L’occhio del purgatorio, la rivolta e l’utopia

Ieri, 1 giugno 2011, Wu Ming 1 ha parlato alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena (la storica sede di via Roma 47, oramai in dismissione). L’occasione era l’ultimo incontro del seminario “Il lavoro culturale”, iniziato nel gennaio scorso e interamente organizzato e gestito da dottorandi, studenti e ricercatori precari. Il setting era la Sala Cinema Fieravecchia, antro gremito, denso d’afa e puteolente di sudori atavici e più recenti.
WM1 è partito dall’analisi di due diversi racconti di fantascienza (uno di William Gibson, l’altro di Jacques Spitz), entrambi incentrati sul vedere il futuro. Dopodiché, ha parlato della differenza tra futuro e “presente invecchiato”, affermato la necessità dell’utopia e proposto la distinzione – già introdotta da Fredric Jameson nel suo Archaeologies of the Future, 2005 – tra “programma utopico” e “impulso utopico”. Tutto ciò serviva a prendere di petto il problema del tempo e del controllo capitalistico sui tempi. Passando a un piano più esplicitamente politico, WM1 ha parlato del rischio che i movimenti subiscano tempi e ritmi del potere e non decidano in autonomia le proprie “scadenze”. Per fare esempi concreti, ha rievocato la “giornata campale” del 14 dicembre 2010 (manifestazione a Roma contro la riforma Gelmini e in occasione del voto di fiducia al governo Berlusconi, ore di scontri tra studenti e polizia), poi ha cercato esperienze di una temporalità diversa in Nordafrica, nelle sollevazioni popolari dei mesi scorsi, e in Spagna, nel movimento del “15 Maggio”. L’intervento è terminato con uno sguardo sui grandi accampamenti degli “Indignados”.

Ecco, a botta caldissima, la registrazione. Nei prossimi giorni, caricheremo sul nostro podcast (e linkeremo qui sotto) anche la discussione seguita all’intervento, cinquanta minuti di domande e risposte [*].
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L’OCCHIO DEL PURGATORIO: I TEMPI DELLA RIVOLTA E DELL’UTOPIA68′ 45″
The Gernsback Continuum, 1981 – Lo stile modernista aerodinamico americano – Le stazioni di servizio – Che cos’è un “fantasma semiotico” – Tucson negli “altri” anni Ottanta – Los Angeles – La cura del racconto è la nostra malattia – Enzo Braschi: “Trooooppo giusto!” – Programma utopico e impulso utopico – L’occhio del purgatorio – “Viaggiare nella causalità” – Il tempo della mosca, quello della mucca e quello dei batteri – L’espediente di Dagerlöff – Cibo già digerito, vino che è già piscio – Critica dell’ideologia quotidiana – “Non vedo più il nuovo” – La fotografia – Vedersi morire allo specchio – Il sole pallido – Il verbo “krino” (critica, crisi) – Arzestula e Altai (“Al tai”) – E.P. Thompson, tempo fluido e tempo strutturato (dal “tempo di una pisciata” al taylorismo) – Tardo capitalismo, spazialità e temporalità – L’orologio è morto, l’orologio è ovunque – “We’re all in this together” – Il tempo e l’aria – La giusta ma incompleta retorica degli “spazi liberati” – Bologna Social Enclave e lo “scadenzificio” –  Dal “blocchiamo tutto” alla metafora dell’Assedio – L’ad libitum di Piazza Tahrir – Gli accampamenti spagnoli – Tradurre lo spazio nel linguaggio del tempo, non viceversa.

Un sentito grazie a tutto il Banco di Lavoro, alla redazione e a Dimitri Chimenti.

* AGGIORNAMENTO 04/06: L’audio completo dell’incontro, con l’introduzione di Dimitri Chimenti, le domande & risposte e l’intervento conclusivo di Massimiliano Coviello, è ora disponibile sul blog del seminario.

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133 commenti su “L’occhio del purgatorio, la rivolta e l’utopia

  1. È stata la mia “prima volta” con Wu Ming e mi è piaciuta (anche se, uscito dalla sala, è stato bello “respirare a pieni polmoni”).

    Una domanda che non ho fatto alla fine riguarda Internet, come super-spazio (dilatabile a piacere ‒ apparentemente a costo zero) ma anche come super-tempo, in cui tutto è molto più velocissimo che nello spazio normale, ma al tempo stesso c’è modo di dilatare il tempo a piacere, di far durare mesi una discussione che si potrebbe fare in una serata, a patto di avere migliaia di persone sedute intorno a un tavolo, di avere al tempo stesso il dialogo istantaneo e il dibattito di lunga durata. Insomma, Internet, che Wu Ming usa molto, moltissimo, crea delle condizioni nuove rispetto a quel controllo del tempo di cui hai parlato ieri. E proprio perché lo usate moltissimo, mi piacerebbe sapere cosa ne pensi, in particolare in rapporto all’utopia e al futuribile. Internet è stato una utopia fantascientifica, come tutte le telecomunicazioni… se lo sviluppo tecnico-scientifico si può catalogare tra gli impulsi utopici: si può? Estremizzando, la natura e i limiti che impone all’uomo sono un “nemico” sufficiente per presupporre la necessità di una u-topia, dove i limiti sono rimossi? L’idea che l’utopia sia strettamente connessa all’esistenza di un nemico, che si frappone tra me e quello che vorrei ma non ho, l’ho inferita io dal tuo discorso, collegando la prima parte e la seconda.

    C’è poi il rovescio della medaglia, o comunque una roba del genere. Sono state dette e scritte tante stronzate sulle rivoluzioni del 2011 e sull’importanza dei social network, etc etc. Ma il punto che mi interessa è il legame tra questi strumenti e il capitalismo tecnologico (non so se sia anche quello tardo-capitalismo), e riflettere sul fatto che Twitter non è un istituto di beneficenza ma una azienda con dietro finanziatori, venture capital, etc. È l’equivalente dei libri di Wu Ming editi da Einaudi? (Forse un paragone troppo carico di significati) Cioè dovrei concentrarmi sul contenuto, sul buon uso, sulla iper-connettività e sugli effetti? Oppure è possibile che stiamo facendo un uso disinvolto di strumenti che non possono essere neutri? Oppure potrebbe bastare usare le alternative libere come http://identi.ca/ o Diaspora* ?

    Infine, da archeologo, consiglio la lettura di The Archaeology of Time di Gavin Lucas. E viva la Repubblica!

  2. @ Stefano Costa

    la tua domanda “mette i piedi nel piatto”, si può dire che la riflessione su come usiamo (e siamo usati da) Internet sia stata il punto di partenza dell’intera riflessione sui tempi.

    Ieri non sono riuscito a dire tutto perché il focus era un po’ spostato, ma nell’intervento precedente (“Toni Negri sull’autostrada”) avevo legato la tirannia dei/sui tempi anche a Facebook, e parlato del computer e di Internet a proposito di “onnipresenza dell’orologio” e del sapere sempre che ore sono. Il tempo che passiamo al computer è un tempo in cui abbiamo sempre l’orologio sotto gli occhi, e in cui ogni nostra azione lascia tracce temporizzate, ogni nostro commento o tweet o aggiornamento di stato recherà con sé l’ora in cui è stato scritto, cioè sarà “timbrato” come un cartellino. E’ una situazione senza precedenti di “strutturazione” del tempo.

    Come dicevo in una risposta (nei prossimi giorni mettiamo on line anche l’audio della discussione), non si tratta di dire che quelli del “tempo fluido” pre-industriale erano… bei tempi: i bei tempi non ci sono mai stati, non dobbiamo tornare indietro, dobbiamo prestare attenzione alla pluralità dei tempi e “addestrarci a vedere” discontinuità, rotture, sospensioni, rallentamenti, e trovarci dentro pulsione utopica e potenziale di trasformazione.

    Internet è un maxi-luogo dove è in corso una battaglia sui tempi. Ci sono grandi dispositivi (come, appunto, Facebook) che cercano di imporre il loro tempo… e purtroppo ci riescono. E poi ci sono pratiche di resistenza temporale. Non solo temporale, ovviamente: si lavora su una diversa produzione di senso. Ma la temporalità è il fattore cruciale.

    Nel nostro piccolo, nel gestire Giap noi abbiamo sempre cercato di sfuggire al dispotismo dell’un-post-al-giorno, del nuovo-a-tutti-i-costi e di quella forma di “obsolescenza pianificata” dei contenuti che si esprime nella frase (spesso lasciata implicita): “Vabbe’, è ora di passare ad altro!” Le discussioni qui sono dilatate, importa la lunga durata, proseguono per settimane anche in calce a post più vecchi. Questo anche grazie all’uso che facciamo di Twitter: ogni tanto diamo conto del fatto che il dibattito continua e segnaliamo commenti che ci sembrano pregnanti.

    Sulla questione della proprietà di Internet (dei luoghi, dei software etc.), questa è stata sin dagli albori la vexata quaestio, movimenti come il Free Software Movement nacquero per affrontare quelle contraddizioni, ed è per questo che la lotta per la cosiddetta “Net Neutrality” è tanto importante e scatena (almeno negli USA) reazioni vivaci, per non dire furibonde. E’ un tema-chiave.

    Qui da noi, la questione dei *rapporti di proprietà* in Internet è un Grande Rimosso, ed è la rimozione intorno a cui si producono discorsi pericolosi, ad esempio l’apologia acritica della rete come “Gaia”, seconda [o terza?] natura, promessa di un mondo totalmente connesso dove non ci saranno partiti né religioni né interessi contrapposti… Una concezione “organicistica” della società – la “società armonica” – basata sulla credenza che la tecnica sia una *forza autonoma*, non modellata dai rapporti sociali (di classe e di proprietà). Una visione che non esito a definire cripto-fascista, e un discorso che non offre alcuna risposta alla domanda: “Ma Internet [e non solo Internet, ovviamente] è proprietà di chi?”.
    Mi riferisco a questo video realizzato dalla Casaleggio & Associati, che per chi non lo sapesse è l’agenzia che cura la comunicazione e il marketing e la presenza-in-rete di Beppe Grillo:
    http://youtu.be/9mYgbCW8XNA

    Quindi, sì, si sta facendo un “uso troppo disinvolto” etc. etc. :-)

    Sulla descrizione delle rivolte nordafricane come “Twitter revolutions” o sull’eccessiva enfasi data al ruolo di Facebook nella recente esplosione di movimenti sociali, consiglio l’intervento di WM2 “Disintossicare l’Evento, ovvero: come si racconta una rivoluzione“.

  3. Sono uno studente di Siena, e mi sarebbe piaciuto moltissimo esserci. Senonché al momento sto in Tunisia, per cui il mio commento sarà “alla cieca” rispetto al dibattito successivo all’intervento… Chiedo venia, nel caso in cui la questione fosse già stata sviscerata.

    Si può spezzare una lancia a favore del “presente invecchiato”, nella misura in cui esso presenta un’assunzione di responsabilità? Dal momento che una simile visione del futuro consiste nella maturazione di un “qui ed ora” che è a carico nostro, essa pone molto di più il problema del futuro stesso come “trasmissione del presente” alle nuove generazioni. Mi riferisco a vari dibattiti sull’ecologia (generalmente incentrati sullo sviluppo sostenibile): una critica da destra alle posizioni “responsabili” vuole il catastrofismo degli ecologisti come banale incapacità di vedere le fratture nello sviluppo storico, e in particolare nel progresso scientifico. E’ proprio il futuro che ci arriva “in diagonale” la bandiera di simili posizioni; che spesso sono comunque piuttosto superficiali, appiattite su una mera fiducia che “gli scienziati risolveranno il problema”. Per inciso, è un po’ la critica mossa da Popper agli storicismi, marxismo in testa.

    Ecco: pensi che si possano conciliare le due visioni del futuro in un quadro che unisca la responsabilità del presente all’apertura verso l’imprevedibile?

  4. credo che lo conosciate gia’ tutti, ma non ho resistito alla tentazione di postarlo:

    La risposta (Fredric Brown, 1954)

    Solennemente, Dwar Ev procedette a saldare l’ultimo collegamento con oro puro. Gli obiettivi d’una dozzina di camere televisive erano puntati su di lui, e lanciarono attraverso l’universo una dozzina d’immagini di ciò che stava accadendo.
    Si raddrizzò e accennò col capo a Dwar Reyn, mentre si avvicinava all’interruttore generale. L’interruttore che avrebbe collegato, in un solo colpo, tutti gli enormi elaboratori elettronici di tutti i pianeti abitati dell’universo – novantasei miliardi di pianeti – in un supercircuito che avrebbe in tal modo costituito un supercalcolatore, una macchina cibernetica che avrebbe racchiuso in sé le conoscenze di tutte le galassie.
    Dwar Reyn rivolse una breve allocuzione ai trilioni d’individui che lo stavano guardando ed ascoltando. Quindi, dopo un attimo di silenzio, disse: — Ora, Dwar Ev.
    Dwar Ev fece scattare l’interruttore. S’innalzò un possente ronzio, l’immane ondata d’energia di novantasei miliardi di pianeti. Vividi lampeggianti scoccarono lungo il quadro dei comandi lungo miglia e miglia, poi si quietarono.
    Dwar Ev arretrò d’un passo ed esalò un profondo sospiro. — L’onore di porre la prima domanda è tuo, Dwar Reyn.
    — Grazie — replicò Dwar Reyn. — E sarà una domanda alla quale nessuna singola macchina cibernetica ha saputo rispondere.
    Si voltò a fronteggiare la macchina. — Dio, esiste?
    E la possente voce rispose senza un attimo di esitazione, senza il più piccolo scatto o ticchettio:
    — Sì, ora esiste.
    Un improvviso terrore contorse il volto di Dwar Ev.Fece un balzo verso l’interruttore.
    Un fulmine d’insopportabile luminosità cadde dal cielo senza nubi folgorandolo, e fuse l’interruttore, inchiodandolo per l’eternità.

  5. @ Stefano B.

    ma tu stai spezzando una lancia a favore della *critica* al “presente invecchiato” (o al “futuro spicciolo”, come lo chiamiamo in Arzèstula). Stai dicendo che la capacità di vedere criticamente (vedere come nient’altro che “presente invecchiato”) il futuro che ci propongono può portare ad assumerci una responsabilità verso un futuro vero.
    Nel contenuto, sei perfettamente nel solco della riflessione che sto/stiamo portando avanti. Solo che lo esprimi invertendo i termini.

    Il pensiero ecologista nasce proprio come mònito e come critica all’ideologia dominante “sviluppista”, che vede il futuro prevalentemente come prolungamento lineare dell’andazzo attuale. E, chiaramente, si tratta di un prolungamento… breve, che non va al di là dei prossimi due-tre decenni.

    [E’ il capitalismo stesso a implicare un accorciamento della vista, perché il capitalista ragiona in termini di profitti, di investimenti che generino profitti a breve-medio termine.]

    Per fare un esempio: “futuro spicciolo” è quello che ha in mente gente come Chicco Testa. Andare avanti col nucleare… proprio mentre nel mondo (“grazie” anche a una catastrofe come quella di Fukushima) arrivano segnali di discontinuità. Chicco Testa pensa “lineare”, e la visione di quelli come lui è prigioniera del presente, per loro il presente è indiscutibile. Ad esempio, parlano del “Nostro Fabbisogno Energetico” come di un a priori assiomatico, una condizione incontestabile che non va cambiata, al contrario: va proiettata linearmente in avanti.

    La risposta “gli scienziati risolveranno il problema” in realtà non è data nel segno di una futura discontinuità: l’ideologia che esprime è quella dello “scientismo”, di una fede neo-positivistica (e quindi lineare) nel progresso tecnico/scientifico. La premessa implicita è sempre: “Possiamo andare avanti in questa direzione, perché sicuramente […gli scienziati risolveranno il problema]”

    Invece la critica allo “sviluppismo” è basata sul vedere le discontinuità: tanto le discontinuità *inevitabili* se si continua di questo passo (cioè le catastrofi che metteranno a repentaglio la nostra sopravvivenza), quanto le discontinuità *necessarie e auspicabili*, che si possono creare con un cambio di paradigma, con l’abbandono di un modello di sviluppo mortifero.

  6. @ Stefano B.

    aggiungo, anche se andare oltre quest’accenno ci porterebbe troppo lontano, che il marxismo non è quella caricatura che Popper usava come bersaglio polemico. Quello è il “dia-mat”, cioè la cristallizzazione di alcuni concetti (più “engelsiani” che marxiani) in uno schemino che si voleva sistema filosofico. Cristallizzazione di regime, per giunta. Il marxismo, come dice Jameson, non è un sistema filosofico ma una *problematica* molteplice e mobile, e di marxismi non-“storicistici” è piena zeppa la storia del pensiero novecentesco.

  7. Il racconto di Spitz con il tempo della mosca e quello dei batteri mi ha ricordato le splendide pagine di Jakob von Uexkull sulla zecca ed il suo “ambiente” ( Umwelt)  autonomo.. (che anche D&G citano in MP)

  8. Traduzione a uso del pueblo:
    “(che anche Deleuze e Guattari citano in Mille Piani)”
    :-)

  9. si’, scusa non erano di certo Dolce e Gabbana… :)

  10. “Ambienti umani e ambienti animali” di Von Uexküll è appena stato ripubblicato da Quodlibet. Qui:
    http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/03/ambienti-animali-e-umani/
    si possono leggere la prefazione e le prime pagine.

    Matteo, non è affatto da escludere che per la teoria sui tempi animali di Dagerlöff, Spitz si sia ispirato direttamente a quella sugli ambienti animali di Von Uexküll. La presenza della dieresi in entrambi i cognomi potrebbe addirittura essere un omaggio nascosto.

  11. […] A proposito degli ultimi vent’anni e del futuro: su Giap!, c’è un intervento di Wu Ming che si chiama L’occhio del purgatorio, la rivolta e […]

  12. a proposito degli accampamenti spagnoli, vorrei citare un testo scritto da Marta Malo durante la prima settimana dell'”acampada” della Plaza del Sol a Madrid. Il testo è attraversato da parole chiave, forse inconsapevoli, tutte con un risvolto temporale implicito: futuro, incertezza, strategia, connessione, palpitare, passione…

    Non è che un punto di vista sul movimento del 15-M, di cui si era cominciato a discutere verso la terza pagina di commenti di un altro topic (http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=4024). Il movimento è davvero in movimento, pulsa, cambia ogni giorno e questo testo ne interpreta un ‘momento’ importante…

    Sol, ovvero quando l’impossibile diventa inarrestabile
    di Marta Malo http://madrilonia.org/?p=2241
    (trad. di GiRo)

    Scrivere per orientarsi, con la velocità che impone il momento. Tra la poetica e la cronaca della realtà, scrivere per contribuire alla con-fabulazione del mondo, per contribuire, dal di dentro, alla costruzione della piazza, per prolungare l’evento Sol. Perché sì, Sol è stato un evento: uno di quegli eventi inattesi che ridisegna la mappa e riapre l’orizzonte del possibile.
    Nella manifestazione del 15 maggio, straripante di allegria per le dimensioni della folla e per la freschezza che si respirava, un’unità radio mobile intervistava alcuni dei presenti. “Come vedi il futuro?” Nonostante l’energia circolante, molte risposte non smettevano di lasciarsi andare al pessimismo: “Nero”. Lo stesso lunedì, quando le notizie della “acampada” a Puerta del Sol cominciarono a diffondersi a macchia d’olio attraverso i social network, in una lista email di consumo solidale, si scriveva: “che importa se qualcuno si accampa quando a due metri da li molti altri continuano a fare shopping al centro commerciale?”. Importa, perché non è l’ennesimo campeggio di protesta: il gesto coraggioso di pochi si è trasformato in richiamo per molti, è un”se non ora quando”, si è scatenata la fame del fare, la fame del dire.
    Su uno striscione si leggeva “l’impossibile diventa inarrestabile”, non esiste una descrizione migliore dell’evento Sol. L’esplosione di generosità, i sorrisi contagiosi, i gruppi di amici che si organizzano ​​per “andare insieme a Sol”, gli altri, non più degli sconosciuti ma compagni in un movimento comune, la piazza come una calamita irresistibile… un pomeriggio, il figlio di una coppia di amici, di appena un anno e mezzo, comincia a gridare “Sol, Sol”: c’eravamo appena allontanati dalla piazza e lui cercava il Sole che ci stava pervadendo in quei giorni. Fino a dieci giorni fa nessuno avrebbe potuto immaginare che Sol potesse essere qualcosa di diverso da un centro turistico e commerciale di una capitale europea.
    Sol, non come luogo geografico, ma come evento imprevedibile che sgretola due dei pilastri fondamentali su cui poggia lo stato delle cose: da un lato, rompe il consenso instaurato dopo la Transizione, in base al quale l’attuale sistema dei partiti è il miglior sistema di governo immaginabile e il metterlo in discussione significa aprire le porte al caos o all’oscurità della dittatura (di fronte al “non bisogna cadere nella tentazione di mettere in discussione l’attuale sistema democratico” di Àngels Barceló, il movimento risponde: “la chiamano democrazia, ma non lo è”); dall’altro canto, rifiuta l’interpretazione della crisi come un calamità naturale davanti alla quale non resta altro che stringere la cinghia. Contro la gestione politica della crisi economica, la piazza grida: “Non sono salvataggi, sono ricatti”, e indica i responsabili (governanti e banchieri).
    Sbigottiti, increduli che qualcosa si muova, sbrigandosi a screditarlo prima che arrivi ad avere una capacità di impatto reale, i responsabili politici ricattano la piazza con la scusa delle “alternative”: “Dite no, ma non avete proposte”. Quello che non sanno è che per le generazioni dei “senza futuro”, l’incertezza sul domani è il loro pane quotidiano e Sol permette, almeno, di condividere questa incertezza con gli altri.
    Sembrava chiaro che l’effetto dell’evento Sol e, più in generale del movimento 15M, non fosse solo quello di acuire il trend elettorale esistente, e in effetti la debacle del PSOE è stata lampante anche in città governate dal Partito Popolare, come Madrid . E adesso?
    Le Acampadas (non solo quella di Sol, ma tutte quelle avviate in molte altre città) continuano. Un’amica diceva: “non si tratta di occupare una piazza, ma di crearla”. Partendo da questa intuizione faccio un’ipotesi: la piazza si crea solo ostinandosi nell’approfondire gli elementi che l’hanno resa possibile – la critica al potere politico (“democrazia reale adesso!”) e a quello economico (“la crisi la devono pagare i suoi responsabili!”) come minimo comune multiplo; la cooperazione di molti come forza pratica che rende la piazza reale e tangibile, che rende quel minimo comune multiplo non solo vivibile ma anche gioioso, qualcosa su cui vale la pena scommettere. Contro la (auto)rappresentazione dei mille collettivi e lotte preesistenti, con i rischi di balcanizzazione della piazza, l’evento Sol invita a cercare il punto di connessione, il luogo dal cui poter contribuire al bene comune, partendo dalla soggettività di ciascuno, senza dubbio, ma anche da un impegno verso ciò che ci fa stare insieme.
    Ma non solo. Con il movimento 15M, si conferma la forza di quell’attore imprevedibile che si autoconvoca con un semplice passaparola dilagante e che potremmo chiamare “Pásalo”. Esiste una genealogia di quel “Pásalo”: dalle mobilitazioni contro la guerra, al 13M (1), al “V de Vivienda” (2). Senza altra organizzazione che le reti di amicizia e di cooperazione sociale, senza sigle né programmi, con slogan semplici e diretti, reagendo a un fatto esterno che funziona da collante e fenomeno scatenante che impone l’urgenza di scendere in piazza (la guerra, gli attentati dell’11 marzo, le elezioni…). Fin dalla sua prima apparizione, sono in molti quelli che hanno tentato di “convocare” il 15M, facendo circolare via internet appuntamenti diversi, ma “Pásalo” è un attore diffidente, soprattutto nei confronti dei gruppi organizzati: figlio di decenni di disaffezione politica, insiste nella forza della “gente”, delle “persone”, del “popolo”, attratto solo, per così dire, dagli appelli peer-to-peer.
    A un ragazzo, arrivato all’Acampada di Sol da Bilbao, da giorni affascinato da ciò che stava accadendo, abbiamo chiesto: “Che ci aspetta adesso?”. Risponde: “Non bisogna avere paura che le Acampadas si sciolgano. I militanti, quando si appassionano, si buttano nelle cose e le soffocano, come una madre iperprotettiva con un figlio. Io non sono militante, me ne andrò da qui, continuerò la mia vita e quando ci sarà un’altra mobilitazione tornerò a farmi vivo”. “Pásalo” appare e scompare. È un contribuire senza dominare. È un vivere nella (prevedibile) palpitazione del movimento senza angosce. Imparare a (auto)convocarsi come parte, minuscola ma sempre parte, di quell’attore imprevedibile. Questioni che Sol mette sul piatto.
    Alcuni amici argentini sostenevano: “Tutto ciò è molto interessante, ma non come il 2001 argentino. Lì, chi occupò la città furono i più colpiti dalla crisi. Qui non vediamo segnali della crisi”. Non è interessante guardare “ciò che manca”, ma le ricadute del movimento di Sol tra i più colpiti dalla crisi economica: i senzatetto, i disoccupati di lunga durata, gli espulsi dal mercato del lavoro e inesorabilmente relegati nell’economia informale, i clandestini senza possibilità di regolarizzarsi per la mancanza di un contratto di lavoro, gli immigrati regolari diventati clandestini per non aver versato abbastanza contributi… tutti quei settori della società più colpiti dai tagli alla spesa sociale e al contempo meno rappresentati politicamente … sono loro l’incognita maggiore della nuova fase avviata con Sol. Come si (auto)convocheranno?
    Resta molta strada da percorrere, ma la paralisi è finita. Possiamo sorridere.
    N.d.T:
    (1) Manifestazione autoconvocata il 13 marzo 2004 in seguito agli attentati di Madrid dell’11 marzo, che provocò l’inaspettata sconfitta dei Popolari di Aznar alle imminenti elezioni politiche;
    (2) Movimento di rivendicazione per il diritto alla casa, nato nel 2006 con sit-in autoconvocati da varie piattaforme cittadine in diverse città spagnole, in particolare Barcellona e Madrid.

  13. L’audio completo dell’incontro, con l’introduzione di Dimitri Chimenti, le domande & risposte e l’intervento conclusivo di Massimiliano Coviello, è ora disponibile sul blog del seminario.

  14. Prima volta anche per me con wu ming 1 a Siena. Un’ora e dieci di discorso fittissimo, articolato. Grazie al Lavoro Culturale. L’unica cosa che non mi ha convinto, anche rispetto al dibattito successivo al tuo intervento è: come mettiamo insieme la consapevolezza degli attuali rapporti di forza (elemento essenziale per un’analisi marxista) con l’idea in qualche modo di “esodo” che mi è sembrata fuoriuscisse dal tuo discorso (andiamo altrove, non rincorriamo il potere, le scadenze ecc). Voglio dire: andando altrove non rischiamo di andare da soli? O comunque sempre una sparuta minoranza? Non mi affascina molto l’idea del lenin di che fare? di un gruppo di “professionsiti” (in quel caso il partito) che illumina dall’esterno la classe operaia (scusate il termine).

    Anche sugli indignati spagnoli ho più riserve di te, non mi basta la rottura e l’imposizione dei tempi. Voglio dire, non intendo stimare la portata rivoluzionaria di quello che sta succedendo..però me lo voglio domandare in che direzione stanno andando. Quando dici “non m’interessa il loro programma” io non sono d’accordo. A me interessa! Anche i fascismi hanno adoperato rotture col potere costituito di allora, è bastato?

    Daniele
    studente

  15. Nella discussione seguita all’intervento (http://www.youtube.com/watch?v=5zwMJlQueJw&feature=related) ci siamo concentrati molto sull’ultima parte della relazione di Wu Ming 1, la parte più “calda”, quella relativa all’attualità del tentativo rivoluzionario.
    Ma nei primi minuti si affrontano problemi importanti e strettamente connessi con il prosieguo, sui quali varrebbe la pena tornare a riflettere: lo spazio del reale costruito e veicolato come utopia realizzata o in via di realizzazione; l’idea che i “fantasmi semiotici” non siano semplici proiezioni immaginarie, oniriche, ma finiscano per orientare (e coincidere con) le coordinate cognitive e passionali dell’esperienza; l’idea, infine, che una serie di trasfigurazioni utopistiche del presente possa arrivare ad esaurimento nella forma del trash, nel cinismo che l’accompagna.
    In un importante saggio di qualche decennio fa (http://dev-lm.msh-paris.fr/ressources_lm/pdfs/Glyph1.pdf ), sul quale potrebbe essere interessante tornare a riflettere, Louis Marin poneva sotto il suo sguardo lo spazio utopico di Disneyland. Quello che emergeva era una riflessione sulle coordinate spaziali e temporali di uno spazio di simulazione. Uno spazio (e un tempo) in cui il visitatore (non più solo spettatore), preso in un’esperienza di simulazione di mondo, perdeva la capacità di operare uno straniamento critico nei confronti della storia e dei valori del suo sistema sociale qui trasfigurato: “in fact, this critical process is not possible in Disneyland in so far as the visitor to Disneyland is not a spectator estranged from the show, distanced from the myth, and liberated from its fascinating grasp. The visitor is on the stage; he performs the play; he is alienated by his part without being aware of performing a part. In “performing” Disney’s utopia, the visitor realizes the models and the paradigms of his society in the mythical story by which he imagines his social community has been constructed”.

  16. In questi giorni a Torino è in corso il festival Cinemambiente, un festival cinematomatografico che, oltre a porre l’accento sulle questioni ambientali, risulta uno strumento quanto mai prezioso nell’esercizio dello “sguardo obliquo” promosso da Wu Ming1. I film, i cortometraggi e i documentari in concorso forniscono alternative concrete e propongono “cambi di paradigma” che proprio della rottura della linearità sono espressione costruttiva. Ecco che la lettura di questo post diventa per me un’integrazione perfetta e un prolungamento (questo sì!) della riflessione succeduta alla visione cinematografica.
    Partendo dalla definizione di futuro come “presente invecchiato”, non solo ripenso le categorie temporali di “presente” e di “futuro”, ma d’istinto mi viene da interrogarmi sull’idea di invecchiamento che l’espressione contiene. Se c’è un’incapacità ontologica del tempo capitalista di pensare il proprio futuro (come giustamente ricordava WuMing1 il breve periodo è l’unico orizzonte plausibile), c’è anche e ancora di più l’impossibilità (sempre capitalistica) di pensarlo “vecchio”. Il futuro è un presente invecchiato, ma un presente invecchiato oltre a non essere più produttivo -e quindi anti-capitalista- è un presente con le rughe -e quindi anti-estetico, non desiderabile. Posto che la logica di mercato imperante dagli anni 20 fino a oggi sia quella dell’obsolescenza programmata, tutto ha una scadenza oltre la quale diventa sconveniente e soprattutto indesiderabile. Ma il tempo del potere scorre inarrestabile in linea retta e, pur di evitare scossoni, rotture o semplicemente ritardi, persino i processi di sostituzione sono stati normalizzati, programmati per l’appunto. Abbracciare la novità nell’ottica consumistica non vuol dire certo aprirsi mentalmente al diverso, al contrario equivale a perpetrare il già noto, la mai mutabile dinamica di consumo. E quello che vale per la merce vale per le idee, i contenuti, i corpi. Invecchiare non si può, anche i nostri corpi rispondono all’obsolescenza programmata. In questo contesto le uniche ipotizzabili strategie per il futuro corrispondono a trattamenti anti-age che sfociano presto nella tanatoprassi. In alternativa al lifting la sostituibilità graduale, costante, indolore che vede rimpiazzate idee, merce, persone senza soluzione di continuità.
    Imporre e proporre una temporalità diversa è qualcosa che ha a che fare anche con il nostro corpo. E da donna sento l’urgenza di doverlo sottolineare. Anche in risposta all’estetista che l’altro giorno, al termine di una seduta depilatoria, mi proponeva un trattamento di radiofrequenze (?) per cercare di eliminare le rughe di espressione che iniziano a movimentarmi il viso!

    P.S. circa l’obsolescenza programmata consiglio questo bel documentario visto all’interno del già citato festival “Cinemabiente”. Io l’ho visto sottotitolato in italiano, ma sulla rete è presente solo in lingua originale. http://www.youtube.com/watch?v=6HnW6Mm5sUI

    E grazie per il vostro lavoro ;-)

  17. @ corrini

    Parto dalla tua ultima frase, perché la trovo davvero sbagliata.
    Rispetto al potere costituito dell’epoca in cui nacquero, i fascismi NON produssero proprio nessuna rottura, anzi: “fascismo” è il nome che diamo al ritorno all’ordine, alla restaurazione di un tempo dominante messo in crisi dai tentativi rivoluzionari di fine anni Dieci – inizio anni Venti. Come scrisse Benjamin, dove c’è fascismo c’è sempre una rivoluzione fallita. Infatti il fascismo viene inventato per difendere l’ordine e la proprietà dalle rivendicazioni radicali della classe operaia e dei movimenti rivoluzionari comunisti. In Germania, il momento “ur-fascista”, di origine della spinta reazionaria che poi condurrà al Terzo Reich, sta nella repressione dell’insurrezione spartachista da parte dei Freikorps (dicembre 1919). In Italia, lo squadrismo di Italo Balbo nasce per soffocare gli scioperi dei braccianti, e in generale il fascismo è la risposta padronale alle lotte del Biennio Rosso. La vittoria del fascismo riporta la disciplina capitalistica del tempo nelle fabbriche, nei campi, nelle risaie etc.
    [Tra l’altro, se c’è un esempio perfetto del fatto che il programma che un partito o una corrente politica mette nero su bianco è molto meno importante della prassi reale (“carta da culo”, ho detto a Siena), ce lo fornisce proprio il fascismo, con il celebre “Programma di Sansepolcro”, fumo negli occhi pseudo-rivoluzionario, così non ti accorgevi del bastone finché non ti spaccava la testa.]

    Ora, se ti interessa sapere “in che direzione” stiano andando i movimenti spagnoli, proprio per questo NON dovresti soffermarti sui “programmi” scritti nei primi giorni, che infatti sono stati superati quasi subito.
    La tentazione dello scrivere un programma o un “manifesto” ce l’ha ogni movimento di massa quando, al suo incerto inizio, sente il bisogno di de-finirsi, di tracciare i propri contorni per distinguersi da tutto il resto, per mettersi d’accordo almeno sulla base, sui comuni denominatori, sui punti di partenza. L’ho visto succedere svariate volte: si scribacchia qualcosa, giusto per fissare qualche punto. Poi il movimento cresce, si fa molteplice, irrompe rapidissimo sulla scena, si impone con dinamiche nuove e quindi produce una rottura. Diviene Evento. Del “programma” dei primi giorni non se ne ricorda più nessuno, è superato dagli accadimenti. Le frasi che sembravano fiammeggianti, suonano timide. Le proposte che sembravano radicali, appaiono addirittura morigerate.

    Se uno legge il programma politico della Comune di Parigi, steso la terza settimana del marzo 1871, non ci troverà granché di diverso da un tipico programma liberal-democratico dell’epoca. Se si fermerà a quello, penserà che la Comune di Parigi è stata sopravvalutata. Se darà importanza al “programma”, gli sfuggirà il piccolo dettaglio che il proletariato parigino si era dotato di artiglieria pesante, si era impadronito delle istituzioni e aveva dato vita a uno dei più maestosi esperimenti di partecipazione e democrazia diretta della storia.

    Di quel che sta succedendo in Spagna quel che conta è la dinamica autorganizzata e autogestionaria. E’ a quella che dobbiamo guardare per capire la novità del “15 Maggio”, e per capire le “fedeltà all’Evento” che sopravviveranno all’inevitabile riflusso del movimento.
    Saper vedere e riconoscere un Evento e le “fedeltà” che lascia in eredità è la pre-condizione di tutto il resto. Qualunque altro discorso, analisi e impostazione strategica va a ramengo, se il nostro sguardo è angusto. Come si fa a organizzare e combattere la guerra di classe se non si sanno riconoscere le discontinuità?
    Vorrei fosse chiaro che non si tratta di fare l’apologia degli “Indignados”: si tratta di interpretare al meglio i segni che quell’esperienza ci offre.

    Questo è il senso del lavoro che facciamo noi Wu Ming. Noi non diamo “la linea” a nessuno, non siamo leader di partito né comizianti né commissari politici. Chi si aspetta che noi spiattelliamo un “che fare” e togliamo qualsivoglia castagna dal fuoco a qualsivoglia militante, rimarrà deluso. Noi siamo scrittori, interveniamo da scrittori. Ci occupiamo di storie, di come si racconta un Evento, di sguardi sulla Storia. Cerchiamo di individuare trappole retoriche, ci interroghiamo su come evitarle, diamo suggestioni in questo senso, ma sta a chi ascolta decidere se può trarre qualcosa di utile e buono da quel che diciamo.

    Rispetto al nostro discorso sui tempi, il discorso sull'”Esodo” si muove esattamente nel verso opposto. “Esodo” è ancora una volta la traduzione di un discorso sul tempo in termini spaziali, ma io ho cercato di dire (e non so se ci sono riuscito) che sarebbe meglio tradurre il discorso sullo spazio in termini temporali, come nella frase: “Rimarremo qui finché vorremo“, dove la qualità del “qui” è data dal “finché vorremo”. Il “qui” dei moti egiziani aveva una qualità e un’intensità che con la retorica dell’esodo non c’entra nulla: si sono presi la piazza più importante del Cairo, altro che “altrove”! A Barcellona si sono presi Plaza de Catalunya, l’ombelico della città. In entrambi i casi, quel che conta è l’ad libitum: restiamo finché ci pare, imponiamo il tempo che ci aggrada. L’altro esempio che ho fatto riguardava la guerriglia vietcong: dov’era l’esodo, dov’era l’altrove? I vietcong imposero i loro tempi (i tempi della guerriglia, per i quali l’esercito USA era totalmente inadeguato) nelle giungle e nelle campagne in cui vivevano da civili.

    Ora, se c’è una cosa che gli esempi fatti a Siena hanno in comune a parte l’elemento della rottura temporale, è il *carattere di massa* dei movimenti evocati. Non vedo come si possa vedere nel mio discorso una tentazione “minoritaria”. Non mi sembra che la rivolta egiziana sia stata un affare di pochi, una faccenduola marginale e velleitaria. Sono scesi in strada milioni di manifestanti. E la guerriglia vietnamita era condotta da un intero popolo in armi.

    Sul riferimento che fai a Lenin, invece, non so che dire, perché non l’ho capito.

  18. @ tuttoattaccatopiccolo

    il campo semantico che proponi è perfetto! Il futuro del capitalismo è un presente invecchiato… liftato, blefaroplasticato, collagenizzato, liposuzionato.

  19. Il materiale organico per compostaggio culturale e filosofico che mettete a dispsizione del pueblo su questo blog e’ priceless.
    Detto questo. Mi butto e spero di non dire troppe cazzate. Vorrei inserirmi nel discorso facendo riferimento a cio’ che diceva Stefano B. a proposito del
    “presente invecchiato” e della linearita’ nel contesto ecologico e quello che diceva S. Costa sul capitalismo tecnologico.
    Io trovo che tutti i dibattiti sull’ecologia oggi, prendano spunto da una rappresentazione ancora molto ben radicata ma ormai sorpassata della natura, un astrazione degli anni 50/60, prettamente scientifica che racchiudeva regno animale, vegetale e minerale in un unico sistema (appunto l’ecosistema) e lo rappresentava in perfetto equilibrio, auto-regolantesi. E’ una visione pseudo cybernetica della natura nella quale tutto e’ connesso in maniera direi meccanica.
    L’ecosistema non sarebbe altro se non un flusso di dati che si autogestisce, attraverso feedback, in maniera quasi perfetta.
    Per l’uomo e’ possibile copiare questo modello, raccogliendo dati, analizzandoli per trovare soluzioni, in modo da gestire in maniera ottimale la propria vita e la natura. E casualmente anche il potere. E’, in sintesi, anche la visione del “Club of Rome”.
    Io credo che sia questa la teoria fascistoide alla radice del pensiero “eco” odierno, l’ideologia responsabile indirettamente di trovate come le twitter revolutions, o creatrice di fantastiche illusioni come quella di poter avere milioni di “amici”, a portata di mouse, tutti felicissimi, attivissimi e persino capaci di originare cambaimenti epocali. O anche l’illusione di far parte di una comunita’ dinamica, semplicemente digitando caratteri su una tastiera.
    Magari sbaglio…e scusate se magari suona un po banale confronto a altri commenti…ma a me tutto questo sembra somigliare davvero tanto ad una versione hi tech dell’ideologia delle comunita’ anni 60. Revisited. Una rivoluzione fallita. Con ovviamente allegati extra oneri pseudo religiosi di rigurgito, nei confronti di “Madre Natura” e di conseguenza il lavoro di responsabilizzazione dell’individuo, da parte delle elites politco/culturali, attraverso “visioni dal purgatorio” che fomentano paura e impongono soluzioni su piano lineare; “pensa a tutto la scienza e la tecnologia!..tu fa la tua parte.” …omettendo pero’ il fatto che non ci puo’ essere equilibrio dove c’e’crescita continua.

  20. @dude

    Secondo me c’e del vero in quel che dici, pero’ la tua rappresentazione dell’ atteggiamento degli scienziati nei confronti dell’ ecologia mi sembra un po’ caricaturale. Anche perche’ la comunita’ scientifica, come ogni comunita’ umana, ha una sua dialettica interna. Tutto sommato le prime critiche circostanziate all’ idea dello sviluppo illimitato (dopo la scoperta marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto) sono venute proprio da quell’ equipe di scienziati, che, su commissione del Club di Roma, compilo’ il report “The limits of growth”.

    Inoltre io vedo due correnti di pensiero “eco” tendenzialmente fasciste all’ opera: una e’ quella tecnocratica, che vuole far credere che una elite di “scienziati”, nuovi sacerdoti, sara’ in grado di risolvere ogni problema e di creare una societa’ tecnologicamente avanzata, organica armoniosa eccetera eccetera. L’ altra e’ quella che rifiuta la modernita’ e predica un ritorno alla societa’ contadina, organica armoniosa eccetera eccetera.

  21. @ Tuco
    mi riferisco in particolare al lavoro dei fratelli Odum, Eugene e Howard T.
    http://www.libreriauniversitaria.it/fondamenti-ecologia-odum-eugene-piccin/libro/9788829918348
    Non mi esprimo benissimo scusa. Non volevo fare la caricatura di nessuno. Il fatto e’ che per me Giap e’ uno “spazio” completamente diverso dagli altri in cui mi “muovo” e siccome mi “prendo” molto, a volte mi sento in dovere di “contribuire”. Concordo pienamente sui pericoli reazionari del rifiuto della modernita’.

  22. @dude

    Nema problema, anzi ti chiedo scusa se il mio tono era quello di chi fa le pulci.

    —–

    @wm1

    ho visto il video della Casaleggio (terrificante) e ho letto l’ articolo di Zizek sui rapporti di proprieta’ e la rete. Mi pare proprio che l’ idea che la rete sia di per se’ portatrice di liberta’ sia assolutamente ingenua. Mi sono venute in mente altre due questioni a cui veramente non so dare risposta.

    1) sarebbe possibile la rete senza il capitalismo e il relativo sfruttamento del lavoro? Intendo dire che la rete, per esistere, ha bisogno di computer e di strumenti di comunicazione. Questi oggetti, oltre ad essere pensati e progettati, devono essere costruiti materialmente. Il ciclo di produzione parte dalle miniere, situate nel terzo mondo, in cui lo sfruttamento e’ bestiale; passa per le fabbriche dei paesi emergenti, in cui lo sfruttamento e’ un po’ meno bestiale; e si conclude nelle enormi discariche, sempre situate nel terzo mondo, in cui altre persone, sfruttate bestialmente, recuperano e riciclano i materiali.

    2) siamo sicuri che la rete, anche se liberata dai rapporti di proprieta’ di cui parla Zizek, non riprodurrebbe in forma diversa gerarchie e rigida divisione del lavoro? Alla fin fine, anche se la proprieta’ non fosse delle corporations, le persone in grado di capire il funzionamento intimo dei computer sono pochissime, e hanno un potere enorme.

    —–

    p.s. il discorso sul tempo che deve essere liberato mi ha fatto venire in mente i Clash: “the future is unwritten”, e anche “Socialdemocrazia” dei Gang (“Il futuro lo abbiamo rubato/ci saranno guai”)

  23. @Wu Ming 1
    grazie per l’apprezzamento. Sorrido, e così facendo infliggo l’ennesimo duro colpo alle mie rughe di espressione!

    Vorrei aggiungere una parola sulle rivolte e l’impulso utopico che queste ultime manifestano.
    Per tutte, e per ciascuna a suo modo, il minimo comun moltiplicatore coincide con la conditio sine qua non implicita in qualunque espressione di rottura: l’assunzione del problematico quale punto privilegiato di osservazione della realtà, del tempo e dello spazio. E’ quella che con Wu Ming1 definisco “l’angolatura marxista” e che, prevedendo una procedura problematica sempre aperta, molteplice e mobile, trovo assolutamente inaccostabile a qualsivoglia prospettiva fascista e reazionaria.
    Detto questo; contro l’ottica capitalistica, che come abbiam visto si sviluppa in un senso soltanto, cioè quello lineare e orizzontale del “sintagma”, resiste e a tratti esplode l’ottica rivoluzionaria, che al contrario pensa “in verticale”, “paradigmaticamente”. Rispolverare queste categorie semiotiche mi aiuta perché mi permette di visualizzare meglio (si sta pur sempre parlando di “sguardi”) ciò che accade e in quali direzioni si muovono gli Eventi. La successione sintagmatica non può generare che un uni-verso (unicum versum) ovvero un sistema che procede in una sola prestabilita direzione. Il discorso capitalista è un discorso rigidamente consequenziale e coerente e per ciò stesso miope, dalla visione limitata. E’ un discorso che, come più volte si è ricordato qui, rifugge la molteplicità delle narrazioni e dei punti di vista, cioè esclude aprioristicamente il “paradigmatico”. A queste univocità e identità fanno invece da contraltare la molteplicità e l’alterità, la diversità e l’eterogeneità di un moto verticale (o come propone Wu Ming1, obliquo), paradigmatico che per ciò stesso sa operare anche sulle virtualità. I movimenti di rottura si fanno portavoce di questa capacità di immaginare alternative, di costruire mondi paralleli che non sono uni-versali. Il popolo della rivolta procede ipotizzando sostituzioni paradigmatiche (ben diverse dai rimpiazzi propri dell’obsolescenza programmata dal capitale) e formalizzarle in un programma si capisce che ne possa affievolire la carica dirompente. L’impulso utopico parla per tropi, padroneggia le figure retoriche.

    Venendo ora ad un esempio concreto. Per il popolo egiziano iniziare a pensare paradigmaticamente ha significato a un certo punto (e per l’esattezza dal 2005 in poi) prendere coscienza per esempio dell’assoluta arbitrarietà/illegalità nella quale si svolgevano le elezioni politiche e di conseguenza ha voluto dire reclamare a gran voce un potere giudiziario libero e indipendente da quello politico (attenzione, “di conseguenza” per loro. Nell’inversione di tendenza cui stiamo assistendo in Italia, anche i fondamenti della democrazia come questo vengono oramai pericolosamente messi in discussione). La democrazia di facciata faceva sì che i cittadini si recassero a votare, ma che alle porte dei seggi l’esercito operasse una vera e propria selezione all’ingresso per cui tutti coloro che si presumeva avessero votato contro Mubarak non venivano fatti entrare con la scusa dell’estremismo (automaticamente se eri contro Mubarak eri un estremista religioso. Questa è l’equazione funzionale al potere sia per il mantenimento del suo status quo sia per la sua legittimazione internazionale). Le prime a denunciare tali irregolarità sono state tre donne egiziane e se oggi l’Egitto apre gli occhi e rivendica i propri diritti lo deve anche al loro impegno. Dal 2005 queste infaticabili signore lottano per la democratizzazione del loro paese e il progetto che hanno messo in piedi si chiama “Shayfeen.com” (purtroppo il dominio è stato cancellato. Il link era questo: http://www.pbs.org/independentlens/classroom/women/resources/shayfeen_discussion.pdf). “We are watching you” invece è il documentario che racconta la loro storia (da vedere: http://www.whydemocracy.net/film/10). [Quello che le donne dicono (e spesso gli uomini no). Ancora una volta sottolineare quanto di femminile ci sia in ciò che sta accadendo mi sembra fondamentale.]
    A questa presa di coscienza popolare è seguita la denuncia, la resistenza, il carcere da parte di tantissima gente comune. Ed è proprio qui il punto: esiste una “maggioranza silenziosa” che non trovando rappresentazione nei poli creati ad hoc dal potere (“democrazia Mubarakiana” vs estremismo religioso) chiede a gran voce quel ventaglio di alternative che il pensiero obliquo del futuro pretende.
    L’impulso utopico si è smarcato immediatamente dalle categorizzazioni in cui il potere si sforzava di incasellarlo e contro l’orizzontalità degli opposti ha rivendicato la verticalità/obliquità delle sfumature. Inoltre, nel caso del nord africa, mi sembra che questo impulso utopico non solo abbia scardinato i tempi e gli spazi del potere costituito, ma abbia palesato una volta per tutte quanto complice e pretestuoso fosse stato lo sguardo dell’Occidente fino a lì. Il pensiero dominante continua a rimanere impantanato nella linearità, mentre l’impulso utopico si lancia ad esplorare il molteplice che è irriducibile e problematico.
    A forza di pensare obliquo spero di non essere andata troppo per la tangente…

  24. L’articolo di Slavoj Zizek a cui si riferisce Tuco si può leggere qui:
    http://www.insidehighered.com/views/2011/05/02/slavoj_zizek_essay_on_cloud_computing_and_privacy

  25. Vorrei suggerire la lettura di una testimonianza diretta, scritta da un manifestante spagnolo in piena mobilitazione e pubblicata qualche giorno fa sul sito di Carta (http://www.carta.org/2011/05/sette-parole-chiave-dalla-spagna/), che presenta evidenti punti di contatto con il discorso qui affrontato.
    Nel testo viene descritta (in maniera un po’ confusa, ma – forse proprio per questo – particolarmente suggestiva) la fenomenologia di una nuova temporalità vissuta, di un presente dilatato, prolungato (non “invecchiato”), di un tempo che “accelera”, che “si contrae e si espande”. “Sembra che siamo lì da anni e non sono trascorsi che tre giorni”, scrive l’autore. E subito dopo: “Le rivolte sono reali quando modificano lo spazio-tempo”.
    Emerge tra le righe (le prime, soprattutto) la spinta verso la ricerca di una tempo nuovo, di un tempo che sia in connessione immediata con i ritmi che scandiscono la vita nuda e cruda (anche biologicamente parlando, come sembrano suggerire le metafore utilizzate). L’impressione è quella di un “impulso” genuinamente “utopico” che fa leva anzitutto sul vissuto esperienziale, sulla percezione soggettiva di un tempo davvero “innovativo”, tale da lasciare immaginare l’apertura di potenzialità inedite, di traiettorie di vita e di futuro ancora non del tutto focalizzabili.
    L’affermazione “Non voglio un nuovo i-pad, voglio una vita nuova” (che apre e chiude l’intervento) condensa, a mio avviso, questa tensione: al consumo miope di prodotti “a breve scadenza” di cui (come già si notava prima a proprosito di obsolescenza programmata) sono pieni zeppi supermercati e centri commerciali si oppone la volontà di liberare il proprio tempo, il tempo della propria vita (il tempo di respirare a pieni polmoni, di fare l’amore, di leggere, di cazzeggiare, in una parola di vivere in santa pace) dalla tempistica sempre più frettolosa e frenetica imposta dalla febbre produttivista (situazione ben espressa dal recente tentativo, sferrato dall’a.d. della Fiat, di dettare ritmi di produzione a dir poco forsennati, quando non addirittura disumani, accorciando gli intervalli di pausa, eccetera).

    P.s.: Per quanto concerne l’aspetto “spaziale”, nello scritto si parla anche di una “continuità” dello spazio (la cui comprensione non è possibile a prescindere da quelle che l’autore chiama “reti sociali”) e di una “de-territorializzazione” necessaria per rendere concreta tale “continuità”. Uno stimolo interessante, del quale temo però di non riuscire a cogliere fino in fondo le implicazioni.

  26. Non ero presente e parlo solo cercando di desumere dagli altrui interventi l’essenza delle cose. E’, obiettivamente, di portata rivoluzionaria ridisegnare il tempo della vita e i ritmi produttivi, però credo sia possibile la prima cosa solo se si rifiuta la brutalità dei ritmi produttivi partendo proprio dal luogo di lavoro. Io da sola non ho ottenuto grandi risultati, oggi, anche rifiutarsi di fare lo straordinario, pur non essendo un gesto di rivoluzionario estremismo, può essere causa di licenziamento, a seconda del contratto e del grado di sadismo del datore di lavoro. Ho già concluso quindi, dopo anni di sfruttamento, che devo lavorare da sola e mi sono indebitata per aprire un’attività mia. La restituzione dei soldi alla banca inciderà sicuramente sulla programmazione del ritmo di lavoro, ma farò in modo che “loro”abbiano la possibiltà di esercitare questo potere solo per il “minimo indispensabile”, senza farmi assalire dall’ansia. Vorrei che fossero gli altri ad adeguarsi al mio ritmo e non io al loro, soprattutto gli avventori. Credo che non sia ancora realmente chiaro che il rifiuto perentorio dei ritmi di produzione e consumo che ci impone il capitalismo crei un cortocircuito in questo sistema. Le rivolte nel mediterraneo sono il frutto di una violentissima spinta generazionale: giovani, disoccupati ed altamente scolarizzati. Hanno anche fame di lavoro. E noi?

  27. Uno dei prioblemi del movimento studentesco autunnale è che il 14 dicembre è molto vicino a Natale. Sembra una stronzata, ma per un movimento studentesco, fatto di fuorisede e esaminandi, quello di Natale è un trappolone abbastanza grande. Al ritorno, a gennaio, la situazione era cambiata e nell’affrontare la data della sciopero degli operai della Fiom non si è riusciti a legare la rabbia del movimento studentesco con quella della protesta operaia. Qualcosa s’è fatto, ma credo che i tempi di gestazione siano molto lunghi.
    Altra peculiarità del movimento autunnale: la concezione del tempo, sì, ma accelerato rispetto a tutto il resto. Prendiamo Bologna: una azione al giorno, sempre presenti sui giornali, con un sentimento di rabbia sempre maggiore…siamo riusciti ad avere tempi più veloci del capitalismo stesso! In questo contesto fare assemblea, dedicarsi alla progettualità è quasi impossibile. Esattamente il contrario di quanto accade in Spagna, dove fare assemblea e pensare al futuro è la cosa prioritaria.
    Non vuol dire che sia meglio o peggio, dico soltanto che la lunga durata che il movimento spagnolo si pone come obiettivo, è qualcosa di molto strano, visto con occhi esterni.

    In tutto ciò qualcosa cambia: sono previste due manifestazioni ampie nel giro di una settimana (11 e 19 giugno), di cui la prima è riferita ai nuovi “Alcaldes”, i nuovi sindaci appena eletti che proprio in quei giorni vanno insediandosi.
    Cosa vuol dire? Che si sta cominciando a guardare all’istituzione? Che la concezione del tempo sta cambiando e che si comincia a guardare alle mosse del nemico? Questo è un grande BOH, a cui probabilmente non c’è risposta. Se vogliamo continuare a pensare al movimento spagnolo come un movimento a lungo termine, con i suoi tempi credo si debba guardare alla proposta di convocare un’assemblea generale ogni 15 del mese a partire da Luglio.
    Nel frattempo credo si possa ipotizzare che i tempi del movimento subiranno a breve un’accelerazione improvvisa

  28. come premessa a scanso di equivoci: “Questo è il senso del lavoro che facciamo noi Wu Ming. Noi non diamo “la linea” a nessuno, non siamo leader di partito né comizianti né commissari politici. Chi si aspetta che noi spiattelliamo un “che fare” e togliamo qualsivoglia castagna dal fuoco a qualsivoglia militante, rimarrà deluso. Noi siamo scrittori, interveniamo da scrittori. Ci occupiamo di storie, di come si racconta un Evento, di sguardi sulla Storia. Cerchiamo di individuare trappole retoriche, ci interroghiamo su come evitarle, diamo suggestioni in questo senso, ma sta a chi ascolta decidere se può trarre qualcosa di utile e buono da quel che diciamo.” ( http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=4353&cpage=1#comment-6082 )

    è vero, si stanno cominciando a ridefinire gli accampamenti e Barcelona è stato deciso ieri che Plaça Catalunya rimane occupata ma non durante la notte per una serie di ragioni. il calendario prevede concentrazioni di fronte a tutti i comuni l’11 (giorno dell’insediamento dei nuovi sindaci), manifestazione nazionale di Democracia Real Ya il 19. in Catalunya c’è addirittura un’altra data, che si prevede molto intensa: il 15 il parlamento approva il bilancio 2011 che contiene i tagli allo stato sociale. il piano prevede accampare la notte prima di fronte al parlamento e fare un cordone umano che impedisca l’entrata dei parlamentari per votare il provvedimento. se c’è una fonte di ispirazione comune in questi giorni viene guarda un po’ da quello che sta succedendo in queste settimane in grecia.

    è giusto discutere sulla rottura del tempo e di come esiste una tensione costante fra rivoluzione nei tempi e rivoluzione nello spazio. in questo senso la decisione di togliere gli accampamenti è semplice ma soprendentemente lucida pensando a com’è difficile prendere decisioni collettive: simbolicamente e tatticamente l’occupazione della piazza è fondamentale, ma non ha senso arroccarci in difesa di un territorio che non potremo comunque difendere. spostiamo continuamente l’energia della rivolta…

    quanto al guardare alle istituzioni e alle mosse del nemico: ti assicuro che sono i dubbi di chi sta davanti a un computer. quando vedi che cambiano il calendario scolastico o tolgono ore di scuola di tua figlia per non rinnovare contratti a maestri precari, o tolgono l’assistenza sanitaria gratuita a chi non è residente da almeno 6 mesi, o mettono in stand-by tutte le operazioni chirurgiche non vitali, beh, le varie teorie del contropotere vanno a farsi friggere e ti ritrovi in piazza con il tuo vicino di casa. sembrerà qualunquismo, ma in mezzo a molto rumore e strumentalizzazioni di ogni sorta si intuisce che c’è un desiderio e un senso di urgenza reali.

    e allo stesso tempo si intuisce che il respiro di questo movimento è lungo. prova ne sia la moltiplicazione dei dibattiti di ogni tipo, dalle commissioni alle plenarie, dalle assemblee di quartiere fino alle mille conversazioni che si intrecciano spontanee per strada, sui luoghi di lavoro, addirittura su FB. poche volte si erano viste simultaneamente tanta voglia di azione e di potere alla parola…

    my 2 cents, anyway…

  29. scusate se riposto, ma questi due twits che stanno passando questi giorni cascano a fagiolo (ci sarà qualcuno che starà prendeno nota? alcuni di questi twits hanno una genealogia interessante e tutta una loro storia evolutiva che li trasforma in frasi collettive delle cuali l’autore originale si sfuma nella ripetizione):

    “no queremos ganar la partida. Queremos cambiar las reglas del juego”
    (non vogliamo vincere la partita. vogliamo cambiare le regole del gioco)

    “estamos aprendiendo. Vamos lento porque vamos lejos” (stiamo imparando. andiamo lenti perchè andiamo lontano)

    PS: ne aggiungo uno di oggi, a proposito della voce totalmente falsa secondo cui sarebbe morto uno dei feriti durante lo sgombero fallito di 10gg fa. “Il compagno morto è resuscitato e sta spazzando insieme a noi”.
    in mezzo a tanta serietà c’è un focolaio di ironia che presto tardi verrà fuori… :-)

  30. @ bani
    Capisco perfettamente cosa vuoi dire. Scegliere un tempo proprio, un controtempo che diventa contrattempo del potere, non può significare eludere l’urgenza di una lotta che deve comunque concretizzare i propri obiettivi. E’ un equilibrio difficile da raggiungere, probabilmente: disertare il calendario vigente, non farselo imporre da altri, senza disertare la contingenza della lotta.
    Vorrei provare a riprendere una metafora che ho usato alcuni anni fa, quando scrivevo i miei appunti sulla concezione anti-dialettica della guerriglia di T.E. Lawrence:
    http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/fluminis.html
    Ritengo ancora giusta la mia considerazione di allora: la scelta di non assediare Medina, in favore di una guerriglia rizomatica (Deleuze e Guattari citavano Lawrence in Millepiani) che modificava continuamente lo scacchiere bellico e sceglieva un proprio spazio-tempo invece di accettare quello dei Turchi (cioè del potere). Come forse avevano capito i due “stilisti” francesi :-), una rivoluzione anti-dialettica è construens a partire dalle modalità che sceglie: più che uno scoppio singolo è un divenire rivoluzione nelle stesse pratiche che sperimenta e nella mappa che va a ridisegnare.
    Tuttavia quell’intuizione – la mia e quella di D&G – trascurava volutamente la seconda metà della narrazione lawrenciana. Vale a dire il fatto che Lawrence e gli arabi si diedero comunque un obiettivo proprio. Non Medina, come avrebbero voluto e si sarebbero aspettati i poteri costituiti, ma Damasco. Un obiettivo non vale l’altro, e tuttavia un punto sull’orizzonte degli eventi, anzi dell’Evento (per dirla con Badiou), non è del tutto prescindibile. Questo, tra l’altro, riavvicina almeno in parte i teorici della guerriglia che in quei vecchi appunti io mettevo in contraddizione: cioè il “nomade” Lawrence da un parte e i marxisti “dialettici” dall’altra.
    L’ho presa un po’ alla larga, ma tutto questo per dire che il problema che poni è sacrosanto. Avere uno spazio-tempo proprio non significa essere altrove, ignorare ciò che accade attorno alla piazza, e il fatto che le acampadas stiano ragionando sulle forme di evoluzione dell’esperienza praticata finora, cioè su come uscrie dalla piazza per essere dovunque, dimostra l’emersione di questa consapevolezza.

  31. Perfettamente d’accordo con WM4!

    Una cosa che ci ripetiamo spesso è “Nessun luogo vale un assedio” (è una frase da Guerra agli Umani di WM2).

    Nelle mille frasi che ho parafrasato con “Resteremo qui finché vorremo”, il fulcro è “finché vorremo”, che infatti non significa “fino alla morte” o cose del genere. “Finché vorremo” implica che a un certo punto, liberamente, autonomamente, si deciderà che è abbastanza e si cambierà strategia.

    [E io credo che, se non si resiste alla forte tendenza alla “spazializzazione”, alla tentazione di feticizzare il “qui” (come se la piazza stessa fosse più importante della rottura che ha portato la gente a prendersela), sia molto difficile conservare la lucidità di capire quand’è abbastanza.]

    Da Plaça Catalunya, Sol e tutte le altre piazze ci si può anche spostare, ovvio, perché ci sono lotte che richiedono un altro respiro e un altro passo, lotte che rimanendo accampati non si possono portare avanti.

    Quel che conta è la fedeltà all’Evento, anzi, le tante fedeltà all’Evento da parte delle migliaia di persone che hanno vissuto quella rottura. Quei momenti lasceranno qualcosa d’importante nelle teste e nei cuori. Quando penseranno alle settimane trascorse in quelle tende, a discutere, a condividere, proveranno un’acuta nostalgia, ma non sarà nostalgia del passato, bensì del futuro che potrebbe essere. Sarà impulso utopico. Un “paradiso perduto” che a lungo influenzerà tutto, dal linguaggio alla postura dei corpi all’indisponibilità a fare certe cose se non insieme ad altri.

    E se anche solo un po’ di quell’impulso sopravviverà nell’attività quotidiana, la vita sarà più degna di essere vissuta.

    ***

    [Warning, arriva una nota DENSA, è solo per i die-hard filo-filosofici, gli altri possono mandarmi a cagare subito e passare oltre!]

    Forse oggi il problema principale del post-strutturalismo (Foucault e soprattutto Deleuze-Guattari) è proprio il fatto che in quei testi quasi tutto viene detto in termini spaziali, ossessivamente topologici. C’erano delle dialettiche ossificate da rifiutare, degli schemi e dei sistemi contro cui ci si ribellava, delle filosofie della storia che erano diventate limitanti, e allora parlare in termini spaziali serviva a sfuggire a quelle catture. Utile, ispirante, ne sono nati concetti che ci hanno permesso di pensare in modo diverso, ma forse oggi, in una fase diversa, quei concetti andrebbero ri-tradotti nel linguaggio dei tempi. In certi casi, del resto, basta un minimo spostamento d’accento.

    Quando io e WM2 abbiamo fatto la conferenza alla Duke, Michael Hardt ci ha detto di non capire come potessimo mettere insieme l’ecceità/singolarità e la narrazione. Non c’è stato tempo di approfondire, ma credo che la sua perplessità riguardasse il fatto che l’ecceità è sincronica, è un singolo momento, e – aggiungo io – ha a che fare con l’unica, irripetibile configurazione *spaziale* di un momento, con il simultaneo tutto-intorno di un momento diverso da tutti gli altri. Nel modo in cui D&G parlano di ecceità, il tempo è tradotto in termini spaziali. Che c’entra allora la narrazione, che non può che basarsi sulla diacronia, su una sequenza di avvenimenti, una progressione, un prima e un dopo (anche quando i tempi vengono mischiati, e la sequenza viene ingarbugliata)? Se poi, come ha fatto WM2, si sviscera la *dialettica* della narrazione rivoluzionaria… :-D Michael deve aver avuto i brividi, in certi momenti!

    [Comunque, non aveva tutti i torti a essere perplesso, perché alla Duke abbiamo fatto due interventi apparentemente molto distanti l’uno dall’altro, senza spiegare prima cosa li unisse. Alla UNC, il giorno dopo, lo abbiamo fatto, o abbiamo cercato di farlo.]

    Secondo me l’ecceità va ri-tradotta in termini *temporali* (tra l’altro, è quello che mi sembra faccia Jacques Rancière nel testo su Flaubert e Proust che ho usato per il mio intervento). La passeggiata delle fanciulle sul lungomare di Balbec è una narrazione, ha un suo incedere, ha un inizio, un culmine e un esaurimento, ed è uno dei momenti-chiave di un romanzo sul tempo. Comprendiamo quella scena solo se la collochiamo in due tempi: quello del narratore e quello del narrato. Capiamo cosa sia “malattia” e cosa “cura” solo se distinguiamo tra i due tempi. E anche la descrizione “ecceistica” della rivoluzione fatta da Majakovskij non si capisce se non si pensa che tutto lo sforzo di Majakovskij consiste nel *rompere la gabbia dei tempi*.
    Ma a questo punto mi toccherebbe riassumere l’intervento fatto negli USA e quello fatto alla Sapienza qualche giorno dopo, ed è senz’altro più sensato rimandare direttamente a quelli.

    Tutto questo sto cercando di farlo interagire con il concetto di Evento di Badiou, che in questi mesi mi sembra davvero ineludibile.

  32. Prima di tutto, intervento bellissimo e pregno di significati soprattutto nel contesto attuale (E tra l’altro, mi fa cogliere completamente il senso della vecchia discussione sul “tempo del 14 dicembre” ripresa pure un paio di post fa. http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=4024&cpage=3#comment-5906).

    Poi, cito un attimo un pezzo dell’ultima di WM1: “[E io credo che, se non si resiste alla forte tendenza alla “spazializzazione”, alla tentazione di feticizzare il “qui” (come se la piazza stessa fosse più importante della rottura che ha portato la gente a prendersela), sia molto difficile conservare la lucidità di capire quand’è abbastanza.]”, che personalmente, -ovviamente nel contesto del commento e della discussione- mi da un sacco da riflettere.

    -A livello puramente teorico, filosofico, sono quasi del tutto d’accordo.
    -A livello di attivismo pratico, invece, (Almeno da esperienza personale, eh), trovo il concetto meraviglioso e da perseguire, ma assolutamente “lontano”, almeno per quanto riguarda noi.

    Spiego: un discorso del genere, un discorso lungo, in cui il movimento parla del movimento e non di come organizzare le piazze e gli eventi (Che è quello che invece si fa l’ottanta per cento delle volte nell’ottanta per cento delle assemblee di collettivi, centri sociali, reti, associazioni ecc. ecc. ecc.), si può fare solo quando si allarga la consapevolezza del movimento (In termini mentali) e il movimento in genere (In termini strettamente numerici). Farlo prima è dannoso, è chiudersi su se stessi tenendo fuori gente altrimenti coinvolgibile.

    Esempio pratico: Qui ci occupiamo da anni di beni comuni (Prima in gruppi frammentati, adesso in una Rete collettivizzata di esperienze varie) e ultimamente, come è ovvio che sia, ci stiamo dedicando ai Referendum. Stiamo alternando partecipazioni/interventi a Conferenze sul tema, a eventi singoli, manifestazioni di piazza scenografico/situazionistiche più che contenutistiche e la realtà è che alle conferenze sul tema partecipiamo solo noi della rete e altre associazioni/singoli che si occupano di beni comuni, parliamo dei massimi sistemi, ma è tempo sprecato, ore a farci a vicenda pipponi a due mani su roba che bene o male già sappiamo tutti.
    Nelle manifestazioni di piazza, invece, secondo me, di contenuto scenografico ce n’è tanto (E ci stiamo autosbrodolando tutti, me compresa, lo ammetto, -anche se a livello “filosofico” lo ritengo scorretto a livello “emotivo” non riesco a farne a meno- che il nostro flashmob sia comparso pure su Repubblica), ma di contenuto reale, di contenuto “contenutistico”, passatemi la ridondanza, ce n’è poco. Però, mentre la parte “teatrale” e “scenografica” era d’impatto sul pubblico, convinceva e rendeva la cosa partecipata, gli interventi fatti li cagavano in pochi, ad un momento di cultura collettiva con letture sui beni comuni-non solo su quelli del referendum- eravamo in sei o sette a partecipare, ecc. ecc. ecc. E questo del referendum (Che magari è “tirato”, perchè qui la contingenza c’è per forza) è solo un esempio, perchè, almeno dalla mia esperienza personale, è stato SEMPRE così.

    Non so quale sia stata la ricetta della Spagna, di conciliare le contingenze organizzative con tutto il resto, con le discussioni e i dibattiti, però personalmente li invidio. E penso sia quello per cui -a tentativi- dovremmo tendere un po’ tutt*

  33. Scusate se parlo ancora di Beppe Grillo e del grillismo, immagino che ne abbiate abbastanza. Oggi ho trovato questo:

    http://www.meetup.com/grillipensanti/messages/boards/thread/3713934?thread=3713934

    Come dire: complottismo al quadrato.

    Adesso ho la ragionevole speranza che il grillismo divorera’ se stesso.

    Pero’ questa mania di vedere complotti ovunque non finira’ tanto presto. Il complotto e’ figo, la realta’ invece di solito e’ un po’ squallida (e quindi anche piu’ crudele).

  34. “Qui da noi, la questione dei *rapporti di proprietà* in Internet è un Grande Rimosso, ed è la rimozione intorno a cui si producono discorsi pericolosi, ad esempio l’apologia acritica della rete come “Gaia”, seconda [o terza?] natura, promessa di un mondo totalmente connesso dove non ci saranno partiti né religioni né interessi contrapposti… Una concezione “organicistica” della società – la “società armonica” – basata sulla credenza che la tecnica sia una *forza autonoma*, non modellata dai rapporti sociali (di classe e di proprietà). Una visione che non esito a definire cripto-fascista, e un discorso che non offre alcuna risposta alla domanda: “Ma Internet [e non solo Internet, ovviamente] è proprietà di chi?”.

    Un ulteriore corollario all’inquietante filmato (Gaia) che avete linkato.
    http://soundcloud.com/paolo-perini/chi-c-dietro-a-beppe-grillo-e

  35. @ Wu Ming 1
    Vorrei intervenire sulla tua nota per i die-hard filo-filosofici.

    Scrivi
    “Forse oggi il problema principale del post-strutturalismo (Foucault e soprattutto Deleuze-Guattari) è proprio il fatto che in quei testi quasi tutto viene detto in termini spaziali, ossessivamente topologici.”

    Credo che il problema non sia del post-strutturalismo, ma dello strutturalismo. Sia Foucault che Deleuze hanno scritto pagine acutissime contro lo strutturalismo, non di meno ne riprendono alcuni aspetti essenziali.
    L’assunto che sta alla base dello strutturalismo è che a significare non sono le cose, ma la loro relazione (l’ordine del simbolico). Detto in altre parole, il valore di un elemento si definisce sempre e soltanto in relazione alla sua “posizione” rispetto ad altri elementi (non è un caso che al problema della struttura sia dedicata tutta la prima sezione di Millepiani). La rete delle relazioni (ossia delle posizioni) difficilmente poteva essere concepita al di fuori di un paradigma spaziale.

  36. Attenzione, sempre per die-hards etc. etc.

    @ dimitri

    hai pienamente ragione, la matrice è quella.
    A scanso di equivoci: mi sembra che la scoperta del simbolico – di *quel* simbolico, quello degli strutturalisti da Lévi-Strauss a Lacan, cioè uno dei tre piani immaginario-simbolico-reale – sia stato uno dei momenti più importanti nella storia del pensiero (filosofico, antropologico etc.) E’ solo che non esistono solo le strutture, esiste anche la storia. Forse oggi un piano retorico (un impianto metaforico) sbilanciato sulla sincronia a scapito della diacronia è inadeguato. Forse.

    Il concetto di “ritraduzione” di una teoria l’ho trovato proprio in Jameson. Non ricordo più dove, ma a un certo punto dice che, quando una nuova teoria si afferma col suo nuovo linguaggio, dopo un po’ bisognerebbe provare a ri-tradurre la nuova teoria nel linguaggio utilizzato in precedenza, per metterla alla prova e capire dove si è arrivati.
    In effetti, all’inizio uno non capisce – o almeno, io non capivo – come Jameson possa tenere insieme (ad esempio ne “L’inconscio politico”, 1981) Hegel e Althusser (per tagliare con l’accetta: la Storia e le Strutture). Infatti è stato accusato di “eclettismo”, e sarà forse anche per questo che uno come Luperini dice che quello di Jameson è un “marxismo da campus americani” :-)
    Però, alla luce di quell’affermazione sul ri-tradurre, si capisce meglio l’impresa: Jameson stava provando a tradurre la teoria “strutturalista” nel linguaggio dello “storicismo” (anzi, meglio: della dialettica materialista), per capire cosa la prima apportasse di effettivamente nuovo. Per Jameson – e lo dice chiaramente sia nei libri sia nelle interviste – ogni teoria può essere utile, ma per lui la dialettica hegeliana rimane quella valida *in ultima istanza*, e ogni teoria va sperimentalmente ri-tradotta in quel linguaggio, per capire quanto vale e cos’ha di nuovo. Per dire, lo fa anche con Deleuze. E’ un approccio che non può che far inorridire gli intellettuali europei di qualunque corrente :-) Orrore o meno, non si può comunque dire che Jameson pecchi di incoerente “eclettismo”, anzi: è *coerentissimo*, è hegelo-marxista in modo rigoroso.

    Questa riflessione mi ha suggerito l’immagine: ri-tradurre una teoria eccessivamente “spazializzata” in un linguaggio che torni a evidenziare l’importanza del tempo.

    Soccmel, che pippone! :-O

  37. molto bello l’intervento. Da appassionato di fantascienza mi ha sempre affascinato il modo in cui si immagina il futuro partendo dal presente e di come si sbagli quando lo so fa. Presente invecchiato e` una grande immagine.
    Non sono abbastanza attrezzato per intervenire sul die-hard filosofico. Vorrei dire una cosa riguardo la visione della rete=gaia=armonia. Sintetizzando direi che e` una gran vaccata. Non riesco a capire il salto tra sara` tutto interconnesso a sara` tutto armonico a non ci saranno gruppi e interessi contrapposti. Se si fa il paragone con la natura e` proprio questa a non essere pacifica e “armoniosa” in questo senso. E` un sistema in equilibrio questo e` vero, ma e` un equilibrio dinamico e non statico. inoltre e` vero che e` equilibrato ma interessi e gruppi contrapposti ci sono eccome. Spesso la sopravvivenza di molti esseri viventi singolarmente si basa sulla morte di altri, mi sembrano interessi abbastanza contrapposti

  38. mi piacerebbe un giorno fare una bella discussione sulla rete in senso lato ma credo adesso sarebbe OT :(

  39. p.s. tra un po’ mi sbatto sull’aereo per un totale di 9 ore con anatra all’arancia meccanica :)

  40. Cari Wu Ming,
    innanzitutto i miei complimenti per l’intervento, in quella che fino a pochi anni fa era la mia universitá.

    Non sono assolutamente un esperto di sociologia né di altre materie umanistiche, peró il vostro intervento (e pure quello precedente su Negri) mi ha ricordato le seguenti parole, vorrei sapere che ne pensate:

    “Il tempo è lo spazio dello sviluppo umano. Un uomo che non dispone di nessun tempo libero, che per tutta la sua vita, all’infuori della pause puramente fisiche come per dormire e per mangiare e così via, è preso dal suo lavoro per il capitalista, è meno di una bestia da soma. Egli non è che una macchina per la produzione di ricchezza per altri, è fisicamente spezzato e spiritualmente abbrutito.”

    K. Marx, Salario, prezzo e profitto, cap. XIII.

  41. @WM1

    Jameson scrive quello che tu citi a memoria a p. 10 dell’Inconscio politico, versione italiana, quando parla di metacommentario: “L’interpretazione è intesa qui come atto essenzialmente allegorico, che consiste nel riscrivere un certo testo secondo i termini di un particolare codice interpretativo primario.” [in inglese: “Interpretation is here construed as an essentially allegorical act, which consists in rewriting a given text in terms of a particular interpretive master code.”] E’ quella, secondo Jameson, la via maestra al comandamento “Storicizzare, sempre!” che apre il volume.

  42. @ vito66
    il senso è quello, però mi riferivo a una spiegazione molto più esplicita, addirittura “for dummies”, che getta luce anche sui passaggi più criptici dei suoi libri. Credo sia in “Jameson on Jameson: Conversations on Cultural Marxism”, il libro che raccoglie le sue interviste più significative. Quando ho un momento cerco e trascrivo.

  43. uh uh, un paio di settimane fa avevo scritto scherzosamente a proposito di grillo che prima o poi avrebbe cominciato a collaborare con david eicke (quello dei rettiliani). ci siamo quasi, dai:

    http://www.meetup.com/Gli-amici-di-Beppe-Grillo-di-Napoli/messages/boards/thread/10073036/

  44. Trovato. E’ un’intervista del 1993, a pag. 152 di JOJ:

    “One has to keep translating these things back and forth; one has to invent a new language and then every so often translate it back into the older one in order to see how far we’ve come, what difference in perceptions or focus the new concept gives us, to what degree it still connects up to the older problems, and so on. But if one invents a new language – it is like inventing a new religion. At what point does the new religion cease to be connected to the older one and declare its independence? That’s the problem with Marxism and its offshoots.”

    Questo è un inciso in una risposta che Jameson sta dando su “Spettri di Marx” di Derrida e, più in generale, sul post-strutturalismo francese.
    Jameson sta dicendo che il post-strutturalismo negli USA è stato frainteso e, soprattutto, depoliticizzato, anzi: dice proprio che negli USA il post-strutturalismo è stato “de-marxistizzato”. Secondo lui il post-strutturalismo è sempre stato in dialogo con il marxismo, perché tutta la cultura francese di quell’epoca era permeata di marxismo (che fosse il marxismo di Sartre o quello di Althusser o quello dei pensatori più organici al PCF come Garaudy o quello del filone Lefèbvre/situazionisti etc.). Non c’era nemmeno bisogno di esplicitare il referente/controparte di una nuova teoria, perché tutti ce l’avevano ben presente. Il marxismo era ovunque.
    Per questo, Jameson non si stupisce affatto che Derrida abbia scritto “SdM” e che Deleuze stesse progettando un libro intitolato “Grandeur de Marx”.
    Derrida, Deleuze e gli altri non sono comprensibili se li si rimuove da un certo contesto e da un certo alveo. Infatti prosegue:

    “When [Derrida’s] work was removed from a fundamentally Marxist and political context and exported accross the water to a fundamentally non-Marxist and nonpolitical context, the things that he took for granted in many of his own formulations and expressions simply evaporated.”

    [Tra l’altro, ricordo che ci sono interviste in cui Deleuze dice cose tipo: “Io e Guattari siamo forse gli ultimi marxisti”.]

    Ne consegue, per Jameson, che solo *ri-traducendo* il post-strutturalismo in termini marxisti se ne possa evitare la depoliticizzazione.

    Non ho certo letto tutto quel che Jameson ha scritto, non so se queste cose le dica in maniera meno estemporanea in qualche suo libro, comunque quest’intervista è illuminante.

  45. @ 2_calzini

    a partire da quella frase uno potrebbe scrivere per ore :-) Tempo al tempo, ché cose da dire ce ne sono.

  46. @ WM1

    ehehe…come dire.. non abbiamo qui la fretta del tempo capitalistico!
    Sto cercando di lavorare su questo problema dal punto di vista chimico-fisico, cioé della termodinamica, che é il mio campo di studio/lavoro. Le discussioni su questo sito mi stanno aiutando molto nello sviluppare i concetti base, nel legare quella scienza alle teorie marxiste e in generale socio-economiche.

  47. @WM1

    Come si diceva mercoledi post-intervento (tuo), a Jameson non piace troppo incensare i francesi, Foucault in particolare, ma sembra non avercela molto con Derrida, anzi. In un volume a commento proprio degli SdM di Derrida, Jameson scrive:
    “the appearance of the ghost [in Hamlet…], calls, to be sure, for a revision of the past, for the setting in place of a new narrative (in which the king was murdered and the present king was in fact his assassin); but it does so by way of a thoroughgoing reinvention of our sense of the past altogether, in a situation in which only mourning, and its peculiar failures and dissatisfactions – or perhaps one had better say, in which only melancholia as such – opens a vulnerable space and entry-point through which ghosts might make their appearance.” (43) “Spectrality can here be seen to open up wholly new and unexpected lines of rereading, which would seem to me susceptible of modifying current uses of Husserl’s work.” (44)

    Mi sembra che le citazioni vadano nella direzione che indichi tu, quella di una revisione, re-invenzione del *senso* del passato, ad offrire nuove opportunita’ (semiotiche?).

    Per quanto riguarda Derrida, mi diceva la mia advisor che durante i suoi seminari ad Irvine le femministe americane lo criticavano aspramente, accusandolo di essere soprattutto un’opportunista, immagino intendessero che non aveva un pensiero *originale* (ma sembra che Jameson lo giustifichi, in qualche modo, se capisco il tuo riferimento). La stessa accusa che, ironia della storia o astuzia della ragione?, Derrida rivolgeva ad Agamben.

    Jameson ha scritto un numero di pagine che io povero essere umano unico e solo non aspiro nemmeno a poter leggere, nonche’ commentare, dunque mi associo alla tua osservazione.

  48. Il pippotto mi pare afferri invece un punto critico e meno specialistico di quel che potrebbe sembrare. Pensatori come Focault, Deleuze e Derrida sono spesso accusati di aver introdotto all’interno del pensiero marxista un relativismo che butta a mare idee come quelle di verità e di realtà.

    Eppure, come dice Wu Ming 1 sulla scorta delle affermazioni di Jameson, questi pensatori hanno preso terribilmente sul serio il discorso di Marx: l’individuo non si rapporta direttamente alle cose, ma al sostrato economico e sociale che dà forma alle cose. Il lavoro di riformulazione teorica postrutturalista prende in considerazione esattamente questo problema. Se l’oggettività (o la storia) è sempre il frutto di una contrattazione, soggetto e oggetto non possono che costituirsi vicendevolmente e di volta in volta. Tale costituzione avviene nelle pratiche, ossia nel tempo, ma – e qui sta la chiave di volta del discorso di Wu Ming – non si tratta di un tempo che procede in modo lineare, quanto di un insieme di “varianti diacroniche”.

    Il punto che mi sembra vada esplicitato meglio, per quanto Wu Ming vi accenni a più riprese, è che non si tratta di dire: una volta c’era lo spazio, adesso c’è il tempo. Né credo che le due dimensioni possano essere indagate come entità distinte. Lo spazio e il tempo, soprattutto nella lotta politica, sono inseparabili: sanzionare uno spazio significa anche determinarte il tempo all’interno di quello spazio. Esempio talmente evidente da essere banale: i checkpoint israeliani aprono e chiudono percorsi, imponendo un tempo unico ai non-cittadini che devono attraversarli.

    Al di là dei pippotti (e delle scatolette di tonno), mi pare che Wu Ming 1 ponga delle questioni cruciali: E’ possibile decodificare il tempo del potere (nel senso di toglergli il codice) e striarlo secondo altre logiche? E ancora, la produzione consapevole di varianti diacroniche può assumere una funzione di lotta politica?

  49. @ Dimitri, WM1
    (die-hards filosofici e trappole di cristallo correlate)

    Le parole e le cose, e tutto ciò che ne è seguito, introduce nello strutturalismo proprio ciò che (in parte a giusta ragione) viene rimproverato: i paradigmi temporali. Le tre episteme individuate da Foucault hanno proprio l’effetto di fluidificare la struttura. Se non ché, dall’opera di Foucault è stata estrapolata la tematica del soggetto/assoggettamento (con la conseguente vittimizzazione del soggetto), complice certe letture che cercavano di piegare Foucault all’ordine del discorso politico dei Settanta, invece di aprire questo a quello. È passata quasi inoservata l’idea che la storia delle scienze umane potesse essere scongelata dalle categorie interpretative idealistiche e storicistiche, e ridisegnata secondo altri disegni: idea che, a ben guardare, si ritrova anche in Deleuze (ad es. in “Differenza e ripetizione”, e in generale nelel sue “biografie” filosofiche). Eppure l’ultimo Foucault, con l’aggiunta dell’età antica e il parallelo impostato tra il soggetto dell’impero romano e quello della tarda modernità, aggiungeva un ulteriore tassello, e consentiva di aprire altre vie (si parva licet, è quello che ho cercato di fare io nel mio “Corso di sopravvivenza di Filosofia”). In questo senso, “post-strutturalismo” mi sembra una ben povera definizione, che al tempo stesso immiserisce lo strutturalismo come “pre-“, e predetermina l’importanza di Foucault, Deleuze e Guatatri in un “post-“. Quanto al tentativo di Jameson di reintrodurre Hegel nel grattacielo di cristallo del discorso filosofico: beh, mi sembra di vedere Hans Gruber che cerca di entrare di soppiatto (http://www.youtube.com/watch?v=i7byxU-18YE). Io lo aspetto qui: http://www.youtube.com/watch?v=iOA8axHk9YU :-P

  50. Mi permetto di partecipare alla discussione anche se non ho mai approfondito lo studio di strutturalisti e post-strutturalisti. Tutte le ipotesi e le opinioni formulate sino a qui sull’interpretazione di Marx da parte di Jameson mi sembrano molto ben calibrate e appassionanti, in particolare quest’ultimo intervento di Dimitri mi ha però incuriosito perché racchiude la devozione nei confronti dei limiti del pensiero dialettico, che vorrei vedere superata. (Non voglio spostare il tema, ma inserirmi marginalmente nella discussione).
    Sia lo spazio che il tempo sono figure storiche dello spirito, entrambe passate, come passato è il linguaggio che si basa sul concetto, come passato è il modernismo o l’arte, come passata è l’ideo-logia. Come può un marxista celebrare il “tempo” e il progresso sociale, quando il capitalismo ha fallito, o almeno ha visto la propria fine, con questa crisi? Nell’eternità di ogni ente, nessuna operazione tecnica di decodificazione è richiesta per apprendere la verità delle cose. Il potere è muto, non segue logiche perché non parla e non rende conto, è la filosofia che arranca per dimostrarne una sua *coerenza*. Descriveremo lo scalzamento del potere (e della *possibilità*) con pratiche linguistiche alternative al concetto; in alternativa, un silenzioso scontro fisico.

  51. @ iosonogek

    Il capitalismo non ha visto la propria fine con questa crisi, per la semplice ragione che (da un punto di vista marxista, quantomeno: ma anche da un punto di vista di semplice ragionevolezza) il capitalismo È crisi.
    La tua affermazione: «Nell’eternità di ogni ente, nessuna operazione tecnica di decodificazione è richiesta per apprendere la verità delle cose», da un punto di vista marxistico, non ha alcun senso, dal momento che una delle maschere che Marx, assieme agli altri maestri del sospetto, ha sollevato è quella dell’oggettività e dell’atemporalità della verità, che viene svelata come ideologia. E, aggiungo, per un marxista non esistono figure dello spirito: la circolazione e distribuzione delle merci sono un fatto materiale, non una delle pippe idealistiche che un qualche spirito del mondo fa a se stesso. Magari hai ragione tu: ma allora ha torto Marx, e con lui ogni possibile marxismo, e quindi chiedersi come possa un marxista pensare da marxista il non-marxismo è una domanda oziosa, ti pare?
    Ti risponderei anche alle ultime tre righe sulla descrizione aconcettuale dello scalzamento del potere muto e illogico (o alogico?), se avessi capito cosa proponi (o supponi): ma ho fretta, e devo andare. [No, in realtà se tu hai ragione il tempo non esiste, gli enti sono eterni, e quindi sono io che credo di essermene andato, ma sono sempre qui; anzi, c’ero da prima di esserci :-)]

  52. @ girolamo

    ma Jameson non vuole “reintrodurre” alcunché: per lui Hegel non è mai stato “estrodotto” :-) Dopodiché, lui ha – o sostiene di avere – una concezione della dialettica come qualcosa di molto più fluido degli schemi a cui i detrattori la associano, ma il discorso è lungo e va anche molto oltre le mie capacità.
    Ma veniamo al succo del tuo commento:

    credo che si tratti, appunto, di *liberare* i contributi di Foucault e Deleuze da un sistema di metafore, da un framing che è il risultato dell’aver posto troppo l’accento su alcune immagini/concetti e troppo poco su altri.
    Foucault è spessissimo associato a un discorso sugli spazi (le eterotopie, il carcere, la prigione, il manicomio, il Panopticon, per non dire della visione spazializzata del “dispositivo” etc.), e ben più di rado associato a un discorso sui tempi (la sua riflessione su continuità e rottura, sull’episteme etc.). C’è un impianto retorico eccessivamente *spazializzato* e “topologizzante”, che è appunto il discorso del/sul “post-strutturalismo”.
    Come giustamente fai notare, in Foucault la dimensione della temporalità conta, infatti Foucault è anche uno storico, la parola “storia” figura già nei titoli di svariati suoi libri, per non dire di termini che rimandano alla temporalità, come “nascita” (Naissance de la clinique).
    [Però spesso quest’enfasi sugli spazi a scapito dei tempi la troviamo già in Foucault stesso, nelle metafore che decide di rendere più ricorrenti.]

    Con D&G va anche peggio. Nella vulgata vengono riproposti sempre gli stessi concetti: “rizoma”, “territorializzazione”, “deterritorializzazione”, “spazio liscio”, “spazio striato”, “nomadismo”, “parete bianca / buco nero”…
    [Ma anche qui: non è solo colpa della vulgata se la retorica di D&G è così spazializzata!]

    Ci tengo a rifare una precisazione, la stessa che ho fatto nell’intervento e che Dimitri ha giustamente riproposto nel suo ultimo commento: tempo e spazio non sono esperibili separatamente, e non esistono discorsi in cui ci sia solo lo spazio e non il tempo e viceversa. Esistono invece diverse accentuazioni di una dimensione piuttosto che dell’altra. E queste accentuazioni possono diventare unilaterali, creare un “riflesso condizionato filosofico”.

    A quel punto, la pratica del “ri-tradurre” la teoria, come suggerisce Jameson, può “smuoverne” il corpo e favorire una ridistribuzione degli accenti meno scontata.

    Traggo un esempio nel mio piccolo, anzi, nel mio piccolissimo:
    nel memorandum sul NIE ho usato tantissimo Deleuze, ma non ne ho usato la terminologia, perché – tu m’insegni – un *concetto* non è un vocabolo, non è solo il suo significante. Non si è “rizomatici” piantando accanto a una felce un cartello con una freccia che indica il sottosuolo e la scritta “RIZOMA”.
    E’ curioso, ma della massiccia presenza di Deleuze nel memorandum sul NIE ve ne siete accorti tu, Dimitri, Maurizio (che guardacaso, tre anni dopo, siete qui a discutere) e pochi/e altri/e. Cosa vuol dire questo? Secondo me, vuol dire che c’è una “retorica-Deleuze” che, in assenza dei soliti significanti, non riconosce più i significati.

    @ iosonogek

    ammetto con candore di non aver capito il senso del tuo commento. Non mi riferisco al “senso” nell’accezione di “opportunità/utilità di farlo”: intendo proprio che non ho capito il significato, non sono riuscito a seguirlo, non colgo i concetti e come li usi. E quindi non so proprio cosa risponderti.

    ***

    Dubbio generale: non vorrei che questa discussione, diventando troppo astratta, finisse per rompere i coglioni a tutti i non die-hard e i non “filosofissati” :-P

  53. @ girolamo
    Hai ragione a concludere che si tratterebbe di una domanda oziosa, però il presupposto da cui parto è quello dell’imprescindibile legame tra Hegel e Marx. Il Capitale non è che una parafrasi della Fenomenologia dello Spirito in termini socio-economici: spirito e capitale sono entrambi protagonisti di uno straordinario Bildungsroman (lo ammetto, sono parole del prof. Galli ;-)) che si svolge nella storia….

    Scusate per la cripticità di cui sopra, e per avere contribuito ad allontanare dalla discussione i non filofissati, ma ogni volta che provo a dire (anche a me stesso) queste cose in maniera analogica, fallisco. Non posso continuare questa conversazione da impiegato quale sono, insomma. Presto mi spiegherò meglio con un articolo su Mumble: , comunque complimenti a tutti voi che intervenite per la ricchezza dei contributi.

  54. [da lettrice silenziosa posso rassicurarvi. La filosofia a scuola non l’ho fatta benissimo e soprattutto ho saltato molti contemporanei e/o fondamentali. In parte ha rimediato l’universita`, qualcosa la curiosita` personale. D’altronde la filosofia non e` una roba a se stante, ma serve in moltissime altre discipline, secondo me.. io ne farei largo uso nel mio campo, ma magari e` facile (sociologia…)Nonostante questo riesco a seguirvi e mi appassiono, quindi filosofissatevi pure!]

  55. Anche io confermo la rassicurazione!
    Per giunta io, a scuola, non ho mai fatto filosofia e le mie conoscenze sono a dir poco rizomatiche (per non usare la formula ac/dc di Boris…) quindi questo genere di discussioni le trovo delle ottime boccate d’ossigeno.
    Talmente ottime che, sulla scia, mi è appena arrivato il libro di Girolamo (ordinato tempo addietro).

    @Sweepsy (senza voler andare OT): ti assicuro che la fisolofia è utile anche in settori apparentemente distanti come ad esempio, il mio (graphic design). Il problema è che sono in pochi ad accorgersene.

    @ tutti i filosofissati: ora siete obbligati moralmente a continuare:-)

  56. appunto: filosofia, non fisolofia…e una virgola prima di come…

  57. @ iosonogek
    Ah, ecco, ora capisco: sono parole del professor Galli. Mi sembrava di cogliere un vago dèjà-vu. Gli anni passano, Carlo Galli passa dall’estrema destra schmittiana (con frequentazioni NATO e ammiccamenti al MSI) al post-PCI, finendo per diventare presidente dell’Istituto Gramsci (lui che sosteneva che Truman aveva il dovere di tirare l’atomica su Mosca nel 1946, e che si oppose alla laurea honoris causa a Nelson Mandela), ma continua a dire le stesse cose. Prova a rifletterci sopra: un motivo ci sarà…

    @ WM1
    Con Deleuze capita quello che, anni addietro, capitava con Benjamin: tutti lo citano, tutti pronunciano ammiccando le stesse frasi prese dagli stessi testi, ma in realtà pochi vanno oltre le frasi alla moda. E infatti, quando invece di citarlo lo si usa davvero, non se ne accorge nessuno, o quasi… (Guattari, invece, non lo cita mai nessuno, eppure ha scritto cose di spessore).

  58. @ Girolamo
    Ammettendo la mia ignoranza su queste “frequentazioni” che dovrebbero screditare il nostro professore, ai fini di questa discussione rimane di accettare o meno una certa lettura del pensiero marxiano; quello che mi sorprende davvero nel suo commento, Girolamo, è il fatto che sia bastato accostare Marx a Hegel (cosa che, al di là delle vicende di uno degli studiosi di questi autori, mi pare assolutamente pertinente) per innescare una reazione di sdegno di fronte alla contaminazione, all’accostamento tra sinistra e destra, comunismo e fascismo, come se Marx debba rappresentare d’emblée il “comunismo”…

    Purtroppo, sebbene abbia letto il Memorandum, non posso aggiungere niente su Deleuze, che ignoro pressoché totalmente…mi rifaccio a voi per questo ;-)
    Saluti

  59. @ iosonogek

    solo una “micro-mozione d’ordine”: su Giap è *vietato* darsi del Lei :-)
    Secondo noi, nelle discussioni in rete l’uso del pronome di cortesia è un atto aggressivo o suona come tale. Qui, chi vuole discutere usa sempre il “tu”.

  60. @ Wu Ming 1

    Ricevuto!

  61. @ Wu Ming 1

    E appellare l’interlocutore con “cittadino”, è possibile?
    :-)

  62. Suona bene solo se ci si dà del “voi”. A quel punto, non sarebbe più un pronome “di cortesia”, ma di riconoscimento reciproco tra rivoluzionari!

  63. Scusate la “deformazione”, è che stiamo lavorando sulla Rivoluzione francese :-)

  64. @ iosonogek
    Non è l’accostamento Marx-Hegel in sé, figurati: che è un classico, e spesso è ben fondato. Quello che proprio non sta in piedi è il paradigma interpretativo che fa di Marx un traduttore di Hegel. Perché all’interno di questo paradigma la storia – meglio: la storia delle lotte di classe, e non solo di quelle – viene del tutto disincarnata, privata dei corpi concreti degli uomini che producono la storia, e finisce per diventare la narrazione di un’astrazione che nasce astratta (invece di essere il prodotto di un processo di astrazione) e astratta rimane (invece di rovesciarsi, attraverso un processo determinato, in concretezza). E questo è un paradigma interpretativo non tanto hegeliano, ma destro-hegeliano. Più destro-hegeliano di Gentile, per capirci.
    Che questo paradigma rimanga immutato nelle evoluzioni politiche e accademiche di taluni baroni (se ne potrebbe tirare giù una bella lista, che arriverebbe non solo fino a “Repubblica”, ma al “manifesto”) poco m’importa. Che questi paradigmi vengano assunti senza il riconoscimento della loro matrice ideologica, invece, mi preoccupa: perché è, nel suo piccolo, uno degli effetti di superficie di un “effetto-agenda” che, negli anni Ottanta, ha fatto sì che la sinistra, credendo di difendere le proprie posizioni, assumesse come “dati oggettivi” i presupposti culturali della destra, e non solo in ambito filosofico. Per dirla in soldoni, iosonogek: se la narrazione marxiana è una traduzione con altri linguaggi della Fenomenologia dello Spirito, allora il mondo va avanti da sé, o guidato da qualcosa di extra-umano (tipo lo Spirito del mondo, o la provvidenza, o il destino cinico e baro): e allora il mondo non può essere cambiato, al massimo amministrato un po’ meglio. Da quest’idea partì Cacciari, col suo “pensiero negativo”: e il suo punto di arrivo mi permetto di collocarlo nel governo-Bassolino della Campania.
    Poi, se vuoi: il 15, a Bologna (immagino che tu stia lì) io sono alla Feltrinelli di piazza Galvani, alle 18, a parlare di filosofia, e credo che anche WM1 passerà di lì. Vieni, e ne parliamo :-)

  65. In questo video:
    http://www.youtube.com/watch?v=_cPL4ycQ6Yo
    Toni Negri presenta il libro di Girolamo. E’ la prima parte, le altre stanno per arrivare.

  66. @ Wu Ming 4 & Wu Ming 1
    10/06/2011 at 11:01 am
    E appellare l’interlocutore con “cittadino”, è possibile?
    :-)

    – Noi de “Le Donne e il Negro” rifiutiamo quella parola!
    […]
    – No, “cittadinanza”! E’ un concetto giacobino, e i giacobini tagliavano la testa alle donne!

    “[Oh VOI] Fratelli e sorelle ! ”
    … ecco, secondo me così andrebbe meglio. :-)
    E dare anche del loro:”Fratelli WMx, saluti a loro due!”

    Bene, ora torno in laboratorio, indosso la mascherina e smetto di sniffare fumi. :-)

  67. Cortocircuitando la discussione con iosonogek e la rivoluzione francese di cui si stanno occupando i Wu Ming, mi è venuto in mente un altro argomento esemplare: le ultime cose scritte da Furet, che ruotano intorno al suo libro Il passato di un’illusione. Furet si è occupato per tutta la vita, potremmo dire, non tanto della Rivoluzione francese, quanto delle narrazioni della Rivoluzione. I suoi primi approcci, discutibili nell’oggetto (la rivalutazione del Termidoro contro il periodo giacobino) sono tuttavia interessanti per il metodo: Furet ricostuiva la lotta politica attraverso la lotta per l’egemonia nella narrazione della rivoluzione, mettendo ad esempio in discussione il fatto che quello dei Cahiers fosse il punto di vista del “popolo” francese, e non l’autorappresentazione della borghesia che si faceva narrazione egemone. In quella fase, la narrazione era narrazione delle lotte, o degli eventi.
    L’ultimo Furet, critico della Rivoluzione d’Ottobre e dell’esperienza comunista in quanto tale, è invece la narrazione di una narrazione. Il comunismo diventa una narrazione truffaldina, ideologica, astuta, e l’intera sua storia si riduce a come i biechi bolscevichi abbiano saputo menare per il naso le masse facendo credere loro a un’illusione. Le lotte, le rivoluzioni mancate o riuscite, i 70 anni di storia dopo l’Ottobre hanno per unica causa la propaganda, non le condizioni materiali delle masse.
    Ecco il punto: fare del Capitale una Fenomenologia raccontata con un linguaggio economico-politico significa collocarsi sullo stesso piano di Furet. Significa credere che gli operai si ribellavano perché avevano letto il “cattivo maestro” Marx (ed erano caduti dal pero scoprendo di essere sfruttati da un padrone che credevano buono), invece di capire che Marx può scrivere il Manifesto perché esistono già i suoi lettori, cioè gli operai insorgenti.

  68. Glosso (e chiudo) segnalando questo intervento di Sandro Chignola uscito sul “manifesto” qualche giorno fa, che mi sembra dica, con un linguaggio forse più da addetti ai lavori (ma i lettori di Giap mi sembra abbiamo mandibole e stomaci forti), le stesse cose che ho sostenuto nei miei post:
    http://uninomade.org/le-traiettorie-della-democrazia/

  69. @ girolamo

    “Significa credere che gli operai si ribellavano perché avevano letto il ‘cattivo maestro’ Marx (ed erano caduti dal pero scoprendo di essere sfruttati da un padrone che credevano buono)”

    Come non ricordare uno dei momenti più alti nella rappresentazione cinematografica della coscienza di classe, sequenza a cui ci siamo ispirati anche per Canard à l’orange mécanique, ovvero il fatidico incontro Fantozzi-Folagra?

    http://www.youtube.com/watch?v=FaavQC2kO1A

  70. @Girolamo
    Grazie, ti sei spiegato molto chiaramente, però devo rilanciare. Hai detto prima che assumendo il paradigma di Marx traduttore di Hegel, la storia delle lotte di classe viene disincarnata: io obietto che lo spirito è metafisico ma non extra-umano. Anzi, forse lo spirito è la metafisica come forma di ragionamento dell’uomo, metafisica che sorge insieme ad un “mondo”, teatro del divenire, in cui dispiegare a forza la storia degli enti. Ma perché dovremmo inorridire di fronte al materialismo storico come criterio narrativo? Il comunismo è una straordinaria narrazione, truffaldina semmai perché fallimentare, ma questo è il limite del pensiero dialettico, il fatto che per esso la verità sia una tautologia del presente. Qualora si realizzasse un socialismo globale e pacifico, allora non più il comunismo, ma qualcos’altro da venire ne sarà stato la narrazione, questa volta non truffaldina. E mentre le condizioni materiali determinano i cambiamenti delle società, appare un linguaggio che di nuovo tolleri la compresenza di narrazione e fine della narrazione.

    Ringrazio molto per l’invito, vedo cosa mi permetterà il mio provincialismo ;-)

  71. @ iosonogek
    sara’ certamente imputabile a mie lacune, ma io davvero continuo a non capire un’acca dei tuoi commenti. Beato Girolamo, che invece capisce e addirittura contro-argomenta :-/

  72. no worries mate, in realtà temo di non essere tagliato a spiegare le cose che mi stanno a cuore!

  73. Scusate se mi intrometto. Non voglio sminuire affatto l’importanza della filosofia e del suo linguaggio tecnico. Come matematico capisco benissimo l’ importanza della precisione nell’ uso della terminologia e tutto il resto. Pero’ quando si parla di comunismo, di lotta di classe, di queste cose qui insomma, se si perde di vista il fatto che si parla delle condizioni di vita materiali di persone in carne ed ossa, secondo me si e’ fuori strada. Detto in parole povere: se io devo spiegare a un operaio italiano che per difendere i propri diritti e il proprio salario deve battersi anche per i diritti e per il salario del suo compagno di lavoro immigrato dal Bangladesh, non posso andare da lui a dirgli che il materialismo dialettico e’ solo una diversa narrazione della fenomenolgia dello spirito.

  74. Triplo urra’ per Tuco!
    Il resto lo aggiungo dopo.

  75. @ tuco
    Ora sei tu quello che dà troppa importanza alle parole ;-)

    proviamo a lasciare scorrere l’acqua e trattenere il fango: cos’è che difende il mio salario e i miei diritti, di fatto? Per fare un esempio concreto, a me basterebbe che il mio datore di lavoro mi pagasse un buono pasto e gli straordinari, e questo sarebbe già un passo avanti. Oppure che venissero messi fuorilegge gli stage e i tirocini non retribuiti, l’introduzione di un salario minimo garantito per i “collaboratori” dei giornali e delle case editrici come per ogni altra categoria disagiata, che si contrastassero davvero le assunzioni a tempo determinato o a progetto da parte di chi sta facendo fare la cassa integrazione ai suoi dipendenti, tassazione delle rendite finanziarie (perché chi gioca in borsa non paga le tasse sui quei guadagni?), che si controllasse la corresponsione dei contributi e si bloccasse la celebrazione del lavoro nero e dell’evasione, che si smettesse di santificare la legge 30 da destra e da sinistra, che le mie segnalazioni ai finanzieri circa l’esistenza di un laboratorio clandestino si concludessero con azioni di contrasto del lavoro sommerso, che l’investimento di 20000 e più € in istruzione universitaria venga coronato in maniera diversa di un “bè vede, come laureato dovrebbe considerare che non ci troviamo solo in Italia, ma in Europa” (per la serie, “quello è l’uscio”) e così via.

    Questo, oltre a bilanciare l’uso di termini astratti, è per dire che sì, certe parole o certe narrazioni possono essere più adeguate al contesto o alla sensibilità degli astanti, ma quando l’efficacia di due espressioni è ugualmente nulla preferisco scegliere parole che stiano bene con quanto di non linguistico appartiene al mio presente, i miei comportamenti, le mie azioni e le mie scelte morali. Non me ne vogliate, ma per me “lotta di classe” è un termine estremamente inefficace a descrivere ciò di cui abbiamo bisogno noi lavoratori oggi; anche “compagno di lavoro” vuole dire poco quando in un’azienda di sei dipendenti ci sono 4 tipi di contratto diverso…

  76. @iosonogek

    Certo che do molta importanza alle parole. Come ricercatore e insegnante lavoro molto con le parole, e devo fare uno sforzo quotidiano per trovare quelle giuste. Ho imparato a leggere le facce dei miei studenti, a capire dai loro sguardi se mi stanno seguendo, a ricalibrare al volo discorsi che mi ero gia’ preparato, e, nel caso, ad ammettere senza problemi di aver detto una castroneria. E a volte mi capita che alcune loro osservazioni mi facciano scoprire all’ improvviso punti di vista diversi.

    Per il resto, posso solo dirti che probabilmente se quei sei dipendenti si mettessero d’accordo e lottassero insieme per avere un contratto uguale per tutti, e ovviamente migliorativo di quello di ciascuno, sarebbe gia’ un passo nella direzione giusta. Non dico affatto che sia facile, al contrario. Pero’ la via e’ quella. Non so quanti anni abbia tu, ma io ricordo molto bene quando a meta’ degli anni ’90 cominciarono a proliferare le forme di contratto personalizzato. All’ inizio la novita’ fu salutata come un’ esplosione di liberta’. Ben presto pero’ ci si rese conto che alla personalizzazione dei contratti non corrispondeva affatto una personalizzazione del lavoro. Il lavoro era rimasto alienante come e piu’ di prima, ma in compenso si erano perse tutele e potere contrattuale. (Ecco un esempio di narrazione truffaldina!). Tra l’ altro, mi pare di aver sentito su RadioPopolare che tra le richieste degli acampados di Madrid ci sia anche quella di non abolire la contrattazione collettiva.

    —–

    ora attendo con curiosita’ l’ intervento di @wm1 (tre urrah! pero’ sono troppi, ne bastava uno :-))

  77. @ iosonogek

    tu scrivi:

    “quando l’efficacia di due espressioni è ugualmente nulla preferisco scegliere parole che stiano bene con quanto di non linguistico appartiene al mio presente, i miei comportamenti, le mie azioni e le mie scelte morali.”

    Ecco, per me questo passaggio è impenetrabile.
    Prima di tutto, non capisco da dove salti fuori l’immagine delle “due espressioni”: perché uno dovrebbe scegliere (o rifiutarsi di scegliere, come te) in un numero di due, anziché di tredici, di trentotto, di undici-alla-terza? Questo ha l’aria di essere il classico schemino “sub-hegeliano” che immeschinisce la molteplicità del reale, la riduce al gioco combinato e prevedibile di due o tre figure, sempre le stesse.

    E come fanno due espressioni (che quindi sono diverse, altrimenti sarebbero un’espressione sola) ad avere efficacia “ugualmente” nulla? Saranno semmai inefficaci in modi diversi, e magari vagliando e comparando i diversi modi di mancare il bersaglio si capirà come raddrizzare il tiro, trovando un’espressione più efficace.
    Insomma, mi sembra il ragionamento di uno che si arrende molto presto. Di uno “schematico”, appunto. Un pensiero schematico è un pensiero che si arrende presto.

    Tra l’altro, se si parla di filosofia (ma non solo), un buon concetto non è per forza quello più efficace nell’immediata contingenza. E’ semmai quello che, *nel tempo*, dimostra di poter essere interrogato anche con il mutare delle situazioni, e poter dare risposte (o almeno suggestioni) a esigenze che una società ritiene importanti.
    In altre parole: un buon concetto è quello che può sempre essere liberato da incrostazioni e usi banalizzanti, e tornare vitale.
    In parole ancora diverse: un buon concetto non è mai in pace, e a ogni generazione ricomincia un conflitto per salvarne la pregnanza.

    Penso alla democrazia. Nel suo libro, Girolamo la definisce un buon concetto. Io ho subito pensato all’uso del concetto che fa Jacques Rancière, secondo cui “democrazia” non è uno stato che si raggiunge e non è nemmeno il sistema in cui viviamo (che è un sistema tendenzialmente oligarchico); “democrazia” è il principio di uguaglianza che, dal basso, scompiglia le messe in ordine oligarchiche. Ma ho pensato anche all’uso che ne fanno gli zapatisti etc.

    Allora, finché il mondo sarà diviso in classi (cosa che a me sembra tuttora indiscutibile, anzi, nel mondo non c’è mai stata una “polarizzazione” di classe come quella attuale), il nucleo concettuale della lotta di classe (il significante “lotta di classe” potrà anche evolversi, perché un concetto non è solo un vocabolo o una combinazione fissa di vocaboli) rimarrà interrogabile, e in diverse fasi entrerà in risonanza con le lotte. Non c’è storcimento di naso né sbuffo di noia che possa farmi cambiare idea.

    Ancora: tu dici che, quando tra due espressioni [ripeto la domanda: da dove esce questo Due che usi quasi assiomaticamente?] non ne trovi una efficace, allora scegli “parole che stiano bene con quanto di non-linguistico appartiene al mio presente”. Per come la leggo io, questa frase significa: quando, dopo aver dato un’occhiata a un limitato insieme di opzioni, concludo che comunque non riuscirò a farmi capire, allora tanto vale scegliere parole che, al pari delle altre, non si fanno capire ma il cui uso mi gratifica (libidinalmente?).
    Contento tu…
    Di sicuro, però, non sono contenti gli interlocutori.

  78. @ Wu Ming 1

    La mia frase si riferiva al paragone tra le due espressioni “per difendere i propri diritti e il proprio salario deve battersi anche per i diritti e per il salario del suo compagno di lavoro immigrato dal Bangladesh” e “il materialismo dialettico è solo una diversa narrazione della fenomenologia dello spirito”, descritto da tuco nel suo intervento.
    Esse se accostate rappresentano un punto muto della comunicazione tra i due interlocutori; e tuco le ha valutate nella loro efficacia al fine della difesa di diritti e salario del lavoratore. Per tuco la mia espressione non era utile al fine indicato, ma nemmeno il suo invito a estendere i confini della lotta mi pare una soluzione per accrescere il mio benessere di lavoratore. Per un motivo o per l’altro, sono dette entrambe, dall’uno o dall’altro, inefficaci.
    Mi preme assicurare qua che il tono della la mia considerazione è quanto mai amichevole e sinceramente volta alla chiarezza delle immagini, nessun cupo schema a ingabbiare la forza del ragionamento pena la sua arresa! [Tanto che il tema della scelta numerica mi è sempre stato a cuore: al liceo scrissi un tema circa l’effettiva necessità che la coincidenza e la ricorsività degli anniversari fossero celebrate su un calcolo “a base dieci”]
    Ora il tempo stringe, non pensiate però che ci sia una ricerca di gratificazione in una solitudine comunicativa, non mi piace per niente l’idea, ecco tutto ;-)

  79. @ iosonogek
    sull’amichevolezza non avevo dubbi. Sulla chiarezza delle immagini… Ehm… Che dire? Forse sono io. Forse e’ una giornata no ;-)

  80. @iosonogek

    Puo’ darsi che battersi per i diritti del lavoratore del Bangladesh non sia efficace per la difesa dei tuoi diritti e del tuo salario. Pero’ ti assicuro che in un cantiere navale, dove il lavoratore del Bangladesh e’ dipendente di una ditta esterna che lavora in subappalto, per il lavoratore italiano sarebbe molto utile che il bengalese avesse i suoi stessi diritti e il suo stesso contratto. Infatti e’ proprio la disparita’ di trattamento tra i due che fa nascere la concorrenza al ribasso sul costo del lavoro. Quel che accade, invece, e’ che la Lega (o Beppe Grillo, o altri ancora) convincono l’ operaio italiano che i suoi problemi nascono dalla presenza stessa dell’ immigrato, e non dal trattamento discriminatorio riservato all’ immigrato. Il messaggio e’ piu’ semplice, ma e’ falso. L’ operaio vota lega, la lega inasprisce ulteriormente le discriminazioni, il lavoratore bengalese diventa piu’ ricattabile, quindi accetta di lavorare a salario minore. Di conseguenza anche il lavoratore italiano alla fine dovra’ accettare un peggioramento delle proprie condizioni di lavoro se vorra’ mantenere l’impiego. Se riesco a spiegare questo meccanismo all’ operaio italiano, lui avra’ uno strumento in piu’ per comprendere la struttura dei rapporti di produzione e calibrare meglio le sue lotte. Se invece gli spiego che il materialismo dialettico e’ una diversa narrazione della fenomenologia dello spirito, ammesso che sia vero e che lui capisca di cosa sto parlando, non gli avro’ fornito nessuno strumento interpretativo utile a migliorare la propria situazione.

  81. Poi smetto. Quel che voglio dire e’ che Marx era un rivoluzionario, che ha speso tutta la sua vita a costruire le basi teoriche di una possibile emancipazione del proletariato (se non piace la parola, allora diciamo: degli sfruttati). Io non ho fatto studi umanistici, ma una cosa mi e’ chiara: se non si tiene conto di questo fatto, non credo si possa capire realmente il pensiero di Marx (e io non sto dicendo di averlo capito, eh, per l’ amor di dio. Le mie letture sono state parziali e disordinate, fatte nei ritagli di tempo e senza avere il tempo di ragionarci sopra).

  82. @ tuco
    E figuriamoci se avevi il tempo di ragionarci sopra, cosa ne veniva fuori :D
    A due miei studenti versati nella filosofia, che si scusavano per aver deciso di intraprendere studi biologici, risposi qualche anno addietro che il mondo non ha bisogno di filosofi disoccupati, ma di uomini e donne di scienza che leggono la filosofia. Vale anche per i matematici.

  83. E non vale solo per chi si occupa di scienze “dure”, ovviamente.

  84. certo tuco, il tuo ragionamento in tema di diritti sul lavoro è sacrosanto; tra l’altro nemmeno io approvo quanto dice Grillo sull’immigrazione, è un’idea brutale e rozza quella di prendere persone “a chiamata” e discriminarli già sull’uscio.
    alla globalizzazione del mercato dovrebbe seguire spontaneamente la globalizzazione dei livelli salariali e dei diritti sociali, ed è vero, è una gravissima mancanza ed errore che non ci si organizzi adeguatamente allo scopo. dobbiamo tornare però a verificare se vale la pena batterci per un modello di società giusta legato, nel bene o nel male, al capitale, al capitalismo, al mercato, alla produzione, alle merci, alla globalizzazione. perché quest’ultima crisi ha di fatto già reso obsoleta la globalizzazione. negli ultimi anni si è reso evidente che il problema non è nella redistribuzione della ricchezza e nella partecipazione alla crescita, elementi rivendicati tradizionalmente da chi abbia opinioni “marxiste” o “di sinistra”.
    molti studi indicano che ogni istanza di eguaglianza sociale presente e futura deve tenere presente la fine di un’economia progressista e prepararsi a stili di vita più localisti e autarchici. nell’applicare una soluzione al problema stringente e quotidiano di una migliore società, di un migliore stile di vita per il lavoratore, dobbiamo essere pronti ad allargare lo sguardo alle problematiche non solo di natura sociale, ma soprattutto ecologica, ambientale ed energetica, che stanno già bussando alla porta. e ci troviamo di fronte a riconoscere che il modello che utilizziamo a risolvere il problema dal suo lato sociale, più quotidiano (come essere sicuri di potersi permettere un certo tenore di vita economicamente, come vedersi garantiti certi servizi sociali), è da abbandonare o comunque modificare per le tematiche a medio respiro, la sostenibilità della visione progressista e materialista del benessere.

    cerco di migliorare nella chiarezza, per il momento auguro a tutti un buon sabato sera e un buon referendum.

  85. [Video completo della serata]
    Toni Negri presenta Filosofia di Girolamo De Michele
    http://bit.ly/jzZXKU

  86. @iosonogek

    Che ogni discorso politico di medio-lungo termine (ma ormai anche di breve termine, mi sa) debba tener conto della finitezza delle risorse e delle problematiche ecologiche e’ assolutamente vero. Pero’ quando leggo

    “alla globalizzazione del mercato dovrebbe seguire spontaneamente la globalizzazione dei livelli salariali e dei diritti sociali”

    mi viene un po’ da sorridere. Io non ho mai visto un padrone concedere spontaneamente qualcosa. Tutte le conquiste sociali sono state ottenute attraverso lotte anche cruente.

    Apro una piccola parentesi: in questi giorni ho curiosato un po’ nel “materiale teorico” che gira nei siti grillini, e ho visto che una delle teorie piu’ gettonate e’ quella secondo cui nel 1913 il governo americano, rinunciando alla sovranita’ monetaria, avrebbe consegnato il potere a una cricca di banchieri e mandato cosi’ in rovina i lavoratori americani. A parte il fatto che i governi degli stati dipendevano dai banchieri per i finanziamenti delle guerre e delle imprese coloniali gia’ da alcuni secoli, mi colpisce soprattutto la rimozione della violentissima lotta di classe che si stava svolgendo negli USA proprio in quegli anni. Penso a cio’ che scriveva Jack London nei suoi reportage, oppure a questa canzone di woody guthrie:

    http://www.youtube.com/watch?v=XDd64suDz1A

  87. @ iosonogek

    scusami, ma mi sembra che tu abbia un’immagine del marxismo parecchio limitata. Limitata al tardo-positivismo marxisteggiante della Seconda Internazionale e al “Dia-Mat” sovietico, direi.
    E non riguarda solo il marxismo, ma anche Marx. Perché già Marx (come ricordava Tuco), quando scoprì la caduta tendenziale del saggio di profitto, pose un chiaro limite alla “crescita” perenne. L’ultimo Marx, poi (quello dei “Taccuini etnologici” e della lettera a Vera Zasulich) critica con un approccio radicale l’idea che lo “sviluppo” sia inevitabile ed esprime dubbi sull’idea che i modi di produzione si alternino in modo ineluttabilmente lineare, cioè che per realizzare il comunismo sia imprescindibile passare per uno sviluppo identico a quello conosciuto dall’Europa a partire dalla rivoluzione industriale. Tant’è che trova potenzialità nell’Obscina, la comune contadina russa.
    Ma anche lasciando perdere questo Marx sconosciuto ai più (eppure molto importante), mi sembra che tu, nel farti la tua immagine del marxismo, abbia rimosso quasi tutto il marxismo occidentale dagli anni Trenta a oggi: la Scuola di Francoforte, Benjamin, Ernst Bloch, la grande sperimentazione teorica degli anni Sessanta e Settanta, Jacques Camatte, fino all’ecomarxismo di O’Connor e oltre (i neo-situazionisti dell’Encyclopèdie des Nuisances e altri).
    Secondo te Adorno e Marcuse erano apologeti della Crescita? Secondo te Benjamin e Bloch avevano un’idea di tempo lineare? E il Bordiga degli scritti sulle catastrofi “naturali” (su cui ho fatto la tesi io) è forse uno che non si pone il problema ambientale?
    Ma più in generale, come può il marxismo (i marxismi) fondarsi trivialmente sulla fede nella “crescita”, quando al contrario è un pensiero basato sull’idea che il capitale sia sempre, costitutivamente, *in crisi*, oltreché sull’idea di una necessaria *rottura* con il tempo capitalistico?

  88. Domanda, visto che mi avete messo la voglia di leggerli: qualcuno sa dove e’ possibile rinvenire una copia dei “Taccuini etnologici” di Marx, in italiano o inglese (anche francese e spagnolo va bene, tedesco posso provare ma ci perderei 5-6 chili…)
    grazie in anticipo!

    [..continuo a seguire in silenzio l’interessante discussione..]

  89. @ 2_calzini

    in inglese furono pubblicati nel ’72, sono da un bel pezzo fuori catalogo, ma almeno sono disponibili (anche in rete) trattazioni, saggi e commenti su quegli appunti, che Marx prese leggendo la letteratura etnologica del suo tempo. Un saggio molto interessante, ad esempio, è:

    KARL MARX AND THE IROQUOIS
    http://libcom.org/library/karl-marx-iroquois-franklin-rosemont

    Quanto alla lettera di Marx a Vera Zasulich, se non ricordo male una bella riflessione su di essa si trova in:
    Jacques Camatte, Comunità e comunismo in Russia, Jaca Book, Milano, 1974

    (anche questo, ovviamente, fuori catalogo :-P )

  90. @ Wu Ming 1

    Grazie mille! Intanto provo a infarinarmi ben bene in rete!
    Per il cartaceo sará una caccia al tesoro tra bancarelle e robivecchi!

  91. @ 2_calzini

    il libro di Camatte lo vendono usato qui:
    http://www.libriprometeo.com/search_categories_body.asp?mnCategoria=5&offset=1949
    A un prezzo un po’ alto, però (24 euro), perché è un titolo piuttosto raro…

  92. @ Girolamo

    Mi ricollego al tuo intervento su Furet e la “lotta” per l’egemonia delle narrazioni delle rivoluzioni. L’argomento mi interessa moltissimo. Flores nel suo libretto sul “1917” russo afferma che uno dei grandi meriti dei bolscevichi è stato quello di produrre una narrazione potente in grado di conglobare simboli, semantiche e miti. Un racconto capace di presentare senza discontinuità una serie di frammenti tra loro “interrotti” (diciamo gli “accadimenti” tra Febbraio e Ottobre e, se volessimo, ancora meglio, quelli tra il 1905 e il 1917). La narrazione è il risultato di un’operazione di collage più o meno riuscita che si innesta-ridefinendola- su di una realtà. Ovviamente Flores, da storico di razza, non si sogna di banalizzare la questione, non sta pensando a “operazioni truffaldine” di superficie che creano l’Evento. La ricezione “popolare” (anche sul web) di questi argomenti è però quella banale che tende a privilegiare uno dei due “corni del sistema”: o le parole o le cose. In questo senso la “grande sfida” intrapresa (tentata) da Deleuze (ma anche da Lacan) è tutta da affrontare: narrare la “differenza” in quanto tale. Pensavo a ciò rileggendo il volume di Roger Chartier (che avevo recensito: http://haecceitasweb.com/2010/08/11/chartier-roger-letture-e-lettori-nella-francia-di-antico-regime-einaudi-torino-1988-xviii-238-pagg/). Lo storico organizza il testo intorno ad un interrogativo: esisteva (nella Francia di Antico Regime) una cultura popolare autonoma che non fosse l’effetto retorico di una serie di “perimetrazioni” di chi la cultura la “proponeva”, la “imponeva” e la “diffondeva”? E’ la questione, di moda qualche anno fa nell’ambito storiografico, cui facevi cenno tu relativamente a Furet. Ecco, questi interrogativi mi sembrano ancora privilegiare uno dei due corni della questione: la cultura popolare quale effetto dell’azione delimitante del Potere (e qui siamo ancora al Foucault della “follia”). La cultura quale effetto della narrazione imposta. Ma, è pensabile l’essere soltanto quale effetto discorsivo? Siamo sicuri che gli autori che impropriamente vengono etichettati quali post-strutturalisti volessero dir questo? No, ed è ciò di cui si lamentava Foucault (ciò che gli imputano i suoi lettori più frettolosi), cioè che lo si leggesse inquadrandolo quale autore della produzione discorsiva a totale detrimento dell’aspetto materiale su cui incidono -secondo modalità ricorsive- i discorsi stessi. La difficoltà di leggere Foucault, Deleuze (penso alle ingiuste e superficiali critiche di Jervis), Lacan, De Certeau sui testi è tutta legata al loro tentativo di narrare (nel senso propriamente retorico) questa differenza non secondo uno dei due “corni” ma quale singolarità “PAROLE-COSE” (la vogliamo chiamare “ecceità”, anche se Duns Scoto non avrebbe totalmente approvato?) che è possibile articolare nella comunicazione solo attraverso l’analogia (e qui siamo alla “grande” intuizione di Melandri) e non attraverso la logica con i suoi processi necessari (né con la trivalente,né con la fuzzy, né con la deflazionista…). Solo l’analogia mostra la singolarità in quanto puro Evento differenziale entro cui si da’ l’inscindibile incontro delle “parole e delle cose”. Ecco, io credo che questo lavoro è ancora tutto da fare, che la grammatica discorsiva è ancora troppo ricalcata sulle necessità della logica e poco su quelle singolari dell’analogia. Sei d’accordo?

  93. @ sentieri erranti
    Sono d’accordo nel non considerare la logica come la matrice principale delle pratiche narrative. Io sono un grande ammiratore di Ignacio Matte Blanco e della sua mente bi-logica (http://it.wikipedia.org/wiki/Ignacio_Matte_Blanco), e, premesso che parlare di una mente bi-logica apre la strada alle intelligenze multiple (http://it.wikipedia.org/wiki/Howard_Gardner), da lui ho imparato che la logica tradizionale è una delle strutture mentali, non la. Le forme retoriche sono importanti tanto quanto quelle logiche (e qui dovrei citarti i linguisti praghesi e i loro predecessori, anche se – mea culpa – conosco meglio Bühler che Jakobson), e l’analogia è anch’essa una funzione strutturale della mente: ma anche ad essa non attribuirei un ruolo preponderante. Al di sotto della struttura, o delle struture, Deleuze e Guattari ponevano una “macchina astratta”, che si esprimeva nelle potenzialità de discorso libero, e io sono d’accordo con loro. Tutto questo mattone bibliografico dove mi porta? A problematizzare la “parresia” foucaultiana, stante l’impossibilità di esprimere in un’unica forma (logica o analogica che sia) un rapporto esauriente tra parole e cose. Ma (adesso sparo una sboronata da professore, della quale sono peraltro convinto) era già tutto nel discorso dello “Straniero senza nome” nel Sofista di Platone.

  94. @Girolamo
    Sono d’accordo su Blanco. Secondo me, l’autore che più è riuscito a mostrare quella “zona” che Deleuze & Guattari hanno voluto rappresentare concettualizzando una “metafisica del desiderio” è Bion. Ecco, l’importanza che quest’ultimo ha dato del “discorso mistico” come “fondo senza fondo” entro cui si danno le “singolari” procedure del senso (la “logica del senso” che rende ciascuno un “individuo”) mi sembra lambire alcune intuizioni Foucaultiane sulla parresia. In quest’ultimo, lo sappiamo, la “verità” è un effetto di senso entro un discorso ( Brandom, per certi versi da parte analitica dice la stessa cosa). Quindi la “verità” è una finzione situata (nella mia “carne” innanzitutto) e la parresia è il risultato di pratiche di “distacco da se stessi” (dalla propria “verità). Proprio come l’emancipazione trasformativa bioniana dai “pensieri senza pensatore”. Resta però quella problematicità cui tu facevi riferimento e la difficoltà a comunicare quel singolare rapporto “parole-cose” (e continuo a pensare a Melandri…). Ma forse mi sono allontanato andando dietro a riflessioni di questo periodo…

  95. Scusate, ho l’impressione che – colpevoli tutti noi – lo scambio stia diventando sempre più *strettamente per addetti ai lavori*, si danno troppe cose per scontate, e tutto rischia di diventare molto astratto… Tanto più che la discussione sta divergendo sempre più dal tema centrale del thread, cioè la questione del dominio capitalistico sui tempi. Finchè la filosofia serve da rinforzo alla riflessione sui tempi, ok, ma se diventa il tema stesso, per giunta presupponendo in chi legge una conoscenza molto specialistica o comunque parecchio approfondita, qui finisce che ci incagliamo.

  96. Eppure, come dice Wu Ming 1 sulla scorta delle affermazioni di Jameson, questi pensatori hanno preso terribilmente sul serio il discorso di Marx: l’individuo non si rapporta direttamente alle cose, ma al sostrato economico e sociale che dà forma alle cose. Il lavoro di riformulazione teorica postrutturalista prende in considerazione esattamente questo problema. Se l’oggettività (o la storia) è sempre il frutto di una contrattazione, soggetto e oggetto non possono che costituirsi vicendevolmente e di volta in volta. Tale costituzione avviene nelle pratiche, ossia nel tempo, ma – e qui sta la chiave di volta del discorso di Wu Ming – non si tratta di un tempo che procede in modo lineare, quanto di un insieme di “varianti diacroniche”.

    a me è rimasta impressa l’affermazione contenuta nel periodo che riporto ( espresso qualche commento fa da Dimitri Chimenti sopra. “L’individuo non si rapporta direttamente alle cose, ma al sostrato economico e sociale che dà forma alle cose”. Ecco, che vuol dire?

  97. @ paperinoramone

    vuol dire che la nostra esperienza del mondo – la nostra postura nel mondo – è mediata dai rapporti sociali; rapporti di produzione, di proprietà, di potere. Ogni nostro rapporto con le cose è mediato dall’ideologia, cioè avviene nel contesto delle convenzioni e convinzioni grazie alle quali (o per colpa delle quali) rendiamo e manteniamo “sensato” l’ordine del mondo.

    Io adesso sto digitando sulla tastiera di un Macbook, e quindi sto interagendo con tutto il lavoro (fisico e mentale) che è servito a rendere questo possibile, con le condizioni in cui questo lavoro è stato svolto, con gli assetti proprietari del software che sto utilizzando etc.
    Il nostro rapporto con “le cose” non è mai semplice. Qualunque merce, diceva Marx ne Il Capitale, anche quella apparentemente triviale, è “una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e capricci teologici”.

    Anche se uno non credesse a niente di quel che ho appena scritto e giudicasse tutto un’esagerazione, comunque dovrebbe ammettere che il nostro uso delle cose – e la nostra relazione con gli altri per il tramite delle cose, come avviene in questo momento, in cui io e te stiamo comunicando per il tramite di parallelepipedi di plastica e silicio, connessi tra loro grazie a fili di plastica e rame etc. – è *mediato*. E’ mediato sempre, perché ogni nostra mossa ha un suo corrispettivo sul piano del “simbolico”. Pensa all’atto di dare qualcosa a qualcun altro: se mi fanno un regalo, io non posso rifiutarlo, a meno di non produrre una grave rottura nel simbolico che ci fa interagire. Se uno si offre di pagarmi il caffè, io e lui sappiamo già che me lo pagherà, però io sono tenuto a “nicchiare”, a dire: “Ma no, dài, non disturbarti..” Non è solo una cosa “di facciata”, ci sono proprio regole non scritte che ci fanno comportare così, e se le trasgrediamo entrano in crisi le nostre relazioni.

  98. @ 2_calzini:

    i “Quaderni antropologici” di Karl Marx si trovano ora in italiano nella traduzione di Politta Foraboschi, Edizioni Unicopli, Milano 2009, pp. 314, Euro 15,00 (l’ho comprato via Internet un anno fa ma non l’ho ancora letto, spero che non sia già andato fuori catalogo).

    Su questo testo marxiano, vedi: Lawrence Krader, “Evoluzione, rivoluzione e Stato: Marx e il pensiero etnologico”, in AA. VV., “Storia del marxismo”, vol. 1, Einaudi 1978, pp. 213-44. (Krader è il curatore della prima edizione inglese dei “Quaderni antropologici”).

  99. Salvatore, grazie, mi era completamente sfuggita questa edizione italiana di due anni fa. Ottima cosa.

  100. @ Salvatore_Talia

    Grazie mille!
    Ier sera ho gia’ comprato due libri di J. Camatte (“Comunita’ e comunismo in Russia” + una raccolta di scritti additata come “vol. IV del Capitale”), vedo se trovo anche questo.
    Il fatto e’ che mi interessa molto, dal mio punto di vista, studiare le analogie tra sistema termodinamico classico e societa’ umana. So bene che puo’ sembrare molto eterodosso. L’evoluzione delle societa’ puo’ esser vista come evoluzione delle forze produttive, e (su scala piu’ lunga) del tipo di approvvigionamento di energia per il sistema. In pratica, lo intenderei come evoluzione dell’efficienza di un sistema lontano dall’equilibrio, complesso ma con comportamenti simili sia che si tratti di un fluido in convezione, di un essere vivente o di una societa’ di esseri viventi.
    Durante questa evoluzione, diversi “rami” possono emergere e svilupparsi, con maggiore e minore efficienza. Mi interessa molto capire come Marx, dal suo punto di vista, analizza societa’ che potrebbero non passare dal qualche fase del capitalismo per raggiungere un grado maggiore di efficienza (socialismo? o altro…)

  101. @2_calzini
    il secondo libro che hai preso dovrebbe essere “Il capitale totale”, un Camatte ancora molto influenzato da Bordiga.

  102. @ Wu Ming 1
    Ok, leggeró. Molto bello il testo di F. Rosemont, lo sto digerendo pian piano… ;)

  103. @ wu ming 1

    ok. grazie. ( l’offerta del caffè mi mette sempre in crisi)
    ma leggendo il capitale per esempio si capisce come quest’osservazione influisca poi sugli individui? oltre al fatto di prenderne coscienza magari, visto che poi della maggior parte degli oggetti con cui ho a che fare non conosco chi ci ha messo le mani sopra, chi li ha pensati ecc. ( da questo punto di vista il mondo mi pare eterno, l’energia e il resto )

  104. @ paperinoramone
    per una disamina critica dell’ideologia quotidiana e per una teoria che faccia i conti con il feticismo (della merce e non solo), consiglio la lettura di Zizek, partendo da uno qualunque dei numerosi scritti piu’ “divulgativi” che puoi trovare in rete.

  105. vado. grazie ancora.

  106. Un commento tangente a questo post per segnalare che alla Biennale di Venezia (Corderie dell’Arsenale) è in mostra “The Clock” un film che riflette sulla dimensione temporale dell’esistenza in maniera straordinariamente profonda. Lo consiglio come corollario alla riflessione su temporalità e rivoluzione.

  107. ben dèi, tutta ‘sta discussione sul tempo (piu’ la gioia per il quorum) mi ha fatto venir voglia di riascoltare “out of time man”

    http://www.youtube.com/watch?v=v04INFiKUwM

    si’, lo so che per chi poga coi nabat questa e’ musica da fighetti ma per me la mano negra resta il gruppo piu’ figo di tutti i tempi

  108. @ tuco

    scherzi? Si pogava anche con la Mano Negra. Io li vidi dal vivo nel 1991, concerto gratuito all’Ex-Emerson di Firenze.

  109. claro que sì, ma volevo prendervi un poco per il culo :-)

  110. E qualche anno dopo al Forte Prenestino con una quantità di gente inimmaginabile.
    L.

  111. Di questo passo, finiremo per sembrare Paolo Limiti! :-/

  112. Si parlava di tempo, no ?

    13 Giugno 1984, funerali di Enrico Berlinguer.
    13 Giugno 1994, Forza Italia vola al 30% nelle elezioni europee.
    13 Giugno 2011, come l’acciaio resiste la città.

    Un abbraccio, sentitissimo, a tutt*.

    D.

  113. Sempre nel solco un po’ OT:
    quella sera a Preneste con L. io c’ero, senza conoscerlo.

    Un paio di anni dopo ci saremmo ritrovati qui, compagni.

  114. Filosofia di Girolamo De Michele, audio della presentazione bolognese
    http://bit.ly/bogYIt
    + ritratto di Jacques Lacan come boss camorrista! :-D

  115. Ho voluto prendermi un’oretta per riascoltare l’audio dell’intervento.

    E’ passato quasi un mese dall’inizio della mobilitazione di Piazza del Nettuno a Bologna, alla quale ho partecipato praticamente da subito ma che eviterei accuratamente di ridurre alle etichette con cui viene di solito indicata, ossia Italian Revolution e “indignados”, nelle quali non mi riconosco. Sempre in accordo con il modo del tutto particolare e personale con cui la sto vivendo, inoltre, preferisco chiamarla “mobilitazione” e non “movimento”.

    A differenza della prima volta in cui ho ascoltato l’intervento, ho quattro settimane di piazza sulle spalle. Quattro settimane in cui è successo un po’ di tutto, ma in cui la nota dominante è stata una differenza sostanziale con la realtà spagnola: per una serie di differenze di contesto (in Italia ci sono ancora svariati “serbatoi di speranza politica” cui dare fondo) e, soprattutto, di errori strategici (si è partiti per imitazione, nella convinzione ingenua che l’organizzazione nascesse spontaneamente e potesse essere costruita alla bisogna), la mobilitazione non è diventata di massa.

    Mentre in altre città italiane l’iniziativa non è decollata per nulla, a Bologna c’è stato se non altro un presidio permanente per quasi tre settimane. E’ stato tolto per il semplice fatto che, nelle ultime notti, si fermavano non più di 3-5 persone, per giunta sempre le stesse (con conseguente affaticamento, stress, frustrazione). Le assemblee invece continuano, pressoché quotidianamente; idem per i laboratori tematici, che in alcuni casi hanno prodotto pratiche e contenuti tutt’altro che disprezzabili.

    Sulla scorta di questa esperienza, mi sento di fare una considerazione sulla “frattura della temporalità” di cui parla WM1 nell’intervento. Questa frattura, a livello soggettivo ed “esistenziale”, l’ho sperimentata direttamente, assieme alle altre persone che stanno partecipando a presidio e assemblee. Dopo quattro settimane di mobilitazione pressoché ininterrotta è come se la “giornata”, la quotidianità non esistessero; le stesse scadenze, per molti, si sono dissolte nel continuum spazio-temporale della piazza occupata.

    Il punto critico che rilevo, rispetto all’intervento di WM1, e sulla base di molte delle esperienze di questi giorni (che più che “surreali” definirei semmai “iperreali”) è questo: non c’è una sola temporalità. Ci sono forse infiniti piani spazio-temporali, in cui le singole spazio-temporalità soggettive tessono una trama complessa, uno spazio-tempo intersoggettivo estremamente fluido, a tratti un po’ rabberciato, comunque tutt’altro che omogeneo o che si possa racchiudere sotto una macro-categoria declinabile in senso unitario.

    In Spagna, forse, la frattura temporale, resa possibile dall’occupazione permanente dello spazio pubblico e dallo slancio utopico degli “acampados”, ha realizzato un momento di rottura rispetto all’omogeneità spazio-temporale imposta dai tempi del capitale e della governance liberaldemocratica al suo servizio. Non senza contraddizioni, se si considera che gli stessi acampados catalani sono in parte caduti, non più di due giorni fa, nella stessa logica dell’assedio che ha disperso le mobilitazioni studentesche dell’autunno scorso.

    Qui in Italia è andata diversamente. L’assenza del sostegno “di massa” ha lasciato pochi, isolati individui, concentrati perlopiù a Bologna, a sperimentare una frattura della propria spazio-temporalità soggettiva che, almeno per quel che mi riguarda, non ha fatto emergere nessun possibile “mondo altro”, nessuno spazio utopico. E’ stata anzi la crudezza impietosa del Reale ad appalesarsi ad ogni piè sospinto attraverso i discorsi delle persone che incrociavano la piazza e si fermavano al presidio, incuriosite o polemiche.

    Scrivo “Reale” con la maiuscola perché lo intendo proprio nel senso deleuziano (a sua volta debitore di Lacan, se non ricordo male): ossia come contrapposto al suo “doppio” creato dal desiderio, dal sogno e dalla creazione artistica (l’Immaginario); o dal suo trascendimento nell’orizzonte intersoggettivo, aperto e rizomatico del Simbolico.

    In altri termini, la sospensione della temporalità soggettiva ordinaria ha significato, per me, il confronto con una certa quantità di “emergenze esistenziali” (“emergenze” sia nel senso di urgenze problematiche, che nel senso di fenomeni emergenti), di fronte alle quali mi sono sembrati di volta in volta sempre più futili sia lo sdoppiamento immaginifico, sia la trasfigurazione simbolica intersoggettiva.

    Di pari passo con questo, quello che è emerso non è stato un “grado zero” del vivere sociale, uno zoccolo duro da cui ripartire per ricostruire una diversa percezione del futuro, un “futuro anteriore” appunto. Ad appalesarsi sono state al contrario vicende esistenziali atomizzate all’estremo, schegge impazzite di scontento, baratri incomunicabili di dolore, manifestazioni di cretinismo più o meno innocuo. Insomma: individualità sconnesse, tiranneggiate in modo impietoso dall’impossibilità di figurarsi anche solo il domani “spicciolo”… figuriamoci un possibile slancio utopico.

    Ripeto, forse è stata la specificità della mobilitazione italiana e bolognese a far emergere tutto ciò. Forse è sbagliato da parte mia estendere la frattura che ho vissuto personalmente e soggettivamente all’intera mobilitazione, al suo significato globale. Forse gli errori commessi, le leggerezze e le ingenuità ci hanno impedito di esplorare appieno la possibilità di una vera mobilitazione di massa. Forse non sono stati solo gli errori ma anche il contesto storico, politico, culturale del momento, tra un trionfo arancione e una vittoria referendaria.
    Forse, in definitiva, la mia analisi è falsata dalla fatica e dal parziale scoraggiamento.

    Ma se non fosse così? Se davvero i concetti generali di cui ci serviamo per incasellare la nostra idea di cambiamento non avessero nessuna presa sulla realtà sociale di questo Paese? Se davvero la “società”, la “temporalità”, lo “spazio utopico” non fossero altro che finzioni linguistiche alle quali ci appigliamo nella speranza che il nostro agire e le nostre intenzioni abbiano una qualche presa su un Reale – tutto italiano, forse – sfuggente, incomunicabile, irriducibile?

    In ogni caso, perdonate il parziale nihilismo.

  116. @ Don Cave

    grazie, considerazioni molto interessanti, anche se molto ” a botta calda”. Immagino che le rivisiterai “a tempo debito”, più avanti, come hai fatto con l’intervento di Siena. Crearsi il “frattempo”, darsi il tempo di pensare, di metabolizzare le esperienze. E’ anche questa, la “rottura del tempo” di cui abbiamo bisogno: sfuggire per quanto possibile al tempo dell’urgenza, della “risposta dovuta” in tempo reale, della tuttologia a nastro continuo. Rallentare l’oppressivo senso di urgenza, di coazione a dire la propria.

    Nel merito specifico dell’accampamento di Piazza del Nettuno, non ho sufficienti elementi per esprimermi. Sono passato un paio di volte (ci ho anche portato la bimba), ho visto un pezzo di assemblea, una volta sono arrivato subito dopo che lo scalatore folle era sceso dalla statua… Le mie considerazioni sono più generali. Chi ha avuto un’esperienza meno frammentaria della vostra mobilitazione (come mi sembra l’abbia avuta Luca), potrà forse dire cose più inerenti etc.

    Non credo che “interrompere i tempi dominanti” sia una ricetta, non è nemmeno già un’indicazione strategica. E’ un tentativo di definire il problema. Cioè: se il dominio è quotidianità, subalternità a tempi che ci sono imposti in modi grossolani o subdoli, allora bisogna porsi il problema di come sfuggire a questa temporalità. Temporalità che non è unica e lineare: è un gioco di tempi sfasati, perché i miei tempi non sono quelli di un metalmeccanico che a loro volta non sono quelli del call center che non sono quelli esperiti dentro un CIE etc. La “risultante” di questi tempi è il ritmo della macchina capitalistica.

    Bisogna porsi il problema di come produrre benefici rallentamenti, di come determinare “blocchi”, *sabotaggi* (letteralmente: gettare zoccoli negli ingranaggi), inserire diverse esperienze del tempo nella nostra forma di vita etc.

    A partire da questa definizione del problema, dopo ci sono tutte le questioni di strategia, di alleanze, di ambito di intervento, di scelta del momento in cui costringere la temporalità dominante ad allentare la sua presa. Insomma, c’è *la politica*.
    Il che significa che ci sono vittorie e sconfitte, entusiasmi e scoramenti, amicizie e scazzi, botte di culo e sfighe, momenti in cui “ti ride anche il culo” e momenti in cui la stanchezza sembra spandere grigiore su tutto il mondo intorno.
    Come diceva quel tale (cito a memoria): “Provare. Fallire. Riprovare. Fallire ancora. Fallire meglio.”

    Insomma, definire un problema non è aver già trovato la soluzione.

    Però, secondo me, il fallimento si misura sul piano della “fedeltà all’Evento”. La “rottura” è riconosciuta soprattutto *retrospettivamente*. Ti guardi indietro, e capisci che quel che ti è accaduto è stato un Evento, che continuerà ad avere conseguenze sulla tua vita, e quindi ti organizzi per vivere al meglio quelle conseguenze. Questa è – banalizzando parecchio – la fedeltà all’Evento di cui parla Badiou.

    E la fedeltà all’Evento è possibile solo *prendendosi i propri tempi*, fossero anche “solo” quelli di pensare con calma, o meglio: quelli di cercare di pensare con calma. “Calma”, poi, non è nemmeno la parola giusta, ma al momento un’altra non mi viene :-/

  117. @ WM1

    Sul suggerimento di “prendersi del tempo” concordo… a tal punto che in quattro settimane non sono stato in grado di cacare fuori una riga che fosse una, che ponesse il problema generale delle origini e prospettive della mobilitazione di Piazza del Nettuno.

    Quelle che ho espresso ora sono riflessioni covate sottopelle ed “esplose” per catastrofe in seguito ad un lento accumulo. Forse avrò tempo e modo di ripensarci, ma anche la “botta a caldo”, a volte, è necessaria: rivela sentimenti e percezioni il cui ricordo, con il tempo, si fa flebile e, forse, un po’ troppo “innocuo”.

    Al di là del tono un po’ pessimistico, legato alla contingenza del momento, penso comunque che queste riflessioni (di mio pugno, ma nate da infinite suggestioni raccolte da altri) pongano un problema di fondo. In molti discorsi movimentisti si sottolinea il ruolo dell’Immaginario (pratiche diversive, rilevanza dell’arte ecc.) e la pregnanza del Simbolico-Semiotico (spesso sopravvalutato: e la concezione dei social network come “strumenti rivoluzionari” è un ingrediente essenziale, secondo me, di questa sopravvalutazione).

    Ma che ne è del Reale!? Inteso non soltanto come la realtà, pure incoraggiante, delle lotte “a mosaico” che punzecchiano o strattonano la coscienza collettiva addormentata di questo paese, ma anche come il contraltare – largamente maggioritario – a queste esperienze.

    Quello che mi chiedo è: questa Realtà, fatta di limiti pratico-politici ed emergenze esistenziali, non tende a volte ad essere “lasciata indietro” da molti discorsi tesi al cambiamento?

    Dal confronto con alcune altre realtà di movimento che lavorano sul territorio, e che hanno fatto capolino in Piazza del Nettuno, ho ricavato un’impressione a volte un po’ scoraggiante: ossia che la coerenza più o meno ferrea e monolitica di molti discorsi rappresenti in alcuni casi una vera e propria “difesa” nei confronti del Reale. Nei confronti, tanto per fare un esempio, del disagio sociale estremo, o del cretinismo più o meno innocuo di certi discorsi “disperati” che virano in modo più o meno diretto su quelli che per noi sono – e giustamente – autentici tabù culturali (razzismo, sessismo ecc.).

    Giusto per restare su questo punto: qual è il ruolo di questa “lumpen-soggettività” diffusa, tutt’altro che marginale nel panorama sociale e umano del Paese, nei nostri discorsi e nelle nostre pratiche? Ha spazio, o è esclusa in linea di principio? Questa esclusione, se c’è, fino a che punto è indice di “sostanza” politica e non piuttosto di rigetto/paura della Realtà? Il metodo da praticare e da ipotizzare in chiave politica nei confronti di questi discorsi è la condiscendenza, il rigetto, la marginalizzazione, la risposta razionale… l’ortopedia sociale della “democratizzazione di massa”!?

    Oppure, spostandosi su un terreno più generale: che spazio o che ruolo hanno le fratture singole, esistenziali e soggettive, nella frattura più generale che è richiesta all’esperienza del tempo della nostra società per proiettarsi verso un futuro davvero “anteriore”?

    Sono domande che non vogliono suscitare risposte, per carità.

  118. @ Don Cave

    mi prendo il tempo di rimuginare e elaborare questi stimoli, e vediamo cosa ne viene fuori. Tempo al tempo! :-)

  119. @ Don Cave @ Wu Ming 1

    Rientro nel discorso stimolato per due motivi: perché si parla di queste mobilitazioni spagnole e italiane e perché WM1 ha citato Nohow on di Beckett, una raccolta che mi ha dato tanto al punto da tradurmela e che secondo me non è avulsa né inutile al fine dei temi che stiamo affrontando.

    Rientro e banalizzo di brutto, perché la rivoluzione mi interessa parecchio. Però si scelga: rivoluzione o narrazione della rivoluzione, evento o quotidianità, presente (pratica) o passato (storia, racconto). Anch’io se mi mettessi a ben guardare e studiare tirerei fuori mille sfumature per distinguere l’evento dall’Evento, il frattempo dalla diacronia al presente eterno che piace a me, il movimento dalla mobilitazione ecc ecc; però sono convinto che se vogliamo ottenere dei risultati con le teorie occorre attenersi a pensieri semplici, più simili alla prassi non verbale. Anche perché se vogliamo coinvolgere la “massa” dobbiamo tenere conto delle disomogeneità tra le nostre parole e quelle degli altri, tra il modo in cui noi le recepiamo e il modo in cui lo fa qualcun altro: ad es. in una società individualistica bisogna stare attenti a usare gli slogan, non tanto perché non rispondano all’ideologia corrente, quanto perché manca una comunanza di idee salde che mettano lo slogan al riparo dalle contestazioni.

    Ora, il resoconto di Don Cave è interessantissimo perché se dovessimo utilizzarlo a descrivere le proteste di piazza Nettuno a un umarell qualunque, non capirebbe nulla della protesta. Chi protesta, per cosa, quali strumenti utilizza, dove vuole arrivare?
    A rischio di ripetermi e sembrare un rompicoglioni qualsiasi che guarda e giudica, mi viene da porre certe domande, reali e non retoriche. Dove vogliono arrivare queste mobilitazioni? Vogliamo la fine del capitalismo? Vogliamo un cambiamento della democrazia rappresentativa? Vogliamo il salario minimo garantito? Vogliamo l’abolizione della riforma del lavoro? Vogliamo smetterla con la santificazione di Biagi? Vogliamo pagare meno tasse universitarie? Vogliamo pagare meno tasse per tutti? Se noi la crisi non la paghiamo (d’accordissimo), la pagano le banche? Se la pagano le banche, la pagano coi soldi di tutti i correntisti oppure dei più abbienti? E se noi mobilitanti iniziassimo a tenerci i soldi sotto al materasso, non sarebbe una pratica molto efficace contro il potere del debito e delle banche? Vogliamo la riqualificazione energetica obbligatoria dei palazzi dove viviamo? Vogliamo un po’ di sano collettivismo a livello comunale? Ebbene, poche soluzioni sono impraticabili nell’alveo costituzionale in cui ci troviamo. Per le soluzioni impraticabili mediante i canali costituzionali, ovvero laddove si opti per la violenza fisica e i danneggiamenti, gli attentati e gli omicidi, non cercatemi perché nonsarei all’altezza; ma chi lo sarebbe poi quando il “bello” delle mobilitazioni sembra essere semplicemente recitare la propria parte dell’incazzato buono contro lo sbirro cattivo? Possibile che io sia l’unico nauseato da questo bisogno di immagine? Guardate le foto degli indignados, o di tanti altri movimenti che si dedicano allo scontro con le forze di polizia, contate i ragazzi a contatto con le f.d.o. e attorno a loro troverete un numero quasi maggiore di persone con la telecamerina o il cellulare o la macchinetta: cosa possiamo ottenere se ci interessa solo la rappresentazione della rivoluzione?

    [Colonna sonora]: http://www.youtube.com/watch?v=1cpj8ol7Ums

  120. rientro alla garibaldina nella discussione solo per fare un appunto @iosonogek sulla questione immagine/rappresentazione.

    di quello che sta succedendo in spagna l’aspetto dello scontro con le forze dell’ordine è la cosa sicuramente meno importante dal punto di vista strategico. il dibattito sulla violenza è tirato fuori solo dai media, mentre è abbastanza condivisa da tutti la necessità di una specie di pacifismo tattico, anche e soprattutto nei momenti in cui si cerca il contatto con l’avversario (v. tentativo di accerchiamento e blocco del parlamento catalano il 15 giugno). quindi niente orgasmo da carica… almeno questa è passata. un amico attivista e avvocato mi diceva dello sforzo per rendere la concentrazione di fronte al parlamento un luogo/momento gradevole anche per un gruppo di 70enni di un quartiere popolare.

    per il resto il movimento 15-M – ma domenica si fa il bis, quindi sarà 19-J, prendete nota… ;-) – è il meno fotogenico che io nella mia relativamente breve esperienza ricordi. anzi, è il più grande movimento “verbale” della storia… :-DDD ( http://vimeo.com/25090362 )

    …salvo poi scoprire che in determinate situazioni l’immagine è necessaria. per esempio in casi specifici di manipolazione dell’opinione pubblica da parte del potere politico-economico il classico buon vecchio mediattivismo ritorna indispensabile. tant’è che comincia ad emergere la strategia della direzione della polizia di isolare i giornalisti nei momenti di azione più controversa. (un amico che ha filmato l’accerchiamento di un gruppo di poliziotti travestiti da manifestanti e l’ha pubblicato in rete facendo il giro di tutti i media ufficiali e no, ha ricevuto minacce esplicite e alla fine l’ha dovto togliere). non vale la pena ricavarne grandi teorie, o dialettiche dell’evoluzione dell’attivismo nel 21esimo secolo. le tattiche non muoiono mai, anche le più vecchie si aggiornano e si tirano fuori quando servono.

    @iosonogek, sicuramente bisogna recuperare sensibilità per i discorsi semplici, essere inclusivi, andarci cauti con la sofisticazione delle teorie, ma separare azione da rappresentazione è comunque un errore. i simboli e le narrazioni hanno bisogno di azione per poter esistere e a sua volta l’azione produce naturalmente “immagini”. nel caso di quello che sta succedendo in spagna mi pare particolarmente evidente.

  121. @iosonogek: per come siam messi, sarebbe già tanto che le proposte che citi potessero davvero essere immaginate e dibattute in una piazza.
    La realtà è che c’è moltissima gente (non so se sono la maggioranza) che davvero non sa immaginare niente del futuro, o perché ha dei problemi enormi nel presente – la cosiddetta marginalità è tutt’altro che marginale, persino in una città opulenta come Bologna – o perché ne ha una sorta di pudore. Quel pudore così modesto e friendly (che in queste settimane ho visto in talmente tanti miei coetanei, che pure non hanno una vita tutta rose e fiori) fa parte dello stesso disagio esistenziale che salta agli occhi in un senza casa, o in un tizio che si arrampica sul Nettuno. Con quel pudore difficilmente ti confronti, perché non ti viene a cercare, mentre il pazzo sul Nettuno sì, e anche il senza casa che dice che le donne ti cagano solo se hai i soldi. Però c’è, e io non posso fare a meno di chiamarlo un disagio, una forma di apatia che spegne ogni immaginazione.
    Quando ti butti in una piazza, e ci resti per settimane, tutto questo ti arriva addosso come una valanga, che ti travolge. Ti ci ritrovi in mezzo, e capisci che alle assemblee ci sono un 30% di persone che sono lì perché hanno fatto un loro percorso politico e personale che li ha condotti a condividere quella modalità, un 30% di studenti o realtà preesistenti che non si sentono coinvolti e un 30% di persone che sono esattamente come si diceva sopra. E che magari passano le notti lì, e cercano a modo loro di dare una mano, nonostante tutto. Hai voglia a discutere di riqualificazione energetica e reddito garantito, ti assicuro che dopo un po’ che sbatti contro tutto questo ti sembra quasi ridicolo e ti sembra un modo, appunto, per sfuggire alla distruzione che hai davanti. Il problema non è certo il fatto che si discuta di riqualificazione energetica, sia chiaro.
    Non so se ho capito bene quello che voleva dire Don Cave e spero di essermi spiegata un minimo, pur nella confusione.

  122. Qualche ultima annotazione per puntualizzare, riprendere il ragionamento di Adrianaaaa e rispondere indirettamente a Isonogek.

    Forse il problema che ho posto può essere riassunto così: quali sono i limiti del discorso politico – in Italia, soprattutto – a fronte di una realtà sociale completamente disgregata e di una dimensione esistenziale annichilita? Questi tre livelli – politico, sociale, esistenziale – possono davvero essere tenuti separati, come spesso purtroppo tende a fare il discorso politico, o devono semmai fecondarsi a vicenda? Quali sono i limiti di questa “diluizione” del politico nel sociale e nell’esistenziale?

    Secondo me se non si risolve questo nodo critico, “astratto” solo all’apparenza (in realtà, come ha ben sottolineato Adrianaaaa, l’emergenza di certi fenomeni parla un linguaggio mooooolto concreto), tutte le proposte o i progetti politici che formuliamo, per quanto legittimi e sacrosanti, sono destinati a rimanere carta straccia.

    Poi può essere che mi sbagli, e che il vero problema sia davvero, e a tutti gli effetti, la pregnanza politica di un certo movimento o di una certa piattaforma di rivendicazioni (alla mobilitazione di Piazza del Nettuno, ad esempio, è stata più di una volta rimproverata una scarsa “maturità politica”).

  123. @ Don Cave e Adrianaaaaa,

    mi sembra di capire che in questo mese abbiate fatto, mutatis mutandis e in forma concentrata, esperienze simili a quelle che vi potrebbe raccontare chi ha occupato un centro sociale divenuto punto di riferimento in una zona “difficile”: tu occupi e ti ritrovi in dialogo con il migrante senza permesso di soggiorno, con l’homeless, lo psichiatrizzato, quello che ha avuto tre TSO, il comiziante folle tipo Hyde Park Corner, i rom del campo nomadi lì accanto. Si ha a che fare con povertà, disgregazione, nichilismo passivo… Ed è un continuo esercizio di schizo-analisi.

    Se quest’esercizio è “ben condotto”, da una situazione del genere possono nascerne altre. Ad esempio, possono partire a raggio occupazioni di case e altre storie. Dalla Fabbrika Occupata di via Serlio, qui a Bologna (io c’ero, ed era una vera e propria succursale di centro d’igiene mentale!), nel ’90 partì un processo che portò a occupazioni di caseggiati vuoti da parte di migranti, in tutta Bologna. Il primo fu in via Stalingrado, di fronte al Parco Nord. Poi l’occupazione fu “riconosciuta” e lo stabile divenne un centro di prima accoglienza.

    Una cosa del genere la racconta anche chi ha vissuto il ’77: “all’improvviso si sono fatti vivi tutti” è la sintesi di moltissime narrazioni che ho sentito nel corso degli anni. Il simulacro di palinsesto di “Radio Alice” era pieno di trasmissioni che davano voce ai soggetti “difficili” di cui sopra.

    Piazza del Nettuno sembra un salottino ma *è* una zona difficile, è da tempo un magnete di disagio, e adesso ne siete consci quanto e più di noi bolognesi (di nascita o di “naturalizzazione”). Sapete meglio di me che sei mesi fa in Piazza del Nettuno è morto un neonato. Ne avrete sicuramente parlato, e anche a lungo.

    Se ho capito bene (ma non sono sicuro, sto ancora leggendo e rileggendo i vostri commenti), quest’esperienza non ve l’aspettavate e vi ha “investito”, è stata emotivamente soverchiante, e vi ha fatto ripensare ogni prassi e discorso che vi avevano dato la spinta per accamparvi là. Dopo quest’esperienza, tutto il resto vi sembra astratto.

    Bene, a me sembra la reazione giusta. E’ sacrosanto che dopo una cosa del genere il resto vi sembri astratto. E’ sacrosanto che l’esperienza vi abbia instillato dubbi e ripensamenti.

  124. Sul rapportarsi delle lotte con il disagio e con la diversità, nel momento in cui “all’improvviso si fanno vivi tutti”, credo potrebbero dire qualcosa di molto interessante i protagonisti del movimento No Tav in Val di Susa. So che alcuni di loro seguono Giap e quindi mi piacerebbe si esprimessero, perché io li conosco solo per simpatia e per aver fatto un paio di incontri in loco, ma quando ci sono stato ho visto di tutto: vecchi montanari incazzati, freakkettoni, senza fissa dimora che avevano trovato un tetto e un obiettivo nel passare la notte dentro i presidi, azzimati studenti universitari di Torino, anarchici, punkabbestia, casalinghe, veramente di tutto, dall’agio al disagio, dal politico all’esistenziale e ritorno. Mi sono convinto che oggi, in Italia, quello sia il movimento più avanzato che abbiamo. Una realtà che chiunque voglia fare mobilitazione in questo paese dovrebbe conoscere e vedere almeno una volta (con anche i suoi difetti, sia chiaro, per imparare anche da quelli).

  125. Sperando di non andare OT, vorrei scrivere due cose su quello che è accaduto o sta accadendo in Piazza del Nettuno, di modo da dare qualche elemento in più per contestualizzare la discussione.

    Segnalo intanto due video prodotti dalla mobilitazione, rispettivamente sui ragazzi tunisini della Montagnola (la loro situazione è raccontata nel video come nessun organo di stampa ha fatto) e sul diritto alla casa:
    http://www.youtube.com/watch?v=QlKzoobA2y4&feature=related
    http://www.youtube.com/watch?v=Wc3tSF6lfeU

    A proposito di occupazioni e tema dell’abitare, è nato un rapporto fra la mobilitazione di Piazza del Nettuno e ASIA RdB / Bologna Prende Casa, che ci ha spinti a partecipare ad un presidio anti-sfratto il 7 giugno e a portare ieri la nostra solidarietà in occasione di un’occupazione.

    Sul tema welfare e casa abbiamo “tirato giù” dal palazzo i due nuovi assessori, anche dopo l’occasione documentata dal video, torchiandoli su una notevole quantità di temi, dalla moratoria sugli sfratti, alla situazione dei migranti della Montagnola, fino al peso dei “poteri forti” (cooperative, Ance, Fondazioni Bancarie ecc.).

    Meriterebbe un discorso a parte soprattutto l’assemblea cui ha partecipato Amelia Frascaroli… la dissonanza fra la concretezza delle problematiche poste nella dinamica “aperta” dell’assemblea, e le risposte evasive e inconsistenti dell’assessore (che ha parlato come fosse ancora in campagna elettorale…) è stata impressionante.

    Abbiamo anche la fortuna di avvalerci del contributo di almeno un “reduce” del ’77 e dell’esperienza di Radio Alice (e precisamente del lavoro con soggetti problematici di cui parla WM1) che sta arricchendo di stimoli non indifferenti l’esperienza di mobilitazione.

    Ieri pomeriggio c’è stato inoltre un laboratorio aperto sul tema delle Mafie cui hanno partecipato il prof. Ivan Cicconi e Gaetano Alessi di AdEst (che ha presentato un notevole lavoro di inchiesta sulla presenza mafiosa in Emilia Romagna, frutto della collaborazione fra studenti di Giurisprudenza e Scienze Politiche dell’Università di Bologna).

    In altri laboratori e assemblee aperti si è parlato di economia, lavoro e precarietà, migrazioni, discriminazione di genere, politiche di guerra e neocolonialismo. Per cui, a prescindere dalle “proposte” che usciranno dalla mobilitazione, si è trattato comunque di un tentativo di riportare in piazza temi e argomenti tutt’altro che scontati.

    Al di là di tutto, e soprattutto delle inevitabili contraddizioni e ingenuità, si tratta comunque di un lavoro fatto con sincerità. Vedremo a cosa porterà.

  126. “Abbiamo anche la fortuna di avvalerci del contributo di almeno un “reduce” del ’77 e dell’esperienza di Radio Alice (e precisamente del lavoro con soggetti problematici di cui parla WM1) che sta arricchendo di stimoli non indifferenti l’esperienza di mobilitazione.”

    Lunga vita al compagno Gino “Ansia”!!! :-D

  127. @Wu Ming 2 Anch’io, cercando di guardare da fuori quest’esperienza, ho pensato al presidio NoTav e ho anch’io l’impressione che in Italia quello sia un vero avamposto (in tutti i sensi). Purtroppo non sono mai stata in Val Susa, ma spero di rimediare.
    @Wu Ming 1 Il paragone che hai fatto in effetti calza, però il fatto di trovarsi in piazza crea anche, come capirai benissimo, grosse differenze. Se non altro perché sei sotto gli occhi di tutta la città, 24h su 24. Il presidio e il disagio che raccoglie (che poi pure il presidio è disagiato, o almeno io non mi sento mica tanto a mio agio :) ) sono lì, fermi, scandagliati dai passanti. E non, ovviamente, allo stesso modo di un senza casa che chiede l’elemosina. Lì ci sono persone, disagiate o meno, che si organizzano, discutono, mangiano, dormono insieme. Tutto questo davanti al fiume umano che passa e, mediamente, le ignora.
    C’è qualcosa che devo ancora capire in tutto questo, che non riesco a dire.

  128. Adrianaaaaa, la mia impressione è che tutto quel che avviene in Piazza Nettuno venga, presto o tardi, in una maniera o nell’altra… “beppemaniglizzato”. Nel senso che quel contesto assorbe tutto, tutto quel che vi avviene diventa “normale”, diventa tran tran: la statua vivente, il comiziante che una volta vendeva pedalò a Comacchio, il finto gruppo andino con le basi registrate, quelli che raccolgono le firme per qualsiasi cosa, quello che gonfia la borsa dell’acqua calda, quello che suona da trent’anni lo stesso repertorio… Il neonato che muore… I lustrini e il disagio…

  129. @ WM1

    Comunque, volendo precisare, non è che a seguito di queste esperienze “tutto il resto sembra astratto”. Anzi! Le riflessioni sul rapporto fra temporalità e rivoluzione espresse nell’intervento sono di una concretezza enorme, rispetto a questi temi.

    Il mio problema, semmai, è quello di rideclinarle di modo da renderle “esplicative” (ma forse sarebbe meglio dire “comprensive”) rispetto a quelle esperienze… di qui il problema del “livello” della temporalità, il bisogno di una riconnessione della frattura collettiva con le molteplici fratture soggettive.

    Insomma, il problema (impegnativo già solo a livello “teoretico”) è come riconnettere il politico con il sociale e l’esistenziale, e i limiti di questa riconnessione. Guai, in ogni caso, a “negare” la necessità di una trasposizione sociale e politica del disagio emergente a livello soggettivo ed esistenziale…

  130. Provo a rispondere alla sollecitazione di wm2.
    Terrei divisi il disagio e la marginalità dalla diversità ed eterogeneità presente nel movimento No Tav.

    In Valle la situazione sociale è in parte diversa rispetto a quella di una città come Bologna, il disagio esistenziale meno evidente, ma anche qui, nei presidi, “si fanno vivi tutti”. Nei momenti, come quello attuale, in cui le esigenze di lotta sono più pressanti e la mobilitazione è di massa il disagio è meno avvertibile, ma quando si è in un periodo di calma e i luoghi di lotta diventano meno frequentati, ritorna in tutta la sua problematicità. Nei lunghi mesi in cui non vi sono obbiettivi e scadenze immediate diventa difficile, quasi impossibile, tenere insieme, nello stesso luogo fisico, la casalinga, il pensionato e persone con i più svariati problemi i cui stili di vita e comportamenti possono risultare urtanti. Diventa necessario decidere, tutti insieme, regole minime per la convivenza quotidiana e comportamenti che la favoriscano, ma è complicato e a volte non si riesce. (Zizek o il vecchio Badiou o entrambi mi pare parlassero di disciplina popolare, credo che un movimento che voglia essere popolare, esteso e magari vincente debba dotarsi di un minimo di disciplina)

    Qualche giorno fa con il comitato No Tav del mio paese eravamo a fare il turno a una delle barricate. A fare la “guardia” c’erano alcuni pensionati, un operaio che aveva appena finito il turno di notte, un pompiere, alcuni ragazzi che vivono in case occupate, “azzimati universitari”, un freak per nulla chic. Su alla Maddalena, nella pancia del presidio, le signore pulivano i fagiolini per il pranzo insieme a quelli che i giornalisti amano definire anarcoinsurrezzionalisti. Persone con stili di vita che fuori dal presidio sarebbero lontanissimi, al suo interno collaborano gomito a gomito e imparano a conoscersi. Io credo che ciò che tiene insieme l’eterogeneo movimento No Tav sia la lotta, questa lotta qui; quasi un trascendentale attraverso cui guardare il mondo e le persone. La lotta unisce (sembra una frase fatta, ma qui è reale) e mette sullo sfondo le diversità, perchè quando, e se, verranno a sgomberarci dovremo esserci tutti, e tutti uniti. Certo che ci sono scazzi e diversità che talvolta dividono (si parla con i giornalisti? resistenza attiva o passiva?), ma in questo momento passano in secondo piano.

    Oggi la Marcegaglia ha detto che la protesta No Tav non è degna di un paese civile, invito tutti a venire a farsi
    un giro alla Maddalena di Chiomonte per vedere qual’è la nostra idea di civiltà.
    http://www.notav.info/post/una-valle-sotto-tutela-del-movimento-no-tav/

  131. Siamo intorno ai 6000 download per “L’occhio del purgatorio”. Ricordo a tutt* che il dibattito seguito all’intervento si trova qui:
    http://www.lavoroculturale.org/spip.php?article84

  132. […] Έχω καταβάλει προσπάθεια για αρκετό καιρόνα εξηγήσω γιατί, σύμφωνα με τη δική μου άποψη, κοινωνικές μεταφορές (όπως το «από μέσα» και «απ’ έξω») είναι ανεπαρκείς, επειδή η ερώτηση είναι, «Πού είναι το απ’ έξω;», η απάντηση – ή η έλλειψη αυτής – δεν μπορεί παρά να είναι αφοπλιστική, καθώς η ερώτηση από μόνη της είναι ήδη αφοπλιστική. Θα μπορούσε να είναι χρησιμότερο να χρησιμοποιηθούν, και να γίνει αιτιολόγηση στη βάση χρονικών εικόνων. Εστιάζοντας στο χρόνο, όχι στο χώρο. […]

  133. […] di Siena, il 1° giugno 2011.  Il lettore curioso ne trova la registrazione audio al sito http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=4353,  dove potrà rendersi conto di come L’occhio del purgatorio – un piccolo capolavoro del […]