#Olimpiadi2026 a #Torino? Come si sta muovendo la nuova «Grosse Koalition» del massacro sociale (e perché)

di Maurizio Pagliassotti *

«Ci sono momenti in cui è necessario gettare il cuore oltre l’ostacolo. Come diceva XYZ, e pensando anche quelle parole lontane, ma oggi così vicine, noi diciamo sì. Lo facciamo non a cuor leggero, consapevoli degli errori che sono stati commessi nel passato. Ma è proprio per dimostrare che si può fare bene ciò che è stato fatto male in passato che noi diciamo sì. Perché vogliamo dimostrare che la sostenibilità ambientale ed economica è qualcosa che si può fare. A coloro che dicono “no”, legittimamente, noi rispondiamo: stiamo lavorando anche per voi, per far ritornare la fiducia anche in coloro che l’avevano persa. Daremo tutta la nostra passione e il nostro coraggio per costruire insieme un evento bello, forte, sostenibile, ecologico. Noi trasformeremo gli errori del passato in lavoro, crescita, sviluppo. Quindi Torino [ma forse ci sarà anche Milano, N.d.R.] dice “Sì” alla candidatura per le Olimpiadi di Torino 2026.»

Probabile la deriva «noi ci mettiamo la faccia». Applausi, pagine sul giornale di famiglia, il «coraggio del pragmatismo», «il senso di responsabilità e la visione di futuro», oppure «Torino rilancia la sfida», «ripartenza». Campagna mediatica già ampiamente in corso.

Con ogni probabilità tutto questo, tra pochi giorni, verrà pronunciato dal centro del cratere olimpico di Torino. Città che elegge ogni cinque anni un commissario fallimentare, figura indispensabile per ripianare il maxidebito lasciato dalle Olimpiadi, quelle del 2006.

Dall’uno vale uno, all’uno vale l’altro.

La Stampa di lunedì 30 ottobre 2017, a proposito della difficile situazione finanziaria del Gruppo Trasporti Torinesi e di conseguenza del Comune di Torino:

Stefano Lo Russo

«…È Stefano Lo Russo, oggi capogruppo del PD in Consiglio comunale, ma fino alla precedente legislatura uomo chiave della squadra di Fassino intercettato il 4 novembre del 2016 mentre era al telefono con un giornalista. In realtà l’intercettazione è stata effettuata per un’altra inchiesta ma finisce nel faldone GTT perché le dichiarazioni dell’ex assessore sono da considerare eloquenti. Gli inquirenti, che stanno lavorando sul disallineamento dei conti del Comune e sulle Partecipate, vengono colpiti dalla fermezza con cui Lo Russo spiega che i problemi dei conti di Torino sono nati con le Olimpiadi e che poi hanno cercato di nascondere le cose.»

È veramente un peccato dover associare la parole del filosofo tedesco a queste cosine ridicole della storia, e chi volesse avere un quadro completo della tragedia, stadio originario della farsa prossima, può leggere qui.

Le cose, contano solo le cose

Il costo preventivo delle Olimpiadi invernali di Torino 2006, non «low cost», fu pari a 550 milioni di euro.
Il preventivo, informale, delle Olimpiadi invernali di Torino 2026, «low cost», è pari a 975 milioni di euro.
Potremmo fermarci qui, stappare un bottiglia di vino forte affinché, come cantava il poeta, «ci sia allegria anche in agonia.» Ma dato che la vicenda deborda nel grottesco vale la pena di spenderci qualche parola.

Graziano Delrio

Graziano Delrio

Curiosa locuzione, «low cost»: ben conosciuta in Valsusa, perché la Torino – Lione, non è più Tav, ma Tav «Low cost»: ribatezzata così da Graziano Delrio, costa appena 4.7 miliardi di euro. I sostenitori del Tav come quelli delle Olimpiadi hanno in comune la voluta distorsione della realtà economica, nonché un uso spregiudicato, e vagamente ridicolo, delle locuzioni. Ma perché sono poi «low cost»?

Il Cio chiede con nuove norme di rendere sostenibili i giochi e dà vaghe indicazioni in merito. Quindi, par di capire, è necessario svenare le casse pubbliche dello Stato per riutilizzare, per altri quindici giorni, impianti abbandonati al termine dei precedenti Giochi del 2006. I proponenti, con ampio uso retorico, sostengono che verranno riutilizzati gli impianti abbandonati: questo processo viene definito, niente meno, «il sogno». Intendono quindi rimettere in sesto:

  • la pista di bob di Cesana Torinese;
  • il trampolino di Pragelato;
  • e probabilmente il Villaggio Olimpico di Torino.

I primi due marciscono da circa dieci anni, il terzo è diventato l’alloggio di circa 1400 migranti in cerca di un tetto.

«Il sogno» – ricicliamo – non tiene conto di cosa fare di questi impianti dopo le Olimpiadi: lo schema sarebbe ovviamente quello del 2006, ancor più sicuro perché questa volta non ci sarebbero – se veramente si vogliono tagliare i costi – fondi necessari per il riutilizzo successivo. Certo, giureranno che dopo la cerimonia di chiusura sarà un florilegio di attività, di cittadelle dello sport, di «Coverciano della neve»: l’hanno già fatto i predecessori nel 2006, dilapidando miliardi, mentre si chiudono gli ospedali. Quanto costerebbe quindi la ristrutturazione pro tempore? Nessuno al momento può dirlo, nemmeno coloro che sostengono il principio del «riciclo».

Villaggio Olimpico, Torino

Per quanto riguarda il Villaggio Olimpico, la situazione è ancora più pericolosa e ridicola. In esso vivono circa 1400 migranti, fantasmi della città che hanno trovato in questi palazzi un luogo dove ripararsi. Si dovrebbe quindi buttarli fuori e sparpagliarli per la città, dato che il processo di «sgombero dolce» organizzato da Comune, fondazioni bancarie e curia, è ormai fallito. Le casette inoltre, costate oltre 140 milioni di euro, risultano devastate, non dalla presenza dei migranti, bensì dalla loro debolezza infrastrutturale. Si dovrebbero rifare da cima a fondo, quindi. Un vecchio adagio torinese dice così «a volte costa più la corda del sacco»: ma ovviamente si punta ai soldi per la corda con i grandi eventi. Se gli atleti verranno ospitati a Torino, è molto probabile un nuovo villaggio olimpico.

Anche perché ci sono appetiti da soddisfare, la corrente cementizia della città già scalpita, e non si accontenteranno di ridare il bianco a qualche muro. Sono in molti ad avere «sogni» e «vision» a Torino, in questi giorni.

In generale, inoltre, tutti gli impianti olimpici che potrebbero essere utilizzati, oggi sono «gestiti» da privati. il Parco Olimpico era interamente di proprietà della Fondazione XX marzo 2006. Nel 2009 il 70% delle azioni è stato affidato ai privati. La gara è stata vinta dalla società americana Live Nation, in collaborazione con la società torinese Set Up.

Vi è inoltre un costo non comprimibile della spesa, e non ammortizzabile, in geometrica espansione dato il contesto storico: quello afferente alla sicurezza. Organizzare le Olimpiadi è come organizzare una guerra: e il Cio, su questo punto, non vuole sentir parlare di risparmi o «low cost». Torino, dopo il disastro di Piazza san Carlo, dovrebbe aver imparato la lezione.

Il riciclo degli impianti, quindi, inciderà minimamente sul piano della spesa finale, è solo fumo gettato negli occhi. In realtà, come sempre accade, nessuno in questo momento può neanche immaginare quanto si spenderà. Nel 2012 il Guardian fece un’analisi di questo fenomeno mettendo sotto la lente le Olimpiadi di Londra. Le sfortunate Olimpiadi parigine del 2024, anch’esse ribattezzate «low cost», si stanno rivelando – come tutte quelle del passato – una voragine senza fine.

Innsbruck – che ha gli impianti a disposizione, e in funzione, su un territorio molto meno vasto – si è ritirata dopo un referendum, e nemmeno Stoccolma ha superato la fase iniziale. L’idea di organizzare giochi olimpici invernali sembra non piacere neanche agli svizzeri. In base a un sondaggio realizzato a quattro mesi dal cruciale voto sul progetto di candidatura di Sion 2026, i pareri contrari raggiungono il 59% degli interpellati, mentre i favorevoli solo il 36%. Decideranno a giugno.

Il direttore del Cio, relativamente ai dubbi svizzeri sulla cosiddetta «garanzia limitata del deficit» ha precisato che a rispondere di un eventuale disavanzo saranno gli organizzatori: «A fare stato sono le firme sul contratto con l’ente ospitante». Ma quali sono i conti degli svizzeri per le loro Olimpiadi del 2026? Come riporta Ticinoonline:

«Gli organizzatori hanno messo in preventivo spese complessive per 1,98 miliardi di franchi ed entrate per 1,15 miliardi. Da più parti è tuttavia stato osservato che si tratta di previsioni troppo ottimistiche e che la sicurezza potrebbe fare lievitare i costi. L’ultima parola sulla candidatura olimpica spetta comunque ai cittadini vallesani.»

Gli svizzeri hanno già detto che da loro ci sarà un buco minimo di 850 milioni di euro. In Svizzera. Noi qui, a trombe politiche unificate, suoniamo la grancassa del «low cost». E siamo tutti entusiasti.

Entusiasta il Partito Democratico, coerentemente con la sua storia.

Entusiaste le banche, entusiasti i costruttori, entusiasta – suppongo– la criminalità organizzata che ancora sta digerendo con fatica l’abbuffata pantagruelica dell’altra volta.

Entusiasti Lega, Forza Italia, destra, tutti. È la Grande Colazione che si avvicina, a Torino e in Italia.

Entusiasti quelli di adesso, i pentastellari torinesi. Ondivaghi, hanno aperto la valvola della protesta anti sistema per poi trasformarla, nell’attimo della vertigine del non-potere che hanno, nel più compiaciuto conservatorismo. Bigotti del bilancio e dell’austerità, ma pronti a cercare la salvezza laddove vi è la rovina della città. I dissidenti della maggioranza pentastellare in Comune sono quattro e mezzo, gli altri sono impiegati della politica che un tempo sbraitavano contro le grandi opere/eventi, e oggi sbraitano di «sogni» e «vision».

Entusiasta «Beppe», che telefona in diretta durante un’assemblea come nelle migliori tradizioni del cabaret: e Beppe dice a «Chiara» che le Olimpiadi sono «un’occasione», così Chiara si sente forte, e la dissidenza interna viene tacitata per qualche ora.

Costoro affrontano allegramente la candidatura olimpica senza tener conto che il sistema bancario in essere, l’assenza di una banca pubblica – per cortesia nessuno tiri in ballo la Cdp – le regole di bilancio nazionali e sovra nazionali, nonché la dimensione del debito pubblico, la svalutazione del lavoro con il dilagare di impieghi non retribuiti spacciati per volontariato, tutto questo rende impossibile l’organizzazione di una Olimpiade che non sia un massacro sociale.

Ostacoli strutturali, incontrovertibili, a cui i proponenti rispondono con la retorica del lowcost/sogno/vision/facciamo a modo nostro. Il vecchio arnese della fuffa gettata negli occhi, affinché la pietrosa materia risulti invisibile. Vivono, i proponenti, nella allucinata ed egoriferita convinzione che il loro magico tocco possa trasformare in oro il marciume: la sindrome di Re Mida.

Contrario brutalmente – perché consapevole di tutto quanto sopra elencato – il Movimento No Tav, che in un durissimo comunicato stampa contesta la narrazione tossica relativa al principio «low cost” nonché l’intera impalcatura ideologica legata ai grandi eventi. Anche perché, se il Tav non sarà fermato – da chi? Dai pentastellari di governo? – negli anni antecedenti alla cerimonia di apertura i cantieri olimpici si sommeranno  al maxicantiere del tunnel di base a Chiomonte e al maxi cantiere di Salbertrand, ove verrà stoccato lo smarino. La Valsusa, ancora una volta, utilizzata da tutti come un territorio da saccheggiare.

Cantiere a Chiomonte

Ma perché rifare le Olimpiadi? Le vere ragioni

Premessa: in linea teorica esiste un articolo della Carta Olimpica, Cap. 5 art. 37 comma 7, che così recita:

«L’elezione riguardante la designazione della Città Ospitante si svolge in un Paese che non presenti nessun candidato all’organizzazione dei Giochi Olimpici in questione, dopo attento esame del rapporto stilato dalla Commissione di valutazione delle città candidate.»

Ovvio conflitto di interessi. Il presidente del Coni Giovanni Malagò, il sindaco di Milano Giuseppe Sala e il Governatore della Lombardia Roberto Maroni hanno sottoscritto tale impegno, anche se poi hanno dichiarato di «non volersi precludere nulla». Anche perché, e questo è lo scenario più probabile, Torino, o Torino-Milano, potrebbe rimanere l’unica città candidata in Europa nel caso in cui Sion si ritirasse.

Alla dolce tentazione leopardiana del prevaler del riso fuori posto o del pianto consolatorio, è bene contrapporre la massima spinoziana «Non piangere, non ridere, comprendere»: le Olimpiadi si vogliono rifare a Torino per le stesse ragioni dell’altra volta.

Olimpiadi 2026

La Città sta andando verso la fase finale della deindustrializzazione, il cratere sta per eruttare nuovamente conflitto. Soprattutto quelle periferie che brulicano di malessere. Serve un grande evento – non ci sono differenze tra grandi opere e grandi eventi – che distragga, che porti via l’attenzione. Niente più panem, solo circenses: poi tanto da queste parti – mai dimenticare la teoria dei vasi comunicanti quando si parla di debito pubblico e grandi opere – per recuperare denaro chiudiamo due ospedali: Molinette e Sant’Anna. Al loro posto un ospedale più piccolo, la Città della Salute.

«Il privato – si può leggere sul quotidiano di Confindustria – sosterrà il 70% della spesa di realizzazione degli edifici, 306 milioni di euro, e sarà remunerato grazie al canone ottenuto dai risparmi sui costi della gestione corrente.»

È il famoso Project Financing, il meccanismo estrattivo principe – utilizzato sempre più per grandi eventi e grandi opere – per la creazione del debito pubblico e la privatizzazione dei servizi. Ovviamente nella nuova struttura sanitaria privata affittata al pubblico i posti letto saranno tagliati, i pentastellari regionali sostengono addirittura della metà: da 2000 a 1000. Progetto della giunta regionale Chiamparino, fatto proprio dai Cinque Stelle di Torino dopo un repentino cambio di opinione.

Ma torniamo alla deindustrializzazione. Il «Polo del lusso» di Torino, quello che doveva arrivare dopo il referendum di Mirafiori del 2011, si sta rivelando non solo insufficiente, ma inadeguato. La famiglia è sempre più lontana da Torino, volutamente. La Fiat si prepara a lunghe sospensioni produttive a Mirafiori e a Grugliasco. L’ombra dell’Imbraco si allunga sugli ultimi rimasugli, ma ancora sostanziosi, della Fiat a Torino. In questo contesto economico sociale regressivo, l’unica legge che vale è quella dell’antropologo David Graeber:

«più i processi di redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto sono iniqui, più necessitano di eventi spettacolari e autocelebrativi.»

Nella speranza che queste parole possano fermare la stoltezza di un tempo buio e spensierato, sipario.

Maurizio Pagliassotti, scrittore e giornalista, scrive su Il manifesto e The Huffington Post e collabora con Giap. È autore dei libri Chi comanda Torino (Castelvecchi, Roma 2012) e Sistema Torino Sistema Italia (Castelvecchi, Roma 2014).

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21 commenti su “#Olimpiadi2026 a #Torino? Come si sta muovendo la nuova «Grosse Koalition» del massacro sociale (e perché)

  1. Una domanda da non economista e ignorante nel fatto di organizzazione dei “Grandi Eventi”. Ma come è possibile che organizzare un’Olimpiade debba rivelarsi una iattura per tutti?
    E’ un problema strutturale, endemico-genetico, dei Giochi? Oppure dipende dal fatto che poi tutti vogliono una fetta di “Pandora” [cit.]?
    So che le Olimpiadi sono un grande business, ma davvero non esiste un piano eco-nomico, eco-logico di buon senso per ospitarle?

    • Tagliata non con l’accetta, ma proprio con la scure: si sperperano soldi pubblici per far fare profitti a privati. La questione è più articolata di così, ma sotto gli strati di carne c’è quell’osso lì. Come dice Maurizio, non c’è differenza tra grandi eventi e grandi opere. Il meccanismo che abbiamo più volte descritto per le grandi opere funziona paro paro per analizzare la logica dei grandi eventi. Su questo hanno fatto analisi molto chiare i No Expo milanesi.

    • Sono disponibili alcuni confronti tra i costi effettivi di organizzazione di un evento olimpico con i ricavi effettivi(che assicurano sempre “utili” per il CIO, di fatto MAI per la città ospite). Poi sembra che in media i costi reali siano almeno 180% superiori a quelli preventivati.
      Un esempio si trova sul Journal of Economic Perspectives – https://pubs.aeaweb.org/doi/pdfplus/10.1257/jep.30.2.201 – (Tabelle 2 e 3 ).
      Evidentemente non è così facile impostare un piano economico “industriale” per metterle in piedi e gestirle evitando “investimenti esagerati”. Spesso gli investimenti sono a carico della città e dello stato ospiti; poi sarebbe MOLTO interessante avere i dati effettivi dei ritorni di questi investimenti.
      Per Torino 2006 mi sembra che quanto riferisce Pagliassotti sia piuttosto significativo.

  2. Una rivolta interna al #M5S, finora poco raccontata, corre lungo tutto l’arco alpino, dalla Val d’Aosta alle Dolomiti. Lettera 43 usa l’immagine: «scendere dal carro del vincitore», e già questo è un apparire anomalo, in Italia.

    In realtà, dall’Emilia-Romagna, dove il M5S ha conosciuto ben tre ondate di espulsioni di massa e di fatto ha esautorato buona parte dei propri “pionieri”, il fenomeno in sé non appare inedito. A essere interessanti sono il momento (dopo il più grande successo elettorale nazionale della storia del “grillismo”) e soprattutto la localizzazione geografica.

    Diciamo da tempo che l’Italia va guardata dai suoi confini, dai suoi margini e lembi, perché nelle nostre borderlands cicatrici storiche sono in perenne suppurazione e pulsano, i fenomeni si manifestano in modo più netto, le contraddizioni si acuiscono più velocemente, nodi che dal “centro” – da Roma, da Milano, dal mainstream, dal dibattito post-elettorale – nemmeno si vedono vengono al pettine. La Valsusa (confine nordovest), Trentino e Alto Adige (confine nord), Gorizia e Trieste (confine nordest) sono osservatori privilegiati. Più volte su Giap e nei nostri libri abbiamo raccontato storie di confine che hanno anticipato “casi” e tendenze nazionali.

    Anche il caso Olimpiadi 2006-2026 riguarda una terra di confine: la provincia torinese occidentale, Val di Susa e Val Chisone. E ancora una volta è stata la “pressione” del movimento No Tav, con il duro comunicato del 9 marzo scorso, a far deflagrare la questione, spingendo la dissidenza M5S ad agire il conflitto in modo più aperto e visibile.

    È uno dei motivi per cui – ed è una domanda che ci viene posta spesso – ci occupiamo così tanto di montagne. I confini di terra d’Italia sono quasi tutti in montagna. Invitiamo a tenere d’occhio questa nuova onda di dissenso “grillino” da un capo all’altro delle Alpi: chi lo farà, apprenderà cose importanti molto prima di chi continuerà a guardare al “centro”.

    • Uhm, se però siamo nell’ambito del “tifare rivolta” le interpretazioni a disposizione (da trattare con le mollissime, visto la difficoltà della raccolta di questi dati) non devono lasciarci troppo allegri. Si sostiene che a Nord il M5S funga un po’ da traghettatore, prendendo il sostegno del PD e trasferendolo alla Lega. Il fatto che abbia tenuto al Nord non sarebbe da legare ad una fidelizzazione dell’elettorato ma al fatto che i voti persi “in uscita” verso la lega, sono recuperati “in entrata” dal PD. Questo potrebbe significare che i dissensi interni – o le delusioni sulle posizioni assunte – si risolverebbero con una fuga verso lidi peggiori.
      Si intravede in effetti, sotto l’aspetto della posizione assunta su determinate policies, una forma di “istituzionalizzazione” del movimento, nel momento che si trova a governare. Questo aiuterebbe ad accogliere i moderati che hanno capito che il PD non è più cosa e appunto provocherebbe la fuga dei radicali. Mi pare che questa posizione assunta a Torino vada un po’ in questa direzione.
      Insomma se scappano dal movimento è per andare verso la lega. Meglio? Peggio? Non vedo come andare l’oltre “sticavoli”, questa non è gente che ritorna a noi.

      • Uhm, no, vorrei sfatare un equivoco: io e altri – come, credo, i #notav – «tifiamo rivolta» nel M5S torinese non per un investimento soggettivo sul dissenso interno ai Cinque Stelle, ma – molto semplicemente – perché vanno fermate le Olimpiadi e si possono fermare soltanto ora, mandando segnali che inducano chi di dovere a non ritenere affidabile la candidatura – ovvero, a non ritenere tranquillamente “gestibile” processo ed evento.

        Un ulteriore chiarimento: nel 2013, quando parlavamo del «tifare rivolta», specificammo che questo non equivaleva a tifare tout court per i «buoni del M5S» contro i «cattivi», o per la «base buona» contro il vertice fedifrago ecc. Se avessimo ragionato così, avremmo fatto entrismo nel M5S (no, in realtà non l’avremmo fatto nemmeno in quel caso, perché come WM non entriamo in partiti). Tifare rivolta significava auspicarsi l’acuirsi di contraddizioni, il prodursi di spaccature, il manifestarsi netto di tendenze che la retorica “unanimistica” copriva e copre. Significava voler chiarire il quadro. Di acqua sotto i ponti ne è passata, e le contraddizioni interne sono state ogni volta soffocate, accantonate, superate con “strette organizzative” e spinte volontaristiche in avanti. Continuerà così?

        Ad ogni modo, oggi l’attenzione per questa onda di dissenso lungo l’arco alpino ci interessa per questioni “geografiche”, perché ci interessa la natura anticipatrice di quanto accade sull’arco alpino e nelle terre di confine. E perché seguiamo le vicende di quei territori, e ci interessano le conseguenze che questi smottamenti avranno sulle scelte che vengono fatte per quei territori. Soprattutto per quanto riguarda grandi opere e devastazioni a venire.

        • Dimenticavo:

          «questa non è gente che ritorna a noi.»

          «Noi» chi? Se intendi genericamente i movimenti sociali (contro le grandi opere, per l’acqua pubblica ecc.) da cui molti votanti, svariati attivisti e alcuni eletti provengono, alcuni sì, ci tornano, anzi, sono già tornati, anzi, non se n’erano mai andati. Come scriveva Maurizio ieri sul manifesto:

          «Così, nel momento in cui la sindaca trova nuovi alleati- solo sulle Olimpiadi al momento – la base del suo consenso si sgretola e le dichiara guerra: Assemblea 21, Comitato Acqua, No Tav, Pro Natura hanno ieri protestato con un presidio di fronte alla Città Metropolitana, denunciando “l’inciucio olimpico di Chiappendino e compagnia”.
          Protesta che si ripeterà lunedì prossimo, probabilmente molto più incisiva, quando il consiglio Comunale tornerà a riunirsi per discutere, forse, ancora di Olimpiadi.»

          Questa era gente che in grandissima parte aveva votato Appendino in funzione anti-PD, anti-Tav, anti-debito ecc. Gente che alla Lega non passerà mai.

          • Sì, intendevo genericamente i movimenti sociali (e magari, genericamente, rifondazione). Il “ritorno a noi” è forse indefinito visto che a sto punto bisognerebbe chiedersi che significa “alla lega non passerà mai” perché magari non diventa attivista ma non metterei la mano sul fuoco sul loro voto alle elezioni. E io segnalavo alcune analisi sui flussi, mi pare di aver detto già io di prenderle con cautela. Però in valle si è votato PDL (e soprattutto Berlusconi) a lungo e quindi la cautela la userei in vari sensi.
            Sul resto non sono sicurissimo di essere d’accordo ma non mi pare rilevante identificare il motivo principale per cui le olimpiadi devono saltare e in fondo tutto conta.
            (il link al pezzo del manifesto non si apre).

            • Corretto il link.

              Del fatto che i movimenti per l’acqua torinesi, i No Tav, Pro Natura ecc. non voteranno mai Salvini io invece sono sicuro, lo disprezzano dal profondo e sarebbe contrario a tutto quello per cui si battono.

              In Valsusa a votare a destra non è certo stata la parte di popolazione che sostiene la lotta #notav. Quel voto è andato come sempre al M5S (primo partito in bassa valle), come sempre in parte all’astensionismo, e in minima parte a PaP. Una parte rilevante di popolazione ha sempre votato a destra (più in alta valle) e continua a farlo (stavolta ha premiato la Lega), e poi ci sono i pasdaran che votano PD – il partito più odiato in valle – che si vivono più o meno come “esuli in patria”.

              • Sui motivi per cui le Olimpiadi devono saltare: in realtà i motivi addotti dai “dissidenti” torinesi del M5S sono più o meno gli stessi che spiega Maurizio nel post qui sopra (al netto della sua critica più generale alla giunta Appendino).

            • Non è vero che in Valsusa si è votato Berlusconi a lungo, la bassa val di Susa è stata amministrata prima dal PCI e poi dal PD fino all’arrivo delle liste Notav (con le eccezioni di Susa, Borgone e Almese, quelle si PDL). Ad essere fortemente PDL sono l’alta valle e la val Sangone, che nelle circoscrizioni camera e senato è insieme alla Valsusa (quella senato poi include anche tutta la zona fino a Pinerolo) e ha un grosso peso, Giaveno è più popolata di qualunque comune della Valsusa (e Pinerolo è il doppio di Giaveno)

              • Infatti, uno dei problemi è che nei discorsi sulla valle si mettono insieme alta valle (zona di impianti sciistici e turismo invernale, di infiltrazioni mafiose, di tradizioni al meglio qualunquistiche, dove il movimento No Tav non ha mai attecchito) e bassa valle (storico campo d’azione del movimento, di tradizioni partigiane, operaie e conflittuali).

                Problema ora esacerbato dalla modifica del collegio elettorale, fatta l’anno scorso in parlamento. Ne è venuto fuori un collegio elettorale *enorme*, 119 comuni, buona parte del territorio a ovest di Torino, ed è chiaro che così «il voto della Valsusa» è stato sdilinquito (e per alcuni maliziosi lo scopo era proprio questo).

                Per capire come ha votato la (bassa) Valsusa bisogna sommare i voti dei comuni che la compongono, non guardare al collegio elettorale.

                • Guardacaso, la vittima di questa estensione del collegio uninominale è stata Marco Scibona, #notav valsusino, senatore uscente del #M5S. Con il voto valsusino “sdilinquito” nell’insieme-monstre di 119 comuni, “lo Scibo” non ce l’ha fatta.
                  Scibona ha fatto scelte di appartenenza che non condivido, ma proviene dalla lotta e non l’ha mai abbandonata. La sua presenza è stata uno dei motivi principali per cui parte del movimento ha continuato a dare il voto “tattico” al M5S. Per autocitarmi da Un viaggio…:

                  «Era quella la differenza rispetto ad altre parti d’Italia. In Val di Susa, l’epocale egemonia del movimento No Tav “curvava” lo spazio-tempo e alterava gli equilibri, costringendo forze politiche e istituzioni a “snaturarsi”, a seguire la lotta o scomparire. Esponenti del M5S come Marco Scibona e Francesca Frediani erano prima valsusini e No Tav e poi – in subordine – “grillini”. Avevano respirato troppo gas Cs, visto troppe volte all’opera la repressione poliziesca e giudiziaria per essere davvero “giustizialisti”.
                  Come aveva intuito il politologo Ilvo Diamanti, i No Tav stavano usando il M5S “come un autobus”. Del resto, credevano nel trasporto pubblico. Viaggiavano aggrappati all’esterno, i piedi sui predellini, e sarebbero saltati giù al primo tradimento… o all’ultima fermata utile.
                  – Abbiamo fatto scomparire partiti longevi e ben più radicati, – mi aveva detto un militante. – Se anche questi diventeranno un problema, andremo per la nostra strada, come sempre.»

                  • Scusate il ritardo, a volte capita di non riuscire a stare troppo al computer.
                    Ne ho approfittato per dare una rapida occhiata a come hanno votato i comuni che facevano parte della Comunità Bassa val di Susa, come suggerito da WM1, visto che il rilievo di robgast69 non collimava con quel che ricordavo (in quel periodo ero da quelle parti e appunto ricordavo le lamentele del tipo “fanno casino e poi votano Berlusconi”).
                    Non ricordavo malissimo perché in tutti quei comuni nelle elezioni dal 2008 al 2010 (camera, regionali, europee) il primo partito è il centrodestra. Questo non significa che il movimento votava centrodestra perché “primo partito” rimane una cosa relativa, visto che PD+Rif+Grillo l’avrebbero superato.

                    SUlle differenze tra Alta Valle e Bassa Valle: in alcuni comuni in effetti il PDL dilaga, ma in altri i risultati sono più o meno quelli della bassa valle.
                    (sono sguardi approssimativi, ma per la nostra discussione credo possano bastare).
                    Tutto qua sul punto, scusate ancora il ritardo.

                    • Sì, relativo a dir poco, infatti credo che nessuno dei 23 comuni della bassa Valsusa abbia un’amministrazione di centrodestra.

        • Giusto tornando al 2013, il vostro “tifiamo rivolta” fu linkato su Bellaciao, un sito di nicchia e poco frequentato, ebbi lì a precisare che fosse meglio “tifare merda”, descrivendo anche le motivazoni dell’ascesa agli onori del m5s, la mia osservazione fu confortata dall’esito elettorale, che in un commento proprio qui (ricordo piacevolmente “applauso cazzo applauso” di WuMing1) definii frutto di un movimento creato dal sistema attraverso i media. Quando poi post-voto vidi la scampagnata dei 5s stelle in Valsusa, in pompa magna con TV mainstream al seguito, per ringraziare i NoTaV valsusini per avergli gonfiato le urne, capii che non si sarebbero fatti più vedere, lo stesso avvenne per NoMuos e Terra dei Fuochi.
          Oggi è chiaro anche perché non hanno più bisogno di quei voti, sono cresciuti coi voti qualunquisti e stanno portando a termine la missione per cui erano stati creati.
          Continuo a credere che una rivolta interna non ci sarà mai, lo zoccolo duro ormai è istituzionalizzato e detiene il timone del movimento. Quel che ha perso o perderà sono solo consensi già rimpiazzati dal voto qualunquista, nella dirigenza non hanno trovato spazio soggetti a quel progetto avverso. Posso fare un esempio banale, vista anche la “non notorietà” del personaggio, Berdini a Roma… contentino per la sinistra romana e un no alle Olimpiadi, ma gli hanno fatto ingoiare lo stadio e poi sbattuto fuori.
          Rimango dell’opinione dell’epoca, sono pericolosi, oggi tocchiamo con mano quanto sarà difficile se non impossibile ridimensionarne il potere.

  3. A proposito dell’ex villaggio olimpico (meglio noto come Ex Moi) e dell’ulteriore sperpero di soldi pubblici legato al fallimentare tentativo di “sgombero dolce” di Comune e Compagnia di San Paolo, segnalo che sono ancora in carcere tre abitanti delle palazzine per essersi opposti a quel progetto con un’azione simbolica e non violenta.
    Sarebbe bello che questa notizia venisse fuori e che si chiedesse alla Compagnia di San Paolo di ritirare la denuncia vista l’assurda sproporzione tra il fatto e le misure adottate.
    Per chi volesse invece approfondire la storia dell’abbandono del villaggio olimpico e soprattutto dell’abbandono delle persone che vi abitano consiglio invece il libro Abbandoni. Assembramenti umani e spazi urbani: rifugiati e negligenti politiche di accoglienza.

  4. Intervista a Stefano Bertone, autore de Il libro nero delle Olimpiadi 2006 – da Sistema #Torino.
    Con (facile) debunking della panzana «Il comitato organizzatore chiuse i conti in attivo».

  5. Paradossalmente, per chi li sostiene, Lega e M5S hanno riportato lusinghieri risultati alle ultime elezioni perché sono simili. Siamesi, direi. Parlano alla pancia, sono sempre in TV, si presentano come contro-tutto-quello-che-c’era-prima. Peccato che razzolino malissimo. La lega lombarda e poi nord emerge nei primi anni ’80, entra in parlamento e dopo due secondi il segretario (il mitico Bossi) e il tesoriere (l’ancor più mitico Patelli) sono colti con le mani nella marmellata per aver commesso gli stessi reati di marpioni di lungo corso come Craxi-Andreotti-Fanfani. Ci vuol poco ad imparare… Roma ladrona, e secessione, blateravano, per ciurlare il loro elettorato… E Salvini, il nullafacente, ci vorrebbe spiegare che sa come sollevare le sorti del Bel Paese. Così come i pentastellati: ora hanno eletto tra le loro fila gente ‘espulsa’ per varie ragioni (massoneria, abusi, etc…) ed hanno espulso da tempo gente che chiedeva il rispetto delle loro strombazzate regole… I sindaci M5S sono tutti indagati, o quasi… Lo streaming? ehhh… Il vaffa? Son maturati… Uno vale uno? Pfff… Mai con la Lega? mmm… Però le Olimpiadi a Roma mai… Meglio a Torino! in realtà, Lega e M5S sono entrambi partiti urlatori, finiti democristiani, con buona pace di Perino. L’Italia di oggi, insomma, quella che non si qualifica per i Mondiali di calcio, che incolpa il povero ed il diverso per ogni cosa, e cerca sempre una scorciatoia per il Bengodi.

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