Da #OccupyGezi ai #NoTav e oltre: non esistono lotte «locali» – di Serge Quadruppani e Wu Ming

Occupy Gezi

Spagna, Germania, Svezia e ora Turchia.
Sapevamo che il continente sarebbe riesploso. E non solo il continente: negli USA si rioccupano Zuccotti Park e tanti altri spazi, la polizia risponde con la repressione ma non basterà, come non è bastato l’anno scorso.
Sapevamo che chi parlava di “fine” o “esaurimento” del ciclo di lotte e rivolte iniziato nel 2010-2011 aveva torto marcio. Lo sapevamo, perché eravamo in ascolto. Alla fine del 2012, in Spagna erano già chiarissimi i segnali di una “seconda ondata” del Movimento 15 Maggio: escraches ovunque, manifestazioni, blocchi contro le confische di case da parte delle banche… E tanti altri sintomi si manifestavano in altri paesi. Da noi, invece, toccava sopportare le banalità, i luoghi comuni, le sentenze sputate da chi non si informava: «Gli Indignados non ci sono più! Occupy è morta! Le proteste in Grecia non sono servite a nulla! Le primavere arabe hanno solo sostituito nuovi regimi a quelli vecchi! Rassegnatevi, i movimenti che piacciono a voi hanno fallito, siamo molto più avanti qui in Italia, grazie al Movimento 5 Stelle! Negli altri paesi non combinano niente, noi vinciamo le elezioni! Ditelo, che siete invidiosi di Grillo!»

Sono passati solo tre mesi da quando quelle frasi erano moneta corrente, e sembrano voci di un secolo fa. Ovunque si fa movimento, i corpi si riappropriano di strade e spazi pubblici, si contesta l’austerity persino in Germania (nel ventre della Bestia). Da noi, invece, lotte importanti ma ancora a macchie di leopardo, e per quanto si scuota la bottiglia, non si è ancora riusciti a far saltare il tappo dei partiti, delle burocrazie sindacali e del qualunquismo travestito da “protesta”.
Il Movimento 5 Stelle ha fatto quel che avevamo previsto ed era facile prevedere: ha stabilizzato il sistema (speriamo solo temporaneamente). Sinceramente, si è visto poco di quelle “feconde ambivalenze” che certi avevano creduto di ritrovare nel partito-azienda di Grillo e Casaleggio, ambivalenze presuntamente sfruttabili dai movimenti di lotta. Si è vista anche poca rivolta interna, quella per cui tifavamo. Di scazzi ce ne sono stati eccome, ma ben poco “fecondi”, anzi, piuttosto squallidi e su questioni pitocche: gli scontrini, la diaria, Barbara D’Urso… Tutto questo, per dirla con Mengoni, mentre il mondo cade a pezzi.
Se poi vogliamo parlare dei contesti locali, in molte città il M5S si è inabissato o rivelato una sacca vuota: successi elettorali effimeri, ruggiti dei “leoni da tastiera”, ma assenza dalle lotte per mancanza di attivisti, come abbiamo visto in occasione del referendum bolognese. Nelle città dove governa, il “moVimento” amministra austerity e devastazione, come qualunque altro partito, come una masnada di Enrichi Letta qualsiasi.
Intendiamoci, il ruolo di “pompiere” di Grillo e Casaleggio non è terminato: se il tappo salta, un movimento confusionista e diversivo sarà più utile che mai. Saranno i poteri che a parole il M5S contesta a fare di tutto per tenerlo in piedi, perché l’alternativa fa paura.

rling demonstrator in Istanbul

Riuscirà a vincere battaglie strategiche questa “seconda ondata” della sequenza avviata nel 2010? Riuscirà a consolidare soggettività, a contare nella politica?
Non lo sappiamo. Sappiamo, però, che queste lotte sono espressioni di una coscienza transnazionale: a New York si sentono parte di quel che accade ad Ankara e viceversa, come a Madrid si sentono parte di quel che accade a Francoforte e viceversa.

E noialtri, lo capiamo che, pur con tutti i limiti del caso-Italia, i manifestanti di Istanbul sono parte di quel che avviene in Val Susa e viceversa? Che i manifestanti No Muos di Niscemi, i cittadini “liberi e pensanti” di Taranto e i lavoratori della logistica i cui scioperi infiammano l’hinterland bolognese sono tutti parte di quel che accade a Istanbul e Smirne? Che la lotta per Gezi Park, scintilla della rivolta turca, tocca molte delle contraddizioni già toccate dalla lotta No Tav, e per questo le due lotte subiscono una repressione molto simile?

No, sembra che troppi non lo capiscano, o non vogliano capire. I media italiani denunciano con sdegno la repressione ordinata da Erdogan (per inciso: altro amicone di Silvio, come Mubarak), e addirittura parlano male del gas CS, senza dire che noi lo abbiamo respirato a Genova e in Val Clarea viene usato da anni, a centinaia di ettolitri, e si continuerà a usarlo.
Non siamo certo i primi a dirlo: a molti commentatori nostrani le rivolte piacciono soltanto se lontane da casa. Ancor meglio se possono essere “etnicizzate”, se se ne può fare una questione religiosa (quella turca viene semplicisticamente ridotta a rivolta… “anti-islamica”), se si può posare su di esse uno sguardo “orientalista”, ovvero razzista, in modo da non far percepire che quelli là siamo sempre noi.

Insomma, ci stanno riproponendo la solita narrazione tossica della rivolta, e forse può tornare utile un nostro intervento di un paio di anni fa, intitolato Disintossicare l’Evento, ovvero: come si racconta una rivoluzione.

Per spazzare via queste mistificazioni e orientarci nel tumulto dei giorni, possono essere utili i due testi che proponiamo qui sotto.

Letteraria 7Da pochi giorni è uscito in libreria il n. 7 di Nuova Rivista Letteraria, semestrale fondato da Stefano Tassinari. Questo numero è interamente dedicato al tema dell’incontro. Qui si può leggere l’editoriale di Wu Ming 1. Il numero ospita anche un articolo scritto da Serge Quadruppani e intitolato “Non esistono lotte «locali»”.

Sentiamo profondamente nostre le considerazioni di Serge. Ormai da molto tempo riflettiamo sui rapporti fra territorio, conflitto, paesaggio, tempo, viaggio e pulsione utopica. Da Il sentiero degli dei a Point Lenana (per citare solo due titoli), dalla defascistizzazione della ricezione di J.R.R. Tolkien in Italia allo svisceramento delle differenze tra l’idea di società di destra (corpus organico, unitario, minacciato solo da nemici esterni) e l’idea di società della sinistra (insieme contraddittorio, costitutivamente diviso, dove i conflitti sono endogeni), dal recupero delle riflessioni di Furio Jesi sui “miti tecnicizzati” alla messa in guardia sui pericoli del “grillismo”, tutto il nostro lavoro può essere riportato a questa dichiarazione d’intenti: sgombrare il campo dalle narrazioni tossiche e diversive, andare al nocciolo del conflitto, mostrare che tutte le lotte sono la stessa lotta.

La politica della pauraSempre in questi giorni, e sempre con la firma di Serge, è uscita la traduzione del saggio La politique de la peur (tit. it. La politica della paura).
La “politica della paura” è quella che i poteri costituiti oppongono alla minaccia (che si guardano bene dal sottovalutare) della nascita di un nuovo “sindacato”, l’unione dal basso di tutti quelli che hanno subito “un torto universale”. Riportiamo qui la prefazione scritta da WM1.

N.B. Di tutto questo parleremo insieme a Paolo Rumiz il 12 giugno, fuori dalla nostra “zona di comfort”, in un luogo per noi inusuale, un altro “ventre di bestia”: il Centro San Domenico di Bologna (!)
Troppo facile – si fa sempre per dire! – e troppo scontato riflettere su #occupygezi e orientalismo, territorio e conflitto, lotte locali che toccano l’universale… in un posto dove tutto ciò potrebbe suonare come predica ai convertiti. La vera sfida è farlo in un incontro su Istanbul organizzato dalla casa editrice Il Mulino come parte della rassegna “Viaggi d’autore”.
Il Mulino ha chiamato Wu Ming perché Altai si svolgeva sul Bosforo, nella capitale dell’impero ottomano. Tempismo perfetto. Nei giorni scorsi abbiamo presentato Altai in Inghilterra, e più volte è stato fatto il collegamento tra la Costantinopoli del romanzo e l’Istanbul degli scontri di questi giorni.

Ok, per ora è tutto. Buona lettura.

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Abraracourcix sorride dalla barricata

NON ESISTONO LOTTE «LOCALI»

di Serge Quadruppani

Dalla Val di Susa al Cotentin, dalle vallate basche a Creta, dalle Saline Joniche alle foreste intorno a Mosca, da Niscemi al bosco di Morvan, da Gorleben allo stretto di Messina, dalle città marocchine alle campagne polacche si può stimare in centinaia di migliaia il numero di persone che negli ultimi anni si sono mobilitate contro progetti che distruggono territori e modi di vivere che in quei territori si erano sviluppati. Se aggiungiamo i contadini e cittadini in lotta dall’India all’Ecuador, contro il land grabbing nel quadro dello sviluppo agricolo «moderno» o contro progetti minerari; gli abitanti dei villaggi in lotta contro l’appropriazione delle foreste in Cambogia; i residenti cacciati dai loro vecchi quartieri in Cina etc. si può dire che questi movimenti d’opposizione coinvolgono milioni di persone. Di fronte a queste battaglie, a tutte le latitudini, il potere non cessa di ripetere il suo mantra: progresso, sviluppo, posti di lavoro. Ciononostante, si può prevedere che la moltiplicazione e l’amplificazione su scala planetaria di queste lotte sarà uno dei fenomeni più importanti nei decenni a venire.

Simili manifestazioni di resistenza non sono certo nuove. In Francia non ci si è scordati del Larzac, qualcuno in Italia ricorda ancora la Val Bormida [Cfr. Alessandro Hellmann, Cent’Anni di Veleno, Stampa Alternativa, 2005; Patricia Dao, Bormida, Oxybia Editions (edizione bilingue)]. La lotta di una parte degli abitanti di una valle tra Liguria e Piemonte contro una fabbrica di esplosivi (prima) e prodotti chimici avvelenanti (poi), è durata praticamente 117 anni, dalla fondazione dello stabilimento alla sua chiusura nel 1999. Nei suoi ultimi dieci anni, quel movimento seppe conquistarsi solidarietà diffusa nella penisola, tuttavia non c’è mai stato nulla di paragonabile a quanto accaduto dopo che Luca Abbà, arrampicatosi su un traliccio dell’alta tensione di fronte al cantiere TAV in Val Clarea, è rimasto fulminato. Una reazione di solidarietà di un’ampiezza senza precedenti è dilagata per la penisola, con manifestazioni spontanee in una decina di città, a volte seguite dal blocco delle stazioni o delle tangenziali. Va ricordato che, due giorni prima dell’«incidente» occorso a Luca, circa 100.000 persone avevano manifestato in valle. Qualcosa di simile è accaduto in Francia, su scala minore, dopo le prime espulsioni che hanno colpito la ZAD a Notre Dame des Landes.

Nel 1963, per la costruzione di un nuovo aeroporto vicino a Nantes, fu scelta una zona rurale punteggiata di boschi e zone umide protette. A partire dal 1972, questo progetto ha incontrato l’opposizione di numerosi contadini del luogo, ai quali si sono presto uniti gruppi ecologisti. Nel 2008 in quella che le autorità chiamano ufficialmente ZAD [Zone d’Aménagement Différé, Zona di Pianificazione Differita] si è sviluppata un’altra ZAD, la Zone à Défendre [Zona da Difendere], dove «squatters» di diverse nazionalità si sono dapprima insediati in edifici venduti dai loro proprietari a chi proponeva il progetto (la multinazionale dell’edilizia Vinci e il Consiglio regionale) e poi, una volta abbattuti tali edifici, dentro capanni costruiti nei boschi.

Il 16 ottobre 2012 l’operazione di polizia «César» ha mobilitato 1200 poliziotti, elicotteri e blindati per ottenere scarsi risultati, vista la resistenza incontrata. Resistenza che ha assunto tutte le forme possibili, dalle barricate alla reazione non-violenta al denudarsi. La solidarietà spontanea di centinaia di persone che hanno offerto provviste e materiali, seguita dall’imponente manifestazione del 14 novembre sfociata nella ricostruzione e rioccupazione dei capanni abbattuti, ha avuto una tale risonanza che il governo e in particolare il primo ministro Jean Marc Ayrault – che è stato a lungo sindaco di Nantes e ne aveva fatto una questione personale – sono dovuti scendere a compromessi. Il passo indietro è consistito nel creare una «commissione per il dialogo». Dialogo il cui esito dipenderà interamente dal rapporto di forza che gli oppositori alla costruzione dell’aeroporto riusciranno a creare dopo una tregua di alcuni mesi.

Nostra signora delle lotte

Nostra signora delle lotte.

Una questione di potenza

Nel clima deprimente che tocca le lotte sociali in Francia come in Italia, Notre-Dame des Landes e la Val di Susa costituiscono significative eccezioni, sia per la forza del movimento sia per la rilevanza del sostegno ricevuto. Le ragioni di questo sono molteplici. La prima è la stessa che attrasse decine di migliaia di persone nelle grandi manifestazioni del Larzac. Quando, in un determinato territorio, il rifiuto dell’arbitrio statale acquisisce una forza sufficiente a resistere nel tempo, si crea uno spazio al tempo stesso geografico e simbolico, dove possono confluire tutte le lotte contro i comandi imposti dall’alto che devastano la vita di chi sta in basso.

Studenti medi e universitari che rifiutano l’ennesima ristrutturazione neoliberista dell’istruzione, operai che resistono allo smantellamento del diritto del lavoro, oppositori di diversi altri progetti, tutte queste moltitudini sempre più numerose, anno dopo anno, sono affluite nella valle che resiste, perché riconoscono in quel luogo ciò che avevano bisogno di costruire per loro stessi: una potenza. Questa potenza è ancorata alla realtà di un territorio, che è l’incontro tra il suolo e gli umani che lo abitano, e di tutto ciò che tale incontro ha prodotto: paesaggio, produzione materiale, relazioni umane, immaginario… La concretezza di un luogo preciso si oppone all’astrazione di aerei luoghi virtuali, ai poteri disseminati negli uffici da Roma a Bruxelles passando per Parigi, nei corridoi delle multinazionali, nelle transazioni sottobanco delle mafie, negli intrighi dei partiti e negli scambi di favori, dal Municipio di Bussoleno fino alle altitudini smaterializzate degli scambi elettronici istantanei della finanza globale, delle grandi compagnie e delle strutture statali e mafiose – tutto il rumore di fondo di questa rete di poteri ultimi che è piuttosto pratico ed efficace definire Impero. Il tardo capitalismo, con la sua utopia di sviluppo sganciato dal territorio (utopia perché basata sull’ipotesi di un pianeta dalle risorse illimitate), è il nemico diretto delle lotte locali.

Anche gli operai che rifiutano la delocalizzazione delle loro fabbriche – o una certa delocalizzazione «sul posto» che consiste nel far lavorare a condizioni semi-cinesi – si scontrano con l’Impero e con la difficoltà di dargli una fisionomia precisa. Ma lo fanno da una posizione di debolezza, perché si dice loro che quello spazio dove la loro vita, per mezzo del loro lavoro, si valorizzava, adesso non vale più niente, e di conseguenza nemmeno la loro vita vale più niente. Patetico spettacolo, quello dei lavoratori che occupano una fabbrica che deve chiudere. Situazione di stallo, con operai alla ricerca di un acquirente, vale a dire un nuovo sfruttatore che consenta loro di essere sfruttati. I più radicali potranno forse, facendo un po’ di tumulto o prendendosela coi politici, ottenere un minimo di risarcimento per andare a tirare la carretta altrove. Lì dove sono non sono più niente. Il delocalizzato viene così restituito alla condizione di proletario assoluto, perché nessuno vuole più saperne della sua unica ricchezza, la forza-lavoro, e non può nemmeno dire che ha da perdere solo le proprie catene: le catene, da tempo, sono passate ai suoi omologhi cinesi o bulgari.

Al contrario, la potenza delle lotte sul territorio colpisce luoghi indispensabili alla delocalizzazione: occupandoli, la si blocca. Per far funzionare una società che si nutre della parcellizzazione della produzione, della produzione a basso costo, della circolazione incessante di informazione, finanze, uomini e prodotti, servono luoghi ben concreti dove i flussi passino, aeroporti per far decollare tanto i manager quanto i turisti low cost, tunnel di 57 chilometri per far correre più veloci le merci tra Lione e Torino… Serve la linea ad alta velocità Poitier-Limoges perché il capitale possa circolare. E’ in questo che le lotte del territorio di oggi si distinguono da quelle del passato, come quella del Larzac, il cui motore essenziale rimase il rifiuto dell’autoritarismo statale: oggi non è più solo un «modo di governare» a essere messo in discussione, ma un intero mondo.

Per tracciare il volto di questo mondo, ecco il numero 4 della rivista Territoires 2040, edita dal DATAR [Direction à l’aménagement du territoire].
Qui si trova la massima elaborazione teorica a cui possa giungere l’intelligenza salariata al servizio del mantenimento dell’ordine delle cose. Nell’introduzione al dossier, opera di un brillante barone universitario, tre punti attirano l’attenzione: bisogna accettare l’ineluttabilità delle innovazioni dettate dalla tecnoscienza e dalle necessità economiche; la lezione di Fukushima non è che bisogna impedire le catastrofi, ma che bisogna preparare a esse le popolazioni; si va verso un mondo dove si svilupperà la segregazione spaziale: comunità ultra-securizzate per i ricchi, ghetti per i poveri.
Col supporto di tesi, analisi e scenari di fiction (secondo le strategie dello storytelling, segno di modernità), si presenta lo spazio del futuro come quello dove poche metropoli producono valore mentre, nel mezzo, restano le terre desolate delle popolazioni devalorizzate. Nello spazio tra le città ci sono le vie di circolazione e le dighe, i parchi eolici o le centrali destinate a farle funzionare: le cosiddette Grandi Opere. Il capitalismo «sospeso» ha bisogno, di tanto in tanto, di posare i piedi sul terreno, ed è quel terreno che le lotte cosiddette «locali» gli toglieranno da sotto i piedi.

Giacu

Giacu.

Volti dell’altro mondo

Come dice lo slogan «Contro l’aeroporto e il suo mondo», dietro ogni grande opera c’è ben più di uno specifico progetto. Per questo migliaia di persone sono venute a sguazzare nella fanghiglia dei campi di Nantes. Ed è perché sentono che è tutto un modo di vivere a voler trivellare la montagna che migliaia di altri sono venuti in val di Susa. La cosa più notevole è che, opponendosi a un mondo, ne stanno creando un altro. Questa è la seconda ragione che attira persone in questi luoghi, ragione tanto più forte e nuova perché rompe con l’irragionevolezza fondamentale dell’epoca.
Un giornalista alla ricerca di un portavoce nel mezzo di centinaia di capanni oggi esistenti nella ZAD, lo/la troverà forse alla No-TAVerna, luogo di socialità annaffiata il cui nome è un chiaro omaggio alla Val di Susa. Ad ogni incontro, il/la portavoce dichiarerà di chiamarsi «Camille», e se il giornalista dovesse avere un livello di intelligenza da televisione francese, si appunterà seriamente quel nome, che in francese è unisex, senza accorgersi che tutti i portavoce interpellati dai media si chiamano sempre Camille. Questa pratica spontanea, che soddisfa il gusto del nome collettivo ben conosciuto da qualcuno dei miei amici italiani, è solo una delle molteplici manifestazioni di creatività degli abitanti della ZAD. Se ne possono elencare all’infinito.
I nomi dei luoghi: si va dal Phare Ouest (Faro Ovest, ma si pronuncia come «Far West») allo Chat Taigne («Gatto tignoso», ma anche «Castagna») passando per il «Black Bloc sanitaire» (il gabinetto).
Le forme dell’abitare: dalle case sugli alberi che rendono necessario l’intervento di squadre specializzate per sloggiare gli abitanti, alla bella dimora offerta dall’altopiano di Millevaches, fabbricata, trasportata e montata in una quindicina di giorni, passando per le case concepite da scuole di architettura e le barricate ormai abitate, spesso precedute o seguite da enormi fossati e da fortificazioni in costante miglioramento (c’è addirittura un progetto di ponte levatoio!).
Il ricorso alle icone popolari: anche nella ZAD, come in Val di Susa, si muovono i personaggi di Asterix, favorite dal nome in codice dell’operazione di polizia «Cesare».
Le periodiche cerimonie di magia nera per far impazzire gli sbirri.
Lo scambio di saperi: meccanico, agricolo, botanico, medico ecc…
Le canzoni, i film, le celebrazioni della «barricata come una delle belle arti»… Tutto questo esprime la concretezza di un altro modo di vivere insieme, basato sulla gratuità e la presa di decisioni senza gerarchie né rituali assemblearistici congelati e raggelanti.
Come hanno mostrato anche i Wu Ming nel loro reportage Folletti, streghe, santi e druidi in Val Clarea, l’immaginario della valle piemontese è tanto fertile quanto quello del boschetto normanno: détournement e creazione di miti («Giacuuuu!»); rivitalizzazione – da parte degli amici della rivista Nunatak – del ricordo delle repubbliche partigiane; invenzione di assemblee mobili che combinano il piacere della marcia con la difficoltà per i poliziotti di registrare le decisioni; sviluppo e affinamento di tattiche intelligenti per gli assalti al cantiere/fortino; sviluppo, come a Notre-Dame des Landes, di una conoscenza popolare sulle questioni ambientali ed economiche nettamente superiore a quella degli esperti asserviti.
Nella valle si può incontrare una realtà che tanto manca a questa post-sinistra, Bersani e Hollande e Amendola e Valls, a questo personale politico senza più un’ideologia nemmeno socialdemocratica, che non finirà mai di collassare intellettualmente, umanamente e anche – ben gli sta! – elettoralmente. Là si trova in tutta la sua concretezza e carnalità ciò di cui i piccoli politici hanno perso persino il ricordo: un popolo.
Quando la più normale delle famiglie – lei vigile urbano, lui dipendente comunale in pensione, due figli, uno alle superiori e l’altro all’università – si riunisce per mostrarti, divertendosi molto, video di scontri con la polizia; quando i commercianti di Bussoleno lanciano lo «shampoo di solidarietà» per sostenere un loro collega arrestato; quando gli sforzi congiunti dei procuratori e dei loro assistenti mediatici non riescono mai a incrinare l’alleanza tra le donne che pregano Padre Pio e i ragazzi dei centri sociali, accade un evento come è accaduto nei bei giorni di Piazza Tahrir, quando l’isolamento della rivoluzione non minacciava ancora di deteriorarla e i cristiani vegliavano in piedi per proteggere i loro fratelli musulmani in preghiera.
Accade quel che è accaduto quando i trattori dei contadini della regione di Nantes e non solo sono venuti a incatenarsi per difendere il Gatto Tignoso, manifestando chiaramente che i presunti black bloc, gli hippie e loro stessi erano una sola e identica cosa, One Big Union, il «sindacato» di coloro ai quali non è stato fatto un torto particolare, ma un torto universale. Vincendo contro Vinci (aeroporto di Nantes e autostrada di Mosca), contro le cooperative (Si-Tav e pro-Ikea), contro la partnership pubblico-privato (socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti), contro l’euforia dell’alta finanza, il suo discorso di crisi e la sua ansimante trinità Sviluppo-Lavoro-Progresso, vincendo contro tutto questo il popolo, la moltitudine o come si vorrà chiamare quest’eterogenea soggettività collettiva, diversa eppure unita, conquisterà per tutti noi un po’ d’aria, di spazio, di tregua, per trovare il coraggio, l’immaginazione e il tempo necessario ad affrontare nelle condizioni meno sfavorevoli la catastrofe a venire.

[Traduzione di Massimo Vaggi e Wu Ming 1]

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Il governo Letta

Il governo Letta.

PREFAZIONE A «LA POLITICA DELLA PAURA» 

di Wu Ming 1

Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta mi capitava di leggere una rivista anarchica che in teoria era trimestrale, ma in pratica usciva con cadenza aleatoria, a seconda di quanti e quali collaboratori fossero in quel momento fuori dalle patrie galere, o di quale espediente di autofinanziamento fosse andato a buon fine.
[Quanto appena detto vale, a pensarci bene, per buona parte della stampa «di movimento» degli anni Ottanta, anarchica o comunista che fosse.]

Galeotto fu il trimestrale ( non soltanto i redattori!), perché su quelle pagine lessi in traduzione alcuni brani tratti da La Banquise , una rivista radicale francese. All’epoca non sapevo che tra i principali animatori e autori de La Banquise c’era Serge Quadruppani. Lo sentii solo nominare più tardi, quando conobbi meglio la pubblicistica di quella che Oltralpe viene spesso chiamata «ultragauche».

Io e i miei compagni di collettivo conoscemmo Serge nell’estate del 2000, quando partecipammo alla Semana negra , il festival letterario che Paco Ignacio Taibo II organizza ogni anno a Gijon, nelle Asturie. All’epoca, Serge era già un romanziere affermato, oltreché il traduttore francese di alcuni dei nostri più rinomati scrittori, da Camilleri a Evangelisti, da Fois a Carlotto. Parlando del più e del meno, riscontrammo una grande consonanza di vedute politiche e letterarie.
Lo rivedemmo esattamente un anno dopo, in tutt’altro contesto: le strade di Genova piene di corpi e fumiganti di gas CS ( orto-clorobenziliden-malononitrile). Da allora ci siamo visti e sentiti spesso, e abbiamo condiviso lotte e viaggi. Dal 2007 è anche il nostro traduttore francese.

Ho letto il saggio La politique de la peur quand’è uscito in Francia nel 2010. In quell’occasione, ho preso appunti che non ho avuto l’occasione di utilizzare, e quando mi è stato proposto di scrivere la prefazione all’edizione italiana (riveduta e aggiornata rispetto all’originale), ho colto la palla al balzo.

ADESSO MI CHIEDO, COSA FAREBBERO I BUONISTI DI STI COGLIONI SE FOSSERO PARENTI DI QUESTE VITTIME? E CHE CONTINUANO A DIRE COSE SENZA SENSO SPARANDO SUL “SIGNOR” GRILLO CHE HA ESPOSTO UNO DEI PROBLEMI PIù SERI DEL NOSTRO PAESE? PROBLEMI PALESI!!! PURA E SEMPLICE VERITà!!! LA REALTà DEI FATTI!!!
LUI DICE: CHI PAGA PER QUESTA INSICUREZZA SONO I PIù DEBOLI!!!
ALLORA QUANDO CAZZO VI SVEGLIATE BUONISTI DI STI COGLIONI!!!
O CONTINUERETE A SOSTENERLI ANCHE QUANDO VIOLENTERANNO LE VOSTRE SORELLE E AMMAZZERANNO I VOSTRI GENITORI?
SVEGLIATEVI RAGAZZI, IL PROBLEMA è SERIO!!!
MI DISPIACE SOLO DI UNA COSA, CHE SECONDO ME VOI BUONISTI DI STI COGLIONI NON SIETE COSI IGNORANTI NEL CAPIRE IL PROBLEMA CHE CI CIRCONDA MA SIETE FISSATI NELLE VOSTRE IDEE E QUESTO è ANCORA PIù GRAVE!!!
ALLORA ANDATE A-FFA-NCU-LOOOOOOOOOOO!!!!!!

Ne La politica della paura , Serge stende un lungo e ragionato elenco dei «nemici» che, volta per volta, abbiamo visto indicare come minacce alla nostra «sicurezza». E’ una vera e propria folla: il terrorista insospettabile, il giovane marginale riottoso, il disadattato sociopatico, il migrante clandestino, il senzacasa che porta degrado nel quartiere, il pedofilo/pedopornografo, l’utente di Internet che viola la proprietà intellettuale, lo zingaro… I peggiori sono quelli che appartengono a più insiemi: il migrante clandestino terrorista, lo zingaro che rapisce i bambini e li vende ai pedofili, l’utente di Internet che incita i marginali riottosi… Sull’apparire di questi soggetti si fonda un’industria della paura, prospera un mercato mondiale della paura, si estende una nuova sfera giuridica della paura.

Noi crediamo che a Pontedera la questione dell’immigrazione e dell’integrazione sia molto meno rosea di quello che si vuol fare apparire: Pontedera città dell’integrazione razziale? Con interi quartieri che ormai sono diventati dei ghetti per immigrati, come la Stazione e il Villaggio Piaggio, dove una donna non può camminare tranquilla la sera dopo cena per paura di essere molestata da qualcuno che magari per la sua “cultura” (ma vogliamo chiamarla cosi’?) considera le donne esseri inferiori di proprietà dell’uomo?

Serge descrive con andamento inesorabile il Grande Gioco di innovazioni tecnologiche e procedure di polizia, propaganda mediatica e attività legislativa, rimozione/riscrittura della storia e costruzione dei nemici pubblici di oggi e domani. Non c’è nemmeno bisogno di condividere in toto le premesse teoriche dell’analisi o i giudizi storici espressi per trovare utile la carrellata e ispiranti le conclusioni.
Quello che Serge ci mostra non è altro che il nostro mondo, senza la minima trasfigurazione o «licenza poetica». Un mondo che a moltissimi appare normale, avvolti come sono nei cartocci dei «pacchetti-sicurezza», abituati come sono ai mostri in prima pagina o in homepage o in prima serata, usi come sono a considerare entertainment i processi sommari di mondane inquisizioni. Sì, è il nostro mondo: viviamo nel traffico di dati, attraversiamo l’incrocio degli schedari e delle informazioni «sensibili», andiamo in giro circondati da macchine-gendarme, macchine che spiano, apparati che origliano e registrano, scie di impulsi che pedinano persone o addirittura altre scie di impulsi.

Novecento obiettivi puntati su strade, piazze e parchi che aiutano le Forze dell’Ordine a controllare e presidiare il territorio milanese 24 ore al giorno per 7 giorni alla settimana. Lo rende noto il Comune di Milano in un comunicato. Novecento occhi “per togliere spazio a criminalità e degrado”: 70 sono posizionati nell’area della Centrale, insieme a 8 telecamere urla e sparo, e a 11 colonnine Sos. Gli altri impianti sono divisi poi fra parchi cittadini (come il Parco delle Cave che ne conta 56, Parco Sempione 75 o Parco delle Basiliche 23), quartieri e “zone a rischio” come Sarpi (5), viale Umbria (3) o viale Monza (10). “Con circa 900 telecamere Milano è la città più videosorvegliata d’Italia, eguagliando la dotazione di una città come Londra, da sempre tra le capitali europee più avanzate nell’uso della tecnologia della sicurezza”. Così il vice Sindaco di Milano e assessore alla Sicurezza, Riccardo De Corato, durante il suo intervento al convegno “Tvcc: integrazione e futuro”, dedicato al tema della videosorveglianza.

Ogni tanto, per così dire, ci diamo una «botta di vita»: ci giungono periodiche esortazioni al linciaggio e noi rispondiamo, linciamo volentieri. La nostra insoddisfazione è incanalata in scoppi di collera eterodiretti, che non solo non turbano l’ordine, ma sono funzionali alla politica della paura.

La polizia si mette in mezzo, un ispettore cerca di far ragionare queste donne furenti. Siete brava gente, dice, la domenica andate in chiesa, e adesso volete buttare per strada dei poveri bambini? «Sììììì» è il coro di risposta. Dai pannelli divelti si affaccia una ragazza, il capo coperto da un foulard fradicio di pioggia. Trema, di freddo e paura. Quasi per proteggersi, tiene al seno una bambina di pochi mesi. Saluta una delle donne più esagitate, una signora in carne, che indossa un giubbino di pelo grigio. La conosce. «Stanotte partiamo. Per favore, non fateci del male». La signora ascolta in silenzio. Poi muove un passo verso la rom, e sputa. Sbaglia bersaglio, colpisce in faccia la bambina. L’ ispettore, che stava sulla traiettoria dello sputo, incenerisce con lo sguardo la donna. Tutti gli altri applaudono. «Brava, bravissima».

E’ molto significativo che uno dei «casi di studio» scelti da Quadruppani sia quello di Cesare Battisti. Nell’Italia degli anni Zero vi fu un lungo, allucinato momento in cui Battisti sembrò l’uomo più meritevole di odio sulla faccia della terra. In tutta serietà, persone che nulla sapevano di lui né della sua vicenda giudiziaria si auspicavano, sbraitando ed eiettando lapilli di saliva, che il governo italiano mandasse un commando clandestino in Francia o in Brasile, per ficcare una buona volta un proiettile in testa a quel «terrorista di merda».

Si stava parlando di un uomo che, dopo aver fatto parte di un gruppo armato minore, sconosciuto ai più e sbaragliato quasi trent’anni prima, aveva completamente cambiato vita, sposando una donna francese e crescendo con lei una figlia. Lavorava come portinaio, scriveva romanzi, da molto tempo non commetteva reati di alcuna fattispecie e, pur senza rinnegare gli ideali di un tempo, aveva espresso nei suoi libri una chiara autocritica sulla lotta armata. Inoltre, le sentenze che lo avevano condannato in contumacia erano piene di passaggi contraddittori e più le si leggeva con attenzione, più suscitavano dubbi. Last but not least , Battisti non era che uno dei numerosi «ex-terroristi» italiani residenti all’estero, più o meno al riparo da estradizioni. Alcuni di questi avevano militato in organizzazioni più famose e preso parte ad azioni ben più eclatanti, compreso il sequestro Moro, eppure i media scelsero lui.

Ogni giorno e metodicamente, Battisti era presentato come l’epitome del soggetto pericoloso. L’immagine era costruita a colpi di fandonie sui suoi reati («Ha sparato a un ragazzino che adesso è sulla sedia a rotelle!»), fisiognomica lombrosiana («Ha una faccia da stronzo!», «Guarda che sorrisetto cattivo!», «Gli spaccherei quel muso da carogna!») e consueto, italianissimo odio per il «culturame» («Si è messo a fare lo scrittore e a frequentare i salotti di Parigi, il signorino!»). A quanto mi consta, nessun altro, nemmeno Pietro Valpreda quand’era creduto il bombarolo di Piazza Fontana, ha mai subito un trattamento pari a quello riservato a Battisti. Addirittura, gli si carpivano foto con modalità teppistica, per poi pubblicarle senza correggere l’«effetto occhi rossi» dei flash, in modo da ottenere un volto prêt-à-demoniser . Occhi rossi = Satana.

Correttamente, Quadruppani scrive che l’odio per Battisti si fondava sulla rimozione di quel che era accaduto in Italia negli anni Settanta. Da tempo – già dalla metà degli anni Ottanta – la memoria di un movimento radicale di massa fatto di studenti, operai, femministe e controculture giovanili era stata mortificata nella cornice narrativa degli «anni di piombo»; ora quella cornice si faceva ancora più piccola e angusta, fino a inquadrare una sola persona , divenuta il Terrorista per antonomasia.
Tutto ciò sul vasto sfondo della War On Terror bushista, dello «scontro di civiltà», della psicosi di Al Qaeda. In un altro contesto internazionale, la querelle su Battisti non sarebbe mai scoppiata in quei termini.

Quando la fabbrica dei mostri, pilastro e motore della grande industria della paura, trova un prodotto che «tira», si dà da fare per «infilare una macchina da guerra in ogni anfratto e in ogni buco». Quest’ultima è la definizione di fascismo data da Deleuze & Guattari, e funziona anche per la politica della paura, perché ogni fascismo è impastato con la politica della paura, e ogni politica della paura, presto o tardi, produce fascismi (si veda Alba Dorata in Grecia). Poiché la logica della guerra, del nemico da distruggere, deve permeare ogni poro della nostra pelle, non un giorno trascorre senza esortazioni a odiare il nemico di turno.

Mi sento di dire che il principale target della propaganda securitaria è il «ceto medio» o, al plurale, i «ceti medi».
Quest’espressione sociologizzante e indifferenziata serve a occultare la realtà di una piccola borghesia sempre più proletarizzata. Più lo strato basso della piccola borghesia si impoverisce e diventa precario, e quello alto corre il rischio di scivolare giù, più nel discorso pubblico si usa l’espressione «ceto medio». «Medio» nel senso che sta a metà strada tra i proletari e i ricchi. Ma in realtà non sta affatto «a metà strada»: è vicinissimo ai proletari e sideralmente lontano dai ricchi, che negli ultimi trent’anni sono diventati molto più ricchi, sempre più ricchi. Chiamare la piccola borghesia impoverita «ceto medio» serve a illuderla di avere ancora un barlume di status, a impedirne l’alleanza coi poveri. L’impoverito deve odiare e temere il povero. L’ossessione securitaria serve a fomentare la guerra tra poveri, e prevenire scenari come quelli che Serge descrive nell’ultima parte del libro: quelli di lotte che creano comunanza e dissipano la paura.

Quando il dispositivo securitario addita un nemico pubblico ai «ceti medi», non li arruola per combattere in prima persona, ma li esorta a esprimere una delega. Il cittadino precarizzato e impaurito deve affidarsi ai difensori professionisti della società. Nel farlo, deve anche cedere un po’ di libertà in cambio di una promessa di sicurezza.
Al tempo stesso, il cittadino non va escluso dalla mobilitazione: nell’era della millantata «interattività», del «2.0», della «condivisione» e dei «social stream», il cittadino può e deve «fare la sua parte», coadiuvando il lavoro di chi difende la società, prendendo parte a linciaggi virtuali e/o agendo da occhiuto delatore, magari pubblicando su Internet foto e video di «violenti» che spaccano vetrine o rispondono alle manganellate della polizia. L’uso dei social network (soprattutto di Facebook) come strumento/ambiente per la delazione di massa è sempre più frequente.
In Italia, lo abbiamo visto con la massima chiarezza dopo gli scontri del 15 ottobre 2011 a Roma. In frangenti come quello, il nemico diventa «quello con il casco». Indossare un casco, strumento difensivo che impedisce ai manganelli di spaccare teste come fossero meloni, diventa condizione sufficiente per essere incatenati alla gogna del web e indicati alla polizia come «violenti», «facinorosi», «provocatori», financo «terroristi». questi sono i famigerati “fascisti” che da sempre si intrufolano nelle manifestazioni !!!

il porco (2° da sx) ha sulla maglia lo scudetto del Milan: che sia uno di quelli iscritto a libro paga di berluskatz ?

questi sono i veri delinquenti supporter’s del potere dittatoriale degli ignavi e del capitalismo becero!

L’uomo con la felpa bianca ha i baffi brizzolati e sta parlando con un microfono…vediamo quanti black block possiedono questa teconologia….!!!!

quel coglione con la maglia del milan. UCCIDETELOOOOOOOOOOO

Non potrei essere più d’accordo con Serge quando scrive che la lotta (non la guerra: la lotta) può dissipare la paura e far dimenticare i diktat securitari. Il «farsi popolo» delle comunità ribelli della Val Susa è l’esempio più alto, immediatamente comprensibile a chiunque abbia visitato quelle lande senza paraocchi o interessi di bottega da difendere, ma tanti altri esempi sarebbero possibili.

Chi ha vissuto momenti di lotta vera e condivisa, di lotta «fusionale», è più aperto alla comunanza – e quindi più immune alla paura – di chi si è sempre e solo fatto gli affari suoi. Quando si porta nelle strade e nelle piazze il «savoir vivre» della comunanza e della sovversione, allora le paranoie si dissipano e la «cultura del sospetto» appare ridicola, perché lo vediamo tutti che quel cingalese non è un kamikaze ma un lavavetri, e il signore che guarda i bambini giocare non è un maniaco pronto a insidiarli ma un pensionato che si sente solo e vuole assorbire un po’ di gioia e vitalità, e la festicciola di compleanno del bimbo marocchino nel giardino pubblico sotto casa non è una riunione di fanatici islamisti ma un’occasione per far conoscere a mia figlia un nuovo amico.

Quanto al fatto che gli africani o le altre comunità si frequentano solo tra loro, per verificare che non è vero basterebbe liberarsi dalla tossicodipendenza da internet e tornare finalmente alla vita reale. Iniziative di socializzazione sono ormai largamente diffuse, ad esempio la Festa dei Popoli, vari progetti di cooperazione, corsi di italiano per stranieri, tornei sportivi, eventi culturali e mille altre iniziative che vedono insieme le diverse comunità che vivono nel nostro territorio. Staccandosi ogni tanto dalla tastiera è possibile conoscere amici di ogni nazionalità.  Naturalmente se si ritiene che gli stranieri siano una minaccia “per le nostre donne” non è una prospettiva allettante. Ma allora non è questione dei partiti e delle loro possibili strumentalizzazioni, è proprio un problema di razzismo esplicito. Strano che su internet il nostro amico non abbia trovato i dati sulla violenza contro le donne: avrebbe appreso che chi considera le donne “esseri inferiori di sua proprietà” è il più delle volte il marito, il parente o il vicino di casa, italianissimo e insospettabile ma pronto a trasformarsi in assassino in nome di quei moventi “passionali” che fanno più vittime di una guerra civile.

Ed è così che, passo dopo passo, pregiudizio sfatato dopo pregiudizio sfatato, si può arrivare a capire che, sì, ci sono eccome minacce alla nostra «sicurezza», ma non sono quelle indicate dai media ansiogeni, dai fabbricanti di mostri, dai venditori di marchingegni sorveglianti. Le minacce alla nostra sicurezza sono lo sfruttamento degli umani e dell’ambiente, la precarietà, il razzismo e il sessismo, la repressione…

Ma la minaccia più grande, quella che finché non sarà rimossa impedirà di affrontare le altre, è la politica della paura.

Citazioni (in ordine di apparizione nel testo)
– Commento firmato «dileo.v» all’articolo «I confini sconsacrati», beppegrillo.it, 5 ottobre 2007;
– Comunicato «Perché il Movimento 5 Stelle non aderisce alla manifestazione di domenica 18/11», firmato «Movimento 5 Stelle Pontedera e Valdera», valdera5stelle.it, 17 novembre 2012;
– «900 telecamere, il Grande Fratello è a Milano», Corriere della sera, pagine milanesi, 15 aprile 2008;
– Marco Imarisio, «In motorino con le molotov: ‘E’ la nostra pulizia etnica’», Corriere della sera, 15 maggio 2008;
– Commenti raccolti su Facebook dal blogger Mazzetta, «Ci mancava solo il linciaggio digitale», mazzetta.iobloggo.com, 17 ottobre 2011 (gli errori di sintassi e ortografia sono riportati fedelmente);
– Nello Gradirà, «Immigrati a Pontedera: ma chi raccatta il Movimento 5 Stelle?», senzasoste.it, 19 novembre 2012.

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64 commenti su “Da #OccupyGezi ai #NoTav e oltre: non esistono lotte «locali» – di Serge Quadruppani e Wu Ming

  1. […] che sta accedendo in Turchia parla indubbiamente anche delle lotte che ci sono in Italia, di movimenti come quello No Tav che di repressioni brutali ne ha subite parecchie. Anche noi […]

  2. Qui una mia recensione a “La politica della paura” di Quadruppani, che prende le mosse dalla ammissione del fallimento della war on terror da parte di Obama http://www.dinamopress.it/indie/la-politica-della-paura

  3. Qualcuno del Nodo Sociale Antifascista di Bologna deve avere mangiato pesante! In pratica vi danno dei “rossobruni” perché andate al S. Domenico. Con un titolo a effetto fanno sembrare che l’incontro sarà con Franco Cardini, poi dicono che state dalla parte del governo Letta, di Erdogan etc. Delirante a dir poco. Come si spiega una cosa del genere?
    http://staffetta.noblogs.org/post/2013/06/02/segni-dei-tempi-franco-cardini-e-wu-ming-2-al-centro-san-domenico
    Ho lasciato un commento, se non me lo fanno passare, lo ricopio su giap:

    Il titolo dice “Franco Cardini” e “Wu Ming 2”, in modo da dare l’impressione che i due siano impegnati in un dialogo. E invece, seguendo il link fornito da Sandro, si scopre che con Wu Ming 2 ci sarà Paolo Rumiz, criticabile ma non certo filofascista o destrorso, e che quello con Cardini è un incontro diverso.
    La responsabilità di avere invitato Cardini, nel caso, sarebbe del Mulino, non di chi ha accettato l’invito per altre serate. Perché allora, oltre ai suddetti Rumiz e Wu Ming, sarebbe fascista o rossobruna anche la vedova di Tiziano Terzani.
    L’appiglio per attaccare i Wu Ming è deboluccio, primo perché c’è una cosa di cui nel caso loro non si può proprio parlare, ed è il “turismo confortevole al di sopra dei conflitti del mondo”. “Ogni atto sul territorio è un atto politico” è la prima frase del Sentiero degli dei di Wu Ming 2. Secondo, è un po’ ridicolo volere impartire loro lezioncine sullo “smontaggio” del discorso fascista e della cultura di destra, dato l’impegno che hanno sempre messo proprio in quel campo. Sulla differenza tra destra e sinistra, anzi, hanno scritto tra le cose più dure o precise che si siano lette negli ultimi tempi. Ricordo anche la controinchiesta su Giap con cui hanno svelato il ruolo di Caccapound nel montare lo zabaglione mass-mediatico sui “due marò”. Insomma, questo mi sembra proprio un post maldestro, mal indirizzato e pure, lasciatevelo dire, ignorantello. Vedo dal resto del blog che sapete fare e avete fatto ben di meglio, lasciate perdere queste polemicuzze del tipo “il peggior nemico è il più vicino a me”.

    • Il Nodo Antifascista cambia toni nei vostri confronti e in parte si scusa, anche se solo per ribadire la polemica. Boh, io ricordo che con Q andaste in modo conflittuale anche al Premio Strega, allora forse non valevano queste logiche per cui “non si va dai borghesi”? Si analizza caso per caso e dipende da cosa si va a fare, o no? Se si va giù per questo versante allora ritornerebbe in vigore tutto il discorso secondo cui voi non potreste mai parlare perché il vostro “peccato originale” è di lavorare con Einaudi che è del gruppo Mondadori e questo fa di voi dei servi di Berlusconi e menate varie….
      http://staffetta.noblogs.org/post/2013/06/06/wu-ming-2-e-i-salotti-ambigui-del-potere-noi-tifiamo-diserzione/

      • Aggiungo che ADESSO vi chiedono “dialogicamente” di disertare l’evento, ma dopo avervi insultati, accomunati al governo Letta e addirittura a Erdogan! In questo modo se rinunciaste all’iniziativa, descriverebbero la rinuncia come un riconoscimento implicito delle pseudo”ragioni” di quegli insulti.

        • A mio parere esistono 3 tipi di contesti dove prendere parola: uno “amico”, cioè pronto a recepire quello che dirai; uno “inagibile”,’ dove quello che dirai verrà sempre e comunque fagocitato da una cornice opposta (giornali come Libero, luoghi come Casa Pau) e un terzo “ostico”, dove la cornice non ti è favorevole, ma puoi riuscire a bucarla, a smontarla, a criticarla con la tua presenza (una rivista come GQ, un luogo come il Centro San Domenico, un festival sul viaggio come quello proposto dal Mulino). Ovviamente, sul modo di catalogare i diversi luoghi ci possono essere divergenze di vedute e diverse valutazioni dell’intervento critico che uno si propone di fare.
          In questo caso, noi crediamo di poter dire la nostra in maniera efficace e stiamo lavorando per proporre modifiche all’intera scaletta.

  4. Bah.
    Sinceramente, lascerei perdere.
    Meglio non perdere tempo dietro simili bassezze, e guardare avanti. Una giornata storta capita a tutti.
    Nemmeno nel vivo della più dura delle polemiche tra compagni ci sogneremmo mai di schiacciare l’attività del Nodo Antifascista su queste poche righe di vaneggiamento.

  5. CHE POI non ci sarebbe nulla di male se i WM si confrontassero con Cardini, anzi.
    Il confronto con Di Stefano è stato piacevolissimo, per dire…

  6. […] vi invitiamo a continuare la lettura su: Da #OccupyGezi ai #NoTav e oltre: non esistono lotte �locali� – di … […]

  7. […] – Da #OccupyGezi ai #NoTav e oltre: non esistono lotte «locali» – di Serge Quadruppani e Wu Ming […]

  8. a proposito del tentativo di instillare tossine in una narrazione e del ruolo svolto dai Social nell’inocularle, ecco un’immagine nella quale, in questi giorni, mi sono più volte imbattuto, prima sui profili di amici e conoscenti che si trovano o hanno vissuto in Turchia e poi, pian piano, su quello di contatti “sensibili” alla questione riots/disordini civili.
    https://www.facebook.com/photo.php?fbid=310269719106803&set=a.241779882622454.60921.100003713334905&type=1&theater.
    Il testo riprende quelle che dovrebbero essere le “Premesse” rispetto all'”Accumulo” di Gezi Park: si va dalle restrizioni di tipo religioso imposte su sigarette, alcolici e costumi sessuali ai tentativi di intaccare il ricordo della figura di Atatürk, da rivendicazioni di carattere apparentemente nazionalistico (l’aver ostacolato feste nazionali e il non aver dato spazio all’inno) alla critica per “l’avvicinamento” (sancito da una tregua) del presidente turco al PKK curdo ed al suo leader Ochalan.
    [Il testo non è stato tradotto da me, con minime differenze è ripreso da più persone, immagino la traduzione sia fedele: Hai ficcato il naso nelle mie sigarette, hai ficcato il naso nelle mie bevande, nella mia camera da letto, hai fatto rimuovere le imamgini di sfondo di Ataturk, hai dato dell’ “infedele” ad Izmir, hai ostacolato il 10 novembre (giorno commemorativo della morte di Ataturk ndr), hai ostacolato il 29 ottobre (festa della Repubblica ndr), hai ostacolato il 23 aprile (festa dei giovani ndr), hai dato del “malate di osteoporosi” alle madri dei martiri, hai fatto combriccola con i terroristi delle montagne, non hai detto una parola sulla morte di molte donne, hai proibito i voti, non hai mai usato l’İnno nazionale in nessun meeting, ti sei seduto al tavolo con quel bastardo di Apo (Abdullah Ocalan, capo del PKK ndr), non hai rispettato la parola data ad Obama, hai ficcato il naso nei telefilm, hai dato diritti al consiglio del PKK, hai rimosso la scritta “T.C.” (Turkiye Cuhmurieti /Repubblica Turca ndr)… Secondo te, adesso la Turchia si e’ levata solo per il parco Gezi?]
    concedetemi, però, di fare per un attimo l’avvocato del diavolo: al di là della mala fede, dell’informazione pilotata, delle strategie di controllo e di sicurezza, è possibile vi possa essere un insieme di petizioni in Turchia (e magari domani in Svezia, Canada e Indonesia) largamente condivise da chi protesta che io/noi mai ci sentiremmo di portare avanti? se il gesto di sottolineare ad ogni costo le differenze tra situazioni -se non altro geograficamente- lontane reca vantaggio a chi cerca di impedire la comunanza degli interessi tra queste, il gesto inverso di amplificarne le analogie non rischia di far passare sotto silenzio delle specificità “scomode”?

    • segnalo che la “lettura” laici vs Islamisti ormai impazza da Il Foglio a Il Fatto Quotidiano, passando per Repubblica, Agi e UUAR.
      È davvero così incompatibile con il vostro discorso? nel senso, a Bologna non si è appena svolta una lotta incruenta contro poteri economici ed allo stesso tempo religiosi? in nome dell’uguaglianza ed allo stesso tempo della laicità?

      • Vale lo stesso discorso già fatto: molti commentatori mainstream mostrano simpatia per i laici “altrui” che lottano in paesi dove c’è un’altra religione, e spesso sono gli stessi che demonizzano i laici italiani che lottano in un paese dove la chiesa cattolica spadroneggia. Il potere religioso “illiberale”, che si intromette nelle faccende dello stato laico, viene sempre avvistato altrove, perché il fanatismo è una caratteristica degli altri, di “quelli là”. Orientalismo e razzismo. Quando una rivolta simile per modalità a quella turca avviene in un paese cristiano e contro un governo composto da cristiani (Grecia, Spagna…), nessuno si sogna di ricorrere a questo frame. Salta fuori solo quando la rivolta avviene in un paese musulmano.

        In astratto l’interpretazione che dici non sarebbe “incompatibile” con la nostra, perché noi pensiamo che la rivolta contenga mondi e questo è uno dei mondi che contiene. Nel concreto, però, farne il criterio analitico dominante è una riduzione di complessità, e in molti casi – non parlo dell’UARR, ovviamente – non è affatto disinteressata. Serve a intorbidare le acque e allontanarci dalla comprensione di quel che sta succedendo.

  9. Articolo molto interessante, devo dire. Non sono d’accordo però su una cosa: in Italia negli ultimi 10 anni non c’è mai stato un clima pre-rivoluzionario assimilabile ai paesi arabi o anche solo alla Grecia. Gli italiani sono effettivamente molto più docili. Anche le degnissime lotte notav e nomuos non sono mai state occasioni di rivoluzione come Gezi Park.
    Non hanno mai convolto una sufficientemente larga fascia di popolazione. Per questo non credo che ci si possa scrollare di dosso l’incapacità de noantri di creare una vera e duratura lotta di rilievo nazionale (va bene, non esistono lotte locali, ma vogliamo mettere sullo stesso piano lo sciopero dei facchini e i riot greci?), scaricando tutto su Grillo.

    Qualcuno d’accordo?

    [OT] Qualcuno diceva su questo blog qualche tempo fa che il M5S era la voce del padrone Riva…

    Vorrei sapere se oggi ne è ancora convinto..
    http://www.youtube.com/watch?v=BqxuL5jGqPg

    “Tutto l’acciaiao del mondo non vale la vita di un bambino”, “Dimezzare i condannati a morte dal profitto privato non è la soluzione”
    “I morti non sono un vantaggio competitivo”

    • Sull’Ilva ti risponderà la persona che chiami in causa, ma sul resto ti posso dire anch’io.

      Che in Italia le lotte degli ultimi anni, anche quando radicali e ispiranti, siano rimaste in larga parte sconnesse tra loro e – a differenza che in altri paesi – non siano diventate “rivolta storica” nazionale e universale, non solo lo abbiamo scritto, ma è la premessa di tutti i nostri ragionamenti e anche una specie di nostro (ormai noiosissimo) “cavallo di battaglia”. A dirla tutta, è scritto anche nello stesso post che stiamo commentando…

      Detto questo: attenzione a non confondere il “piano” delle lotte con la “scala” delle lotte.

      Che in Turchia sia in corso una “rivolta storica”, e quindi le lotte stiano avvenendo su una scala ben più vasta che da noi è ovvio. Questo però non autorizza a dire che la lotta per Gezi Park si è svolta su un piano diverso da quella No Tav e altre di cui abbiamo reso conto negli anni. Per noi è lo stesso piano, cioè quello che descrive Quadruppani nel suo articolo: difesa di un territorio che è emblema di tutti i territori, contro “l’irragionevolezza dell’epoca” e contro una “ristrutturazione” urbana che è emblema di tutte le “ristrutturazioni” che ci devastano.
      Anche quando la lotta si è estesa alla contestazione di un intero modello di sviluppo e di società, lo ha fatto sul piano comune delle rivolte di questi anni. Sono stati i dimostranti stessi a dircelo. Il fatto stesso che i dimostranti abbiano usato il meme “Occupy” e si siano rivolti subito ai loro corrispettivi greci, spagnoli, americani etc. dovrebbe già far capire molto.

      Che qui si sia “scaricato tutto” su Grillo è falso, si è sempre partiti dalla crisi dei movimenti come presupposto del successo del M5S, che ha riempito uno spazio lasciato vuoto o semivuoto, e da lì ha potuto svolgere l’azione diversiva e perniciosa già descritta. Grillo è al tempo stesso conseguenza e causa della crisi dei movimenti: è conseguenza che ha retroagito sulla crisi aggravandola. Ed è quello che, secondo il copione, deve continuare a fare.

      • Il punto è che in Italia, mentre in Spagna migliaia e migliaia di Indignados venivano massacrati dalla polizia, #acampadamilano (per dirne una) è stata una figuraccia memorabile: un centinaio di persone sedute che se ne sono andate dopo qualche ora.

        Nonostante la buona volontà di molti, è come se (eccetto notav e nomuos e pochissime altre eccezioni) tentassimo di scimmiottare gli altri paesi con esiti fallimentari. Proprio noi che nei ’70 e ’80 abbiamo avuto fermenti rivoluzionari da far invidia a molti altri paesi! Che diavolo è successo??

        P.S.= in questo momento il M5S è senz’altro – involontariamente, secondo me – tappo della situazione. Ma se avessero i numeri per governare, sarebbe la stessa cosa? So che tu mi risponderai di sì, che la delega è brutta, etc etc etc, che sono criptofascisti, etc etc etc.

        Ma so anche che “difesa di un territorio che è emblema di tutti i territori, contro “l’irragionevolezza dell’epoca” e contro una “ristrutturazione” urbana che è emblema di tutte le “ristrutturazioni” che ci devastano” sarebbe il loro obiettivo principale.

        Conosco qualcuno di loro, svariati parlamentari sono persino andati in Chiapas (emblematico, no?). Voglio dire: gli eletti, a differenza dell’elettorato, vengono dai nostri stessi ambienti, sono sulla stessa linea d’onda di #occupygezi, hanno vissuto il fallimento della sinistra delle manifestazioni e hanno provato a fare qualcos’altro.

        ———
        Stefano Vignaroli, parlamentare m5s, ha appena condiviso su fb: “BELLA CIAO : “…oh partigiano portami via, che mi sento di morir“, contiene l’impossibilità di sopravvivenza, se ci si trova privati della LIBERTA’.
        Per questo quei ragazzi TURCHI l’hanno scelta e la cantano con una profonda PARTECIPAZIONE dal basso. http://www.youtube.com/watch?v=472wxHguYDw

        A piazza Taksim ci ho lasciato un pezzo di cuore , che ora è con loro.”

        https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10201209451586704&set=a.1256778987932.39082.1483331735&type=1&relevant_count=1&ref=nf

        • Da noi, dopo le prime “acampadas”, direi che nessuno ha più provato a imitare in modo pedissequo quello che succedeva altrove. Bisogna *ispirarsi*, non emulare. Non si possono esportare altre esperienze senza tenere conto della specificità della nostra situazione e della nostra storia. Può sembrare un paradosso, ma è solo partendo dalla propria specificità che si costruisce comunanza oltre i confini e ci si unisce a un movimento transnazionale. I No Tav quando hanno cominciato non volevano certo imitare quelli della ZAD, né viceversa, ma oggi le due esperienze (pur così specifiche) si somigliano tantissimo, come ha ben spiegato Serge.

          Che dentro il M5S ci siano anche persone con una sensibilità e una matrice di sinistra è fuori discussione. A questi “compagni che hanno scelto Grillo” abbiamo fatto sapere come la pensiamo: “you can’t have it both ways”. Dirsi “né di destra, né di sinistra” non significa altro che dirsi “di destra e di sinistra”; quel dispositivo non può essere usato “bene”, perché è fatto in un certo modo, ha una logica di fondo e questa logica influenza tutto; può solo essere messo in crisi. Abbiamo detto che “tifiamo rivolta”, ma di rivolta finora ne abbiamo vista poca. “Se avessero i numeri per governare?”, chiedi. Minchia, roba che neanche Orwell…

          • Scusa sapresti indicarmi una mozione, un ddl, una presa di posizione, qualsiasi cosa di destra fatta dai parlamentari del M5S?

            Io potrei portartene qualche decina di sinistra…

            Non ho afferrato la battuta finale…

            • L’abbiamo già fatto questo dibattito, su, non ricominciamolo daccapo, ché come la pensiamo su destra e sinistra nel M5S è sufficientemente chiaro, vatti a rileggere i vecchi post. E’ di destra il M5S stesso, come dispositivo, come modalità di franchise politico, come partito-azienda di proprietà di un guru milionario che agisce di concerto con imprenditore liberista ex-berlusconiano che spara cazzate raggelanti sul tecnofuturo totalitario che ci attende. E’ di destra il discorso della “casta” vs. il popolo, è di destra l’avversione allo ius soli, è di destra il frame di tutti gli interventi sull’immigrazione, è di destra la gentaglia che il M5S ha raccattato nel mondo imprenditoriale nordestino perché faccia da “cuneo” in Confindustria. E’ di destra la distrazione di massa operata sul conflitto sociale. E’ di destra l’ossessione per gli schei intorno a cui ruota tutto l’immaginario del grillismo: gli scontrini, le fatture, le ricevute, la diaria, il rimborso, le spese vive, le spese morte, lo stipendio da parlamentare, l’accisa, la partita doppia, la detrazione, l’andare a credito, il gettone per pisciare alla stazione, la tassa circoscrizionale sulla merda.

              • No, a parte Grillo e Casaleggio. Vorrei sapere se quelli che pigiano i bottoni hanno appoggiato un provvedimento di destra.

                P.S. quest’intervento sull’immigrazione è di destra? https://www.youtube.com/watch?v=8T0C6Y0MEHA
                eppure è stato approvato dall’assembla dei parlamentari…

                P.p.s.= sappi che i parlamentari – nonostante grillo – stanno lavorando a uno ius soli regolato, come nel resto del mondo…

              • Se Giap fosse democratico come il Liquid Feedback del partito pirata tedesco, voterei a favore di non riaprire, in questo post che parla di cose più serie, questo dibattito in modo così terra-terra.

                (Lo “ius soli regolato” proprio come espressione mi dà i brividi.)

              • @maurovanetti … lo ius soli regolato a me invece sembra già molto meglio della situazione attuale… poi vedi tu!

              • Ho ascoltato l’intervento, in effetti non e’ di destra, diciamo che e’ di centro-destra, o al meglio veltroniano…intanto qualcuno dovrebbe fare presente alla “cittadina” Giulia di Vita che una societa’ multirazziale e’ quella che esisteva nel Sud Africa dell’apartheid o in altri simpatici luoghi in cui il concetto di razza informava il rapporto con l’Altro…le parole sono importanti, come disse qualcuno, e alcune attivano immediatamente framework che possono andare in una sola direzione…
                inoltre, la postura “mediatica” dell’intervento e’ alquanto desolante. Quello che Di Vita chiede al parlamento e’ di fare in modo di discutere piu’ spesso delle storie positive e de gli atti eroici riguardanti gli immigrati, una sorta di tentativo di creare un clima piu’ ottimistico attorno ai migranti, qualcosa tipo “alla fine anche loro possono comportarsi come gente civile” o “forse non sono cosi’ brutti e cattivi come sembrano”. Ora, sebbene narrazioni differenti possano essere utili in termini generali, a me sembra particolarmente triste ridurre la proposta di azione su un tale tema alla sua mera rappresentazione mediatica. Come al solito, nessuna analisi strutturale del “fenomeno immigrazione”, nessun tentativo di inquadrarlo all’interno del complessivo sistema di sfruttamento di manodopera e produzione di consenso politico. La rivoluzionaria Di Vita non si discosta troppo dalla linea del “movimento” a mio avviso.

          • Uhm… non tifo rivolta. Rivolta vuol dire morti. Ce ne sono già stati anche in Turchia per la reazione dello Stato a questa #occupyGezi. Quasi sempre una certa dose di violenza ne chiama una maggiore per reprimerla.

            Questo non vuol dire tacere, ne’ inibire la protesta. Ma significa una analisi accurata e una scelta ancora più oculata delle
            forme da usare nella contestazione.

            Preferisco la fantasia e lo sberleffo crudele a una qualsiasi dimostrazione di forza. E, di norma, queste forme producono anche un consenso maggiore.

            • Solo per chiarire: “Tifiamo rivolta” è l’espressione che abbiamo usato nel dibattito sul M5S per dire che ci auspicavamo conflitti interni e insubordinazione nei confronti di Grillo e Casaleggio.
              Dopodiché, noi tifiamo rivolta anche in generale, ma non è tanto lo scoppio di violenza effimera, il riot urbano che non si lascia dietro niente. Pensiamo a quella che Badiou chiama “rivolta storica”, cioè una rivolta che si consolida nel tempo, occupa uno spazio fisico (Puerta de Sol, Piazza Tahrir, Piazza Taksim, la Val Susa), da quello spazio irradia esempio per tutti e quello spazio diventa per un lasso di tempo significativo la “sede” del “sindacato” di cui parla Serge nel suo articolo.
              Non facciamo dibattiti astratti sulla “violenza”: a volte è necessario ricorrere alla forza, in modo il più possibile commisurato e intelligente, per difendersi e difendere quel che si è conquistato. Non bisogna mai ricorrervi quando non serve, perché anche una sola volta a sproposito procura danni duraturi. Nelle rivolte nordafricane e nei movimenti continentali di sberleffi e fantasia ce n’era e ce n’è a schiovere, ma nessuno si fa illusioni sul fatto che bastino, o si possa sperare che il monopolio della forza da parte dello stato non venga usato contro di noi.

        • A mio parere manca la miccia. In Italia penso che il malcontento sia pronto a esplodere ma, in mancanza di un’opposizione organizzata e solida, ci vorrebbe un caso o una serie di casi che facciano esplodere questo paese e il marcio che ha dentro.

          In Grecia fu l’omicidio di un diciottenne, in Turchia lo sgombero feroce di un parco. Qua?

          • Qua non funziona. E Giuliani l’hanno ammazzato. E il buco nella montagna l’hanno fatto.

            E’ un po’ cinico ma è così.

            • Però diciamolo che il buco nella montagna è quello del tunnel esplorativo, non quello del treno. Quello del treno è plausibilissimo che non lo faranno mai. E il buco che c’è adesso è più finto che vero. E tutto questo per merito della lotta.

        • @websurfer_

          A Parma i numeri per governare li hanno.

          Comunque, sta succedendo qualcosa di significativo in Turchia, ossia l’entrata in campo della classe operaia: sono stati convocati scioperi generali e questo può far estendere la rivolta portandola sul terreno decisivo della lotta di classe diretta. In Tunisia e in Egitto, questo elemento è stato decisivo per ottenere un salto di qualità e promuovere la rivolta in rivoluzione.

          Teniamo anche conto della lunga tradizione militante del movimento operaio turco, abituato a muoversi in situazioni di semiclandestinità.

          Domanda: te lo vedi il M5S, in una situazione del genere in Italia, pronto ad appoggiare e organizzare scioperi generali? Io non me lo vedo, forse perché ho ancora davanti agli occhi l’immagine di Casaleggio che dopo le elezioni va a parlare alla riunione degli “imprenditori a 5 stelle”.

    • @websurfer
      Se ti riferisci a me, ti rispondo che adesso che i buoi sono scappati è facile andare in Parlamento a reclamare la chiusura delle porte della stalla. Quando c’era da combattere dov’era Grillo? Dov’erano i grillini il 2 agosto, quando è esploso il movimento del treruote? Dov’era il M5S nella campagna referendaria? Erano dell’avviso che tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un bambino i deputati pentastellati anche quando Grillo diceva (era lo scorso autunno, mica anni fa) che in tre step l’Ilva si chiude, si risana e in tre anni ritorna a funzionare tutto pulito? A Taranto i grillini non hanno fatto nulla di concreto per contrastare le politiche di Riva, e solo adesso che i movimenti anti-Ilva sono in crisi si levano in volo sperando di fare incetta di consensi.

  10. […] le riflessioni generali di ieri, ecco una meditazione più specifica su #OccupyGezi, i fatti di Piazza Taksim e cosa succede quando […]

  11. Ciao a tutti e un caloroso saluto a Serge!

    Parlare di “clima pre-rivoluzionario” in alcuni paesi citati secondo me è un tantino esagerato, non per le dimensioni che assumono queste proteste, ma per la loro qualità. Nonostante i continui richiami a ipotetiche alleanze sociali, alla costruzioni di contenitori politici, di organizzazioni, di assememblee allargate, il dato comune a tutte queste forme di ribellione mi sembra ancora essere la loro estrema difficoltà all’uscire dal particolare e rivolgersi al generale, cioè a portarsi sul piano politico. Cioè, è evidente che sono tutte proteste politiche, e chi le porta avanti ha una sua idea precisa di mondo, che supera la protesta particolare in un insieme più organico. Ma questa caratteristica “soggettiva” fatica sempre a trasformarsi in caratteristica “oggettiva”. Probabilmente, il giorno che questa trasformazione avverrà, ci sarà anche una diminuzione numerica della mobilitazione, a vantaggio però di una sua più diretta politicizzazione.

    Per dire, perchè in Val di Susa (per fare un esempio fra tanti, il più evidente) il M5S, che è un movimento oggettivamente di destra anche se al suo interno convivono mille situazioni e le più disparate esigenze soggettive, fa il pieno di voti? La risposta continuo a trovarla nel fatto che la protesta, vincente ed efficace sul suo specifico piano vertenziale, non riesce a darsi una politicizzazione che la ponga direttamente sul piano generale dei rapporti di classe.
    Insomma, boh. Noi abbiamo grande rispetto per la lotta contro l’alta velocità in val di susa. Siamo stati là tante volte, tante volte di torneremo, conosciamo i compagni di Torino che ci lavorano, e sul piano del metodo ci ha insegnato tante cose. Ma se quella cosa lì non incide sui rapporti politici, continueremo all’infinito con un potere politico che vuole costruire l’alta velocità e una popolazione che cerca di fermarlo.

    Alessandro

    • Ma guarda… i teorici della rivoluzione che criticano l’unica lotta seria ed efficace in italia!

      Emblematico della situazione.

      • Ok, è ufficiale che hai deciso di mandare in vacca la discussione. Primo avvertimento.

        • e va bene, lo ammetto. Chiedo scusa, ma sono veramente allibito.

          Invece che chiedersi “cosa non abbiamo capito?” ci si chiede “cosa non hanno capito?” …

          • Il Collettivo Militant ha esposto la sua analisi, peraltro partendo dalla ferma solidarietà (più volte dimostrata nel concreto) al movimento No Tav. Allibisciti, se vuoi, ma le discussioni funzionano così.

    • @ Militant
      Il M5S fa il pieno di voti in Val di Susa come ieri lo faceva Rifondazione, finché non ha appoggiato la candidatura della Bresso alla regione. In altri termini, il voto dei valsusini è, in senso positivo, strumentale: votano chi appoggia le loro lotte, ma senza firmare patenti di fedeltà con la riserva dei “più avanzati equilibri”. Il M5S prenderà voti finché sarà al servizio dei valsusini, e solo a queste condizioni. Poi, certo, c’è il problemna della rilevanza a livello nazionale: ma è l’altro lato della medagli rispetto al radicamento locale del movimento No Tav. Resta che questo movimento (all’interno del quale vengono espresse proposte molto avanzate) fornisce una cartina al tornasole per chiunque si dichiari No Tav, e altrove fa il si-inceneritore, si-parcheggi, ecc.

  12. Senza arrivare a considerare pre-rivoluzionario il clima della Turchia di questi giorni, credo comunque che nel rapporto con la piazza non sia da trascurare la componente anagrafica. In Italia l’età media è intorno ai 44 anni, mentre in Iran, Tunisia, Egitto, Libia le ragazze ed i ragazzi sono molto più numerosi; con l’avanzare dell’età molte persone tendono a diventare politicamente più apatiche e chi continua con la militanza spesso sceglie forme più “adatte” alla propria età e forma fisica: sia passa in un soffio dallo sgombero attivo di un centro occupato dai fasci al volantinaggio, tanto per fare un esempio (sigh).
    Inoltre vedo che molti dei giovani (e dei meno giovani) che hanno ancora voglia di attivismo sono stati drenati dal M5S (esclusivamente su temi vertenziali e mai politici, come correttamente faceva notare CM), che con le sue iniziative di base – i meetup in primis – ha sostituito quelle le forme di aggregazione che qualche tempo fa erano praticamente il tesoro della sinistra (un tesoro di valore inestimabile, davvero, che è stato regalato prima alla Lega Nord, poi ai grillini).
    Poi, come vadano le cose una volta finito il meetup, beh quello è sotto gli occhi di tutti.

    • @TommasoC

      La questione dell’età secondo me è interessante e sicuramente ha un peso nel tipo di attivismo politico che prevale nei diversi Paesi, anche se vedo comunque una differenza di attivismo tra l’Italia e altri Paesi mediterranei europei che non può trovare questa spiegazione. In Grecia, pensionati e anziani in generale hanno avuto un ruolo importante nelle mobilitazioni, anche se è vero che al momento del voto una parte maggioritaria di loro si è spaventata per il rischio di default e ha votato contro Syriza.

      Mi sembra invece abbastanza una leggenda quella dell’attivismo giovanile nel M5S. Non ho mai conosciuto un “giovane grillino” (diciamo under 30), i grillini sono totalmente assenti dalla scena studentesca, le piazze grilline sono pieni di 30-40enni ma non di giovani veri e propri, ma soprattutto non vedo tutti questi giovani che si attivano nei meetup. Basta vedere il risultato numerico della partecipazione alle “quirinarie” per capire che il M5S mobilita in forma organizzata ben poche forze; qualche decina di migliaio di persone che cliccano gratis per scegliere il presidente della repubblica mi sembrano il grado zero dello sbattimento politico, eppure l’hanno fatto solo in 50mila; qualunque partito anche sfigato fa meglio di così. Si tratta ormai specialmente di una macchina elettorale (e pure in quel modo funziona a corrente alternata). Tra l’altro, non penso che Grillo e Casaleggio abbiano nessuna intenzione di reclutare giovani, che non farebbero altro che creargli problemi ostacolando l’irregimentamento del “MoVimento”.

      Non dico questo per assolvere la sinistra, al contrario: non è certo per colpa di Grillo (o della Lega!) se non siamo capaci di raccogliere e organizzare forze più consistenti. Non sono loro che ci portano via la gente: siamo noi che la facciamo scappare. Credo che sia essenziale combattere ogni tipo di autogiustificazione che vede in “ragioni oggettive” la causa del nostro ritardo in Italia. Per me le ragioni principalmente soggettive, e quindi possiamo fare qualcosa da subito per contribuire ad aggiustare la situazione.

  13. Ribadisco la domanda per tutti quelli che passano di qui e pensano che il M5S sia di destra.
    Potreste indicarmi un atto politico, una mozione, un’interrogazione, un voto, un provvedimento di destra portato avanti dai parlamentari M5S?

    Lasciate stare Grillo e Casaleggio, io parlo di quelli che premono i bottoni in Parlamento.

    Io personalmente ritengo che il M5S nazionale abbia un involucro parzialmente di destra che gli consente di ottenere anche i voti ignari del cdx, portando però avanti battaglie di csx-sx. Mi farebbe piacere se qualcuno potesse confutare la mia tesi.

    • A noi invece piacerebbe che qualcuno confutasse le nostre, di tesi. Tesi che abbiamo esposto con pazienza, contestualizzandole e fornendo caterve di esempi, in diversi post e interviste e chilometriche discussioni, per lunghi mesi. Finora non abbiamo visto controargomentazioni solide, mentre tutto quel che è successo nei mesi scorsi è andato nella direzione che dicevamo.

      “Lasciate stare Grillo e Casaleggio” è una premessa insensata. Insensata metodologicamente e sotto l’aspetto di una minima etica della discussione. Senza Grillo e Casaleggio il M5S, molto semplicemente, non esisterebbe. Chi finge che non sia così, oltre a essere un ingrato, è un disonesto.

      “Quelli che premono i bottoni in Parlamento” non esistono nel vuoto: operano all’interno di un meccanismo eterodiretto, con un’autonomia estremamente limitata e per certi versi inesistente. Molti di loro, da quando sono là, hanno detto e fatto cazzate abnormi, e in ogni caso, a fronte di aspettative di tipo quasi taumaturgico, non hanno combinato niente. Stanno lì a fare lo spettacolo dell’opposizione, splendidamente ininfluenti, perfettamente funzionali. Il M5S, da movimento che si presentava come antisistema, è diventato l’epitome del cretinismo parlamentare.

      Anche “i voti ignari del cdx” è un’espressione squinternata, rivela un pensiero confusissimo. Non si fanno battaglie di sinistra rappresentando gli elettori di destra. Destra che, lungi dall’essere ignara, sa perfettamente quel che vuole.

      • Eppure ci vorrebbe così poco a citare un singolo atto parlamentare a conferma della vostra tesi. Forse che non avete una risposta soddisfacente?

        p.s.=mai mi sarei aspettato che WM, in nome del pragmatismo, avrebbe voluto che il m5s desse la cambiale in bianco al Partito Democristiano. (forse il pensiero confusissimo ce l’ha qualcun altro)

        p.p.s.= se la destra sa bene quel che vuole e vuole essere rappresentata come tale, i parlamentari devono rappresentarla.. mica si accontentano di una sparata di grillo. tira fuori un atto parlamentare di destra e ammetterò che hai ragione.

        p.p.p.s.= è vero che il m5s senza casaleggio e grillo non esisterebbe (sono i fondatori!). ma conoscendo i parlamentari so che “un’autonomia estremamente limitata e per certi versi inesistente” è una frase falsa. come ti ho dimostrato anche con il video dell’intervento sui migranti, i parlamentari non temono affatto di contraddire grillo sui temi.

        p.p.p.p.s.= è vero che avete analizzato in profondità il grillo-pensiero e il grillo-elettorato. la novità è che i parlamentari si comportano e pensano diversamente da entrambi. voi non li avete analizzati affatto, quindi propongo io.

        • Scusate, non ho intenzione di ingaggiare una discussione su grillo anche perché il post rimanda a questioni più importanti. voglio però precisare alcune cose.

          1) Sono ormai più di sei mesi e una quarantina di tappe che giro l’Italia a parlare di Grillo e del M5S. e non ho mai, dico mai, incontrato una realtà di movimento che raccontasse di essere riuscita a intrecciare i suoi percorsi, o battaglie specifiche, con esponenti grillini. e vi assicuro che la stragrande maggioranza di queste non nutriva pregiudizi nei confronti dei pentastellati. semplicemente, questi sono un fenomeno virtuale, tutto mediatico e invisibile a chi fa politica in strada.

          2) la funzione storica del M5s non è quella di produrre “atti parlamentari di destra”. se così fosse il gioco sarebbe sgamato. il punto è: ricondurre temi “di sinistra” dentro cornici “di destra” o quantomeno innocue. e le cornici non si costruiscono con gli atti parlamentari ma con cose ben più incisive in termini di costruzione di soggettività: il tono dei discorsi, le riunioni di casaleggio con pezzi di confindustria, il disprezzo e/o la paura nei confronti delle mobilitazioni di piazza

          3) la cosiddetta “autonomia dei parlamentari” si misura anche sulla capacità di rompere la macchina del controllo di grillo e casaleggio. su questo, lo dico senza sarcasmo, non sono impaziente. si tratta di gente ingenua e spesso a digiuno di questioni politiche. ciò nonostante, le contraddizioni cominciano ad emergere e chi ha la schiena dritta (come usa dire) se vuole può dissentire: trapela qualche gesto di insofferenza. staremo a vedere.

          • Esattamente. Non solo mi hai tolto le parole di bocca (d’altronde è normale che ci sia sintonia, visto il lungo confronto sul tema), ma sul punto 1 avevo appena scritto un commento quasi identico su Internazionale, riportando la nostra esperienza diretta a Bologna:
            http://www.internazionale.it/opinioni/wu-ming/2013/06/04/occupy-landscape/#comment-919138696

            Poco sopra avevo usato il concetto, coniato da Lenin, di “cretinismo parlamentare”. Intendevo esattamente questo: pensare che gli “atti parlamentari” del M5S siano importanti o addirittura prioritari per capire i frame del grillismo e la funzione storica che il “movimento” sta svolgendo. Come se l’avessimo definito “confusionista” così, perché ci piace la parola. E’ chiaro che dice e deve dire cose “di sinistra”, ci mancherebbe altro. Il giochino del “né-né” è quello.

            In assenza di un acuirsi delle contraddizioni che spacchi il movimento, quel che fanno i parlamentari del M5S conta la proverbiale “beata fava”. Vedremo. Ma siccome stiamo parlando di pura virtualità, di simulacri, di un movimento finto che sui territori è inconsistente, io a questo punto mi domando *cosa ci sia da spaccare*. Noi pensavamo alla rivolta che liberasse energie, ma forse abbiamo sopravvalutato il “movimento”. Quali energie? Più che una rivolta, potrebbe esserci un’implosione. Per adesso, comunque, il M5S ha ancora un ruolo da interpretare sulla ribalta mediatica, la sua esistenza serve al governo Letta e alle sue rappresentanze locali, per poter tacciare di “grillismo” i movimenti che si trovano contro, com’è successo per il referendum di Bologna.

          • quindi insomma avevo ragione io… “M5S nazionale abbia un involucro di destra portando però avanti battaglie di csx-sx.”.

            Il punto è un altro: la destra che vota m5s si accontenta del rito e del frame? se dite di no, mi dovreste indicare cos’altro (di più effettivo) ottiene.

            • Non esistono battaglie di sinistra dentro un involucro di destra. Se l’involucro è di destra il contenuto è di destra. Al massimo si può aspirare, con il trucchetto comunicativo del M5S, a far diventare di destra gli elettori di sinistra, propinando loro un qualche “socialismo degli imbecilli” (sempre Lenin) – che è poi quello che sta succedendo.
              Cosa ottiene la destra? A parte che il tuo dismettere senza pensarci due volte “rito e frame” mostra che non hai ben chiaro che la ritualità e la cornice cognitiva sono una parte fondamentale della politica, la destra ottiene comunque qualcosa di molto effettivo: il disinnesco delle lotte. Ottiene, cioè, che le lotte reali di lavoratori reali che ce l’hanno con padroni reali (non solo grandi imprese come l’ILVA, ma anche le piccole e medie imprese amate dal M5S) vengano travisate come un attacco alla casta Pd-PdL. E infatti non una parola sullo sciopero della logistica: lì è difficile nascondere il reale obiettivo della protesta.

            • @websurfer_

              A parte lo stile trollistico di questi tuoi commenti (ma vabbe’, hai amici parlamentari da difendere, capisco che ti scaldi…), credi davvero che abbia tutta questa importanza quel che dichiara un parlamentare di opposizione?

              I parlamentari grillini oggi dicono quel che gli pare perché tanto non contano un tubo. Sono specchietti per le allodole e a quanto vedo un pochino funzionano. Se un domani dovessero governare, verrebbero messi in riga e si è già dimostrato molte volte che sono abbastanza invertebrati da accettarlo. Detto questo, potremmo anche parlare dello sblocco di 40 miliardi alle imprese pagati con “riduzioni lineari” della spesa pubblica, che mi risulta sia ad oggi l’unico provvedimento importante votato dai grillini insieme a tutti gli altri partiti; ma sarebbe come cercare di dedurre la natura della Lega Nord dai provvedimenti votati dalla sua primissima pattuglia parlamentare 1992-’94 prima di andare al governo con Berlusconi.

              A me sembra che il voto a Grillo sia il frutto di un rifiuto delle politiche di austerità e dell’agenda Monti, e quindi non mi sbalordisce che esprima e cavalchi anche rivendicazioni progressiste. Lo stesso vale, del resto, per il voto a SEL. Quel che mi chiedo è se queste organizzazioni siano in grado di alimentare e organizzare questa pressione popolare o soltanto di incanalarla, sfruttarla propagandisticamente e poi farci quel che vuole Grillo. Per questo motivo è importante capire la cornice organizzativa, ideologica, di classe in cui si muovono le varie comparse come quello lì col faccione e quell’altra del fascismo buono.

              Parliamo invece di dove i grillini governano con la maggioranza assoluta? Al Comune di Parma. Alcuni compagni parmensi hanno scritto questo: http://www.marxismo.net/politica-italiana/il-movimento-5-stelle-alla-prova-dei-fatti-un-anno-di-giunta-pizzarotti

              Riassunto: Pizzarotti ha fatto l’austerity municipale, ha tagliato i servizi per pagare le banche, si è scontrato coi lavoratori del Comune (in ottemperanza al vangelo di Grillo che dice che i lavoratori del pubblico sono kasta), ha applicato una linea repressiva sulla vita notturna giovanile, non ha mantenuto le promesse elettorali su inceneritore e rifiuti. Per non parlare della figuraccia su Tavolazzi direttore generale che racconta bene Giuliano Santoro nel suo libro, a controprova del guinzaglio cortissimo che c’è tra la mano di padron Casaleggio e il collo dei suoi ascari.

              Ora mi chiedo: tutto questo che conseguenze ha avuto dentro il M5S? Si è aperta una discussione critica? Grillo è intervenuto sbraitando, come fa ogni mezzo secondo per cazzate come la diaria o i talk show, o ha lasciato correre? A me pare che tutto fili liscio, come niente fosse la più importante giunta grillina d’Italia si comporta come Angela Merkel eppure “il movimento dei cittadini consapevoli e attivi” è soddisfatto così. Vorrà dire qualcosa?

              Ciao ciao.

        • Lo vedi? Cretinismo parlamentare (absit iniuria, eh! E’ un concetto storicamente usato nel movimento rivoluzionario). Tu leggi la nostra critica radicale al “movimento” grillino in base a quello che avrebbe potuto/dovuto fare la sua rappresentanza in parlamento (“dare la cambiale in bianco” etc.).

          Si dà il caso che a noi della rappresentanza del M5S in parlamento e di quel che avrebbe dovuto fare (allearsi o meno coi Klingon o coi Romulani), non ce ne freghi assolutamente nulla, visto che di quel “movimento” critichiamo l’esistenza stessa. Il fatto che abbiano investito tutto sull’andare a scaldare scranni in un contesto e dentro un meccanismo che notoriamente ha un’azione neutralizzante è una conseguenza logica: nonostante la retorica sui processi “dal basso”, il M5S è solo una macchina elettorale.

          Il parlamento può anche essere usato tatticamente da un movimento radicale, è successo, non lo escludo. Ma la premessa fondamentale è che quel movimento esista prima e soprattutto *fuori* dal parlamento, nei territori, nel mondo del lavoro, con un’organizzazione e un’alta coscienza politica dei suoi membri. Il M5S non risponde a nessuno di questi requisiti.

          • Posto che è evidente anche ai sassi che dentro il M5S ci siano molte persone, ed anche vari parlamentari, che pur essendo politicamente ingenui lasciano trasparire con chiarezza nelle proprie aspirazione e nel proprio agire, adesso anche legislativo, il proprio esser orfani d’una sinistra decente che in Italia non c’è ( socialdemocratica, non rivoluzionaria, ma comunque con una sua dignità. Su cosa e perchè sia utile e necessario in questa fase storica e cosa invece possa esser bello ed allettante in termini strettamente astratti, ma sia del tutto velleitario in un mondo nel quale al meccanismo della riproduzione e dell’accumulazione capitalistica non esistano più grandi e solidi controaltari non entro, questo discorso ci porterebbe troppo lontano. Mi limito a dire che sul tema, anche se con rammarico perchè in astratto potermi concedere il lusso di fare il socialdemocratico a volte non mi dispiacerebbe, son d’accordo con WM1 quando citava Mario Tronti, qualche decina di discussioni fa ), è altrettanto vero quel che è stato detto e ripetuto infinite volte: nel M5S quel che non va proprio bene è la cornice, che è di destra, destra spicciola, e spesso ancora peggio “destra de panza”, che inquina ogni singola iniziativa portata avanti.

            Faccio un esempio concreto.
            Grillo non prende una posizione all’interno del quadro della lotta di classe che, piaccia o non piaccia ammetterlo, è sempre stato e resta il motore della storia.
            Grillo non riconosce che la società sia una composizione di interessi di categorie e classi; interessi tra loro come minimo divergenti se non addirittura, spesso, confliggenti.
            Cerca piuttosto di far passare l’idea, molto populisticamente di destra, che esistano delle soluzioni *tecnicamente giuste* la cui applicazione sarebbe vantaggiosa per tutti, e che invece non vengono applicate perchè delle caste predatrici e parassitarie ( esterne, guarda il caso, al corpo sano ed unitario della società, che sarebbe altrimenti un tutt’uno organico ed armonico ) hanno da guadagnare dall’applicazione di provvedimenti “sbagliati”.

            Falso, falso, FALSO: non esiste nulla di più falso!
            La scienza economica è sempre anche scienza sociale, scienza politica ed in quanto tale scienza di classe. Esistono sempre almeno 2 percorsi per andare da A a B, il percorso che vuoi imboccare dipende dall’identità dei soggetti cui vuoi pestare i piedi lungo il cammino ed a quali invece vuoi sgravare dalla schiena il peso del fardello più pesante.
            Non esistano mai soluzione tecnicamente giuste, per tutti, ed in quanto tali neutrali.
            Chi predica questo tipo di interclassismo in realtà non è equidistante, perchè proprio non è possibile esserlo, ma sempre alla fine si dimostra “equivicino” alle classi dominanti.
            Questa è secondo me la vera e profonda tossicità della comunicazione grillina.

            Grillo alimenta la lotta fomentata dal padronato, dal potere finanziario e dalla falsa ex-sinistra del PD ( che prima ci ha regalato col pacchetto Treu il dualismo del mercato del lavoro, poi si è inventata la contrapposizione fittizia tra vecchi garantiti e giovani precari che pagano il prezzo dei privilegi dei padri, e che di conseguenza ha pensato bene di “promuovere eguaglianza” piallando quel che rimaneva dei diritti a tutti in egual misura ) facendo una bruttissima operazione assolutamente di destra: non prende posizione rispetto al conflitto tra le classi ma si incunea all’interno delle classi lavoratrici ed alimenta il conflitto al loro interno riproponendo le solite vecchie e false contrapposizioni ( anziani-giovani, garantiti-precari, statali-disoccupati etc. etc. etc. ) che mascherano L’UNICA vera contrapposizione in campo: chi ha il capitale dalla parte del manico e chi invece si ritrova il capitale altrui puntato alla tempia.

            Riporto questo commento di un post di Grillo, integrale, nel quale il leader pentastellato traeva la conclusione sul perchè dello scarso risultato alle ultime elezioni amministrative, commentato da un economista di adamantina fede liberista e da un altro di sicura fede di sinistra.
            Non è casuale che il primo, dimostrando di non sapere e non voler discernere tra i concetti di “diritti” e “privilegi” che per lui pari sono, dica che nel discorso di Grillo c’è anche molto di vero, mentre è dal secondo che proviene una critica molto dura.
            Brancaccio spiega bene come, col suo discorso, Grillo alimenti la guerra tra lavoratori, e questo non va MAI a vantaggio dei lavoratori.

            http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=n1w8RZrREGo#!

            Si potrebbe anche sviscerare oltre l’argomento, e potrei anche arrivare a dire che secondo me il reddito minimo garantito non solo è facile retorica per pigliare un po’ di voti che però si scontra con una impossibilità empirica data dalle presenti regole di contabilità dello Stato ma è proprio, quand’anche fosse progetto realizzabile, un progetto essenzialmente di destra.
            A poco varrebbe far notare che ci sono anche partiti di sinistra che chiedono la stessa cosa.
            Quale di questi partiti, infatti, ha una dirigenza che ne stabilisca la linea politica, che non sia fatta solo di opportunisti pronti a svendersi l’anima per una poltrona e uno stipendio, o alternativamente, una dirigenza di alfabetizzati recenti che mediamente non sanno nemmeno di accidenti stanno parlando, col risultato che oggi si ritrovano marginalizzati ed irrilevanti perchè dirigono partiti che ormai già da anni NON hanno più del tutto una qualsiasi linea politica, ed al più vagano ondivaghi alla ricerca disperata di un qualsiasi “traghettatore” che possa riportarli dentro le istituzioni?
            Lo dicono per pigliare 4 voti in più, ma è una cosa che non è praticabile e se anche fosse non è di sinistra, perchè si tratta di un sedativo sociale che serve a non far esplodere la rabbia degli esclusi mentre le classi egemoni continuano a far diminuire la quota salari. Di sinistra sarebbe, invece, PRIMA tornare a garantire ciò che esisteva e non esiste più, cioè i minimi salariali ( non i redditi minimi ) e le garanzie contrattuali che ti permettono di RIVENDICARE e PROTESTARE senza essere immediatamente messo alla porta e sostituito.

            Si potrebbe proseguire.
            Ma in fondo preferirei fermarmi qua.
            Sul M5S è stato detto già veramente tutto.

            Dentro questa discussione, in realtà, ritengo per me più importante capire un’altra cosa in merito alla quale non sto trovando risposte convincenti: quale sia la composizione di classe della protesta del parco Gezi e cosa ci si possa aspettare da questa rivolta, quali ne siano i reali obiettivi.
            Non finisco di convincermi che tutte le proteste che stanno avendo luogo in questi giorni abbiano la medesima matrice.

            Le proteste in ogni paese UE hanno la medesima matrice, ed è una matrice in ultima istanza sovrapponibile a quella esemplificata dallo slogan partito dall’america “we are 99%”.

            [ Ho notato con piacere che nelle proteste degli ultimi 2 mesi, in Francia con la CGT e Front de Gauche insieme, contro l’austerità di Hollande, c’erano anche dirigenti di Izquierda Unida. Pochi giorni fa, invece, a Madrid nella manifestazione di indignados e IU, c’erano anche Syriza e il segretario Tsipras in prima fila con lo striscione. E ancora, pochi giorni fa a Francoforte a protestare davanti alla BCE, dove son stati arrestati anche compagni e compagne italiani, i parlamentari di Die Linke hanno fatto cordone tra polizia e manifestanti cercando di impedire arresti indiscriminati e restrellamenti, e dall’altra parte rispetto alla polizia c’erano militanti da tutti i paesi europei. Insomma, la Sinistra Europea sta un po’ alla volta componendo una unità di azione che era veramente auspicabile. Assente la sinistra italiana. Un pezzo per opportunismo carrierista ha scelto di infilarsi dentro il PSE disertando, un altro pezzo è in elettroencefalogramma piatto ed invece che interpretare la realtà contemporanea è occupata solo ad organizzare un “congresso lungo” onde scongiurare che esso non si trasformi in una resa dei conti, come se dopo 2 Caporetto consecutive a distanza di 5 anni non fosse in realtà proprio una resa dei conti ciò di cui c’è bisogno. ]

            Tutte queste piazze portano avanti delle rivendicazioni la cui logica esprime la convinzione nell’esistenza di un “noi” e di un “voi”, e che dentro questa crisi non è affatto vero che “noi” e “voi” stiamo tutti sulla stessa barca, anzi, casomai la crisi esiste per colpa di chi fa parte della categoria “voi”.

            In questo senso non sono sicuro che al parco Gezi e a piazza Syntagma stiano trovando voce istanze più di tanto sovrapponibili.
            Spero di sbagliare e aspetto di leggere altri commenti interessanti.

            • Vorrei fare alcune domande terra terra su alcuni concetti di base, premetto che ho molte lacune e che la cosa mi crea anche un certo imbarazzo, spero di non essere linciato… o peggio ignorato… :)

              Rispondo a te Enea visto che il tuo commento mi ha spinto a fare queste domande.

              Tu scrivi :
              “Non esistono mai soluzioni tecnicamente giuste, per tutti, ed in quanto tali neutrali.
              Chi predica questo tipo di interclassismo in realtà non è equidistante, perchè proprio non è possibile esserlo, ma sempre alla fine si dimostra “equivicino” alle classi dominanti.”

              Io credo di appartenere alla classe degli sfruttati, ho un lavoro a tempo determinato per una cooperativa, per il quale vengo pagato solo se lavoro: se mi ammalo o non vado a lavorare per qualsiasi altro motivo, non mi pagano. Questo solo per dire che non sono vicino alle classi dominanti.
              Detto questo volevo chiederti anche pensando alle critiche a Casaleggio sull’incontro con gli imprenditori a 5 stelle (del quale non so nulla nello specifico):

              Ma gli imprenditori secondo te/voi, hanno in se per il solo fatto di essere tali, il germe di un male ineluttabile?

              Puoi/potete fornirmi dei concetti base che dimostrano o comunque che vi fanno pensare che una persona non può arricchirsi, creare lavoro pagando il giusto…ed essere onesta nello stesso tempo?

              • Io non sono la persona più giusta cui rivolgere questo tipo di domanda, anche perchè in questo caso non esiste un “voi”, posso parlare solo per me stesso.
                Tanto più che a conti fatti, pur riconoscendomi in senso ampio nella categoria, credo di essere uno dei *meno comunisti* ai quali capiti di scrivere dei commenti qua sopra.

                Comincio col dirti che secondo me c’è una contraddizione di fondo nella domanda che mi poni, perchè dalla mia affermazione secondo la quale non possano essistere politiche economiche astrattamente giuste e vantaggiose in egual misura per tutti e che in questo senso le proposte politiche interclassiste finiscono sempre per rivelarsi come minimo ipocrite, tu passi d’amblé, in pratica, al domandarmi se il padrone sia necessariamente ed inevitabilmente cattivo, se non sia possibile essere padrone senza essere automaticamente *razza padrona*.

                Credo che le due cose siano parecchio più scollegate di così, il passaggio da un concetto all’altro concetto non è così automatico.

                Il vizio di fondo del sistema va visto senza fermarsi alla superficie della persona, magari di nostra conoscenza, che ha una piccola impresa e magari è anche una persona per bene, o addirittura più che per bene ( o addirittura come nel mio caso è un amico personale, compagno di canti e sbronze, insieme al quale ho cantato in corteo fischia il vento o l’internazionale, che però un bel giorno si è messo in proprio ma le tasse le paghe, mangia insieme ai suoi operai e cerca sempre di pagarli il massimo che può, col risultato che se oggi comunque sta un po’ di meglio di come stava da dipendente comunque non s’è arricchito e lo vedo anche coi miei occhi perchè di certo non ho smesso di frequentarlo e chiamarlo compagno anche se è diventato “padrone” ).

                In un ordinamento socio-economico non li vedi i vizi di fondo da una sola analisi dei singoli.

                Il problema è che il capitale è intrinsecamente autoritario perchè sussume dentro di sé la sorte di quella che per lui si chiama semplicemente “forza lavoro”, mentre per noi si chiama “noi stessi”, con le nostre vite, gioie, dolori, aspirazioni, affetti.
                In questo modo, senza chiederci il permesso, ci trasforma in rotelle di un meccanismo più grande di noi stessi ( qualcuno avrebbe detto che “ci aliena” da noi stessi ), al cui interno non abbiamo voce e diritto di obiezione, perchè siamo incastrati da una condizione di bisogno ( un tetto sopra la testa, pagar le bollette, etc. non son cose di cui si possa facilmente e serenamente fare a meno, no? Di produrre quel che non serve strettamente per vivere potrebbe anche non fregarcene di meno di farlo, o potremmo non aver proprio voglia di farlo, perchè della fatica che facciamo l’utile va prevalentemente in tasca ad un’altra persona, e la cose potrebbe sembrarci “ingiusta”, ma la condizione di bisogno infine non ci lascia margine di scelta… ).
                Tutto questo ci trasforma da persone a cose, non cittadini ma consumatori, non uomini e donne ma, appunto, forza lavoro.
                Forza lavoro al servizio di chi, e per edificare cosa?

                In sostanza il “libero mercato” è un falso mito, in ultima analisi inesistente, perchè il mercato è sempre libero nella misura in cui la legislazione gli permette di esser tale.
                Se esso fosse completamente libero la schiavitù sarebbe legale.
                D’altra parte il diritto, la legge, è sempre frutto di una composizione di interessi, di un accordo tra classi ( attraverso normalmente i loro rappresentanti ) che hanno interessi tra loro diversi.

                In ogni cosa tutto questo permette di dire che il capitale non include mai, sua sponte, il concetto di democrazia.
                Se lo include, e la misura in cui lo include, dipendono da quanto l’azione politica delle classi subalterne sia riuscita ad imporglielo.

                E’ lo stesso identico discorso che si è fatto su Grillo e M5S.
                M5S ha eletto anche delle brave persone?
                Certamente si.
                Ce ne sono tra queste alcune che potremmo addirittura definire “di sinistra”.
                Altrettanto certamente si.
                E’ la cornice che è ingiusta.
                E’ il recinto entro il quale si muovono che ne vanifica l’operato nel suo insieme.

                Ma poi alla fine ogni persona te lo direbbe in modo diverso, e magari tanti nemmeno sarebbero d’accordo con quel che ho detto io.
                Per questo rispecifico che ti ho risposto solo per me stesso.

              • @username

                Al netto di quanto già detto da Enea, osservo una cosa: nessuno ha parlato di “disonestà” degli imprenditori. Questo concetto lo hai tirato fuori tu, ed è indicativo di una certa cultura che si è imposta per reazione all’epoca berlusconiana, per cui quello a cui dovremmo aspirare è semplicemente “l’onestà”. Ma alcuni di noi pensano ancora che invece si debba aspirare anche alla giustizia, all’eguaglianza, alla cultura, alla salute, alla vivibilità dell’ambiente ecc.

                I grandi capitalisti in realtà non sono quasi mai onesti, di solito assomigliano più alla razza dei Riva. Ma facciamo finta che esistano dei padroni al tempo stesso ricchissimi e onesti. In teoria un grande imprenditore può onestamente guadagnare alcuni milioni di dollari all’anno e pagare “il giusto” ai suoi dipendenti (cioè pagare quello che è “il valore di mercato” del loro sudore e del loro tempo) e altrettanto onestamente, siccome non sta più nei costi, licenziarne qualche migliaio per colpa della crisi.

                La domanda che ti giro è: un partito politico che difende gli interessi di questi ipotetici grandi imprenditori onesti, può difendere anche gli interessi della grande massa della popolazione? La risposta a questa domanda dipende da quanta fiducia hai nel fatto che il capitalismo sia un sistema efficace per il benessere di chi non è un milionario.

                Se pensi, come Ronald Reagan o Margaret Thatcher, che gli interessi dei milionari possano coincidere con quelli della povera gente, esiste un modo per descrivere il tuo pensiero: “Sei di destra”.

              • @enea @maurovannetti Si, in effetti la domanda era un po’ troppo buttata lì, però conoscendomi, quando mi metto a precisare troppo, invece di scrivere due cavolate, ne scrivo dieci. Comunque dalle risposte tutto sommato avete intuito ciò che volevo chiedere. Vorrei precisare che non avevo nessuna intenzione di parteggiare per imprenditoria e capitalismo ( ne tanto meno per il movimento a 5 stelle). Direi anzi che intuitivamente e per motivi sparsi, tendo a dargli contro; però appunto chiedevo a voi quali fossero i concetti base per poter supportare, con argomentazioni un po’ più solide, queste inclinazioni che sento di avere. Mi prendo un po’ di tempo per provare a rispondervi, nel frattempo, vi ringrazio.

              • @username

                Ma figurati, io anzi vorrei precisare che il “tu” della mia risposta voleva essere un impersonale. Si capiva che non sei di destra.

  14. vabbè semplicemente stupendi come al solito. Vi propongo un “riassunto” della vicenda: http://firstlinepress.org/le-rivolte-turche-spiegate-per-bene-e-prima-dellinizio/

  15. “Il pensiero politico fascista e nazionalsocialista non può essere giudicato in termini di tradizionale teoria politica; esso ha poco in comune con quei sistemi razionalmente e logicamente costruiti, ipotizzati da Hegel o da Marx. E’ un fatto che ha dato da pensare a molti studiosi i quali, nell’analizzare il pensiero politico fascista, ne hanno condannato la indeterminatezza e le ambiguità. Ma gli stessi fascisti parlarono del loro pensiero politico più come di un “atteggiamento” che come di un sistema, ed esso infatti era una teologia che offriva una cornice al culto nazionale. In quanto tale, i suoi riti e le sue liturgie erano la parte centrale, essenziale, di una dottrina politica, che non si appellava alla forza persuasiva della parola scritta. I nazisti e gli altri capi fascisti puntavano, si, sulla efficacia della parola, ma perfino in questo caso i loro discorsi adempivano più a una funzione liturgica che a costituire un’esposizione didascalica dell’ideologia. La parola detta si integrava con i riti cultuali e, in realtà, quello che veniva detto finiva per diventare meno importante dello scenario e dei riti che facevano da contorno al discorso.”

    Questo è uno stralcio di Mosse, “La nazionalizzazione delle masse”. Se oggi sostituiamo fascismo e nazionalsocialismo e ci mettiamo “Movimento 5 stelle”, ne ricaviamo una perfetta analisi politica della situazione attuale.
    La parte centrale, il cuore del M5S, è la sua liturgia. Non un pensiero politico definito, ma l’aspetto cultuale. Lo streaming, il meetup, il feticcio dello scontrino, la retorica giovanilista; e poi ancora l’incompetenza elevata a rango di qualità, l’inesperienza come punto di forza, l’antipolitica, e via dicendo.

    La differenza storica è che il fascismo trovò un apparato statale allo sbando che gli concesse il potere, e tramite il potere potè organizzare il movimento e politicizzarlo. Il M5S avrebbe potuto prendere il potere, se non fosse che questo nel frattempo si è spostato fuori dalle tradizionali assemblee elettive, e questo non ha permesso la possibile ripetizione storica. E così come il fascismo senza potere era destinato alla scomparsa, anche il M5S andrà incontro al suo inevitabile declino, perchè un conto è aggregare consensi sbraitando contro il “palazzo” fuori dal palazzo, un altro è far parte di quel palazzo, di quella casta, di quel sistema. Venuta meno la retorica del palazzo, la parte di destra riconfluirà nelle sue posizioni politiche di destra; quella di sinistra idem.

  16. “La politica della paura” ha rapporti strettissimi con le strategie mediatiche. Non si tratta di palese propaganda di Imperiale memoria (“la cinematografia è l’arma più forte” [cit.]), bensì di una sorta di dominante culturale che caratterizza gli ultimi 20anni del 900. Mi verrebbe da dire: una logica del “marketing ermeneutico”.

    Già ai tempi di Reagan (1981-89) si parlava di “demonology”, un ritorno ai “valori americani” attraverso logiche di sorveglianza e neutralizzazione della minaccia (comunisti, gangs, neri/latini, tossici ecc.). Nel 2009 Zizek parlava di “soggetti nocivi” negli stessi termini di Quadruppani: una categoria di “feticci” che comprendono una vasta gamma di personaggi, dal terrorista all’antagonista allo stupratore.

    Zizek a mio avviso compie un passo in avanti, definendo il soggetto stesso come “nocivo” ed ammettendo che ogni azione rivolta all’esterno è un tentativo (feticistico cioè illusorio) di eliminare il cuore nocivo del sistema.

    Nel caso italiano, ogni tentativo di riabilitare la lotta estera sotto il frame della lotta contro il fondamentalismo, è un tentativo di non accettare il cuore nocivo del sistema globale che dal 2010 (dopo lo stop di Genova) sta producendo nuovi “flussi mutanti”.

    Come ricordava Luca tempo fa (sperimentandolo sulla propria pelle), l’Evento Nocivo è come un infarto: è un sintomo interno all’organismo, non una causa esterna ad esso.

  17. Ciao, grazie per il vostro lavoro, sempre pieno di stimoli, e di speranza! Condivido l’affermazione “non esistono lotte locali”, la nostra patria è il mondo intero.
    In Sardegna un comitato di cittadini sta combattendo contro la Saras, che vorrebbe, con il suo “progetto Eleonora”, trivellare la pianura di Arborea per estrarre metano. La regione Sardegna, e pure buona parte del PD isolano, sembrano propensi a spalleggiare, una volta di più, l’ennesimo scempio su una terra che ha subito ogni insulto. I cittadini hanno partecipato numerosi al confronto con la Saras, sono determinati e non hanno intenzione di arrendersi…questo è il sito del comitato http://noprogettoeleonora.wordpress.com/

  18. La lotta è globale, così come la repressione. Ieri sera a Barcellona è stato arrestato Francesco, condannato a 12 anni per devastazione e saccheggio a Genova 2001.
    http://www.lavanguardia.com/sucesos/20130604/54374695116/detenido-italiano-explosivos.html

    Un altro pericoloso latitante è stato consegnato alla *giustizia*, un’altra narrazione tossica (“armi da guerra, esplosivi”) ci racconta di come le nostra strade (o quelle dei catalani) siano oggi un po’ più sicure. Un altro messaggio è stato recapitato a chi lotta: tanto prima o poi vi troviamo, non importa dove scappate.
    Di nuovo ci ricordano che le lotte o sono globali, di massa, persistenti, PERMANENTI, o continueremo ad essere schiacciati dalla repressione e dalla vendetta (per alcuni) e dalla paura (per tutti quanti).
    Solidarietà a Francesco.

  19. Un post molto interessante che come sempre apre a questioni diverse ma intrecciate tra loro. Vorrei tornare sulla politica della paura, usata come distrattore dell’attenzione pubblica e come veicolo per fomentare la guerra tra poveri. Mi limito a segnalare due casi. Quello dei rom (un mio vecchio articolo del 2007 che di passaggio segnalava i pruriti razzisti di un tal Beppe Grillo) e l’uso della retorica sulla sicurezza (e del razzismo, tema fortemente correlato) agitato da un partito populista di destra in India. Sono forme di imprenditoria della paura che di solito permettono di ottenere discreti guadagni elettoriali in periodi di crisi. Vi linko i due pezzi: http://www.carmillaonline.com/2007/12/21/luoghi-comuni-contro-rom-e-sin/

    http://www.carmillaonline.com/2010/02/17/una-strana-notte-a-mumbai/

    PS: quella rivista francese di cui parla Wu Ming 1 la leggevo anch’io.

  20. […] A «LA POLITICA DELLA PAURA» di Wu Ming 1“, contenuta (in fondo) nel penultimo post di Giap, si cita […]

  21. #OccupyGezi scrive ai #Notav. Testo turco seguito dalla traduzione in italiano.

    Val di Susa direnişi

    Sevgili yoldaşlar ve arkadaşlar

    Val di Susa direnişi gibi Gezi Parkı direnişi de güç ve kazanç sistemine karşı yükselen bir harekettir. Alanları, vadileri, parkları yani bizim olanı, sadece yatırım yapan bir azınlığın cebini doldurması anlamına gelen bir “büyüme” adına bizden çalmaya çalışan bu değerler sistemine karşı yükselen bir direniştir. Polis baskısı, gaz bozmbaları, basın sansürü, vandallık suçlamaları, davalar sadece bu kar düzeninin yarattığı baskının sadece görünen yanıdır.

    Sizin desteğiniz ve dayanışmanız bize onur veriyor. Sadece direnişinizle ödemeye devam ettiğiniz bedellerden değil, aynı zamanda direnişin size, ve şimdi de bize öğrettiği herşeyle gurur duyuyoruz: bizim olanı geri almak, direnme cesareti,işgal, öz örgütlenme, sizden olmayana da güvenebilme. Bu günlerde Gezi parkında, aramızdaki bütün farklılıklara rağmen, birlikte mücedele etmeyi öğrendik: sadece gaz bombasına karşı değil çadırlarımızı yıkayan yağmura karşı da direndik. Hep birlikte bir meydanı ele geçirdik, barikatlar kurduk, birbirimizin üstünü örttük, yemeğimizi paylaştık, çöpleri topladık, bir radyo kurduk, yepyeni bir hayat yarattık. Sizin son işgal yıllarında vadide yarattıklarınızı biz de burada yaşıyoruz.

    Ankara, Antakya İzmir ve diğer birçok şehirdeki yoldaşlarımız, bizim geçen hafta barikatların arkasına ittiğimiz iktidarın saldırılarına karşı halen direniyor. Şu anda bu alanda bir arada kalmayı ve birlikte yarattığımız bu mücadeleye inanmayı öğreniyoruz. Ne kadar süre burada kalacağımızı ve önümüzdeki birkaç günün sonunda direnişimizin nasıl ilerleyeceğini biz de bilmiyoruz. Ama birlikte mücadele etmeyi artık biliyoruz. Ve daha fazlasını da öğreneceğiz. Biliyoruz ki her ne kadar aramızda kilometreler olsa da, bu mücadele de siz kardeşlerimizle beraberiz.

    Direnişiniz, direnişimizdir; bu daha başlangıç, mücadeleye devam!

    Müştereklerimiz

    Cari compagni No TAV,
    fratelli di lotta;

    la Resistenza in Val di Susa, come la Resistenza per Gezi park, e’ una resistenza contro un sistema di interessi e poteri; un sistema di valori che vorrebbe toglierci cio’ che e’ nostro – lo spazio, la valle, il parco, e la possibilita’ di viverci – in nome di un “progresso” che, nei fatti, vuol dire solo il profitto dei pochi che ci investono. Questo profitto e’ una forma di oppressione del quale la polizia, i lacrimogeni, la censura mediatica, i tribunali, le accuse di vandalismo sono soltanto l’espressione piu’ esterna.
    La vostra solidarieta’ ci onora. Non soltanto per il prezzo che continuate a pagare con la vostra resistenza ma soprattutto per quello che voi, come ora noi, avete imparato dalla resistenza: la riappropriazione di cio’ che ci appartiene, il coraggio di restare, l’occupazione, l’autorganizzazione, la fiducia gli uni negli altri. In questi giorni a Gezi abbiamo imparato a lottare insieme nonostante le nostre molte differenze interne: contro i lacrimogeni, si’ ma anche contro la pioggia che ci allagava le tende. Insieme si vince una piazza, insieme si montano le barricate; e insieme si distribuiscono le coperte, si organizza il cibo, si smaltisce la spazzatura, si monta una radio, ci si reinventa una nuova quotidianita’. Come avete fatto voi in questi anni di occupazione in valle.
    Mentre i nostri compagni ad Ankara, Antakia, Adana, Izmir vengono attaccati in queste ore ancora una volta da quei poteri forti che noi di Istanbul abbiamo lasciato al di la’ delle barricate appena una settimana fa, noi in questa piazza che ora e’ nostra stiamo imparando a restare uniti e ad avere fiducia nella lotta che ci ha fatti incontrare. Non sappiamo quanto riusciremo a restare qui, non sappiamo ancora che ne sara’ della nostra resistenza dopo questi pochi giorni. Ma abbiamo imparato a lottare insieme. E che da qui si puo’ soltanto imparare ancora di piu’. E siamo sicuri che in questo vi siamo fratelli, nonostante la nostra distanza geografica.

    La vostra resistenza e’ la nostra resistenza e questo e’ soltanto l’inizio – la lotta continua!

    Müştereklerimiz

    http://mustereklerimiz.org/val-di-susa-direnisi/

  22. […] un articolo di wu-ming datato 3 giugno ma sempre utile per una riflessione http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=13323#more-13323 […]

  23. […] movimento è globale: non esistono lotte locali, anche se l’italocentrismo può farcene convincere. Siamo davvero fra gli ultimi not thinking […]