I Satanisti ammazzano al sabato – di Selene Pascarella, 1a puntata (di 3)

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[Dopo l’inchiesta di Wu Ming 1 dell’ottobre scorso, che a sua volta aggiornava un lavoro avviato più di vent’anni fa quando ci chiamavamo Luther Blissett, riprendiamo il discorso sulle teorie del complotto e su come affrontarle, ospitando su Giap una miniserie in tre puntate scritta da Selene Pascarella.
Cosa succede quando, in un corto circuito tra informazione e indagini, gli inquirenti credono a una teoria del complotto a tema esoterico/satanico e la trasformano in una «pista» e poi in un teorema giudiziario?
Si vedrà, leggendo, che non siamo molto distanti da quel che Arthur Miller scrisse nel suo dramma Il crogiuolo, ambientato a Salem, Massachusetts, nel 1692. E si vedrà che, anche in Italia, la ricezione acritica di un certo complottismo ha condizionato alcune tra le più note istruttorie – e i relativi dibattimenti – della storia giudiziaria recente. Buona lettura.]

di Selene Pascarella *

INDICE DELLA PRIMA PUNTATA

1. Satana S.p.A e la sua «ombra»
2. Col favore delle tenebre, il (presunto) modus operandi satanista
3. I numeri della bestia
4. Di esperti senza titoli e database fantasma
5. Lucifero e le storie «sghembate»
6. Il satanista che fece incazzare Mussolini

«Chi sono, allora, i satanisti, e quali sono le loro credenze?
La loro è la setta di cui si parla di più in questo paese, la più attaccata, la più bestiale e, tuttavia, la meno capita fino a oggi»
– Peter Haining, I fatti del satanismo moderno, 1969)

Scolarette che pianificano di sterminare quindici compagni di classe con un tagliapizza, strage di gatti neri con l’unica colpa di andare in giro la notte di Halloween, minori vittime di abusi sessuali in un crescendo di disperate richieste di aiuto (quindici al giorno, cinquemila all’anno!) rivolte agli specialisti della lotta al demonio. Un giro superficiale sui motori di ricerca fotografa un’Italia atterrita dal maligno.

«Bambini utilizzati come marionette sacrificali nelle notti delle messe nere e dei riti satanici – si legge su La Stampa – Riti che la coscienza popolare tende a negare, che la giustizia fatica a perseguire e a condannare, che un esercito internazionale di Orchi vorrebbe normalizzare».

Un boom non recente in verità, considerando che la cronaca nera Italiana è attraversata dalla pista satanica fin dai suoi gialli fondativi – la saponificatrice di Coreggio, Girolimoni, il mostro di Nerola – destinata a insediarsi in pianta stabile nella narrazione gialla nostrana grazie a casi clamorosi come i duplici omicidi del Mostro di Firenze, la scomparsa di Emanuela Orlandi, l’assassinio di Simonetta Cesaroni.

Oggi l’interpretazione satanica di un delitto, nella veste  mediaticamente più neutra e commerciabile – della «pista esoterica», rientra nelle normali ipotesi investigative. L’idea che per il mondo, Italia compresa, si aggirino individui che a titolo personale e, più spesso, in ossequio a un gruppo criminale organizzato, compiono stupri e omicidi nel nome di Satana rientra negli orrori possibili.

Quasi nessuno ha visto quest’idea materializzarsi nella realtà, ma chiunque sa che potrebbe farlo, anzi lo ha già fatto. Non è necessario toccarla con mano, non bisogna neanche compiere l’atto di fede necessario a credere nell’esistenza di un bene supremo, di un creatore di tutte le cose e, di conseguenza, della sua nemesi, del suo figlio scacciato, incarnazione del male. Non serve credere che Satana esista per credere che esistano i satanisti. Da lì a supporre che il loro credo si fondi sulla violenza e sul sangue il passo è brevissimo.

1. Satana S.p.A e la sua «ombra»

A giudicare dalla quantità di attività illegali che vengono collegate alle sette dedite alla magia nera e all’adorazione demonio, la «Satana S.p.A» potrebbe essere la più grande organizzazione a delinquere dopo Mafia, Camorra e Sacra Corona Unita.

Se domani lanciassi la frase precedente sotto forma di «notizia shock» sarei ripresa dai principali organi di informazione del paese, troverei persino qualche «esperto» pronto a sostenere con numeri fumosi la mia tesi, decine di articoli che «fanno il punto» sui delitti satanisti che hanno scandito la storia d’Italia. Nessuno mi chiederebbe di fornire dati verificabili e me la caverei con i «forse», i «si ritiene», i «ci sono fondati motivi per».

Esempio di perifrasi per non dire «i negri». Sono negri, ci sarà pure di mezzo il vudù, no? Si noti anche come i fascisti riescano a essere forcaioli persino nel dirsi contrari alla pena di morte.

Non siamo nel campo dell’iperbole. Dopo la morte di Pamela Mastropietro la mafia nigeriana dedita all’omicidio rituale voodoo è balzata in testa alla classifica delle minacce alla pubblica sicurezza, tra cuori divorati e particolari morbosi destinati a essere smentiti dall’esame sul corpo ma sufficienti per un delirante exploit giornalistico.

Come sanno gli addetti ai lavori, per cavarsela dopo simili svarionate, cui non crede nemmeno chi le ha scritte, basta usare la formula giusta. Non ci sono mai cronisti che indicano la pista satanista e si assumono la responsabilità di farlo. Essa è un’«ombra» che «spunta» quasi di sua iniziativa, va a prendersi i titoloni e i riflettori. Insomma fa tutto da sola e ai professionisti dell’informazione non resta che l’obbligo di testimoniarne l’arrivo. E la partenza, quando l’evidenza ne impone il sacrificio, anch’esso costruito con un preciso rituale: l’ombra esce fuori fuoco, ma, come è sua natura, non può essere distrutta. Tornerà a fare capolino e nei momenti di stanca dell’inchiesta, passando con agilità dallo status di bufala a quello di «ipotesi controversa» o «verità che fa discutere». Insomma, se i satanisti vanno e vengono, la pista satanica è per sempre. E rispunta quando meno te lo aspetti.

Alla morte dello scrittore Andrea G. Pinketts, avvenuta il 20 dicembre 2018, i coccodrilli in memoria del «re del noir» riportavano, senza eccezioni, una circostanza tanto precisa quanto infondata: «Di lui resteranno le inchieste con le quali aveva contribuito alla soluzione di celebri casi di cronaca, come quello della setta dei Bambini di Satana».
Dal calderone di un processo conclusosi con l’assoluzione degli imputati e il risarcimento del più famigerato tra loro, Marco Dimitri, spunta la leggenda di Pinketts «infiltrato» tra i Bambini Di satana e addirittura artefice della loro incriminazione. I fatti – Pinketts si era iscritto all’associazione proprio perché la riteneva del tutto innocua, circostanza certificata dalla giustizia – si sono persi per strada. L’unica a essere rimasta è l’ombra del satanismo, che non ha bisogno di pezze d’appoggio come le assoluzioni con formula piena. Il protagonista della narrazione è trapassato e nessuno ha il tempo e la voglia di mettere in discussione la fonte, la pagina di Wikipedia dedicata allo scrittore, che è stata ripresa senza la minima verifica.

Lo scrittore Andrea G. Pinketts (1960-2018). La falsa notizia secondo cui si sarebbe «infiltrato nei Bambini di Satana» aiutando a «risolvere il caso» (!) perpetua lo stigma nei confronti di persone assolte con formula piena in tutti i gradi di giudizio e risarcite dallo Stato per l’ingiusta detenzione.

Sarebbe bastato ripescare un lancio dell’Ansa del 13 giugno del 1997, dove viene riportata una piuttosto deludente testimonianza in aula di Pinketts, definito «”infiltrato”», con significative virgolette. Dopo aver ammesso una tintura di capelli blu elettrico e un servizio in stile rock esoterico per Panorama, Pinketts, chiamato a portare testimonianze di prima mano degli orrori compiuti dagli adepti bolognesi, sgancia una vera e propria bomba: «Mi feci l’idea che la polizia avesse cose più importanti da fare che indagare su questi quattro coglioni che si trovavano attorno ad una stella a cinque punte». Di sicuro un contributo rilevante alla soluzione del caso… verso l’assoluzione.

Ciononostante Pinketts resterà, forse per sempre, «l’infiltrato» (che non è mai stato, era un membro alla luce del sole, per provocazione e per burla) che ha rivelato i delitti (mai commessi) di una setta satanica (che non è mai stata una setta ma fin dall’inizio un’associazione culturale regolarmente registrata).

Questa storia sarà la pietra su cui costruire altre narrazioni mediatiche forzate, gonfiate, se non inventate di sana pianta. Entrerà nel novero dei «tanti casi» di cronaca dove – questa la convinzione – i satanisti sono stati chiamati alla sbarra e condannati per crimini orribili come omicidio, infanticidio, violenza sessuale su minori. Oppure assolti, ma solo perché – ah, se avessi un centesimo per ogni volta che ho sentito pronunciare queste parole! – la giustizia «non ha la volontà» – magari ci sono i satanisti in divisa, i doppiogiochisti, le cellule dormienti – o le competenze necessarie a perseguirli, e rifiuta di credere all’esistenza degli omicidi rituali. Forse a causa del cono d’ombra della Chiesa Cattolica. (Ma non sono i cattolici i primi a credere nel demonio?) «Tanti casi» ai quali si allude, senza mai quantificarne il numero, che nel complesso fanno assumere all’«ombra» dimensioni apocalittiche nonostante l’assenza di riscontri nelle fonti istituzionali.

2. Col favore delle tenebre, il (presunto) modus operandi satanista

In Italia l’unico rapporto ufficiale ad affrontare la questione è il report Sette religiose e nuovi movimenti magici in Italia, redatto nel 1998 dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza e rilasciato dall’allora ministro dell’interno Giorgio Napolitano. Nel dossier si specifica l’assenza nel diritto italiano del «cult crime model» anglosassone, cioè il prototipo del delitto rituale. I crimini connessi a manifestazioni di culto sono perciò perseguiti come reati comuni. «Non risultano formalmente contestati delitti di sorta a nessun movimento religioso o magico» scrive il Dps, «Alcune iniziative giudiziarie a carico di compagini sataniste si sono concluse con l’assoluzione di tutti gli imputati, mentre altre sono ancora in corso di definizione». Il Dps si riferisce nel primo caso al processo che ha visto imputati Marco Dimitri e i Bambini di Satana e nel secondo al suicidio di Paolo Pannuzzo, la cui connessione con la presunta affiliazione a una setta non mi risulta accertata. Chiunque abbia informazioni diverse a riguardo le segnali prontamente.

La valutazione del ministero dell’interno scontenta gli esperti di crimini rituali, che ravvisano in essa la prova di una vacatio legis, mai sanata dal ’98, e bollano come datato il rapporto, superato ai giorni nostri da «ben altra realtà».

Dal momento che i dati ufficiali sono messi in discussione, corre l’obbligo per la sottoscritta di ascoltare le ragioni di chi ne offre una diversa lettura. Ma già questa operazione di partenza si rivela più difficile del previsto. Prima di chiedere quanti omicidi rituali di matrice satanica siano stati accertati in Italia e nel mondo bisognerebbe tracciare una classificazione criminologica di queste condotte omicidiarie, stabilire cosa distingue un omicidio satanista da uno rituale e dall’omicidio «semplice».

Luigi Corvaglia

Dal momento che sul tema dell’«omicidio rituale» le mie competenze di giornalista e criminologa arrivano solo fino a un certo punto, giro la palla a Luigi Corvaglia, presidente del Centro Studi Abusi Psicologici (Cesap). Mi sono imbattuta nel nome di Corvaglia leggendo un articolo di Panorama dal titolo Omicidi rituali, cosa sono e chi li commette, pubblicato il 15 febbraio 2018, in una fase in cui, a detta dell’autore, occorreva attendere per affermare che l’omicidio di Pamela Mastropietro (avvenuto il 30 gennaio precedente) potesse «definirsi un omicidio rituale». Alcune parti dell’intervista a Corvaglia mi sono parse interessanti, altre mi hanno lasciato interdetta, facendo sorgere altre domande. Quando decido di contattarlo nutro parecchie perplessità, temo che, in quanto rappresentante di un soggetto attivo nel settore della lotta alle sette, Corvaglia sposi a spada tratta la teoria del boom satanista.

Prima di iniziare l’intervista mi sento in dovere di precisare che il mio lavoro consiste in un debunking dei casi dove il satanismo è usato dai media per vendere più copie e dagli inquirenti per puntellare impianti investigativi traballanti. Lui, d’altro canto, è preoccupato quanto me, e mette in chiaro di non avere particolari macabri o inconfessabili verità shock da offrire per farmi svoltare un articolo a otto colonne e milioni di click sul web. Uno scambio che già di suo racconta molto del lavoro del giornalista e del criminologo in questi tempi dannati…

«L’omicidio rituale – mi spiega Corvaglia – è quello attuato da un soggetto o un gruppo di soggetti che uccidono una o più persone, dette vittime sacrificali, per offrirle in sacrificio ad un’entità soprannaturale in cambio di vantaggi spirituali o profitti terreni».

All’interno di questa cornice l’omicidio rituale satanico è «assolutamente minoritario e residuale rispetto a tutti gli altri». E per altri Corvaglia intende, per fare un esempio, «gli omicidi compiuti dai narcotrafficanti messicani fedeli alla «Santa Muerte», molti all’anno solo nella zona di Ciudad Juarez, legati a un culto che unisce credenze precolombiane e cattolicesimo».

Un punto di vista che già mi spiazza.

Juarez, nella mia testa, è la città dei femminicidi, un fenomeno in cui l’unica ritualità mi è sempre parsa quella della violenza patriarcale e machista. Ma è questione di angolo d’osservazione, di lenti inforcate per mettere a fuoco una realtà che non vuole assumere confini netti.
Secondo Fabrizio Lorusso, definire gli omicidi di Juarez sacrifici umani alla Santa Morte è un «modo grossolano per sviare l’attenzione», un’attività che non ha a che fare con il giornalismo investigativo ma con «l’arte di mischiare eventi e guerre diverse per cuocere un minestrone di news con chili jalapeño dentro».

Quella che io, distratta osservatrice intrisa di sottocultura pop, leggo e racconto come «Madonna di El Chapo», per chi conosce la realtà messicana, vedi Lorusso, «non è necessariamente la protettrice dei criminali e non è legata a rituali che coinvolgono “vittime” sacrificali». La Santa Muerte è una «devozione popolare che nasce nei quartieri poveri, dove il rischio e la morte sono il pane quotidiano, e nel mondo agricolo tradizionale». Si tratta di «un culto diffuso da decenni, forse da secoli, all’interno delle famiglie e custodito gelosamente dai patriarchi e dalle matriarche», quindi «non è escluso che alcuni sciamani e maghi a pagamento usino effettivamente anche la statua della Muerte per i loro rituali, così come hanno fatto alcuni famosi delinquenti arrestati in passato (Il mozza orecchie, Mochaorejas, e Osiel Càrdenas, capo del Cartello del Golfo, tra gli altri), ma questo non c’entra molto con il culto popolare che le viene reso».

L’esempio messicano fa capire che meno si conosce un fenomeno, criminologico e non solo, più alte saranno le probabilità di leggerlo, senza fondamento, come rituale e satanico. Per citare ancora Lorusso «ci si concentra su un paio di casi senza spiegare nulla, dimenticando il quadro», si diventa il classico esempio di cronista da tastiera, che pontifica dalla sua scrivania sugli insondabili misteri dell’universo e, dove non li trova, studia una narrazione che ne evoca l’esistenza (l’ombra!).

Quindi, mi dico, per capire se nel mucchio dei casi satanici farlocchi si annidi qualche vero orrore rituale, devo restare incollata alla realtà che conosco bene, quella italiana, e procedere con metodo scientifico. A partire dai tratti distintivi dell’omicidio satanista e, di nuovo, basandomi su numeri che possono essere validati.

Corvaglia mi spiega innanzitutto che magia nera e satanismo non vanno confusi e che, volendo, esistono elementi che caratterizzano il delitto ascrivibile a gruppi di satanisti o pseudo tali. «Nei casi di omicidio, la scena del crimine è spesso all’aperto e in prossimità di fonti d’acqua, per la sua funzione simbolica, e l’iconografia è piuttosto esplicita: pentacoli, 666, candele nere, etc.». Poi ci sono elementi legati alla data, «perché i satanisti criminali operano in determinati giorni dell’anno, soprattutto il sabato notte».

I satanisti ammazzano al sabato, dunque, e col favore delle tenebre, in più seminano la scena del crimine di simboli che chiunque è in grado di interpretare, come il numero della bestia. Un comportamento che mi pare in aperta antitesi con il concetto stesso di esoterismo, fondato sulla non divulgazione ai profani delle verità del culto, protette da complicate criptature, perlomeno più complesse del caprone e delle candele nere.

3. I numeri della bestia

Metto per un po’ da parte il «come» e torno a cercare i miei numeri «maledetti». Corvaglia, però, mi blocca subito: «Non azzardo mai numeri, perché l’accertamento dipende dai confini che diamo al termine “omicidio rituale”. Ad esempio, se parliamo di casi accertati, cosa intendiamo? Quelli “accertati” da qualche criminologo o quelli accertati dai tribunali?» E ancora: «I crimini della Family di Charles Manson erano omicidi rituali? Se si, erano satanici?»

I delitti rituali satanici del secondo tipo, cioè accertati dalla giustizia, spiega, «sono pochissimi», stimabili «in qualche decina l’anno in tutto il mondo». Corvaglia li definisce «un’infima minoranza, tenuto conto di quanto avviene ancora in Africa. E forse non solo. Pare che alcune bande legate alla mafia nigeriana (ad esempio, Black Axe) pratichino l’antropofagia, dato che il consumo di carne umana presenta delle implicazioni di ordine magico».

Dunque, anche se (se!) ai «forse» e ai «pare» corrispondesse un dato di realtà, si tratterebbe comunque di un fenomeno marginale ai limiti dell’irrilevanza.

Provo a restringere il campo al Belpaese. Anche qui i numeri non possono essere «azzardati». Corvaglia cita a memoria pochi casi acclarati, tutti associabili al «satanismo giovanile, quello comunemente definito “acido”. Il controverso caso delle Bestie di Satana nel Varesotto, l’omicidio della suora di Chiavenna nel Comasco [Suor Maria Laura Mainetti, assassinata nel 2000, N.d.R.] e quello della studentessa di Castelluccio dei Sauri nell’Appennino Dauno [Nadia Roccia, uccisa nel 1998, N.d.R.].»

Casi, specifica lo stesso Corvaglia, accomunati non tanto dalla matrice esoterico-satanica ma dalla vicinanza anagrafica e sociologica di chi ha compiuto i delitti: «giovanissimi», vissuti «in ambienti di provincia profonda» e «sganciati da qualunque appartenenza a chiese sataniche organizzate».

La definizione, molto usata in quest’ambito, è «satanismo fai da te» e, dichiara l’esperto, «forse ha più da dirci sul piano sociologico e psichiatrico che non su quello del satanismo».

Insomma, gli unici casi associabili con certezza al fenomeno non sono di nessun aiuto nel definirlo e quantificarlo. Incoraggiante…

Un fenomeno criminologico di portata mondiale, insisto, deve essere stato classificato da qualcuno, magari fuori dall’Italia dove gli studi forensi sono più sviluppati. Corvaglia cita l’Institute for Research of Organized and Ritual Violence in Pennsylvania. Il «data base più importante al mondo» che, mi avvisa, «ovviamente è più attento alla realtà del continente americano piuttosto che a quella italiana». Ragion per cui, deduco, non dovrei sorprendermi di non trovare alcun caso nostrano riportato. O numeri più bassi di quelli delineati da Corvaglia, dal momento che è difficile persino sapere quanti sono i satanisti «perché i gruppi non si fanno censire».

A proposito, da dove vengono dunque i dati sugli adepti? Secondo Corvaglia «dall’ambiente satanista stesso». Ma stavolta sui numeri italiani azzarda un po’ di più: «Si sa che la maggior concentrazione di satanisti è a Nord Ovest, eppure la stima degli appartenenti alle sole due Chiese di Satana di Torino, varia da 40.000 adepti a poche decine, a seconda degli studiosi e, probabilmente, dei loro interessi e fini. Gli elenchi che circolano su varie pubblicazioni, poi, sono tutti superati. Includono gruppi dismessi e mancano di quelli nuovi».

In ogni caso un censimento aggiornato non porterebbe nessuna informazione in più sul fenomeno dell’omicidio rituale o su altre tipologie di delitti.

«Fra i gruppi a noi noti – puntualizza Corvaglia – non risulta che ci siano artefici di crimini riscontrati. Certo, quelli che Marcello Truzzi definisce “satanisti tradizionali”, per lo più ciarlatani, possono organizzare gruppi che commettano reati come il vilipendio e l’occultamento di cadavere, la violenza, l’induzione, il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione, l’induzione al suicidio. Stessi reati sono spesso contestati ai satanisti “acidi”. D’altro canto, mentre alcuni di questi ultimi sono stati condannati per simili reati, l’unico caso italiano di gruppo organizzato finito in Tribunale, quello dei Bambini di Satana, è finito con una assoluzione».

Non è inusuale in ambito sociologico e criminologico che gli studiosi non siano unanimi nelle letture quantitative di un fenomeno, dividendosi spesso in due fazioni. Gli apocalittici sono convinti che il numero dei casi accertati sia di molto inferiore a quello reale per difetto di denunce e dispersione dei dati. All’appello mancherebbe il cosiddetto «numero oscuro» che farebbe schizzare in alto le statistiche.

Sull’opposto versante, gli scettici riducono tutto a una bolla mediatica, gonfiata a colpi di prime pagine e servizi esclusivi a partire, nel migliore dei casi, da un pugno di fatti realmente accaduti.

Nel caso dei delitti satanici, però, questa forbice è quanto mai estrema.

Confido di trovare risposte in Pennsylvania, o almeno nella sua versione virtuale.

4. Di esperti senza titoli e database fantasma

Corvaglia non è l’unico a parlarmi di questo centro di ricerca americano. Mi viene indicato come possibile fonte anche da Luigi Cavallo, criminologo e studioso del satanismo, autore della ricerca Riconoscere la scena del crimine a sfondo satanico. Differenze tra satanismo acido e satanismo occultista presentata nel 2016 al XXX Congresso Nazionale della Società Italiana di Criminologia.

L’opinione di Cavallo è che dovremmo «dare più importanza» al fenomeno del satanismo «perché il numero oscuro dei reati settari è molto alto e magari prendere esempio dagli Stati Uniti d’America dove esiste un’agenzia specializzata, facente parte dell’FBI, che analizza i crimini a sfondo rituale e apparentemente senza motivo».

L’agenzia specializzata è, appunto, l’Institute for Research of Organized and Ritual Violence. Basta una veloce ricerca, però, per appurare che non si tratta di un’agenzia che fa parte del Federal Bureau of Investigation. Per l’FBI ha solo svolto alcune consulenze. Non si trova nemmeno un sito ufficiale dell’ente, solo tante citazioni come firma di pubblicazioni specializzate e un nome, Dawn Perlmutter, la sua direttrice. In un articolo di Vice del 2015 la Perlmutter viene intervistata in qualità di esperta di omicidi rituali in merito a un presunto triplice omicidio rituale avvenuto a Pensacola. Presunto perché lo sceriffo locale, David Morgan, lo ha così annunciato nel corso di una conferenza stampa, dichiarando lapidario: «È stregoneria».

Dawn Perlmutter

Quando Allie Conti di Vice le chiede se gli omicidi rituali siano più diffusi di quanto la gente possa pensare, Dawn Perlmutter replica decisa: «Ho lavorato su casi in Ohio, Florida e New York. Sono internazionali e non specifici di zone rurali o città. Possono avvenire ovunque». Una dichiarazione che soddisfa sia gli apocalittici (avete sentito? «Ovunque»!) sia gli scettici («ovunque» è un altro modo per dire in nessun posto identificato o identificabile).

Numeri, ancora una volta, non ce ne sono. Allargando il campo agli omicidi rituali, Perlmutter dichiara di aver lavorato su «dozzine di casi» e di aver testimoniato in processi a essi correlati. «In termini statistici – sostiene – non penso che siano comuni come le rapine in banca, ma sono certamente più comuni degli omicidi seriali».

In base ai dati raccolti nel Serial Killer Database Research Project, frutto del lavoro congiunto di due università Usa, la Radford University e la Florida Gulf Coast University, al 2015 risultano censiti 4.068 assassini seriali in attività in tutto il mondo, responsabili della morte di 11.680 persone.

Ebbene, secondo la Perlmutter, il numero delle vittime della violenza rituale sarebbe addirittura superiore. Il modo per riconoscerli è fare caso alla presenza di simboli incisi sul corpo o dipinti sul pavimento, a particolari posizionamenti e manipolazioni dei cadaveri, alla coincidenza con date o festività rilevanti per determinati credo religiosi. Purtroppo non c’è un database per poterlo verificare, il sito dell’istituto di ricerca della Perlmutter, dove potrebbe essere disponibile, è sfuggito a ogni mio tentativo di ricerca in rete.

Bisogna fidarsi della parola di esperta qualificata di Dawn Perlmutter. I suoi titoli? Nessuna formazione in campo forense o antropologico, piuttosto un Master in campo artistico rilasciato dalla American University. È professore aggiunto nel Programma di Medicina Forense presso l’Istituto di Medicina Omeopatica di Philadelphia, nonché membro della Società Investigativa Americana sui Cold Case e della Vidocq Society, un’organizzazione dedita alla risoluzione di omicidi. Ha scritto due libri: Religious Terrorism and Ritualistic Crimes e Symbols of Terrorism.

Le sue credenziali, dunque, sono state maturate «sul campo», anche se non è chiaro come e quando. Oltretutto tale campo è parecchio vasto, dal momento che la Permutter si occupa anche di sottoculture, come il vampirismo, di terrorismo islamico e persino di satanismo & terrorismo insieme.

Clicca per ingrandire.

Mi viene in mente un articolo che ho scritto qualche anno fa per un mensile italiano dedicato ai misteri, di cui ho parlato anche in Tabloid Inferno. Un pezzo oltre il limite del grottesco in cui si riportava la teoria del complotto che vedeva Satana burattinaio occulto dell’attentato alle Torri Gemelle. Una teoria cui non davo alcun credito, messa in forma di articolo pseudogiornalistico scritto per mera sopravvivenza e solo dopo averle inoculato tonnellate di malcelata ironia. E invece ero entrata nel serissimo campo di studi della Perlmutter, senza nemmeno saperlo.

«La posizione estremista islamica secondo cui gli Stati Uniti sono il “Grande Satana”, le migliaia di rapporti del volto di Satana visti nelle fotografie del fumo che esce dal World Trade Center e la natura essenzialmente malvagia di questo atto suggerisce che il satanismo debba essere preso in considerazione.»

Così scrive la Perlmutter sulle ceneri ancora calde di Ground Zero nel 2001, creando una relazione tra la violenza jihadista e quella esoterica basata sul fatto che «il concetto di satanismo è altrettanto inquietante, spaventoso e sfuggente come il concetto di terrorismo».

Anche per pubblicazioni come questa, in apparenza scientifiche, nella sostanza del tutto amatoriali, i detrattori della Perlmutter, che per ovvie ragioni abbondano tra i membri di gruppi satanici «alla luce del sole», non vanno giù teneri nel valutare la sua credibilità nel campo delle scienze forensi (e anche dell’antiterrorismo). Diane Vera, fondatrice del New York City Satanists Discussion Group, nell’ambito delle sue ricerche sul moral panic legato al satanismo ha dedicato molte risorse allo studio degli scritti della Perlmutter e alla verifica delle sue credenziali e delle consulenze che ha effettuato. «Non mi sembra che Dawn Perlmutter abbia fatto una ricerca veramente scientifica sul Satanismo – ha scritto nel 2006 – o su una qualsiasi delle sottoculture “dark”. E le sue affermazioni su queste sottoculture sono piene dei più grossolani errori.»

Sul sito della Grey Faction, realtà creata dal Satanic Temple per «porre fine alle pratiche di cura mentale pseuodoscientifiche» che contribuiscono al «Satanic Panic» si legge: «Se Dawn Perlmutter è considerata da alcune persone un’esperta di omicidi rituali è perché si promuove come tale, non perché abbia una vera esperienza in materia».

Dalla Pennsylvania, pare, nessuna certezza. Però ci sono altri esperti, anche in Italia.

La TV dà i numeri. Giochiamoli sulla ruota di Torino.

Cavallo cita al primo posto «Massimo Introvigne, fondatore e direttore del Cesnur, centro studi sulle nuove religioni», autore «di oltre settanta testi, molti dei quali hanno per oggetto proprio lo studio dei culti settari». Subito dopo segnala Angelo Zappalà «che ha pubblicato un interessantissimo testo su delitti rituali», e don Aldo Buonaiuto «fondatore del servizio anti sette in seno all’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, che riesce a dare un aiuto concreto a chi vuole uscire da un culto distruttivo».

Un impegno che ha portato Buonaiuto a prendere posizione contro la comica Virginia Raffaele, rea di aver invocato Satana dal «pulpito» della 69esima edizione del festival di Sanremo per «ben cinque volte» nel corso di un innocuo sketch. Un appello a non scherzare con il diavolo e sul diavolo subito ripreso dalla politica: «Non sottovalutiamo il problema delle sette sataniche, con tutti i problemi connessi» ha commentato Matteo Salvini, al quale ha fatto eco il senatore leghista Simone Pillon: «Prendere in giro, ridicolizzare e invocare il maligno di fronte a un pubblico di milioni di italiani, compresi minori, è alquanto discutibile».

Corto circuito: il ministro dell’inferno condivide le «preoccupazioni» di un prete secondo cui Virginia Raffaele avrebbe «evocato Satana».

Insomma l’impressione è che siano gli esperti a creare l’emergenza, e non quest’ultima a renderli “necessari”.

Tornando alla lista stilata per me da Cavallo, restano da citare solo gli «operativi», come la Squadra Anti-sette, «un reparto specializzato della Polizia di Stato composto da specialisti di vari settori, a cui è affidato il compito di indagare su scene del crimine che presentano elementi settari».

Mi concentro su Massimo Introvigne. In base alla biografia riportata sul sito del Cesnur, Introvigne è avvocato, esperto di proprietà intellettuale, docente di storia delle religioni, consulente della polizia svedese e dell’Fbi, esperto di cultura popolare, ha fondato il Cespoc, collaboratore per diverse testate giornalistiche (Il Giornale, Il Foglio e La Stampa), militante di Alleanza Cattolica e, come, dichiarato in un’intervista a La Stampa, anche esorcista.

Massimo Introvigne

Nello scambio con Giacomo Galeazzi su La Stampa, sostiene, proprio come Corvaglia, che sia «impossibile quantificare i numeri effettivi delle sette sataniche più o meno organizzate in Italia». D’altro canto, chiarisce, il fenomeno è riconducibile a un «satanismo di basso livello», per queste sette, «la morte psichica è più importante di quella fisica».

Così, quando gli domando il numero di casi accertati di omicidio rituale satanico nel mondo, Introvigne sgombra il campo da qualsiasi dubbio:

«Fatta eccezione per una quindicina di casi nel XX e XXI secolo (trascuro qui vicende più antiche), la categoria di “omicidio rituale satanico” è ampiamente contestata. I casi in cui il movente rituale-sacrificale si presenta allo stato puro sono quasi inesistenti. Ci sono sempre altri motivi, rivalità fra leader dello stesso gruppo, questioni di droga, etc.».

E quindi addio alla mafia nigeriana antropofaga e ai narcotrafficanti che sacrificano donne e rivali alla Santa Muerte. Confermando il trend a livello locale, in Italia, «l’unico caso certo è quello ben noto delle Bestie di Satana».

Al gruppo Bestie di Satana nel 2007 sono stati attribuiti in via definitiva gli omicidi di Mariangela Pezzotta, Chiara Marino, Fabio Tollis e il suicidio indotto di Andrea Bontade, avvenuti tra il 1998 e il 2004 nel varesotto. I collegamenti con altri casi di omicidio irrisolti compiuti tra Varese e Milano, addirittura diciotto secondo la ricostruzione mediatica, non hanno mai portato a un’incriminazione dei membri condannati, tutti giovani dediti al cosiddetto “satanismo acido”, il cui collante, come ha scritto su Repubblica Ferruccio Sansa, «era più droga e alcol che Satana».

Come già sottolineato da Corvaglia, il caso delle bestie di Satana è esemplare non tanto nel mostrare la minaccia di gruppi satanisti più o meno organizzati, ma nel portare a galla un drammatico vissuto di emarginazione sociale, segnato da disagio psichico e tossicodipendenza.

Eppure da noi il movente satanista è stato preso sul serio in molte inchieste per omicidio, non solo dalla stampa, ma dagli inquirenti. Introvigne stesso ha svolto diverse consulenze in ambito giudiziario. Nel caso dei delitti del Mostro di Firenze, dove, «conformemente alla sua perizia» il movente satanico «fu escluso», e come perito della difesa di don Giorgio Govoni nel caso della Bassa Modenese oggetto del podcast Veleno.

«Purtroppo – ricorda Introvigne – don Govoni morì d’infarto nel 2000 distrutto dalle gravissime e ingiuste accuse di avere partecipato ad omicidi e abusi sessuali rituali satanici, ma in seguito la sua innocenza fu pienamente riconosciuta da sentenze definitive.»

Per concludere, i numeri ufficiali ci inchiodano a un solo caso e il principale esperto nazionale ha contribuito in almeno due processi a escludere la pista diabolica. Da dove viene, allora, questa grande apprensione per gli omicidi rituali satanici in Italia?

Ripenso a una frase di Corvaglia. «C’è qualcuno che, avendo studiato la simbologia occultista, la ritrova ovunque. Mi viene in mente un noto criminologo televisivo che non fa mai mancare la sua “pista satanica” nell’analisi dei crimini più à la page della cronaca italiana, ma, come si dice, i pazienti di analisti freudiani fanno sogni freudiani, quelli degli junghiani fanno sogni junghiani…»

E i cacciatori di satanisti evocano incubi esoterici?

5. Lucifero e le storie «sghembate»

«I giornalisti imparano presto nel loro tirocinio a “sghembare” una storia. Rivoltando una frase, dilazionando fattori essenziali, imparano a far sì che anche un semplice resoconto di avvenimento del momento non rispecchi completamente la verità, o qualche volta ne rispecchi qualcosa di più».

Quando si parla di satanismo non c’è giornalista che si tiri indietro. Il diavolo, i pentacoli, le messe nere, le orge e i sacrifici umani sono gli ingredienti della più sghemba delle storie, tutta costruita su narrazioni allo stesso tempo letterali ed esoteriche, cronachistiche e allusive. Il direttore del quotidiano Argus, Mr. Buck, protagonista del racconto di Cleve Cartmill da cui è tratta la citazione iniziale, deve scoprirlo a sue spese. Quando il suo linotipista rifiuta di comporre gli articoli dell’edizione dedicata al Dottor Evan Scott, figura di spicco della comunità, perché «è un figlio di Satana» ha l’impressione di trovarsi alle prese con uno scherzo di cattivo gusto o col risultato di qualche bicchiere di troppo.

Di lì a poco «il consigliere per le pubbliche relazioni» del Principe delle Tenebre si manifesta in redazione per «un’intervista in esclusiva» e Buck deve metabolizzare in fretta una sconcertante verità: «Alle origini della civiltà era stata fondata una società internazionale, chiamata Figli di Satana». Coloro che ne fanno parte hanno successo e non appariscente agiatezza, sono quelli che si indicano come esempio da seguire ma in realtà «promuovono invidia, insoddisfazione e disagio».

«[…] Voglio chiarire che io non ci credo.», spiega Buck dopo l’epifania del maligno, «e nemmeno voi dovete crederci». Un’edizione intera dell’Argus viene preparata per diffondere la notizia, nonostante un’oscura minaccia incomba sul giornale. L’inviato del demonio ha garantito che se notizie sui figli di Satana o persone pronte a divulgarle usciranno dalla sede del quotidiano ci si prenderà di loro «una cura scrupolosa». Un muro di tenebre circonda l’edificio, le macchine per stampare sono fuori gioco e Buck, dopo un confronto con Satana in persona, ne coglie il sublime inganno: convincere gli uomini dell’esistenza di una setta a lui votata è solo un sistema per dividerli con il sospetto e l’odio. «Sono contento che non corriate alcun pericolo» scrive ai suoi lettori nell’ultimo editoriale, «A patto… Che non crediate nell’esistenza dei Figli di Satana. Io non ci credo, lo ripeto, proprio non ci credo affatto. Voi non dovete crederci. Non dovete. Se ci credete, troverete il muro intorno alle vostre case».

Cartmill pubblica Oggi niente notizie nel 1941, cogliendo alla perfezione l’effetto perverso che la copertura mediatica degli orrori satanici porta con sé: per quanto il giornalista, in nome del raziocinio, della deontologia o del senso del ridicolo, si premuri di specificare che i fenomeni che sta descrivendo non sono reali o perlomeno verificabili, essi producono iperstizione. Le parole messe in fila per raccontarli sono gli ingredienti di una ineffabile magia rituale, finiscono per materializzarli nella vita di chi le legge e leggendole non può credervi e, proprio per questo, ci crede.

Come ogni rituale la magia segue formule standard, ripetitive, martellanti. La casa degli orrori, la tomba abbandonata, i gatti neri crocifissi, le luci al cimitero, i neonati scomparsi, le vergini violate, le orge animalesche, i sacrifici di sangue. Può cambiare la combinazione, ma la storia che evoca il muro rimane la stessa.

6. Il satanista che fece incazzare Mussolini

Aleister Crowley

Un viaggio indietro nel tempo fino al 1923 aiuta a capirlo. A Cefalù, in Sicilia, Aleister Crowley, padre del satanismo moderno, va costruendo da tre anni il suo mito di «Grande Bestia», sconvolgendo la comunità locale e attirando l’attenzione delle autorità nazionali. La villa presa in affitto dal barone La Calce è diventata l’Abbazia Thelema, fulcro di una comunità libertaria per l’elevazione spirituale che fa parlare di sé per le pratiche nudiste, le cerimonie a base di sesso e i presunti sacrifici di infanti.

Lo scandalo rimbalza dalla Sicilia all’Inghilterra dopo la morte di uno degli ospiti, il britannico Raoul Loveday, raccontata al Sunday Express dalla moglie Betty May con particolari macabri quali l’ingestione del sangue di un gatto nel corso di un rito esoterico. L’opinione pubblica insorge dall’Atlantico al Mediterraneo e Mussolini decreta l’espulsione di Crowley, «essendosi accertato – si legge nel rapporto stilato su di lui – che nella sua villa si svolgevano riti basati su pratiche di oscenità e pervertimento sessuale, alle quali partecipavano tre straniere con lui conviventi more-uxorio».

Dopo l’allontanamento di Crowley l’Abbazia continua a essere tenuta d’occhio. Un rapporto del questore aiuta a capire il perché:

«La Polizia Politica segnalò che dalla casa del Crowley in Cefalù si irradiavano notizie diffamatorie sulle condizioni dell’Italia Fascista, notizie che venivano raccolte dal servizio speciale di spionaggio del Ministero degli Esteri d’Inghilterra e fatte pubblicare su alcuni giornali».

Insomma, Crowley avrebbe dato vita al satanismo antifascista. Vero o no – c’è anche una leggenda in base alla quale Crowley avrebbe perorato invano la propria causa presso Mussolini  – nell’affaire Thelema ci sono già gli ingredienti dei gialli satanici a venire, compreso il ruolo d’’innesco dei Tabloid, la connivenza delle forze dell’ordine e la vicinanza al terrorismo.

«La polizia italiana doveva avere sospetti piuttosto fondati sul tipo di cerimonie che si svolgevano nell’abbazia, ma era oltremodo tollerante ed era ben pagata perché tenesse per sé le proprie idee. Quindi non ci diede mai fastidio di sorta. Però sono sicuro che sarebbe intervenuta se avesse avuto soltanto un vago sentore di offerte di sacrifici umani».

Dennis Wheatley (1987-1977)

A parlare è il colonnello Verney, investigatore dell’occulto, che nella novella Il sacerdote nero dello scrittore horror Dennis Wheatley cerca di scucire una confessione a un ecclesiastico sospettato di delitti rituali, spacciandosi per uno dei seguaci di Crowley passato dalla comunità di Cefalù. «Dopo che fui partito – millanta Verney – sentii dire che uno o due bambini erano scomparsi dai paesi vicini, ma sono incline a credere che si trattasse di semplici maligni pettegolezzi».

Verney bluffa, alterna spacconate su scimmie crocifisse a rassicurazioni su riti cui non ha mai partecipato, ma il suo interlocutore lo gela, alzando la posta: «Per l’atto culminante di quei rituali, non c’è niente di più efficace del sangue caldo di un neonato». La confessione tanto attesa arriva, ma è inutile. Chi può dire che non sia stata innescata dal finto racconto di Verney? Magari anche il sospettato sta giocando con lui al gatto col topo. All’ultima riga il lettore è assalito da un malessere, non sa a chi credere, se dubitare del cacciatore di satanisti o del presunto adepto.

Mentre Cartmill affronta la questione dal punto di vista giornalistico, Wheatley sposa l’approccio di quello che oggi si definirebbe un «esperto» di crimini satanici o forse un criminologo. La sua è una narrazione ibrida in cui svela – senza palesarla – la natura dei racconti di satanismo iperrealistici per i quali gode di fama mondiale. «La mia conoscenza pratica della Magia Nera è assolutamente nulla,» ha dichiarato, «e fino a oggi non ho mai assistito a una cerimonia occulta, perché lo ritengo troppo pericoloso».

I reportage satanici di Wheatley non sono interessanti solo nell’ottica di un’analisi della cultura popolare nata dalla moda del satanismo. Consapevolmente o meno, decine e decine di cronisti hanno calcato le orme dello scrittore inglese nei loro reportages su rituali «ricostruiti» partendo da dicerie o immaginati, ricavati ricamando la lettura di «vecchi trattati» e rielaborando «lunghe chiacchierate con famosi occultisti» (il metodo di lavoro di Wheatley). L’esperienza di Pinketts nell’inchiesta sui Bambini di Satana, rende del tutto attuale il rischio che la narrazione pseudoletteraria della vita all’interno di un gruppo esoterico venga presa alla lettera, entrando negli atti giudiziari.

E proprio di atti giudiziari stiamo per occuparci.

Fine della prima puntata – di 3.
La seconda sarà pubblicata
giovedì 14 marzo 2019.

* Selene Pascarella è giornalista e criminologa. Si occupa di cronaca giudiziaria ed è una grande appassionata di fiction gialla e horror. È autrice di Tabloid Inferno. Confessioni di una cronista di nera, uscito nella collana Quinto Tipo diretta da Wu Ming 1 per le Edizioni Alegre. Nel 2018 ha lanciato sul blog di Quinto Tipo (e su Medium) la serie ibrida Pozzi. Il diavolo a Bitonto.

Segui Selene su Twitter.

INDICE DELLA SECONDA PUNTATA

1. Gli orecchini del diavolo
2. Caccia alle streghe a Bitonto
3. Sbatti Lucifero in prima pagina
4. La bufala della Trinità
5. Occultisti, acidi e satanisti con la F
6. Sulla scena del crimine (satanico)
7. Occultisti vs. acidi, lotta generazionale all’inferno
8. Il Mostro e la pista esoterica
9. Tritolo & Beretta, una pista esoterica di copertura
10. Cerchi magici e piramidi tronche
11. Il metodo dei cacciatori di streghe

N.B. I commenti a quest’inchiesta saranno aperti dopo la pubblicazione della terza e ultima puntata, programmata per giovedì 21 marzo 2019.

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