Al ballo mascherato della viralità. Sull’obbligo di coprirsi la faccia anche quando non serve

Perché da un po’ di giorni ce la stanno menando così tanto con la mascherina? Perché alcune ordinanze regionali l’hanno già resa obbligatoria quando si esce di casa, nonostante medici, scienziati e la stessa OMS ripetano che indossarla ovunque è improprio e persino rischioso? Perché politici e amministratori si fanno fotografare accanto a cargo pieni di mascherine? Che scontro politico c’è intorno alla mascherina? Che ruolo avrà la mascherina nella cosiddetta «Fase 2» dell’emergenza coronavirus? Proviamo a fare il punto.

di Wu Ming

«Le mascherine erano pantomima». Così scrivevamo il 25 febbraio, nella prima puntata del nostro Diario Virale. In quell’epoca remota, poteva sembrare un’affermazione troppo netta. Gli ultimi dieci giorni di emergenza dimostrano invece quanto fosse precisa.

Dai titoli dei giornali – Repubblica su tutti – a proposito del  «virus che circola nell’aria», alle ordinanze sull’obbligo di uscire mascherati, fino alle promesse a mezzo stampa di distribuire al popolo milioni di mascherine: intorno ai dispositivi di protezione individuale monta uno spettacolo sempre più evidente.

La prima puntata del Diario insisteva, poche righe più sotto:

«Comprare la mascherina era un modo per sentirsi efficienti, pronti alla battaglia. Omologati e quindi più sicuri. Era il desiderio per un oggetto solo perché lo desiderano gli altri. Un mix di consumismo e paranoia. La mascherina era l’equivalente individuale, personal, delle “misure di prevenzione” imposte alla cittadinanza. Contava il gesto: come certi eroinomani che rimangono dipendenti dal buco, anche senza iniettarsi la roba. Pura funzione apotropaica. Un talismano.»

Anche questo passaggio poteva suonare ardito, e oggi ancor di più. «Ma come vi permettete di definire “un talismano” le misure di prevenzione, quando ci sono decine di migliaia di morti da Covid19 e migliaia di contagiati in terapia intensiva? Forse che dovevano restare aperte le scuole, i teatri, i bar di quartiere?»

Sostenere che un gesto ha una dimensione teatrale non significa negare che abbia anche altre ragioni, oltre a quelle più spettacolari. L’agire sociale ha sempre una componente teatrale: guardare ed essere guardati, invidiare, sedurre, attirare e distogliere l’attenzione. Non siamo dualisti, né crediamo all’opposizione tra natura e cultura, quindi non ci interessa distinguere, nelle misure di contenimento del contagio, gli aspetti scientifici da quelli “di facciata”. La mistificazione avviene quando si pretende di fornire una giustificazione tecnica per un provvedimento politico, usando a sua volta la scienza come una maschera per coprire altri interessi.

Chi sostiene che il contenimento del contagio impone di stare a casa fa esattamente questo, perché il contagio si contrasta con la distanza fisica tra i corpi, non c’entrano le case, che sono ambienti chiusi, favorevoli al diffondersi delle malattie, dove una certa distanza è pure difficile da mantenere. È questo a rendere teatrali il divieto di frequentare i parchi, le multe per passeggiata clandestina, le mascherine indossate all’aperto e i camion dell’esercito per trasportare le bare. I morti c’erano, e c’era la necessità di seppellirli fuori dai cimiteri della Bergamasca, ma la scelta di quel mezzo di trasporto, tra i tanti possibili, ha una giustificazione teatrale che non può essere negata.

Ed è spettacolo anche il divieto di celebrare i funerali, perché si potrebbero trovare mille modi per farlo lo stesso, almeno con i parenti stretti, a debita distanza, come del resto hanno scelto di fare altri paesi. Vietare i funerali è solo un modo di alzare l’asticella della tragedia: se non possiamo nemmeno piangere i morti al cimitero, allora siamo pronti per accettare qualunque obbligo. Vale tutto.

Da qualche giorno le mascherine sono la nuova frontiera del teatro d’emergenza. Di sicuro a Palazzo Chigi stanno valutando se imporre l’obbligo di mascheramento su tutto il territorio nazionale. Lombardia e Toscana lo hanno già annunciato. In alcuni comuni, come Trino Vercellese, è stato introdotto già da tempo, con multe per chi non lo rispetta. Idem nella provincia autonoma di Bolzano, dove hanno illustrato la misura in maniera davvero eloquente: «Coprire la bocca ed il naso – si legge nel comunicato stampa – divengono quindi un dovere sociale. Si tratta di un segno necessario e tangibile di responsabilizzazione reciproca».

Allo stesso modo, l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, in collegamento con Agorà, su Rai 3, ha sostenuto che «la mascherina da oggi in poi sarà semplicemente un gesto di buona educazione»
. E il virologo Fabrizio Pregliasco, in un’intervista sull’Huffington Post: «Le mascherine danno un senso di sicurezza».

Un segno, un gesto, un «senso di sicurezza». Il dress code per partecipare al Ballo Mascherato del Coronavirus. Al punto che chi non possiede una mascherina viene invitato, da alcuni amministratori, a coprirsi con una sciarpa o un foulard. Nonostante proprio questa pratica venisse scoraggiata nelle FAQ del Ministero della Salute:

«Non è consigliato l’uso di maschere fatte in casa o di stoffa (ad esempio sciarpe, bandane, maschere di garza o di cotone), queste infatti non sono dispositivi di protezione e la loro capacità protettiva non è nota.»

La frase compariva sotto alla domanda 6: «Devo indossare una mascherina per proteggermi?». Nella versione più recente, il riferimento alle sciarpe è scomparso. Chissà perché. Tuttavia, si legge ancora che

«L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di indossare una mascherina solo se sospetti di aver contratto il nuovo Coronavirus e presenti sintomi quali tosse o starnuti o se ti prendi cura di una persona con sospetta infezione da nuovo Coronavirus. […] è possibile che l’uso delle mascherine possa addirittura aumentare il rischio di infezione a causa di un falso senso di sicurezza e di un maggiore contatto tra mani, bocca e occhi.»

Quest’ultima frase è tradotta dal Q&A dell’European Center for Disease Prevention and Control.

Più sotto, in risposta alla domanda 7 – «Come devo togliere e mettere la mascherina» – si dice che

«le mascherine in stoffa (es. in cotone o garza) non sono raccomandate.»

Quindi, immaginiamo, a maggior ragione non saranno raccomandate le bandane.

Ecco allora che sindaci e governatori provano ad aggirare il problema di chi non ha la mascherina e non la può comprare, perché non se ne trovano in giro. Scattano così gli annunci di distribuzione gratuita. Annunci che fin da subito creano problemi, disguidi, inutili assembramenti di persone a caccia dell’ambito oggetto del desiderio. Un mix di impreparazione e tragedia che è lo specchio esatto di come l’Italia sta gestendo, fin dall’inizio, quest’emergenza sanitaria. Con la complicità di giornali che rilanciano notizie non ancora confermate, nella solita gara a chi arriva prima on line.

Ieri, 7 aprile, Repubblica Bologna titolava: «Mascherine gratis per tutti da domani». L’articolo, più volte rimaneggiato nel corso della giornata, sosteneva che sarebbero state distribuite in farmacie, edicole e tabaccai. Oggi, 8 aprile, il quotidiano corregge: «Da giovedì, due milioni di mascherine gratuite davanti ai supermercati e alimentari».

Nell’articolo del 7 aprile, è significativo soffermarsi sulle dichiarazioni dell’assessore Donini: «Avendo delle scorte nei nostri magazzini, ci siamo resi conto che ci potevamo pemettere di iniziare subito la distribuzione nelle farmacie per i cittadini». Viene da chiedere: come mai «avendo delle scorte» vi siete «resi conto» proprio adesso che potevate regalarle al popolo?

Non abbiamo potuto rivolgere la domanda direttamente a Donini, ma più avanti cercheremo la risposta. Un primo indizio è il commento del governatore Bunazzén alla notizia che Alan Fabbri, sindaco leghista di Ferrara, ha imposto l’uso della mascherina nei luoghi pubblici del suo comune, uno dei meno contagiati di tutto il Nord Italia: «Noi siamo abituati a parlare con i fatti, e così proviamo a fare anche questa volta. Mettiamo subito a disposizione le mascherine a tre emiliano-romagnoli su quattro. Senza proclami, facciamo ciò che è necessario per fermare il contagio». Singolare che l’espressione «senza proclami» compaia in quello che è, a tutti gli effetti, un proclama.

Di certo, le parole del governatore dimostrano che è in corso una battaglia politica e che le mascherine vengono usate alla stregua di volantini elettorali. Tanto varrebbe stampigliarci sopra la faccia del munifico donatore. E pazienza se si tratta di mascherine chirurgiche, monouso, da buttare dopo il primo utilizzo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel suo Q&A sul coronavirus, dice esplicitamente che

«se non hai i sintomi del Covid19, soprattutto tosse, o non ti stai occupando di qualcuno che li ha, allora stai sprecando una mascherina».

E sottolinea l’importanza di un «uso razionale delle mascherine chirurgiche per evitare l’inutile spreco di preziose risorse e il loro utilizzo scorretto».

Interpellato da Ed Yong per un articolo su The Atlantic, il professor Joshua Santarpia ha puntato il dito proprio sulla difficoltà di usare bene la mascherina da parte della gente comune, col risultato di aumentare il rischio di contagio:

«Invece di proteggerti, ti sei messo in faccia qualcosa che ti spinge a toccarti il viso, o a toccare l’esterno della maschera, che magari è infetto. Hai creato un rischio per te stesso e te lo sei messo dritto in faccia».

L’autore del pezzo – che più volte ha sostenuto la necessità di misure anche molto impopolari di lockdown – scrive con grande onestà che «In Asia, le mascherine non sono soltanto uno scudo. Sono anche un simbolo. Sono un’affermazione di senso civico e responsabilità. Le mascherine possono essere il segnale che una società sta affrontando seriamente la pandemia».

Da tutto questo, appare chiaro che mancano fondate motivazioni scientifiche per imporre l’uso della mascherina ogni volta che si esce di casa. Con buona pace del governatore Fontana, che si è giustificato dicendo «Ho preso questa decisione perché tantissimi scienziati ci dicono che è più opportuno», ma affrettandosi ad aggiungere, nella stessa frase, «e in ogni caso più rispettoso verso gli altri».

D’altra parte, come abbiamo detto, nessuna scelta politica si riduce a una motivazione scientifica, per quanto incontrovertibile. E in questo caso si tratta pure di una questione sulla quale «tantissimi scienziati» dicono l’esatto contrario di quanto imposto dalle ordinanze.

Il margine del teatro, quindi, si fa più ampio. E dunque: quale sarà la vera motivazione di questo ballo in maschera? E perché si è scatenato ora, quando il contagio rallenta, mentre sarebbe stato più normale aspettarselo nei giorni della lunga salita verso «il picco»?

Le risposte possibili sono più d’una.

Anzitutto, c’è una questione d’immagine. In un momento come questo, dove tutto lo spazio politico e dell’informazione è saturato dal discorso sul virus, un sindaco e un governatore, per non sparire dal radar dei cittadini, devono “fare qualcosa” contro il contagio. Ma poiché il governo nazionale ha già preso misure molto stringenti in questo senso, l’unico modo per “fare qualcosa” è “fare di più”. Il “non-fare” infatti, “non-fa” notizia, anche quando sarebbe benemerito, come insegna il taoismo.

Ecco allora che parte un gioco al rialzo, dove la politica non è più un calcolo del rischio e del giusto principio di precauzione, ma un aumento delle misure messe in campo, per quanto inutili. «Andare oltre» significa “fare di più” quindi essere meglio, più attivo. Come quando per la sicurezza degli abitanti, una strada cittadina viene illuminata a giorno. Se «luce uguale sicurezza», allora «più luce uguale più sicurezza».

Questa prima interpretazione può spiegare il comportamento di alcuni amministratori, e la gara che si è innescata tra loro. Ma lascia scoperta l’altra questione: perché proprio adesso?

Perché adesso inizia la fase 2Deve iniziare. Ce lo dicono i numeri e soprattutto: ce lo chiede Confindustria.

Il 28 febbraio, nella seconda puntata del nostro Diario virale, abbiamo scritto che

«gli amministratori si trovavano in un paradosso a spirale, una trappola senza uscita: non sapevano come rimangiarsi il “decisionismo” e il celodurismo di pochi giorni prima. Revocare le direttive inutili mentre il virus era ancora in giro non equivaleva forse ad ammettere di avere sbagliato tutto, o almeno di avere esagerato? L’altra opzione era fingersi imperterriti, mantenere in essere le direttive in nome di una loro presunta efficacia, almeno per un’altra settimana, poi si sarebbe visto. […] in attesa… di cosa?
Di un vaccino? Della bella stagione? Ch’al vgnéss zò la Madòna

Ecco. Ora siamo proprio a quel punto. Se il contagio “rallenta” è pur sempre vero che il numero di casi e di decessi è ben lontano dall’essere “fuori dall’emergenza”. E se rallenta, non si possono comunque allentare le misure di contenimento, perché lo spettacolo vuole che siano proprio quelle misure, e non altre, ad aver ottenuto il risultato tanto atteso.

Eppure, bisogna riaprire le fabbriche, mandare le persone al lavoro. Anzitutto, sostenendo che in queste due settimane di “chiudi tutto” sono state implementate eccezionali misure per la sicurezza dei lavoratori. In secondo luogo, l’allentarsi delle misure dev’essere giustificato da qualche misura ulteriore. Qualcosa che permetta di dire che non si sta tornando indietro.

Quel “qualcosa” è la distribuzione gratuita di mascherine, l’obbligo di indossarle e in generale un aumento del controllo, al quale assisteremo nelle prossime settimane, con parossismi in coincidenza della Settimana Santa: checkpoint per impedire la «fuga nelle seconde case», multe per i furbetti, droni sui boschi e tutto l’armamentario dispiegato al massimo. E al contempo: video di bimbi che piangono perché non possono uscire, di nonni tristissimi per la Pasqua in isolamento, di imprenditori pronti a riaprire l’azienda.

In questo modo la narrazione mediatico-governativa riuscirà a sopravvivere nella fase 2, a rigenerarsi contraddittoriamente, allentando la presa sulla libertà di movimento per salvare le attività produttive e al contempo omologando e militarizzando ulteriormente la vita sociale.

Per parafrasare una vecchia gag di Corrado Guzzanti… Non faremo la fine della Corea, non faremo  la fine della Cina o della Germania. Faremo la fine dell’Italia.

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220 commenti su “Al ballo mascherato della viralità. Sull’obbligo di coprirsi la faccia anche quando non serve

  1. Due punti vorrei sottolineare del pezzo:
    1)E il virologo Fabrizio Pregliasco, in un’intervista sull’Huffington Post: «Le mascherine danno un senso di sicurezza». Sicurezza come il telefonino in montagna, sicurezza apparente che in realtà può aumentare il rischio, “mi infilo nel merdone, se chiamo qualcuno mi recupera”. La mascherina chirurgica che non protegge ma dà quell’idea può tranquillamente farci abbassare la guardia, toccacciare qua e là, come giustamente rilevato, farci avvicinare troppo a qualcuno (l’unica vera misura preventiva) “tanto ho la mascherina”. Una barriera apparente appunto, pericolosa se propagandata alla cazzo e spiegata per nulla, as usual.

    2) le mascherine vengono usate alla stregua di volantini elettorali. Tanto varrebbe stampigliarci sopra la faccia del munifico donatore.
    E qui Gioggia è ovviamente già arrivata, fingendo di dissociarsi quando ormai le mascherine a logo cubitale FDI circolavano già allegramente.

    • Tra l’altro, a proposito del falso senso di sicurezza dato dalle mascherine, forse giova ricordare questa affermazione di Gallera (l’assessore al Welfare della regione Lombardia) in occasione dell’inaugurazione dell’ospedale in Fiera Milano:
      «Una concentrazione di persone eccessiva, ma che l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera aveva liquidato dicendo che “La distanza è fondamentale per non essere contagiati, ma quando abbiamo tutti la mascherina, siamo protetti e non è necessario essere ad un metro e mezzo di distanza”.» (https://www.giornalettismo.com/distanza-sicurezza-fiera-milano-gallera/)
      che, giunta il 31 marzo dopo un mese di martellamento continuo sugli “assembramenti”, suonava come una solenne presa per i fondelli (e qualcuno se n’è accorto https://archive.vn/jEuJk)

      peraltro, vorrei citare il farmacista (a MIlano) che mi ha venduto la mascherina due giorni prima dell’obbligo: “non è testata. neanche le altre sono testate su questo virus. è come quella che potrebbe farsi lei a casa. insomma, le sto vendendo un pezzo di stoffa. otto euro.” l’ho ringraziato per la sincerità…

  2. Le mascherine volute da Zaia e regalate da alcuni quotidiani locali riportano sulle istruzioni la scritta “non è un presidio medico-chirurgico. Non è un DPI” e inoltre è chiaramente indicato che non proteggono né chi le indossa né gli eventuali vicini dal contagio. Penso non serva aggiungere commenti a questo.

    Riguardo alla fase 2, ho cercato invano di capire le reali intenzioni sulla scuola. Si inizia a ipotizzare di non riaprire neanche a settembre. La didattica a distanza, che presenta ovviamente dei limiti anche in ambito universitario, perde di significato man mano che diminuisce l’età degli studenti, fino ad essere perfettamente inutile alla scuola materna. Allo stesso tempo proprio per i bambini più piccoli è impensabile garantire distanze di sicurezza o uso di mascherine. Quindi? Non si sa.
    Ci sono genitori che lavorano e non sanno a chi lasciare i bambini, ma questo è solo uno dei problemi. Stiamo togliendo ai bambini piccoli il diritto alla scuola e alla socialità. Ma anche volendo guardare alla scuola solo in termini di profitto e fregandosene del loro benessere, bambini che arrivano in prima elementare senza aver completato l’esperienza della materna avranno bisogno di molto più tempo per imparare “le tabelline” e queste lacune si ripercuoteranno per anni. Senza contare che il divario socio-culturale delle famiglie non potrà essere colmato dalla scuola.

  3. Avere un balcone con affaccio sulla strada mi assicura un “posto in prima fila” nell’osservare lo spettacolo mascherato tra una lettura e l’altra. Ho notato che nei paraggi non sono il solo a dedicarsi a questa aberrante attività “fuori” dalle mura domestiche e temo che siffatto comportamento, se notato da qualche mezzo d’informazione, possa essere additato come grave attentato alla salute pubblica e finire nel mirino dell’inquisizione cittadina o addirittura nazionale. Ma torniamo allo spettacolo mascherato, da inguaribile ottimista mi viene subito in mente che, finalmente, le donne islamiche che si coprono il viso col velo avranno piena accettazione sociale anche da quella parte di popolazione più refrattaria alla multiculturalità e fors’anche delle facilitazioni in un’ipotetico permesso di soggiorno a punti.

    • Premettendo che la questione del “velo” ~ in realtà molte e diverse tipologie di “veli’- è molto più complicata di così, eviterei di mescolarla con la questione mascherine, non funziona nemmeno in chiave di paradosso o sarcasmo, fa solo confusione.

      • Abito nel quartiere più multietnico della mia città ed in uno splendido contesto di cittadine e cittadini provenienti da Paesi diversi. Ammetto una profonda ignoranza circa le diverse tipologie di “velo” ma sono pronto a scommettere tutta la mia collezione (credo di averli tutti) dei volumi “Wu Ming” che non ci sia un solo lettore del blog che sia rimasto confuso o addirittura che abbia letto dell’irriverenza nell’ironia proposta. Forse sarebbe stato più utile testimoniare che provvedimenti sempre più inutilmente restrittivi servono a coprire enormi inefficienze nell’approntare protocolli di prevenzione negli ospedali sin dai primi giorni di crescita dei contagi. Ma questo è già stato detto, leggo i vostri articoli come una boccata d’ossigeno in una realtà asfittica ed a senso unico. Continuo a linkare incessantemente i vostri interventi conscio di essere un granello di sabbia nel deserto del pensiero unico. Ad ogni modo se la mia ironia ha turbato qualcuno o ha distrastto altri come nel mio stile: chiedo scusa.

        • Quel che intendevo dire è che la critica del “velo” femminile – ne esistono tanti con vari nomi e varie fogge, a seconda delle diverse culture e diverse storie di adesione all’Islam da parte di quelle culture, alcuni coprono solo i capelli, altri coprono il viso ma lasciando scoperti gli occhi, altri coprono anche gli occhi con una specie di retina, ecc. – non è espressa solo da razzisti, dalle Giorgie Meloni, dai fautori della presunta supremazia occidentale: sovente è espressa anche da donne all’interno di quelle culture, che non sono monolitiche e sono attraversate dalle contraddizioni di genere. Le donne iraniane che fecero la rivoluzione resistettero fino all’ultimo all’imposizione del velo, questo video mostra la grande manifestazione che si tenne l’8 marzo 1979. E in tutte le sollevazioni popolari che ci sono state in Iran, anche nei mesi scorsi, si sono viste donne strapparsi il velo in segno di protesta contro il regime. Ed è solo uno dei tanti esempi possibili. Ergo, la questione è complicatissima e noi maschi occidentali – in quanto maschi e in quanto occidentali – quando parliamo di queste cose ci ritroviamo sempre a camminare sulle uova con gli anfibi, qualunque passo facciamo smerdiamo il pavimento. Se poi questa questione la tiriamo in ballo en passant parlando di mascherine e coronavirus… Insomma, lascerei perdere.

          • Però uno (con la O) la può anche vedere così: può forse vagamente intuire per una volta nella vita quanto sia violento un potere che norma il tuo corpo, che ad esempio ti dice (magari imbracciando un fucile da guerra) che devi coprirti il volto per motivi sostanzialmente morali. E lo so che il velo è altro, è anche un segno identitario, e che tutta la questione è complicata, e che il poliziotto di turno forse è davvero convinto di aiutare i medici a contenere l’epidemia, però c’è un nucleo duro in tutto questo, un nucleo duro che c’entra col potere e col disciplinamento dei corpi. In generale nei rapporti con l’autorità costituita in questi giorni si ha la sensazione di essere trattati come sacchi di merda infetta. Il fatto di avere un corpo – che potenzialmente può ospitare il virus – ti rende immediatamente un potenziale nemico dello stato, un potenziale criminale. “Siamo in guerra, ognuno è un potenziale nemico” è quello che mi ha detto il poliziotto che mi ha fermato l’altro giorno.

  4. Trovo l’invito a utilizzare le mascherine di una grandissima ironia. Il capitalismo securitario e commerciale ha profuso grandi risorse per l’identificazione facciale: anche il mio smartphone ce l’ha, le amministrazioni comunali di mezza Italia hanno investito nella videosorveglianza di piazze e vie, facebook raccoglie le foto di noi da giovani, da vecchi, ecc. e ora tutto questo si rivela inutile poiché tutti se ne vanno in giro mascherati. Un editto ci rende tutti Guy Fawkes senza baffi, quello che molti bramavano: l’anonimato rispetto al Leviatano (il nome collettivo non nasce anche da questo?) ora viene imposto per ordinanza o convenzione sociale. Chi si lanciava contro il burqa, ora si presenta in conferenza stampa con il volto coperto. Scusate, ma per ora sorrido amaramente e tengo le energie per quando ci faranno togliere la mascherina oppure ce la lasceranno togliendoci qualcos’altro.

    • purtroppo è ormai evidente come le misure ed i regolamenti presi durante l’emergenza, rimarranno anche con il ritorno alla “normalità”. Chiaramente non esisterò più nulla di paragonabile a prima, e non ci sarà mai un ritorno da nessuna parte. Lo spazio democratico si sta restrigendo pericolosamente in un numero incredibile di “democrazie”. Io ritengo che gli stati nazionali usciranno indeboliti da questa situazione, a discapito dei grandi conglomerati, (i quali non hanno smesso di operare neppure un minuto infatti).
      La domanda che rimane è : come faremo a riappropriarci della nostra libertà? come faremo a essere accusati di eresia? non si può combattere,le armi sono impari. viviamo al momento in città desertificate,con una popolazione bombardata mediaticamente. Vedo pochi spazi di manovra nell’immediato, ma è proprio nell’immediato che avremmo bisogno di un brusco cambio di direzione

  5. Cavolo…questo elemento era evidente da molto ma solo leggendovi riesco ad averne una visione conscia. La teatralità è sempre fondamento della ritualità, e quello che stiamo vivendo è un grande rito, con la sua liturgia, i suoi officianti, e le sue strategie di veicolazione di un senso-sentimento. La sacralità risiede nella paura, la spiritualità che viene officiata è quella del timore reverenziale, simile a quello che fece nascere la letteratura gotica: nel nostro caso non è più la grandezza della Natura-Dio, ma dell’Universo-Caos (il caos delle azioni istituzionali, il caos delle informazioni discordanti, il caos-casualità di come le sanzioni vengono applicate, il caos sulle valutazioni di pericolosità del virus – rincorse e retromarce, dichiarazioni e smentite -) in cui l’unico mezzo per portare ordine è la liturgia dell’ordine che irregimenta la paura. Ma essendo stata la paura pompata volontariamente, così come il senso di caos, il rito rappresenta soprattutto una modalità di creazione della comunità. Scusate la riflessione che può apparire OT, ma mi sono reso conto che in tutto ciò la domanda immensa che sta al di sopra della grande finzione è “cui prodest”? Tutta la ritualità è stata messa in scena per compattare la comunità e soggiogarla a un ordine più stretto? La ritualità è finalizzata all’imposizione della liturgia o ad altro? Mi rimane questo dubbio, che la ritualità nasconda altro, di più ampio della liturgia.

    • Penso che il tuo commento sia invece molto in topic, e fa il paio con un’osservazione già fatta da qualcuno a commento di uno dei molti spezzoni di diario virale (estendo questa definizione a tutta la produzione sul coronavirus dei nostri ospiti per comodità). Il commentatore di cui non ricordo purtroppo il nome faceva notare come l’approccio italiano così incentrato sulla rinuncia (forzata) all’uscita di casa sapesse molto di penitenza o fioretto, come a dire “facciamo questo sacrificio e placheremo l’epidemia”. Lo stare a casa come rituale magico/religioso per fare sparire il contagio.
      Mi associo, anzi come ho già commentato con molti amici, penso che se non ci fosse il divieto di assembramenti avremmo già visto per le nostre strade processioni di flagellanti.
      Siamo per natura portati a cercare cause facilmente comprensibili a cose che non capiamo, e nella storia momenti di crisi sono sempre stati accompagnati dalla creazione o modifica di rituali più o meno complessi, utilizzati per dare un senso all’insensato e agli avvenimenti fuori controllo (appunto i movimenti di flagellanti sono un buon esempio, nati assieme alla grande peste del trecento).

      Forse per impronta culturale cattolica, mi sembra che tutta la gestione dell’epidemia in Italia sia molto ritualistica, con la richiesta di sacrificio, gli appuntamenti quotidiani per le conferenze stampa e i vari “flash mob”. E la finalità del rituale secondo me (se per caso o per disegno non lo so) è quella di fornire alle persone una chiave interpretativa di epidemia e contagio e dei loro meccanismi in linea con l’ideologia dominante e volta a decolpevolizzare la nostra classe politica.
      L’imposizione della mascherina è un altro ennesimo pezzo del rituale con cui i cittadini si sacrificheranno per assolvere i veri responsabili dalle loro colpe, per come la vedo io. Una sorta di martirio collettivo per scontare colpe non nostre.

      (Nota a margine, situazioni di crisi sono sempre state accompagnate anche da grandi lotte sociali, con più o meno successo, per cui speriamo che qualcosa di buono possa nascere anche da questa tragedia)

    • Rispondo a questo commento specifico perché solleva un punto interessante, quello legato al fatto che “il rito forma la nuova comunità”, con nuovi valori e una nuova memoria collettiva, che non potrà prescindere da quanto successo in questi 2 mesi: cose che nemmeno chi ha fatto la guerra può annoverare fra i propri ricordi.
      Per semplicità ed evitare commenti brevi metto lì un paio di altre questioni collegate:
      mascherina all’aperto. Sulla base di quanto letto finora sono convinto che non serva. Però confesso che, siccome non sono mai stato un ribelle, ho una enorme coda di paglia e vivo in un paese, alla lunga mi sono adeguato al pensiero dominante. La passeggiata coi bimbi si è ridotta fino a scomparire (per fortuna mia surrogo nel cortile di casa) e anche sulla mascherina sono diposto a passare sopra al fatto che serva o meno pur di evitare il pubblico biasimo (e privato visto che io e mia moglie non abbiamo le stesse idee). La parte personale del discorso serve a dire: su quante cose saremo (io e quelli come me, non i più determinati e consapevoli nel blog) disposti a passare sopra pur di tornare a uscire senza patemi? Soprattutto senza patemi di natura sociale e legale, prima ancora che sanitaria!
      È forse (anche) a questo che serve il mega-rito collettivo?
      Dopo 3 mesi di arresti domiciliari saremo in molti disposti a patteggiare la “libertà” con qualunque imposizione? A cominciare ad esempio da una schedatura di massa anche solo sul cellulare, con “passaporto” sanitario che certifichi che sì, non siamo untori e possiamo liberamente uscire? E qui con gli ultimi 300 caratteri circa, vengo all’ultima questione che attraversa vari post e commenti: in questo si dice “cui prodest”.
      In uno di Tuco si parla di esperimento di ingegneria sociale. In altri si fa riferimento a come “il capitalismo della sorveglianza” trarrà profitto da questa situazione.
      Io tendo a concordare su tutti, ma noto che “un esperimento” non si realizza “da solo”.
      Cioè, ovvio che le condizioni che lo hanno reso possibile sono naturali e sono capitate, anche frutto della gestione casuale e scoordinata dell’emergenza e di una serie di italiche attitudini, però chi è il “quis” del “cui prodest”? Esiste? (NB latino di google)

      • «Dopo 3 mesi di arresti domiciliari saremo in molti disposti a patteggiare la “libertà” con qualunque imposizione?» E’ di questo che parliamo nel post quando scriviamo della tattica di “alzare l’asticella”, con particolare riferimento al divieto di celebrare funerali: Io non ho un particolare culto dei morti, non sono mai stato sulla tomba dei miei cari estinti, però credo che il funerale sia un rito molto importante per chi resta, per i vivi. Eppure anche l’interdizione di quel rito – in nome di un altro rito collettivo, quello dell’epidemia – è stata accettata. Così come viene accettato che in Lombardia migliaia di morti siano stati provocati da una gestione criminale dell’apertura delle fabbriche, delle zone rosse, delle residenze per anziani. Su alcune questioni si sta muovendo la magistratura, ma il sentire comune è che si debbano affrontare “dopo”. Verrà il momento. Per adesso accettiamo tutto. Come se accettare tutto adesso, non fosse già garanzia che accetteremo tutto anche dopo.

        • Infatti, sono d’accordissimo.
          E chioso sui funerali: io sono come detto altrove ancora quasi “catto-comunista” (abbiate pazienza), e trovo anche un enorme “alzare l’asticella” e “esperimento sociale” il fatto che sia praticamente stato sospeso il culto.
          Al di là della correttezza di evitare gli inevitabili assembramenti, e al di là del fatto che non credo ci fossero molte altre soluzioni, l’effetto scenografico e psicologico è enorme.
          Credo che sia una cosa epocale e che mai, nemmeno durante la peste o la spagnola (non sono uno storico e chiedo conferma a chi lo sa) si sia arrivati a “non dire messa”.
          Mi pare che durante la peste i fedeli si raccogliessero in cappelle e piloni votivi in campagna e nei boschi per prendere messa all’aperto ed evitare i luoghi chiusi, ma comunque che la messa si celebrasse.

          PS: nota tecnica. Il post di prima veniva segnalato come più di 2300 caratteri anche se sul file di testo che ho usato per scrivere ce n’erano 2260. Come mai?

          • “Cattocomunista” pure io ;)
            Sono d’accordo con te sul fatto che la chiusura delle chiese al pubblico sia un fatto senza precedenti e che abbia avuto un grosso impatto sui sentimenti dei credenti, sui quale come al solito ha fatto leva lo squallido Salvini, che ha pensato bene di chiedere l’apertura delle chiese per Pasqua, per fortuna con scarso successo.
            Però non è vero che il culto è stato sospeso e che non si dice messa, ma si celebra a porte chiuse e le parrocchie in genere si sono attrezzate per cercare di trasmettere le celebrazioni con vari mezzi.
            Poi per quanto riguarda la peste e le epidemie del passato, furono proprio le celebrazioni religiose di massa uno dei veicoli del contagio.
            E’ rimasta abbastanza famosa la processione di Milano del giugno 1630, indetta dal cardinal Borromeo, che fece esplodere il contagio nei giorni successivi.

            • Sullo sgomento dei credenti, che trovo molto comprensibile, di fronte a una Pasqua “a porte chiuse” e senza Via Crucis, fa leva anche Forza Nuova, diffondendo a Roma volantini che chiamano per domenica 12 a una processione, con meta San Pietro. Il tutto accompagnato da motti come “In hoc signo vinces” e “Roma non conoscerà una Pasqua senza Cristo”.

              • Il richiamo è alle lotte reazionarie della Vandea: “Spade della Vandea, Falci della boscaglia, baroni e contadini siam pronti alla battaglia, per vendicare chi morì sopra le ghigliottine per riabbracciare il sole di Francia sulle nostre colline”. Il bersaglio ovviamente non sono più gli ideali giacobini di laicità e repubblicani ma “tirannia sanitaria e interessi cinesi del 5G”.
                Fà il paio con un disegno di legge per istituire la Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid 19. A presentarlo il gruppo di Fratelli d’Italia al Senato della Repubblica, a prima firma della senatrice Isabella Rauti.

            • Sì, “il culto sospeso” è stata un’iperbole e un modo di tagliare corto per risparmiare caratteri, in effetti è vero che la Messa viene celebrata ma a porte chiuse. Idem sarà per la Pasqua.
              Quello che mi premeva segnalare era l’unicità del fatto. Da una parte, questa è la ovvia e benvenuta conseguenza di un approccio laico e scientifico e di conoscenze che forse nel 1630 non erano così chiare: assembramento = contagio e diffusione dell’epidemia.
              Quindi ben venga la ragione che prevale sul fanatismo.
              Dall’altra però, rimanendo sul tema dell'”esperimento” sociale, a cose avvenute con un quadernetto di appunti si può osservare quanto accaduto e rispondere alla seguente domanda:
              in un paese fortemente cattolico e bigotto come il nostro, si possono fermare le celebrazioni pasquali, smettere di fare funerali e di dare l’estrema unzione ai moribondi?
              Sì, si può, nessuno ha fatto una piega, basta avere un motivo sufficientemente valido.
              Era l’unico modo? boh? (tornando al discorso funerali e alla dose di teatro).

              Riguardo alle strumentalizzazioni, purtroppo sono secoli che la religione si presta a strumentalizzazioni, quando non è proprio direttamente il problema e mi rendo conto della difficile (impossibile) sostenibilità di una posizione “cattocomunista” di cui ovviamente non è questa la seda per parlare.
              ;)

              • Direi che hai sollevato una questione complicata!
                Infatti secondo me resta da capire in che senso, e fino a che punto siamo ancora un “paese fortemente cattolico e bigotto”, come dici tu.
                Perché se è vero che per certi versi siamo un paese bigotto e che l’ideologia reazionaria in stile leghista ha un certo successo, forse il fatto che sia stato possibile sospendere le celebrazioni aperte al pubblico senza che ci fosse alcuna resistenza ci dice anche che comunque abbiamo raggiunto un certo livello di secolarizzazione, e che un conto è il conservatorismo politico e un’altro è la religiosità effettiva.
                In base a quello che ho che percepito io nella mia cerchia sociale, l’unico aspetto che ha suscitato reazioni di protesta è quello dei funerali, il che è comprensibile.

                • Innanzitutto scusa se rientro nel merito solo ora, ma non ho potuto scrivere prima.
                  Hai ragione, “paese cattolico e bigotto” forse 30 anni fa era ancora vero, oggi molto meno.
                  Anche questo però lo possiamo annotare come “un risultato” all’ipotetico test: come si reagisce alla “sospensione” (con tutti i distinguo fatti sopra) del culto?
                  Non si reagisce o si reagisce in alcune “nicchie”.

                  Cito qui un pezzo dell’ultimo post:
                  «”Mi dico: stiamo cercando di difendere la vita, ma stiamo rischiando di non salvaguardare il mistero che ad essa è legato.”
                  “Mistero” che non è prerogativa della fede cristiana o di una sensibilità religiosa, che non coincide per forza con il credere nell’anima immortale o che altro, e sul quale ci interroghiamo tutte e tutti: cosa significa vivere? E, aggiungiamo, cosa distingue il vivere dal semplice tirare avanti o dal semplice non-morire?»
                  Concordo.
                  Ecco, la secolarizzazione della società di cui parliamo sopra, ha contribuito a produrre come effetto collaterale anche la scomparsa del “mistero” legato al cosa significa vivere (indipend. dalla fede)
                  Intendiamoci, non sto dicendo che la “secolarizzazione” sia un male.
                  Dico che questa, unita al modo in cui si è sviluppata la società negli ultimi 30 anni (suona banale la parola ma parlo del consumismo e del suo sviluppo esponenziale con le nuove tecnologie), alla vita in città sempre più asettica e virtuale, fa sì che l’interrogarsi su quel mistero sia sempre più evitato e allontanato.
                  E la tanatofobia che dilaga.
                  Non so se riesco a esprimere correttamente il mio pensiero, ma mi sembra che di tutte le catastrofi possibili, questa oltre a colpire fisicamente i contagiati, abbia anche una fortissima ricaduta psicologica gettando molti nelle proprie peggiori paure.
                  Curiosamente tra quelli che più di tutti sono colpiti nel profondo, che smettono di ragionare anche su tutto ciò che non è “salute e contagio” e che rifiutano dunque ogni punto di vista altro, come quello espresso qui su giap, sono proprio un certo tipo di progressisti.
                  Quelli più secolarizzati, con la pancia piena, molto da perdere e più poco in cui credere.
                  Questo detto senza giudizio e in modo iperbolicamente breve, solo perché i 2300 caratteri che stanno finendo.
                  :)

        • Segnalo a questo proposito un interessante intervento di Franco Arminio, che avevo già citato ma senza specificare in un altro commento:
          https://www.invidio.us/watch?v=S4MabK2LdjI
          Le parole di Arminio cui mi riferisco si trovano ai minuti
          *4:10-5:28, sui funerali
          *10:25-13:20, su ospedali (non so quanto fattibile questa proposta, ma è un dubbio che avevo anch’io) e sul dopo epidemia; molto bello l’accenno finale all’opposizione ricominciare/rigenerare.
          Stavo per linkare direttamente il sito di youtube poi ho visto il monito di wm1 e ho usato invidio.us, come parziale risarcimento per aver linkato il sito del corriere sotto un altro post…chiedo venia!

    • Lo Stato in fin dei conti è una teologia che aspira ad essere creduta e riconosciuta proprio nei momenti di eccezione e di sospensione del suo Diritto. In questo senso, il teatro con cui si ri-codificano i comportamenti comuni, come il “salvifico” uso della mascherina, sorregge gli slogan della politica insieme al dispositivo autoritario che la legittima. Forse ripeto cose già dette, ma la mascherina, come l’“iorestoacasa”, appaiono come una risposta semplice e populista a una nuova guerra, quasi senza intensità, che si svolge per la messa in protezione igienico-sanitaria degli affetti e dentro cui la teologia dello Stato vuole entrare per continuare ad esistere in quanto entità sovrana. Non ci sono embarghi o cecchini sulle cime degli edifici o squadroni della morte che razziano i quartieri nella notte. Non c’è un’organizzazione criminale che si infiltra, come un cancro, nelle cellule decisionali delle istituzioni mutandone scopi e spese. Ci sono invece città silenziose e rumori di ambulanze in lontananza che raccolgono gli ammalati. Ci sono lunghe ed ordinate file fuori dai supermercati e conferenze in diretta per “i bollettini dell’epidemia”. Ci sono video party virtuali e molteplici diari della quarantena. Sul monadismo indotto dal distanziamento sociale si erge il “Noi sappiamo” gerarchizzato e autoritario degli esperti, un Leviatano composto di Media e Burocrazia che stabilisce e fa accettare le regole della socialità nell’epidemia. Questa ritualità dello stato di eccezione sembra allora configurare una sorta di esorcismo collettivo contro l’incertezza prodotta da un’apocalisse calma e lenta, in opposizione ai ritmi dell’oltre-moderno. Ogni decisione dell’autorità e la sua spettacolarizzazione servono quasi per disciplinare culturalmente “una fine del mondo”, per citare De Martino, cui tutti assistiamo in remoto.

  6. Sull’uso delle mascherine nella risposta dell’Oms: nella prima parte invita gli infetti a usarle per limitare il contagio, nella seconda invita chi non lo è a non usarle perchè pare che non limitino il contagio; non ho capito perchè da un lato funzionino e dall’altro no. In una risposta precedente invitano a usare un generico “tissue” in cui tossire o starnutire, monouso; quindi avere una barriera, seppur minima, aiuta o no? Penso, banalmente, che l’OMS sia preoccupata di chi non è così accorto da ricordarsi che una mascherina non rende invulnerabili come le stelline di Super Mario, ma usandola male si rischia il contagio; idem per chi non ricorda che tossire a bocca spalancata sia dannoso, ricordando una prassi socialmente accettabile per farlo.
    Penso che la mascherina sia stata fino ad un mese fa un po’ demonizzata, vista solo in immagini di lontane metropoli superinquinate (per quanto da Torino a Milano per tutta la pianura padana sarebbe utile uno scafandro già da tempo) e con le prime immagini di Wuhan; lo sdoganamento della mascherina -rivendicato da Fontana e dal suo “wear-tease” in diretta- ora crea i presupposti per entrare nella fase 2 con un senso di responsabilità e la presunzione di chi rivendica nei confronti dell’Europa che “siamo stati i primi e i più veloci”, oltre al ribadire gli elogi non proprio sperticati dell’OMS, più simili alle parole buone di un professore morbido di fronte ad un esame incerto. Tutto ciò per dire che, secondo me, un’educazione all’uso di DPI o di accortezze per la prevenzione dei contagi (come la mascherina) avrebbero dovuto essere presentate col giusto tempo; ora è una misura tardiva e senza senso ed è per questo che assume i significati esposti nell’articolo. Peraltro, per quanto sia banale, si vede ancora un’incredibile quantità di persone che la indossano come nella celebre foto di Zaia a naso scoperto, rivelando che le preoccupazioni dell’OMS sul fatto che le mascherine potessero essere inutili erano più che fondate.
    Volevo ampliare le vedute in generale su quanto, ad oggi, la mascherina non sia solo il simbolo di un “fare obbligato”, di grossolane azioni politiche acchiappavoti, ma anche spia di ottusità, lentezza e incapacità.

    • “Sull’uso delle mascherine nella risposta dell’Oms: nella prima parte invita gli infetti a usarle per limitare il contagio, nella seconda invita chi non lo è a non usarle perchè pare che non limitino il contagio; non ho capito perchè da un lato funzionino e dall’altro no”

      tieni conto che la mascherina non copre gli occhi, e che gli occhi sono solo un ingresso per il virus ma non una fonte di contagio. Quindi un positivo con una mascherina “perfetta” non contagia nessuno, ma chi indossa la sola mascherina può essere comunque contagiato attraverso gli occhi. Anche da qui il senso di falsa sicurezza.

      • Certamente, ma qui si va sull’esasperazione. La lacrima di un contagiato che gocciola su una mela è altrettanto pericolosa, in caso di congiuntivite virale, ma il senso di ciò che ho scritto è altro. In ogni caso, allora, mi sembra che la tua annotazione vada verso un inasprimento delle misure e quindi l’adottare anche occhialini come DPI, piuttosto che ragionare sulle sole mascherine.
        Volevo solo far notare come questo modo abbozzato di affrontare la questione, secondo me, riveli una sfiducia profonda nel fatto che un piccolo accorgimento possa essere ben interpretato da un gran numero di persone. Non ritengo la mascherina una cosa inutile, ma ritengo giusto che non ci si possa fidare del fatto che tutti sappiano come usarla (ovvero il non toccarla in continuazione portando le mani in volto e quindi anche sugli occhi ecc.); da qui ne viene fuori il ragionamento di tutto il discorso che ho fatto, che non era semplicemente il puntualizzare in maniera pruriginosa quale fosse il sistema anti-contagio giusto.

    • Tra l’ altro ieri una nota scienziata, in un programma televisivo, ha detto che la mascherina è una barriera fisica utile fino ad un certo punto perché i virus sono piccolissimi e di certo non vengono totalmente trattenuti da una mascherina chirurgica. Che la distanza fisica non può essere bypassata dalla mascherina, in un ambiente chiuso. Per quanto riguarda le altre mascherine ha detto che sono dispositivi di protezione da riservare soltanto a chi lavora in ospedale. Ha anche detto che lei NON porta la mascherina all’ aperto, perché è sufficiente rispettare le distanze fisiche e per quanto riguarda la diffusione del virus nell’ aria ha parlato di uno studio su un singolo caso che riguarda l’ impianto di condizionamento di un ristorante in Cina. Mi sembra ci siano sufficienti elementi per smontare l’ imposizione di una scelta così irrazionale, teatrale e propagandistica.

      • Non so se qui sia già stato detto, nel dubbio ribadisco, sulle mascherine c’è parecchia confusione. Quelle con valvola (le fpp2/3 più diffuse) sono dpi ottimi (proteggono chi le indossa, ma sembra non servano a limitare il contagio) quelle senza (soprattutto le chirurgiche più diffuse) non servono a proteggere chi le indossa ma a limitare i contagi . c’è una sorta di “divisione di classe” pure su di esse. Chi pare più ligio ed attrezzato, con le mascherine valvolari, più care e difficilmente reperibili , forse è più egoista di chi si butta una sciarpa in faccia. Linko breve video esplicativo che Mariano Tomatis e Andrea Musati mi han fatto conoscere https://archive.vn/g7XPX

        • Aggiungo che quando ancora qualcuno volesse essere altruista, lo sarebbe ormai giusto nei confronti delle farmacie. In Lombardia viene disposto l’obbligo e si procede alla distribuzione con tutta calma, nel mio comune le mascherine regionali sono circa 420 per 8000 anime. Il dato complessivo regionale è di 3,3 mln di filtri facciali – perfettamente sprecati se utilizzati come disposto in ogni dove, data l’immensa difficoltà a reperirli e la loro brevissima efficacia temporale e d’utilizzo – per 10mln di abitanti. Nel frattempo in farmacia – non al mercato nero – la necessaria cosmesi altruista e popolare vola dai 5.90€ per 50 pezzi a 5.90€ cadauna, il tutto per poter respirare soli, all’aperto, nel deserto.

    • Sono d’accordo con Davide Gastaldo. Utile anche il video linkato.
      Non vedo contraddizioni nelle indicazioni dell’OMS, che però trovo troppo poco informative. Provo a interpretare. E’ consigliato che gli infetti usino la mascherina, del tipo che limita la diffusione del virus in uscita. Chi è sano non può infettare nessuno, quindi non ha motivo di usare questo tipo di mascherina (ne userà una che filtra il virus in entrata se è a contatto con persone sicuramente malate).
      Ma come faccio io a sapere se sono infetta? Finché il virus è poco diffuso, chi si sente bene è quasi sicuramente sano. Ma in zone con un alto numero di contagiati non è irragionevole pensare di poter essere malati asintomatici. In questi casi, indossare la mascherina in luoghi chiusi può avere senso.

      P.S. linguistico rivolto a Wu Ming: “ch’al vgnéss zò la Madòna” mi suona male. Non si dice “ch’la vgnéss zò”, dato che la madonna è femmina? Con “al” mi aspetto che venga giù un maschio.

      • La contraddizione, però, è lì: uno strumento di prevenzione, se applicato da una sola persona ed è quella sbagliata, ha una funzione relativa. L’uso collettivo di uno strumento, in una situazione del genere, ne garantisce anche l’efficacia (ben chiaro che anche la responsabilità e consapevolezza individuale fanno tanto). Se a Freddie Mercury avessero detto che era meglio far indossare a entrambi il preservativo, probabilmente avremmo una storia radicalmente diversa a quest’ora, pur ammettendo che questa frase è un po’ oltre l’orizzonte.
        Per rispondere a filo a piombo, la “scienziata” ha detto che le mascherine sono utili “fino ad un certo punto” ed è quello che volevo dire. Il mio intervento non era volto a difendere l’imposizione delle mascherine e non capisco il perchè ci si sia soffermati sulle prime tre righe che ho scritto. Ciò che dici è facilmente confutabile col fatto che uno starnuto di una persona infetta va ben oltre il distanziamento fisico consigliato e se non so chi è infetto e chi no, siamo al punto di partenza. Non è in discussione il fatto che ad oggi la mascherina sia teatrale e propagandistica, il punto del discorso che facevo era nel fatto che, a mio avviso, si poteva aggiungere altro alla riflessione, piuttosto che congetturare sull’efficacia o meno della mascherina. Tutto qua.

        • La scienziata Capua ha detto da Floris che lei non mette la mascherina all’ aperto perché le distanze fisiche sono la migliore garanzia per evitare il contagio. Qui stiamo parlando dell’efficacia e dell’utilità della mascherina all’ aperto e non al chiuso. Quindi il problema di distinguere fra la mascherina chirurgica o quella con filtro si pone solo ed esclusivamente in termini di spreco di un dispositivo di sicurezza che si potrebbe utilizzare proficuamente e non a scopo propagandistico. All’ aperto è difficile che tu,od io, si vada a starnutire addosso a qualcuno, a meno di non voler rientrare a pieno titolo nella categoria dei pericolosissimi untori, che però stanno altrove e sono quelli che hanno tagliato i finanziamenti alla sanità pubblica, che hanno anteposto il profitto alla salute e che non sono stati in grado e non hanno voluto tutelarci. Poi può capitare che in fila al supermercato uno starnuto possa, forse, contagiare qualcuno e quindi torniamo al punto di partenza: perché ridurre gli orari di apertura dei supermercati?! Per consentirci di infettarci meglio? Non mi sembra che si possa definire una misura di tutela dei lavoratori dei supermercati e neppure dei consumatori.

      • Per le mie orecchie bassoferraresi, non dovrebbe proprio esserci il pronome: «c’a gnéss zo la madòna», che venisse giù la madonna. Ma la frase non è in ferrarese, è in petroniano, idioma che capisco ma non parlo. Passo il dilemma al compadre Wu Ming 2, che è the original parlante felsineo nel collettivo.

        • Perdonate l’off topic petroniano. Sicuramente la forma “ch’la vgnéss zò la Madòna” è la più corretta. Scrivere “ch’al vgness zò” per un soggetto femminile, è come quando in italiano si dice “Ho visto Laura e gli ho parlato”. Però bisogna considerare che il dialetto sopporta le sgrammaticature del parlato molto più di una lingua che viene insegnata a scuola con tutte le sue regole. Nel testo sacro di Daniele Vitali “Dscårret in bulgnais?” c’è questo esempio: per dire “Lei lo chiama” in bolognese si dovrebbe dire “Lî la l ciâma”. ma (cito) “oggi si usa più spesso “lî al le ciâma”. Allo stesso modo, per dire “Le donne mi rispondono” è ormai molto difficile sentire un bolognese dire correttamente “äl dòn äl m arspånnden”, mentre è molto più comune (si fa per dire): “äl dòn i m arspånnden”, come se il soggetto fosse maschile. Un off-off-topic sarebbe discutere dei riflessi nelle parlate dialettali italiane della questione di genere – ma meglio evitare… A loro discolpa, basterà dire che spesso gli anziani bolognesi, quando parlano italiano, usano “le” anche per il maschile: “A Giovanni la pasta non le piace micca”. Fine del mega OT.

  7. La questione della mascherina ha un portato spersonalizzante ed omologante che si associa benissimo con la progressiva imperante riduzione di ” biodiversità ” imposta dal consumismo capitalista. Siamo consumatori e prodotto insieme. Vedersi in faccia, interpretare l’ espressione facciale ” senza la bocca” , sentire distintamente il suono delle parole emesse, comunicare, creare dialogo e rapporti sociali attraverso un bavaglio, diventano operazioni di decodificazione impossibile. E poi ci sono anche i sordi che, senza poter leggere il labiale di un passante per strada, saranno ancora più isolati nella loro bolla di solitudine.

  8. La provincia di Bolzano è speciale non sono per il suo statuto, ma anche perché a volte dimostra capacità profetiche e atteggiamenti pionieristici e negli anni ha collezionato diversi primati discutibili. Le mascherine a Bozen sono obbligatorie, pena una sanzione amministrativa, ma già il 23 marzo il quotidiano locale, Alto Adige, pubblicava questo articolo https://www.altoadige.it/cronaca/scaldacollo-di-famiglia-widmann-si-chiama-fuori-1.2299859. In sostanza la Provincia ha distribuito nei tabaccai (che di solito funzionano anche come edicole) degli scaldacollo per proteggersi dal virus (!), gli scaldaccolo, guarda caso, erano prodotti da un parente di un politico locale. La cosa è venuta fuori e c’è stata un po’ di maretta. Un po’, eh, che i toni non si alzano mai da quella parti… Insomma, dietro la mascherina, c’è anche banale e venale business. Proprio mentre ero in procinto di scrivere questo commento, ho ricevuto una chiamata da mio padre a Bolzano. Sotto casa sua, in centro, due ragazzini del palazzo, stavano giocano a pallone nella piazzetta deserta. Sono fratello e sorella e avevano la mascherina, stavano solo sgranchendo le gambe, prendendo un po’ d’aria e donando un po’ di poesia al vicinato… I carabinieri sono piombati sul posto come le squadra speciali in Blues Brothers, li hanno redarguiti e rispediti a casa, non avessero avuto lo scaldaco… ehm, la mascherina li avrebbero pure multati. Nel frattempo l’Iveco bolzanina che produce i carri armati per l’esercito americano continua a pieno ritmo e centinaia di operai lavorano a stretto contatto tra loro negli stabilimenti della zona industriale e, a fine turno, tornano a casa dalle loro famiglie col terrore di essersi ammalati. Mio padre, che non è di certo un estremista rivoluzionario, ha commentato: qui si esagera.

    • Ho letto della vicenda…ma non credo rimarrà un caso isolato, e chissà quanti hanno già fiutato il business. Tra l’altro 804 modelli su 840 non sono stati giudicati idonei come DPI dall’INAIL. Non riesco a trovare la fonte ma i numeri credo fossero questi. Riporto però il link dell’Istituto:

      https://www.inail.it/cs/internet/comunicazione/avvisi-e-scadenze/avviso-istruzioni-mascherine.html

      La conclusione che ne traggo è che l’uso indiscriminato delle mascherine non sarebbe da incoraggiare, più utile sarebbe insistere sul far appendere buone prassi che dovrebbero valere sempre e non solo per prevenire l’unico virus che molti conoscono ( starnutire e tossire nel gomito, non toccarsi il volto senza aver effettuato il lavaggio accurato delle mani ad esempio). Ma bisogna pur ammettere che molti di coloro che stanno sbroccando fino a ieri erano convinti che il raffreddore venisse per un “colpo d’aria” ( tra questi anche qualche medico!!!!).

      • Se è vero che “ 804 modelli su 840 non sono stati giudicati idonei come DPI dall’INAIL” (non ho motivo di mettere in dubbio le tue parole), allora l’ambiguità continua: DPI significa dispositivo di protezione individuale, e come si diceva sopra la funzione delle mascherine “per tutti” ( ossia non per chi debba avere stretti contatti con malati e positivi) dovrebbe essere esattamente opposta, quella cioè di proteggere non l’individuo ma la collettività. So che sto insistendo su un focus leggermente spostato rispetto al ragionamento servono/non servono/sono dannose. Ma questo aspetto, che tocca egoismo vs attenzione alla collettività mi pare importante. E mi pare venga glissato, quando non bellamente mistificato, da media e istituzioni

  9. utilizzo dei racconti per esemplificare il discorso (sperando sia utile. siccome nella mia esistenza le poche cose che ho scritto seriamente sono state tutte di saggistica per gli studi universitari ora mi esprimo così che è più semplice e spontaneo. per quanto ragionato): mi è capitato in questi giorni di parlare con qualche persona che arrivava qui (abbiamo l’ufficio al piano terra della casa di abitazione. interpretabile come grande sfortuna oppure come una comodità. dipende dal senso civico delle persone. l’importante è capire che magari il sabato mattina alle otto nessuno si deve sentire autorizzato a suonare il citofono, perché casa e ufficio sono comunque entità separate). mi è capitato di sentire, per sentito dire, non perché si stesse accusando me, che c’è in giro gente che accusa le persone senza mascherina. qua in zona intendo. non in internet. generalmente mi limito a rispondere placidamente: “sull’effettivo parametro di sicurezza delle mascherine ci sono opinioni contrastanti. quindi ognuno dovrebbe essere libero di decidere senza essere giudicato. se faccio paura perché non ho la mascherina l’ideale è starmi a dieci metri di distanza. a me invece fanno paura quelli che con la mascherina, pensando di essere immuni da qualsiasi pericolo, non capiscono che comunque la distanza è la sola cosa da dover tener presente”. siccome poi a raccontarlo sono persone che tendono a arrivare loro a cercare noi (e non abbiamo un lavoro particolarmente essenziale) che sennò staremmo qui belle tranquille senza disturbare nessuno concedendoci semplicemente qualche camminata, per non morire di stenti, una volta a settimana e in luoghi isolatissimi anche prima della segregazione, io mi sento, siccome sono anche persona con un equilibrio psicofisico proprio che probabilmente capisco solo io (come dovrebbe essere normale), di evitare la mascherina. mi metterebbe tantissima ansia soltanto doverla indossare per costrizione. e l’ansia mi sembra comunque un grandissimo problema di questi tempi. un problema da considerare siccome può avere sintomi simili alla carenza di ossigeno. la si combatte. la si supera razionalmente. ma è comunque una brutta roba.

  10. Questo credo sia quello che dobbiamo cominciare a chiederci. Credo che siano state espresse tutte le critiche possibili alla gestione dell’epidemia, svelati i trucchi, ormai siamo in molti a essere d’accordo.
    Non solo qui.
    Io ho testato di persona e sui social questi argomenti.
    Non sono una influencer, la mia capacità di raggiungimento è limitata. Ho comunque rilevato un certo interesse, a volte inaspettato, a volte anonimo (condivisioni del mio post da parte di ignoti), a volte, specie parlando con persone che mi conoscono e si fidano, intriso di un grande sollievo. Abbiamo tutti paura di parlare. Anch’io.
    Poter dire qualcosa che va contro la vulgata imperante e gli slogan ormai intollerabili a chi mantiene uno spettro di dignità e rispetto di sè, è stato per me e loro (i suddetti amici) motivo quasi di commozione.
    Aver trovato qui un luogo di confronto tranquillo e ragionevole su questi temi mi ha dato il coraggio di uscire dai miei soliti argomenti “da social” (di solito scrivo di piante e mitologia) e poter addurre a sostegno di quel che scrivevo le fonti che citate.
    Pensavo non mi considerasse nessuno e non è stato così.
    Quel che voglio dire è che se la stragrande maggioranza ancora è convinta che si è fatto il meglio che si poteva ed è disposta a seguire ancora e sempre i suoi comandanti in questa guerra, ci sono dei disertori e dei disfattisti.
    Uso qui appositamente il linguaggio “bellico”, perchè si ha un bel da dire ma è così che è sentito, e proprio per questo il sistema tiene: la popolazione tutta è stata investita di un compito sacro, salvare la nazione dalla malattia.

  11. Penso si sia persa la fila dei commenti. Col mio intervento rispondevo a una persona che si chiedeva in pratica “e adesso quindi cosa facciamo?”. E’ la prima volta che intervengo e ci ho messo un po’ di tempo tra correzioni e numero giusto di battute, scusatemi.
    E’ il momento di cominciare a muoverci. Fino a dopo Pasqua, comunque, stiamo tutti buoni, consiglierei. Intanto raccogliamo tutto. Qui. Ogni assurdità, ogni abuso, ogni incongruità.
    Grazie di esserci. Quest’ultima piaggeria è legata soprattutto alla necessità di raggiugere le giuste battute. Dai che scherzo.

  12. Personalmente sono d’accordo con quanto scritto sul teatrino della mascherina. Alcuni stanno tentando di sfruttare la situazione per fare altro. Altri stanno cercando di tenere faticosamente il passo per non scomparire mediaticamente. Altri semplicemente stanno speculando. Tuttavia ho l’impressione che molti amministratori, non solo a livello locale, non sappiano davvero che cazzo fare. Nonostante siamo ormai in questa situazione da un mese e mezzo, c’è ancora pressapochismo in giro (alimentato anche da scienziati che si sentono in dovere di dire qualcosa purchessia?), c’è ignoranza, c’è paura. Razionalmente so che WM ha ragione, nel suo discorso tutto torna, ma ho la tentazione (meno ferrea di ora in ora) di non credere che dietro al teatrino ci sia una diabolica e sottilissima regia tesa ad instaurare un nuovo ordine mondiale (anzi, italiano).

  13. https://m.huffingtonpost.it/entry/ricciardi-sconsiglio-lapertura-di-fabbriche-e-scuole_it_5e8e1ab2c5b6d88e4d88ca15?utm_hp_ref=it-homepage

    Lo ho linkato perché c’è un passaggio in cui spiega che le mascherine non servono a nulla all’aria aperta ed anche al chiuso non devono generare falso senso di sicurezza. In questo spazio lo ribadiamo tutti e nessuno mi pare affermi il contrario. Del resto anche la Capua ieri in tv ha affermato che non è molto favorevole all’utilizzo dei guanti perché si rischia un uso improprio degli stessi che potrebbe addirittura favorire il contagio. Indossare la mascherina è un gesto teatrale però l’effetto che mi procura la visione di tutti questi umani con indosso il nuovo feticcio non è quello di attori calati in una parte ( consapevoli della finzione) ma di umili burattini.

  14. Ottimo e tagliente articolo come ormai conseueto. :)
    Propongo un post di riflessione più alta sul semplice “la mascherina serve oppure no?”. Una domanda a cui pretendiamo una risposta che forse c’è ma non è quella che ci aspettiamo, ovvero: “possono servire in rare occasioni che non sono prevedibili, ma poco” come dice qui Luca Sofri approfittandone per un discorso più vasto sulla scienza e la sua comunicazione.
    Non mi capita spessissimo di essere d’accordo con Luca Sofri, questa è una di quelle volte.

    https://www.wittgenstein.it/2020/04/08/le-nostre-teste-e-amen/

    • Forse il problema è che siamo abituati a confondere ricerca scientifica e tecnologia. La scienza è dubbio, procede per falsificazioni sperimentali di ipotesi, non per certezze. Quando i dubbi sono dissipati, almeno ad un determinato livello interpretativo, si può costruire una macchina che permetta di comunicare (o di viaggiare, o di fare il caffè..) senza preoccuparsi del suo funzionamento. E questa è la tecnologia.

      Un altro punto critico è la declinazione a livello personale di raccomandazioni basate su valutazioni statistiche. In questo caso pratico: se una partita di mascherine (di scarsa qualità) fermano il 10% della carica virale, da un punto di vista statistico ridurranno in qualche misura il numero di contagi, e su questa base si potrebbe decidere che è utile usarle. Però questo non vuole dire che una singola persona è protetta: noi ci riteniamo protetti quando le probabilità di farci male sono molto molto molto basse.

      • Il problema da affrontare che pone Luca Sofri, imho è il seguente: si può accettare che il governo prenda decisioni (in una situazione di emergenza come questa) o per sentito dire (vedi l’inizio di sperimentazione di farmaci che non avevano nessuno studio serio alle spalle solo per via dela diffusione di un video di uno youtuber) o semplicemente tanto per far vedere che fanno qualcosa per farci sentire più tranquilli?
        La comunità scientifica sta chiedendo da mesi una cosa specifica: fare tamponi a tappeto per cominciare ad avere dati affidabili e magari poter passare a un isolamento selettivo e non generalizzato.
        La risposta è: mascherina obbligatoria.
        La gente può essere ora anche contenta perché è un modo semplice per far vedere che #iofaccioqualcosa e cadere vittima della Sindrome di stoccolma vedendo Conte che dice “altre due settimane!” ma se poi riapri Ast e Ilva e le fabbriche e il virus comincia ad espandersi anche al centro sud, ai primi morti vedrai dove ti vengono infilate le mascherine.

  15. Vediamo la sceneggiata delle mascherine anche da un altro verso. Andare in giro a volto coperto ci rende poco identificabili e chi lo dice che nel prossimo futuro questa mascherata non si possa rivoltare contro chi l’ha voluta?

    Stasera Mentana con aria serafica annunciava che la curva dei contagi non scende come ci si attendeva (sfido io! Se ci sono ancora molte fabbriche aperte, gente che muore in casa, mancanza di tamponi, ospedali e case di cura gestiti male…) quindi ci vuole estrema prudenza per la riapertura e verosimilmente prima dell’11 maggio non se ne parla di andare in giro. Il problema è che questa data potrebbe essere posticipata ulteriormente visto che il numero di contagiati da ogni infetto è ancora attorno a 1 e sta calando molto piano. Quindi almeno fino all’11 dobbiamo continuare ad ammuffire. E però con la stessa faccia Mentana annunciava anche che le attività produttive potrebbero cominciare a riaprire già dalla prossima settimana! Allora qui c’è qualcosa che non torna. Se mi dici che ci vuole prudenza (e la prudenza ci vuole visto che siamo ancora a 4000 infetti al giorno) non puoi dirmi con la stessa faccia che bisogna già riaprire le fabbriche.

    Malgrado la faccia tosta di giornalisti e politici è difficile immaginare come si possa imporre una tale distonia senza che diventi immediatamente manifesta. E qui la mascherina potrebbe giocare il suo ruolo di arma segreta per giustificare questa improvvisa svolta a u (selettiva naturalmente) di governo e media. Come a dire “hai fatto bene a chiedere sicurezza sul lavoro, ma adesso che ognuno ha la mascherina siamo tutti più protetti e non hai più da preoccuparti”. E qui però ci sarebbero due ordini di considerazioni da fare, uno al livello comunicativo, l’altro epidemiologico.

    Sul primo c’è da rilevare la macroscopica contraddizione secondo cui andare a lavoro, magari con la mascherina sia un’azione ormai indispensabile dal punto di vista economico e poco preoccupante dal punto di vista epidemico, mentre uscire a fare una passeggiata a distanza dagli altri, malgrado un’eventuale mascherina, rimane un’azione troppo rischiosa dal punto di vista epidemico e magari riprovevole su quello morale. Una coerenza logica senza pari…

    • Sul piano epidemiologico c’è invece da rilevare come da un lato è per lo meno discutibile la rilevanza della chiusura dei parchi e il divieto di passeggiate, mentre dall’altro è altamente probabile che una riapertura precoce delle attività produttive rallenti o blocchi il calo dei contagi provocando ulteriori vittime e rimandando di chissà quanto l’uscita dalla crisi (e dalla carcerazione) se non rischi addirittura di causare un’impennata di nuovi contagi. E’ proprio quanto paventato dai sindacati degli infermieri di Piacenza che stanno minacciando uno sciopero (probabilmente simbolico viste le circostanze, ma comunque molto significativo) nel caso venga dato il via libera alla riapertura delle fabbriche. Si tratta di una decisione che giustamente vedono come un atto sconsiderato che andrebbe a vanificare tutti gli sforzi fatti e a prolungarli per chissà quanto (https://www.rassegna.it/articoli/gli-infermieri-di-piacenza-invertite-la-rotta-o-siamo-costretti-a-fermarci)

      La chiamata al lavoro non si annuncia indolore per il governo. Il contrasto con le restrizioni tutt’ora vigenti e con la realtà dell’emergenza si mostrano già forieri di rabbia e proteste da parte dei lavoratori, ma anche chi sarà ancora confinato nella propria abitazione vivrà lo stesso contrasto.

      Perché è evidente che se posso andare a lavoro, a maggior ragione posso prendere una boccata d’aria. E viceversa se non posso prendere una boccata d’aria, figurarsi andare a lavorare. Quindi per chi è confinato a casa c’è l’opportunità di unire la sua lotta a quella di chi viene richiamato a lavoro. La stridente contraddizione tra confinamento come potenziali untori e grave rischio di infettarsi in quanto lavoratori potrebbe aprire già dalla prossima settimana un nuovo scontro su due fronti, quello del lavoro e quello della vita privata. Per questo lancio la proposta di una mobilitazione anche per chi è costretto a casa con l’obiettivo di impedire la riapertura delle fabbriche e di riconquistarci una parte delle libertà personali.

      Se riaprono le fabbriche potremmo uscire tutti quanti alla stessa ora a bighellonare davanti al portone con la nostra bella mascherina a coprirci il volto e con un cartello o una bandiera di protesta

  16. Riflessioni al 29° giorno di lavoro agile: quando si potrà riprendere a viaggiare per andare al lavoro, cioè prendere il treno e tutti gli altri mezzi pubblici, chi controllerà il distanziamento sui posti? metteranno l’esercito anche sui treni?
    In ogni caso, sulla prossima data di possibile allentamento del lockdown segnalo che le prove di ammissione al concorso per insegnanti di sostegno, in programma presso tutte le università pubbliche e private italiane, sono state posticipate al 18/19 maggio; e questo è successo lo scorso mese di marzo.
    Forse erà già tutto previsto: la fase 2 prevede la riapertura delle scuole il 18 maggio (altrimenti saltano gli esami di stato), con buona pace di tutti noi sudditi.
    Consiglio di lettura: https://sinistrainrete.info/ecologia-e-ambiente/17406-resistenze-al-nanomondo-primavera-silenziosa.html

  17. Provo a riassumere il ragionamento di Senzatela.
    Siccome fra qualche giorno dovranno mandare gli operai in fabbrica, e l’unico modo che hanno di cavarsela senza rendere palese la contraddizione con le misure di contemimento è dare loro uno straccio di mascherina (il talismano), devono rendere credibile questo palliativo, e dunque il battage sul dovere per tutti di indossare la mascherina come efficace strumento di lotta al virus. Massimo risultato col minimo sforzo (con la minima spesa).
    Il popolo si adeguerà. Se qualcuno non lo farà basterà farlo sentire un immorale traditore della patria. Dubbi di carattere epidemio(logico)? E’ sufficiente una comparsata di Burioni da Fazio per fugarli.
    Il tutto fila. Si tratterà solo di resistere fino al vaccino, che arriverà, se tutto va bene ma proprio bene, verso la primavera 2021.

  18. Vabbé, mi pare che sta discussione si stia arenando dove conviene farla arenare. Va bene così, anche se continuo a non capire le obiezioni che mi vengono presentate, se obiezioni sono.
    Qui di cosa si sta parlando non lo so più e già dall’inizio non erano cose così pertinenti al mio commento, ma tant’è.
    Grazie alla scienziata Capua che ci ha detto una preziosa e assolutamente inaspettata verità allora risolvendo ogni nodo, aspetteremo che intervenga su altre questioni, tipo questa del dialetto su cui Wu Ming 1 e 2 stanno intervenendo, che mi sembra più interessante.

    • Non mi è chiaro a cosa tu ti riferisca, non mi sembra proprio che la discussione si stia «arenando» da qualche parte.

    • Penso tu ti riferisca alla discussione sul tuo commento all’uso delle mascherine, quello che concludevi scrivendo: “Volevo ampliare le vedute in generale su quanto, ad oggi, la mascherina non sia solo il simbolo di un “fare obbligato”, di grossolane azioni politiche acchiappavoti, ma anche spia di ottusità, lentezza e incapacità.”
      Mi pare che qui si sia tutti d’accordo con una sintesi di questo tipo. Non capisco davvero a cosa si riferisca la tua lamentela. Però ti segnalo che se c’è un atteggiamento che fa arenare le discussioni e le manda in vacca, quello è proprio il tono che usi in questo tuo ultimo commento: “vabbé”, “la discussione si sta arenando”, “bene così”, “ma tant’è”, “la questione del dialetto è più interessante”. Boh, mi sembra un modo di fare da bimbo permaloso in prima elementare, scusa se te lo scrivo con estrema schiettezza.

      • Sì, era riferito a quella sequela di commenti, non al resto della discussione, ci mancherebbe. Impermalosito da cosa? Semplicemente mi si stava ancora parlando dell’inefficacia della mascherina come se fossi il Burioni della cartavelina, mi è sembrato un po’ un gioco a perdere e che ci si stesse dilungando su un aspetto che non aggiunge nulla alla discussione, visto quanto ne è già parlato, mentre mi pareva che l’intento fosse discutere di cosa è oggi una mascherina, oltre ad un tentato dpi.
        La prossima volta troverò un modo più saggio ed elegante di uscirne.

        • Ciao Alberto, senza nessuna polemica, nessuno vuole darti del ” Buorioni della cartavelina”, sarebbe davvero offensivo nei tuoi confronti, ma tu ti sei molto soffermato sulla questione tecnica dell’utilizzo della mascherina, cercando di capire se e chi deve utilizzarla senza precisare il contesto, che qui è il punto dirimente su cui si innesta la critica. E in effetti sapere se sia utile o meno in luogo aperto, come ha specificato molto chiaramente la Capua, è fondamentale per esprimere una valutazione politica su una probabile imposizione/ adozione di questo dispositivo all’ aperto. Detto questo io sono l’ apoteosi dell’imprecisione, da qui il nickname del rudimentale strumento di lavoro.

          • Grazie della precisazione, evidentemente ho impostato male il commento iniziale facendo sembrare quello il nodo gordiano della questione quando voleva essere solo un pretesto per avviare un pensiero, proprio in virtù della confusione che genera la parte tecnica. Chiedo scusa per le risposte piccate, cosa che avrei dovuto fare prima di leggere il tuo commento, non era neanche mia intenzione svilire l’argomento o le argomentazioni, a scanso di equivoci, ma volevo solo evitare che il discorso si impelagasse solo alla domanda sull’utilità o meno della mascherina il che mi ha frustrato un po’ perchè cercavo un confronto su altro.

            • Mettiamola così, chiarezze scientifiche su alcune questioni non ce n’è e non ce ne sarà per parecchio. Sulle mascherine una cosa si sa per certo ed è che ci devono essere quelle FP2 ed FP3 per il personale sanitario. D’altra parte la scienza ci ha già dato tutte le indicazioni utili a sopprimere l’epidemia tanto è vero che alcuni paesi come Cina, Corea, Vietnam e Singapore con metodi diversi ci sono riusciti. Tenere la distanza di più di un metro da possibili infetti (cioè tutti), evitare assembramenti, evitare luoghi chiusi con possibili infetti. Se si è costretti in luoghi chiusi con infetti (come il personale sanitario) allora ci vogliono tutte le protezioni del caso. Tenere gli infetti separati dal resto della popolazione. Con queste semplici indicazioni si può controllare più del 90% (e forse persino il 99%) della diffusione del virus, quindi al momento basta e avanza. La mascherina può proteggere in un autobus affollato? No! Come minimo servirebbero anche gli occhiali. Quindi è evidente che al di là di della sua effettiva utilità, tutto questa discussione sulle mascherine è solo apparentemente sul piano scientifico, ma in realtà agisce su piani politici e sociali e ha altri scopi, tra i più importanti dei quali è essere un nuovo diversivo (runner in giro non ce n’è più) per catalizzare il discorso pubblico, che altrimenti cadrebbe su questioni molto più sensate e urgenti come la gestione sanitaria, la riapertura delle fabbriche ecc…

  19. Credo sia proprio così, alla fine ci stanno elemosinando un’illusione e, al contempo, sperimentando fino a che punto potersi spingere con divieti e imposizioni, rovesciando completamente i termini della questione.
    Il fatto e’ che tutto questo indebolisce anche chi si pone in maniera critica rispetto a questo bailamme, una specie di sfinimento a puntate orchestrato dai soliti quotidiani, televisioni, youtuber ecc.
    Questi messaggi attecchiscono e causano sempre di piu’ una nuovo conformismo, un rispetto condiviso di nuove regole scarsamente attendibili e verificabili, quando fino a un mese fa chiunque se ne fregava di qualsivoglia elementare aspetto del vivere sociale, come rispettare una fila ad esempio.
    Stiamo andando verso una realta’ in cui tutti travisati dalle mascherine non ci riconosceremo neanche piu’.

  20. Sulla sperimentazione (reale, a mio parere) evocata da doraemon ho l’impressione che arriveremo alla fine di questa vicenda tutti sfiniti, chi più chi meno, e non vedremo l’ora di tornare alla nostra (supposta) normalità. Dimenticheremo non solo i morti (parlo in generale, non certo per i parenti), le angosce, le attese, le abitudini stravolte, ma anche le tonnellate di parole scaricateci addosso da esperti o presunti tali, da tuttologi, da giornalisti onniscienti, da drammaturghi mediatici. E dimenticheremo soprattutto proprio l’esperimento di irreggimentazione, di obbedienza di massa, di creazione di una coscienza condivisa e omologata, di furto (accettato volentieri dalla maggior parte di noi) del senso critico. Dimenticheremo i “confindustiali” che ci dicono, nella stessa intervista, che dobbiamo andare a lavorare per il bene del PIL ma che dobbiamo rimanere chiusi dentro per il bene della nazione.
    La mia paura è che saremo pronti ad affidarci anima e corpo agli stessi scienziati spaesati e disorientati, agli stessi giornalisti inseguitori di audience, agli stessi “vip” che dalle loro ville ci invitano a rimanere chiusi nei nostri miniappartamenti, agli stessi capitani d’industria che invitano a sfruttare l’occasione per fare soldi (vedasi il video di Cairo che sprona gli agenti a vendere spazi pubblicitari perché la sua TV e i suoi giornali stanno andando bene come non mai) quando arriverà la seconda ondata di contagi. Torneremo ad indossare ancora i talismani, ad ascoltare l’inno e a seguire i bollettini di guerra, docili e mansueti “per il bene dei nostri figli”.

  21. Ho davanti agli occhi il documento con le linee guida della Regione Emilia-Romagna sulla distribuzione gratuita delle mascherine, che dovrebbe partire da oggi.
    Credo sia interessante sottolineare alcuni passaggi, per evidenziare un’enorme contraddizione.
    Nella premessa si dice che “dobbiamo avviare un prudente nuovo approccio alle attività lavorative economiche e sociali quotidiane” caratterizzato “dal progressivo incremento dell’uso dei dispositivi di protezione personale a cominciare dalle mascherine facciali da parte dei cittadini”. Quindi si ammette che “si vuole dare, con questi due
 milioni di mascherine, un segnale“. La dimensione teatrale della distribuzione viene quindi esplicitata. Seguono le indicazioni su come organizzare lo smistamento nei singoli territori. Infine, le “indicazioni per i cittadini che ricevono le mascherine”, dove si legge che: “La mascherina consegnata non è né un Dispositivo Medico né un Dispositivo di Protezione Individuale. E’ una precauzione ulteriore per chi per vari motivi si trova a non riuscire a rispettare la distanza dalle altre persone, in particolare di protezione verso gli altri”.
    E qui “il cittadino” comincia a non capire: scusa un attimo, prima mi dici che dobbiamo aprire una fase 2 caratterizzata da un incremento nell’uso dei dispositivi di protezione individuali, poi mi dici che distribuirai due milioni di mascherine gratis per dare un segnale di questo e infine mi dici che quelle mascherine NON sono un dispositivo di protezione individuale? Che cavolo è, uno di quei paradossi matematici alla Bertrand Russell? L’insieme di tutti gli insiemi e il cretese bugiardo e il barbiere che rade solo quelli che non si radono da sè?
    Andiamo avanti. “Modalità di vestizione: togliere ogni monile e oggetto personale”. Cioè? Via il cellulare dalla tasca, via un anello dal dito? Boh. Infine, a rincarare la dose del paradosso: “Le mascherine consegnate nascono come monouso, ma in questo contesto di emergenza, fino a quando non saranno disponibili in maggior quantità è possibile il riutilizzo, sotto determinate condizioni”. E tra queste condizioni, per far sì che “piuttosto” sia meglio che “niente”, ecco la chicca finale: “[le mascherine riutilizzate] devono rimanere nel contesto domestico / familiare e non utilizzate come dispositivo nei luoghi di lavoro.” Cioè? Dopo il primo utilizzo la posso portare solo in casa? Mia moglie, che è farmacista, mi dice: no, vuol dire che te la puoi mettere per fare la spesa, poi la riporti a casa, ci spruzzi l’alcol e la riusi alla spesa successiva. Ok, però siamo d’accordo che non c’è scritto così?

    • Ho dimenticato il link al documento, eccolo qua:
      http://www.regione.emilia-romagna.it/notizie/attualita/coronavirus-in-distribuzione-2-milioni-di-mascherine-per-i-cittadini-dell-emilia-romagna/linee_guida_distribuzione_mascherine_vers_8_4_20_ore13.pdf

      Non è firmato, non c’è l’autore, ma credo sia da attribuire a Charles Lutwidge Dodgson, detto Lewis Carroll (1832 – 1898)

    • “La mascherina consegnata non è né un Dispositivo Medico né un Dispositivo di Protezione Individuale. È una precauzione ulteriore per chi per vari motivi si trova a non riuscire a rispettare la distanza dalle altre persone, in particolare di protezione verso gli altri”.

      A questo punto sembra essere più utile la maschera di Scaramouche: non è un presidio medico, ma almeno il lungo naso può essere impiegato come dispositivo di distanziamento sociale. Toccherà tirarla fuori dal cassetto e rimetterla in circolazione come ai tempi del vostro vecchio (ma attualissimo) romanzo.

    • Ciao, io credo che scrivano quella frase perché sono prodotte e distribuite senza avere il marchio CE, quindi ufficialmente non possono essere considerate DPI secondo la legge sui DPI.
      A noi ne è arrivata una distribuita dal comune e riporta quella dicitura, il materiale (poliuretano +cotone),dice che è lavabile (e già questo va contro il modo d’uso delle mascherine -dpi-, le quali sono monouso ) e si possono riutilizzare dopo averle fatte bollire per. In pratica, è una barriera fisica un pò più spessa di un fazzoletto.

      Volevo segnalare questa nuova (dell’8 aprile) intervista a Ernesto Burgio

      https://it.businessinsider.com/ernesto-burgio-2-o-3-cose-che-so-su-questa-pandemia-quando-riaprire-dove-ci-si-contagia-gli-errori-da-non-rifare/
      , sostanzialmente ripete molte cose dell’intervista a radio onda rossa, tra le quali il fatto che stare all’aria aperta non è pericoloso, che i luoghi di contagio sono la famiglia, i luoghi di lavoro e gli ospedali-ahimè -, e che in questi luoghi l’uso delle mascherine serve per proteggere gli altri (e quindi,aggiungo io,per essere veramente efficaci dovrebbero essere indossate da tutti nel modo giusto).
      E ribadisce che bisogna pensare a fare questi benedetti corridoi sanitari per separare i malati di COVID dagli altri (mentre in Piemonte e Lombardia li hanno mandati nelle RSA,pura follia).

  22. Segnaliamo che su Jacobin Italia è appena stato pubblicato un articolo del “nostro” robydoc, Roberto Salerno, intitolato:

    «Fate parlare gli esperti». Chi si deve occupare di un’epidemia?

  23. E alla luce di quanto appena scritto da WM2, la mia domanda (frutto di un dubbio che mi assale da qualche tempo) è: siamo di fronte a sottili e diaboliche menti che cercano di farci ingoiare indigesti rospi nella maniera più subdola possibile, o siamo davanti a dilettanti ignoranti pressapochisti caciaroni che non sanno che pesci prendere e fanno qualcosa, qualunque cosa, perchè bisogna far vedere che si fa qualcosa? E mi riferisco in particolare agli amministratori, soprattutto quelli locali, che in queste settimane si sono infilati in una sorta di cul-de-sac dal quale non sanno come uscire senza perdere la faccia (esscludendo qualche governatore che non arretra nemmeno davanti al ridicolo. E questo si riaggancia a quanto scritto da molti finora sull’esperimento di regime.

    • Dubbio amletico che io risolverei uscendo dall’alternativa secca tra “c’è un piano diabolico” e “è tutto frutto del caso (o meglio: del casaccio)”. Abbiamo ribadito più volte, già in altre discussioni, che secondo noi non esiste alcun Piano sistematico, con tattiche e strategie definite a priori, ma soltanto un insieme di meccanismi che sono tipici del capitalismo e un insieme di persone che cerca di cogliere l’occasione per trarre vantaggio dalla crisi – senza bisogno di una regia che in qualche modo gestisce i vari interessi in campo. Né una regia occulta né una mano invisibile. La mia sensazione è che – per quanto riguarda gli amministratori – si tratti per lo più di persone che devono mostrarsi attive, che devono “fare”, e spinte da questa ingiunzione scelgono ciò che gli “suona meglio”. E poiché in generale sono amministratori con una mentalità del tutto asservita alle logiche del mercato, all’ideologia del decoro e al populismo, scelgono in quella direzione, per certi versi con il pilota automatico, per forza d’inerzia e per abitudine.

    • Personalmente sarei genericamente dell’idea di Wu Ming 2 di uscire dall’alternativa secca manichea.
      Per quanto riguarda gli aspetti locali e regionali, sono assolutamente d’accordo.
      Persone con la stessa forma mentis, dopo anni di populismo e di “decoro”, contagiate dal bisogno di “fare” qualcosa, che vanno in automatico in questa direzione perché la cornice è quella, e non serve nient’altro per spiegare le decisioni oltre al citato “casaccio”.
      Invece circa il livello più globale del “capitalismo della sorveglianza”, personalmente (sperando di non offendere l’intelligenza di nessuno) sono già un po’ più possibilista su un qualche tipo di regia sul modo di sfruttare gli eventi o quantomeno su qual è il mondo “desiderabile” che meglio si adatta a certi interessi.

      Che non vuol dire, si badi bene, chissà quale grande vecchio o loggia di adepti.

      Però che ci possa essere la volontà di fare “cartello” o “lobby” e di spingere con il proprio peso economico e sociale verso certe decisioni piuttosto che altre mi sembra più che possibile.

      • Certo, fare cartello o lobby, spingere il proprio peso economico e sociale verso certe decisioni piuttosto che altre fa parte della normale dinamica capitalistica, che c’è a tutti i livelli, da quello planetario a quello nazionale e locale. È dall’inizio dell’emergenza che gruppi di potere, partiti, capitalismi nazionali e aziende transnazionali, settori dell’economia dentro i vari paesi cercano di sfruttare la contingenza per fare i rispettivi interessi, che spesso sono in contrasto tra loro.

        Nel descrivere come funziona il capitalismo non va rigettata tout court ogni intenzionalità, e del resto anche i complotti esistono, se diamo al termine la sua accezione più laica e scevra da misticismi: Tizio e Caio si mettono d’accordo all’insaputa di Sempronio per arrecargli un danno e trarre vantaggio dalla situazione.

        Quella che va scartata a priori da qualunque ragionamento è l’idea che esista una Volontà maligna che pianifica gli eventi futuri, che tutto quel che accade corrisponda alla messa in pratica di un Piano perfetto, ipercoerente, ideato da occulti padroni del mondo. Ecco, quella è una caricatura, che devia le energie da lotte sensate e svia l’attenzione su nemici di comodo: gli Illuminati, i giudei, Soros, questa o quella potenza straniera…

        Anche quando vengono additati poteri reali, che davvero sono artefici di complotti, ad esempio la CIA, viene loro attribuito un potere quasi sovrannaturale, la facoltà di controllare e prevedere tutto, di essere dietro ogni cosa che ci accade.

  24. Mi chiedevo dove segnalare il seguente articolo, perché in realtà l’intervista tocca tutte le questioni legate a questa pandemia. Scelgo questo post perché parole così asciutte e chiare si contrappongono nettamente al teatro politico e sociale di queste settimane. È come assistere allo stesso spettacolo, ma da dietro le quinte.

    “Per la gente comune, la mascherina prima di essere un obbligo avrebbe dovuto essere qualcosa da indossare spontaneamente per tutelare gli altri. Infatti, se siamo esposti a una persona che tossisce, la mascherina è insufficiente; ma se siamo esposti a un asintomatico che neanche sa di avere il virus, la mascherina blocca la gran parte delle goccioline, il veicolo principale di contagio. Tuttavia, ci sono giornali che titolano: “L’aria pullula di virus, mettete la mascherina”. Non solo è eccessivo, ma se anche il virus può essere nell’aria lo è in quantità minima, per cui è quasi meglio incontrarlo: non possiamo farne a meno, se vogliamo prima o poi immunizzarci. Importante è non incontrarlo in quantità pericolosa.”

    https://it.businessinsider.com/ernesto-burgio-2-o-3-cose-che-so-su-questa-pandemia-quando-riaprire-dove-ci-si-contagia-gli-errori-da-non-rifare/

  25. Oggi girovagando sul sito di Repubblica si trovano anche delle professionali simulazioni 3d che mostrano come un colpo di tosse sia in grado di “scavalcare gli scaffali dei supermercati” o i rischi che corrono i runner stando in scia. Insomma, quello che potrebbe aver senso dire anche a parole viene legittimato da delle animazioni che danno un tocco di scientificità, come a dire: “il computer non mente”, l’intelligenza artificiale è l’estrema sintesi di quel “fate parlare gli esperti” perchè un computer è un computer, trascurando da chi venga programmato, però; come nei fumetti di Topolino anni ’80, in cui gli elaboratori erano un mix di scienza e sciamanesimo. In qualche articolo passato si accennava all’importanza di slegarsi dalla definizione di “distanziamento sociale” favorendo la dicitura corretta “distanziamento fisico” e mi sembra un argomento molto interessante perchè si ricollega in tanti modi all’uso sbagliato e goffo della parola di cui siamo vittime; interpretazioni di ciò che dice l’oms, scrittura confusa e frettolosa di un opuscolo sulle mascherine; la parola “vera” è solo quella della scienza, mentre tutto il resto sembra funzionare come un “divide et impera” semantico. Mi chiedo quanto siano importanti e dannose queste logiche di sovrapposizione di significati, a partire dal distanziamento “fisico” che si estende ad un più vasto e largo “sociale” scatenando e legittimando la caccia all’untore non in chi non rispetta le distanze, ma in chi fa attività sociali in senso ampio.

    • Gli scienziati seri, quando simulano in laboratorio situazioni reali, sottolieano sempre la differenza. Con il computer, il livello di simulazione è elevato al cubo (3D), ma nessuno lo fa notare. Oltretutto, come abbiamo già scritto altrove, il problema non è “fin dove può arrivare uno starnuto”, perché dobbiamo poi capire se quello starnuto, una volta arrivato “fin là”, ha qualche capacità di infettare davvero e di far ammalare la persona che entra in contatto con le goccioline di saliva nomadi. Idem per il discorso del virus che rimane sulle superfici. Un conto è trovare tracce del virus dopo tot tempo, un conto è capire se toccando quelle tracce e poi toccandomi la bocca o il naso o gli occhi mi posso davvero contagiare.
      E’ singolare poi che tutti questi discorsi sugli starnuti riguardino quasi sempre il mitico cattivone Starnman, quello che ti sputazza in faccia. Starnman lo fa perché non indossa la mascherina. E Starnman non la indossa perché asintomatico. Ora: se Starnman è asintomatico, come cacchio succede che starnutisca, forte, in faccia alla gente? Mistero.

      There’s a starnman waiting for your face…

    • Sul distanziamento fisico vs sociale, aggiungo un dettaglio che non ho segnalato prima, contenuto nelle linee guida della Regione E-R per la distribuzione di mascherine. Nella premessa si dice: “dobbiamo continuare tutti ad impegnarci a diffondere 
 una cultura di precauzione, di mantenimento del distanziamento sociale”.
      Più sotto, il distanziamento sociale diventa addirittura “isolamento”: “Oltre al mantenimento dell’isolamento sociale e al rispetto delle indicazioni di igiene personale e ambientale già note è quindi opportuno come ulteriore precauzione indossare mascherine chirurgiche o comunque coprire naso e bocca qualora si debba uscire dalla propria abitazione”. Nel mezzo, si cita invece una misura di distanziamento fisico, raccomandata dall’OMS: “la trasmissione del virus avviene attraverso le goccioline respiratorie a distanza ravvicinata, minore/pari a 1 metro, attraverso tosse o starnuti, che possono entrare a contatto con le mucose e gli occhi o direttamente o attraverso le mani.”
      Quiest’ultima indicazione non ha ovviamento nulla a che vedere né con una “distanza sociale” né con misure di “isolamento”.

      • è stata proprio quella riga a farmi ricordare che avevate puntualizzato l’errore della definizione qui https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/04/amazon-smalls/ , definendola “un’espressione da distopia reazionaria”.
        In un mondo che fa fatica a scrivere chiaramente e ancor di più a leggere, uscire da questi empasse linguistici mi sembra il primo passo per acquisire consapevolezza del momento. D’altronde anche le foto a profondità schiacciata che citate seguono lo stesso meccanismo: spostare la lente col quale si legge una parola fino a che non rimanga solo il frame che interessa. Personalmente mi inquieta la ricerca ansiosa di qualcosa che faccia sentire qualcuno al sicuro da starnman (e zoomando indietro è la solita dinamica in cui si esige più sicurezza, in cui probabilmente starnman diventa anche di origini arabe e cinturato di bombe non al tritolo, ma alla saliva infetta), ma mi inquieta ancora di più capire quanto siano strumentali le alterazioni di significati che leggiamo ogni giorno -in un mondo in cui pare possibile solo leggere- o se, invece e forse peggio, siano proprio il sintomo conclamato di certe incapacità gestionali. Quanto è importante, oggi, fare quel lavoro di riordino tra le parole “crisi”, “emergenza”, “pericolo”, “rischio”, “sociale”?

      • Sul tema della correttezza dell’espressione “distanziamento sociale” ho invitato a dibattere durante le lezioni di storia del pensiero sociologico (Prof Gargiulo – Unibo).

        Per quanto possa valere…è stato di comune accordo considerata proprio inaccettabile.

        Per “distanziamento sociale”, si deve intendere un allontanamento, una separazione tra i gruppi all’interno di una società strutturata, e che può intervenire durante il processo di formazione o di revisione delle norme sociali.( es. primo è l’apartheid, ma se ne possono immaginare a centinaia…)

        Quello che ci sentiamo continuamente ricordare è invece un “distanziamento fisico”, la misura che consente efficacemente di ridurre il rischio di contagio, semplicemente aumentando la distanza fisica di quella relazione che “normalmente” contaddistingue gli esseri umani.
        Un’ espressione anche semanticamente più corretta sarebbe quindi questa.

        Ma poichè dietro questo allontanamento “fisico” tra le persone dovrebbe sussistere una consapevolezza, un’assunzione di responsabilità ben precisa, io questo allontanamento fisico lo chiamerei “distanziamento civico”( l’ho già rilevato altrove commentando filo a piombo non ricordo più dove…).
        Un’espressione che rimanda a cittadini consapevoli e non pecore del gregge…( anche qui : si deve usare l’espressione “immunità di gruppo”…non siamo mica pecore, eh).

        Come l’errata espressione “distanziamento sociale” confonde, così la mascherina diventa nella grandissima parte dei casi concreti -per strada o a far la spesa ecc- un ulteriore spostamento del focus, e succede che indossarla o meno può rendere appartenenti a gruppi che -adesso sì- si distanziano tra loro… semplificando :”patriota” vs.”untore”…creando distanze immaginarie e sterili

        allora,la battaglia per le giuste espressioni non è proprio una vana esercitazione in punta di penna (soprattutto qui in un blog di scrittori !), ed io ho iniziato a :
        usare l’espressione “distanziamento civico”
        usare la mascherina SOLO in situazioni che mi impediscano la possibilità di essere fisicamente distante (dai due ai tre metri)dal mio prossimo.

        • http://archive.is/02PNz

          Quanto è dannoso il fatto che attività del genere inizino a essere percepite come unzione? Quanto è dannoso il fatto che non ci si preoccupi di pensare a come rendere accessibili servizi del genere, che tra l’altro a Torino sono diffusissimi e hanno sviluppato una rete di distribuzione importante, oppure a come fare in modo che queste reti non cadano? Ok, piazzare un furgone in mezzo ad una piazza per distribuire cibo può essere stato plateale, ma nell’assoluta intransigenza di fronte ad un’attività del genere io vedo proprio quanto sia permeata l’idea di pericolo nella definizione di socialità.
          Andrò a cercare la tua spiegazione di “distanziamento civico” per capirla un po’ meglio; domanda sciocca, esiste una testimonianza audio o video del dibattito con il prof. Gargiulo? Mi sembra un tema molto interessante.

          • Non so se è il posto adatto ma segnalo anch’io una notizia letta sui giornali locali.

            https://archive.vn/6vkZc

            La cosa che ho notato è che pur trattandosi di un piccolissimo paese in provincia, la persona è stata identificata e perseguita tramite le telecamere.

            Tra l’altro (per arrivare ai 530 caratteri e per rimanere maggiormente in tema della discusiione) segnalo che nel Torinese più di un Comune già una settimana o 10 giorni fa ha fatto “proprio” l’obbligo di Mascherina “o sciarpa” di cui si sta discutendo adesso qui.

          • La notizia infatti è interessante. Anche per come è raccontata. La giornalista definisce, in un primo tempo e di sfuggita, gli operatori dell’ associazione come ” sentinelle “, che ha un vago sapore retrogrado religioso. Ma la cosa che mi colpisce di più è che siano stati multati solo gli operatori dell’ associazione. Considerando le persone in fila come soggetti passivi ed inermi, sobillati dai volontari. Anziché persone titolari del diritto di scegliere di scendere in piazza per ottenere cibo. Ovviamente multare tutti avrebbe potuto spingere ad una ” sommossa “, quindi si è deciso di isolare i ” cattivi “. La deriva di questa situazione come già sottolineato, in moltissimi post pubblicati qui, è proprio quella di impedire organizzazione dal basso, attraverso divieti di assembramento motivati dall’emergenza. E quale scusa più efficace della pandemia? La mascherina equivale al bavaglio.

            • Precisazione: si tratta di un’attività nata, in quel di Porta Palazzo, sotto il nome di “Sentinelle dei rifiuti”, da qui l’utilizzo di quel nome, probabilmente.
              Penso che la multa solo agli operatori sia dovuta anche al fatto che siano stati ritenuti i responsabili dell’assembramento (oltre al fatto che, rivolgendosi ad un’utenza di persone senza fissa dimora, mi viene da sperare che siano stati trascurati per quello, senza infierire). La precisazione, nell’articolo, che gli operatori fossero di origini marocchine mi sembra una spia sospetta sulla sovrapposizione che sta avvenendo tra untore e straniero.

              • Per completezza riporto anche questo, appena uscito e convertito nel formato più amico che avete suggerito, piuttosto del link diretto

                https://archive.is/fFakF

                La multa è stata ritirata con annesse scuse, ricordando sempre che Porta Palazzo è nel pieno della discussione a causa della chiusura del suo mercato, il più grande di Torino e in una zona particolarmente sensibile e complessa a livello sociale la cui chiusura sta provocando, ovviamente, una serie di disagi che travolgono in maniera trasversale tutta l’utenza del mercato e che, in questo momento di blocco, comporta che le situazioni socialmente più marginalizzate facciano ancora più fatica a recuperare beni di prima necessità o a sfruttare/reperire quelli che erano i servizi di redistribuzione integrati nel mercato

        • Grazie Bettino, per l’ approfondita disquisizione semantica. Ricalibrare le espressioni, dopo il violento shock iniziale imposto anche a colpi di definizioni falsamente rappresentative della realtà, è un modo per mantenere il baricentro “in asse”. La confusione viene alimentata proprio a partire dal piano semantico per diffondersi capillarmente come suggestione che acquisisce una potenza di immagine difficile da rimuovere. Mi sono resa conto che esercitando per iscritto il mio pensiero qui su Giap, insieme a tutti gli altri, ho imparato a mettere meglio a fuoco le cose, nello sforzo di dover affinare il vocabolario per partecipare ad un discorso collettivo. Questo ci sta aiutando a definire meglio le nostre posizioni, passando attraverso, a volte, anche le singole cavillose ridefinizioni delle parole. Ho imparato più qui su Giap, nel corso degli anni, che altrove.

      • Ciao, vi seguo da anni ma non ho mai commentato o partecipato attivamente alle discussioni. Colgo l’occasione per ringraziarvi di tutto il materiale di riflessioni che fornite, voi Wu MIng, ma anche tutti gli utenti che forniscono spunti e visioni nelle discussioni.
        Sulla questione dei termini usati durante questo periodo ci sarebbe tantissimo da parlare, del modo in cui alimentano un ambiente mentale claustrofobico ed oppressivo, come se non bastasse quello fisico in cui ci troviamo incastrati.
        Vi segnalo due link a riguardo che, secondo me, essendo puramente “tecnici”, sottolineano come spesso la “distopia reazionaria” che si viene a creare sia anzitutto figlia di una grande ignoranza di partenza, poi reiterata a caso, fatta girare (11!!1). Verrebbe quasi da pensare che i termini vengono letti al volo e poi semplicemente, automaticamente, “condivisi” o retwittati”.

        http://blog.terminologiaetc.it/2020/04/07/differenza-distanza-sociale-fisica-interpersonale/

        http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/parole/parole_nel_turbine_3.html

        Grazie ancora, ciao.

  26. Una cosa simile è capitata anche a me. I primi giorni della diffusione del virus, colui che indossava la mascherina veniva un po’ deriso, o almeno risultava essere l’elemento bizzarro, un po’ paranoico, della massa – anche sui social, dove, seguendo la chiacchiera mainstream, si ripeteva che la maschera era inutile, etc.-. Finché, improvvisamente, scendendo di casa una settimana dopo il lockdown, era cambiato tutto: ora ero io ad essere l’elemento guardato con sospetto dagli altri. Il solo fatto di non avere la mascherina mi trasformava agli occhi di tutti gli altri muniti con la mascherina come untore, reietto. Dopo aver atteso il mio turno di fila, il negoziante mi ha esplicato quello che in realtà era il pensiero di tutti gli altri: «Giovanotto, questa volta faccio eccezione, però la prossima volta se non porti la mascherina non ti faccio entrare; altrimenti la polizia fa problemi anche a me» . Naturalmente, a nulla è servito dirgli che non era obbligatorio secondo il dpcm, o parlargli delle indicazioni dell’OMS: non mi avrebbe fatto entrare più se non avessi portato la mascherina. Per paura, certo. O forse anche per il “danno d’immagine” che gli stavo arrecando, agli occhi degli altri acquirenti. Fatto sta che, non avendo la mascherina, la volta dopo sono andato dallo stesso negoziante con una sciarpa, pur sapendo che è pantomima e non ha nessun effetto di protezione sanitaria: almeno, però, non venivo visto come potenziale untore; reietto. Benintesi, scrivo da un territorio con elevato livello di anomia, dove coloro che indossavano la mascherina non rispettano tante altre norme o regole. Ciò che mi ha colpito è che la legge, chiamiamolo anche dispositivo, non è stato accettato in virtù dell’efficacia della norma, della sanzione penale o amministrativa; dell’indicazione scientifica dell’OMS, della potenza dell’influencer; no, nulla di tutto questo. La pantomima, a cui, purtroppo, anche io mi sono adeguato, è avvenuta attraverso l’interiorizzazione di una paura che, da singolare diviene collettiva: e la maschera mi serve a proteggermi non dal virus, ma dal meccanismo sociale del capro espiatorio. Andrebbero rilette alcune pagine di R. Girard a tal riguardo.

    • E adrebbe riletto anche Gabriel Tarde, Le leggi dell’imitazione, 1890:

      «Questa specie di paralisi momentanea della mente, della lingua e delle braccia, questa perturbazione profonda di tutto l’essere e questo spossessamento di sé che chiamiamo intimidazione, meriterebbero uno studio a parte. L’intimidito, sotto lo sguardo di qualcuno, sfugge a se stesso, e tende a diventare docile e malleabile da parte degli altri; egli ne è consapevole e vorrebbe resistere, ma riesce soltanto a bloccarsi goffamente, con tanta forza da neutralizzare l’impulso esterno, ma non abbastanza per riconquistare il suo impulso proprio. Ma quando la timidezza è cessata, e ci siamo, come si suol dire, messi a nostro agio, significa forse che ci siamo smagnetizzati? Niente affatto. Mettersi a proprio agio, in società, significa mettersi al tono e alla moda di questo ambiente, parlare il suo gergo, copiare i suoi gesti e infine abbandonarsi senza resistenza a queste molteplici e sottili correnti di influenze ambientali, contro le quali poco prima si navigava invano, e abbandonarsi al punto da perdere ogni coscienza di questo abbandono. La timidezza è una magnetizzazione cosciente, e, di conseguenza, incompleta, paragonabile a quella semi-sonnolenza che precede il sonno profondo, in cui il sonnambulo si muove e parla. È uno stato sociale nascente, che si verifica tutte le volte che si passa da una società a un’altra, o che si entra nella vita sociale pubblica all’uscita dalla famiglia.»

  27. https://archive.vn/zR6zl
    Un contributo al nuovo galateo della mascherina lo regala l’innominabile fascista che immagino si riferisca a quelle con valvola a flusso monodirezionale che dovrebbero essere riservate al personale sanitario nei reparti ad hoc e che invece i politici e le autorità amano sfoggiare ( le indossano i militari e i carabinieri ho notato). Ecco: credo che la mascherina diventerà uno status symbol e sará indicativa della propria posizione sociale ed economica. Ieri le Hogan, oggi l’agognato tutore che permetterà di distinguere tra “poveracci” ovvero gente comune con quelle chirurgiche o pezze fai da te ed il VIP che invece ostenterá mascherine griffate o con filtri super megagalattici.

  28. Proposta: invece di mettere su Giap tutti questi link a Repubblica (ma anche ad altri siti mainstream che fanno clickbaiting e raccolta dati, oltre a fare informazione scadente e capziosa), salviamo ogni volta una copia della pagina con Archive Today e linkiamo quella. La pagina salvata non avrà javascript né altri elementi attivi, niente popup, niente cookie che sniffano dati. A titolo di esempio, ho convertito tutti i link a repubblica.it (e altri siti del genere) presenti nei commenti di questa discussione in link a copie archiviate.

    • Grazie, cercavo appunto questa informazione perchè mi disturbava non poco portare click a repubblica o altre testate che in questi giorni stanno facendo anche vergognose campagne abbonamento. Purtroppo non ero ancora riuscito a trovarla. Mi chiedo se non convenga inserire la richiesta e l’eventuale indicazione su come fare, in coda agli articoli postati o anche come intro alla sezione commenti. Questo anche considerando i continui nuovi arrivi che potrebbero non aver letto questa salubre proposta o chi, come me, pur avendolo pensato di propria sponte non è in grado di trovare la soluzione adatta.

      • Non c’è bisogno di essere così prescrittivi, confidiamo nell’effetto contagioso delle buone pratiche e nella capacità che ha una comunità di autoregolarsi :-) Per dire, su Giap quasi nessuno pubblica più URL di Facebook direttamente, quasi tutti usano invidio.us per “filtrare” i link a YouTube e usano Nitter per non linkare Twitter. Pian piano queste procedure si fanno strada.

  29. Cercherò di essere il più conciso possibile. Io sono contrario a queste misure ultra-restrittive da sempre perché sento lesi i miei diritti (egoista, lo so). Leggo molti bei commenti e articoli, si studiano la retorica, il frame comunicativo, gli abusi di potere ecc. Tuttavia alla fine siam sempre lì: senza chiusura forte i posti letto finiscono e la gente muore (di più). Soluzioni?
    Perché ok carino leggere di e con tutti queste voci fuori dal coro, dal “pensiero dominante”, ma alla fine il problema rimane.
    E non ditemi che non bisognava tagliare la sanità: anche se avessimo 10x i posti di terapia intensiva non ce ne sarebbe per tutti, senza chiusure.

    • “Chiusura forte” non vuol dire nulla. Ogni paese ha agito con diversità sostanziali. Nessuno qui ha mai sostenuto che non si dovesse attuare una qualche forma di chiusura. Sono settimane che discutiamo di questo. Davvero, non puoi arrivare qui e far finta che il dibattito sia rimasto a 700 commenti fa. Questo sì che è davvero egoista. Fai almeno la fatica di leggerne qualcuno e di entrare in argomento. Altrimenti il tuo contributo non è conciso. E’ inutile.

    • Pier, il tuo conciso commento è un festival di errori d’impostazione e fallacia logica. Pensa se non fosse stato conciso!

      «Chiusura forte» è un’espressione generica per mezzo della quale, è evidente, metti insieme cose diversissime tra loro e addirittura prive di collegamento. Ma non è colpa tua, è la narrazione che si è costruita. Non c’è alcun collegamento scientificamente fondato tra il divieto di uscire di casa e «i posti letto che finiscono». Non c’è alcun collegamento scientificamente fondato tra il divieto di stare all’aria aperta e «la gente che muore». Non c’è alcuna consequenzialità logica tra l’evitare di ammassarsi e l’obbligo di portare la mascherina ovunque. Inoltre: il fatto che una misura sia in linea di principio giusta non significa che poi si debba tacere se la sua messa in pratica è incongrua o stupida. Soprattutto, il fatto che una misura sia giusta non implica che si debba per forza accettare acriticamente tutto il pacchetto. Non c’è affatto, non c’è mai stato un unico pacchetto possibile, perché non c’è una sola via per contenere l’epidemia.

      E la via italiana è lungi da poter fare da modello: siamo il paese con più alto tasso di mortalità, non abbiamo fatto il lockdown ad Alzano e Nembro perché non voleva Confindustria, abbiamo infettato gli ospedali con una serie impressionante di errori, abbiamo trasformato RSA e case di riposo in luoghi di morte di massa per coronavirus… Una condotta non solo negligente ma criminale, dalla quale si è cercato di distogliere l’attenzione mettendo la popolazione agli arresti domiciliari, vietando de iure o de facto di prendere una boccata d’aria (quasi un unicum in occidente) e colpevolizzando i singoli cittadini: i runner, chi esce «senza motivo», i vecchi che fanno «troppe volte» la spesa ecc.

      Tu parli di terapia intensiva e dici che nemmeno con diecimila posti si sarebbe potuta fronteggiare la situazione. Ma l’errore è già quello di incentrare il ragionamento sulla terapia intensiva. A una situazione in cui si finisce in tanti in terapia intensiva non si sarebbe proprio dovuti arrivare, come giustamente scrive Ardini nel link che ho messo poco sopra:

      «la strategia [seguita in Germania] – appena rilevati sintomi di febbre le persone vengono testate e subito ricoverate – ha sicuramente contribuito a diminuire la letalità del virus.
      Come rilevato da molti virologi, infatti […] si dovrebbe evitare che i pazienti raggiungano lo stato in cui l’infezione attacca i polmoni, aggravandosi, per cui diventa poi necessario il ricovero in terapia intensiva (accrescendo la probabilità di morte). In Italia, in generale, si è seguita la pratica di “stare a casa, anche se si ha la febbre” per contattare poi il medico e farsi ricoverare se la situazione peggiora.»

      L’altro errore contenuto nel tuo commento è ritenere che si stia parlando della mia/tua libertà anziché della nostra, ovvero pensare sia una faccenda puramente individuale. E infatti usi l’epiteto «egoista». Peccato che invece si stia parlando delle libertà di tutte e tutti, degli spazi che sarà o non sarà possibile usare per un agire collettivo. Come ho già fatto altre volte, cito da un articolo uscito sull’Avvenire l’11 marzo scorso, perché riassume in poche righe la portata di quanto è accaduto mentre gran parte delle persone pensava si trattasse “solo” di non poter fare una passeggiatina:

      «[…] Questi decreti hanno messo in campo la più intensa limitazione dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione dal momento in cui questa è in vigore, cioè da 72 anni a questa parte: non è solo limitata la libertà di circolazione, ma anche quella di riunione, così come il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro e la libertà di iniziativa economica, nonché, almeno in parte la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà religiosa e la stessa libertà personale […]»

      Sarà mica «egoismo» far notare queste cose?

    • Ciao Pier.
      Pur non avendo nessuna certezza, posso pensare che se verosimilmente avessimo avuto a disposizione strutture sanitarie in grado di

      *prevenire efficacemente la diffusione del virus (esemplare la superficialità -se non il dolo- nel caso della gestione dell’ospedale di Alzano Lombardo),

      e nell’eventualità di un’emergenza…

      *gestire prontamente la situazione avendo a disposizione personale e mezzi atti allo scopo,

      saremmo probabilmente(fatte tutte le necessarie interpolazioni) nella situazione della Germania, che infatti è in grado di accogliere addirittura malati provenienti dall’Italia.

      In Italia non avremmo dovuto avere i 6/7 mila posti totali di terapia intensiva, ma 10 volte di più…proprio come si presenta oggi la situazione tedesca, che mette a disposizione un potenziale di 650mila posti (il 10% della popolazione), all’incirca quelli che sarebbero necesari anche per la popolazione italiana…
      E in Germania non ci sono state “chiusure” paragonabili alla nostra quarantena variegata e temperata dai ras locali (vedi discussione dedicata “Ma è vero che nel mondo…”)
      anzi…l’attività fisica all’aperto è “selbstverständlich” ovviamente,certamente consigliata, nel rispetto di una distanza…civica. (eh, già).

      La “chiusura”/quarantena all’italiana che vedo tu ritieni imprescindibile, stiamo capendo… è UNA modalità di intervento per la riduzione della pandemia e dei suoi potenziali effetti, perchè la gravità della pandemia non dipende solo e soltanto dal VIRUSSS, ma anche dalle strutture sociali che un paese si è dato. (tutto ciò NON venga inteso come un apologo della Germania e delle sue politiche, sia chiaro; in questo caso il funzionamento di quella società sembra rivelarsi meglio programmato e gestito della nostra,semplicemente).

      Perciò rispondo alle tue ultime due righe : se avessimo avuto “10x posti di terapia intensiva” in più…verosimilmente non ci sarebbe stata QUESTA emergenza, che in effetti sta tramutandosi in un “teatrino”, simbolicamente concretizzato nella figura simbolica della “mascherina”.

      • Quando ho letto “650 mila posti” ho fatto un salto sulla sedia, esclamando “anvedi però, i tedeschi”. Ma invece.. 650,000 sono i letti d’ospedale:
        https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_hospital_beds#cite_note-Rhodes2012-22
        L’Italia ha bisogno di letti d’ospedale? Non dovrebbe:
        https://covid19.healthdata.org/italy
        L’Italia ha bisogno di posti in rianimazione. Si spera, peraltro, sempre meno, sino a che rientrerà in una fase meno intensa del contagio.
        A quel punto, sarà certo il caso che vi interroghiate sull’utilità delle mascherine (beninteso, lo potete fare anche adesso) e delle molte altre misure, molte delle quali palesemente restrittive di libertà e diritti sanciti dalla Costituzione.
        Non credo vi sia tanto da discutere sull’opportunità di praticare il social distancing, ora e fin tanto che il contagio durerà – resta piuttosto da vedere dove e come procederanno all’allentamento delle restrizioni.

        • Claudio, il «finché dura non parliamone», l’«adesso non è il momento», il «dopo vedremo»… Tutto questo NON funziona. Non c’è un vero e proprio «dopo», e mentre si aspetta quel «dopo», il durante impone cose che rimarranno e non si potranno più discutere.

          L’Italia avrebbe avuto bisogno eccome di letti d’ospedale, letti “generici”, non solo terapia intensiva, perché la cosa più intelligente da fare sarebbe stata testare la popolazione e organizzare la quarantena dei positivi fuori casa, in strutture attrezzate, come infatti hanno fatto in Cina, dopo aver constatato che la clausura domestica aumentava i contagi. Non sto di nuovo a linkare gli studi, gli articoli, la conferenza della dottoressa Xiong Ling ecc.

          Ma anche in generale, se parliamo di futuro del SSN e non solo di emergenze gestite col fiato sul collo, l’Italia ha bisogno di più posti-letto (ne abbiamo persi circa 330.000 dagli anni Ottanta a oggi), più reparti, più giorni medi di degenza, più presidii sanitari sul territorio. Nel periodo 2010-2019 le ricette neoliberali e le politiche di austerity hanno sottratto alla sanità 37 miliardi di euro. Dalle 650 USL del 1978 si è passati alle 101 ASL di adesso.

          • Aggiungo che proprio la penuria di posti letto, e non di terapie intensive, ha spinto la Regione Lombardia a emettere la famigerata delibera XI/2906 dell’8 marzo 2020, dove si chiedeva alle RSA del territorio di assistere pazienti “Covid positivi a bassa intensità”, con il risultato di trasformare quelle residenze per anziani nelle bombe virali da centinaia di morti che tutte quanti ben conosciamo.

            • Booing. Avete ragione.
              Vi posso a questo punto fare un paio di domande (anche se fuori tema)?
              1) L’epidemia ha colpito il Nord Italia, dove immagino vi siano più letti d’ospedale che al Sud (poi magari non è vero, ma non ho modo di verificare). Resta il fatto che non sono comunque pochi neanche quelli a disposizione, mediamente, su base nazionale. Ne devo dedurre che la Germania si stava preparando a un’epidemia di questo tipo? o mi sfugge qualcosa.. Voglio dire, hanno risorse che in un tempo normale erano probabilmente eccessive.
              2) Evidentemente (ed auspicabilmente), con l’uscita dalla fase di emergenza si dovranno elaborare strategie nuove, volte al ritorno alla normalità e a convivere, in ogni caso, con un’epidemia “lenta”. Partendo dalle risorse che abbiamo, direi che molto dipenderà dal senso civico degli Italiani, ché a rimettere sotto stress un sistema sottodimensionato già di suo ci vuol poco.. Come pensate che si debba agire, per fare appello al senso civico degli Italiani? Ci hanno provato con la paura (il “virus nell’aria”), usano peraltro la coercizione e si appellano alla delazione, ma deve venire un momento in cui ci si ricomincia a fidare gli uni degli altri. Non pensate che sia venuto il tempo per un salto di qualità?
              Qualcuno pensa all’anarchia come ad un’assenza di regole, io invece la penso come un insieme di regole condivise.
              Certo, posso capire che se poi la regola da condividere è una stupidaggine totale (tipo la mascherina?), allora ci vuole la polizia per farmela rispettare, questa regola.
              Ma se invece mi dicono “no assembramenti” – mi pare che su questo punto siamo d’accordo tutti – e io organizzo di nascosto una bella festa di ferragosto con tutti i parenti e gli amici, allora vuol dire che non mi merito nessuna fiducia, solo lo stato di polizia.

              • Scusa Claudio ma questa è una delle cose che a me fa sempre una certa impressione: io faccio un festa a ferragosto e tu ti meriti lo stato di polizia? Mi pare di aver capito che sono saltate tante cose in questi due mesi scarsi, una di queste è il senso delle proporzioni, (un’altra la balorda analisi costi benefici che noi facciamo praticamente in ogni momento della nostra vita). Se tu metti regole sensate e relative sanzioni sensate (io preferirei incentivi ma vabbè) se qualcuno trasgredisce paga la sanzione. Nello specifico il tuo ragionamento è molto legato appunto allo smarrimento del senso delle proporzioni: se faccio una festa io non infetto il paese, faccio correre dei rischi ad un numero elevato di persone. Sono cose diverse. Se io rapino una banca non è che l’intero mio condominio dev’essere sbattuto in galera no?

                • Ma io parlo di fiducia e senso civico. Se io rispetto una regola di convivenza civile, facendo un sacrificio, mi aspetto che lo stesso facciano gli altri. Dimentica l’espressione “stato di polizia” e sostituiscila con “decreto legge”. Se lo stato chiede a me e a te di non fare assembramenti, io penso che, siccome riconosciamo la giusta causa della richiesta (su questo siamo d’accordo, no?), noi ci impegniamo a non fare assembramenti. Quello che invece organizza la festa di ferragosto, mancando di senso civico, tradisce la fiducia dello stato (e quella mia e quella tua). Lo stato deve fare un decreto legge, che offende me e te che abbiamo senso civico, ma si adatta perfettamente alla mancanza di senso civico dell’altro stronzo festeggiatore. Che sia poi sanzionato in proporzione a quello che ha fatto, a me sta bene. Non ho mica scritto che si merita la galera.
                  Ho usato l’espressione “stato di polizia” perché è quello che vedo accadere, dal mio punto (remoto) d’osservazione, anche attraverso le cronache e i commenti qui pubblicati.
                  Quindi no, hai ragione, per uno che infrange una regola di convivenza, se anche fondamentale in presenza di un’epidemia pericolosa, non ci si merita tutti lo “stato di polizia”.
                  Tuttavia, forse la mia percezione è distorta dai troppi anni trascorsi all’estero, il fatto che in Italia la convivenza tra persone sia avvelenata dalle furbizie di una minoranza (minoranza?) mi si palesa ogni volta che torno.
                  Ecco, io dico che questa volta non si deve proprio scherzare: l’infrazione “innocente” (ossimoro?) ad una regola di convivenza vitale, no, proprio non vale!
                  (dico “vitale” per la sopravvivenza dei diritti, non mi fraintendere)
                  (io tra 4 mesi devo tornare in Italia e per sempre, con tutta la famiglia; scelta di vita; cosa faccio? vado a vivere in un quartiere popolato di soli lettori di questo blog?)

                  • Si parla di decreti legge, stato, senso civico, polizia, regole, restare a casa, etc. come se fossero strumenti e condizioni neutre o come se fossimo tutti sbarcati da Marte 2 minuti fa. Come se il virus avesse cancellato la storia in toto. Come è possibile? Perchè ora, proprio ora, improvvisamente, le misure adottate dallo stato e dalle sue propaggini sono indiscutibilmente per il bene comune e la salvaguardia della cittadinanza? Siccome il virus è reale (non come tutte le cazzate di cui abbiamo parlato fino a due mesi fa!?) ora va bene tutto. Capisco che questo è uno sfogo che non contribuisce all’evoluzione del discorso ma non riesco a credere che sia questo il piano del discorso, anzi mi rifiuto di crederlo.

              • Sarebbe così strano se la Germania si fosse preparata a un’epidemia di influenza/SARS? Senza contare COVID-19, ce ne sono state tre negli ultimi vent’anni (l’aviaria nel 2002, la suina nel 2009, la MERS nel 2012), e gli esperti hanno sempre avvertito che ce ne sarebbero potute essere di peggiori. I paesi meno colpiti da COVID-19 erano i più preparati, essendo già stati colpiti dalle epidemie/pandemie precedenti

                Sul senso civico in senso lato: è esattamente l’argomento dell’articolo a cui stiamo commentando, cioè principalmente una performance, di dubbia efficacia “tecnica” e principalmente una dimostrazione di partecipazione e consenso

                Ceterum autem censeo che il rilassamento parziale del lockdown (“fase 2”) non abbia alcun valore epidemiologico, perché contrasta l’immunizzazione naturale, e servirà solo ad avere un secondo picco attorno a novembre. La decisione di procedere in questo modo mi sembra basata su una sensazione di poter, in qualche modo, negoziare con il virus

            • Ciao, dei fatti (quelli raccontati dagli autori in tutti gli articoli e dibattuti riccamente ed ampiamente) non c’è niente … altro di fondamentale da capire, per ora.
              Domando: la questione è solo quella del diritto a parlare liberamemte in modo razionale dell’emergenza, nononstante fosse in corso, o c’è anche quella che l’emergenza in atto debba essere contrastata concretamente proprio perché pericolosissima per le derive che le sue articolazioni hanno avuto e continuano ad avere (per la natura prorpria dell’emergenza stessa) sul piano sociale, civile, giuridico, economico, politico, sanitario, antropologico e psicologico relazionale?
              Proviamo a seguire la nottola o attendiamo la civetta?
              Continuiamo ad aspettare la pioggia ( affacciati alla finestra di casa) per non piangere da soli?
              Agiamo, in strada, collettivamente un “adesso basta punto” consapevoli delle conseguenze o no?
              Baci
              Andrea Cardinale

              • Nel commento precedente ho scritto per errore nottola invece di talpa.

                Ciao, dei fatti (quelli raccontati dagli autori in tutti gli articoli e dibattuti riccamente ed ampiamente) non c’è niente … altro di fondamentale da capire, per ora.
                Domando: la questione è solo quella del diritto a parlare liberamemte in modo razionale dell’emergenza, nononstante fosse in corso, o c’è anche quella che l’emergenza in atto debba essere contrastata concretamente proprio perché pericolosissima per le derive che le sue articolazioni hanno avuto e continuano ad avere (per la natura prorpria dell’emergenza stessa) sul piano sociale, civile, giuridico, economico, politico, sanitario, antropologico e psicologico relazionale?
                Proviamo a seguire la nottola o attendiamo la civetta?
                Continuiamo ad aspettare la pioggia ( affacciati alla finestra di casa) per non piangere da soli?
                Agiamo, in strada, collettivamente un “adesso basta punto” consapevoli delle conseguenze o no?
                Baci
                Andrea Cardinale

              • Nel commento precedente ho scritto per errore nottola invece di talpa.

                Ciao, dei fatti (quelli raccontati dagli autori in tutti gli articoli e dibattuti riccamente ed ampiamente) non c’è niente … altro di fondamentale da capire, per ora.
                Domando: la questione è solo quella del diritto a parlare liberamemte in modo razionale dell’emergenza, nononstante fosse in corso, o c’è anche quella che l’emergenza in atto debba essere contrastata concretamente proprio perché pericolosissima per le derive che le sue articolazioni hanno avuto e continuano ad avere (per la natura prorpria dell’emergenza stessa) sul piano sociale, civile, giuridico, economico, politico, sanitario, antropologico e psicologico relazionale?
                Proviamo a seguire la talpa o attendiamo la civetta?
                Continuiamo ad aspettare la pioggia ( affacciati alla finestra di casa) per non piangere da soli?
                Agiamo, in strada, collettivamente un “adesso basta punto” consapevoli delle conseguenze o no?
                Baci
                Andrea Cardinale

        • Nessuno qui sta mettendo in discussione la necessità del distanziamento fisico.
          Si sono poste una serie di domande sui modi in cui si è affrontata l’emergenza e, fra l’altro, anche sull’effetto che i provvedimenti presi possano avere sulla diffusione del contagio.
          Le interviste a Burgio e Pancino, linkate qui in questi giorni, dicono una serie di cose chiare: il contagio si contrae soprattutto in ambienti chiusi, specialmente se non ben areati. Fuori, mantenendo le distanze, il rischio è minimo. Qui ci sono persone che hanno paura ad aprire le finestre, anziani costretti a stare a casa con familiari che vanno al lavoro e rischiano di contagiarsi, fabbriche aperte con, a quanto ne so, pochissimi o nessun controllo sulle misure prese all’interno.
          E’ già stato detto più volte che questo concentrare tutta l’attenzione sui passeggiatori sembra proprio aver lo scopo di additare capri espiatori per nascondere le vere responsabilità.
          Tra l’altro, i dati sulle sanzioni comminate rispetto ai controlli affettuati sembrano dire che gli italiani hanno preso la cosa molto sul serio, che è anche l’impressione che ho io dal mio limitato angolo di visuale. Sarebbe interessante verificare quante di queste sanzioni sono simili ai casi testimoniati su questo blog, o ad altri di cui ho letto altrove. Sta di fatto che i media, che sembrano andare a caccia dell’untore, hanno trovato ben poco da segnalare, se non le famose foto zoomate di cui si è già parlato e poco altro.

    • Beh in realtà di misure “alternative” ce ne sono molte e molti le hanno proposte in alternativa a quella di stampo medievale che stiamo adottando ora dall’efficacia dubbia (abbiamo fatto tutto questo per non far collassare il sistema e il sistema almeno in Lombardia è collassato, pare brutto ricordarlo mentre si continua a difendere a spada tratta il ssn ma è così).

      Ad ogni modo: qui l’epidemiologo che ha portato a zero i casi di Vò, ricorda come secondo lui si è fatto il contrario di ciò che si doveva fare, ovvero isolare i primi focolai e non 60 milioni di persone
      https://www.globalist.it/science/2020/03/22/crisanti-epidemia-di-coronavirus-in-italia-numeri-inesatti-male-contenimento-e-monitoraggio-di-positivi-2054890.html

      Dopo di che la comunità scientifica ormai IMPLORA di passare ai test a tappeto per passare all’isolamento selettivo
      https://www.scienzainrete.it/articolo/potenziamo-servizi-territoriali-preparare-lisolamento-selettivo/paolo-dargenio/2020-04-06
      https://www.wired.it/scienza/medicina/2020/03/25/ricercatori-italiani-appello-conte-tamponi/

      E infine lei parla di chiusura forte, ma non c’è nessuna chiusura forte ne chiudere i bar e lasciare aperte le fabbriche, come se fossimo già immemori di quel che è successo a Bergamo
      https://www.internazionale.it/reportage/annalisa-camilli/2020/03/25/bergamo-lombardia-coronavirus
      La Cina ha fatto una chiusura forte e ne è venuta fuori in una sessantina di giorni. Noi siamo a 40 giorni con il doppio dei morti e un picco che forse si intravede ma forse anche no (dati di oggi in lieve rialzo come si vede dagli aggiornamenti: https://lab24.ilsole24ore.com/coronavirus/ )
      Sarà forse che in questi 40 giorni invece di pensare a un idea per trattare diversamente regioni che hanno 500 casi da quelle che ne hanno 60mila siamo stati a correggere le virgole sul modulo dell’autocertificazione?

  30. Si, non volevo essere prescrittivo, ci mancherebbe. Probabilmente mi sono spiegato male. Intendevo che trovavo molto utile l'indicazione, esattamente così come quella che hai scritto ora su invidio.us o nitter e mi chiedevo se ad altri, come a me, avrebbe potuto far comodo trovare indicazioni su come ripulire i link. Semplicemente perchè con tante interazioni magari non tutti avrebbero visto il tuo messaggio. 

    Ma daltro canto potevo anche sbattermi di più io nella ricerca di qualche link ripulito, hai ragione :-)

  31. Scusa, Pier, ma non mi sono chiari due concetti del tuo discorso. Il primo: paragoni la tua reazione a quella che tu stesso definisci una “ lesione dei tuoi diritti” ad un moto di egoismo. Mi pare perlomeno inappropriato perché veder compressi in tal misura diritti fondamentali non è esattamente una questione di egoismo ma una preoccupazione ben più profonda. Egoismo già di per sè ha una accezione negativa e rimanda al discorso trito e ritrito che se metti in discussione ciò che accade sei un traditore della patria e un meschino che non ha rispetto per chi in questo frangente sta soffrendo o sta adoperandosi per salvare delle vite umane. In secondo luogo non ho mai letto un solo commento qui su Giap che negasse l’esigenza di adottare delle precise prescrizioni per evitare una catastrofe. Semplicemente si sviscera il problema e lo si analizza così portando in luce contraddizioni e criticità delle soluzioni che in gran parte sono assolutamente inutili ai fini del contenimento dell’epidemia.
    Infine, riguardo certe decisioni non credo competano ai cittadini del cui senso civico si sta fin troppo abusando in queste settimane.

  32. Vi segnalo la situazione in Liguria. Mascherine elettorali a tutti da domani https://www.ivg.it/2020/04/coronavirus-le-mascherine-gratis-per-tutti-i-liguri-saranno-consegnate-solo-a-domicilio/ ed iniziativa del sindaco della nostra città (un medico) che si distingue per la ‘collaborazione’ richiesta ai cittadini/delatori https://www.ivg.it/2020/04/coronavirus-segnalazioni-da-cittadini-e-comitati-e-focus-sui-parcheggi-la-stretta-di-albenga-per-pasqua/. Distintosi entrambi per la totale mancanza di trasparenza dei dati forniti da Alisa (Sistema sanitario regione Liguria)mai resi fino al 05 Aprile distinti per provincia (unica in Italia) e tuttora con un “ammorbidimento” dei dati offerti ai sudditi https://www.ivg.it/2020/04/coronavirus-ecco-perche-secondo-il-governo-i-casi-in-liguria-sono-molti-di-piu/ Tutto doverosamente amplificato dai quotidiani nazionali. Non altrettanto per la mala gestio del problema RSA https://www.ivg.it/2020/04/coronavirus-al-trincheri-due-nuovi-morti-i-decessi-salgono-a-23-domani-i-test-su-tutti-i-pazienti/

  33. https://www.ivg.it/2020/04/coronavirus-al-trincheri-due-nuovi-morti-i-decessi-salgono-a-23-domani-i-test-su-tutti-i-pazienti/
    Questa mattina verso le 9 mi presento di fronte al supermercato dal quale mi fornisco normalmente e chiedo al volontario di poter avere una delle mascherine chirurgiche in distribuzione gratuita. Segnalandomi l’esigua quantità in suo possesso (una sola scatola da 50 pz) mi fa notare che ne ho già una faidate in mano (me la porto dietro da quando il sindaco/medico ha emesso un’ordinanza che la rende obbligatoria nei locali chiusi quali supermercati farmacie uffici pubblici ecc.). Le indicazioni ‘superiori’ gli vietano di consegnarla a chi ne abbia già una ma mi rassicura sul ricevimento tramite posta di quella regionale. Conferma serenamente a me come agli altri in coda che comunque non avrebbero maggior protezione della mia o di un foulard…

  34. https://www.ivg.it/2020/04/ottomila-mascherine-donate-ad-albenga-saranno-distribuite-ai-cittadini-bisognosi/
    Scusate il link di riferimento era questo ed ora non so come fare a raggiungere il numero di battute sufficienti richiesti “per via della tumultuosa crescita del numero dei commenti su Giap, del carico di lavoro redazionale che la situazione comportava”. Volevo solo confermare quanto le indicazioni fornite ai cittadini siano del tutto contraddittorie e lasciate all’improvvisazione dei singoli operatori. Già che ci sono mi associo ai commenti di chi vi ringrazia per l’aiuto nel mantenimento del giusto senso critico in circostanze come questa :)

  35. Penso che il dibattito innescato (involontariamente) da Pier possa essere interessante, soprattutto alla luce della puntualizzazione di WM1 e degli interventi successivi. Si poteva agire diversamente 20-30 giorni fa? Si può agire diversamente adesso? Intendo diversamente dallo state tutti a casa.
    Sono settimane che ci dicono che si, dobbiamo stare tutti a casa ma questo costa al sistema l’ira di Dio. E allora mi chiedo: quanto costa (o quanto sarebbe costato finora) fare test a tappeto, soprattutto a coloro che manifestano lievi sintomi e come profilassi e cura gli viene semplicemente detto di riguardarsi (a casa). E se riusciamo a quantificare, cerchiamo di confrontare questo costo con quell’altro. Facendo un calcolo puramente “confindustriale”, ossia non tenendo conto dei lutti e del dolore, quanto sono costati al SSN i migliaia di giorni di terapia intensiva? Quanto sono costati i nuovi reparti messi su a tempi di record? Quanto sono costate le tonnellate di mascherine-feticcio? Come ha detto WM1 ricordando quanto fatto in Germania, la copertura estesa con i tamponi ha evitato, lì, migliaia di ricoveri in terapia intensiva.
    Sono convinto che questo governo, nell’emergenza, abbia fatto cose buone nella gestione della situazione. Tuttavia, ed è stato ricordato in vari post, ha commesso anche errori esiziali: si poteva (e si potrebbe) dirottare qualche risorsa sull’acquisto di tamponi, reagenti e pcr, sulla formazione di biologi, CTF e tecnici per eseguire tamponi e analisi (non ci vuole molto). E questo non ha nulla a che fare col taglio dei posti letto, col decentramento delle politiche sanitarie, col numero chiuso a medicina che sta privando questo paese di un’intera categoria professionale. Qui si parla di gestione dell’emergenza.

  36. Scusate se insisto, ma il punto focale è un altro. Le notizie oggi riportano che il governo è stato riportato a più miti consigli dagli esperti e dai dati che ancora ostinatamente non vogliono calare. Come annuncia ad esempio il Messaggero “proroga dunque del lockdown fino al 3 maggio prossimo e possibile valutazione da parte del governo della possibilità di autorizzare poche riaperture mirate, sempre nell’ambito di filiere essenziali. Una «ponderazione», come è stata chiamata, cioè, dell’elenco delle riaperture e istituzione di un nuovo Comitato di esperti, economisti e industriali, che affiancherà il Comitato tecnico scientifico per mettere a punto una road map, una griglia di regole per prefigurare le condizioni per una riapertura progressiva anche di altri settori della convivenza civile non secondari, a cominciare dai trasporti. ” Poi viene aggiunto che sono “pochissime le deroghe introdotte, tra queste quelle per le librerie e le cartolerie. Il testo non è ancora chiuso ma lo sarà nelle prossime ore, spiegano fonti di governo.” E’ quasi incredibile che venga utilizzata una tale circonlocuzione di parole e che venga annunciata l’istituzione di un nuovo Comitato di esperti, economisti e industriali per poi annunciare esplicitamente la sola apertura di librerie e cartolerie. Onestamente tutto il testo citato mi sembra un esercizio circense di presa per i fondelli. Il messaggio dietro tutto il paravento di espressioni circostanziate è condensato in quella “ponderazione” che altro non significa “vediamo come aprire tutto il prima possibile, ma senza che nessuno se ne accorga o abbia a dirne qualcosa”. In realtà già molte aziende hanno riaperto grazie al meccanismo della deroga e proprio nelle regioni più colpite come ci spiega uno dei giornali più legati agli industriali (https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2020/04/09/news/coronavirus-imprese-la-burocrazia-frena-la-ripartenza-1.38695942), mentre ci dicono che dobbiamo assolutamente rimanere a casa. Questa “ponderazione” è una di quelle exit strategy per riaprire senza annunciare la riapertura e aggirare minacce di sciopero pericolose (https://www.rassegna.it/articoli/gli-infermieri-di-piacenza-invertite-la-rotta-o-siamo-costretti-a-fermarci).

    • Pertanto ci tengo a ribadire che dibattiti come quelli in calce a questo post sono utili nel momento in cui creano una consapevolezza da cui si origina anche una proposta di azione. Serve una exit straegy pure a noi altrimenti il dibattito, per quanto interessante, rimane fine a se stesso o continua ad avvitarsi attorno a questioni meramente tecniche o scientifiche sul perché serva o meno la mascherina, questioni sulle quali come semplici profani abbiamo davvero poco da aggiungere. E nel frattempo grazie alla “ponderazione” del governo potremmo fare tranquillamente luglio, agosto, settembre (nero) a scoppiare di caldo in casa. Concentriamoci su come usare le contraddizioni nella comunicazione per riconquistare spazi di libertà. L’uso della mascherina ormai ce lo stanno imponendo e i motivi sono molteplici e sono stati brillantemente messi in luce, ma quello che ad esempio è importante per un azione sociale è che, mentre fino a un mese fa andare a volto coperto era vietato, in quanto rendeva irriconoscibili, grazie a un cortocircuito nella comunicazione istituzionale o dei media oggi andare a volto coperto è incoraggiato se non obbligatorio. Possiamo quindi renderlo da un’imposizione un punto di forza. Se il governo ci obbliga a casa per contenere l’epidemia, ma si para dietro le mascherine per rimandarci a lavoro, in maniera “ponderata” naturalmente”, a questo punto identificata la contraddizione e analizzatala sotto molti aspetti, dobbiamo discutere come aiutare a farla esplodere nel mondo reale. Per come la vedo questo potrebbe diventare un focus del dibattito. Gli spazi per agire ci sono e il sistema ce ne offre di nuovi ed esplosivi ogni giorno. Il nostro compito non può essere solo quello di studiarli e analizzarli, ma se vogliamo fare qualcosa deve essere anche quello di esplorarli e utilizzarli. Altrimenti non saremmo altro che complici del meccanismo che ci sta stritolando. Io la mia proposta l’ho fatta, ma vedo che è rimasta indiscussa e isolata. Svegliamoci e vediamo di capire come uscire da questa situazione o ad agosto saremo ancora qua flipparci il cervello su questo o quel decreto o articolo scientifico sugli scafandri facciali e la vitamina Y

  37. Sinceramente mi sfugge il senso di questo intervento di Senzatela. Vedo che da un lato ci si lamenta perché si è costretti a rimanere a casa, dall’altro ci si lamenta perché si sarà costretti a tornare al lavoro.
    Dovremmo agire per evitare di stare ancora ad agosto a “flipparci il cervello” a casa, ma dobbiamo evitare la “ponderazione” del governo che vorrebbe rimandarci al lavoro in maniera selettiva ma in realtà anche in maniera massiccia.
    L’apertura ponderata non sarebbe una misura per aggirare gli scioperi, a meno di non credere che i lavoratori siano una massa di idioti che vanno a lavorare senza accorgersene. E le fabbriche (gli operai) hanno l’arma dello sciopero. Arma che non è a disposizione di tutti. Un esempio? Le aperture mirate esistono già (nel centro commerciale che ospita il supermercato dove vado a fare la spesa, negozio di telefonia ed erboristeria non hanno mai chiuso), e a quanto pare non solo ogni regione ma ogni città fa più o meno come le pare. O ci mettiamo dalla parte dei commessi costretti a lavorare, e dunque diciamo che il lockdown deve essere totale (e rimaniamo chiusi dentro), o diciamo che deve riaprire tutto per non creare discriminazioni. O respiriamo di sollievo al sentire che il governo è stato riportato “a più miti consigli” dal comitato tecnico scientifico (contro il volere di confindustria che vorrebbe riaprire tutto e subito) o ci rammarichiamo del fatto che se continua così dovremo rimanere chiusi in casa col caldo.
    La contraddizione comunicativa del governo di cui parla Senzatela (tutti al lavoro ma con le mascherine, anche se non servono) è già stata messa in luce in vari post, è già stata analizzata. Ma nel momento in cui le organizzazioni sindacali sono d’accordo (si veda l’accordo in discussione ma ormai raggiunto con FCA) la contraddizione non è più tale, diventa prassi accettata. Forse un po’ di responsabilità ce l’abbiamo anche noi.

    • Qual è il senso che ti sfugge in “da un lato ci si lamenta perché si è costretti a rimanere a casa, dall’altro ci si lamenta perché si sarà costretti a tornare al lavoro”? Sei mai uscito di casa per motivi diversi dal lavoro? Se no, allora possiamo chiudere qui il discorso. Se invece sì, allora il senso dovrebbe essere molto chiaro. E’ semplicemente osceno questo strano operaio di Schroedinger che si sono inventati confindustria e il governo, l’operaio che in fabbrica non si infetta perché è fatto di acciaio al titanio, e invece diventa un sacco di merda infetta appena si attarda davanti all’uscio di casa a prendere una boccata d’aria (non ne parliamo se mai si attardasse davanti al cancello della fabbrica a scambiare due parole coi compagni di lavoro, magari dicendo cose poco carine su dio e sul tricolore). E questo per restare alla panza. Poi c’è la testa, ci sono le parole di Burgio, secondo cui all’aria aperta e a distanza di sicurezza il rischio di contagio è bassissimo, mentre al chiuso tutti pigiati nei posti di lavoro si creano focolai. E’ del tutto evidente che si manda la gente a rischiare il contagio per salvare il fatturato, e la si chiude in casa nel tempo libero per poi poter dare la colpa a chi ci mette 5 minuti di troppo a buttar via l’umido se i contagi non si fermano.

  38. D’accordo su tutto ma a quanto pare la mascherata della mascherina non serve neppure ad allentare la morsa sugli arresti domiciliari: di ieri il pizzino di Casalino tramite Corriere che fino ai primi di giugno non se ne parla http://archive.is/NLEKX . Ci vorrebbe davvero una contronarrativa, magari speculare ai disegni dei bambini alle finestre “andrà tutto bene”, i concerti e i canti dai balconi e buffonerie cialtrone varie, idealmente, senza sperare in una disobbedienza civile di massa, piccoli episodi di resistenza al delirio dell’isolamento. Per quel che ho letto sulle tecniche di propaganda, è sempre meglio il ridicolo, il registro comico, purtroppo il discorso logico e intellettualmente onesto non sposta di una virgola gli orientamenti.

  39. Vi segnalo che il presidente dell’ISS Silvio Brusaferro, intervistato da Repubblica il 6 aprile, sosteneva che le mascherine offrissero “poca protezione” al di fuori degli ambienti ospedalieri, ma che “è ormai chiaro che questi oggetti hanno un ruolo simbolico, sono non solo dispositivi medici ma talismani che possono contribuire ad aumentare il senso di protezione percepito nella popolazione”. A parte il fatto che di fronte di un bisogno reale di protezione aumentare il bisogno “percepito” (qualsiasi cosa sia) non mi sembra una grande idea, la dichiarazione Brusaferro è un bellissimo residuo di una storia secolare di intrecci tra medicina e saperi magici che si è interrotta (lentamente) solo a partire dall’800. La fonte è qui, ovviamente dietro il paywall https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/04/05/news/mascherine_dossier_coronavirus-253252019/

    • «Le mascherine sono talismani» + obbligo di talismano = superstizione di stato.

      • meanwhile, cito da repubblica odierna, “i controlli – è l’indicazione data dal Viminale ai prefetti – devono garantire un presidio del territorio diffuso e *percepibile* dalla cittadinanza.” insomma, gli italiani devono sentirsi *sotto assedio* per evitare che troppi “furbetti” vanifichino i risultati ottenuti ecc ecc…
        prosegue lo schema già collaudato della teatralità claustrofobica e del fatto che il giornalista in questione non trova affatto problematico “sentirsi sotto assedio”. Assedio che, a logica, viene portato dalle fdo (i droni, gli elicotteri, i check point) e che prospetta più che uno stato militarizzato un’invasione (degli ultracorpi?)

        • Sì, questa faccenda della sicurezza “percepita”, quest’insistenza ormai esplicita da parte di chi detiene il potere sulla cura delle “percezioni” collettive che sembra venga fuori direttamente dalla psicologia delle folle di fine Ottocento è un altro lascito, non so quanto consapevole, delle politiche del decoro che ha analizzato Wolf Bukowski. Il talismano di stato però è un’ulteriore salto, un po’ un carpiato, che dopo aver guardato all’indietro (magia) si proietta – purtroppo – in avanti (nuove forme del capitalismo autoritario).

  40. https://archive.is/8HPQg

    Trovo che questo intervento sia particolarmente lucido e conciso. Esente da patemi e soprattutto parli di un nodo fondamentale ovvero quello che non serve a nulla usare la costrizione, sarebbe più fecondo spiegare alle persone l’utilità delle misure. Qui sta il punctum dolens: certe misure non servono assolutamente a nulla e su questo non è che possiamo girarci intorno la formula magica “ non c’è evidenza scientifica che…”. No, sono proprio palesemente inutili e pertanto inaccettabili. La mascherina serve a poco tanto più se non usata correttamente? Pazienza, se indossarla in un market fa sentire più sicure le persone intorno a me la indosso. Ma all’aperto mi rifiuto. Dentro la mia macchina mi rifiuto. Idem per le uscite a scopo di svago. Non accetto più che siano vietate perché non sono correlate alla diffusione del virus. Vivo in un paese con 7000 abitanti circondato da km di campagne e coste. Neppure se uscissimo tutti insieme occuperemmo l’intero suolo e devo ancora sottostare a questa regola? Si può lavorare con le dovute precauzioni? Allora mi spieghino perché non si può fare sport o semplicemente USCIRE a respirare e camminare posto che è una delle attività più salutari che esistano. Qui é pieno di posti di blocco che manco in Cile negli anni ‘70. Se chi vi è preposto vede qualcuno in divisa da lavoro non fa una grinza ( badate, neppure se sono due colleghi nella stessa macchina senza mascherina) mentre se io metto il naso fuori o se passa un anziano che passeggia ci vengono incontro come avvoltoi. Zaia ha dichiarato che il 60% delle imprese venete è attiva. Mi spieghi allora perché i bambini sono in prigione.

  41. A me sembra evidente che si debba uscire dalla polarità tra tenere tutto chiuso o riaprire indiscriminatamente.

    L’Italia era ampiamente impreparata a reggere l’epidemia, non ha saputo reagire a dovere, non ha messo in campo una strategia del contenimento mirato, ecc. Probabilmente nemmeno poteva, per come è stata ridotta la sanità pubblica (tanto inutilmente decantata) e per il livello di inettitudine della classe dirigente. Quindi si è attuato il distanziamento sociale + la quarantena di massa, in attesa che “passi la nottata”.

    Ma il punto è che la nottata potrebbe passare chissà quando. Se dobbiamo rimanere murati in casa finché il pericolo non è scampato, potremmo fare i sughi nel caldo estivo e vedere collassare, dopo il SSN, l’economia del paese. Confindustria oggi dice questo pro domo sua, ovviamente, con la paraculaggine che le è propria, perché in base alle leggi del capitalismo, un’azienda che resta troppo tempo senza profitti muore. Ma, al netto di queste intenzioni fin troppo palesi, afferma un principio di realtà. E cioè che non puoi restare inerte a fare la fine del sorcio; restare paralizzati in casa per paura del contagio, della guerra (visto che le metafore belliche si sono sprecate), della morte (il grande tabù occidentale), finirà per ucciderti ugualmente. Devi reagire, contrattaccare. Devi sbatterti per trovare il modo di far continuare la vita nonostante la morte.

    Per il padronato l’unica vita che importa è quella produttiva, economica. Noi invece dobbiamo farci forza di questo principio di realismo e rilanciare, dicendo che la vita non è soltanto lavoro, supermercato e pay tv. Non si tratta di chiedere la fine del distanziamento sociale, questo sarebbe da incoscienti, ma affermare il principio della “libertà con responsabilità”, il superamento dei provvedimenti illogici, delle operazioni di facciata (anzi, di mascherata) e il ripristino delle libertà civili, ancorché a esercizio limitato.

    Proprio perché non sappiamo quando sarà sicuro tornare ad “assembrarci”, dobbiamo chiedere di poter uscire di casa e muoverci liberamente mantenendo la debita distanza, come quando andiamo a fare la spesa al supermercato (alla faccia degli italiani indisciplinati, facciamo file ordinate che nemmeno nella DDR…). Questo mentre chiediamo che chi in queste settimane non ha mai smesso di lavorare o sta per rientrare sui luoghi di lavoro, lo faccia in condizioni di sicurezza sanitaria. Altrimenti che si rifiuti di farlo e scioperi a oltranza finché non avrà ottenuto le garanzie necessarie.

    Finora a chi abbiamo lasciato il compito di valutare le deroghe al decreto che chiudeva le attività produttive “non essenziali”? Ai Prefetti. Non agli assessorati alla salute, non agli Uffici Igiene, non alla Medicina del lavoro, non ai sindacati, ma ai rappresentanti del governo sui territori (con quale capacità/criterio di valutazione?). Soltanto in Emilia le deroghe sono state 28.000. Chi ha controllato che quelle imprese garantissero le tutele sanitarie ai lavoratori?
    Per riaprire progressivamente ci si dovrebbe muovere con ben altro scrupolo.

    Ad esempio è impensabile che tutti i lavoratori di un dato stabilimento tornino a tempo pieno o che la produzione riparta a pieno regime. Occorrerà diluirli su più turni, in modo che i mezzi pubblici e gli ambienti di lavoro non siano affollati. Si dovrebbe valutare l’opportunità di fare rientrare i lavoratori over 50 in un secondo tempo. Si dovrebbe capire come organizzare la gestione dei figli di quei lavoratori finché non riapriranno le scuole. E bisogna organizzare le lotte per ottenere tutto questo. Prendere il realismo di Confindustria e rivoltarglielo contro.

    Insomma va ripensato tutto. Reagire al contagio, alla “guerra” e alla morte, significa questo, credo.

    • Rispondo in fretta (da ieri ho problemi di tempo a collegarmi a internet) per poi magari integrare dopo, devo anche rispondere su altri argomenti, solo per dichiararmi completamente d’accordo con questo intervento, anche se il mio sarà forse poco utile o costruttivo.
      Concordo sia sulla “strategia” che sull’analisi.

      In particolare l’aspetto economico della crisi sarà drammatico ed è giusto considerarlo e valutarlo non solo come punto di vista della “confindustria” e delle loro palesi motivazioni, con tutto quello cha ha comportato nella gestione delle prime fasi dell’emergenza.
      Cone dice Wu Ming 4 è un principio di realtà che impatterà pesantemente su tutti e maggiormente sui più deboli nei prossimi mesi e forse anni, con in più tutto il corollario delle misure e delle prassi già introdotte con l’emergenza.

      Teniamo conto che fra i “codici ateco” completamente fermi ci sono attività ad alto tasso di lavoratori stagionali, precari, in nero.
      Che sono quelli senza ammortizzatori sociali.
      Se si ferma una grossa fabbrica è un problema, ma qualche (temporaneo? alla lunga a spese dei lavoratori? Della collettività?) ammortizzatore c’è.
      Ferie, cassa integrazione, etc.
      Ma pensiamo a stagionali e precari delle strutture alberghiere, bar, ristoranti.
      E questo solo dal punto di vista dei lavoratori dipendenti.
      Ma il titolare E lavoratore di un piccolo bar, un gestore di bar o negozio fra quelli inclusi nei centri commerciali, che pagano affitti altissimi, è in gravi difficoltà.
      Per tacere di partite IVa e piccoli professionisti, che negli ultimi anni comunque hanno fatto nuovi buchi nella cintura.

      Spero più tardi di poter contribuire un po’ meglio alla discussione.

  42. https://archive.is/rXMLd
    Anche azioni così non sono male. Lo ho ammirato tantissimo così come ho provato una immensa pena per lo “zelante” agente sovrappeso che ha rischiato le coronarie pur di acciuffare il “criminale” in questione. Notare il commento del giornalista che ovviamente si affretta a spiegare che il runner è stato multato e che il dispiegamento di forze ha dato i suoi frutti! Schifo, schifo, schifo. Ha ragione Wu Ming 4: è stata impostata come una questione di ordine pubblico non sanitaria. Il tizio che si allenava in solitaria su una spiaggia deserta rappresentava un pericolo? Si preoccupassero della bomba che esploderà al laddove le organizzazioni criminali già hanno provveduto a sostituire lo Stato sostentando le famiglie e distribuendo beni di prima necessità. Altro che runners e nonnini solitari. Su quel fronte faranno meno i bulletti!

    • D’accordissimo: la diffusione di piccoli episodi di resistenza al clima poliziesco potrebbero aiutare a cambiare la narrativa, se come in questo caso evidenziano l’assurdo della repressione tout court e ridicolizzano gli sgherri. Al momento penso il modo migliore di cambiare il clima sia mostrare situazioni innocue che vengono sanzionate in modo cieco e ottuso. Non sono d’accordo sul fatto che preoccupi l’infiltrazione della criminalità nel circuito di assistenza sociale (sul quale non ho numeri per ragionare) ma anzi rientra appieno nella comunicazione di emergenza e di isolamento: in meridione, dove ovvio le sacche di marginalità e povertà e miseria sono più evidenti che altrove, chiunque disattenda la prigionia diventa automaticamente un colluso, un “concorritore” esterno, e poi untore, e giù altre misure repressive.

      • «Al momento penso il modo migliore di cambiare il clima sia mostrare situazioni innocue che vengono sanzionate in modo cieco e ottuso.»

        Dipende da come le si mostra. Potrebbero anche avere un effetto scoraggiante.

        Io penso funzioni bene anche mostrare situazioni in cui cittadine e cittadini si organizzano per violare un divieto assurdo e ci riescono evitando la repressione. Come in questo sotto-thread della discussione precedente.

        • Un altro esempio di organizzazione clandestina viene dalla Chiesa cattolica. Ieri parlavamo di sospensione del culto. In realtà ho testimoninaze dirette che in molte parrocchie i fedeli continuano a seguire la messa, nonostante i cartelli sui portoni dicano che sono sospese. Il “nocciolo duro” dei parrocchiani si ritrova lo stesso, nel refettorio del convento, o nella canonica, o in sagrestia e in alcuni casi proprio in chiesa. Venti, trenta persone, richiamate per passaparola. Ieri in particolare, per la “missa in coena Domini”. Certo in tono minore, stile catacombe ai tempi dei Romani. E lo stesso si può dire per i funerali. Anche in questo caso ho testimonianze dirette di preti che hanno ottenuto di officiare piccoli riti, con i familiari stretti. Tutto questo senza pubblicità.
          Quindi abbiamo: gesti individuali di disobbedienza alle regole, come quello del runner di Pescara.
          Disobbedienze clandestine di gruppo, come i genitori che si organizzano per recuperare dal fornaio i libri di scuola dei figli.
          Disobbedienze provocatorie, come i tre tizi di Rimini che facevano sesso in luoghi pubblici e mettevano on line i video, conditi da insulti per le forze dell’ordine.
          Manca una disobbedienza di gruppo rivendicata, non più soltanto clandestina.
          E se davvero Forza Nuova farà la processione che ha annunciato a Roma per Pasqua, rischiamo che siano i fascisti a fare la prima mossa.

  43. Questo runner è stato multato (ammesso che sia vero) perché ha rischiato di infettare qualcuno o perché ha violato una norma di legge? E se la sua era una forma di protesta consapevole contro la norma assurda, perché è scappato? Perché non si è fermato per spiegare al finanziere che il divieto di stare su una spiaggia deserta è assurdo? Perché non ha spiegato che lui era lì per contestare l’impostazione da ordine pubblico e non da norma sanitaria? La norma è assurda, siamo tutti d’accordo, ma c’è. Contestarla è sacrosanto, direi eticamente doveroso. Ma la protesta impone l’assunzione di responsabilità, con tutti gli oneri che questo comporta (anche la multa). Si sono visti rivoluzionari che per necessità si nascondono, ma non ho notizia di rivoluzionari che scappano di fronte al motivo della loro rivoluzione.

    • Marcello, se il podista si fosse fermato a spiegare, questo video sarebbe diventato virale, con l’effetto che migliaia di persone stanno riscontrando e commentando, cioè quello di mostrare l’assurdità della norma? Non penso proprio. Non si è trattato solo di scappare: in questo caso, continuare a correre – a prescindere dall’intenzione che il podista aveva in quel momento – è stato, oggettivamente e nel suo esito, una performance molto efficace, un’azione di resistenza e “teatro conflittuale” simile a quelle catalogate da Gene Sharp nel terzo volume di Tecniche dell’azione nonviolenta, anzi, se avessi tempo sono certo che nel libro di Sharp troverei precisamente quel tipo di azione. Aver continuato a correre distingue qualitativamente quest’episodio dai molti altri che andiamo riportando su Giap, che sono “solo” testimonianze di repressione.

      «Corri forte ragazzo corri
      la gente dice “sei stato tu!”
      prendi tutto non ti fermare
      il fuoco brucia la tua virtù
      alza il pugno senza tremare
      guarda in viso la tua realtà
      guarda avanti non ci pensare
      la storia viaggia insieme a te.»
      Area, L’elefante bianco

      «Il runner e tutti gli altri personaggi che gli vengono assimilati nella costruzione ideologica dell’invenzione del nemico 2.0, che continuano a correre da soli sopportando i mille idioti che li vedono come una sorta di untori, nel loro correre tracciano la strada della speranza: la strada della razionalità contro l’irrazionalismo dilagante. È una strada che dobbiamo tutti percorrere e che a tutti dobbiamo indicare: perché quando questa malattia giungerà al suo termine, soprattutto quando potremo di nuovo scendere per le strade ed operare collettivamente in maniera non solo virtuale, si presentino i conti a chi davvero di dovere.»
      («Elogio del Runner», su Umanità Nova n.11. anno 100, 05/04/2020)

      • La sequenza finale dei 400 colpi di Truffaut. Il ragazzino corre, corre, corre, finché arriva al mare. Ecco.

        per raggiungere il numero minimo di battute copiaincollo anch’io il testo dell’elefante bianco

        «Corri forte ragazzo, corri
        La gente dice sei stato tu
        Ombre bianche, vecchi poteri
        Il mondo compran senza pudore
        Vecchie immagini, santi stupidi
        Tutto lascian così com’è
        Guarda avanti non ci pensare
        La storia viaggia insieme a te.

        Impara a leggere le cose intorno a te
        Finché non se ne scoprirà la realtà
        Districar le regole che
        Non ci funzionan più per spezzar
        Poi tutto ciò con radicalità.»

    • Chiunque sia il podista solitario, e qualunque sia il suo grado di consapevolezza, ha pensato giustamente che correre da solo sulla spiaggia non potesse nuocere a nessuno, e dunque ha disobbedito ai decreti. Di fronte alle FdO che cercavano di fermarlo se l’è data a gambe. Da questo si può pure dedurre che non è il tipo che ha voglia di fare testimonianza di fronte all’autorità. Tuttavia la sua testimonianza la fa lo stesso e in modo molto efficace: perché il suo disobbedire mette in scena letteralmente l’assurdità delle ordinanze. Invece di essere dentro una fabbrica a controllare che le misure sanitarie siano rispettate, le FdO inseguono podisti solitari in spiagge deserte. È una dimostrazione davvero plastica dell’irrazionalità in cui è sprofondato questo paese. Quindi, grazie Mr. Runner!

    • L’accenno alla criminalità organizzata di vario stampo era solo appunto un riferimento, non é questa la sede per approfondire il discorso, e per mostrare il paradosso per il quale si dispiegano droni, agenti vari ( nel mio paese anche oggi si sentono le pale dell’elicottero, sembra sia tornata l’anonima sequestri) contro nuove categorie odiosamente etichettate come “furbetti” di questo e quello e nel frattempo chi deve delinquere per davvero non solo lo fa, ma anzi realizza che si possono aumentare i profitti! Ciò detto, per rispondere a Marcello07, credo invece che il runner abbia fatto bene a fuggire. L’effetto è stato ancora più umiliante per chi lo inseguiva. Se si fosse fermato a spiegare le proprie ragioni ne avrebbe rimediato comunque un verbale, correndo metaforicamente verso la libertà magari la sanzione la avrà beccata ugualmente, però intanto lo hanno dovuto raggiungere e con altri mezzi!

      • Ho visto stamattina il video del runner che è sfuggito alla polizia e m’è venuto in mente un passaggio di Massa e Potere di Canetti sull’afferrare, che è sì un gesto della mano ma anche e soprattutto è “l’atto decisivo del potere là dove esso si manifesta nel modo più evidente, dai tempi più remoti, fra gli animali e fra gli uomini”. Più avanti dice ancora – e qui arriva la parte pertinente all’episodio del runner – che “vi è tuttavia un secondo atto di potere, certo non meno essenziale anche se non così fulgido. A volte si dimentica, sotto la grandiosa impressione suscitata dall’afferrare, l’esistenza di un’azione parallela e pressoché altrettanto importante: il non lasciarsi afferrare.”
        Il video (pur avendo catturato la fuga del tipo al poliziotto) mi ha ricordato quanto potente e liberatorio sia non lasciarsi afferrare. Poi non dimentico che se si fugge lo si fa per tornare con nuove armi, però intanto c’è da non lasciarsi afferrare. E il lavoro che si sta portando avanti su Giap ha l’enorme merito di tenere aperta questa possibilità. Grazie Wu Ming.

  44. Ieri sono stata richiamata da una cassiera perche’ non avevo la mascherina e quando ho notato che a Bologna non e’ ancora obbligatorio portarla ha borbottato qualcosa tipo “ma la mettono tutti”!!! Per me il discorso e’ questo. In italia il conformismo e’ sempre stato il difetto maggiore e le mascherine sono un simbolo certo di questo.

    Perche’ l’italia diverge totalmente dalle linee guida del’OMS in materia che dicono ANCORA che le si mettono solo se infetti o curi una persona infetta? Perche’ gli italiani neanche sbuffano un po’ quando devono fare tute ste file per fare spesa, prendere sigarette ecc? Si renderanno conto ben presto che non e’ temporaneo tutto questo ma sara’ cosi anche il futuro e poi che succedera’? Ci saranno molto piu’ suicidi che morti da covid 19. Ma il fatto sara’ mascherato appunto. La devastazione socioeconomica pure…tutto mascherato.

    https://www.globalresearch.ca/who-profits-from-the-pandemic/5709168

  45. Sulla questione del runner avete ragione. Il video è diventato virale, e questo può essere l’inizio e la base per diffondere il messaggio sull’assurdità della norma, sull’irrazionalità dello “sprecare” dei finanziari per dare la caccia a cittadini la cui colpa è volersi prendere un po’ d’aria (anche se la cosa è formalmente illegale), e magari anche per creare una breccia nel conformismo di cui parla Mojo. Da questo punto di vista dobbiamo ringraziare il podista solitario.
    La mia critica a lui era proprio sulla consapevolezza del suo gesto. Sarebbe stato molto bello, addirittura grandioso, se il corridore, in quel momento, sapesse di essere ripreso da una telecamera. Siccome quasi certamente non lo sapeva (dubito che si fosse messo d’accordo prima col cameramen per costruire una scena di teatro conflittuale), non vedevo, né vedo, in lui l’intenzione contestataria. Ho visto solo un ragazzo che, al massimo, ha lanciato un guanto di sfida all’autorità (illogica, in questo caso), ma poi non è stato coerente con la sua risoluzione. Non conoscevo Gene Sharp (colpa e limite mio), di conseguenza la mia “analisi” è stata molto più terra terra.

  46. Scusate, ma rivendicare il post di fine febbraio rivendicando di averci preso a me pare francamente eccessivo. Quel post è stato partorito in un momento in cui ancora la pandemia non era esplosa nei numeri e nelle conseguenze di quei numeri. Molti passaggi di quel post e dei commenti a margine si sono rivelati errati e fuori fuoco, perchè quelle erano le informazioni che avevamo e potevamo elaborare. Ma sbagliavamo, sbagliavo, e sbagliavate. I numeri di questo virus sono andati fuori ogni portata, e di quel preambolo al vostro racconto della pandemia può essere salvato pochissimo. Le poche voci fuori dal coro, e che magari in modo del tutto involontario ci hanno preso molto di più, tipo i commenti di e.talpa che ammonivano sul fatto che questo virus fosse ben altro rispetto a quello che nel post si stava descrivendo, sono state aspramente criticate e depotenziate rispetto a quanto affermavano (e mi spiace, ma avviene molto spesso qui dentro che le voci fuori dal coro vengano troppo frettolosamente incasellate come provocatorie e isolate anzichè utilizzarle come arricchimento alla discussione). In quel post ci sono parti se non smentite dai fatti, quanto meno azzardate sulla totale inutilità del lockdown, della chiusura delle scuole perchè i bambini sono quasi immuni, le considerazioni su chi si ammala gravemente e su chi muore, ancora in assenza di dati epidemiologici certi. In questo lungo mese tutti, e dico tutti, hanno scritto e detto e anche legiferato in modo errato, contraddittorio, sulla base di elementi che si sono modificati nel tempo. Considerato che il virus è anzitutto una questione medico-scientifica, è questa assenza di certezze ad aver prodotto, o contribuito a produrre, le tante assurdità anche normativo-giuridiche di questo mese. Nessuno poteva sfuggire a tanti errori di valutazione della situazione, e nei post di questo mese trovo opinioni smentite, che si sono indebolite, fuori fuoco. Non è una colpa. E’ probabilmente ovvio che sia così. Viviamo tempi che non eravamo preparati a vivere e dei quali non eravamo preparati a scrivere. Quel post non prevedeva e non poteva prevedere la valanga che si sarebbe abbattuta sul mondo nei successivi 40 giorni, ed andrebbe archiviato come invecchiato malissimo, piuttosto che rivendicato.

    • Il nostro sguardo retrospettivo sul Diario virale, compresi i suoi limiti, lo abbiamo già esplicitato nel post precedente a questo, e al momento non pensiamo di dover aggiungere chissà cosa:

      «La progressiva presa di distanze era insita nella formula scelta. Quella del diario, appunto. Un diario “fotografa” la situazione giorno per giorno, è scritto per essere superato, per invecchiare. Noi abbiamo fotografato, man mano che si svolgeva, la fase iniziale dell’emergenza coronavirus, con focus su Bologna, mettendo sempre le date. Il Diario virale lo abbiamo scritto tutto all’imperfetto e al trapassato prossimo […] proprio per rimarcare già una distanza: così vedevamo l’emergenza in quei giorni.

      Le affermazioni discutibili le abbiamo discusse, come da significato dell’aggettivo; le distanze le abbiamo prese cercando di affinare l’analisi man mano che la situazione si faceva più complessa e drastica. La prima puntata (22-25 febbraio) era molto “impressionistica” e andava a tentoni, come andava a tentoni tutto quel che si stava scrivendo in quei giorni; la seconda (26-28 febbraio) approfondiva alcuni aspetti, precisando e correggendo le formulazioni della precedente; la terza (pubblicata il 10 marzo) è di gran lunga la migliore. Rileggendola oggi, ci sono ben poche distanze da prendere: dice cose che da allora abbiamo continuato a ribadire – naturalmente approfondendo e sviluppando i ragionamenti – e che hanno cominciato a dire molte altre persone.»

      Dopodiché, permettimi questo riievo: ogni tanto viene qui qualcuno a dire, contro ogni evidenza, che qui dentro non si accettano opinioni diverse, che chi dissente viene “isolato” ecc. Contro ogni evidenza, perché qui siamo a circa 2500 commenti dall’inizio dell’emergenza, svariate persone che si sono presentate anche a muso duro sono ancora qui, semplicemente alle loro argomentazioni si è risposto contro-argomentando, perché noi se consideriamo un ragionamento fallato lo diciamo e cerchiamo di dimostrare perché ci sembra fallato. E come noi hanno fatto tante altre persone. C’è chi si offende, perché magari è abituato a un altro genere di scambio, e magari se ne va sbattendo la porta, sovente ritornando per poi ri-sbattere la porta, e chi invece contro-controargomenta, e rimane. In questo stesso thread ci sono persone che su molti punti che stiamo discutendo non la pensano come noi. Dal loro restare qui abbiamo imparato qualcosa noi e hanno imparato qualcosa loro. Più argomenti, meno lagne.

    • E mo’ basta, però.

      Certo che a fine febbraio non ci aspettavamo la strage che c’è stata e che continua a esserci. Ma non ci aspettavamo nemmeno che il livello di assurdità delle reazioni procedesse di pari passo. Per questo, se dovessi riscrivere oggi quelle tre puntate del Diario virale, calcherei ancora di più la mano sulle cose che abbiamo evidenziato in quel momento: incoerenza delle ordinanze; valore simbolico delle mascherine per strada; incompetenza della classe politica; risposta poliziesca all’epidemia per sopperire al crack sanitario; assurdità del lockdown nazionale, laddove il lockdown può avere senso se serve a circoscrivere il contagio in una data area e soprattutto se viene fatto sul serio; ruolo di seminatori di panico dei virologi vedettes; caccia all’untore come meccanismo per scaricare la responsabilità dell’inadeguatezza sistemica sui comportamenti individuali (anche quando innocui); eccetera.

      Nella prima puntata scrivevamo: «Chiudere tutto – o meglio, fingere di chiudere tutto – non serviva a niente». È quello che è successo in questo paese. Non abbiamo mai chiuso (o abbiamo chiuso troppo tardi) le fabbriche dove andavano chiuse, non abbiamo fatto il lockdown dove andava fatto; abbiamo messo sessanta milioni di persone agli arresti domiciliari, impedendo loro perfino di andare a fare una passeggiata da soli; abbiamo segregato i bambini; abbiamo lasciato la gente a casa finché non infettava per bene i famigliari e non sviluppava i sintomi più gravi (e a quel punto la si poteva soltanto intubare, troppo spesso senza riuscire a salvarla); abbiamo speso soldi nei droni e nella caccia al podista anziché controllare le condizioni di sanificazione delle fabbriche “in deroga”; abbiamo derogato la qualunque, decine di migliaia di imprese del Nord Italia non hanno mai chiuso o hanno riaperto in fretta e furia.

      Nella seconda puntata concludevamo – ancora troppo blandamente:
      «Razionali misure di contenimento non potevano prescindere dall’informare adeguatamente i cittadini, in particolare i soggetti più a rischio, affinché evitassero determinati comportamenti e circostanze. Era chiaro – o avrebbe dovuto esserlo – che questo non si poteva ottenere con il terrore, né con gli energumeni in mimetica. Solo la corretta informazione, unita alla capillarità dell’assistenza e a elementari misure di profilassi nella routine quotidiana di tutte e tutti noi avrebbe potuto prevenire le condotte pericolose. Invece si era fatto l’opposto: si era rovesciata addosso ai soggetti più deboli una disinformazione massiva, martellante, contraddittoria, e li si era spinti a tenere i comportamenti più a rischio. Affollare i supermercati in cerca di amuchina, ad esempio. Invece di intervenire sulle esigenze dei più vulnerabili – principalmente anziani e immunodepressi – e potenziare le strutture ospedaliere che potessero accoglierli, si era deciso di promulgare ordinanze assurde e incoerenti, che probabilmente avevano tutelato ben poco, ma in compenso avevano mandato in tilt mezzo mondo del lavoro.»

      E nella terza puntata in particolare spiegavamo che criticare l’emergenza non significa negare la gravità ferale della situazione (che a quel punto era diventata chiara a tutti), ma che proprio per questo era così importante praticare tale critica.

      I post successivi su Giap non hanno fatto altro che sviluppare e approfondire le cose che il Diario ha anticipato quaranta giorni fa, alla luce degli sviluppi drammatici e anche grotteschi della situazione. Certo che hanno anche corretto il tiro del Diario, ci mancherebbe, ma personalmente il Diario me lo rivendico eccome!
      E aggiungo che era animato da una convinzione profonda: quando la tempesta infuria è massimamente importante restare razionali e lucidi, non cedere al panico, per quanto sia una reazione umanamente comprensibile. È quello che incessantemente da oltre un mese si prova a fare qui su Giap. Insieme alla milionata di persone transitate da queste pagine in questo periodo. Chissà che non si riesca a essere utili a qualcosa, e non solo a chi vuole scaricare su di noi i propri limiti dialettici e lamentarsi di come si è trovato scomodo a discutere qui.

      • Ciao vi seguo da sempre e insegno alcuni vostri testi in università. L’analisi che fate è importante e certamente molto più aderente alle contraddizioni scoperchiate dal COVID che tanti tantrum senili usciti in questi giorni è plausibilmente generati automaticamente da un simulatore artificiale di filosofi italiani. Ma sulle mascherine vi sbagliate e, nei toni, soprattutto in quanto scritto nella prima uscita di questo diario, siete scaduti nella sinofobia più degenere. Spiace da gente che si firma con un nom de plume cinese. Le mascherine possono essere indossate per paura, imitazione, indottrinamento, asservimento ideologico, coercizione, ma nei paesi che hanno esperienza di epidemie, le mascherine vengono indossate in pubblico per due motivi principali: per esprimere solidarietà a chi di COVID ha perso amici o parenti, e perché FUNZIONANO. Consiglio la lettura di questo utile articolo scritto da un collega che di occupa di pandemie da decenni e uscito recentemente sul New York Times: https://www.nytimes.com/2020/02/13/opinion/coronavirus-face-mask-effective.html

        • Un troll è un individuo che interviene in una discussione per mandarla in vacca. Il suo non è un contributo, non aggiunge nulla, non approfondisce, non critica.
          Questo commento è un buon esempio della categoria e ci servirà per illustrarla meglio.
          Spesso un troll si riconosce fin dalle prime righe. Ricerche universitarie ci dicono che il 98,7% di quelli che attaccano con “mi avete deluso”, “siete bravi romanzieri, ma…”, “faccio un corso a Princeton su di voi, ma…”, non hanno niente da dire. Se vuoi confrontarti davvero con qualcuno e dirgli che non sei d’accordo con lui, puoi cominciare dicendo “Quel che hai detto mi ha fatto arrabbiare, perché….”. Ma se inizi con “Mi hai deluso” significa che vuoi attaccare facendo la vittima. Un controsenso. Un doppio legame che avrebbe come scopo quello di bloccare qualunque risposta. “Mi hai deluso”, quindi? Cosa dovrei fare? Consolarti?
          Altra cartteristica tipica del troll è l’accusa, spesso iperbolica, spesso ardita, buttata lì senza uno straccio di argomentazione, quasi che fosse auto-evidente. “Il vostro post inneggia alla Terza Guerra Mondiale”, “Siete peggio dei no-vax”. E nel nostro caso: sinofobi. Il Diario Virale peccherebbe di sinofobia. “Siete scaduti nella sinofobia più degenere”, addirittura. Io dico che se uno insegna i nostri testi all’Università con questa straordinaria capacità di analisi, di fornire prove, di addentrarsi nelle pieghe di uno scritto, è meglio che smetta subito e passi ad autori che gli sono più congeniali.
          Terza caratteristica importante, il troll riprende esattamente la tesi che hai sostenuto e ti accusa di non averla sostenuta. In questo caso, sulle mascherine ci sbagliamo perché, udite udite, le mascherine vengono “indossate per paura, imitazione, indottrinamento, asservimento ideologico, coercizione” e “per esprimere solidarietà.” Quindi esattamente quello che abbiamo scritto: sono teatro, sono simboli, ed è interessante chiedersi simboli di cosa, come abbiamo cercato di fare.
          Un sottogenere di questo atteggiamento è quello invece di chi riprende la tesi che hai sostenuto e dice “Pfui, lo sapevano tutti!”. Quindi?
          Infine, là dove tu hai portato diversi esempi per dire che non ci sono prove scientifiche definitive a sostegno della tesi X, il troll fa come se niente fosse e ti mette lì un link a un articolo dove si sostiene X a spada tratta. Così, per far finta di dare un contributo. Noi non abbiamo scritto che le mascherine non funzionano. Che cazzo ne sappiamo, noi? Abbiamo riportato diversi pareri sul loro utilizzo, citando il sito dell’OMS, dell’ECDC e svariati articoli. Per sostenere che il loro utilizzo ci pare molto più giustificato in senso teatrale che in senso scientifico. E abbiamo provato a capire perché.
          Riassumendo: questo è il genere di commento che di solito rimane fuori dalla porta. Dall’inizio dell’emergenza virale, non sono più di sei o sette gli utenti bloccati per interventi del genere, che avrebbero solo fatto male al dibattito.

          • Questo, poi, non è nemmeno il commento peggiore che abbiamo filtrato, ce n’erano che cominciavano subito con «Che delusione!» e poi proseguivano col vuoto pneumatico condito di insulti.

            La tattica da troll tipica è quella di tenerti inchiodato alle premesse del discorso, ignorando lo sviluppo di quest’ultimo, costringendoti a ripetere sempre tutta l’argomentazione da capo. Ieri, poi, dev’esserci stata una qualche “chiamata alle armi” perché nel giro di un’oretta sono arrivati tre-quattro commenti tutti molto simili tra loro che ci attaccavano per il Diario virale del 29 febbraio, approfittandone per darci più o meno dei criminali perché siamo contro l’obbligo di mascherina all’aperto.

        • Oltre al tono vittimistico e accusatorio di Anzai, c’è però un’altra considerazione da fare, questo è un blog che non si prefigge di fare informazione scientifica come scopo principale, eppure qui sono stati scambiati e linkati pareri di esperti che mettevano in contraddizione informazioni scientifiche ufficiali/istituzionali, con validissime argomentazioni e senza utilizzare toni da inquisizione o terrorismo psicologico ( che poco, anzi pochissimo dovrebbero appartenere al registro di uno scienziato). Questo continuo scambio di informazioni scientifiche ha contribuito ad aumentare moltissimo la consapevolezza dei lettori e degli autori del blog sull’ utilizzo di alcuni dispositivi. In giro, invece, vedo che purtroppo gli effetti negativi della stampa di regime hanno prodotto una disinformazione criminale per esempio sul concetto di distanza fisica/ civica ( espressione preferita da Bettino). Questo è un comportamento criminale perché l’utilizzo della mascherina ha messo in secondo piano l’ unico dispositivo di protezione individuale davvero efficace: la distanza fisica e non l’internamento coatto, o la mascherina. La stampa di regime, che ti guardi bene dal criticare, per rendersi meglio funzionale all’ esercizio del potere ha rinunciato, in prima istanza e senza remore, a offrire un servizio civico alla cittadinanza. Fornendo informazioni CORRETTE. Credo che se ti fosse interessato intervenire nel dibattito non ti saresti limitata/o a un insieme di accuse infondate ma avresti provato ad argomentare. Poveretti i tuoi studenti che, in quanto a metodo,impareranno quello del codardo asservimento.

        • Non so se hai letto l’articolo del NYT ma estrapolo una frase per sintetizzare il punto di tutto l’articolo fatuo: “Mask-wearing is a social ritual”. PUNTO.

          Un rito come fissare disperatamente lo schermo di un telefono in pubblico per non sentirsi soli, un rito come omologare i propri pensieri, abitudini e vestiti a quelli della massa per non apparire diversi e per sublimare la propria insicurezza e INFANTILITA’.

          Ora vado ad affronare un’altra fila distopica rigorosamente sans mask e me ne fotto se mi guardano male gli altri..tanto mica si percepiscono piu’ gli sguardi altrui essendo oscurati da mascherine. E metto un rossetto rosso fuoco e fuck off. Sorry ma sono molto incazzata.

        • Aggiungo soltanto una nota al commento di Anzai: cosa significa che la mascherina va indossata per ‘esprimere solidarietà a chi di COVID ha perso amici o parenti’? In che senso sarei solidale a queste persone? Se la mia ragazza mi lascia non chiedo ai miei amici di lasciare la loro per solidarietà, e non gli chiedo neanche di smettere di andarci a letto o di ridere. Per dire. Il nonno di uno dei miei studenti è morto di coronavirus. In che senso il mio uscire all’aperto con la mascherina sarebbe un gesto di solidarietà? Io l’ho chiamato, ho cercato di fargli sentire il mio affetto. Questo mi pare molto più solidale. Siamo davvero così autocentrati da pretendere che il mondo intero si fermi a ogni nostro lutto? Mi risuonano nella testa alcuni versi di ‘Cecco il mugnaio’ dei Mercanti di liquore:
          Forza venite gente correte correte è scoppiato il dolore
          vi si comanda perciò di non bere più vino e non fare all’amore
          il vostro re si strugge nel tormento
          quindi si faccia eco al suo lamento
          Non ti viene in mente che forse c’è più solidarietà nelle discussioni qui sopra, dove tra le altre cose si è provato a mettere in discussione la sospensione dei funerali? E questo lo si è fatto proprio a partire dalle contraddizioni nelle notizie ufficiali, e dai dubbi degli stessi medici riguardo all’efficacia delle mascherine, nonché dalla diversità dei regolamenti nei vari paesi, ecc.
          La questione della mascherina ormai riassume bene in sé tutto il discorso ufficiale sulle restrizioni: quando e se caleranno i contagi, sarà sicuramente per merito del lockdown e dei DPI usati ad minchiam, senza se e senza ma. Questo ragionamento mi ricorda quella che in psicologia viene chiamata ‘superstizione del piccione’: se addestri un piccione a premere un bottone per avere del cibo, lui impara subito a premere il bottone ogni volta che ha fame. Ma quando il distributore di cibo viene azionato a random, il piccione comincerà ad associare l’ultima azione fatta con l’erogazione del cibo. Ecco, mi pare siamo messi così: se ieri sono calati i contagi, ma certo! merito delle mascherine all’aperto, avanti così, bravi italiani

    • Ma sai cosa c’è che non funziona in questo commento?: il tono fatalista e la richiesta di mea culpa e autoflagellazione, espresse con un tono finto comprensivo e ” tollerante”. Perché poi? L’ altro problema diffuso inoltre è quello di interpretare in maniera negativa qualunque forma di scontro o conflitto anche dialettico/ verbale. Qui molte persone vengono, lanciano una provocazione, offendono e poi si sentono mortificati se qualcuno li manda ” affanculo” (metaforicamente ovviamente, il livello non è questo). Ma che strano… allora: se vuoi affrontare uno scontro bisogna che, almeno, ti attrezzi al confronto.
      Lo scopo di alcune analisi non è quello di ” azzeccare” le previsioni del tempo. E neppure di prevedere il futuro. Si fanno supposizioni, si scartano ipotesi, si aggiusta il tiro e francamente, dal mio punto di vista essenziale, semplicistico e riduttivo, l’ individuazione di responsabilità politiche, nel sistema della gestione dell’emergenza, era l’ unico colpo fondamentale da mettere a segno per uscire dalla retorica colpevolizzante del capro espiatorio, in un desolante clima di fatalismo e autoassoluzione che aleggia nell’ aria.

  47. Tanto per mettere qualche puntino sulle i.

    Nei primi giorni dell’epidemia della covid19 in Italia imperava il mantra “non esiste cura per questo virus” riferendosi ovviamente al fatto che non era disponibile un vaccino.

    Eppure fin dal 3 marzo su scienza in rete apparivano articoli di scienziati che dicevano: guardate che le cure ci sono: https://www.scienzainrete.it/articolo/alcuni-punti-fermi-sul-coronavirus/enrico-bucci-ernesto-carafoli/2020-03-03
    e lo hanno ribadito fino al 22 marzo: https://www.scienzainrete.it/articolo/perch%C3%A9-nessuno-parla-di-farmaci-anti-covid-19/ernesto-carafoli-enrico-bucci/2020-03-22

    Sulla mia pagina fbk ho commesso il grave torto di pubblicare quest’ultimo articolo con la provocatoria domanda: “ma negli ospedali viene data la clorochina ai malati di covid19?” e un medico fbk-amico che opera nella mia umbria, indignato dal mio ardire, prima mi scrisse “ma certo” aggiungendo svariati epiteti e poi mi accusò di ogni crimine possibile dal negazionismo alla diffusione di fake news nonché di far parte di coloro che mandano a sfascio il paese italia. (Perchè fanno troppe domande, probabilmente)

    Oggi esce questo articolo su quotidiano on line umbria on:

    https://www.umbriaon.it/covid-umbria-protocollo-con-idrossiclorochina-al-via/

    Quindi la risposta giusta alla mia domanda allora era: qui in umbria ancora no, se non in via sperimentale.

    Buona apocalisse a tutti.

  48. Trovo molti punti validi nei vostri post. Riconosco anche la legittimità del vostro rifiuto a scegliervi una parte tra i due supposti fronti negazionisti/allarmisti, e accetto la rivendicazione di complessità delle vostre posizioni. Ma seguendovi in queste settimane mi restano delle perplessità:
    – State davvero offrendo un contributo alla razionalizzazione del dibattito o non state anche dipingendo un secondo, più del virus minaccioso, mostro: poliziotti pronti all’abuso ad ogni angolo di strada, concittadini delatori, media unanimemente dediti alla diffusione del panico, amministratori locali indistintamente incapaci e criminalmente azionisti ecc… Relativizzate una minaccia per evidenziare le vere dimensioni di un’altra, questa seconda altrettanto diffusa, invisibile, esterna. Alcuni descrivono i vostri post come boccate d’aria fresca, io invece dopo un’ora di navigazione nel vostro blog mi sento soffocata e terrorizzata.
    – Il vostro sarcasmo non risparmia nessuno. Chi, forse per ignoranza, paura o simili, possa avere adottato uno qualunque dei comportamenti che voi criticate (indossare una mascherina, eccedere in precauzioni, condividere le misure di restrizione e cercare di convincerne altri) viene dileggiato e non certo incoraggiato ad adottare nuove prospettive. A fronte della vostra preveggenza (nell’applicare già prestissimo a questa emergenza una chiave di lettura più generale, quella di Nemici dello Stato) è da subito stato dipinto come idiota chi non abbia immediatamente colto *questo* come l’aspetto centrale del fenomeno. Per tutti questi idioti sarà difficile aprirsi a un’altra interpretazione se si è stati prima sfottuti per la propria. In un certo senso prendete a bersaglio molti di quelli che potrebbero essere vostri interlocutori.
    – Ripercorrendo i primi post del diario virale mi sembra che all’inizio abbiate almeno parzialmente sottovalutato il rischio derivante dal virus stesso e non trovo nessuna autocritica di quelle posizioni. L’impressione è che stiate rimodulando man mano la valutazione del rischio sanitario spostandovi verso un riconoscimento implicito dello stesso, ma in modo tale da dover evitare una rivisitazione di vostre posizioni precedenti. A me questa autocritica sembrerebbe necessaria.

    • 𝄞 Ritorneròòò
      in ginocchio sui ceci da te
      Il Diario virale non è
      non è niente per me
      ora lo so
      ho sbagliato con teeeee
      ritornerò
      in ginocchio sui ceci da te!

      Così può andare bene?

      Se può andare bene, possiamo tornare a fare discussioni serie.

      • Accetto la sfida :-)

        𝄞 Nessuno mi può far star zitta, nemmeno tuuu
        (la verità ti fa male, lo so)
        Sul virus hai preso una svista, caro Ming Wuuu
        (la verità ti fa male, lo so)
        Se scrivo un commento a te
        ti basta sapere che
        la penso diversamente, che male c’è?
        Ma parlo con te!

        > possiamo tornare a fare discussioni serie.
        Qualcuno aveva smesso?

        Avrei voluto concludere qua, ma non ho raggiunto il numero minimo di caratteri. Allora: grazie per le risposte e condivisioni di altri punti di vista. Vedo anche che obiezioni simili alle mie vengono discusse in altri thread di commenti e non voglio duplicare. Vorrei però cercare di chiarire l’equivoco secondo cui avrei preteso un vostro “pentimento” a titolo di soddisfazione personale (p. es. mi scrive Wu Ming 4: “Se ti piace sentirmi dire che avevo sottovalutato il rischio pandemico, ecco, te lo dico e te lo confermo.”) Non è che mi piaccia, è che lo considero un tassello importante dell’analisi della situazione. Cito un pezzo di S. Mezzadra: “La discussione di questi giorni, all’interno del variegato mondo dei movimenti sociali e della sinistra, sembra appuntarsi in modo privilegiato […] sull’affinamento nell’emergenza di dispositivi di controllo. […] in molti interventi sembra prevalere una sorta di scetticismo rispetto al COVID-19 e alla sua effettiva pericolosità. A me pare che questo atteggiamento sia decisamente fuorviante.“ Segue un invito a cercare, senza sottovalutare la questione del controllo, forme di solidarietà e resistenza che includano e partano da un riconoscimento della pericolosità della situazione. http://archive.vn/c1S4O

        • Tina, come ti ho già risposto, il fatto di aver sottovalutato la portata letale del contagio non inficia le nostre riflessioni, casomai le rafforza. Più che pentiti siamo recidivi.

          Come avrai notato, qui su Giap, ormai da oltre un mese, si sta discutendo proprio del legame tra la sottovalutazione del rischio e la risposta in termini di stato di polizia a tale rischio. Risposta che in quasi tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale non c’è stata, nella consapevolezza che aggiungere lo stato di polizia a una pandemia è come caricare un macigno sulle spalle di uno sciancato.

          La risposta securitaria, fobica e colpevolizzante serve da un lato a dare l’idea che si sta facendo ciò che è necessario, dall’altro a distogliere l’attenzione dall’evidenza che ciò che era necessario non è stato fatto (altrimenti si sarebbe potuto circoscrivere il contagio a un’area relativamente piccola).

          Qui su Giap stiamo ripetendo da settimane che tutta la narrazione del virus che è stata imposta per terrorizzarci e farci aderire convintamente allo stato di polizia è falsa. Non perché il virus non sia pericoloso, certo che lo è, ma perché non è là fuori che volteggia nell’aria, in agguato sulle panchine, sull’asfalto, nell’erba dei prati, in cerca di una preda da attaccare. Leggiamo i documenti dell’OMS e di molti virologi ed epidemologi che spiegano come funziona, e ci di dicono che con guanti e mascherina in luoghi chiusi, e con il distanziamento di un paio di metri all’aperto, si può vivere. Vivere, non soltanto lavorare e acquistare. Vivere, non stare segregati in casa.

          Per contraddirli e tenere la gente in preda alla paranoia e alla fobia – è necessario quindi stabilire che le persone non sono capaci di questo, cioè di tenere alla propria vita e a quella degli altri e di conseguenza che ci sia bisogno dello stato di polizia. Ecco, se accettassimo questo, allora il ripensamento non dovrebbe essere tanto sul virus, quanto piuttosto su decenni di pensiero critico e di lotte. Se la soluzione di fronte a una minaccia dev’essere la dittatura dell’esecutivo, l’arbitrio delle forze dell’ordine, i diktat assurdi, il controllo panottico, lo scarico della responsabilità verso il basso, allora tutto quello in cui abbiamo creduto e per cui ci siamo battuti nel corso della nostra vita era sbagliato.

          A differenza di te, non mi interessa che chi non la pensa come me ammetta questo, mi basta sapere che purtroppo è una conseguenza implicita, tragica, meno letale del virus in termini biologici, ma altrettanto se non più letale in termini psichici e politici. E ha spazzato via una quantità di persone che abbiamo frequentato nella nostra vita e con le quali in passato abbiamo condiviso un’idea ben diversa della politica e, oserei dire, dell’essere umano.

        • Si sono poi viste queste forme di resistenza? Si è visto, questo non-sottovalutare la questione del controllo? Chiedo per un amico. Perché da quell’articolo – che noi linkammo e discutemmo – è passato più di un mese, e non mi sembra che l’esortazione di Sandro sia stata granché performativa. Al contrario, mi sembra che in certe aree di ex-movimento si sia visto molto circle-jerking on line (al quale mi sembrava riferirsi criticamente anche Bascetta qui), accompagnato a zero (zero) critiche a governo e forze dell’ordine (anche di fronte a episodi di repressione eclatanti), zero indicazioni minimamente concrete su come cominciare a riprendersi fisicamente lo spazio pubblico, e in generale un sacco di sloganistica astratta e un arrancare subalterno alla narrazione dominante, con tanto di reprimende a chi metteva il naso fuori di casa e accondiscendenza nei confronti della credenza superstiziosa «il virus è là fuori nell’aria».

          Il trucco per imporre gli arresti domiciliari di massa è stato passare in men che non si dica dalla necessità di «stare a casa» (cioè far chiudere i luoghi dove ci si assembrava lavorando ecc.) alla necessità di «stare in casa», cioè di blindarsi vivi. E molte compagne e compagni ci sono cascati con mani e piedi, non ne sono più uscit* (metaforicamente e letteralmente) e da là dentro hanno inveito, con gli stessi identici “argomenti” dei «cacciatori di untori», contro chi invece la differenza tra «a casa» e «in casa» continuava ad avercela presente e la rimarcava.

          Noi abbiamo notato, con rammarico, che è prevalso un insieme di discorsi e posture regressivo, e infatti oggi la pratica reale di molta – facciamo a capirci – «gente normale» è ben più avanzata di quella di certi militanti, e gli episodi di rottura delle compatibilità del lockdown li dobbiamo ad altre compagne e compagni, che non si sono auto-avviluppati nella narrazione di cui sopra.

          Su questa subalternità a narrazioni reazionarie, su questo schifo, arriverà mai qualche considerazione autocritica? O ci si accontenterà , con autocompiacimento, di accusare i Wu Ming di aver sottovalutato nella prima puntata del Diario virale blah blah blah?

          Purtroppo, knowing my chicken, dubito fortemente che ci sarà una riflessione seria su quanto appena descritto. Lo impediscono tanti tic ideologici della macroarea, dall’accelerazionismo (tutto quello che succede in fondo va benissimo) all’arrabattarsi per trovare sempre, nelle sconfitte, vittorie di cui nessuno s’era accorto.

          • > Si sono poi viste queste forme di resistenza?

            Hai ragione, difficile trovarne, ma sono pensabili e anche praticabili.
            È vero che bisogna guardare fuori dall’Italia, ma esempi e idee si trovano. In parte anche in Paesi i cui governi hanno adottato misure altrettanto restrittive e toni bellico-paternalistici.
            Ne avrete già parlato, suppongo (non sono riuscita a leggere tutto):
            La Spagna che confisca temporaneamente gli ospedali privati. http://archive.vn/PcHyR
            Il Portogallo che concede temporaneamente copertura sanitaria e sussidio di disoccupazione agli immigrati che hanno fatto richiesta di asilo. http://archive.vn/wip/SV8JE
            Die Linke di Amburgo che chiede di mettere le stanze d’albergo a disposizione dei senza tetto (‘Open the Hotels’). http://archive.vn/pR6dR
            I sindacati francesi che fanno fermare Amazon per costringere a controlli delle condizioni di lavoro. http://archive.vn/k2s6b
            E certo ce ne saranno altri. Approcci solidali che coinvolgono collettivamente parti della società per affrontare (anche) il rischio sanitario, il quale si aggiunge a ed esaspera molti dei problemi strutturali preesistenti, visto che non siamo mai stati “tutti sulla stessa barca” e ora lo siamo meno che mai.

            • “Otro fin del mundo es posibile” questo è lo slogan che gira in Spagna di questi tempi. Una risposta ironico cinica che evidenzia l’ urgenza di una radicale critica della normalità a cui dovremmo tornare. Quella normalità che, come diceva Filo Sottile, è il problema. Per scardinare quel concetto di normalità non basta confiscare temporaneamente gli ospedali, estendere “perfino” agli immigrati diritti esistenziali fondamentali, cioè barcamenarsi alla ricerca di strategie di sopravvivenza che ripristineranno l’ordine esistente. Bisogna ripensare completamente il modello economico fallimentare su cui si fonda la società capitalista. A partire da quei metodi di produzione che rendono merce gli esseri viventi. A partire dall’abolizione degli allevamenti intensivi. I campi di concentramento per gli animali “adesso” sono un problema anche per noi. Perché causa di zoonosi. Per sconfiggere questo sistema economico è necessario più che mai mettersi nella ” pelle” degli altri. Capire il loro dolore e la loro sofferenza, abolire lo sfruttamento perché causa di dolore e non causa di virus. Non basta ripensare l’ esistenza solo come ragionieri che devono fare quadrare i conti. I conti si possono far quadrare in mille modi. Anche con le ricette sbagliate.

              • queste tue parole mi hanno ricordato di un video pubblicato su Bloomberg TV già a febbraio:
                https://invidio.us/watch?v=VFf4oPfaKNc
                in un periodo in cui i nostri media spiegavano come lavarsi le mani con l’amuchina.
                Considerato che quel canale informativo è associato ai servizi per l’analisi finanziaria, ho avuto la spiacevole impressione che da quelle parti abbiano un buon livello di comprensione della situazione e della sua complessità. Alcuni certamente riescono a sfruttare la situazione già ora (vedi il business legato alle consegne a domicilio e alle lezioni online), altri proveranno in futuro a proporre le ricette che ritengono più redditizie.

            • Tina, di lotte ce ne sono anche in Italia e ne abbiamo parlato più volte, scioperi ovunque, e non solo: varie forme di resistenza e autorganizzazione. La mia domanda era tutt’altra: si sono viste, da parte di una certa area “di movimento” italiana che in teoria avrebbe dovuto raccogliere l’invito di Sandro a trovare nuove forme di resistenza «senza sottovalutare il problema del controllo», pratiche o anche solo discorsi che appunto non lo sottovalutassero, cioè che contenessero anche una critica alla gestione dell’emergenza, allo slittamento orwelliano da «stare a casa» a «stare in casa», all’autoritarismo di questa fase, alla discrezionalità data alle forze dell’ordine, ai divieti sempre più demenziali? Noi, francamente, non ne abbiamo viste.

              Abbiamo visto, questo sì, battute e invettive sul fatto che «i Wu Ming si occupano di passeggiate» e di «libertà individuali», da parte di chi evidentemente si è rimbecillito e non riesce a capire che a essere colpite sono le libertà collettive, che qui ne va della possibilità futura di fare riunioni, assemblee, manifestazioni, presidii, sit-in e in generale di attraversare e vivere lo spazio pubblico fisico. La demonizzazione dell’aria aperta avrà conseguenze devastanti per le libertà di noi tutti. L’estensione del concetto già problematico di «assembramento» idem. Per stroncare le prossime occupazioni la repressione adotterà motivazioni sanitarie. Coi picchetti di lavoratori è già successo. E come non capire che l’apologia dello «stare in casa» è reazionaria? A parte qui e in pochissimi altri luoghi, si sta dibattendo su questo, da qualche parte nel movimento? Di certo non in pubblico, a leggere i siti di area e ad ascoltare le assemblee pubbliche in rete (quanto a certe discussioni sui social che ci sono state riportate, lì cadono le braccia e basta)

              C’è, nel “movimento”, una minima riflessione su come ricominciare a prendersi lo spazio pubblico? Su come rompere le compatibilità dell’emergenza, anche formalmente rimanendo dentro le norme ma sostanzialmente tornando a fare iniziative pubbliche nello spazio fisico, nelle città? Non mi risulta. In Polonia le donne sono scese in piazza – tenendo le distanze di sicurezza – per protestare contro l’ennesimo tentativo di vietare l’aborto. Qui si è ragionato su iniziative consimili? Su Giap ne stiamo discutendo fittamente, abbiamo mostrato che le rotture delle compatibilità sono partite come disobbedienze di singoli ma poi sono cominciati gli episodi collettivi. Noi non abbiamo mai smesso di muoverci per la città, e nei giorni scorsi lo abbiamo fatto in gruppo e dando testimonianze collettive (siamo andati a dare solidarietà alle librerie indipendenti che hanno riaperto). Nei prossimi giorni faremo iniziative pubbliche, che non annunciamo prima perché ce ne assumiamo solo noi la responsabilità.

              La precondizione per ragionare su come riconquistare lo spazio pubblico, tuttavia, è ritenere che diversi aspetti della gestione dell’emergenza da parte di governo nazionale, governatori e sindaci siano assurdi e inaccettabili, e che «stare a casa» non significhi «stare in casa». E purtoppo è a questa critica che hanno rinunciato a priori molte compagne e compagni “di movimento”.

              Un’altra precondizione è ritenere che videoriunioni e assemblee virtuali siano palliativi, o comunque forme a cui siamo costretti obtorto collo, che dovrebbero lasciarci fortemente insoddisfatti e desiderosi di tornare a fare quelle vere. Videoriunioni ne abbiamo dovute fare tutti, ma c’è chi lo ha fatto senza farsele piacere per forza, e chi invece ne ha parlato con entusiasmo, con spreco di retorica e toni e titoli roboanti. E invece ha ragione Bascetta quando evoca l’immagine del «parlatorio del carcere», ha ragione Ginevra Bompiani quando scrive che è grazie a videoriunioni e videochiamate che sono riusciti a tenerci reclusi, ha ragione Filo Sottile quando, come premessa del suo spettacolo on line Pesci rossi, dice: «Fare spettacoli così È UNA MERDA».

              Spacchiamo il vetro del parlatorio, è ora di tornare per strada. In forme, per ora, diverse da quelle di prima, ma che sono comunque un tornare in strada.

              • A proposito di diritti individuali, vorrei capire. Quando Basaglia cominciò a smontare i manicomi, il suo primo atto di disobbedienza fu quello di rifiutarsi di firmare gli ordini di contenzione per la settimana:

                “La mattina del 16 novembre del 1961, il suo primo giorno di lavoro come Direttore del Manicomio di Gorizia, decide di rispondere con un no alla richiesta di firma al registro delle contenzioni disposte dai medici il giorno precedente: “Nel momento in cui vi entrammo dicemmo un no, un no alla psichiatria, ma soprattutto un no alla miseria”. Quell’ingresso lo riportò immediatamente alla sua esperienza di sei mesi fatta in carcere, perché antifascista, sotto il regime fascista: lo stesso “odore di miseria e di paura, di urina e escrementi, odore di animali in gabbia”.”

                https://nelpaese.it/altro/nazionale/item/6756-basaglia-quaranta-quel-no-che-interroga-gli-operatori-sociali

                Un atto di diserzione *individuale*, in nome del diritto *individuale* del malato di mente a non essere legato al suo letto.

                Da quell’atto di insubordinazione individuale partì poi la più grande rivoluzione attuata in Italia dopo la resistenza, con una grande presa di responsabilità collettiva nei confronti della malattia mentale.

                Io questa distinzione tra diritti individuali e collettivi non la capisco. Quello che invece capisco benissimo è che chi irride al bisogno di libertà individuale chiamandolo “diritto all’aperitivo” non è mio compagno.

              • A questo punto però sarebbe davvero interessante conoscere il perché di questo “annichilimento”, soprattutto in quelle aree che si autoproclamano conflittuali. E mi sembra che di elementi per definirli tali non ce ne fossero già da un bel pezzo. Qui accanto a me il comune ha concesso in gestione uno spazio pubblico ad una realtà che di conflittuale, ovviamente, non ha MAI avuto nulla. La gestione dello spazio è stata assegnata dopo una manifestazione con circa cinquemila persone ( mi sembra). Ma non sono stati quei rapporti di forza a pesare. Ma ” altri”. XM e Atlantide non hanno avuto lo stesso trattamento infatti. Cosa potevamo davvero aspettarci da costoro?
                L’ unica iniziativa che hanno messo in piedi è un crowdfunding per offrire aiuti alimentari. Verniciando di rosso l’ iniziativa: staffette partigiane alimentari. Mi sembra che siano da sempre più interessati al ritorno di immagine che ad esercitare una critica dei meccanismi di sfruttamento ed oppressione. Insomma a fare quella beneficenza che niente ha a che vedere con la solidarietà e tantomeno col dissenso e con la critica dell’esistente. Sono così ridicolmente avulsi dal contesto da risultare caricaturali. Per non parlare poi dei cugini col pallino del marketing…perfettamente integrati in ogni logica di mercato.

    • A me sembrerebbe necessario bandire ogni tono vittimistico e ricattatorio, tutte quelle dichiarazioni che in maniera schizofrenica, da un lato, affondano il coltello e, dall’altro, dicono: ” eh però se mi dai una spinta poi magari mi faccio male…”. Mi spiace ma qui fra i commenti nessuno ha fatto terrorismo psicologico. Sono accuse che vanno respinte al mittente e rivolte a chi fa terrorismo mediatico di Stato. Qui nessuno ha dato dell’idiota a nessuno, però questa tecnica retorica di basso livello, altrove, ti consentirebbe di manipolare la discussione. Quello che si cerca di fare qui, grazie al contributo di tutte le persone che intervengono, è sviscerare gli argomenti e cercare risposte politiche e non metafisiche.

      • Vorrei anche sottolineare che il «Diario virale» non era e non è un manifesto politico. Lo abbiamo inteso come un testo letterario, scritto in diretta. Come tale, ognuno lo interpreta e trae un messaggio, se vuole. In questo senso, «fare autocritica» rispetto a quel testo sarebbe proprio fuoriluogo. Abbiamo fatto autocritica, ad esempio, sul nostro modo di usare i social, Twitter in particolare. Una lunga e motivata autocritica, perché lì c’erano azioni e intenzioni chiare. Idem per il nostro ruolo di narratori all’interno del cosiddetto movimento No Global degli anni Zero. Anche in quel caso c’erano azioni, strategie, scelte comunicative ben precise. Ma di un testo letterario non esiste autocritica. Sarebbe una roba da latte alle ginocchia. Secondo te abbiamo scritto fregnacce e sottovalutato i rischi. Benissimo, esprimi la tua critica, lo puoi fare persino sul blog dell’autore, nessuno ti censura se usi toni rispettosi. Cos’altro dovrebbe accadere?

        Quanto alle modalità della discussione qua sopra. Credo che molte persone abbiano un’idea distorta di questo spazio. Come se fosse il microfono aperto di Radio Radicale. O come se fosse un’assemblea di condominio, o il consiglio d’amministrazione di un’azienda. Dal mio punto di vista, è qualcosa di molto più terra terra e di molto più simile a un bar. C’è un barista burbero, che ogni tanto mette alla porta qualcuno, ogni tanto sfotte, ma intanto si sbatte per far accomodare tutte quanti, portare le ordinazioni, tenere alto il tono della discussione. Ecco: in un bar così uno che viene a lamentarsi perché gli è stata data una risposta troppo tranchant, o perché il barista l’ha guardato storto, si prenderebbe delle pernacchie e verrebbe invitato a tornare all’asilo. Cosa che qui non accade, nonostante il pur burbero barista.

    • Ascolta Tina: delle nostre valutazioni del rischio sanitario non frega un cazzo a nessuno, eccetto a te forse, e mi stupirei del contrario. Noi non siamo medici, non siamo virologi, non sappiamo niente di niente di queste cose. Mi sarei meravigliato di più che l’avessimo azzeccata una previsione sulla diffusione della pandemia piuttosto che sbagliarla. Ci occupiamo d’altro, e in particolare di narrazioni. Quello è il nostro campo. E infatti nei nostri post abbiamo analizzato come l’agire si sia collegato alla narrazione del virus, alle retoriche innescate sull’epidemia, alle scelte politiche legate a queste retoriche, eccetera. E queste analisi non le abbiamo sbagliate. Le rivendichiamo tutte, perché ne stiamo vivendo gli effetti, anche in termini di insufficienza della risposta pratica all’epidemia, non solo retorica. Vivremo i prossimi anni tra le macerie psichiche e politiche di questa epidemia.
      Se ti piace sentirmi dire che avevo sottovalutato il rischio pandemico, ecco, te lo dico e te lo confermo. E detto questo, qui si continuerà a parlare di tutti i rischi della irrazionale e paranoica risposta data in Italia alla pandemia.
      Se la discussione non ti piace o non ti convincono i nostri toni, peccato. Per tua fortuna non sei obbligata a starci a sentire.

      • Aggiungo: sebbene il nostro sarcasmo non risparmi nessuno, diverse persone sono venute qui, nei giorni scorsi, a raccontare come si siano risolti a indossare la mascherina, per non farsi additare come untori, per conformismo, o intimiditi dal commesso di un negozio. Nessuno li ha dileggiati. Al contrario, io ho ammirato la loro onestà e gliene sono grato, perché abbiamo grande bisogno di capire anche questi meccanismi, e non solo il gesto di chi si ribella e decide che la mascherina, all’aperto, non la indosserà mai.

        • racconto (eh è una specie di forma di terapia)

          titolo/domanda: come trovare energie belle?

          oggi io e mamma ci siamo avventurate nella più sovversiva reazione da settimane: raggiungere la brico.
          è a circa un chilometro da casa facendo la strada statale. ma sconfina in altro comune. siccome l’esigenza è anche il camminare decidiamo di unire utile e dilettevole (sono quasi dieci giorni che non metto piede fuori casa) e facciamo percorso che arriva alla brico salendo in altitudine per sentieri tranquillissimi e riducendo così il percorso sulla strada trafficata. entrando nel negozio (è da un mese che non valico le porte di un negozio) mi metto la sciarpina e penso: mi verrebbe da dire “questa è una rapina”. ma poi desisto. vedo che il ragazzo alla cassa ha la mascherina sul collo e all’istante mi sento più a mio agio. nel negozio di circa millemetriquadri siamo tipo in quattro acquirenti. quindi nessun problema di distanze. io mi fiondo nel reparto sementi orto e mia mamma si dirige alla cassa con il miscelatore “alibi” che però dovevamo comprare. sono a scegliermi le verdure e due tipe con la mascherina le vedo che si stanno avvicinando troppo (a ulteriore conferma di quanto si diceva) e al volo mi accaparro il basilico futuribile e raggiungo mia mamma. saluto i commessi ed esco mentre mia mamma salda.
          nel tragitto complessivo incontriamo diversi vicini di casa che ci dicono “buona camminata” oppure ci chiedono “come state?” oppure si fanno due parole generiche (monotematiche. ormai si parla soltanto di ipotesi di libertà). oltre che persone che ci conoscono con le quali ci salutiamo noi a piedi e loro in auto. e quindi tutto bene. incontriamo anche una camionetta carabinieresca nel momento che stiamo tornando a casa. li vedo in lontananza (è un rettilineo) e dico a mamma: eccoli. da appaiate che siamo mi metto a un metro di distanza da Giovanna. lei con la bisaccia con gli acquisti. li scruto da sotto gli occhiali da sole. sembrerebbero più a disagio e fuori luogo di noi. facciamo finta di niente vicendevolmente e continuiamo a camminare. poi dico a mamma: siamo la versione femminile di sopravvivenza all’apocalisse del libro/film the road

      • concordo in pieno sul problema delle narrazioni. Scrivendo oggi (ormai 11 aprile) vedo che riapriranno le librerie! questo è un piccolo passo, ma le librerie dovrebbero divenire un luogo dove si raccontano altre narrazioni rispetto a quella ufficiale. Da lì nasceranno i fiori di una nuova società! Perchè questo angolo virtuale sta svolgendo un lavoro che, là fuori nella realtà, al momento manca completamente. Con tutta la stima so che sapete di non poter competere a numeri di visualizzazione con il mainstream. Ma l’unico e vero terreno di battaglia è proprio quello dei media. Oppure, un lento, lentissimo ed inesorabile lavoro nella realtà. Questo momento potrebbe essere catartico per risvegliare ambizioni sopite di un mondo più giusto. Proprio per questo il bombardamento mediatico è passato ad un livello superiore, per questo la scienza di colpo è divenuta dogmatica (negando sè stessa).
        Non si può permettere, ora come mai prima d’ora, agli uomini di pensare. Perchè il nostro ruolo di olio da ingranaggio, di consumisti da spremere, sarebbe finalmente evidente a tutti, con un minimo sforzo. Proprio le due narrazioni contrastanti dovrebbero far vedere che ciò che più importa è il plusvalore che si può estrarre da ogni singolo umano, per far star su la baracca.

        • Sono contentissima se inizieranno a riaprire le librerie. Dovremmo essere lungimiranti perché per me se le librerie sono fruibili da domani (per dire) probabilmente, conoscendomi, impiegherò ulteriori settimane per decidermi ad arrivarci. alle librerie. Quindi prima diventerà possibile almeno teoricamente poterle raggiungere e meglio è. E questo per iniziare a dire che non è che se qualcosa ci è fruibile tra 24ore dopo che ci è stato negato per tempi percettivi interminabili poi si è proprio a fare la ressa bramando di raggiungerlo. Non siamo macchine che dicono: adesso no (e tutti immobili). Adesso sì (e tutti entusiasti). Siamo più difficili da capire. Per questo penso sia importante non continuare a rinviare. Con il virus dovremo imparare a scontrarci. Probabilmente per anni. Non è che quindi se tra un mese il governo deciderà che si può uscire allora tutti a fare festa. Quindi mi preoccupo. I tempi sono già estesissimi adesso. Figuriamoci se saremo prigionieri ancora per non si sa quanto.

        • CHi è l’ultimo? Ci penso ormai da ore, mi pare che la riapertura delle librerie sia un (IL?) grimaldello su un piatto d’argento: chi può, appena può, dove può vada a mettersi in fila davanti a una libreria (o a una cartoleria o a un fioraio, ché “chi ha due soldi compri con il primo un pane e un fiore con il secondo…”) e il ressto verrà da sé.

          e questo lo ripeto solo perché se no vado corto: nell’impossibilità di celebrare 25 aprile e primo maggio come quelli degli anni scorsi (e a pensare a certe deformazioni forse è meglio così), ma senza attendere per forza quelli a venire, non riusciamo a escogitare un modo di celebrare pure questi, soprattutto questi, *con i corpi*? Non dovremmo almeno provare a respirare insieme un po’ d’aria libera restando belli larghi, senza assardinarci, prendendoci tutto lo spazio necessario… parchi, piazze, viali, lungomare, ecc. (whatever it takes)?

          • Mi sembra un’idea ottima.
            Stavo pensando a questo: nelle città (penso a Firenze perchè ne ho esperienza) alcune librerie organizzano da sempre reading o comunque incontri legati a libri e autori: potranno farlo secondo le linee del decreto? Se non potessero, potrebbero trasformare gli spazi in “consultazione” per i clienti prima dell’acquisto magari?

            Invece ad esempio già in provincia (di Varese dove sono nato e attualmente mi trovo) l’unica libreria fornita e con un pensiero dietro non ha spazi caffe/sedie-poltrone): come si potrebbe trasformare l’accesso alla libreria in una affermazione di disobbendienza allo stato delle cose? Sono pienamente d’accordo che il passaggio dall’uscire solo per generi di prima di necessità ad altre categorie sia una occasione che non debba andare sprecata per rimarcare l’assurdità imposta dai decreti, cerco idee, ecco…

            • Proclamiamo Festa della Librazione (non è un refuso) i giorni da qui al 3 maggio.
              Proclamiamo generi di prima necessità i libri (e i fiori e le matite).
              Proclamiamo spazio e strumento di lotta (e di reading, ecc.) la fila all’aperto (in cauda venenum) e non le aree al coperto.
              Proclamiamo a questo proposito che essa (la fila) debba scorrere lenta se corta e meno lenta se lunga.
              Proclamiamo mascherine le mutande. Formiamo un’armata di mutandi resiliani, ma apriamoci anche a nasi e baffi finti.
              Proclamiamo (quant’è difficile arrivare a 550 battute) le medesime date, Giorni del Ricordo costante e ininterrotto, delle moltemila vittime delle Foibe Sanitarie Assistite.

              L’esercito del surf

        • Mi rendo conto ora di non essermi mai presentato: sono un insegnante freelance, vivo a Bologna, e da quando io e la mia compagna vi leggiamo abbiamo ricominciato a respirare, non ci sentiamo più alieni. Riporto un’esperienza che in parte si aggiunge alle riflessioni di WM2 sulla schizofrenia, e richiama il commento di frapavia. Ieri eravamo in uno dei pochi negozi ancora aperti: usciamo sempre insieme, per motivi psicologici, e anche per pura sensatezza. Prima una commessa, poi una cliente ci aggrediscono insultandoci, perché siamo entrati insieme e non portiamo la mascherina. Ce ne andiamo perché non vogliamo litigare. Arrivati a casa controlliamo tutti i decreti: non esiste obbligo di entrare uno per famiglia, tutti gli articoli che lo affermano rimandano al DPCM del 9/03, ma quel DPCM consiglia ma non obbliga a farlo, al punto che in alcuni comuni si è dovuto specificarlo attraverso ordinanze comunali – non a Bologna (non appare sulle ordinanze del sito di regione né comune). Allo stesso modo nessun decreto obbliga a portare la mascherina. Eppure nella narrazione comune se lo dicono i giornali allora è legge. Nello stesso giorno risento una conoscente: riguardo alla situazione presente ritiene siano necessarie le misure attuate; davanti alle mie obiezioni documentate, sul fatto che vari studi affermino che c’è più probabilità di contrarre il virus in spazi chiusi che aperti, risponde che non ci crede perché i virologi “ufficiali” non li hanno riportati. A questi esempi si uniscono decine di conoscenti ed ex amici che in questo mese hanno preso il volo: la realtà è certo più complessa della singola esperienza, ma temo che il numero dei fedeli alle narrazioni ufficiali sia comunque molto alto. Dunque leggo in frapavia un elemento fondamentale: per scardinare una narrazione che si è fissata, quando l’ipocondria si sarà attenuata, servirà un mezzo per fare riflettere chi in preda al panico ha accettato acriticamente le “Verità” ufficiali. Le librerie indipendenti potrebbero divenire il primo luogo di socialità in cui ripristinare una narrazione alternativa e partecipata, altrimenti non riesco a immaginare come si possa ricostruire un tessuto sociale umano.

    • Per rispondere a Tina. L’effetto quando ho trovato tramite un’amica il diario non è stato “cavoli, il virus è molto meno serio che fanno sembrare!”. Invece è stato un momento di “Cazzo, avevo smesso di pensare!”.
      Come tutti noi sono abituata di mettere punti di domande su come funziona la società, quali sono i meccanismi, chi se ne approfitta, a chi danno la colpa ecc, ma nel tutto il panico e la retorica della situazione avevo proprio perso un attimo questo atteggiamento critico. In verità ho provato rabbia anche su me stessa per come la paura mi aveva tolta la lucidità.
      La differenza è fra pretendere di avere tutte le risposte – che non credo che il blog abbia mai fatto – è di chiedersi chi dice una cosa e perché, che sistema c’è dietro. Come, infatti, facciamo da sempre, ma nella paura rischiamo di accettare qualsiasi cosa quando invece sarebbe più importante si sempre di interrogare.

      • Grazie a tutte e tutti per queste parole, da quand’è iniziata questa storiaccia non ci siamo fermati un minuto, abbiamo dedicato gran parte delle nostre energie a prendere in esame quel che sta succedendo, esplorare lo spazio urbano nei giorni del coronavirus, discutere tra noi, prendere appunti, scrivere post, sbloccare i commenti dei nuovi utenti, non sbloccare i troll (se ne sono visti pochi, per fortuna), rispondere ai commenti, “commissionare” altri post… Uno sbattimento mica da poco.

        Circa un milione di persone ha visitato questo blog nelle ultime settimane, numeri che non avevamo mai visto e molto probabilmente non vedremo mai più. È chiaro che abbiamo svolto una funzione di “supplenza”, sulla quale ci sarà da interrogarsi, perché se c’è un/a supplente vuol dire che mancava qualcuno “di ruolo”.

        Ovviamente quel qualcuno non è Repubblica o chi per essa, il ruolo dell’informazione mainstream non è quello di fare controinformazione (la controinformazione si chiama già così in opposizione al mainstream) e men che meno incoraggiare lo spirito critico durante un’emergenza, anzi, ha oggettivamente il ruolo opposto.

        No, noi stiamo facendo supplenza perché è in gran parte – non del tutto, ma in larga parte sì – mancato all’appello chi è “di ruolo” nel fare controinformazione. È su questo che dovremo interrogarci, finita la fase acuta dell’emergenza.

  49. Si aggiunge un ulteriore dettaglio, ad aumentare la dimensione teatrale delle misure contro il contagio. Ne avevo parlato in un commento al post sulle librerie, ma ormai è ufficiale, almeno qui in Emilia Romagna: sono di nuovo aperti i fiorai e i vivai di piante. Evviva. Tuttavia, nelle nostre brave autocertificazioni ministeriali, c’è scritto che possiamo uscire solo per: – comprovate esigenze lavorative; – assoluta urgenza; – situazione di necessità; – motivi di salute. Chiedo: in che categoria rientra l’acquisto di un alberello di calicanthus? Se adesso mi metto in auto e vado al vivaio più vicino per acquistare un pesco da mettere in giardino, il brigadiere che mi ferma sull’Asse Attrezzato, è d’accordo? Non credo. E allora – scusate il francese – che cazzo li avete aperti a fare i vivai?
    La risposta sembrerebbe questa: si apre alla chetichella, come già si sono aperte tante fabbriche in deroga. Si apre senza far troppo baccano, per non agitare contraddizioni evidenti: se posso andare dal fioraio, perché non a comprarmi un paio di jeans? Se posso andare a lavorare con la mascherina, perché non posso farmi una camminata nel bosco?

    • E un’altra risposta è: doppio legame. Tutta questa emergenza ne è intrisa. Apro i fiorai, ma non ci puoi andare. Apro le bancarelle di frutta e verdura, ma se vai a comprarle nella viuzza, ti fotografo col teleobiettivo e dico che fai un assembramento, che sei un irresponsabile. Dico che puoi fare una passeggiata con tuo figlio, ma solo stando in casa. Il doppio legame – ordinare una cosa per un verso e il suo contrario per un altro – non produce solo un blocco nell’interlocutore, che come fa, sbaglia. Produce, com’è noto, schizofrenia. E mi pare infatti questo il tono psichico verso il quale i “genitori governanti” stanno spingendo i “cittadini bambini cattivi (quando corrono), però buoni (quando lavorano)”.

      • Tutta questa situazione somiglia al manicomio in cui è recluso Jack Nicholson in “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Nella parte dell’infermiera sadica dai toni melliflui ci vedo gli articoli pubblicati da Repubblica, in cui giornalisti e intellettuali ci spiegano l’alto valore pedagogico della reclusione per gli adolescenti, o la grande opportunità di crescita interiore rappresentata dal confinamento.

        Abbiamo bisogno di un capo indiano gigante che sradichi un lavabo di marmo e lo scaraventi contro la vetrata, aprendosi la via della fuga.

        • E anche qui, probabilmente, il lavabo di marmo contro la vetrata lo scaglierà qualcuno che fino a quel momento si è finto muto per non subire la repressione. Magari incoraggiato da chi invece ha testimoniato in prima persona.

        • Certamente ma alla fine Randle McMurphy non puo’ scappare via perche’ lobotomizzato e il buon nativo Americano lo soffoca per salvarlo dalla sua prigionia e mettere fine alla sua sofferenza.

          Siamo tutti Randal McMurphy pre lobotomia coatta ora e dobbiamo resistere per non farci lobotomizzare anche noi dalla propaganda, paura e sospetto verso il prossimo. Ma siamo nel bel mezzo di un lungo processo non all’inizio o alla fine e tanti sono gia’ stati lobotomizzati; la maggioranza, credo.

          Quando faccio le interminabili file osservo e penso che la scena piu’ brutta e’ un essere umano mascherato fissando lo schermo del telefono appoggiato al shopping trolley. Non so perche’ mi riempie di orrore..meglio il destino soffocato di Randal McMurphy!

          • https://nitter.net/baruda/status/1248921355376001024

            Non so se sia un lavabo di marmo, però adesso a San Lorenzo a Roma, per salutare Salvatore Ricciardi, speaker di Radio Onda Rossa, qualcuno la finestra un po’ la sta incrinando. Non gente comune, ma militanti. Sicuramente è un evento non così quotidiano come fare la spesa, ma qui un segnale si sta dando. Lo spazio pubblico è politico e sicuramente ci saranno molti modi di riprenderselo anche nella quotidianità. Oggi qualcuno un rischio se lo sta prendendo. Vedremo come si evolve questa storia. Mi sembra ancora più significativa la violazione della reclusione casalinga, visto che Ricciardi dedicò una vita alla lotta anticarceraria.

            • Importantissimo, davvero. E, hai ragione anche su questo, appropriatissimo. Grazie mille della segnalazione.

                • Idranti. Blindati. Agenti in tenuta antisommossa. Per procedere all’identificazione di persone che ben distanziate, munite di mascherine, davano l’ultimo saluto ad un compagno. Elicotteri. Droni. Vigili in straordinario perenne per stanare qualche “ criminale” che decida di fare un pic nic fra i boschi con i figli magari. Ma che deriva è questa? Nessuno che si presenti sui luoghi di lavoro ( in quelli che conosco io nessuno da inizio restrizioni). Il ministro Speranza ( nomen omen, lo so: troppo banale) e quell’Arcuri che proclamano che non cesserà l’emergenza fino al vaccino? E se il vaccino con arrivasse o facesse più danni della malattia? Sto iniziando a demoralizzarmi.

            • Grazie per questa bellissima testimonianza che riporta il dibattito politico alla sua essenza incarnata: la lotta. Spero che occasioni di questo tipo si moltiplichino e si diffondano con la rapidità del virus. Ricordandoci che siamo ancora vivi e che dobbiamo continuare a lottare tutti i giorni. Proprio oggi che si parlava di ” supplenza”, qualcuno ci ha mostrato che ancora esiste e che non tutti, per fortuna, si sono dati alla macchia del più becero conformismo. In effetti, le frange di movimento che sostengono i detenuti sono le meno inclini al silenzio e all’obbedienza. Risultando per questo “osticamente” radicali. A spaventare è il conflitto. Ancora più della dittatura.

  50. Ciao Tina. Permettimi di replicare.
    Punto primo. Nessuno in questo spazio di discussione ha incasellato dentro le figure che tu descrivi i poliziotti, i cittadini, i media a priori. È la quotidiana analisi della realtà insieme alle testimonianze dirette ( poche de relato quali quelle riportate dai giornali che le manipolano a piacimento) che ha portato a stilizzare i contorni di questi personaggi e categorie. I media per lo più mistificano le notizie con dolo: il titolo ad effetto sparge terrore, leggi il contenuto ( se accessibile) e già i toni sono meno enfatici e a volte si scopre pure che la notizia non corrisponde alla presentazione!
    Punto secondo. Non ho mai colto sarcasmo nel tono con cui si controbatte nelle discussioni, le argomentazioni seguono sempre un filo logico e ci si prende la briga di rispondere con impegno, non liquidando nessuno come idiota. Anzi, proprio il fatto che ci si dilunghi a dibattere è la prova che non ci pone certo su un piedistallo. Altrimenti faremmo tutti come tal Burioni che zittisce l’interlocutore perché si sa “ la scienza non è democratica” e se non sei professore associato di qualcosa non vali nulla e con te non ci discuto neppure.
    Terzo. Già è stato ampiamente chiarito, molto meglio di quanto io potrei fare, il senso del diario che già nel nome porta con sè l’idea di una rappresentazione della realtà in divenire. Io nel diario delle elementari un giorno scrivevo: “ mi piace Tizio”, due giorni dopo: “mi piace Caio”. Ero incoerente? No, semplicemente non conoscevo Caio due giorni prima. Nessuno poteva prevedere al millimetro l’evoluzione della situazione, neppure i cd esperti che “qualche” responsabilità più degli altri la hanno. Ora, non è che io sia veggente, ma lo scenario attuale me lo aspettavo tutto perché virus e batteri hanno sempre esercitato sulla mia psiche un certo terrore…e leggendo della Cina… ma non è che siccome io sono paranoica reputo gli altri esseri umani sprovveduti. Non credo che gli autori del diario debbano fare alcuna autocritica, anzi in pochissimi altri contesti si sono mantenute tanta lucidità, coerenza ed apertura mentale. C’è ben poco da rinnegare.

  51. Io sono ottimista, perfino nel caso di un popolo incline al conformismo e al fascismo come quello italiano. Wu Ming 2 teme una situazione esplosiva in occasione delle festività di Pasqua (commento a “I bambini scomparsi per decreto. La sofferenza dei più piccoli nei giorni del coronavirus”) ma, secondo me, sarà invece una marea montante, a prescindere da festività, weekend e ponti. Ho l’impressione che le persone si siano rotte e si romperanno i coglioni di essere reclusi in casa, autorizzati ad uscire solo per lavorare, come in un enorme arbeitslager. Non mi riferisco a nulla di organizzato e consapevole, le eventuali proteste collettive seguiranno e canalizzeranno la rabbia, il malessere e la frustrazione individuali. È sempre stato così, dalle fondamentali rivendicazioni lavorative all’opposizione anti-fascista e partigiana, dalle grandi proteste sociali alla ribellione agli oppressori. All’inizio saranno solo gesti isolati, poi si scoprirà di non essere soli, infine la marea monterà.

    A sostegno del mio pensiero, fornisco alcuni dati. L’analisi non ha valenza scientifica per varie ragioni: dati in forma aggregata e analizzati in forma grezza; data la disomogeneità degli interventi legislativi, si considerano solo i giorni successivi al 25 marzo; ne consegue che la mole di dati è insufficiente per un’analisi seria e individuare una tendenza che scremi i dati dalle ovvie oscillazioni (giorni feriali, giorni festivi, etc.). I dati sono presentati in forma tabellare (https://ibb.co/vj7QTwv), sanzioni e denunce in forma grafica e in valori assoluti (https://ibb.co/kMrBnmS) e le sole sanzioni in forma grafica e in valore percentuale (https://ibb.co/cXxKRLF). Ovviamente nell’ultimo grafico le denunce sono prossime allo zero.

    • Diciamo quindi che è un auspicio. Mi piace pensare che questi dati siano il segno di un’imminente, potente rottura di coglioni. Che questa tendenza si consolidi e abbia una crescita esponenziale, analoga alla diffusione del contagio. Più persone contravverranno e sfideranno decreti e ordinanze, più altre persone ci proveranno perché convinti che statisticamente sarà più improbabile una sanzione. Dai primi sotterfugi si passerà al vaffanculo. Non ci saranno forze dell’ordine e militari sufficienti per controllare tutti e tutte le zone del paese, le sanzioni non saranno pagate, magari sperando in prescrizioni o futuri annullamenti, i giudici di pace saranno oberati dai ricorsi, ci saranno scontri verbali e fisici. Forse i proclami pasquali intimidatori porteranno a una flessione ma sarà comunque una valanga inarrestabile. Per uno che cade, altri cento avanzeranno. Come nelle epiche scene di un film, di battaglie o grandi proteste sociali, le prime linee cadranno, ma le persone dietro di loro continueranno ad avanzare imperterrite, consce di essere inermi ma di essere molti, troppi per gli stronzi davanti a loro. È evidente come le classi politiche attuali, inadeguate e fasciste, non solo non consultino esperti di psicologia delle masse nell’elaborare strategie e restrizioni, ma sono assolutamente prive di buon senso e della lungimiranza con un arco temporale maggiore di una settimana.

      • «È evidente come le classi politiche attuali, inadeguate e fasciste, non solo non consultino esperti di psicologia delle masse nell’elaborare strategie e restrizioni»

        Mi hai fatto venire in mente un questionario per uno studio che stanno conducendo all’università di Leeds, un docente sudcoreano e un ricercatore italiano se non ricordo male.
        Vale quel che vale ma le domande erano abbastanza esplicite, vedere per credere (“Pensi ci voglia un uomo forte al comando?” “Che azioni intraprenderesti per protestare?”). Ecco, sarei sorpreso di scoprire che tali ricerche non venissero non dico commissionate ma per lo meno proposte poi al miglior offerente.

        https://ibb.co/1Q6XMJ8
        https://ibb.co/X2Lmxfx
        https://ibb.co/yhC3kdp

  52. Avete mai letto i commenti agli articoli dei giornali?. Tempo tre-quattro interventi e si innescano litigi fra tizio e caio, i quali, tempo altri 3-4 interventi, si mandano vicendevolmente all’altro paese. Lo spazio di Radio radicale, come dice WM2.
    Qui, e torno a rivolgermi a TIna, è un pò diverso, e già questo mi sembra tanto. Puoi essere critico quanto ti pare, e la risposta alla tua critica potrà essere sarcastica, caustica, sprezzante, o al contrario cortese, ma quasi sempre sarà circostanziata, motivata. Non capiterà mai di trovare qualcuno che ti dica: “tu non capisci un c…vattene aff…”.
    Credo di interpretare l’opinione della maggioranza, nonché lo spirito dei “baristi burberi”, dicendo che questo non è né vuole essere il classico spazio in cui ci si dice che quanto siamo bravi e intelligenti noi che abbiano capito tutto e quanto sono imbecilli tutti gli altri. Quanto siamo liberi e indipendenti noi che esercitiamo lo spirito critico e quanto sono pecoroni tutti gli altri che si adeguano al conformismo.
    Hai trovato che i media vengono descritti come “dediti alla diffusione del panico”. Personalmente ho letto interventi di critica della contraddittorietà dei media. In questa contraddittorietà si passa dall’aria impregnata di virus mortale alla imminente vittoria sul virus stesso, e spesso nella stessa testata nello stesso giorno. Magari questo non diffonde panico, ma confusione si, e dopo la confusione cosa arriva? Forse il panico?
    Sostieni che coloro che parlano fuori dal coro (odiosa espressione) vengono “dileggiati e non certo incoraggiati ad adottare nuove prospettive”. Si discute, ci si confronta, si argomenta, poi sta ad ognuno di noi trarre le conclusioni. Nessuno vuole convincere nessuno. Se trovo che la discussione sull’illogicità dell’indossare mascherine sempre e comunque sia sensata la faccio mia, e mi sento incoraggiato (o meglio, mi incoraggio) a non indossarla all’aperto in luoghi non frequentati, altrimenti continuo a metterla, sempre e dovunque.

  53. Ok, mettiamo che la mascherina non serva a niente. Come vorreste far ripartire quella che chiamano la ‘normalità’, che normalità poi non sarà? Nessuna misura è sicura al 100%, però almeno si prova. Le uniche misure abbordabili, per tutti e relativamente economiche che ci sono date per una riapertura, per un tentare il ritorno alla vita, sono la distanza fisica e un qualcosa che in caso di tosse protegga gli altri da noi o noi dagli altri per almeno un minimo. Non ci sono certezze, ma se una mascherina mi proteggesse per il 50%, già sarebbe un buon risultato.
    Mi spaventa di più il problema dell’accudimento dei figli se i genitori lavorano e la scuola, come sembra, dovesse rimanere chiusa. Nessuno pensa che in Italia i nonni sono soliti occuparsi dei nipoti? Nessuno pensa a quali conseguenze ne deriverebbero? La fascia più a rischio con la fascia più asintomatica! Nessun politico pensa ad una possibile alternativa a questo suicidio sociale?

    • Nessuno, ma proprio nessuno nessuno, qui ha detto che «la mascherina non serve a niente». Si è fatto notare, citando studi, paper scientifici, documenti dell’OMS e quant’altro, che l’obbligo di mascherina – o addirittura un “surrogato” di mascherina – all’aria aperta è infondato e ha motivazioni molto più teatral-politiche che sanitarie, e che portare la mascherina all’aperto quando intorno non hai nessuno non ti aggiunge alcuna protezione a quella che già ti garantisce stare all’aperto e a distanza di sicurezza.

  54. “Quindi qualche tipo di protezione facciale diventerà la norma, anche se solo per rassicurare le persone”. L’OMS per bocca di David Nabarro. https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/04/13/omsportare-mascherine-diventera-norma_d6459c2a-ea7f-4634-998d-0e36d3a9364d.html

    In altri tempi per rassicurare le persone sarebbero stati utili crocifisso, rosario, statuette di Padre Pio; ora questa funzione la hanno le mascherine.

    Lo dicono apertamente, la funzione è (“anche”) simbolica, magico religiosa.
    Come il fioretto di cui si parlava alcuni post fa.

    • La funzione è anche pratica, direi, di toglierci da questo lockdown. Certamente anch’io trovo inutile usarla all’aria aperta se si mantiene la distanza fisica, ma in Italia probabilmente si è sparsa l’idea che il virus viaggi nell’aria (articolo di Repubblica). E comunque segnalo l’articolo di repubblica.it (https://rep.repubblica.it/pwa/longform/2020/04/13/news/coronavirus_nord_sud-253830453/?ref=RHPPTP-BH-I253912588-C8-P2-S4.3-T1) sul fatto che la coppia di turisti cinesi, i primi ricoverati allo Spallanzani di Roma con sintomi da Covid-19, forse grazie alle mascherine usate con costanza abbiano evitato di contagiare terze persone prima di avere i sintomi del virus e venire quindi isolati nel reparto malattie infettive. Che la coppia fosse abituata all’uso delle mascherine l’ho trovato anche su https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/31/coronavirus-i-turisti-cinesi-ricoverati-allo-spallanzani-di-roma-sono-in-buone-condizioni-come-normale-influenza/5690955/

      • Ma la convinzione diffusa in Italia che il virus viaggi nell’aria è un serio problema, si è già dimostrata la pre-condizione per ogni sorta di idiozia e abuso, ed è una credenza falsa, va spazzata via. Se si accetta anche solo per mere ragioni “pragmatiche” l’obbligo della mascherina all’aria aperta, quella credenza continuerà ad aleggiare (quella sì), con tutto il suo portato tossico. Non fa mai bene che rimangano in circolazione falsità, men che meno riguardanti la salute, men che meno quando cinicamente avallate dall’autorità. Se «usciamo dal lockdown» convinti di una cosa del genere, ne usciamo molto male, mantenendo le pre-condizioni di cui sopra, con conseguenze potenzialmente devastanti.

        • Si è arrivati all’assurdo che Fedriga ha diffuso un video in cui annuncia l’obbligo di mascherina per qualunque attività che non si svolga all’interno del proprio domicilio. Nel video si vedono due bandiere, quella italiana e quella europea. Ciò permette con buona approssimazione di situare il luogo in cui il video è stato girato all’interno della sede della Regione FVG, e quindi non all’interno del domicilio di Fedriga. Ovviamente Fedriga parla senza indossare la mascherina.

          p.s. Nella nuova ordinanza Fedriga concede (bontà sua) di svolgere attività motoria in prossimità della propria abitazione. Ovviamente indossando la mascherina.

          • Ma ieri non trasgrediva la sua ultima ordinanza, valida a partire da oggi. Per questo in una fotografia odierna, diffusa dalla rituale propaganda di regime (sanitario, ça va sans dire), è ritratto mentre dimostra alla cittadinanza come sia possibile bere una buona tazzina di caffè per osmosi, senza pregiudicare la funzionalità di una mascherina. Immagino che i biscottini saranno preventivamente sbriciolati e aspirati attraverso la stessa, trama permettendo. O forse saranno inseriti negli interstizi che la mascherina lascia sulle gote incavate dell’infaticabile presidente di regione.

  55. Ci tengo a ringraziare voi tutti del blog per tenere aperto questo spazio di riflessione e discussione. Siete fra i pochi che fin da subito hanno avvertito la pericolosità di un uso illimitato dell’autorità in periodi, come in questo caso, d’emergenza sanitaria (dove neanche la Costituzione ha più voce) e di quanto sia facile accettare, per paura, una limitazione alle nostre libertà. Forse anche questo fa male. Il tentativo controproducente di voler essere ‘bravi cittadini’ responsabili e fiduciosi nelle misure del governo e il ritrovarsi, ancora dopo più di un mese, in una situazione senza prospettive o piani pratici di uscita.

  56. A proposito di pericolosa attribuzione alla mascherina di poteri salvifici (basta la mascherina et voilà, si può tornare al lavoro), volevo far notare le foto in cui mi sono imbattuta sul sito del Viminale, scaricando i famigerati moduli, e raccontare un’esperienza di viaggio.
    Tra le foto, due carabinieri fianco a fianco con un malcapitato che da vicinissimo porge il modulo, https://www.interno.gov.it/it/notizie/modulo-lautodichiarazione
    Tutti con la mascherina e senza altre protezioni, ovviamente.

    L’esperienza è quella di un viaggio intercontinentale di rientro in Europa. Tutt dotat di mascherine, delle fogge più varie, dal velo di tessuto fatto in casa alla più avanzata protezione. Tutt stipat in un aereo strapieno, per oltre dieci ore: la funzione della mascherina ne è uscita, come dire, ridimensionata. Però abbiamo avuto un bel discorso del comandante che ci ha detto quanto dovevamo essere grati di quel volo, e come il personale di bordo fosse tutto volontario (dotato solo di mascherine e guanti). All’uscita dal volo – il colmo della vicenda – la hostess che rivolge a ciascun un appello accorato “mi raccomando, state a casa!”. La scelta della compagnia di non limitare i passeggeri o raddoppiare il volo per garantire condizioni di sicurezza ci è stata rovesciata addosso come responsabilità individuale, lo stigma di untori che la mancanza di sicurezza a cui siamo stat sottopost ci ha appiccicato addosso. E nei viaggi tra aereoporti d’Italia (con voli in cui le distanze erano molto meglio rispettate) ho continuato a notare che le persone che non tenevano la distanza di un metro erano quelle che, con la mascherina, lavoravano, parlando tra loro e con chi viaggiava.
    Credo, ma questo apre altri discorsi, che ci vorrà un gran lavoro di epidemiologia popolare per smascherare le pratiche davvero dannose.

  57. Scusate, non so se questa sia la discussione più corretta sotto cui inserire questa intervista, ma parliamo di un insigne virologo che i vari medici influencer secondo me si guardano bene dallo smentire o coinvolgere in polemiche a suon di posts sui social e tanto meno dal diffidare…Penso sia un invito alla riflessione, tra l’altro è uno dei pochi che ripete le stesse cose dall’inizio ad oggi.
    Credo anche, pur da profana, che molte delle cd evidenze scientifiche siano sotto gli occhi di tutti e non bisogna essere medici per comprenderle ( una su tutti: modalità di contagio).
    Di seguito il link:

    https://archive.is/eT4vl

    • Scusami, @Mandragola01, ma Giulio Tarro è un se-dicente “insigne”, sul quale ci sono molte cautele da prendere: vedi ad esempio questo articolo di neXt https://www.nextquotidiano.it/dieci-cose-da-sapere-su-giulio-tarro/. Nell’intervista che linki (fonte Business Insider, non proprio un giornale specializzato), ci sono almeno due affermazioni discutibili: che il virus non attecchisca in Africa (poteva essere vero 10 giorni fa, non certo oggi di fatto, non abbiamo ancora elementi per dire se il caldo sarà un elemento favorevole o meno, perché non è ancora noto il comportamento di questo virus). E che ci siano ceppi diversi del virus. Quest’ultima è una fake-news che i virologi impegnati sul campo (Tarro non lo è, è in pensione) stanno cercando di smentire. Riporto qui uno status dalla pagina fb di Simone Marini (impegnato nella ricerca all’Univerity of Florida) del 12 aprile:
      «Presto arriverà anche ai media italiani la notizia che ci sono tre ceppi (a, b, e c) del virus responsabile per covid19. In breve: è probabilmente sbagliato.
      È uscito un articolo su un giornale molto autorevole (PNAS), ma è basato su dati molto “rumorosi” analizzati con tecniche estremamente datate. L’articolo è stato pesantemente criticato. Insieme ai miei colleghi ho fatto la mia parte (prima che l’articolo in questione uscisse) studiando i dati del Covid19, ben più recenti (loro con 160 genomi, noi con 2600). Questi tre ceppi non li abbiamo trovati. Non solo, abbiamo scoperto che al momento non è possibile identificare clusters di trasmissione entro regioni, contee, o città che siano solo basati sui dati genetici.
      Inoltre ieri due miei colleghi hanno preso esattamente gli stessi dati usati per desumere questa cosa dei 3 ceppi, e hanno dimostrato che sono così rumorosi che non si può giungere ad alcuna conclusione a riguardo. Stanno scrivendo una lettera a PNAS».
      Che Tizio o Caio non sia smentito da Burioni o Lopalco non è di per sé segno del suo valore: e cmq non è neanche vero, Burioni ha polemizzato più volte con Tarro, ad es. su una delle sue fake-news, quella che il virus non colpirebbe gli immigrati (a scanso di equivoci: io non mi curo coni farmaci da 34 anni, quindi non sono certo pro Burioni).

      • Ciao Girolamo, il prof. Tarro insigne lo è certamente e la sua posizione è condivisa da molti autorevoli scienziati. Lo stesso Garattini afferma che sul vaccino pensano molte incognite e che presentarlo come la panacea senza sapere come esattamente si comporterà questo virus è illusorio. Perché anche se i giornali titolano che sarà pronto domani o dopo e il governo sottolinei di continuo che senza quello alla normalità non si torna ( bello vero lo stato di polizia? Così lo giustificano sine die), non é così scontato che funzioni, sia disponibile su larga scala e mille altri dettagli che da più fronti si cerca di evidenziare. Riguardo la diffusione del Coronavirus in Africa, tenendo conto delle variegate realtà del Continente e dei sistemi sanitari presenti, i numeri non sono drammatici. Poi sui vari ceppi io non mi pronuncio perché non ho le conoscenze per farlo.

        • Se la sua posizione è condivisa da autorevoli scenziati, forse sarebbe meglio citare questi, non un personaggio quantomeno discutibile (che sia rilanciato da Dagospia dovrebbe dirti qualcosa), che “abbellisce” il curriculum vitae con affermazioni a volte ambigue, a volte non veritiere, e non si fa scrupolo di acquisire titoli di studio a pagamento. Che comunque non fa più ricerca, in un campo dove l’aggiornamento è fondamentale. Che ha rilasciato dichiarazioni altrettanto discutibili, ad esempio a sostegno della posizione di Boris Johnson sull’immunità di gregge. E che almeno in un caso comprovato – quello della presunta immunità dei migranti – ha dimostrato di rilasciare dichiarazioni per sentito dire. È un campo di discussione molto complicato, perché tocca barcamenarsi fra tecnicismi dai quali non possiamo prescindere, e necessità di andare oltre gli stretti confini degli esperti che non riescono a vedere cosa c’è nella strada accanto: cerchiamo di non renderlo ancora più complicato dando autorevolezza a chiunque apra bocca senza prima fare un minimo di verifica delle fonti. Quanto al vaccino: tutte le autorità mediche accreditate avvertono che *non* sarà pronto domani, né dopodomani, proprio per le caratteristiche di mutabilità del virus, e la necessità di tempi tecnici sui quali non si possono fare salti né prendere scorciatoie, e non mi pare proprio che omettano cautele sull’illusione che sia una panacea. Uno per tutti, anche Gianfranco Pancino (che per la sua storia personale e politica, al di là della sua competenza professionale tutt’ora all’opera, non può essere sospettato di simpatie per alcuno Stato di polizia) ti dice che le precauzioni vanno mantenute, con criterio, fino alla disponibilità di un vaccino efficace.

          • Sono d’accordo sul tuo punto di vista per molti aspetti e conoscevo le ombre che aleggiano sul prof. Tarro, ma in anche in tempi non sospetti e dl di fuori del contesto pandemia da Covid avevo apprezzato alcuni suoi interventi. Condivido anche il pensiero espresso da Pancino. Della posizione di Tarro mi convince, al di là di aspetti che non ho le competenze per giudicare, il suo realismo riguardo le aspettative sul vaccino e soprattutto il riferimento alle negligenze delle istituzioni e al massacro dells sanità pubblica perpetrato dagli anni novanta ad oggi.

        • Scusa, la risposta è partita senza che avessi terminato. Quando parlavo dell’argomento “vaccino” mi riferivo ai titoli fantasmagorici dei giornali che ora lo danno per certo a questa o quella data, salvo poi cancellare la notizia dopo poche ore così facendo un’opera si disinformazione notevole come è ormai costume in Italia da parte delle
          fonti mainstream cui bada bene che io non mi affido. Ma le osservo perché sono un ottimo esercizio per capire fino a che punto insinuino convinzioni nelle menti delle persone poco avvezze a cercare di verificare ciò che leggono. Ho poi citato Burioni perché per me rappresenta la quintessenza del saccente che siccome ritiene che la scienza non sia democratica di atteggia a divulgatore di dogmi. Che puntualmente lui stesso contraddice fingendo di non ricordare cosa abbia detto in precedenza. La scienza non sarà democratica ma deve essere umile perché la storia insegna che nulla è più confutabile di una teoria che si atteggi a verità assoluta.

  58. Buongiorno a tutti,per quanto riguarda la Toscana volevo far notare che ,probabilmente, non c’è l’obbligo di usarla all’aperto sempre e comunque,contrariamente a quanto abbiano affermato giornalisti e sindaci vari.
    L’ordinanza 26 del 06/04 dice infatti:”(ORDINA)di disporre l’utilizzo obbligatorio della mascherina monouso, in spazi aperti, pubblici o aperti al pubblico, quando, in presenza di più persone, è obbligatorio il mantenimento della distanza sociale”.
    Ora,a leggere questo articolo,mi pare di capire dunque che la mascherina non sia necessaria ogni volta che si esce per strada,ma solo nel caso che si frequentino luoghi pubblici affollati(vedi file davanti ai supermercati).
    In ogni caso trovo allucinane la continua fumosità e non chiarezza di tutte queste ordinanze.
    Cosa vuol dire per esempio “quando,in presenza di più persone,É OBBLIGATORIO IL MANTENIMENTO DELLA DISTANZA SOCIALE”?Vuol dire per caso che ci sono volte in cui il distanziamento fisico non è necessario?
    Questo è quello che mi pare di notare,se sto sbagliando ad interpretare queste norme ditemelo pure.
    P.S. Grazie mille a tutti per gli articoli,le riflessioni e i commenti vari che pubblicate,è bello rendersi conto di non essere soli ,che in giro c’è ancora gente a cui piace riflettere e parlare con calma e rispetto.

  59. Salve a tutti. Volevo innanzitutto rispondere a Rafal. Anch’io toscano, ho ascoltato più volte il video del 06/04 del Governatore che annuncia l’arrivo delle mascherine (“non è uno spot”). A parte il “dicesi Kibbutz” che a me sembra permeare l’intero intervento (l’ho guardato varie volte in loop e non ci ho capito granchè) sono sicuro che abbia detto che l’obbligo è nei locali pubblici in tutte le situazioni in cui non è garantita la distanza minima di 1,80 m. Però nella pratica nei sobborghi bene di Firenze ora in molti girano fuori con la mascherina e guarda caso oggi sono stato fermato proprio io che non avevo la mascherina (e per di più in compagnia). (Vado OT ma non so che farci) Ci hanno chiesto dove cosa quando e poi il documento. Al che gli ho chiesto cosa stavamo facendo di male per chiederci il documento e il mister PS che anche se non c’era il covid poteva chiedermelo, che stava facendo il suo lavoro etc etc. Io non ho insistito e gli ho dato il documento e la cosa è finita lì (hanno fatto l’autocertificazione). Anche perchè ero stato a fare la spesa, in tasca avevo la mascherina (mi hanno chiesto di mettermela e io gli ho detto che non era obbligatorio) e ero tranquillo delle mie ragioni, non so altrimenti ma mi è sembrato che di base dovessero raccogliere un tot di autocertificazioni e stop. Mi è stato suggerito che in questi ricchi sobborghi di Firenze Qualcuno dalla sua villa abbia visto troppo movimento in basso (già di per sè è un mortorio!?), si sia spaventato e abbia chiamato chi di dovere per vigilare.
    Un’annotazione: tra il video di Rossi e la consegna delle preziose mascherine a casa (imbustate e col nome stampato sulla busta, però a quel che risulta non le hanno consegnate a tutti) le suddette da 3 sono diventate 2 a testa e da monouso riutilizzabili. Quando ebbi modo di sentire dei medici cinesi che si fregiavano dei loro premi consistenti in preziosissime bustine di tè li compatii…
    PS per me il confine è segnato, io la mascherina all’aperto non la metto, non è solo l’assurdità ma anche…un confine.

    • Sottoscrivo, ovviamente, il ps, anche per me questo è un baluardo invalicabile, oltrepassato il quale è finita (per chi non lo conoscesse, suggerisco di leggere il racconto Separazione di Primo Levi, terribile nonostante il tono lieve). A Torino, dopo giorni e giorni di notiziole ad hoc su repubblica e la stampa (cuginetti, se non fratellini, come si sa) sull’aria infetta e addirittura, stamattina, sui pericoli insiti nella mera attività del parlare (goccioline pericolosissime a milioni!), finalmente la notizia che temevo di leggere da quando la campagna terroristica è iniziata: https://www.lastampa.it/torino/2020/04/15/news/la-regione-distribuira-mascherine-a-5-milioni-di-cittadini-1.38721095, che poi c’era da tre giorni, mi era sfuggita.
      Il fatto è che quello delle mascherine è un business pazzesco, dovranno produrne miliardi, e se le faranno, almeno in Italia, diventare obbligatorie indefinitamente, gli introiti sarebbero, saranno, giganteschi. Chissà che non ci sia dietro la famiglia che possiede entrambe repubblica e la stampa, la cui principale attività produttiva (notoriamente la costruzione e vendita di automobili) è in gravissima perdita, non ne vendono più una. Pensando anche al fatto di quell’imprenditore arrestato per una tentata truffa milionaria proprio sulla commercializzazione delle mascherine, rendiamoci conto che se questo è il nuovo business e si starà scatenando una battaglia all’ultimo sangue per strappare gli appalti. Che ovviamente sarà vinta dai più forti.
      Ora comunque si tratta di capire se questo famigerato obbligo varrà soltanto per accedere ai negozi, per poterli riaprire. Perché se invece sarà generalizzato, esteso a tutto l’ambiente al di fuori di casa propria, ragazzi, è veramente la fine. Il 25 aprile è vicino, facciamoci una riflessione, è forse venuta l’ora per dare via a una nuova Resistenza, si spera soltanto incruenta.

      • Ciao a tutti,
        Rispondendo a Musikarol e pensando a quello che mi è accaduto, ho fatto una leggerezza (ritrovarmi con un amico, il primo che vedevo dall’inizio del lockdown) a fare la spesa, e ci siamo accompagnati a fare delle commissioni, quando ci hanno fermati si vedeva che eravamo insieme. La mia scelta di rispondere al PS è stata dettata dall’esasperazione dovuta alle condizioni di isolamento forzato, più personalmente dalla disperazione per una situazione che sento peggiorare. A posteriori ho rischiato incontrollatamente (una multa). Lo dico per me: “cerchiamo di ragionare”. Sulle mascherine qui nel mio paese, Fiesole, la situazione è che al momento non ci sono ulteriori ordinanze, fa fede quella regionale, per cui la mascherina è obbligatoria a) negli spazi chiusi b) “in spazi aperti, pubblici o aperti al pubblico, quando, in presenza di più persone, è obbligatorio il mantenimento della distanza sociale” (e già qui perchè non hanno scritto una distanza tot. precisa?). Il discorso sulla mascherina è “male non farà, una protezione in più”. Due mascherine in cambio di una sanità pubblica. Uno scambio conveniente direi. E sentirsi parte di una nazione gratis.

        • “Due mascherine in cambio di una sanità pubblica. Uno scambio conveniente direi. E sentirsi parte di una nazione gratis”: dove sta scritto che questa sia la natura dello scambio, che questo sia il prezzo da pagare per sottostare a un obbligo privo di senso e soprattutto di certezze sui risultati che si otterrebbero? Forse ho malinteso il suo commento al mio, nel quale paventavo l’accettazione prona di un obbligo assurdo, che di fatto sposterebbe su tutti noi incolpevoli, ancora una volta, l’attenzione (e le colpe) dai nostri governanti e politici, che hanno di fatto facilitato (con lo smantellamento in corso del servizio sanitario pubblico, in primis) il verificarsi dell’attuale situazione. Quindi, se si arrivasse a tanto, il primo che verrebbe beccato senza la mascherina, se non verrà arrestato, sarà magari linciato come untore, e tutti contenti. Poi posso essere io ad aver frainteso, sia il suo commento sia le intenzioni del governo del Piemonte. Ovvero, se per riaprire tutto, ma proprio tutto, ridando lavoro, vita e speranze di futuro a una marea di gente ora in ginocchio, ci obbligheranno, *per un termine di tempo limitato e verificabile in progress*, a mettere la mascherina per entrare nei negozi o salire sui mezzi pubblici, ok. Altrimenti no, non ci sto, e chiudo con un copia e incolla del suo ps di soli due giorni fa: “per me il confine è segnato, io la mascherina all’aperto non la metto, non è solo l’assurdità ma anche…un confine”. Tutto qui.

      • Mi accorgo ora di aver erroneamente citato il titolo di un racconto di fantascienza di Primo Levi. Esso si intitola bensì Protezione e non Separazione, come appare nella terza riga del mio commento delle 10:45 di stamattina. Un lapsus che, a ben vedere, è significativo, o significante, nel senso che, effettivamente, la pesante corazza che i tristi protagonisti del racconto indossano, in un (ahimè) forse non così lontano futuro, è effettivamente intesa come una protezione verso più o meno immaginari meteoriti in caduta libera sulla Terra; ma il vero risultato di questa azione consiste proprio in una effettiva separazione di ogni persona da tutte le altre (in una accezione della socialità aberrante e disumana) e anche di ognuno rispetto al proprio corpo, nascosto a se stessi, non solo agli altri.

  60. Scusate se intervengo riportanto una futilità, ma è uscita l’ordinanza del comune di Trieste sull’attività motoria nelle vicinanze di casa:
    https://www.comune.trieste.it/-/attivita-motoria-in-prossimita-della-propria-abitazione

    Prescrivono di restare in *una circonferenza di 500 m dalla propria abotazione*.
    Chiedo a Tuco, triestino e matematico, se questo significa “in un raggio di 79.5 m….”.

    (che poi io ci rido sopra, ma la chiarezza delle norme è fondamentale, soprattutto se davanti potresti trovare un poliziotto il cui unico fine è l’esercizio del proprio potere su di te…)

  61. In realtà solo il comunicato sul portale del comune si riferisce al perimetro della circonferenza. La comunicazione della prefettura e il relativo twitt dell’amministrazione comunale si riferiscono al raggio. Non che così la questione risulti meno ridicola. Anche perché ho la sensazione che in prefettura non si siano resi conto degli spazi sconfinati che si sono psicologicamente spalancati, passando dal puntiforme a un’area circolare di raggio pari a 500 m. Temo una rideterminazione a breve della circonferenza in cui sono stati inscritti i diritti garantiti dalla costituzione.

  62. @herato @behemoth Abbiamo a che fare con un’accozzaglia di teste di cazzo. Ad ogni modo il prefetto ha detto che bisogna puntare il compasso sulla propria abitazione e tracciare una circonferenza di raggio 500m. All’interno della regione delimitata dalla circonferenza è possibile svolgere attività motoria, indossando la mascherina. Siccome io sono una persona molto rispettosa delle leggi, ho cercato su wikipedia la definizione di “attività motoria”:

    “L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) definisce attività motoria (o attività fisica) qualsiasi movimento corporeo prodotto dai muscoli scheletrici[1] che richiede un dispendio energetico superiore a quello in condizioni di riposo. In questa definizione rientrano quindi, non solo le attività sportive, ma anche l’attività lavorativa di coloro che svolgono un lavoro manuale e normali movimenti della vita quotidiana, come camminare, andare in bicicletta, ballare, giocare, fare giardinaggio e i lavori domestici. L’attività motoria non va confusa con lo sport.”

    Visto che l’Italia, a differenza degli USA, non è ancora uscita dall’ OMS, mi sono quindi sentito autorizzato a fare una passeggiata nel mio rione, restando all’interno del cerchio di raggio 500m che avevo diligentemente tracciato su gogol maps, e senza vestirmi come Fantozzi alla partita scapoli-ammogliati per fingere di essere uno sportivo.

    • Apprezzo molto ed invidio ( in senso positivo) il vostro spirito adattativo e combattivo. Io sto lentamente desistendo tanto trovo assurde queste contorsioni atte ad imbrigliare le nostre vite entro cerchi, rette, metri, centimetri, supermercati, tabacchini. Non ho più voglia di discutere con questi ottusi che spuntano ad ogni piè sospinto per chiederti di autocertificare dove ti stai dirigendo. Non è possibile che misure analoghe siano state adottate per realtà socio economiche ed urbanistiche completamente differenti. Non é che io non abbia empatia ma non è possibile che abitando in un borgo sperduto con zero servizi, poco più di zero trasporti pubblici, zero traffico debba sottostare a regole che già sono in parte illogiche in Lombardia, figuriamoci qui! Tutto ruota intorno alle concessioni di questi signori che sembrano provino sadico piacere a vessarci, trattandoci come sottosviluppati e per giunta per fini che non sono di carattere sanitario. Anche i toni delle comunicazioni sono insopportabili, improntati esclusivamente sul binomio coercizione/ punizione.

    • Segnalo che Max Jurcev, musicista e geologo triestino, ha creato questa pagina web in cui si possono calcolare i 500 metri di libertà su open street map.

      http://jurcev.it/circle/

      Facendo doppio clic sulla propria abitazione, si ottiene il cerchio magico all’interno del quale ci si può muovere nel FVG.

      Si tratta di uno strumento molto utile per praticare l’attività motoria moderata nei limiti della legge.

      p.s. E’ interessante vedere quante cose ci possono stare in un cerchio di raggio 500m, ma non diciamolo troppo in giro sennò ce li riducono.

  63. Sicuramente non mi sono espresso bene. Forse il fraintendimento è sul discorso, dove intendo che quello che si vuole far passare sulle mascherine che comunque sono una protezione. È vero ma come per lo scambio si indica la pagliuzza e non si sente la trave nell occhio. Per lo scambio voleva essere una battuta amaramente ironica, vogliono con due mascherine e la partecipazione al relativo spettacolo nascondere le fondamentali e purtroppo spesso fatali mancanze del sistema, smantellamento della sanità pubblica. Uno scambio certamente conveniente (per loro). Adesso spero di essermi spiegata;) per quando riguarda la lotta per me bisogna cercare di valutare (cosa che io non ho fatto). Poi esiste la frustrazione la disperazione come motore, però bisogna anche dire (lo dico sempre a me stesso) che non è che le cose prima di questa “emergenza” fossero molto meglio (una valutazione complessiva si potrà vedere più avanti). A me a piedi non mi fermavano mai però altri che vengono percepiti come diversi sì.

  64. Zzaac… http://archive.vn/VqHZa video di Repubblica in cui si elogia l’utilità non solo della mascherina ma anche di qualsiasi espediente fai da te che comunque copra la bocca. In pratica nel video “col laser” si vede la perfida nube quando non si indossa la maschera. Chiaramente non si fa riferimento alla distanza a cui la nube si può propagare etc. Mi sembra una pezza d’appoggio per sostenere i provvedimenti di obbligo di indossare la mascherina o se sprovvisti di mascherina di un qualsivoglia fai da te. Qui in Toscana con la distribuzione l’obbligo riguarda specificamente la mascherina. Spero di non essere inopportuno con questi interventi è che francamente mi sento in dovere di ringraziare tutti. Come ho letto siete uno scoglio in mezzo al mare in tempesta.

  65. https://archive.is/oHRlZ
    Vorrei segnalare questa intervista in cui un medico sportivo spiega che la mascherina mentre si svolge attività motoria è non solo inutile ma potrebbe risultare pericolosa. Così come andrebbe evitata quando si va in bicicletta.
    Credo che arriviamo tutti, senza che si debba esprimere in proposito un Nobel per la medicina, alla conclusione che al di là dell’efficacia ( che presuppone un uso corretto) la mascherina serve a tranquillizzare chi ci circonda più che a proteggerci davvero. Imporne l’utilizzo senza considerare tutte le variabili ( prima fra tutte l’adeguato approvvigionamento) ma anche un uso adeguato ai vari contesti rischia di creare più danni che benefici.

  66. Ciao a tutti, mi sono iscritta appositamente per commentare questo post.
    Io vivo a Bologna e la mascherina – la mordacchia, come la chiamo io – non l’ho mai messa non essendo obbligatoria. Fino ad oggi, per entrare da Feltrinelli. Volevo un minuscolo spazio di normalità ma sono uscita più arrabbiata, rattristata e demotivata che mai.

    Andando da Feltrinelli mi è venuta in mente una forma di disobbedienza civile: quando vedete una persona senza mascherina, SORRIDETEGLI. E fatelo anche a quelli con la mascherina.
    Vogliono toglierci il diritto di mostrare le nostre emozioni in pubblico, se non attraverso uno schermo: bene, facciamo in modo di mostrarle invece!

  67. Tutti i guidelines citati e tutte le ordinanze nuove hanno un po’ questa problema di distinguere tra protezione personale e protezione per gli altri tramite una maschera/bandana.

    Abbastanza interessante quest’articolo qui da 2 giorni fa:

    https://www.theatlantic.com/health/archive/2020/04/dont-wear-mask-yourself/610336/

    “The good news is that preventing transmission to others through egress is relatively easy. It’s like stopping gushing water from a hose right at the source, by turning off the faucet, compared with the difficulty of trying to catch all the drops of water after we’ve pointed the hose up and they’ve flown everywhere. Research shows that even a cotton mask dramatically reduces the number of virus particles emitted from our mouths—by as much as 99 percent. This reduction provides two huge benefits. Fewer virus particles mean that people have a better chance of avoiding infection, and if they are infected, the lower viral-exposure load may give them a better chance of contracting only a mild illness.”

    e questo studio (citato dall’articolo precedente) da 9 giorni fa:

    https://nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMc2007800

    “We found that when the person said “stay healthy,” numerous droplets ranging from 20 to 500 μm were generated. These droplets produced flashes as they passed through the light sheet (Figure 1). The brightness of the flashes reflected the size of the particles and the fraction of time they were present in a single 16.7-msec frame of the video. The number of flashes in a single frame of the video was highest when the “th” sound in the word “healthy” was pronounced (Figure 1A). Repetition of the same phrase three times, with short pauses in between the phrases, produced a similar pattern of generated particles, with peak numbers of flashes as high as 347 with the loudest speech and as low as 227 when the loudness was slightly decreased over the three trials (see the top trace in Figure 1A). When the same phrase was uttered three times through a slightly damp washcloth over the speaker’s mouth, the flash count remained close to the background level (mean, 0.1 flashes); this showed a decrease in the number of forward-moving droplets (see the bottom trace in Figure 1A).”

  68. Le maschere FFP dipositivi di protezione individuale (DPI) con le quali saremo a breve invitati ad esibirci nel Coronacircus, sono prodotte secondo i requisiti di una norma armonizzata europea, la UNI EN 149, sulle base della valutazione di conformità della quale un organismo notificato autorizza il produttore ad apporre il marcho CE (Reg.UE 425/2016).
    Forse potrà essere utile sapere che tra i requisiti di prova che tali mascherine devono superare, vi è la resistenza alla penetrazione di agenti esterni, la cui dimensione minima, nella caretterizzazione del campione da sottoporre a prova, è pari a 0,7 micron. Si da il caso che il virus SARS-COV2 presenti dimensioni sensibilmente inferiori, pari a circa 0,1 micron.
    La conclusione ovvia ė che tali mascherine NON consentono di correlare il loro utilizzo ad un efficace contenimento del contagio: tecnicamente parlando, non servono a nulla. E non deve sorprendere, visto che sono progettate e testate per essere utilizzate da addetti di cantiere, officine meccaniche ecc…

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