Verso il 25 Aprile. Riflessioni urgenti sulla necessità di rompere il vetro e tornare in strada

di Wu Ming

INDICE
1. Toh, la repressione!
2. Quelli che «la libertà? Pfui!»
3. Stare a casa non vuol dire per forza stare in casa
4. Che cos’è un «assembramento»?
5. Molte «persone comuni» sono più avanti dei militanti
6. Manovre intorno al 25 Aprile
7. Riprendersi lo spazio pubblico: due condizioni necessarie

Oggi, 21 Aprile, celebreremo a modo nostro l’anniversario della Liberazione di Bologna. Non in “telepresenza”, ma nello spazio fisico. Niente “convocazioni”, ci muoveremo da soli, prendendoci in prima persona le responsabilità del caso.
Vogliamo fare qualcosa anche il 25 Aprile. A tale proposito, ecco alcune riflessioni.

Pochi giorni fa, a Torino, due auto e due jeep dei carabinieri hanno inscenato una vera e propria retata per prelevare, perquisire e multare un militante del Centro Sociale Gabrio, reo di aver distribuito un volantino davanti a un supermercato, nell’ambito della raccolta di beni di prima necessità SOSpesa, organizzata per aiutare chi è in difficoltà economica.

L’altroieri, sempre a Torino, l’incrocio tra corso Giulio Cesare e Corso Brescia è stato occupato da uno squadrone misto di forze dell’ordine ed esercito, decine di divise, allo scopo di accerchiare e portare via di peso quattro compagne/i, colpevoli di aver contestato il trattamento inflitto a due giovani immigrati. Tutt’intorno, per strada e alle finestre, molte persone protestavano per l’eccessivo dispiegamento di forze e la tracotanza degli uomini in divisa.

Media e politici hanno subito giustificato l’operato di agenti e soldati dicendo che a monte c’era lo scippo di una collanina. Come se, partendo da un aneddoto di microcriminalità individuale, fosse accettabile una simile escalation.

Toh, la repressione!

Questi non sono exploit isolati, né la repressione colpisce solo immigrati o militanti. La decretazione d’emergenza e l’epidemia di ordinanze e divieti – sovente assurdi – hanno dato alle forze dell’ordine molta più discrezionalità di quanta già ne avessero (ed era già molta). A farne le spese direttamente, in queste settimane, sono state migliaia di persone.

Questa, a titolo di esempio, è una rassegna di episodi significativi accaduti in Sardegna nei giorni scorsi. Un’altra rassegna si può leggere su Osservatorio Repressione. Noi stessi, qui su Giap, riceviamo testimonianze da settimane, basta leggere queste discussioni: 1, 2, 3 e 4.

Dopo una lunga fase in cui a occuparcene eravamo in pochissimi, ora persino alcuni media mainstream sembrano avere scoperto gli abusi in divisa in tempi di lockdown. Addirittura Repubblica!

Negli ultimi due mesi, quel giornale ha fatto di tutto per seminare terrore, paranoia e leggende metropolitane. Al volo, ricordiamo solo «il virus è nell’aria», le foto di resse che non c’erano, i titoli a cinque colonne che descrivevano già situazioni di due settimane dopo, col risultato di orientare scelte politiche, divieti, comportamenti… Due mesi trascorsi a difendere anche gli aspetti più inaccettabili e vessatori della politica del lockdown, a indicare capri espiatori e tormentare presunti «furbetti» in modi che per rozzezza avevano poco da invidiare alle cacce all’uomo condotte da Barbara d’Urso, di cui erano solo una versione più appetibile al pubblico di “centrosinistra”.

Dopo due mesi così, a un certo punto Repubblica comincia a parlare di «clima pesante», e ti piazza pure un articolo contro gli abusi compiuti dalle fdo, con tanto di attacco allo «stato sceriffo». Diffonde anche un video dove un parroco del cremonese, don Lino Viola, si oppone con fermezza e dignità all’interruzione manu militari della messa che sta celebrando di fronte a pochissimi fedeli, tutti con mascherine e ben più che a distanza di sicurezza.


Naturalmente non si va un millimetro oltre la narrazione delle «mele marce»: questi episodi sarebbero da imputare a membri troppo zelanti o singolarmente «spietati» di PS, polizie locali e Arma.
Come se non fosse stato il clima di timor panico creato dai media a rendere possibili questi abusi.
Come se la discrezionalità di operare in quei modi non l’avesse data alle forze dell’ordine la stessa decretazione d’emergenza di cui Repubblica è stata punta di lancia mediatica.
Ora si sono accorti che il clima è cambiato e, dopo il cerchio, danno qualche colpo anche alla botte, confidando nella smemoria diffusa e nell’abitudine a far passare tutto in cavalleria.

Repubblica è il giornale di riferimento della sedicente “sinistra” neoliberale, non era lecito aspettarsi niente di diverso. Dal nostro punto di vista, il problema è che nella comunicazione delle sinistre più “radicali” e “di movimento”, con poche lodevoli eccezioni, non s’è visto granché di meglio.

Quelli che «la libertà? Pfui!»

C’è chi si è ostinato a negare il problema delle libertà compresse dal lockdown, usando con sarcasmo gli stessi diminutivi banalizzanti dei governatori o sindaci celoduristi, da Fedriga a De Luca: la «corsetta», la “passeggiatina”… Si è arrivati a dire che la libertà era faccenda da borghesucci annoiati del proprio salotto, una pseudo-questione agitata da intellettuali che scalpitavano per tornare a farsi l’aperitivo ecc.

Questo mentre l’intera popolazione – e alcuni soggetti molto più di altri, come sempre – era sottoposta all’arbitrio indiscriminato delle fdo, senza nemmeno la possibilità di sapere come e quando stava infrangendo una legge, perché a consentire ogni arbitrio era il caos normativo: decreti nazionali, circolari interpretative, ordinanze regionali, circolari interpretative delle ordinanze regionali, ordinanze comunali, circolari delle polizie municipali, aggiornamenti del modulo per l’autocertificazione…

Si sono sprecate battute e invettive su «i Wu Ming si occupano di passeggiate» e – horribile dictu! – di «libertà individuali». Più di qualcuno ha fatto finta di non capire – o forse, imparanoiato e succube, davvero non riusciva più a capire – che a essere colpite in ultima istanza erano e sono le libertà collettive.

A subire un attacco preventivo è la libertà di organizzarsi e di lottare nella crisi, nella recessione che sta arrivando. Ne va della possibilità futura di fare riunioni, assemblee, manifestazioni, presidii, sit-in, picchetti e in generale di attraversare e vivere lo spazio pubblico fisico. Per stroncare le prossime lotte, le prossime occupazioni, la repressione adotterà motivazioni sanitarie. Con alcune lotte di lavoratori è già successo, e non solo in Italia, come dimostra il caso Amazon/Smalls.

Si è arrivati a questa situazione principalmente perché i due precetti più ribaditi in quest’emergenza, «stare a casa» ed «evitare assembramenti», rotolando giù dal piano inclinato senza che nessuno li fermasse per verificarne le implicazioni, si sono trasformati in prescrizioni mostruose.

«Stare a casa» non vuol dire per forza stare in casa

Dalla necessità di «stare a casa», cioè di chiudere i luoghi dove ci si assembrava lavorando o consumando, in men che non si dica si è passati all’obbligo di «stare in casa», che è cosa ben diversa.

Sentirsi ripetere fino alla nausea, a reti unificate e titoli sbraitati di fronte alle edicole, che bisognava stare in casa, ha portato milioni di persone a blindarsi vive, con conseguente demonizzazione dell’aria aperta.

Demonizzazione selettiva e incoerente, però. Colpiva solo le attività disinteressate, gratuite, fatte per mantenere un minimo di qualità della vita: correre, passeggiare, giocare col proprio figlio… Guardacaso, attività non in linea col produci-consuma-crepa del capitalismo.

Durante il lockdown, il produci-consuma-crepa si è imposto come mai prima, e senza il minimo contrasto: o andavi al supermercato, o andavi a farti sfruttare, o non andavi da nessuna parte. E c’erano pure sedicenti “anticapitalisti” che erano d’accordo.

Che cos’è un «assembramento»?

L’altra dinamica a cui abbiamo assistito è stata l’estensione a qualunque cosa del concetto di «assembramento», già problematico di per sé.

Sul rapido e prepotente riemergere di questo termine nell’immaginario italiano abbiamo già scritto qualche appunto. Pensiamo si sia trattato di un «riflesso condizionato culturale», una risposta pavloviana legata alla mancanza di un’elaborazione seria del passato fascista. L’interpretazione di «assembramento» che si è affermata all’istante proviene direttamente dal ventennio, dal Titolo 2 del TULPS (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) del 1931 e dal regolamento delle colonie di confino, dove era «assembramento» il semplice passeggiare insieme se in numero superiore a due.

Durante l’emergenza coronavirus siamo andati persino oltre: è diventata «assembramento» praticamente qualunque azione compiuta fuori casa a parte il lavorare in fabbrica e lo stare in fila – sovente chilometrica – davanti al supermercato. Se esci di casa con tua moglie e tua figlia è già assembramento, anche se vivete insieme; se porti tuo figlio a fare la spesa è già assembramento; se ti fermi a salutare un’amica a distanza di sicurezza è già assembramento, come nell’aneddoto raccontato qualche giorno fa da Ginevra Bompiani:

Ginevra Bompiani

«Oggi, per andare in libreria, ho attraversato per la prima volta un pezzo di città. Ho cercato d’imprimermi negli occhi quel che vedevo: rari passanti che si aggirano con la museruola bianca. A un certo punto ho incrociato un’amica e a salubre distanza ci siamo sbracciate per salutarci. Una macchina della polizia si è fermata. «È possibile incontrare per strada un’amica e non salutarla?». E il poliziotto: «Ci vuole pazienza..». Sì, ce ne vuole molta, ma con chi? Con l’epidemia? O con chi sta sostituendo al nostro il suo libero arbitrio? A chi faccio del male salutando un’amica da lontano? A nessuno. E allora perché la polizia ha facoltà d’interromperci? E quella di comminarci fino a 4000 euro di multa? Quando è stata votata la legge che ci toglie la facoltà di decidere il margine di rischio che vogliamo correre?»

Molte «persone comuni» sono più avanti dei militanti

Numerose compagne e compagni hanno fatto un bel capitombolo, cadendo nelle trappola di cui sopra senza più riuscire a venirne fuori. Da là dentro hanno inveito,  con gli stessi “argomenti” dei cacciatori di untori, contro chi la differenza tra «a casa» e «in casa» continuava ad avercela presente e la rimarcava.

È prevalso un insieme di discorsi e posture regressivo, quando non reazionario. Col risultato che oggi la pratica reale di molte presunte «persone comuni» – che da settimane adottano microtattiche di disobbedienza e resistenza – è più avanzata di quella di molti super-ligi militanti.

Come abbiamo cercato di documentare, la rottura delle compatibilità dell’emergenza è partita come “sciame” di disobbedienze singole, visibili e invisibili, ma poi si sono avuti momenti collettivi.

In questa congiuntura, a «salvare l’onore» della sinistra antagonista, attuando la più esplicita messa in crisi del dispositivo securitario, sono state le compagne e compagni di Roma che hanno dato l’ultimo saluto a Salvatore Ricciardi. Quell’evento ha colpito l’immaginazione anche fuori dall’Italia, tanto che l’articolo in cui ne parlavamo è stato tradotto in diverse lingue: inglese, spagnolo e portoghese.

San Lorenzo, 11 aprile 2020.

Che l’umore generale stesse gradualmente cambiando era evidente da almeno un paio di settimane, ma ora il cambiamento pare aver subito un’accelerazione. Riscontriamo che in molte discussioni on line chi difende lo #stareincasa si ritrova per la prima volta in minoranza, soprattutto quando si parla di abusi in divisa. Certo, come ha scritto Giulia Q in un commento,

«non è il caso di cantar vittoria: è in minoranza solo perché le vittime della violenza sbirresca stavolta sono italiane. Molti commenti chiedono “dov’erano le pattuglie e i droni quando chiedevamo di arrestare gli spacciatori?”»

Ma non è sempre così, ed è comunque una situazione diversa rispetto a dieci giorni fa.

Manovre intorno al 25 Aprile / 1

L’appello dell’ANPI nazionale a festeggiare il 25 Aprile dai balconi, cantando Bella ciao e sventolando il tricolore, ha lasciato l’amaro in bocca a molte persone.

A pensarci, è un rovesciamento ironico: il 25 Aprile siamo soliti ricordare la sconfitta di un tizio che comunicava dal balcone, e anche a quel balcone era appeso il tricolore. Siamo soliti ricordare quella sconfitta in piazza, anche perché è in una piazza che quel tale, consumato il tempo dei suoi flash mob, fu appeso a testa in giù.

Una settimana fa Massimo Zanetti ha condiviso qui su Giap la lettera che ha scritto all’ANPI di Bologna:

«Buongiorno,
leggo della vostra iniziativa per il 25 Aprile e rimango sinceramente sgomento.
Mi riferisco in particolare alla vostra concertazione con il Comune di Bologna.
Vorrei ricordarvi che il sindaco di Bologna è stato uno dei primi in Italia a chiudere i giochi e parchi pubblici, relegando i bambini in casa. Non pago, pochi giorni dopo in una intervista radio ha usato improprie metafore guerresche, chiamando alle armi i sindaci dei comuni limitrofi, che prontamente hanno chiuso i parchi e giardini pubblici, per combattere le, testuale, “sacche di resistenza” di cittadini che ancora portavano i propri figli al parco. Curioso, vero, definire resistenti chi ha a cuore la salute dei propri figli?
Vi ricordo anche che tutte le forze dell’ordine, carabinieri, polizia, esercito, vigili urbani, (ma anche le Guardie Ecologiche Volontarie) sono in giro spesso a redarguire, se non a multare chi fa raccogliere una margherita al parco al proprio figlio. Ho visto direttamente e ho raccolto testimonianze di interventi sbirreschi per impedire a bambini di giocare a ping-pong nel giardino condominiale o a fare un breve giro in bici attorno a casa.
Perfino la delazione è incentivata da quei signori con cui voi concertate di fare un flash mob!
Beh, ritengo che le misure coercitive prese contro i bambini siano non solo ingiustificate scientificamente (e questo lo ritiene pure l’OMS!) ma anche opprimenti.
Quindi, rimanere in casa e cantare dal balcone (per chi ce l’ha) è esattamente quello che vuole l’oppressore di mia figlia.
Spero cambiate idea e proporrete un atto di resistenza e di lotta per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza.»

Sono arrivate molte esortazioni a celebrare il 25 Aprile in modo degno e, soprattutto, non solo virtuale e nemmeno solo alla finestra. In strada. Sono circolate proposte magari incerte, sfocate, ma che testimoniavano di un’esigenza sentita da sempre più persone, e di una frustrazione crescente. Non solo la dimensione telematica non basta, ma qualunque iniziativa che cerchi di riprodurre nel virtuale ciò che di solito si fa per strada non può che risultare parodica.

Alle richieste di tornare in piazza sono seguite solo risposte vacue.

E come sempre accade, il vuoto viene riempito.

Manovre intorno al 25 Aprile / 2

Pochi giorni fa scrivevamo in un commento: «Subito dietro l’angolo potrebbe esserci qualcosa tipo Gilets Jaunes, purtroppo però più simile ai forconi, perché quanto già detto sull’assenza dei movimenti italiani impedisce quel lavoro che i movimenti francesi hanno fatto, il surf trasversale dentro l’ondata dei Gilets Jaunes».

Ed eccola arrivare, la convocazione in stile forconi per il 25 Aprile, con tanto di gruppo Telegram usato impropriamente come canale pubblico. Nel momento in cui scriviamo ha circa 23.000 iscritti. Sia detto en passant: la stragrande maggioranza degli aggiornamenti riguarda nuove iscrizioni: «Tizio si è unito al gruppo», «Caio si è unito al gruppo»… Si vedono nomi e cognomi ed è quasi tutto rumore, i pochi messaggi si perdono nel marasma. Siamo convinti che la maggior parte delle persone abbia già silenziato le notifiche. Chi ha aperto il gruppo sembrerebbe poco esperto di Telegram, ignaro della differenza tra gruppo e canale.

Che dentro questa chiamata per la festa della Liberazione – hashtag: #ilnuovo25aprile – ci sia l’estrema destra è tanto paradossale quanto certo: se ne sentiva l’odore lontano un miglio, anche prima di sapere dell’adesione esplicita di Forza Nuova.

Clicca per ingrandire. Il «nuovo 25 aprile» sarebbe, insomma, quello senza antifascismo.

È invece improbabile siano di estrema destra tutte le persone che stanno aderendo, molte per autentica disperazione. La rabbia è reale e non vede più steccati.

Se il primo tentativo neofascista di capitalizzare l’insofferenza diffusa – la «processione» di Pasqua organizzata da Forza Nuova – si è risolto in un flop, stavolta potrebbe andare diversamente.

Ma anche dovesse finire tutto in una bolla di sapone, resta grande amarezza nel vedere il 25 Aprile “dirottato” [détourné] in questo modo, per assenza di chi era solito celebrarlo, e i fascisti più avanti dei compagni nel proporre un passaggio all’azione.

A poco serve usare i forconi come babau – è già accaduto dopo gli “espropri proletari” di Palermo – se al malcontento si chiude ogni altra strada. Come ha scritto Tuco:

«Questo succede perché la quasi totalità della sinistra, in tutte le sue declinazioni, nemmeno il mugugno ha considerato ammissibile, nei confronti di questa contenzione di massa. Hai figli che stanno male perché non possono uscire all’aperto e vedere i loro amici? In realtà sei tu che malsopporti il sacro lockdown e proietti sui tuoi figli il tuo desiderio piccoloborghese di bere un campari. Allora è ovvio che il primo fascio che ti dà ipocritamente un po’ di ascolto, se non hai una preparazione e una convinzione politica profonda ti si piglia in due agili mosse. E mica dico che si dovrebbe organizzare cose, eh. Dico che anche solo un minimo sindacale di empatia per chi sta vedendo la sua vita implodere in un cubicolo di 50mq sarebbe qualcosa di meno reazionario dell’accelerazionismo da mosche cocchiere del virus.»

Il fatto che ampi settori dei movimenti si siano automarginalizzati con l’adesione acritica – o troppo poco critica – all’ideologia dello #stareincasa oggi impedisce loro di incontrare questa rabbia, o anche solo di capirla.

Non è comunque detto che riescano a farlo i fascisti. Al momento è qualcosa di ancora troppo inarticolato, di imprevedibile. È un rumore sordo che sale.

Tornando a noi: vogliamo farci scippare il 25 Aprile da camerati e affini?

Senza annunci e fuori da ogni ufficialità, «piccole unità mobili e intelligenti» stanno organizzando blitz comunicativi, pellegrinaggi a luoghi della memoria partigiana, azioni di vario genere. Che cento fiori sboccino. Magari molte azioni non sembreranno chissà cosa, alcune non verranno bene, altre verranno bloccate dalle fdo prima di cominciare… Ma sempre meglio del tricolore al balcone, che è quanto di più regressivo e fuori fase si potesse proporre in un momento così.

Riprendersi lo spazio pubblico: due condizioni necessarie

È urgentissima una riflessione su come ricominciare a prendersi lo spazio pubblico, su come rompere le compatibilità dell’emergenza, senza farsi illusioni sulla cosiddetta «Fase 2».

È possibile organizzarsi anche rimanendo formalmente dentro le norme ma sostanzialmente tornando a fare iniziative pubbliche nello spazio fisico, nelle città. La settimana scorsa, in Polonia, il movimento delle donne è sceso in piazza – rispettando le distanze di sicurezza – per protestare contro l’ennesimo tentativo di vietare l’aborto. Bisogna ragionare almeno – almeno – su modalità simili.

Varsavia, 14 aprile 2020. Protesta contro l’ennesimo attacco al diritto di abortire.

Una condicio sine qua non per ragionare su come riprendersi lo spazio pubblico, naturalmente, è dissipare l’equivoco tra «stare a casa» e «stare in casa», e combattere in ogni modo la demonizzazione dell’aria aperta. Demonizzazione che si perpetua anche tramite l’obbligo di mascherina pure quando non serve.

L’altra condizione necessaria è ritenere che videoriunioni e assemblee virtuali siano palliativi, o comunque forme a cui siamo costretti obtorto collo, che dovrebbero lasciarci fortemente insoddisfatti e desiderosi di tornare a fare quelle vere.

Videoriunioni ne abbiamo dovute fare tutti. La differenza d’approccio è tra chi le ha sopportate senza farsele piacere per forza, e chi invece ne ha parlato con entusiasmo, con spreco di retorica e toni e titoli roboanti. Cattiva utopia, per dirla col compagno Marco Bascetta, che ha pienamente ragione quando scrive:

Marco Bascetta

«Qualcuno valuta con speranza l’impossibile ritorno alla “normalità”, poiché questa era contrassegnata da ingiustizie, diseguaglianze, sfruttamento. Ma anche prescindendo dal fatto che non serviva certo un virus per smascherarle e che nulla ce ne mette automaticamente al riparo, “normalità” ha anche un altro irrinunciabile significato.

Vale a dire la natura sociale, relazionale, affettiva, corporea, sensibile, dell’animale umano. La sua propensione ad attraversare situazioni e ambienti sempre diversi e a sperimentarvi tutti i suoi cinque sensi.

Quali effetti possa determinare una prolungata privazione di questa “normalità” per una intera popolazione (e per la sua salute in senso pieno), nonché l’assurda demonizzazione dell’aria aperta, è qualcosa che non possiamo prevedere nella sua devastante portata.

Che la dimensione telematica possa riassorbire e restituire tutto questo, o anche solo surrogarlo pro tempore è più che una cattiva utopia, una triste illusione.

Dietro la mimica impoverita, lo sguardo perso nel vuoto, l’ordine sequenziale di ogni comunicazione virtuale si percepisce facilmente questa semplice verità. E poiché altra forma attualmente non ci è concessa (non è una possibilità “in più”, ma molte in meno) lo schermo ci appare più che altro come il parlatoio di un carcere con i suoi orari e le sue regole.»

E ha ragione la già citata Ginevra Bompiani quando scrive

«non lasciamoci addomesticare dalle serie tv, dagli zum, dai webinar, senza i quali non sarebbero mai riusciti a tenerci rinchiusi».

Soprattutto, ha ragione Filo Sottile quando, nel preambolo al suo spettacolo on line Pesci rossi, dice:

«Fare spettacoli così È UNA MERDA».

Anche fare riunioni così è una merda.

Spacchiamo il vetro del parlatoio e usciamo di prigione. Scagliamo il lavabo di marmo contro la vetrata. È ora di fuggire dal manicomio e tornare per strada.

In forme per ora diverse da quelle di prima, ma tornare per strada.

Prima cominciamo, meglio è.

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148 commenti su “Verso il 25 Aprile. Riflessioni urgenti sulla necessità di rompere il vetro e tornare in strada

  1. Cristo Santo, condivido parola per parola, soprattutto la nota in merito alla posizione presa dagli ambienti antagonisti.

    Mi sembra ci sia stata una colossale svista collettiva, che ha visto #iorestoINcasa come un gesto solidale verso chi è più debole, accettando supinamente le direttive governative come “le uniche possibili”, e marchiando come individualisti, viziati dell’aperitivo e nemici della collettività coloro i quali hanno assunto posizioni critiche.

    Come se fosse possibile difendere un diritto come quello allo studio o al voto stando a casa od organizzandosi su piattaforme virtuali.

    Ma come è stato possibile arrivare a concedere così tanto in soli 2 mesi?
    Com’è possibile che gli unici atti “ribelli” sono afferibili all’anziano che si rifuta di alzarsi dalla panchina o al prete che si rifiuta di interrompere una messa?

    La risposta che mi sono dato, forse sbagliata, sta nell’articolo in cui affrontate il tema della tanatofobia nei paesi occidentali. La paura della morte, del virus che uccide là fuori, ho paura abbia addomesticato molti degli istinti ribelli.

    Ma ricordiamocelo bene, lo spirito del 25 Aprile è ben altra cosa che cantare da un balcone. E’un pò come se il partigiano Tizio avesse deciso di resistere dal tinello piuttosto che rifugiarsi in montagna.

    La solidarietà pratica, come le raccolte alimentari, questo è vero non si è mai interrotta ed anzi probabilmente si è rafforzata, ma la lotta, la capacità di riconoscere il pericolo incombente di un autoritarismo sanitario, quella mi sembra sia rimasta dietro le mascherine.

    • Condivido anch’io parola per parola, sembra che siate gli unici a rendersi conto dei soprusi a cui ci stiamo lasciando sottoporre da chi sta gestendo la situazione attuale trasformandoci tutti in criceti che non solo girano a vuoto nella ruota, ma sono pure contenti di farlo e di additare come egoista irresponsabile chi non lo fa. Tornando al 25 aprile: facciamo qualcosa, sì! Quest’anno le proposte di celebrazione da parte delle istituzioni mi sembrano un vero e proprio tradimento dei valori che il 25 aprile di dovrebbero celebrare. Opponiamoci, scendiamo in strada, facciamo qualcosa! Mi sembra praticabile l’idea di portare fiori in luoghi significativi. Potrebbe essere difficile trovarne di rossi, ma di margherite e simili ce ne sono in qualunque aiuola.
      Per scendere a cantare in strada servirebbe un po’ di organizzazione su base locale: qualcuno è attivo a Milano? C’è vita su Marte? Esco per strada a fare due passi, Rigorosamente a Viso Scoperto, e vedo solo persone imbavagliate che portano il cane o fanno la spesa, uniche eccezioni qualche persona che corre e qualche coppia che si saluta più o meno di nascosto. C’è qualcuno che vuole opporsi a questa presunta Nuova Normalità che Fontana vuole farci bere? Vogliono che ci abituiamo a considerare tutto questo normale: divieto di muoversi, divieto di avvicinare altre persone, divieto di amarsi, divieto di incontrare amici, divieto di associazione e riunione… c’è bisogno di andare avanti? Se la chiamano “nuova normalità” è perché vogliono portare avanti tutto questo ben oltre il mese di maggio, ben oltre l’estate e probabilmente ben oltre la fine dell’anno! Vogliono che ci abituiamo a considerare tutto questo “normale”, hanno messo su qualcosa che si avvicina in modo preoccupante a uno stato autoritario in due soli mesi e noi restiamo a guardare? Vi prego, facciamo qualcosa, se qualcuno è attivo a Milano risponda, sono disperata. Scusate il tono molto personalistico di questa risposta, è che emotivamente è dura.

    • Sulle posizioni del “movimento” penso ci sia un caso più d tutti che rende chiaro quanto si sia rinunciato alle armi della critica: Radio Onda d’Urto. Per paura di perdere consensi (di chi?) e per una mancanza di analisi profonde frutto di anni di prassi senza teoria ci si astiene dal giudizio sull’operato del governo e si sposta tutto sul virus, come si diffonde e come è fatto.
      Per chi sta seguendo la loro parabola in queste settimane avrà notato uno schiacciamento totale sulla questione sanitaria, decine e decine di interviste a virologi, immunologi ed esperti di qualsiasi scienza che, arrivati a questo punto, dopo un bombardamento mediatico di mesi su questi temi, nessuno si vuole più ascoltare. Come è possibile che una radio che nasce per dare spazio alle lotte e per denunciare la repressione di stato non dica UNA parola su quanto successo a Torino? ai parenti dei detenuti fuori dal carcere di Roma? Com’è possibile che una radio che dovrebbe dare spazio al confronto non si sia ancora chiesta “che fare” in una fase storica? Se andiamo avanti così perderemo il treno della storia e verremo spazzati via, forse ce lo saremmo anche meritati.

  2. Grazie Giap, finalmente delle riflessioni importanti intorno alle modalità per celebrare l’imminente 25 aprile da confinati domiciliari. Dovremmo sforzarci di cogliere la suggestione dell’articolo per superare la retorica dell’#iorestoacasa , #andratuttobene e del Bella Ciao cantata al balcone (i residenti in Piazza Venezia a Roma ne sono esonerati per evidenti possibili corto circuiti neuronali…) e trovare un pertugio per sfidare le restrizioni attuali. La butto lì, sperando che qualcuno abbia idee migliori e meno socialdemocratiche delle mie: una passeggiata o una corsetta ad un’ora X nei dintorni di casa cantando ad alta voce un canto partigiano? Riempire una piazza della città di mazzi di fiori rossi portati abusivamente durante l’intera giornata? Insomma, qualsiasi cosa che rompa questo isolamento democratico in cui ci siamo infilati e che non provenga da un balcone (di casa) o da una piattaforma on line (in casa). Facciamoci venire delle idee! Viva il 25 aprile!

  3. Buongiorno. E’la prima volta che commento anche se vi leggo da tanto. Mi unisco a tutti quelli che vi ringraziano per non averci lasciati soli, qui mi sento a casa. E grazie anche per l’eccezionale lavoro sulle foibe.Detto questo, io festeggerò il 25 Aprile andando a posare un fiore sotto la lastra della memoria appesa sulla casa di Leonida Mastrodicasa:anarchico, partigiano combattente in Spagna e nella Resistenza francese, deportato nel campo di concentramento di Hinzert, vicino Treviri. E’nato a Ponte Felcino (Perugia), quartiere attaccato al mio. Dista circa 4 km da casa mia e ovviamente andrò a piedi. Non ho mai smesso di camminare, esco 2/3 volte la settimana, sporta della spesa sotto braccio, e mi faccio un lungo giro, compro il giornale o, come ieri, pane e dolcetto.E’ il mio modo di resistere e anche di mantenermi in forma psicofisica. Passano spesso polizia locale e carabinieri, ma mi è andata sempre bene. Anche quando sono andata a fare le foto ai parchi chiusi per inviarle bukowski, che seguo su twitter: ho girellato per un paio di km ed ero uscita esclusivamente per questo. Sabato 25 Aprile i negozi saranno chiusi (ordinanza della leghista tesei)ma non le edicole. Tanto bene a 50 m dalla casa di Leonida c’è la mia edicola di fiducia che mi tiene da parte Internazionale, per cui, mi dovessero fermare, questa sarebbe la mia scusa. Anche se direi volentieri che sono uscita a piedi per portare un fiore a un partigiano, per me è una necessità. Non dovesse andare bene, mi facessero la multa, pace. Direi che rischiare di pigliare una multa è niente, zero, rispetto a quel che ha fatto colui che vado ad omaggiare.
    Sono iscritta alla sezione Anpi Bonfigli Tomovic di Perugia, so che il segretario ha chiesto al prefetto il permesso di portare una corona nel luogo “istituzionale”, dove ogni anno c’è la celebrazione ufficiale. Ma appunto, previa autorizzazione del prefetto. Stamattina mi è arrivato un messaggio di un compagno: il prefetto permette solo al sindaco Romizi (forza italia)di depositare la corona, poi il comune farà un video che invierà all’Anpi.Come volevasi dimostrare.
    Buona Festa della Liberazione alle compagne e ai compagni di Bologna.

  4. Condivido, grazie, anch’io demoralizzato dalla prospettiva di un 25 aprile dal balcone, mi sono detto, …ci vorrebbe un terremoto; …Non morì nessuno nella mia città. Per la prima volta, e l’unica, eravamo tutti in strada. Tutti quelli che abitavano nella città, eravamo in strada. La città era invasa da tutti i suoi abitanti, e tutte le case erano rimaste vuote. Eravamo tantissimi, e ogni strada era occupata da tutte le persone che abitavano in quella strada. Sembrava che fossimo stati convocati per un censimento. Più tardi, quando tornò la corrente, ci fu un silenzio improvviso e guardammo tutti in alto, verso i palazzi che come d’incanto s’illuminarono e all’unisono cominciarono a urlare attraverso i televisori ancora accesi. Alcuni non ebbero il coraggio di tornare su a spegnerli, e per tutta la notte le strade furono invase dalle voci dei giornalisti che davano le prime notizie sul disastro. Fu una notte diversa da tutte le altre notti della nostra vita: nessuno dormì e restammo tutti in strada. Con gli amici che man mano incontravo giravamo per gli accampamenti, e c’era gente che mangiava, beveva, parlava, c’erano tende, sacchi a pelo, grandi falò e c’era chi suonava e cantava; fino alla mattina dopo; e all’alba correvamo e urlavamo dando botte sulle macchine per svegliare quelli che stavano dormendo. E non finì:il giorno dopo non andammo a scuola, e nessuno andò a lavorare: chi aveva il coraggio, tornava a casa a prendere qualcosa e poi tornava giù di corsa. E continuavamo a stare tutti in strada. … Da un racconto di cronaca dell’epoca “Terremoto con parenti e amici” di Francesco Piccolo che ho tratto dalla rivista “lo straniero” estate 1997. Altri tempi, quando eravamo umani, quanto umani eravamo!! Sopratutto nei giorni più terribili e devastanti della nostra storia. Una vergogna quello che siamo arrivati ad essere. Un Salvatore Ricciardi potrebbe fare la differenza, potrebbe salvarci dall’ipocondria inflittaci.

  5. Non sono sicuro sia questo il post adatto sotto cui scrivere di repressione, ma visto che il primo paragrafo affronta proprio quel problema, mi permetto di segnalare che dall’8 aprile a oggi, in Francia, è stato riportato grazie al lavoro d’inchiesta soprattutto del mondo militante, che 5 persone sono state uccise dalla polizia, altre 3 sono state gravemente ferite e 7 hanno presentato denuncia per controlli violenti e illegali. Tutto in nome della lotta all’epidemia.

    Agevolo qui un link, che sarà aggiornato costantemente. https://rebellyon.info/Au-nom-de-la-lutte-contre-le-covid-19-la-22174

  6. Condivido, mi piace l’idea dei fiori e penso la utilizzerò nel mio paesino in provincia di Varese. Riguardo la multa, ho letto l’intervista a Cassese in cui, oltre a dare parecchie nerbate verbali all’ufficio legale del presidente del consiglio (e al presidente del consiglio stesso), implicitamente fa intendere un intervento della corte costituzionale per sistemare tutti i deliri degli ultimi mesi. Tra i 30 giorni disponibili per il ricorso al prefetto e gli eventuali altri 60 per quello al giudice di pace, sono abbastanza sicuro verranno stralciate in gran parte. Inter nos, mi sono interessato all’argomento quando ne ho presa una (il brigadiere pretendeva andassi al tabacchino a 60 mt invece che a quello a 140 mt da casa mia), ma era chiaro l’intento fosse puramente intimidatorio e implicitamente “fatti furbo, non rispondere, la prossima volta impari”: ecco in caso penso sia importante non mostrarsi né preoccupati né arrabbiati, continuare prendendo la multa come una piccola pausa da quello che si stia facendo. Per pagare e per morire, c’è sempre tempo.

  7. Io non so come andrà la commemorazione che abbiamo programmato oggi per le 18, nella mia strada. So solo che dalla parte teorica della progettazione alla parte pratica, il passo si è rivelato molto più difficile del previsto. La paura gioca un ruolo fondamentalmente sebbene,nella pianificazione, sia stato previsto un rischio ” minimo”. Se non ci fosse uno zoccolo duro di residenti, cresciuti con il culto della Resistenza partigiana, il progetto non sarebbe attuabile. Nella memoria di questi residenti i ricordi dei genitori, per la lotta di Liberazione, si sono fusi ed incarnati con quelli delle lotte sessantottine. Insomma, ci sono anticorpi che si possono retrodatare di almeno cinquanta anni. Per il resto: terra bruciata. Per organizzare tutto ho dovuto fare leva sull’aspetto mitico della Liberazione, come se si trattasse di un momento a se stante della nostra esistenza. Inscatolato in una teca di vetro per il culto sacro. Un corpo sacro da onorare, come se questo culto non emanasse radiazioni contagiose. Senza stabilire collegamenti con la situazione attuale. Nel video del prete che viene interrotto mentre dice la messa, mi hanno colpito molto due frasi: quando dice che pagherà la multa e quando dice che si assumerà le sue responsabilità da un punto di vista ” civico”. Io trovo che siano prese di posizione molto più radicali di quelle finora espresse dalla maggior parte delle persone. Non credo affatto che il prete sia un eroe ma, semplicemente, uno che non accetta di essere trattato come un criminale. Ora che anche un semplice atto di dissenso può diventare un atto di resistenza, lui sceglie di assumersi le sue responsabilità. Solo quelle.

  8. Anch’io ho molto apprezzato la reazione del prete cremonese all’irruzione che ha interrotto e disturbato la messa. Non avrei mai pensato di arrivare a questa età e trovarmi ad apprezzare, ma proprio spontaneamente e con trasporto, il comportamento di un prete cattolico. Come forse molti altri (?) mi è venuto in mente il prete di “Roma città aperta”, sarà magari per la vicinanza con il 25 aprile, certi ricordi emergono con naturalezza e spesso anche con forza in questi giorni. Sì, è stato davvero esemplare, non ha mollato, ovvero, si è infine arreso alla prepotenza perché stava pur sempre celebrando una messa, ma ha espresso con chiarezza la sua ferma riprovazione per l’accaduto, prendendosi piena responsabilità della sua reazione. Che è stata veramente di resistenza, nel senso più nobile del termine.
    Approfitto per chiedere se qualcuno sa qualcosa di un certo “appello che sta ora circolando in Italia” di cui parla Agamben nel suo ultimo intervento sulla questione, in cui dice la sua, con toni preoccupati e preoccupanti, della cosiddetta Fase 2.

    • Potrebbe considerarsi questo di Agamben un appello:
      Fase 2
      Com’era prevedibile e come avevamo cercato di ricordare a chi preferiva chiudersi gli occhi e le orecchie, la cosiddetta fase 2 ovvero il ritorno alla normalità sarà ancora peggiore di quanto abbiamo vissuto finora. Due punti fra quelli che si preparano sono particolarmente odiosi e in palese violazione dei principi della costituzione: la possibilità di muoversi limitata per fasce di età, cioè con l’obbligo per gli ultrasettantenni di restare chiusi in casa e la mappatura sierologica obbligatoria per tutta la popolazione. Com’è stato puntualmente osservato in un appello che sta ora circolando in Italia, questa discriminazione è anticostituzionale in quanto crea una fascia di cittadini di serie B, mentre tutti i cittadini devono essere uguali davanti alla legge, e li priva di fatto della loro libertà con una imposizione dall’alto del tutto ingiustificata, che rischia di nuocere alla salute delle persone in questione e non di proteggerla. Ne è una testimonianza la notizia recente del suicidio di due ultrasettantenni, che non potevano più vivere nella condizione di isolamento. Altrettanto illegittimo è l’obbligo di una mappatura sierologica, dal momento che l’art. 32 della costituzione stabilisce che nessuno può esser sottoposto a visita medica se non per disposizione di legge, mentre ancora una volta, com’è avvenuto finora, le misure verrebbero stabilite per decreto del governo.
      Restano inoltre le limitazioni concernenti le distanze da mantenere e i divieti di incontrarsi, il che significa l’esclusione di qualunque possibilità di una vera attività politica.
      Occorre manifestare senza riserve il proprio dissenso sul modello di società fondato sul distanziamento sociale e sul controllo illimitato che si vuole imporre.
      https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-fase-2

  9. Ovviamente come non concordare! La vera disperazione è pensare alla cosiddetta “classe intellettuale” di questo Paese. A parte Agamben, da subito sbeffeggiato e screditato, chi ha denunciato il rischio, poi puntualmente verificatosi, di una strumentalizzazione dello stato d’emergenza per adottare misure incostituzionali? Questo Paese non ha alcuna cultura democratica, né anticorpi all’autoritarismo che nell’età contemporanea non può che avere una matrice tecnico-scientifica, ovvero il braccio armato del potere capitalista. Dove sono le sardine o la stessa Anpi che fino a poco fa gridavano al fascismo perché quattro pagliacci facevano una svastica sui campanelli? Quando per davvero si mette in piedi uno Stato di polizia, queste forze di opinione, che potrebbero opporsi al sistema, tacciono, e anzi si rendono complici del regime autoritario.

  10. Si dovrebbe fare chiarezza: non si esce di casa per paura di multe e scontri con la polizia, almeno questo si potrebbe cominciare ad ammetterlo. Io comprendo perfettamente i timori della reazione delle forze dell’ordine e a nessuno chiederei mai di rischiare più di quanto si senta pronto a fare per portare un fiore ad una tomba, fare un giro, scambiare due chiacchiere con un amico che non vede, parlare in 5 di cosa sta succedendo. Il pericolo che ti succeda qualcosa di grave mi pare serio e reale. Ma che esseri umani dai 20 a 50 anni utilizzino come pretesto per il non uscire di casa la paura di un virus che prendi solo se stai a due metri e se non ti lavi le mani ogni 5 minuti è solo la misura di quanto (almeno io) abbia sottovalutato la capacita pervasiva del potere e la straordinaria potenza dell’ideologia.

    • Robydoc, forse mi sbaglio, ma io credo che alla paura del virus sia sia sostituita in maniera molto fluida la paura di disobbedire alle regole. Una forma di rassicurante conformismo. La comoda sensazione di non rompere mai le righe. Di non infrangere i divieti, soprattutto quelli sbagliati. Per conformismo. Purtroppo in gioco c’è molto di più di un fiore su una tomba, un giro, due chiacchiere con un amico, parlare in cinque di cosa succede. Non è necessario essere eroi o rivoluzionari per prendersi delle normali responsabilità. Certo i rischi ci sono. Lo sappiamo bene tutti. Tutti abbiamo paura delle multe o degli scontri con la polizia. Ma quale alternativa si prospetta in mancanza di posizioni ferme e chiare, semplici affermazioni non violente di dissenso? Se non ora quando? Quando sarà troppo tardi?…

      • Io credo che ci sia un po’ di tutto, e che cercare di costringere tutti i comportamenti sotto una sola interpretazione rischi di far perdere comprensione di esso (non sto dicendo che lo stiate facendo).
        Ho amici che, effettivamente, non escono soltanto per paura della multa (non dell’atto illegale: della multa); ho parenti che sarebbero spontaneamente legalitari e simpatizzanti delle fo, ma che escono comunque (da soli, isolati, in posti poco frequentati) perché oramai non riescono più a convincersi dell’effettiva utilità di certi divieti; ho amici che stanno tappati in casa per sincera paura di prendere il virus; ho amici (e questi sono quelli che mi stupiscono di più) che mi hanno riferito di essersi di imposti la disciplina di non uscire, se non strettamente indispensabile, “per motivazioni etiche” (cioè non contribuire alla diffusione del virus). Quest’ultimo atteggiamento – da parte di persone colte, informate e che di sicuro poco conformiste – mi lascia di stucco e a volte mette pure in dubbio l’opportunità delle mie scelte (prendermi ogni giorno l’ora d’aria concessa dal governo francese).

        Infine, sulla “comoda sensazione di non rompere mai le righe”: nel mio entourage è pieno di persone che le regole le infrangono eccome: divieti di velocità, cinture di sicurezza, biglietti sull’autobus, evasione fiscale, film scaricati illegalmente…tutta questa consolazione nel non infrangere i divieti non la vedo. (Chiaramente la differenza di comportamento è dettata dall’eventuale presenza di un tornaconto personale).

        • Ciao Herato, spero che i tuoi amici che hanno che hanno scelto di non uscire per ragioni ” etiche” non si autoconvincano ad aspettare un vaccino che, forse, non arriverà mai. Potremo diventare mummie nei sarcofagi, nel frattempo. Prima o poi, qualcuno gli dirà che possono uscire. A quel punto metteranno da parte le motivazioni ” etiche”? Io conosco una ragazza che ha deciso di non uscire e si vanta del suo martirio. Per questa forma di mistica coerenza ha deciso di non fare uscire neppure il suo gatto che prima, poverino, poteva scorrazzare tutti i giorni nel cortile condominiale… fra le due cose non esiste alcun nesso logico, come in moltissimi altri ragionamenti. Io non vorrei adeguarmi ad una logica che tale non è. Ieri, tutti, avevamo paura di prendere la multa e che qualcuno chiamasse la polizia. Non abbiamo deciso di infrangere un divieto di velocità e di non mettere la cintura di sicurezza. Siamo semplicemente scesi per la strada per riprenderci quello che ci stanno sottraendo tutti i giorni ed ogni giorno un po’ di più. Non abbiamo commesso alcun crimine anche se la ” Legge” potrebbe considerarlo tale. Ci abbiamo messo la faccia ed abbiamo diffuso il video. La cosa che più mi ha stupito è la quantità di gente che, a sua volta, lo ha ” condiviso”. Come ha scritto Mandragola, più sotto, sono gesti e simboli che sente anche un po’ suoi. Forse è così anche per molti altri.

          • Scusami, mi accorgo di aver omesso un particolare importante: quando mi riferisco ai miei amici che non escono per “ragioni etiche”, parlo di gente che come me vive in Francia, dove è permesso uscire un’ora, anche solo per sgranchirsi le gambe.
            Tutto il senso del mio intervento, e degli esempi che ho riportato, era questo: la motivazione “rispettiamo le regole, siamo conformisti” non è unica; anzi, è quasi minoritaria tra le mie conoscenze.

            Questo chiaramente non c’entra nulla con le motivazioni per cui voi avete avete manifestato ieri – ragioni e punto di vista che, personalmente, condivido.

  11.  Noi ci stiamo provando così.
     
    W IL 25 APRILE, W LA RESISTENZA, W I PARTIGIANI!

    PER LA LIBERTA’ DI MANIFESTAZIONE!

    PER LA DIFESA DELLA COSTITUZIONE NATA DALLA RESISTENZA!

    NON SI E’ MAI VINTA UNA GUERRA, TANTO MENO UNA GUERRA DI LIBERAZIONE, STANDO RINTANATI NELLE CASE!

    Per ricordare il 25 Aprile, festa della liberazione e della riconquistata libertà dalla dittatura nazi-fascista, facciamo appello a tutti i compagni e le compagne di Bologna e provincia perchè da questa pandemia, alla fine, non ci si ritrovi in uno stato di polizia permanente.
    Proponiamo quindi, nel rispetto della salvaguardia della salute di tutti, che il 25 Aprile si manifesti comunque, nei modi e nelle forme dovuti, per ricordare chi è caduto per la nostra libertà sfidando i proiettili del nemico, chi è caduto in nome e in difesa dei diritti più elementari.

    SABATO 25 APRILE
    Appuntamento ore 11,00 in Piazza dell’Unità

    Ognuno con un cartello, un fazzoletto rosso, una bandiera, un fiore o quello che si vuole.
    Con la mascherina, distanziati di 2 metri, in fila indiana o affiancati.

    Punti di concentramento, a cui arrivare prima delle 11:

    Sotto il portico di via Matteotti, da ambo i lati,

    negli sbocchi sulla Piazza di:

    Via Ferrarese
    Via Franco Bolognese
    Via Donato Creti
    Via di Corticella

    (Nel caso di intervento degli apparati repressivi dello stato ci si può appellare all’ Art. 13 della Costituzione. Gradita la presenza di qualche compagno avvocato resistente..)

    Alcuni compagni di Bologna

  12. È stato bellissimo. Abbiamo ricordato il 21 Aprile. Cantando “Bella ciao ” in mezzo alla strada. È stato un momento incredibile. Questa cosa è stata possibile perché la mia proposta di “festeggiare” la Liberazione di Bologna è stata accolta e sostenuta da un piccolo gruppo di abitanti della mia strada. In un clima surreale ci siamo trovati tutti insieme e abbiamo messo un fiore nella corona sulla lapide del partigiano Giancarlo Romagmoli, di soli 19 anni. Nessuno si è affacciato alla finestra e noi abbiamo cantato per esorcizzare la paura, trattenendoci più possibile insieme per cantare mille volte la stessa canzone, per spezzare il silenzio, per non sentirci soli, per non avere paura.

  13. Inferno e paradiso (e purgatorio per fare soldi) per secoli ha funzionato. Paure (la voce “Culture of fear” su Wikipedia mi sembra fatta bene, vi si nominano, tra gli altri, Frank Furedi e Adam Curtis; c’è una citazione di Hermann Göring che, parafrasata, si può applicare, tel quel, alla situazione attuale) e speranze (i giochi a premi, il merito ascensore sociale ecc.) funzionano ottimamente adesso. “Informazione” e Intrattenimento hanno preso il posto della maledetta Chiesa nel confezionare lo storytelling. In questo Blog si respira un ottimismo della volontà che mi manca, sentendomi pervaso dal pessimismo dell’ “inazione razionale”. Buone notizie: a Tel Aviv, due sere fa, sono scese in piazza 2000 persone per protestare contro Netanyahu.

  14. Analisi come al solito impeccabile.
    Tra l’altro affronta delle questioni che ho provato ad affrontare spesso anch’io ma i più si sono mostrati sordi a certe mie riflessioni. Mi sento molto avvilita soprattutto perché molti di quei “compagni” che mi aspetterei che stiano da una certa parte della barricata, me li ritrovo (più o meno inconsapevolmente) schierati con le narrazioni e i divieti del potere.
    Bisogna studiare modi comuni e sensati per riprenderci le strade, e presto, perché noto che i più cominciano ad assuefarsi all’idea che non si uscirà mai più e bisogna quindi reinventarsi una vita confinata e imprigionata.

  15. (bonste e filo a piombo: per motivi diversi le vostre testimonianze mi hanno lucidato gli occhi)
    per la prima volta da quando sono diventato un fan di giap – cioé dall’inizio del confinamento – non capisco e mi inquieta un passaggio nel discorso politico del post.
    la distinzione tra “stare a casa” e “stare in casa”…
    preciso: condivido e ritengo opportuna la distinzione. ma la ritengo opportuna nel quadro di un discorso di avvocatura civile – e sociale – dei dissidenti diffusi, i runner, il prete, le famigliole a far prendere aria ai bimbi e alle bimbe….
    l’ambiguità in questo caso però sta nel fatto che sembrerebbe esser diventata, questa distinzione, per gli autori, voi, wu ming, la chiave di un discorso alternativo a quello generale nella reazione alle politiche disciplinari poste in essere con l’occasione della pandemia.
    se per il runner isolato vale la distinzione tra stare a casa e stare in casa, per chi rigetta le misure disciplinari e ci si vuole opporsi, credo, dovrebbe valere il rifiuto di entrambe le formule.
    tanto più che stare a casa ha un sapore meno letterale e più evocativo, allusivo, elastico, estensivo… richiama quell’insopportabile spirito collaborazionista, alimentato dalla retorica della responsabilità, che rappresenta l’architrave di consenso generale delle attuali politiche disciplinari e dispotiche.
    stare a casa non va bene. stare a casa non va bene! difendiamo chi semplicemente non lo considera sinonimo di “stare in casa”, ma dobbiamo ripetere, credo, che in tutti i sensi – letterale, metaforico, allusivo… – stare a casa non va bene!
    io credo che girerà a breve qualche altra proposta che è nell’aria…
    per esempio uno sciopero dei dati, per il 25 aprile, e una mobilitazione dei corpi.
    entro i 200 metri dal perimetro domestico, a una ora data… a squarciagola una versione di bella ciao rivisitata e ricalibrata almeno in qualche strofa sulla quarantena.
    perché mi pare chiaro: per l’anpi l’invasore è il virus. dovrebbe farsi esplicito il più possibile che per noi lo è la disciplina imposta.

    • Arturo, «stare a casa», non so se in tutta Italia ma sicuramente in molte parti, significa «non andare a lavorare», non implica per forza stare letteralmente entro le pareti domestiche. Nel loro inno al rifiuto del lavoro Il lavoro, i Giganti cantavano uno stare a casa che in realtà era un andare in giro per la città con la morosa. «Quando c’è il sole in città / che cosa vuoi che ti dica?» ecc.

      Nell’arco di quest’emergenza la necessità di chiudere i luoghi della produzione dove la gente si infettava (cioè di stare a casa) si è trasformato, con un salto logico che a descriverlo sembra incredibile, nell’apologia della reclusione domestica (cioè dello stare in casa). Dalla prima cosa non conseguiva logicamente l’altra. Questa è stata la gabola, l’equivoco a cascata, questo il passaggio che abbiamo cercato di spiegare. E va spiegato sempre, perché è anche con il passaggio dallo stato in luogo figurato allo stato in luogo letterale che hanno imprigionato le vite. Il resto del tuo commento mi sembra vada in direzioni che non c’entrano con quel che abbiamo scritto. nel post.

  16. Stiamo tornando dalla nostra lunga celebrazione del 21 aprile, 75esimo anniversario della Liberazione di Bologna. Grazie alle persone che sono state con noi nella prima fase, quella urbana. L’altra è stata in collina. Appena riusciamo, faremo qui un primo resoconto. Ne seguirà uno più dettagliato nei prossimi giorni.

  17. Scrivo mentre dalla finestra filtrano i lampeggianti blu di sei volanti della polizia accorse per sedare una lite fra un pizzaiolo e un tossicodipendente. Totale: 14 agenti, strada bloccata, lavata di capa (retorica e letterale, sotto la fontanella) e consueta muraglia di schiene targate “POLIZIA” offerte agli scatti dai balconi a chiudere in bellezza un’altra giornata di vita in barrique.

    La strada si conferma la scacchiera su cui prenderà piede la partita del nostro futuro. Per il momento la stanno vincendo alfieri e cavalieri in divisa, mentre re e regine si arroccano dietro a decreti e ordinanze. Per metterli in scacco, i pedoni, dovranno coalizzarsi o sarà dura. Con quali mosse e strategie è tutto da immaginare. Al momento, per non passare dalla parte dei “neri”, sarà fondamentale sovvertire i piani senza sabotare apertamente le regole.

    Quindi non posso che unirmi anch’io all’appello (assumendone anche il compito) di tornare on the road: con astuzia, sale in zucca e #nervisaldi. Perché mai come in questo 25 aprile, siamo chiamati a praticarla, non solo a ricordarla, ‘sta beneamata resistenza.

  18. Stamane abbiamo fatto la riunione del collettivo. Riunione fisica, non virtuale, per organizzare l’iniziativa del pomeriggio.

    A partire dalle 15 e senza averlo annunciato prima, abbiamo celebrato il 75esimo anniversario della Liberazione di Bologna con un reading itinerante in centro. Il percorso ha congiunto quattro delle librerie che hanno riaperto in questi giorni. Librerie con cui abbiamo collaborato, in cui abbiamo fatto presentazioni. Nell’ordine:

    – Ubik Irnerio, in via Irnerio;

    – Modo Infoshop, in via Mascarella (nel giorno stesso della tanto attesa riapertura);

    – Trame, in via Goito;

    – Giannino Stoppani, in piazza Re Enzo.

    Ogni volta ci siamo messi in fila e abbiamo letto per un pubblico occasionale di 10-15 persone.

    «Che sollievo, temevo che per la Liberazione nessuno facesse niente…»

    «Non sembra vero di assistere di nuovo a un’iniziativa…»

    «Cazzo, ci voleva!»

    Nel complesso, abbiamo letto brani dai seguenti libri:

    – Cesare Pavese, La casa in collina;

    – Cesare Pavese, La luna e i falò;

    (ben due titoli di Pavese perché quest’anno cade anche il settantennale della morte, e proprio in questo aprile cade anche il settantennale de La luna e i falò)

    – Giovanna Zangrandi, I giorni veri;

    – Renata Viganò, L’Agnese va a morire;

    – Antonio Meluschi, L’armata in barca;

    (Viganò e Meluschi, moglie e marito, vivevano nella stessa via di Modo Infoshop, su quella che fu la loro casa c’è una targa che li commemora)

    – Beppe Fenoglio, Una questione privata;

    – Albert Camus, La peste.

    Il finale del romanzo di Camus lo abbiamo letto per ultimo, in piazza Re Enzo.

    Sono passate un paio di autopattuglie, ma ogni volta hanno visto gente in fila, a distanza di sicurezza, svariati con le mascherine. Se nella forma stavamo rispettando le norme (stando sul limite), nella sostanza è stato il primo evento letterario – e trekking urbano – in città dall’inizio del lockdown.

    Il tutto è durato all’incirca due ore e mezza.

    Dopodiché, abbiamo preso l’autobus 52 e siamo saliti in collina, a Sabbiuno, dove c’è uno dei più bei monumenti ai caduti della Resistenza mai realizzati. È uno dei nostri luoghi “di culto”, dove torniamo a ogni passaggio di fase. Andandoci, non siamo usciti dai confini del comune di Bologna (il burrone è proprio al limite), ma siamo usciti dai limiti delle norme.

    Siamo stati un’ora sul ciglio di quel burrone, lungo la fila di macigni coi nomi degli antifascisti fucilati, poi abbiamo ripreso l’autobus e siamo ridiscesi in città. Ci siamo sparpagliati, e per stradine poco battute siamo tornati alle nostre case.

    Pronti a uscirne di nuovo.

    Abbiamo foto, video, audio, e svariate cose da dire. Nei prossimi giorni, un resoconto più dettagliato.

    Intanto abbiamo rotto la membrana.

    • Una prima foto del reading itinerante di ieri. Qui WM2 sta leggendo da I giorni veri di Giovanna Zangrandi di fronte alla libreria Ubik Irnerio.

    • Ieri, durante l’evento, alla librería Trame è arrivata una persona che fa parte del panorama bolognese da anni, nella zona tra piazza Verdi e via Mascarella.
      Una senzatetto che spesso si incontra nei locali dove trova rifugio per dormire qualche ora.
      Gente che la fa sedere, che si stringe per farle posto, gente che offre una moneta, che impedisce che la sua situazione peggiori… azioni misere, che ciascuno compiva in maniera intermittente. Ma nell’insieme c’era una certa regolarità, pur insufficiente.
      Ieri aveva un aspetto terribile. Non è difficile immaginare perché.
      Soluzioni chiare non ne ho, ma questo è un cazzo di problema ed è un problema che non esiste.

      • Plv ha perfettamente ragione, lo stare chiusi in casa, il disertare lo spazio pubblico, impedisce anche quella minima assistenza diffusa che prima si dava a senzatetto, marginali, “dropout” che vivono in strada accanto a noi, che incrociamo ogni giorno. E impedisce di accorgersi che le loro condizioni nell’ultimo mese e mezzo sono peggiorate oltremisura. Alla faccia della presunta dimensione “altruistica” dell’autoreclusione.

        Ieri quando abbiamo visto in che stato era la C. – terribile, molto peggiore del solito: in confusione, farfugliante, sporchissima, accasciata sul gradino di un uscio di via Goito e quasi incapace di alzarsi – ci siamo consultati, e plv ha chiamato un’associazione che a Bologna storicamente si occupa di senzacasa. L’associazione ha chiamato il servizio mobile, speriamo che a qualcosa sia servito. Chi vive in centro e/o quotidianamente bazzica le vie intorno a Piazza Verdi e Piazza VIII Agosto avrà capito di chi parliamo, invitiamo a tenere monitorata la situazione, a dare un piccolo aiuto quando la si incrocia.

    • “Cazzo, ci voleva” credo che sia il commento che sintetizza meglio sia la situazione che la voglia da parte di molt* di rompere la membrana. Bella l’idea di restare in fila, rispettando le norme sanitarie, ma – allo stesso tempo – rompendo la norma che vuole le persone paurose di stare insieme anche a distanza di sicurezza. Spero che questa pratica diventi contagiosa e venga replicata in altre città.

      Anni fa Wu Ming 1 mi portò in pellegrinaggio laico a far visita al monumento ai caduti della Resistenza di Sabbiuno, emozione altissima. Ancora grazie.

      Bella lì

  19. Più passa il tempo e più diventa profetica la frase di Wu Ming 2 dall’intervista a Irene Cecchini: “La casa, negli ultimi anni, è una metafora politica molto abusata, e si sentono ripetere di continuo espressioni come “a casa nostra”, “a casa loro”, “a casa!”. Se camminare è già un modo per farsi una casa nel mondo, voglio capire meglio come succede”. Con la sola clausola che a quei modi di dire ora possiamo aggiungere tranquillamente “state a casa!” e #iorestoacasa.
    Stando in affitto in un piccolo appartamento in cui vivo da solo, lo stare a casa lo vivo assolutamente come un’oppressione, anche perché non posso riconoscere lo status di “casa” a quello che ha rappresentato poco più di un letto, fino a prima del contenimento. La mia casa, piuttosto, era (ed è) sparsa in tutti i posti che frequentavo, dove si svolgeva la mia vita, e che ora mi sono preclusi.

  20. La nostra commemorazione si è svolta così: da metà della settimana scorsa abbiamo cominciato a pensare a come fare per aggirare i divieti in una manifestazione di corpi, in tempo di arresti domiciliari. Abbiamo stabilito poche cose chiare: coinvolgere solo gli abitanti della via(consapevoli della possibilità di un minimo rischio) rimanere vicino a casa, rimanere distanti. Per il resto nessun altra regola. Fra i “convocati” ci sono stati diversi ” rifiuti” espressi, onestamente, con la prudenza e il pudore di chi ha timore di esporsi. Nessuno ha fatto riferimento alla paura del contagio. Oggi alle diciotto ci siamo trovati per strada convinti di portarci dietro quella sensazione di isolamento che ci accompagna dall’inizio del lockdown. Le regole sono ” saltate”. Eravamo felici di vederci. Abbiamo mantenuto le distanze ma c’era il desiderio di abbracciarsi. Abbiamo infilato le gerbere nella corona di alloro sulla lapide, salendo a turno su una sedia. Abbiamo iniziato a cantare sommessamente e siamo diventati rumorosi. Abbiamo attaccato delle casse alla presa del tabaccaio ma la nostra voce era più forte. Circa una ventina di persone. Non tutti si conoscevano fra di loro, anche se la sensazione era proprio quella di conoscersi tutti. Lo zoccolo duro dei residenti non si è tirato indietro di fronte alla mia proposta. La mia è una strada speciale. Ho pubblicato il video dell’iniziativa che è stato largamente condiviso. Molti lo hanno trovato commovente. Per noi è stato davvero emozionante. Non eravamo più soli. E già partivano battute e proposte per il 25 aprile. Perché solo insieme si può affrontare la paura. La determinazione degli abitanti storici della via ha giocato un ruolo importante. Hanno trasmesso la forza di chi ha alle spalle un passato di lotte e di conquiste collettive. Di chi trova umanamente inaccettabili isolamento e solitudine.

    • Ciao filo, mi sono permesso di far girare il tuo messaggio e un po’ di gente mi ha chiesto dov’è il video di cui parli. Ho visto che secondo te il video è divulgabile, mi dici dove posso trovarlo (e mi dai il permesso di usarlo?)?
      Ne approfitto per replicare, anche perché altrimenti non raggiungo i caratteri: io sono un po’ schematico e tendo ad affrontare una questione alla volta. C’è sicuramente quello che dici tu (e quello che dice Herato) ma mi preme fissare un punto: se hai dai 20 ai 50 anni e non esci di casa per paura del virus o menti o non sai di cosa parli o sei in preda al panico. Lascio perdere il fatto che era così anche nei momenti terribili di marzo e sono persino disposto a fare un’eccezione per Lombardia (già di meno per il Piemonte) ma appunto sta cosa dev’essere chiara, poi gli altri dicano un po’ quello che vogliono: il virus, se ti lavi le mani spesso e stai a due metri di distanza non te lo prendi.

      • Ciao ho pubblicato il video su fb. Avrei voluto metterlo anche qui, ma forse non sono capace di caricarlo e mi sembrava necessario passare prima attraverso chi ci ospita. Il video è condivisibile da chiunque.
        Spero di essere riuscita a metterlo qui sotto. Comunque lo trovi su fb nella mia pagina: Sara Cannizzaro.

        https://photos.app.goo.gl/kFfbiLX2T4WbS1a17

        Ho utilizzato fb solo per raggiungere più persone possibile, è un mezzo che detesto e che contribuisce ad un livello di disinformazione criminale. Mi riprometto sempre di abbandonarlo e lo frequento davvero pochissimo. Il suo unico vantaggio è quello di raggiungere molte persone.

        • Grazie, Sara. A rigore, qui su Giap, non linkeremmo direttamente nemmeno risorse di Google, quando tocca farlo passiamo attraverso vari filtri che impediscono tracciamento e data mining. Nei mesi scorsi abbiamo suggerito svariate alternative a ogni servizio di Google. Consigliamo sempre di esplorare le risorse su framasoft.

          • Sono ovviamente d’accordo e mi spiace di avere utilizzato un link google. Capisco benissimo di cosa parliamo e devo semplicemente decidermi a vincere quella ” pigrizia ” e quella avversione che provo nei confronti di tutto ciò che è tecnologico. In questa particolare circostanza non sarei stata capace di fare diversamente. Per questo non avevo postato il link e meno che mai il collegamento a fb! In ogni caso la questione tecnologica stabilisce un discrimine ed un confine anche per quanto riguarda l’ agile fruizione dei contenuti scolastici, che implica un adeguamento passivo alla tecnologia apparentemente più comoda e sostanzialmente più pericolosa e dannosa in termini di libertà. Quello che mi spaventa molto è che la ” comoda” socialità virtuale surroghi la vita vera. Come avete già sottolineato, commentando le videoriunioni. Per ora tengo nel cassetto i video del massiccio dispiegamento di fdo a cui ho assistito venerdì 17 aprile. Nella convinzione che possano tornare utili.

  21. Salve,
    non riesco a ricordare con precisione da quanto tempo non posto un intervento qui su giap… anni direi.
    Vi leggo comunque spesso :)
    A Firenze, nei giorni scorsi ad alcun* compagn* è venuto in mente questo:
    https://lapunta.org/event/13
    https://lapunta.org/event/12
    L’idea è di festeggiare il 25 Aprile portando un segno, un fiore, un pensiero, un disegno presso due lapidi commemorative in due luoghi diversi della città. Per ora solo due… chissà se a qualcuno verrà in mente di farlo altrove :)
    Non è niente di eclatante, e forse le indicazioni del rispetto delle misure anticontagio e del non voler creare assembramenti possono suonare un po’limitanti.
    La sento però come una cosa importante per due motivi.
    Il primo è che cerca di andare minimamente oltre la mera iniziativa estemporanea individuale. Si prova insomma a rivendicarsi pubblicamente la possibilità di tale azione. Verranno attaccati anche i volantini per strada insomma ( cosa anche questa che non faccio da… bah…)
    La seconda ha a che fare proprio con la strada, con il fuori. In questi più di quaranta giorni di (… trovo difficile trovare una parola per chiamarli…) “piùquarantena”, la quasi totalità dei miei spostamenti nella strada si è finalizzata in azioni o relazioni con alla base un vincolo monetario.
    Tranne quando ho portato i figli a fare delle passeggiate negli argini dei fiumi, che per fortuna ho in (abbastanza) prossimità dell’abitazione.
    Ecco, pensare che il 25 Aprile, rivendicherò, innanzitutto a me stesso, di uscire per fare una cosa che non sia comprare o pagare, mi emoziona, un po’ mi turba e mi entusiasma.

    • Mi pare sia andata bene, no? Io sono passato nel pomeriggio alla Manifattura a lasciare il mio fiore e ce n’erano parecchi, subito dopo di me è passato un ragazzo, insomma per i tempi direi iniziativa riuscita. Ho anche scoperto una lapide lì dietro in via San Donato. Andando ho incrociato un piccolo assembramento di fasci (a 1 km e passa di distanza dalle lapidi) e due volanti (a 100m dalle lapidi) ma fiore alla mano sono giunto a destinazione senza problemi. Ai miei compagni che timorosi sono rimasti a casa dico: gli sbirri più pericolosi sono quelli nel nostro cervello.

  22. Ciao a tutt*, condivido le riflessioni e plaudo alle testimonianze.

    Leggo da più parti la necessità di rompere il vetro collettivamente e singolarmente.
    Non avendo ormai da anni un collettivo alle spalle, credo che quella del 25 aprile sarà per me una iniziativa solitaria portando un fiore al sacrario dei caduti in Piazza Nettuno (Bologna).
    Se ci sarà la possibilità di unirsi ad iniziative più allargate sarò dei vostri.

    Prosaicamente mi chiedo come compilare l’autocertificazione, perché sembrerà secondario ma la situazione la vediamo ogni giorno e l’incarognimento contro il trasgressore (!?), potrebbe essere amplificato dal contesto che ne assume il taglio politico.
    Questo per dire che se fosse un’iniziativa collettiva potrebbe essere d’effetto la giustifica per iniziativa politica, a voglia a dire che non è un giustificato motivo rendere omaggio a chi ci ha dato la libertà a prezzo della vita!

    Rivendicarlo politicamente sarebbe una piccola goccia ma che scava la roccia dell’isolamento politico di cui soffriamo tutt*.

  23. Che bello leggere le vostre testimonianze. Io abito in un piccolo paese, i fiorai sono chiusi, non ho un giardino, non posso allontanarmi per raccogliere un fiore e non ho un posto dove depositarlo. L’associazione di cui faccio parte, pur non essendo proprio di carattere militante, ha una tale impronta che mi aspettavo iniziative o spunti per questo 25 Aprile. Invece tutto tace. Mi sento così sola e l’unico conforto è in questo spazio. Sembra che per il Governo dobbiamo essere degli automi senza memoria storica e senza emozioni o bisogni che vadano al di là di ciò che comanda il denaro. In questo senso le parole del vice ministro della Salute mi sembrano emblematiche: “ PER ORA RIAPRIAMO SOLO CIÒ CHE FA PIL”. Grazie per quei fiori, per quei simboli, per quei gesti che fate per spezzare questa catena, li sento anche un po’ miei sebbene non ne sia protagonista e mi danno speranza.

  24. A proposito del 25/4, vorrei segnalare un problema.

    Dove vivo io, nel vicinato, qualcuno aveva proposto di scendere nella piazza del quartiere, rispettando distanze e prescrizioni varie, per celebrare la ricorrenza collettivamente, magari intonando Bella ciao. Niente di originalissimo, ma comunque qualcosa.

    Da ieri stanno circolando obiezioni non tanto sulla manifestazione in sé, quanto sul possibile equivoco dovuto alla “chiamata” fascista, quella che sta girando su telegram (almeno suppongo, c’è molta confusione in proposito). Qualcuno preferirebbe dunque ripiegare su una soluzione in stile ANPI: bandiere e canti dalle finestre e dai balconi.

    Personalmente sono del tutto contrario a un cedimento del genere. Se pure fosse vera la voce (secondo me enfatizzata ad arte) di una mobilitazione fascista, l’unica risposta sensata dovrebbe essere proprio di occupare lo spazio e non lasciarlo ai fasci. I quali, lo sappiamo, non sono proprio dei cuor di leone e, se una piazza è massicciamente presidiata, non si fanno manco vedere.

    Lo scrivo (anche) qui, perché temo che questo equivoco sulla mobilitazione chiamata dai fasci possa generare confusione e spingere a scelte rinunciatarie. Forse è il caso di rilanciare un appello a riprenderci le strade e gli spazi urbani (ma anche suburbani e rurali, per quello); nei modi più fantasiosi e meno attaccabili dalle fdo, chiaramente.

    Ne approfitto anche per ricordare ai giapster e ai lettori occasionali sardi (e non solo) che oltre al 25/4 in Sardegna c’è anche il 28/4, ricordo e celebrazione dei moti rivoluzionari sardi (ricorrenza pochissimo amata dall’establishment politico-affaristico e generalmente detestata da quello “culturale”). Sono due occasioni ravvicinate per ribadire principi, valori e anche prassi di emancipazione e di riappropriazione collettiva degli spazi simbolici e fisici.

  25. Car* compagn*, non concordo su tutto ma lo trovo comunque un testo utile per riflettere. Per quanto io continui a pensare che in termini temporanei e di emergenza (vera) immediata il blocco fosse una misura utile a evitare che persone perdessero la vita – a causa dei tagli continui di cui avete anche voi parlato, certo, ma la situazione concreta era ed è quella, e in quella situazione materiale ci siamo trovati a ragionare – è evidente che quella risposta non può (e non deve) diventare strutturale. Al netto del 25 aprile, del 1 maggio, e del fatto che i surrogati virtuali fanno schifo a tutti i livelli, mi chiedo però se non si debba fare una distinzione geografica nella vostra analisi. Nello specifico, con l’incidenza della malattia e della mortalità che abbiamo visto in molte zone della Lombardia, il “sentimento popolare” si troverebbe forse all’opposto rispetto a qualsivoglia espressione di pubblica manifestazione. Il pericolo che voi paventate nell’articolo – che i fasci occupino uno spazio lasciato libero, intercettando una sorta di “catena equivalenziale” rispetto alla volontà di forzare il blocco – qui sembra molto ridotto, perché la sensazione di pericolo reale è e rimane concreta. La riflessione su come riprendersi lo spazio pubblico penso sia sacrosanta e necessaria, così come la sua effettiva ripresa, ma farlo nei modi e nei tempi (soprattutto nei tempi) sbagliati qui in queste zone può significare alienarsi completamente un corpo sociale che ha ancora un’altissima percezione del pericolo. Paradossalmente, è Confindustria che con le sue continue pressioni sulla riapertura si è alienata parte della “opinione pubblica”. Forse in queste zone può essere più utile continuare a mantenere una presenza nello spazio pubblico (per quanto purtroppo limitata) tramite le esperienze di solidarietà dal basso, che stanno più “in sordina” ma non per questo sono meno incisive. Questo non vuol dire, chiaramente, che sia sbagliato pensare a una ripresa effettiva dello spazio pubblico, solo porre la questione della possibilità di farlo con temporalità differenti rispetto a una situazione che, seppur gestita a livello omogeneo su tutto il territorio, ha inciso materialmente in modi diversi.

    • Territori diversi, diversi livelli di contagio, diversi tempi e modi per riprendersi lo spazio pubblico. Questo è senz’altro un punto su cui riflettere. Ma prima una premessa: nessuno di noi ha mai pensato che “in termini temporanei e di emergenza (vera) immediata il blocco” NON “fosse una misura utile”. Quel che abbiamo sempre sottolineato è che ci sono tanti e diversi modi di farlo, “il blocco”, e che quello italiano, lungi dall’essere l’unico modello applicabile, e ben lungi dall’essere il migliore, ha avuto invece moltissimi difetti strutturali. E per strutturali non intendo misure giuste riuscite male, alla cazzo di cane. Intendo proprio misure sbagliate e tra queste, oltre al confinamento *in casa* delle persone, credo ci sia proprio la questione dei territori diversi: la Val Seriana, la Lombardia e alcune altre province andavano trattate in maniera differente rispetto al Molise, alla Basilicata, alla Calabria, alla Sardegna, ma anche solo alla Toscana o alla Liguria. Quindi sì, credo che anche la riconquista degli spazi pubblici vada modulata in maniera diversa a seconda dei territori. Tuttavia, ci sono attività all’aria aperta che sono sicure su tutto il territorio nazionale, a Bergamo come a Caltanissetta. Su queste, credo che non dovremmo farci condizionare dalla paura, per quanto diffusa, e dovremmo invece ribadire che stare in una piazza, fisicamente distanziati, o in un parco, o su un prato ad ascoltare musica e parole, è possibile, senza nuocere alla salute di nessuno. Ci vuole organizzazione e responsabilità collettiva – ma queste sono, da sempre, ingredienti fondamentali di qualunque atto politico che voglia essere minimamente efficace.

  26. ciao a tutti.
    ANPI Italia sembra ci sia rimasta male: non possono nemmeno loro portare un fiore sulle tombe dei partigiani, e quindi protestano vivacemente. Chissà se ripenseranno la campagna dei balconi?
    https://www.anpi.it/articoli/2304/il-governo-non-puo-escludere-lanpi-dal-25-aprile

    Ne approfitto per ringraziarvi di aver incluso la mia lettera nel post. Non ho ricevuto alcuna risposta da ANPI Bologna (non che me l’aspettassi in verità), ma mi è stato utile come grimaldello in diverse discussioni su chat e spero mi serva per organizzare qualcosa, rispettando ovviamente i limiti di legge, per sabato.

  27. Nel frattempo nella fase 2 ovvero dal 4 maggio forse,sottolineo il FORSE, saranno cancellate le restrizioni per le uscite di casa e i limiti al “passeggiare”.
    Come riporta il sole24ore: “alcuni divieti come quello di non poter passeggiare o di non lasciare il comune di residenza, potrebbero essere cancellati in quelle zone dove la linea del contagio si è drasticamente ridotta.”
    https://www.ilsole24ore.com/art/conte-fase-2-mascherine-tutti-e-riaperture-omogenee-tutta-italia-ADh05rL

    POTREBBERO. Non è certo. A questo punto, fermo restando la legittimità del divieto di assembramento, è il caso di organizzare una disobbedienza civile collettiva magari preannunciandola in modo da esercitare pressione contro il perpetrarsi di questa follia?

    • Sentono che la situazione gli sta scappando di mano, ci sono sempre più prese di posizione contro quella che – a noi risulta sempre più chiaro – è stata una truffaldina sostituzione dello stare-a-casa (dal lavoro) con lo stare-in-casa.

      Grazie a quella sostituzione, la maggior parte delle fabbriche dove si lavorava senza tutele sono rimaste aperte, mentre si sono costretti milioni di persone agli arresti domiciliari, ovunque, anche in zone con zero contagi, zone di montagna o campagna, zone a bassissimo indice demografico, zone lontanissime da ogni focolaio, isole (mi viene in mente il bel commento di Manuela su Caprera e La Maddalena) ecc.

      In queste ore sta girando molto la lettera aperta di nove magistrati di Aosta, compreso il presidente del tribunale, dove si denunciano l’assurdità del perseguire chi passeggia e della conseguente caccia all’uomo:

      «Con estremo sconforto – soprattutto morale – abbiamo assistito – ed ancora assistiamo – ad ampi dispiegamenti di mezzi per perseguire illeciti che non esistono, poiché è manifestamente insussistente qualsiasi offesa all’interesse giuridico (e sociale) protetto»

      • Grazie per tutto quello che fate, anche a nome di chi, come me, non sa come muoversi perché completamente sola, tra chi mi circonda, a scalpitare e soffrire per questa reclusione senza criterio che ci nega anche la possibilità di spostarci dal proprio comune per onorare come è dovuto una ricorrenza così importante. Grazie anche per aver citato la lettera dei magistrati valdostani che mette in evidenza un fattore che saltava agli occhi sin dai primi giorni ovvero il cieco perseguire condotte prive di lesività del bene giuridico tutelato. Sarebbe esattamente su questo punto che incentrerei qualunque ricorso contro le sanzioni comminate. Fine della divagazione.

        • Secondo me quella dei ricorsi sarà una patata bollente colossale, per il giudiziario, che giustamente ne attribuirà la responsabilità a legislativo ed esecutivo. Che a loro volta sono stati aizzati dal mediatico.

    • A me pare che non si dovrebbe accettare nessuna “fase 2 – dal 4 maggio” che non revochi l’obbligo di autocertificare i motivi dei propri spostamenti. Dobbiamo ragionare insieme su quali forme di protesta si potranno attuare per dire che non ci interessano “concessioni”: dev’essere ristabilita la libertà di circolazione. Dopodiché, potete chiedermi di osservare la misura del distanziamento fisico e altre precauzioni igieniche prima di entrare in un ambiente chiuso, ma una volta che rispetto queste regole, le ragioni per cui mi muovo sul territorio non devono essere in discussione.

      • È tutto il giorno che ci ragiono! Per quanto mi riguarda ho deciso di pensare, in assenza di ribellione collettiva a questa assurdità, ad una azione individuale ossia rifiutarmi di produrla e andare avanti con una tutela giurisdizionale delle mie ragioni. Non ho più nulla da autocertificare. Mantenessero pure i divieti di spostamento tra regioni, vivo in Sardegna ed a nuoto non credo di avere abbastanza “autonomia”, quindi non avrei per ora la forza di oppormi. Ma su questo punto ho esaurito pazienza e sopportazione. Se dovessero reiterare questa folle misura inutile e vessatoria non sono più disposta ad accettarla. Non è solo una richiesta inutile in senso sanitario, è anche una odiosa invasione della mia libertà posto che chi è stato deputato ai controlli ha dimostrato di non saper usare discernimento e buon senso. Era nata come un fine ( inaccettabile comunque) ed è sfociata nell’abuso. Perché qualcuno dovrebbe perquisirmi la spesa o chiedermi conto di dove mi sto recando? Eviteremo i gruppi, indosseremo la mascherina e i guanti in luoghi chiusi o per strada se incrociamo qualcuno. Stop. Scusate se vado fuori tema ma vorrei lasciare questa riflessione di cui allego il link. Non so dove postarla, eventualmente spostatela dove ritenete più opportuno.
        https://mad-in-italy.com/2020/04/induzione-alla-psicosi-da-virus/?fbclid=IwAR2Zx-OQyP_Ryq-Mc8KPMIxhnO0TWeb1q1hWdt1CbsoLpfziUd0vuZB9_nc

  28. Oggi l’ANPI ha pubblicato questo: https://www.anpi.it/articoli/2304/il-governo-non-puo-escludere-lanpi-dal-25-aprile?fbclid=IwAR3vEAEj5KQvGCkDiutIQRSnxubWhKuTUFh0_1FT1wBsrNBywhhDapKx0Uc
    Forse ancha la lettere di Massimo Zanetti pubblicata qui su GIAP è servita, almeno in parte, a svegliare gli animi.
    A Milano, dove vivo da un paio di anni, ci si sta organizzando. Io credo che prenderò parte sicuramente a questa inziativa che anche a Bologna potrebbe avere un senso https://www.facebook.com/100654511594244/posts/121939596132402/.
    Sto sollecitando il GASP, in cui faccio la staffetta di mutuo soccorso per portare la spesa achi ne ha bisogno, a sentire se qualche produttore ha anche dei garofani rossi da poter lasciare alle lapidi dei partigiani che si trovano nelle vecinanze della via in cui abito.

    Grazie per questo post e per tutto.

  29. Vorrei condividere con voi un’analisi/articolo di stampo linguistico, fatta da un mio professore (e in parte da me), su cui mi piacerebbe avere la vostra opinione. Supera però le 2300 battute, non posso condividerlo qui: se vi interessasse leggerlo intero, avrei piacere di mandarvelo.

    In tempi di coronavirus la nostra società dal punto linguistico ha continuato a comunicare come prima, anche se su temi diversi, e la vera novità è stata invece l’intensificarsi della strategia dell’inganno a fin di bene, da parte sia del governo sia delle amministrazioni locali. Chi governa l’Italia ha scelto due modi per mentire: dire il falso, e non spiegare il vero.
    […]
    Più spesso, il governo ha mentito con il sistema di non spiegare le ragioni delle cose, in modo da lasciar intendere il falso. Ad esempio, non ha spiegato perché vietava le corsette nei parchi e addirittura le passeggiate in campagna o in montagna. Naturalmente queste condotte non propagano nessun virus. Sono state proibite non perché fossero pericolose (non parliamo di escursioni alpinistiche), ma perché, per bloccare tutti coloro che sarebbero usciti a fare una grigliata o una bevuta con gli amici, era più facile bloccare tutti proprio, anziché avere per strada sia gente innocua che andava da sola in campagna sia gente “pericolosa” che andava a far scampagnate in compagnia senza l’intenzione di rispettare le norme di distanziamento. Insomma, se si sono proibite anche le attività sane e sicure è stato per ragioni tecniche, di polizia: per poter intercettare meglio le attività malsane e pericolose. Non si è spiegato ai cittadini che era così, perché si è temuto che ammettendo la non pericolosità di alcune condotte si sarebbe aperta la strada a infinite polemiche sull’opportunità di vietarle.
    Le polemiche ci sono state lo stesso, perché non tutti sono privi di discernimento. Ma proibendo cose innocue si è indotta una grande quantità di persone dotate di poco discernimento a pensare che fossero comportamenti pericolosi. Ed ecco le aggressioni di ogni genere e il trattamento da untore riservati a chi dice che si potrebbe correre distanziati o andare in valloni non ripidi e deserti senza far male a nessuno.

    • […]
      Ormai, poi, si avvicina la fase 2, quella in cui ci saranno meno divieti e in cui tutto dipenderà da quanto bene ci comporteremo nell’uso della nuova, parziale libertà. Chi non avrà capito la differenza fra condotte innocue e condotte pericolose, che non coincide affatto con l’attuale, fuorviante distinzione fra cose permesse e cose proibite, farà molti danni. In questo momento, purtroppo, i divieti sono l’unica informazione che la stragrande maggioranza degli italiani ha ricevuto dalle fonti istituzionali. Per il resto, il vuoto è stato colmato dal bailamme dei social. Se da parte di chi governa non si inizieranno a spiegare bene cause ed effetti, milioni di persone che si sono regolate in base all’idea menzognera che tutto il vietato fosse pericoloso, ora si regoleranno in base alla (stessa) idea che tutto il permesso sia innocuo, comunque lo si attui.

      • In seconda battuta (visto che hai chiesto opinioni) trovo il finale messianico “milioni di persone” superfluo e socialeggiante (nel senso di spazzatura emozionale da Facebook di cinquantenni).

        E la premessa è già il tono apocalittico “chi non avrà capito (…) farà molti danni”.

        Tutto il discorso poi gira intorno alla distinzione tra illegale e criminale e la loro profonda esplicita ed implicita differenza? Color me surprised. Non c’è bisogno di fare le Cassandre.

        Trovo in generale non si metta a fuoco nulla, abbastanza confuso…sei al liceo? Grazie per aver condiviso

    • Sinceramente mi fa specie che una disamina linguista utilizzi gli stessi stilemi della narrazione che esamina, la trovo abbastanza miope e inane. “La corsetta nei parchi”, “quelli che sarebbero andati a fare una grigliata o una bevuta con gli amici”: sono esattamente gli stessi termini utilizzati dai media mainstream: fanno il paio con le fake news dei “furbetti della Pasquetta” o “i paesi costretti a richiudere dopo aver allentato”…tutte narrazioni funzionali alla costruzione del terror panico e la paranoia clinica… il “nemico invisibile”, “paziente giovane”, “virus nell’aria” eccetera .

      Non c’è nulla di pericoloso ne nella “corsetta” ne nella “bevuta con gli amici”, per quanto mi riguarda è una disamina che imbianca il sepolcro ed esemplifica semmai la persuasione che ha avuto la propaganda sul virus e le misure (senza supposte alternative) utilizzate per contrastarne la diffusione.

    • (Parte 1/2)
      E’ anche vero, come ha scritto sil, che coi divieti assurdi il governo vuole vietare tutto per evitare di dover controllare il rispetto del distanziamento di un metro tra le persone, ma credo che cio’ abbia soprattutto motivi piu’ profondi che mirano ad un vero e proprio controllo/manipolazione della comunicazione personale e di gruppo.

      Anche in merito a pattuglie che girano intimidendo la gente solo perchè si saluta a distanza. Lo stesso concetto di affollamento viene ridotto a un concetto fascista di “assembramento”.
      Insomma pare proprio che NON si voglia che la gente comunichi dal vivo.

      Il tipo di comunicazione che avveniva principalmente su facebook ora viene imposto ovunque: si comunica SOLO attraverso mezzi elettronici.
      Cioè tramite mezzi che permettono alla comunicazione di poter esser monitorata e/o manipolata dallo stato.
      Comunicazioni fra Alice e Bob devono passare per un terzo soggetto (aziende di TLC, che collaborano col governo che puo’ monitorarle e alterarle).
      Cioè tutte le comunicazioni (anche SMS e telefonate normali) non son piu’ da ritenersi private nè tantomeno certe.

      L’unico modo certo che le persone hanno per verificare autenticità di comunicazioni e/o del suo contenuto è quello di chiederne conferma al mittente, incontrandolo dal vivo. Cosa attualmente impedita.

      Anche comunicazioni criptate (tipo PGP) hanno un anello fondamentale che consiste nell’incontro dal vivo (per lo scambio di chiavi).

      Credo poi che in genere (da sempre, in tutti i paesi) sia fondamentale tener presente che il monitoraggio non è in “sola lettura” ma prevede anche la “scrittura” (ovvero bloccare in parte o in tutto una comunicazione, es. un SMS/mail/chat/ecc facendo credere al mittente che l’invio sia andato a buon fine, o anche l’alterazione di un messaggio da parte di Tizio a Caio o invio di messaggi fasulli a nome di uno dei due interlocutori, il tutto non rilevabile dal mittente o supposto mittente).

      • (parte 2/2)
        posto un link pastebin a un commento che tempo fa volevo postare qui su giap ma non ho potuto siccome non sono riuscito a sintetizzare oltre (circa 8000 caratteri).
        Parlo di alcune tecnologie esistenti che consistono in monitoraggio e MITM delle comunicazioni da parte dei governi. Non bisogna sottovalutare questo aspetto che è cruciale:
        https://web.archive.org/web/20200423091235/https://pastebin.com/raw/6Ts67yMJ

        Bisogna rigettare la DAD e il divieto di incontrarsi dal vivo. Bisogna rigettare ogni monitoraggio/interferenza da parte delle autorità nelle comunicazioni interpersonali e/o di gruppo (politiche e non). Consiglio a tutt* di usare il piu’ possibile tecnologie di cifratura dal traffico (es. Tor, https://tor.eff.org e PGP / GNUpg per messaggi/email).
        Comunicazioni personali: Bisogna tornare a comunicare DAL VIVO, e ridurre al minimo essenziale le comunicazioni personali elettroniche quando possibile (es. Tizio vive nello stesso comune di Caio, per parlare usano mezzi elettronici solo per darsi appuntamento alla fila del supermarket e parlano là). Ribaltiamo il “paradigma DAD” che viene imposto alla società! -elettroni +neuroni !! :)

        [OT: Poi ci sono fatti curiosi .. Chiedo conferma anche agli altri utenti se da inizio quarantena anche a loro sul client di posta elettronica appaiono strani errori. Da circa un mese il client mi dice che per inviare email devo “downgradare” la sicurezza, non usare ESMTP (che è encrypted) siccome il server virgilio non la supporta piu’ (!!) In pratica per inviare email dovrei accettare di inviarla in chiaro e effettuare login in chiaro (permettendo la trasmissione in chiaro delle credenziali di accesso). ]

        • Breve nota:
          Bisognerebbe far notare poi a tutti quelli del governo e opposizione che un “mondo interconnesso” è il mondo piu’ sconnesso possibile.

          La tecnologia allontana le persone, le isola.
          Questo è il paradosso che va fatto notare energicamente a chiunque faccia apologia di “smart society” in cui tutti dovremmo esser allegramente connessi tramite sistemi di comunicazione elettronica.

          E’ vero, siamo tutti piu’ connessi … ma con cosa? non tra noi, ma col governo. Come è stato egregiamente fatto notare dal post riguardo al degoogling, la tecnologia ha dei padroni (aziende, che spesso e volentieri collaborano con i governi).

          C’è molto lavoro sociale da svolgere e lo possiamo fare ogni volta che chiacchieramo con qualcuno, conoscente o meno (a me son capitate interessanti discussioni politiche col tabaccaio riguardo ai divieti, a fabbriche aperte e parchi chiusi e vedo che l’insulsatezza dei divieti è percepita sempre di piu’ ) bisogna parlarne con piu’ gente possibile del fatto che le tecnologie son usate piu’ per intromettersi nelle comunicazioni personali che per permettere alla gente di stare in contatti.

          Auspico un futuro in cui la gente ogni volta che non usa il telefono stacca la batteria :)

          25 aprile: Vivo in un paesino di provincia, credo che passerò tutto il giorno “vestito da runner” con un fazzoletto rosso al collo in giro a correre, visto che qua mobilitazioni credo non ce ne saranno (ho la sfiga di viver nel comune piu’ leghista d’italia: lega 64% alle scorse europee)

          Mi scuso per i post lunghissimi, era da molto che volevo scrivere. Grazie ancora a WM per lo spazio di discussione e i post illuminanti e a tutti quelli che intervengono dimostrando che il buon senso in questo paese esiste ancora.

          Quel che avviene qua con queste discussioni è un faro di ragione e logica nel buio deserto medievale dell’italia di oggi!

  30. Avrete senz’altro visto un servizio del TG2 di oggi (ore 13:00) in cui si parlava della ricorrenza di ieri a Bologna, con breve intervista a Fois. A Bologna non è stato fatto nulla, tutto fermo e silente, con le immagini della piazza piena di 75 anni fa a fare da contrappunto a piazza Maggiore vuota oggi, senza che nessuno “scatti nemmeno una foto al Nettuno”.
    Quando vedo e sento queste cose mi viene da chiedere se le narrazioni tossiche (nelle varie forme, dire parzialmente, non dire, ecc) siano frutto di incompetenza, pressappocaggine, sciatteria nel fare il proprio lavoro (e non scomodo concetti più volte citati qui sul verificare le fonti), o deliberata omissione della realtà dei fatti. Il reading di ieri non avrà attirato folle oceaniche, ma il non detto del servizio era che in città non sia stato fatto nulla.
    PS. Almeno il TG2 ci ha informati che a Bologna esiste la ricorrenza del 21 aprile. Poco dopo il TG1 non ne ha parlato affatto.

  31. Bene, nel post sulla commemorazione di ieri, svoltasi in via Broccaindosso a Bologna, si è già infiltrato il primo fascio. Non aveva niente da dire, ovviamente. Voleva solo provocare. Dicendo che il problema siamo ” noi”. Non gli ho dato modo di ” approfondire “. Lo ho semplicemente bloccato in partenza. È stato facile capire chi era, lo rivela facilmente un profilo che è un tripudio di frecce tricolore e bandiere italiane. Mi rimane la sensazione spiacevole di una “minaccia” fomentata da questo clima autoritario e reazionario. E, come diceva Omar Onnis, in un commento precedente, diventa davvero pericoloso e rischioso lasciare che a capitalizzare il senso di frustrazione, per questa situazione, sia proprio la destra.

    • Ciao. C’è un passaggio, nell’articolo di Ginevra Bompiani – “ascoltiamo la voce di quello che abbiamo di più prezioso, la nostra responsabilità e libertà presenti e future” – ci richiama ad essere responsabili. Ho visto inserirsi nel dibattito una persona che si firma Anteo Crocioni, non frequenta da 5 anni gli “spazi di movimento” e dice: “nel mio microcosmo disubbidisco quotidianamente, ma è solo una forma residuale di rispetto per me stesso”. Io gli ultimi 5 anni li ho trascorsi a Minneapolis, negli Stati Uniti. Proprio qui in questi giorni vi sono state dimostrazioni di protesta contro lo “stare a casa” – ché non siamo obbligati a “stare in casa”, ma è tutto chiuso, molte fabbriche e i parchi, le librerie, i ristoranti, i centri commerciali.. – ed era gente di estrema destra, gente che “quello che hanno di più prezioso” sono le loro libertà individuali e le loro tasche, le cose che possiedono – “you are not what you own” dicevano i Fugazi, ma il senso di quella frase l’ho capito solo dopo essermi trasferito qui. Ora, io chiedo: ma non è che il “microcosmo” di Anteo Crocioni e il “rispetto di Anteo per se stesso” sono, di fatto, anche quelle nulla più che libertà individuali? La destra colpisce dove la scala dei valori è invertita, dove prima di tutto viene la mia libertà. È giusto tornare in strada, come hai fatto tu insieme ai tuoi vicini, rispettando le distanze, tu che hai a cuore anche gli anziani e i deboli ma vuoi ribadire il principio che uscire di casa in maniera responsabile èl’unica via che ci porta fuori da questa situazione – che ci fa guarire – coltivare negli spazi pubblici il momento simbolico altissimo della Liberazione, ma contro i microcosmi e la deresponsabilizzazione, che sono, per l’appunto, terreno fertile per il sopravvento subdolo delle tentazioni fasciste.

      • Ciao Claudio, il punto sta proprio lì, nel passaggio dal microcosmo individuale all’ azione collettiva. Dalla disobbedienza singola alla resistenza organizzata. Non tutti quelli che disobbediscono sono spinti dal peggiore individualismo egoista. Manca il tessuto connettivo per intrecciare le singole forme di dissenso. E questo sostrato non si ricostruisce dall’oggi al domani, dopo anni di narrazioni tossiche che hanno spinto alla disgregazione, all’ atomizzazione e alla solitudine. Quello che è successo nella mia strada è stato possibile solo perché si cerca quotidianamente di combattere la disgregazione. Si cerca di incontrarsi, scambiarsi due parole, fare il punto della situazione su quello che succede nel quartiere. Si cerca di essere concretamente attivi sul territorio. Perché si è conservata una residuale forma di solidarietà dal basso. La conformazione della strada, i portici, i suoi abitanti, le poche iniziative che si fanno, hanno mantenuto vivo un legame fra le persone. Si cerca di rispondere semplicemente e concretamente alle esigenze di chi ha più bisogno. Qui, ci siamo trovati in tanti a disobbedire ai divieti imposti. Così come tantissimi li rispettano. Riprendersi la strada, in questo momento qui in Italia, equivale a riprendersi la propria vita. Ma è possibile solo se le varie forme di disobbedienza, che non siano interessate solo alla “libertà di consumare”, si incontrano. E per incontrarsi bisogna scendere fisicamente in strada. In questa strada abbiamo spontaneamente e da subito rifiutato la definizione di ” social street ” perché non ci è mai venuto in mente di ” connetterci virtualmente “. Già da prima dell’emergenza. In nuce stavamo già coltivando un seme di resistenza, contro una idea di socialità virtuale e tecnologicamente efficiente.

  32. Ciao e grazie per il vostro lavoro!
    Vorrei segnalare la situazione a Grizzana Morandi(Bo), dove vivo.
    Un paio di giorni fa sono stato contattato da un membro della giunta comunale, mi invitava a partecipare e diffondere la loro iniziativa per il 25: un flash mob per intonare l’inno d’Italia al balcone, colto da un conato di vomito, ho preso tempo per informarmi meglio e sondare il sentimento dei miei compaesani.. così ho scoperto il preoccupante Volantino diffuso dalla giunta che vi invito a visionare sul sito del comune: un’idilliaco tramonto come sfondo, festa della liberazione senza alcuna menzione ad antifascismo, resistenza e partigiani e l’invito a cantare l’inno di mameli.. Allibito da questa scelta (da parte di una giunta di centro sinistra(vabeh) e in un comune segnato fortemente dall’occupazione nazifascista e per fortuna dalla presenza della resistenza che su questi monti ci ha liberato dal vile oppressore) ho condiviso l’accaduto con alcuni compaesani e ricontattato le autorità competenti per manifestare il nostro dissenso. All’oggi nessuna risposta è pervenuta e ci chiediamo come poter intervenire..si accettano proposte..

    • Colgo l’occasione per condividere un’idea già risuonata in molti di questi commenti e nel mio specifico legata all’appennino bolognese. Abito non distante da Grizzana Morandi e vicino a me (forse qualche metro in più di 200, ma trattandosi delle prime costruzioni raggiungibili, le ritengo delle “prossimità”) ci sono due lapidi che ricordano uno dei tanti rastrellamenti e conseguenti stragi che andarono a comporre l’eccidio di Monte Sole. Vorrei coinvolgere alcuni dei nostri -pochissimi- vicini per trovarci lì il 25, in numero dunque decisamente ridotto e sempre tenendo presenti le note regole, e fare qualche breve lettura. Magari sì, portare anche un fiore o una coccarda “fatta stando a casa”. Insomma una cosa, come l’iniziativa di ieri di WM, che rimane entro il limite delle restrizioni, ma ne amplia l’interpretazione. E vorrei anche diffondere l’idea tra il maggior numero di persone della zona. Che individuino il cippo, la lapide commemorativa più vicina alla loro abitazione, e se possibile la raggiungano. Se questa iniziativa si diffondesse credo potrebbe dare una sensazione di presenza capillare sul territorio, senza però forse creare rifiuto in chi subisce l’influenza del frame “stare in casa a tutti i costi”. Perché si tratterebbe di un presidio non di massa in un solo luogo, ma diffuso. Sarebbe buono poter fornire una piccola mappatura appunto delle varie pietre di memoria: ne sono state fatte tante di mappe ma difficilmente esaustive. Comunque mi piace immaginare che se iniziative come questa o simili si diffondessero e si potessero poi raccogliere le derivanti testimonianze in immagini o quant’altro, sarebbe un buon mosaico per disegnare il territorio che vogliamo riaprire.

  33. ieri sera tornando a casa abbiamo assistito al violento spergiuro di una signora alla finestra a due “senza tetto” colpevoli di sporcare e disturbare. la signora, tricolore alla finestra, tra le varie sentenze “di morte” (“ve lo dico io che delle coperte non se ne fanno niente, solo i soldi per bere vogliono”) se ne usciva con un perturbante: “cosa ci insegna questa legge? che chi non c’ha niente da perdere ha la possibilità di fare come gli pare, mentre io manco posso andare a vedere mia madre”.

    la dimostrazione di un mondo e di il ritorno alla normalità sarà complicato proprio perché lì sta il problema.

    l’unico appunto che farei al contributo, molto condivisibile peraltro, è che comunque sin dall’inizio del lockdown – con il presidio davanti al ministero di giustizia a roma, maldestramente represso con cariche e denunce – che attorno alle carceri d’italia si è creata una certa mobilitazione in sostegno delle/i detenutx e portate avanti per rompere l’isolamento e il divieto d’assembramento.

    penso sia importante ricordarlo, sia per tutto quello che è avvenuto nelle carceri ma anche e soprattutto per i morti già ormai dimenticati e per le mancate risposte a indulto e amnistia. è da più di un mese che, famigliari e solidali, cercano di creare spazi – spesso nel silenzio mediatico ma anche “antagonista” – per portare solidarietà fisica e collettiva e per mettere in luce le condizioni di chi vive recluso – già pessime prima del covid – ma diventate insostenibili dall’emergenza e dai decreti emanati. ultimi di questi tentativi quelli di bologna e di roma di giovedì 16 aprile con, in quest’ultima situazione, una presenza attiva di un dispositivo di controllo molto nutrito che da subito ha impedito la solidarietà – nonostante il rispetto delle distanze, la mascherina e i guanti – “prelevandosi” 8 persone per controlli.

    ecco, nell’analisi del tutto, penso che sarebbe molto importante non dimenticarcene e non dimenticare soprattutto chi dalle carceri, ai cpr, a qualsiasi altro centro di reclusione, vive privato/a di qualsiasi libertà.

    • Giusta integrazione. Delle rivolte nelle carceri, della successiva repressione e delle azioni in solidarietà a detenute e detenuti abbiamo parlato, prima nel Diario virale 3 e poi in commenti e link, ma questi ultimi sono sparpagliati nelle discussioni. È importante continuare a ricordare cosa si muove su quel versante.

  34. Buonasera, è la prima volta che pubblico un post. Pur condividendo le tesi di fondo dell’articolo, mi sento di fare alcune osservazioni. Mentre l’autore, condivisibilmente, rileva l’appiattimento del “movimento” e la perdita di capacità critica,comunicando il suo comprensibile sbigottimento rispetto alle reazioni dei “compagni” (quelli che “libertà?pfui!”), si guarda bene dal prendere atto che siamo in una dittatura “sanitaria”, in un nascente stato di polizia dai contorni orwelliani ed huxleiani allo stesso tempo, in un tempo di Costituzione e di diritti “sospesi”.Cos’altro devono ancora fare?
    Ci si rifiuta di prendere atto che le famose “persone comuni” (sì, quelle delle microtattiche, come il sottoscritto) che avrebbero più smalto rivoluzionario dei “militanti”, banalmente, non daranno mai più retta a chi canta Bella Ciao, perchè quella canzone risulta, ai loro occhi, fusa in unico calderone assieme al virus, ai partiti, a Burioni, alla disoccupazione, alle multe ed alle violenze della sbirraglia, tutte espressioni di un unico, spaventoso regime, di cui a torto o a ragione, fa parte tutta la “sinistra” nelle sue infinite articolazioni; al contempo, piuttosto che “dar retta” a Wu Ming preferiscono seguire i gruppi telegram et similia ed affidare le proprie denunce non già ad evanescenti “movimenti” ma a pittoreschi youtuber “rivoluzionari”, assumendo come punti di riferimento il coraggioso sacerdote “ribelle” o quel tale che ha pubblicato il video in cui reagisce alle angherie delle divise. Tali fenomeni verrebbero liquidati con un’ alzata di spalle ed un sorriso di scherno, dando corpo a quel ventaglio di riflessi pavloviani che hanno rotto ogni possibilità di “sintonia” con le classi subalterne.
    Viene riservato, cioè, a queste “persone comuni”, lo stesso trattamento che riserva loro il sistema mediatico: la demonizzazione.
    Riattivare una sintonia con queste premesse mi pare difficile.

    • Scusa, solo una precisazione: su questo blog di incostituzionalità dei provvedimenti e, soprattutto, di diritti sospesi nell’emergenza coronavirus si sta parlando incessantemente da due mesi, e se ne parla anche nel post qui sopra, con tanto di rassegne di esempi. Per il resto, il quadro che dipingi magari non è tutta la realtà, ma è reale, purtroppo.

      • o so bene, ho anche dovuto ridurre il mio testo perchè non sapevo del limite di battute, scusa se mi permetto un’altra “provocazione sul 25 aprile: la canonica disputa con i fascisti risulta grottesca e stucchevole, (sempre per le “persone comuni” di cui sopra), perché sapete bene che, se nelle strade ci fossero i compagni, i fascisti non si farebbero proprio vedere; sapete altresì che i fascisti provano sempre a cavalcare queste jacquerie post-moderne, ma con esiti disastrosi, come attesta il loro radicamento “reale” (per non parlare dei risultati elettorali). E dunque, alla fine la montagna partorisce il topolino: contestiamo l’ANPI e facciamo qualcosa di “più di sinistra”, badando bene a non uscire dal recinto predisposto dall’ordine dominante. Bisognerebbe fare di più, mi permetto di dire, sottolineando il fatto che siamo già in una dittatura, ed alla marcia su Roma seguiranno le leggi fascistissime.Io abito a Bologna da vent’anni, da almeno 5 non frequento più spazi “di movimento”, nel mio microcosmo disubbidisco quotidianamente, ma è solo una forma residuale di rispetto per me stesso. Spasmodicamente cerco segnali attraverso la rete: immagino siate a conoscenza della manifestazione convocata in Piazza dell’Unità per sabato mattina (ne parla ZIC). W la libertà!

        • Scusa, però davvero non si capisce cosa tu stia imputando a quest’articolo, dal momento che continui a rinfacciarci di non dire cose che invece diciamo. Ad esempio, che se per strada ci fossero gli antifascisti non ci sarebbero i fascisti, che i fascisti provano sempre ad approfittare di situazioni di crisi ecc. Già ci avevi rinfacciato di non parlare della gravità della situazione quando praticamente non stiamo scrivendo d’altro.
          Alcune delle cose che scrivi sono tristemente vere, ma non si capisce che “taglio” alternativo tu stia proponendo quando dici, alquanto balzanamente, che noi rimarremmo nel «recinto dell’ordine dominante». A cosa servono commenti così, a parte a sfogarsi? Cerchiamo di essere meno «spasmodici».

        • Scusa, Anteo Crocioni ( che fra l’ altro fa curiosamente risuonare il nome di Anteo Zamboni), per scendere un po’ più terra terra: certo che hai proprio fatto la scoperta dell’ acqua calda… a parte che Bella Ciao non si può identificare con la peggiore rappresentazione della sinistra, è quantomeno ardito e snobbistico. Noi ieri l’ abbiamo cantata, perché TUTTI ne conoscono le parole. Bella ciao, nonostante le strumentalizzazioni, rimane legata ad un immaginario fortemente popolare, in senso autentico. Anche dire ” la canonica disputa coi fascisti risulta grottesca e stucchevole ( per le persone comuni)” ha un po’ quel sapore di qualunquismo grillino che sostiene che destra e sinistra sono uguali e che questa contrapposizione dialettica è noiosa…È su questo terreno che ha attecchito una grave forma di ” lassismo” che ha consentito di abbassare la guardia. È un gravissimo errore di sottovalutazione che si è commesso da molte parti e che ha coinciso con una operazione di restyling attraverso cui si sono cancellati i valori fondanti ed identificativi della sinistra. Non puoi minimizzare così questo rischio. È un grave errore, che ci ha condotto dove siamo ora. Il peggiore fascismo è già stato sdoganato e la sua presenza in parlamento garantisce coperture politiche alle frange più pericolose. Il punto nodale è proprio l’opposto di ciò che dici: non si può costruire alcuna opposizione senza fare queste distinzioni. Purtroppo di grottesco e stucchevole non c’è proprio nulla. È tutto vero, e queste polarizzazioni prenderanno corpo in maniera ancora più netta proprio ora.

    • Si è sempre difficile trovare una sintonia.
      IMHO ad esempio mettere nel calderone di quelli che occorre rifiutare a prescindere ogni rapporto politico o di alleanza coloro che cantano “Bella Ciao” solo perché è “fusa” ad altro è un errore madornale.
      A prescindere dal fatto che il valore simbolico di Bella Ciao travalica i confini nazionale è forse è uno dei canti di protesta più diffusi nel pianeta (basta vedere che è stata usata anche dal movimento ambientalista per la sensibilizzazione sul climate warming) in un momento in cui La Russa propone di suonare “il piave” e i sinceri democratici da un paio di decenni “sconsigliano” di suonarla perché è una canzone che divide (è vero, divide le brave persone dai fascisti), mettersi a discutere perché i veri partigiani comunisti cantavano “fischia il vento” o “ribelli della montagna” verrebbe da chiedersi che senso ha. E non è che questa polemica va avanti da oggi.
      Ecco forse bisognerebbe programmare un certo numero di obiettivi politici prima a breve, poi a medio e poi a lungo/infinito termine.
      In tal senso una ri-democraticizzazione reale del paese con la preclusione antirazzista e antifascista dovrebbe essere messo al primo posto.
      Poi nulla ci vieta di pensare anche al dopo, ma non scendere in una piazza antifascista, perché quella bandiera lì non mi piace, perché quella canzone non mi piace, perché quel tizio lì una volta ha fatto il sottosegretario e non mi è piaciuto è un grave errore che tanti continuano a fare.

      • Permettimi una considerazione, senza alcuna velleità polemica o “turbativa” del dibattito: ma che ri-democratizzazione vuoi fare, che lotta per l’uguaglianza vuoi fare in uno stato di tecnopolizia quale quello che si sta profilando senza alcuna opposizione concreta? Hai abbastanza senso della realtà per sapere che un proletariato postideologico, postpolitico e ormai quasi postumano appena sente parlare di Bella Ciao, “metterebbe mano alla pistola”? Le ragioni, fra l’altro, sono proprio quelle da te elencate: è la sigla di una serie famosa, il “movimento ambientalista” pompato a reti unificate la usa come colonna sonora, tutti i “vip” la cantano ed invitano a farlo, ma mi raccomando: in casa!!!!!
        Sia chiaro, delle polemiche storico-filologiche sulle canzoni mi importa il giusto: è che vedo manifestarsi la stessa coazione a ripetere, gli stessi riflessi pavloviani che ci hanno condotto al deserto attuale.
        Se per la grande maggioranza delle “persone comuni”, “sinistra” significa “regime” è perché anche tutta l’area “antagonista” (o chiamala come ti pare, ma ci siam capiti) adopera lo stesso lessico del sistema dominante e, come più volte sottolineato nell’articolo, finisce con lo sposarne acriticamente il paradigma, come possiamo constatare in questo momento drammatico.
        Intanto, tutti a casa!!!! Poi, con l’app installata (perché altrimenti sei un assassino…sei d’accordo?) e tutto il resto, con il governo Colao e la rovina economica, sociale, psicologica, morale di milioni di persone in carne e ossa, finalmente si potrà agire.

        • Vedi se per te ri-democraticizzazione significa instaurare i soviet e nazionalizzare tutti i sistemi di produzione è difficile che in questo momento tu abbia altre soluzioni che tentare un colpo di stato con i fedayn di Rizzo far sorgere il sole rossobruno dell’avvenire.
          Ma se per ri-democraticizzazione dello Stato si intende, tanto per fare esempi concreti, una legge elettorale democratica, la piena attuazione dei diritti costituzionali, una riforma della giustizia che elimini molte anomalie del nostro sistema, un sistema di conflitto di interessi e antitrust vero e non la buffonata che abbiamo oggi, una riforma ecologica del sistema di produzione della filiera alimentare e dei trasporti, ecco in tutto questo ti assicuro che ci sono ampi fronti di lavoro che non riguardano solo i duri e puri del “la rivoluzione dopodomani sicuramente”.
          Poi, visto che sono qui mi sembra abbastanza chiaro ma evidentemente non lo è, nessuno concorda nei mezzi di controllo e distrazione di massa che usano i nostri governi, in cui per l’appunto rientrano anche la famose app… ma anche qui occorre usar la ragione, perché è inutile che ti ribelli contro l’app “immuni” se hai un profilo facebook, o un account wazzup e giochi a “scopri che condottiero del passato sei”.

          • Egregio, io non sto su Facebook nè su instagram nè su tutto quello che ti viene in mente…ho il telefono da 28 euro (tutti i “compagni” mi guardano come un alieno) e “pago” volentieri il prezzo dell’emarginazione che questo comporta.
            Egregio, le tue reazioni rientrano nella gamma di quelle manifestazioni pavloviane che stroncano alla base qualunque possibilità di confronto: è la stessa strategia dell’ordine dominante, solo che più ardentemente “antifasista, antirasista, antisovranista”.
            Com’è che le “persone comuni” odiano la “sinistra” in tutte le sue articolazioni possibili e immaginabili? Pinuccio il giornalaio mi dice che sotto casa sua ci sono degli immigrati che spacciano? Mostro! Rasista! #boycottpinuccio! Mario il tornitore mi dice che dopo il divorzio dorme in macchina? Sessista! Senonoraquando! #selemeritato e vai con la petizione su change.org per far licenziare Mario: prima firma Luciana Littizzetto. Ivano il pensionato, già caposcala del PCI, mi sussurra che pensa di votare per Salvini? Nasista! Maleassoluto! #gambizziamoivano. Anteo il fessacchiotto osa dire che farsi le seghe sull’antifascismo non sia una priorità in un momento in cui costruiscono la dittatura tassello dopo tassello? Rossobruno (e quindi fasista)! Stateacasa (ci sta sempre bene)! #linciamoanteo.
            Un punto non lo affronti proprio: ci siamo precipitando adesso, nel Fascismo, e non con Salvini, ma con i “democratici”.

            • E devi venircelo a insegnare tu che PD, centrosinistra, Repubblica, pseudosinistra salottiera neoliberale hanno fatto danni enormi? Guarda che hai decisamente sbagliato posto. Qui molte delle cose che stai dicendo suonano come ovvietà. A dar fastidio è il non-detto di ogni tuo commento, che viene fuori solo per allusioni, cioè che per riconquistare le simpatie del “popolo” bisognerebbe essere contro gli immigrati, per il “decoro”, magari fare alleanze con le destre “di popolo” perché l’unico vero pericolo fascista viene dalla “sinistra” e il nemico del mio nemico è mio amico ecc. Questa merda la conosciamo fin troppo bene, adesso si capisce perché i compagni ti guardano male, chiunque tu sia, ammesso che tu sia chi dici di essere. Smamma, ché nemmeno questa è la piazza per te.

  35. estratto da un comunicato del collettivo “disconnessi”.
    per mandarlo tutto coprirei 3 commenti quindi mando solo stralci, così ne copro solo 2:
    (…)
    *Il 25 aprile si festeggia la Liberazione dal fascismo ma non si può non
    denunciare che la deriva verso una nuova forma di totalitarismo era già in
    atto prima della pandemia e che questa crisi l’ha accelerata in modo
    vertiginoso. *Non pensiamo che l’antifascismo possa ridursi al ripudio di
    un fenomeno storico e di quelle identità fuoritempo agitate da ridicole
    formazioni nostalgiche che ad esso si richiamano e che pure, ancora oggi,
    danno il loro contributo alla diffusione di una cultura di odio e di
    morte. *Crediamo
    che l’antifascismo oggi debba assumere le forme di una resistenza contro i
    dispositivi della società dell’artificiale* che, ben oltre la società
    industriale, dello spettacolo e la modernità liquida, ci mette di fronte al
    germe accattivante e vorace di un *totalitarismo tecnologico*. Questo, a
    differenza di quelli ideologici del Novecento, *invade e colonizza il luogo
    fondamentale della libertà, quello delle relazioni umane*.
    (…)

  36. (…)
    *Lo sbandamento, comprensibile, lo spaesamento che ci ha colt* tutt* in
    questa situazione inedita non può continuare, pena il trasformarsi dello
    stesso in complicità con un regime sempre più liberticida che giorno dopo
    giorno vediamo articolarsi e insinuarsi nel nostro quotidiano.*

    Il passaggio, dalla fase 1 alla fase 2 della segregazione collettiva,
    coincide casualmente, se il caso esiste, con le celebrazioni del 25 aprile.
    *È questo il momento di rompere l’assedio. È questo il momento di
    riprenderci il corpo e lo spazio, il tempo e l’aria, l’incontro e la
    condivisione.*

    *Se siamo d’accordo che riunirsi in gruppo per affrontare insieme le
    difficoltà del momento* *non sia più pericoloso che fare la fila al
    supermercato, dobbiamo rivendicarne il diritto.*

    *Se siamo d’accordo che il diritto di incontrarsi sia da difendere e
    l’obbligo di connettersi e sottostare al controllo digitale sia da
    rifiutare, è questo il momento di cominciare a muoversi.*

    Non possiamo accettare che, nel momento delle riaperture, il Ministro della
    salute affermi che “si comincia da quello che fa PIL”. Dobbiamo pretendere
    e imporre che si cominci da quello che è utile per la salute e il benessere
    della comunità. Le aspirazioni sono inestricabilmente connesse alla
    possibilità di respirare, scriveva un poeta. Riprendiamoci l’aria.

    *Il 25 aprile andiamo in strada alle 11 del mattino e alle 19, diamo un
    orario come si dà un’appuntamento d’amore, per riconoscersi, per trovarsi. *
    Entro i 200 metri dal perimetro della propria abitazione, chi non possa o
    non voglia rischiare di incorrere in sanzioni, ovunque chi si sia stancato
    di sottostare a questo ricatto securitario.
    Cantiamo Bella Ciao affinché i nostri partigiani liberatori ci sentano da
    un passato che non è poi così lontano.

    *Il 1 maggio facciamo insieme uno sciopero dei dati e una mobilitazione dei
    corpi: oggi mi disconnetto e incontro il mondo.*
    *Scendiamo in strada dalle 11 alle 13 e dalle 18 alle 20*, sempre secondo
    le esigenze di un appuntamento amoroso. Portiamo chitarre, amplificatori,
    tamburi, pentole.

    Per entrambe le occasioni, chi ha la possibilità, realizzi striscioni da
    appendere nei luoghi pubblici o sui balconi.

    disconnessi

    • “Se siamo d’accordo che il diritto di incontrarsi sia da difendere e
      l’obbligo di connettersi e sottostare al controllo digitale sia da
      rifiutare[..]”

      Questo mostra bene il nocciolo dell’ideologia di governo. Il gov vuole che tutte le interazioni passino dal reale al digitale.
      Controllare/gestire le relazioni nel mondo reale è impossibile e costosissimo. Farlo nel mondo digitale invece abbatte i cosi quasi a zero

      “[..]il Ministro della
      salute affermi che “si comincia da quello che fa PIL”[..]”

      Comunque, il discorso del lavoro pare una distorsione simile a quella avvenuta col passaggio dallo “stare a casa” allo “stare in casa”.
      “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”
      Ma quale concetto di lavoro ha in mente il governo?
      La stessa emergenza lo mette in chiaro: Il lavoro capitalista, basato sullo sfruttamento

      Se Lavoro l’orto, fuori da logiche di lucro (cioè non in azienda agricola o comunque privo di partita iva) per autoprodurmi cibo puo’ succedere che:

      A)mi voglion multare se compro solo terriccio o comunque 2 o tre cose fondamentali per l’orto, siccome “non compro abbastanza per giustificare l’uscita di casa” oppure perchè secondo loro “non è un’uscita per acquisti essenziali”
      Insomma se esci per cibo devi comprarlo, l’autoproduzione non è contemplata

      B)se uno ha un orto non “in prossimità” (in campagna o in altro comune) non puo’ andare a coltivarlo: per il cibo “si puo’ uscire solo per andare al supermercato”, non al proprio orto

      Questa emergenza mostra quale la società che il legislatore vuole:
      Una società del produci-consuma-crepa dove “consuma” è limitato al consumo di beni acquistati e dove “produci” esclude la produzione a fini personali o gratuiti (con gratuiti intendo che uno puo’ coltivar cibo e regalare l’eccesso ad altri)

      gov e opposizione sognano una società basata sul lucro (di pochi) e in cui sia, de facto, vietato produrre-consumare in altri modi: “vietato vivere gratis”

      Va cambiato il paradigma attualmente legato alla parola “lavoro”
      Si lavora anche fuori da contesti di lucro!

      Conte:”inserire in Costituzione diritto di accesso alla RETE”(sorveglianza+capillare?)

      Va introdotto il diritto all’ORTO x tutti!

      • Una precisazione, in risposta a Antigogna, in merito all’orto non in prossimità. Nel Lazio con ordinanza regionale del 15 aprile, “…autorizzati gli spostamenti, all’interno del proprio comune o verso comune limitrofo, per lo svolgimento in forma amatoriale di attività agricole. Le attività di coltivazione del fondo agricolo sono da considerarsi essenziali e di assoluta urgenza e necessità, in tema di rischio idrogeologico e di incendi boschivi…”
        http://www.regione.lazio.it/rl_main/?vw=newsDettaglio&id=5458
        Viene anche richiamato il tema della prevenzione incendi! che con la siccità che stiamo vedendo si prospetta una questione da non sottovalutare assolutamente.
        Per dire che nelle regioni dove questa ordinanza non è stata emanata, l’esempio della regione Lazio dovrebbe essere utilizzato per fare pressione urgente a sbloccare l’attività agricola amatoriale che è assolutamente una salvezza per il territorio.

  37. Nel mio paese questo messaggio sta rimbalzando nelle mail e sui telefoni:
    “Sabato è il 25 aprile, ma non sembra. Saremo tutte e tutti in casa e non ci sarà nessuna celebrazione collettiva. A causa dell’emergenza non sarà possibile partecipare fisicamente a ricorrenze, discorsi, concerti. Non sarà possibile ascoltare, dal vivo, le parole degli ultimi partigiani ancora tra noi. Sembra incredibile, ma è così: la festa della Liberazione senza la libertà di festeggiarla. Nel mio piccolo farò però una cosa per ricordare chi 75 anni fa ci ha liberati dalla tirannia fascista. Porterò al munumento ai Caduti della Resistenza (davanti al Municipio) un piccolo fiore. Forse lo raccoglierò in un campo, forse andrò ad acquistarlo (magari un garofano rosso). Lo farò da solo, a piedi: un piccolo gesto soggettivo con un enorme significato collettivo. Lo farò mentre vado a prendere il giornale, rispettando così le disposizioni dell’emergenza. Ma lo farò, perchè la Liberazione non va solo ricordata davanti ad un monitor, va praticata tutti i giorni. Soprattutto oggi.”
    A fine giornata non conteremo i fiori, ma almeno qualcuna o qualcuno di noi avrà ripreso a respirare.

  38. Quasi certamente mi arriverà una reprimenda da parte di chi gestisce questo blog, per essere andato OT. Ma davvero non saprei bene dove postare il mio commento; e poi, francamente, a due giorni dal 75° anniversario della Liberazione, io non posso non dare al termine un significato che si estende ben oltre la mera contingenza della rievocazione, fino a toccare tutti gli aspetti del nostro vivere, hic et nunc, come si dice. Negli ultimi giorni si sono visti segni di risveglio, l’esempio magnifico del prete cremonese, l’appello dei magistrati della Val d’Aosta, quello proveniente dalle valli cuneesi, per la riconquista della montagna, come spazio libero per antonomasia. Ma forse più di tutti gli altri mi ha colpito l’intervento della maestra genovese che ha scritto questa lettera aperta: https://www.genova24.it/2020/04/fase-2-una-maestra-genovese-scrive-alla-task-force-a-chi-abbia-a-cuore-il-futuro-dei-bambini-234283/ Una lunga lettera, ma da leggere fino in fondo, tesa, lucida: un grande esempio, a mio parere, al quale, si spera, tanti altri seguiranno. Saluti a tutti.

  39. Cari compadres, sappiate che questo post genera panico e viene accusato di essere agambeniano. Io ne ho i coglioni sempre più pieni. Del virus, dello stato di polizia, e soprattutto di Agamben e della polemica contro Agamben. Sti cazzi di Agamben. Io che sono un cialtrone ignorante ho sentito parlare per la prima volta di Agamben qua su Giap nel 2011, e da matematico mi eranno cascate le palle per l’uso a cazzo di cane che faceva Agamben di metafore prese dalla matematica, senza capire la matematica. https://www.wumingfoundation.com/giap/2011/10/sbarbi-sono-in-para-dura/#comment-9101
    E adesso devo sentirmi dire che se mi sta sul cazzo lo stato di polizia imposto dal potere esecutivo italiano (al di là e al di fuori di ogni logica di profilassi sanitaria) allora sono agambeniano. Che se sono stufo di giocare a rimpiattino con le volanti della polizia per andare a comprare il latte sono agambeniano. Che se mi si stringe il cuore a vedere i miei figli rinchiusi in casa mentre fuori splende il sole e i boschi deserti chiamano, sono agambeniano. Che se non ne posso più di leggere notizie di persone disperate che si suicidano in casa, sono agambeniano. Che se non mi va proprio giù di cantare bella ciao dal balcone sventolando tricolori di merda il 25 aprile, sono agambeniano. Che se ritengo un errore politico (diciamo così) rattrappirsi in casa e lasciare ai fasci tutto lo spazio che vogliono nel cavalcare a modo loro la disperazione di chi sta implodendo in quarantena, sono agambeniano. Fanculo. Scusate lo sfogo.

    • Severo ma giusto.

      • Nel 1997 in Francia uscì un libro che ebbe una vasta eco: “Imposture intellettuali”.
        Venivano criticati una serie di Intellettuali (Lacan, Deleuze, Baudrillard tra gli altri) per “L’abuso reiterato di concetti e di termini provenienti dalle scienze fisico-matematiche”. Il tutto seguendo la figura retorica della “pars pro toto”: Tizio ha detto A B C, A è una cazzata dunque anche B e C lo sono, e infatti i suddetti erano definiti “ciarlatani”.
        Di Agamben più’ che la défaillance segnalata da Tuco, grazie, mi preoccupa una sua certa vicinanza alla Ditta.
        Curioso che in Francia a pronunciare parole sensate su questa isteria collettiva sia stato André Comte-Sponville, che si autodefinisce “ateo non dogmatico fedele”, fedele alla versione francese del cristianesimo (dopo il 1685…).

  40. Rispetto molto Giap e i Wu Ming, ma l’analisi che fate non mi sembra lucida. Leggere l’epidemia come strumento di repressione li mette sl pari dei complottisti di destra che stanno imperversando in questi giorni. Piuttosto che denigrare un 25 aprile ‘da casa’ (non al balcone) varrebbe la pena di proporre un 25 aprile ‘posticipato’ che avrebbe davvero il significato di una grande festa di liberazione. Chi ha voce la alzi. Io faccio parte del Comitato Antifascista di Scandicci, noi manifesteremo con una partecipazione ‘uno alla volta’ mettendo fiori rossi e una targa sotto quella della via dedicata al partigiano Elio Chianesi, dove putroppo è nata una sede dei fascisti di Casapound e che cerchiamo di far chiudere. Ogni cosa a suo tempo. Fatevi promotori di una festa di liberazione ‘posticipata’ avrà due significati, entrambi belli

    • Abbiamo approvato il tuo commento solo per dirti questo: per il fatto di averci accostati ai complottisti di destra, stante la nostra storia e tutto il lavoro che abbiamo fatto e anche in queste settimane stiamo facendo contro ogni complottismo anche in tema di coronavirus, ti devi vergognare.
      Chi ci accosta ai fasci non sta più discutendo. Chi ci accosta ai fasci è un disonesto. Chi commenta qui ignorando quel che siamo, facciamo e scriviamo è un cialtrone. Chi esordisce col trito e ritrito “Apprezzo/seguo/rispetto/leggo Giap e i Wu Ming ma”, e subito dopo dimostra di non conoscere o conoscere appena l’uno e gli altri, è un ipocrita. A te e a quelli come te va la nostra assoluta disistima, non “posticipata” ma con effetto immediato.

  41. Cittadini costretti a rispettare le regole, ma regole (assurde, poco chiare) che non rispettano i cittadini. Media/poliziotti/droni/sensi di colpa che inseguono i runner. Bambini che – da due mesi – inseguono inutilmente un’ora d’aria. App che inseguiranno non si sa che cosa. In attesa della Liberazione, sono sempre più incline a interpretare la situazione attuale alla luce del combinato disposto Hayek/Schmitt/Chomsky. Ma ci starebbe bene – come sempre in Italia – anche Flaiano…

    “Emergencies’ have always been the pretext on which the safeguards of individual liberty have been eroded”
    Hayek

    “Sovereign is he who decides on the state of exception”
    Schmitt

    “The general population doesn’t know what’s happening and it doesn’t even know that it doesn’t know”
    Chomsky

    • Sappi però che qui apprezziamo una sola Hayek: Salma Hayek.

      • E poi. Sticazzi anche di Hayek (von), Schmitt e Chomsky. Io ora non ho bisogno di loro, né di qualunque altro weatherman, per sapere da che parte tira il vento. La pressione insopportabile della polizia me la sento sulla mia pelle. Mio figlio di 12 anni ha imparato da solo che se vede un poliziotto deve nascondersi tra i bidoni della spazzatura, anche se non sta facendo niente di male, perché sta solo camminando con la sua mascherina a pochi metri da casa lungo una strada deserta. Siamo in grado di produrci in autogestione il nostro pensiero critico, senza appoggiarci a tizio o caio per poi farci pure accollare qualunque stronzata abbiano scritto, scrivano e scriveranno. Viva Salma Hayek.

        • Per me attempatello m’ accontento di Hélène Mercier-Arnault. Rifletto sul principio d’ autorità.. la tensione rispetto a 7 – 10 gg fà è percettibilmente in calo, oramai il “carceriere” ha tarlato un po’ della corteccia cerebrale e la smart city dai mille dispositivi diventa più insidiosa: 75 anni di Liberazione… una quota della quale , quella della Resistenza Partigiana qui sotto la lente, condannata dal giudizio storico- politico dell’ Istituzione sovra-nazionale europea (quella a componente comunista). Urgerebbe dare un minimo di fisicità a questa celebrazione così liquida che quasi evapora ! Grazie della passionalità che emerge dalla narrazione di questa festività, di cui ho rimesso a fuoco ricordi tramite i vostri interventi.

    • Tra l’altro Hayek si focalizza, e non poteva essere altrimenti, letteralmente sulle libertà individuali, mentre qua si è messo bene in chiaro che in gioco ci sono i nostri diritti sociali e collettivi.
      Esattamente il contrario della retorica dominante che vuole far passare chi ha dubbi e critiche verso questa reclusione totale della popolazione (eccetto chi produce e consuma, come è stato detto) per egoista che pensa solo alla propria piccola e meschina libertà. E che per fortuna sembra arretrare nell’immaginario, visto che la realtà comunque presenta il conto.
      Avremmo bisogno di ben altri riferimenti in questo momento.

  42. Io ritengo che sabato sarà opportuno agire in qualche modo! Agire in qualsiasi modo ma fisicamente! Perché davvero staraene in casa sarebbe come sputare sul sacrificio di chi è morto per una libertà, tradita…
    Io ho visto che in piazza dell’unità qua a Bologna ci sarà un incontro non so con chi ma quel che conta penso sia esserci, e dare casomai al quel momento un senso davvero profondo! Con questo volgio dire che io ci sarò e più saremo e meglio è, e se qualcuno ha qualche altra idea per riprenderci veramente uno spazio pubblico e democratico può contare sul mio appoggio!!

  43. Apprezzo Giap e i Wu Ming

    Oltre questo, che ne pensate della trovata di chi, a Bologna, sta stampando le proprie foto e invadendo i portici? Mi lascia un po’ perplesso. A Torino si è appena registrato un nuovo “momento di tensione” in cui un segmento di un corteo (sinceramente anche di numero esiguo) è stato bloccato, in Corso Vercelli, da qualcosa come 7-8 blindatini. Un fermato, poi rilasciato grazie al contributo di chi era presente, solidarizzando.
    Ciò che continua a passare è che fuori di casa lo spazio non sia più pubblico, che il pubblico passi prima per le forze dell’ordine; a Torino gli eventi di piazza San Carlo avevano inflitto una ferita profonda al modo di vivere lo spazio pubblico portando anche allo svuotamento dei grandi eventi nelle piazze e ci è servito il concerto dei MCR nel 25 aprile del 2018 per rivedere di nuovo una grande piazza popolata; chi seguiva gli eventi in quei giorni sa che il concerto doveva essere in piazza Arbarello, molto più piccola, salvo poi essere spostato per motivi di natura “tecnica”: nessuno aveva fatto un sopralluogo tecnico e di sicurezza in piazza Arbarello (dove ci si aspettava 2500 persone) e quindi lo spazio non era stato autorizzato per l’evento; per evitare che saltasse tutto, si è ricorso ad uno spazio con le autorizzazioni già a posto e con una capienza che, se da un lato spaventava gli organizzatori, dall’altro tranquillizzava le autorità. Quello che nessuno si aspettava era un’ondata di 10000 persone che hanno riempito la piazza, riportando in quella dimensione pubbica un evento di socialità e spezzando tanti meccanismi che il disastro di piazza San Carlo aveva, in brevissimo, installato nella mente delle persone.
    I frangenti sono molto diversi, certo, ma era un esempio per ribadire l’importanza della presenza fisica. C’è un sito che indica i luoghi dove sono appese targhe per ricordare i caduti della Resistenza a Torino: nel mio piccolo proverò a fare una rigorosa passeggiata nel raggio di 200m e scoprire quante memorie possono esserci in uno spazio così piccolo (che mi ricorda un po’ il “Proverb” di Steve Reich. “How small a thought it takes to fill a whole life?”).

    http://intranet.istoreto.it/lapidi/default.asp

  44. Mi riaggancio a un commento apparso qui sopra poche ora fa, anzi erano due forse. Viene fuori ogni tanto, anzi abbastanza soesso, il nome di Giorgio Agamben, ultimamente con toni anche abbastanza palesemente critici nei suoi confronti. Ebbene, io non sono un “agambeniano”, non possiedo neppure uno dei suoi tanti libri, ho soltanto letto qualcosa di suo di quando in quando sul web, e tutti i suoi interventi degli ultimi due mesi, riportati sul sito di Quodlibet. Ho appena letto l’ultimo, apparso ieri (https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-nuove-riflessioni) e voglio soltanto dire questo: se anche l’avesse scritto Pinco Pallo, un qualsiasi illustre sconosciuto, l’avrei trovato ugualmente di una lucidità sconvolgente, concordando su ogni parola. Perché sono cose che penso anch’io, quasi tutte, le penso da quando è cominciata questa storia ma anche da prima, molto prima. A me leggere questi interventi aiuta molto, quindi ringrazio Agamben per dedicare una parte del suo tempo a scriverli, li trovo di grandissima utilità, per orientarsi in questo momento storico. Pur non essendo io un “agambeniano”.

    • Trovo per molti versi interessante l’intervento che hai richiamato (tra l’altro, non conoscevo l’autore fino a oggi). Sembriamo veramente scivolati in una specie di iatrarchia (il governo dei medici) in meno di due mesi. La nuova ideologia totalitaria è salutista, medicale. Non vi sono più cittadini con dei diritti fondamentali e inviolabili, ma pazienti che (non in grado di badare a se stessi e di comprendere cosa accade) devono essere curati/assistiti/guariti a tutti i costi. E chi dissente, bastonate (naturalmente a fin di bene…). Il nuovo consenso ruota intorno al contagio di panico e paura. Forse è per questo che – se n’é parlato in maniera convincente proprio nell’articolo che mi ha portato a scoprire e apprezzare questo blog – dà tanto fastidio il caso Svezia. Perché rischia di mettere in luce che tutte le restrizioni che ci hanno imposto forse non erano così necessarie.

      Comunque tutta questa storia – adesso divago veramente – mi ha fatto venire in mente un vecchio romanzo di fantascienza: Caduceus Wild (W. Moore, 1978).
      Copio/incollo alcuni passaggi della descrizione presente su questo sito:
      https://fantasticfiction.com/m/ward-moore/caduceus-wild.htm…

      <>

      • Ecco che ci risiamo con la rivendicazione delle libertà individuali (nell’intervista ad Agamben qui sopra linkata). Ecco che ci risiamo con la conta dei morti e il confronto con gli anni passati (di nuovo l’intervista). Ecco che ci risiamo con la Svezia (il commento qui sopra). Tutti argomenti già usati dalla peggior destra e anche con discreto successo. Ve li smonto uno per uno ma parto dall’ultimo.
        La Svezia non è l’Italia, è una nazione vasta e scarsamente popolata in cui blande strategie di contenimento dell’epidemia hanno prodotto sin qui un’alta mortalità tra i più deboli, gli anziani, gli immigrati, risultato molto in linea con le idee del nuovissimo movimento americano “Sacrifice the weak”.
        E la conta dei morti, che sarebbe poi roba per quelli che hanno il “pelo sullo stomaco”, ma io dico, il sistema sanitario di mezzo mondo che va al collasso e ancora c’è qualcuno che fa confronti con il tasso di mortalità dell’influenza di due anni fa?!
        Infine il discorso sulle libertà. Ho molto apprezzato questo post e l’iniziativa di organizzare, in maniera responsabile, riunioni di persone negli spazi pubblici. In primo luogo, per il significato stesso della ricorrenza, ma poi anche e soprattutto per il lavoro di organizzarsi, prendere accordi tra persone e agire. È la rivendicazione della libertà collettiva e anche della responsabilità.

        • Solo come consiglio, a chi ha la tua posizione e chi come me ne ha una differente, a tratti opposta… Posto questo video intervento di questo medico rappresentante di un’associazione di sanitari che raccoglie centinaia di iscritti:
          https://youtu.be/3IYbh6a9VxU
          Mi sembra una presa di posizione molto importante, in questo momento.
          In generale, non capisco la prosecuzione di questa polemica tra biodissidenti e responsabili quarantenisti (passatemi le classificazioni sbrigativo).
          Mi pare evidente una dinamica consueta che vede le due parti irrigidirsi sulle proprie posizioni man mano che il confronto prosegue (io sto in mezzo a una di queste parti e anch’io mi arroccato….). Con compagn* con cui ho militato per decenni non si riesce a dialogare…
          Mi domando quindi a che pro continuare a scornarsi. Forse, nell’area dell’opposizione sociale, bisogna fare pace con questa frattura e trovare un modo di convivenza. Non voglio Cassaro il dibattito. La polemica, in questo caso, sì.
          Art

          • Ciao. Forse tu non hai letto l’intervista a questo tal filosofo Agamben “di una lucidità sconvolgente” (musikarol dixit), io invece (purtroppo) l’ho fatto. Cito a caso:
            – “21 mila morti per Covid-19 sembrano e sono certamente una cifra impressionante. Ma se li si mettono in rapporto con i dati statistici annuali le cose (…) assumono un aspetto diverso” [è un tweet di Trump?]
            – “il controllo che viene esercitato (…) attraverso i telefoni cellulari eccede di gran lunga ogni forma di controllo esercitata sotto regimi totalitari” [sta parlando dell’applicazione che ti avverte se sei venuto in contatto con un infetto? altrimenti niente di nuovo]
            – “Nasce il legittimo dubbio che diffondendo il panico e isolando la gente nelle loro case, si sia voluto scaricare sulla popolazione le gravissime responsabilità dei governi che avevano prima smantellato il servizio sanitario nazionale e poi in Lombardia commesso una serie di non meno gravi errori nell’affrontare l’epidemia” [ovvio]
            – “per decreti di urgenza (il) potere esecutivo (…) si sostituisce al potere legislative” [ri-ovvio]
            – “I politologi americani lo chiamano Security State, cioè uno stato in cui per ragioni di sicurezza (…) si può imporre qualsiasi limite alle libertà individuali” [i politologi americani io li chiamo “i falsi amici”, il perché te lo spiego sotto all’altro tuo commento]

            • Scusate, ma perché siamo finiti di nuovo a fare la discussione pro o contro Agamben? Ebbasta su, noi ci facciamo il mazzo per scrivere o comunque pubblicare pezzi che abbiano un senso, un’utilità, un focus. Qui si stava parlando di come scendere in strada verso e dopo il 25 aprile.

    • Giusto per ribadire quanto ho detto in un altro commento sul pressapochismo con cui Agamben riporta i dati. Agamben cita un’intervista del direttore dell’Istat ad “Avvenire” senza darne gli estremi [https://www.avvenire.it/attualita/Pagine/morti-e-nati-cosa-cambier], ne estrapola una risposta, decontestualizzandola: «Nel marzo 2019 [le morti per malattie respiratorie] sono state 15.189 e l’anno prima erano state 16.220. Incidentalmente si rileva che sono più del corrispondente numero di decessi per Covid (12.352) dichiarati nel marzo 2020». Riportata così, sembra che quello del coronavirus sia un falso allarme, o peggio. Però in precedenza Blangiardo aveva detto: «Noi ci esprimiamo con i numeri che riusciamo a raccogliere e a validare. Quando affermiamo che nei primi 21 giorni di marzo al Nord i decessi sono più che raddoppiati rispetto alla media 2015-19 non è una impressione, ma un dato. Quando scriviamo che a Bergamo i decessi sono quasi quadruplicati passando da una media di 91 casi nel 2015-2019 a 398 nel 2020, riferiamo delle evidenze». Il secondo passo (citato da Agamben), alla luce di questa premessa (che Agamben non cita), tenendo conto che chi parla è uno statistico, ha un senso inequivoco: i numeri sulla mortalità riferita al covid non tornano. Da cui l’indagine sugli asintomatici che l’Istat sta costruendo con procedure diverse da quelle tradizionali (parole sue). In calce all’intervista, la segnalazione del giornale di una lettera al direttore [https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/tutto-si-pu-manipolare-lantidoto-fare-i-conti-con-la-realt-e-informare] in cui questi risponde a un lettore che avanza la stessa improvvida interpretazione di Agamben. E conclude: «L’antidoto ai ‘complottismi’ è un’informazione solida e mai timida». Il che sarebbe vero, se le informazioni solide venissero lette, non scelte a seconda del loro accordo con tesi precostituite.

      • Ciao Girolamo, spero di non andare ulteriormente OT ma mi permetto di suggerire di andare molto cauti, oltre che con Agamben, anche con Blangiardo e, soprattutto, con le interpretazioni dei dati. Per esempio dire che “i morti si sono quadruplicati al nord italia rispetto alla media” è diverso da dire “a Bergamo si è passati da 91 a 398”. Il primo dato va spiegato (e verificato) il secondo potremmo anche darlo per buono.

        Solo per fare esempi. Intanto non mi pare che l’ISTAT abbia fornito ancora il dato complessivo del Nord Italia per il 2020. Quello che ha fatto è dare i dati di un numero di comuni con una certa caratteristica. Il che banalmente significa che è impossibile sapere se sono quadruplicati o no, perché il dato del 2020 appunto non c’è.
        C’è poi una questione più complessa che riguarda l’interpretazione. Anche se fossero “quadruplicati rispetto alla media” potrebbe voler dire poco, dipende dalla distribuzione degli anni. La media “10” può essere il risultato di 4 numeri che sono 12-8-11-9 oppure di 4 numeri che sono 6-14-4-16. Come vedi nel secondo caso il quarto valore è il quadruplo del terzo.

        Forse non è inutile dire che la mia posizione è di pura perplessità. Sono convinto che sia successa una cosa grave, gravissima per la Lombardia e per buona parte del Piemonte e dell’Emilia (rimanendo in Italia ovviamente). “Quanto” grave io lo saprò tra un anno e cosa questo significhi mi sa che resterà nel pianeta delle argomentazioni più che in quello delle dimostrazioni.
        Nel frattempo credo ci si debba limitare a dire poche cose, una può essere quella che questa roba https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/04/22/news/i_numeri_da_riscrivere_i_morti_per_il_vaccino_sono_10_000_in_piu_-254746301/?ref=RHPPLF-BH-I254769419-C4-P4-S1.4-T1
        sia una cosa incredibile, per quanto è sballata, sorprende persino chi crede di essere immune alle idiozie presentate da repubblica.

  45. Buongiorno, leggo da tempo il vostro blog, ma questo articolo mi ha colto tanto nel profondo che ho sentito il bisogno di dire la mia. Innanzitutto mi scuso per il povero italiano, sono nato e cresciuto in Germania e vivo in Italia solo da pochi anni. Mi ha commosso il fatto di non essere il solo a pensarla così, lavoro in ospedale come operatore sanitario e la mancanza di interesse nelle istituzioni mi fa ogni giorno innervosire (noi razioniamo mascherine e loro vogliono darle a tutti, sprecandole! Perché non vedo nessuno sa usarle come si deve). E inoltre vogliono toglierci la Liberazione che è una festa che ho imparato a celebrare sin da bambino pur non essendo italiano, avendo avuto un bisnonno italiano alpino e partigiano azzurro, originario di Albisola, provincia Savona. Alla lunga i più coraggiosi forse perché più ricordati siete rimasti voi di sinistra, io non riuscirei a scendere in piazza, ma mi date coraggio per farlo. Sono orgoglioso di essere anche un po’ italiani, ma mi sembra che tanti ancora rimpiangono quei brutti venti anni, come nel mio paese il nazismo, solo che vedo in Italia è molto più tollerato e non me lo spiego. Un grazie a voi per avermi dato voglia di ripartire da subito.

  46. È sempre stato così, ed ora la situazione è precipitata, invece di essere innocenti finché non venga dimostrato il contrario, veniamo considerati tutti colpevoli che devono dimostrare la propria innocenza, e questo genera un senso di impotenza, di stress, di rabbia…ed è assurda la reazione di tantissime persone che, avendo già ceduto i loro dati attraverso smartphone, social, sistemi operativi ed applicazioni varie, non vedono niente di male nel cedere ulteriori diritti attraverso queste app governative…non ci si ribella quindi a quanto già subito, ma visto che le cose stanno così, ci si lascia maltrattare ulteriormente, come a dire, visto che ti ho già fatto entrare in casa, fai di me ciò che vuoi…
    Grazie compagni per tutto quello che fate e scrivete, spero ci rivedremo presto…a Bologna!

  47. Sembra che stia accelerando tutto verso il peggio, compreso “il lavoro sociale”.
    Osservo con impotenza a nuove forme di lavoro sociale, ben accolte e con disponibilità di risorse private e pubbliche. Dal diritto ci si appiattisce sempre più alla carità. Dalla relazione si è passati alla connessione, convincendosi (in buona e malafede) che funziona, che è uguale o addirittura meglio. Dalla militanza (categoria già di per se discutibile) si è passati al volontariato. Nuovo volontariato destinato a diventare una buona parte della forza lavoro (gratuita e/o retribuita) di questo nuovo lavoro sociale. Nuovo lavoro sociale che ha completamente messo da parte qualsiasi rivendicazione e riflessione sul welfare; anzi, l’ha sostituito. Nessuna contraddizione, nessuna fragiltà rivoluzionaria da far emergere

  48. Chiedo scusa per i refusi dello scorso messaggio, giustamente lo smart ricambia il mio odio e mi boicotta quando mi riduco a usarlo.
    Volevo continuare sul tema della libertà individuale. Banalmente, sono di quei comunisti che ricorda spesso la definizione per cui “la libera realizzazione di tutti é condizione della libera realizzazione di ognuno”. E viceversa. Forse questo “viceversa”, che effettivamente nel dettato non compare, la cultura marxista ha spesso mostrato di non condividerlo. L’opposizione tra pubblico e privato, cittadino e borghese, per dirla con hegel, individuo e collettività, é un portato della società borghese che su questa duplicità fonda la propria struttura (ah quanto taglia le mani a chi lo usa, ormai, questo attrezzo/parola). Opposizione, scrivo, non distinzione.
    Tutta la critica (critica pratica, rivoluzionaria, in molti momenti…) femminista si fonda sul rigetto di questa scissione, so di scrivere un’ennesima banalità. Mi sembra però una caduta politica il tornare ad essa scissione quando pensiamo di dover difendere le libertà collettive contro quelle individuali (che poi, intesi dire a qualcuno una volta che “la libertà non coincide con le libertà”). Mai come in questo momento, difendiamo libertà individuali che possono realizzarsi solo, e commisuratamente a…, la libertà collettiva. In questo senso, perdonatemi, non é polemica, non mi pare il momento di portare fiori individualmente senza farsi notare. La libertà di ricordare la resistenza, come la resistenza stessa, ognun* può praticarla realmente solo insieme alle altre e agli altri.

    • Mai come in questo momento, difendiamo libertà individuali che possono realizzarsi solo, e commisuratamente a…, la libertà collettiva
      mi ripeto da un po’ che la mia (nostra) libertà finisce dove finisce quella degli altri.
      ora arriviamo a 550 battute. finisce dove finisce quella degli altri. finisce dove finisce quella degli altri. un attimo, stiamo lavorando per voi, finisce dove finisce quella degli altrifinisce dove finisce quella degli altri. finisce dove finisce quella degli altri. finisce dove finisce quella degli altri. finisce dove finisce quella degli altri., ecco qua

    • Ieri il vice-governatore del Texas ha dichiarato che “ci sono cose più importanti della vita”. Qualcuno è andato oltre e ha portato in piazza cartelli con scritto “sacrifice the weak” e, contro l’invito a indossare la mascherina, “my body, my choice”. Tutti schiacciati uno contro l’altro, tutti fieri difensori delle libertà individuali.
      Da che parte stai? Per me la risposta è semplice e non è una questione semantica: non ci sono cose più importanti, viene prima la vita, anche perché in questo caso quelli che la mettono in gioco, loro malgrado, sono i deboli.
      Questo post però dice altre cose. Racconta di azioni organizzate, collettive ed eminentemente responsabili . La scelta di prendere un rischio è un atto di responsabilità:
      – rischi la multa;
      – rischi il contagio [per non essere contagiato – e per non diventare, magari, contagioso a tua volta e insaputa – basta che stai lontano dagli altri]
      Scusami se ti ho dato l’impressione di essere polemico.

  49. Scusami e scusatemi, in effetti è venuto il momento che io smetta. Non so, mi pare come di non avere la patente per pubblicare ulteriori commenti, dico in generale – poi comunque quello che avevo da dire l’ho detto – e la replica di “Arturo liberato” al mio primo intervento mi aveva poi messo fuori strada. Sprecavo il tempo degli altri con ovvietà, era più un esercizio mio. Grazie in ogni caso per lo spazio che ho avuto. Agamben, non so neanche chi sia, l’ho letto per la prima volta dal link del commento qui sopra, e l’ho trovato pessimo. Per quanto riguarda la vostra narrazione del lockdown e la rivendicazione delle libertà collettive, penso che abbia trovato una sintesi coerente nell’azione che qui raccontate.

    • Non esiste nessuna «patente» e non c’è bisogno di vittimismi, per discutere qui in modo sensato e utile basta cercare di rispettare, il più possibile e per quanto possibile, il focus dell’articolo che si sta commentando.

  50. “arturo liberato” magari!!!
    Consiglio a claudiolog di leggere cosa scrive in questi giorni l’ex primario del Cotugno di Napoli, giulio tarro.
    Di seguito in 3 parti lettera aperta dall’orvietano (si cerca di comunicare anche con chi non ha i nostri cromosomi politici):

    Cara cittadina, caro cittadino
    siamo persone come te.
    Lo sappiamo che hai paura, abbiamo paura anche noi, come te.
    Lo sappiamo che hai gravi preoccupazioni, le abbiamo anche noi.
    Lo sappiamo che vaghi nella confusione, vaghiamo confus* anche noi.
    Abbiamo amori, come te, affetti… madri o nonne, fratelli o amici…
    alcune e alcuni in condizione di fragilità, in lotta con malattie difficili.
    Non vogliamo che muoiano, non vogliamo che ci lascino.
    E questo nuovo pericolo invisibile che ci circonda lo temiamo per loro più che per noi.
    Avvertiamo però un’angoscia nuova, che non è quella della morte, da cui nessuno si può liberare.

  51. Nonostante le promesse fallaci della società industriale, patinata, spettacolare, tecnologica, che sembra volerci convincere che per ogni dolore esiste un farmaco, per ogni infermità la cura, che non esiste più la vecchiaia e che la morte è una cosa remota da affidare ai medici, che quasi quasi non ce ne faranno accorgere, quando verrà…la pandemia ha sorpreso la nostra società impreparata.
    Una società che si illude e vuole illudere i suoi membri di poter controllare tutto, quando capita questa cosa che non riesce a controllare va nel panico.
    Noi che eravamo gli illusi, da questo controllo, ci svegliamo in questo panico.
    Morivamo anche prima, invecchiavamo anche prima, soffrivamo anche prima…
    solo che tutto ci sembrava conosciuto e controllato, uno specialista lì sempre pronto a dirci cosa fare e a gestire la cosa per noi, che quasi quasi anche la morte ce la faceva più leggera e anche dinanzi all’estrema soglia ci sentivamo rassicurati.
    Ora che spunta una cosa che non possiamo controllare, che ci dice che la vita e la morte sono più grandi di noi, che noi ci dibattiamo tra questi due giganti come microbi, altro che controllarli… Ora quelli che ci governano, che governano le nostre vite, devono recuperare.
    E a noi pare, cittadina, cittadino, amica, amico, che la posta in gioco non sia la vittoria sul virus, come dicono. Ci pare che la posta in gioco sia il mantenimento del controllo.
    Ci pare che per recuperare quello che hanno perso in controllo della vita con il diffondersi di questo virus lo vogliono recuperare controllando di più noi.

  52. Ci promettono che se ci affidiamo a loro qualunque cosa ci chiedano (non passeggiare, non riunirti con altri, non uscire se non è strettamente necessario, non andare a ballare, non andare a cantare, non andare a vivere…) vinceremo la guerra contro il virus e riprenderemo il controllo delle nostre vite.
    E implicitamente ci illudono che così non si morirà e non si soffrirà più.
    Però allo stesso tempo ci dicono che questa cosa delle pandemie si ripeterà, chissà come chissà quando… e che forse con la prossima non moriranno più gli ottantenni, come è adesso in media, e i malati, ma forse anche i giovani e i sani.
    Nel frattempo continuiamo a morire e a soffrire. Chi è depresso diventa più depresso e spesso supera la sogia di sopportazione, fino al suicidio, chi è triste diventa più triste. Chi è povero diventa più povero. Chi è insicuro diventa più insicuro. Chi è solo diventa terribilmente più solo.
    Ora, amica, amico, noi ascoltiamo i governanti che dicono che arriva una fase due, e si decide cosa “riaprire”. E il ministro della salute dice “cominciamo da quello che fa PIL”.
    Ora, amica, amico, ti domandiamo: se tu potessi, se tu dovessi decidere tra ricominciare a fare una passeggiata all’aria aperta insieme ai tuoi cari, coi quali tra l’altro ogni giorno in casa, al chiuso!, stai insieme senza riguardo alle distanze di sicurezza… o far tornare in fabbrica gli operai per fare più PIL. Cosa sceglieresti?
    Noi non pretendiamo di rispondere al posto tuo.
    Noi pretendiamo che chi ci governa, però, ce lo chieda.
    Per questo, amica, amico, t’invitiamo a farti sentire, insieme a noi.
    Non su facebook, non su istagram… quello è solo rumore. Chi ci comanda lo allontana con fastidio, perché disturba le comunicazioni per lui importanti. Ci si affaccia solo per capire come fare per meglio ottenere il tuo consenso, il tuo voto.
    Quello che chi comanda non può ignorare sono i nostri corpi quando si muovono insieme.
    Dicono che la fila al supermercato a un metro di distanza si può fare.
    E perché allora non riunirsi all’aperto, a un metro di distanza, per discutere e deliberare su come secondo noi si deve affrontare questa situazione?
    Perché no?

    Centro di Documentazione Popolare – Orvieto

  53. Ed ecco qua, dato che mancava una proposta idiota nella gestione di questa crisi, chiudere le spiagge libere (che già sono pochissime rispetto a qualunque altro paese del mondo) è proprio quello che ci voleva. Ma c’è un premio per chi la spara più grossa e non lo sapevamo?

    https://roma.fanpage.it/roma-spiagge-libere-chiuse-e-accesso-solo-agli-stabilimenti-il-mare-solo-per-i-ricchi/

    Nel frattempo, piccolo OT ma neanche troppo, inquietanti le modalità di sostituzione del direttore di repubblica. A prescindere da ciò che è diventato il giornale (e soprattutto il sito vero e proprio mezzo di disinformazione di massa soprattutto per ciò che riguarda gli articoli scientifici) abbastanza assurdo che il nuovo Cda decida di eliminarlo nel giorno in cui la sua morte era stata predetta da lettere anonime.
    E poi si lamentano che la gente crede ai complotti.

    https://www.repubblica.it/cronaca/2020/04/23/news/carlo_verdelli_non_e_piu_il_direttore_di_repubblica-254794967/

    • Salve a tutti e buon 25 aprile.
      Vorrei aggiungere, rispetto alla questione delle spiagge, forse un po’ OT ma non so mai dove postare, che vedo già delinearsi, come conseguenza della lotta al virus, la retorica di una sorta di “decoro” eco-capitalista che colpevolizzerà le classi subalterne per l’inquinamento e il cambio climatico. Le spiagge libere ne sono l’esempio perfetto. I poveri sporcano, si ammassano, non pagano… mentre i ricchi possono permettersi di non ammassarsi, possono permettersi di pagare le costose nuove strutture antivirus, che poi diverranno le nuove costose strutture a basso impatto ecologico. I poveri sono pericolosi, i ricchi no. I poveri sono troppi e inquinano troppo, tanto che stanno portando il mondo verso la distruzione, però in realtà devono continuare a consumare se no il capitalismo muore, quindi ora lo dovranno fare criminalizzati, con il senso di colpa e la frustrazione che ne consegue, e il più possibile rinchiusi in casa, perché loro consumano “male” e in modo poco decoroso, mentre i ricchi possono consumare “eco” e sono bellissimi da vedere quando lo fanno. Il turismo di massa non è più sostenibile, e va a rompere i coglioni anche alle famiglie dei ricchi oligarchi che vivono nelle zone più belle delle città più belle del mondo e che sono stufi di mescolarsi a questi indecorosi turisti morti di fame che scorrazzano con poche centinaia di euro per giorni ovunque. Quindi viaggiare diventerà sempre più e di nuovo un privilegio per la borghesia più danarosa. I poveri non devono viaggiare, non devono andare in vacanza, in generale è meglio che si muovano il meno possibile dal loro ambito abituale, se non per produrre. Men che meno è opportuno vederli divertirsi in giro, se non sotto uno strettissimo controllo e soprattutto solo se questo produce PIL. Basta inutili incontri finalizzati alla socializzazione, senza che questi producano profitto! Troppo promiscui, non VALGONO il rischio virus ora, troppo poco sostenibili poi.

      • D’altra parte, nel sociale, con la scusa del virus, potranno dissolvere gruppi, cellule, movimenti, organizzazioni, associazioni, ecc. con la sola motivazione che qualcuno è stato in contatto con qualcuno che ha dato positivo al Covid, e tutti dovranno andare in quarantena. É ciò che ci aspetta a breve, quando i più spavaldi e determinati ricominceranno a organizzarsi, di nuovo in “bio-streaming”, e quando le azioni che si intraprenderanno nel nuovo scenario politico che si profila inizieranno ad essere efficaci. Questo è il cammino che ci prospettano i media mainstream in queste settimane almeno, con le varie forme di controllo da futuro distopico che auspicano. Oggi si festeggia la Liberazione e molti stiamo mettendo in pratica piccole forme di “ri-empoderamiento”. Da domani credo si debba iniziare a ragionare sulla nostra “Fase 2”. Salud

  54. Bene dai buoni vecchi WM mi avete convinto. Con qualche amico proverò domani a uscire per una azione collettiva – deporre un fiore leggere un brano cantare una canzone attorno a un ceppo partigiano di quartiere. I dettagli dopo – sia se va bene che se va male. Grazie tanto per gli spunti di riflessione quanto per quelli d’azione.

    Ho commesso l’errore di dire a un collega (al telefono) che mi sentivo soffocare e da bravo fan di De Luca lui mi ha detto “non mi dire che ti manca la passeggiatina…”. “No” – gli ho detto – “coglione” – ho pensato – “mi mancano i rapporti sociali, la vita collettiva, la passeggiatina non la facevo prima e non mi interessa adesso”.

    Spero che domani sia un piccolo punto di ripartenza per tutti per uscire dalla solitudine. I forum, per quanto intelligenti e vivaci, non bastano, come avete fatto notare con questo intervento. Ringrazio i coraggiosi che postano indirizzo e ora del ritrovo – per il momento noi abbiamo deciso di fare le cose un po’ di sopresa noi per sicurezza. Magari va a finire che invece di trovare gli sbirri ad aspettarci troviamo altri compagni che avevano avuto la stessa idea….

  55. Come sempre la risposta non può certo venire dai partiti e fa ancora più specie l’ANPI, e si rende ancora più necessario fare l’opposto, se non altro per l’estrema tristezza che farebbe un semplice “Bella ciao” dai balconi. Naturalmente, la parte ludica, come la festa al Pratello, oggettivamente non si può fare per ovvi motivi. So che qualcuno ha criticato l’idea di appendere le foto, che invece, a mio modesto parere, pare una cosa simpatica e assolutamente in sintonia con il clima che si respira ogni anno. I blogmaster cosa ne pensano di questo? Occupare lo spazio pubblico non solo è necessario, e salutare, ma nei fatti anche semplice. Le foto della manifestazione in Israele,a prescindere dai motivi, le abbiamo viste tutti,e sono anche molto suggestive. Ribadire che cosa è il 25 aprile, senza tutta la retorica istituzionale, con un sindaco come Merola che non si fa alcun problema nel chiudere i parchi (come hanno fatto in tanti, va detto), avrebbe l’effetto di essere paradossalmente più sincera e ruspante. Ed evidenziando magari l’assurdità delle mascherine all’aria aperta e a distanza di sicurezza. Quanto al lockdown, ci sono studi statistici come quello di Matteo Villa che ne hanno dimostrato l’utilità. Il rischio, che poi si è verificato, è che dietro il paravento di questo concetto, sono partiti abusi, contraddizioni, scelte assurde, e che comunque non hanno frenato il contagio, basta vedere i casini che hanno combinato Billy il Pupazzo e i suoi in Lombardia. Nelle prime due settimane ad essere sinceri aveva senso una serrata severa, ma in quel tempo bisognava non solo attuare a livello sanitario di tutta una serie di scelte in modo da gestire l’afflusso di malati ( e in troppi casi tutto ciò è stato lento, per non parlare di alcune scelte criminogene), ma di fare ciò anche a livello lavorativo: sanificando, sanificando, sanificando. Per non parlare di quello sociale, con le eccezioni che avrebbero reso il tutto più leggero, sano e gestibile. Si è sprecato, temo volutamente, tanto tempo, e il lockdown è diventato una prigione.

    • Sull’analisi dell’accaduto (= necessità del lockdown e sua gestione cazzona e criminogena) siamo d’accordo, ma devo ammettere che l’iniziativa del Pratello non mi pare esaltante. Certo, in questa fase si potrebbe anche dire meglio di niente, ma sostituire se stessi con un avatar fotografico affisso al muro, boh, non mi sembra centrare il punto della celebrazione. Perché il punto non è la celebrazione in sé. Proprio in base alla tua ricostruzione dei fatti, a mio parere quest’anno la festa della Liberazione assume un significato più complesso. Non è tanto la liberazione dal lockdown, che avverrà nei tempi e nei modi che si riuscirà a contrattare e tenendo conto delle misure di sicurezza, quanto piuttosto un monito sul fatto che ci ritroviamo in una situazione di cancellazione delle libertà collettive il cui precedente risale proprio al Ventennio. È questa la risemantizzazione di cui c’è bisogno. Occorre dire: «Ok, per cause di forza maggiore abbiamo dovuto distanziarci e limitare la libertà di movimento e di azione collettiva, ma è il momento di ricordare che per ottenere queste cose c’è gente che si è giocata la vita, settantacinque anni fa, affermando con le proprie azioni che la paura di morire non può impedirci di lottare per un vita degna, che possa dirsi tale. Quindi dobbiamo vigilare sul ripristino di quelle libertà il prima possibile, guadagnando da subito ogni piccolo margine di manovra possibile, affinché lo stato d’eccezione non diventi normale».

      • A me sembra però che l’ operazione più difficile sia quella di stabilire un collegamento esplicito fra ciò che accade ora e ciò che è accaduto. Come diceva Lisaveta Nicolaevna, se si preferisce l’ atto dimostrativo dal balcone alla presenza fisica ( come per gli avatar fotografici del Pratello) forse ci sono una serie di motivazioni che, qui, in molte analisi ed in molti commenti sono già state individuate. Noi ieri abbiamo fatto le nostre ipotesi e le nostre proposte ma, stavolta, è stato tutto un po’ più complicato perché qualcuno, giustamente, ha fatto notare che noi il “primo passo” lo abbiamo già fatto e che ora tocca anche agli altri. Io penso che sia una giusta osservazione. Intorno al 25 aprile si spreca sempre la retorica del sacrificio fatto dai partigiani, che in molti anfratti di ragionamento nasconde la mentalità della delega. Il nostro video è stato tanto ” apprezzato ” quanto ” condiviso”, per ora tutto virtualmente. Per domani abbiamo ideato una iniziativa che, pur rimanendo nel perimetro delle prescrizioni, comporta qualche rischio in più e, forse, molte più polemiche. L’idea è venuta a persone che sono l’esatto opposto di un estremista politico… La nostra sortita del 21 aprile è stata, in questo senso, una bella iniezione di coraggio per noi.

        • Concordo. Non può, e non potrebbe essere altrimenti, così immediato il parallelo con le restrizioni delle libertà del ventennio fascista.Non è oggettivamente alla portata di tutti, per svariati motivi, Sta sicuramente a cittadini, militanti ed associazioni far sì che le restrizioni attuali siano e restino contingenti all’epidemia. In questa lunga discussione si è capito quanto ribellarsi a tutto ciò sia non solo salutare ma ampiamente fattibile, soprattutto se c’è un humus culturale che spinge in tal senso. E questo purtroppo manca in molte zone del paese. Un peccato davvero non poter essere a Bologna e vivere e documentare questo strano 25 aprile.

      • Buona sera.
        Piccola testimonianza: io e mio marito decidiamo di andare a portare un fiore per i caduti della Resistenza e per onorare la ricorrenza fondativa della nostra Costituzione.Veniamo fermati da una pattuglia della Polizia, che ci commina una multa dell’importo di 400 € a testa.Eravamo quasi arrivati alla nostra destinazione, Piazza Mariano a Oristano, a 1,3 km dalla nostra abitazione. Ci hanno detto che:” date nell’occhio, mano nella mano”. Si sono infastiditi perché abbiamo obiettato che non ci risultava fosse vietato, e per le nostre educate, ma ferme e sdegnate rimostranze. Uno ha chiaramente detto che se ci fossimo stati zitti, senza obiettare (bontà loro) non avrebbero proceduto. Ho fatto notare che anche parlare, educatamente, mi risultava fosse ancora permesso. Abbiamo compilato la certificazione, da cui risulta ben scritto che stavamo onorando la Festa della Liberazione con la deposizione del mazzetto di rose che tenevo in mano, senza nocumento per la salute di alcuno. Posso mettere a disposizione, se dovesse essere utile,il verbale con la sanzione, le foto della famigerata certificazione e un video.

        • Che schifo. Si può dire che schifo? In una data come quella odierna sarebbe dovuto passare, ovviamente tra gli addetti ai lavori, un messaggio chiaro ossia non intervenire se non in presenza di un rave party mascherato da omaggio alla celebrazione del 25 Aprile. Ma evidentemente il buon senso non guida l’azione dei Prefetti e l’aspetto più vergognoso è che oggi è ancora più intollerabile sottostare al sopruso. Oggi non è un giorno qualunque. Sentirsi dire che un atteggiamento remissivo sarebbe stato utile per evitare la sanzione è un parametro che indica il livello di discrezionalità applicato dalle FdO che ora più che mai si sentono legittimate ad applicare a loro piacimento norme assurde ed in odore di incostituzionalità. Basta. Basterebbe quella frase per fondare un ricorso.

        • Concordo su tutta la linea con il parere espresso da Mandragola e sottolineo che si sono usati due pesi e due misure, strumentalmente. Come al solito si è scelto di colpire più duramente chi, isolato, compieva un gesto di Resistenza e si è esercitata maggiore ” tolleranza ” laddove un intervento sbirresco avrebbe potuto comportare una reazione collettiva. L’ obiettivo è sempre quello di non attirare l’attenzione sul crescente stato di insofferenza espresso dai cittadini e reprimere duramente chiunque, orgogliosamente, e in maniera solitaria continuasse a resistere. Reprimere un gruppo di cittadini al Pratello avrebbe attirato l’attenzione mediatica su un problema che non si chiama ” virus”. Solo insieme possiamo farcela.

          • Un passaggio emblematico del racconto di Maria Rosa è quello in cui descrive il momento in cui vengono fermati perché “ davano nell’occhio” in quanto lei ed il marito camminavano mano nella mano. Non rileva che essendo una coppia e nulla servirebbe il distanziamento per strada e suonerebbe semplicemente ridicolo imporlo. Ma la fantasia dello spirito dell’ autoritarismo supera la realtà. Il principio del “decoro” di cui spesso si é discusso qui su Giap viene applicato ad ogni contesto del vivere. Oggi su HP Ilaria Cucchi riflette sui diversi episodi di vera e propria violenza ( chiamiamola con il suo nome ) perpetrata in nome dei controlli sul rispetto delle misure sanitarie. Mi pare evidente che i criteri di proporzionalità ed adeguatezza che dovrebbero giustificare le limitazioni alle libertà individuali e collettive abbiano dei contorni eccessivamente sfumati e che le FdO non siano all’altezza del compito loro affidato in questo frangente. Non è una sorpresa. Ma non si può ulteriormente tollerare. C’è il concreto rischio che la docilità e l’acquiescenza con cui la massa si è adeguata facciano da viatico per il passaggio di dette misure da temporanee ed eccezionali a strutturali.

        • Ah ha. Ecco dove vogliono arrivare. Criminalizzare, stigmatizzare i gesti di affetto tra gli esseri umani. Io e mia figlia di 5 anni mentre eravamo in fila al supermercato (che fun) siamo state richiamate perche’ ci abbracciavamo senza mascherine!! Tra l’altro mia figla ha tagliato i cordini dell’unica mascherina che abbiamo in casa perche’ le fa orrore.

          L’obiettivo del lockdown sul piano umano e’ proprio di rendere quasi sovversive espressioni fisiche di amore, affetto, semplice vicinanza. Ma ci rendiamo conto? Quasi quasi quei 3 tipi a Rimini che facevano sesso in pubblico alla faccia del lockdown hanno mostrato finora il gesto piu’ eclatante e eloquente in contraposizione con i diktat.

  56. Tra le iniziative interessanti che rimangono entro le norme, tentando allo stesso tempo di segnare una presenza nello spazio pubblico, segnalo questa a Torino: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=3042891029100586&set=a.136002406456144&type=3&theater
    L’idea è quella di posare, di passaggio, un fiore su una lapide dedicata a un partigiano, quella più vicina alla propria abitazione. Mi pare una buona idea anche per riscoprire la geografia di questi luoghi commemorativi, a cui spesso non si fa molta attenzione (e se non sbaglio la toponomastica dovrebbe interessare, da queste parti).
    Io purtroppo sono in Svezia e tanto più che seguire la proposta dell’Anpi e cantare Bella Ciao al balcone, un po’ isolato, non potrò fare. Lo farò comunque e spero di non assomigliare troppo al tizio del balcone. Buon 25 aprile.

  57. ciao amici, SO di essere off-topic, vi chiedo scusa in anticipo per questa piccola violazione anzi, se potete, spostate questo commento dove ritenete opportuno. la questione non è però peregrina. vorrei solo, brevemente, attirare la vostra attenzione sulla famosa “lettera dell’anziano morente dalla RSA” apparentemente comparsa per la prima volta su interris.it (no comment) sotto forma di pratico video, facilmente condivisibile, con lettura attoriale e un sapiente florilegio di immagini commoventi quanto, però, stranamente generiche. lascio a voi e allo spirito critico del lettore ogni ulteriore valutazione. il video o varie incollature sono presto comparsi sulle bacheche di migliaia di utenti fb, ne parlano tg, ne parlano ormai molte “testate” online. anche un compagno mi ha fatto un pistolotto sulla base di questo testo. so che non siete “gli amici del debunking” e di solito avete di meglio da fare, tuttavia credo che fenomeni di questo tipo possano e debbano essere analizzati, volta per volta. ho le mie idee su questa roba, ma non voglio allungare il messaggio. chi ne ha voglia faccia caso a questa storia, che non mi piace per niente.

  58. A Livorno ci sono proposte per andare, rispettando il distanziamento fisico, in alcuni luoghi significativi della città, legati all’antifascismo e alla Resistenza. Mi sembra una proposta sensata. Tuttavia noto un fenomeno, a mio avviso triste:persone che conosco, che stimo, attive politicamente che preferiscono il canto dai balconi. Certo, meglio che nulla, ma non capisco perché preferirlo. Ammetto che forse mi sfugge qualcosa però trovo il canto dal balcone triste nella misura in cui il modo di uscire, rispettando il distanziamento fisico e senza mettere a rischio nessun*, esiste. Mi chiedo se sia segnale che preferiremmo, o forse già preferiamo, l’atto “dimostrativo” a distanza, da casa, alla messa in gioco fisica dei nostri corpi. Non sono certo persone solite a questo approccio, perciò sono stupita. Resto dell’idea che chius* in casa non fa ciao efficacemente Resistenza. Ho più domande che risposte, ad oggi. Grazie per il vostro lavoro che mi aiuta molto a leggere e interrogare quel che accade.

    • L’idea di un pellegrinaggio laico a targhe, lapidi e cippi partigiani, con fiori, chitarre o cartelli, sta prendendo piede in molte città. In alcuni casi si tratterà di iniziative di gruppo, in altri invece di singole persone. Credo che questi gesti assumerebbero ancor più valore se venissero fatti autocertificando lo spostamento con il motivo di necessità “rendere omaggio alla Resistenza”. Con questo non intendo affatto stigmatizzare chi lo farà seguendo il percorso per andare al supermercato, né voglio proporre a tutte quanti di rischiare una multa. Tuttavia, penso sarebbe significativo se la sera del 25 aprile ci fossero decine di contravvenzioni irrogate a persone che si recavano a portare un fiore alla lapide tal dei tali, per ricordare il 75esimo della Liberazione.

      • Il Governo ammette espressamente l’accesso nei luoghi di culto (fermo restando il divieto di assembramenti e il rispetto delle distanze interpersonali). Non vedo per quale motivo dovrebbe essere vietato (fermi gli accorgimenti di cui sopra e le limitazioni indicate nella risposta alla FAQ che allego) l’accesso ai luoghi di culto laici, quali per l’appunto quelli nei quali è possibile rendere omaggio alla Resistenza. Ma siamo com’è ovvio nell’oceano delle interpretazioni ed è pertanto possibile che si rischino delle sanzioni (che potrebbero comunque essere impugnate). Tra l’altro, sarebbe bello (e molto significativo) se qualcuno al Governo desse un chiarimento al riguardo.

        Riporto la risposta alla FAQ riportata sul sito del Governo
        Ci si può spostare per andare in chiesa o negli altri luoghi di culto?
        L’accesso ai luoghi di culto è consentito, purché si evitino assembramenti e si assicuri tra i frequentatori la distanza non inferiore a un metro. È possibile raggiungere il luogo di culto più vicino a casa, intendendo tale spostamento per quanto possibile nelle prossimità della propria abitazione. Possono essere altresì raggiunti i luoghi di culto in occasione degli spostamenti comunque consentiti, cioè quelli determinati da comprovate esigenze lavorative o da necessità, e che si trovino lungo il percorso già previsto, in modo che, in caso di controllo da parte delle forze dell’ordine, si possa esibire o rendere la prevista autodichiarazione. Resta ferma tuttavia la sospensione di tutte le cerimonie, anche religiose.

        • Mentre alcune/I nicchiavano, sono state compagne femministe ad andare a deporre fiori. Forse perché per la pratica femminista l’esclusione del corpo non è pensabile? Ma non voglio entrare in discorsi al di sopra di me, né creare alcun tipo di contrapposizione. Mi colpisce solo l’acquiescenza. Io sono contro ciò che ci prospettano dal 4 maggio, perché lo vedo un modo di pensare al Pil a scapito di chi lavora (oltre che di bambini, adolescenti e anziani). Vorrei potessimo uscire per incontrarci, tornare a vivere le strade, in sicurezza e in vera salute. Non per i profitti di qualcuno. Ma spesso vedo due atteggiamenti opposti che, entrambi, mi preoccupano: il delirio lavorista da una parte (non il sacrosanto desiderio di lavoro, intendo ciò che scrivevo prima), la predica della reclusione ad oltranza dall’altra. Mi scuso per eventuali refusi, che anche rileggendo scappano (scrivo da telefono)

  59. Nell’ottimo video postato da “Arturo lavorato”, che ringrazio, l’associazione di medici democratici ANPAS solleva diversi argomenti che mi sembrano fondamentali per uscire da questo manicomio. Tra i tanti:
    Diritto alla scelta di cura
    Conflitto di interesse tra consulenti del ministero della salute e industrie farmaceutiche.
    A causa di errori gestionali criminali, le case di riposo sono diventate case di eterno riposo (30% dei decessi totali)
    I numeri (le estrazioni del lotto delle ore 18) non sono affidabili e forse la letalità del Covid-19 è intorno allo 0,5% (11 milioni di potenziali positivi secondo la Oxford University).
    Ripristino del diritto allo studio
    Ripristino di una par condicio televisiva con presenza di esponenti, qualificati, di punti di vista diversi
    Allontanamento immediato di conduttori televisivi che non abbiano saputo tener fede al loro dovere di giornalisti
    Divieto di radiazione di medici che esprimono idee diverse da quelle della medicina ordinaria
    Aiuto immediato alle famiglie in crisi

  60. Nel pomeriggio della vigilia odierna, un drappello di sparutx si è dato appuntamento alla Pam, nel quartiere Bolognina. Si è messo in fila, nel rispetto rigoroso di misure e distanze consone a processioni di questo tipo, e ha cominciato – chi testi alla mano, chi mano alla memoria – a intonare canti partigiani e anarchici. Un coro “assembrato” in maniera improvvisata, che ha cominciato a mettere in fila le musiche della resistenza, della liberazione, della libertà. Questo gruppo si è poi accodato in altri luoghi del quartiere – ai giorni d’oggi resi centri nevralgici, esclusivi, della “libera” circolazione urbana e della “vita sociale”: in fila ai tabacchi, ai ferramenta, ai macellai, al mercato rionale di via Albani si è consumato il bis, il tris e così via, di questa orchestra-zione. Il coro in maschera si è poi sciolto, dopo che, impeccabili si sono aggiunte le altre maschere, quelle istituzionali, delle sirene e delle gazzelle.

    Ho visto tardi la chiamata e sono arrivatx giusto in tempo per assistere al triste carnevale degli invitati su segnalazione e mi sono fatto raccontare come era andata. Certo, un simile spin-off non esaurisce le questioni strutturali e sistemiche, giustamente evidenziate in questo post e nel thread annesso. Ma quando ho provato a immaginare la scena – o meglio, le scene corali – ho come intravisto un cortocircuito nel tessuto del quartiere, nelle striature che lo hanno ritinto in questi giorni di quarantena. In quelle strade svuotate, di un vuoto che le file di fatto prolungano, in quelle strade mai svuotate da chi in strada ci vive e da chi la strada l’attraversa perché non si è mai fermato, o non ha mai potuto farlo. Ho solo pensato che questo dirottamento corale delle code – che ultimamente sono state la “presenza” più in vista nei quartieri e nelle città – riempisse questi spazi di una diversa fisicità. Senza dimenticare tutto il resto, senza dimenticare che per moltx si rende sempre più necessario «fuggire dal manicomio e tornare per strada» e che «prima cominciamo meglio è», ho semplicemente pensato che moltiplicare fisicità di questo tipo, non può far altro che bene.

  61. “- Ce la godiamo a vedere tutto ardere in TV. Non esco quasi mai dal mio quartiere, eccetto per andare al bled in Algeria, ma comunichiamo con quelli di Seine-Saint-Denis attraverso lo schermo, tutte le reti fanno passare le immagini, anche le TV arabe sul satelite -. Se a questo aggiungiamo l’uso degli sms e delle e-mail, abbiamo un completo stravolgimento dell’uso delle tecnologie che si autoproclamano di comunicazione. – Ci sfidiamo a distanza -. La sfida, tutte le società dette primitive lo sanno bene, è l’atto che fonda la comunicazione: in questo caso la sfida passa attraverso la mediazione del telegiornale delle 20. – Non c’è concorrenza tra le città, c’è pura solidarietà -, dichiaravano i giovani della cité 112 di Aubervilliers (Seine-Saint-Denis).
    Al di là della protesta contro le violenze della polizia, gli incendiari, abitualmente separati dall’urbanistica suburbana, volevano riconoscersi tra di loro. Quotidianamente segnati dalla hogra, non possono sperare nel riconoscimento della società se non attraverso lo scandalo. Ai suoi tempi, Marx osservava già che in Francia, basta non essere niente per voler essere tutto! Se i giovani di periferia non possono essere meglio della loro epoca, possono essere all’altezza della loro epoca. La società dello spettacolo ha consacrato la celebrità come unico metodo di comunicazione, di riconoscimento pubblico.“

  62. In questo istante in piazza Maggiore si stanno svolgendo le commemorazioni ufficiali, con la presenza del sindaco e di alcuni altri rappresentanti delle istituzioni. Dietro un imponente schieramento di fotografi e giornalisti, tanti cittadini comuni. Purtroppo la retorica sull’emergenza si spreca, elargita a piene mani da quelle istituzioni che hanno instaurato e reso favorevoli le condizioni per la repressione. Mi allontano, dopo aver documentato la situazione, prima di avere un malore. Con gli elicotteri che da stamattina presto spandono sulla città una pressione soffocante.

  63. Poco fa riflettevo sul significato di questa data fondamentale per l’Italia (ri)nata dopo il fascismo. Da tempo è quasi svuotata di senso, ‘grazie’ soprattutto ai governi berlusconiani, infarciti di neofascisti, presenti anche in diversi ministeri-chiave. Direi che stavolta, incidentalmente, si percepisce nell’aria qualcosa di più intenso e più autentico, e non sono pochi quelli che assegnano al termine Liberazione un significato non soltanto rievocativo. Non poche lapidi, oltre ai soliti fiori, sono state arricchite da cartelli scritti a mano che esprimono con forza e chiarezza quanto sia attuale questa festa, e come venga vissuta da molti con sentimenti analoghi a quelli dei partigiani di 75 anni fa.
    Altra cosa: nella primavera del 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale preparò con cura l’Insurrezione popolare, e soprattutto al Nord furono gli italiani, partigiani e non solo (quasi tutta la popolazione era con loro) a liberare il nostro paese dall’invasione nazista sostenuta dai fascisti repubblichini (gli anglo-americani arrivarono a cose fatte, a Torino ben cinque giorni dopo) Ecco, quel termine è stato accuratamente cassato dalle cronache, si è citato sempre meno: ma proprio quello accadde: l’Insurrezione del popolo italiano contro i nazifascisti. Ora, da qualche tempo, le cronache utilizzano il termine anarco-insurrezionalisti, appiccicato ai cosiddetti antagonisti, visti come pericolosi nemici: lo stesso termine, che a quell’epoca era positivo e significativo, perché grazie a quell’azione gli italiani (o la parte migliore di essi) si distinsero, agli occhi degli Alleati, che ne tennero conto, ad esempio dal popolo tedesco, ora ha preso un’accezione fortemente negativa. Grazie al potere, a chi ci governa, fra Stato, Regioni e Comuni vari.

    • Nel mio piccolo, in perfetta solitudine, questa mattina a Villacidro (Sardegna) ho deposto un fiore sul busto di Sisinnio Mocci, comunista, partigiano e martire delle fosse ardeatine.
      Sisinnio Mocci è un mio compaesano, sconosciuto a buona parte degli abitanti del paese, spesso dimenticato anche dalle autorità comunali.
      Con questo piccolo gesto ho voluto da un lato rompere l’isolamento (in verità non vi ho mai del tutto rinunciato, visto che le mie lunghe passeggiate con i cani ho continuato a farle) e dall’altro, avvalendomi dell’ amplificatozione del web, ridato lustro alla figura di un piccolo militante che ha pagato con la vita la difesa delle proprie idee.
      https://mobile.twitter.com/Veg_Markuz/status/1253922437173035009⁸

  64. A Trieste sono stati posti dei fiori nei vari luoghi della memoria fra cui Via Ghega, presso l’attuale conservatorio, che fu teatro di una delle più dure rappresaglie naziste. La cerimonia presso la Risiera di San Sabba è stata surreale, privata della gente quindi di ogni significato. A commemorare i caduti per la libertà e a celebrare la vittoria sul nazifascismo c’erano politici che non ne sono degni, come ogni anno del resto ma questa volta, purtroppo, nessuno ha potuto fischiarli.
    Nel rione di Cittavecchia abbiamo pensato di rallegrare un po’ la giornata e così, noi residenti, siamo scesi in strada, in una piccola piazzetta, a cantare e ballare sulle note di Bella Ciao.

    Qui trovate il video https://youtu.be/Dza_4HfJ5bw

    Buon 25 aprile !!!!
    ciao beppe

  65. Salve. Volevo raccontare come è andata a finire a Firenze in Piazza Puccini, alla Manifattura Tabacchi.Oltre ad aver fatto “girare” questo: https://lapunta.org/event/12
    ad una mia amica era venuto in mente di fare un passaparola nel quartiere, per dare una “punta” alle 11.30 davanti alla lapide per i caduti della resistenza.
    Sono arrivate alla spicciolata un po’ di persone. Abbiamo cantato due volte “Bella Ciao”. C’era anche una tromba ed una chitarra. C’erano alcuni bambini, alcuni anziani.
    Mi ha colpito la dignità di una signora di una certa età, accanto alla lapide. Aveva degli occhiali da sole, una spilla tricolore e una postura del tutto radicata, decisa. Ci saranno state una trentina di persone. Alcuni guardavano e partecipavano da un po’ più lontano, dall’alto dell’argine del Mugnone, il fiume che nell’estate del ’44 rappresentava la linea di battaglia di cui la Manifattura Tabacchi era caposaldo. Così recita l’iscrizione sulla lapide.
    Lo spazio era dilatato, le figure sembravano ridotte, in miniatura rispetto alle manifestazioni a cui ero abituato in questa ricorrenza. La distanza dei corpi si percepiva, ma allentava stranamente le mie tensioni.
    Una macchina dei vigili urbani era appostata dietro i cassonetti. Abbiamo iniziato a cantare appena se ne sono andati.
    Un mio amico ha visto passare una volante dei carabinieri e una della polizia che han tirato dritto. Il mio sguardo si posava spesso sulla discesa che porta alla piazza. Ero un po’ preoccupato che ci fossero i miei figli con me, temevo si potessero trovare in una brutta situazione con le forze dell’ordine. Ma non è successo. Dopo circa mezz’ora ci siamo salutati. Io e la mia famiglia, insieme ad un’altra mamma e un bimbo, abbiamo passeggiato sull’argine del Mugnone. La mia figlia piccola era adirata, in lacrime, perché la mamma gli aveva detto che era stata spavalda, sulle scale del teatro. L’ho presa sulle spalle cercando di calmarla, spiegandole meglio il significato della parola. È stato, ripeto, tutto molto caldo, intenso, reale.
    Un’amica ha fatto un video: https://archive.org/details/video-25-aprile-20
    È anche sulla pagina FB di radiowombat: https://wombat.noblogs.org/
    Buon 25 Aprile a tutt*

  66. Anch’io porto testimonianza della mia azione di commemorazione partigiana del 25 aprile (per fortuna sbirri-free). Vivo a Torino e avevo accolto l’invito ad “adottare” una lapide.Preliminarmente, per sapere quali e quante lapidi partigiane vi fossero vicino a casa mia, avevo fatto una ricerca sul sito dell’Istoreto(ist. Piemontese della Resistenza); da attivista femminista infatti era mio desiderio omaggiarne specificatamente una di donna. Scopro così che proprio sotto casa il 27/04/1945 moriva una collaboratrice della Resistenza, uccisa sotto gli occhi della figlia da un cecchino nazi-fascista mentre soccorreva i partigiani. Il fatto è che la lapide che doveva ricordarla “non è più in loco”(queste le parole ufficiali)e a parte chiedermene il motivo e maturare la volontà di indagare sul perché di questa rimozione(semplice manutenzione? Incuria? Negligenza politica? Non si sa.La targa non c’è più da decenni)decido di ricrearne io una di carta e di andarla a posizionare dove avrebbe dovuto essere. Ne è venuto fuori un atto doppiamente significativo, soprattutto per me che da tanti anni, attraverso la militanza e l’azione culturale in un Archivio delle Donne, mi impegno proprio affinché la storia e la memoria delle donne e dei femminismi vengano sottratte all’oblio e all’invisibilità. Insomma questa storia e questa donna sembrava proprio aspettassero me! Ho realizzato anche un piccolo video, fieramente naif!, in cui documento il mio gesto emozionata(non metto il link poiché è pubblicato su fb, ma per chi volesse vederlo la visione è aperta; basta cercare, credo, il mio nome Sara Staffieri). Ed è stato bello perché nel diffonderlo tra compagne, non soltanto mi sono arrivati riscontri commossi, ma ho ricevuto anche il ringraziamento di una compagna che durante l’infanzia aveva abitato proprio in questa via e a cui il mio video ha fatto tornare in mente i racconti dei suoi genitori che avevano vissuto in prima persona il fuoco incrociato di quei giorni di insurrezione. Per concludere, stamattina sono tornata a far visita all’installazione per assicurarmi che ci fosse ancora, e con gioia e stupore mi sono accorta che qualcun* accanto alla mia lapide posticcia, aveva apposto un fiore di carta

  67. Piccola testimonianza da Roma. Abito a Centocelle, quartiere EST della capitale, medaglia d’oro al valor civile per la resistenza al nazifascismo.

    Sabato scorso, come mossi da un desiderio impellente, molti residenti, autonomamente, e senza appuntamento ci siamo ritrovati a deporre un fiore sulla targa commemorativa sita in una piazza del quartiere. A detta di chi si è fermato per più tempo, il via vai avrà coinvolto qualche centinaio di persone. Al mio arrivo, tra l’altro, era ferma al lato della piazza, una volante dei c/c, che però è rimasta silente ad osservare la processione.

    Credo sia stato un buon inizio, altre proposte sono all’orizzonte, prima tra tutte, una manifestazione “fisica” per reclamare la riapertura della scuola a Settembre.

    Speriamo bene

  68. https://archive.is/dhV9m

    Incollo qui perché mi sembra il thread più adatto. Le preoccupazioni di questi giuristi sono condivisibili in toto.
    Non so se ad altri capiti, ma da qualche giorno a queste parte ci sono attimi in cui mi sento avvolta da un senso di straniamento. Una sorta di difficoltà a realizzare che siamo costretti in una condizione che non ha eguali probabilmente nel nostro passato e che fino solo a tre mesi fa mai avremmo immaginato. Non posso salire in macchina e guidare per un km per andare a parcheggiare ai piedi di un sentiero ed ammirare un albero millenario. Non posso toccare l’acqua del mare, non posso andare al market e comprare un pacchetto di gomme, non posso inerpicarmi per le viuzze del centro storico solo per vedere i giochi di luce che i raggi del sole proiettano sulle facciate accese. Se mi fermo a rifletterci mi sembra impossibile che stia accadendo, un po’ come quando ripeti ad alta voce un nome comune che hai sempre pronunciato e chissà perché in quel dato momento ti suona “ strano”. Sarà mica arrivato il momento di chiamare il numero di supporto psicologico attivato dal nostro buon pater familias Presidente del Consiglio?

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