I bambini scomparsi per decreto. La sofferenza dei più piccoli nei giorni del coronavirus

[Pubblichiamo la testimonianza e le riflessioni di Rosa S., antropologa, documentarista, madre di un figlio che frequenta le scuole elementari, o meglio, le frequentava prima della chiusura. Rosa invita a prestare attenzione ai bambini reclusi in casa, ad ascoltarli e a non sottovalutare il trauma che stanno subendo. Il suo testo è accompagnato da una postilla di Wu Ming 4 sullo stesso tema. È il primo di una serie di post, con i quali intendiamo dare testimonianza delle ricadute dell’emergenza sulla vita quotidiana di soggetti deboli e non solo. Buona lettura. WM.]

di Rosa S.

Fino a quando si è potuto, andavo a fare due passi con mio figlio nel parco vicino a casa, di solito verso l’ora di pranzo. Non vedevamo nessuno per centinaia di metri. Mi sembrava importante che il bambino potesse avere almeno un’ora d’aria al giorno, per prendere un po’ di sole e tirare due calci a un pallone, o rivedere l’erba. Andare al parco, anche se solo con me e non con i suoi amici – quindi non il massimo del divertimento, lo capisco – mi sembrava fosse per lui l’unico momento per riagganciarsi alla sua “vecchia” normalità e sopportare meglio la quarantena. Per i bambini, ricordiamocelo, la vita è stata sconvolta già più di un mese fa, quando sono state chiuse le scuole, le palestre, le piscine, insomma tutte le attività della loro quotidianità.

Il 21 marzo un nuovo decreto ha sancito altre misure straordinarie. Vengono citati i cani (come negli altri decreti): a loro è permesso essere accompagnati sotto casa dai loro padroni per fare una passeggiatina. E i bambini, per caso è permesso anche a loro? Non si sa. I bambini non si citano ormai da tempo, in nessun decreto. È come se fossero scomparsi, chiusi nelle loro case. Assicurando la possibilità di uscire soltanto a chi deve andare a lavorare o fare la spesa (uno alla volta), la si è negata a loro. I bambini sono segregati h24.

Con il passare dei giorni e l’avvicinarsi dei 3 aprile loro attendono sempre più ansiosi il ritorno alla “normalità”, neanche fosse Natale. Ma ormai è chiaro anche alle pietre che le scuole non riapriranno né il 3 aprile né probabilmente il 3 maggio. Loro sono quelli con la vera fama di “untori”: non si ammalano, non hanno sintomi, ma sono vettori del virus, quindi bisogna evitare che si incontrino e lo diffondano.

Cosa dobbiamo fare dunque noi genitori? Cominciamo a prepararli, senza avere nessuna indicazione dalle scuole o dal governo, o li lasciamo nella loro illusione e ingenuità?

Da un mese non vedono più i loro compagni e le loro maestre, che prima frequentavano più della famiglia, 8 ore al giorno, per 5 giorni alla settimana.

In tante scuole gli insegnanti si sono organizzati come hanno potuto. Nella classe di mio figlio (4a elementare) le maestre cercano di fare il possibile, ma purtroppo non sono attrezzate per fare videoconferenze e nessuno dal Ministero dell’Educazione si è premurato di insegnarglielo, nemmeno durante tutto questo intero mese di chiusura. Hanno solo a disposizione un sito istituzionale di proprio non immediata comprensione, a dire il vero. Un menu indica la possibilità di partecipare a delle aule virtuali: peccato che non ci si possa vedere con la videocamera né sentire con l’audio. Nelle aule virtuali c’è un live forum, in cui però si può solo chattare.

Ora, già è difficile comunicare in una chat con adulti, figuriamoci con 25 bambini, in contemporanea. Eppure vengono fuori pensieri interessanti: chi si sorprende a supplicare le maestre di tornare a fare lezione, quando prima non voleva mai andare a scuola; chi esprime una nostalgia profonda; chi dice di non riuscire a dormire la notte, perché passano troppe ambulanze; chi dice che le giornate ora sono fatte di niente. Alcuni manifestano un cinismo che fa accapponare la pelle: tanto non serve a nulla, tanto moriremo tutti. Sentono le notizie al telegiornale e sciorinano nel dettaglio i numeri del bilancio di morti giornalieri e litigano sulla precisione delle loro fonti: «oggi ci sono stati 753 morti». «No, al TG5 hanno detto che sono stati 723», risponde l’altro. E poi una domanda: «Ma se si ammalano i nostri genitori, noi con chi stiamo?»

A questa domanda nessuno risponde, come non si risponde ad altri bimbi che chiedono: «ma di cosa parliamo?». Ognuno procede per conto suo scrivendo sul proprio computer, nessuno riesce a sintonizzarsi con nessun altro, e la frustrazione sale. Problemi comuni delle chat, forse si potrebbe pensare a strumenti di comunicazione un po’ più efficienti.

Chi si occupa delle paure di questi bambini? Chi si occupa di rispondere alle loro domande? Le loro vite procedono sospese, appese ad un balcone, in attesa di un futuro “ritorno” che appare sempre più lontano. I compiti mio figlio li fa svogliatamente, gli manca un riscontro. L’unico lavoro che ha fatto volentieri è un testo di italiano in cui doveva descrivere un amico. Ha scritto queste righe che ho deciso di pubblicare per far capire quanto sia importante sentire la loro voce, perché stanno vivendo un’esperienza inaudita che va – necessariamente – elaborata.

Un’amica mi dice che sta facendo un diario visivo con i figli usando la tecnica del collage. Il primo lavoro fatto è talmente espressivo che non ha bisogno di commenti (vedi sotto). Però sta terminando fogli e colla, e nei supermercati non li vendono perché non sono beni essenziali. Ma non sono essenziali per chi? Per gli adulti forse. Ma nessuno ha pensato che sono oggetti fondamentali per i bambini?

Quel che stanno provando ora, all’inizio della loro vita, li accompagnerà per gli anni a venire. Ci guardano e ci osservano, dipendono da noi e dalle nostre scelte.
Noi forse, ancora così spiazzati – che abbiamo difficoltà ad accettare quel che accade, che tutto ci sembra sempre così surreale, la parola più usata sul web, «surreale» – ecco noi, forse, oggi, possiamo imparare qualcosa da loro. Quello che ci sta accadendo è più che reale e concreto e dobbiamo trovare delle soluzioni. Al più presto, e insieme a loro. Chiediamogli di scrivere e di raccontarci. Di aiutarci a capire, forse sono loro quelli più lucidi, ora.

TESTO SCELTO: ALE, IL MIO VICINO DI CASA
Stare a casa per evitare il Coronavirus, senza vedere nessuno, è veramente una noia.
Per fortuna che c’è il mio vicino di casa: Ale. Ha un anno in meno di me, e abita esattamente nell’appartamento sotto il mio.
Lui è più basso di me, è molto magro e forte, non mangia tanto perché si riempie di acqua, cioè si beve molti bicchieri d’acqua prima di mangiare.
La sua caratteristica principale è che adora il calcio. Prima del Coronavirus si allenava tre volte a settimana e lo chiamavano il sabato o la domenica per fare i tornei, quindi lo vedevo poco. Ora lui, come me, deve stare a casa, ma ci vediamo dal balcone.
Per scambiarci libri e giochi abbiamo questo metodo: ce li lasciamo davanti alla porta di casa e bussiamo e ce ne andiamo di corsa a parlare in balcone. In balcone facciamo questo gioco, sennò ci annoiamo a morte: uno di noi prende matita, gomma e foglio, l’altro dice cosa deve disegnare, facciamo a turno. Ci divertiamo molto a vedere i disegni dell’altro.
Ale è molto simpatico e dal balcone mi racconta tante, forse anche troppe, notizie sentite o inventate. A volte lui va a giocare a calcio in cortile con suo papà e io faccio l’osservatore da su. Ho chiesto a mia madre se potevo fare l’osservatore da giù, che tanto stavo a un metro di distanza, ma lei ha detto che non si può, sennò ci fanno la multa.
Però almeno ci possiamo parlare dal balcone, finché tutto non ritorna come prima.

Postilla

di Wu Ming 4

Da quando è cominciata la clausura forzata, mio figlio minore, 7 anni, un tipo per sua fortuna normalmente sereno e positivo, ogni tanto viene da me, chiede di essere preso in braccio, e si fa un pianto di qualche minuto. Non c’è bisogno di dirsi granché. Restiamo lì per un po’. Poi, dopo qualche parola di conforto (magari gli tocca sorbirsi la solita citazione dal Signore degli Anelli), torna tranquillamente a fare i suoi compiti o a giocare con i giocattoli che ormai invadono ogni angolo della casa, o a vedere video e cartoni animati sul tablet. A volte disegna. Il soggetto è sempre lo stesso: scene d’assedio.

All’ennesima fotografia giunta sulla chat genitoriale, con il/la compagno/a di classe in posa con sorriso stirato e cartello arcobaleno «Andrà tutto bene», lui ha proposto di farne una mentre si punta una pistola giocattolo alla tempia, con il cartello «Che due palle». Proposta ovviamente cassata per quieto vivere, anche se mi ha fatto piangere il cuore reprimere una reazione così spontanea, che avrebbe detto l’ovvio, quindi – in tempi di militarizzazione patriottarda dell’immaginario – l’indicibile. Mio figlio è un disfattista? Forse è soltanto uno che non capisce come potrebbe infettare chicchessia se gli venisse concessa un’ora d’aria come ai carcerati, a debita distanza da tutti. Perfino i cani stanno meglio di lui.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità in tempi di Coronavirus consiglia precisamente questo: mezz’ora d’attività fisica al giorno per gli adulti e un’ora per i bambini (non parla di cani), passeggiate e giri in bicicletta a distanza di sicurezza. Lo stesso dicono scienziati farmacologi come Silvio Garattini, e medici-biologi come il presidente del comitato scientifico della Società Italiana di Medicina Ambientale Ernesto Burgio. Perfino il governatore dello Stato di New York, uno dei più colpiti degli Stati Uniti, non ha proibito le attività all’aperto, le ha solo limitate, ponendo la condizione di evitare i contatti e mantenere rigidamente le distanze. Sempre nello Stato di New York, il Dipartimento di Conservazione Ambientale ha reso gratuito l’ingresso a tutti i parchi naturali, perché stare all’aria aperta durante la pandemia è salutare.

Di fronte al diktat «RESTATE A CASA», al vietato mettere il naso fuori se non per andare in fabbrica o al supermercato, i bambini scompaiono. Li abbiamo segregati come massimi potenziali untori – ma soltanto dopo averli messi a casa da scuola, quindi affidati ai nonni per due settimane – e ce li siamo dimenticati. Anzi, li abbiamo costretti a girare video domestici per incitare tutti a chiudersi in lockdown, reclutandoli di fatto in una campagna propagandistica fai-da-te che contraddice i consigli della stessa OMS.

Le conseguenze di tutto questo sulla loro psiche le sconteremo negli anni a venire. Ma saremo troppo impegnati ad affrontare la recessione più grave della storia e a fare i conti con il nuovo totalitarismo partorito dall’emergenza per preoccuparci ancora di loro. E magari nel frattempo si saranno fatti grandicelli e toccherà a uno psicologo scavare nel trauma.

Intanto dalla Cina fanno sapere che chiudersi in casa ottiene il risultato di fare certamente infettare tutti i nuclei famigliari dei positivi, quindi in realtà estende il contagio. Dicono che, contrariamente allo stereotipo, il punto non è «sbarrare tutto», ma mettere in campo provvedimenti “attivi”, creare «corridoi sanitari» per lo screening dei positivi, ricoverare i contagiati in luoghi appositi. Per farlo servono tamponi, personale medico e spazi adeguati. Spazi che dovremmo rendere il più possibile confortevoli e degni, e che si potrebbero creare riaprendo gli ospedali chiusi negli ultimi anni, o requisendo le strutture sanitarie private, oppure requisendo temporaneamente gli alberghi, dato che sono tutti vuoti, come si sta iniziando a fare… adesso.

Una cosa che certamente i cinesi non hanno fatto è mettere agli arresti domiciliari la popolazione dell’intero paese.

In Italia continuiamo a ripetere il mantra che abbiamo il miglior sistema sanitario del mondo, ma – complice la peggiore classe dirigente del mondo – pare chiaro che qualcosa non ha funzionato. Eppure seguitiamo a trovare capri espiatori nei podisti, nei vecchietti a spasso solitari e nei papà o mamme che palleggiano in cortile con il proprio figlio.

Tutto pur di non ammettere che la responsabilità di questa tragica inadeguatezza è di chi sta in alto, non di chi sta in basso. Di chi non ha agito per tempo. Di chi nel corso degli anni ha tagliato  la sanità pubblica, messo il numero chiuso nelle facoltà di medicina, ridotto il personale medico, bloccato le assunzioni (e adesso i medici vengono ad aiutarci da Cuba e dobbiamo richiamare in servizio quelli già pensionati, in età a rischio). E anche di chi non è stato capace di contrastare tutto questo.

Come dice Rosa, i bambini ci guardano, e forse riescono perfino a essere più lucidi di noi, se non altro nell’esprimere la propria frustrazione. Ma se esiste una qualche giustizia nella storia, un giorno ce la faranno pagare cara.

In appendice, segnaliamo questo testo di Andrea «Andy» Perego, soccorritore di pronto soccorso, perché non è la solita testimonianza di «mio cuggino», è molto bella e si conclude proprio con un invito, in questa fase, a imparare dai bambini.

Cronache dal pronto soccorso (o della cecità)

«Chiunque abbia cercato di dare una cornice solida a tutto questo psicodramma sfuggente – si vedano i social network che sono la mangiatoia dove si è nutrito finora di allarmi, protagonismi, testimonianze farlocche e disinformazione -, chiunque abbia cercato di mantenere la calma puntando su un livello di analisi più approfondito è stato tacciato di irresponsabilità, scarso senso civico, ma ciò che è più scandaloso anche di scarsa solidarietà . Si riscopre solidale anche il paese dove il 50% degli investimenti pedonali si risolve in una omissione di soccorso, dove il vicino morto da solo lo si scopre solo quando la puzza si spande per la scala, solidale quel tanto che basta per dire agli altri cosa si deve fare e cosa non si deve fare, ma non abbastanza per provare a fare qualcosa d’altro che non sia cantare sul balcone.

E qui vengo all’ultimo punto: ieri sera alla quarta volta che mettevo una tuta bianca con cappuccio tre paia di guanti maschera e occhiali per andare a capire se il 40enne che aveva chiamato il 118 presentava un quadro clinico compatibile col Covid19, riflettevo sulla necessità di rompere il meccanismo…»

Prosegue qui.

Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)

Print Friendly, PDF & Email

262 commenti su “I bambini scomparsi per decreto. La sofferenza dei più piccoli nei giorni del coronavirus

  1. […] prendere anche quaderni e colori anche se non ho capito se è possibile trovarli/acquistarli. Il grande rimosso dei bambini, dimenticati dalla legge e dagli uomini, è davvero uno dei punti focali di questa follia chiamata […]

  2. Anche il Regno Unito ha ha mantenuto, secondo in elenco di quattro motivi validi per uscire di casa una forma di attività fisica all’aperto “ad esempio correre, camminare o andare in bicicletta. Da soli, o con familiari/conviventi.” Assicurandosi di mantenere almeno 2 metri di distanza da altre persone e cercando comunque di ridurre il tempo trascorso all’esterno (come per gli altri 3 motivi validi – simili ai nostri, anche se con sfumature diverse. Ad esempio mi sembra evidenziata “l’assistenza a persone vulnerabili” che fra i mille decreti, FAQ, e fiumi di parole non sono così sicura sia altrettanto significativo?

  3. Ho un bimbo di 2 anni. Ormai dal 27 febbraio non frequenta più il nido. E nelle ultime due settimane passa le sue giornate solo con me e il mio compagno. Mi domando cosa succederà quando e se ritornerà al nido: sarà ancora capace di condividere spazi, giochi e attenzione degli adulti con i pari? Sono preoccupata. Così come lo sono per la mia Nonnetta di 94 anni, rinchiusa (non riesco a trovare altri termini) nella RSA di cui è ospite. Da più di tre settimane non è possibile farle visita e nessuno ha pensato di attivare canali comunicativi che permettano uno straccio di relazione….come se la salute avesse sempre e solo a che fare con questioni di natura organica

  4. ATTENZIONE, oggi Giap è preso d’assalto” come mai nei suoi dieci anni di storia. L’articolo di Rosa S. sulle sofferenze dei bambini in questi giorni sta circolando ben oltre i confini massimi del bacino di lettrici e lettori finora toccati, anche in queste settimane di super-partecipazione. Nell’istante in cui scriviamo abbiamo oltre 900 connessioni in simultanea, per questo il sito sta subendo rallentamenti. Da mezzanotte a ora, più di 32.000 visitatori, numero che in giornata potrebbe triplicare o quadruplicare. Dobbiamo “alleggerire” un po’! Per favore, fate girare questo link a una copia della pagina disponibile su archive.is e consigliate, almeno per il momento, di condividere quella. Grazie mille!
    http://archive.is/LeGCG

  5. Dieci giorni fa avevo scritto questo:

    https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/03/diario-virale-3/#comment-34543

    “Sono appena rientrato a casa da una passeggiata con mio figlio dodicenne. Casa nostra è ai limiti della città, a mezza collina, a poche centinaia di metri dall’università e dai boschi che la sovrastano. Abbiamo cammninato per mezz’ora nel dedalo di passaggi, marciapiedi, strade di servizio, scalette che ogni giorno vengono percorse da migliaia e migliaia di studenti, professori, ricercatori, impiegati, tecnici, addetti alle pulizie e alla logistica, eccetera eccetera. Non abbiamo incrociato nessuno. Nemmeno a ferragosto ho mai visto un simile deserto, c’è sempre qualche studente che gioca a basket nel campetto, o fuma su una panchina. Siamo arrivati fino al limite estremo del campus, all’ Edificio R. Ho letto ad alta voce: “Edificio R”. Mio figlio mi ha guardato con un’aria strana e mi si è gelato il sangue. Siamo tornati indietro, senza dire niente. Si sentivano in lontananza latrati di cani e gracchi di cornacchie. Sotto di noi tutta la città, 240 mila abitanti, e nemmeno un suono che fosse riconducibile a qualche attività umana. Bisogna ascoltarla dall’alto la città in quarantena, per comprenderne l’orrore. Avvicinandoci a casa nostra, siamo passati davanti alle case dell’ater e abbiamo sentito voci di ragazzi da un balcone: fumavano e chiacchieravano, e quasi ho pianto dalla gioia di sentirli.”

    Sono passati dieci giorni e la libertà di camminare fino all’Edifizio R è ormai il ricordo di un tempo lontano. Ripenso allo sguardo strano di mio figlio quel giorno, e mi rendo conto che sì, i ragazzini capiscono molto meglio degli adulti.

  6. ho due figli, 11 e (oggi) 10 anni. Sabato è stato l’ultimo momento in cui abbiamo provato ad uscire tutti insieme. Era subito dopo pranzo e c’era un gran caldo, in giro solo un paio di persone con i cani.
    Di fronte a casa, attraversando la strada, c’è una ciclabile e una piazzetta, qualche panchina; io e mia moglie stavamo aspettando che i bimbi salissero dalla cantina con le bici quando abbiamo visto arrivare una macchina dei vigili.
    Procedeva a passo d’uomo, i finestrini abbassati e quando ci hanno visto un braccio è spuntato dal finestrino, puntandoci e siamo stati subito apostrofati: “è proibito, dovete stare in casa”.
    Sembrava la scena di un film usa in cui la pattuglia dello sceriffo di un paesino di qualche stato del Sud cerca i “perdigiorno” da prendere a calci.
    Purtroppo non avevo ancora letto il posto qui di Casarotti con le analisi dei decreti per cui mi sono limitato a provare ad opporre qualche motivazione di buon senso tipo “non c’è nessuno in giro quindi stiamo tutti lontani dagli altri ben più di un metro”, “non capisco perché un cane debba potersi fare un giro e noi essere umani no”, ma non c’è stato verso.
    Mi sono sentito dire che dobbiamo stare in casa “per i nostri figli”, che “è sicuramente meglio stare in casa che dover lavorare”, “il cane in casa non la fa in bagno e quindi potrebbe star male”,…
    Stavo per sbroccare quindi ci siamo ridotti nel cortile del condominio, naturalmente affollato più della strada perché frequentato da tutti gli altri bimbi e genitori che si sono persuasi a non uscire.
    In casa ci salviamo giusto perché uno dei due è un lettore accanito e il più grande invece usa la camera come piccolo laboratorio di falegnameria e ciapinaggio, ma entrambi hanno già detto che preferirebbero andare a scuola.

    • Sono rimasta molto colpita dal modo in cui i bambini sono stati strumentalizzati e poi dimenticati. Difatti sono stati portati ad esempio di ubbidienza e disciplina in contrapposizione agli adulti insofferenti quali fossero dei soldatini ligi al dovere. Ma un bambino è ribelle per definizione! Semplicemente all’inizio di questa vicenda la maggior parte dei bimbi avrà trovato divertente non andare a scuola, poter dormire più a lungo, poter addirittura disporre in molti casi di genitori altrimenti sempre assenti ( per lavoro) ed affaccendati e di poterli coinvolgere in attività che di solito gli adulti non sono molto propensi a svolgere ( ritagliare, disegnare, colorare). Con il passare dei giorni emergerà ovviamente una realtà diversa…In Sardegna, dove vivo, è stata adottata una ordinanza con la quale si autorizza un solo componente del nucleo familiare per volta a recarsi negli orti di proprietà. Io lo trovo folle! Quale sarebbe, a detta di questi illuminati, la ragione per cui dei bambini o degli adolescenti possono stare confinati in casa con i genitori ma questi non possono portarli con sè in un terreno di proprietà in modo che possano anche assimilare un minimo di vitamina D e distrarsi un po’? Molto meglio lasciare che rimangano ore ed ore chini sugli smartphones o sul divano davanti alla tv! Non solo dovrebbero essere consentito portarli fuori ma addirittura raccomandato. Sono ammutolita.

      • Non mi risulta che “un bambino” sia ribelle per definizione, magari fosse così!
        Ci sono anche molti bambini timidi timorosi e introversi, sempre pronti a soccombere e a subire e che tendono ad accettare tutto senza ribellarsi e sicuramente proprio verso questi bambini occorrerà concentrare l’attenzione e le premure dell’adulto, più ancora che verso i bambini vivaci ed estroversi.
        Ma a proposito del tuo ammutolimento di fronte alla nostra classe dirigente poco illuminata: tu come avresti organizzato la cosa, CONCRETAMENTE, ovviamente mettendo in conto i dovuti controlli e in cosiderazione del fatto che ad oggi siamo a più di 8000 morti (nel giro di un mesetto)?
        E per chi non ha terreni di proprietà o anche solo un giardinetto o nemmeno un terrazzino, cosa avresti escogitato?

        • Nello specifico, io farei un’altra domanda, che mi sembra più feconda di risposte utili e concrete: «negli altri paesi che stanno affrontando l’emergenza hanno vietato tout court di passeggiare, fare attività fisica, portare fuori i bambini?» E anche: «Il divieto di passeggiata che c’è in Italia ha davvero basi scientifiche?»
          E magari anche: «Negli altri paesi esiste una cosa come il modulo di autocertificazione?»

          In generale, cercherei di rimuovere dall’orizzonte della discussione la domanda «tu cosa avresti fatto al posto del governo?» Anche quando posta in buona fede, si risolve in un cliché paralizzante e reazionario. Serve solo a reiterare l’idea che i governati non abbiano diritto di criticare i governanti, di contestare le politiche adottate, di sottoporre al vaglio della ragione le misure prese sulla loro pelle.

          L’affermazione sottesa alla domanda è: «non remare mai contro», «lasciali lavorare», «chi governa sa cosa è meglio per noi». Questi assunti negano non dico ideali di sovversione anarchica: negano persino il più moderato pensiero liberaldemocratico.

          Invece di chiedere «tu cosa avresti fatto?», dobbiamo chiederci: «che errori si sono fatti?», «che errori si stanno reiterando?», «che differenze sostanziali ci sono tra come si sta affrontando l’epidemia in Italia e come si sta affrontando altrove?», «cosa imparare da questi errori e da queste differenze di strategia per non ritrovarci in questa situazione la prossima volta?»

          • A proposito della mia domanda «tu cosa avresti fatto al posto del governo?» l’obiezione “..Anche quando posta in buona fede, si risolve in un cliché paralizzante e reazionario. Serve solo a reiterare l’idea che i governati non abbiano diritto di criticare i governanti…”, assolutamente logica e valida, ti garantisco che non mi riguarda.
            Dico solo che stare da questa parte rende tutto più facile e induce ancora una volta molti di noi a proporci come quelli che avrebbero saputo di sicuro fare di meglio.
            Le domande alternative che mi proponi io me le faccio comunque e, al momento, ammesso che sia sufficientemente informata, mi pare che l’unico paese che si è mosso in maniera alternativa rispetto a tutti, Cina compresa, sia stata la Corea del Sud.
            Ma volevo sottolineare il fatto che, stando in Italia così le cose, le pretese di infiniti distinguo che tengano conto delle condizioni dell’uno e dell’altro, mi paiono appunto pretese, impossibili da mettere in pratica, irrealizzabili.

            • Forse non riesco a spiegarmi, e passo per quella che accetta tutto e va tutto bene e che chi governa sa quello che è giusto per noi. Assolutamente lontanissima da questa mentalità.
              Ad esempio vorrei chiedere: se è possibile uscire “da soli” a fare due passi senza però allontanarsi per più di 200 m., come ci dobbiamo comportare se, in un rione come il mio ad esempio, ci ritroviamo tutti insieme – una volta che siamo usciti da soli – a camminare nel raggio di 200 metri?
              E aggiungerei anche altre domande.
              Ma, ribadendo che, per quel che posso, sono sempre molto critica verso tutto e tutti, alla fine mi pare che spesso (in generale) tutto si riduca al solito esercizio di stanca lamentazione.

              • Definire i post su Giap e i lunghi thread in calce “esercizi di stanca lamentazione” mi pare quanto meno ingeneroso. Ma al di là di questo, io vorrei capire una cosa.
                Se portassi mio figlio a fare un giro in bici, o a fare jogging, senza toccare niente o fermarmi a contatto con nessuno (e volendo pure con guanti e mascherina), quante probabilità ci sarebbero di infettare qualcuno? A mio avviso molte meno che ficcandomi dentro un supermercato o una fabbrica, in uno spazio chiuso con altra gente.

                È altamente probabile che la mancata chiusura delle fabbriche lombarde sia tra le cause del picco straordinario di infezioni e conseguenti decessi in quella regione, laddove ci si è preoccupati prima di chiudere i confini, di attuare un lockdown generalizzato, e solo successivamente di agire sugli spostamenti lavorativi con mezzi pubblici e di chiudere i luoghi di lavoro, proprio come ci si è affrettati a chiudere le scuole e soltanto in un secondo momento i centri anziani…mentre le case di cura sono tutt’ora “bombe” che stanno esplodendo.

                Di fronte a queste scelte, ripeto, qual è il reale pericolo rappresentato da un bambino che passeggia con il genitore a debita distanza da chiunque? Passeggiare, non stazionare tutti insieme in un cortile.
                Considerare il moto quotidiano “non essenziale” è contestabile, non è una lamentazione, e pensare di potere andare avanti così per chissà quanto è folle.
                Senza considerare che tanta gente messa a casa dal lavoro, è a reddito zero, e nel suddetto supermercato inizia a entrarci per espropriare generi di prima necessità, perché non ha più un soldo per pagarli.
                Quello che si sta dicendo, in buona sostanza, è che la cura non può essere peggio del male. Est modus in rebus, dicevano i latini. Mentre qua sembra che si sia persa del tutto la trebisonda.

                • sei un po’ birichino, e di nuovo, perchè io ho detto “in generale” a proposito di stanca lamentazione, non mi sono riferita a questo blog che peraltro non frequentavo quindi non conoscevo fino all’altro ieri..
                  Se portassi tuo figlio in bici senza toccare niente ecc….chi infetteresti? nessuno, evidentemente. Ma stando dalla parte di chi deve controllare, come fai a stabilire un discrimine dato che non puoi conoscere tutti quelli che incontri?
                  Io abito a Reggio Emilia, dunque una piccola città e abito nella prima periferia Nord; a due passi da casa mia c’è lo stadio e nei dintorni si apre un bel po’ di campagna, ideale per le passeggiate. Allora, cosa faccio di male se mi prendo su e faccio quei due passi? Niente, ma lo so io: cosa può saperne il carabiniere o il poliziotto che, anche se la città è piccola e il luogo comune vuole che ci conosciamo tutti, non sa neanche chi sono?

                  • Scusa, ma non ti seguo. Le forze dell’ordine hanno il compito di fare rispettare i decreti. Se i decreti sono assurdi – e per di più formulati in maniera ambigua al punto che ogni tre giorni esce un nuovo modulo di autocertificazione – loro applicano quelli. Io metto in discussione proprio la razionalità dei decreti. Se ammettiamo che una passeggiata quotidiana non è un comportamento pericoloso, allora perché non dovrebbe essere consentito farla? Se fosse consentito, le forze dell’ordine dovrebbero vigilare sul fatto che non si creino assembramenti, non che la gente non metta il naso fuori di casa. Tra l’altro, dopo tutto questo terrorismo mediatico, dubito che il loro compito sarebbe troppo impegnativo.

                  • «Nel dubbio reprimere» è un principio agghiacciante, basato sulla presunzione di colpevolezza distribuita a pioggia sui cittadini. Il principio opposto, «in dubio pro reo» è quello su cui in teoria si basa il nostro diritto.

                    Con tutti i soldi pubblici che stiamo spendendo per militarizzare il territorio, a nessuno sembra essere venuto in mente che invece di fermare, angariare e minacciare chi cammina o corre da solo, o addirittura va per campi e boschi, sarebbe stato meglio predisporre una vigilanza più razionale, allo scopo di prevenire le situazioni di affollamento, garantire che fossero osservate le misure di sicurezza.

                    Ribadiamo alcuni punti fondamentali: passeggiare e correre fa bene, è consigliato dai medici anche durante questa pandemia, è consentito in quasi tutti gli altri paesi che stanno affrontando il Covid-19. Le situazioni di contagio che queste attività creano sono al minimo delle probabilità. Inoltre, allo stato attuale delle conoscenze, si stima che i positivi asintomatici siano pochissimo contagiosi.

              • Se vieni a commentare su Giap, è evidente che un valore a queste discussioni lo riconosci. E allora perché lamentarsi stancamente di come si sta discutendo qui?

                Un altro cliché del quale sinceramente non ne posso più è «ma se tutti facessero così allora…» È sempre stato usato per censurare e controllare i comportamenti altrui quando la loro innocuità per gli altri non consentiva altri argomenti. Esempio principe: «Se tutti fossero omosessuali non nascerebbero più figli!»

                • Non ho mai frequentato il vs blog, dunque non vi conoscevo.
                  Ho detto quello che penso, tutto li’, dimostrando anche di non essere particolarmente incline all'”allineamento” o all’accettazione acritica delle argomentazioni dominanti nemmeno di un piccolo contesto come il blog ..In compenso, non so se te ne sei accorto, penso di si’, hai adottato nei confronti delle mie argomentazioni, una logica vagamente ricattatoria, velata ma evidente, affibbiandomi tra le righe smanie censorie e aneliti di svolte autoritarie. E’ una tecnica ormai consumata in rete, da parte un po’ di tutti.
                  E’ una logica che non mi piace e allora la chiudo qui.
                  At salot!

                  • Vittimismo inutile e fuori luogo. Tu hai proposto delle argomentazioni, altre e altri hanno contro-argomentato. Funziona così. Almeno qui.

                • Quello che citi è il cosiddetto “argomento del piano inclinato” o “della brutta china”. Non mi piace chiamarlo tout court “fallacia” – come si fa qui:
                  https://it.wikipedia.org/wiki/Fallacia_della_brutta_china
                  perché è, appunto, un argomento di cui valutare di volta in volta la bontà. Alcuni tra gli esempi più tipici sono la “teoria della finestra rotta” e l’idea per cui l’assunzione di droghe leggere porta invariabilmente all’uso di droghe pesanti.
                  E’ interessante riconoscerne le diverse varianti e cercare di evidenziarne le specifiche debolezze. L’esempio principe: «Se tutti fossero omosessuali non nascerebbero più figli!» è una fallacia perché il fatto che io abbia un orientamento omosessuale non innesca alcuna sequenza di eventi che porta all’omosessualizzazione dell’intera umanità (così come il mio uso di un preservativo non porta alla sterilità della razza umana – nonostante chiunque potrebbe dire che «Se tutti usassero sempre il preservativo non nascerebbero più figli!»).
                  «Non far cadere quel primo pezzo del domino, o cadranno tutti gli altri» è un argomento convincente e non è una fallacia. Lo diventa quando la metafora viene applicata a sproposito – ma dobbiamo saperne prima di tutto riconoscerne la forza persuasiva e poi individuarne i punti deboli per contestarla.

            • No, non solo la Corea. Al momento, quasi tutti i paesi si stanno muovendo almeno in parte diversamente da noi e nelle discussioni qui sono arrivate svariate testimonianze al riguardo. Il divieto tout court di passeggiata e attività all’aperto come ce l’abbiamo noi non c’è quasi da nessuna parte (e sfido: la stessa OMS dice che passeggiare e muoversi all’aperto aiuta a combattere l’epidemia), men che meno la spinta mediatica e sociale a criminalizzare chi prende una boccata d’aria. Idem per il lockdown indifferenziato su tutto il territorio nazionale: altri paesi hanno scelto di modulare e graduare le misure di contenimento. Ma in Italia si conoscono poco le altre situazioni. I nostri media dicono vanagloriosamente che «tutti ci imitano», salvo poi autocontraddirsi dedicando articoli irridenti ai paesi che non lo fanno. L’ultimo bersaglio è la Svezia, perché il loro approccio diverge in maniera molto vistosa dal nostro, ma questo distoglie l’attenzione da un fatto cruciale: anche svariati paesi che hanno scelto il lockdown non lo stanno implementando con la nostra ottusità e rigidità. Dietro l’apparenza delle somiglianze, ci sono significative differenze. In Europa, mi sembra che la militarizzazione dello spazio pubblico e la “fascistizzazione” dell’immaginario finora solo qui abbiano raggiunto le vette che sappiamo. Certo, la Spagna si arrampica veloce per raggiungerci e potrebbe anche superarci.

              Sul fatto che le «pretese» siano «irrealizzabili»: dipende. Alcune sono state realizzate: l’ondata di scioperi ha costretto Confindustria ad accettare la chiusura di molte fabbriche. Se il malcontento cresce, come pare stia accadendo, le «pretese» si possono realizzare eccome, perché le lotte si possono comprimere, ma non si possono azzerare.

              • ciao, la mia esperienza da Malta, dove da oggi sono in vigore restrizioni per over65, donne incinte e persone affette da particolari malattie https://timesofmalta.com/articles/view/fearne-to-address-press-conference-on-coronavirus-developments.781097. fino ad ora la passeggiata o il giro in macchina nessuno ha mai pensato di vietarlo, e in un`isoletta mi pare anche sorprendente visto il panico dei primi giorni. IO sto continuando ad andare in ufficio sebbene oltre il 90% dei colleghi sia in smart working. Volevo solo portarvi il mio particolare punto di vista da lontano ma vicino dell`italia come di un`acquario: non guardo la tv ma seguo twitter e le chat degli amici e parenti e le varie esperienze di quarantena e isolamenti forzati vari.

              • Si penso che i bambini, poste le differenze caratteriali di ciascuno, siano innatamente ribelli, qualcuno lo dimostra platealmente disattendendo sempre e comunque le indicazioni dei genitori, altri in maniera più velata…comunque è solo una mia teoria e francamente non ha neppure grande rilevanza in questo frangente. La ho espressa semplicemente perché non mi piace il modo in cui i bambini vengono reclutati involontariamente nelle milizie degli ubbidienti che oggi popolano l’Italia. Ció detto è fuorviante argomentare sempre sulla falsariga dei “ mettiamoci nei loro panni” o “ noi cosa avremmo fatto?”. Io non sono chiamata a governare questo Paese ma se lo fossi stata di certo non avrei introdotto divieti privi di qualunque base scientifica e palesemente fini a sè stessi. È di tutta evidenza che vi siano dei luoghi, ospedali ed RSA, ove il contagio dilaga perché chi è deputato ad adottare misure preventive non lo ha prese. Distogliere l’attenzione da queste gravi negligenze ed indirizzarla su chi colpe non ha è deleterio. Ma in Italia siamo abituati a questi mezzi. Se non c’è lavoro è perché lo rubano i rifugiati, se c’è la tbc è sempre per colpa loro ( a nessun politico che venga in mente di citare una delle prime cause del dilagare di malattie non proprio endemiche ovvero il turismo sessuale In paesi dove molti dei nostri uomini evoluti vanno alla ricerca di giovanissime prede ). Il sistema di corruzione e clientelismo che permea il nostro sistema sanitario è una delle prime cause di ció a cui stiamo assistendo. La Natura si esprime anche attraverso epidemie/ pandemie. Sono eventi rari ma prevedibili ma è molto più comodo prendersela con un raccoglitore di asparagi o un genitore che passeggia in campagna o al parco con i propri figli che con i veri responsabili della tragedia. In un paese evoluto, per come la penso io, le attività all’aperto sarebbero dovute essere non vietate ma addirittura raccomandate con le dovute cautele.

                • Rispondo anche a te prima di chiuderla davvero.
                  Allora: ribadisco che la categoria “bambini” alla quale, per intero, attribuire un solo tipo di comportamento non esiste, così come non esistono le categorie”le donne”, “gli uomini”, ecc… e lo hai detto anche tu, parlando di temperamenti divesi, per poi contraddirti subito dopo.
                  Secondo: i bambini secondo me soffrono della clausura imposta quando il clima famigliare non è sereno, altrimenti penso che, ancora una volta, la si faccia un po’ troppo lunga, tanto più che mi risulta che moltissimi bambini e ragazzini, da tempo immemore dunque in tempi del tutto “esen-covid”, trascorrano inebetiti molte\troppe ore davanti a schermi vari; ora improvvisamente salta fuori che prima del covid19 erano tutti nei cortili e nei prati a giocare a nascondino o a palla avvelenata!
                  Terzo: non è affatto fuorviante argomentare con l’esortazione “ mettiamoci nei loro panni” o “ noi cosa avremmo fatto?”, mentre è emblematica la tua candida risposta: “Io non sono chiamata a governare questo Paese” (mi fai venire in mente Nanni Moretti, in Sogni d’oro credo, nella memorabile scena dello scontro con la madre: “ma loro chi? cosa sono queste chiacchiere da autobus…”?) anche se poi affermi con discreta sicumera “ ma se lo fossi stata di certo non avrei introdotto divieti privi di qualunque base scientifica e palesemente fini a sè stessi”…immagino tu sia un medico a questo punto!
                  Il problema comunque, da quello che tu e altri scrivete, è questo: se le normative avessero dato la possibilità di passeggiare nei famosi terreni di proprietà che tu citavi e che evidentemente riguardano il tuo specifico caso, penso non ti saresti lamentata affatto, tanto è che non mi hai risposto a proposito delle soluzioni per chi non ha uno straccio di giardino né di terrazzino; hai presente vero i cosiddetti quartieri dormitorio, cemento su cemento e totale assenza di spazi adibiti alla socializzazione e al gioco?
                  Mettersi nei panni degli altri è il presupposto per qualsiasi tipo di riflessione seria e proficua, altro che balle!
                  Ad ogni buon conto, se i provvedimenti sono fini a se stessi come tu sostieni e magari, incoffessatamente mirano all’instaurazione graduale di un sistema autoritario, allora poi non prendiamo per i fondelli chi anche oggi salta su per gridare al complotto, al virus creato in laboratorio e diffuso per farci ammalare tutti e renderci schiavi.!

                  Concludendo e tralasciando volentieri le altre sbrodolate su chi ci ruba il lavoro e chi ci attacca la tubercolosi e sul nostro ssn corrotto e clientelare (anche qua cadi nella generalizzazione), quello che ho contestato fin dall’inizio alla maggior parte dei commenti che bollavo come lamentosi, è il concentrarsi soltanto sulla propria condizione che, a occhio e croce, rappresenta una realtà di chi, più o meno, le spalle coperte ce le ha (come ce le ho io del resto).
                  Buon proseguimento.

                  • Avevi proclamato che te ne andavi perché qui eri stata censurata o bullizzata o che altro. È detestabile chi esce dalla stanza sbattendo ostentatamente la porta, slam!, per poi tornare, dire la propria e di nuovo proclamare che se ne va, slam! Sbatti la porta una buona volta e sii coerente con quel gesto, grazie.

                  • Beh sì, prima dello stato d’assedio mio figlio diciassettenne andava a calcio tre volte a settimana, e il sabato pomeriggio si faceva da solo o con me un 40/50 km in bici sul carso. Il dodicenne andava ad atletica due volte alla settimana, e gli altri pomeriggi al ricreatorio comunale qua davanti, a giocare a basket e anche a palla avvelenata. Ogni domenica poi con tutta la banda dei cugini si faceva una camminata in bosco o un giro in bici lungo l’isonzo.
                    Per cui sì, stare agli arresti domiciliari pesa, e tanto (e ho tralasciato tutto l’aspetto relativo a socialità e affettività).
                    In tutto questo, non risulta che le misure estreme di fedriga stiano ottenendo risultati diversi da quelle più lasche (almeno per quanto riguarda le cosiddette passeggiate) che ci sono in austria o in slovenia.

                  • Scusa,sai, Engy ma ad ogni tuo commento imprimi una carica di sadismo francamente irricevibile. Il cui scopo è contraddire a priori chiunque eserciti un legittimo diritto alla critica, con la scusa di doversi prima mettere nei panni degli altri e auto flagellare. Pretendendo un atteggiamento auto-vessatorio, perché tutto questo sarebbe garanzia di maggiore oggettività nelle valutazioni. Perché ti irrita il fatto di rintracciare delle responsabilità in chi ” gestisce” l’ ” emergenza “.
                    Il punto è che molti di noi si mettono nei panni di chi sta molto peggio di quelli che ci governano.
                    È una scelta politica di appartenenza, che condiziona la qualità di ogni ragionamento. Non tutti abbiamo le ” spalle coperte”, come te, che dal pulpito della tua presunta oggettività chiedi immedesimazione con la classe dirigente responsabile di questo sfacelo. Sei persino riuscita a ridurre la terribile situazione vissuta dai bambini alla semplice/ normale possibilità, che avevano fino a ” ieri”, di andare in cortile a giocare. Non ti sembra che il dramma che stiamo vivendo sia di portata molto, molto più ampia, soprattutto per i bambini che, per esempio,
                    non sanno se e quando rivedranno i loro compagni di scuola, i loro amici, i loro insegnanti. Giusto per parlare di immedesimazione.

                  • Engy mio figlio ha l’ADHD e senza aria fresca e poter smaltire la sua iperattivita’ con il movimento fisico sta molto peggio e figurati se riesce a fare tutti sti compiti che ci vomitano addosso in continuazione. E’ diventato con gli arresti domiciliari addicted a minecraft. Anche questo sara’ un risultato del lockdown: ancora piu’ tecnodipendenti.

                    Per noi andare a fare trekking, picnic, bici, piscina o semplicemente andare al parco sotto casa era l’ordine del giorno.

                • Il problema sono le passeggiate in solitaria quando il personale 118 utilizza tute da imbianchino o da pasticcere! Vista la situazione tragica in mezza Italia, e la mancanza strutturale di dispositivi di protezione per il personale sanitario, l’ISS ha avallato i normali camici e le mascherine che non proteggono contro il rischio biologico. Ed è solo una delle tante cose allucinanti emerse da Report di ieri sera, ad esempio. E poi ci vengono a dire rispetto delle regole? Di responsabilità? Di chiudersi in casa? Le regole mi sembra che siano quelle che permettono di perseguire i lavoratori che scioperano o denunciano le condizioni di lavoro, anche nella sanità. Non mi sembra che esistano le regole, semmai esistono *certe* regole, che a loro volta sono risultanti di un campo di forze. E chi esce a passeggio con suo figlio è sicuramente meno forte di Confindustria, a occhio e croce. E se sei un amministratore che non sa dove andare a sbattere, visto che qualche provvedimento bisogna pur prenderlo, con chi te la prendi? Con i bambini, con le biciclette, con le passeggiate, con le persone, con la vita insomma.

          • Io non so come è altrove ma qui è che io o lascio figlia a casa sola (9 anni e ne ha paura) o me la porto a comprare pane e altro, nelle botteghe perché posso lasciarla in caso fuori sul marciapiede vedendola.

            Per la legg3 la lascio a casa è abbandono di minore

            Inoltre usciamo sotto casa.

            Perché ci serve per la salute mentale e nel momento in cui non mettiamo a rischio nessuno (siamo noi sole) quella viene prima di tutto.

            Che mi arrestino.

            • @CAT475
              Esatto. Io sono mamma single di 2 bambini e devo per forza portare la piccola con me mentre faccio spese e lasciare il 9enne a casa! E’ assurdo. Poi mi guardano storta con la bimba al supermercato e non vedo infatti l’ombra di altri bimbi…

  7. A proposito dell’affermazione che i bambini non si ammalano ma sono vettori del virus, segnalo i dati contrastanti riferiti dal prof Raoult nel corso della presentazione “Coronavirus : diagnostiquons et traitons! Premiers résultats pour la chloroquine” 16 marzo 2020,(https://www.youtube.com/watch?v=n4J8kydOvbc&t=16s). So che si discute su Raoult, o meglio sul trattamento del virus che sta sperimentando, ma i dati che riporta sono almeno da tenere in considerazione. E secondo questi dati, naturalmente provvisori, a differenza che nel caso della classica influenza, “la percentuale dei bambini portatori è molto contenuta”. Se fossero confermati, ecco forse una “ragione” di meno per “fare scomparire” i bambini.

    • Ricordate quell’audio (uno dei tanti) che girò nei primi tempi dell’emergenza, quello della solita amica medica di Milano che diceva che non prendevano più gli over 60 in terapia intensiva?
      Ad un certo punto, verso la fine, tra le raccomandazioni, iniziava a parlare di bambini, che sono asintomatici, e che quindi li portiamo serenamente in giro e così infettano e “uccidono i nonni”? Lo diceva con naturalezza, senza acredine, in mezzo a tante altre cose sensate, ma lo diceva. Immaginate l’effetto su tanti anziani. Quanti nonni hanno iniziato a rifiutarsi di vedere i nipoti, aggravando così ulteriormente situazioni familiari già provate dallo stop scolastico? Io ne ho sentite tante di storie così.

      • Veramente diceva che i bambini «uccidono» i nonni non in mezzo «a tante cose sensate» ma in mezzo a tante cose *insensate*, e soprattutto quella – in fondo il vero *core* dell’audio – che si lasciavano morire gli over 60. E’ stata smentita, questa «untrice» di paura, nel giro di poche ore dai primari degli ospedali citati.

        • Veramente è proprio così. Succede anche a Genova. Per quanto riguarda bambini e anziani: i bambini diventano un problema se i genitori devono lavorare e con le scuole chiuse sono costretti a lasciarli ai nonni. La chiusura delle scuole ha quindi l’effetto indesiderato di esporre ancora di più dei soggetti a rischio. In quel caso sì che i bambini rischiano di uccidere i nonni

          • Dunque, Smone, dici due cose senza neppure curarti di distinguerle. Quindi devo rispondere a supposizioni, separandole io.

            1) «Veramente è proprio così. Succede anche a Genova» suppongo si riferisca al fatto di scegliere quali pazienti salvare, e quali no. Ebbene, quando circolava l’audio whatsapp a cui si fa esplicito riferimento in questo thread, tale notizia è stata smentita tanto dall’assessore lombardo alla sanità quanto dal primario dell’ospedale citato nell’audio: https://milano.repubblica.it/cronaca/2020/03/11/news/coronavirus_gori_posti_letto_lombardia_twitter_pazienti_lasciati_morire-250933133/

            Né ai primari né tantomeno agli assessori va tributata fiducia incondizionata, su questo siamo probabilmente d’accordo, ma un filino di credibilità più dell’audio della sedicente dottoressa «amica di Cate» (quantomeno in una delle versioni più gettonate) probabilmente ce l’hanno, anche perché sono chiamati a rispondere, il giorno dopo, di quello che hanno detto, mentre l’amica di Cate no.

            Questo il punto sul momento dell’audio a cui si fa riferimento. Se oggi sono cambiate le cose posta riferimenti credibili e potremo imparare qualcosa anche noi.

            2) Sui nonni. E’ stato scritto mille volte su queste pagine, a partire già dal Diario Virale di Wu Ming, che mettere a casa i bambini complicava le cose, perché potevano – tra le altre cose – diventare veicolo di contagio verso gli anziani, la categoria più a rischio. In questo thread, che ti invito a leggere con più attenzione, si poneva l’accento sulle modalità di comunicazione usate in quell’audio.

            «Uccidere i nonni» – se era contenuto in quell’audio come ricorda doug_p – è un messaggio terrorizzante, e come tutti i messaggi terrorizzanti provoca da un lato paura, dall’altro scetticismo. Il modo cui rispondiamo ai messaggi terrorizzanti è stato a lungo analizzato nelle campagne contro l’aids e il tabagismo. Non sono i più utili allo scopo, anzi per niente.

            «Uccidere i nonni» inoltre è un messaggio colpevolizzante. Come la mettiamo con chi, magari pure in una fase incipiente dell’epidemia, ha contagiato qualcun altro, e questo qualcun altro (nel caso in cui sia capitato, purtroppo, in quella piccola quota in cui la malattia è letale), è morto?

            Diremo a quei bambini, per esempio, che hanno «ucciso» il nonno? O gli spiegheremo che non abbiamo il controllo su tutto quello che accade, e che possiamo essere vettori del tutto inconsapevoli di qualcosa che per qualcun altro potrebbe essere letale. Guarda che già così è dura e sarà dura, figuriamoci se lasciamo libero sfogo a chi parla di «uccidere».

            I piccoli possono «contagiare» i nonni, è semmai la malattia che può ucciderli. Se sbrachiamo di fronte a questi distinguo di base l’epidemia di sofferenza mentale che seguirà quella virale sarà qualcosa di inimmaginabile.

            • Dunque, Wolfbukovski, nel tuo post — quello a cui ho risposto — facevi riferimento a due argomenti. Nella mia replica, uno era identificato in modo esplicito, mentre per l’altro mi sono affidato alle capacità di astrazione del lettore. Ammetto la mia mancanza di cura. Mi rallegro invece del fatto che tu sia riuscito a interpretare la mia risposta in modo corretto.

              In quanto segue affronterò innanzitutto la questione legata alla mancanza di risorse adeguate per affrontare l’emergenza (si intende il numero relativamente elevato di malati, rispetto alla media del passato, per cui si richiede il ricovero in terapia intensiva dovuto all’epidemia di covid-19) che affligge sia il sistema della sanità pubblica sia di quella privata. Successivamente farò alcune considerazioni riguardo a come è stato affrontato il problema relativo al rischio di contagio delle persone più vulnerabili (in particolare degli anziani) da parte di persone relativamente meno vulnerabili e possibilmente asintomatiche (in particolare i bambini).

              1. Posso immaginare che esistano vari motivi in base ai quali i responsabili del servizio sanitario lombardo e i primari degli ospedali siano restii ad affermare pubblicamente che gli ospedali siano costretti a volte a scegliere i pazienti da salvare, non avendo le risorse per salvarli tutti. I motivi possono essere di ordine etico e legale. Usando un parallelismo, quanti primari o assessori sarebbero disposti ad affermare pubblicamente che nei loro reparti si praticano forme di eutanasia? Eppure, c’è qualcuno qua dentro che crede che l’eutanasia sia una pratica sconosciuta in Italia perché l’ha detto l’assessore? In questo caso — come, credo, nel caso di cui stiamo parlando — dobbiamo decidere se fidarci di fonti anonime o ufficiose (il mio tanto vituperato cuggino). In modo analogo, che cosa dice la legge riguardo alla fattispecie in cui un medico deve scegliere di salvare la vita a uno tra due pazienti? Ci sono delle procedure da seguire per rendere la scelta trasparente? Non lo so. E cosa dice l’etica? Probabilmente esistono posizioni diverse. E un medico o un dirigente ospedaliero che compie tali scelte può essere preoccupato delle reazioni di chi la pensa diversamente da lui. In secondo luogo, se si ha la pazienza e la padronanza di google necessarie per andarsele a cercare, esistono fonti interne agli ospedali che confermano queste voci. Qui il link a un articolo in cui si riporta la testimonianza anonima di due medici di Villa Scassi a Genova — https://www.genova24.it/2020/03/coronavirus-rivelazioni-choc-dai-medici-del-villa-scassi-costretti-a-lasciarli-morire-e-una-mattanza-233172/. Ma ammettiamo che tu non ti fidi di questi “untori di paura”, è sufficiente il ragionamento per capire che questa situazione è non solo verosimile, ma addirittura una logica conseguenza dei fatti. Prima dell’epidemia la Lombardia aveva 640 letti di terapia intensiva — 500 pubblici e 140 privati https://www.esahq.org/esa-news/analysis-of-covid-19-data-on-numbers-in-intensive-care-from-italy-european-society-of-anaesthesiology-esa/. Secondo un’altra fonte sono 720. Secondo quest’ultima fonte il tasso di utilizzo dei letti nei mesi invernali è normalmente dell’85-90%. Il 15% di 720 è 108. Diciamo che la Lombardia prima della crisi aveva 108 letti liberi in terapia intensiva. Negli ultimi dieci giorni credo che siano morte più di 400 persone al giorno in Lombardia. Tu credi che tutte queste persone siano state messe in terapia intensiva e intubate? E credi che se ci fossero stati letti sufficienti non sarebbero state messe in terapia intensiva e intubate? L’untrice di paura pd te giuro su dio.
              2. I bambini lasciamo perde che più scrivo più rosico l’untrice di paura mlm addolorata ma datte na calmata

              • Scusa, Smone, permettici una mozione d’ordine: hai messo un punto 2, ma non ci hai scritto niente, a parte «datte na calmata». Non solo su questo blog, «datte na calmata» è una cosa che non ci piace leggere (soprattutto se sostituisce un’argomentazione), ma quel punto non contiene nessuna risposta a Wolf sulla questione che sollevava, e cioè che «i bambini uccidono i vecchi» è un messaggio terroristico e colpevolizzante. Su questo, o gli rispondi o non gli rispondi, non metti un punto 2 per non scrivere nulla.

                • Scusate.

                  Allora il punto 2. I bambini uccidono i vecchi è come dire Caio è allergico ai gatti, er gatto de nonna ha ucciso Caio. Non è che il gatto di nonna l’ha fatto apposta a uccidere Caio ma si capisce no?

                  Adesso — stiamo parlando di questa cosa come se non sia in corso una decimazione degli anziani in alcune zone del nord Italia, come se non ci fossero le sale negli ospedali piene di salme nei sacchi di plastica perché non si sa dove metterle (sì, me l’ha detto mio cuggino). È colpa dei bambini? Certo che no (e non glieli leggete certi articoli ai bambini). Ci siamo trovati in una situazione con scuole chiuse e uno stato a cui evidentemente mancano proprio le risorse umane a tutti i livelli per affrontare qualsiasi tipo di emergenza, figuriamoci questa (scuole aperte per i figli dei lavoratori di settori critici? Figuriamoci vi diamo il bonus baby sitter). Il telelavoro non esiste credo nella gran parte delle aziende (per dire al ministero delle finanze si può fare in teoria, ma devi fare richiesta a settembre — sempre mio cuggino). Nei casi in cui esiste probabilmente in ogni caso non avrai neanche tempo per stare appresso ai figli perché comunque devi lavorare a tempo pieno (altro cuggino). In una situazione del genere se vuoi evitare che la chiusura delle scuole generi un effetto ben peggiore di quello che vuoi evitare hanno esagerato usando un linguaggio un po’ improprio. Hanno usato un linguaggio violento va bene. Ma se hai evitato che un po’ di bambini uccidessero (se pur indirettamente) i propri nonni per me ci può stare.

                  E rimane il fatto che “untrice di paure” non si può sentire. Questo non è un linguaggio violento? Che poi bastava google

                  • Ti faccio il favore di ignorare tutto quello che potevi evitare nel tuo messaggio, i toni aggressivi, la spocchia eccetera. La prossima volta evitalo da solo, te ne sarò grato.

                    Stiamo parlando di un messaggio privo di fonte (cioè con fonte autodichiarata, che è lo stesso) che è circolato sui telefonini di mezza Italia, o più. E che ha contribuito nello spargere paura. Ne ho avuto testimonianze personali e dirette.

                    Tu, nel tuo modo sgradevole, dici più o meno «ha fatto bene! Magari ha salvato qualcuno».

                    Io credo invece che nella comunicazione delle cose gravi si debba usare più argomentazione che paura, e che le persone non debbano essere trattati come bambini da spaventare ma come adulti responsabili. Credo inoltre che aver gestito questa emergenza attraverso la paura renderà molti delle persone peggiori di prima, e non certo più capaci di affrontare future emergenze personali o collettive.

                    Nello specifico del thread si discuteva della forumulazione «i bambini uccidono i nonni», e non solo a me sembrava assurdamente colpevolizzante, e tu hai un bel dire «non leggete/dite certe cose ai bambini», ma forse non sai che i bambini capiscono e ascoltano e sono molto più attenti alle parole di quanto si pensi.

                    Credo che un messaggio come quello citato non debba circolare e punto. Bisogna dire come stanno le cose, ovvero: i bambini possono essere fonte di contagio (anche se ci sono dubbi su quanto sia contagioso un asintomatico) e i nonni sono quelli più a rischio.

                    Da qui nasce la formula dell’ «untrice di paura»: visto che indicava i bambini come untori (cioè ne faceva la personificazione del contagio), ho indicato lei come untrice della paura. Il suo messaggio è stato – nella mia esperienza personale, quindi ammetto un’animosità personale verso quella sconosciuta – quel *di più* che ha fatto perdere il controllo a diverse persone che conosco, spingendole verso reazioni puramente emotive.

                    Non credo che sia interessante aggiungere altro, le posizioni sono chiare, non c’è bisogno di essere d’accordo.

              • Premettendo che non meriti una risposta a causa dei toni aggessivi, provo a risponderti egualmente.

                1) gli audio whatsapp sono stati smentiti dagli ospedali indicati. Gli autori denunciati. Tu dici che i dirigenti sanitari mentono. Ok, può essere, però il paragone con l’eutanasia – che tutti sappiamo essere in qualche forma praticata – non regge. Perché il medico e la direzione dell’ospedale che dovessero essere riconosciuti a praticarla sarebbero immediatamente incriminati. In caso di oggettiva mancanza di mezzi una selezione a favore di chi ha più possibilità di sopravvivenza è prassi medica ineluttabile, purtroppo. I casi sono diversissimi.

                Siamo nel mezzo di una crisi sanitaria di grosse dimensioni. Il governo ci dice che dobbiamo stare in casa perché altrimenti il sistema sanitario non regge. Nessuno a livello istituzionale sta «minimizzando» l’emergenza. Ora, tu ritieni mi pare, tra una bestemmia malcelata e l’altra, che esista un sentiero sottile su cui si muove la comunicazione pubblica, che da un lato diffonde l’allarme, ma poi sa gestire con una sapienza davvero inattesa le dimensioni di quell’allarme, sfiorando sempre il punto del «stiamo lasciando morire i più vecchi» per non arrivarci mai. (Anche su Villa Scazzi ci sono state smentite degli audio, una consigliera 5stelle ha chiesto una commissione d’inchiesta immediata https://www.genova24.it/2020/03/coronavirus-salvatore-m5s-fare-subito-inchiesta-rapidissima-sulle-condizioni-del-villa-scassi-233274/ )

                Ebbene, mi pare improbabile che un sentiero così sottile possa essere percorso ancora per molto senza clamorosi scivoloni. Quindi stiamo a vedere. Considera che l’intera stampa nazionale è concentrata su questo tema, e per quanto in generale sia servile verso il potere non è così compatta, e anche il potere non è così compatto – visto che a Roma c’è una coalizione, in regione Lombardia o Liguria quella opposta.

                I meri conti matematici non bastano da soli. La complessità di una gestione ospedaliera, compreso il fatto che quasi tutto il resto – diagnostica e cura programmata – è di fatto sospeso e rimandato sine die, e tutte le energie convogliate sull’emergenza, non credo possa essere ridotta ai dati numerici dei posti letto standard. Di più non mi sento di dire, non avendo le tue certezze.

                Sul punto 2 rispondo dopo.

                • Conta i respiratori che abbiamo in Italia. Assumi un tasso di mortalità dell’1% e un tasso di necessità di ricovero in terapia intensiva del 5%. Confronta con il numero di respiratori (vedi sopra). Capirai che l’untore di paure è stata un’uscita infelice. Però le bestemmie malcelate signora mia

                  • Questo complesso articolo https://www.valigiablu.it/coronavirus-terapia-intensiva-ospedali/ ricostruisce con grande cura la situazione più o meno al momento dell’audio (è di due giorni dopo), e lo fa usando molte fonti e problematizzando ogni fonte. Va letto fino in fondo. Non è una situazione lineare, bidimensionale, che si possa ricostruire con una formuletta.

                    Quella dell’articolo è ovviamente una situazione ormai datata (ma è quella di cui in questo thread si discuteva). Per leggere correttamente la situazione attuale è necessario lo stesso livello di approndimento. Se hai materiale mandalo, se invece devi solo sfogarti fallo su FB.

                  • Wolfbukowski rispondo qua al commento sotto (quello in cui mi inviti ad andare su Facebook) in mancanza di tasto “Rispondi”.

                    Prima di tutto vorrei spiegare i toni delle mie risposte precedenti. Non credo di averti insultato — se l’ho fatto mi dispiace, non era mia intenzione. Ho cercato di scrivere un messaggio con un registro tra il serio e lo strafottente in risposta alla pedanteria del tuo precedente messaggio (“ Dunque, Smone, dici due cose senza neppure curarti di distinguerle. Quindi devo rispondere a supposizioni, separandole io.” Se fai il pedante accetta almeno di essere un po’ preso in giro, o questo è uno spazio dove alcuni sono maestri e altri sono alunni?). Ritengo che la strafottenza sia un registro di discussione civile. In ogni caso lo trovo meno insopportabile della seriosità.

                    Secondo: trovo che l’accusa a una persona di essere “un’untrice di paure” sia grave. Capisco che giudicare chiunque e su qualsiasi cosa sia ormai diventata una pratica accettata, ma credo che lasciare il beneficio del dubbio ogni tanto sia sintomo di intelligenza e umanità. Io nelle mie risposte ho usato un tono strafottente e “malcelato” un paio di bestemmie, ma credo che il metodo di puntare il dito sia forse ancora più tipico di facebook — dove tu mi dici di andare e che io invece proprio non frequento. Soprattutto quando non si sa molto di quello di cui si parla (ovviamente questa è solo la mia impressione).

                    Terzo: nel messaggio sotto fai riferimento a un “complesso articolo” (come se la complessità fosse un pregio e la semplicità un difetto?). Capisco che il problema sia enorme e che il mio calcolo sui posti letto disponibili in terapia intensiva fosse a dire tanto un calcolo di massima. Tuttavia credo che fosse utile per farsi un’idea degli ordini di grandezza di cui stiamo parlando — dimensioni del fenomeno e risorse del sistema sanitario. Voglio dire, se i letti disponibili sono un ordine di grandezza in meno rispetto al numero di malati gravi mi viene il dubbio che l’affermazione dell’untrice di paure potesse essere non molto lontana dalla realtà. Se una “formuletta” (ma dimme te una formuletta) mi permette di ridurre la complessità in modo sufficiente da farmi venire questo dubbio magari stavolta me mordo la lingua prima di buttare merda (perdòn) sul primo malcapitato. Certo non mi illudo di essermi fatto un’idea definitiva delle dimensioni del problema. Per quello al momento non abbiamo dati di qualità sufficiente. Se si aggiunge il fatto che esistono diverse testimonianze in linea con la conclusione a cui sono arrivato con la mia “formuletta” allora forse mi convincerò che stavolta me posso pure morde la lingua due volte e cercare un altro argomento su cui esprimere la mia (importantissima, figuriamoci) opinione.

                    • Chiudiamo qui questa sotto-discussione, grazie. Chi aveva fonti da fornire le ha fornite, le altre persone che leggono si faranno un’idea.

  8. Nella pista ciclabile dietro il lidl di via Libia, l’ altro giorno, sono riuscita a sentire bambini giocare. Era come stare in un sogno, non riuscivo a capire da dove provenissero le voci. La cosa che più mi impressiona è che il fisiologico bisogno di uscire di un cane sia riconosciuto solo perché non può sporcare in casa! Ma il motivo per cui continuo a portare fuori i miei cani non è di ordine fisiologico. Sono convinta che abbiano bisogno di continuare a fare una vita normale, annusare, giocare, frequentare i conspecifici. Mi domando come possa un genitore continuare a prolungare per un tempo, ad ora indeterminato, lo stato di segregazione dei suoi bambini. Io non potrei spiegare razionalmente ai miei cani il motivo della loro segregazione. Se gli impedissi di uscire, sarebbe solo grazie ad una autoritaria imposizione o ad una gentile forma di manipolazione. Il risultato che otterrei nel lungo periodo, li porterebbe alla tristezza, alla apatia, alla depressione ma forse anche alla rabbia. In assenza di stimoli esterni sarebbero soggetti ad una grave forma di deprivazione sensoriale che potrebbe avere conseguenze gravi. Questa situazione costringe i genitori ad esercitare indirettamente una pressione autoritaria che ha lo scopo di evitare anche eventuali problemi con le forze dell’ordine. Ma quali sono i costi, anche in termini di rapporti personali, con i propri figli? Quali sono i costi di questa segregazione a cui stiamo sottoponendo i bambini, cancellandoli di fatto dal panorama della vita quotidiana? Cosa ci diranno i bambini di questa situazione? Non basta consolarli e tenerli buoni, anche se pare non ci siano alternative.

  9. Mio figlio ha cinque anni e mezzo, e all’isolamento in casa ha reagito benissimo, fin troppo.
    È una cosa che mi stanno confermando molti amici genitori: tanti bambini hanno accettato la cattività con serenità o addirittura con entusiasmo, si sono appropriati di quanto più spazio possibile in casa, diventata una grande (si fa per dire) stanza dei giocattoli, e in alcuni casi rifiutando in tutto o in parte i surrogati di socialità a disposizione, come le videochiamate.

    È probabile che stia succedendo soprattutto a quei bambini che già avevano piccole o grandi difficoltà a socializzare coi propri coetanei, e che magari avevano fatto progressi nel tempo ma che ora stanno interiorizzando l’isolamento.

    E certamente sentire l’ansia e la preoccupazione dei genitori non li aiuta affatto, ma credo che, almeno nel mio caso, sarebbe solo dannoso tentare di dissimulare e di fingere che andrà tutto bene.

    Quando questa situazione finirà, per molti bambini sarà durissima la ripresa della socializzazione, della condivisione dello spazio e del tempo con gli altri, l’uscita dall’isolamento interiore.

    • Giustissima osservazione. A fronte di una preoccupazione di fondo per lo stravolgimento delle loro abitudini, i bambini riescono poi ad adeguarsi bene alla clausura e alla desocializzazione, a interiorizzarla, come dici, soprattutto oggi che hanno a disposizione audiovisivi e mezzi di svago di ogni tipo. Rischiano di trasformarsi in individui sempre più casalinghi e con difficoltà relazionali.

      Tuttavia dobbiamo anche ricordare che non tutti hanno gli stessi agi. Ci sono bambini che vivono in case piccole, sovraffollate, e magari con rapporti famigliari non proprio idillici, per usare un eufemismo. Per non parlare dei bambini con problemi di ordine psicologico o legati a disabilità. Per questi non ci sarà audiovisivo che tenga, temo, e i danni sarano ancora maggiori.

      • ciao, non ho dubbi sulle difficoltà di tanti.
        I figli frequentano le scuole della Barca, elementari Giovanni XXIII e medie Dozza, dove di sicuro (ne abbiamo conoscenza diretta) tante famiglie hanno difficoltà a dover gestire la scuola a distanza (ci vogliono pc per tutti, connessione funzionante, una stampante…).
        Il disagio psicologico mi è più che evidente anche nella nostra famiglia, dove ci troviamo per buona parte del tempo in 4 nella stessa stanza davanti ad uno schermo… e penso sia e sarà ancora più difficile per chi deve prima di tutto affrontare altri problemi (lavoro perso e niente stipendio).
        Leggendo i post qui e altrove quello che mi sembra chiaro è che chi ha il potere pensa solo a chiudere tutto per non assumersi responsabilità (o a non far chiudere se ne ha interesse), ma non vedo e non sento ragionamenti che provino a programmare un “rientro alla normalità”.
        Penso che il discorso che sentiremo di più sarà “è stato un duro periodo e lo sarà ancora di più, occorre che tutti si sacrifichino”; naturalmente i “tutti” sono sempre i lavoratori, mai i padroni.

      • … per non parlar dei profughi, dei bambini istituzionalizzati, nelle comunità di accoglienza etc…

      • In Gran Bretagna i bambini vulnerabili e vittime di abusi in famiglia possono andare a scuola come i figli dei “key worker”. Qui hanno chiuso le porte a TUTTI.

    • Non confondete isolamento in se stessi e adattamento ben riuscito.

  10. “All’ennesima fotografia giunta sulla chat genitoriale, con il/la compagno/a di classe in posa con sorriso stirato e cartello arcobaleno *Andrà tutto bene*, lui ha proposto di farne una mentre si punta una pistola giocattolo alla tempia, con il cartello *Che due palle*.”

    Il figlio settenne mostra già notevoli capacità critiche. Parlando in termini cinematografici, potremmo dire che ha scelto di ingoiare la “pillola rossa”: nessuna edulcorazione della realtà.

  11. Buongiorno,

    scrivo un commento un po’ lungo perché credo sia necessario illuminare anche una situazione tangente a quella dei bambini, ma profondamente diversa: quella degli adolescenti.
    Sono un docente di Filosofia che insegna in un istituto superiore della capitale. Quando tutto è iniziato (ormai ci si trova quasi inconsapevolmente a citare The walking dead) ho reagito inizialmente con una diffidenza profondissima nei confronti della didattica a distanza. Le piattaforme mi suscitavano ripulsa, sia per motivi legati alla privacy che per la considerazione che ho del dialogo educativo, fatto di presenza, sguardi, silenzi, battute a smorzare la seriosità degli argomenti, impercettibili segnali che permettono di cogliere un’incomprensione, una distrazione, o una maggiore “fragilità”, come si dice in docentese.
    Forse occorre premettere che appartengo a una generazione perfettamente a suo agio con l’utilizzo delle cosiddette Tic (tecnologie per l’informazione e la comunicazione) e quindi la mia ritrosia non era motivata da difficoltà pratiche di approccio allo strumento.
    Chi mi conosce sa che, durante i primi giorni di abbandono forzato delle aule scolastiche, mi sono illuso di poter comunque mantenere una forma “viva” di rapporto con i miei studenti, dandogli appuntamento in un parco per rispolverare un po’ l’uso peripatetico di insegnare e apprendere la filosofia. Purtroppo questa illusione si è dimostrata ben presto pia, con l’affastellarsi caotico dei primi decreti.
    Ecco, mi sono detto, qualcosa dovrò fare. E, obtorto collo, mi sono piegato all’utilizzo di una piattaforma di videolezione, che quanto meno mi permette di avere un contatto visivo e vocale con i ragazzi e le ragazze delle mie classi. Ovviamente “videolezione” è un termine di comodo: chi sa come tutto sta avvenendo è, o dovrebbe essere, avvertito del fatto che la lezione frontale, se mai avesse goduto di qualche vitalità prima di tutto ciò, è in nella modalità attuale definitivamente defunta. Cerco di chiacchierare con le persone che ho davanti, di rassicurarle, di stemperare la situazione con una battuta… A margine provo a sintetizzare il pensiero di Platone o di Spinoza, cercando di utilizzarlo per fornire quanti più strumenti di comprensione di quello che sta accadendo (quanto è utile Marx di questi tempi, spero lo capiscano!).
    E però… se è utile non lasciare i propri studenti soli a se stessi anche da un punto di vista educativo e non metterli nella condizione di rinunciare al diritto all’istruzione, mi è anche evidente che tutte le riflessioni e le accortezze sull’inclusione, che – spero – sono diventate pane quotidiano per i docenti negli ultimi anni, vanno a farsi benedire! Come fare ora in modo che non siano già coloro che mi seguivano al meglio a stare al passo? Come captare ora una qualsivoglia difficoltà per scioglierla individualizzando al massimo la didattica? Come prestare ora ascolto ai piccoli e grandi turbamenti che i più attenti di noi sanno percepire e intercettare nell’ambiente fisico della classe? Una mia studente ha avuto la forza di raccontarmi che il nonno è ricoverato in ospedale con una diagnosi di Covid19, e anche in quel caso non ho potuto fare di più che provare a consolarla e rassicurarla con parole che mi sono suonate massimamente retoriche. Ma gli altri? Anche senza il caso specifico di un malato in famiglia, quante ambasce, quali vuoti e mancanze potremo mai essere in grado di cogliere in una situazione come questa? E non mi dilungo sugli studenti con disabilità, Dsa o Bes, che avranno gli stessi problemi moltiplicati dal loro svantaggio specifico…
    In più, molti colleghi pensano la didattica a distanza come la “continuazione della didattica con altri mezzi”, con in più un aggravio di consegne da svolgere. Alcuni non si rendono conto che non si tratta, banalmente, di fare gli insegnanti in contumacia, che non si tratta di garantire un simulacro di normalità, perché la normalità è saltata e il simulacro è vuoto, quando non ancora più oppressivo. Il mio timore è che si vada verso un sempre maggiore appesantimento delle forme sostitutive dell’insegnamento: già ora sappiamo di dover esprimere delle valutazioni, perché l’anno non andrà perso e il numerino magico dovrà apparire a giugno sulle pagelle pubblicate sul registro elettronico. Onestamente non mi sento in grado di esprimere una valutazione che prescinda dall’aspetto umano dello studente che si confronta con me, che non tenga conto del suo stato e del suo benessere psicofisico, che non sia modulabile in base alla situazione specifica della persona che mi trovo a dover giudicare. Faccio fatica a capire – anche più di prima: non sono mai stato un fan del voto – come tradurre in una scala da 1 a 10 ciò che mi trovo attualmente davanti.
    Con gli studenti ci ripetiamo che ci rivedremo a settembre, con quelli di quinta che troveremo il modo per risalutarci in autunno, superata la maturità (altro problema enorme, ma va be’…), magari davanti una pizza. Ecco, l’autunno: mai come in passato questa stagione sta assumendo una dimensione salvifica, escatologica, per me e per loro, forse più per loro che per me – mai sentito da parte loro tanto affetto esplicito e senza punte di cinismo per la scuola e la quotidianità che la circonda. Eppure, mi freno dal dirglielo, temo che quella sarà un’altra “aspra stagione”, che non ci sarà quella soluzione di continuità che spinge tanti di noi a fantasticare su “cosa faremo dopo”, che quel “dopo” sarà talmente tanto diluito in uno stillicidio di piccoli cambiamenti da risultare intangibile, e che spalancherà un baratro di difficoltà non minori di quelle attuali.
    Purtroppo anche noi stiamo scontando psicologicamente la condizione di isolamento cui siamo costretti e non è facile svolgere il ruolo di supporto che pensiamo di dover avere: come persone più grandi, come piccoli e a volte ridicoli punti di riferimento, ecc. Fortunatamente, da compagno, la rabbia e la voglia di riprendere a lottare più intensamente che in passato prevalgono sulla rassegnazione ma, in un frangente in cui il confronto assembleare ci è quasi totalmente precluso (al netto di spazi come questo o come quello di Radio Onda Rossa a Roma, encomiabili ma – evidentemente – non sostitutivi della ricchezza di un’assemblea de visu), il rischio è di sentirsi disarmati rispetto a ciò che ci accade. Rischio più concreto, forse, soprattutto per i compagni, che hanno sempre fatto del confronto e della condivisione l’arma in più per rafforzare se stessi e le proprie visione e analisi del mondo.
    Detto questo, occorrerà confrontarci con gli adolescenti. Spero di poter rivedere in autunno le piazze piene in occasione del primo sciopero per il clima, ma non sarà un automatismo, bisognerà fare in modo che il lento stillicidio di cui sopra non si traduca in un lento spegnersi degli entusiasmi, delle passioni e dei desideri che hanno fatto mostra di sé anche in questi anni più cupi, spinti e portati avanti dalla emergente partecipazione politica giovanile. Sfruttare la crisi per approfondire il discorso. Anche da lì bisognerà ripartire.

    • Sono sconfortata. Ieri è partita la didattica on line di mia figlia, che fa seconda elementare.
      Usiamo una piattaforma di Microsoft. Nemmeno al primo accesso compare una policy sui dati e la privacy. Me ne sono lamentata con la rappresentante di classe che lo ha scritto alla dirigente scolastica. La risposta è stata che si tratta di una delle piattaforme consigliate dal MIUR e che in ogni caso è gratis. Non sono una smanettona, ma se c’è una cosa che ho imparato dagli/dalle hacker è che “quando è gratis la merce sei tu”.
      La chat dei genitori in questi giorni è stata “molestata” dalle lamentele delle persone che non hanno una dotazione tecnologica adeguata e che in mancanza d’altro si collegano via smartphone.
      La mamma di mia figlia e io abbiamo notebook obsoleti che mandiamo avanti grazie a release di Linux leggere (xubuntu, linux mint). La piattaforma di Microsoft (Teams su office.com) è sul web, ma ci impedisce la navigazione e ci obbliga a scaricare un’app pesantisssima, invasiva, che si mangia tutta la RAM. Ci perdiamo nell’istallazione quasi tutta l’ora di lezione del mattino. La seconda, nel pomeriggio, trascorre quasi tutta a fare e rifare l’appello, a vedere chi riesce a connettersi, chi non ci riesce, chi continua a cadere.
      Quando è il turno di mia figlia di rispondere all’appello, drammaticamente ci accorgiamo che il pc che stiamo usando non ha una cam, né un microfono interno, mia figlia comunica con la maestra via chat. L’altro notebook ha cam e microfono, ma noi non viviamo più nella stessa casa e quindi per il momento è irrangiugibile.
      Ci accorgiamo che all’appello nemmeno viene nominato D. un compagno a cui mia figlia è molto affezionata, sono nella stessa sezione dalla scuola dell’infanzia. D. è un bimbo rom e ha una forma di autismo. Contrariamente a quanto succede in aula, nessuno se ne preoccupa, nessuno chiede di lui, si dà per scontato che sia escluso dalla lezione.
      Mi siedo sul materasso dei gatti, vicino alla scrivania, in maniera che se mia figlia ha bisogno posso intervenire subito e mi accorgo che c’è un’altra cosa che non va. Me ne accorgo perché storco il naso a certe cose che sento uscire dalle casse del pc. Io non dovrei essere lì. Questa è la classe di mia figlia, è il suo percorso scolastico. La mia ex e io cerchiamo il più possibile di essere genitori attenti e presenti, ma sappiamo che la scuola è affar suo, un suo spazio per sperimentare in autonomia la relazione con altre persone adulte e con dei suoi pari che non si è scelta, per vivere uno spaccato di società. Perché deve avere i genitori fra le gonadi anche qui?

      • Quella dell’appello è un’altra assurdità! Un conto è tentare di coinvolgere tutti gli studenti nel dialogo educativo, seppur a distanza, un altro replicare forme “normali” in una situazione che di normale non ha nulla. Che peso do a presenze e assenze se non conosco le dotazioni infrastrutturali degli alunni (connessione, dispositivo in uso, ecc.)?
        Per quel che riguarda Microsoft, nella mia scuola sta per essere implementato l’utilizzo di G-suite per tutte le classi. Io credo che continuerò come sto facendo: già l’utilizzo della piattaforma di videoconferenza è stato un compromesso, non costringerò me e gli studenti a migrare su Google quando posso sfruttare la mail per la restituzione delle attività svolte.
        Infine, i ragazzi con disabilità: come scritto, è un capitolo a parte che meriterebbe un ulteriore post di approfondimento. Spesso sì, si dà per scontato che loro non partecipino alla didattica a distanza. Vengono, in maniera ancora più marcata di quanto non succeda nelle aule scolastiche, “delegati” agli insegnanti di sostegno. Credo si possa dir questo: la didattica a distanza esaspera tutti i peggiori abiti della scuola italiana, costituendo nella maggior parte dei casi un enorme passo indietro rispetto alle pratiche di didattica attiva e di inclusione che con difficoltà venivano poste in essere in presenza. Ancora una volta, la situazione-limite squarcia il velo e mostra la crepa…

  12. Mia madre, che ha 79 anni e ricorda tante epidemie e tante problematiche inerenti i bambini nel passato, mi fa notare che tenere i bambini al chiuso, negli appartamenti cittadini, per più di due settimane può portare a problemi seri nel loro sviluppo. “Le ossa dei bambini sono in crescita, hanno bisogno del sole e dell’aria aperta, sennò diventano rachitici!” – dice.
    E ha perfettamente ragione: non lo dice solo la saggezza popolare di mia mamma, lo dice la scienza:
    La maggior parte della vitamina D che ci occorre viene prodotta dalla pelle esposta ai raggi solari. Nei bambini vi è già naturalmente una tendenza alla carenza di vitamina D, per cui i bambini hanno assolutamente più bisogno degli adulti di stare all’aria aperta alla luce del sole.
    Anche l’attività fisica, scongiurando l’obesità, facilità la produzione e la trasformazione della vitamina D. L’effetto principale della carenza di vitamina D sono le problematiche ossee, che possono giungere al limite del rachitismo.
    La vitamina D può essere assunta anche con gli alimenti o con integratori, ma senza luce solare e aria aperta è quasi impossibile integrarla a sufficienza.

    • Esatto. Per salvaguardare gli anziani piu’ a rischio vogliono debilitare e chissa che altro il popolo infantile?? Sospettavo che l’italia fosse diventata bambinofobica e questa e’ la conferma. I cani sono trattati meglio dei bambini qui.

  13. Zaia ha già dichiarato che le misure in vigore fino al 3 aprile saranno prorogate. Per i bambini che abitano in Veneto vuol dire non potersi allontanare da casa di più di 200 metri. Che possono corrispondere a una distesa di asfalto.
    Nel nostro caso, corrispondono ai dintorni di un viale cittadino abbastanza frequentato. Ovviamente il traffico è calato molto, ma la mattina c’è un discreto via vai di persone, tra supermercato di quartiere, edicola, farmacia. Quello che mi preoccupa è che uscendo coi miei figli non vediamo nessun altro bambino.
    Sono chiusi in casa, tutti. I genitori non cercano nemmeno di sfruttare quel minimo di “libertà” che ancora ci è concessa. Ma se tutti aspettano di poter portare i bambini a scuola o in un parco affollato a giocare con altri bambini, o bambini nel frattempo avranno dimenticato cosa vuol dire avere un cielo sopra la testa.
    Sta a noi genitori occupare tutti gli spazi di movimento rimasti per i bambini, e in qualche modo pretenderne altri. Mi chiedo se sia in qualche modo possibile organizzare una richiesta dal basso perché almeno dopo il 3 aprile (che ormai non è molto lontano), i diritti dei bambini vengano maggiormente considerati nei decreti. Soprattutto in nome di quelli che non hanno genitori dotati di spirito critico.

    • Sono d’accordo, e penso che per trovare la forza di uscire sarebbe fondamentale anche contare sul fatto di trovare qualcun altro nella propria situazione, cioè a passeggio con bambini. Ho raccontato altrove degli sguardi in cagnesco di persone con i cani e i commenti acidi dai balconi, a causa di un pallone, che abbiamo ricevuto andando in giro. Sfidi questa atmosfera pesante una volta, due volte, confesso che ora da qualche giorno non insisto più per uscire, affaticato dalla tensione che si taglia col coltello; uscire con i propri figli del resto dovrebbe essere un piacere. Ma sapere che altri stanno resistendo già mi ha restituito un pò di energie.
      A proposito di sfruttare tutta la libertà che ci è concessa (come i sovrani concedevano un tempo le costituzioni), qualcuno ha capito in Emilia Romagna fino a dove si può arrivare correndo, passeggiando o trotterellando? C’è anche questo aspetto da considerare: la confusione estrema genera incertezza e quindi paura e quindi abbatte la volontà di resistere e reagire. Ma mi sembra di sentire molte voci che iniziano ad alzarsi (qualche giorno fa se ne è parlato anche a Tutta la città ne parla su Radio3). Facciamoci coraggio!

  14. Grazie per il bel post e in generale per aver creato uno spazio dove “non si spegne il cervello” (come dice mia figlia di 4 anni e mezzo). Viviamo in mezzo a una retorica tossica che esalta maternità e natalità e allo stesso tempo il continuo flusso di ordinanze ci rivela l’allergia collettiva per le bambin* in carne e ossa. Noi comunque continuiamo a uscire per l’ora d’aria ogni giorno.

  15. […] so se sia giusto chiedere al governo di inserire norme specifiche rispetto ai bambini. Non so neppure se il bisogno di “uscire” sia più nostro o dei nostri figli. Magari una […]

  16. introduco una riflessione collaterale che mi pare interessante e che conosco per prossimità di vita: le famiglie migranti. In pratica assommano in sè tutti gli svantaggi della quarantena andando a collocarsi nella fascia economicamente più bassa della popolazione: pochi metri quadri, pochissimi giardini e terrazzi, poca disponibilità di strumenti tecnologici, difficoltà strutturale a tenere il frigo causa alta precarietà del lavoro. E tanti bambini.
    Ho pensato quindi di porre delle domande alle mamme straniere che conosco, e ne conosco tante perché partecipo a un progetto di supporto alle madri migranti con particolare fragilità (casalinghe e con bassa scolarità). Non è stato facile fin’ora intervistare le utenti del progetto perché… sono sempre impegnate con i bambini! ho quindi cominciato con alcune operatrici, ma proseguiremo nell’inchiesta “fatta in casa” (letterlmente) che mi pare offra spunti di riflessione interessanti. Qui le prime risposte e le prime osservazioni:
    http://www.ascuolacolmarsupio.it/i-bambini-sembrano-scomparsi-ma-invece-ci-sono/
    Mi ha davvero colpito l’atteggiamento positivo e reattivo (mi aspettavo tutt’altro) e la rapidità e competenza con cui si sono trasformate in specie di Mary Poppins capaci di tenere tutto sotto controllo e offrire una lettura divertente delle cose ai loro bambini. Non so quanto possa durare – perché anche ingannare il tempo a far torte è un lusso non per tutti, appunto – ma i sembra un atteggiamento sincero, forse influenzato dal trionfalismo posticcio dei flash mob dalle finestre, ma certo non solo quello. Penso che un po’ riattivino una sapienza casalinga-educativa patrimonio delle donne in situazioni preindustriali, e un po’ centri anche il modo molto diverso di vivere e percepire lo spazio pubblico. Il ‘ghetto’, l’atto di rinchiudersi, con La Cecla, ha due facce: prigione, ma anche rifugio. Prevale l’una o l’altra anche a secondo del ruolo e della posizione che occupiamo nello spazio pubblico. Forse per chi è abituato a sentirsi fuori posto nello spazio pubblico la reclusione forzata porta con se anche un sollievo, laddove per chi dello spazio pubblico si sente padrone la reclusione è solo una perdita. Poi c’è ovviamente il fatto che vivere la reclusione in 3 o più fratelli/sorelle è molto diverso che affrontarla da figli unici.
    Sono andata troppo oltre per ancora molto poche testimonianze e forse off topic, mi scuso, nel caso cancellate il commento

  17. Non so se siamo all’apice del contagio, ma spero che l’apice di delirio e paranoia non possa andare oltre.
    Ogni volta che mia figlia di due anni e mezzo mi chiede delle maestre, degli amichetti, di quando andremo al parco o in montagna mi si stringe la gola. Personalmente non oso più andare con lei più lontano del giro intorno al palazzo per farla correre. Di altri bambini neanche ombra. Gli unici “autorizzati” e tollerati sono quelli con i cani. La mia compagna è più coraggiosa e si avventura oltre, ma ogni volta raccoglie sguardi ostili o mormori di rimprovero oltre al rischio di essere fermata.
    Al momento questo mi appare il momento umanamente più basso che io ricorda. Da adolescente ho vissuto l’inizio di una guerra, persino in quei momenti l’accettazione dell’assurdo me la ricordo meno unanime e la sospensione della coscienza critica meno totalizzante. Inorridisco al pensiero del mondo che si profila dopo questa esperienza davanti a loro, ai nostri figli. Sarò in preda al pessimismo cosmico, ma non solo noto con disagio questa obbedienza, zelo, volontà di essere più realisti del Re, ma alcuni (pensando a qualche vicino o conoscente che leggo su fb) sembrano persino compiaciuti. Non so come spiegarmi, ma come se alcuni volessero mostrarsi persino a loro agio in tutto ciò ostentando una sorta di grottesca sicurezza.

  18. A questo proposito, aggiungo che tutto questo promuovere lo smart working non fa altro che introdurre una nuova barriera tra i bambini e il mondo, isolandoli perfino dai genitori. Perché non si fa che ripetere che chi può deve ricorrere allo sw. Ma i bambini sono a casa. Tutti i bambini sono a casa. E se il papà non è remotizzabile ma la mamma lo è, allora ci troveremo il tavolo dei compiti con anche su il PC aziendale e l’unico genitore in casa che si barcamena tra il lavoro e i figli. Qualcuno ci ha pensato? Ho sentito colleghi dire che lo sw è un’ottima soluzione, tanto i loro bambini si autogestiscono, almeno lavorando a casa si riesce a dare loro un occhio. Non ci credo, non per tutti. Mia figlia, unica, ha sei anni. Per fare la scuola online dipende da me e vuol fare i compiti in braccio. Sto resistendo tra permessi e congedo. Ma dopo il 3 aprile andrò in smart working. E mia figlia continuerà giustamente a reclamarmi e so già che andrò in crisi più di quanto non lo sia già. Ho sempre alzato la guardia di fronte agli entusiasmi sulle varie forme di flessibilità del lavoro. Flessibilità nel tempo e adesso anche nello spazio. Il lavoro che invade i tempi e i luoghi privati. È un’emergenza, ok. Io sono una metalmeccanica cosiddetta “strategica”, nemmeno essenziale, e devo lavorare. Ma le priorità in una società devono essere altre.

    • Hai centrato un punto secondo me cruciale, Sonia. Io vivo la differenza tra un figlio adolescente che si autogestisce lezioni online, compiti e tutto il resto, chiuso in camera, e un figlio settenne che ha ovviamente bisogno di essere seguito nei compiti e al quale va organizzato il tempo (fuori da quella camera). Lo smart working, che per me è la norma, in questo frangente è quasi impraticabile. E sono convinto che la grande maggioranza dei genitori messi a casa, ma con l’altro genitore che lavora fuori, oppure single, o con spazi domestici inadeguati, si trovi in queste condizioni.

      • Confermo. Da un po’ più di due settimane sono in telelavoro, da una parte ci è indispensabile, perchè la nostra babysitter si è chiamata fuori avendo un parente positivo, e così almeno la presenza per le necessità a mio figlio (6 anni appena compiuti) la garantisco, ma dalle 8 alle 13 e dalle 14 alle 17 lavoro, e posso al massimo suggerirgli qualcosa da fare, non certo accompagnarlo nel farlo, e a questo lui reagisce decisamente male (lasciamo a parte la questione della qualità del mio lavoro, che in questo momento è necessariamente pessima).
        Non credo nemmeno che le cose migliorerebbero se telelavorasse anche mia moglie, il problema non cambierebbe, saremmo lì, ma come due soprammobili, presenti solo all’ora di pranzo. A questo aggiungiamo il fatto che grazie ad alcuni condomini petulanti ed un amministratore ipersensibile alla normativa ci è precluso anche il cortile condominiale, per cui non ha nemmeno l’ora d’aria, teniamo conto che questo durerà almeno due mesi (prima di maggio è impensabile che sblocchino qualcosa) e potremmo avere un’idea del disastro che stanno costruendo.
        Io continuo a interrogarmi su quali spazi abbiamo per cambiare le cose, ma al di là del rubare una mezzora ogni tanto al lavoro non sono riuscito a immaginarmi nulla

        • Quella corrente è per me la quarta settimana di telelavoro.
          Per mia moglie la quinta, dato che è maestra alla primaria.
          Io sarei anche abituato a lavorare da casa, l’ho sempre fatto un paio di giorni a settimana.
          Ma confermo: telelavorare in due con due bambini piccoli (3 anni -proprio oggi- il piccolo e 5 anni la grande) è *impensabile*. Pur non avendo compiti da fare (o forse a maggior ragione), necessitano di attenzioni continue, anche la grande.

          La situazione è una fonte di nervosismo enorme per i bambini. E siamo ancora tra i fortunati che possono fargli fare ore d’aria in un cortile grande, persino con un albero su cui arrampicarsi. Ma non basta.
          Hanno bisogno anche di giocare con altri bambini e loro forse meglio di noi si rendono conto le videochiamate sono un surrogato inutile, di cui non hanno nessun bisogno.
          Servono i corpi.

          Il piccolo festeggiato, un bambino molto fisico, ha dei comportamenti che troviamo preoccupanti. Ogni tanto si mette a correre urlando per tutta la casa, e se detto così può far sorridere vi assicuro che modalità e tempi con cui lo fa ci fanno domandare se non sia il caso di contattare un* psicolog*.
          Vi lascio immaginare cosa succede quando nel frattempo uno di noi o entrambi contemporaneamente siamo in videoconferenza.
          La grande invece è una fortissima lettrice, ma avendo 5 anni ovviamente non sa leggere (non in modo da darle soddisfazione almeno) e quindi siamo noi a passare ore al giorno leggendole libri. Una cosa che abbiamo sempre adorato, ma qua siamo a dei livelli che ci fanno odiare anche quello. Veramente troppo.
          Ogni tanto poi esce dal mood della lettura e sfoga la sua frustrazione dell’essere chiusa in casa sul fratello.
          Giusto stamattina ha rischiato di mandarlo in ospedale con la testa rotta.
          Ce la siamo cavata con molto ghiaccio e tante lacrime.

          Settimana scorsa gli abbiamo fatto costruire due corone di cartone con la misura delle nostre teste, inventando il gioco che quando io o la mamma abbiamo la corona, questa ci rende invisibili e i bambini non possono interagire con noi. Ha funzionato il primo giorno… poi basta ovviamente.
          Quella barriera tra i bambini e il mondo che ha giustamente citato Sonia, a casa nostra è una barriera che (da un certo punto di vista per fortuna) i bambini cercano di abbattere continuamente. Siamo lì, non possiamo fingere di non esserci. E siamo gli unici esseri umani con cui possono avere contatti.

          Ma più loro tentano di abbattere questa barriera, più noi ne accusiamo lavorativamente: in 3 settimane abbondanti ho concluso sul lavoro quello che normalmente avrei fatto in una settimana o anche meno.
          Mia moglie le sue tutele le ha, e questo ci rende molto fortunati, ma io se lavoro così poco non guadagnerò mai, perché si allungano a dismisura i tempi di consegna dei progetti e quindi si allontana all’orizzonte la data in cui potrò emettere fattura. Il magico mondo del “lavoro creativo”.

          Il prossimo che sento dire che figata lo smartworking lo vengo a cercare con la mazza ferrata. Scusate lo sfogo.

          • La scuola chiusa e la gestione di tutto ciò che consegue, è passata in secondo piano e nessun DPCM dà alcuna indicazione in merito. Parlando delle chiusure delle aziende non essenziali o non strategiche, il presidente del consiglio ha più volte ripetuto che chi può deve fare smart working. Ma bisognerebbe capire chi è che può. Identificare quelle condizioni per cui portare il lavoro in casa può arrecare danno alle persone. È chiedere troppo? Le condizioni attuali sono le stesse per le quali, dopo il parto, si ha il congedo obbligatorio di maternità retribuito all’80%. Quando sono neonati prima dei tre mesi non puoi portarli al nido, giustamente, perché sono troppo piccoli. Adesso non puoi portarli perché sono chiusi e sarebbe pericoloso. Una estensione del congedo di maternità vista l’emergenza ci potrebbe stare quantomeno per applicabilità.

          • Segnalo, a proposito di smart working lavoro “creativo”, questo buon contributo di Graziano Graziani, sulla contraddizione apparente fra il tanto tempo a disposizione (per chi ovviamente non ha figli e altre incombenze cui dedicarsi) e l’incapacità di concentrarsi sulla produzione culturale: http://www.minimaetmoralia.it/wp/pensare-non-riuscire-pensare/.
            Ammetto che io stesso avevo pensato, all’inizio, di riuscire a sfruttare i giorni di lavoro da casa per dedicarmi anche ad altro e di trovarmi, ora, nella situazione descritta nel contributo che linko…

            • En passant: nel suo pezzo ricco di spunti, Graziani scrive – anche lui, come me, en passant – che «interventi come quello di Giorgio Agamben sullo stato d’eccezione sono risultati illuminanti per qualche ora e vacui il giorno dopo.»

              Sinceramente, a me sembra sia accaduto l’esatto contrario: l’articolo di Agamben – senz’altro tirato via e frettoloso, e infondato dove parlava di «epidemia inventata» – è parso a quasi tutti campato in aria sul momento, mentre col passare del tempo si rivela non “illuminante” (certe cose sono state dette molto meglio, anche da diverse persone qui sopra), ma quantomeno riferito a una tendenza reale, e pertinente alla situazione.

              Il problema è che il monito di Agamben è stato letto con gli occhiali dell’accademia, dell’astrazione concettuale. Il background filosofico di Agamben e il suo cursus honorum sono stati anteposti a quel che stava accadendo concretamente nelle nostre città, e così invece che risposte sul punto sollevato si sono scritte decine di “confutazioni” che in realtà erano regolamenti di conti tra correnti filosofiche (e attacchi alla “star” della filosofia). Capirai il cazzo che ce ne frega, in un frangente così…

              Nessuno dei “confutatori” e ridicolizzatori è riuscito a uscire dalla propria prigione disciplinare, ad abbandonare una postura intellettualistica.

              Un mese fa quest’abbaglio poteva essere, se non giustificabile, comprensibile: era la forza d’inerzia del mondo di prima. Ma, Cristo, va avanti ancora oggi! L’ultimo articolo di tal fatta l’ho scorso proprio stamane.

              Abbiamo i militari per strada, una propaganda di regime da periodo bellico, delatori ovunque, i droni che danno la caccia a capri espiatori, abusi compiuti da energumeni in divisa fin nei più remoti paesini, milioni di persone costrette in casa senza prospettive, e… invece di sollevare almeno qualche dubbio su tutto questo, cosa si preferisce scrivere? Che la categoria di «biopolitica» è usurata.

              Si regolano i conti con Foucault, buon’anima. Anzi, con un uomo di paglia che lo rappresenta.

              Per certi commentatori – non mi riferisco a Graziani, sia chiaro: il suo era appunto un “en passant” – quel che sta accadendo è l’occasione per portare avanti il gioco della faida accademica e disciplinare, il Risiko della critica della teoria critica.

              Non si rendono conto che se uno viene minacciato dai carabinieri sotto casa sua, o bloccato e denunciato grazie a un drone che si esprime con la voce del governatore De Luca, o chiamato «assassino» dai condomini perchè è uscito a fare jogging, non c’è bisogno di aver letto Foucault per dire che c’è un problema, e dunque la polemica contro Foucault e il suo retaggio manca completamente il bersaglio, oltre a essere uno spreco di tempo ed energie.

              • Credo che gli aspetti più interessanti del pezzo di Graziani fossero quelli relativi all’ambiente psichico mutato che rende difficile concentrarsi sul lavoro culturale, perché smontano anche una certa retorica che riguarda alcune occupazioni, agevolate dall’attuale situazione.
                Su Agamben: lungi da me pormi fra i suoi detrattori o partecipare allo sport nazionale del “dagli all’Agamben”. Personalmente apprezzo molto diverse declinazioni del suo pensiero filosofico. Ma, da educatore, una delle poche cose che so è che la forma va di pari passo con il contenuto: c’è da rilevare che non si è granché aiutato nell’esposizione delle sue riflessioni, tanto con la prima uscita (quella dell'”epidemia inventata”), quanto con gli interventi successivi pubblicati nella rubrica ospitata su quodlibet.it. Ha dato l’impressione di scrivere cose abbastanza tirate via – e da uno come lui me lo aspetto ancor meno che da altri – e di reagire alle critiche con fare sdegnoso, contribuendo a schiacciare il dibattito su due posizioni antitetiche e impossibilitate a dialettizzarsi, e quindi a impoverirlo.
                Detto ciò, al di là delle notazioni fatte en passant, credo che invece spazi di discussione come questo abbiano svolto egregiamente la funzione necessaria di rendere più complesso e articolato il quadro, uscendo dall’unica e imperante ottica epidemiologico-emergenziale. Riflessioni che servono ora e serviranno nell’immediato futuro.
                Aggiungo solo che, per chi sappia e voglia ascoltarli, gli adolescenti hanno la capacità di ricorrere a risorse eccezionali, originali e insperate: mi stanno inviando, su mia eccentrica richiesta per la valutazione, componimenti, canzoni, disegni e quant’altro, molto più lucidi di tante dotte analisi sull’epidemia lette in giro

                • «componimenti, canzoni, disegni e quant’altro, molto più lucidi di tante dotte analisi sull’epidemia lette in giro»

                  Non fatico minimamente a crederlo!

                  • Li posterei, se solo non mi avessero intimato di mantenerli privati. :) Alla fine è la loro interiorità che vien fuori, contento che sentano di condividerla con il sottoscritto, rispetto la volontà di tenerla al riparo da sguardi indiscreti. Certo, visto che dovrò valutare queste consegne, cercherò di fare in modo da farle risultare come “orali” non documentati eheheh

      • Io sono una mamma single, 2 figli uno 9enne con l’ADHD che dovrei far fare i compiti, l’altra 5enne incazzata che non puo’ vedere le amichette quindi ingestibile e mi sento dire che dovrei fare la docente per corsi aziendali da casa online!! E va be’ parcheggia i tuoi figli davanti ad un film mentre fai 4 ore di lezioni!! Ovviamente non riuscirei mai quindi mi sostituiranno e chissa quando e se questo delirio finira’ avro’ un lavoro.

        C’e’ in atto un’esperimento sociopolitico che provochera’ una Grande Depressione peggio degli anni 30.

  19. E mentre forze dell’ordine e delatori assortiti ti colpevolizzavano, ti davano dell’«assassino» se uscivi a passeggiare o a far passeggiare dieci minuti la tua bambina di cinque anni reclusa in casa da un mese, le fabbriche di armi continuavano a lavorare perché la produzione era stata dichiarata «essenziale».

    https://www.avvenire.it/attualita/pagine/coronavirus-ma-le-fabbriche-di-armi

  20. Ta-dah! Ecco che le poesie pubblicate dalla stampa cambiano tono, e il Carlino (sic) riproduce quella di una «bimba che frequenta l’ultimo anno della International School of Modena», cosa che non vuol dire niente perché quella scuola privata comprende anche le superiori. Vabbè, ecco alcuni passaggi della poesia di Anna Gottardi:

    «In questo periodo
    mi sento rinchiusa,
    come una suora di clausura,
    adesso mi sento in prigione,
    non si può uscire
    dal gran palazzone,
    non ho più la libertà,
    era una parte della mia felicità.»

    E ancora:

    «con la mascherina il fiato
    è affaticato,
    il tempo sembra
    non passare più,
    e ogni giorno mi sento
    sempre più giù,»

    E sulla repressione:

    «a passeggiare
    non ci si può andare,
    perché una multa
    potresti beccare.»

    (la poesia per intero è qui: https://ift.tt/2UiVDTZ )

    Mi sembrano segnali da non sottovalutare: come le visite a questo post dimostrano, il punto di rottura è nella visione del futuro, e in quella «visione di futuro» incarnata che sono i bambini.

    • Se invece di strumentalizzarli e irregimentarli li lasci parlare, i bambini e le bambine dicono la verità. Io evidenzierei anche i versi finali della poesia:

      «e credo che la vita vissuta
      così sia oscura,
      questo è il virus di cui ho paura.»

      Il vero virus è una vita oscura, merdosa, come quella che la costringono a fare.

  21. […] lunghissimi turni di lavoro e non possono chiedere appoggio ai nonni per non metterli a rischio. Migliaia di bambini da un paio di settimane a questa parte stanno imparando a leggere e scrivere da …. Mario è padre single di due figli, vive in periferia e lavora al supermercato del Comune […]

  22. Segnalo 3 articoli (due più strettamente rilevanti sulla questione “bambini”):

    1) “The Kids Aren’t All Right” https://www.theatlantic.com/health/archive/2020/03/what-coronavirus-will-do-kids/608608/

    2) l’articolo è molto lungo, ma in fondo c’è tutto il discorso sulle conseguenze *psicologiche* della crisi:
    “How the Pandemic Will End”
    https://www.theatlantic.com/health/archive/2020/03/how-will-coronavirus-end/608719/

    3) Sembrerebbe (attenzione al condizionale) sempre più che la forbice molto ampia fra la letalità in Italia e Germania sia determinata *anche* da quanto è infausta la prognosi se la diagnosi non è precoce…ma in Italia, manca la possibilità di fare i tamponi (?)
    https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/03/25/news/allarme_tamponi-252325387/

    Da cui, presumo, i protocolli di “tamponare” solo chi è già sintomatico *e* grave, ecc. (Segnalo anche che il numero dei tamponi nei dati ufficiali _non_ è il numero delle persone testate…perché ovviamente, c’è anche chi viene testato più volte, ad esempio prima di essere dichiarato guarito)

    • Be’, a me pare ormai evidente che the italian way non ha funzionato, almeno per quanto concerne la capacità di affrontare l’epidemia nella sua fase iniziale. Da nessun punto di vista. Riuscire ad avere più morti di un paese con un miliardo e mezzo di abitanti dice tutto. L’Italia ha il maggior numero di morti per milione d’abitanti del mondo, e stacca di gran lunga qualunque altro paese, per ora. La distanza con la Cina è abissale (79 contro 2, a fronte di una densità abitativa non certo così divaricata: 199 vs 146 per km2). La sensazione che si sia sbagliato tutto ciò che si poteva sbagliare è forte.
      Nelle prossime settimane vedremo quali altri paesi tra quelli che ci sono venuti dietro ci contenderanno il cucchiaio di legno.

      Dunque per ora i nostri bambini e bambine sono quelli che subiscono le restrizioni più dure. Meno male che da più parti ci si comincia a interrogare su quali saranno le conseguenze psicologiche per loro.
      Certo la loro situazione non è minimamente paragonabile a quella dei bambini negli scenari di guerra aperta, profughi, ecc. I nostri bambini sono tra le mura domestiche con i loro famigliari. Tuttavia l’isolamento dai rapporti sociali con coetanei e con individui esterni al nucleo famigliare rischia di produrre un solipsismo pernicioso, si diceva. Se i bambini evacuati dalle città britanniche durante la seconda guerra mondiale potevano vivere il dramma della separazione da uno o entrambi i genitori per lungo tempo, è anche vero che quella poteva essere vissuta o reinterpretata come un’avventura (spesso in compagnia di fratelli e sorelle), come dimostra tanta letteratura che prende le mosse da quell’esperienza (dalle “Cronache di Narnia” a “The Children of the King” di Sonya Hartnett). Rielaborare la noia sarà ben più dura. Com’è dura spiegare/tacere loro che il problema non è che il virus possa attaccarli, ma il loro essere potenziali portatori del virus. Meglio incutere il terrore del mondo esterno o il senso di colpa? Boh, per me possiamo anche lanciare una moneta.

      • L’isolamento dei bambini ora è molto diverso dall’esperienza della guerra. E’ meno cruento ovviamente. E’ meno pericoloso sicuramente. Ma quello che è lo rende devastante è l’assenza della dimensione corale e comunitaria, della condivisione della paura, del farsi coraggio o anche solo compagnia a vicenda, del calore dei corpi. In questi giorni ripenso spesso a quel che mi raccontava mio padre della sua infanzia in tempo di guerra, in particolare ripenso a queste frasi di un racconto che aveva scritto per me e mia sorella:

        “Quelle sere strane, piene di paura e di serenità, quando, intorno al tavolo, bisognava mangiare in silenzio e qualche volta interrompere, perché si era sentito un ronzio d’aereo, anche in piena notte, e si doveva correre in cantina e starci finché non suonava di nuovo la sirena. A ripensarci non era brutto sentirsi così, insieme, tutti con la stessa paura e qualcuno che anche scherzava.”

        Quello che manca ora è “insieme”.

      • Prima di stabilire una connessione tra un “italian way” e il numero dei morti, bisognerà analizzare molte cose. Tra cui le diverse peculiarità che accompagnano il nostro paese da un punto di vista demografico.
        La Spagna che se n’è fregata della quarantena fino a 10 giorni fa, organizzando il Gay Pride a Madrid quando da noi era già bruttissima, si è ritrovata nel giro di poche ore al collasso del sistema sanitario e un numero di morti altissimo.
        Io al momento sotterrerei qualsiasi ipotesi di spiegare i perché e i percome, visto appunto che ci mancano numerosi dati. E’ un genere di analisi che va fatta sicuramente expost, e guardando ad uno scenario più ampio.

        • I perché e i percome verranno studiati dopo, senz’altro. Ma in Corea e Cina l’emergenza pare rientrata. E con un numero di morti inferiore al nostro. Ammesso e non concesso che siano stati contati con lo stesso criterio. Vedremo come andranno le cose in altri paesi europei. Che in alcuni di questi si presterà maggiore attenzione ai bambini sono pronto a scommettere.

      • Secondo me il “Metodo Italia” per efficacia è secondo solo al metodo “Non fare un cazzo di niente”. Quello che è evidente è che in Italia si è applicato fin da subito il collaudato sistema totalmente passivo e paraculo che si è ormai radicato benissimo nei gangli della pubblica amministrazione in innumerevoli contesti. Prendiamo ad esempio il dissesto idrogeologico, affrontato ormai da anni solo con totalmente passive “Allerta Meteo!” , con canonica chiusura scuole eccetera, senza mai attivare uno straccio di approccio attivo alla cura del territorio, degli argini, degli scoli, dei canali , eccetera, giustificando questo insulso metodo passivo e attendista (in definitiva persino fatalista) con continuo scarico di responsabilità su fattori esterni (cambiamento climatico, eventi “mai visti prima”, eccetera). Anche sull’economia da decenni la prassi è identica: si naviga a vista in modo totalmente passivo, aspettando che passi “la crisi” (in realtà sono 20 anni che il mondo cresce a ritmi sostenuti) e che torni da solo il sereno. Non si fanno politiche attive sull’economia viva, al limite si interviene sull’economia morta (es. Alitalia) per mero assistenzialismo portatore di voti e giardinetti elettorali.
        Ora con il Coronavirus in campo c’è la stessa insulsa ignavia e lo stesso vigliacco e irresponsabile scarico di responsabilità. Cosa si è fatto di tanto encomiabile al punto da definire il Metodo Italia un modello (autoincensandosi in modo grottesco pur avendo una situazione disastrosa quanto a mortalità)? In realtà si è semplicemente rimasti passivi in trincea aspettando che passi la burrasca, evitando accuratamente di attivarsi in contrasto, evitando di scardinare almeno per una volta le consuete iper-farraginose pratiche burocratiche ormai così incardinate nel sistema da essere inamovibili e immutabili. La vicenda del famoso “Modulo” è sintomatica e simbolica, come lo è il fatto che letti di T.I. e altre attrezzature donate e realizzate da privati sono pronte in pochi giorni, mentre Borrelli e compari stanno ancora predisponendo il palco per la quotidiana conferenzona stampa (mannaggia, non si può fare il rinfresco finale di rito, però).
        Qual è allora la soluzione? Quale la via d’uscita possibile? In realtà non c’è una via d’uscita buona, ovviamente, però esiste un metodo razionale, logico, persino ovvio: la migliore strategia, come in tutti i casi di grandi problemi e grandi emergenze, è un mix di strategia attiva e passiva, un compromesso di buon senso. Da una parte la protezione passiva (quarantena ecc.) e dall’altra la mobilitazione attiva (quella che è mancata quasi completamente portandoci alla situazione odierna, con gli ospedali che sono diventati il principale veicolo di contagio!). In questa situazione di colpevole passività della nostra classe dirigente, si inserisce la psicologia di massa, ormai anch’essa assuefatta al comportamento attendista, passivo, di logorante trincea domestica. Un logorio costante che fa della chiusura, del nascondiglio domestico, del nemico esterno quotidiano sempre additato come capro espiatorio e scusante auto-assolutoria l’unico barlume di vitalità, in una prassi quotidiana depressiva, nella quale anche i nostri bambini sono coinvolti e aggiogati a questo approccio mentale, loro malgrado. Loro, i bambini, che sono per natura attivi, propositivi, e molto intuitivi. E, a proposito di intuito, mio figlio di cinque anni, l’altro ieri ha ricevuto una videochiamata dell’amichetta dell’asilo:
        – Ciao, Luca! Vorrei tanto vederti per giocare un po’ insieme!
        – Martina, mi sa che non possiamo… I grandi hanno tutti paura del virus!

        • Non voglio qui prendere le parti del governo. Ma è alquanto improbabile che Conte & Co. si siano messi a tavolino e abbiano deciso ad cazzum delle misure.
          Ciò che reputo più probabile è che medici ed esperti abbiano dato il loro parere e bene o male il governo si è adeguato. Ilaria Capua che mi è parsa la scienziata più baricentrata in queste settimane ha detto che comunque le scelte sono state sensate, considerando il fatto che si tratta di un virus nuovo e a cui non eravamo preparati.
          Si tratta quindi di scelte e misure che hanno un loro senso scientifico/medico. E mi pare che UK e Spagna che hanno fatto finta che tutto fosse nella norma, adesso stiano accusando una bella mazzata. Che poi queste scelte mediche abbiano dei corollari e/o effetti collaterali indesiderati o scriteriati, questo mi pare condivisibile. Ma la sostanza resta e de facto emettere giudizi o fare paragoni mi pare complicato se non superificiale.

          E certo – per tornare in topic – nessuno pensa ai bambini. Su questo se riesco a trovare un po’ di energie vorrei raccontare qualcosa qui su Giap perché ne sono strettamente coinvolto.

          • Guarda, il metodo “chiudere tutto” è ormai diventato piuttosto comune, non è quello che sto criticando adesso, anche se non ne sono mai stato entusiasta, poiché è un metodo appunto strettamente tecnico-specifico sull’epidemia stessa, ma essendo un approccio tecnicistico, non tiene conto di una serie di fattori complessi che investono le dinamiche di una intera società di persone, l’economia che sostiene la sanità stessa, la psicologia delle persone, dei bambini, eccetera. E’ stato un approccio tecnico ma per nulla “olistico”, ovvero si è concentrato sulla parte anziché sul complesso dell’organismo società. Detto questo, guardando all’estero, farei un po’ più di attenzione al metodo tedesco , che fino ad ora mi è parso quello più razionale e equilibrato (poi vedremo ovviamente evoluzione e risultati)

          • Se è per questo, svariati altri medici e scienziati, i cui contributi stiamo linkando su Giap da giorni e giorni, dicono – con varietà di toni ma convergenze nei contenuti – che si sono fatti e si stanno facendo un sacco di errori marchiani e si sono presi alcuni provvedimenti in principio sensati ma applicati male, mescolati a diversi altri che sono invece inutili se non dannosi, puri sfoggi muscolari, abusi di potere (e abusi di credulità popolare), come vietare tout court passeggiate e attività fisiche. Un sacco di disposizioni a cui la cittadinanza deve attenersi sono prive di fondamento scientifico, o ce l’hanno molto stiracchiato ed esile, e alcune misure prese sono proprio deliranti, come la disinfezione delle strade con la varechina.

            • E mentre si fanno divieti e si cavilla sulla loro macchinosa e delirante applicazione, gli ospedali mancano di tutto, e sono diventati il principale veicolo di contagio. La causa è stata appunto l’atteggiamento passivo, il “chiudiamo tutto, vietiamo tutto e aspettiamo che passi”.

            • Sì, ma il fatto che non vi sia un’unanimità di vedute del settore scientifico non significa che le linee seguite dall’Italia siano cazzate.
              Ma non era mia intenzione entrare nel merito delle scelte italiane (con quale merito poi? posso solo documentarmi e prendere atto di quanto dicono gli esperti). Sto dicendo di fare attenzione a fare paragoni con gli altri paesi, e a giudicare noi l’operato generale del “metodo italiano” perché gli stessi scienziati non hanno idee chiare in merito e i più serii stanno attendendo l’evolversi della situazione.

          • La Capua però, accanto ad alcune prudenti dichiarazioni di cauto consenso sulla strategia italiana per affrontare la pandemia, esprime sempre, come forma di bilanciamento, alle dichiarazioni di carattere e stampo istituzionale, anche velati suggerimenti per un rapido rientro nella “normalità”, come ad esempio quello di favorire presto l’ ingresso dei soggetti meno esposti al virus nella vita quotidiana.

    • Accadde in questi giorni nella stampa estera – quantomeno in quella anglofona, che stiamo seguendo un po’ tutt* – un fenomento particolarmente morboso. L’Italia, col suo ruolo esemplare, diventa una terra in cui i racconti più raccapriccianti diventano veri, il fondale per qualsiasi notizia non verificata.

      Funziona così:

      1) Gori spara la famosa frase «I pazienti non trattabili muoiono», Il Messaggero (ehm, non proprio un giornale affidabile) la rilancia pur ridimensionandola subito con: «poi la retromarcia»

      (alla base di questa frase c’è ignoranza su come funzioni il triage – prassi normale anche in tempi normali, come è ben spiegato qui: http://effimera.org/cronache-dal-pronto-soccorso-o-della-cecita-di-andrea-perego-andy/ )

      2) Un articolo di The Atlantic linka Il Messaggero, dimenticandosi la «ritrattazione», e scrive che in Italia «Doctors and nurses are unable to tend to everybody»; e di seguito ci attacca un discorso sul triage che conclude (di nuovo una parziale ritrattazione, ma sempre più mimetica), «These criteria apply to all patients in intensive care, not just those infected with CoVid-19» (lo trovate qui: https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2020/03/who-gets-hospital-bed/607807/ )

      3) un altro articolo di The Atlantic, quello citato qui sopra da Taliesin, promuove quelle costruzioni allarmistiche reperite sulle stesse pagine della testata all’interno di un discorso più astratto, e cosìla duplice ritrattazione risulta doppiamente «lost», sia «in translation» che «in citation»:

      «Italy and Spain offer grim warnings about the future. Hospitals are out of room, supplies, and staff. Unable to treat or save everyone, doctors have been forced into the unthinkable: rationing care to patients who are most likely to survive, while letting others die»

      Ora questo processo ci dice due cose:

      a) che tutto il mondo dell’informazione è, purtroppo, paese;

      b) che avere una stampa mainstream che fa pena, come abbiamo in Italia noi, è un problema serio e un problema globale, e per quanto sia legittimo fare spallucce (e lo capisco bene: è come svuotare il mare con un secchiello), rimane di per sé un problema, perché finisce per intorpidire la lucidità anche di chi si informa leggendo la stampa internazionale.

  23. a proposito dei possibili effetti nocivi di una reclusione forzata totale dei bambini, come avviene in friuli venezia giulia:

    https://www.insalutenews.it/in-salute/wp-content/uploads/2020/03/Ipovitaminosi-D-e-Coronavirus-25-marzo-2020.pdf

    • Ma anche degli adulti. Se la carenza di vitamina D è un co-fattore dell’ammalarsi di – e del soccombere al – Covid-19, e se quella carenza è causata dalla mancata esposizione alla luce del sole, allora la reclusione forzata senza mai uscire sta favorendo la malattia.

      • Toccherà approfondire la querelle centenaria sul ruolo della vitamina D! :-)

        Comunque, al di là della discutibilità del metodo adottato dai due docenti torinesi, su cui Mautino può non avere torto, il suo “debunking” fa sembrare il loro comunicato più tranchant di quanto non sia. Tutte le loro formulazioni sono dichiaratamente ipotetiche, al condizionale. Un conto sono i titoli di giornale, altro conto quel che c’è scritto in quel pdf. Non hanno scritto che «la vitamina D cura il Covid-19», e quindi il titolo «No, la vitamina D non cura il Covid-19» è slightly out of focus. Ma appunto, il problema è il cortocircuito che un tale modo di comunicare può creare. Era già successo con la questione covid-19 e polveri sottili.

  24. Colgo l’occasione per segnalare che il nostro amico di una vita e compagno di scorribande Xho – uno degli amministratori di questo blog nonché uno dei «Winston Wolf» che risolvono i problemi tecnici – sta facendo questo:

    https://xho.gitlab.io/supporto-psicologico-covid-19/

    È una lista in fieri di servizi gratuiti di supporto psicologico.

    Per portare avanti questo progetto c’è bisogno di collaborazione. Ecco uno stralcio dalla presentazione scritta da Xho poco fa:

    «Perché sono a chiedere il vostro aiuto?
    • perché ci sarà qualcuno più esperto che può attribuire un valore a questi servizi
    • perché non posso verificarli tutti
    • perché è una lista incompleta!»

    • Magari nessuno lo clicca… è una pubblicità del Dipartimento Partecipazione, Comunicazione e Pari Opportunità (!) del comune di Roma, al loro Sistema Unico di Segnalazione, ricordando che può essere usato per segnalare assembramenti. È lecito chiedersi se nel servizio la voce “assembramenti” esistesse già prima del COVID-19 (ed è lecito rispondersi: ovviamente sì). Sarebbe l’ennesimo esempio di “riqualificazione” della lotta al degrado in lotta al virus

    • Il titolo di Firenze Today mi pare falsante, fa sembrare la lettera una cazzata, non è che quei genitori chiedono «mezz’ora d’aria»: criticano le ordinanze perché non lasciano uscire i bambini «anche solo per una mezz’ora», è diverso. Se dico a qualcuno che non riesce a seguire un ragionamento nemmeno per dieci secondi, non gli sto chiedendo di seguirlo per dieci secondi e poi basta.

      «Siamo preoccupati del fatto che nessuno si sia posto seriamente il problema dei bambini. Rispettiamo il diritto che avete riconosciuto ai cani di poter espletare i loro bisogni fisiologici in ripetute passeggiate nel corso di una giornata. Pretendiamo che le istituzioni diano una risposta chiara alla ragionevolezza e proporzionalità di provvedimenti emergenziali che “sembrano” vietare ai bambini di uscire anche solo per una mezz’ora.»

      Chissà se Nardella avrà tempo di leggere e rispondere, occupato com’è a giocare coi suoi super-gadget di tecnosorveglianza per sgominare «assembramenti» che vede soltanto lui.

      Un’altra lettera aperta sulla questione dei bambini, questa indirizzata a Conte e firmabile, è su change.org.

  25. In attesa di un lavoro più lungo (e più cauto) mi permetto di lasciare qui questo, che probabilmente senza di tutti voi non sarebbe esistito-
    http://www.palermo-grad.com/uomini-adulti-e-ragazzini.html?fbclid=IwAR1YqskpC9fSRZXYQ1Yo2YNOkqEWMP9VsFTPpwSol8Xj9atptzISBDirOE0

  26. Io sono una mamma Britannica trapiantata a Bologna di 2 bambini sotto 10 anni ai quali devo spiegare durante questo lockdown come mai qui trattano meglio i cani visto che il giretto col cane pare sacrosanto ma si pretende che i bambini stiano reclusi in casa.

    Quando oso a portarli fuori i vari vigili, strane guardie col pettorino verde appostate al parco dei noci, polizia, carabinieri ci fanno sentire come dei criminali e ormai i miei figli sono diventati agorofobici e riununcaino a priori ad uscire. Che schifo all round.

  27. AGORAFOBICI perfino..

  28. Intanto grazie, come molti altri vi seguo da sempre ma mai come oggi siete l’unico luogo in cui non mi sento completamente pazza… io ho 3 figli e dovrei essere in smart working, abbiate pietà del mio sfogo! Follia, come altri hanno sottolineato, anche perché mi chiedono orari d’ufficio, hanno una concezione dello smart working per niente smart.
    La più grande, che fa la quinta, l’ho sorpresa spesso a piangere pensando che non rivedrà più tutti i suoi compagni, ha capito che non rientrerà a scuola per quest’anno; il più piccolo, 4 anni, continua a chiedermi “quando finisce il coronavirus, perché voglio andare a scuola dai miei amici” e giù elenco dei suoi compagni di scuola; la figlia di mezzo continua a disegnare storie per il suo club di amiche..
    Quello che voglio confusamente dire è che i miei figli non hanno molto desiderio di uscire, quello che vogliono è rivedere i loro amici… l’ora d’aria è sicuramente importante, ma la socialità, il contatto, il gioco con gli altri bambini.. di queste cose stanno soffrendo enormemente la mancanza.
    Io non intravedo nessuna soluzione, se già si implora per una passeggiata, dicendo a priori che si eviterà qualunque contatto con altri esseri viventi, come fanno i genitori nella lettera al sindaco di Firenze o nella petizione, che pure ho firmato, questa esigenza dei miei – ma non credo solo dei miei- bambini, non può avere nessuna dignità.

  29. Oggi sia Garattini intervistato su Repubblica sia l’infettivologo Grossi intervistato sul Corriere dicono che dare i numeri ogni giorno, tipo bollettino di guerra, non fa capire nulla e genera solo ansia. Una cosa che modestamente noialtri, che non siamo scienziati “duri” ma di comunicazione e scienze cognitive un po’ ne sappiamo, andiamo dicendo da settimane. Garattini e Grossi dicono che conta il trend, non il singolo giorno, e il salire della curva dipende solo dall’aver fatto più tamponi. Sarebbe un’ovvietà, ma… non lo è.

    Grossi dice anche: «In base alle conoscenze scientifiche attuali il loro tasso di contagiosità è minimo.»

    Quegli stessi asintomatici che i media stanno descrivendo praticamente come assassini seriali.

    E gli asintomatici includono anche i bambini.

    Da notare che perfino Repubblica – il giornale più sdraiato sul governo – non può più tacere il malcontento e da qualche giorno deve in parte rendere conto delle incrinature. Oggi oltre all’intervista a Garattini c’è un articolo sui malumori diffusi per l’ennesimo cambio di modulo, e un altro che raccoglie pareri critici sulla didattica a distanza.

    Intnto scoppiano le prime rivolte e ritorna l’«esproprio proletario»: ce n’è già stato uno a Palermo, e anche questo lo avevamo scritto nel Diario virale. Non potevamo pensare che gli epicentri sarebbero stati i supermercati, ma del resto sono gli unici luoghi pubblici dove c’è ancora gente nelle nostre città deserte, e se il lockdown ti ha lasciato senza un euro, è là che vai a prenderti da mangiare costi quel che costi.

    Perché se per non farmi morire di covid-19 mi fai morire di fame, io rifiuto la scelta obbligata. E se mi riduci alla «nuda vita» e ho da perdere solo quella, non mi ferma neanche l’esercito.

    A proposito di «nuda vita», molto bello il racconto del medico e psichiatra Piero Cipriano apparso su Carmilla. Da leggere tutto. Cipriano, tra le altre cose, fa notare l’incongruità della narrazione dominante: di giorno sono un «angelo» perché sto gestendo l’emergenza da medico, di sera sono un «untore» perché vado a fare jogging.

  30. Magari sbaglio ma io non parlo del virus ai miei bambini come motivo del lockdown ma che sia frutto di panico, paranoia e del potere che vuole toglierci diritti e liberta’. Ma sicuramente sono una madre pessima.

  31. segnalo un pezzo che ho scritto per La Falla, mensile cartaceo e digitale del Cassero Lgbti Center
    https://lafalla.cassero.it/il-corpo-sociale-infetto-dio-stato-e-famiglia/

  32. Ciao,
    un paio di considerazioni sparse su questo post e quelli precedenti.

    – vitamina D, aria aperta e salute:
    oltre a quanto detto sopra, segnalo questa ricerca dell’Università di Torino:
    https://www.lastampa.it/torino/2020/03/26/news/coronavirus-lo-studio-dell-universita-di-torino-la-vitamina-d-potrebbe-avere-effetti-preventivi-1.38640776

    – SmartWorking e Scuola
    Personalmente, come molti hanno segnalato, mi trovo malissimo.
    Sia io che mia moglie siamo liberi professionisti e quindi in parte già abituati e predisposti allo smart working, in tempi di “normalità”.
    Tuttavia con i bimbi a casa, dividersi gli spazi e i tempi per lavorare è veramente difficile. Su questo si sovrappone il discorso scuola. Il bimbo più grande è alle elementari, ma già buona parte della sua giornata viene assorbita dallo scaricare i compiti, stamparli (foto, non scansioni o pdf, che vanno ritagliate e schiarite prima di stamparle), interpretarli e farli. Tutte cose che richiedono la presenza di uno degli adulti.
    Il più piccolo va ancora all’asilo e quindi pur non facendo i compiti ma solo i “lavoretti”, richiede le sue giuste attenzioni, anche per giocare.
    In definitiva, considerando anche le altre necessità della vita quali mangiare, fare la spesa etc. il tempo per lavorare e concentrarsi è veramente ridotto o va ritagliato quando i bambini dormono. E a noi va bene (si fa per dire) che il lavoro sta decrescendo a vista d’occhio e che siamo gli unici responsabili di noi stessi.
    Non oso pensare a chi ha il tempo contingentato, o debba fare conference call, gestire back-office e cose simili.
    Come si diceva in alcuni commenti sopra, finisce che lo smart working introduce una ulteriore “distanza” tra figli e genitori con questi ultimi che, ormai, nemmeno quando sono a casa possono dedicare del tempo di qualità ai figli!
    (questo probabilmente è un dato soggettivo perché non in tutte le famiglie va così, e c’è chi ha problemi maggiori e chi se le cava molto meglio).
    In tutto ciò tralascio volutamente l’impatto economico, perché noi il lavoro oltre a farlo, dovremmo anche “cercarcelo”, e questi mesi getteranno un’ombra molto lunga su tutto quest’anno e forse anche sul prossimo. E non è che prima avessimo accumulato chissà quali riserve, anzi, si veleggia sempre a vista.

    – Tanatofobia citata in vari post e commenti sotto:
    qui vado probabilmente fuori tema, anche a causa della mia formazione “catto-comunista” (che però dichiaro a priori sperando di non risultare fastidioso o provocatorio). Come ulteriore excusatio non petita dichiaro anche che ho fatto solo studi tecnici e non ho mai studiato filosofia, né tantomento ho fatto letture sistematiche in proposito, quindi correggetemi pure :))
    Condivido molto il focus su questo punto e il ruolo che ha nell’isteria collettiva e nella velocità con cui molti si sono conformati acriticamente alla narrazione dominante (condivido anche che un conto sia la normale, sacrosanta, paura di morire per se e per i propri cari ed un altro conto sia una fobia irrazionale, automatica e “inconsapevole”).

    In questo però, in controtendenza forse, ci vedo il materialismo imperante di questi ultimi anni.
    E’ un discorso che sarebbe lungo da spiegare sgombrando il campo da ogni possibile equivoco. Sia chiaro che non voglio fare il rossobruno, l’integralista cattolico o il difensore di una fantomatica “tradizione”. Sono inoltre consapevole di tutto il male, la repressione e il controllo sociale e del dissenso che sono anche venuti e che potrebbero ancora venire dalla religione (anche dalla nuove religioni, ovviamente).
    Però voglio dire che se vengono meno anche tutti gli aspetti “migliori” della religione, e oltre a questi manca ogni forma di “spiritualità”, di idealismo (anche politico), di ricerca di un miglioramento di sé, di una qualche forma di “trascendenza” quello che rimane è una persona che ha solo il proprio lavoro, le proprie “cose”, le proprie “vacanze”, i propri “beni materiali” etc. e che quindi è (secondo me) molto più vulnerabile alla paura di perdere tutto.
    Scusate la digressione.

  33. Fra le mille domande di questi giorni ce n’è un’altra che inizio a pormi. Molti esperti hanno parlato della possibilità che il virus circoli meno durante l’estate per poi tornare con più forza nel prossimo autunno-inverno. Ora, se già inizia a farsi per scontata l’ipotesi che le scuole non riapriranno prima dell’estate, che ne sarà del prossimo anno scolastico?

  34. Salve a tutti,
    vorrei portare la mia esperienza.
    Premessa, che non attiene molto all’argomento ma può essere utile: da un lato mi trovo sostanzialmente sempre in disaccordo con le idee politiche, economiche e sociali dei tenutari del sito, ma d’altra parte in questi giorni questo è l‘unico posto che ho frequentato con assiduità, per leggere di ragionamenti che andassero oltre la cronaca (o la propaganda, in alcuni casi). Ma questo vale oltre il caso specifico, anche se eccezionale, del confinamento da coronavirus: sempre sono stato in disaccordo, sempre sono tornato qui a leggervi.
    Detto ciò, veniamo al punto. Molte sono le cerchie di persone che sto “frequentando” in questi giorni, diversissime tra loro. Questo spazio, certo, ma anche il gruppo dei miei ex colleghi, membri di una squadra di manutenzione in parte in pensione in parte no, con i quali ho iniziato a lavorare 25 anni fa; le persone che lavorano con me ora; i miei amici di infanzia; il gruppo whatsapp della libreria, ecc.
    Il punto è questo: dovunque, indipendentemente da ogni altro parametro, dovunque, tranne che qui, è forte questa idea che occorra serrare i ranghi contro un nemico esterno, in questo caso il virus, secondo una prassi che ricordo proprio WM1 ha individuato come tipicamente di destra. Ciò che io ho percepito è però una volontà di condivisione, di sentirsi parte di una battaglia comune (lo so, la metafora belligerante …) di poter superare questa prova solo insieme e a costo di sacrifici (ancora …) che non può essere ridotta all’idea dei cittadini delatori, delle pecore use a obbedire, o altro. Ma non è ancora questo il punto; il punto è che questa massa di persone (per dirla alla De Lillo) questa massa di persone – cui veramente appartiene il futuro – condivide le misure adottate, ne sente il peso e preferirebbe vivere la propria vecchia vita, ma allo stesso tempo ha compreso come questa sia la strada. Lo hanno deciso, queste persone, nella gran maggioranza indipendentemente dai tentennamenti della scienza ufficiale, e del loro governo. Questa massa non uscirà, a mio parere, affatto peggiorata da questa esperienza, come si paventa in molti dei commenti in questo e nei precedenti post (peggiorata nella vita relazionale, nella capacità di generare reddito, nella loro genitorialità): la maggior parte delle persone appartenenti a questa massa oggi pensa che da questa esperienza ne uscirà migliore: e non so se questo accadrà, ed anzi scommetterei il contrario, ma veramente state rischiando di perdere questo fenomenale mutamento di atteggiamento, perché dietro questo serrare i ranghi (aridaje) c’è molta più umanità di quanto sembra che i commentatori di questo sito riescano a percepire. E, per ripetermi, da questo non si esce: perché il futuro appartiene alle masse, e nel dubbio sono le masse ad avere ragione. Concludo qui, solo portando un esempio: quando l’utente dal nick Mojo scrive: “Magari sbaglio ma io non parlo del virus ai miei bambini come motivo del lockdown ma che sia frutto di panico, paranoia e del potere che vuole toglierci diritti e libertà” io penso, e mi sento parte di una posizione numericamente maggioritaria, che dire questo ai propri figli non stia rendendo loro un buon servizio.
    Un saluto (mi spiace non avere parlato dei miei figli, ma in sostanza credo che ciò che ho detto valga anche per come la stanno vivendo loro).

    • Attenzione, però: «nel dubbio la maggioranza ha sempre ragione» significa che non c’è il dubbio: la conclusione elide la premessa. Nel dubbio, si vaglia l’ipotesi che la maggioranza possa avere torto, e non a caso una concezione piena, complessa e non plebiscitaria di «democrazia» prevede la tutela delle minoranze dagli errori e arbitrii della maggioranza. Altrimenti non ci sarebbe più spazio per pareri diversi, una volta contate le teste ci sarebbe un solo pensiero: noi siamo di più, si è deciso così e non potete più discuterne.

      In democrazia si stabilisce che la maggioranza vince una votazione, non che la maggioranza «ha ragione».

      Quanto a noi, violenteremmo il nostro lavoro di scrittori se ci limitassimo ad adeguarci al pensiero volta per volta dominante. Le colleghe e i colleghi che affollano il nostro pantheon ci sputerebbero in faccia dall’oltretomba. Quel che scriviamo comincerebbe a puzzare e a un certo punto marcirebbe.

      Già il fatto di scrivere libri significa che il mio/nostro lavoro arriva a una minoranza. In Italia i lettori di libri sono pochissimi, almeno in rapporto alla popolazione. Non ce ne siamo mai angustiati né abbiamo mai provato a sdilinquire il nostro lavoro pur di allargare il bacino.

      Ma in realtà il punto su cui volevo risponderti è un altro.

      A me sembra che quest’impostazione «andrà tutto bene, serriamo i ranghi, fidiamoci, ne usciremo migliori se facciamo come ci hanno detto» appartenga più all’umore collettivo di due settimane fa, e ancor più di tre settimane fa, la fase che si è consumata piuttosto velocemente de «L’Italia chiamò», dei tricolori, degli arcobaleni ecc. E anche allora mi pareva più un comprensibile farsi forza a vicenda che una reale convinzione. Adesso vedo ovunque segnali in netta controtendenza: più persone cominciano a farsi domande, a porsi dubbi, a discernere tra una misura e l’altra. Sì, è ancora una minoranza, ma si fa sentire, mentre prima il frastuono della stragrande maggioranza la atterriva, portava ad autocensure.

      Riguardo al «dopo»: secondo me un «dopo» vero non c’è, gli effetti dell’emergenza permangono, si sedimentano su quelli delle emergenze precedenti. Noi siamo ancora pienamente immersi nell’emergenza post-11 Settembre, parte della nostra vita quotidiana è stata cambiata allora; siamo ancora nell’emergenza conti pubblici del 2011, gli effetti dell’austerity li stiamo ancora vivendo; idem per l’emergenza conti pubblici di vent’anni prima; per certi versi siamo ancora nell’emergenza-terrorismo di fine anni ’70… Figurarsi, dunque, se può “finire” un’emergenza come quella attuale, la più impattante a nostra memoria!

      Ma accettiamo pure, almeno per modo di dire e in senso stretto, di usare l’avverbio «dopo». Usiamolo per intendere l’uscita dalla fase acuta, o quantomeno dal lockdown.

      Ecco, io non penso che la maggioranza delle persone, «dopo», si ritroverà una vita migliore. Forse ci sarà uno scoppio di sollievo e anche di euforia, ma poi i problemi accumulatisi nel frattempo ci aggrediranno. Troppi ambiti della vita sociale, economica, culturale ne saranno usciti sfasciati. Troppa gente sta già perdendo ora il proprio reddito. Troppi legami sociali non si riprenderanno dopo lo sfilacciamento. Troppo più a fondo si sarà incistata nella mentalità collettiva la narrazione del «capro espiatorio». Ancor più a fondo si sarà incistata l’idea che stare lontani dal prossimo sia meglio, perché il prossimo è potenzialmente infetto.

      Non per questo dico che tutti saremo persone peggiori, o che nessuno avrà imparato nulla da quest’emergenza. Anzi, io ci vedo potenzialità, nella fase che si sta aprendo ora. La fase in cui finalmente si affacciano dubbi su come l’emergenza è stata gestita. Potrebbe esserci uno “scatto”, anzi, una moltitudine di “scatti” (di interruttore, di orgoglio, di coscienza), e potrebbe crescere la voglia di farsi sentire collettivamente non dentro il frame calato dall’alto, come nelle settimane passate, ma fuori.

      Non me lo aspetto dalla stragrande maggioranza, ma ho fiducia nella capacità di muoversi di una minoranza di massa, attiva, in grado di farsi sentire e di influire sulla realtà.

      È questo che mi fa andare avanti.
      E non da oggi, non da quand’è iniziata quest’epidemia.
      È questo che mi fa andare avanti da decenni.

      • Guarda caso, poco dopo che ho scritto questo commento è uscito quest’articolo sull’Huffington Post:

        La paura diventa rabbia

        “Abbiamo fame, non paghiamo”. Nei supermercati monta l’esasperazione. Sui balconi non canta più nessuno e nel Paese iniziano a manifestarsi i primi segni di malessere.

        • Mentre fissavo il vuoto di fianco alla scrivania (“smart” working), sono riuscito a focalizzare il retro di copertina di /Un viaggio che non promettiamo breve/, che riporta il passo dove si dice che “in Francia avevano rinviato l’inizio di aprile”. Ora il governo, dopo averci isolato persino da una qualunque scansione ufficiale del tempo che non sia quella dei bollettini delle vittime, si appresta a posticipare il 3 di aprile. Forse in questo momento la risposta dev’essere capace di ‘mordere’ il tempo, di restringerlo per avvicinarci. L’articolo dell’HuffPost fa vedere bene che questo tempo sospeso (da gente che vive sospesa in qualche villa suburbanizzata) fa male quanto il tempo ultra-irregimentato (che peraltro chi lavora in fabbrica continua parallelamente a subire). Riprendersi il tempo non significa solo potersi fermare, dovremo saper accelerare (su questo l’orologio disegnato postato da Tuco mi sembra l’argomentazione definitiva)

      • Grazie del commento. Quella del “Nel dubbio la maggiora ha sempre ragione” era un’iperbole neanche tanto ben riuscita; ma il rischio concreto che vedo in questi ultimi interventi è di cadere nell’errore opposto: di dover cercare comunque un punto di vista diverso. Perdonami la franchezza: ricordo la discussione su Villaggio; a me parve anche allora che eri caduto nello stesso errore (errore, poi: intendo qualcosa di meno, una specie di innamoramento per il minoritarismo). Lo dici anche tu: è l’impegno della tua vita. Per finire: relativamente ai fatti di cronaca che hai riportato nel tu ulteriore commento, credo che non stupiscano nessuno, che tutti ce li aspettiamo, nella dinamica complessa di quello che sta avvenendo – ma io non ho mai pensato che ci sia un giusto assoluto (per questo ho scritto che l’iperbole iniziale era infelice). Ancora un saluto (invio senza rileggere ché mi aspettano due calci a un pallone in corridoio!)

        • Non proprio: l’impegno della mia/nostra vita non è «il minoritarismo», è raccontare storie da angolature non banali, e mantenere anche grazie a queste storie un taglio critico nel descrivere la realtà.

          Quanto al post su Villaggio, da quelle riflessioni è nato un saggio commissionatomi dalla Cineteca di Bologna e incluso nel DVD de La corazzata Potemkin, e oggi quella doppia lettura:
          rivolta sulla nave <---> rivolta al cineforum aziendale,
          è citata ogni volta che ci si vuole occupare della ricezione di Eisenstein in Italia o dell’impatto culturale dei film di Fantozzi, si veda ad esempio questo testo di Fabrizio Baldassarri uscito sulla rivista degli Istituti Storici dell’Emilia-Romagna.

          Quella che, frettolosamente e superficialmente, fu interpretata come una “provocazione” era in realtà un’analisi esercitata usando lo «sguardo obliquo» di cui tanto abbiamo scritto. Lo sguardo obliquo rivela cose che la visione frontale e maggioritaria non vede, e quelle cose poi entrano di diritto nel campo dell’indagabile, e possono diventare patrimonio comune.

          È questo il mio/nostro lavoro di una vita.

      • Io sono di stanza a Parigi, e ogni volta che esco, anche solo per correre (qui ancora si può), ho la netta sensazione che le persone si scansino, si evitino, si dribblino. Questa sensazione si fa limpida nei supermercati, dove la gente si smarca, passa alla larga. Ogni volta che s’incontra una persona è come se avesse un cartello con su scritto “attention, danger!”. Temo che questa roba abbia preso anche me. Sarà difficile ricucire questo strappo, “dopo”.

    • Che bello che dev’essere sentirsi parte “di una posizione numericamente maggioritaria”. Non mi e’ mai capitato.

      Professare ed inculcare il “groupthink” nei propri figli non e un buon servizio neppure.

    • Com’era quella frase di Manzoni sul buon senso che se ne stava nascosto per paura del senso comune?

    • “Nel dubbio sono le masse ad avere ragione” ha lo stesso senso di “la merda è sicuramente buona, miliardi e miliardi di mosche non possono avere torto”.

    • Una massa che decide il suo futuro senza tentennamenti semplicemente mi spaventa. Per me il senso di appartenenza ad un gruppo non potrà mai compensare la rinuncia al pensiero logico.

      Nel caso specifico delle misure di confinamento, la loro efficacia non viene decisa a maggioranza. La complessità della situazione è elevatissima, la posizione dello stato (“spezzare la catena del contagio perseguendo i furbi”) è semplicemente una illusione che impedisce anche solo di pensare soluzioni migliori.

      “credere a quello in cui credono gli altri” non mi dà soddisfazione a prescindere. Ero così già da bambino, me ne sono accorto durante la catechesi, senza avere ricevuto nessuno stimolo educativo particolare.

      Anche i miei figli sono così.

  35. Nicolas, io non ho figli e non so cosa gli direi ma mi sembra che ai bambini non si possa mentire. Perché,prima o poi, il peso insostenibile delle bugie ti torna indietro come un boomerang. Se tenti di manipolarli, dicendogli che “andrà tutto bene” ( e se questo corrisponde ad un atteggiamento mentale totalitario, ad un modo semplificatorio di affrontare l’ esistenza) rischi, non poco, di compromettere il loro modo di ragionare, di condizionare fortemente il loro sviluppo mentale, facendo passare per logico tutto ciò che è visibilmente illogico. Poi ti “vengono fuori” dei bambini che non sono in grado di fare associazioni logiche corrette. Quindi un po’ ebeti, sicuramente molto obbedientemente ” funzionali “, ma magari anche degli infelici disadattati. Sei così efficacemente riuscito ad azzerare il loro senso critico. Se invece non riesci a dargliela a bere visto che i bambini, e gli adolescenti, sono spesso perfettamente in grado di sommare indizi per trarre buone conclusioni da soli, ciò che ottieni è che pensino che sei un bugiardo. Scatenando la loro rabbia di adulti o la loro frustrazione o la loro tristezza. E questo “non rende un buon servizio “. E allora saranno adulti con alta probabilità di instaurare relazioni ” disfunzionali “, grazie ai loro genitori, e la cui rabbia potrebbe rivolgersi all’ esterno ma anche contro se stessi. Tu dai per scontato che ” andrà tutto bene” negando qualunque forma di evidenza e polarizzando la questione. Noi contro il virus… in mezzo il nulla ( che avanza). Nessuna analisi e nessun ragionamento che tenga. A me questo atteggiamento di chiudersi in casa e ripetersi il mantra che “andrà tutto bene”, tenendo i problemi fuori dalla porta di casa e mettendo la testa nella sabbia come struzzi, mi scatena delle pulsioni antisociali e,io, tutta questa “umanità” e ” volontà di condivisione”(…) degli autosegregati, esaltati mistici della quarantena, non la vedo mica. Anzi, mi sembra proprio una bella scusa per continuare ad ignorare quello che anche prima si voleva rimuovere. Mentre invece ci sono persone che si sentono prese per il culo da questo mantra perché, fuori, non va tutto bene. E non andava tutto bene neanche prima. E non andrà tutto bene neanche dopo. Ma se tu dici che non è così, chi ti può smuovere da questa convinzione? Forse però se sei qui è perché senti la necessità di alimentare qualche dubbio.

    • Ciao, queste ultime settimane sono state ancora più complicate come padre – più complicate di una cosa già complicata di suo. Ogni giorno si tratta di trovare un equilibrio tra studio, tempo libero, ragionare di ciò che accade, lavorare e ragionare di nuovo con loro di ciò che accade. Questo credo sia vero tanto per chi è critico nei confronti delle politiche governative quanto per chi (e io sono più o meno tra questi) le approva.

  36. Nicolas, io non so che età abbiano i tuoi figli, ma le mie “grandi” mi hanno chiesto perché non possono fare lezione in aula magna, o con turni pomeridiani, così da mantenere le distanze, o ginnastica al parco… Anche loro, con i mezzi per la loro età, capiscono la differenza tra il virus e le cose che si possono fare per affrontarlo, non avrei potuto neanche volendo fargli credere che sta andando tutto bene

    • Ciao, sto ritardando un impegno con i ragazzi, ma non avrei immaginato un tale numero di risposte. I miei figli hanno 14 e 9 anni. Quello di 14 anni e estroverso e sociale; quello di 9 ha un carattere già più definito e tendenzialmente è introverso. Sono abbastanza stupefatto dalla serenità con cui fino ad ora stanno affrontando la questione; ma credo che questo dipenda da una contingenza: viviamo in una piccola città, le case hanno tutte un giardino; noi abbiamo occupato, disossandolo e tagliando le erbacce, un pezzo di terreno a servizio dell’acquedotto comunale, abbandonato da anni. Abbiamo costruito una porta di fortuna e andiamo a giocarci se non piove. In città mi dicono sia enormemente più difficile; ma la domanda che ponevo è: credi ci sia qualcuno contento di questa reclusione? Ciao.

      • Be’, certo nessuno può essere contento. Ma uno che vive in una piccola città, ha il giardino, un pezzo di terreno in cui giocare all’aperto, se la vive senza dubbio meglio di uno con due figli più o meno della stessa età dei tuoi, in un appartamento al terzo piano di una media città, con di fronte una strada di asfalto deserta (tipo il sottoscritto). Diciamo che il grado di sostenibilità dei decreti governativi cambia parecchio a seconda della situazione. Allargando lo sguardo, in questo senso, c’è un po’ di gente, al sud, che sta ben peggio, e comincia a ribellarsi per banale fame, dandosi all’esproprio proletario. L’insostenibilità sociale dei decreti governativi è destinata a risultare sempre più evidente.

      • Ciao, non credo che il punto sia se qualcuno è contento, chiaro che nessuno lo è.
        Ma cosa pongo all’attenzione dei miei figli, gli applausi dai balconi, la solidarietà sbandierata ma non praticata, o le contraddizioni, le difficoltà dei compagni meno fortunati che restano indietro, la follia di gente con mascherina fai da te in una strada deserta… Quest’ultima tra l’altro l’hanno notata da sole, senza il mio aiuto.
        Io non voglio certo angosciarli, ma non posso neanche mettergli gli occhiali rosa e disabituarli a ragionare

  37. Arrivo tardi nella discussione, quindi mi scuso se dovessi sovrappormi ai numerosissimi commenti.
    Mi preme però sottolineare che la messa in discussione delle misure di contenimento adottate in Italia è doverosa non solo ideologicamente, ma anche dal punto di vista scientifico. John Ioannidis, uno dei massimi esperti mondiali di epidemiologia, sottolinea il fatto che stiamo prendendo decisioni molto gravi praticamente in assenza di dati sulla loro efficacia, e che siamo ben lontani dal sapere se le misure di contenimento non siano peggiori del male che intendono arginare. Sulla base di queste considerazioni, ha scritto un articolo che ha ricevuto molte critiche – perché ritenuto “irresponsabile” – alle quali ha risposto con un più circostanziato articolo scientifico peer-review che potete leggere qui: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/pdf/10.1111/eci.13222
    A mio modo di vedere sono molte le avvisaglie di un “rimedio peggiore del male”. I bambini ne sono una spia e suonano un campanello d’allarme, così come lo fanno suonare le persone con sofferenze psicologiche, quelle in difficoltà economiche, ma anche quelle affette semplicemente da altre malattie, che in questo momento, se non hanno contratto il coronavirus, sono di fatto malati di serie b. Il dubbio che oltre all’incapacità di fronteggiare prontamente ed efficacemente l’emergenza, ci sia anche una precisa volontà di cavalcare l’emergenza stessa per fini politici è senz’altro più che legittimo. Per questo motivo, voci come quella di Ioannidis (ma anche, a suo modo, di Ilaria Capua), che questionano i provvedimenti sulla base di un approccio razionalista e scientifico devono essere portate all’attenzione.

    • Opportuno che citi Ioannidis.

      Sorry chi non capisce l’inglese ma questo e’ molto importante, credo. Fonte e’ https://www.globalresearch.ca

      Dr John Ioannidis Professor of Medicine, of Health Research and Policy and of Biomedical Data Science, at Stanford University School of Medicine and a Professor of Statistics at Stanford University School of Humanities and Sciences. He is director of the Stanford Prevention Research Center, and co-director of the Meta-Research Innovation Center at Stanford (METRICS).

      He is also the editor-in-chief of the European Journal of Clinical Investigation. He was chairman at the Department of Hygiene and Epidemiology, University of Ioannina School of Medicine as well as adjunct professor at Tufts University School of Medicine.

      As a physician, scientist and author he has made contributions to evidence-based medicine, epidemiology, data science and clinical research. In addition, he pioneered the field of meta-research. He has shown that much of the published research does not meet good scientific standards of evidence.

      What he says:

      Patients who have been tested for SARS-CoV-2 are disproportionately those with severe symptoms and bad outcomes. As most health systems have limited testing capacity, selection bias may even worsen in the near future.

      The one situation where an entire, closed population was tested was the Diamond Princess cruise ship and its quarantine passengers. The case fatality rate there was 1.0%, but this was a largely elderly population, in which the death rate from Covid-19 is much higher.

      […]

      Could the Covid-19 case fatality rate be that low? No, some say, pointing to the high rate in elderly people. However, even some so-called mild or common-cold-type coronaviruses that have been known for decades can have case fatality rates as high as 8% when they infect elderly people in nursing homes.

      […]

      If we had not known about a new virus out there, and had not checked individuals with PCR tests, the number of total deaths due to “influenza-like illness” would not seem unusual this year. At most, we might have casually noted that flu this season seems to be a bit worse than average.

      – “A fiasco in the making? As the coronavirus pandemic takes hold, we are making decisions without reliable data”, Stat News, 17th March 2020

      • visto che lo riporti, mi permetto di postare una traduzione di quell’articolo, che inizialmente non avevo voluto accludere perché in questo rapido divenire di eventi un articolo del 17 marzo deve necessariamente essere preso per quello che è, nella sua (consapevole provvisorietà). La traduzione è mia (quindi mi scuso per eventuali imprecisioni) e non inegrale (ho saltato alcuni passaggi meno “critici”):
        “In un momento in cui tutti hanno bisogno di informazioni migliori, da chi si occupa di modelli epidemiologici e dai governi alle persone in quarantena o in lockdown, mancano prove affidabili su quante persone sono state infettate da SARS-CoV-2 o che continuano a infettarsi. Sono necessarie informazioni migliori per guidare le decisioni e le azioni di importanza primaria e per monitorarne l’impatto. In molti paesi sono state adottate misure draconiane. Se la pandemia si dissipasse – da sola o a causa di queste misure – potrebbero essere sopportabile il distanziamento sociale estremo a breve termine e le quarantene. Ma per quanto tempo dovrebbero essere mantenute tali misure se la pandemia si diffondesse senza sosta in tutto il mondo? In che modo i politici possono dire se stanno facendo più bene che male? Per sviluppare e testate correttamente vaccini e terapie a prezzi accessibili sono necessari molti mesi o addirittura anni. Date tali scadenze, le conseguenze dei blocchi a lungo termine sono del tutto sconosciute.
        I dati raccolti finora sul numero di infezioni e su come si sta evolvendo l’epidemia sono assolutamente inaffidabili. A tre mesi alla comparsa dell’epidemia, la maggior parte dei paesi non è in grado di testare un gran numero di persone e nessun paese dispone di dati affidabili sulla prevalenza del virus in un campione casuale rappresentativo della popolazione generale. Questo crea un’enorme incertezza sul rischio di morte per Covid-19. I tassi di mortalità segnalati, come quello ufficiale del 3,4% dell’OMS, causano orrore e sono senza senso. I pazienti che sono stati testati per SARS-CoV-2 sono per sproporzione quelli con sintomi gravi ed esito negativo. Poiché la maggior parte dei sistemi sanitari ha una capacità di test limitata, la disproporzione nella selezione potrebbe addirittura peggiorare nel prossimo futuro. L’unica situazione in cui è stata testata un’intera popolazione chiusa è stata la nave da crociera Diamond Princess e i suoi passeggeri in quarantena. Il tasso di mortalità era dell’1,0%, ma quella era una popolazione in gran parte anziana, in cui il tasso di mortalità per Covid-19 è molto più alto. Proiettando il tasso di mortalità di Diamond Princess sulla struttura per età della popolazione degli Stati Uniti, il tasso di mortalità tra le persone infette da Covid-19 sarebbe dello 0,125%. Ma poiché questa stima si basa su dati estremamente limitati – ci sono stati solo 7 decessi tra i 700 individui fra passeggeri ed equipaggio infetti – il tasso di mortalità reale potrebbe allargarsi da cinque volte inferiore (0,025%) a cinque volte superiore (0,625%). È anche possibile che alcuni passeggeri infetti possano morire in seguito e che i turisti possano avere frequenze diverse di malattie croniche – un fattore di rischio per l’infezione da SARS-CoV-2 – rispetto alla popolazione generale. Aggiungendo queste ulteriori fonti di incertezza, le stime ragionevoli per il rapporto di mortalità nella popolazione generale degli Stati Uniti variano dallo 0,05% all’1%.
        Questa vasta gamma influisce notevolmente sulla gravità della pandemia e su cosa dovrebbe essere fatto. Un tasso di mortalità nella popolazione dello 0,05% è inferiore all’influenza stagionale. Se questo fosse il vero tasso, bloccare il mondo con conseguenze sociali e finanziarie potenzialmente enormi può essere totalmente irrazionale. È come se un elefante fosse attaccato da un gatto domestico. Frustrato e nel tentativo di evitare il gatto, l’elefante salta accidentalmente da un dirupo e muore.
        Il tasso di mortalità della Covid-19 può essere così basso? Alcuni sostengono di no, considerando l’alto tasso nelle persone anziane. Tuttavia, anche alcuni cosiddetti coronavirus lievi o di tipo comune, noti da decenni, possono avere tassi di mortalità fino all’8% quando infettano gli anziani nelle case di cura. Infatti, tali coronavirus “lievi” infettano decine di milioni di persone ogni anno e rappresentano dal 3 all’11% dei soggetti ricoverati negli Stati Uniti con infezioni respiratorie alle vie aeree inferiori ogni inverno. Questi coronavirus “lievi” possono essere implicati in diverse migliaia di decessi ogni anno in tutto il mondo, sebbene la stragrande maggioranza di essi non sia documentata con test precisi. Invece, si perdono come rumore di fondo tra i 60 milioni di morti per varie cause ogni anno.
        Sebbene esistano da tempo efficaci sistemi di sorveglianza per l’influenza, la malattia è confermata in esami di laboratorio in una piccola minoranza di casi. Ogni anno, decine di migliaia di decessi sono dovuti all’influenza e altri ad altri virus, come i coronavirus da raffreddore comune. In una serie di autopsie che hanno testato i virus respiratori in campioni di 57 persone anziane decedute durante la stagione influenzale 2016-2017, i virus dell’influenza sono stati rilevati nel 18% dei campioni, mentre nel 47% è stato rilevato qualsiasi tipo di virus respiratorio. In alcune persone che muoiono per agenti patogeni respiratori virali, all’autopsia si riscontra più di un virus e con sovrainfezioni batteriche. Un test positivo per il coronavirus non significa necessariamente che questo virus sia sempre il principale responsabile della morte di un paziente. Se ipotizziamo che il tasso di mortalità tra gli individui infettati da SARS-CoV-2 sia dello 0,3% nella popolazione generale – un’ipotesi di medio raggio dalla mia analisi Diamond Princess – e che l’1% della popolazione americana venga infettata (circa 3,3 milioni di persone), ciò si tradurrebbe in circa 10.000 morti. Sembra un numero enorme, ma è sepolto nel rumore di fondo della stima dei decessi per “malattia simil-influenzale”. Se non avessimo saputo di un nuovo virus là fuori e non avessimo controllato le persone con test PCR, il numero di decessi totali dovuti a “malattia simil-influenzale” non sembrerebbe insolito quest’anno. Al massimo, potremmo aver casualmente notato che l’influenza in questa stagione sembra essere un po’ peggiore della media. La copertura mediatica sarebbe stata inferiore rispetto a una partita NBA tra due squadre qualunque.
        Alcuni temono che i decessi da Covid-19 aumentino esponenzialmente È uno scenario realistico o una cattiva fantascienza? Come possiamo sapere a che punto una curva del genere potrebbe fermarsi? L’informazione più preziosa per rispondere a queste domande sarebbe quella di conoscere l’attuale prevalenza dell’infezione in un campione casuale di popolazione e di ripetere questo esercizio a intervalli di tempo regolari per stimare l’incidenza di nuove infezioni. Purtroppo, quelle informazioni non sono disponibili. In assenza di dati, l’approccio di prepararsi al peggio porta a misure estreme di distanziamento sociale e blocchi. Sfortunatamente, non sappiamo se queste misure funzionino. La chiusura delle scuole, ad esempio, può ridurre le velocità di trasmissione. Ma può anche ritorcersi contro, se i bambini socializzano comunque, se la chiusura della scuola porta i bambini a trascorrere più tempo con i familiari anziani, se i bambini a casa compromettono la possibilità dei genitori di lavorare e altro ancora. La chiusura delle scuole può anche ridurre le possibilità di sviluppare l’immunità del gregge in una fascia di età a cui è stata risparmiata una malattia grave.
        Questa è stata la visione alla base della diversa posizione del Regno Unito che tiene aperte le scuole, almeno fino alla stesura di questo articolo. In assenza di dati sul reale decorso dell’epidemia, non sappiamo se questa visione sia stata brillante o catastrofica.
        Appiattire la curva per evitare di schiacciare il sistema sanitario è concettualmente sensato, in teoria. Una rappresentazione grafica che è diventata virale nei media e nei social media mostra come l’appiattimento della curva riduce il volume dell’epidemia che è al di sopra della soglia della capacità di gestione del sistema sanitario. Tuttavia, se il sistema sanitario viene saturato, la maggior parte delle morti in sovrannumero potrebbe non essere dovuta al coronavirus, ma ad altre malattie e condizioni comuni come infarti, ictus, traumi, sanguinamento e simili, che non vengono adeguatamente trattati. Se il livello dell’epidemia travolge il sistema sanitario e le misure estreme hanno solo un’efficacia modesta, l’appiattimento della curva può peggiorare le cose: invece di essere saturato durante una breve fase acuta, il sistema sanitario rimarrà saturato per un periodo più lungo. Questo è un altro motivo per cui abbiamo bisogno di dati sul livello esatto dell’attività epidemica.
        Uno degli aspetti fondamentali è che non sappiamo per quanto tempo possano essere mantenute misure di blocco sociale senza importanti conseguenze per l’economia, la società e la salute mentale. Potrebbero derivarne evoluzioni imprevedibili, tra cui crisi finanziarie, disordini, conflitti civili, guerre e un tracollo del tessuto sociale. Come minimo, abbiamo bisogno di dati imparziali di prevalenza e incidenza per il carico infettivo in evoluzione per guidare il processo decisionale.
        Nello scenario più pessimistico, che non condivido, se il nuovo coronavirus colpisce il 60% della popolazione mondiale e l’1% delle persone infette muore, questo si tradurrebbe in oltre 40 milioni di decessi a livello globale, in linea con la pandemia di influenza del 1918.
        La stragrande maggioranza di questa ecatombe sarebbe composta da persone con aspettative di vita limitate. Ciò è in contrasto con il 1918, quando morirono molti giovani.
        Si può solo sperare che, proprio come nel 1918, la vita continuerà. Al contrario, con blocchi di mesi, se non di anni, la vita si fermerebbe, con conseguenze a breve e lungo termine del tutto sconosciute, e alla fine potrebbero essere in gioco miliardi, non solo milioni, di vite.
        Se decidiamo di saltare giù dalla scogliera, abbiamo bisogno di dati per informarci sulla logica di tale azione e sulle possibilità di atterrare in un luogo sicuro.”

  38. […] concentrati solo su alcuni aspetti: attività all’aria aperta, uscite con i figli (da noi non previste in alcun modo), utilizzo degli spazi […]

  39. […] dirlo meglio di me”: il blog di Gaberricci, il Bandolo del Matassa e, ça va sans dire, Giap. Lo spunto del presente è stato per me ricevere via mail, nel tardo pomeriggio di ieri, la […]

  40. I bambini dimenticati.

    Ecco una terza lettera aperta/petizione che chiede di poter fare uscire bambine e bambini.

  41. I tempi dell’emergenza sono caratterizzati da emergenze che non sono uguali per tutte e tutti. La narrazione mainstream offre all’opinione pubblica un racconto semplificato, all’interno del quale la comunità Italia “resiste in casa” producendo nuovi meccanismi di domanda/offerta per passare il tempo. Lo strumento principale che alimenta questo mercato è la rete, attraverso il web si improvvisano continuamente concerti, letture, corsi di cucina, lezioni di ballo, yoga, ecc. Attività rivolte ad ogni target anagrafico: bambini, ragazzi, adulti, anziani, sono coinvolti in questo limbo spazio-temporale. Il racconto pubblico si ferma qui. Poi c’è la realtà.
    Per lavoro coordino un progetto finalizzato all’inclusione, nel tempo libero, di bambini e ragazzi disabili. Il veicolo inclusivo che utilizziamo è lo sport; uno strumento efficacissimo sul piano emotivo e sociale, che si svolge in un ambiente dinamico, ludico, a più dimensioni. La nostra attività non crea spazi dedicati ai disabili, ma – nell’ottica di perseguire un’inclusione vera – si inserisce nei contesti già esistenti. Proponiamo cioè alle famiglie che si rivolgono a noi di inserire i propri figli – attraverso l’accompagnamento di tutor/educatori appositamente formati – all’interno delle attività promosse dalle varie società sportive del territorio e di giocare, quindi, insieme a tutti i bambini interessati ad una determinata disciplina. Il progetto è attivo nel reggiano, coinvolge 140 ragazzi e 95 società attive su 21 discipline sportive differenti. Un’esperienza unica nel suo genere, per numeri, varietà e continua sperimentazione. Unica perché produce entusiasmo e speranza nelle famiglie e, allo stesso tempo, contribuisce a diffondere una cultura inclusiva e meno competitiva nei confronti delle altre migliaia di persone coinvolte (compagni di squadra e relativi genitori, allenatori, dirigenti). Unica, soprattutto, perché si basa sull’elemento più semplice e comune che caratterizza l’essere umano: la relazione.
    Un mese fa è arrivata l’emergenza e la nostra attività è sospesa. Non è però una sospensione gestibile come le (o, meglio, alcune) altre. Nel caso specifico viene interrotto un processo di apprendimento esperienziale che, per le fragilità dei soggetti interessati, non è replicabile da casa. Questi percorsi sono caratterizzati da una continua progressione (a volte si fanno due passi avanti e uno indietro o viceversa) rispetto alla conoscenza di sé, alla consapevolezza del proprio corpo, alla fiducia delle proprie capacità anche, e soprattutto, rispetto all’interazione con gli altri. Quando il tempo dell’emergenza finirà, non avremo a disposizione un interruttore da premere per riprendere da dove eravamo rimasti.
    In queste settimane anche noi ci siamo attivati, attraverso il coinvolgimento dei tutor, per proporre ai nostri atleti esercitazioni e allenamenti da remoto. Ci interessa in particolare tentare di mantenere un contatto con i ragazzi e le famiglie. I genitori ci dicono che è dura, la giornata è lunga, manca anche tanto la scuola, oltre alle attività extra come la nostra. L’inclusione è a tutti gli effetti sospesa. Anche la loro vita lo è, anche per effetto delle restrizioni istituzionalmente più “vicine”. Rimanere sempre in casa, non potere andare al parco sotto casa o a fare una passeggiata è difficile per chiunque, figuriamoci per questi nuclei familiari.
    Molti di loro, a differenza della narrazione pubblica di cui scrivevo sopra, affrontano un’altra emergenza, ma soprattutto hanno la lucidità di interrogarsi sul dopo. La domanda più ricorrente è: ci saranno ancora le risorse per riprendere i nostri percorsi di inclusione, il dopo sarà sostenibile come prima?
    La speranza è che l’emergenza non produca nuove (e vecchie) diseguaglianze, tocca a tutte e tutti noi agire perché ciò non accada.

  42. Scusate ma prima parlavo del clima ostile verso chi esce per fare una passeggiata ma vorrei sapere se legalmente si puo’ o non si puo’? Se io uscissi con i miei figli adesso nel parco sotto casa e rivendico il diritto di prendere aria mi potrebbero multare?

    P.s un’oretta fa ho assistito alla scena dal mio balcone di un jogger con tanto di mascherina fermato da un furgoncino nero nel suddetto parco e mandato via.
    A quando si dira’ espicitamente che e’ uno stato di polizia e che c’e’ martial law?? E’ tutto molto inquietante.

    • Dipende dalla regione. In FVG è illegale uscire di casa per qualunque motivo diverso da lavoro, spesa e ospedale.

      • Grazie per la risposta. Abitiamo in Emilia Romangna.

        Seguo per lavoro e interssi personali piu’ la stampa anglofona e non riesco a tenere il passo con tutti sti cambiamenti qui in Italia.

        Quindi e’ illegale fare un giro con i propri figli? O solo malvisto?

        • È proprio quello il problema: una simile deroga al divieto di circolare non è esplicitata in decreti e ordinanze, quindi il margine di discrezionalità lasciato alle forze dell’ordine è molto ampio. Dipende da dove vivi, dipende da chi incroci. Un mio amico, qui a Bologna, è stato fermato mentre camminava con la figlia piccola, ha detto: «Mia moglie ancora lavora, io sto andando al supermercato, non potevo lasciare la bimba in casa da sola», e lo hanno lasciato andare.

          Va anche detto che noi in questi giorni abbiamo compiuto varie esplorazioni nei quartieri di Bologna in cui viviamo, tre zone diverse della città. In questi giorni, a dispetto della “stretta” avvenuta sulla carta, i controlli sembrano essersi fatti più vaghi e laschi. In uno dei quartieri dove circoliamo quotidianamente i controlli sono rarissimi, in un altro ci sono posti di blocco fissi ma negli ultimi giorni alquanto cazzeggianti.

          Per quanto riguarda il vicinato, risulta che la pratica di uscire coi figli sia malvista in certe zone e ben tollerata in altre. La situazione è a macchie di leopardo.

          • Secondo me il fattore dirimente è il vicinato. Se c’è un minimo minimo di vita sociale nel rione, si crea una complicità non detta, basata sul buon senso. Se il rione è disgregato e incattivito, allora sono cazzi amarissimi.

          • Oggi sono scesa in cortile con i miei tre bambini, contemporaneamente sono arrivati altri due ragazzini del palazzo… Mi sono spostata sul retro, ma niente, un simpatico vicino ci ha guardato male dal balcone e poco dopo una camionetta di militari al cancello..”passavano di lì”, scusatio non petita, battutina sul fatto che fossero tutti figli miei, ramanzina nonostante avessi fatto notare che stavano a distanza di sicurezza. Sono salita a casa e ancora tremo dalla rabbia.

            • Qualche giorno fa ho personalmente, cioè a due metri una dall’altra, detto alla vicina con un treenne di non badare ai vicini che le intimano di risalire quando è fuori col bambino da sola nel cortile condominiale.
              Alla mia coetanea con il barboncino ho invece detto – pure un filo trollante – che lei e il cane DEVONO uscire perché merda in cortile sotto le finestre anche no.
              Siamo all’assurdo eppure qui non manca campagna dove andare.
              Ne usciremo solo tutti insieme e senza teste di cazzo.

              • Alla fine sono uscita con i figli e abracadabra e’ arrivata una macchina dei vigili che mi hanno detto che non si puo’ andare nei parchi! Eravamo al parco. Quando sarcasticamente ma camuffata da idiota ho chiesto se va bene camminare con 2 bambini lungo una strada trafficata va bene ha detto di si, sorridendo.

                Stesso oggi pomeriggio mio vicino e’ stato multato 400 euro perche’ stava attraversando il parco sempre lo stesso NOCI a Bologna dopo aver preso le sigarette e gli hanno contestato il fatto di non aver valido motivo! Da casa nostra abbiamo visto 3 ragazzi al parco multati pure loro.

                Ha detto che non paghera’ a fara’ ricorso…siamo oltre il delirio.

  43. Quindi la solita opacita’ e ambigiuta’ italica.

    Parco dei noci qui a Bologna e’ particolarmente sorvegliato e questi veicoli in borghese mi inqietano non poco. C’e’ un divieto de facto a non fare un giro e sinceramente vorrei proteggere i miei bimbi dai incontri inqietanti con esaltati rappresanti delle forze del ordine. (Sic).

    Ripeto le mie preoccupazioni che trovano piu’ riscontro nell stampa non mainstream anglofona che il virus sia un pretesto per toglierci diritti e liberta’. Qui in Italia siete cosi sicuri che finita “l’emergenza” vi ridiano i diritti che hanno tolto ora? Un saluto.

  44. Cresce la mobilitazione per liberare i bambini dalla paranoia che non consente loro nemmeno un’ora d’aria. Qui un resoconto, certamente parziale, di cosa si muove.

    • Il professore Didier Raoult, microbiologo e in prima linea nel trovare una cura efficace contro il covid, riguardo il “lockdown” parla di “improvvisazione sociale” con effetti collaterali incalcolabili. Cito da Le Parisien:

      “Vous pensez que le confinement de la population ne sera pas efficace?

      Jamais on n’a pratiqué ainsi à l’époque moderne. On faisait ça au XIXe siècle pour le choléra à Marseille. L’idée du cantonnement des gens pour bloquer les maladies infectieuses n’a jamais fait ses preuves. On ne sait même pas si ça fonctionne. C’est de l’improvisation sociale et on n’en mesure pas du tout les effets collatéraux. Que se passera-t-il quand les gens vont rester enfermés chez eux, à huis clos, pendant 30 ou 40 jours ? En Chine, on a rapporté des cas de suicides par peur du coronavirus. Certains vont se battre entre eux”. (trad. It in parte: “[…] L’idea di una zona per bloccare le malattie infettive non ha mai dimostrato la sua prova. Non sappiamo nemmeno se funziona. Si tratta di improvvisazione sociale e non si possono misurare affatto gli effetti collaterali. Cosa succederà quando la gente rimarrà rinchiusa a casa a porte chiuse per 30 o 40 giorni?” […])

      L’intera intervista su Le Parisien, in cui egli afferma l’efficacia del trattamento medico con clorochina più azitromicina e critica le lungaggini e le incertezze del mondo burocratico e politico per l’uso su larga scala, si trova trascritto qui > http://fdgpierrebe.over-blog.com/2020/03/interview-du-professeur-didier-raoult-sur-le-covid-19.html

  45. Buongiorno, vi leggo da molto tempo ma non ho mai commentato. Vorrei aggiungere ora un elemento : così come per i bambini, lo stesso problema si pone per le persone, anche adulte, con gravi disabilità cognitive e relazionali e le persone psichiatriche. I CST sono chiusi, e per la stragrande maggioranza di casi non sono stati sostituti da interventi domiciliari. Le persone che avevano inserimenti socio- occupazionali sono state lasciate a casa da subito, sostanzialmente rinchiuse senza nulla da fare.Il tutto con la motivazione ,in cui c’ è del vero ,per carità, che le persone disabili sono più fragili e più esposte al contagio, e di conseguenza gli operatori. Io sono un’ educatrice professionale, lavoro su progetti personalizzati e su rapporti uno a uno, e ,in accordo con le famiglie,ho continuato a lavorare. La salute non è solo assenza di malattia, ma è benessere psicofisico, delle persone disabili e dei loro familiari, che rischiano di trovarsi in situazioni che, da precarie, possono diventare esplosive e compromettere per sempre fragili equilibri faticosamente raggiunti. Grazie, Paola

  46. E’, purtroppo, sempre la solita medesima questione “degli ultimi” e di chi se li incula (scusate il termine).

    Segnalo inoltre che “Cronache dal pronto soccorso” porta ad un “errore 404”.

  47. nel frattempo quotidiani nazionali come ‘la repubblica’ pubblicano autorevoli opinioni di pedagogisti la cui competenze non è evidentemente supportata dal buon senso e dall’esperienza – per non parlare del termine ‘resilienza’, si dovrebbero riaprire le miniere di sale solo per verificarla in coloro che se ne riempiono la bocca. non solo i decreti e le ordinanze dovrebbero essere guidate dal principio guida della punizione e della rappresaglia collettiva – con i cittadini di un paese democratico trattati alla stregua di irresponsabili e minorati mentali – ma le colpe dei padri devono ricadere sui figli.

  48. Concordo. È molto probabile che il messaggio subliminale fosse quello di “inquadrare” sin da ora i bambini nella nuova dimensione dei lockdown a singhiozzo. In pratica dovremmo abituarli, essendo loro più duttili, ad una sorta di compressione a yo-yo delle nostre e loro libertà individuali. Ma é ovvio che il confine tra motivazioni reali e necessarie e pretesti/arbitri non sarà più netto e ciò che oggi sembra ineluttabile ( ne siamo certi?) potrebbe diventare la scappatoia per evitare di affrontare riforme strutturali e profonde del nostro sistema. È molto più semplice rinchiudere tutti tra quattro mura e tappezzare le strade di militari piuttosto che smantellare e ricostruire uno Stato migliore.

    • Ma scusate, voi non l’avete visto “La vita è bella”, il film che tutto il mondo ci invidia? Lì si dimostra che un bambino, se ha un genitore in gamba, sta benissimo pure in un campo di sterminio. Quindi, di che vi lamentate? I bambini si abituano. E a certi pedagogisti non viene nemmeno in mente che proprio quell’abituarsi è il problema. Così come ci si può abituare a leggere un quotidiano come Repubblica. Tra l’altro, mi chiedo, ma se i bambini stanno bene sempre e comunque, a che diavolo servono i pedagogisti?

      • Ormai siamo catapultati nell’oscurantismo. Mi pare di aver letto che, gentile concessione, sia di nuovo possibile acquistare articoli di cancelleria che erano stati estromessi dalla lista dei beni di prima necessità. Tuttavia credo che la grazia sia stata motivata dalla considerazione che così i più piccoli potranno continuare a disegnare arcobaleni ed unicorni ed i genitori non romperanno più le p*** per farli uscire. Del resto chi non vorrebbe barattare un’ora di sole, luce, aria ed arcobaleni veri con un foglio di carta e matite colorate? Si stanno confinando le persone in uno stato di alienazione spaventoso. Ieri mi è sembrato persino di scorgere uno spot sull’importanza dell’esercizio fisico: da praticare rigorosamente #acasa manco a dirlo…mi sono domandata con terrore: “ ma trovano pure il tempo per questi spots del filone pubblicità/progresso? Ma poi perché? Quanto deve durare il regime di 41bis se arrivano a consigliare tutta una serie di ca***te per tentare di dimostrare che ogni attività umana può essere svolta nella nuova modalità reclusione-on?”

        • Parola chiave: ALIENAZIONE. Io mi sento alienata gia’ agli arresti domiciliari. I bambini mostrano chiari disturbi comportamentali che non saranno facilmente risolti.

          E nel frattempo c’e’ stato un’altro trasferimento di richezza dal basso verso alto come nel 2008. Mi sa il vero motivo per questa emergenza.

          E’ utile rispolverare “The Shock Doctrine” di Naomi Klein.

        • Ho visto anch’io quello spot, e stavo per distruggere l’incolpevole televisore. Sarebbe meglio se pubblicizzassero i comportamenti sicuri da tenere tutti per ricominciare a vivere e lavorare con pochi rischi.
          Si sa poco su come siano avvenuti i contagi (in parte è comprensibile: difficilmente si possono avere certezze al riguardo), ma mi pare che la maggior parte sia avvenuta in luoghi chiusi dove i malati soggiornano a lungo e il virus può ristagnare: ospedali, circoli per anziani, case di riposo e chissà, probabilmente anche abitazioni. Quanti contagi sono avvenuti all’aria aperta? Personalmente non ritengo che passare di fianco a un malato per 5 secondi per strada mi esponga a chissà quali rischi di contagio, a meno che non mi tossisca in faccia.
          Quanto a “La vita è bella”, la penso come Liliana Segre, anzi, forse anche peggio.

  49. Ho impiegato forse più tempo del necessario a scrivere perché credo di essere ancora in qualche modo scioccato da quanto accaduto. Ben prima della stretta ulteriore iniziata in Emilia Romagna dal caro sceriffo con occhiali a goccia, in tempi quindi di passeggiata permessa, mi è capitato proprio davanti casa mia, si e no 70 mt in linea d’aria di essere verbalmente aggredito in compagnia di mio figlio di 4 anni. Eravamo semplicemente in bicicletta, cosa permessa, fermi per prendere fiato su una panchina nel viale alberato davanti casa, cosa permessa, e letteralmente da soli. Dalla volante scende un poliziotto armato con mascherina ridicola indossata pure male che vaneggia sul “non avete capito niente, tra un pò chiudono tutto, dobbiamo fare come la Cina etc”. Ora, ero chiaramente combattuto tra il rispondere e il non far agitare mio figlio, dopo due parole che il poliziotto non ha voluto sentire ho mestamente risposto “ok vado a casa non si agiti”. Difficile rispondere ad un bambino quando ti chiede “papà cosa abbiamo fatto? abbiamo rubato qualcosa? la polizia non insegue i ladri?”. Ora, quelle volte che esco e me lo porto appresso per non farlo morire soffocato in casa, mi chiede sempre se ci insegue la polizia…adesso, non voglio buttarla sul melodramma, ma ci rendiamo conto? nello stesso giorno cosa simile accaduta ad una amica con il bambino addirittura neonato col passeggino e fratellino di 4 anni. Avranno certo più resilienza di noi, come va di moda dire oggi, ma i bambini non sono solo spariti dai decreti, sono diventati criminali.

    • E quel caro sceriffo ora dice che “secondo me” chi percepisce il reddito di cittadinanza non puo’ avere il bonus inps!!

      Cmq si’ far sentire i bambini come criminali e’ da criminali.

    • Episodi di questo tipo in effetti lasciano scossi. Il problema è che senza accorgercene ci siamo ritrovati In brevissimo tempo a passare dal “distanziamento sociale” ( che poteva avere un senso) alla quarantena generalizzata senza se e senza ma. L’ azione repressiva serve non solo a far cassa ma anche a stendere una coltre di omertà sopra le vere falle nella gestione dell’emergenza sanitaria che ovviamente non sono addebitabili ai cittadini ( o forse sì, almeno in parte, se pensiamo a chi ha legittimato certi personaggi). Ho già espresso il mio pensiero riguardo il buon senso che dovrebbe improntare l’azione dei cd controllori. Evidentemente ai più difetta. Ad ogni modo in Italia riusciamo a far nascere una selva di opinioni anche su ciò che sembra scontato avere una sola chiave di lettura. Psicologi e pedagogisti e neuropsichiatri infantili già vanno l’uno contro l’altro. Chi ritiene che i bambini avranno delle conseguenze non trascurabili e chi minimizza e li descrive come piccoli guerriglieri da immolare sull’altare della causa nazionale.

  50. Pare che a Bolzano ti multino anche se esci nel tuo giardino privato.

    https://nitter.net/vian_lor/status/1244555935923740672#m

  51. Avrete letto anche voi sui giornali on line la notizia che, con una nota ai prefetti da parte del Viminale “È da intendersi consentito, ad un solo genitore, camminare con i propri figli minori in quanto tale attività può essere ricondotta alle attività motorie all’aperto, purché in prossimità della propria abitazione”. Un solo genitore, perché? Dove sta il problema da un punto di vista sanitario se le stesse persone che condividono lo spazio in casa escono a fare una passeggiata? L’ho già scritto nel post dedicato: qua a Vienna – ma anche in tutta l’Austria e anche nei Land che sono in quarantena stretta – le persone che fanno parte dello stesso nucleo familiare e che vivono insieme posso uscire insieme per fare una passeggiata. Mi pare logico. In Italia no, pare che si voglia segnare, segnalare, l’eccezionalità della cosa: potete uscire coi bambini ma non come vorreste voler fare. Non so se questa de La stampa è una citazione o un lapsus del titolista: “Garante Infanzia: l’«ora d’aria» ai bambini possibile, con cautele”. https://www.lastampa.it/cronaca/2020/03/31/news/coronavirus-circolare-del-viminale-si-alla-camminata-genitore-figlio-no-al-jogging-1.38661534 Magari esagero eh, però dai hanno concesso “L’ora d’aria” ai bambini, quanta saggezza e quanta magnanimità.
    E continua l’uso del termine “prossimità”, quindi che tipo di passeggiata si potrà fare? Chi lo decide?

    • La notizia è confermata, la danno diversi giornali e anche le agenzie di stampa:
      https://www.agi.it/cronaca/news/2020-03-31/coronavirus-genitori-figli-jogging-8052514/

      La concessione, di per sé, è poca cosa, ma almeno si inizia ad ammettere che l’uscita insieme a un convivente non mette a repentaglio la salute pubblica.
      Il termine “prossimità” lascia un margine all’interpretazione che può essere sfruttato anche a proprio vantaggio (prossimità = il proprio quartiere). Sempre che governatori e sindaci in cerca di visibilità non intervengano con delibere e ordinanze a specificare che “prossimità = 100 metri” o altre simili assurdità.

      • È un primissimo risultato, piccolo e limitato, ma importante per genitori e figli che potranno rimettere il naso fuori di casa con una pezza d’appoggio anche formale per opporsi a eventuali vessatori in divisa. Vediamolo come un centimetro di libertà riguadagnato. Significa che la pressione l’hanno sentita, erano partite diverse lettere aperte e petizioni, alcuni giornali avevano parlato della mobilitazione… E poi ci sono stati tanti segnali, nei giorni scorsi, a dir loro che non possono sempre e solo tirarla, ‘sta cazzo di corda.

        • È un risultato, che attenzione non modifica un decreto esistente, ma conferma ciò che per me era già ovvio: se adulti e cani hanno il diritto di passeggiare nel marciapiede sotto casa, ce l’hanno anche i bambini, che altro modo non hanno di farlo se non in compagnia di un adulto. Per me non cambierà nulla perché ogni giorno faccio questo piccolo gesto di “resistenza” per la salute dei miei figli. C’è da sperare però che il concetto entri anche nella testa dei milioni di genitori che tengono i bambini segregati da settimane. I commenti che ho letto sul web lasciano però poche speranze “le mamme si metteranno a chiacchierare” (mamma = donna frivola priva di raziocinio). “I bambini correranno verso gli altri bambini” (ma se non riuscissi ad evitare che i miei figli corrano dove vogliono per strada, sarebbero già finiti sotto un camion da un pezzo). Si continua con l’idea dell’italiano da educare e addestrare, se chiedo che i miei figli possano passeggiare con me si dà per scontato che io li mandi a scambiarsi baci coi passanti, e quindi mi si vieta di uscire. Stanno limitando la nostra libertà non perché ce ne sia bisogno, ma perché non ci considerano in grado di gestirla. E lo ammettono candidamente.

          • Ci considerano criminali a priori. E’ l’essenza profonda dello stato sabaudo, passata al fascismo e poi – appena un po’ edulcorata – alla repubblica nata dalla resistenza. Dobbiamo dividere ciò che sembra unito, e unire ciò che sembra diviso. In particolare dobbiamo spiegare e rispiegare a tutti quelli che conosciamo che ci sono due virus in azione, covid19 e cossiga77, e il secondo agisce nel cono d’ombra del primo

      • Il problema è che situazione locale è un caso a sé, cambia da zona a zona, da strada a strada, quando giri l’angolo, perché dipende da chi incontri, di pattuglia o sui balconi, perché ognuno assembla a suo piacimento i pezzi a caso dalla miriade di provvedimenti, notizie, ordinanze che gli sono arrivate.
        Noi ad esempio abbiamo chiamato al comune di San Lazzaro un paio di giorni fa (quindi prima del “chiarimento” del Viminale) chiedendo lumi sul concetto di prossimità, per prenderci fino all’ultimo metro che ci spettava. Ci hanno risposto bambini si, ma comunque nei 200 metri già indicati da chissà quale delle ordinanze della sindaca.
        Ora è arrivata la nota del Viminale, ma purtroppo non credo che siamo tornati ad un più largo prossimità=quartiere, o perlomeno non per il vigile X di san lazzaro, né per quelli appollaiati sui balconi. Proveremo.

    • In FVG vietato era e vietato resta, perché “tu sai chi” non permetterà mai più a nessuno di uscire di casa.

      • La mia teoria è che costui sia un vampiro che non può esporsi alla luce del sole, e che ora abbia trovato il pretesto per costringere, con la forza e col ricatto, tutti gli abitantoi della regione a condividere la sua orribile condizione.

    • Io mi sforzo lo giuro, ma una laurea in giurisprudenza ed un titolo di Stato non sono per me sufficienti per capire il senso di questa produzione normativa senza fine tra decreti, ordinanze, circolari che mancano totalmente di senso logico. Faccio un ragionamento terra terra: il fine di queste norme dovrebbe essere quello di contenere la diffusione di un agente patogeno tramite la limitazione dei contatti stretti tra gli esseri umani. In questa ottica perchè è consentito ad un solo genitore uscire con ii propri figli/figlie e non ad entrambi? Per evitare che troppe persone insieme stiano fuori casa? E perché bisogna rimanere in prossimità quando magari, allontanandosene, si può fruire di spazi più ampi e sicuri? E se il minore convive anche con altri parenti questi ultimi perché non potrebbero accompagnarlo? Getto la spugna. È uno sforzo troppo grande cogliere il senso di scelte che mi appaiono dettate solo dall’intento di costringere le persone in un angolo senza possibilità di reazione. Ormai bisogna implorare per vedersi concessi sacrosanti diritti che non inficierebbero in alcun modo l’efficacia di misure razionali. Nella maggior parte dei luoghi di lavoro vi assicuro che nessuno controlla se vengano rispettate distanze etc etc. Ho letto che è stata presentata una ulteriore petizione per consentire ai ragazzi affetti da autismo di uscire magari con un nastro i blu indosso come lasciapassare e segno di riconoscimento per evitare che le persone inveiscano loro contro per strada. Mi sono venuti i brividi.

      • Secondo me è possibile fargli rimuovere anche quest’assurdissima limitazione.

        • Yay. Ma se iniziano a correre, saltellare, hop, skip, jump, ballare, agitarsi bisogna fermarli senno potrebbe essere interpretato come gioco o sport quindi multa! Hilarious.

          • La circolare dice che l’uscita coi bambini «può essere ricondotta alle attività motorie all’aperto», c’è abbastanza margine per stoppare le velleità di eventuali sadici in uniforme. Certo, qualcuno avrà la faccia di tolla per dire: «camminare sì ma saltare no!» ma non regge, l’eventuale sanzione sarebbe impugnabilissima e annullabile.

            • Prima sono andata con mia figlia a Lidl (che divertimento!) e stavamo trotterellando pero’ le ho detto che dovevamo stop perche’ magari poteva essere interpretato come jogging!

            • Sui social sta già esplodendo l’indignazione: “15 giorni di sacrifici buttati nel cesso!”, “avete rotto con questi bambini!”, “volete ammazzarci tutti!” ecc. ecc.

              • Tifiamo Instant Karma.

                «Instant Karma’s gonna get you
                gonna knock you right on the head…»

                • E per l’ennesima volta De Luca è in perfetta sintonia con Fedriga.

                  “Coronavirus, De Luca contro il Viminale: “Gravissimo il sì a passeggiate e jogging””

                  A dimostrazione che tra PD e Lega non c’è differenza.

                  • De Luca già il 13 marzo diceva questo:

                    “E’ assolutamente vietato. Abbiamo avuto comunicazioni confuse anche dal Governo Nazionale. Chi non si adegua, cioè chi è in giro senza motivo, è passivo di 3 mesi di carcere e di un’ammenda fino a 200 euro. Queste misure ancora non vengono messe in atto dalle forze di polizia e dalla municipale. Anzi da Roma abbiamo avuto comunicazioni sbagliate. Non si può camminare per strada, nemmeno a un metro di distanza.”

                    Capito? Il governo non è vago, il governo non è impreciso: il governo sbaglia, e quindi decido io

                    E poi continuava:

                    “Allora noi cercheremo di prendere qualche misura in più. Sto preparando un’ordinanza, che ribadisce che non solo è vietato camminare per strada senza motivo di urgenza. Costringeremo tutte le persone individuate a fare una quarantena di 15 giorni. Poi se saranno beccati fuori casa sono passibili di sanzioni penali. C’è un 10% di responsabili che vanno neutralizzati e messi in condizione di non nuocere”

                    A me sembra un pochino illegale! Di sicuro, è stato controproducente:

                    Il caso: medico rianimatore e runner messo in quarantena: “Ma rispettava le regole”

                    “Appartiene alla categoria più preziosa ( e sotto tensione) in questo momento, del Paese. Non è solo medico e cardiologo, ma è un rianimatore napoletano e lavora in uno degli ospedali di trincea della Campania. Ma il dottor A., chiamiamolo così, non potrà più andare a lavorare per ben due settimane: perché è stato bloccato, denunciato e spedito in quarantena dai carabinieri. Che, nella zona collinare di Napoli, ieri mattina, lo hanno all’istante colto in flagranza tocca sintetizzare così, sebbene possa apparire tragicomico – mentre svolgeva “attività motoria” peraltro da solo e a poca distanza da casa sua. Una circostanza, quest’ultima, che il governo nazionale prevede e la “nuova legge” del governatore De Luca no.”

                    Ma insomma, le leggi, chi le fa in Italia? Il parlamento l’abbiamo messo in frigo, ma almeno il governo servirà a qualcosa?

                  • Sempre De Luca:
                    “Considero gravissimo il messaggio proveniente dal Ministero dell’Interno, relativo alla possibilità di fare jogging e di passeggiare sotto casa. Si trasmette irresponsabilmente l’idea che l’epidemia è ormai alle nostre spalle. Si ignora tra l’altro, che vi sono realtà del Paese dove sta arrivando solo ora l’ondata più forte di contagio. Si rischia, per una settimana di rilassamento anticipato, di provocare una impennata del contagio”. Insomma siamo tutti una massa di irresponsabili.

        • Non riesco a metabolizzare l’ingiustizia. I bambini non possono uscire con i genitori o comunque con le persone con cui convivono (si parla di genitore… siate certi che qualche “zelante” controllore avrebbe da obiettare ad esempio se lo trovasse insieme al/la compagno/a convivente del proprio genitore) però è consentito che più operai edili si spostino da un cantiere ad un altro in macchina insieme e senza che il datore di lavoro abbia fornito loro le protezioni. Perché questo è ammesso e se io esco con un figlio e un altro convivente e/ o genitore dovrei essere sottoposta ad una sorta di interrogatorio?

      • Posso divertirmi a interpretare le motivazioni del legislatore?
        Perché è consentito uscire a un solo genitore? Perché il tutore dell’ordine e i suoi coadiuvanti (leggasi sentinelle alle finestre) devono poter individuare prontamente i trasgressori. Se entrambi i genitori escono col bambino, come si fa a capire anche da lontano se si tratta della legittima coppia genitoriale o se sono due sconosciuti intenti ad assembrarsi?
        Perché bisogna rimanere in prossimità? Perché se ti allontani dalle abitazioni e ti infratti nel sottobosco ti perdono di vista e per poterti controllare devono sguinzagliarti dietro i cani o cercarti coi droni.
        Se il minore convive con altri parenti… Acc, credo che non abbiano considerato questa eventualità. Scommetto che verrà emesso a breve un ulteriore chiarimento per dirimere la questione.

  52. […] Da italiana in Svezia, sono tanti gli interrogativi che mi vengono posti in questi giorni, soprattutto a seguito dell’articolo recentemente pubblicato da Repubblica.it, ma anche a quello precedente sullo stesso tono de Il Fatto Quotidiano, dove si è dato risalto anche a un certo sprezzo del pericolo combinato a una svalutazione di chi, influenzato da ciò che accade in Italia, ha preferito da subito un comportamento cauto e orientato all’autoisolamento. Dico subito che io sono tra questi: in una sorta di ossequio della legge a distanza, mi sono attenuta alle disposizioni italiane mitigate da un buon senso nordico: nessun contatto ravvicinato e frequentazioni di negozi solo per beni di prima necessità, ma libertà di uscire per passeggiare osservando distanze di sicurezza. L’idea che centinaia di migliaia di bambini italiani siano tappati in casa senza poter prendere una boccata d’aria – che per la prima volta sarebbe persino pulita e non solo quel mefitico aerosol che offrono le metropoli italiane – è un pensiero doloroso, di cui ha ben scritto Rosa S. ospitata dal sito della Wu Ming Foundation. […]

  53. https://www.repubblica.it/cronaca/2020/03/31/news/coronavirus_nuova_circolare_viminale_si_camminata_genitore_figli-252804987/

    L’ultima parte dell’articolo che cita la circolare è tragicomica. Si arriva addirittura ad introdurre le proporzioni matematiche. C’è al Viminale non operassero menti eccelse si era capito da molto tempo ma ormai siamo al delirio.

  54. Appena visto su Ansa che i governatori sono allarmati perché temono le strade possano riempirsi (!) E il solito Gallera parla di “circolare folle e insensata”.

  55. https://www.unionesarda.it/articolo/news/italia/2020/04/01/passeggiate-genitore-figli-crimi-limitazioni-restano-nessuna-scus-137-1003950.html

    Attenzione, gli adolescenti non hanno necessità di alcuna “ora d’aria”. Non si sa mai che qualcuno avesse pensato di farli deambulare in uno spazio meno ristretto della propria abitazione. Arriveremo a trovarci qualcuno in soggiorno per misurare i metri quadri per stabilire se uscire sia o meno una necessità. Uno degli aspetti che mi irrita maggiormente nella comunicazione istituzionale è proprio questo tono tra l’autoritarismo e il paternalismo. Ma poiché intervenire laddove veramente sarebbe utile ( ospedali, rsa) nonché assumersi le proprie responsabilità e giustificare la permanenza sugli scranni del potere è un po’ più complesso meglio minacciare i cittadini.

    • Fanno schifo oltre ogni limite. «Nessuna scusa». Ragazze e ragazzi di 15 anni (come mia figlia) secondo costoro non stanno soffrendo abbastanza, non meritano nemmeno «l’ora d’aria»… e ci tengono a dichiararlo! Non sia mai che possa sfuggire l’occasione di mostrarsi iper-zelanti nel proprio approccio vessatorio e sadico. Approccio nel quale si esprime tutta l’adolescentofobia di una società attempata e rancorosa. La stessa adolescentofobia che nel corso del 2019 ha alimentato le critiche più odiose ai nuovi movimenti di lotta sul clima. Chi ridacchiava per l’ennesimo meme contro Greta Thunberg ha l’occasione di riflettere su cosa c’era dietro quella roba.

      • Gia’ mi sembravano legittimamente incazzati gli adolescenti prima figurararsi dopo quest’ennesimo maltrattamento e abuse dalla parte del potere che glu ha negato un futuro decente.

      • Sull’adolescentofobia e su come questa societa’ sta trattando gli adolescenti si potrebbe scrivere per giorni. Controllo e medicalizzazione di ogni forma di disagio sembrano essere diventati degli imperativi. Non si colgono minimamente i conflitti e le contraddizioni sociali in cui crescono. La scuola destituisce qualsiasi forma di pensiero critico inculcando un profondo senso di inadeguatezza alla prima insufficienza in una qualche materia… ma non voglio finire OT

  56. In Italia, salvo rare eccezioni, i mezzi di informazione dominanti stanno contribuendo in maniera palesemente dolosa ad alimentare la tensione sociale.
    Ecco serviti i novelli untori: gli adolescenti. Pericolosi esseri dediti alla sedizione ed alla rivolta che hanno osato ( e con successo) sfidare i potenti della Terra.
    Quale miglior pretesto per punirli? Il virus lo ha creato la Natura, non credo alle teorie complottiste, ma la maggior parte dei Governi del globo lo utilizzerà come titolo per attuare varie forme repressive con ampio consenso delle masse è ormai evidente.

  57. Nella provincia di Piacenza non si puo’ passeggiare coi bimbi, pare. E neanche in Lombardia..

    • Si, esatto. Lo ha affermato orgogliosamente stamattina Fontana. Dicendo che da lì a ritrovarsi tutti fuori il passo è breve. Non è una citazione testuale, ma questo è il senso. E ha pure azzardato recriminando, in maniera vittimistica, di avere ben gestito la situazione… e non grazie al governo centrale… non so, così, magari se lo ripete molte volte poi qualcuno gli crederà. Un modo totalmente disonesto per auto assolversi ed assolvere la classe di governo che sta gestendo questa situazione nelle regioni del nord, le più colpite. Per far dimenticare il problema dei tagli alla sanità. Qualcuno se la potrebbe anche bere. Vediamo.

  58. Posso dire cazzo? (Cit.)
    Messaggio ricevuto nel gruppo dell’asilo: “BAMBINI IN LIBERA USCITA? NON IN SICILIA, ATTENZIONE!
    La circolare del Ministero degli Interni in materia di passeggiate genitori-figli, non è applicabile in Sicilia dove il divieto è assoluto, in forza dell’ordinanza del Presidente della Regione Siciliana:
    Ordinanza del Presidente Musumeci n 6/2020 Articolo 1:
    (Ulteriori misure urgenti per il contenimento del contagio)

    1. Le uscite per gli acquisti essenziali, ad eccezione di quelle per i farmaci, vanno limitate ad una sola volta al giorno e ad un solo componente del nucleo familiare.
    2. E’ #vietata la pratica di #ogni #attività #motoria e sportiva all’aperto, anche in #forma #individuale.

    PER FAVORE, COPIATE ED INCOLLATE QUESTO TESTO E FATE GIRARE OVUNQUE possiate. Non vanifichiamo settimane di sacrifici! Per favore. 😓🤦🏻‍♀️😓”

  59. Ancora una volta sono stracontenta di non fare piu’ parte di quei spaventosi gruppi whatsapp genitori.

    Sono tornata ad usare un dumbfone per uscirne e avere la scusa!!

  60. Finalmente un po’ di chiarezza. I passi consentiti sono 263. Lo dice Zaia:

    “Allora, nei 200 metri da casa si può uscire, evitando assembramenti, in solitaria o con un bimbo, 263 passi consentiti.”

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/primopiano/coronavirus_zaia_diretta_cosa_ha_detto_oggi_1_aprile_2020-5146258.html

    • Ma come si misurano? 263 passi cambiano a seconda della lunghezza degli arti e dell’ampiezza del movimento. Già li vedo gli agenti alle prese con le verifiche del caso. Non trovo aggettivi per definire ciò che ci circonda.

  61. […] Le domande sono rivolte al Presidente Massimiliano Fedriga e a tutti coloro che si sono dimenticati dei bambini nello scrivere i “decreti restrittivi” […]

    • Una guerra incivile, se posso parafrasare… vari sindaci della mia regione, non potendo rimanere indietro rispetto ai colleghi delle aree metropolitane, stanno intervenendo in tutta fretta per chiarire che “la passeggiata con il proprio figlio NO, non è concessa qualunque cosa dica il Viminale”, e ci tengono a ribadirlo acclamati dal popolo, sul canale istituzionale più idoneo per diffondere il loro verbo ovvero FB. Così il sindaco di Sassari, comune in cui sono già state avviate le indagini della Procura riguardo i casi di contagi diffusi tra sanitari ed in cui stanno trasformando le residenze per anziani in lazzaretti ( come del resto sta accadendo un po’ ovunque) e così il sindaco del mio piccolo comune di cui vi risparmio il virgolettato perché sembra partorito da un russo che cerca di imparare l’italiano. La comunicazione, per raggiungere il livello massimo di efficacia, si affida ovviamente ai soliti slogans “non uscire oggi per uscire di più domani”, “una passeggiata in meno oggi per una passeggiata in più domani” ed altre amenità su cui, per rispetto dell’intelletto di chi frequenta questo spazio, sorvolo.

    • Sogno una specie di “processo di Norimberga” per tutti gli spacciatori di bufale, ignoranza e terrore: influencer, opinionisti, conduttori di talk-show, politicanti, sindaci “decisionisti”… Veri e propri criminali, responsabili di aver piantato in milioni di cervelli idee assurde, in primis quella che il virus viaggi nell’aere come una nube radioattiva e sia in ogni luogo in ogni momento, ormai identificato con un generico «là fuori». “Norimberga” per politici e amministratori-sceriffi che hanno aizzato l’odio per aumentare la propria visibilità social. “Norimberga” per quei medici e scienziati divenuti pop star che, pur sapendo benissimo che l’idea di cui sopra è una stronzata, si sono ben guardati dallo smentirla. È solo un sogno, ma potrebbe diventare, chessò, una novella. Un cautionary tale per il futuro.

  62. E intanto in FVG:

    “(…) annuncio che ho intenzione di rinnovare la mia ordinanza in scadenza che vieta passeggiate, jogging e quant’altro se non per motivi di salute certificati. Capiamo i sacrifici che chiediamo ai nostri corregionali – ha concluso il presidente-, ma se oggi facciamo questi sacrifici, potremo tornare ad una quasi normalità in minor tempo”

  63. Sono tornata ora da un giro con i bambini durato ben 2 ore (arrestatemi) e devo dire che non ho captato ostilita’ dalla poca gente fuori e semmai ho visto alcuni sguardi teneri. Solo una vecchia con i soliti fleabags(cani) ci ha guardato male ma era cosi anche prima!

    Quindi fate uscire sti poor kids!

    • Rispondo a me stessa pero’ per dire che la mamma dell’amichetta del cuore di mia figlia non voleva far uscire la sua di figlia sul balcone per un saluto mentre passavamo a piedi perche’ al telefono mi ha detto che anche la sua bimba vorrebbe uscire e che e’ pericoloso!!!!!

      Ca va sans dire che loro hanno la tv italiana tipo canale 5 accesa SEMPRE. Mi spiace per la povera bambina.

      • Come ti capisco. Io sono un’ educatrice e seguo 2 persone disabili adulte( un uomo e una donna) con rapporti uno a uno. La famiglia della ragazza ,ricchi industriali anche loro perennemente sintonizzati su canale 5 o anche peggio ,mi ha detto che non mi vuole più veder fino alla fine del contagio. ” non è per te eh, ma sai, non voglio che nostra figlia sia infettata”, mi ha detto la madre. Stessa cosa ha detto alla mia collega che peraltro non sta lavorando, quindi non esce di casa… La ragazza mi chiama o messaggia in lacrime dalle 2 alle 4 volte al giorno ( e io sto lavorando!) dicendomi che le manco e che a casa senza far niente impazzisce. Stiamo parlando di una persona con un grave deficit cognitivo per la quale questo tempo ” vuoto” può significare un’ enorme regressione emotiva e cognitiva, nel migliore dei casi, o l’esordio di una patologia psichiatrica nel peggiore, ma neanche tanto remoto. Io ho provato a fare un discorso globale sulla salute che non è solo assenza di malattia, ma è stato inutile. La madre ha aggiunto che siccome tutti fanno dei sacrifici, li deve fare pure lei. Come se la sua vita non fosse già abbastanza difficile. È incredibile come il senso comune veicolato dal mainstream spinga delle persone che sarebbero anche in grado di ragionare a fare del male, consapevolmente, ai proprio figli, deboli e completamente dipendenti da loro, pur di non sentirsi ” trasgressori delle regole” e pur di sentirsi partecipi di questo delirio unitario e patriottico del “fare sacrifici’.

  64. Intanto anche il presidente della regione piemonte fa la voce grossa: “continuiamo con la linea del rigore”. Visto che altro non sanno fare loro continuano https://www.lastampa.it/torino/2020/04/01/news/coronavirus-il-piemonte-chiude-alle-passeggiate-genitori-figli-cirio-continuiamo-con-la-linea-del-rigore-1.38665239

  65. Ci eravamo illusi? Bene, torniamo subito in castigo. Su due delle più scandalose testate in circolazione ( corriere e repubblica) leggo che Conte avrebbe precisato di non aver mai “ autorizzato” passeggiate con i bambini. Ora mi domando se il termine autorizzazione è proprio uscito dalla sua bocca ( è più forte di me, non riesco a guardare le sue conferenze stampa) o se è frutto dells capacità di lettura del pensiero del giornalista. Perché anche le parole dovrebbero essere misurate e sinceramente mi sembra che qui siamo in pieno delirio di onnipotenza.

  66. Ciao a tutti e grazie per il po’ di aria pulita che mi fate respirare. È il mio primo commento, dovuto a voler condividere con voi due cose che mi hanno fatto scoppiare il fegato.

    1 Su Repubblica, stamane, si sono affannati a dare parola al primo esperto che potesse affossare la circolare del Viminale dicendo che no, per i bambini non è necessario uscire, si adattano meglio dei grandi (sottotesto: loro sì che vogliono uscire) essendo più (perdonatemi per usare questo termine) resilienti
    2 Stasera il Corriere ha pubblicato questa cosa incommentabile https://www.corriere.it/cronache/20_aprile_01/appello-una-mamma-iononpasseggio-aaabae68-73fb-11ea-b181-d5820c4838fa.shtml

    Non riesco ad avere la lucidità nell’elencare tutto ciò che mi fa inferocire di questa roba. Il tono, “io mi informo”, l’hashtag, il fare dei singoli casi un paradigma. Aiuto.

    • Anche io ho notato quell’articolo allucinante. Non so quanto corrisponda al vero e quanto sia pompato ad arte dallo pseudo giornalista. Me descrive un atteggiamento paradossale. Ormai siamo punto che c’è una norma, una sua interpretazione, ed il destinatario che fa? La inasprisce di sua sponte! Non sia mai che mi sia concessa troppa libertà, la riduco ulteriormente da me. “ La condanno alla pena di tre anni di reclusione” “ Troppo buono Sig. giudice, facciamo cinque!”. Altro che #iononpasseggio: #iononragiono. Poveri figli di cotanti genitori.

  67. Segnalo che nella conferenza stampa tenuta stasera il presidente del Consiglio dei ministri si è espresso sulla questione “passeggiata coi bambini” in questi termini:

    “Non abbiamo affatto autorizzato l’ora del passeggio coi bambini. Abbiamo semplicemente detto che se ci sono figli minori, quando un genitore va a fare la spesa, siccome i bambini sono gli unici che non possono uscire, si può consentire l’accompagno del minore, ma non deve essere l’occasione per il genitore di andare a spasso ed avere un allentamento delle misure restrittive.”

    Minuto 13.43 https://m.youtube.com/watch?v=d3PRkxAP96Q

    Il fuoco del discorso non è il minore ma l’adulto che accompagna. E poi a fare la spesa. Se non è un comportamento rischioso questo.

    • Conte non sa o finge di non sapere cosa c’è scritto nella circolare del Viminale:

      «è da intendersi consentito, ad un solo genitore, camminare con i propri figli minori in quanto tale attività può essere ricondotta alle attività motorie all’aperto, purché in prossimità della propria abitazione.»

      Attività motorie all’aperto, dunque; non «quando un genitore va a fare la spesa».

  68. Il risultato: porteranno i bambini al supermercato, in un luogo chiuso impossibile da sanificare correttamente (mettete i guanti anche ai bimbi per favore) dove anche gli adulti faticano a rispettare le distanze, dove possono toccare tutto, dove la forzata clausura esploderà in un tripudio di richieste con aumento dei tempi di permanenza in un luogo non proprio sanissimo e dove i lavoratori e le lavoratrici hanno i nervi a fior di pelle per oggettivi e inaccettabili problemi causati da padroni che non assumono personale e impongono turni infiniti, con dotazioni di protezione personale insufficienti e in spazi non sempre adeguati al rispetto delle distanze (bagni, spogliatoi e aree ristoro ove presenti, magazzini stracolmi con arrivi a tutte le ore, obbligo a riepire gli scaffali anche quando è pieno di clienti).

    Non era meglio un giro all’aperto?

  69. (non vorrei ma qualcuno deve commentare quella schifezza del corriere scritta da una che poco poco vive in una reggia con balconi e terrazzi a Milano e fa la morale sul non uscire. E vorrei anche l’opinione dei figli a ‘sto punto)
    Lo sapete no che quella maria volpe è quella che si occupa di tv ed è caposervizio di se stessa, vero? un caposervizio con un editore televisivo, anche.

    • Cito l’articolo:
      “Si sa come siamo noi italiani: poter fare una passeggiata coi figli, per molti significa: usciamo tutti insieme , magari chiamiamo la zia e il cuginetto che abitano qui vicino, ci diamo appuntamento e ci salutiamo in strada, tanto adesso si può, chi può dirci qualcosa?”
      E’ un tema ricorrente nei media quello dell’inaffidabilità di “noi italiani”. E poi furbi! Mai visti così tanti cani in giro; persone che non hanno mai corso in vita loro che improvvisamente sono diventati maratoneti. Dove sto io la gente è ancora iper-rispettosa delle regole. Quando si incazzeranno?

      • L’inaffidabilità del popolo bue è l’argomento apripista per qualunque dittatura. La gente è irresponsabile, quindi serve un uomo forte, regole inflessibili, l’esercito per strada.Il governo della nazione diventa il genitore autoritario di bambinetti e adolescenti immaturi.
        Però la furbizia e l’irresponsabilità vengono tirate fuori solo in maniera strumentale. E sempre generica: gli italiani, la gente, i terroni.
        Piuttosto, perché non facciamo un elenco delle 12mila aziende lombarde che in 24 ore, dopo la chiusura delle produzioni non “essenziali”, si sono precipitate a chiedere una deroga ai prefetti, pur di restare aperte? Non “i furbetti”, non “la gente”, non “gli italiani”. Un elenco di nomi, azienda per azienda, tipo di produzione per tipo di produzione, giusto per farsi un’idea. Dodicimila anche in Veneto. Per non parlare di quelle che sottobanco hanno modificato il proprio codice ATECO pur di rientrare nella categoria delle essenziali.

        • Il mio compagno lavora in una impresa edile ( codice Ateco 41.2) che avrebbe dovuto osservare lo stop, ma il datore di lavoro è anche amministratore di una altra società con codice Ateco 42 ( compreso tra le attività essenziali). Sebbene i lavoratori non possano essere utilizzati a piacimento nell’una o nell’altra società ( si configurerebbe in tal caso una somministrazione di lavoro, ovvero un illecito amministrativo) il capo ritiene di poter far operare entrambe. Considerato che la paga mensile è necessaria lui in fondo è pure contento di poter lavorare, ma io trovo che tutto ciò sia ingiusto. I cittadini virtuosi additano qualunque malcapitato capiti loro a tiro ( genitore con bimbo, fratellini tra loro, runners, passeggiatore solitario per citare solo qualche esempio), io esco sotto casa e vengo immediatamente fermata da una pattuglia di carabinieri, PDC e ministeri dicono due cose diverse su uno stesso tema , farneticano sul se, come, quando un bimbo abbia diritto ad uscire di casa. I giornali titolano “ora d’aria per i bambini si o no? e l’espressione ora d’aria non è un lapsus; altre “importanti” cariche avvertono che gli adolescenti non sono da intendersi ricompresi nella platea dei soggetti che possono mettere il naso fuori casa; gli amministratori locali restringono ulteriormente le già rigidissime limitazioni delle nostre libertà fondamentali invocando la militarizzazione del territorio. La presunta indisciplina diventa il titolo legittimante per gli arresti domiciliari inflitti a tutta la popolazione con decreti, circolari, ordinanze. Però i Padroni non di toccano, le fabbriche devono produrre anche laddove non essenziali e i datori di lavoro, loro si per davvero, possono fare i “furbi” ( termine che detesto ma a quanto pare è l’unico che i media conoscono) sentendosi legittimati a proseguire nell’attività tramite sotterfugi. È intollerabile. Leggevo, non so più neppure dove, che anche in macchina bisognerà rispettare le distanze d’ora in poi. Non fatico a credere che ciò sarà richiesto anche a soggetti conviventi, mentre sui luoghi di lavoro sarà rimesso solo al buon cuore dei padroni il rispetto delle cautele. Sono schifata ed ogni giorno un nuovo tassello si aggiunge allo sdegno.

      • Dopo aver sentito il mio fornaio, temo che la gente iper-rispettosa delle regole si incazzeranno solo con i joggers e le mamme a spasso con bambini.

  70. Nonostante quello che ha detto Conte ieri
    (“Non abbiamo affatto autorizzato l’ora del passeggio coi bambini. Abbiamo solo detto che quando un genitore va a fare la spesa si può consentire anche l’accompagno di un bambino”), leggo sul sito del Viminale (aggiornato alle 13:25 di oggi):  “la possibilità di uscire con i figli minori è consentita a un solo genitore per camminare purché questo avvenga in prossimità della propria abitazione e in occasione spostamenti motivati da situazioni di necessità o di salute.”
    https://www.interno.gov.it/it/notizie/attivita-motoria-i-figli-precisazioni-viminale

    • Queste precisazioni del Viminale non valgono nulla, come quelle fatte a voce da Conte. L’unica formulazione che vale legalmente è quella della circolare dell’altroieri:

      https://www.interno.gov.it/sites/default/files/modulistica/circolare_precisazioni_spostamenti_31.3.2020.pdf

      che nero su bianco dice:

      «per quanto riguarda gli spostamenti di persone fisiche, è da intendersi consentito, ad un solo genitore, camminare con i propri figli minori in quanto tale attività può essere ricondotta alle attività motorie all’aperto, purché in prossimità della propria abitazione. La stessa attività può essere svolta, inoltre, nell’ambito di spostamenti motivati da situazioni di necessità o per motivi di salute.»

      Le situazioni di necessità, come andare a fare la spesa, o di salute, sono esplicitamente («inoltre») presentate come sotto-casi particolari dell’attività consentita, ovvero camminare con i propri figli minori.

      Sono giuridicamente irrilevanti anche le specificazioni sul fatto che non varrebbe per gli adolescenti ecc. C’è scritto «figli minori» e non c’è nessun limite di età.

    • Si, le circolare è chiara ( per quanto si possa usare questo termine per definire simili contorsionismi dialettici), quindi Conte dovrebbe limitarsi a prenderne atto. Comunque è ormai evidente che l’intento, neppure celato, è quello di far desistere le persone. Non perché si ha paura di queste sanzioni ( nel caso mi contestassero qualche violazione farei sicuramente ricorso) ma perché non é piacevole che i propri figli assistano a scene come quelle ormai consuete. Sentirsi ordinare di “ andare a casa” ( perché badate che qui non si parla di raccomandazioni, qualunque miliare o agente di polizia usa sempre l’imperativo nel rivolgersi alle persone) magari pure con toni sgarbati non è sicuramente in cima alla lista delle esperienze che un genitore vorrebbe far vivere ad un figlio.

      • Non è in cima alla lista delle esperienze che un genitore vorrebbe far fare al figlio, ma neanche la ” segregazione”. Si tratta di scegliere, ad un certo punto.

  71. Ovvio, ma una amica mi ha raccontato che la sua bambina di dieci anni non è voluta più uscire nella piazzetta antistante casa dopo che sono state protagoniste di un episodio come tanti di quelli che si stanno susseguendo. Nessuna sanzione, ma “l’invito” a rincasare è stato così perentorio quasi a colpevolizzate la madre scellerata che la piccola non ne ha voluto più sentire.

    • Pero’ la mamma doveva avere la prontezza mentale di replicare pacatamente all’invito antidemocratico di rincasare e poi a spiegare con calma alla bambina che hanno tutto il diritto ad uscire.

      Se i giusti non alzano la voce ora per “push back” siamo fottuti.

  72. A proposito di ora d’aria, mi piacerebbe segnalare questo articolo https://comune-info.net/lora-daria/
    e questo documentario sui bambini in carcere: http://www.azulfilm.com/imprisoned-lullaby/ possibile vedere in streaming gratuito fino a domenica su questo: https://www.openddb.it/streaming-di-comunita/
    Credo sia importante per riflettere anche sui piccoli detenuti nelle carceri italiane.

  73. Io saro’ sfrontata o semplicemente di una cultura meno prona al sevilismo ma io esco orgogliosamente con i miei bimbi e non guardo in faccia nessuno.

    Serve coraggio civico anche per impartire ai bambini lo stesso. Non voglio vantarmi che sia chiaro. Peace.

    • Noi non siamo ” culturalmente proni al servilismo ” ma fra l’ infrangere una regola, cosa che stanno/ stiamo facendo in “molti”, e il metterla in discussione apertamente, c’è in mezzo un ragionamento differente che richiede, come dici tu, molto coraggio. Oppure una maturazione politica più estesa.

      • Chi sarebbero “noi”? Io non intendevo io V voi in quanto italiani! Mi riferivo alla mia cultura famigliare e educativa. Ci sono un sacco di inglesi proni al servilismo pure.

        Quale regola stiamo infrangendo dal momento che si puo’ uscire con i bimbi un’ora? A parte le eccezioni regionali etc.

        • Non stiamo infrangendo una “regola scritta” ma, evidentemente, l’ idea che ci sia un divieto in tal senso è passata per moltissime persone. Io bambini in giro non ne vedo praticamente neanche uno. Proprio oggi, una mia amica mi ha chiesto se potevamo vederci, perché suo figlio è “stanco” di vedere sempre lei e il papà. Mi ha detto che quando sono usciti ha percepito un’ atmosfera di ” riprovazione” molto forte e che a suo figlio di ” passeggiare”, o salutare via Skype gli amici, non interessa perché questo non compensa ciò che ha perso finora. Non escono perché teme di essere multata. È perfettamente cosciente della situazione, ma non abbastanza da “infrangere un divieto” o mettere in discussione qualcosa. Quando hai parlato di ” cultura ” non mi era chiaro a cosa ti riferissi, quindi probabilmente ti ho fraintesa. In ogni caso, io non vedo più persone che, prima, incontravo tutti i giorni. Ma vedo persone che si spostano per non incrociarti e che portano la mascherina anche in luoghi aperti. Vedo persone che hanno paura di uscire per strada e mettono la testa , timidamente, fuori dalla porta per assicurarsi che non ci anche siano pericoli, ” oltre al virus”. Poi, qui, c’è una strana situazione, così tante persone rispettano il lockdown che si è creata una situazione per cui i pochi/ molti trasgressori sono stranamente ” tollerati “. Non so per quanto ancora, però.

  74. Uno scudo penale per il Coronavirus: nel decreto Cura Italia spunta l’emendamento PD per sanare le responsabilità politiche

    https://www.tpi.it/politica/coronavirus-scudo-penale-medici-amministrazioni-emendamento-pd-decreto-cura-italia-20200402578347/

    …e così gli unici colpevoli di questa strage saranno i podisti e le mamme col passeggino…

  75. Vorrei confrontarmi su un dettaglio normativo forse marginale, ma che potrebbe essere essenziale per gli sventurati genitori di bambini che vivono in regioni dove sono applicate ordinanze più restrittive delle norme nazionali nell’ambito della libertà di movimento delle persone.
    Mi sembra di ricordare che Conte, anticipando o commentando il decreto-legge del 25 marzo, abbia definito più precisamente le competenze regionali sull’argomento, nell’ottica di un maggiore coordinamento tra regioni e governo. In particolare, ricordo un passaggio in cui si precisava che la validità e la fondatezza di eventuali ordinanze restrittive, in ragione di un aggravamento della situazione sanitaria o di un maggiore rischio sanitario a livello locale, sarebbero state al vaglio ed eventualmente approvate dal Presidente del Consiglio entro 7 giorni. Non ho competenze giuridiche, ma immagino che le successive ordinanze di Fedriga o De Luca, per fare un esempio, non dovrebbero essere valide se non esplicitamente approvate da Conte.
    Ho invano cercato un riscontro nel testo del decreto-legge e nelle ordinanze e nelle circolari che ne sono scaturite (ministero della salute, degli interni, etc.), come pure nei comunicati stampa o nei filmati della conferenza stampa di Conte del 24 marzo. L’unico riferimento che ho trovato è nell’art. 3, comma 1, della bozza che era circolata inizialmente:
    ‘Qualora tale misure si applichino su tutto il territorio regionale, ovvero su oltre la metà di esso o a oltre la metà della popolazione residente nella regione, la loro efficacia è limitata a 7 giorni e, entro 24 ore dalla loro adozione, è formulata proposta al Presidente del Consiglio dei ministri ai sensi dell’art. 3, comma 1, per la loro conferma con il decreto ivi previsto. Le misure di cui al periodo precedente non possono essere in alcun caso reiterate e, ove non confermate dal decreto ivi previsto, perdono comunque efficacia allo spirare del settimo giorno. Le misure reiterate in violazione di quanto disposto dal precedente periodo sono inefficaci’.
    Il testo definitivo dell’art. 3, comma 1, recita invece:
    ‘Nelle more dell’adozione dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri di cui all’articolo 2, comma 1, e con efficacia limitata fino a tale momento, le regioni, in relazione a specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario verificatesi nel loro territorio o in una parte di esso, possono introdurre misure ulteriormente restrittive, tra quelle di cui all’articolo 1, comma 2, esclusivamente nell’ambito delle attività di loro competenza e senza incisione delle attività produttive e di quelle di rilevanza strategica per l’economia nazionale.’
    Il linguaggio giuridico mi è spesso oscuro, ma ho l’impressione che il decreto-legge nella sua versione definitiva non subordini eventuali restrizioni regionali all’approvazione del Presidente del Consiglio. Mi resta però il dubbio e la segreta speranza che Conte abbia effettivamente pronunciato quelle parole e che seguirà una circolare interpretativa a questo riguardo.
    In ogni caso, a proposito di ‘esclusivamente nell’ambito delle attività di loro competenza’, alla regione non dovrebbe competere soltanto l’organizzazione sanitaria, mentre le disposizioni a tutela della salute rimangono di competenza statale?

  76. Grazie per l’analisi puntuale del decreto-legge – quando si dice ‘xe peso el tacon del buso’.
    Per quanto riguarda il rapporto stato-regioni nella gestione dell’emergenza sanitaria, in particolar modo relativamente alla libertà di movimento dei bambini, non vedo altra scelta che la disubbidienza civile.

Lascia un commento