Gli strange days di Trieste contro il green pass, terza e ultima puntata. Come il potere ha reagito a una lotta sbalorditiva

Prima ha risposto il cuore… poi hanno risposto Lamorgese, Draghi e il resto del governo, ha risposto l’intero apparato dei media (dal locale Il Piccolo ai giornaloni-partito nazionali alla grancassa televisiva giù giù fino ai volonterosi carnefici dei social), hanno risposto la borghesia triestina, quella “regnicola”, l’autorità portuale e le aziende cittadine. Hanno risposto diffamando e licenziando, vietando e obbligando, bloccando e chiudendo.

[Ed eccoci all’ultima puntata del reportage di Andrea Olivieri, dove il racconto della lotta si protende fino all’oggi. Qui Olivieri descrive tre diversi cospirazionismi – uno solo potenziale, gli altri due pienamente operativi e in apparenza opposti ma complementari – e intanto racconta la reazione delle autorità a una lotta che le ha colte alla sprovvista, la controffensiva ideologica a difesa della narrazione dominante sulla pandemia, e soprattutto la campagna diffamatoria – martellante e violenta – secondo cui sarebbe stata la mobilitazione contro il green pass a far risalire la curva dei contagi.
Questa campagna non era fondata su evidenze scientifiche bensì su pesanti omissioni, ed è servita a giustificare provvedimenti che hanno limitato drasticamente il diritto di manifestare.
Già. Tutto accade talmente in fretta da rendere necessario fare memoria storica dopo poche settimane. È partita da Trieste – dalla controinsurrezione preventiva di cui Andrea ci racconta – la reazione a catena che ha portato prima a vietare i cortei, poi al «supergreenpass» e ai nuovi obblighi e restrizioni di questi giorni.
Ma la terza puntata non si limita a mostrare questo: prima di congedarsi da lettrici e lettori, Olivieri mette insieme importanti spunti su quel che la lotta triestina dice riguardo alle tendenze in atto e, plausibilmente, ai conflitti futuri.
Infine, complici i gruppi Nicoletta Bourbaki e Alpinismo Molotov, dalla città si sale in Carso, per sentieri che ricordano lotte più antiche, tanto “spurie” al proprio inizio quanto ispiranti nei loro sviluppi e fondative nei loro esiti. Buona lettura. WM
P.S. Ricordiamo che tutti i post di Giap si possono 1) aprire in versione ottimizzata per la stampa; 2) salvare in pdf; 3) salvare in formato ebook (ePub e Mobi, cioè Kindle). I bottoni sono in calce al testo.]

di Andrea Olivieri *
[La prima puntata è qui; la seconda qui].

17. Golpe

I complotti esistono, e io ci credo. Come ci credono tutti.

La sera del 18 ottobre mi ritrovo sulle panchine della fontana dei Continenti, davanti al municipio, ai margini di una delle tante assemblee informali di vari pezzi e ricombinazioni del Coordinamento No green pass. Sono qui, dove si discute fitto, si fanno considerazioni su quanto sta accadendo, su quanto successo la mattina con lo sgombero del varco, sul senso e i nonsense delle giornate precedenti, e sulle notizie dal porto dove si stanno esaurendo scontri e cariche. Sono qui, mentre tutti i giornalisti e le telecamere sono ammassati all’altro capo della piazza, sotto la prefettura, a seguire ogni mossa di Puzzer e di chi ora lo accompagna, a cercare notizie dove non ce ne sono.

Le involontarie simbologie dei luoghi di questa vicenda si moltiplicano di continuo.

Di là la prefettura, il palazzo del governo di Roma, presidiata da decine di forze dell’ordine. Puzzer e Giacomini hanno appena annunciato di aver ottenuto un incontro per il sabato successivo col ministro Patuanelli. Un incontro che già dalla titolarità del ministro, il dicastero dell’agricoltura, fa intuire che da questa trovata non uscirà assolutamente nulla. Patuanelli, triestino, si è probabilmente reso disponibile per calmare le piazze della sua città, magari approfittando di una visita in famiglia. Tuttavia, laggiù si sprecano i proclami sul grande risultato raggiunto e ulteriori giuramenti sul non mollare mai. Chiacchiere, brodo allungato, tenere la gente buona, aspettando «nessuno_sa_cosa».

Di qua, attorno alla fontana, il brulicare di discussioni, il bisogno della piazza di avere informazioni e quello degli attivisti di considerare con attenzione come andare avanti, col problema ulteriore di capire anche come affrontare questo autentico golpe calato da fuori.

La fontana si chiama dei Quattro continenti perché quando fu scolpita, tra il 1751 e il 1754, l’Oceania non era ancora definita come continente dai geografi. Era stata eretta per celebrare la qualifica alla città di porto franco da parte dei regnanti d’Austria, rimossa nel 1938 perché ritenuta ingombrante per il comizio di Mussolini in cui sarebbero state annunciate le leggi razziali fasciste, riportata in piazza appena nel 1970 e quindi restituita alla sua originaria posizione centrale nel primi anni Zero. In cima sta la Fama che protegge la città, quest’ultima raffigurata come una giovane venditrice che accoglie un mercante in abiti orientali. Quattro statue allegoriche rappresentano i continenti, e altre quattro i fiumi Nilo, Danubio, Gange e Missisipi.

Insomma, un monumento al cosmopolitismo e alla globalizzazione. Che fa a pugni col provincialismo italiota dello spettacolo che continua ad andare in onda all’altro capo della piazza e che per almeno un giorno ancora la terrà in ostaggio.

In serata circola un comunicato che ribadisce l’incontro del sabato successivo con Patuanelli, le vaghe promesse sulla presenza di Speranza, la concessione di uno spazio al porto vecchio per far pernottare, solo per oggi, chi è venuto da fuori, e l’impegno a organizzare un prossimo corteo a Trieste. A dimostrazione di come questa operazione sia finalizzata a confondere le acque è firmato solo «Il Coordinamento», e proviene da uno dei gruppi Telegram legati all’associazione ContiamoCi, nata prima dell’estate per iniziativa di Dario Giacomini, ex primario di radiologia a Vicenza, ora sospeso.

Pasquale Bacco in mano a Pasquale Bacco.

Giacomini nelle interviste dei mesi scorsi nega di essere contrario ai vaccini. Appena il governo ha introdotto l’obbligo vaccinale per i sanitari ha fondato ContiamoCi per cavalcare il malcontento di chi avrebbe rifiutato la vaccinazione contro il Sars-Cov-2 tra medici e infermieri. Nelle stesse interviste dichiara anche che la sua candidatura alle politiche del 2013 con Casa Pound è acqua passata. Dal sito di ContiamoCi si scopre che l’associazione si appoggia al sindacato Fisi – sigla del tutto sconosciuta prima della vicenda no green pass –, di cui Giacomini è anche un rappresentante assieme a un altro ex candidato di CPI, medico pure lui, Pasquale Bacco di Battipaglia.

La stessa opacità, l’essere usciti da ambiti vicini all’estrema destra o dal nulla, riguarda anche un altro personaggio e un’altra sigla che in questi giorni compariranno accanto a quelli di Puzzer e Giacomini: Roberto Perga, qualificato come vigile del fuoco e «rappresentante interforze OSA», sigla finora del tutto sconosciuta che sta per Associazione Operatori di Sicurezza Associati, con sede a Roma e che conta, a suo dire, 1660 associati tra «membri delle Forze dell’Ordine, Forze Armate e da tutte le categorie che concorrono alla sicurezza e all’ordine pubblico».

Questa è la gente a cui si lega Puzzer dopo l’uscita dal Clpt. Gente che a Trieste, usando la sua immagine, mentre raffredda e tenta di ammaestrare la protesta, si illude anche di aver trovato l’occasione per intestarsi la paternità della lotta contro il green pass e da qui mettersi alla testa di un movimento nazionale. A cui troveranno finalmente anche una sigla, denominandosi «Coordinamento 15 ottobre» e richiamando a Trieste per il giorno successivo intere comitive dal Veneto, organizzate appositamente per prendere la piazza, rendendola il più possibile manovrabile.

Viganò

In questo contesto avranno luogo le scene trasmesse a getto continuo dai media il giorno successivo, che una città laica come Trieste non ha mai visto: cristi e madonne in processione, un palco e un impianto audio professionali, pagati dagli stessi gruppi veneti, e usati per proporre canti da oratorio modificati in canzoni contro il green pass, oltre a un comizio del solito Tuiach – che lo pagherà poi caro con il licenziamento – e persino un documento del cardinale Viganò letto da Puzzer stesso.

Scene che per qualche ora mi gettano di nuovo nello sconforto, e mi spingono quasi a credere che quello che sto vedendo è un vero complotto, malefico e fascistoide. Quella piazza, che per molti triestini più anziani ma non solo, si chiama ancora Piazza Grande, diventa davanti ai miei occhi una piazza disunita, ma decisamente d’Italia. Con tutto il suo inevitabile corollario di cialtronerie.

Come quando la prima conferenza stampa del neonato coordinamento «15 ottobre» viene prima convocata al bar «Posto delle Fragole», storico spazio nel comprensorio dell’ex ospedale psichiatrico. Qui i giornalisti scoprono che nessun responsabile della cooperativa che lo gestisce ha dato l’assenso a una conferenza stampa. Che infatti poco dopo viene riprogrammata, rimediando un’altra figuraccia poiché l’indicazione su dove si terrà è «Lungomare Piazza Unità d’Italia», dove la parola «lungomare» a Trieste non viene usata da nessuno, perché quelle sono «le rive» e basta. Ma è evidente che il «15 ottobre» non è gestito da triestini e non parla ai triestini.

Che il percorso istituzionale del «15 ottobre» sia un bluff è chiaro dal primo istante, ma c’è chi non vuole vederlo, chi non può farlo perché non ha sufficienti informazioni, oppure, come nel caso delle varie autorità coinvolte e dei media mainstream, chi ha tutto l’interesse ad alimentarlo.

Il «15 ottobre», da principio annuncia una manifestazione per venerdì 22 e un presidio in piazza Unità per il giorno successivo, in concomitanza con «l’attesissimo_vertice_ai_massimi_livelli». Per il giorno del «vertice» invita anche a organizzare piazze analoghe in tutta Italia e a dotarle persino di maxischermi dove saranno trasmessi gli esiti della riunione tra la delegazione del neonato coordinamento e i rappresentanti del Governo. Insomma, Puzzer e Giacomini danno l’idea di crederci.

Ma un paio di giorni prima dell’annunciato corteo, iniziano a circolare voci di infiltrati, gruppi di hooligans che si stanno organizzando per arrivare anche dall’estero, neofascisti pronti a ingaggiare battaglia e, ça va sans dire, «black bloc». Da principio sono voci, ma presto diventano titoli urlati sulla stampa e sui media locali e nazionali, alimentando un’ondata di isteria non dissimile da un altro recente allarme mediatico, quello del giorno dell’entrata in vigore del green pass, annunciato come un armageddon sui media e poi rivelatosi l’ennesimo allarme infondato. Si arriva al punto che la stessa questura annuncia che i partecipanti saranno almeno ventimila, e che l’ordine pubblico sarà impossibile da governare. A leggere i giornali è certo che Trieste, a cui buona parte dei commentatori da settimane rifilano l’aggettivo «sonnacchiosa», venerdì 22 diventerà un immenso campo di battaglia.

La fonte di questi allarmi è ovviamente molto poco definita. Si tirano in ballo i soliti gruppi Telegram dei «no vax». Ovvero cloache di chiacchiere che più sembrano minacciose e altisonanti, meno sono consistenti nella realtà. Ma non importa. Tutti fingono di crederci, incluso il «15 ottobre», che in piazza non c’è mai andato e se dovesse registrare un flop – la questura ha fissato l’asticella a ventimila – rivelerebbe la sua inconsistenza. Puzzer e Giacomini tentano allora una serie di mosse diversive.

La prima è iniziare a moderare le aspettative: il tono delle dichiarazioni si fa via via più dimesso, anche un po’ preoccupato, soprattutto si inizia a suggerire con sempre più insistenza di non concentrarsi tutti a Trieste e si rinnova l’invito a organizzare altre piazze.

Poi Puzzer tenta di intruppare i portuali nell’improbabile ruolo di «servizio d’ordine», un residuo organizzativo novecentesco che, se mai ha avuto un senso, di certo non può nulla in mobilitazioni spurie e non identitarie come quelle contro il green pass. Tanto più che anche la trentina di lavoratori a lui più vicini si sfila.

Poi tenta anche di riavvicinarsi al Coordinamento No Green pass, lasciando intuire divergenze con Giacomini, ma di fatto tentando di rifilargli la manifestazione indetta dal «15 ottobre», una proposta che ovviamente viene respinta.

Finisce che la sera del 21 un suo video messaggio, registrato con la stessa urgenza clandestina di una comunicazione da dietro le linee nemiche, fa il giro delle televisioni per far sapere a tutti che la manifestazione del giorno successivo è annullata.

Resterà solo il presidio in piazza in concomitanza con l’incontro con Patuanelli. Che invece di svolgersi in prefettura si tiene in una remota caserma fuori dal centro e dura trentacinque minuti. Durante i quali Puzzer ribadisce la richiesta al governo di ritiro del decreto green pass, Patuanelli lo ringrazia per il senso di responsabilità con il quale ha disinnescato la piazza triestina, e promette che nel prossimo Consiglio dei ministri porterà le istanze del Coordinamento, a cui poi riferirà.

Ovviamente nessun maxischermo, né in piazza Unità né in nessun’altra piazza italiana, trasmetterà alcunché, anche perché non ci sarà nulla da trasmettere, se non il pacco che Puzzer e Giacomini si sono fatti rifilare.

Ovviamente nessun Consiglio dei ministri prenderà nemmeno in considerazione le richieste del «15 ottobre», e anzi nel giro di qualche settimana metterà a punto un green pass ancora più restrittivo.

E ovviamente io dovrò prendere atto che dietro a personaggi come Giacomini non c’era alcun complotto. Ricordando però le parole di Carlo Ginzburg:

«A ogni complotto immaginario ne corrisponde uno reale, ma di segno opposto».

Qui il complotto reale non è altro che l’utilizzo che la questura e, a salire, prefettura, ministero degli Interni e governo hanno fatto di questa gente e delle sue ambizioni da quattro soldi. Li hanno usati come diversivo per disinnescare la piazza e riportarla alla cosiddetta «normalità», confondendo la ritirata in una valanga di vuote promesse e proclami altisonanti. Non mi stupirei se fosse reale persino la voce secondo la quale la denominazione «Coordinamento 15 ottobre» sarebbe stata suggerita da un creativo dirigente della Digos.

18. Tra il metaverso e la realtà

La narrazione sui mass media e sui giornali della piazza triestina, dopo lo sgombero del varco 4, non cambia dal registro dei giorni precedenti, non cambierà e anzi via via assumerà i toni di un’autentica crociata, amplificando e alimentando a dismisura la polarizzazione, semplificata al punto da ridurre tutto a uno scontro tra antivaccinisti irrazionali contrari al greenpass e vaccinisti favorevoli a tutto, anche alla sospensione dei più elementari diritti di espressione.

Ogni telecamera e ogni microfono vengono puntati sulle espressioni più folkloristiche, sugli sbrocchi cospirazionisti, sui capannelli di antivaccinisti che pregano, o che organizzano sedute di meditazione collettiva o che non cessano di far sentire il rumore della protesta suonando bonghi e tamburi. È il metaverso che ritorna di continuo a contendere alla realtà fisica i suoi spazi e la sua complessità.

Ne è espressione una trasmissione di Giletti su La7 che la sera del 20 ottobre mette assieme e rimescola una volta ancora tutto, dando voce ai Puzzer, ai Giacomini, ai Tuiach, nelle modalità tossiche a cui questi personaggi sono relegati. La sì consuma anche la rottura pubblica tra il signor Ugo Rossi e il «15 ottobre», esito probabilmente di qualche trattativa fallita, che il giorno successivo lo stesso Rossi ribadirà in un comunicato, in cui oltre a prendersela con Puzzer, infilerà anche un’impressionante serie di sbrocchi cospirazionisti su John Fitzgerald e Bobby Kennedy.

Spiccano dal comunicato alcune notizie non di poco conto, che se confermate costringerebbero a riscrivere una marea di libri di storia e intere enciclopedie: i due Kennedy sarebbero stati uccisi per aver «toccato la truffa del debito pubblico stampando moneta libera di stato con l’ordine esecutivo 11110», una delle tante strampalate fantasie di complotto sull’assassinio di JFK, «oltre a ledere gli interessi dei “signori della guerra” con il ritiro delle truppe dal Vietnam e sedando la Guerra Fredda». Peccato che la guerra in Vietnam sarebbe continuata ancora per diversi anni dopo la morte di Kennedy e che in vita lui contribuì piuttosto a scatenarla, come fece nel contesto della Guerra fredda col tentativo di invasione di Cuba alla Baia dei Porci e la successiva crisi dei missili nucleari sovietici. Ma per il signor Rossi queste sono con ogni probabilità «fake news», perché tutto ciò i Kennedy l’avrebbero fatto per dare «il loro contributo per liberare i popoli della terra dal “potere finanziario neoliberista”», che però nella lettura di Rossi tanto «neo» non dev’essere, dal momento «che li opprime da secoli».

Quel che resta sempre fuori dall’inquadratura della piazza, come le regole del metaverso prevedono, è la materiale realtà delle vite di tutte le persone che per giorni continueranno ad affollarla. Che, a pensarci bene, è ciò che l’esperienza del lockdown, più di qualsiasi altra misura, ci lascia in eredità, forse per anni a venire: l’incapacità di considerare le vite degli altri come necessariamente diverse, per bisogni e condizione, dalla nostra personale esperienza di vita.

Piazza Unità nei giorni successivi allo sgombero è anche la piazza dei tanti reietti del green pass, persone giunte qui nella speranza che la mobilitazione al porto fosse decisiva, che in molti casi erano già presenti nel fine settimana, che si sono sobbarcate centinaia di chilometri per prendersi l’acqua degli idranti e i gas della polizia. Hanno facce stanche, non dormono o riposano in maniera del tutto precaria da giorni, oscillano tra l’incertezza e l’entusiasmo, tra lo sconforto e la consapevolezza.

Sono persone che stanno vivendo la propria personale sventura di esclusi privi di vaccinazione, che si sono ritrovate a fare scelte radicali rispetto alla propria «normalità» di lavoratrici e lavoratori. In alcuni casi erano antivaccinisti da ben prima del Covid, nella maggior parte, per quello che ho potuto sentire dalle loro testimonianze, sono le vittime e l’ultimo capro espiatorio del modo in cui i governi di questo paese, di fronte alla pandemia, hanno confuso di continuo i piani tra superstizione e scienza, tra profilassi e penitenza. Tra di loro c’è di tutto, anche i cattolici tradizionalisti veneti e gli apostoli della medicina alternativa, ma soprattutto ci sono persone che di continuo parlano di come il green pass abbia cambiato la loro vita, dove la parola «vita» è spesso sostituita o usata come sinonimo della parola «lavoro».

Quando la piazza si svuota, quando i triestini, che oramai hanno esaurito le forze, se ne vanno – ma alcuni “foresti” molti se li porteranno a casa, per regalargli una doccia e un divano dove riposare –, una parte di quella gente resta. Resta perché l’hanno promesso a sé stessi, a volte ai figli. Resta per chissà quanti e quali motivi, e quando prende in mano un megafono tenta di spiegarlo.

«Sono arrivato qui da Vicenza domenica, mi sono preso i gas e gli idranti, dormo in questa piazza da giorni, e non me ne voglio andare, perché nella lotta dei portuali triestini e in quel coro sul non mollare mai ho visto la sola via d’uscita dalla situazione in cui mi sono trovato, con tutta la mia famiglia»,

racconta al megafono un lavoratore di un’azienda veneta che prepara pasti per asili e enti pubblici. Nessuno tra i presenti che ascoltano, anche chi lo farebbe se quella cosa venisse scritta in un post sui social, qui si azzarda a dirlo: «E vaccinati allora!». Nessuno lo fa prima di tutto perché il suo racconto è straziante e provoca empatia. Nessuno lo fa anche perché quell’uomo sta esprimendo un sentimento comune, al fondo del quale sta un’esperienza comune, da cui deriva una rabbia comune, di cui il GP è solo un aspetto, ma ormai molto significativo.

Giovanni Iozzoli

Qualche giorno dopo Giovanni Iozzoli, scrittore attento alle vecchie e alle nuove forme dello sfruttamento, scriverà una cronaca da un picchetto operaio contro il green pass a Modena. In quel racconto struggente troverò esattamente le stesse impressioni che ho ricavato io dalla piazza triestina dopo lo sgombero del porto, al punto da credere di aver persino incontrato il suo Peppino tra tutta quella gente, abbandonato dalla sinistra, ancora certo del suo comunismo, e con le ombre di decine di parassiti ad assediarlo per tentare di usarne il malcontento.

19. Il colpo di reni del Coordinamento No Green Pass

Nella giornata dello sgombero del porto e in quella successiva il Coordinamento cittadino No green pass non riesce a fare altro che uno scarno comunicato nel quale si denuncia la violenza poliziesca che si è scagliata contro la mobilitazione.

Pesano di certo in questa fase i voltafaccia di Puzzer e le manovre dei personaggi che lo circondano, e la difficoltà a interpretarle collettivamente.

Pesa anche che il signor Rossi e lo psichiatra Bertali, che comunque sono stati dentro il Coordinamento fin dall’inizio, pur se a titolo personale e non come partito 3V, vi si siano prestati partecipando agli incontri col prefetto.

Pesa soprattutto la fatica delle giornate precedenti, concluse tra l’acqua degli idranti e i gas lacrimogeni. Inevitabile tirare il fiato anche se gli eventi sembrano incalzare.

Ma sarà poi davvero così? Il metaverso ha anche questa caratteristica, tenta di deformare il tempo, oltre alla realtà fisica. Non a caso tra Facebook, Google e le varie app preinstallate sugli smartphone, una funzione sempre più pervasiva è quella di sincronizzazione dei calendari, col bombardamento di notifiche che ne deriva. Ma i giorni successivi dimostreranno quanto sia importante separare la sostanza che sta in basso dalla schiuma di superficie, non farsi travolgere dai tempi e dagli eventi altrui.

Soprattutto c’è che il Coordinamento cittadino non è un’operazione calata dall’alto nella quale decidono al massimo due, tre persone, come nelle stesse giornate fa il «15 ottobre», ma uno spazio di condivisione che risponde a dinamiche e relazioni complesse, che tiene assieme attiviste e attivisti di lunga data con persone alla prima esperienza politica collettiva e, soprattutto, con lavoratrici e lavoratori che stanno vivendo sulla propria pelle le conseguenze del decreto, senza un sindacato o un’organizzazione che li tuteli. Questi aspetti, che implicano discussioni chiare e condivise per prendere decisioni, sono quel che conta davvero in una lotta reale, che ne determina il radicamento sul territorio e la capacità di comunicare in maniera autonoma senza dipendere dalla mediazione di altri. L’effetto collaterale che ne deriva è inevitabile: prendere decisioni richiede più tempo. E nervi saldi.

Fino al 20 ottobre il solo canale di comunicazione del Coordinamento è un sito internet scarno ed essenziale. Quel giorno ci si dota anche di un canale Telegram e un primo comunicato fa chiarezza intanto su un punto: lecito che chi ci crede tenti la via istituzionale, fatta di deleghe e rappresentanti, ma «il coordinamento crede nella forza delle mobilitazioni dal basso, in particolare quando queste riescono a ostacolare o rallentare l’economia».

Per spiegarlo si torna in piazza in maniera organizzata, e la stessa sera del 20 ottobre presso la fontana dei Continenti si svolge una conferenza stampa che rimette al centro i contenuti originari della mobilitazione e le realtà lavorative che li hanno fatti propri fino a quel punto, denunciando la repressione violenta che gli è stata scagliata contro.

Poi, nello svolgersi degli eventi in cui si incartano le manovre del «15 ottobre», arriva anche un momento di necessaria chiarezza, con un comunicato in cui il Coordinamento, con molta semplicità, spiega di non avere idea del perché ne sia nato un altro e che a guidarlo siano personaggi venuti da fuori città che con la mobilitazione non hanno avuto a che fare. Ribadisce di non voler avere a che fare con elementi di estrema destra né tantomeno coi Tuiach, Pappalardo, Montesano, Paragone ecc., la cui presenza nelle giornate al porto è solo il frutto dell’attenzione mediatica che gli è stata concessa. Precisa che Ugo Rossi, in veste ora di consigliere comunale, e il suo partito, il 3V, non sono parte delle assemblee del coordinamento, che per sua natura è apartitico e orizzontale. E che la prevista manifestazione di venerdì 22 è stata indetta e revocata dal «15 ottobre».

«Ci dispiace profondamente» conclude «che la scintilla che avevamo contribuito a creare sia sotto pesante soffocamento, tenendo impegnati media e persone in questioni burocratiche, quando la vera ricchezza di questo movimento era e rimane la sua natura popolare, di massa e apartitica, che ci ha portati in molti in piazza a Trieste.
Una settimana fa speravamo di essere a pochi metri dal traguardo, ora capiamo che la lotta sarà ancora dura, ma continuiamo uniti/e e solidali alimentando quella scintilla che avevamo generato tutte/i assieme».

È l’inizio di una nuova fase, che una settimana dopo, il 28 ottobre, porta di nuovo in piazza migliaia di triestine e di triestini, non meno di ottomila, causando una crisi isterica senza precedenti dei media, delle autorità cittadine e regionali, e della «Trieste bene» per quell’ennesimo ripresentarsi dell’evento.

È la manifestazione più riuscita, energica e ricca di contenuti tra quelle viste in questi mesi.


Prima di tutto perché dimostra che la mobilitazione, malgrado la violenza con cui è stata attaccata, è capace di esondare ed eccedere i limiti imposti dalla mobilitazione al porto, di certo quella più potente sul piano simbolico, ma non per questo la sola. Questo si vede benissimo soprattutto quando il corteo passa di fronte ai cancelli di TriesteTrasporti e un grosso spezzone di dipendenti dell’azienda di trasporto pubblico locale legge un comunicato nel quale ribadisce le ragioni reali della protesta, che nel contesto specifico vede quasi un terzo dei seicento dipendenti privi del pass e per questo esclusi dalla possibilità di lavorare. Ma emerge anche dalla presenza massiccia di molte altre realtà produttive e categoriali, che in un’assemblea che si terrà il sabato successivo, di nuovo in piazza, e in altre che seguiranno nelle settimane successive, intendono organizzarsi meglio per condividere le strategie da mettere in atto per continuare la protesta sui luoghi di lavoro.

Peraltro il giorno precedente, la mattina di mercoledì 27 ottobre, ha avuto luogo anche un corteo convocato da un gruppo di portuali, quelli più vicini a Puzzer, con la presenza di non meno di tremila persone che hanno attraversato in corteo zone della città, la periferia sud e la zona industriale, che da decenni non vedevano simili manifestazioni.

L’isteria dei media e della politica dopo queste due manifestazioni diventa palpabile, densa, gonfia di disprezzo. E la ragione è evidente: la mobilitazione gli sta facendo male, perché non accadeva da anni che lo strumento dell’astensione dal lavoro venisse invocato e praticato in maniera così obliqua, imprevedibile e fuori dagli schemi ingessati della compatibilità sindacale.

La reazione sarà furibonda, durerà per settimane, coinvolgendo persino le autorità sanitarie e i vertici del porto in una guerra mediatica talmente sporca da meritare davvero anche il più trito dei paralleli storici.

Così si presentavano le Rive di Trieste la mattina del 6 novembre 2021, dopo l’interdizione di accesso delle manifestazioni alla piazza, che quella sera avrebbe causato violente cariche immotivate e un seguito di decine di denunce, anche contro gli organizzatori della manifestazione. Come ha scritto qualcuno, grazie all’urgenza di tutelare l’immagine della città, i turisti che fossero arrivati in città quel giorno si sarebbero ritrovati in uno scenario da Belfast durante i Troubles.

Per quel che ho visto in queste settimane, tutto ciò è stato il frutto da un lato di una rabbia che cova sotto le ceneri da quasi due anni che, per ora, si è incanalata nella mobilitazione contro il green pass. In secondo luogo sono stati preziosi il lavoro e la pazienza del Coordinamento cittadino e di molte lavoratrici e lavoratori. Soprattutto quello delle attiviste e degli attivisti più giovani, quelli cresciuti nel ciclo di Occupy. Sono stati loro a dimostrare ancora una volta il senso e l’attitudine con cui affrontare queste lotte spurie, reagendo per quanto possibile, e per quanto possibile raddrizzando il timone di questa lotta, ogni volta in cui tutto sembrava dileguarsi.

Ci sono riusciti perché sono partiti senza farsi troppe illusioni, come un po’ tutta la loro generazione si sta abituando a fare, che si parli di pandemie, di cambiamento climatico, di migrazioni epocali, di lavoro. Qualcuno direbbe che sono disincantati. Se lo sono varrà allora la pena chiarire meglio, con una parafrasi: hanno il disincanto della ragione, e sono capaci della volontà del reincanto.

20. Il complottismo esorcistico del governo e dei media

L’italocentrismo che restringe le vedute. Staccare Trieste dal suo immenso retroterra orientale, dalla Mitteleuropa, dai Balcani, e mostrarlo come un’appendice – «infiammata» – dell’Italia. Clicca per ingrandire.

I complotti prendono forma soprattutto nella testa di chi ha paura.

Ed è evidente che da queste parti la mobilitazione no green pass ha fatto paura a molti. Non si spiega altrimenti per quale ragione la stampa e la politica locali, e tanta parte della «gente per bene», col seguito di schiere di volenterosi collaborazionisti sui social, per settimane abbiano diffuso e condiviso e ripetuto la notizia, non dimostrata e poi ampiamente smentita dai fatti, che i cortei contro il green pass sarebbero stati all’origine dell’impennata di contagi a Trieste e nella regione.

Voglio chiarirlo subito: personalmente non ho dubbi che a margine di manifestazioni tanto partecipate ci siano state occasioni nella quali il virus si è trasmesso. Da qui a giungere al punto che persino un quotidiano come Il Manifesto sia arrivato a confezionare un titolo come «Trieste, dalle piazze ai pronto soccorso. In aumento i positivi» e il relativo articolo di Marinella Salvi, infarcito di affermazioni manipolate e non dimostrate, ce ne vuole. E tanto.

Tanto più che, nelle stesse settimane, di grandi e piccoli assembramenti in città se ne registrano diversi. Il più noto è quello della regata Barcolana, che ha attirato sulle rive cittadine decine di migliaia di persone, con i criteri di precauzione che è possibile vedere bene in questo video, nel quale compare anche uno smascherato sindaco Roberto Dipiazza.

Sempre Dipiazza, alla fine di ottobre, mentre già sulla stampa denuncia l’irresponsabilità dei cortei contro il green pass, viene beccato a un affollata festa di Vip locali, anche in quel caso tutti senza mascherina, per di più in un ambiente chiuso. Festa che poi si scoprirà aver prodotto, quella sì, un focolaio certificato.

La piazza… o Dipiazza?

Come se non bastasse, è proprio il presidente della società velica che organizza la Barcolana, Mitja Gialuz, a promuovere ai primi di novembre un desolante appello della Trieste «che crede nella scienza» in cui, nemmeno troppo velatamente si chiede di impedire le manifestazioni di «chi combatte contro i vaccini e contro il green pass». Un vero revival della «marcia dei quarantamila», in versione telematica però, così da non dover nemmeno alzarsi dal divano, e soprattutto non rischiare una vera conta.

«Credere nella scienza». Il promotore e firmatario di quest’appello – parte di una campagna che, senza alcuna base, incolpava i cortei di aver fatto risalire i contagi – è Mitja Gialuz, presidente della Società Velica di Barcola e Grignano, organizzatrice della regata Barcolana. In occasione della quale, poco più di un mese fa, migliaia e migliaia di persone si sono affollate sulle rive di Trieste. Ecco come andava in giro Gialuz nei giorni della Barcolana. Senza mascherina, senza rispettare distanziamenti, dando la mano anziché il “gomitino”… Intendiamoci: per noi non c’è niente di male. Noi sappiamo bene che contagiarsi all’aperto è improbabilissimo e che nessuno studio in nessuna parte del mondo ha provato l’esistenza dei tanto favoleggiati eventi «super-spreader» all’aperto. Ma la sedicente «Trieste che crede nella scienza» la scienza non sembra conoscerla granché, e per settimane ha additato gli organizzatori dei cortei come responsabili del rialzarsi della curva epidemica. Ebbene, se fossero responsabili loro, allora lo sarebbe anche Gialuz, con l’aggravante di una notevole ipocrisia.

Che la notizia dei contagi ai cortei sia stata manipolata per settimane, dedicandole titoli in prima pagina e un profluvio di commenti mascherati da profonde analisi, da cui avrebbe preso piede una campagna denigratoria senza precedenti, viene oggi ammesso, a denti strettissimi, persino da Il Piccolo, il quotidiano locale del gruppo Gedi che più di chiunque altro ha contribuito a diffonderla.

Il 23 novembre in un’intervista Roberto Battiston, ex presidente dell’Agenzia spaziale italiana e docente di Fisica sperimentale, risponde così alla domanda se i cortei di protesta abbiano inciso sulla risalita dei contagi: ««Si può ipotizzare che la crescita di Rt osservata nella prima parte di ottobre sia stata influenzata da intensità e durata delle manifestazioni in cui non sono state rispettate le norme di distanziamento. Ma il tutto si è inserito in una situazione già particolarmente difficile a causa dell’alto valore della diffusione epidemica».

Due giorni prima era toccato a Giovanni Sebastiani, matematico e ricercatore del Cnr, spiegare in un video sulla stessa testata cosa sta realmente accadendo, fornendo finalmente un’analisi elaborata dei dati della propagazione epidemica nel Nord-Est. E rivelando finalmente ai lettori del Piccolo – dopo un mese di fandonie e allarmi insensati – quel che in realtà era sotto gli occhi di tutti da più di un mese. Ovvero che Trieste, prima del resto d’Italia, è stata colpita dalla cosiddetta «quarta ondata» per il semplice fatto di confinare – ma sarebbe meglio dire «essere parte» economicamente e socialmente –, di un’area geografica che va dall’Austria ai Balcani. Area nella quale i contagi stavano aumentando già da settembre a livelli mai raggiunti da inizio pandemia.

Proviamo a rinunciare alla consueta rappresentazione italocentrica, allora, per capire meglio di che area parliamo. Il disco arancione indica Trieste.

A chiarire ancora meglio, rimediando almeno in parte al disastroso titolo e relativo articolo di qualche giorno prima sul suo stesso giornale, e dopo uno scambio col sottoscritto e altri giapster sarà Andrea Capocci. Capocci, da giornalista scientifico, ha perlomeno più chiaro il quadro degli studi sulla diffusione del virus e in particolare quelli che spiegano come i cosiddetti «eventi superdiffusori all’esterno» siano altamente improbabili.

Ecco di cos’è davvero l’«appendice» Trieste, e non è certo la sola a essere infiammata. Clicca per ingrandire.

E tuttavia la manipolazione di questa notizia avrà già raccolto i suoi frutti, il più succoso dei quali sarà la più grande limitazione della libertà di riunione e di manifestazione della storia repubblicana italiana.

Inoltre servirà a coprire il disastroso stato dei tracciamenti dei contagi da parte dell’Asugi, già saltati dai primi di settembre. Tuttavia a chi contatterà il Dipartimento di prevenzione per segnalare la sospetta positività, oltre ad aspettare diversi giorni per un tampone che ne certifichi la positività, verrà chiesto insistentemente se ha partecipato ai cortei contro il green pass, come raccontato in questo podcast prodotto dal Coordinamento No GP e segnalato anche qui su Giap.

Questa manipolazione è però parte di una vera e propria fantasia di complotto promossa in queste settimane a ogni piè sospinto per delegittimare e tentare di sabotare le manifestazioni contro il green pass. È una fantasia di complotto che ha amplissima diffusione. Non viaggia negli spazi effimeri e nelle nicchie delle bolle dei social, o meglio, lo fa, ma in seconda battuta: i suoi primi e maggiori divulgatori sono i principali quotidiani e TV nazionali. Consiste nel dare per certo che sia in atto un disegno eversivo, la cui matrice sarebbe la «destra radicale», che mirerebbe a insinuarsi tra le fila della protesta contro il green pass – nella maggior parte dei casi chiamata «no vax» –, per scatenare una campagna di destabilizzazione delle istituzioni, col rischio di un’escalation di violenza politica che potrebbe giungere a episodi di vero e proprio terrorismo.

Come accade spesso con le fantasie di complotto il nemico può cambiare fattezze, e il villain di questa vicenda in alcuni casi diventa la «sinistra antagonista» o gli intramontabili e sempre utili alla bisogna «anarcoinsurrezionalisti». Questa intercambiabilità del «nemico» ha almeno due ragioni.

La prima, risolvere la contraddizione costituita dal fatto che in alcune piazze siano più attive componenti di sinistra.

La seconda sta invece proprio nel modo in cui gli elementi del complotto vengono messi assieme, ovvero pescando ad mentula canis tra i meandri della rete, in particolare dei gruppi telegram definiti «no vax». Che, come già detto e ampiamente dimostrato dai fatti, non sono altro che sfogatoi di malcontento che finiscono spesso per raccogliere anche i deliri solipsistici di soggetti borderline. Tant’è che, alla prova dei fatti, quando dopo dispendiose indagini della polizia postale si giunge a perquisizioni, e quasi mai ad arresti, il corpo del reato si rivela del tutto inesistente: niente armi, nessuna rete cospirativa, soprattutto nessun piano, né preordinato né tantomeno ordinato. Solo chiacchiere.

Siamo così giunti al punto che la più imponente e diffusa fantasia di complotto, talmente diffusa da essere denunciata persino dalle più alte cariche dello Stato, è creduta vera proprio da chi di continuo denuncia il complottismo altrui.

Questo è un tipo di complotto esorcistico. Funziona inventando di continuo pericoli ed emergenze inesistenti – «la calata dei black bloc» – o sopravvalutati a livelli parossistici nella loro capacità di azione. Sta a dimostrarlo la vicenda dello «scioglimento» di Forza Nuova dopo i fatti del 9 ottobre a Roma, col loro corollario di connivenze e cialtronerie poliziesche. Emblematica di quanto governo, Viminale e parlamento credano nel potenziale eversivo di questa organizzazione: l’ipotesi dello «scioglimento» si è dissolta in pochi giorni, e a denunciarlo è rimasta solo l’Anpi nazionale che, forse, farebbe meglio a interrogarsi sulla qualità dell’antifascismo che propugna da alcuni anni – riscattata per fortuna dal lavoro prezioso di molte sue realtà territoriali – per farsi una ragione di questo voltafaccia delle istituzioni.

Ma sto divagando, perché il punto più importante è un altro: qual è la finalità di una fantasia di complotto tanto efficace quanto allarmistica da essere propalata da chi, le istituzioni e i media mainstream in testa, avrebbe come compito, soprattutto in epoca di emergenza pandemica, quello di promuovere per quanto possibile una convivenza armoniosa e pacifica nella società? Mettendo nella giusta prospettiva anche i rischi più gravi? Tentando per quanto possibile di diffondere conoscenza e consapevolezza, e così realizzare davvero la possibilità di scelte responsabili da parte di tutte e di tutti?

Ho cercato la risposta a questa domanda dopo aver seguito le mobilitazioni triestine contro il green pass, e averle valutate non per sé, ma sullo sfondo della rabbia e della frustrazione generalizzate per quasi due anni di gestione politica della pandemia. Consapevole che il disastro sanitario neoliberista continua a mostrarsi in tutta la sua drammatica epocale evidenza, senza che si faccia nulla di strutturale per porvi rimedio. E la sola risposta che riesco a darmi è questa: che se nella protesta confluisce la rabbia dei poveri e degli impoveriti, come a Trieste ho visto accadere, per le élite che si apprestano a spartirsi i fondi del PNRR sarà un disastro.

21. «Fucilare i disertori»

Se c’è qualcuno a Trieste che ha continuamente propalato fantasie di complotto in queste settimane, va cercato nei palazzi del potere cittadino e regionale, e nelle redazioni dei giornali e delle televisioni che si sono prestati alla diffusione di tali fantasie. Va però subito detto che il motore della macchina mediatica e di governo è stata Confindustria e in generale il padronato del territorio.

E da questo punto di vista voglio spezzare una lancia, non giustificatoria, ma perlomeno di autentica comprensione umana, per i singoli giornalisti che sono stati costretti a umiliare il proprio mestiere e capacità critica per adeguarsi ai diktat di chi in fondo li paga. E sgombrare il campo dai troppi trabocchetti retorici di quest’epoca, esprimendo la mia solidarietà a quelli di loro che sono stati aggrediti.

Nel raccontare il metaverso del varco 4 avevo messo in evidenza episodi, realmente accaduti, nei quali i portuali e componenti del Coordinamento avevano protetto il lavoro dei giornalisti, ovvero delle ultime ruote del carro di un dispositivo mediatico che è, va ricordato sempre, prima di tutto un dispositivo di potere. Nel fronteggiare il troll, sedicente «capo dei forconi di Rimini», ho raccontato di come io stesso mi sia trovato molto a disagio assistendo a episodi di rabbia aggressiva contro la stampa. Episodi ai quali ho davvero reagito, come altri, ma con la consapevolezza di quanto sia ormai ambivalente, e quindi poco affidabile, il lavoro degli operatori dell’informazione nel clima di polarizzazione che stiamo vivendo.

Come molte fantasie di complotto, anche quella che teorizza un piano eversivo che sfrutterebbe l’opposizione al green pass fa ampio uso di metafore belliche. Non va infatti dimenticato che essa si inserisce nella più ampia narrazione della pandemia come «guerra». Va da sé che nel lungo elenco dei capri espiatori utilizzati, fin dall’inizio, per mascherare l’inadeguatezza dei governi e della politica, non poteva mancare la figura del disertore: per interpretarla i renitenti al vaccino si prestano magnificamente.

Michelangelo Agrusti.

A dargli esplicitamente dei «disertori» è, non casualmente, il presidente di Confindustria Alto Adriatico, in passato già deputato DC, Michelangelo Agrusti, in una dichiarazione del 1 novembre. Dichiarazione così esplicita che persino chi la pronuncia a un certo punto sembra spaventarsi delle proprie parole o, più verosimilmente, vergognarsi del lapsus. Perché ad Agrusti scappa di ricordare che la pena per chi diserta in guerra è la fucilazione.

Si sostituisca la parola «produzione» alla parola «guerra» e in questo piccolo episodio si potrà individuare il nucleo essenziale di tutto quanto stiamo vivendo. Ma di nuovo rischio di divagare…

Quell’intervento di Agrusti, compresi i rumori di fondo della sua platea, va riascoltato ora, a fine novembre, nei giorni in cui il governo Draghi inasprisce la logica discriminatoria del green pass, di fatto decretando la fine della vita relazionale di chi non ne è in possesso – e qui devo di nuovo farlo presente: esistono vaccinati, e saranno sempre di più, che il green pass si rifiutano di utilizzarlo.

«Il peso di un’eventuale restrizione gravi su coloro che non sono vaccinati» esordisce Agrusti. «Se questa è una guerra, questi sono dei disertori», risatine in sottofondo. «Anche in guerra c’è chi non si arruola perché ha paura, ma viene preso, messo al muro e fucilato», risate… E qualche colpo di tosse imbarazzato. «Qui non dobbiamo fucilare nessuno», si affretta a chiarire il presidente di Confindustria AA, «ma dobbiamo far pesare la loro diserzione».

La dichiarazione viene fatta nel corso di una conferenza stampa indetta dalle alte cariche regionali, il presidente leghista Fedriga in testa, colui che nelle settimane successive si incaricherà di ripulire la logica della proposta di Agrusti dall’infelice metafora bellica. La spingerà in veste di massimo rappresentante del partito trasversale dei «governatori di Regione», un’entità ammantata dai media di un’autorevolezza incomprensibile, dal momento che si tratta di gente che ha responsabilità – e morti sulla coscienza –perlomeno uguali, se non più gravi di quelle dei governi Conte e Draghi. Fedriga, presentato come l’anima responsabile della Lega, ne è un esempio da manuale.

Ci si dimentica spesso dei mesi in cui lui, come altri «governatori», di entrambi gli schieramenti, giocavano a fare +1 a ogni provvedimento del governo Conte II – una tattica che in realtà continua, sotto altre spoglie –, introducendo a livello regionale regole più restrittive, tanto per alimentare l’incertezza e fingere di avere in mente qualcosa di sensato da fare. Nel suo caso un episodio, nemmeno il più eclatante, fu proprio a inizio pandemia. La Regione Friuli Venezia Giulia, che dal 24 febbraio aveva già chiuso le scuole e relegato nelle RSA gli anziani, l’1 marzo si apprestava a prolungare la misura. Il 5 marzo però la stessa Regione FVG, lanciava una promozione imperdibile per l’utilizzo degli impianti di risalita gestiti dalla sua affiliata PromoTurismoFVG, pubblicizzandola con un comunicato di questo tenore, che di fatto aveva portato migliaia di persone ad ammassarsi sulle piste da sci. Piste che sarebbero state chiuse ufficialmente dalla Regione stessa solo a lockdown nazionale già iniziato, l’11 marzo 2020.

Le scuole sono chiuse? Bene. I vecchi sono chiusi nelle RSA? Bene. Tutti a sciare allora!

Chi ha invocato la fucilazione civile per i disertori del vaccino è la stessa persona che voleva relegare su lazzaretti galleggianti gli anziani infetti, con la sua società che si sarebbe occupata di allestirne gli interni. Grazie a Fedriga e al suo assessore alle attività produttive Sergio Emidio Bini. Quest’ultimo è a sua volta titolare del 40% della Euro & Promos Spa, a cui afferisce la cooperativa sociale Euro&Promos Social Health Care, che ha in gestione, tra le altre, una casa di riposo di Mortegliano dove si sarebbe sviluppato uno dei più gravi e letali focolai di Covid in regione. E in veste di politico è anche dispensatore dei contributi di sostegno alle aziende «colpite dall’emergenza», tra le quali le sue, come spiega l’articolo di Barbacetto.

Ovviamente non sono il solo ad aver notato le ipocrisie sottese a queste richieste d’ordine provenienti dai potentati economici e politici regionali. Ma come accade sempre con le fantasie di complotto, i nuclei di verità che contengono finiscono per confondersi tra la nebbia delle panzane.

In una lettera aperta dei primi di novembre allo stesso Fedriga, con la quale Paolo Rumiz accoglie «con un Evviva! la sua forte presa di posizione in merito alla micidiale pericolosità degli assembramenti no-vax e no-green», il giornalista e scrittore triestino scrive di trovare «ancora più demenziale che nella recente conferenza stampa sul tema, a parlare contro gli assembramenti si siano presentati, con fantastica faccia tosta, alcuni di coloro che in fase elettorale li avevano promossi e fomentati. I permissivi, ora, volevano improvvisamente “fucilare i disertori”. Una capriola politica come minimo spudorata».

L’aspetto tragicomico di queste vicende, che in realtà sono tragiche e basta, è che dalla fiera dell’ipocrisia non si salva nessuno. Molti a Trieste ricordano lo stesso Rumiz intervenire in pubblico, guarda caso a una manifestazione di portuali, il 13 giugno 2020, parlando rigorosamente senza mascherina. Dispositivo di protezione dal virus che, in un punto del suo intervento in cui lamenta la difficoltà di esprimere dissenso, chiama  «museruola».


Manca purtroppo dal video la prima parte dell’intervento di Rumiz, quella nella quale raccontava di aver violato il lockdown in più occasioni, arrivando clandestinamente fino al porto, «per le sconte», e là ascoltare il rumore dell’attività che andava avanti. E di come quel rumore lo avesse confortato.

Ero presente a quella manifestazione, di cui accennerò a breve, e ricordo bene quel passaggio, perché mi aveva colpito facendomi pensare «ehi! Il “compagno” Rumiz contro il lockdown!». Ma è appunto solo un mio ricordo, per quel che valgono la mia memoria e la mia parola, che immagino Rumiz non confermerà. Poco importa. A me è rimasto però il dubbio: mentre faceva queste romantiche passeggiate clandestine, almeno una volta avrà pensato che in quel porto, mentre la produzione continuava, col suo rassicurante rumore di fondo, qualcuno si stava infettando?

22. La demonizzazione dei portuali di Trieste

Ho chiesto al Clpt di inviarmi i comunicati scritti dal sindacato portuale nelle settimane della mobilitazione contro il green pass. In risposta ho ricevuto quanto richiesto più diverse decine di comunicati e lettere, inviati a partire dalla fine di febbraio 2020 a diverse autorità, dal Ministero della Salute alla Prefettura, dall’Autorità agli operatori portuali. Sono tutte comunicazioni che, messe in fila, come faranno Sandi Volk e Sebastiano Grison in questa conferenza stampa del 12 novembre, raccontano una storia molto diversa dalla narrazione mainstream sui portuali che rifiutano la vaccinazione e se ne fregano se il porto di Trieste va in malora. Narrazione che però andrà avanti per giustificare una serie di intimidazioni padronali contro i portuali presenti alla protesta, tra cui diverse procedure disciplinari, concrete minacce di licenziamento e, nel caso di Fabio Tuiach, il licenziamento vero e proprio.


Sono denunce e richieste circostanziate che, registrando e documentando il totale disinteresse dei terminalisti e delle ditte portuali – di molti di essi, non di tutti –, non fanno altro che chiedere l’applicazione dei famosi Dpcm antipandemici del Governo relativi ai posti di lavoro. Documentano, in sostanza, quel che è successo al porto di Trieste a inizio pandemia e poi nei seguenti venti mesi. Che non è altro che quel che è successo nella grande maggioranza dei posti di lavoro: il Sars-Cov-2 è stato lasciato circolare liberamente ogni qualvolta le misure di contrasto andavano a ostacolare il ciclo produttivo o si rivelavano inapplicabili.

A detta del Clpt, solo il presidente dell’AP, D’agostino, si sarebbe preoccupato di procurare mascherine e igienizzanti. E un’indagine con l’uso di esami sierologici sui lavoratori del porto avrebbe rivelato un’incidenza di avvenuti contagi quasi doppia rispetto al resto della popolazione.

Mi sono convinto che il Clpt non avesse in mente solo il green pass quando ha deciso di calarsi nella mobilitazione, proponendo poi di concentrarla agli ingressi del porto. I rapporti con Zeno D’Agostino erano difficili già da un anno, quando Mario Sommariva, delegato negli anni precedenti dallo stesso D’Agostino a «portare la pace sociale in banchina» in qualità di Segretario generale, aveva deciso di accettare l’incarico di Presidente dell’Autorità Portuale del Mar Ligure Orientale. Con la sua partenza terminava una stagione nella quale il rilancio dei porti di Trieste e Monfalcone aveva coinciso con una radicale riforma delle condizioni di lavoro – e non tenterò io di dirimere la questione su chi ne porti il merito maggiore, né quanto tale riforma sia davvero stata portata a termine.

Quel che conta è cosa c’era prima, e ciò che c’era prima lo posso testimoniare per esperienza personale: nel 1998 ero entrato a lavorare in porto per una cooperativa che poi sarebbe fallita, con un contratto a termine di sei mesi, relativo a una categoria che coi porti non c’entrava nulla, metalmeccanico, lavorando di fatto a chiamata e senza fare nemmeno un’ora di corso sulla sicurezza. Ricordo bene la volta in cui rischiai di essere colpito da un container appeso a una gru, che non avevo visto muoversi, e quella in cui schivai per pochissimo un tornichetto d’acciaio di venti chili, schizzato via da un altro container per un errore di manovra di una gru.

Quella di metà ottobre non è stata la prima volta in cui il Clpt ha bloccato il varco 4 in èra pandemica. La volta precedente era stata nel giugno 2020, ma non in conflitto, bensì per difendere la presidenza di Zeno D’Agostino dal tentativo di delegittimarla per vie legali e burocratiche. In quell’occasione i portuali si erano spesi più di chiunque altro per impedire il colpo di mano delle vecchie gestioni clientelari, assieme a buona parte della politica cittadina e un buon pezzo della cosiddetta società civile. In quel contesto si inseriva l’intervento in cui Rumiz aveva chiamato la mascherina «museruola» e rivelato la sua disobbedienza al lockdown, accogliendo con un «Evviva!» il fatto che là si continuasse a lavorare.

Paolo Hlacia

Un paio di settimane dopo quella manifestazione mi ero ritrovato nella stessa sala con Stefano Puzzer e alcuni altri, presso la Casa del Popolo di Ponziana. L’occasione era la cerimonia commemorativa di un amico comune e molto caro di nome Paolo Hlacia, scomparso prematuramente proprio a inizio pandemia.

Hlacia era stato operaio e militante dell’Autonomia negli anni Settanta, in seguito in Rifondazione Comunista e negli ultimi anni di vita aveva scritto moltissimo di porto e di lavoro portuale. Utilizzando per l’analisi generale il lavoro e l’amicizia di uno storico del movimento operaio ed esperto di logistica e traffici marittimi come Sergio Bologna, e per l’inchiesta operaia la relazione instaurata con Puzzer e il Clpt. A sua volta Puzzer, come avrebbe detto nel suo discorso commemorativo, aveva stretto con Paolo un rapporto quasi paterno, e il Clpt e i portuali gli dovevano molto per il lavoro fatto assieme nel periodo della collaborazione con Sommariva.

In queste settimane mi sono chiesto innumerevoli volte cosa avrebbe detto Paolo Hlacia della vicenda no green pass triestina, delle mosse del Clpt, di quelle di Puzzer… E non sono riuscito a darmi una risposta. La sola cosa che mi azzardo a pensare è che forse si sarebbe ritrovato stretto anche lui nella polarizzazione. Che nel suo caso sarebbe stata tra il Clpt e i portuali da una parte, e Sergio Bologna dall’altra.

Bologna, triestino e ben più interno di me alle vicende di cui sto accennando ora, in queste settimane è intervenuto spesso sulla mobilitazione triestina. Lo ha fatto sempre a difesa di Zeno D’Agostino – che per certi versi è un suo allievo –, ma anche ammettendo di aver modificato il suo giudizio iniziale sulla natura politica della stessa, in un articolo che trovo in alcune parti perfetto nel denunciare le radici del disastro della gestione politica della pandemia, quanto privo di profondità nel prendere per buona l’inutile e dannosa etichetta «no vax». Su questo vale la pena ascoltare il suo dialogo con Guido Viale.

Giulio Alfredo Maccacaro, 1924 – 1977.

Bologna scrive che «tutto quello che la gestione governativa dell’emergenza non ci ha voluto o saputo dare» lo possiamo rintracciare nel lavoro che già tra gli anni ‘60 e ‘70 avevano svolto «uomini come Giulio A. Maccacaro, docente di statistica medica, direttore di Sapere, fondatore di Epidemiologia e Prevenzione, ispiratore di Medicina Democratica e di quel movimento di lotta per la salute che ha svelato i danni dell’amianto e di tante altre sostanze tossiche letali o portatrici di malattie degenerative. Che ha anticipato i criteri fondatori del servizio sanitario nazionale, che ha combattuto Big Pharma e la ricerca asservita alle multinazionali, che si è battuto per una medicina territoriale e per una politica di prevenzione basata sulla consapevolezza dei cittadini, che ha pensato alla formazione degli operatori sanitari».

Parole che risuonano moltissimo con quelle lasciate qui su Giap da Gianni Cavallini, che proprio in quegli anni, da studente di medicina, aveva fatto lavoro politico sul tema della salute nei posti di lavoro con gli operai del Petrolchimico di Marghera. In un colloquio che abbiamo avuto, Cavallini, per diversi anni direttore del Dipartimento di prevenzione a Gorizia, spiega anche che

«con la pandemia è stata, temo definitivamente, affossata una tradizione moderna di sanità pubblica, che aveva saputo affrontare e gestire varie situazioni complesse. In quella strategia la vaccinazione era solo uno dei pilastri su cui era fondata. Il tracciamento dei contatti, la valutazione specifica del rischio, misure di isolamento mirate si aggiungevano alla somministrazione di vaccini. Oggi in tutto il mondo che conta la strategia si è concentrata sulla somministrazione di vaccini e su provvedimenti restrittivi universali, non quindi esito di una valutazione specifica del rischio. Questa universalità esprime il controllo sociale e non la protezione dai rischi. La stessa evoluzione del lockdown per i non vaccinati esprime questo approccio politico di controllo dei comportamenti individuali».

Analisi che risuonano anche nell’enorme mole di discussioni che hanno trovato spazio su Giap da fine febbraio 2020. Analisi che purtroppo sono mancate a supportare la lotta intrapresa dal Coordinamento No green pass, dai portuali e dagli altri lavoratori e lavoratrici di Trieste. Lotta che tuttavia ha avuto il merito di mettere comunque al centro il lavoro.

Ma se anche fosse vero, come scrive Sergio Bologna, che tutta questa gente è andata «dietro ai vari guru no vax», forse il problema da porsi è cosa e chi è mancato per evitare che accadesse.

Ecco, anche questo posso azzardare, che Paolo Hlacia per tentare di affrontare quella maledetta polarizzazione, avrebbe lavorato per costruire il terreno comune sul quale superarla.

23. Basta dire «no vax» e scompaiono pezzi di realtà

In questa vicenda non è emerso solo il complottismo potenziale di cui ho rischiato di essere vittima io stesso, credendo di scorgere chissà quale macchinazione nella presenza di personaggi più che ambigui e nell’insinuarsi di sigle sindacali «di carta» o di gruppi ultracattolici. E nemmeno il complottismo che ho definito «esorcistico» dei media mainstream, delle istituzioni e del potere economico, l’unico in grado di convincere ampi pezzi di opinione pubblica di non essere un complottismo, autocertificando come reali i suoi continui falsi allarmi.

È vero: c’è un complottismo, più di uno in realtà, che ha attraversato anche alcune componenti protagoniste degli strange days triestini, incluse quelle operaie. È quello di cui tutti parlano, su cui si è concentrata in maniera spasmodica l’attenzione dei media, sul quale si riversano valanghe di post ironici e denigratori sui social che, persino prima del presidio al varco 4, hanno tentato di screditare la mobilitazione. Utilizzando anche preventivamente la character assassination, ad esempio nei confronti di Stefano Puzzer, e confondendo così la parte per il tutto. Un giochino sempre molto in voga per screditare i movimenti sociali e operai.

C’è un cospirazionismo antivaccinista, lo sappiamo. È quella merda che sui vaccini parla di «siero usato come arma biologica contro i popoli», a cui si affiancano spesso altri complottismi, a volte persino contraddittori o in conflitto tra loro. Che finiscono persino per credere, ad esempio, che Putin sia «dalla nostra parte», fino al punto di illudersi che bloccando l’oleodotto Trieste-Ingolstadt la Germania interverrebbe su Draghi per fargli revocare il green pass…

Come scrive Wu Ming 1 in La Q di Qomplotto, queste fantasie di complotto, al contrario di quanto pensano coloro che ci credono e le diffondono, sono le migliori alleate del sistema, lo confermano e lo rafforzano.

A dimostrarlo sono le altre piazze italiane contro il green pass, nelle quali queste fantasie di complotto sembrano egemoni e che infatti, salvo rari casi, non sono state in grado di far sì che quanto accadeva a Trieste si ripetesse altrove. E a questo andrà addebitata una parte della probabile sconfitta di questa prima battaglia post-pandemica. Che però, ne sono certo, non finisce qui.

Questi complottismi servono, di fatto, a riempire gli spazi lasciati vuoti dal pensiero critico e dall’agire politico. Consolano, forniscono spiegazioni diversive, ma nella loro inconsistenza rischiano di far sprofondare nel disincanto e nell’impotenza chi finisce per crederli veri.

Molti continuano a non vedere che a Trieste, in queste ultime settimane, le fantasie di complotto sono state messe ai margini. E che questo è successo grazie al lavoro che ha permesso di mettere al centro la parola d’ordine dell’unità tra vaccinati e non vaccinati e la critica alla discriminazione lavorativa, dalla quale è nata una partecipazione operaia reale. Stando nella protesta, le attiviste e gli attivisti più lucidi hanno contribuito a marginalizzare i migliori alleati storici del sistema, i fascisti e le fantasie di complotto diversive.

Questo ha fatto sì che la partecipazione aumentasse, includendo le fasce di popolazione più svantaggiate e facendo davvero tremare le vene ai polsi di chi sta nei palazzi del potere politico ed economico. Che infatti ha sbroccato, mobilitando tutto il suo apparato repressivo e mediatico.

Inutile dire, ma meglio ripeterlo, che quell’apparato non obbedisce a nessun complotto, per il semplice fatto che risponde ai suoi propri automatismi sistemici, con i quali reagisce, si difende e si perpetua. Come ha dimostrato benissimo in questa pandemia, in cui i profitti sono aumentati anziché diminuire. Automatismi di un sistema che sono il frutto di cinquecento anni di storia criminale, votata al profitto, alla disuguaglianza, alla guerra e allo sfruttamento dell’umano sull’umano e sulla natura. In una parola: il capitalismo.

Le attiviste e gli attivisti che hanno scelto di sporcarsi le mani in questa lotta spuria, erano consapevoli del fatto che in ogni complottismo c’è sempre un nucleo di verità. E chiudendo il loro ultimo documento scrivono:

«Che si chiami “Stato di emergenza” invece di “grande complotto”, che si chiami “Capitalismo della sorveglianza” invece che “controllo di massa”, che si chiami “Piano nazionale di ripresa e resilienza” invece di “grande reset”, che si chiami “nocività del capitalismo” invece di “avvelenamento biologico”, che si chiami “geopolitica” invece di “cospirazione mondiale” dipende da chi vuole esserci, dibattere e contribuire».

Foto di Carlo Cattaneo.

Il problema semmai consiste nel fatto che sta mancando quella trasmissione di saperi e di memoria storica dei movimenti precedenti, quello operaio incluso, che caratterizza da sempre le lotte. E gli spunti di Sergio Bologna sul lavoro di gente come Maccacaro sono preziosi in questo senso. Ma rischiano di restare un lamento paralizzante se poi si finisce per credere che ciò che si muove nelle piazze possa essere liquidato con la comoda etichetta giornalistica di «no vax».

Ho mostrato in più punti quanto sia fuorviante e banalizzante farlo. Ma le ragioni per le quali pezzi importanti di popolazione rifiutano la vaccinazione – inclusa la pura e semplice paura, che ci siamo abituati a liquidare cinicamente, e anche un po’ fascisticamente, come infantile ottusità ed egoismo – andrebbero approfondite con studi seri. Negli Stati Uniti lo stanno facendo, scoprendo cose piuttosto interessanti, in parte specifiche di quel contesto, che però dovrebbero riguardarci, dal momento che parlano del rapporto tra cittadinanza, istituzioni e salute. E a partire dal fatto che tutti condividiamo il fatto che i sistemi sanitari neoliberisti non potranno che approfondire e perpetuare il disastro in cui siamo.

Peraltro abbiamo un precedente notissimo su questo tipo di etichette, e della reductio che generano: «no global» era il contrario di ciò che quel movimento vent’anni fa voleva e intendeva essere. Serviva a semplificare e di fatto annullare buona parte delle sue analisi, che non criticavano l’idea di una società globale, ma al contrario la auspicavano e, di fatto, nelle piazze l’avevano anche costruita.

Anche l’etichetta «no global» ebbe poi la funzione di diversivo finalizzato a dare spazi di agibilità ai complottisti per rafforzare il sistema. Quando quel movimento, altrettanto variegato e contraddittorio di questo, fu sconfitto con l’uccisione di Carlo Giuliani e la carneficina della Diaz, da esso spuntarono fantasie di complotto a iosa. Tra cui quelle sugli attentati dell’11 settembre che resero popolari cospirazionisti come Giulietto Chiesa o Fulvio Grimaldi, proprio come oggi, nella protesta contro il green pass, si infila gente come Diego Fusaro o Byoblu.

Quel che allora si contestava era la globalizzazione capitalista, per come la vediamo dispiegata a maggior ragione oggi: capitali, merci e profitti liberi di scorrazzare per il pianeta, mentre la libertà di movimento delle persone è via via sempre più limitata. E ora che un virus pericoloso e in alcuni casi letale arriva a ricordare che la natura non ha frontiere e non ci sono muri che possano fermarlo, il sistema reagisce istericamente. Arrivando al punto di immaginare, per la fortezza chiamata Europa, confini esterni circondati di filo spinato e presidiati da una pletora di dittatori disumani, disponibili a far fare da cuscinetto ai propri paesi, dietro adeguato compenso. E all’interno della fortezza, dispositivi di controllo finalizzati a un disciplinato, immunizzato e ininterrotto svolgersi dell’attività produttiva.

A guardar bene, il green pass è solo un’altra frontiera.

24. (Psico)geografie del conflitto futuro, alcuni spunti

Foto di C. Cattaneo. Clicca per ingrandire.

Per quel poco che posso averne capito io, la conricerca va sempre in due direzioni, non è il lavoro dell’avanguardia che «spiega» la fase alle masse ignoranti e quindi le organizza. È una pratica di contaminazione e scambio che fa i conti con il conflitto, ne assume le contraddizioni senza subirle, e tenta di riformulare in maniera circolare e orizzontale il rapporto teoria-prassi-organizzazione. In parole povere, come anch’io mi ripromettevo, si cammina domandando.

In chiusura voglio accennare a due aspetti che mi hanno colpito negli ultimi cortei successivi al presidio al varco 4, che credo meriterà indagare.

Il primo riguarda il capovolgimento psicogeografico che la mobilitazione ha prodotto, per molti versi straniante sia per chi partecipa che per chi osserva, e che si è dato prima che buona parte del centro storico cittadino venisse interdetta per decreto. Come accennavo nella prima puntata, questo elemento si è evidenziato dapprima nella collocazione e nel capovolgimento di funzione del varco 4. Un nonluogo che in un arco brevissimo di tempo è diventato un vero luogo, densissimo di vita e di relazioni, e ora anche di storia.

In seguito, nei percorsi dei due cortei del 27 e 28 ottobre, il primo indetto dai portuali, il secondo dal Coordinamento No green pass, l’attraversamento di parti di città di solito liminali, se non marginali, ha accentuato una rottura con l’immaginario costruito attorno alla città della Barcolana, delle Rive, della Cittavecchia gentrificata e del salotto buono di piazza Unità.

Rottura geografica che è anche definitiva rottura del patto sociale, sancita dall’odioso appello della Trieste sedicente «razionale, responsabile e consapevole». Facendo propria la manipolazione sui contagi nei cortei, questa «Trieste bene» e «fedele alla scienza» ha fattivamente contribuito a negare a un pezzo di società il diritto di espressione e di manifestazione del dissenso.

Rottura confermata poi dal modo in cui questa mobilitazione è entrata nell’immaginario e nella coscienza dei settori più poveri e impoveriti della cittadinanza. Quelli, per intenderci, che quando il corteo ha attraversato i rioni teatro del bombardamento a base di acqua e gas del 18 ottobre, hanno risposto dai balconi e dalle finestre, battendo su pentole e stoviglie, o installando sound system improvvisati fuori dai bar, per aumentare il volume degli slogan e dei cori.

Una rottura che in queste settimane ha definito una nuova geografia della città, che potenzialmente è anche un’idea del tutto nuova della città stessa.

A questo si lega in qualche modo, per me ancora appena percepito, un altro aspetto.

Prima che prendesse piede il famigerato slogan «La gente come noi…», i portuali triestini intonavano, molto più prosaicamente, lo slogan «Semo stufi de ‘sta merda». E non si riferivano solo al green pass.

Mi ha stupito ancora di più osservare la folla nei cortei rispondere entusiasta a slogan come «Se ci costringono a lavorare sotto ricatto, a lavorare non ci andremo proprio».

Moltissime delle persone che si sono mobilitate, sono anche nella condizione di trovarsi senza stipendio, perché sospese per mancanza del pass, o costrette a pagare almeno 45 euro alla settimana per poter lavorare. E tutte hanno dovuto mettere a punto, e hanno condiviso, una serie di strategie per fare i conti con questa situazione. Chi sfruttando la malattia, chi i permessi, chi l’aspettativa, altri ancora cambiando proprio mestiere oppure, in molti casi, utilizzando proprio le regole del pass semplicemente per organizzare in modo diverso la propria vita.

Ho l’impressione che tutto questo abbia a che fare con una forma inedita di sciopero, o di esodo dal lavoro, qualcosa che negli Stati Uniti sta già emergendo in misura enorme e di cui si hanno i primi segnali anche in Italia.

Non casualmente, credo, dalle cronache statunitensi si ricava che i settori in cui il fenomeno è più evidente sono porti e logistica.

E dal momento che all’origine sembra esserci proprio la pandemia, dev’essere qualcosa che ha a che fare col non voler tornare a ciò che c’era prima, perché ciò che c’era prima faceva già abbastanza schifo di suo.

Ho tentato di raccontare ciò che ho visto e sentito, e di cui, mi piaccia o meno, ho finito per essere parte, forzando i miei pregiudizi e convinzioni, uscendo dalla mia comfort zone. Soprattutto ho tentato, nella scrittura, di restare fedele anch’io all’evento. E alla parola data alle persone incontrate di non stravolgere la loro storia, come alle lettrici e ai lettori di questo blog di raccontare senza reticenze e con onestà.

Malgrado la domanda iniziale fosse «perché proprio a Trieste?», ho evitato di mettermi ad analizzare quanto ho visto e sentito secondo categorie che seguissero le peculiarità sociali e storiche di questo territorio. Pur consapevole che ci sono, e che sono molte, le ho semmai lasciate trapelare da quanto scrivevo, in modo che chi leggeva potesse farsene un’idea da sé, e magari incuriosirsi per approfondirle. Temevo inoltre di finire per fare antropologia d’accatto – come ha fatto invece qualche noto scrittore del luogo, le cui parole qui su Giap sono già state commentate – per di più su una città e un territorio di cui sono parte in ogni mia fibra.

Ma alla storia si ritorna sempre.

25. Camminare domandando. Sul Carso Triestino.

Domenica prossima andremo a camminare sui nostri luoghi partigiani che oggi sono i luoghi di chi, malgrado le frontiere siano di nuovo più feroci che mai, si rimette in cammino.

Partiremo da Basovizza, dal suo monumento meno noto, che è anche quello più antico, quello dedicato ai quattro antifascisti sloveni fucilati nel 1930 per ordine del Tribunale speciale per la difesa dello Stato fascista.

Storia misconosciuta la loro, mai entrata nei radar dell’enorme storiografia italiana sull’antifascismo.

Eppure i primi «banditi» e «terroristi» che tentarono di minare il regime di Mussolini furono proprio loro, ben prima di qualsiasi Resistenza. Una rimozione storica che si spiega anche con il fatto che il loro antifascismo, quello di appartenenti alla componente slovena di questo territorio, era troppo poco dogmatico, sfuggiva a qualsiasi disciplina di partito, era difficilmente inquadrabile negli schemi ideologici di allora. Ed era persino interclassista per certi versi, anche se di un interclassismo di gente che con il fascismo si era andata anche impoverendo, perdendo le sue prerogative borghesi o piccolo borghesi.

E malgrado questo furono proprio quei quattro condannati a morte, col loro antifascismo così brutto da non essere da molti nemmeno considerato tale, a ispirare il senso del sacrificio e della gioia del combattere a chi venne dopo di loro.

_

* Andrea Olivieri, autore del libro Una cosa oscura, senza pregio. Antifascisti tra la via Flavia e il West (Alegre, 2019) collabora da diverso tempo con la Wu Ming Foundation e in particolare col gruppo di lavoro sul revisionismo storiografico in rete e sulle false notizie a tema storico Nicoletta Bourbaki. Alcuni dei suoi membri hanno collaborato anche a questo reportage.

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151 commenti su “Gli strange days di Trieste contro il green pass, terza e ultima puntata. Come il potere ha reagito a una lotta sbalorditiva

  1. Proprio ieri una persona mi chiedeva, dopo il solito trip sanitario: e allora come ce ne usciamo da questo caos?
    Comprendo che ci si è trovati in una situazione nuova e si è cercato di approcciare ad una riflessione proprio a partire dalla contrapposizione ai dispositivi “sanitari” imposti dai governi. Ma su questo piano di analisi non esistono soluzioni. Esiste solo una marcatura emozionale (si chiama così nella psicologia cognitiva) che non può che precipitarci in uno stato mentale reattivo e ben poco riflessivo ogni qual volta si entra in discussione su questo tema.
    Un loop ossessionante che ci riporta ogni volta al punto di partenza.
    Per questo non finirò mai di ringraziare Andrea per questi tre capitoli nei quali le trappole sanitarie, se accennate, non emergono più di tanto dal rumore di fondo per lasciare lo spazio a una miriade di riflessioni e accadimenti da cui emergono tendenze e discontinuità nell’evoluzione che caratterizzano il momento storico.
    Sono più che convinto che la strada da perseguire sia quella che Andrea cita – il camminare domandando, non è una novità – e il nostro compito è costruire le condizioni affinché un percorso si dia.
    Che discutere di temi sanitari ha sinceramente, per quanto mi riguarda, scassato le così dette.

  2. Qui sono nuovo, anche se seguo il blog (ocomecazzosichiama) da parecchio; quindi mi scuserete eventuali improprietà.
    Premessa uno. Tecnicamente, mio padre è morto di Covid nel marzo 2020. In una RSA dove sono morti in tanti. Di Covid? 92 anni, bronchitico cronico, con un recente passato di TBC (ebbene sì, può succedere anche oggi in Italia) e praticamente cieco. Quando si è ammalato, lo hanno sedato e lo hanno lasciato morire in santa pace. Non si dice, ma si fa. E’ morto di Covid? No. E’ morto di vecchiaia.
    Premessa due. Ho 59 anni e sono vaccinato (due dosi Pfizer). Non ho riserve sui vaccini e mi farò la terza dose. Per avere il GP e perchè mi lascino vivere.
    Ma sono convintamente contro il GP.
    I motivi li hanno correttamente esposti i WM in altri post e quindi non ci torno sopra.
    Piuttosto mi stupisce e mi fa male sentire e leggere atteggiamenti acritici anche “da sinistra”, come ad esempio Radio Popolare o finanche il blog di Paolo Persichetti (https://insorgenze.net/2021/10/15/geen-pass-e-una-nuova-working-class-trumpiana/).
    Incapacità di leggere quello che è complicato? Non saprei. Ma grazie ad Andrea per averci reso la difficoltà e complessità del momento.
    Aggiungerei solo una cosa. Nella gestione della pandemia c’é stato un fallimento della scienza, o meglio, dei meccanismi di comunicazione da parte della scienza. Tipo: anziché sparare ipotesi per verità, o statistiche ad minchiam senza riferimenti corretti per poterle interpretare, avrebbero dovuto ammettere che stavano studiando e sperimentando e che certezze non ce n’erano. Di ciò, si è approfittato chi guidava la macchina e lo ha usato in modo sostanzialmente terroristico. Cosa quasi ovvia.
    Però, possibile che non ci sia stato qualche scienziato che non sia stato in grado di restituire un minimo di approccio realmente “scientifico”? Possibile che l’asservimento sia arrivato sino a qua?

    • L’ambiente della ricerca è pieno di meschinità, opportunismi, rivalità e gelosie. Negli ambiti in cui girano soldi si aggiungono tutti gli annessi e connesi di questi ultimi. Se buttiamo sul tavolo 40 anni di dominio ideologico della scuola economica di Chicago facciamo il botto. Il problema del rapporto tra scienziati e potere comunque non è roba di oggi: per me resta insuperato il modo in cui è stato problematizzato e storicizzato da Brecht nel Galileo. Ma, premesso tutto questo, nel presente c’è un di più: c’è l’irruzione del metaverso di cui parla Andrea. Quella che arriva sui giornali, in TV, nei social, non è la ricerca scietifica, con i suoi risultati e i suoi fallimenti, con le sue vette di umanità e i suoi abissi di disumanità, bensì una sua caricatura fatta di pixel dai colori supersaturi, popolata di personaggi dei fumetti, un misto tra “topolino” e il “tromba”, tacchini starnazzanti che sbattono la nerchia sul tavolo berciando davanti a grafici che in realtà sono serpenti o grovigli di cavi elettrici. E così via.

      • “Però, possibile che non ci sia stato qualche scienziato che non sia stato in grado di restituire un minimo di approccio realmente “scientifico”? Possibile che l’asservimento sia arrivato sino a qua?”

        “Quella che arriva sui giornali, in TV, nei social, non è la ricerca scietifica, con i suoi risultati e i suoi fallimenti, con le sue vette di umanità e i suoi abissi di disumanità, bensì una sua caricatura fatta di pixel dai colori supersaturi, popolata di personaggi dei fumetti”

        Questa a mio avviso è una parte della risposta.
        Ve ne sono altre due, sempre a mio parere, che non vanno trascurate (a rischio di essere ridondante):
        1. Gli scienziati in realtà ci sono.
        Essi (di destra di sinistra o query che siano, non so) sono stati per lo più interloquito dalla parte della destra che si poneva interrogativi sulla gestione pandemica. La sinistra che metteva in discussione la gestione, minoritaria nel paese, forse bollandoli come tout court di destra, ha interloquito poco o quasi nulla con loro.
        Considerare che nei media, come notato da SteCon, è solo da poco che hanno spazio pubblico allargato.
        2. La spada di damocle della radiazione pende sopra i medici che sconsigliano la non vaccinazione a parte su casi singoli e ponderati (riassumo, si veda il loro ordine).
        Questo potenziale provvedimento, per me specificatamente politico, e non scientifico, perché è palese che potenzialmente non tutto debba per forza andare sempre bene indefinitivamente o sempre bene per tutti generalmente parlando, a mio avviso potrebbe essere considerato come un predecessore scientifico del green pass, che investe non già il lavoro in generale, ma la libertà di espressione e di opinione all’interno della propria attività medica.
        È un tema quasi mai dibattuto o praticamente mai.
        Unito alla logica “non esiste una cura” di recente riattualizzata dalla presiedente della Società Italiana di Pediatria (SIP), si capirà il suo portato politico e sociale e sulla chiusura in tal senso nel dibattito scientifico.
        Non appena AIFA deciderà sulla decisione dell’Ema sulla fascia pediatrica, anche su questo tema, anche a livello scientifico, cadrà la pietra tombale.
        Questo è quello che ho capito ma posso essere in errore.

        Ps. Spero in tal modo di aver tenuto la discussione al di fuori della specificità della pratica medica, ma all’interno del dibattito sociale e politico.
        Ovvio che prima non avevo letto in tempo il vostro avviso.
        Mi scuso per il link tossico vedrò se necessario di imparare in tal modo.

        • Il problema, Lana, è che qualunque riferimento, anche breve e en passant, in qualunque commento, diventa subito un appiglio per riprendere un discorso che è sempre quello sotto qualunque post, in qualunque thread, e che non è nel focus del reportage di Andrea e dunque della discussione che ci auspichiamo abbia luogo qui sotto: natura, composizione sociale e possibili evoluzioni delle mobilitazioni contro le misure pandemiche; il conflitto sociale durante e dopo l’emergenza Covid; nuovi movimenti; inadeguatezze dei parametri usati dalla “sinistra” per leggere le piazze e l’emergenza stessa ecc. Come Tuco, anch’io devo dire che se leggo ancora un altro commento su vaccino/cura mi viene da vomitare. Solo che se vomita un utente è una cosa, se vomita un amministratore del blog la cosa ha altre implicazioni. Scusa, però con tutta la buona volontà e con tutto il rispetto, tu e un altro paio di utenti sembrate dischi rotti, non si riesce in nessun modo a farvi lasciare quel solco lungo cui andate avanti e indietro, avanti e indietro, non si riesce a farvi lasciare un commento che non abbia quel focus, e questo nonostante vi abbiamo fatto notare la cosa – e il disagio di una parte significativa della community – decine di volte.

          • P.S. Lana, io lo so che se vuoi puoi scrivere senza battere sul chiodo fisso, a ottobre i tuoi primi commenti qui su Giap sono stati su questioni ambientali. Certo, sempre collegate all’attuale emergenza, perché – il punto è proprio questo – l’emergenza si può e si deve guardare da tante angolature.

  3. La qualità che ho apprezzato maggiormente in questo reportage di Andrea è che, fin dal primo paragrafo, nella prima puntata, è riuscito, magistralmente, a trasportarmi a Trieste, al Varco 4, in quel nonluogo che si è poi trasformato, improvvisamente, per migliaia di persone, lungo lo stivale ed oltre, nel luogo per eccellenza, «densissimo di vita e di relazioni, e ora anche di storia».

    Leggendo di quegli avvenimenti, guardando e ascoltando le immagini di quei giorni, sentivo in maniera quasi istintiva, che quella protesta lì, in particolare racchiudeva un potenziale fondativo, rappresentava in qualche modo un piccolo ma importante granulo di quelle «tracce, segni che conducono a qualcosa, che indicano una direzione». Sarà che le proteste dei portuali, personalmente, mi richiamano sempre alla memoria i Wobblies americani…non saprei.

    Quindi, anche io, ringrazio con affetto Andrea per il suo lavoro e i WM per aver messo a disposizione questa piattaforma; per l’ennesima volta mi sembra che, insieme, siano riusciti nel non facile intento di accompagnare lettori e lettrici nella storia, quella non ufficiale, fatta di corpi resistenti e coni d’ombra.

    Ho trovato particolarmente intrigante il racconto della pezza presa dai misteriosi foresti che ad un certo punto sembra abbiano infiltrato la “piazza”; l’imprecisione rivelatrice riguardo l’organizzazione della prima conferenza stampa del neonato «coordinamento 15 ottobre», quella dove «le rive» diventano stranamente il «lungomare». Lo trovo un dettaglio altamente significativo ed eloquente, una nota “investigativa” degna del miglior “Rust Cohle”, in trasferta sull’Adriatico settentrionale.

    Ho poi avvertito un vero e proprio impeto di entusiasmo (che alla mia età è sempre un evento) nel sentir raccontare, in maniera meravigliosamente affine ai discorsi intrattenuti qui su Giap negli ultimi mesi, di giovani che mostrano «il disincanto della ragione, e sono capaci della volontà del reincanto».

    Dai, dai, dai…

    In chiusura avrei soltanto una domanda per Andrea: senza entrare in dettagli che richiederebbero probabilmente una 4a puntata, in termini statistici, ad un mese dall’”evento” principale, come evolve la situazione?

    Grazie ancora.

    • Mi unisco sia ai complimenti che alla curiosità: cosa succede adesso?
      Ne aggiungo alcune. Molto in controluce si è intravista qualche presenza sindacale ma c’è un tentativo di “coinvolgimento” o vengono considerati irrimediabilmente perduti/altro? E i partiti che sarebbero il naturale riferimento tipo Rifondazione o PaP? Si sono fatti vedere? Più in generale c’è la ricerca di una qualche sponda “istituzionale”?
      Ancora. L’obiettivo di partenza era il no-GP, è rimasto quello o questi sviluppi stanno in qualche modo ridefinendo gli obiettivi, magari secondo quel percorso di “montée en généralité” utile per avvicinare alcuni “dormienti” cui si accennava nei commenti all’intervista dei WM?

      Ancora complimenti, davvero straordinario il reportage, non dimenticherò facilmente il metaverso :-)

      • Posso solo accennare per punti all’evoluzione della vicenda, perché altrimenti davvero sarebbe necessaria una quarta puntata, e nel chiudere la terza le scelte si sono fatte complicate. Anche qui finirò per tralasciare molte cose.
        Ho appena accennato alle cariche in piazza Unità del 6 novembre, che dal punto di vista giudiziario hanno prodotto per ora circa 18 denunce, di cui due per certo riguardano, vergognosamente, due componenti del Coordinamento che avevano firmato la comunicazione del corteo. Denunce a orologeria quindi, frutto dell’aver confezionato dalla sera alla mattina un’ordinanza che tentava appunto di mettere in scacco chiunque tentasse di organizzare una manifestazione.
        Ieri sera mi è giunta notizia, di cui ancora non ho i dettagli, di diverse denunce in arrivo per il corteo selvaggio del 18 ottobre.
        Pare ci siano ipotesi di reato anche tra i portuali, al riguardo si è accennato a qualcosa sul Piccolo, ma di ufficiale in questo senso non ho nulla.
        Questo aspetto si accompagna ai tentativi di alcune aziende portuali di farla pagare cara ai lavoratori che hanno partecipato: sono almeno una quarantina i procedimenti disciplinari in corso con varie motivazioni.
        Per ora il solo licenziamento è quello di Tuiach, e c’è da augurarsi non solo che non se ne aggiungano altri, ma anche che in sede giudiziaria venga revocato. Perché al di là del personaggio e delle ragioni del licenziamento, a me pare pericolosissimo il precedente che stabilisce, e vergognoso l’aver letto sedicenti “compagn*” ironizzare in proposito.

        • L’evoluzione politica va letta sullo sfondo di questa offensiva repressiva.
          Martedì scorso c’è stato un altro corteo indetto dal Coordinamento, con una partecipazione prevedibilmente inferiore ai precedenti, ma comunque nell’ordine delle 2/3 migliaia.
          Il Piccolo ne ha approfittato per scatenare l’ennesima campagna diffamatoria contro i sanitari presenti e visibili. In risposta il Coordinamento ha diffuso questo comunicato.
          Questa presenza, assieme a quella studentesca, emersa maggiormente che in precedenza, e in generale i contenuti espressi dagli interventi durante il corteo segnalano più che la ridefinizione, un’articolazione più complessa degli obiettivi.
          Va in questo senso mi pare anche il fatto che lo stesso coordinamento ha anche promosso l’adesione alla giornata contro la violenza di genere.
          Infine va ricordato che le realtà lavorative autorganizzate nella mobilitazione continuano a muoversi nelle singole realtà produttive.
          Quanto alle altre sigle sindacali o partitiche, c’è poco da dire.
          Cgil, Cisl e Uil in porto hanno tentato di approfittare della situazione per vendicarsi del Clpt, come già scrivevo qui. L’impressione però è che il Clpt stia tenendo botta: ha persino aumentato gli iscritti.
          Di partiti e sindacati chi c’è stato lo ha fatto a titolo personale, e chi aveva autorevolezza da spendere non mi pare si sia sprecato, ovviamente al netto del clima da caccia alle streghe montato ad arte.
          Al di là di permettermi di dubitare che PaP o RC possano costituire una «sponda istituzionale», e anche dell’utilità della stessa, tutte le realtà politiche ma anche associative e persino i collettivi cittadini non sono riusciti a trovare una posizione condivisa al loro interno, alcuni si sono proprio spaccati, restando quindi ai margini della protesta o del tutto al di fuori.

          • Quanto appena scritto vale anche per la realtà più interessante emersa dalle amministrative, la civica Adesso Trieste, che perlomeno ha preso una posizione chiara contro il divieto di manifestazione. Soprattutto devo segnalare che il suo candidato sindaco, Riccardo Laterza, che non ha nemmeno trent’anni e proviene da percorsi non molto dissimili da quelli di alcuni attivisti suoi coetanei nel Coordinamento, ha preso posizione contro il GP in tempi non sospetti, ha condannato con chiarezza le cariche al porto e fuori, e spicca tra le (poche) figure politiche che si sono rifiutate di firmare il fetentissimo appello della «Trieste bene».
            Paga ovviamente il fatto di non aver potuto o voluto farsi vedere al varco…
            Per quanto mi riguarda, ma è un’opinione del tutto personale, sarebbe auspicabile che persone coinvolte nel processo di costruzione di Adesso Trieste – che è stato genuinamente partecipativo, quanto contraddittorio per i tentativi di cammellaggio di pezzi della vecchia sinistra bersaniana e bertinottiana – provassero, ora che hanno una certa rappresentatività, a immaginare qualche ambito di confronto e proposta territoriale che assuma la mobilitazione No GP perlomeno come consistente rappresentazione di quel 54% che a votare non ci è andato, e che però in termini di volontà di partecipazione ha dato segnali chiarissimi.
            Laterza su questo dovrebbe avere le idee chiare: nel suo primo commento ai dati, anziché suonare la fanfara per l’ottimo 9% preso, ha lamentato proprio quel dato di astensione, che per una tornata amministrativa fa impressione. E poi ha fatto notare la plastica simbologia dei lacrimogeni finiti nel cortile di una scuola adibita a seggio per il ballottaggio il 18 ottobre.
            Tutto questo per dire che quanto successo racconta molto dello stato della democrazia in questo paese.

            Ma sono tutte considerazioni di carattere locale e, ripeto, personale. Sull’evolvere della vicenda io da settimane invito a guardare da un lato a cosa germinerà o meno nel resto del paese con le nuove misure, dall’altro a considerare i segnali provenienti dal resto d’Europa, dove le proteste in molti casi hanno assunto caratteristiche molto simili a quelle triestine, come testimonia questo report da Rotterdam.

  4. Dividere il reportage in tre parti e autorizzare i commenti solo in battuta finale è – come solito – una decisione davvero saggia: in queste settimane mi ero scritta alacremente un lenzuolo di “puntualizzazioni” sul vecchio blocco note del pc; le puntualizzazioni sono state rese vane dal pezzo conclusivo. Questo ce la dovrebbe dire lunga sul recupero della complessità di ragionamento quando si maneggia la realtà presente: tanta stampa oggi è schiava delle logiche della rapidità e del clickbait. Capitalizzare la diffusione della notizia lampo e tramutarla in visualizzazioni pubblicitarie la vince su qualsiasi considerazione ulteriore. In un quadro simile è complicatissimo “rimanere con il problema” e svolgere un buon lavoro di informazione (e sono nel cuore dei bravi giornalisti, pubblicisti o scrittori freelance che ci provano all’interno di contesti mainstream). Un reportage simile, coi suoi tempi di presenza sul campo, ricerca, analisi, riflessione è tutto il contrario di come si fa troppa dell’informazione odierna.
    Scusatemi le considerazioni superficiali e poco nel merito!

    Ottimo lavoro, grazie (al solito).

  5. Buongiorno, mi aggiungo a chi ringrazia Andrea Olivieri per quel che fa e per tutto il suo impegno.
    È facile capire quanto la retorica della guerra, delle fucilazioni, dei disertori possa essere ancora più intollerabile e dolorosa da sopportare per chi è cresciuto e vive in zone in cui ancora tante ferite reali, non retoriche, sono aperte. Che io sappia, il primo a parlare pubblicamente di diserzione e cose simili era stato un medico ormai da tempo noto, il dott. Pregliasco, alludendo ai sanitari che a marzo, quando stava entrando per loro in vigore l’obbligo di vaccino, rifiutavano di vaccinarsi:

    https://www.adnkronos.com/pregliasco-medici-no-vax-come-imboscati-in-guerra_2lLcYe33KtD57CxJ8f5wUf

    Queste espressioni gli sono state poi rinfacciate mesi dopo in alcuni confronti TV se non sbaglio, ma nel frattempo la metafora aveva preso piede e a questo punto anche le ultime inibizioni generali di linguaggio stavano cadendo. L’infelice descrizione che il primo ministro ha dato dei suoi concittadini non ancora vaccinati come persone al di fuori della società, persone che non stanno violando alcuna legge, si inserisce in questo strano percorso di spiritosaggini da poco, avidità, disprezzo e decisioni prese solo sulla base del panico, che non si capisce bene dove stia portando tutti noi.
    Sono Andrea e le voci come la sua quelli sul percorso giusto, di chi cerca di capire davvero, perché è troppo importante non perdere la bussola proprio ora.

  6. Quando andavo alle elementari negli anni settanta il bidello era un vecchio signore che prima di tornare a Gorizia senza un quattrino in tasca aveva passato venti anni in Australia come bracciante nelle piantagioni di qualcosa. Quando uno di noi bambini si fissava e continuava a insistere e insistere e non mollava l’osso, lui diceva “sembri l’uccello della pazzia”. E una volta ci aveva spiegato: nelle piantagioni, intorno alle piantagioni, dentro le piantagioni, dappertutto, c’erano quei pappagalli di merda, che continuavano a fare ko-ko-kwa ko-ko-kwa ko-ko-kwa kwa-kwa all’infinito, dall’alba al tramonto, ogni cazzo di giorno per venti anni. I braccianti li chiamavano “uccelli della pazzia”, perché li mandavano fuori di testa.

    A volte mi pare che qua su giap si stia diventando tutti come gli ucccelli della pazzia, che si continui a ripetere all’infinito ciascuno le stesse cose su questi vaccini di merda e che da lì non ci si schiodi. D’ora in poi mi sforzerò di non parlare mai di vaccini, di mordermi le dita a sangue appena mi venisse voglia di intervenire in qualche discussione sui vaccini.

  7. Uff.. hai ragione.. il mio cervello in questo periodo gira a vuoto in questi contesti e non ho nessuno vicino con cui condividere queste riflessioni.. :(
    Un po’ vero però è che su altri argomenti nessuno mi rispondeva.. tipo appunto la domanda sulla decrescita felice, tema scomparso dall’agenda politica, e che per me rimane primario, non solo per la questione ambientale..

    Cmq potreste regalarci un piccolo thread OT sull’argomento che da te menzionato almeno da farci girare come i criceti sulla ruota e darvi meno fastidio!
    Solo una battuta ovviamente, scusate, grazie per la pazienza, per il vostro lavoro, ed un grande abbraccio e ringraziamento ad Andrea Olivieri.
    Mi impegno a salpare dalla palude e girare la barra del timone!
    Ancora ⚓ grazie!

  8. Comunicazione tecnica. Negli ultimi giorni diverse persone ci hanno segnalato che non riuscivano a vedere le immagini nei post di Giap. Accadeva solo usando alcuni browser (Safari, DuckDuckGo, a volte Waterfox) ma solo da alcuni dispositivi. Abbiamo individuato il problema in uno dei plugin che ottimizzano il caricamento del blog, Lazy Load. Le noie sono cominciate dopo l’ultimo aggiornamento automatico. Lo abbiamo disattivato e ora tutto funziona. Ci scusiamo per l’inconveniente.

    • Intanto complimenti e grazie all’autore. Ha scritto un libro (la versione PDF consta di quasi 80 pagg.) densissimo, la cui lettura e comprensione richiedono tempo. Confesso che arrivato in fondo alla prima, veloce, lettura, ho provato una punta di delusione, perché credevo di trovare una risposta alla domanda che mi frullava in testa fin dal 15 ottobre. Domanda che Olivieri, dando un taglio cronachistico al suo reportage, pure formula, dicendo nel contempo esplicitamente di non volervi rispondere, un po’ per non fare antropologia d’accatto alla Covacich, un po’ perché effettivamente non è quello lo scopo del suo lavoro. Fornisce indicazioni (lavori suoi e di Nicoletta Bourbaki) su dove pescare per farsi un’idea della genesi della protesta, del contesto storico che fa da terreno di coltura del movimento triestino, dello sviluppo in tempo reale che porta il coordinamento no GP a mescolarsi alle altre fette di società locale. Tuttavia rimane la domanda: perché proprio Trieste?
      Ma forse questa domanda nasce dal fatto di porci in una prospettiva fuorviante, che ci porta a considerare Trieste come la “anomalia”, mentre forse dovremmo porci l’altra domanda: perché tutte le altre no?
      Infine (per ora) mi sembra significativo il riferimento alla marcia dei 40.000 (cap. 20), la similitudine con quella reazione, che se allora era eterodiretta dalla stessa Fiat e dunque circoscritta ad un un’ambito preciso, oggi potrebbe interessare intere categorie sociali, preconizzando una possibile, futura, contrapposizione frontale.

      • Sì, se consideriamo Trieste come l’anomalia e il resto come l’inevitabile destino della mobilitazione contro il GP, di certo questo reportage ha molto meno senso, e soprattutto hanno ragione quelli che si ostinano a non vedere in questa mobilitazione nient’altro che merda o poco più.
        Non solo, e qui faccio riferimento anche al tuo commento successivo: l’inevitabile destino accomunerebbe buona parte dei conflitti post-pandemici.
        Non per cavarmela con due risposte al costo di una, ma sono meno pessimista riguardo a quanto scrivi – «il pericolo, a mio parere, è quello di non riuscire a governare più nulla di sistemico, di profondo e duraturo» –, perché continuo a ritenere valido il principio per il quale le lotte cambiano chi lotta. E resto dell’idea che a Trieste hanno giocato fattori concomitanti, ma uno di essi che ci chiama in causa tutte e tutti riguarda quelle compagne e compagni che ci sono stati dall’inizio, proprio dalle origini, a partire solo dalla curiosità di vedere chi era la gente che violava il coprifuoco. E che già prima coltivavano pure la curiosità di osservare cosa si muove nella loro città, anche in quei momenti di stanca in cui tutto sembra immobile.
        Porto un esempio pratico di questo perché solo oggi ho scoperto un’ulteriore sfumatura che mi era sfuggita: un bel po’ di persone della generazione dei 50-60enni che qui si sono attivate nella mobilitazione no green pass, sono le stesse che, sempre a Trieste, nel 2010 avevano animato alcune piazze molto partecipate sulla questione del «no al debito» a partire dalla vicenda greca. Non so se questa cosa mi è sfuggita per disattenzione, o più semplicemente perché non vivevo qui nel 2010, ma il fatto che ci siano compagni più giovani che osservano e registrano questi aspetti mi pare rilevante per ciò che ci stiamo chiedendo ora. Da questa curiosità deriva una conseguenza non da poco: ti mette in grado di avere più chiaro con chi hai a che fare, di evitare i pregiudizi, e soprattutto di farti conoscere a tua volta e far prestare attenzione a ciò che hai da dire.
        Ho appena letto un compagno molto “illuminato” scrivere che l’insieme dalla galassia no-vax, free-vax e no-green pass è un branco di teste di cazzo. Secondo voi tra lui e quei compagni chi ha più probabilità di stare dentro qualsiasi lotta, in futuro?

        • Scusa il PS scollegato, ma rileggendo penso proprio che ci sia la necessità di “contare” un po’ di gente: sarebbe bello sapere quanti la pensano come il
          «compagno molto “illuminato” [che scrive] che l’insieme dalla galassia no-vax, free-vax e no-green pass è un branco di teste di cazzo» (oppure come un altro mio amico, una volta abbastanza spesso in giro per centri sociali e per presentazioni dei libri dei WM, che dopo il 18 era contento perché “i fasci a Trieste sono stati sgomberati con gli idranti”),
          e quanti _invece_ la pensano e si comportano come il tuo Oscar che “Ha le fattezze di uno degli Hanson Brothers”.

          Forse uscendo dai social e andando in piazza per davvero come hai fatto tu i numeri sarebbero un po’ più incoraggianti.

          Ma soprattutto serve (e i compagni in piazza lo hanno fatto di sicuro) calarsi con un minimo di comprensione ed empatia nella vita e nelle braghe di chi oggi rischia di non poter lavorare e si trova “segregato” nel suo stesso paese, proiettato in una realtà da «Sans-Papiers» che solo 6 mesi fa non avrebbe mai immaginato.

  9. Un altro motivo di riflessione, che emerge dalla cronaca delle giornate post 15 ottobre, è la difficoltà di inquadrare le manifestazioni eterogenee. Olivieri, parlando del flop della giornata del 22, riferisce del fallimento del tentativo di Puzzer di coinvolgere i portuali nel servizio d’ordine, “un residuo organizzativo novecentesco che […] non può nulla in mobilitazioni spurie e non identitarie”. Al di là dell’inconsistenza di Puzzer e Giacomini come leader e del grottesco coordinamento 15 ottobre, questa difficoltà a organizzare e governare piazze poco o nulla ideologizzate o dalle idee politiche distanti, mi sembra un fattore di grande importanza nelle future lotte, anche alla luce di quella categoria di biconcettuali e declassati (vedi il già citato Lakoff) che le politiche neoliberiste renderanno sempre più numerosa. Il pericolo, a mio parere, è quello di non riuscire a governare più nulla di sistemico, di profondo e duraturo. Vedo le piazze del futuro come tanti flash al magnesio, abbaglianti ma fugaci, concentrate su un contingente circoscritto, vorrei dire di piccolo cabotaggio, magari anche efficaci nel rivendicare l’obbiettivo specifico (unificante anime diverse) ma incapaci di incidere sul sistema.

  10. Una foto della camminata carsolina di oggi organizzata da Alpinismo Molotov e Nicoletta Bourbaki, annunciata nell’ultimo paragrafo del reportage di Andrea. «Morte al Janšismo» fa riferimento all’attuale premier sloveno (di estrema destra) Janez Janša. Contro le sue politiche – anche di gestione della pandemia – si svolgono da molti mesi manifestazioni di massa che spesso sfociano in rivolte.

  11. Mi viene quasi da piangere a leggere questo articolo, di cui condivido tutto, a partire dal riconoscere l’umanità delle persone che c’erano a Trieste, x i motivi più diversi, ma con il loro carico di difficoltà e incertezze. Non si trova da nessuna parte.

    Poi volevo riferire di un test che ho fatto, sul mio profilo fb.
    Ho scritto:

    “Sono riusciti a convincere molti vaccinati che il vaccino li protegge e contemporaneamente che i non vaccinati li minacciano.”

    I commenti ovviamente sono stati molti rispetto ai 2/3 dei miei post standard.

    Potrei riassumerli così:

    1) approvazione (e finita qui)
    2) contestazione (stai dicendo una stupidaggine ma poi finita qui)
    3) un amico prof universitario mi contesta ironicamente quel “sono riusciti”: chi sono questi nemici indefiniti? Chi sta alla testa del complotto?
    4) i vaccini funzionano, xché contestarli?

    È come se spesso non fosse possibile mettere a fuoco il contenuto del testo, e ognuno vi leggesse una cosa diversa, in base a qualcosa che non è quello che c’è scritto nel post ma evidentemente é nella testa delle persone. C’è un problema di ricezione, di difficoltà nella messa a fuoco. E mi rendo conto che capita anche a me.

    Soprattutto se mi affretto a rispondere ad un post, ad un commento. Se mi faccio prendere dallurgenza.

  12. Come ho già avuto modo di riportare – ed essendo il mio campo di interesse – non si tratta di una novità ma delle normali dinamiche di funzionamento della mente. La percezione della realtà è sempre soggettiva e sempre relativa alla condizione particolare che il soggetto sta sperimentando.
    In una situazione dove una persona “percepisce” qualcosa di pericoloso la prima cosa che si modifica è la coordinata di attenzione, ovvero la mente si predispone per discriminare nella percezione stessa soprattutto o solo gli elementi che potrebbero rappresentare un problema.
    Tali elementi nella mente seguono un circuito elaborativo breve e poco ragionato che ha lo scopo di predisporre l’organismo a superare il problema contestuale.
    La riflessione approfondita è possibile solamente nei momenti in cui non ci si sente sotto attacco e la mente si configura in uno stato di equilibrio che permette l’allargamento della percezione anche ad altri elementi.
    La novità del periodo (ma solo per noi occidentali, non sicuro per tutti coloro che nel mondo si ritrovano in una situazione per esempio di guerra) è il perdurare di tale situazione per un tempo troppo lungo rispetto a quello che un organismo può sopportare senza incorrere in problematiche psicologiche di deriva e disagio.
    Siamo in una situazione in cui qualsiasi target che in qualche maniera richiama questioni anche sommarie di tipo sanitario fa precipitare in maniera molto reattiva l’attenzione in una direzione ristretta di chiusura cognitiva.
    Pensiamoci molto attentamente quando interveniamo in discussioni pandemiche, al fatto se è il caso di guardare telegiornali, a riflettere impulsivamente sulle sollecitazioni in merito che ci arrivano.
    Se vogliamo uscirne è indispensabile sospendere ogni giudizio e darci il tempo di riflettere in seconda battuta e con calma potendo così utilizzare la massima capacità cognitiva che abbiamo soggettivamente a disposizione.
    Articoli come questi che ha scritto Andrea hanno la caratteristica ideale dal punto di vista dell’efficacia perchè posti fuori dal momento contestuale di reattività.
    Personalmente credo che sia possibile – e indispensabile – uscire dal paradigma viruscentrico solo parlando d’altro e impostando nuove centralità di percorso.

    • 2 note al volo.

      La questione della marcia dei 40.000 evocata da Alboliveri e Marcello007 aleggia nell’aria: sugli stati di watsapp concetti (??) come “io sono orgoglioso di esibire il GP senza rompere le scatole, se scendessimo in piazza noi vedreste!” non sono una novità.

      Poi come accenna alboliveri bisognerebbe contare quanti fisicamente si trovano in quella posizione e con quel mood, rispetto a quanti invece il GP lo devono usare per vivere e lavorare e basta, ma ne farebbero anche a meno e ne percepiscono il valore profondamente divisivo e diversivo, oltre che una certa inutilità sanitaria.

      L’altra mininota riguarda questo punto di jolly roger:
      «Pensiamoci molto attentamente quando interveniamo in discussioni pandemiche, al fatto se è il caso di guardare telegiornali, a riflettere impulsivamente sulle sollecitazioni in merito che ci arrivano.»

      A cui aggiungo che non c’è solo la “preoccupazione” sanitaria, ad agire in questa situazione. Specularmente a chi percepisce un “pericolo” nei non vaccinati, anche questi ultimi sono sottoposti a un continuo bombardamento mediatico che ne altera la percezione.
      Il clima di continua emergenza, di nuovi proclami, di totale incertezza anche normativa prosegue di continuo:

      “non potrai più uscire, lockdown selettivi, GP 2G solo per vaccinati, non potrai più lavorare, non porterai più i bambini a scuola, o a calcio, o al cinema etc”.

      Quindi anche la loro percezione è in fase di “chiusura cognitiva”, da cui sentimenti di solitudine (specie per chi non ha la possibilità di vedere altra gente in contesti “normali”), di dubbi etici, di polemica e un certo “monotematismo”.

      Sicuramente uscire dal paradigma aiuterebbe tutti a entrare in un clima più sereno, ma come già detto altrove i problemi “pratici”, diretti, che toccano subito nella vita e nel portafoglio in questo momento chi ce li ha li percepisce con una certa urgenza, visto soprattutto che soluzioni a breve non se ne vedono e anche le manifestazioni “sembrano” uscite di scena.

      (ma sabato ci sono state in varie piazze d’italia)

      • Le manifestazioni, come dici, sono “uscite di scena”, cioè non sono più (almeno per il momento), rappresentate nel metaverso, ma ci sono eccome e la partecipazione resta significativa. Ecco un video che mostra la partenza del corteo bolognese di sabato 27. La scena è quella dei Giardini Margherita, dove si era appena svolta una grossa assemblea degli Studenti contro il Green Pass, con interventi di delegazioni di svariate altre città d’Italia.

        • Non solo le manifestazioni ci sono ancora, ma dalla resistenza contro il pass stanno nascendo, o cercano di nascere, reti di mutuo soccorso orizzontale.

          Sui gruppi Telegram più “operativi” – non i meri sfogatoi dalle pareti imbottite di cui parla Andrea nel reportage – si legge, ad esempio, di una rete nazionale di «trasporto solidale», che in varie città e zone del paese organizza passaggi per chi non può più usare i mezzi pubblici. Ecco la presentazione:

          «Oggi è il 28 novembre 2021. E ci siamo tutti svegliati in un mondo la cui tonalità di grigio sta diventando sempre più scura. E come sempre a causa dell’ennesimo decreto del Governo, che ha creato ulteriori disagi e discriminazioni per chi non è vaccinato e non intende farlo. Così ora tra le nostre priorità se ne sono aggiunte altre, la cui principale è quella dei trasporti pubblici, visto che dal 6 dicembre in poi, non si potrà più utilizzare il servizio di trasporto pubblico senza dover esibire il green pass ossia senza dover effettuare un tampone. L’obbiettivo è organizzare trasporti solidali verso qualsiasi luogo di studio o di lavoro,visite mediche etc.»

          Ho letto anche di un’iniziativa analoga per cercare/offrire un impiego a chi non avendo il pass non può più lavorare. Chiaramente, qui siamo “borderline”, sono iniziative in cui possono infilarsi in men che non si dica profittatori, truffatori o peggio. Però bisogna saper leggere la tendenza, anche alla luce di quell’«abitare la rottura» di cui si parlava a commento dell’intervista a Jungle World.

          Se l’autorganizzazione lotta per estendersi nel tempo, per essere duratura, per andare oltre l’indire manifestazioni e occuparsi della quotidianità aggredita dai provvedimenti, è un segnale che, al netto del confusionismo, queste sono lotte vere.

          Trattandosi di iniziative solidali, è anche l’ennesima conferma che ha torto chi vede solo «individualismo» ecc. Stiamo parlando di una mobilitazione collettiva che non solo va avanti da mesi nonostante tutto e tutti, sfidando la più violenta demonizzazione, ma cerca di rafforzare i legami solidali al proprio interno proprio mentre le autorità tornano a seminare terrore e paranoia. Se in una mobilitazione del genere qualcuno vede solo «egoismo», «difesa del proprio particolare» e altre formulette liquidatorie, beh, deve decisamente cambiare gli occhiali con cui guarda la realtà.

          • L’altra faccia della medaglia di queste iniziative sono le scuole parentali, che almeno qui in Sudtirolo hanno avuto un boom quest anno. Luogi chiusi e spesso gestiti da fanatici, che si richiamano erroneamente alle Katakombenschulen [le scuole bandite nate sotto il fascismo per garantire l’istruzione degli studenti nella loro lingua madre (tedesco)].
            La verità è che il lasciapassare sta segregando parte della società, e quella minoranza segregata subisce una pressione che la spinge a volte verso belle iniziative come quelle che scrivi tu, e altre volte verso scelte sbagliate come quella di segregare ulteriormente i propri figli.
            Riportare quei bambini nella scuola pubblica è un esercizio che va fatto insieme. Altrimenti la brutta piega non farà altro che accentuarsi sempre di più.

            • Da qualche settimana i bambini sotto i 12 anni sono banditi come a rischio.
              In barba a qualsiasi logica e statistica si sta pasturando a mezzo terrore per poi raccogliere adesioni ‘volontarie’ a partire da fine dicembre.
              Se le restrizioni imposte da green pass (super e non) sono carneficina sociale, quello che sta per arrivare con l’obbligo (di fatto) anche per i bambini rischia davvero di tirare il peggio (quel che ancora non è venuto fuori).

              “Riportare quei bambini nella scuola pubblica è un esercizio che va fatto insieme”

              A me intanto piacerebbe non vederne allontanati altri. Per molti la scelta parentale era già in essere e questa situazione tossica è stata soltanto la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
              Sarebbe bello la società civile, soprattutto a sinistra, si compattasse controo questa ennesima stortura…. ma sento anche qui la stessa puzza…

              Di approfittatori e banditi ce ne sono tanti in giro, in ogni campo, diciamo che questi al momento sono quelli che mi preoccupano meno.

            • «La verità è che il lasciapassare sta segregando parte della società, e quella minoranza segregata subisce una pressione che la spinge a volte verso belle iniziative come quelle che scrivi tu, e altre volte verso scelte sbagliate come quella di segregare ulteriormente i propri figli.»

              Tutto vero. E premesso che io credo nella scuola pubblica e che “Riportare quei bambini nella scuola pubblica è un esercizio che va fatto insieme”, per il bene soprattutto di quei bambini che hanno diritto a un’infanzia il più normale e “sociale” possibile, io mi chiedo, dal lato come sempre della traduzione in pratica della politica, come dovrebbe fare secondo te quel genitore che non voglia sottoporre i propri figli al dicktat della vaccinazione.

              Di fronte alla sproporzione di potere e al fatto che il governo prende decisioni che impattano sulla pelle delle persone senza che queste abbiano _alcuna_ rappresentanza né peso politico (oggi nessuna forza parlamentare difende le persone con certe posizioni e non c’è praticamente dibattito pubblico) le opzioni realmente e praticamente perseguibili sono poi solo 2:

              – ti adegui, ti rassegni, e prendi per buona la versione del governo sottoponendo tuo figlio alla vaccinazione nella speranza di poter fargli frequentare la scuola e lo sport con tutti gli altri (e alla buon’ora, diresti forse tu);

              – vai in homeschooling, nei limiti e nelle forme per ora consentite dalla legge.

              • La eventuale terza opzione: «il governo ragiona e cambia le norme o evita di metterne di peggiori e si rientra in un mondo “normale” in cui non ci sono più minori e adulti discriminati per le loro scelte» non è *_ad_oggi_* né nella tua disponibilità né nella mia. Non è realistica né perseguibile viste le percentuali “decisionali”, l’orientamento e le scelte redazionali dei principali mezzi di informazione e i diversi poteri in gioco.

                Quindi io ci andrei piano anche a definire questi delle scuole parentali come “fanatici”, perché chi come e in che caso dà la definizione di: “un fanatico”?

                Forse quei genitori che sotto il fascismo volevano «garantire l’istruzione degli studenti nella loro lingua madre (tedesco)*» avrebbero potuto essere classificati come fanatici antinazionalisti dal locale rappresentante del potere.
                *(qualcun altro potrebbe trovarlo un vizio borghese, oltretutto, quello della madrelingua).

                Faccio un PS OT per dire a @Marcello007 che anche a me “omicron” ricordava qualcosa, e infatti era l’ora omicron che citi tu, bravo.
                La trilogia della spada di ghiaccio assieme all’albo del canto di Natale con Zio Paperone / Ebenezer Scroodge li conservo ancora oggi con cura :-)

                • “io mi chiedo, dal lato come sempre della traduzione in pratica della politica, come dovrebbe fare secondo te quel genitore che non voglia sottoporre i propri figli al dicktat della vaccinazione.”
                  Risposta sincera: non ne ho la più pallida idea.
                  È una questione che dovrebbe riguardare tutti, e in un mondo normale la collettività deciderebbe come risolvere la questione senza creare discriminazione.
                  Se dipendesse da me bisognerebbe accettare senza fiatare che esiste una quota di ragazzini non vaccinati e che questo non è un problema.

                  P.S. “fanatici” non era denigratorio, è che proprio sono estremi nel loro pensiero.

                  • È di poche ore fa la notizia di una dichiarazione rilasciata alla Frankfurter Allgemeine Zeitung da Thomas Mertens, virologo e presidente della Stiko (la commissione di esperti indipendenti che rilascia raccomandazioni per le vaccinazioni su base scientifica in Germania). Mertens ha detto esplicitamente che a fronte dell’attuale situazione non farebbe vaccinare contro la covid il suo bambino di sette anni, visto che i dati disponibili sono ancora insufficienti. Già alcuni mesi fa la Stiko aveva dichiarato che il rapporto rischi-benefici non era a favore della vaccinazione in età pediatrica.
                    Spero di non essere troppo OT. Leggo tutti i commenti e non finirò mai di ringraziarvi perché mi aiutate tantissimo a prendere in considerazione molti punti di vista che rischierei di ignorare.

    • @Jolly, a me sembra utile e benvenuta la tua analisi, fatta dal punto di vista della psicologia cognitiva, analisi che promuove quel “pas-de-côté” mentale necessario a tirarsi fuori dal restringimento cognitivo di quando si è bloccati nella reazione. Paradossalmente però, trovo che la conclusione alla quale giungi dimostri quanto sia difficile farlo! “Personalmente credo che sia possibile – e indispensabile – uscire dal paradigma viruscentrico solo parlando d’altro e impostando nuove centralità di percorso.” Una delle cinque strategie rientranti nel repertorio delle risposte dettate dall’ansia, è quella dell’*elusione*, che ci aspetta spesso al varco…

      A me questo continuare a ribadire “parliamo d’altro”, “allarghiamo il fornte delle lotte” non convince, è come se, per esempio di fronte a uno dei fenomeni emergenti legati al riscaldamento climatico, i nuovi flussi migratori, ci si dicesse “Parliamo d’altro, non rimaniamo fissati, così non se ne esce. Basta, spostiamo l’attenzione sulle cause concomitanti di questo fenomeno.” Mentre in realtà il sintomo e le sue cause richiedono risposte e azioni legate a piani e tempistiche diverse, tutte ugualmente necessarie.
      E nello specifico di questa situazione, a me sembra che oltre al pas-de-côté da fare per non lasciarsi risucchiare dal virocentrismo, oltre alle indispensabili analisi ad ampio respiro, occorrono azioni immediate. Ma quali?

      • Uhm… Però non è banalmente questione di «parlare d’altro», è questione di non produrre discorso subordinato, che si svolga nella stessa identica cornice fissata dalla controparte, cornice che la controparte controlla ed entro la quale può spadroneggiare. Quella cornice l’abbiamo chiamata «virocentrismo» perché là dentro tutto ruota intorno al virus, deriva e consegue da quel che fa o non fa il virus, con le sue mutazioni e varianti, i tragitti che percorre o non percorre, la sua presenza o meno nel tampone, il suo aggirare o meno i vaccini… Tutte cose importanti, ma alle quali non è sano ridurre ogni altra questione.

        Sulla questione delle lotte: qualche giorno fa un compagno di Roma mi ha chiesto se poteva intervistarmi per una testata nazionale riguardo alle «lotte che hanno portato avanti i movimenti durante la pandemia». Io sono rimasto perplesso, e – nel rifiutare la proposta, perché non vogliamo rilasciare interviste incentrate sull’emergenza pandemica a nessuna testata italiana – gli ho chiesto lumi. A quali lotte si riferiva? Nello scambio è venuto fuori un insieme eterogeneo e contraddittorio, che metteva insieme le rivolte in carcere agli albori della pandemia, la rivendicazione di un «reddito di quarantena», le «spese sociali» organizzate da centri sociali e altri soggetti, le richieste di dispositivi di protezione nei luoghi di lavoro, la lotta di Priorità alla Scuola e dei Cobas contro la Dad, le lotte contro il green pass ecc. Nella mia replica ho cercato di fare un po’ di chiarezza, ecco cosa gli ho scritto:

        «Penso che le rivolte in carcere meriterebbero un discorso a parte. Dopodiché distinguerei quantomeno, dentro quest’insieme eterogeneo, tra:
        1) campagne d’opinione che si muovevano dentro il frame definito da governo e media mainstream, e dunque dentro le compatibilità dell’emergenza e talvolta con una vera e propria “collateralità”, e
        2) lotte che quel frame – da noi definito virocentrico – lo contestavano.

        In parole povere: c’è chi ha accettato a monte le logiche di ogni provvedimento pandemico governativo e regionale, e nel quadro di quell’accettazione – o “patto di desistenza”, se vogliamo – ha cercato di impostare delle campagne su obiettivi compatibili, e chi invece ha proprio contestato le logiche di cui sopra e ha impostato lotte su un piano di incompatibilità.

        Semplificando ulteriormente: c’è stato chi ha detto “prima di tutto la guerra al virus e nel quadro di questa guerra vogliamo e facciamo X”, e chi ha detto: “non c’è solo il virus, in nome della guerra al virus sta passando altro dunque in opposizione a questo vogliamo e facciamo X”.

        Nel primo insieme ci sono le “spese sociali”, la richiesta del reddito di quarantena, la richiesta di più chiusure (un “più” spesso meramente quantitativo, non qualitativo) ecc.
        Nel secondo metto le lotte per tornare a scuola, manifestazioni e scioperi contro il green pass ecc.

        Non è una rigida dicotomia, perché ci sono intersezioni, ma mi sembra che chi ha portato avanti discorsi e campagne del primo tipo abbia comunicato poco e male se non malissimo con chi porta avanti discorsi e lotte del secondo tipo (e più o meno viceversa, giocoforza: se contesti a monte un frame critichi anche chi ti sembra lo stia accettando acriticamente).»

        Ecco, su quando ci si chiede «che fare?»: io credo che oggi come oggi le campagne «del primo tipo» siano politicamente inani. Fondamentale l’avverbio: la «spesa sociale» aiuta delle persone, negarlo sarebbe assurdo, però a me sembra più beneficenza – termine che qui uso comunque in un’accezione positiva – che conflitto.

        Per me sono campagne politicamente inani perché, svolgendosi nelle maglie delle compatibilità emergenziali e senza contestare queste ultime, non possono che favorire le strategie incentrate su PNRR, resilienza, privatizzazioni ecc.

        Ci servono lotte «del secondo tipo», che sfidino l’emergenza. In questo momento una lotta confusa ma incompatibile con l’emergenza è politicamente più avanzata di qualunque lotta “spiegata bene” ma che con l’emergenza è pienamente compatibile.

      • Invito nuovamente a non confondere due piani di ragionamento. La struttura cognitiva va intesa come se fosse un apparato di organi, è il substrato che permette l’interfaccia tra la soggettività e la percezione della realtà. Ha caratteristica preriflessiva, non è un’idea o un’opinione ma ciò che permette l’elaborazione del pensiero. Conoscere come funziona permette di affinare la capacità di comunicazione e relazione con se stessi e con gli altri.
        Anche se possiamo essere in grado di affrontare in maniera approfondita e ragionata le tematiche della pandemia non è detto che chi riceve l’informazione sia in grado di fare altrettanto.
        Il rischio concreto – e lo vediamo continuamente – è che anche solo nominare il virus rischia di chiudere le persone su un circuito cognitivo, quello della paura intesa come emozione, che restringe fortemente la capacità di ragionare, rende subito reattivi e orienta l’attenzione solo su quegli elementi della realtà che potrebbero rappresentare un problema.
        Il parlare d’altro significa, innanzi tutto, guidare le persone con cui ci relazioniamo a raggiungere uno stato mentale che li metta nelle condizioni migliori per ragionare a fondo.
        Non sono in grado di calcolare che livello di strumentalità possa avere questo modo di fare. Ma al momento non vedo alternative pratiche per oltrepassare la crisi.
        Puntare la discussione direttamente e solamente sulla pandemia è come aggiungere dramma al dramma. Vivere, relazionarsi, organizzare comunità ha bisogno di tanto altro in termini di risorse umane che al momento non sono disponibili nelle aggregazioni politiche pre-pandemiche.

  13. Colgo l’occasione fornita dalle considerazioni di Jolly Roger sulla necessità di uscire dal virus-centrismo per dire che secondo me una delle cose più importanti del reportage di Andrea è lo sguardo *dalle* periferie (e non *sulle* periferie).

    Mi auguro che anche questo prima o poi diventi tema di discussione, e intanto lascio qua questa.

    ON THE WRONG SIDE OF THE RAILROAD TRACKS (Dr. John)

    https://invidious.kavin.rocks/watch?v=o_gAl3tWO9w

    You know dis might look like a slum to some
    They think it’s the seamy side
    But to me it’s the dreamy side
    The peach and creamy side

    The wrong side of the railroad tracks
    Shirts are never stuffed, guys have backs
    The neighborhood where folks could relax
    Always be wondering what the other side is like

    It’s the wrong side of the railroad tracks
    You ain’t got no worry about no income tax
    The air’s perfumed by chitlin stacks
    Y’always be wondering what the other side be like

    It ain’t all upper crusty
    Fact you might say
    Looks a little rusty and dusty
    People, we got to keep on surviving
    Got to take a lot of heart to put up
    With all this shucking and jiving

    On the wrong side of the right way
    Social workers work and husbands play
    We all go to the bed at the break of day
    We’ll always be wondering what the other side be like
    On the wrong side
    Some low down funky swing
    Dresses may have holes
    That’s the latest fashion thing
    It’s called natural air conditioning
    We’ll always be wondering what the other side be like

    Ceilings they might crumble
    You know stumble bums might trip and stumble
    To you it might be squalid
    Lord, but to me, Lord, its a total solid

    On the wrong side of the railroad tracks
    Shirts are never stuffed, guys have backs
    The neighborhood where folks could relax
    Always be wondering what the other side is like

    The wrong side of the tracks, Lord

  14. Il “discorso del potere” ha riempito la narrazione sulla pandemia di così tanti sistemi di individuazione che testi come il tuo sono scomparsi, quasi impossibili da trovare. Ho smesso di guardare TG e talk show ma appena mi capita di passare davanti una televisione sintonizzata su quei canali mi sembra proprio di assistere al metaverso di cui racconti, un universo di stanze, luci e telecamere i cui convenuti continuano a parlare tra di loro praticamente delle stesse cose da mesi che appena arriva una nuova variante quasi la celebrano e si celebrano per “aver avuto ragione”. Pandemia, teatro politico, Draghi il “fuori classe”, più o meno sono questi gli assi portanti del metaverso. Quando il personaggio qualunque entra in un’inquadratura lo fa o per la sua indicibile violenza, o per la sua dimostrata ottusità o per sposare completamente le politiche del governo. Le incursioni dell’estremo coprono quello che manca. Non ho difficoltà nel crederti quando affermi che a Trieste questa presenza pareva un “complotto” articolatosi da qualche parte in quella realtà parallela. Tutti i piani si sfasano. La presenza di Casa Pound rincuora perché permette di non esserci. Le arringhe di Montesano e di Paragone fanno dare dei buffetti al compagn* per non “immischiarsi”. Nel tuo racconto invece ti dai il tempo di affrontare la presa narcisistica del metaverso che segmenta tra virtuosi e folli, giusti e sbagliati, infetti e sani. Le proteste che descrivi mostrano così una militarizzazione della società per vie sanitarie che non conoscevamo. Perché se è indubbio che la salute viene prima del resto, “il discorso del potere” sta sfruttando la salute per regolare bilance commerciali e debiti che crescono. A due anni dall’inizio della pandemia i medici di base sono ancora semplici passa carte. Non hanno alcuna funzione di prevenzione. Fanno parte di un grande sistema di segreteria che mantiene le relazioni tra il paziente/consumatore, i dottori specialisti e le farmacie. Una riforma della medicina territoriale non è in agenda. Ma sono arrivate decine di bonus. Ci sono liste d’attesa lunghissime per rifare gli infissi di casa. Io ho comprato la bici. Un amico ha rottamato la vettura. Meglio parlare dei No vax insomma. Queste contraddizioni sono un pò più evidenti grazie a Trieste.

    • Concordo. Siamo sempre e sempre più addentro a quel meccanismo tossico che qui su giap viene evidenziato già dallo scorso anno, che mira a creare una narrazione ansiogena, sensazionalistica, allarmistica, che mantiene sempre alta l’asticella, tesa a tenere costante l’angoscia, così che, come dice JollyRoger, non ci sia spazio per nient’altro nei nostri cervelli se non produrre sperando di cavarcela, in un continuo stato di deriva e disagio. L’ultimo esempio è l’attuale variante à la page, che già dal nome evoca mistero, paure lovercraftiane, suggestioni fantasy (giusto in questi giorni mia figlia sta leggendo la trilogia della spada di ghiaccio di Topolino, dove appare una spaventosa “ora Omicron” nella quale tutto un regno verrà distrutto. Tanto per dire), per la quale in poche ore, si è straparlato dicendone tutto il male possibile senza saperne assolutamente nulla; ma l’importante è che ci sia qualcosa di nuovo ad alimentare la narrazione, e come dici tu il suo avvento è stato benedetto, come si benedice il delitto dell’estate, senza il quale di che cosa parliamo e di che cosa scriviamo?

      • Omicron è anche un film italiano del 1963, fantascientifico, marxista e patafisico, diretto da quell’agitatore di Gregoretti. Consigliatissimo, soprattutto in questi giorni.

        https://www.raiplay.it/video/2021/11/Omicron-c791f6ce-6dbc-4bd2-baaf-861715d3531b.html

        • sì però nella foto pubblicata su repubblica la variante omicron ha la stessa forma della provincia di pavia. basta usare gogol immagini per controllare. questo fatto non può essere frutto del caso imho. inoltre c’è la questione del perché gli esperti abbiano saltato la nu e la xi. la repubblica dice che è per non offendere xi jimping. ad ogni modo dopo la omicron c’è il pigreco, ovvero tre e quattordici, e il 14 marzo 1861 è il giorno in cui il tricolore è diventato la bandiera d’italia, c’è scritto su wikipedia. comunque finché non arriviamo alla variante omega possiamo stare tranquilli, la omega sarà un casino, a meno che non sia una omega con la iota sottoscritta, nel qual caso sarà solo uno stronzo che cade dal culo.

        • P.S. Non badate alla sinossi che c’è su RaiPlay, la trama del film è piuttosto diversa da quella descritta.

      • A questo punto vale la pena di segnalare il penoso sito di Mentana che si sbraccia per debunkare la fantasia di complotto secondo cui le varianti arriverebbero cadenzate per permettere la prosecuzione della logica dell’emergenza.

        Vediamo qui una verifica sperimentale delle tesi de LQdQ: pleonastico sottolineare a _quali_ verità la fantasia di complotto – che non regge alla prova dei fatti – nasconda e si sostituisca (notevolissimo come Draghi, dopo la sparata sui cittadini incensurati “esclusi” dalla società civile, si sia pubblicamente interrogato circa la possiblità di mantenere in essere meccanismi e presidi dell’emergenza senza prolungare _formalmente_ lo stato di emergenza…)

        https://archive.md/wip/iVSn6

        Mi torna in mente a questo punto uno dei mantra dei fanboy de LaScienza secondo cui “religion/superstition is failed science” — i.e. tentativi di spiegare fenomeni naturali che non reggono alla prova dei fatti, categorizzazione che a mio avviso è estremamente semplicistica per non dire not even wrong:

        la fisica classica è “failed science”? Il modello geocentrico? Dove si tira la linea?
        Risposta: armati di un’epistemologia che non sia da cavernicoli, non si tira affatto: science is an endeavour, non è il “Simon says” da secchioni tanto perculato qui, e comunque superstizione, religione e “favole” contengono in sè aspetti che vanno ben oltre failed science.

        Trovo una palese similitudine con le fantasie di complotto in quanto “tentativi di spiegazione che non reggono alla prova dei fatti conditi da una certa creatività narrativa”, e mi stupisce che la claque de LaScienza non faccia subito il collegamento.

  15. Ciao Tuco, evidentemente gli studi classici lasciano il segno…comunque, agli addetti alla nomenclatura, sarebbe bastato scrivere “ksi” per la nuova variante, la variante x, pensa che marea di riferimenti culturali ne sarebbe uscita.
    A Rinoceronte, dico invece che darei poca importanza a tutti questi solerti divulgatori giornalistici e scientifici un po’ saccenti che su basi a loro dire razionali si prestano a giustificare dei provvedimenti politici e amministrativi che oggettivamente, col passare del tempo, sempre meno razionali si rivelano. Le fantasie di complotto (riassumibili un po’ superficialmente nel detto “la prima gallina che canta e’ quella che ha fatto l’uovo”) forse iniziano ad essere troppe per tutti in questa storia – almeno, intorno a me, io vedo sempre più stanchezza, per non dire sfinimento, dopo quasi due anni di pressione sulle persone, stati peggiorati dalla sarabanda quasi isterica di raccomandazioni e notizie degli ultimi giorni. Mi sembra una situazione sempre più imprevedibile e ingovernabile anche da parte di chi ha avviato il meccanismo e la stessa discussione sulle prossime nomine istituzionali, che parevano già decise, risentirà parecchio di questo stato di confusione.

  16. Vorrei tornare alla domanda che aveva posto Marcello, un paio di giorni fà: «perché proprio Trieste?»

    A me piace immaginare che qualcuno, tra i lavoratori/lavoratrici portuali della capitale del FVG, ad un certo punto, probabilmente durante un turno particolarmente peso, si sia res* conto della propria condizione in maniera totale. Intendo dire che probabilmente ci si è resi conto, improvvisamente, come sulla strada per Damasco, della propria potenza oltre che delle infinite possibilità che a questa consapevolezza generalmente si accompagnano.

    Penso per esempio alle numerose mansioni specialistiche, fondamentali, che svolgono gli/le operaie all’interno di uno scalo portuale strategico come quello di Trieste, ed al potere contrattuale legato a queste mansioni. In un momento di Krisis come quella in cui ci troviamo, rendersi conto di avere il potere della guarigione can be tricky though…

    Inquadrando gli avvenimenti triestini in quest’ottica penso che, alla fine, il metaverso e lo sgombero forzato siano stati semplicemente le due tecnologie cardine, impegnate per gestire e controllare, in perfetta conformità con il ruolo di uno stato “moderno”, una situazione molto critica, se vogliamo un vero e proprio “super-spreader event”, anche se di un altro tipo di virus; un evento che deve, per forza di cose, rimanere nel novero delle anomalie.

    Personalmente mi diverte figurarmi Puzzer come un italico Jake Blues, illuminato all’improvviso dalla luce divina che gli permette di vedere finalmente la via verso la salvezza: la band…il gruppo…e via di piroette.

    Tra l’altro mi sembra vi sia anche una certa somiglianza fisica tra John Belushi e il Puzzer, ma forse è il video che me lo trasmette così.

    “Let us all, all go back, to the old, old landmark”

    https://invidious.kavin.rocks/watch?v=PZpH9Khn0E0

    • Non so.. anche io mi sono posta fin dall’inizio questo interrogativo.
      Per professione faccio le pulizie negli ospedali.
      Siamo una relativa minoranza rispetto ai sanitari, eppure anche noi siamo fondamentali.
      Chi pulisce le terapie intensive?
      Chi pulisce i bagni dei pronto soccorso dal vomito e dalla diarrea dei pazienti?
      Chi pulisce gli uffici e le sale operatorie?
      Chi pulisce i luoghi di transito e permanenza dei pazienti Covid?
      Sale diagnostiche e di degenza?
      In questo abbiamo un “potere potenziale” sul sistema sanitario enorme.
      Ci fermiamo noi e si ferma tutto.
      Siamo dipendenti per lo più direi su suolo nazionale di cooperative fasulle, che hanno permesso di tagliare l’organico del pubblico impiego, tenerci ricattati con contratti a volte anche di due mesi rinnovati per un anno, e poi messi a casa come oggetti.
      Ne ho visti tanti di colleghi scartati come calzini bucati solo perché hanno alzato parola.
      Nell’azienda precedente ero molto combattiva coi colleghi, coi sindacati generali (posso dire a volte apparentemente collusi?), lottavo per raggiungere almeno il minimo della nostra dignità di vita. Ma niente. Per anni. Come combattere contro il famoso muro di gomma.
      Ora, arrivata in una nuova azienda e città, all’inizio del Covid, faccio purtroppo come fanno tanti. Sto zitta e faccio il mio lavoro.
      Troppe energie messe in gioco prima e lasciate bruciare nel nulla.. devo metabolizzare, leggo Giap, coi vecchi compagni dei collettivi di quando si era più giovani e che ora sono docenti, sindacalisti e via dicendo, poca comprensione.
      Quando si dice che bisogna investire di più nella sanità e via dicendo io lo do, da sx, per scontato. Era vero ieri ed è vero oggi. Oggi serve qualcosa di più. Vedo tutti i giorni come gli ospedali si sono/non si sono adeguati a questa pandemia.
      Ma chi ha parlato è stato messo all’angolo.
      Anche in questo senso nessuno, articola mai. Come se non fosse accaduto.
      Penso ai provvedimenti disciplinari anche a Medici che in emergenza si sono lamentati dell’organizzazione. Già un anno fa, anche dalle cronache.
      Io ho poche energie ora.
      Grazie a Giap, Olivieri, tutti i commentatori, qui si resiste e non è poco.
      Anche se l’impressione che il fronte del merito delle contestazioni vada ampliato in me è grande e persistente.
      In ogni caso siamo in un sistema sempre più repressivo, ricattatorio, qualunquisticamente conformista.
      Mi fa paura, soprattutto per le lezioni che stiamo dando alle generazioni a venire.
      E grazie a Trieste.
      Piccolo sfogo.

      • Scusa, Lana, ancora una volta non mi è chiaro questo ritorno di “accuse” generiche a Giap: «Anche in questo senso nessuno, anche qui su Giap, risponde mai.» Quale «senso»? Su cosa «nessuno» risponde mai?

        Io devo dire che mi sono parecchio stufato di tutti ‘sti ricorrenti «Su Giap non trovo questo», «Su Giap non trovo quello», «Su Giap non si parla di X e Y», «Nemmeno su Giap si vuole parlare di». A parte che la rete è grande e per fortuna, se mai lo siamo stati, non siamo più soli a discutere di questi temi, forse non ci si rende ben conto del quadro: quasi due anni di vita del blog (su undici complessivi); decine di post sull’emergenza pandemica tra testimonianza e lavoro d’inchiesta; più di diecimila commenti (su 42.000 complessivi) lasciati a partire dal febbraio 2020 da centinaia di persone di cui molte non avevano mai visitato Giap prima del lockdown; uno sbattimento immane per leggere e gestire tutto questo mentre facciamo anche – vivaddìo! – altro e mentre ce ne dicevano di tutti i colori, amiche e amici si mettevano a infamarci e calunniarci, collaborazioni finivano probabilmente per sempre, la stampa ci additava come pericolosi cattivi maestri… A fronte di tutto questo, quando leggiamo implicite o esplicite recriminazioni sul fatto che si dovrebbe fare/dire “di più” e “altro”, scusate, ma noi davvero ci rompiamo le balle, è più forte di noi.

        • Ma le virgolette non servivano a indicare una citazione letterale del pensiero di qualcuno?

          Abbiamo capito che qualsiasi riferimento alla gestione clinica del Covid che non sia un vago riferimento alla “sanità territoriale” rigorosamente accompagnato da “trasporti potenziati, classi dimezzate e zona rossa ad Alzano e Nembro” è un trigger per Wu Ming 1, e considerate le palate di merda che avete dovuto ingoiare durante questa storia, è doveroso starci attenti.

          Però non è che che qua fuori sia stata proprio una passeggiata, le palate di merda le abbiamo dovute ingoiare tutti, e liquidare un commento/sfogo interessante come quello che Lana ha appena fatto, che parla della sua vita e della sua esperienza personale dentro la sanità con una citazione rimaneggiata e mandandola a quel paese non è piacevole da leggere.

          Ultimamente mi sto facendo un giro sui siti anarchici di tutto il mondo, per cercare di capire cosa si sta dicendo della pandemia e come ci si sta organizzando, e questo sito viene citato ovunque, dal Canada alla Nuova Zelanda, quindi secondo me ci può stare che qualche ben intenzionato provi, anche un po’ insistentemente, a portarci delle tematiche che ritiene importanti, specialmente se parla per esperienza personale.

          On the other hand, tutta sta gente che parla di Giap non parla dei commenti, parlano della lunga serie di ottimi articoli che ci avete pubblicato, sui quali voi Wu Ming avete il pieno controllo – e con ottimi risultati. Che problema c’è se nei commenti si divaga un po’?

          • A parte che non mi pare Lana sia stata mandata a quel paese, bisogna capire una cosa. Il “problema” del divagare c’è, perché se i gestori del blog non lo gestiscono, appunto, cioè se non tengono sotto controllo i thread, le discussioni possono partire potenzialmente per mille rivoli, incartarsi, finire in rissa e insulti, ecc. E questo andrebbe a detrimento del blog stesso. Se siamo/siete ancora qui a discutere dopo due anni di merda presa da tutti e tutte noi, è perché abbiamo lavorato per non fare svaccare Giap. Questo lavoro costa, in termini di tempo ed energie mentali e nervose. Ed è tempo sottratto ad altre attività vitali. Ecco perché a volte sembriamo un po’ paranoici o rigidi rispetto a certe potenziali derive dei thread o critiche d’inadempienza che possono esserci mosse. È soltanto un meccanismo di autotutela. Nostra e del blog stesso, quindi della community.

            • Grazie della spiegazione, e scusate per la polemica, sono un lettore accanito di questo forum – e questo non scusa niente, è solo che ci sto molto dietro, quando piove, e sta cosa che non si riesce a parlare di sanità in termini pratici – di sanità, non di medicina – per me rimane una spina nel fianco. Secondo la mia umilissima opinione, potrebbe essere uno dei veri elefanti nella stanza pandemica, uno dei tanti elefanti che abbiamo dovuto ignorare per forza di cose durante questi due anni di merda, al punto che forse ormai non ne vogliamo più parlare nemmeno tra di noi. Però guarda caso spunta fuori ovunque, almeno in ambienti anarchici.

              Personalmente, uno dei concetti più importanti che ho conosciuto su questo sito è lo “scambio spettacolare”, che voi Wu Ming avete analizzato e discusso con un rigore e una efficenza pazzesca, portando alla luce il teatro pandemico con cui lo Stato ha nascosto le sue responsabilità. Ma in termini pratici, quali erano queste responsabilità? Colgo l’occasione per scusarmi con Wu Ming 1 per la battutaccia sui “trasporti potenziati, classi dimezzate e zona rossa ad Alzano e Nembro”, però secondo me la questione è reale, e non perché dobbiamo “offrire una alternativa” per giustificare la nostra opposizione a teatrini e coprifuochi, ma semplicemente per capire cosa ci è successo in questi due anni assurdi e di merda.

              Per buttarla a ridere, concludo dicendo che ormai quando sento parlare di meccanismi di autotutela di una comunità mi vengono un po’ i brividi.

        • Non voleva essere un’accusa a voi. Intendevo solamente che in pochi si raffrontano col le sanzioni disciplinari potenziali o imposte ai medici che dissentono, dalla gestione pandemica o dalla vaccinazione di massa, ed anche quando ne ho parlato qui, in pochi hanno commentato a riguardo, ma non voleva essere un’accusa nei confronti di nessuno.
          Forse sbaglio anche io che se non trovo dei feedback diretti nel blog non è detto che gli altri commentatori non ne prendano atto, in un senso o nell’altro, e non è detto implicitamente che il tema scivoli via senza lasciare segno. Magari qualcuno avrebbe voluto dire anche solo.. ok ci ragiono, approfondisco, o vediamo, non sono d’accordo etc.. ma per brevità della formula, ha omesso.
          Spero di non essere stata fraintesa in questo senso.
          Così anche dire che il fronte andrebbe allargato in tal senso o in tal altro, non vuole essere una critica a voi, ma una critica, in generale, espressa qui.
          Qui ci siamo già confrontati su queste cose anche di recente, ci avete lasciato grande spazio, e capisco benissimo le vostre ragioni, questo soprattutto, non potete certo addossarvi voi da soli tutte le critiche al sistema, appunto sempre più opressivo e che fa dell’ostracismo (politico, sociale, economico) la sua arma prediletta, anzi, vi ringrazio per aver lasciato di esprimere quello che mi premeva, ragion per la quale in tal senso spero di non abusare nuovamente della vostra pazienza.
          Era una critica più generale e più ampia, posso accettare che in ogni caso qualcuno dissenta ovviamente.
          A volte penso si, al grande lavoro a cui state dietro.
          Spero non ci sia ambiguità in questo, forse potevo evitare, mi dispiace.
          Vero forse che abbiamo anche un po’ tutti i nervi a fior di pelle. Mi prendo un po’ di tempo di stacco dal commentare.. vi leggo cmq.
          Grazie.

          • A parte il fatto che, con tutto il rispetto per Henryk e Lana, direi che c’è merda e merda. Per esempio: se camminando per strada pesti quella di un cane, puoi semplicemente dirigerti verso una panchina, levarti le scarpe e ripulire la suola. Male che vada devi lavare/buttare, scarpe, calzini e pantacollant. Ma parliamo di merda di elefante, roba rara in città o paesi italiani.

            Shit sorted.

            Il problema si fà più complesso nel momento in cui, per esempio, nella merda devi letteralmente “nuotare” per mesi, per motivi di lavoro, o magari, occasionalmente, te la tirano addosso mentre accompagni a scuola tua figlia, te la lasciano sull’uscio, semplicemente perché hai “visibilità”, sei riconosciuto come intellettuale dissidente, persona non grata, quando, insomma, senti che devi guardarti alle spalle in continuazione.

            Shiiiiiiit.

            https://yewtu.be/watch?v=wZZivDg3cpY

            Una questione quindi di peso specifico, che, anche per la merda, varia; personalmente, leggo sempre i commenti dei moderatori del collettivo come espressi da un primus inter pares, il che mi sembra, davvero, il minimo.

            Per tornare alla lotta, credo possa tornare utile considerare che il lavoro portato avanti su questo Blog di scrittori, dove negli ultimi due anni si è «[…] analizzato e discusso con un rigore e una efficienza pazzesca, portando alla luce il teatro pandemico con cui lo Stato ha nascosto le sue responsabilità» rappresenta un gesto politico immerso in una temporalità completamente diversa, forse a molti sconosciuta, e, in un certo senso, totalmente aliena a certi feedback loops, alle dinamiche che la politica ufficiale, con i suoi nuovi apparati bio-amministrativi, vuole imporre.

            Un gesto politico che tenta di mettere in evidenza quelle famose suture, di esporre la logica inerente al capitale in questo preciso momento storico.

            • Eh no però… Non si può accettare che si citi “shiiiiiit” senza riferirsi prima di tutto a the wire ;D

              https://yewtu.be/watch?v=4UXJZgOiVAI

              Scherzo ovviamente. È che appena ho letto shiiiit ero tutta gasata e ho pensato subito a the wire ed ero certa che il link portasse a qualche sua scena. Quando poi ho aperto e ho visto che non era quello il riferimento, nonostante l’attore sia ovviamente lo stesso, ci son rimasta di merda!
              Serie consigliatissima per chi non la conoscesse.
              Scusate l’off topic.
              Per il resto condivido il tuo commento dude e soprattutto non do mai per scontata la mole enorme di lavoro che fanno gli autori per tenere in piedi e con la barra dritta questo blog.
              Tanti saluti

            • giusto per chiarire, in un sito su cui si posta sotto pseudonimo, io eviterei di fare commenti sulla merda in cui ha nuotato chi scrive un commento, quanta merda, se l’ha solo pestata o gliel’hanno proprio versata addosso, di quale animale, di città o di paese, se hanno figli da portare a scuola oppure no, se hanno subito scomuniche e/o processi amministrativi e/o penali, se li hanno cacciati di casa o ostracizzati a causa di posizioni sulla gestione della pandemia, se hanno perso il lavoro o accesso a spazi sociali o piattaforme/riviste a cui hanno dedicato anni della loro vita a causa di quelle posizioni, eccetera eccetera eccetera.

              massimo rispetto a quelli a cui @dude dà massimo rispetto, ma secondo me il massimo rispetto, dopo due anni di psico-pandemia allucinante, va dato a tutti, da chi non si vaccina per fare un dispetto alle cause farmaceutiche – pagando un prezzo carissimo che noi “vaccinati contro il green pass” possiamo a malapena immaginare – ai primus inter pares.

              • OT warning: questo commento non tratta di questioni relative al virus in circolazione nè di questioni medico/sanitarie.

                @Woasnet

                Anche se il mio è un parere largamente opinabile, quella “catchphrase” ha origine nel film di Spike Lee la 25° ora, del 2002. La pronuncia per la prima volta l’agente Flood, interpretato da Whitlock Jr, il Cly Davis di “The Wire”, nel momento in cui risce misteriosamente a “incastrare” Monty Brogan/Norton.

                È il prologo nella sceneggiatura di un film che è ambientato nell’immediato post 9/11, a New York, il ground zero degli stati generali d’emergenza e ha a che fare con una situazione di merda, appunto, nella quale il protagonista, si viene a trovare, suo malgrado, a dover fare i conti con concetti quali la fiducia, l’amicizia, gli affetti e i rapporti con il prossimo, in generale.

                Ah, Zuck a quei tempi era un adolescente con tanti bei sogni nella capoccia, come la maggior parte dei suoi coetanei, in tutte le parti del mondo.

              • Ennesimo OT

                @ Henryk Goldszmit:

                Giusto per chiarire: la quantità oltre che la “qualità” di rispetto che personalmente decido di garantire quando mi metto in relazione, diretta o indiretta, con un altro essere umano, in qualsiasi contesto, dipende esclusivamente dal comportamento che quell’essere umano mostra non solo nei miei confronti ma anche e forse soprattutto nei confronti del gruppo di persone, animali, vegetali e cose con i quali interagisce nel momento o nei momenti durante i quali ci ritroviamo a interagire insieme.

                Per questo il mio senso di rispetto nei confronti dei WM è quantitativamente e qualitativamente diverso da quello che posso esprimere nei confronti tuoi o di qualunque altro utente di questo blog. È una questione spazio/temporale.

                / OT

      • La compagna Lana ci ha spiegato che lei pulisce vomito e diarrea (la amo per questa sua dichiarazione), che prima ha combattuto anni con sindacati “apparentemente”(metto le virgolette perchè è una citazione, non pensate male) collusi, che ora sta in un semi precariato dove non sembra possible alcuna forma comune di lotta, E PERO’ sogna che tutto sia partito quando un portuale (notare il singolare, nel suo sogno) di Trieste a un certo momento si è detto: sai cosa? qui noi possiamo bloccare tutto.
        Aggiunge anche che, in realtà, anche loro che puliscono gli ospedali, potrebbero bloccare gli ospedali.
        Per finire dice che “l’impressione che il fronte del merito delle contestazioni vada ampliato, in lei è grande e persistente”.
        Eh niente, volevo solo rilanciare l’importanza di tutto quello che con grande semplicità e chiarezza ha esposto Lana. Grazie Lana.

  17. Volevo innanzitutto lodare Andrea per questo reportage. E’ tanto pleonastico quanto autenticamente sentito il mio grazie per il lavoro da 11 e lode che ha fatto. Storia e storiografia, un documento importantissimo che rimarrà.

    Butto là una riflessione in ordine alle proteste/lotte. Abbiamo molto discusso intorno alla natura mostruosa del (super)GP anche quando ci si vuole ragionare sopra in punta di diritto. Si tratta, lo abbiamo detto molte volte, di un dispositivo che segrega una parte di popolazione che non compie nessun reato. L’esibizione stessa del GP non è “obbligatoria”, non si commette, in altre parole, nessun reato non esibendolo, semplicemente si viene impossibilitati ad esercitare alcune attività.

    Bene immaginiamo se qualcuno, in via del tutto ipotetica e di sicuro non qui su Giap, volesse propagandare chessoio una giornata “no green pass”, nel senso una giornata durante la quale dalla mattina alla sera, ciascun aderente compatibilmente con quello che può/riesce a fare, non esibisce il green pass, cioè non va al lavoro, al ristorante etc. Questo qualcuno che ha “propagandato” non avrebbe commesso, a sua volta, nessun reato di “istigazione”.

    In poche parole si potrebbe, sempre in via del tutto ipotetica, fare leva sulle stesse mostruosità del lasciapassare per tentare exploit che, almeno in parte, inceppino il meccanismo.

    Purtroppo non ho mai letto né sentito di iniziative del genere, magari qualcuno di voi ha sentito/letto qualcosa di simile anche dall’estero. Se questo è il caso vi prego di lasciarmi un link.

    Invito i “tenutari” WM a fare e disfare a proprio piacimento di questo commento (se mai servisse il mio invito). Non vorrei rimpinguare le schiere dei problemi/fastidi “Riottosi”.

    • Guarda, io il GP lo uso solo per andare a lavorare, per il resto non l’ho mai usato, tranne una volta per andare a vedere il film di Almodovar. E non è che io non lo usi come forma di boicottaggio, quelle sono cose che si fanno collettivamente. Non lo uso per il semplice motivo che questa vita organizzata in questo modo mi fa schifo. Mi fanno vomitare gli autoblindi dell’esercito, gli sbirri sugli autobus, i controlli con la app nei bar, tutto. Preferisco farmi i miei giri in bici nei boschi e bon. Non credo di essere un caso isolato, anche se non sono in grado di quantificare quanti possano provre lo stesso tipo di disgusto.

      • Si immagino anche a me pesa esibirlo e, se posso, evito. Io fantasticavo, però, di convogliare la svogliatezza di esibire il GP in una protesta organizzata, magari anche a cadenza settimanale in un giorno preciso.

        Una roba del tipo gli “Ah già days” nei quali chi aderisce va al ristorante, al lavoro e di fronte alla richiesta “Eh abbiamo bisogno di scansionare il green pass” risponde “Ah già…” e se ne va, si astiene rendendo palese che il motivo è lo schifo per il GP.

        Così il fatturato scende eh, in misura direttamente proporzionale al numero degli aderenti.

        Il perno del mio ragionamento, più che la situazione pratica descritta sopra a titolo puramente di esempio, era intorno agli angoli di un dispositivo “frankenstein” come il GP i quali possono essere sfruttati in ottica di boicottaggio(iperbolizzando un po’).

        Sia l’astenersi dal mostrare il GP, che la promulgazione di un evento di protesta che su quello si basasse, non costituiscono reato in alcun modo. Il limite è solo la fantasia nel promuoverlo, non c’è bisogno né di stamperie clandestine né di “società degli amici”.

        Non so magari è una stronzata, è talmente ovvio da un certo punto di vista, che mi sono meravigliato di non aver mai sentito di nulla del genere.

        Aspetto qualche considerazione da chi di lotte ne sa più di me.

      • Un’altra cosa @tuco, scusa se ti rispondo a singhiozzo, gli sbirri fanno schifo, così come gli autoblindi dell’esercito, ma, sarà che agli sbirri siamo più abituati, qui la cosa che mi fa più schifo sono le novità nelle modalità del controllo sociale cadute come fiocchi di neve sollevando la censura di quasi nessuno.

        L’ho già scritto, scusate, ma il GP di merda ha introdotto dei nuovi presidi di controllo e certificazione degni della fantasia del miglior autore di storie distopiche.

        La scorsa Domenica, davanti a un cimitero, c’era un tendone, su suolo pubblico, per tamponi drive-in organizzato da una Farmacia privata.

        I morti dentro mentre di fuori, in una società anch’essa moribonda, una fila di persone era in attesa di comprare 48 ore di diritti costituzionali a buon mercato da un privato che, anche fisicamente, stava occupando lo spazio del pubblico.

        Che schifo mamma mia, scusate l’OT.

        • Gli sbirri sugli autobus a controllare il GP dei dodicenni e a comminare multe da 1000 euro ai trasgressori sono un abisso mai raggiunto prima.

          Nella fascia 12/19 i non vaccinati in Italia sono il 25%, in FVG il 30%. Considerando che i 18/19enni, come i loro fratelli maggiori 20/30enni, sono vaccinati al 90% in Italia e addirittura al 95% in FVG, ne segue che i 12/15enni non vaccinati probabilmente saranno almeno il 40% in Italia, e intorno al 50% in FVG. Le regole sugli autobus, insomma porteranno al collasso le farmacie oppure priveranno del diritto allo studio metà dei ragazzini delle medie.

          • «Le regole sugli autobus, insomma porteranno al collasso le farmacie oppure priveranno del diritto allo studio metà dei ragazzini delle medie»

            Così, pour parler e dare qualche informazione: le farmacie in alcuni posti sono già al collasso adesso, con i “semplici” lavoratori, figuriamoci coi ragazzi delle scuole.

            L’altro giorno mio papà, che continua a dirmi “cresci e fai sto vaccino”, visto che io sono uno dei due soli esseri umani che lui conosce senza vaccino, mi diceva con malcelata soddisfazione (cioè: “allora, ti muovi o no?”) che la farmacia sotto casa della città dove vive lui è “tutta prenotata” fin dopo il 10 gennaio (tant’è che pensionati con sintomi tipo raffreddore e tosse che vogliono fare il rapido non trovano posto).

            Dalle mie parti in campagna e fra paesi invece un posto si trova, ma con i ragazzi dal 6 anche qui non so cosa succederà, anche per chi lavora (quindi le regole sugli autobus oltre a privare del diritto allo studio i ragazzi priveranno di fatto anche del diritto al lavoro chi non troverà più posti per i tamponi).

            Giusta tra l’altro anche l’osservazione di Fabio: con tutto il bene che posso volere all* simpatic* farmacista da cui vado regolarmente, io e qualche milionata di altri ci troviamo a pagare un privato per «48 ore di diritti costituzionali».

  18. Qualcuno, non ricordo chi, ne ha già accennato, ma uno dei meriti del reportage è da un lato quello di ricordarci la transitorietà di certi episodi, che per qualche tempo hanno sequestrato la narrazione, salvo rivelarsi per quello che erano e sono: insignificanti, irrilevanti (e ci fa rendere conto, pertanto, che abbiamo perso un mucchio di tempo a rincorrere il vento, pericolo, peraltro, sempre presente); dall’altro, all’opposto, ammonirci sul pericolo di dimenticare altre cose, quelle sì importanti, che nel calderone asfissiante dell’informazione tossica rischiano di essere triturate e dimenticate.
    Il racconto dei giorni di Trieste ci dice, credo, che è indispensabile far sedimentare gli avvenimenti, così da poterli masticare bene, digerirli e assimilarli, trasformandoli quindi in energia, forza motrice. Ci dice che bisogna starci dentro (anche perché, come dice lo stesso autore, la lotta cambia le persone). E ci dice, a mio parere, una cosa forse banale, ma che ritengo abbia la sua importanza: il metaverso, con la sua bulimia, potrebbe finire per soccombere sotto il suo stesso peso, schiacciato dall’immensa inutilità dei suoi contenuti (“too much information driving me insane”, cantavano i Police, se poi aggiungiamo che quelle information sono per la maggior parte inutile spazzatura il gioco è fatto). La piazza, con la sua concretezza, la sua condivisione, si ritrova, e fa ritrovare le persone. L’esempio della rete bolognese riportato da WM, anche se a fatica e pur con tutte le incognite, è il seme che può germinare, il fiore che si fa impollinare nella via, nell’isolato, nel quartiere, nella città. In barba alle fottute condivisioni globali-virtuali.

  19. Quest’ennesima porcheria dei trasporti locali dovrebbe insegnarci almeno a smetterla di sottolineare l’incoerenza dei provvedimenti di questa gente. Ci chiedevamo che senso avesse il green pass sui treni a lunga percorrenza e non sui trenini e gli autobus affollati di pendolari. E’ molto semplice. Avendo deciso di puntare tutto su una cagata come il green pass, non è che potessero bruciarselo così, tutto in una volta. Bisognava creare l’illusione di misure sanitarie sempre più stringenti, in un crescendo di sofferenza, avendo a disposizione una gamma limitata di possibili variazioni su un tema inconsistente. L’unica cosa che dobbiamo chiederci è quale sarà la prossima mossa. Chissà, forse il green pass per guidare in autostrada.

  20. Buonasera, vorrei rispondere ad Antonio – il mio commento andrà in coda perché dal mio minipad non si riesce a entrare nelle diramazioni, scusate.
    Lana non ha scritto che “lei” pulisce, ma ha parlato di un “noi”, di loro che si occupano di rendere vivibili il più possibile i luoghi di vita (anche il tuo se non provvedi da solo), di lavoro (anche il tuo, se hai un lavoro e anche il mio, preciso subito) e quelli in cui ci si può trovare per varie vicende (come gli ospedali, dove presto o tardi siamo passati o passeremo tutti, si spera il meno possibile e per ragioni poco gravi). E tutto questo dentro una pandemia.
    Ti dirò, capisco pienamente la sua sfiducia in un sindacato che anch’io ho lasciato da poco dopo due anni di delusioni, in cui l’unico intervento memorabile del suo più alto rappresentante, negli ultimi tempi, e’ stata un’intervista al Corriere della Sera in cui tra le altre cose si è parlato della canottiera che la sua mamma gli raccomandava di mettersi.
    Come ho scritto a un’amica, roba che se Di Vittorio torna in vita, gli tira uno scappellotto di quelli buoni dicendogli di fare meno lo spiritoso e ha pure ragione. Perfino la devastazione alla CGIL ha sortito solo una manifestazione di un giorno in cui molto ottimisticamente hanno detto di essere in 200mila, figuriamoci. Poi di nuovo il nulla, spariti tutti i 200mila o quanti erano. A sostenere le lotte dei lavoratori della GKN e di tutte le altre ditte in crisi si sono fatti vedere poco o niente e tutto è stato lasciato sulle spalle delle istituzioni locali o delle associazioni più o meno improvvisate per cui il lavoro e’ questione di vita o di morte e non solo un parolone tirato fuori per puro maquillage e subito rimesso in borsetta come dopo ogni maquillage che si rispetti. Il sindacato si è lasciato andare e vedere gli sforzi degli attivisti veri che ancora ci credono e cercano comunque di mantenere in vita i suoi valori commuove e fa ancora più male, pensando al peso di cui si stanno volontariamente e meritoriamente facendo carico mentre i sedicenti di sinistra fanno a gara a chi si prostra abbassandosi meglio al cospetto di chi dovrebbero guardare negli occhi e trattare da pari a pari, secondo il loro mandato.
    Ti consiglio di avere un po’ meno fretta di prender in giro qualcuno che nemmeno conosci, ma che, anche se a modo proprio, condivide le tue stesse preoccupazioni su quello che è successo e sta succedendo, dato che in caso contrario non sareste qui entrambi a scambiarvi opinioni, spunti, idee come tutti noi.

  21. Buongiorno, bene, allora meglio così.
    Sarà che tutto questo parlare di letame e deiezioni umane di vario tipo, argomento non molto avvincente ne’ dignitoso che ormai stava prendendo il sopravvento su tutte le discussioni interessanti e appassionanti che potevano essere intavolate a partire dal racconto di Andrea, mi avrà tratto in inganno – e forse anche un po’ stufato, visto che la fase anale tipica dell’età evolutiva dovremmo averla tutti sorpassata da un bel pezzo. Mancavano solo i riferimenti alle dita nel naso – ma, a pensarci, quelli li aveva già tirati fuori tempo fa, durante un discorso pubblico per la candidatura a sindaco di Roma, un ex segretario di un partito di sinistra, giusto per infierire sull’immagine e la tenuta del suddetto partito (“attenzione a non mettervi le dita nel naso o la Raggi dirà che è colpa nostra” cit., chissà perché avrebbe poi dovuto farlo).
    Va beh, suggerisco di chiudere l’intermezzo e riprendere a discutere che di carne al fuoco ce n’è anche troppa…

  22. A quanto pare, a me l’onere di riportare la notizia..
    Infine AIFA ha approvato il vaccino nella fascia 5 – 11 anni.
    Qui, ci potrebbe interessare questa citazione da Ansa:

    “Per le vaccinazioni agli under 12 nel Lazio saranno allestiti 78 mini-hub dedicati in tutte le Asl. Ci saranno pediatri, medici, infermieri e anche ‘clown’ per mettere a loro agio i più piccoli. Per le famiglie saranno disponibili pillole informative on-line sotto la supervisione dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù e delle Società scientifiche. “Mettiamo in sicurezza i più piccoli e garantiamo loro la socialità”, spiega l’assessore alla sanità Alessio D’Amato.”

    Indice forse che ci avviamo anche in questa età ad una “vaccinazione di massa”.

    E questa:

    “Infine la CTS sottolinea che la vaccinazione comporta benefici quali la possibilità di frequentare la scuola e condurre una vita sociale connotata da elementi ricreativi ed educativi che sono particolarmente importanti per lo sviluppo psichico e della personalità in questa fascia di età”.

    Dove, non ostante per il momento non si prospetta un green pass per la fascia sopra detta, tuttavia la pressione sociale verso la stessa appare forte.
    Il vaccino diventa condizione di “condurre una vita sociale”
    L’equazione non vaccinati=esclusi si inizia ad affermare anche per loro.

    Spesso la società tende a credere che i bambini non siano consapevoli delle dinamiche sociali e politiche e non ancora autoconsapevoli di sé stessi.

    Sarebbe credo ingenuo e politicamente sbagliato credere che essi non sentano le tensioni in gioco oggi su questi argomenti e sulla loro vaccinazione.
    Questi fatti invece contribuiranno a creare la loro coscienza politica e sociale attuale e nel prossimo futuro.

    • Che dire… mi sembra l’ultimo giro di boa
      Ormai non mi aspetto piu niente dalla ‘società civile’ , soprattutto a sinistra. Starò a guardare mentre ci si beve questa ulteriore ‘raccomandazione’. Alla fine forse lo scarico di responsabilità è reciproco.
      Il governo dice che se non ti vaccini non si torna come prima, tu pensi che alla fine te lo sta dicendo il governo… quindi alla fine la responsabilità è la sua… anche se sei tu che firmi il consenso.
      Il tutto alla luce del sole, alla luce di dati praticamente insignificanti in questa fascia di età, quando disponibili.
      Una parte di me spera ancora in una rivolta sociale, questo è l’ultimo giro di vite.
      Parafrasando “tu ti vaccini perchè finisca, ma più ti vaccini e meno finisce”

      • Una delle informazioni che più sarebbero utili a mettere a fuoco il problema in modo meno virocentrico, è il confronto con quello che succede al di fuori del nostro paese a livello di restrizioni.
        I media fanno a gara nel mescolare le carte parlando di Green Pass in Europa, facendo finta che i GP abbiano regole uguali ovunque (il che non è).
        Quanti hanno chiaro in quali paesi europei, per esempio, non c’è obbligo nemmeno per i sanitari? Chi sa in quali paesi non sono consigliate le vaccinazioni pediatriche? Il confronto chiarifica immediatamente la distinzione fra strumentalizzazioni politiche e “necessità” sanitarie, e dà un bel contributo ad uscire dalla gabbia mentale “the is no alternative”, uno dei nemici più potenti della mobiltazione.
        Mesi fa su Giap era stato segnalato un link molto prezioso, che non riesco a ritrovare, che metteva a confronto in tempo reale le perdite di diritti e le misure nei vari paesi europei. Qualcuno se lo ricorda e sa se è ancora attivo?

      • Proprio ieri discutevo di questo groviglio con un compagno. In questa fase, nella comunicazione di molte piazze cittadine – si vedano le dichiarazioni di alcuni portavoce della piazza bolognese: «ormai i vaccinati sono la maggioranza tra noi, questo diventerà un movimento di vaccinati» – e di soggetti collettivi in lotta – come gli Studenti contro il Greenpass, si veda questo messaggio di ieri – si cerca di superare un certo «vaccinocentrismo d’opposizione» che finora è stato limitante e controproducente.

        Di contro, i meccanismi di omeostasi del sistema fanno tutto il possibile perché l’attenzione rimanga calamitata dal vaccino. Che la grande maggioranza delle persone non vive come *la* discriminante, la “molla” che da sola fa scattare la rivolta.

        Certo, tirare dentro i bambini è una mossa che causerà nuove esitazioni e resistenze – perché un conto è se ingoio il rospo e mi vaccino io, un conto è se mi spingono a vaccinare mia figlia di cinque anni – ma non possiamo contare su quello, e in ogni caso la lotta deve allargare il focus, per uscire dalla trappola.

        Ci troviamo di fronte a un apparente paradosso: mentre il bacino di un’opposizione sociale alle politiche del governo Draghi e all’emergenza pandemica che le copre e giustifica è potenzialmente vastissimo, finora l’unica vera, pervicace, irriducibile mobilitazione contro il governo ha spesso focalizzato i propri temi in modo escludente, ragionando da minoranza destinata a rimanere tale.

        Mi spiego meglio.

        C’è chi come noi ha denunciato l’uso del lasciapassare come strumento neoliberale, diversivo propagandistico e leva per imporre altro, ma da più parti lo si è contestato con un altro approccio, in modo a nostro parere angusto, sostanzialmente perché a monte si contestava il vaccino stesso. Che si può anche fare, intendiamoci, ma è controproducente sia teoricamente sia strategicamente farlo nei modi che finora sono andati per la maggiore, facendosi rapire dall’effetto Dunning-Krueger, facendo cherry-picking di questo o quel paper o peggio video youtube di qualche cialtrone, improvvisandosi esperti di biologia cellulare, immunologia, sperimentazione farmaceutica, giocando sullo stesso terreno dei Galli e dei Burioni, quello della scienza capitalistica, della specializzazione, in una sorta di trip “controscientista”.

        Approccio spesso viziato da una sorta di suprematismo, l’ho riscontrato molte volte: «Io non mi vaccino perché non mi fido, non mi fido perché sono intelligente, e infatti guarda quanti morti sta facendo il vaccino [screenshot di infografica fuori contesto se non taroccata] di cui non ci parlano, ed è solo l’inizio ecc.»

        L’inevitabile implicazione è che chi invece si è vaccinato 1) è un ingenuo se non un cretino; 2) forse di questo vaccino morirà, e con lui i suoi cari e la sua prole, perché non sono intelligenti come chi spara quegli screenshot.

        Questa roba non poteva che respingere l’80% e rotti di persone che si erano vaccinate ma non per questo erano tutte fan del governo. Un approccio del genere non poteva che alienarsi le simpatie di milioni di potenziali compagne e compagni di lotta.

        Per questo noi, cocciutamente, abbiamo continuato a ribadire che ci opponevamo al lasciapassare e in generale alla gestione dell’emergenza pandemica da vaccinati, cosa per cui ci siamo anche presi rimbrotti in base all’argomento «è una scelta personale, chi la dichiara cede al ricatto del regime» ecc. ecc.

        Per questo giudichiamo positivi i segnali di cui sopra, le dichiarazioni, i comunicati che allargano il focus. Solo che i meccanismi di omeostasi di cui sopra funzionano a pieno regime e così tutto il dibattito rimane sul vaccino, con l’inevitabile scontro tra opposti scientismi. Che alimenta una narrazione diversiva.

        • Questa dinamica, va aggiunto, ostacola l’affermarsi di una vera critica della medicina capitalistica come incessante produzione di malattia, cioè riproduzione di una popolazione in cui non ci sono più sani ma solo ammalati latenti, malati comunque di qualcosa, qualcosa per cui il mercato ha il rimedio in un farmaco, in una qualche terapia. Dinamica denunciata già negli anni ’70, descritta in modo chiarissimo nelle voci scritte da Franca Ongaro Basaglia per l’Enciclopedia Einaudi.

          Purtroppo questa critica radicale del produrre una soggettività «liminarmente ammalata» – espressione che ho sentito usare da Wolf Bukowski – si perde nel confusionismo, nell’enorme quantità di cianfrusaglie “contro-scientiste”. Chi propugna queste ultime non sta esprimendo davvero una critica della medicina ma oppone argomenti ab auctoritate ad altri argomenti ab auctoritate, tira in ballo luminari “alternativi” che spesso sono stronzi quanto quelli mainstream ecc. È questo che va superato, per poter arrivare a una critica radicale della medicina-capitale. Critica che finora – ed è stupefacente, dopo quasi venti mesi in cui si è gridato alla «dittatura sanitaria» – resta inespressa. Siamo ancora lontanissimi dalle limpide formulazioni dei Seventies.

          • Grazie mille.
            Lo zoom out lucido è più prezioso dell’osteopata e permette di focalizzare l’attenzione.
            Forse quello che stanca a distanza di due anni è proprio il continuo tentativo di mettere a fuoco, di fare zoom in e zoom out cercando il filo che lega provvedimenti singoli e disegno globale, senza inferire troppo e senza farsi risucchiare in spiegazioni troppo semplici o troppo complesse.
            Sul tagadà mediatico bisogna avere un inusuale senso dell’equilibrio per non cadere mai.

            “Siamo ancora lontanissimi dalle limpide formulazioni dei Seventies”

            I seventies sono lontani… ormai da più di un anno ogni tentantivo di ricomporre i pezzi e cercare una linea, svanisce tra i rivoli di mille discussioni ramificate. Mi viene in mente uno su tutti l’articolo di Robydoc in cui si provava almeno a delineare dei piani paralleli sui quali portare avanti discorsi diversi seppur legati tra loro.

            E’ un po come avere una mappa tra le mani dove ci sono N icone “voi siete qui”.
            Mi verrebbe da dire che siamo lontanissimi anche dalle limpide formulazioni di Genova, e forse facendo zoom out e volendo provare a ricostruire la storia che ci ha portato fin qui, con le attuali modalità, è proprio da li che bisognerebbe ripartire.

            • Purtroppo non ci si deve stupire che il meccanismo del consuma sempre e comunque investa anche la medicina. WM1 fa notare come la medicina capitalistica sia “una incessante produzione di malattia”, che spinge le persone a cercare un rimedio, prontamente fornito dal mercato, anche dove non ce n’è bisogno. Ma, se ci pensiamo, è lo stesso schema dell’obsolescenza programmata, o del cibo portato a casa dai rider, o di Amazon che ti recapita tutto quello che cerchi. È lo schema del superfluo che diventa indispensabile, schema talmente vitale per il capitalismo da costituirne l’essenza stessa (per evitare fraintendimenti, questo discorso non ha né vuole avere nulla a che fare con decrescite più o meno felici).
              Non per fare sterile rimpianto, ma dalle “limpide formulazioni dei seventies” siamo lontanissimi non solo sul tema della critica alla medicina capitalistica, ma praticamente su tutti i terreni dell’analisi politica e della elaborazione di una contestazione strutturata e sistemica.

          • Hai toccato 2 punti importanti.
            Sul primo «Approccio spesso viziato da una sorta di suprematismo,[…] «Io non mi vaccino perché non mi fido, non mi fido perché sono intelligente, e infatti guarda quanti morti sta facendo il vaccino [screenshot di infografica fuori contesto se non taroccata] di cui non ci parlano, ed è solo l’inizio ecc.» »

            Hai ragione e io mi sto autoanalizzando da un po’ per capire se rientro in quella tipologia. Confesso che è possibile, ma è anche un circolo vizioso: tu non ti fidi, gli altri ti danno del cretino perché non ti fidi e tu ti arrocchi.

            Conta anche molto la percezione: l’altro giorno ho avuto uno scambio con un mio parente stretto che ha aderito fin dall’inizio alla narrazione e allo scambio spettacolare. Mi ha mandato, “in simpatia”, un *_MEME_* in cui si diceva (NEL MEME, eh! – per gli screenshottari) che visto che tanto i vaccinati moriranno tutti entro l’estate, io che non sono vaccinato avrei dovuto fare il favore di “non rompere i coglioni”, tanto poi dopo l’estate mi sarei potuto godere il pianeta _piatto_ in santa pace.

            Boh? A parte l’implicita offesa con rimando al terrapiattismo, a me personalmente non sembra di aver rotto particolarmente i coglioni a quella persona con la mia posizione sui vaccini. Li ho rotti, e molto, sulle mascherine all’aperto e sulle chiusure e i coprifuoco, ma _non_ sui vaccini.
            Evidentemente quella persona percepisce come fastidio la semplice “esistenza” della mia posizione.
            Bella poi l’inversione per cui io che non posso tra un po’ andare manco più a lavorare “rompo i coglioni” a l*i…

            Il secondo punto centratissimo è quello della “critica radicale del produrre una soggettività «liminarmente ammalata»”.

            Io trovo che negli ambienti wellness new age questa critica sia tutto sommato ben “metabolizzata” da molti operatori anche in buona fede. Tuttavia il problema è che proprio perché l’ambiente “newage” è parecchio “schifato” da chi sarebbe in grado di comprenderla a fondo e gestirla quella critica, la gente rimane in balia di soggetti che della Basaglia per esempio non ha mai letto niente, che non ha competenze né scientifiche né tantomeno politiche per affrontare quella critica nel modo che dici tu.

            Anzi, molti fra quelli che avrebbero gli strumenti, oggi sono in prima fila a chiedere la vaccinazione obbligatoria per i <12

          • Senza voler fare del mio caso una regola e della mia città un esempio, l’allontanamento dalle manifestazioni contro il green pass è per me stato inevitabile. Non potendo spostarmi ed espormi a eccessivi rischi per ragioni sanitarie, dovevo “accontentarmi” di manifestare a casa mia. E a casa mia il fronte (molto magro, devo ammettere) anti green pass era al 100% un fronte non solo no-vax, ma proprio negazionista (ripeto a scanso di equivoci: parlo del mio vissuto, niente di quello che scrivo pretende di avere una valenza universale o definire in alcun modo manifestazioni diverse da quelle della zona ristretta in cui mio malgrado posso muovermi).
            Per carità, in questo deserto c’è da individuare indubbiamente una colpa della sinistra che da me ha disertato il campo a 360 gradi. Per quanto mi riguarda non ho alcun problema con i no-vax (uso definizione generalista ed infelice per comodità) benché abbia opinioni molto diverse dalle loro; fatico di più a interfacciarmi coi negazionisti del virus, onestamente, ma sono i rischi del “mestiere”. Sotto il rispetto della mobilitazione ho paradossalmente sperimentato, nel mio piccolo contesto cittadino, un vero ostracismo. Non sei bene accetto se hai due dosi e – tuo malgrado – il passaporto verde.
            Per carità, va SICURAMENTE peggio a quelli che non possono andare a lavoro, entrare in un cinema, frequentare la piscina o mangiarsi una pizza al ristorante, non mi voglio lamentare a sproposito. Però ci tenevo a confermare con un aneddoto di “vita vera” quanto scritto da Wu Ming 1.

          • Riprendo l’osservazione del commento di Wu Ming 1: “Questa dinamica, va aggiunto, ostacola l’affermarsi di una vera critica della medicina capitalistica come incessante produzione di malattia”
            Una critica di questo tipo costituirebbe una salutare via d’uscita dal buco in cui ci troviamo da quando è iniziata l’attuale emergenza. Propongo alcuni quesiti per sviluppare un percorso critico. La premessa e la forzatura di fondo sono che l’emergenza sanitaria non ha creato nulla di nuovo ma ha soltanto fatto emergere movimenti già in corso ma fino ad allora sotterranei.
            – Com’è cambiato il significato di salute?
            – Cosa segnala l’emergere del nuovo concetto di “malato asintomatico”?
            – Quali sono le conseguenze dell’estensione generalizzata di metodi di medicina predittiva, che antepone la cura all’insorgere della malattia? In maniera più specifica, quali prospettive può aprire una campagna di vaccinazione generalizzata e resa permanente attraverso frequenti richiami nel concetto di salute, di malattia e di cura?
            – Com’è cambiata la percezione del nostro sistema immunitario naturale?
            – Ai fini della comprensione della realtà può essere utile inquadrare i vaccini a M-RNA come una sorta di riscrittura del sistema immunitario? Se sì, quali sono le prospettive aperte dalla somministrazione di terapie dello stesso tipo ma usate per nuove finalità e personalizzate su misura per ogni cittadino?
            – Esiste un rischio che le misure sanitarie dettate dall’emergenza (in particolare mascherina e distanziamento) deprimano ulteriormente il nostro sistema immunitario naturale creando una nuova domanda per ulteriori “riscritture”?
            – Quali prospettive si apriranno se e quando queste tecnologie di modifica della riproduzione cellulare saranno applicate in modo generalizzato nella fase del concepimento e della gestazione?
            – Che conseguenze si possono prevedere nella progressiva accumulazione di dati sanitari in formato di dato elettronico, elaborabili da strumenti di intelligenza artificiale? Come si intreccia questo aspetto con gli altri?
            Come noterete non c’è nessun riferimento ai rapporti di dominazione tra classi né più in generale a rapporti sociali di potere perché mi sembra un aspetto sul quale delle buone intuizioni già sono presenti e soprattutto perché conducono ad una zona calda di conflitto, che è sbagliato evitare ma dove l’esercizio del pensiero diventa più difficile.
            Quello che sento necessario fare ora è allungare lo sguardo e allo stesso tempo non distoglierlo.

            • «non c’è nessun riferimento ai rapporti di dominazione tra classi né più in generale a rapporti sociali di potere perché mi sembra un aspetto sul quale delle buone intuizioni già sono presenti e soprattutto perché conducono ad una zona calda di conflitto, che è sbagliato evitare ma dove l’esercizio del pensiero diventa più difficile»

              Eh, peccato che sia precisamente la “zona calda” in cui vogliamo tenere le nostre analisi qui su Giap. Da mesi ripetiamo, con Brecht (1935): «parliamo dei rapporti di proprietà!». Lui lo diceva a chi denunciava il pericolo fascista sganciando tale denuncia dalla critica al capitalismo, noi lo ripetiamo a chi parla di scienza, salute, medicina, farmaci, protocolli e strette autoritarie sganciando il tutto dalla fase in cui il capitalismo si trova oggi.

              Alcune di queste domande sono giuste ma enormi e ci porterebbero molto lontano dal tema principale di questo thread (presente e futuro delle lotte e agitazioni sociali in corso). Altre, per come sono formulate, rischiano di farci ripetere i “giri di tango” in sala da ballo di cui scrive Fabio. Ad esempio: «quali sono le conseguenze dell’estensione generalizzata di metodi di medicina predittiva, che antepone la cura all’insorgere della malattia?» Beh, il più delle volte si chiama “prevenzione”. La critica della costante produzione di soggettività liminarmente ammalata non implica sospettare tout court della prevenzione, dello screening e dell’immunizzazione. Ricordiamoci poi che vaccini e campagne vaccinali esistono da più di trecento anni, e “proto-vaccinazioni” – cure preventive mediante inoculazione di virus – si praticavano già prima.

              N.B. Gli attuali “vaccini” anti-Covid non sono proprio vaccini, ma stanno per arrivare anche vaccini veri e propri, di stampo “tradizionale”. Di fronte a quelli, i sospetti e timori specifici legati a una tecnologia poco sperimentata ecc. dovrebbero cessare.

        • Piccola postilla a quello scritto di sopra da WM1 e discusso da tempo qui su GP. Di nuovo vorrei provare a fornire un argomento utile a solidificare quel distinguo tra vaccino e GP necessario alla lotta.

          Abbiamo più volte osservato come il GP, per quanto riguarda gli scopi “dichiarati”, non sia servito ad una mazza (no stop ai contagi, no picco di vaccinazioni, etc.), ma per quanto riguarda gli scopi reali è andato alla grande.
          E’ andato talmente alla grande che anche gli antivaccinisti più incalliti lo hanno esibito e continuano ad esibirlo. In altre parole ci sono più greenpassati che vaccinati.

          Con una buona dose di “grazie-al-cazzismo” si potrebbe osservare che senza GP non si vive e si muove avanti il ragionamento; io, invece, ci trovo un altro sottile meccanismo di questa dicotomia assurda.

          Immaginiamo un no-vax che va ad una manifestazione per sbraitare contro i vaccini, le falsità di Fauci&Burioni etc. Mettiamo che, per andarci, debba prendere un treno a lunga percorrenza. Questi si tampona, esibisce il green pass e va a sbraitare _contro il vaccino_. Se proprio doveva sbraitare perché non lo ha fatto alla stazione quando gli hanno chiesto il green pass, sbraitare contro il _GP_?

          E’ proprio questo il meccanismo sottile che è in moto, vaccino al centro e green pass che scivola, oliato e silenzioso, in una posizione ancillare.

          Proprio ieri un compagno, durante il dibattito in occasione della presentazione di un libro collettivo al quale ha partecipato, ha giustamente e con forza al microfono urlato che dovremmo mobilitarci con compiutezza per richiedere l’abolizione della 502/92.
          Durante tutta la discussione non si è fatta la minima menzione ad una protesta contro il GP.
          Anche in questo caso il GP(necessario per entrare nel csoa dove si è svolto il dibattito) si è posato come una farfalla sopra le nostre teste, mentre parlavamo d’altro.

          Cioè noi dovremmo andare a protestare contro la 502, ma col GP saldamente in saccoccia.

          • Fabio su questo il governo però ci sta dando una mano, perchè velocemente il green pass sta perdendo la connotazione di elemento distintivo fra i due calderoni dicotomizzati.
            Quel che era “sentir comune” fino a poco fa (se sei in piazza è perchè non hai voluto vaccinarti, sei contro il GP perchè non lo puoi avere) non è più “sentir comune” ora: da qualche settimana (da quando si è iniziato a parlare di validità ridotta a 9 mesi…forse meno di “qualche settimana”) circa 7 milioni di persone stanno per perdere il green pass per obsolescenza retro-programmata (milioni di cui, secondo uno studio dedicato da “quotidiano sanità”, il 30% non vorrebbe la terza dose ed è quindi liminarmente attiguo alla perdita di diritti, o almeno ne percepiscono odore e contorni).

          • Ho riletto il post 2 volte, la seconda mentre stavo scrivendo una risposta “graziealcazzesca”.

            Poi forse ho capito cosa intendi.

            «E’ proprio questo il meccanismo sottile che è in moto, vaccino al centro e green pass che scivola, oliato e silenzioso, in una posizione ancillare.
            […]
            Cioè noi dovremmo andare a protestare contro la 502, ma col GP saldamente in saccoccia.»

            Hai ragione. Ma francamente a me non viene in mente nessun modo in cui un NV possa uscire da questo meccanismo.

            Se sbraita alla stazione contro il GP lo arrestano (ho letto di gente accusata di interruzione di pubblico servizio).
            Se non si tampona non va a lavorare. Quanti possono permettersi di farlo? E quanti solidarizzerebbero con lui fra i suoi compagni di lavoro?
            Se contesta il GP ma per avere credito e empatia da “vaccinati uniti contro il GP” deve farselo come tutti gli altri, viene meno la radice della sua protesta e della sua posizione.

            Come hanno già detto tutti, è pleonastico che servirebbe la guida di qualcuno che prenda per mano i NV e gli dica:

            “il GP è sbagliato indipendentemente dal vaccino, che è una tua libera scelta che non implica superiorità morale e intellettuale né negli uni né negli altri: manifestiamo insieme contro provvedimenti incostituzionali che non hanno nulla di sanitario”.

            Però all’atto pratico chi è in grado di fare questo è la minoranza di una minoranza, mentre i Sindacati “ufficiali” tutto quello che hanno saputo dire contro il GP è stato “mettete l’obbligo” (che sembra tra l’altro sempre più vicino, vedasi Austria e Germania).

            Edit dopo aver letto A.d.Palma:
            vero, la questione terze dosi e 9 mesi di validità viene percepita da parecchi come un problema, almeno fra miei conoscenti.
            Gente che ha fatto la 3° dose solo in virtù dell’obbligo e che se avesse in qualche modo potuto scegliere non l’avrebbe fatta.

            “vedi, allora il GP funziona”, disse il virocentrico al Governo…

          • @Cugino
            Ovviamente la mia era una semplificazione, chiaro che se ti metti a sbraitare da solo alla stazione del treno non risolvi niente, era solo per dare un’indicazione, secondo me, di come la lotta non venga rivolta dalla parte giusta.

            @Antonio
            Questa è un’altra componente: la velocità con la quale ci tirano merda addosso. Non mi vengono in mente precedenti assimilabili. La lotta non è neanche veramente iniziata con compattezza e , invece, dovrebbe aver già preso 7 svolte di inasprimento per stare al passo.

            Aggiungo una conclusione naturale al mio commento sopra: il GP è qui per restare.
            Non in quanto GP, non in quanto relativo a dei vaccini/farmaci e, secondo me, nemmeno in quanto strumento di controllo elettronico, anche perché, tecnicamente, l’implementazione del GP non è costituita da un database che mette in relazione persone/meriti, ma è semplicemente un marchio emesso one-shot e porta dentro di sé tutta l’informazione che serve.
            Per meglio dire non resterà il GP, resterà il _pattern_ del quale il GP è l’implementazione ultima.

            Ribadisco quello che ho già detto perché ne sono sempre più convinto. Un vicino domani, attraversando lo stesso pattern, potremmo venire segregati perché proprietari di un mezzo a puzzo-benzina, non elettrico. Ed anche allora si parlerà di motori, tecnologie di propulsione elettrica, quanto inquina produrre batterie, le menzogne della Fiat e via discorrendo.

            Un futuro prossimo su questa falsariga è inevitabile visto il successo del GP: decine di milioni di GP scaricati e quasi nessuno che lo osteggia in quanto tale, perlomeno non con la forza che la lotta meriterebbe.

            • «Un futuro prossimo su questa falsariga è inevitabile visto il successo del GP: decine di milioni di GP scaricati e quasi nessuno che lo osteggia in quanto tale, perlomeno non con la forza che la lotta meriterebbe.»

              Hai ragione, ma è l’effetto della diversione/disvisione e dei 2 anni di narrazione pandemica: il corpo sociale che avrebbe i migliori strumenti culturali e politici per insorgere di fronte alla follia del GP è rimasta incollata alla paura di contagiarsi e contagiare e non se l’è più scrollata.

              Ho letto poco fa l’intervista di Cofferati: all’incirca dice che il GP è giusto ma andava “adottato” meglio e con più concertazione.
              Boh?

              Io sono sempre più sbigottito e consapevole che “i rinforzi non arriveranno”. La linea è quella, gli strumenti (il pattern, come dici tu) sono sdoganati e ampiamente accettati, potranno essere usati a piacere ancora a lungo.

        • @Wu Ming 1

          una domanda: voi che ne pensate della possibilità che “essere vaccinati”, tra un mese o due, voglia dire “aver fatto tre dosi”?

          Io per esempio mi sono vaccinato (per puro ricatto) ma, in tutta onestà, penso che farsi una/due dosi all’anno di una cosa le cui conseguenze a medio e lungo termine sono completamente sconosciute sia veramente da deficienti, per non parlare dell’immoralità di farsi una terza dose mentre medici e infermieri in Africa stanno ancora chiedendo la prima, o degli effetti deleteri in termini finanziari, psicologici e politici che questa campagna di vaccinazione semi-forzata (e probabilmente semi-permanente) sta avendo sulla società, sul budget della sanità e sul discorso in generale attorno alla salute umana.

          Io personalmente me la vivo in termini di “per me due dosi sono sufficienti, e voglio che questa scelta sia rispettata”, che non è poi così diverso da dire “per me zero dosi sono sufficienti, e voglio che questa scelta sia rispettata”. E, secondo me, un buon modo di difendere la libertà di scelta personale è tenere queste scelte personali il più possibile al di fuori del dibattito pubblico, evitando di sbandierare la propria.

          Che poi io debba tenere per me anche le mie opinioni su chi fa scelte differenti, specialmente se sto cercando di creare un movimento di massa, ça va sans dire.

          • Ecco, è proprio questo modo di argomentare che troviamo deleterio:

            «penso che farsi una/due dosi all’anno di una cosa di cui le conseguenze a medio e lungo termine sono completamente sconosciute sia veramente da deficienti»

            Di un sacco di cose non conosciamo le conseguenze a medio e lungo termine, ciascuno/a di noi si fa le proprie valutazioni e se prende una decisione diversa dalla tua questo non fa di lui o lei una testa di cazzo, tantomeno fa di te un “dritto”.

            «per non parlare dell’immoralità di farsi una terza dose mentre medici e infermieri in Africa stanno ancora chiedendo la prima»

            Questo discorso può essere articolato in modi diversi, però prima – declaratio terminorum – bisogna decidere qual è il piano del discorso:

            1) non mi fido, il vaccino è una sperimentazione pericolosa ecc. ecc., e allora a rigore non dovrei auspicarmi nemmeno l’estensione delle vaccinazioni, e di conseguenza non dovrei denunciare il fatto che in alcune parti del mondo, come in Africa, non ci sono i vaccini, perché a rigore per me questa dovrebbe essere una buona notizia,

            oppure

            2) mi fido, il vaccino salva vite, dunque è giusto che arrivi anche in Africa, ma allora il problema non è che venga somministrato qui: è che non viene somministrato anche là.

            Spesso vedo persone cercare di tenere quel che dicono su entrambi i piani di discorso. Ne viene fuori un aggregato incoerente di enunciati.

            Ipotizziamo che si sia scelto il secondo piano del discorso.

            Denunciare lo squilibrio planetario nella campagna vaccinale, che guardacaso si ferma proprio alla «linea del colore», non implica automaticamente che ciascuna dose somministrata “quassù” sia rubata a qualcuno “laggiù”. Anche qui su Giap ho spesso letto frasi come «un giovane sano che si vaccina toglie il vaccino a chi ne ha bisogno», ma metterla giù così non fa capire quale sia la vera contraddizione, perché oggi c’è un problema di sovrapproduzione di vaccini.

            Al momento nei frigoriferi dei paesi ricchi ci sono un miliardo e duecento milioni di dosi inutilizzate, di cui cinquanta milioni ormai da buttar via (stime Airfinity). Nel corso del 2021 alcuni paesi africani si sono trovati a dover rimandare indietro milioni di vaccini perché erano arrivati già scaduti. Se i vaccini restano lì a marcire senza che nessuno li usi, a rigor di logica la colpa non può essere di chi si vaccina – prima, seconda o terza dose che sia.

            È come per il cibo: non è che se io mangio tre mandarini invece che due sto affamando un africano. Se in certe parti dell’Africa si muore di fame è colpa semmai delle assurde leggi dell’economia capitalistica globale, in base alle quali, ogni tot, immensi cumuli di agrumi vengono schiacciati sotto le ruspe.

            Se articolato male, il discorso sull’ingiustizia vaccinale mondiale rischia di riprodurre lo scarico di responsabilità verso il basso e la guerra “tra poveri”: Tizio grida «è colpa tua che non ti vaccini», Caio ribatte: «è colpa tua che ti vaccini», e il terzo – il potere che gestisce l’emergenza – gode.

            Ragionare in termini di dosi “pro capite” nei vari paesi può servire per rappresentarsi lo squilibrio, ma poi non bisogna prendere quel “pro capite” alla lettera. Su questo possibile inganno della statistica scrisse già Trilussa.

            E stiamo attenti, perché è un giochino che stanno facendo anche con le emissioni di CO2. Come ha fatto notare in diverse occasioni (sempre lui) Wolf Bukowski, parlare di emissione di CO2 pro-capite è semplice da capire e aiuta, con esempi, a dare l’idea dei quantitativi, ma poi la strategia consiste nello sfruttare la scia emotiva di quel “pro capite” e spostare tutto sulle azioni individuali, come se il “pro capite” fosse davvero una rappresentazione di ciò che tu bruci e consumi, e non una funzione aritmetica di ciò che tutto il sistema produttivo brucia e consuma, divisa per il numero di abitanti. E da lì la penitenza ecc.

            Niente inutili divisioni e colpevolizzazioni reciproche: il perdurare dello stato di emergenza non è colpa di chi non si vaccina… e nemmeno di chi invece lo fa.

            • Leggerti è sempre istruttivo. Lo dico fuor di piaggeria: “becchi” sempre i “nervi” scoperti, le contraddizioni, etc.

              «Niente inutili divisioni e colpevolizzazioni reciproche: il perdurare dello stato di emergenza non è colpa di chi non si vaccina… e nemmeno di chi invece lo fa.»

              Sacrosanto. Invoco però il principio di carità e una amichevole pacca sulla spalla per certi “atteggiamenti” ed errori della parte “lesa” (vedi mio post poco sopra su chi “rompe” a chi).
              :-)
              Perché ad oggi, nessuno o veramente pochi esagitati incolpa o addita i vaccinati per qualcosa.
              E’ ben chiaro, anche nel mondo “complottista”, quali sono le motivazioni (da quelle personali, di sicurezza propria e dei parenti, a quelle di praticità e semplicità di vita fino all’obbligo surrettizio) di chi si è vaccinato.

              Sono ben chiari anche i dubbi, e molti che si sono vaccinati, finanche alla 3° dose, lo hanno fatto nonostante quei dubbi per motivi anche etici (la ricerca del famoso effetto gregge e l’uscita dalla crisi come propagandato).

              Il problema è il sentirsi in dovere (perché nel mainstream è richiesto!) di giustificare una scelta (quella “ma anche no”) che nel mainstream è equiparata alla follia o all’evasione fiscale: da lì obiezioni come quella di Henryk che dice “le terze dosi datele a chi non le ha” che vorrebbero dare un sottofondo etico alla propria “ma anche no” e che però ricadono nella contraddizione che dici tu:
              se sei convinto di non volerti vaccinare, perché dovresti sbolognare la tua dose a un poveraccio del terzo mondo?

              Tutta la questione degli ultimi commenti relativamente alle dicotomie da evitare si riducono al fatto di non combattere mai nel campo di battaglia scelto dal nemico.
              Il che è un gran bel precetto, ma alla fine se il nemico è troppo più forte e ti taglia tutti i rifornimenti, vince comunque anche se non ti affronta sul “suo” campo.

            • @Wu Ming 1

              ragionamento che non fa una piega, però io avevo anche scritto “che poi io debba tenere per me anche le mie opinioni su chi fa scelte differenti, specialmente se sto cercando di creare un movimento di massa, ça va sans dire”, in un tentativo maldestro di chiarire che non era quello l’asse principale della mia domanda, così come il mio riferimento al difendere la libertà di scelta personale era anche una velata richiesta di non mettersi a vivisezionare le ragioni per cui io voglio o non voglio farmi la terza dose.

              La mia domanda voleva invece essere molto più “tecnica” e riguardava l’articolazione del movimento contro il Green Pass in termini di “vaccinati e non vaccinati” e la sua sostenibilità sul lungo periodo, sostenibilità che io vedo possibile solo a patto di farsi tutte le dosi prescritte, una cosa su cui io ho espresso la mia posizione “personale”, nel contesto specifico di questa discussione, e chiarendo che non c’entrava niente con le dinamiche “politiche” di un movimento di massa.

              Per continuare in maniera altrettanto maldestra sull’asse della tua risposta, io ho difficoltà a dividere i discorsi in termini di “mi fido” o “non mi fido del vaccino” – per esempio io sono agnostico, e insieme ad un botto di altra gente mi sono vaccinato non perché “mi fido” ma perché sotto ricatto, e penso che avere più di un miliardi di dosi nei frigoriferi del primo mondo mentre in Africa la percentuale di vaccinati è a cifra singola sia immorale non perché penso che il vaccino “salvi vite”, ma perché medici e infermieri Africani quelle dosi le hanno chieste esplicitamente – se loro “si fidano”, per me è più che sufficiente.

              Sono d’accordo che se mangio tre mandarini al giorno non ne sto togliendo uno a qualcun’altro, ma se avvallo un sistema che dice che in Italia bisogna assolutamente mangiare tre mandarini al giorno, tutti i giorni, altrimenti succede una strage, di certo non sto aiutando a far si che almeno due mandarini arrivino al resto del mondo, specialmente se stiamo parlando di mandarini prodotti in Italia – e qua veramente non so se mi spiego, sono cose su cui ancora non ho ragionato, anche perché, sempre in tutta onestà, penso che “far arrivare i vaccini” sia l’ultima delle nostre responsabilità verso il “terzo mondo”, e anzi ho un po’ di paura che parlarne troppo possa oscurare tutte le altre.

              • La divisione tra «vaccinati» e «non vaccinati» è mobile, chi non vorrà farsi la terza dose sarà automaticamente considerato un non(abbastanza)-vaccinato e dunque trattato da «no vax». Di contro, però, ci sarà anche chi andrà in piazza a contestare il governo e lo stato d’emergenza anche dopo essersi fatto la terza dose. E quindi rimarrà un movimento di vaccinati e non vaccinati. «Unità di vaccinati e non vaccinati» dovrebbe significare proprio che lo status di questi e quelli non importa.

                Come già detto altre volte, ogni «mi fido» è un «facciamo a fidarci», è un «mi fido abbastanza da», abbastanza da fare questa scommessa. Ciò vale anche per «mi fido abbastanza da vaccinarmi obtorto collo per poter lavorare» – cioè, quantomeno, non immagino il vaccino tanto pericoloso da farmi rinunciare all’impiego. C’è anche che non si fida per niente, e pur di non farsi il vaccino rinuncia al modo in cui ha vissuto fino a quel momento.

                «se avvallo un sistema che dice che in Italia bisogna assolutamente mangiare tre mandarini al giorno, tutti i giorni, altrimenti succede una strage, di certo non sto aiutando a far si che almeno due mandarini arrivino al resto del mondo, specialmente se stiamo parlando di mandarini prodotti in Italia»

                Uhm, no, messa così l’allegoria non funziona, non è un eccesso di domanda – nello specifico, domanda stimolata da politiche pubbliche – a determinare la sovrapproduzione e di conseguenza lo spreco. In teoria dovrebbe determinare il contrario, cioè la mancanza di quel bene. Nella realtà, la sovrapproduzione “qui” e al contempo la scarsità “là” dipende dai demenziali meccanismi dell’economia capitalistica, un cui principio regolatore è il razzismo, o meglio, il mantenimento di una gerarchia tra popolazioni e zone del mondo.

              • «sostenibilità che io vedo possibile solo a patto di farsi tutte le dosi prescritte»

                Boh? Quindi per essere sostenibile la lotta dovrebbe alienare (e anche discriminare) da se stessa la maggiorparte di quelli che sono scesi in piazza fino ad oggi e quelli (le terze dosi) che potrebbero scenderci prossimamente.

                In punta di filosofia il GP che non discrimina nessuno (quantomeno fra quelli che partecipano alla lotta ma in un mondo ideale proprio nessuno fra quelli degni di rappresentanza) lo contesto in quanto strumento discriminatorio.

                Io era proprio questo paradosso che notavo fin dall’inizio come rischio potenziale:
                affinché la lotta contro il GP (che ti discrimina solo se non sei vaccinato) abbia successo devi vaccinarti.

                Una roba zen, tipo se vuoi l’amore della ragazza dei tuoi sogni devi amare un’altra… se non vuoi più avere fame smetti di mangiare etc. etc…
                Scusa se l’ho buttata in caciara, ma nella mia posizione è difficile.
                :-)

                Edit: scusate, vedo ora commento WM1.
                ««Unità di vaccinati e non vaccinati» dovrebbe significare proprio che lo status di questi e quelli non importa.»
                Perfetto.

                • Niente regà non ce la facciamo ad abbandonare questi ghirigori intorno al vaccino :-)

                  E’ come un tango prolungato. Mentre stringiamo una mano con una mano e il braccio attorno al partner, gli sussurriamo nell’orecchio “questo è l’ultimo” e più gli promettiamo che sarà l’ultimo più gli concediamo un ulteriore giro, un altro casquè.

                  Nel frattempo che il nostro tango prosegue, la sala da ballo crolla, le pareti mangiate da mostri minacciosi. Uno di questi è in continuo sviluppo, più sfascia e più diventa grande, un terribile ibrido verde: il GP.

                  “Si si il mostro verde è pericoloso” continuiamo a constatare con le altre coppie di tango intorno a noi.
                  Ma non riusciamo proprio a staccarci dal partner e gli sussuriamo di nuovo “un ultimo ballo… solo un altro pò di volteggi e poi basta… veramente”.

                  • Mi sa che è la sala dal ballo dietro il Bar Pilade…

                  • Si ma più che Casaubon e Belbo nei nostri bar puoi trovarci Agliè. Quelli bravi vanno a ballare il tango.

                    Di questi tempi i Casaubon si tengono accuratamente lontani per non rischiare di confondersi nella confusione, di non prendere le parti sbagliate.

                    Altro aneddoto di ieri sera. Un compagno riportava un episodio ascoltato giorni addietro dalla voce di uno dei componenti dei 99posse. L’artista si trovava in un csoa a Roma, credo, e ad un certo punto ha notato un fermento all’interno dello spazio occupato tra chi “usciva” mazze e caschi e chi si affacciava fuori trafelato.
                    “Stanno arrivando i no-vax”. Si trattava di un corteo no-vax che passava in quei paraggi. I compagni erano preoccupati col preconcetto “questi sono tutti fasci, vedrai che verranno a rompere il cazzo” e si sono schierati davanti all’entrata per difendere lo spazio occupato.
                    Salvo poi notare che c’erano anche due compagni conosciuti in mezzo al corteo e altre “facce note”, sebbene discutibili, ma che mai avrebbero aggredito uno spazio occupato.
                    Dulcis in fundo un componente del collettivo che era all’interno del csoa ed è uscito insieme agli altri, ha incominciato a gridare “Si meniamo pure, però attenzione che l’impianto audio gliel’ho affittato io, mi raccomando non lo sfasciate !!”

                    Incredibile, Totò e Peppino divisi a Berlino.

                  • «Si ma più che Casaubon e Belbo nei nostri bar puoi trovarci Agliè»

                    …state citando Il pendolo di Foucault, immagino.

                    E’ uno dei troppi libri che non ho letto.

                    Va beh, Fabio, non lo faccio apposta a continuare a ballare sto Tango, è che le discussioni si avvitano lì e o dico quel che penso e che alla fine occupa le mie preoccupazioni abbastanza spesso oppure sto zitto, che a volte sarebbe pure meglio e ci guadagnerebbero tutti, soprattutto se non si ha da aggiungere niente di utile.

                    Dai, il prossimo commento che ho già in mente lo scrivo sotto il post “Non basta tornare a parlare di clima, conta il come torniamo a parlarne.”, giusto per provare a “parlare di altro”…
                    :-)
                    Scusate tutti.

                • En passant, unità di vaccinati e non vaccinati era una delle parole d’ordine della piazza triestina.
                  A mio parere, il movimento no GP avrà vita breve se richiederà patenti di inclusività/esclusività vaccinale, ossia se si focalizzerà su questo frame e se farà di esso la sua unica ragione di esistenza. Avrà vita breve se non si tramuterà in movimento “no medicina liberista”, o una cosa del genere.
                  Se non comprendiamo che tutti, ma davvero tutti, i provvedimenti presi in questi quasi due anni sono un portato del neoliberismo, sono il frutto dell’atteggiamento capitalista di non negoziare i suoi capisaldi (non dico negare, che sarebbe ovviamente un improponibile suicidio), allora ogni manifestazione, marcia, protesta, movimento, contestazione, sarà qualcosa di effimero. Quante volte su Giap si è parlato di riorganizzazione della medicina territoriale, di cambio di paradigma nelle politiche sanitarie, di costruzione di nuovi ospedali, di ampliamento delle dotazioni di organico, di riforma delle facoltà di medicina. E quante volte si è detto che se non chiediamo ora queste cose, quando? E discorsi analoghi sono stati fatti e si possono fare per altri settori (pensiamo solo alla scuola).
                  E quante volte ci siamo chiesti cosa fosse davvero il famoso (anzi famigerato) “ritorno alla realtà” post pandemia? Il GP è inutile e discriminatorio, lo abbiamo detto fino alla nausea, ma se venisse abolito significherebbe un ritorno alla splendida e spensierata realtà? All’immaginifica vita di ieri? E quante persone scenderebbero in piazza dietro parole d’ordine di più ampio respiro ma non lo farebbero per il GP? E’ giusto basare tutto, anche il futuro delle nuove generazioni, sul maledetto GP? È bene esserci, ma davvero vogliamo mangiare lenticchie stasera?

    • Ma questa “pressione sociale” cosa sarebbe? A me sembra un’invenzione del potere politico e dei media. Bella porcata anche inserire in un’analisi dei costi-benefici anche un elemento non scientifico, bensì una decisione del tutto politica (e quindi convenzionale) quella di escludere dalla vita sociale i non vaccinati: facile fare in questo modo delle analisi costi-benefici che siano a favore della vaccinazione di massa. Insomma, ancora una volta si preferisce avere degli “effetti collaterali” (ovvero pesanti discriminazioni su chi tra l’altro non può nemmeno decidere autonomamente, come un bambino dai 5 agli 11 anni) pur di procedere con l’obbligo surrettizio, questo in spregio, oltre che della Costituzione, anche delle norme europee ad hoc sul gp. Il tutto, a mio avviso, per creare un altro inevitabile capro espiatorio, “i figli dei no-vax”. Poi, sempre per parlare di come la politica agisca sulla pelle vera e propria dei minori violentando il loro diritto all’istruzione e a una vita il più serena possibile, il Ministro Speranza avrebbe tentato, stoppato in extremis da Draghi stesso, di rimettere la dad a tutta la classe in caso di un solo positivo: vorrei vedere se si chiedesse di attuare questo protocollo in fabbrica o in un ufficio, insomma in un luogo dove “si fattura”. Con questo ministero della sanità così ben coadiuvato dal Cts l’emergenza è destinata a essere permanente per davvero.

  23. Da settembre in poi ho fatto tutti i cortei a Trieste contro il gp e l’obbligo vaccinale. La prima sensazione che voglio condividere in questo spazio mai attraversato prima: non mi sono mai sentito tanto “fuori luogo” come le prime volte che sono sceso in piazza non sapendo minimamente cosa aspettarmi e dopo aver ascoltato più e più volte le esternazioni piccate di tanta gente di sinistra (amici e compagni) perchè “in piazza ci vanno anche i fasci, perchè i no vax sono degl inavasati ecc”. Poi mi capita di parlare con un compagno anarchico che era stato al corteo un lunedì (5000 partecipanti, secondo il Piccolo alcune centinaia..) che mi parla di un contesto “molto complesso” dove però non ci sono i tricolori (a differenza di tutte le altre città ) e i fasci sono relegati in fondo, pochi e non visibili. In quel momento eravamo diversi a discutere e tutte/i a dire che il giorno dopo ovvero 5 giorni dopo il corteo dei 5000 SICURAMENTE i numeri sarebbero stati più bassi. Il giorno dopo il corteo contava 10000 persone. Devo dire che una tra le cose più eclatanti e spiazzanti a mio parere è che nel giro di poche settimane le “fasi” che questo percorso di mobilitazione ha attraversato (causa anche la mediatizzazione gigantesca) sono tantissime e tutte estremamente “cariche” al punto tale che mi risulta davvero difficile utilizzare la “solita” cassetta degli attrezzi per fare sintesi, come sempre si fa (si faceva) quando bisogna tradurre nel quotidiano personale e politico la ricchezza accumulata con le lotte, per poi costruire i famosi passaggi in avanti.
    Concludo così: durante l’occupazione del varco 4 al porto stavo prendendo una birra con un’attivista di Non una di meno, abbastanza “fredda” rispetto ai cortei e a tutto il resto, ma che invece auspicava che l’enorme partecipazione di quelle settimane non terminasse una volta concluso il problema del gp, ma anzi che tutta quella gente mobilitata in strada in quel/questo periodo riscoprisse una nuova voglia di partecipare al dibattito pubblico e non solo dal divano di casa propria, proprio perchè abbiamo bisogno di tutte/i per condurre battaglie di altissimo profilo se vogliamo fare paura a chi ci vuole segregare, punire e normare .

  24. «Di un sacco di cose non conosciamo le conseguenze a medio e lungo termine, ciascuno/a di noi si fa le proprie valutazioni […]».

    Penso che chi non si accorge di «[…] tenere quel che di[ce] su entrambi i piani di discorso [.]» lo faccia soprattutto confondendo, in maniera più o meno consapevole, la razionalità con la ragione.

    Se da un lato razionalizzare è un’attività relativamente semplice, resa sempre più accessibile dalla “modernità”, ragionare è invece una pratica molto più “viscerale”, che richiede necessariamente dosi massicce di scetticismo nei confronti di se stessi e delle proprie capacità interpretative della realtà, di un esperienza.

    In uno degli articoli precedenti è stata usata la metafora del camminare sulle funi, per tentare di dare l’idea della precarietà psicofisica emblematica della situazione che stiamo attraversando un po` tutte/tutti. Ritornando a quella metafora, direi che forse, esattamente come fà l’equilibrista, sarebbe sufficiente, in ogni occasione, ponderare con cura ogni nostra reazione ad uno stimolo esterno considerandola fondamentale per il mantenimento di un equilibrio che può salvarti la pellaccia. Il tentativo sarebbe quello di governare una situazione pericolosamente liminale, come quella odierna, evitando di cadere, in balia della forza attrattiva di certe narrazioni.

    Come dice Andrea al termine del 23° capitolo del suo reportage: «[a] guardar bene, il green pass è solo un’altra frontiera» anche se non ancora delimitata con precisione.

  25. A complemento di quanto si sta dicendo e facendo, qui, nel nostro paese, nel vecchio continente ed in generale, in questi giorni mi è tornato alla mente un grosso e complesso volume che mi è capitato per le mani una ventina di anni fa, e scritto una ventina di anni prima di aver avuto la fortuna di leggerlo.
    Parla di ambiente, del rapporto dell’uomo con la natura, ma anche di scelte e soprattutto voleva essere, quarant’anni fa, una base etica rispetto al predominio di una società tecnocratica.
    Sebbene non prettamente marxista, possiamo ritrovarci riferimenti benjaminiani riguardo il rapporto tra società e cieca fede nel progresso, un taglio ontologico/esistenzialista nel procedere e sicuramente una base kantiana nel suo assunto e fondamento, imperativo categorico, conclusivo: “Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana”.
    Questo fondamento, la cui necessità argomentativa discende sicuramente dalle devastazioni del 900 non mancava, già allora di guardare con sospetto i passi successivi della nostra società, e spesso era la base, anche se non conosciuta, (come un torrente carsico che sparisce sotto terra, o come Disobbedienza Civile di Thoreau) nei movimenti che avevano a che fare con le tematiche ambientali e la bioetica per arrivare agli Ogm.
    Tutto quello che è disceso da questo volume, consapevolmente o meno, “Principio di responsabilità” (1979 Hans Jonas) sembra oggi, nel cosiddetto principio di precauzione, misteriosamente scomparso.
    Mi premeva fare questa nota, a margine del resoconto della lotta contro il green pass a Trieste, in questa giornata della conferma dell’applicazione AIFA del vaccino nei minori di 12 anni (sopra i 5) perché se è vero che la prima è sacrosanta, l’interrogativo sulla seconda questione, ovvero delle conseguenze del nostro agire in relazione al nostro essere e persistere nel mondo hanno tutt’ora, o cmq hanno avuto base filosofica, e per me, conseguentemente, politica.
    “Hans Jonas inserisce la propria proposta teorica nel provocatorio progetto della fondazione dell’etica nell’ontologia, in nome della salvaguardia dell’essere e dell’umanità nell’Universo minacciato dalla tecnica con le sue conseguenze distruttive sul piano planetario” riassume wiki, forse molto meglio di quanto sia riuscita a fare io.

    È altresì interessante, filosofico e politico indagare quale sia stata, su quali basi e con quali mezzi, la mano di spugna cheha cancellato tale imperativo dalla lavagna delle priorità odierne.

  26. Segnalo che oggi, 2 dicembre 2021, sono ricomparse le foto di sbirri sulla homepage di repubblica. Da qualche settimana erano ricomparse le foto di infermiere vestite da eternauta. Aspettavo da un giorno all’altro la ricomparsa di karabignieri e affini, seguiti a ruota da marò armati di mitra Uzii di fabbricazione israeliana. Segnalo anche che oggi sulla repubblica annunciano l’invio dell’esercito a fare i tamponi a domicilio ai bambini. Immagino che il protocollo preveda lo sfondamento della porta col bazooka.

    Beh, a questo punto della serata direi che questa ci sta tutta: Skiantos, Karabigniere blues

    https://yewtu.be/watch?v=Ej6eUUJsCc0

  27. Nemmeno a farlo apposta, a confermare in pieno i presupposti e la tesi del cospirazionismo istituzionale di cui scrivevo in questa terza puntata arriva anche «il pentito». È, guarda caso, quel Pasquale Bacco, medico, già candidato di Casa Pound e responsabile, con Claudio Giacomini, del sindacato di carta FISI. È nominato in questa veste nel mio reportage e nelle ultime ore è salito alla ribalta tra le varie figure di «no vax pentiti» che stanno saltando fuori come funghi.

    Nell’intervista al programma di Formigli andata in onda stasera, Bacco in sostanza dice di non sapere cosa gli sia successo in questo anno e mezzo, di essersi dimenticato persino di essere un medico finché non è entrato in una terapia intensiva assieme a un’amica anestesista, e che questo gli avrebbe fatto capire di avere sbagliato tutto – dopo venti mesi di pandemia!

    Scrivevo:
    «Questa manipolazione è però parte di una vera e propria fantasia di complotto promossa in queste settimane a ogni piè sospinto per delegittimare e tentare di sabotare le manifestazioni contro il green pass. È una fantasia di complotto che ha amplissima diffusione. Non viaggia negli spazi effimeri e nelle nicchie delle bolle dei social, o meglio, lo fa, ma in seconda battuta: i suoi primi e maggiori divulgatori sono i principali quotidiani e TV nazionali. Consiste nel dare per certo che sia in atto un disegno eversivo, la cui matrice sarebbe la «destra radicale», che mirerebbe a insinuarsi tra le fila della protesta contro il green pass – nella maggior parte dei casi chiamata «no vax» –, per scatenare una campagna di destabilizzazione delle istituzioni, col rischio di un’escalation di violenza politica che potrebbe giungere a episodi di vero e proprio terrorismo».

    Nell’intervista di oggi Bacco racconta proprio questo, di essere stato molto vicino sia a Forza Nuova che a Casa Pound, di essere certo che queste organizzazioni stiano utilizzando la protesta contro il GP per «andare ben oltre la Cgil», e lo proverebbe il fatto che Roberto Fiore in persona ci ha messo la faccia il 9 ottobre. E che di quell’assalto sapevano in anticipo «importanti esponenti politici nazionali».

    Per spiegare la ragione profonda del suo negazionismo, dell’aver fomentato le piazze contro le mascherine e contro la vaccinazione, Bacco afferma di essersi fatto prendere la mano quando ha capito che cosa la gente voleva sentirsi dire da lui, e che lui glielo diceva. Direi che da questo punto di vista sta mantenendo una coerenza ferrea. È solo cambiato il committente.

    • “Prima ero cieco… ora vedevo” (M.Capatonda)

      Comunque non sono nuovi alla talkshowizzazione dell’abiura vera o presunta. Ci hanno scassato i coglioni sin dal momento zero.

      Penso, ad esempio, a quella di borise (tra l’altro credo autentica) che, addirittura, dopo essere guarito dal covid chiamò suo figlio (come II nome) col nome del medico che lo ha salvato…. proprio lui, uno dei negazionisti della prima ora.

      Visto che sono in vena di citazioni ne lascio un’altra, stavolta da GOT.

      “There is only one god, and His name is Death. And there is only one thing we say to Death: ‘not today’.”

      La macchina della propaganda sembra averla adottata come dottrina questa famosa frase e la si sente aleggiare ovunque. Da quasi due anni ormai.

  28. La novità del periodo, il nuovo argine travolto mi sembra quello dell’abbandono dell’ipocrisia sanitaria, non so come altrimenti chiamarla. Avevo già segnalato l’incredibile frase di Draghi sul “ritorno in società” di persone considerate evidentemente fuori, e ancora prima era abbastanza chiaro come tutto quanto servisse più che a “tutelarsi” a far parte di un gruppo che, in cambio di lavoro e produzione, potrà avere bricioli di loisir (sempre meno, hai visto mai aumenti la produttività). Il “cambio di passo” non ha risparmiato gli adolescenti – che si vaccinano e chiedono di vaccinarsi per frequentare palestre e discoteche e recuperare un po’ di vita sociale (di “vita tout court”, si dovrebbe dire) – ma ecco che i bambini devono vaccinarsi perché “la vaccinazione comporta benefici quali la possibilità di frequentare la scuola e condurre una vita sociale connotata da elementi ricreativi ed educativi che sono particolarmente importanti per lo sviluppo psichico e della personalità in questa fascia d’età”. Questo scivolamento del linguaggio ufficiale – è il comunicato dell’AIFA – a me sembra enorme, a volte ha l’aria di poter essere considerato (ex post, ovviamente) quasi come un test per comprendere quanto si possa tirare la corda.

    • “la vaccinazione comporta benefici quali la possibilità di frequentare la scuola e condurre una vita sociale connotata da elementi ricreativi ed educativi che sono particolarmente importanti per lo sviluppo psichico e della personalità in questa fascia d’età”

      Particolarmente significativo il fatto che dei medici – per quanto burocratizzati – parlino di un vaccino come fosse un farmaco che cura una malattia, di cui la rinuncia alla vita sociale è conseguenza clinica. Il salto di livello qui è la trasformazione in malattia della mancata vaccinazione contro la malattia. Un salto di livello che nasconde del tutto la politica, per l’ennesima volta. Perché è la politica che decide di privare i bambini di quegli elementi ricreativi ed educativi particolarmente importanti per il loro sviluppo psichico e della personalità. Non c’è nulla di inevitabile, in tutto ciò. E’ una scelta, basata su dati scientifici che hanno portato altri nella stessa posizione a fare scelte diverse.

    • A me pare che le parole di politici e tecnici (nominati dalla politica), insieme a giornalisti e opinionisti di tv/giornali in questi 2 anni abbiano raggiunto una violenza verbale mai visto prima.
      Allo stesso tempo, gli stessi, accusano i manifestanti di essere dei violenti, irresponsabili, ecc, ecc.
      Pensavo fosse un fenomeno solo italiano, invece leggo sul CdS il discorso di addio della Merkel “Fedele alla sua cifra, Merkel parla della pandemia, «che ci ha mostrato l’importanza della fiducia nella politica, nella scienza e nei fatti». Della necessità di difendere la democrazia «che vive di rispetto e del fatto che ovunque odio e violenza vengano impiegati come mezzi per il raggiungimento dei propri interessi, la nostra tolleranza come persone democratiche deve avere un limite»”.
      A questo punto mi chiedo, ci dicono di credere nella scienza, dopo 2 ani che dicono una cosa che poi spesso smentiscono pochi mesi dopo, si può credere nella scienza senza avere il minimo dubbio che ci sia qualcosa in questa scienza che non torna?

      • Quello che lascia sconcertati in questa dichiarazione non è tanto quel burocratichese che vuole nascondere la sostanza dietro ghirigori linguistici, quanto il fatto che “la vaccinazione comporta benefici quali la possibilità di frequentare la scuola”. La scuola come un premio per i virtuosi, come una concessione che lo Stato fa a chi segue ligio tutte le direttive, come un “beneficio” riservato solo ad una certa categoria di persone. Condizione di frequentazione che tra l’altro non è obbligatoria (quindi uguale per tutti).
        Ancora l’inversione, per la quale lo Stato si limita a fornire la panacea senza prendere in considerazione null’altro, e al cittadino spetta l’onere di adeguarsi per sopperire alle manchevolezze dell’istituzione. Se sopperisce gli viene fatta passare come gentile concessione quello che è banalmente un suo diritto, se non sopperisce, quel diritto gli viene semplicemente negato.

  29. La matrice comune di come si sta affermando la vita culturale di questo nuovo secolo, ma in particolare in riferimento a questi ultimi quasi due anni pandemici, è lo sgretolarsi di certi pilastri del 900.
    Più che lo sgretolarsi, la loro frettolosa dimenticanza.
    Sarebbe riduttivo vedere meramente la responsabilità dei social in tutto questo.
    È stato piuttosto un lento processo, più o meno consapevolmente realizzato, iniziato dalla distruzione dell’istruzione pubblica, tassello per tassello.
    Questa dimenticanza è volta non tanto ai contenuti in sé, quanto piuttosto alla loro essenza di essere dinamici nel processo storico dialettico: proposta, pubblicazione (in senso lato) messa in discussione, nuova proposta, ogni contenuto entrava in un discorso fatto di complessità, universalità e quotidianità, e nessuno si sarebbe mai sognato, nel 900, di proporlo come assoluta ed univoca “soluzione” o visione del reale.
    Pensando ai risultati ed i modelli di conoscenza proposti dalla scuola di Francoforte, sulla società di massa e nelle sue dinamiche, siamo oggi lontani anni luce nel discorso quotidiano e le critiche più profonde sono inesorabilmente messe da parte.
    Che la sinistra stia passando solo apparentemente una profonda inspiegabile crisi di contenuti, era anche questo un dato pre pandemico.
    Se ancora l’abrogazione dell’insegnamento della storia da parte del Salvini di turno l’aveva scossa, il “diritto all’Oblio” che si va sempre più affermando nella giurisprudenza dagli anni 90 rischia di divenire dispoticamente totalizzante nell’era della digitalizzazione.
    In questo terreno di conoscenze delocalizzabili (nel cassetto della dimenticanza) ne perde la consapevolezza sociale e la prontezza di risposta in rapporto alle rinnovate sfide quotidiane del sistema del capitale dell’oppressione e del controllo.
    Se così oggi potremmo ipotizzare che in Europa le misure emergenziali siano state prese a “macchia di leopardo” anche a volte in contrasto coi suoi stessi regolamenti, dovremmo iniziare a domandarci cosa fare delle nostre lotte, e quale direzione ad esse dare, in relazione ad un potenziale e generalizzato obbligo vaccinale, come si sta suggerendo ora in alcuni paesi.
    Anche in questo senso ho parlato del “Principio Responsabilità” di Jonas, che può essere suggerito non tanto come risposta in sé ma come potenziale riferimento in vista della complessità delle sfide che ci troveremo adover affrontare, tanto rispetto all’ambiente, quanto nella sperimentazione farmaceutica.

  30. “Siamo ancora lontanissimi dalle limpide formulazioni dei Seventies.”
    Questa frase, insieme alle altre riflessioni indotte dal commento dal quale è stata tratta, tra le altre cose nella mia mente ha avuto il merito di cambiare la colonna sonora.
    Da più di un mese, nell’infinita lenta ascesa all’interno dell’angusto ascensore al famigerato nono piano, in compagnia del “paziente Covid” di turno che sto accompagnando al reparto a lui riservato, mi ritrovo, in continuità con le letture Giappiste ed il resoconto di Andrea O., a canticchiare i Doors, guardando il soffitto di lamiera che mi sovrasta da vicino, ripensando alle discese degli operai nelle miniere di carbone, fino al riaprirsi della porta, che segna la fine della mia apnea musical-mentale.
    Ebbene, i Seventies citati, forse l’assonanza fra Andrea e de Andrè, tra pulizie, doppi turni, busta paga sempre uguale, un accompagnamento “pulito” ed uno “sporco” -questo il gergo sanitario nonCovid/Covid+- hanno convertito la mia colonna sonora, alla Canzone del Maggio, da Storia di un Impiegato.

    “Anche se il nostro maggio
    Ha fatto a meno del vostro coraggio
    Se la paura di guardare
    Vi ha fatto chinare il mento
    Se il fuoco ha risparmiato
    Le vostre Millecento
    Anche se voi vi credete assolti
    Siete lo stesso coinvolti”

    “E se nei vostri quartieri
    Tutto è rimasto come ieri
    Senza le barricate
    Senza feriti, senza granate
    Se avete preso per buone
    Le “verità” della televisione
    Anche se allora vi siete assolti
    Siete lo stesso coinvolti”

    “E’ un po come avere una mappa tra le mani dove ci sono N icone “voi siete qui”.”

    Da tutte queste sollecitazioni mi si è disegnata una metafora.
    È un po’ come se il sistema regali queste mappe, e ne regali sempre di nuove ed “aggiornate” a volte anche molteplici in un giorno, con relative istruzioni a chi abbia “votato ancora la sicurezza, la disciplina”.
    Chi sta in strada, a chi si oppone, il sistema le getta invece in forma di puzzle che devono essere costruiti e decostruiti per essere infine criticati.
    Fino a qui niente di nuovo, potremmo dire che il “Sistema” ha sempre agito così.
    La differenza è forse quantitativa, ovvero nella quantità e difficoltà intrinseca dei rompicapi gettati quotidianamente, nell’apparente continuo sgretolarsi dei “manuali” che i contestatori tengono nel tascapane, enella soluzione che prima era ricercata collettivamente, ora sempre più individualizzata. La lotta collettiva di Genova, rimane un ricordo per i compagni che si sono adeguati, Trieste e gli studenti, rimangono un punto di svolta.

  31. Tutto questo -forse anche- per dire, che quando stai quotidianamente dentro un ascensore con un paziente Covid con due bombole di ossigeno aperte al massimo, e droplet e potenzialmente sparati in ogni dove, tra mascherine che si abbassano, Alzheimer e/o confusione da febbre o da malattia, durante il tentativo di apnea, spereresti che le lotte che si stanno facendo abbiano solide basi e non rischino di sciogliersi come neve al primo raggio di sole o alla prima difficoltà in vista.

    Quando Isver afferma in modo provocatorio:
    “L’unica cosa che dobbiamo chiederci è quale sarà la prossima mossa. Chissà, forse il green pass per guidare in autostrada.”, parallelamente mi viene da chiedermi se siamo pronti ad aggiornare il tiro della nostra lotta.
    Quello del confronto tra patente e green pass, mi pare di ricordare e non vorrei sbagliarmi, è un raffronto che anche qui su Giap è stato giustamente criticato.
    Ma la provocazione di Isver rischia di divenire attuale in vista di un potenziale allargamento generale all’obbligo vaccinale.
    Stando ovviamente ancora in piedi tutte le critiche al sistema neo liberista ed affini, ben sintetizzato dal governo del presente Draghi, e tutte le critiche già preesistenti doverose e legittime alla privatizzazione o aziendalizzazione del pubblico, alla erosione del reale potere d@acquisto e via dicendo che ci ha anche ricordato WM1, temo la risata dal balcone del sindacalista confederale di fronte all’approvazione di un obbligo di vaccinazione (in questo senso la sospensione o meno della misura del greenpass diverrebbe accessoria, se convertita in mero certificato vaccinale o altro), seguita dalle parole provocatorie: e adesso? Cosa fate?
    Manifestando tra l’altro la potenziale ignoranza politica rispetto al fatto che stiamo appunto tentare di fare anche “il suo lavoro” ancorandolo nella costruzione di una presa di consapevolezza collettiva verso le radici della critica a questo sistema, ma anche di come è stata e viene da esso gestita questa emergenza.
    Chiudo.

  32. Segnaliamo:

    RASSEGNATEVI
    Disfattismo di massa, diserzione e sabotaggio: proposta per una strategia paradossale della rassegnazione (in attesa delle Comunità Autonome Operative per la Sopravvivenza)

    di Franco “Bifo” Berardi

    https://not.neroeditions.com/rassegnatevi/

    • Io ogni volta che leggo qualcosa di Franco “Bifo” Berardi che segnalate, non sono mai d’accordo con quello che scrive. E questa volta è di nuovo così.
      Probabilmente sono io a non capirlo, ma il catastrofismo e l’invito alla rassegnazione come dovrebbero motivare i giovani a ribellarsi a questo sistema? Tra i “giovani” mi ci metto anche io che sto sotto i 40.
      Io il suo invito lo vedo provenire da un 70enne, maschio, bianco che ha fatto ormai la sua vita, e non ha nulla da rinunciare nel dire di non lavorare, non fare figli, boicotta le merci (come se fosse possibile per tutti), coltivati il tuo cibo (idem). In pratica un suicidio del proletariato per salvare la terra alla borghesia.
      Qualcunə mi aiuta a capire meglio perché non è reazionario tutto ciò?

      • Tutto quello che scrive Franco è sul filo del paradosso – almeno nel momento in cui lo scrive, perché poi la realtà va avanti e rende le sue descrizioni sempre meno paradossali e più matter-of-fact. Le sue riflessioni ci sono sempre servite a forzare il pensiero e le angolature da cui guardiamo alla fase attuale. Con le sue conclusioni raramente siamo d’accordo ma questo è di secondaria importanza. Qui la descrizione che fa della grande «psicodeflazione» che si esprime nell’ondata mondiale di dimissioni è molto pertinente, è un fenomeno che si è imposto rapidissimo e sta lasciando di stucco chiunque cerchi di leggere il mondo aderendo all’ideologia dominante o comunque a schemi consueti. Stiamo parlando di una sorta di esodo dal lavoro, dai doppi legami dell’emergenza pandemica (che Franco descrive con mirabile sintesi), da una vita ormai avvertita come senza senso.

      • @ Woasnet

        Oltre a quanto detto da Wu Ming1, che è giustissimo e basta per far riconsiderare la riflessione di Berardi, aggiungo una considerazione. Intanto, sul piano metafisico, ci sono molti precedenti di inviti all’uscita dal gioco che inchioda le esistenze. Nel secolo scorso il concetto è stato riportato all’attenzione da Heidegger, come “abbandono” (Gelassenheit) (ma andando indietro puoi raggiugere livelli estremi tipo mistici, ma anche non mistici come Schopenhauer). Ma in termini invece attuali e molto fisici, la rassegnazione di cui parla Berardi è una “ri-assegnazione” di valori: rassegnando le mie dimissioni dall’ordinarietà di un lavoro che non mi rispetta, riassegno priorità alla mia vita. E ciò, proprio considerando che la ricchezza del capitale sono io come individuo lavoratore e consumatore, diventa un’arma contro il capitale. Se guardi bene al dimettersi da lavoratore corrisponde un dimettersi da consumatore. Si dovrà cioè non solo togliere la propria forza al servizio generale del capitale, ma anche si dovranno favorire le realtà economiche locali, con una vera e proprio selezione del proprio consumo. Naturalmente ciò è un comportamento limite: non tutti sono liberi di rassegnare le dimissioni. Ma il poterlo fare da parte anche di una minoranza può rafforzare una tendenza e produrre via via cambiamenti. E al di là del senso diretto, a fronte di uno stato generale di depressione delle capacità intellettuali, può accadere che un “togliere” sia più produttivo di un “mettere”.

        • Riprendo qui quello che scrive Andrea nel reportage qui sopra:

          «Prima che prendesse piede il famigerato slogan “La gente come noi…”, i portuali triestini intonavano, molto più prosaicamente, lo slogan “Semo stufi de ‘sta merda”. E non si riferivano solo al green pass.

          Mi ha stupito ancora di più osservare la folla nei cortei rispondere entusiasta a slogan come “Se ci costringono a lavorare sotto ricatto, a lavorare non ci andremo proprio”.

          Moltissime delle persone che si sono mobilitate, sono anche nella condizione di trovarsi senza stipendio, perché sospese per mancanza del pass, o costrette a pagare almeno 45 euro alla settimana per poter lavorare. E tutte hanno dovuto mettere a punto, e hanno condiviso, una serie di strategie per fare i conti con questa situazione. Chi sfruttando la malattia, chi i permessi, chi l’aspettativa, altri ancora cambiando proprio mestiere oppure, in molti casi, utilizzando proprio le regole del pass semplicemente per organizzare in modo diverso la propria vita.

          Ho l’impressione che tutto questo abbia a che fare con una forma inedita di sciopero, o di esodo dal lavoro, qualcosa che negli Stati Uniti sta già emergendo in misura enorme e di cui si hanno i primi segnali anche in Italia.

          Non casualmente, credo, dalle cronache statunitensi si ricava che i settori in cui il fenomeno è più evidente sono porti e logistica.

          E dal momento che all’origine sembra esserci proprio la pandemia, dev’essere qualcosa che ha a che fare col non voler tornare a ciò che c’era prima, perché ciò che c’era prima faceva già abbastanza schifo di suo.»

      • Io appoggio @Woasnet. Perlomeno nell’intenzione, magari non nella conclusione di dare del “reazionario” all’impostazione di Bifo.

        La premessa è d’obbligo ed è per i WM: grazie per i contributi e i tanti spunti che fornite, sono stati d’appiglio per molti, per me ad esempio, in questi mesi bui ed abulici.

        Ho seguito e seguo molto FBB. Sono convinto che, a livello di analisi, stiamo parlando di uno dei pensatori viventi più lucidi in Italia, specie recentissimamente.

        Però le conclusioni sono devastanti, devastanti a tal punto che impilate sotto un post che non si dà per vinto nella lotta, nonostante il metaverso e nonostante gli idranti, beh…

        C’è questo testo di FBB a recensione di un libro di Giulio Milani che sicuramente avrete letto, ma se non lo avete letto (tra i tanti posti) è riportato anche a questo link:
        http://effimera.org/disagio-di-franco-bifo-berardi/

        Cito un pezzo verso il finale:
        “Non lo so da cosa il Male sia prodotto. So che ha vinto.
        E che io sono stanco di fingere, e la sola amica che aspetto è la morte.”

        FBB è così: analisi e lamette o lexotan.

        Magari proviamo noi a mettere a frutto gli strumenti che ci dà utilizzando un’altra impugnatura.
        Chi lo sa, magari l’onda dello “starsene a casa” o (in parole meno classiste) la ritrosia a tornare allo sfruttamento di prima, come ad esempio quella vista in USA, è una vera “onda”? O magari nel futuro lo diventerà, se contaminata da altre situazioni, subirà una curvatura.
        [edit in zona Cesarini: ne ha già parlato WM1 poco sopra questo commento, me ne sono accorto tardi]

        Insomma sta a noi prendere il buono e il cattivo dagli input intellettuali, ma sta anche a noi prendersi male leggendo le conclusioni di FBB, di questi tempi per giunta :-)

        • Che caz mi tocca leggere. Bifo un reazionario. Bah! Siamo apposto. How about provare a rileggere “ascoltando” ciò che ha scritto. Per cominciare questo, magari:

          «[…] spossatezza e confusione mentale sembrano dominare la scena contemporanea».

          Potrei fermarmi quì. Invece, considerando il racconto lungo di Andrea che staremmo, in teoria, commentando, credo che valga la pena riportare anche questo, di passaggio:

          «[…] fantasmi paranoici di complotto e fantasmi ipocondriaci di paura che invadono e paralizzano la soggettività. […] Si produce così una vittimizzazione di massa, e alla lunga la profezia paranoica (il vaccino è un complotto per imporre una forma totalitaria) finisce per autorealizzarsi».

          Rings any bells?

          Delle due, l’una: o non si conosce minimamente il personaggio e l’orizzonte teorico del suo pensiero filosofico, oppure si vuol perdere tempo e far perdere tempo agli altri spaccando sentenze che servono solo a generare sterili polemiche in stile “social”.

          «In pratica un suicidio del proletariato per salvare la terra alla borghesia».

          «Proletariato»? «salvare la terra»?

          «Qualcunə mi aiuta a capire meglio […]»

          In calce al pezzo di Bifo, sopra il titolo dell’ultima parte intitolata «Terapia paradossale», troverai, in foto, l’aiuto che cerchi e, più in basso, le seguenti parole:

          «La rassegnazione non è solo una resa, ma è anche una re-significazione, perché dà nuovo senso ai segni di cui è composta la vita sociale. Un movimento di abbandono (del lavoro, del consumo, della dipendenza) toglierebbe ogni energia alla macchina dell’accumulazione».

          BTW, dice toglierebbe. È un condizionale.

          • Abbassa i toni intanto…
            1. Non ho scritto che lui sia reazionario, ma che il cinismo catastrofista e gli inviti che pone lo siano.
            2. Ho espresso la mia personale opinione, mettendola oltretutto in dubbio sin dal principio, e chiedendo ulteriori spunti per approfondire. Nessuna sentenza.
            3. L’unicə ad aver perso tempo qui sei tu con il tuo commento di cui potevamo tutti fare a meno.
            Nessuno, nemmeno tu, era obbligato a rispondermi. Il flame da social lo hai attizzato tu.
            4. Se a qualcunə che chiede aiuto per capire qualcosa tu rispondi invitando ad andare a vedere una foto con scritto “salvati da solo”, togli ogni dubbio a chi ha letto il tuo commento pensando che i toni potrebbero (condizionale) essere quelli del tipico pezzo di merda.

            • Il commento – interrogativo e perplesso – di Woasnet è stato utile. Al di là dei toni occasionalmente aspri, questo sotto-thread contestualizza ulteriormente il discorso di Franco.

              Dopodiché, può ben darsi che noialtri, conoscendo di persona e leggendo Franco da trent’anni e passa, diamo per scontati il background teorico e quello umano. Di sicuro se c’è qualcosa che Franco non è mai, ma proprio mai stato, è cinico. «Catastrofista» ci potrebbe anche stare, lo è a fasi alterne – o meglio, con vari spostamenti d’accento – ma sempre con l’idea che descrivere la catastrofe aiuti a trovare vie di fuga. Che per lui, come per noi, sono sempre vie di fuga collettive.

              Aggiungo una cosa: questa discussione mi ha riportato alla mente un libro dello storico francese Paul Veyne dedicato al suo amico Foucault: Foucault, il pensiero e l’uomo (Garzanti 2010). Non ce l’ho sottomano ora quindi non posso citarlo testualmente, ma lì Veyne difende Foucault dalle frequenti (e infondate) accuse di essere un pensatore catastrofista, un apocalittico, un disfattista. Uno che lo criticò in quel modo, ad esempio, è Marshall Berman, nel suo (pregevole) L’esperienza della modernità.

              Veyne ricorda che nessun pensiero “pessimista”, nessuna descrizione dell’inesorabilità del dominio ha mai inibito alcuna lotta, né depresso nessuno che non lo fosse già, tanto che lo stesso Foucault era un attivista nonché un gaudente. Descrivere minuziosamente e implacabilmente i dispositivi in cui siamo avviluppati non chiude nessuna via, perché la prassi opera sempre uno scarto rispetto alla teoria, anche rispetto alla teoria che sembra riempire ogni buco.

              La teoria di Foucault, poi, non puntava a questo, anzi, cercava di farne, di buchi, perché il vero sapere punta a mettere in crisi anche se stesso, e il suo scopo – più volte dichiarato con varie formulazioni – era mettere in crisi chi agisce percorrendo sentieri abituali e rassicuranti, in modo che la sua crisi lo inducesse ad aprirne altri. In quel novero Foucault includeva se stesso: come altri pensatori e teorici, e come lo stesso Bifo, sperava di mettere in scacco le proprie stesse descrizioni del potere.

              • Il problema è che fare della depressione un punto di forza mi sembra piuttosto difficile. Di sicuro è impossibile a livello individuale per ovvi motivi, ma è incongruo anche a livello collettivo, perché nel momento in cui si fa qualcosa collettivamente vuol dire che si è già superata la depressione.
                E ho capito che il ragionamento di Bifo è appunto paradossale, ma la forma di un paradosso è la stessa di quella di un doppio legame (infatti per formulare il concetto di doppio legame Bateson fa uso delle teoria dei tipi logici di Russel). Scardinare un doppio legame attraverso un altro doppio legame è una strategia che lo stesso Bateson indica come percorribile in terapia, ma è una strategia molto pericolosa.

                A me tutto quanto sembra un labirinto da cui io personalmente riesco a uscire mettendo il culo sulla sella della bici, che è abbastanza a buon mercato come strategia, di sicuro meno radicale di quella di quell’altro tizio che raccontava:

                Some years ago – never mind how long precisely – having little or no money in my purse, and nothing particular to interest me on shore, I thought I would sail about a little and see the watery part of the world.
                It is a way I have of driving off the spleen and regulating the circulation. Whenever I find myself growing grim about the mouth; whenever it is a damp, drizzly November in my soul; whenever I find myself involuntarily pausing before coffin warehouses, and bringing up the rear of every funeral I meet; and especially whenever my hypos get such an upper hand of me, that it requires a strong moral principle to prevent me from deliberately stepping into the street, and methodically knocking people’s hats off – then, I account it high time to get to sea as soon as I can.

                • Di essere una merda mi rendo conto non solo ogni volta che mi annuso le ascelle, ma sopratutto ogni qual volta mi capita, per forza di cose, di dovermi relazionare con qualche borghesucciǝ-wannabe-working class. Di questo atteggiamento non mi scuso in quanto è un’impostazione caratteriale predefinita. Da circostanze materiali.

                  Per il resto accolgo con facilità e una punta di imbarazzo la lettura/precisazione che dà WM1 del commento iniziale di Woasnet sul pezzo di Bifo, definito «interrogativo e perplesso».

                  Aggiungerei soltanto che sarebbe stato magari più utile, per Woasnet, lasciar passare qualcosina in più di 40 minuti, tra la lettura del pezzo e commento, prima di porre, magari non a se stessi ma certamente alle altre, certi interrogativi. Sempre, ovviamente, che non conoscesse già l’articolo a menadito.

                  Non è un pezzo tanto facile da digerire…

                  Direi quindi che leggere, elaborare, comprendere con calma e magari formarsi un parere personale che non risulti poi eccessivamente superficiale, su contenuti e concetti presenti in un testo di oltre 3000 parole, redatto da un filosofo radicale, “apocalittico”, risulterebbe essere, forse, una prassi un tantino più costruttiva rispetto al porre, in maniera abbastanza impulsiva, strampalati interrogativi ad una comunità all’interno della quale, se la si conosce, è garantito che quel filosofo avrà un certo numero di sfegatatǝ sostenitrici.

                  Insomma, chiedere su Giap se chi legge non trovi reazionarie le teorie di un compagno che ha speso gran parte della sua vita interrogandosi sullo stato di salute del cervello e della psiche collettivi, potrà anche servire a «contestualizza[re] ulteriormente il discorso», ma, mi si perdoni il francesismo, rompe anche un po` i maroni.

                  • Chiudiamo questa parentesi scatologica. E sia chiaro: per oggi è andata così, ma la prossima volta che finisce a insulti interveniamo con lo Spirito di Marat.

                • Però la psicodeflazione, lo sgonfiamento psicologico e prestazionale di cui parla Bifo, più che in termini di depressione – termine con cui si indica un “male oscuro” prettamente individuale che è impossibile traslare su dinamiche collettive – lo interpreterei in termini di disillusione.

                  Disillusione che milioni di persone in tutto il mondo stanno provando, all’improvviso e all’unisono (o meglio, in risonanza le une con le altre), rispetto al proprio lavoro, al tran tran, alla “corsa dei topi”, alla gamification della vita, alle richieste di prestazione ecc.

                  Certo, ci sarà chi dalla disillusione cade nella depressione, ma da quanto si legge nelle prime, confuse inchieste dedicate al fenomeno la maggior parte delle persone che si stanno dimettendo dicono di essersi date una “botta di vita”.

                  È possibile che l’emergenza perenne pandemica, a forza di instillare terrore nel corpo sociale, stia convincendo sempre più persone che «it’s the end of the world as we know it», e allora perché continuare a timbrare il cartellino?

                  Ricordiamoci che il ritornello dei REM non finiva lì: si concludeva con «I feel fine».

                  • Non lo so, ieri ho incontrato un mio amico senegalese che l’anno scorso se ne era tornato a casa (a baita?) in Senegal perché qua non ce la faceva più, e ora è di nuovo in strada a Trieste a vendere calendari perché “a casa” quest’anno è saltata la stagione delle piogge e sono nei guai fino al collo. Io non riesco ad avere l’ottimismo di Bifo (e a livello individuale non sono per niente depresso, né potrei permettermi di esserlo, troppe persone a cui voglio bene si appoggiano a me). Più che i REM mi suonano in testa i Pink Floyd

                    They flutter behind you your possible pasts
                    Some bright-eyed and crazy, some frightened and lost
                    A warning to anyone still in command
                    Of their possible future to take care
                    In derelict sidings, the poppies entwine
                    With cattle trucks lying in wait for the next time

                  • Bifo non è ottimista, è di-sperato, perché «la speranza è una trappola inventata dai padroni» (cit.), e nella di-sperazione cerca di intuire linee di tendenza che potremmo seguire per uscire da questo incubo, perché semo stufi de ‘sta merda.

                  • Tutta la prima parte del pezzo di Bifo la trovo molto lucida e condivisibile, mette in fila una serie di cose su cui si è ragionato anche qua, e soprattutto ha il pregio di dire in modo chiaro che non è stato il virus a devastare la psiche ma il modo in cui il capitale sta gestendo l’emergenza, riproducendola ogni giorno. Dopo settimane in cui non ci si riusciva a schiodare dal loop virus-vaccino-virus, è una boccata d’ossigeno. La parte finale continua a non convincermi, ma bon. Forse manca la debole forza messianica, ultimamente sono in fissa con la debole forza messianica. Come hai scritto sotto, senza una promessa di riscatto fatta alle generazioni passate e trasmessa alle generazioni a venire, niente ha più senso. Trovo che la distruzione del tempo lungo (quello dei calendari, non quello degli orologi) sia una delle cose più devastanti dell’emergenza permanente a livello psichico, sia individuale che collettivo.

                  • 1/2
                    Premetto che per me è ancora difficile leggere Bifo senza pensare a quando, nella primavera del 2020, si autodefiniva un “fan sfegatato di lockdown e zone rosse” tirandosela che ai suoi tempi si fatto sesso libero in posti occupati, mentre io facevo i rally per i campi con la mia panda a metano cercando di aggirare le volanti sguinzagliate dallo stato di polizia di cui lui era un fan sfegatato.

                    E’ uno dei pochi che ha ammesso di aver sbagliato in preda alla paura di morire, però per quanto mi riguarda ha collaborato con il nemico nel peggior momento possibile, lanciandosi nei suoi trip viro-messianici e fregandosene delle conseguenze mentre partecipava attivamente alla costruzione di un paradigma allucinante – grazie al quale adesso per entrare nei posti occupati serve il green pass – e forse un periodo di dignitoso silenzio sarebbe stato meglio.

                    Si, questa premessa/sfogo me la potevo benissimo risparmiare, Bifo fa benissimo a continuare a scrivere, ma io sto ancora rosicando come un pazzo, e comunque un po’ centra con quello che voglio dire.

                    «Certo, ci sarà chi dalla disillusione cade nella depressione, ma da quanto si legge nelle prime, confuse inchieste dedicate al fenomeno la maggior parte delle persone che si stanno dimettendo dicono di essersi date una “botta di vita”.»

                    Di questa roba se ne sta parlando un sacco, sarei molto interessato a leggere link al riguardo, e concordo che potrebbe essere una via d’uscita dall’impasse virus-vaccino-virus, tant’è che esprimo subito la mia opinione: a me questo discorso, per come l’ho letto fino ad adesso, mi disgusta.

                  • 2/2
                    Il motivo principale è la provenienza: le redazioni di Jacobin, e tutto quel mondo fatto di accademici e giornalisti “di sinistra” che da febbraio 2020 non hanno perso un singolo giorno di lavoro – anzi, potevano fare lezione dal salotto di casa e se ne vantavano pure – mentre ineggiavano alla fine imminente del capitalismo e rivendicavano redditi di quarantena e vaccini senza brevetti di cui poi non si è vista ombra, il tutto dando ferocemente del fascista/eugenista/ristoratore-evasore/amico-dei-Wu-Ming a chiunque osasse sollevare la minima obiezione.

                    Quelli del virus messianico, per intenderci, e io in questo discorso sulla “great resignation” ci vedo lo stesso messianesimo, come al solito con il culo degli altri (scusate il francesismo).

                    A parte il fatto che un sacco di ricerche e inchieste hanno già abbondantemente dimostrato che una buona parte di questi fantomatici “dimissionari dal lavoro” sono semplicemente mamme fatte fuori dal mondo del lavoro dalla micidiale combinazione di DAD e guerra totale alla riproduzione sociale che si sta cercando di far passare come “gestione della pandemia” o gente che sta cercando faticosamente di uscire da esaurimenti nervosi, depressioni e carriere professionali in frantumi – magari ingoiando l’umiliazione di dover tornare a casa dei genitori – faccio veramente fatica a relazionarmi con un discorso sullo “smettere di lavorare” in una società capitalista.

                    Ma fatemi capire, dopo aver “dato le dimissioni” questa gente come pensate che camperà? A botte di vita?

  33. @omeomeria circa i negazionisti:
    racconto un aneddoto, con simpatia e con il solito disclaimer che io non sono negazionista, uso la mascherina sempre al chiuso e ogni volta quando previsto o richiesto e, in presenza di fragili o situazioni particolari, la FFP2 usa e getta per maggiore sicurezza di tutti. Inoltre se vado da qualche parte è perché ho un tampone negativo.
    Comunque, l’aneddoto è questo: mi ha raccontato un conoscente che in montagna lui serve un tizio (privato) cui consegna periodicamente materiale di consumo e generi vari.
    Ebbene, sto tizio pretende che alla consegna l’operaio incaricato entri in cortile con mascherina e guanti, lasci il materiale ed esca. Poi lui, con tuta usa e getta, doppia mascherina, guanti e visiera esce a prendere in consegna il materiale e lascia il pagamento in contanti in una busta sul muretto, senza contatto con il personale.

    Ecco, tra un negazionista e questo qui, se si devono tenere in considerazione le opinioni di tutti e se la mia vita (e quella dei miei figli) deve essere condizionata dalle opinioni e aspettative di ciascuno, beh, preferisco di gran lunga il negazionista. Almeno non mi impedisce di usare le protezioni dove servono e di vaccinarmi se lo ritengo.

    @ alboliveri sul cospirazionismo di stato.
    La narrazione del complottista pentito è molto diffusa. Qui sotto un link di giornalone con un tizio, già leader di movimento no vax di estrema destra, che dopo averlo preso ha fatto la rituale abiura.
    Queste narrazioni, oltre a mostrare a tutti il pentimento e l’errore del no-vax, mirano anche a profilare il “no-vax” tipo. Questo era in contatto con l’estrema destra e se ricordo bene ha preso il covid durante un pellegrinaggio = da cui no-vax confessionali e fascisti.

    https://web.archive.org/web/20211203112049/https://www.repubblica.it/cronaca/2021/11/24/news/covid_il_leader_no_vax_del_veneto_lorenzo_damiano_finisce_in_terapia_sub-intensiva-327642389/

    Su altro giornalone del gruppo invece, video con “portuale” contagiato alle manifestazioni con annesso pentimento pubblico e “penitenza” fisica causata dalle complicanze del covid. Il video non lo linko perché non mi sembra corretto, cmq è in homepage scorrendo lo schermo.

    @robydoc: tutto vero. Purtroppo cercando nonostante tutto di vivere BAU non si fa che avallare sto mostro verde sempre più famelico (cit. Fabio Trabattoni). Forse dovrei cominciare a smettere di scaricare e esibire il GP, a spese mie però, e senza uno sbocco collettivo in vista.

    • Forse il tipo che racconti è semplicemente una persona immunodepressa o in trappamento per qualche patologia, o una persona che ha avuto un trapianto prende immunosoppressori e gli sono concesse pochissime altre medicine per altri magari ordinarie e che a lui potrebbero costare la vita.
      Parlo ovviamente con coscienza di causa perché conosco personalmente persone in questa situazione.
      Forse vittime del sistema della paura, forse scrupolose della loro sopravvivenza nell’attesa di poter riabbracciare i nipoti una volta conclusasi questa cosa del virus.
      Cosa che la vaccinazione dei nipoti, lui lo sa bene, non esorcizzerà il suo rischio.
      Immagino il terrore che assale una di queste persone nell’entrare in un ospedale in un periodo come questo per una visita programmata.
      Il terrore di incrociare una barella con bombole di ossigeno e circondata da persone in tuta bianca, che non sono disobbedienti, ma sanitari o “barellieri” inossequio al fatto che, a quanto mi risulta, il Covid rimane ancora nella scienza un virus da contatto in ospedali che forse non si sono ancora ben adeguati a questa pandemia e nuova ondata “inaspettata”?
      Completo la tua scena ipotizzando che il signore lascerà i pacchi in una quarantena di due giorni prima di aprirne il contenuto..

    • @Cugino-di_Alf, scusa la tarda risposta, ma sono stata un po’ incapacitata a connettermi per svariati giorni. Per carità, sicuramente anche l’eccesso di paranoia è un problema. Però, se devo essere onesta, mi viene semplice – a sentimento – solidarizzare con gli impauriti, mi viene naturale avere empatia verso chi è spaventato; in un senso o in un altro. Sia verso chi è molto spaventato dalla malattia, sia verso chi è molto spaventato dal vaccino. Secondo me, per come si sono messe le cose, per come è stata gestita la pandemia, il terrore in entrambi i casi è una reazione estremamente umana. Io stessa ho avuto alternatamente una certa fifa sia del covid che della prima/seconda dose. Io stessa ho dovuto poi fare opera di rassicurazione costante verso persone che nonostante tutto avevano ancora paura di uscire e/o erano atterriti all’idea di vaccinarsi.
      I negazionisti del virus, al contrario, sono (almeno dalle mie parti) individui per cui “è solo un’influenza”, “il virus non esiste”, “le bare di Bergamo sono un filmato manipolato” e – di conseguenza – i dispositivi di protezione sono inutili, il distanziamento è inutile, il tracciamento è inutile. In questo senso dicevo: “fatico a relazionarmi con i negazionisti del virus”. Avendo poi lavorato in un negozio per diverso tempo, ho dovuto combattere spesso con le loro resistenze alla mascherina, cosa che mi avrà lasciato un retaggio di grande intolleranza acquisita :D
      Certo, non fatico a riconoscere i nuclei di verità che giacciono sotto un complotto e non ho problemi ad ammettere che certi accaniti “non ce lo dicono” nascono semplicemente dal profondo disagio di chi si sente oramai da troppo tempo privato di qualsiasi agency sulla sua vita, sul funzionamento del sistema, sul mondo.
      Se uno poi fa un discorso più pragmatico rispetto a quale sia il reale impatto del negazionismo puro sulla gestione concreta della pandemia, probabilmente esso è assai limitato ed hai ragione tu: meglio un negazionista in più di una persona che per paura incontrollata non è in grado di stare in società con un minimo di fiducia.

  34. Buonasera, vorrei dire qualche parola a Woasnet, scusandomi se finirò come sempre in coda e non nella diramazione causa visualizzazione del mio minipad:
    per ragioni abitative, conosco un po’ il Sudtirolo e i sudtirolesi.
    Credo che il tuo soprannome, nel dialetto locale, significhi “Non so” . Esprimerebbe quindi scetticismo se non umilta’e capacita’ di ascolto degli altri.
    Certo che pero’, se ogni volta o quasi che hai da discutere da qualcuno, finisci per definirlo, con la retorica del periodo ipotetico (il condizionale), come un pezzo di sterco, proprio umile e interessato alle opinioni altrui non sembri.
    E hai pure detto tu a lui di abbassare i toni… dovremmo farlo tutti in realta’, me compresa ovvio.
    Che Berardi sia sempre stato paradossale fino al pessimismo vero e proprio si sa, si puo’ essere d’accordo o no con lui, in tutto o in parte, e se ne parla.
    Pero’ basta letame umano tirato fuori a sproposito ogni volta, dai, o mi fai dire “porzellana” e chiusa qui…

  35. Sono d’accordo con Bifo quando dice che la rassegnazione non è solo una resa, ma non capisco quando la assimila ad una re-significazione che dà nuovo senso alla vita sociale; in questa accezione mi ricorda la resilienza che i WM stigmatizzano (vedi il pezzo sulla fonologia narrativa) perché, più prosaicamente, per me resa è prendere atto della sconfitta ma senza accettare l’autorità o la superiorità del nemico che ti ha sconfitto.
    Dire che l’autoestinzione è la soluzione va bene come esercizio filosofico, il comodo pourparler di un anziano intellettuale stanco dell’iconoclastia, ma non può essere la soluzione reale nel mondo reale (non può essere una soluzione politica), a meno di non ipotizzare, come fa WM1, che si tratti in parte di provocazione. Tuttavia faccio fatica ad accettare questa ipotesi, perché allora possiamo sostenere qualunque tesi nascondendola dietro il dito della provocazione, creando ulteriore caos nel calderone di un mondo per il quale il caos, lo dice lo stesso Bifo, è il vero problema.
    Il suo “educare alla frugalità” assomiglia più ad un “educare alla fame”. Perché, se non capisco male, questa frugalità dovrebbe essere la condizione per non accettare il lavoro schiavistico, ossia, la schiavitù non la si combatte, la si sopporta e la si compensa diminuendo i consumi indotti, ossia diventando…frugali (se hai poco consuma poco e sii felice, e prendi il tuo morire di fame come atto di ribellione).
    La mia critica dunque, è quella di un lettore terra terra, che non possiede i mezzi culturali per comprendere a fondo e dunque, come Woasnet, chiede aiuto per non considerare questo articolo come un’apologia dei figli dei fiori, affascinante, ma forse fuori tempo massimo.

    @dude e woasnet Mi permetto un appunto. Magari su Giap fare domande potrebbe essere considerato qualcosa di diverso dal rompere i maroni. Anche perché non tutti sono edotti sulla storia intellettuale di Berardi e non tutti sono tenuti ad esserlo. Soprattutto non sono tenuti ad esserlo se questo articolo non viene pubblicato su una rivista specialistica. E per quanto riguarda l’insulto di woasnet, mi accodo punto per punto ad aerial.

    • Non è mera “provocazione”, Bifo non è così banale.

      Nell’articolo descrive quella che sembra a tutti gli effetti una risposta di massa e transnazionale allo sconquasso delle vite causato non dalla pandemia ma dal tentativo di gestire la pandemia senza mettere in discussione nulla del sistema che l’ha generata, e dunque colpevolizzando tutte e tutti noi e imponendoci una vita costretta, contrita, costipata, ipocondriaca.

      La grande “resignation”, l’autolicenziamento generalizzato, è stato da più parti interpretato come uno sciopero generale non dichiarato. È un paradosso ispirante, potenzialmente fecondo, e anche Bifo ne propone uno. Lui fa sempre questo movimento di mettere al centro non la negazione ma l’affermazione. Qui azzarda che questo sottrarsi, questo defilarsi, questo non voler più competere sul lavoro né sul mercato del lavoro, questo dire basta, non sia solo rinuncia ma contenga una promessa, un’attesa di altro, qualcosa che potrebbe esprimersi una volta “ripreso fiato” (e finiti i soldi del TFR o quel che ne fa le veci, che a volte ammonta a nulla), cioè una tensione a riorganizzarsi e riorganizzare la vita comune.

      Vi state concentrando tutti sulla “rassegnazione”, ma lui dice che dopo questa fase potrebbero nascere nuove comuni. E qui bisogna fare uno scarto, secondo me. “Comune” è il termine con cui Vaneigem, il Comitato Invisibile e altri indicano esperienze di autogoverno nate durante insorgenze sociali e rivolte. Quindi non tanto “comune” nel senso di comune hippie, quanto comune nel senso di Comune di Parigi. Se leggiamo il pezzo di Bifo alla luce delle rivolte di questi anni, dai Gilet Gialli alla ZAD a BLM al Cile ecc., e lo facciamo anche interagire col reportage qui sopra, forse qualcosa di operativo – nel senso che ci fa fare qualche passo avanti – lo caviamo fuori.

      • Tantopiù, aggiungo, che parla di passare al sabotaggio.

        Dopodiché, come si diceva, noi spesso non siamo d’accordo con le sue conclusioni, ma per seguire il filo dei suoi ragionamenti non è necessario essere d’accordo, né è necessario seguirlo tutto. Dove il filo si fa più debole si formano “doppie punte” (tricoptilosi) che possiamo considerare prescindibili, per concentrarci dove il filo è più robusto e il ragionamento più interessante.

        Ad esempio, la boutade del «non procreare» è in contrasto con tutto il resto. L’ho sentita fare da molti, e non ci si rende conto che un consesso umano con sempre meno giovani, che non scommetta sui discendenti, sui posteri, sulla nuova linfa vitale non sarebbe altro che un consesso dalla mentalità sempre più angusta, un consesso sempre più abitudinario, sempre più impaurito, sempre più ipocondriaco, sempre più rincoglionito, sempre più scoreggione. È già così e dovremmo averlo capito: veniamo da due anni in cui con la giustificazione del proteggere i vecchi si è martoriata la vita dei giovani, una roba agghiacciante, antievolutiva, appunto da società giunta alle ultime due scoregge prima di morire.

        Del resto, Bifo questo lo sa e lo ha più volte scritto, lungo un segmento forte del filo dei suoi ragionamenti. Poi ogni tanto il filo si indebolisce e c’è roba come l’esortazione a non procreare.

  36. Ho letto l’articolo di Bifo.
    La prima cosa che mi viene da dire è che la costruzione di comunità alternative al capitalismo è un processo che ha avuto una rinascita negli ultimi vent’anni, e cmq non è mai morto dai Seventies citati da WuM1.
    Invece sono più propensa a leggere questo processo di dimissioni di massa come Henryck, ovvero applicando la dialettica del materialismo storico.
    Esigenze economiche dei nuclei famigliari in epoca pandemica hanno portato, almeno in Italia al licenziamento.
    Se devo fare doppi turni per prendere 900 euro e pagare una baby Sitter che chiede all’ora più di quanto guadagno, la “strategia” economica a breve termine è lasciare il lavoro alla scadenza del reiterato secondo mese di contratto.
    In questo senso, niente di rivoluzionario.
    Difficili le improvvisazioni iindividuali in tal senso.

    In tarda adolescenza era affascinata dal Thoreau di Walden.
    Sognavo, in chiave Huck and Berry di andare a vivere in una zattera sul delta del Po e passare il tempo a scrivere, sopravvivere e guardare la natura.
    È stata una piccola “vacanza” dal sistema capitalistico.
    Poi Terra e Libertà, e la lotta collettiva, mi hanno offerto altri scenari, ai quali ora sono più legata.

    Il sistema capitalistico ci ha in un certo senso addestrati all’isolamento ed alla selezione pandemica coi vari grandi fratelli e isole. Appunto sempre in chiave individualistico/selettiva.

    Credo che il sistema di potere abbia trovato la soluzione ball’esorcizzare la paura ed il controllo, ed è la stanza dei bottoni, i comitati tecnici scientifici vari, pronti a calare la soluzione del momento anche non mediata dalla politica.
    Anche in questo senso il calo della rappresentatività politica era visto come positivo già da d’Alema nei primi 2000.
    Voluto o casuale, si sta affermando, ed il potere, pur nelle mille sue mille contraddizioni, mi pare riesca in ogni caso a tenere le redini in mano, non ostante il marasma.
    È il loro compito, il loro metodo di sopravvivenza come classe, e non mi pare se ne sottraggano, come invece ha ceduto, isotto le lusinghe consumiste o varie, in questi anni, il proletariato, con o senza prole.

    “La sola cosa che possono fare i decisori politici, di conseguenza, è scaricare sui più deboli il peso di una miseria crescente, e questo fanno con solerzia e con alacrità.”

    Questo sì, è quello che sta avvenendo.
    Sta a noi, credo, continuare a pescare le carte dal mazzo stando al loro gioco, o decidere, collettivamente di cambiarne le regole.

  37. Se poi le fughe dalla collettività hanno come risultato livelli come La disobbedienza Civile, utilizzabili ed utilizzati in chiave collettiva per la lotta di classe o di emancipazione, ben venga, temo però che questo sia storicamente abbastanza raro.

    Difficile improvvisare, dicevo, la fuga.
    In questo senso più facile quella individuale, molto più complessa quella di piccole comunità.
    Il rischio è quello di accentuare la disperazione.
    Molti romanzi di Steinbeck, credo sempre attuali, mi suggeriscono questa risposta.

    PS. Lamento la mancanza di feedback nei miei commenti precedenti..
    Su dai.. non fatemi sentire sola!

    PPS. In chiave catastrofista rilancio la serie di anime Conan il ragazzo del futuro reperibile on line.
    Ad esso devo il mio Nick Mame, ho sono le iniziali del cognome dell’autore del libro dal quale è tratto.
    La voglia di fuga in un’isoletta con una piccola comunità rimane, sulla scorta di quelle immagini che hanno costruito percorsi nella mia mente nell’infanzia, alla futura richiesta di quarta dose o ad un altra settimana di doppi turni praticamente non retribuiti.

  38. Il pezzo di Bifo e la discussione nata sotto mi è sembrata in risonanza con un fenomeno che sto vedendo sempre più spesso qui a Bologna.

    Conosco e incontro sempre più trentenni (circa) che, nonostante spesso una laurea e una professionalità spendibile, stanno decidendo di andare a ripopolare le colline dei dintorni.

    Tutti posti abbastanza ameni, lontani dalle comodità, ad un’ora di macchina, pullman o, se va bene, treno, dal centro.

    Ebbene con grossi sacrifici, però queste persone, che ripeto, sono sempre di più, hanno deciso di non sottostare al ricatto di trovare un lavoro temporaneo sottopagato per pagare l’affitto da 800€ e poco altro.

    Come fanno a campare?
    I primi forse avevano ‘le spalle coperte’, i famosi finti poveri coi soldi del papà (categoria molto popolosa a Bologna). Poi però parlandoci, vedi che rinunciano a tante cose che sembrerebbero irrinunciabili, vivono di sussistenza (agricoltura, mercati della terra, piante officinali) e di cultura…molti sono educatori, artisti di strada e altro.

    Semplicemente (o meglio non poi così semplicemente perché non è una scelta facile), hanno deciso di cambiare paradigma.
    A me ricorda molto, anche se no è evidentemente un fenomeno di massa, quella botta di vita di cui si parla qui sopra.

  39. A proposito del concetto di “fuga”, beccatevi questo:

    https://contropiano.org/news/politica-news/2021/12/04/ondata-di-occupazioni-nelle-scuole-romane-le-ragioni-di-una-protesta-0144562

    Nonostante le manganellate al Ripetta di qualche settimana fa, o forse proprio per quelle.
    Nonostante i provvedimenti disciplinari ad hoc.
    Nonostante i tanti adulti perplessi che guardano il “pischello” e vedono un automa in balia di divisioni e disvisioni calate dall’alto.
    Nonostante tutto questo, qualcosa come 30 scuole occupate.

    Per rinforzare il discorso di WM1 divento per un attimo adinolfi: filiate! Io non l’ho ancora fatto, ma provvederò presto.

    Un’altra cosa al volo sull’articolo di Bifo. Sostiene che non ci sia più voglia di partecipazione politica e mette il concetto a servizio del “mood” dell’articolo tra l’altro citando en passant i dati di scarsa affluenza alle urne recenti e recentissimi.
    Ci sta, ma, seconde l’umile me, è poco più di un gioco retorico se attraversiamo questo discorso senza un occhio un po’ più “storico” e senza considerare il merito.
    Dal mio osservatorio di borgata ho visto, ad esempio, le urne piene durante “l’onda grillina”. Al di là del cancro che ha costituito e ancora, in parte, costituisce il M5s, ha indubbiamente fatto leva su una voglia, un’intenzione che nelle persone c’è altro che no.
    Altri esempi di partecipazione politica in forme diverse ce le abbiamo sotto gli occhi: dai gilet gialli per arrivare alle piazze dei giorni nostri, tutto molto caotico ma, allo stesso tempo, impossibile da ignorare e derubricare in senso assoluto.
    Cosa vuoi che votino in borgata, Gualtieri, il partito delle ZTL? Per inciso secondo me è un peccato perché questa volta in quota PD ci sono tantissimi bravi consiglieri e sono molto speranzoso sul loro operato.

    E dal mio osservatorio di borgata(e) segnalo, infine, che è la norma svegliarsi la mattina e affrontare 1 ora di delirio per andare a lavoro, pur senza orticello e stili di vita alternativi.
    Lo stesso è pieno di persone incazzate lacere, ben lontane dallo “shutdown” psicologico. Avanti popolo!.

  40. Secondo me il punto di vista di Bifo si ricollega direttamente alle tesi di “Fenomenologia della fine” una sorta di diario della pandemia uscito per Nero nella tarda primavera del 2020. Il limite di quell’analisi è che si concentrava soltanto sulle problematiche “macro” del capitalismo individuando nel virus quasi una vendetta della natura e del pianeta nei confronti dell’uomo occidentale (e una certificazione della fine del capitalismo), senza soffermarsi sul “micro” (che per me è in realtà il macrotema) ovvero come la politica e, di riflesso, la società civile potesse e dovesse fronteggiare la questione sanitaria senza sfociare in una distopia securitaria. Al di là del sopravvenuto cambio di prospettiva di Berardi (molto più antagonista nei confronti del potere, soprattutto, dico io, da quando è salito in sella Draghi) rispetto alle scelte di indirizzo politico, nell’interessante e, in buona parte condivisibile, analisi postata noto la presenza della medesima visione estinzionista che, tuttavia, denunciava come fallace Mark Fisher nell’incipit di “Realismo capitalista”, ovvero che è più facile immaginare la fine del mondo più che la fine del capitalismo.

  41. Per me molto banalmente la questione è questa. Lasciamo pure stare figli*, amic*, compagn*, cogniugi, amanti, fratelle e sorelli: parlo invece dal lavoro che faccio, l’insegnante. Il mio lavoro mi mette in contatto con centinaia di ragazze e ragazzi di 19/20 anni. Soprattutto l’anno scorso, le mie lezioni in presenza sono state importanti per loro, l* hanno aiutat* a mantenere il contatto tra loro e con la realtà. Erano delle cazzo di lezioni di analisi I, mica di filosofia, e si svolgevano in un’università semideserta, buia, angosciante, coi corridoi che si dilatavano all’infinito come in un Overlook Hotel coi pavimenti di piastrelline color mattone invece che di mocquette. Eppure quelle lezioni in presenza sono state importanti. Come lo so? Lo so perché me l’hanno detto loro, fermandomi magari per strada, in estate, per ringraziarmi. Probabilmente quelle ragazze e quei ragazzi non occuperanno mai nessuna facoltà, non faranno la rivoluzione, ma hanno comunque delle aspettative per il proprio futuro, hanno amori, hanno progetti di vita, e io non posso nemmeno immaginare di dirgli che farebbero bene a lasciar stare tutto e a pianificare piuttosto la propria estinzione.

  42. Proviamo ad andare oltre le “proposte operative” di Bifo e procedere a ritroso verso il fenomeno immane, ineludibile che lui descrive e di cui già parlava Andrea nel reportage linkando anche materiali al riguardo.

    Vasti settori di working class stanno operando, agendo come di concerto anche se ognuno ha deciso per conto suo, una vera e propria secessione che è stata descritta come uno “sciopero generale” non dichiarato e che nessuno aveva previsto. Analisti e commentatori sono attoniti. È chiaramente un fenomeno post-pandemico. Il 26 ottobre scorso Pungolo Rosso ha tradotto due articoli americani al riguardo e nell’introduzione si legge:

    «Invece di precipitarsi sulle nuove offerte d’impiego, i proletari che l’hanno perso se ne stanno alla finestra. E non finisce qui perché anche molti che il lavoro l’hanno mantenuto si licenziano, ed in attesa di alternative migliori rifiutano di tornare alle precedenti condizioni di precariato, bassi salari, diritti scarsi o assenti. Semplicemente, pare, non ne possono più.»

    Io stesso ho amici che, senza alcuna prospettiva già spendibile, si sono licenziati negli ultimi mesi perché si erano abissalmente rotti l’anima (non i coglioni, proprio l’anima).

    Le dimissioni di massa stanno causando problemi giganteschi lungo tutte le filiere, manca la forza-lavoro, tanto che, si dice in America, ci vorrebbero più immigrati, ma il mondo è più sbarrato di prima, perché oltre alle barriere di prima ci sono le restrizioni anti-Covid. La gestione pandemica sta creando un tale intreccio di contraddizioni che si fatica a starci dietro. Bifo, ovviamente a modo suo, parte da questo.

    • Infatti è questo l’aspetto interessante, non il vagheggiamento del consumo frugale di beni autoprodotti (che per inciso non saremmo in grado di autoprodurre se, per dire, l’intera città di Bologna si trasferisse sull’appennino). I portuali di Trieste e degli altri porti hanno ben presente di essere in una posizione tale da poter creare grossi guai alla logistica su scala europea e quindi alla produzione. Quello che manca è una strategia, e da questo punto di vista i diversivi tipo “blocchiamo tutto così Putin obbliga Roma a ritirare il green pass” di fatto aiutano il capitale a disinnescare la mina. Ed è un peccato, perché in questi mesi sono emersi anche altri incredibili punti di debolezza del sistema della logistica globale, non direttamente collegati alla pandemia: ad esempio il blocco del canale di Suez in marzo a causa di una mega nave portacontainer che aveva sbagliato una manovra e si era incagliata. Tanto per dare un’idea delle conseguenze di un incidente così casuale e banale, in ottobre un mio conoscente che ha un negozio di bici a Gorizia mi diceva che dalle fabbriche lombarde per mesi gli erano arrivate biciclette assemblate a cazzo di cane con componenti recuperati in qualche fondo di magazzino. E c’è un ulteriore possibile elemento di crisi: già prima del covid Sergio Bologna aveva individuato nella costruzione d navi portacontainer sempre più giganti una potenziale bolla speculativa pronta ad esplodere.

  43. Certo, ho in mente il fenomeno.
    Ma mi chiedo.
    Se io non vado a lavorare, banalmente non mangio e non pago l’affitto.
    È così per tante colleghe colleghi con figli etc.
    Ho visto colleghe lasciare i figli da soli a casa poco più che bambini per andare a lavorare in piena prima pandemia.
    Certo parlo di quei lavoratori considerati “essenziali” ma rappresenta per me per lo più lo spaccato del mondo che ho intorno.
    Sono persone con altri redditi?
    Con la casa di proprietà?
    Con un familiare in pensione che integra?
    Parliamo di una “disobbedienza” sugli affitti?
    Questo sarebbe più interessante.. giusto per capire..
    Cioè.. la mia esperienza è più che altro di persone abbandonate in pandemia, più che abbandonano..
    Gente che anche adesso dopo un anno di lavoro e culo quadro, servizi coperti 24 h su 24 verrà messa a casa per aver detto bau..
    Rispondo così a caldo per capire.. poi approfondisco i link.. ora non ne ho modo..

    Poi penso alle agenzie interinali che gestiranno le offerte per il reddito di cittadinanza, la clausola del raggio di tot km con tutti i costi che ne può conseguire per un nucleo familiare..

  44. Probabilmente quello che alcuni giapster (me compreso) imputano a Bifo, è un certo gusto per la speculazione filosofica, che rischia di sfociare in una specie di distacco dalla realtà.
    È pur vero che già dal titolo del suo pezzo (“proposta per una strategia paradossale”) si intuisce che ci saranno “indebolimenti del filo”. Poi però, secondo me, si fa prendere la mano. E allora conclude che il rimedio per la società stanca, invecchiata, ipocondriaca e scoreggiona è la passività. Come dire che il rimedio alla malattia è la morte, che da un punto di vista formale può essere giusto, ma portato sul piano politico non è praticabile.
    Quando fa l’esempio dei 4 mln di americani che si sono dimessi e si chiede se questo non sia “il più grande sciopero di tutti i tempi”, sembra dimenticare che lo scopo dello sciopero è la rivendicazione (e auspicabilmente l’ottenimento) di qualcosa, mentre qui non si rivendica né si ottiene nulla. Dato che Bifo non è l’ultimo arrivato e sa bene cosa scrive, è difficile non prendere questa come una provocazione intellettuale.
    Il sabotaggio della “energia che muove il capitale” lo vede nel “dissolversi delle condizioni fisiche, psichiche e linguistiche”, ossia, se non interpreto male, è il capitalismo stesso che si “autosabota” dissolvendo la sua forza lavoro, che a sua volta si fa dissolvere per sfinimento, per ammissione della propria impotenza.
    Prendere atto, nell’ambito di un’analisi politica di questa che non può che essere una involuzione è un conto, auspicarla ne è un altro.
    Quindi certo, il “fenomeno immane” esiste, e Bifo è lucido quando lo individua e parte da questo, ma le conclusioni lasciano perplessi.

  45. È comprensibilissimo che in moltΣ leggano/vedano nelle parole di Bifo cose tipo:

    distacco dalla realtà
    passività
    involuzione
    scarsità di visione storica e di merito
    una qualche intenzione ad educare alla fame, etc

    È comprensibile, ripeto, perché credo che chi lo fà tenta di interpretare le sue parole con la testa e le mani e ancora troppo indaffarate nel tentativo di disinnescare quello «scadente ma efficace» dispositivo retorico che Margaret Tatcher scaricò sull’arena politica internazionale negli anni ottanta:

    There Is No Alternative.

    Come se un essere umano, rappresentante di una classe dirigente tanto omogenea quanto profittatrice e criminale, fosse davvero in grado di esaminare il futuro dell’umanità. Anzi, i futuri.

    Possibili.

    Credo allora che sia importante ricoradre che Bifo è stato davvero uno dei pochissimi intellettuali che, negli utlimi 40 anni, quella illogica, ridicola osservazione ha sempre provato, a modo suo, a ribaltarla, in una domanda:

    Is there no alternative? Really? Really?

  46. Posso accettare la provocazione di Bifo.
    Creare delle specie di Kibbutz può essere una soluzione.
    Attingendo ed estremizzando a livello di letteratura mi rimanda alle ultime pagine di Fahrenheit con gli uomini libro che vivono nei boschi che imparano a memoria e recitano i testi dopo i roghi dei libri.

    Difficile pensare che questa possa essere una soluzione collettiva.
    Intanto l’adb precaria del pilastro a Bologna, o il cuoco o il cameriere vedeno con simpatia la Meloni o Salvini di turno o il partito sovranista, però.
    E nel frattempo la collettivizzazione dei mezzi di produzione, compresa quella dei vaccini in pandemia, diventa una chimera irrealizzabile o al più il sogno di yppies ad occhi aperti, e non una soluzione di eradicazione del conflitto con basi economiche/sociali/politichee filosofiche.

    Anche perché temo che il fenomeno negli Usa rischi di avere maggiormente in comune a svolte ultra individualiste più che collettive e questo ci riporta all’interno dei meccanismi di produzione storico materialistici di incremento della sovrastruttura dominante prodotto dal sistema capitalistico.
    Il rosso brunismo inoltre è dietro l’angolo, e qui sposo in pieno la vecchia postilla dei Wu su fascismo utile strumento del sistema.

    Senza voler offendere nessuno, e riportando un’espressione credo usata nel “furlano” mi sembra un po’ che sia un “ciurlar nel manico”, se ho citato bene..

    • Io non posso che ribadire il monito che come WM ripetiamo da quasi due anni: attenzione alla troppa facilità e fretta con cui ogni partire da sé, dal proprio malessere, dal proprio non poterne più viene etichettato come “individualismo”. L’ultima volta che ho visto un fenomeno ridotto a “individualismo” ha dato luogo a una mobilitazione di massa orizzontale e autogestita che dura da mesi e in barba a demonizzazioni e divieti si esprime in assemblee, manifestazioni e iniziative di mutuo soccorso in decine di città e cittadine d’Italia.

  47. L’aspetto principale dell’articolo di Bifo, è la constatazione che il capitalismo e la conseguente società pollaio intensivo(con annessi trattamenti igienico-sanitari) sono
    arrivati ad una ristrutturazione sistemica sempre più onnicomprensiva, invasiva ed esclusiva. Questa’ultima qualità in controtendenza con il solito atteggiamento capitalistico borghese: non ci sono discriminazioni di alcun tipo (in teoria) per farne parte, basta che produci e consumi.
    Ora ti chiedono un atto di fede. Ti devi fidare! ci devi credere!
    Si vive in funziione della sovrastruttura, la cui sostanza di funzionamento siamo noi.
    Con una tale premessa cosa ci si può aspettare dagli sviluppi di tale mostro?
    A questo punto c.a.o.s mi sembra una risposta adeguata, se non altro per le potenziali vie di fughe che offre all’immaginazione , in questo momento relegata a descrivere il mondo “smart” del futuro che è già ora; e anche un orizzonte pratico verso cui tendere.
    mi viene in mente un romanzo di Huxley, “l’isola”, che alla fine è invasa dalle potenze straniere, certo non è un bell’epilogo, ma si riuscirà a fare l’isola?
    Partire dal fatto che la sinistra progressista è il Caronte della situazione, è un segnale che vanno riviste le sue basi concettuali, visto che è stata il punto di riferimento di tutti gli antagonismi degli ultimi due secoli.

  48. Tintinnio, ho la tua stessa visione. Ieri a Genova c’erano due manifestazioni in contemporanea: quella no green pass, con un frammento di un sindacato di base e personaggi nazional populisti sul palco, in Piazza De Ferrari, e a sette minuti a piedi, a Caricamento, la manifestazione “no Draghi”.
    Diversi compagni le hanno assaggiate entrambe.
    Alcuni si sono allontanati da De Ferrari, e speranzosi sono scesi verso Caricamento, dove c’erano (definizione di uno degli organizzatori) più bandiere che compagni, una cinquantina di persone insieme ai sindacati di base (io ho parlato solo dieci minuti con uno di loro, che mi ha spiegato perchè è per l’obbligo di vaccino e mi ha anche spiegato che io sono un complottista), e da lì se ne sono andati a casa con la faccia terrea. Altri, fra cui me, hanno fatto una via crucis a tre stazioni e sono ritornati con la corona di spine in testa a De Ferrari.
    I sette minuti che ho ripercorso in salita hanno concluso definitivamente il mio percorso con la sinistra che è durato oltre 40 anni (di cui 20 in crisi).
    Qui, culturalmente, si salvano solo gli anarchici (che, va detto, non hanno ad oggi nulla da ritrattare circa le posizioni espresse negli ultimi due anni).
    Sull’isola di Huxley, non so, però bisogna provarci, e bisogna anche, urgentemente, dare una mano per lanciare proposte organizzative a queste piazze spaesate.
    So che, non appena è uscito il nome del canale telegram per auto organizzare i passaggi in auto per i ragazzi esclusi dai bus domani, il canale genovese ha fatto oltre 400 adesioni in due ore, una cosa che non avevo mai visto prima.

    • Eh, purtroppo non tutti gli anarchici… Su alcune testate storiche e nei testi di gruppi nati ad hoc durante la pandemia si sono lette robe sconfortanti, di un virocentrismo, di uno scientismo e di un sistematico benaltrismo ben poco diversi da quelli del mainstream e di certa “sinistra da social”.

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