#PointLenana, raffica estiva di recensioni e commenti

L’ultimo tratto lo coprimmo su uno stradello di cemento. Dopo tre giorni su terreni irregolari, quel cambio di passo mi spezzò il ritmo e mi stracciò le gambe. Alla fine arrivammo al rifugio della stazione meteo. Il mio umore era all’insegna del chi-me-l’ha-fatto-fare, ma in quel momento mi girai e, in fondo al lungo sentiero percorso, vidi la montagna, il massiccio già lontano, azzurro, levitante sul verde degli alberi. Mi resi conto che solo dieci ore prima ero stato lassú, proprio in cima, e il mio umore trasmutò, e quelle dieci ore mi sembrarono niente. Niente.

Alla fine arrivammo al rifugio della stazione meteo. Il mio umore era all’insegna del chi-me-l’ha-fatto-fare, ma in quel momento mi girai e, in fondo al lungo sentiero percorso, vidi la montagna, il massiccio già lontano, azzurro, levitante sul verde degli alberi. Mi resi conto che solo dieci ore prima ero stato lassú, proprio in cima, e il mio umore trasmutò, e quelle dieci ore mi sembrarono niente. Niente. (Foto di Roberto Santachiara, clicca per ingrandire)

E’ come se Point Lenana non fosse uscito a fine aprile ma a metà luglio, tanti sono i lettori che lo stanno scoprendo adesso. Forse c’era bisogno di un po’ di tempo, per molti c’era uno “scoglio” da superare, una comprensibile esitazione: “Un libro che parla di montagna?!” Anche per questo era ed è importante presentarlo in giro per l’Italia. Scarpinare, raccontare, sciogliere le diffidenze.
Altrettanto importante era ed è proseguire il libro con altri mezzi, estendere il suo mondo con un incessante lavoro collettivo in rete (qui su Giap, su Twitter, su Tumblr, su Pinterest…) e con ripetute escursioni a tema. Diversi lettori hanno potuto discutere di Point Lenana mentre “ci mettevano il corpo”, vivendo un’esperienza fisica, fuori dalla loro zona di comfort.
Ebbene, lo sbattimento paga: il libro è accolto sempre meglio, i riscontri positivi si moltiplicano, ogni giorno riceviamo una nuova recensione. Il passaparola si intensifica e tutto fa pensare che stia per raggiungere il tipping point, l’istante in cui si inarcherà e diverrà autosufficiente. Grazie a tutt* per questo momento di impegno e condivisione.
Qui sotto proponiamo alcune recensioni uscite nei giorni scorsi in rete, su quotidiani e su riviste specializzate, oltre all’audio di un’intervista che WM1 ha rilasciato a Radio Onda d’Urto di Brescia. Ricordiamo che il calendario delle presentazioni è qui. Buona lettura e buon ascolto.

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Dal blog La Balena Bianca, 21 luglio 2013:

ESEGESI DELL’ALPINISMO E “FUGA” NELLA STORIA

di Fabio Disingrini

Nell’inverno 1943 tre prigionieri di guerra italiani, Felice Benuzzi, Ecce Homo, Giovanni Balletto e Vincenzo Barsotti, evadono dal campo di prigionia inglese di Nanyuki e scalano il monte Kenya issando una bandiera tricolore sulla Punta Lenana salvo riconsegnarsi alle autorità britanniche diciassette giorni dopo. L’ascesa sarà inavvertita in Italia e il testo di Benuzzi che la racconta – Fuga sul Kenya, edito nel 1947 da L’Eroica di Milano – resterà in sostanza giacente fuorché diventare Oltremanica e Oltreoceano un best-seller nella sua traduzione con titolo No picnic on Mount KenyaEcce Libro. «Roba da fasci», penserà Wu Ming 1 maneggiando questa strana missiva del suo agente letterario Roberto Santachiara: un volume di Felice Benuzzi, triestino, nel novero di quella «trista retorica giuliana sull’italianità della città irredenta» e quell’impresa di nostrano e «particolare filone, quello di una certa pseudo-storiografia divulgativa che si è data il compito di propinare narrazioni rassicuranti e assolutorie», un «paradigma vittimario» di pronto utilizzo per gli italiani brava gente, «sempre capaci di arrangiarsi e all’occasione di compiere grandi atti di eroismo» (pp. 15-16). Eppure c’è una semiotica altra da definire, una certa metastoria da esumare nei suoi sostrati, un’ucronia congenita nei disegni della New Italian Epic… Ecce Point Lenana.

Il libro è prima un récit d’ascension, una letteratura testimoniale in presa diretta dei due autori sull’orme “benuzziane”, poi un entrelacement di vite declinate nell’epica: dalla Vienna di Freud, Klimt, Trotsky e del fu clochard Adolf Hitler, alla Trieste furente di Wilhelm Oberdank (aka Guglielmo Oberdan), Ruggero Timeus e Scipio Slataper; da Gea della Garisenda e la sua «promessa dell’Africa che è la promessa della fica» (p. 132), alle ebbrezze marziali di D’Annunzio, Carducci e Giovanni Pascoli, «proprio lui, dopo una vita spesa a cantare la natura e la vita dei campi, il fanciullino e l’uccellino, il vecchiettino e il lumicino, il sonnellino e il gelsomino, il rondinino e il biancospino, proprio lui che ha dedicato versi all’uccisione del suo babbino» (p. 135). Gli assolutismi di Franz Ferdinand e le solitudini di Francesco Giuseppe, la Grande Guerra sulle Alpi Orientali, i Ragazzi del ’99, Giuseppe Ungaretti, Fiume, la Grande Proletaria e la vittoria mutilata: «Mi sembra che in questa storia i poeti abbiano tutti un ruolo nefasto» (p. 157) e del resto con la guerra e i nazionalismi gli artisti danno il peggio di sé, è un vero e proprio «complesso militar-poetico» (p. 257) e lo dice anche Slavoj Žižek.

Point Lenana è un’esegesi dell’alpinismo prima, altrimenti e dopo «vent’anni di culto dell’azione elevato a religione civile» (p. 27), di «vitalismo dozzinale» dell’ascesa e strumentalizzazione muscolare alla Rudatis. È la poetica del “bacillo dei sassi” di Benuzzi e del mal di montagna di Giuan, protagonisti di quella fuga alpinistica che sembrava patriottarda anziché sensoriale, ed è lo spettro blues di Emilio Comici, il maestro del sesto grado, rocciatore divelto dal consorzio civile: tre icone di quell’antifascismo latente ed esistenziale, di «un’opposizione al regime passiva ma endemica e inestirpabile» (p. 454) che fra meriti contraddittori e lealtà statuali segnerà l’epilogo del «tragico Arlecchino camuffato da imperatore romano» (p. 165), la fine del suo tempo, il Götterdämmerung degli dei posticci e di ogni finzione mitologica. Che cosa sarà del resto l’andare in montagna se non un apprendistato alla Resistenza (concetto già molto caro a Primo Levi) e una «metonimia del prendere le armi contro i nazifascisti»? (p. 514) Perché Point Lenana è prima il riesame della deriva littoria, della miopia ideologica (allora come oggi) dei partiti di sinistra che disinnescarono gli Arditi del popolo, del do ut des del Balilla Meazza, di Binda, Nuvolari e Primo Carnera, della “direttiva entrista” e dell’“arte di non esser governati tanto”, dell’anacronismo coloniale, delle bombe all’iprite fra negazionisti o relativisti del gas come Indro Montanelli, dell’(ancora una volta attuale?) madamato, del prestigio di razza e della legislazione antisemita, delle rentrées danarose e arriviste del Maresciallo d’Italia e del “Vespasiano di sangue” del Viceré d’Etiopia – al secolo Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani – per l’inutile compiacente nomenclatura del ventennio, dello svelto colpo di spugna a spron di amnistie e tribunali compiacenti i fascisti che, cambiato il colore della camicia, potevano tornare utili per un nuovo “governo tecnico” (!).

Follow the Fleet

Così focali in Point Lenana saranno anche il ritratto del duca Amedeo d’Aosta, massimo esponente nel suo Dramma di Eschilo dell’antifascismo apolitico in colonia, e le idiosincrasie del Negus Hailé Selassie, martire austero della demenza fascista e insieme garante di «un governo autoritario con tare ereditate dal sistema feudale e altre importate dal capitalismo» (p. 484). Perché dopo Timira di Wu Ming 2 in Point Lenana c’è ancora tanta, anzi, tantissima Africa: la rivoluzione Mau Mau, il rastafarianesimo, il consumismo indotto dei “client-countries” britannici, l’Eccidio di Mogadiscio e il missionariato di Giuan mentre il calco sinottico e ispirativo di Follow The Fleet, pellicola americana con Fred Astaire e Ginger Rogers, ricorderà invece tante pagine di 54 (Wu Ming) se non per stilemi, almeno nella suggestione filmica.

E alla fine il lettore, lost in foreshadowing da così tante pagine, vorrà avanzare la sua soluzione: se Point Lenana, per stesso lecit autoriale un «oggetto narrativo non identificato» (p. 380) fra saggio e racconto, avrà svelato il caleidoscopio concettuale di quel tricolore dei prisoners of war e se Fuga sul Kenya sarà ormai come «un ipertesto dove ogni parola é diventata “cliccabile”» (p. 493). Se le “due bandiere” di Felice – l’ambasciator romantico che cerca le montagne muovendo per il mondo – e Giuan, afflitto dal male oscuro dell’alpinista, avranno saputo saldare nella loro melanconia la guerra della memoria o se, come lo spleen di Comici, anche questa storia non avrà offerto risposte e si potrà solo continuare a raccontarla.

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WM1 sul Vettore

20 luglio 2013, Point Lenana Tour: WM1 sul Monte Vettore. Clicca per ingrandire.

La Repubblica, 23 luglio 2013:

SE LA NUOVA EPICA RIPARTE DAL KENYA

di Giuseppe Leonelli

Wu Ming è un collettivo impegnato da anni in un processo di rifondazione della narrativa italiana, che persegue «la morte del Vecchio» identificato nei «giochetti tardo-postmoderni» di troppi scrittori contemporanei [A voler essere precisi la “morte del Vecchio” è un’altra cosa, è un mitologema che si trova dentro i romanzi del New Italian Epic, ma pazienza, N.d.R.]. Il romanzo dovrebbe ritrovare uno spirito epico raccontando «imprese storiche o mitiche, eroiche o comunque avventurose». È un programma particolarmente caro a Wu Ming 1, fra i membri più attivi del gruppo, che ora firma, in collaborazione con Roberto Santachiara, l’opera dal titolo Point Lenana (Einaudi, pagg. 596, euro 20).

Il romanzo, se si può definire tale, si apre con l’arrivo al personaggio che dice io, cioè Wu Ming 1, «in una mattina come un’altra del febbraio 2009», d’una busta che contiene un libro, Fuga sul Kenya, scritto da un «tal Felice Benuzzi». Gliel’ha mandata l’amico, in seguito coautore, Ro- berto Santachiara. Il libro, pubblicato nel 1947, racconta un fatto avvenuto in Africa nel 1943, allorché tre italiani – il triestino Felice Benuzzi, il genovese dott. Giovanni Balletto e Vincenzo Barsotti di Camaiore – evadono da un campo di prigionia inglese e scalano il Monte Kenya per piantare sulla vetta la bandiera tricolore, quindi ritornano al campo, suscitando l’ammirazione del nemico.

La breve vicenda, iscritta in tre vite e in un limitato arco temporale, si dilaterà, una volta sottoposta all’attenzione degli autori di Point Lenana, in un’amplissima rete di avvenimenti, alcuni connessi e consequenziali, altri casuali, che, sviluppandosi dal passato al presente e al futuro, riempiranno di sé tutto il corso di un’epoca. Il risultato è un complesso diegetico in cui s’intrecciano vari libri, giustamente definito, dagli autori, «racconto di tanti racconti», la maggior parte dei quali si svolge in Africa, luogo deputato dell’epos contemporaneo, ma anche in Italia e altrove: un libro che «parla di Italia e italianità, di esploratori e squadristi, di poeti e diplomatici, di guide alpine e guerrieri».

L’espediente tecnico che produce e tiene insieme il racconto è un processo di «ibridazione di saggistica e narrativa», di per sé non del tutto originale, perché vi hanno fatto ricorso storici e romanzieri in varie epoche; ma interpretato con senso felice del ritmo ed espresso in una lingua asciutta e intensa, che punta sempre verso la realtà, connotandone con efficacia la sostanza subliminale. Eccoci, dunque, proiettati in un arco temporale che va dal 1910 al 1946, innescato da avvenimenti recentissimi, datati fra il 2009 e il 2010. L’esito di quest’avventura narrativa, rigorosamente sostenuta dai documenti (si veda l’accuratissima sezione bibliografica finale) è un grosso tomo, montato come un film, che si legge, si può dire, in un fiato.

C’è una vaga suggestione ariostesca nella velocità con cui il racconto si muove fra «le donne, i cavallier, l’arme, gli amori», ovvero i fatti e i misfatti del nostro tempo. Intravediamo, in apertura di libro, Wu Ming 1, uomo della bassa ferrarese, mentre emerge dalla prima scalata della sua vita che replica, per amore di conoscenza, quella di Benuzzi e compagni; qualche pagina dopo, retrocediamo nel tempo e siamo a Vienna, a Trieste, tra la guerra e le montagne dei primi venti anni del secolo. Verranno in seguito il mal d’Africa, Graziani, Badoglio e l’Impero, tutti prodromi alla vita di Benuzzi, quindi l’altra guerra, i Mau-Mau e tutto il resto che il lettore scoprirà da sé. Compresi il male di vivere, e quindi le lacrimae rerum, ma anche il misterioso senso dell’armonia che, nello sguardo dei prigionieri della vita, pervade l’epifania delle montagne protese verso le alte costellazioni.

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Fitzcarraldo

Dalla rivista on line Doppiozero, 21 luglio 2013:

Wu Ming 1, Santachiara. Point Lenana
di Enrico Manera

Visivamente, mi figuro Klaus Kinski e Werner Herzog impegnati sul set di Fitzcarraldo in un corpo a corpo con la natura per dare vita a una narrazione che ha l’andatura molleggiata di un gatto, capace di verticalizzazioni impreviste e improvvise e di carezzare morbidamente come di artigliare a sangue.
Penso questo in uno stato di coscienza tra il sonno e la veglia dopo una intensa giornata di presentazione di libri, oltre quattro ore, piacevolmente impegnativa. Tra questi, in particolare, Point Lenana di Wu Ming 1 e Roberto Santachiara con uno dei due co-autori nella tappa torinese di un vero e proprio tour, impressionante per lunghezza, durata, intensità. Una opportunità per ragionare su diversi nodi che riguardano la narrazione, il suo ruolo pubblico, la sua politicità e il suo potenziale pedagogico.

Il nuovo libro di un membro del collettivo Wu Ming e del loro agente letterario, è un oggetto narrativo non-identificato, un anfibio tra narrativa e saggistica, una non-fiction novel, una inventio ficta. Un (l)ibrido assemblaggio di storie dentro la storia, un itinerario iniziatico tra diversi materiali mitologici, una mappa precisa e in movimento di geografie umane che attraversa vicende di alpinismo e viaggi estremi, di libri di alpinisti e viaggiatori estremi; di Trieste e Istria, Dalmazia; di fascismo e di antifascismo; di colonialismo inglese e italiano; di Kenya, Libia, Etiopia; di razzismo e di post-colonialismo. Di biografie e di tipi umani che quelle vicende hanno attraversato, negoziando e riposizionandosi rispetto ad esse. Tutto questo si stratifica come in una millefoglie a partire dalla vicenda reale di Felice Benuzzi, Giùan Balletto, Enzo Barsotti e della loro impresa. Prigionieri di guerra italiani in un campo inglese in Kenya nel 1943 evasero solo per scalare, senza cibo e in condizioni di fortuna, la Punta Lenana del Monte Kenya. Raggiungono la cima, lasciano tracce del loro passaggio e tornati giù si riconsegnano alle autorità. Per «salvare le loro anime», con un gesto che in Italia viene letto come virile e fulgido esempio di amor di patria o spacconata fascista e che, con gli occhi del resto del mondo è diventato un classico dell’alpinismo e della più nobile fuga into the Wild (cfr. Benuzzi, No picnic on Mount Kenya e la versione italiana Fuga sul Kenya).

Lo strudel, il vortice di cui scriveva Benjamin, è reso ancora più gustoso dalla meta-narrazione: nel 2010 i due coautori hanno ripetuto il viaggio, sono saliti sulla Punta Lenana e raccontano l’esperienza, con il a fatto che uno dei due è un alpinista provetto, l’altro non era mai salito oltre i 1000 metri, mentre qui si parla di 5000 e tre fasce climatiche. Laddove altri lavori del consorzio narrativo bolognese ci fanno vedere il montaggio finito, mostrando il backstage nei titoli di coda, qui il cantiere è aperto e anche il montaggio è trasparente nel testo, con le mail degli autori, le interviste delle tante persone contattate, i documenti di un lavoro di archivio e ricerca di quattro anni di salita al libro.

La montagna, il racconto della quale ha una lunga e consolidata tradizione di genere (in ordine sparso e scriteriato: Petrarca, Goethe, Comici, Motti, Bonatti, Messner, MacFarlane) è per WM1/Santachiara il luogo fisico e simbolico attorno a cui si articola una pratica che sta tra la danza e la disciplina spirituale. Se da un lato può essere malamente inteso (ed è stato fatto dal fascismo) come gesto superomistico e virilizzante, nella sua dimensione più propria è ricerca del vuoto (o del tutto, il suo simmetrico speculare), dell’interiorità e dell’alterità. È la cornice metaforica che nelle parole di Benuzzi significa «meraviglia, umiltà, freschezza di sentimenti». In Primo Levi: «il sapore di essere forti e liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino»; andare in montagna è «un’impresa matura e responsabile, a cui il fascismo non ci aveva preparati, e che emanava un buon odore asciutto e pulito» .
La montagna è un iper-segno: è luogo post-umano in quanto «mina in noi la compiaciuta convinzione che il mondo sia fatto per l’uomo» (MacFarlane), è simbolo dell’eternità, per via della pietra che significa l’inorganico e dura oltre il tempo (con più cognizione di causa: Caillois, Starobinski, Jesi, Assmann). È legata alla metafora primaria per cui ‘alto’ è associato a situazioni emotive positivamente connotate, fin dal neonatale essere presi in braccio e dallo sguardo infantile che è sempre verso l’alto (Lakoff). In montagna il cervello umano sembra funzionare in altro modo, a partire da una differente ossigenazione che attiva una spinta alla percezione del reale, capace di dare seria dipendenza e creare profonde malinconie oltre che stati estatici, dai quali la ricaduta può essere fatale (il libro racconta anche sottotraccia una storia dei tanti alpinisti suicidi).
Per tutte queste cose andare in montagna per uomini e donne di generazioni diverse diventa anche un’utopia vissuta, il fatto tangibile che un’altra vita è possibile, in solitaria ma più spesso nella comunanza di intenzione: è esperienza della pulsione utopica che spinge a fare cose che sono riflesso del desiderio di vivere altrove.
«Non esiste l’azione concentrata, esiste il campo di concentramento»: Benuzzi è un alpinista triestino che, in cerca di un altro mondo, prima ancora di fuggire dal campo di prigionia, era fuggito dall’Italia per fare il funzionario pubblico nelle colonie dell’Africa Orientale Italiana, non prima di aver sposato un’ebrea tedesca clandestina (Stefania “Marchi”, cioè Marx). Nel 1938, peraltro. Gran parte del libro è narrata grazie alla sua voce e a quella delle figlie, Daniela e Silvia, per un ritratto umano che rifugge il gusto agiografico; da tutte le altre voci e dalla messa in luce del loro contesto emerge una presa di coscienza lucida di cosa sia stato il fascismo per una generazione.

Il sotteso impegno pedagogico-culturale rende Point Lenana un libro particolarmente consigliabile al ventenne di oggi. Il salto tra Trieste e Addis Abeba, via Tripoli, permette di raccontare con precisione e semplicità i crimini di guerra del fascismo giuliano e del colonialismo italiano, i grandi rimossi della nostra storia pubblica grazie alla narrazione assolutoria del «buon italiano» che negli ultimi vent’anni ha contribuito a rendere più ottusa un’opinione pubblica  che già prima non scherzava.
Ma il discorso tocca anche lettori più maturi e preparati. «Il prius logico delle leggi antiebraiche è il razzismo in Africa e il prius logico del razzismo in Africa è il razzismo antislavo» sintetizza uno dei due coautori. Il durissimo razzismo del fascismo di confine che prepara le vendette future, l’arroganza dell’Impero e le stragi dimenticate di Libia e di Eritrea, i campi di concentramento italiani, le miserie umane dei campioni di antropologia italica Badoglio e Graziani, le pur buone intenzioni di Amedeo d’Aosta che non possono redimere il marcio del colonialismo, le ricerche ignorate di Del Boca perché moltissimi si bevevano le nostalgie giovanili di Montanelli, le amministrazioni locali nostrane che oggi sperperano denaro per fare monumenti a criminali di guerra, la rozza ignoranza delle nostalgie fasciste e il revisionismo da salotto buono dei quotidiani nazionali. Tutto questo trova posto in Point Lenana, insieme alla Resistenza – che è un andare in montagna – e alle diverse forme che la ribellione esistenziale può assumere, oltre l’andare in montagna. Come trovano posto la ribellione indigena dell’Africa post-coloniale, gli spettri dei Mau Mau che materializzano il terrore del selvaggio cannibale, di fronte a un occidente bianco che si autoassolve e animalizza paternalisticamente un’Africa che non conosce veramente.

Molta storia scorre nelle pagine di un libro in cui, per usare una metafora di Filippo Sottile, la storia è simile a un ascensore di cui si vedono i meccanismi operanti, salendo e scendendo dalla tromba delle scale accompagnati dai ricordi del portiere del palazzo. La voce narrante della storia, solitamente affidata al neutro storiografico del saggio, viene destrutturata dalla pluralità delle storie e dalla dislocazione che le fa esplodere per arborescenza. Fin dagli esordi lo stile Wu Ming è caratterizzato dal montaggio ‘cinematografico’ e dalla decostruzione del mito dell’autore, dalla dimensione collettiva intensamente praticata, dalla tematizzazione di eroi eccentrici, di nodi complessi e di comunità minoritarie e trasversali, dai plot irriducibili a stereotipi maistream e trionfali, dal legame con i movimenti militanti e con un’eterogenea opposizione culturale, dal radicamento in una transmedialità in divenire attraverso la rete, dalla programmatica nuova epicità ragionante.

Scrive Yves Citton che il progetto culturale di Wu Ming, nel suo insieme, «condensa una serie di pratiche, di partiti presi e di teorizzazioni che forniscono un’eccellente piattaforma di riflessione sullo statuto delle storie, dei miti, delle comunità e delle scenarizzazioni ancora da inventare».
La scrittura, al pari del cinema e della musica sempre presenti, è intessuta di valore pubblico e politico,  e svolge un ruolo decisivo nella battaglia contro il discorso mediatico dominante, che significa sostanzialmente semplificazione banalizzante, riduzione della complessità, rimozione della scomodità, omologazione stereotipante e reificazione mercantilistica. Il montaggio con cui è prodotta (e la sua esposizione) è un modo per riscattare il ‘mito’ come racconto che salva la significatività e il potenziale comunicativo del racconto, fino a farne uno strumento di mitologia ‘autentica’, cioè non dogmatica e indiscutibile, per comunità in rivolta in cui «singolarità di ogni scrittura e la dimensione comune della moltitudine» (Citton), individuo e comunità, trovino il loro equilibrio.

Nella continuità di paesaggio immaginale tra la linea di ribellione/emancipazione che solca le controculture e le tante vicende di rivolta/rivoluzione della storia si producono «attraverso le gioie del contagio» i «germogli» di «nuovi mondi del possibile preclusi alla ragione contabile» e le ragioni di una ricerca della «felicità» presente. Wu Ming può essere considerato un paradigma di produzione narrativa per la ricostruzione di un immaginario di sinistra: che per Citton non può che essere «un bricolage eteroclito di immagini frammentarie, di metafore dubbiose, di interpretazioni discutibili, di intuizioni vaghe, di sentimenti oscuri, di folli speranze, di racconti senza cornice e di miti interrotti che prendano insieme la consistenza di un immaginario, tenuto insieme […] dal gioco di risonanze comuni che attraversano la loro eterogeneità per affermare la loro fragilità singolare».

Point Lenana inserisce in questo progetto narrativo anche la comunicazione della storia, su base rigorosamente documentaria, su cui si dovrebbe iniziare a riflettere seriamente, preso atto di una crisi delle Humanities e dello scarso appeal degli studi storici (che poi significa ignoranza mostruosa dei più e degrado della vita pubblica). Ma qui è lo scrivente che parla dopo aver preso un sentiero parallelo, un recensore-lettore che tra l’altro insegna filosofia e storia a gente più giovane e per cui il problema della narrazione è anche rovello di una negoziazione quotidiana.
Gli autori del libro confessano apertamente che il loro campo-base è stato l’amore per i personaggi, le cui tracce sono state disseppellite e restituite a nuova vita.

È un racconto di racconti di uomini che vagarono sui monti. Uomini che in pianura e in città indossavano elmi, cotte di maglia, armature da ufficio, e solo in montagna si sentivano finalmente leggeri, finalmente sé stessi. La montagna era tempo liberato, rubato al dover vivere, conquistato con unghie, denti e piccozza. Quando scendevano – perché prima o poi tocca farlo – la vita li riafferrava, la gravità li tirava giú e tornavano a essere, come scrisse uno di loro che poi si tolse la vita, «i falliti». Lo furono anche nella buona sorte: qualcuno ebbe successo nella professione, girò il mondo, fece piú di una bella figura in società, poté contare su una famiglia che lo amava… Eppure, nulla di tutto ciò rimpiazzava una salita in montagna, una notte in bivacco, uscire dal rifugio e assistere in marcia al sorgere del sole. Tutti i giorni sognavano. Sognavano il cameratismo della cordata o la pace concentrata e acuta dell’ascesa in solitaria. Tutti, senza eccezioni, sognavano il vento che sferza naso e guance mentre lo sguardo si perde dalla vetta, rivivevano l’istante prima della discesa, l’ultimo languore che precede la tristezza, la mancanza, il congedo dal mondo che non conosce il dover vivere.

Ripenso a Kinski e a Herzog, al loro teatro nella giungla. Al felino sornione e a due teste che ruggisce con determinazione o gorgoglia sommessamente, gettando sassi nell’acqua che producono cerchi dall’ampiezza imprevedibile. Ritrovo lo stesso coinvolgimento totalizzante in una comunità di lettori stretta intorno ai loro autori. È chiaro a tutti che scrivere è andare in montagna.

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Point Lenana sul Vettore

Point Lenana sul Monte Vettore, 2476 mt., vetta più alta delle Marche. Fotografia di Simone Vecchioni, clicca per ingrandire.

Dalla rivista (Meridiani) Montagne, luglio 2013:

TANTI RAMI INTORNO A BENUZZI

di Marco Albino Ferrari

A detta degli stessi autori, Point Lenana è un vero e proprio UNO, cioè un Unidentified Narrative Object o, se preferite, un oggetto narrativo non-identificato. Tant’è che alla fine della lettura non saranno pochi i problemi che vi troverete a risolvere per decidere su quale scaffale inserirlo: tra i romanzi storici? Tra i saggi? Tra i libri di viaggio? Tra i récit d’ascension? Forse finirete per appoggiarlo sul comodino così da riprendere la lettura di quando in quando, ritornando su qualche dettaglio delle innumerevoli e curiose storie che nelle oltre cinquecento pagine si intrecciano. Il filo narrativo, o meglio il “tronco portante” del libro, è la vicenda arcinota di Felice Benuzzi e dei suoi due compagni che durante la guerra fuggono da un campo di prigionia inglese sotto il Monte Kenya e, con attrezzi tecnici ed abbigliamento del tutto inadatti, riescono a dar luce al loro sogno arrivando sulla vertiginosa cima equatoriale. Da quell’avventura nascerà un best-seller internazionale, No Picnic on Mount Kenya (Fuga sul Kenya è il titolo italiano, che ha conosciuto fortuna più contenuta rispetto alla rimaneggiata versione inglese, vedi Montagne n. 58, pag. IX). Dal tronco portante, però, il team degli autori (ibrido pure quello: uno scrittore parte integrante del collettivo Wu Ming e un noto agente letterario) devia, deraglia, sale su rami secondari che invece che assottigliarsi si fanno via via più solidi e diventano vere e proprie storie indipendenti. E’ stato “come navigare in un ipertesto”, dicono gli autori verso la fine del viaggio. “Ogni parola, ogni nome, ogni riferimento en passant è diventato ‘cliccabile’.” Si parte così dagli sforzi di Benuzzi e compagni sulla montagna e si passa all’irredentismo triestino (città di Benuzzi), si transita poi per le evoluzioni di Comici sulle muraglie dolomitiche, si devia sul racconto delle prebende milionarie di una figurina orrenda della nostra storia patria, Pietro Badoglio, e sul suo socio gassatore di negri in Abissinia, Rodolfo Graziani. Che siano sullo sfondo o in primissimo piano, le montagne non mancano mai: così come l’alpinismo, i viaggiatori delle alte quote, il Cai, i libri di scalate, l’amore per i grandi orizzonti. Un libro che consiglio caldamente ai lettori di Montagne: sarà assai facile rimanere sospesi a uno degli infiniti rami che si staccano dal tronco portante.

Fred e Ginger
L’11 luglio scorso WM1 è intervenuto telefonicamente nella trasmissione Flatlandia di Radio Onda d’Urto (Brescia). A intervistarlo c’era Gianbattista (Sancho) Santoni. Ecco la registrazione.

POINT LENANA A FLATLANDIA

Chiudiamo, per ora, linkando la bella e toccante recensione di una lettrice gardenese, Stefania Demetz, nata e cresciuta nei luoghi in cui Emilio Comici trascorse gli ultimi anni di vita.

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3 commenti su “#PointLenana, raffica estiva di recensioni e commenti

  1. Ai confini della realtà tra l’Umbria e le Marche si erge il massiccio del Monte Vettore,il più alto dei monti Sibillini.
    Appena sotto la cima di quasi 2500 metri c’è una pozza d’acqua che gli ottimisti chiamano…lago…
    E che si trova a cinque ore di cammino dal più vicino luogo abitato.
    La leggenda narra che il lago di Pilato porti questo nome perché di Ponzio Pilato ne sarebbe il sepolcro…ma non abbiamo prove storiche a riguardo.
    Nel deserto di quei monti impervi si è sviluppata una forma di vita del tutto originale che da molto tempo viene controllata con rigore scientifico applicando un metodo di repressione altrimenti chiamato “tutela”.
    Nelle freddissime acque del Lago di Pilato vive dunque un antica razza di gambero il cui l’unico habitat conosciuto è quello specchio gelido e inospitale…
    Scoperto durante il secolo scorso il chirocefalo è da allora oggetto di attenta sorveglianza a garanzia non sempre disinteressata della sua sopravvivenza a rischio di estinzione.
    Il desiderio del caparbio crostaceo di uscire dal suo lago per combattere il pensiero dominante è infatti una delle forme più originali di resistenza conosciute…un simbolo della lotta per l’autodeterminazione contro un sistema che chiama ambientalismo quella che in realtà è un’imbarazzante difesa degli status quo…
    Ogni giorno la “reazione” monta la guardia nel parco dei monti Sibillini,scruta il lago e quando il gambero sedizioso tenta di uscire dalla sua vasca per conquistare il mondo un urlo echeggia dalle rive per tutta la vallata…un urlo contro quelle giuste ambizioni di emancipazione.
    Il grido
    “FERMO!!!”
    …imposto dal forestale marchigiano all’invertebrato in fuga da quell’eterna palude reclama la vendetta di ogni sincero democratico per l’ultima speranza di riscatto ormai rimasta…e troppo lungamente…
    …costretta in prigionia…

    “fermo”
    (da Offlaga Disco Pax, Bachelite, 2008)

    http://bit.ly/rqlLsF

  2. Mi do il benvenuto nei commenti in questo spazio cosí interessante, ma parto mettendo le “mani avanti”. Non ho letto, colpevole, Point Lenana perché… mi risparmio le giustificazioni.
    Nella recensione di Fabio Disingrini, peró, ho potuto rubarne alcuni mini-passi fra cui quello sui poeti in tempi di guerra .

    «Mi sembra che in questa storia i poeti abbiano tutti un ruolo nefasto» (p. 157) e del resto con la guerra e i nazionalismi gli artisti danno il peggio di sé, è un vero e proprio «complesso militar-poetico»

    Tale condivisibile osservazione ha cozzato con il turbamento che provo ogni qualvolta un intellettuale che stimo la spara, a mio parere, grossa. Viene infatti – come spesso accade per una sorta di coincidenza frequente quando delle idee iniziano a circolare insistentemente e transversalmente in una societá – seguita dal parallelo con l’opinione a riguardo di Slavoj Žižek.
    Non ho trovato particolari discussioni nei giorni precedenti riguardo Žižek e la sua ultima uscita “The simple courage of decision: a leftist tribute to Thatcher”, quindi provo a parlarne con voi approfittando del caso.
    [http://www.newstatesman.com/politics/politics/2013/04/simple-courage-decision-leftist-tribute-thatcher]

    Bene, mi sembra che in effetti siamo quasi in tempo di guerra nel mondo occidentale, senza essere di cattivo auspicio.
    Le piazze fremono e il capitale di piú. I patriottismi sono armi pronte ad essere rispolverate per il divide et impera contro una presa di coscienza se non anticapitalista, almeno antiliberista. Quel che succede a Gezi Park viene raccontato slegato da quello che succede in piazza Tahrir, in Valle, nelle banlieu (di nuovo) nord europee.

    In questa cornice il *nostro* Žižek ci suggerisce la necessitá di trovare un leader che sia la/il Tatcher per la sinistra e che ci traghetti oltre questo vuoto (che poi non é vuoto ma affermazione delle destre, come spesso si puntualizza anche qui). Il tempo di parlare, di discutere, di affermare prospettive, di smontare plagi ideologici, é finito. Un capo serve, un “master” a cui affidare le nostre lotte rimanendo comodamente in panciolle “to be passive and rely on an efficient state apparatus to guarantee the smooth running of the entire social edifice”. Una follia autoritarista per me inaspettata, seguita a conclusione da una excusatio non petita sulla non fascisticitá delle sue affermazioni.

    Un pó off topic, probabilmente, ma mi piacerebbe confrontarmi sul tema in un blog di cui ho rispetto e che spesso leggo traendone spunti utili alla mia comprensione del mondo. Non foss’altro per non credere di essere impazzito nel non trovare una sola parola a posto in una esternazione di qualcuno che ritengo abbastanza influente, se non nel mondo tutto, almeno nell’ambiente da cui credo possano nascere idee per cui io possa lottare.

  3. Ho comprato Q di notte. Si avvicinavano le 2 e la mia inquietudine e curiosità scalpitavano tarlando il riposo messo già duramente alla prova dal caldo delle ultime due settimane di giugno. Sono andata alla Feltrinelli di via dei mille, a Bologna. Ho letto tutta la notte. Immaginavo che lui avesse letto le stesse pagine con altrettanto trasporto. Lui me lo consigliò, una volta scoperta la mia passione per quel dannato secolo storico. Affogavo. Tutto fluiva. Lubrificavo solo io e le pagine scorrevano di nascosto. L’ennesima notte arriva Altai, direttamente dalle sue mani, dal suo comodino. Lo misi in valigia mentre andavo via, con tutto il dolore di un rifiuto consumato in un saluto mestissimo. Un taglio con lama senza filo. Lessi l’ultima pagina di Altai come se fosse la cifra del mio adattamento, sempre di notte. Le stesse notti che avevo scambiato tra la voglia di vivere tutto di lui e il rammarico di non poterlo fare. Sono tornata e oggi ho comprato Point Lenana. Lui no. Lo leggerò di giorno, nei posti in cui ho passeggiato odiandolo, nei luoghi in cui avrei condiviso me, con lui.