritto non si può eludere a poco prezzo. Il materialista storico ne sa qualcosa.

      Ma mio padre era allergico ai discorsi mistici e alati, come lo sono anch’io. Per questo la debole forza messianica bisogna rubarla nel deposito delle ferrovie.

  86. Confesso che parlare di sogni mi mette in difficoltà; con chi non conosco, ancora di più.

    Il nome Tuco, poi, confesso che, ancora oggi, a qualche anno dalla prima serie di Braking Bad, ancora mi incute timore:

    https://yewtu.be/watch?v=DNDWvndlEYI

    Allo stesso tempo, però, leggendo che per un compagno «[…] le storie di biciclette sono sempre importanti […]» mi sento di voler scrivere qualcosa. Il motivo è presto detto: vivo su due ruote, per le due ruote, grazie alle due ruote. Sogno ed evado, spesso ed intensamente, su due ruote. A occhi ben aperti, ovviamente.

    Quindi, prima di tutto una benedizione ciclistica: che Kittie Knox e Alfonsina Strada, oltre al tuo babbo, veglino sulle tue scorribande, Tuco. Con o senza “ ciave ingles’ “ in mano.

    Poi direi che, non avendo a che fare con «numeri, grandezze o movimenti tardi o veloci», cercare di prendere le misure di un sogno sarebbe cosa inutile. Varrebbe però la pena considerare che quella bicicletta, la figura di tuo padre e degli altri personaggi come tutte le altre “props”, sono icone evocative che hanno indubbiamente, per te soggetto sognante, un **valore simbolico*** e, in quanto tale, non riducibile alla conoscenza, incommensurabile.

    Credo che, ridott* come siamo un po tutt*, oggi, a riflettere su di un unico **valore**, quello utilitario e non riuscendo a fare sufficientemente esperienza, nel quotidiano, di tutta un’altra serie di **valori**, tipo quelli che per te tuo padre, la bicicletta, la chiave, il meccanico, il vecchio e l’atto violento rappresentano, te li sei creati e “goduti” in un’altra dimensione, l’unico spazio multidimensionale nel quale è sempre possibile rifugiarsi: quello dei sogni.

    Comunque se hai bisogno di riparare una bici vintage fai sapere.

    • Come ha scrritto Filo a Piombo qua sotto, il mio Tuco è Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez :-)

      Grazie della benedizione ciclistica, che Alfonsina Strada e Kittie Knox veglino su di noi. E anche Nori Brambilla e tutte le staffette partigiane (c’è una sua foto bellissima in rete).

      “Ero giunta all’altezza di Porta Lodovica a Milano, quando vidi un
      posto di blocco fascista. Io ero in bicicletta e provenivo da Mazzo
      nei pressi di Rho, dove operava un gruppo di bravissimi gappisti.
      Grassi, uno di loro, mi veniva incontro ai limiti di un bosco e mi
      consegnava quello che avrei dovuto far avere ai compagni. In
      genere dinamite, rivoltelle, detonatori e bombe a mano. Avevo
      percorso viale Gian Galeazzo. Nel cestino di vimini, posto sul
      manubrio avevo due rivoltelle. Non potei certo cambiare strada,
      avrei dato nell’occhio, decisi di proseguire, ero impaurita, ma non
      avevo alternative. Giunsi in piazza, i marò erano ragazzi di 21-22
      anni, volti da bambini, uno mi sorrise, risposi a mia volta, l’altro
      disse ’vai bella’. Restai inebetita, stentai a pedalare, ci volle un
      momento perché rientrassi in me e per riprendere a pedalare”

  87. Ma c’è anche un altro Tuco, ovviamente. Quello de “Il Buono, il brutto, il cattivo” di Sergio Leone. Tuco il bandito messicano interpretato dal mitico Eli Wallach,il personaggio a tutto tondo. L’unico che riesce a evadere alle monolitiche categorie morali del titolo del film. Si situa in mezzo infatti fra il buono ed il cattivo, sfuggendo a monolitiche catalogazioni. È il personaggio che trascina lo spettatore nelle sue vicende, proprio perché non segue precetti morali in maniera bigotta. Ed è il personaggio per cui si fa di più il tifo. Essendo l’opposto dell’ “inespressivo” sempre perfetto ( meraviglioso) Clint Eastwood. Forse sempre a proposito di forze messianiche ( o messicane) che non possono essere incarnate da una presunta perfezione o superiorità morale e quindi espresse attraverso una chiave inglese, rubata, nel sogno di Tuco.

    • Andrò un pochino OT ma credo sia inevitabile, essendoci avventurati in territorio onirico 😉

      @ Filo & Tuco: «The dude abides»

      L’età anagrafica e il mio bagaglio culturale mi consentono di posizionare il nick di Tuco, senza problemi, al posto giusto nel firmamento, all’interno della vasta galassia di personaggi che orbitano nella mia fantasia. Tranquilli.

      Una delle immagini evocate nel sogno di Tuco, quella dell’incontro tra «la faccia di merda del meccanico» e una OTC 7641, ha però resuscitato in me un altra icona, più psicotica e brutale, che avevo dentro, e ho deciso di rappresentarla esattamente come la ricordavo.

      Ovviamente, «ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale»

      Credo valga la pena notare, a proposito, come i nick-names siano, a tutti gli effetti, potenti riferimenti culturali e in quanto tali, insieme alle parole, le immagini e i miti che ognuno di noi accumula in memoria, bisogna essere consapevoli del differente *valore* che possono assumere nel tempo; anche un nick, insomma è « intris[o] del colore del tempo in cui ci ha oramai relegati il corso della nostra esistenza».

      Per chiudere questa parentesi, trovo sia triste che ai personaggi politici, oggi, per esempio, nessuno affibi più soprannomi buffi.

      • Mi permetto di continuare, fuori tempo massimo, nell’OT per dire che anche per me tuco [che mi ha sempre messo una certa soggezione fin da quando leggo giap e ben prima di iniziare a commentare :-)]non poteva che essere Tuco de “Il B,B,&C”, film che ho visto decine di volte assieme agli altri della trilogia, spesso con mio papà che mi ha iniziato agli spaghetti western.

        Il nostro preferito dei 3, anche se forse non era il migliore, è sempre stato “Per qualche dollaro un più”, e quando si fa/faceva qualche lavoretto insieme trovavamo sempre il modo di infilare in una frase “prova con questa” passandosi un attrezzo oppure “sei stato poco attento, vecchio”.

        Per non andare troppo fuori tema aggiungo fra i protettori dei ciclisti anche Sante Pollastri, cui mi votavo quando trovavo il tempo di fare delle belle salite.

        Infine, circa il sogno che non mi avventuro ad analizzare, segnalo solo che un monito proveniente da qualcuno che appare in un sogno nidificato dentro un altro sogno viene veramente da “regioni” lontane (cfr. inception)

Lascia un commento