Complottismi vs. potenza della letteratura. Intervista al quotidiano francese «L’Humanité», versione integrale

L’Humanité celebra il «Book Bloc» studentesco, Roma, autunno 2010.

Oggi sul quotidiano francese «L’Humanité» c’è un lungo speciale dedicato a complottismi e mitopoiesi, che prende le mosse dal fenomeno #QAnon e risale al Luther Blissett Project, includendo un’ampia intervista a noialtri, incentrata sul «che fare».

Sul nostro Tumblr si può leggere la versione integrale dello speciale (in francese).

Qui proponiamo la traduzione in italiano dell’intervista.

Potenza della narrativa | «Se un romanzo genera un tale tsunami, la letteratura è ancora importante.»

Wu Ming, il collettivo di scrittori italiani, esamina le tracce di uno dei loro romanzi, Q, seminate nel delirio QAnon. E difende una pratica politica dell’arte che sovverta, con narrazioni altre, il semplicismo dei dominanti, complottisti o meno.

Intervista realizzata da Thomas Lemahieu

Il loro nome è nessuno. Anzi, non ce l’hanno, un nome: in mandarino, Wu Ming significa  «nessuno» o «senza nome». Con questo pseudonimo, infatti, si è fatto conoscere il collettivo di scrittori italiani che interviene oggi su queste pagine. Molto noti in Italia e in numerosi altri paesi, un po’ meno in Francia, dove le loro opere sono quasi tutte tradotte e pubblicate delle edizioni Métailié, i Wu Ming si dedicano da oltre vent’anni a un’opera romanzesca eminentemente politica, sia nel contenuto sia nella forma. Firmato Luther Blissett – nome del collettivo che negli anni Novanta si impegnava a seminare il caos nel sistema mediatico italiano –, il loro primo grande romanzo, Q (pubblicato in Francia dalle Éditions du Seuil nel 2001, col titolo L’Œil de Carafa), divenne in breve tempo uno dei riferimenti dei sorgenti movimenti altermondialisti. Vent’anni dopo, è proprio quel libro, insieme alle pratiche di guerriglia comunicativa dei Wu Ming, ad apparire in filigrana in QAnon, l’ultima teoria del complotto in voga tra i sostenitori di Donald Trump. Cosa che dà loro l’occasione, in questa lunga intervista, di dirottare [détourner] e scompigliare a loro volta i racconti semplicistici dei fascisti, e di porre l’accento sulla potenza di una letteratura che possa contrastare sia le narrazioni dei dominanti sia quelle dei loro epigoni complottisti.

Quali sovrapposizioni vedete tra il vostro romanzo Q e il delirio trumpiano-cospirazionista QAnon? E come le interpretate?

Guardando al fenomeno QAnon, un nostro lettore non può fare a meno di pensare che abbia tratto ispirazione dal nostro romanzo. E molti ci hanno scritto per chiederci cosa ne pensassimo. Queste persone si dicevano frustrate, perché ai loro occhi il collegamento era ovvio, mentre i commentatori mainstream statunitensi facevano ogni sorta di congetture ma non menzionavano mai il romanzo né il Luther Blissett Project.

Con l’eccezione della Francia – dove  fu  un autentico fiasco, cosa che pregiudicò per diversi anni la ricezione del nostro lavoro –, il romanzo  è stato un best-seller in tutta Europa, ma negli USA resta poco conosciuto, per questo i media americani hanno tardato a trovare quella pista.

Non solo i riferimenti al romanzo sono difficili da ignorare – a partire dal più ovvio di tutti: lo stesso Q, coi suoi dispacci – ma sono evidenti le somiglianze tra QAnon e il genere di beffe mediatiche che organizzavamo ai tempi di Luther Blissett. QAnon sembra un’applicazione distorta del nostro “manuale di strategie” degli anni Novanta. Anche noi ci occupavamo dell’allarme-pedofilia, di abusi rituali satanici, di cospirazioni che coinvolgevano il Vaticano ecc. Anche noi adottavamo tattiche e tecniche narrative tipiche dei giochi di ruolo dal vivo, degli alternate reality games ecc.

Sospettiamo che chi ha avviato QAnon lo abbia concepito come una beffa, o un esperimento, ai danni della  destra USA, una “psy-op” direttamente ispirata al nostro lavoro. In breve tempo, per vari motivi – motivi che non erano certo imprevedibili – la beffa ha acquisito una vita propria: è diventata un gioco di ruolo fascista in cui i giocatori più influenti aizzavano la parte più credulona dei sostenitori di Trump, e a quel punto tutti hanno spinto per rendere il tutto sempre più sfrenato, assurdo, estremo, sbalorditivo. In questo modo, chi giocava a QAnon ha preso due uccelli con una fava: ha sparso ai quattro venti messaggi razzisti e fascisti, e al contempo ha seriamente spiazzato e lasciato storditi i commentatori dei media mainstream – o «MSM», come scrivono sempre loro. Questi ultimi non si capacitavano, non potevano credere che così tanta gente credesse a stronzate del genere.

A un certo livello, QAnon è rimasto una beffa, ma non era più chiaro ai danni di chi. Chi prendeva in giro chi? Qualunque “spigolo” critico e radicale che la beffa poteva avere all’inizio, presto è rimasto sepolto nel rumore bianco. Come fai a prendere in giro persone che sfrutterebbero qualunque cosa e trasformerebbero in “game” qualunque cosa pur di  colpire i loro nemici? Non è intelligente dare corda a persone il cui fine è impiccarti a qualunque costo.

A quel punto, ci siamo inseriti noi, rendendo manifesta l’ipotesi che si sia trattato di una beffa ispirata a Q. Questa mossa ha almeno seminato un po’ di incertezza e confusione nei forum di destra, e soprattutto ha fornito ai commentatori una nuova chiave interpretativa che poteva depotenziare la teoria del complotto.

Le ultime notizie riportano di un notevole imbarazzo nella destra USA: sia i settori più intelligenti dell’alt-right sia gli ambienti più tradizionalmente conservatori dicono che QAnon li danneggia, tanto che il principale forum trumpista su Reddit ha messo al bando ogni contenuto relativo alla teoria del complotto.

Non possiamo escludere che, presto o tardi, QAnon venga rivendicato come beffa. Se accadrà, è comunque difficile prevedere le conseguenze. E la situazione rimane rischiosa.

Una cosa è certa: se un romanzo può generare un simile tsunami, significa che la letteratura è ancora importante.

Potreste spiegare in poche frasi chi era Luther Blissett, autore di Q, e cos’era il Luther Blissett Project?

Il LBP nacque all’incrocio tra diverse influenze: il “marxismo autonomo” italiano,  lo  zapatismo, la tradizione agit-prop della sinistra, la tradizione delle avanguardie da Dada al Neoismo passando per Fluxus e l’arte postale, e  gli esempi  di agitazione culturale che trovammo nel monumentale numero monografico della rivista americana Re:Search dedicato alle beffe, intitolato «Pranks!»

Tutto questo era tenuto insieme da una piuttosto eclettica teoria della “mitopoiesi”, ovvero volevamo creare miti, narrazioni comunitarie che stimolassero l’immaginazione collettiva e la cooperazione.

Il “mito dei miti” era lo pseudonimo collettivo «Luther Blissett», che prendemmo in prestito da un calciatore britannico. Centinaia di persone adottarono e condivisero il nome con l’intento di creare, azione dopo azione, beffa dopo beffa, scritto dopo scritto, la reputazione aperta di un immaginario guerrigliero culturale.

Senza questo intento mitopoietico, la nostra principale attività negli anni del Luther Blissett Project – dal 1994 al 1999 – potrebbe essere sminuita come “fabbricazione di fake news”, ma le false notizie non erano il fine.

Le nostre beffe avevano scopi precisi. Ad esempio, alcune beffe aiutarono campagne di solidarietà a vittime della repressione giudiziaria.

Soprattutto, le beffe avevano un aspetto “educativo”, pedagogico, finalizzato al “do it yourself”: eravamo sempre noi a fare “ingegneria inversa” delle nostre false notizie, rivelando pubblicamente che erano beffe e spiegando nei dettagli quali automatismi culturali e quali punti deboli nel sistema dell’informazione avevamo sfruttato. Mariano Tomatis, un mago e storico dell’illusionismo che oggi fa parte della Wu Ming Foundation,  teorizza modi di rivelare il trucco dietro un numero di magia che non solo non rovinano il senso di meraviglia, ma lo amplificano. Ecco, per noi una buona beffa mediatica era questo: un numero di magia che trae beneficio dal proprio disvelamento.

Infine, ogni beffa aggiungeva qualcosa alla reputazione mitica di Luther Blissett, e rendeva il chiamarsi Luther Blissett sempre più interessante e stimolante. Adottando quel nome multi-uso, ti sentivi parte di una comunità, condividevi un certo stile, un certo immaginario, persino se non avevi mai incontrato gli altri membri.

Oggi fabbricare “fake news” è più facile che mai. Quel che è sempre più difficile è mantenere quell’equilibrio, quell’aspetto educativo, quel senso di un intento comune, e la fiducia che il pensiero critico non sia nemico del senso di meraviglia, e viceversa.

La prima pagina de L’Humanité di oggi.

Quali lezioni avete tratto dall’influenza che ha avuto il vostro romanzo Q sulla contestazione altermondialista?

Nel 2009, dieci anni dopo la prima pubblicazione di Q in Italia, abbiamo scritto un lungo testo autocritico intitolato Spettri di Muntzer all’alba, nel quale rievocavamo il periodo 1999-2002, l’influenza che il romanzo aveva avuto sulla generazione di attivisti che visse il ciclo di lotte dalla “Battaglia di Seattle” (novembre 1999) al G8 di Genova. Q ebbe la fortuna di essere pubblicato subito prima del montare di quell’onda mondiale, e divenne presto un livre de chevet per una parte del movimento italiano e non solo. Il motto «Omnia sunt communia!» cominciò ad apparire sui muri e negli striscioni dei cortei.

Nel nostro testo facevamo principalmente tre cose:

1. spiegare quale incrocio di infuenze aveva plasmato il nostro immaginario fino a ispirare la progettazione e la scrittura di Q; retrospettivamente, identificavamo l’influenza principale nello zapatismo.

2. ricostruire come l’immaginario rappresentato in Q, legato soprattutto a insurrezioni contadine e liberazioni di villaggi e città dal potere di principi, vescovi e imperatore, fosse entrato “in risonanza” con l’immaginario del movimento altermondialista. Quel movimento si autorappresentava come in lotta contro un impero, e agiva in base a un’allegoria di fondo, quella dell’«Assedio del castello», cioè dei luoghi dove i potenti della terra – G8, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio ecc. – si riunivano per tenere i loro summit. Era un immaginario tardo-medievale. Anche le tattiche del Black Bloc in fondo rimandavano alle antiche jacqueries. Ma l’allegoria era sbagliata: non stavamo davvero assediando il potere, perché il potere capitalistico non era in quelle liturgie. Stavamo agendo su un piano simbolico, ma commettendo l’errore di prendere alla lettera le nostre figure retoriche.

3. raccontare il nostro lavoro di agit-prop dentro il movimento italiano e internazionale, spiegando quali errori avevamo commesso. Nel biennio 2000-2001, galvanizzati dal successo di Q, facemmo tutto quanto ci era possibile per rafforzare l’allegoria dell’Assedio: scrivemmo testi “medievaleggianti”, compimmo azioni di  propaganda  per convincere il maggior numero di persone possibile ad andare a Genova per contestare il G8. E così un  movimento reticolare e policentrico, che traeva forza dal suo essere ovunque, incanalò tutte le proprie energie verso un unico luogo e un unico appuntamento. Era proprio l’errore dei contadini rivoluzionari guidati da Thomas Muntzer: giocare tutto il proprio destino nella battaglia di Frankenhausen. A Genova cademmo in trappola, fummo sorpresi dall’intensità della repressione, l’avversario era riuscito a spiazzarci. Fummo sconfitti proprio su quel piano simbolico e allegorico che avevamo incentivato, e in Italia le conseguenze furono devastanti.

In Italia la “cattura” fascista dell’immaginario, l’affermarsi di una forza qualunquista come il Movimento 5 Stelle, la recente formazione del governo più reazionario e razzista della storia d’Italia, sono tutte conseguenze della sconfitta del movimento altermondialista.  Sconfitta alla quale anche noi, nel nostro piccolo, avevamo contribuito.  Quel movimento lasciò uno spazio vuoto, e in politica il vuoto non può esistere a lungo, ben presto qualcosa lo riempie. A riempirlo fu Beppe Grillo.

Da quell’eccesso di fiducia prometeica nella “mitopoiesi” siamo ripartiti, per nuove riflessioni, nuovi esperimenti. E da questi esperimenti si è sviluppata la Wu Ming Foundation.

Giap nel 2009, quand’era una newsletter, un anno prima di diventare un blog.

La vostra prassi e riflessione collettiva sulla letteratura può aiutare a superare la sinistra ironia della Storia che vede gli immaginari di estrema destra, dei quali QAnon sembra l’espressione più misera e sordida, soppiantare gli altri?

Noi siamo scrittori, le nostre elaborazioni e le nostre storie non possono sostituire il movimento reale, e non possono nemmeno dirigerlo. Nel 2000-2001 il nostro errore fu proprio quello di provare a «dare la linea» mitopoietica. Noi stessi avevamo ridotto la complessità e la ricchezza del nostro lavoro blissettiano, per cercare la narrazione più “aerodinamica” e acuminata possibile. In inglese si usa il verbo weaponize, trasformare qualcosa in arma. Noi avevamo “weaponizzato” la mitopoiesi.

In seguito abbiamo reintrodotto tutta la complessità, eliminato l’aspetto guerresco/prometeico, e scommesso di nuovo sul fare comunità, sull’estendere le reti di collaborazione, sulla “biodiversità” delle strategie, sullo smontaggio di quelle che chiamiamo «narrazioni tossiche». Smontaggio che però non è sufficiente, va accompagnato alla creazione di narrazioni altre. A condizione che queste narrazioni altre non siano a loro volta weaponizzate.

Nel frattempo abbiamo continuato a scrivere romanzi – 54ManituanaAltaiL’Armata dei Sonnambuli, e proprio in questi giorni stiamo finendo un nuovo romanzo intitolato Proletkult – ma abbiamo affiancato ai romanzi narrazioni più stranianti e meno classificabili, che abbiamo definito «oggetti narrativi non-identificati». Sono inchieste  – inchieste  sul territorio,  sulla memoria pubblica, sull’ambiente, su come l’amnesia del passato coloniale italiano influenzi il razzismo di oggi ecc. –  densamente documentate ma scritte con tecniche letterarie. Fanno parte di quella “terra di nessuno” difficilmente delimitabile che gli anglosassoni a volte chiamano «creative non-fiction». Col tempo  gli oggetti narrativi non-identificati hanno cominciato a “retroagire” sulla nostra scrittura di romanzi, e un risultato è L’Invisibile Ovunque [in uscita in francese per le edizioni Métailié].

Da tutto questo lavoro, dalle discussioni sul nostro blog Giap e dalla collaborazione con sempre più persone è nata la Wu Ming Foundation, un «collettivo di collettivi», un insieme di esperimenti, narrazioni transmediali, progetti collaborativi, laboratori e seminari, dai quali nascono continuamente nuovi collettivi e blog. È un processo che era già iniziato negli anni Zero ma ha avuto un’accelerazione negli anni Dieci. Oggi la Wu Ming Foundation è più estesa di quanto fosse il Luther Blissett Project. Se dal nostro lavoro verrà fuori qualcosa di buono e utilizzabile dai movimenti futuri, sarà grazie alla WMF.

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