Dieci anni dopo le Olimpiadi del 2006, #Torino festeggia la voragine

Le priorità del 2006. Siamo sicuri che siano cambiate?

Le priorità del 2006. Siamo sicuri che siano cambiate?

di Maurizio Pagliassotti (*)

Per raccontare questa storia è necessario partire dalle parole di un giornalista vero, forse il migliore che Torino abbia avuto, pubblicate sul settimanale “D di Repubblica”, nel lontano 2003.
Troverete Luca Rastello anche nelle prossime righe, perché era un maestro e andare oltre le sue parole definitive è impossibile. Luca scrisse:

«La notte è quasi una novità a Torino, prima non c’era. Una sera di anni fa, l’italianista Stefano Jacomuzzi, ospite di Gianni Agnelli, notò dalla collina le grandi chiazze di buio che si allargavano sotto il suo sguardo: «Sono le nove e la città sembra già addormentata», osservò. “Lascia che riposino”, rispose paterno l’avvocato.
Ora riposa anche lui.
Erano suoi quei grandi viali paralleli alle linee di montaggio, quelle traiettorie rettilinee di vite operaie o impiegatizie, definite una volta per tutte dal primo giorno allo stabilimento e dal regalo dell’orologio che ti qualificava Anziano Fiat, un titolo che tanti ancora si portano sul necrologio su La Stampa.»

C’è stato un tempo in cui il padre della città auspicava che i torinesi tutti non avessero pensiero che potesse distrarli dalla fabbrica, dal ’venta rusché, dal ’venta travajè. Che fossero fedeli impiegati torinesi doc, mansueti tecnici della provincia, o insubordinati operai massa in arrivo con i treni della speranza, non cambiava molto. A Torino si doveva lavorare molto e riposare il giusto, il giusto per non crepare di fatica. Per lo svago c’era il pallone, i trionfi domenicali della Juventus erano l’adeguato strumento per spegnere ogni tipo di ardore, e lo stadio il luogo più opportuno dove stemperare pulsioni di rivalsa. Leggenda vuole che Torino al termine degli anni ’50 avesse il maggior numero di sale da ballo pro capite e poi, dato che una città forgiata nel ferro e sul fuoco necessita di riposare, come da desiderio, ecco la discesa fino al mirabile panorama delle «enormi chiazze di buio», visibile dalle belle e spaziose terrazze delle ville che si affacciano sulla città.

Ma i tempi cambiano si dice, ed è necessaria un’orgia di retorica per spegnere una città facendo credere che la si stia accendendo come un braciere olimpico.

1. Alle origini della trasformazione

I padroni della città, reduci dalla traballante vittoria sugli operai in rivolta del 1980, quando avevano schierato ben quindicimila impiegati in marcia per le vie di Torino, guidati dal caporeparto Luigi Arisio, decisero che la produzione doveva uscire dai muri del loro impero. La Fiat aveva sessantamila dipendenti a Mirafiori. Non era una decisione di chi comandava la città: coglievano l’occasione storica, come innumerevoli altri industriali, per regolare molti conti rimasti in sospeso guadagnandoci. Il mondo lo permetteva. Le praterie della delocalizzazione neo liberale – in termini meno pudichi: il capitalismo – si aprivano su chances fino ad allora impensabili per chiunque desiderasse abbattere il costo del lavoro, il sindacato, la conflittualità, tutto.

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Cominciò così quella che il sociologo Marco Revelli ha definito «la globalizzazione stracciona della Fiat», così descritta sempre da Luca Rastello, profetico:

«Il decentramento della produzione con esperimenti fallimentari a Cordoba in Argentina, e le dismissioni di massa. Oggi [2003, NdR] l’azienda annuncia poco più di ottomila esuberi e molti si stupiscono che la capitale operaia della rivolta novecentesca non insorga, ma se ne stia in coda al Lingotto “per l’ultimo saluto all’avvocato”.
Il fatto è che negli ultimi dodici anni, mentre scopriva la movida, la città ha perso 110.000 posti di lavoro (centodiecimila), un’emorragia silenziosa e fatale, accompagnata dall’onda epidemica dei suicidi fra i cassintegrati del 1980 che non riuscivano a ritrovare lavoro.»

Meno centodiecimila posti di lavoro cinque anni prima dell’inizio della crisi globale. Anime morte.

Questo stato di cose risponde, da subito, a chi sostiene che il crollo mondiale del 2007 sia all’origine delle peripezie torinesi.

Ma gli Agnelli, e quindi tutta la coorte industriale torinese, di fronte a questa catastrofe incontrovertibile trovarono solo consensi, entusiasmo e teste chinate. Perché per tutti a Torino era necessaria una «trasformazione»: basta operai, basta ferro, basta industria. Di più, ci voleva «un cambio di mentalità», addirittura una «mutazione genetica». Leggere la storia di Torino è vedere la più grande manipolazione sociale della storia recente d’Italia. Un esperimento compiuto su centinaia di migliaia di persone. Su un territorio, su una comunità intera.

Certo, mettere in relazione il violento scontro del 1980 e le Olimpiadi di Torino può apparire un volo pindarico, ma alla luce di quanto intercorso nel tempo, il patrimonio genetico trasmesso appare evidente. Si pensi ad alcuni protagonisti di allora, divenuti protagonisti della ventennale “trasformazione” di Torino: il giovane Piero Fassino, in quel tempo responsabile delle fabbriche per il Pci e oggi sindaco, che nel 2011 dichiara «se fossi un operaio Fiat voterei sì al referendum di Marchionne». Al tempo accompagnò il segretario Berlinguer alla porta 5, rinominata “Porta Karl Marx”, per un comizio dove il capo del partito espresse agli scioperanti il pieno appoggio, dichiarando, seppur con molte sfumature, sostegno politico nel caso in cui il consiglio di fabbrica avesse deciso l’occupazione dei luoghi di produzione. Piero Fassino negli anni successivi puntualizzò che il suo partito «cercò di convincere il sindacato ad accettare l’offerta della Fiat» e che quella linea «non passò per via del clima che si era creato». 

Oggi il sindaco di Torino è uno dei più accaniti sostenitori del cambiamento, della trasformazione post industriale, delle Olimpiadi, delle grandi opere e dei grandi eventi. E di Marchionne.

Ma i cambi sono avvenuti anche in senso contrario. Paolo Cantarella, ex amministratore delegato Fiat, poi consigliere di Iren SpA, Finmeccanica, Teatro Regio di Torino, è stato membro del Toroc, il comitato olimpico che organizzò i giochi. E con lui moltissimi altri ex top manager Fiat hanno nel tempo deciso che era meglio lavorare sotto l’ala dello Stato. Stato – per la verità li si può trovare quasi tutti nelle istituzioni torinesi e piemontesi – che li ha accolti come figlioli prodighi, riservando loro ruoli a retribuzioni apicali. Un’osmosi capillare tra personale politico e industrial finanziario.

Il primo scossone alla dimensione produttiva torinese del 1980 fu seguito da un secondo, nel 1994, quando la Fiat in occasione del celebratissimo «la festa è finita» di Gianni Agnelli, produsse una nuova ondata di licenziamenti, tra cui 3800 impiegati che solo pochi anni prima avevano alzato per le vie di Torino cartelli di questo tenore: «il lavoro si difende lavorando».

La festa, ma soprattutto la storia, era finita, il capitale trionfava e i comunisti diventavano post ideologici, in primis quelli torinesi, quasi tutti “miglioristi”, quindi ontologicamente neo liberali. Veloci nell’ammettere non solo la sconfitta, ma l’assoluta bontà e superiorità di un sistema ufficialmente “nemico” fino alle prime picconate nel muro di Berlino.

2. Un flute, un bocconcino e via, verso Olimpia

Ma ecco, durante una cena alto borghese tipicamente torinese, l’idea brillante. C’è anche l’avvocato, si discute cosa fare della città che andrà incontro alla de industrializzazione a tappe forzate. È il 1998.

Ma come si fa?

Eh già, è un bel problema. Duecentomila operai non sono uno scherzo.

Tutto d’un tratto, tra un flute e l’altro, un generale in pensione la butta lì: «Facciamo le olimpiadi invernali!». Torino è a due passi dalle montagne, le principali stazioni sciistiche sono a cento chilometri e, particolare non secondario, si trovano nel feudo montano degli Agnelli, Sestriere e paesi adiacenti.

Un attimo, e l’idea del generale diventa l’idea di Agnelli nel plauso generale. E’ il grande dono che l’avvocato fa al suo popolo: basta pane, brioches per tutti.

Una tra le più grandi opere di sperpero del dopoguerra viene trasformata con retorica battente in una grande opera di rilancio. Ciechi di fronte alla privatizzazione del sistema bancario, di fronte alla natura squisitamente privata dell’euro, di fronte a leggi di bilancio sovranazionali che hanno trasformato radicalmente i concetti di debito, deficit e spesa pubblica.

Torino e le sue Olimpiadi mettono bene in luce il meccanismo macro economico perverso in cui è piombato il paese: perché l’intervento pubblico, qualunque esso sia, dal tombino al tunnel di 54 km, è diventato un violento meccanismo estrattivo di valore volto ad abbattere lo Stato.

E come scrive lo storico dell’arte Tomaso Montanari, impegnato quotidianamente a denunciare l’esproprio del patrimonio culturale – uno degli strumenti che dovrebbero rendere gli italiani uguali – da parte di privati, «lo Stato da vent’anni è impegnatissimo a distruggere se stesso.»

È scacco matto pieno. Chi ha dettato le regole del gioco, nell’osservare la povera Torino e la povera Italia, probabilmente ha lo stesso pensiero che aveva il grande scacchista Bobby Fischer: «Mi piace vederli dibattersi». Così confessò, a proposito dei suoi avversari.

Torino si dibatte, da dieci anni.

Ci si può quindi indignare di fronte allo sfacelo post olimpico torinese?
Di fronte al trampolino di Pragelato, costato 34,3 milioni di euro e oggi abbandonato?
Alla pista di bob di Cesana Pariol, costata 110,3 milioni di euro e oggi abbandonata?
A parte del villaggio olimpico – 140 milioni di euro – abbandonata?
Alla pista di free style di Sauze d’Oulx, costata 9 milioni, usata sei giorni e poi smantellata?
Alla pista di biathlon a Sansicario prossima alla trasformazione in campi da tennis?

L’Istituto Bruno Leoni, di cui si può dire tutto tranne che sia un centro di ricerca “antagonista”, in uno studio del 2012 quantificò la perdita secca di Torino 2006 in ottocento milioni di euro. Un calcolo che teneva conto di tutti i benefici diretti e indiretti delle Olimpiadi.

Meccanismo estrattivo centrato sull’effetto leva generato dal debito perfettamente funzionante.

Il debito di Torino oggi è sceso a circa 3 miliardi di euro, dopo vendite e tagli draconiani.
È un debito squisitamente privato, contratto con istituti di credito privati, che si ripaga con i beni dei cittadini. Prima quelli pubblici, poi si passa a quelli privati attraverso la tassazione. Compito della politica dovrebbe essere quello di sovvertire queste regole fanatiche – pensare di organizzare le olimpiadi Roma 2024 in presenza del patto di stabilità significa consegnare le chiavi della città al curatore fallimentare nel 2025 – oppure di non fare debito e, nel caso, ridurlo senza vendere posate e lenzuola: troppo complicato. Soprattutto a Torino, dove il debito è passato da 1,8 miliardi del 2001 a 3,3 nel 2011, dove quasi tutte le partecipate sono state messe in vendita, dove è stata privatizzata la gestione di nove asili, dove strutture barocche seicentesche, definite patrimonio dell’umanità dall’Unesco, sono finite nei fondi di cartolarizzazione e messe all’asta.

Cosa è questa, se non la sistematica distruzione dello stato sociale?

Ma d’altronde come stupirsi, se al governo c’è la sinistra che vede come faro Tony Blair, con venti anni di ritardo, il nemico numero uno dell’idea di stato sociale.

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Torino è la capitale nazionale della cassa integrazione e si può tranquillamente dire che oggi il primo datore di lavoro della città è lo stato sociale, e solo grazie alla rendita accumulata da generazione precedenti, in primis quella operaia, il tessuto sociale non si sfilaccia fino a lacerarsi. Le ore richieste di Cig nel 2015 sono state il 222% in più di quelle del 2008, anno di inizio crisi. Perché vulgata vuole che la famosa “crisi” da queste parti arrivi otto anni fa.
E ricordiamo sempre i meno centodiecimila del 2003.

Indignarsi, definire tutto questo “spreco” è fuorviante, cieco di fronte alla sistematicità di tali operazioni. Manca la capacità di vedere il fine, e ci si rifugia nella rassicurante prospettiva di qualche malandrino, qualche incapace, o entrambi. Va bene per strisce pre serali dove vengono date in pasto la magagne del Paese. Le olimpiadi, i grandi eventi, le grandi opere, sono ingranaggi perfettamente funzionanti del meccanismo che trivella la Repubblica e rimodella la società su un modello neo aristocratico.

Perché anche nel caso in cui quegli impianti oggi abbandonati fossero debordanti di folle con scarponi e racchette il risultato finale sarebbe uguale. Oggi, Torino vanta indici macro economici drammatici: il Comitato Rota, nell’annuale rapporto sulla città del 2014, certificava che in alcuni quartieri periferici l’aspettativa media di vita si accorcia. Torino è la città in cui c’è stata la rivolta dei forconi più violenta: tre giorni di insurrezione, le vie spettrali, i tram messi per traverso nei corsi, rotonde ostaggio di ignoti che bloccavano i rifornimenti. Uno squarcio nel ventre profondo che ha fatto vedere cosa si muove nelle viscere del tessuto umano torinese.

Una città polarizzata, perfino nell’estetica. Un centro ricco rifatto in occasione dei giochi del 2006, scintillante, il salotto contrapposto alla periferia ansimante, rancorosa, ripostiglio di cui prima o poi magari ci si occuperà. Forse.

Colpa della “crisi”, rispondono. Quale crisi? La crisi è causata dai processi sopra descritti e quindi è lo stesso termine “crisi” a essere fuorviante. E questa sedicente “crisi” non passerà perché i pozzi di valore da trivellare sono ancora molti. Negli Stati Uniti, dove prende avvio questa globalizzazione capitalista i posti di lavoro persi dall’industria pesante, e non più recuperati in termini né qualitativi né quantitativi, sono 7.231.000.

Ma la trasformazione torinese, grazie alle Olimpiadi, è riuscita perfettamente. La città trabocca di turisti, gli incrementi sono tutti a doppia cifra, grandi eventi, grandi manifestazioni fanno sbraitare al successo ad ogni ponte di pasqua. E non sarà certo chi scrive queste righe a colpevolizzare coloro che hanno colto l’occasione per creare un po’ di lavoro nel settore del turismo e della ristorazione: è rimasto solo quello. I processi di gentrification – descritti magistralmente dal prof. Giovanni Semi nel suo illuminante libro Gentrification. tutte le città come Disneyland (Il Mulino) – sono paradossalmente l’ultima spiaggia di una città alla deriva. Dopo c’è il grande nulla.

Quindi, il paziente è moribondo ma l’operazione è perfettamente riuscita.
Scriveva ancora Rastello, nel 2003:

agnelliscia«Passata la commozione per la morte di Gianni Agnelli, oggi a Torino c’è la consegna del sorriso e l’appello ad andare avanti assieme, con un’ombra di retorica. Il volano della nuova vita dovrebbero essere le olimpiadi Torino 2006. Resta memorabile il commento della scrittrice Arundathi Roy: “Veramente distruggete il vostro ambiente per sciare due settimane?”
Eppure c’è poco da scherzare: qui chiude tutto. La Sai Fondiaria che si trasferisce a Firenze, la Savigliano, gloriosa metallurgica che ha lavorato quasi due secoli, la Utet, prima casa editrice della storia d’Italia.»

Di queste parole profetiche Luca Rastello dovette rispondere a Chiamparino in persona, al tempo sindaco di Torino.

Ma rileggere la storia con gli occhi del tempo è esercizio divertentissimo, e fa capire quanto il giornalista scrittore torinese rischiasse di diventare un granello di sabbia capace di far saltare il meccanismo estrattivo.

I giornali del periodo olimpico, sono un drammatico spasso riletti oggi. Tutta l’intellighenzia è schierata:
Alessandro Baricco scrive sulla metropolitana finalmente inaugurata una specie di favola dal titolo Dal romanzo alla realtà, niente meno;
Gianni Vattimo, il filosofo, dopo aver criticato fa dietro front e sulle pagine de La stampa si cosparge il capo di cenere, e in prima pagina nazionale (una piccola punizione per il discolo, la contrizione non basta) dichiara: «Io, filosofo pentito»;
Saverio Vertone annuncia che non partirà più per Parigi, come aveva annunciato. Margherita Oggero cita Manzoni;
Luciana Littizzetto si lancia in un profetico: «Olimpiadi Torino, le cassandre avevano torto»…
Lo scrittore Giuseppe Culicchia ogni giorno tesse le lodi dell’evento e della città rinata, ma tre anni dopo scriverà un bel libro ambientato a Torino, Brucia la città (Mondadori): succoso affresco di una città saccheggiata e devastata, in una bella pagina gli assessori Mintasco, Minfischio e un altro dal nome evocativo, tutti facilmente riconoscibili con i personaggi reali, durante una bella festa in collina, circondati dalla borghesia pezzente torinese, affacciati sul povero popolo “che riposa”, tagliano una gustosa fetta di torta su cui è disegnata la città. E se la mangiano.

E buon appetito.

John Elkann sull’house organ ricordava invece che se il nonno fosse ancora vivo sarebbe molto contento, mentre nientemeno che il re Savoia annuncia al popolo: «Torino potrà ammirare i miei gioielli.» La più saggia pare Evelina Christillin, reginetta e organizzatrice dei giochi: «Aspettiamo a festeggiare, nel lungo periodo solo la serietà paga.»

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E visto che l’occasione è propizia, durante le Olimpiadi la propaganda anti Notav diventa particolarmente virulenta. Quella maledetta valle ribelle pare aver capito che il meccanismo estrattivo olimpico è uguale al meccanismo estrattivo Tav. Ci sono quindi conti da regolare.
Pisanu, al tempo ministro degli Interni: «Temo notav e no global ancor più dei terroristi islamici». Pininfarina: «Rischiamo di perdere la Tav. O apriamo i cantieri nel 2006 o Bruxelles potrebbe dirottare i finanziamenti che ci ha concesso. E la penisola Italia diverrebbe un’isola». Quindi, dato che oggi siamo nel 2016 e del tunnel di base non è stato scavato nemmeno un millimetro, l’Italia è di fatto un’isola.

Ma ciò che sorprende è il pensiero dei torinesi nel 2006. In un sondaggio condotto durante il periodo olimpico e pubblicato da La stampa emerge un quadro molto razionale e serio del contesto, distante mille anni luce dallo sciabordio sfavillante della festa. Il problema principale per i torinesi è il lavoro (23,7%) seguito dalla salute (20, 4%) e dal reddito (16, 4%). Il 21% dichiara di non arrivare a fine mese, e il 26,4% non ha beni essenziali per vivere. Il futuro precario del figli (nel 2006, quando ancora il barbaro retaggio novecentesco dell’art 18 non era stato sostituto dal progressista e di sinistra Jobs Act) preoccupava il 35% dei torinesi. Bei tempi.

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Scriveva a commento Marco Revelli:

«Sembra la posizione di chi, sotto la pioggia, si augura che l’ombrello tenga e che non si metta a grandinare, che non di chi già vede, a occhio nudo, “il sol dell’avvenire..”. E forse il 10 febbraio saranno state anche loro davanti al video a scaldarsi il cuore con la favola della loro città che decolla.»

3. Eppure è stato tutto perfetto

Le Olimpiadi di Torino 2006 sono un esempio di legalità, contesto vergine da ogni corruzione. Il territorio torinese, notoriamente infiltrato dalla criminalità organizzata, oggetto di una pioggia di denaro pubblico senza precedenti, ha saputo resistere senza il minimo cedimento alle forze criminali che inquinano e devastano le grandi e piccole opere della Repubblica. Anzi, c’è solo una piccolissima macchia a sporcare il tessuto lindo. Il 28 febbraio del 2006, un breve articolo di cronaca di Antonio Gaino pubblicato da La Stampa, paventa futuri terremoti giudiziari in arrivo.

Il cronista descrive un piccolo caso di utilizzo improprio di un telepass da parte di un dirigente del Toroc, quindicimila euro di danno. Poi aggiunge:

«Un ruttino rispetto la montagna di sussurri – sport nazionale anche questo – che avevano accompagnato l’escalation delle previsioni, al ribasso, degli incassi, e delle spese, al rialzo, per le XX olimpiadi invernali.»

Il ruttino
Il ruttino rimarrà tale.

E cosa pensare delle parole di Rocco Varacalli, uno dei pochissimi pentiti di ‘ndrangheta dalle cui dichiarazioni ha preso avvio il processo Minotauro (45 condanne e 25 assoluzioni). Varacalli, oggi in carcere per omicidio, in una puntata di Presa diretta del 15 gennaio 2012 disse:

«Tutte le opere sono state fatte dalla ‘ndrangheta, dal cassiere della ndrangheta. E dopo le olimpiadi anche l’alta velocità Torino Milano, tutti i lavori del Piemonte, lavori pubblici, li hanno fatti loro.»

Chi avrà voglia di ascoltare l’intera puntata comprenderà che Varacalli parlava di un sistema criminale strutturato e dinamico.

Sparate televisive? Vendette? La figura di Varacalli risulta ambigua perché per molti aspetti è più volte caduto in contraddizione, fino ad essere ritenuto non credibile. Ma la seconda sezione della Corte di Cassazione, sempre relativamente al processo Minotauro, privo di relazioni con le vicende olimpiche, ha così scritto: «Il suo narrato è rimasto coerente e costante, privo di contraddizioni e munito di plurimi riscontri esterni, mai smentito da risultanze processuali di segno contrastante.»

Burp.

_____
* Maurizio Pagliassotti, giornalista, è autore dei libri Chi comanda Torino (Castelvecchi, Roma 2012) e Sistema Torino Sistema Italia (Castelvecchi, Roma 2014). Sta scrivendo un’inchiesta sul potere delle fondazioni bancarie. Compare come personaggio nella seconda puntata di Ovest. 25 anni di lotte No Tav in Val di Susa, miniserie di Wu Ming 1 apparsa in tre puntate su Internazionale.

N.d.R. I commenti al post verranno attivati venerdì 1 aprile, per consentire una lettura ragionata e – nel caso – interventi meditati (ma soprattutto, pertinenti).

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15 commenti su “Dieci anni dopo le Olimpiadi del 2006, #Torino festeggia la voragine

  1. Forse molti giapster già conoscono la notizia, ma penso sia importante notare come di recente alcune città abbiano chiesto ai loro cittadini, attraverso un referendum, se fossero d’accordo con un’eventuale candidatura all’organizzazione dei giochi olimpici. E’ un po’ OT rispetto a Torino, ma mi sembra importante notare che i cittadini sembrano avere le idee abbastanza chiare.

    Per il 2022 sono 3 le città che hanno ritirato (o addirittura, non presentato) la loro candidatura dopo un referendum (Cracovia, Davos/Sankt Moritz e Monaco di Baviera), mentre ad Oslo e Stoccolma gli stessi governi hanno ritirato la candidatura per mancanza di sostegno popolare:
    http://deadspin.com/nobody-wants-to-host-the-2022-olympics-1582151092

    Per il 2024, Amburgo:
    http://www.reuters.com/article/us-olympics-hamburg-idUSKBN0TI0VC20151129

    mentre gli organizzatori hanno ritirato (a giugno 2015) la candidatura di Boston dove stava crescendo la domanda per un referendum.
    http://www.boston.com/news/local-news/2015/03/24/boston-2024-lets-have-a-vote-on-the-olympics

    • C’è anche un precedente italiano, Aosta voleva candidarsi alle olimpiadi invernali del 1998, si formò un comitato contrario che raccolse le firme per un referendum che abrogava la legge regionale che effettuava i primi stanziamenti, lo vinse e a quel punto la candidatura fu ritirata.
      Solo che ora si parla di olimpiadi ad Aosta nel 2026.

  2. Un risvolto doloroso della trappola del debito, che è stato giustamente ricordato, è lo smantellamento/privatizzazione del grande patrimonio di competenze ed energie che erano i servizi educativi a Torino. Ma non ho trovato spesso, anche tra chi questo processo lo critica aspramente, la disponibilità a collegarlo strutturalmente alla questione Olimpiadi.
    E su questo vorrei proporre una riflessione sulla gestione del consenso attraverso i “percorsi partecipativi” di cui il Comune di Torino è grande promotore (ed erogatore di risorse agli enti che le gestiscono). Sui servizi educativi ho osservato da vicino (come genitore) “Crescere 0-6”, una “grande e aperta” discussione sul futuro dei servizi 0-6, con incontri in tutta la città. Ovviamente era previsto si discutesse soltanto all’interno del frame dato, ossia: il Comune non ha più soldi (non si può discutere perché, è un dato di natura), ma per fortuna c’è la partnership pubblico/privato, soprattutto santa Compagnia di San Paolo che si sta sacrificando per noi. Le voci discordanti sono state silenziate (seppure con qualche difficoltà) e ignorate. Credo però anche che la forza del dato di base – il debito – fosse per queste voci una intrinseca debolezza, difficile da superare se non si lavora sul legame tra le scelte che hanno creato il debito e quelle che i bambini stanno vivendo sulla loro pelle nei nidi e nelle scuole d’infanzia. Come ha potentemente fatto questo contributo.
    Grazie per questo, e per ospitare un commento che spero non sia troppo ot.

    p.s. ho partecipato molto attivamente al referendum anti-Olimpiadi in Valle d’Aosta del 1991 con organizzazioni ambientaliste all’epoca; con un contro-dossier avevamo molto concretamente spiegato cosa sarebbe avvenuto in ogni sito olimpico e discusso di costi e corruzione con Albertville e altri precedenti sedi olimpiche. Non mi sembra, almeno tra gli ambientalisti, avessimo però la coscienza chiara dei meccanismi del debito che le riflessioni sulle grandi opere hanno fatto crescere.

    • Anche per questa consapevolezza va ringraziato il movimento #notav. Senza la lotta in val di Susa, e l’impressionante lavoro di inchiesta, controinformazione e condivisione dei dati portato avanti in questi 25 anni, molti passaggi e meccanismi sarebbero rimasti oscuri, avviluppati nella propaganda dei poteri politici ed economici che vogliono e impongono le Grandi Opere inutili.

  3. Anche Bologna sta subendo una ristrutturazione dello 0-6, in ottica di esternalizzazione (per ora verso una Istituzione). Non ci vedrei un legame diretto con le Olimpiadi, quanto con un blairismo di fondo, che tende a togliere al pubblico l’erogazione dei servizi mantenendone solo un controllo (che in Italia viene esercitato solo nominalmente e non fattualmente).
    Per quanto riguada le Olimpiadi futuribili (speriamo solo sulla carta) la Fondazione Bruno Leoni, su wikispesa, fa un’analisi dell’ipotesi Roma2024 e sul budget stanziato e già sforato…
    Incominciamo bene.

    • Le grandi opere c’entrano eccome, a livello nazionale (ma anche continentale) e quindi anche a Bologna. Mentre le grandi opere – a cominciare dall’alta velocità ferroviaria, che è stata la più devastante da questo punto di vista – spalancavano autentici abissi di debito pubblico, gli stessi blocchi di potere che ci guadagnavano e le lodavano erano intenti – e lo sono tuttora – a promuovere aggressivamente il frame della “spesa pubblica eccessiva” e le conseguenti politiche di tagli ai servizi sociali e alle istituzioni locali. Lo stato sociale va distrutto mentre si “Sblocca l’Italia” e si regalano miliardi ai soliti noti. La vicenda del governo Monti è paradigmatica: una delle prime mosse del governo imposto per imporre l’austerity e la “spending review” fu la difesa a spada tratta della Torino-Lione, con un documento in 14 punti. Tutti farlocchissimi (e infatti subito debunkati dai No Tav), ma ammantati dall’aura del “governo dei professori”.

      • Effettivamente il nesso con le opere c’è. Quello che volevo dire è che governi con certe impostazioni politiche (blairismo di una certa sedicente sinistra e libersimo americanoide-familistico della destra) smantellerebbero i servizi pubblici a prescindere dalla grandi opere, dagli Sblocca-Italia.

        prima ho dimenticato il link alle spese olimpiche:
        http://www.wikispesa.it/Roma_2024:_costi_previsti_e_rischi

        • Sì, smantellerebbero comunque, ma il peso e l’urgenza del debito – voragine rende bene l’idea della sensazione che abbiamo a Torino – aiutano senz’altro a far accettare scelte altrimenti impresentabili.
          Grazie per aver meglio esplicitato dove volevo arrivare…

  4. per puro caso, ieri ho letto su ‘internazionale’ la traduzione di un articolo pubblicato da ‘the guardian’ sull’argomento. probabilmente saranno stati pubblicati altri reportage più approfonditi e completi, ma condivido comunque l’articolo se non altro per l’ovvia risonanza internazionale:
    http://www.theguardian.com/cities/2016/mar/02/turin-refugees-italy-abandoned-olympic-village

  5. Un testo non facilissimo stavolta. Un collegamento logico tra la crisi FIAT e i Giochi Olimpici del 2006 non è così immediato. Crisi Fiat: è un dato di fatto, da un punto d vista strettamente industriale, che finché c’è stato Ghidella le auto FIAT, anche attraverso le leggi protezionistiche in materia di mercato automobilistico, andavano bene pur con qualche scivolone come ad esempio la leggendaria Duna. Perché erano prodotte da operai capaci e supervisionate da un ingegnere dell’auto. Con Romiti la FIAT entrò in crisi. Quanto al progressivo smantellamento di Mirafiori è stata una cosa per certi versi inevitabile. Vuoi per l’automazione, vuoi per il saturarsi del mercato, vuoi perchè le auto prodotte dagli anno 90 in poi sono state una barzelletta, vuoi per la crisi dei sindacati, il numero di lavoratori impiegati nella Fiat sarebbe comunque sceso. Sono le tesi sostenute anche da Jeremy Rifkin ne “La fine del lavoro”. Naturalmente farla così è stato senza senso, una città intera è stata distrutta, anche se qualche speranza c’è e Mirafiori non è morta, come ha dimostrato questo reportage de L’Espresso http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2015/10/15/news/mirafiori-2015-cosi-il-quartiere-operaio-di-torino-riprende-vita-1.233728 e http://espresso.repubblica.it/foto/2015/10/15/galleria/mirafiori-cosi-rinasce-la-torino-operaia-1.233750#1
    Capitolo Giochi Olimpici: le Cassandre in quanto tali non sono mai ascoltate, tuttavia non è il primo caso e non sarà l’ultimo, la lezione di Italia ’90 non è servita a nessuno ( http://iltirreno.gelocal.it/speciale/mondiali-2014/2014/04/05/news/inchiesta-il-grande-sperpero-di-italia-90-e-il-conto-lo-stiamo-ancora-pagando-1.8988558 ). Certo qualche colpa ai torinesi è necessario darla. Se la maggior parte di loro era contraria fin da subito, perchè dare fiducia in continuazione a chi invece ci ha marciato e non poco sia prima che dopo? Non capisco, ma il problema di scollamento gente – ceto politico è generalizzato in Italia, anche nelle città più socialmente e politicamente attive come Bologna e proprio i Wu Ming ce lo ricordano spesso.
    Quanto ai NOTAV consci di cosa rischiano, soprattutto a livello ambientale, resistono da un quarto di secolo, ed è l’unica soluzione. C’è da sperare che facciano da traino al prossimo Grande Sperpero, ossia la candidatura di Roma 2024, anche se dubito che qualcuno sano di mente affiderebbe all’Italia un evento simile.

  6. 1)
    In un solo punto non sono d’accordo con Maurizio: il settore “turismo e ristorazione” non è “un’ultima spiaggia” ma è perfettamente in linea con i processi che racconta. Sentite questa storia:

    Anno 2003. Farinetti cerca un edificio per aprire il primo Eataly, naturalmente a Torino. Così racconta quelle giornate Anna Sartorio, biografa (autorizzatissima) di Oscar Farinetti (Il mercante di utopie, Milano: Sperling & Kupfer, 2008):

    “Tutto è successo in fretta, come piace a lui [Farinetti]. Il giorno prima ha avuto un colloquio col sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, che fin lì conosceva più o meno di vista, ed ecco che Eataly già c’è o ci sarà. In Comune l’ha introdotto, come al solito, l’amico Carlin [Carlo Petrini, Slow Food], che conosce tutti. Oscar si è presentato a Palazzo Civico con il suo bel Powerpoint, una spiegazione veloce del progetto e la determinazione a trovargli uno spazio. Chiamparino, altrettanto pragmatico, l’ha interrotto. Ha detto: «Aspetta», al tu sono passati subito, per accelerazione, «non ripetere due volte, faccio venire l’assessore che segue queste cose». Cinque minuti di convenevoli ed ecco comparire una bionda signora. Presentazioni, strette di mano – Oscar, Elda. Chiamiamoci per nome che è più rapido.”

    Elda, che si chiama Tessore, è e sarà nel governo cittadino torinese in più periodi tra il 1985 e il 2007: ex radicale, poi assessora socialista rampante con la giunta di sinistra e capogruppo del PSI nella maggioranza pentapartito, Commissario e Sovrintendente al Teatro Regio eccetera. Insomma la quintessenza della prima repubblica. E dal 2012, ça va sans dire, renziana convinta. Al momento dell’incontro con Oscar (2003, appunto) è in giunta in “quota Chiampa”, cioè voluta direttamente dal Sindaco, per occuparsi delle attività economiche e delle Olimpiadi invernali del 2006. La Tessore mostra diciotto edifici a Farinetti, ma lui troverà ciò che cerca solo all’ex fabbrica Carpano (al Lingotto).

    [fin qui ho citato da La Danza delle Mozzarelle; quello che segue è un pezzetto che ho tagliato nella stesura definitiva]

    Tra questi diciotto edifici il Palafuksas, sorto in luogo del padiglione dell’abbigliamento in piazza di Porta Palazzo (piazza della Repubblica), dove si trova il più grande mercato all’aperto d’Europa. Quella di Palafuksas è una storia esemplare di come questa classe dirigente nuova e antica governi le città. Quindi raccontiamola, almeno per grandi tratti. Inizia così:

    “Porta Palazzo, piazza sede del più grande mercato all’aperto d’Europa […] vede dalla fine degli anni ’90 distendersi su di essa una sinistra ombra: razionalizzazione e ordine laddove il bello sta nel casuale e nel caotico. Il progetto generale prevede la riduzione e l’ordinamento delle centinaia di banchetti che da tempo immemore animano la zona. Fino alla metà del 2000 in uno degli angoli della piazza sorgeva un brutto edificio di alcuni piani. Brutto, e utilizzato. All’amministrazione Castellani – oggi presidente del Toroc – qualche anno prima era saltato in mente di abbatterlo per costruirci una nuova struttura. (Notare: non eventualmente per lasciare uno spazio verde, o una piazzetta, no, bisognava costruire).”

    Più precisamente l’idea, del 1997, è degli assessori Fiorenzo Alfieri e Elda Tessore della giunta Castellani. Ma andiamo avanti col racconto.

    “A fine 1999 il progetto, affidato al romano architetto Fuksas, prevedeva una struttura di tre piani dal costo superiore ai 20 miliardi [di lire] pagati per lo più dal Comune, poi dallo Stato (3 miliardi ca.) e dai famosi “privati”, che mettevano 2 miliardi. Notare bene, un progetto di “notevole importanza per il recupero e la riqualificazione del territorio cittadino e quindi [di] carattere sociale”. Nel 2000 la demolizione, e nei 4 anni di cantieri […] un sospetto che cresceva: lì dentro i negozianti non ci sarebbero andati più perché sarebbe costata troppo la gestione. Il senso comune si trasforma in realtà nei primi mesi del 2004, i negozianti che si sarebbero dovuti inizialmente coinvolgere (circa 40) si rifiutano di trasferirsi e l’assessore comunale al commercio e alle “olimpiadi” Sig.ra Elda Tessore, che siede talvolta nei CdA del Toroc, taglia corto: Stiamo studiando varie ipotesi e nel giro di qualche settimana contiamo di risolvere il problema». E così ad ottobre del 2004, eccola la soluzione: il palazzo costato decine di miliardi ospiterà non più il Mercato dell’Abbigliamento ma – udite udite – il Museo del Cioccolato! E via a occupare spazi per 5000 mq. di parcheggio, 3000 mq. di negozi e 2000 mq. di spazi liberi interni per il Museo del Cioccolato!”
    [da: il libro nero delle olimpiadi Torino 2006 / Stefano Bertone e Luca Degiorgis, Fratelli Frilli Editori, 2006]

    Nel 2007 il Palafuksas è chiuso ma potrebbe ancora diventare un museo del cioccolato; poi questa ipotesi tramonta, insieme a quelle di nuova sede del museo egizio, oppure museo dell’acqua o museo della moda e via fantasticando. Nel 2008 si giunge a un’intesa con i commercianti d’abbigliamento e nel 2011 un Chiamparino agli sgoccioli del mandato inaugura lo stabile. È costato 15 milioni di euro (al Comune), e ha un nuovo nome: Palatino. Ma anche, informalmente, “Palaspreco”.

    [vedi però quanto detto sopra da Maurizio: “Indignarsi, definire tutto questo “spreco” è fuorviante, cieco di fronte alla sistematicità di tali operazioni”]

    Tra 2013 e 2014 chiudono sei negozi tra scarpe e abbigliamento, “ma il primo a salutare tutti, lasciando vuota e profumata di rancido una delle location più belle di Torino, è stato il ristorante panoramico: faceva tre grigliate al giorno quando andava bene”, racconta La Stampa ( http://www.lastampa.it/2014/07/04/cronaca/la-lenta-agonia-del-gigante-nel-cuore-di-porta-palazzo-efS48g1k6moI6uIRdfeNGL/pagina.html )

    Inoltre dal soffitto “piove a secchiate”, ma visto che i commercianti hanno la concessione per 99 anni (pagata un milione di euro), il Comune se ne chiama fuori. Non è difficile prevedere per questo Palatino, prima o poi, l’intervento da parte qualche grosso nome della GDO o della finanza che, oltre a consolidare una solida posizione politica, urbanistica e/o commerciale, avrà il doppio guadagno di passare per benefattore

    [un po’ come accade a Bologna per il Mercato di Mezzo e il CAAB, cfr. ancora “La danza delle mozzarelle”].

    Non so se, nel corso del 2015 e inizio 16, ci siano state novità. Approfitto di questo spazio per chiederlo a Maurizio.

    2)vedo citare in più occasioni l’istituto (iperliberista) Bruno Leoni. Io ho difficoltà a credere a ciò che dice Leoni, non credo sia disinteressato. Poi nella fattispecie magari i dati sono veri; ma consiglio un grandissimo “cui prodest?” ogni volta che li si consulta.

    3) colgo l’occasione per rilanciare questa registrazione – di cui ringrazio Mariano Tomatis – della presentazione torinese (la seconda, dopo la Cavallerizza l’estate scorsa) de “la danza delle mozzarelle”. Era il 5 febbraio e ci si trovava al Circolo ARCI “La Poderosa”, proprio con Maurizio, nonché il citato Giovanni Semi e Dario Ujetto. QUi trovate il link all’audio e anche (udite udite, anzi: leggete leggete!) il sommario:

    http://indexlupi.blogspot.it/2016/04/la-danza-delle-mozzarelle-torino.html

    Grazie Maurizio per quella presentazione e per questo post.

  7. […] Torino dieci anni dopo le Olimpiadi, in un articolo che pubblicato a marzo da Wu Ming offriva già la chiave di lettura (e il risultato) delle elezioni comunali di giugno, Maurizio […]

  8. […] quegli spazi.   Nel 2007 (sì, l’anno dopo le Olimpiadi Invernali per cui la città si è indebitata all’inverosimile), il Comune di Torino si impegna definitivamente con lo Stato per l’acquisto […]

  9. […] Torino dieci anni dopo le Olimpiadi, in un articolo che pubblicato a marzo da Wu Ming offriva già la chiave di lettura (e il risultato) delle elezioni comunali di giugno, […]

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