Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple

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La settimana scorsa The Morning Call, un quotidiano della Pennsylvania, ha pubblicato una lunga e dettagliata inchiesta – intitolata Inside Amazon’s Warehouse – sulle terribili condizioni di lavoro nei magazzini Amazon della Lehigh Valley. Il reportage, risultato di mesi di interviste e verifiche, sta facendo il giro del mondo ed è stato ripreso dal New York Times e altri media mainstream. Il quadro è cupo:
– estrema precarietà del lavoro, clima di perenne ricatto e assenza di diritti;
– ritmi inumani, con velocità raddoppiate da un giorno all’altro (da 250 a 500 “colli” al giorno, senza preavviso), con una temperatura interna che supera i 40° e in almeno un’occasione ha toccato i 45°;
– provvedimenti disciplinari ai danni di chi rallenta il ritmo o, semplicemente, sviene (in un rapporto del 2 giugno scorso si parla di 15 lavoratori svenuti per il caldo);
– licenziamenti “esemplari” su due piedi con il reprobo scortato fuori sotto gli occhi dei colleghi.
E ce n’è ancora. Leggetela tutta, l’inchiesta. Ne vale la pena. La frase-chiave la dice un ex-magazziniere: “They’re killing people mentally and phisically.

Jeff Bezos, fondatore, presidente e amministratore delegato di Amazon. INSEGVENDVM AB OPERARIIS FORCONIBVS.

A giudicare dai commenti in rete, molti cadono dalle nuvole, scoprendo soltanto ora che Amazon è una mega-corporation e Jeff Bezos un padrone che – com’è consueto tra i padroni – vuole realizzare profitti a scapito di ogni altra considerazione su dignità, equità e sicurezza.
Come dovevasi sospettare, il “miracolo”-Amazon (super-sconti, spedizioni velocissime, “coda lunga”, offerta apparentemente infinita) si regge sullo sfruttamento di forza-lavoro in condizioni vessatorie, pericolose, umilianti. Proprio come il “miracolo”-Walmart, il “miracolo”-Marchionne e qualunque altro miracolo aziendale ci abbiano propinato i media nel corso degli anni.
Quanto appena scritto dovrebbe essere ovvio, eppure non lo è. Il disvelamento non riguarda un’azienda qualsiasi, ma Amazon, sorta di “gigante buono” di cui – anche in Italia – si è sempre parlato in modo acritico, quando non adorante e populista.
The Morning Call ha rotto un incantesimo. Fino a qualche giorno fa, con poche eccezioni, i mezzi di informazione (e i consumatori stessi) accettavano la propaganda di Amazon senza l’ombra di un dubbio, come fosse oro colato. D’ora in poi, forse si cercheranno più spesso i riscontri, si faranno le dovute verifiche, si andranno a vedere eventuali bluff. Con il peggiorare della crisi, sembra aumentare il numero degli scettici.

Il problema di multinazionali che vengono percepite come “meno aziendali”, più “cool” ed eticamente – quasi spiritualmente – migliori delle altre riguarda molte compagnie associate a Internet in modo tanto stretto da essere identificate con la rete stessa. Un altro caso da manuale è Apple.

iPhone, iPad, youDie

L’anno scorso ha fatto scalpore – prima di essere sepolta da cumuli di sabbia e silenzio – un’ondata di suicidi tra gli operai della Foxconn, multinazionale cinese nelle cui fabbriche si assemblano iPad, iPhone e iPod.
In realtà le morti erano iniziate prima, nel 2007, e sono proseguite in seguito (l’ultimo suicidio accertato è del maggio scorso; un altro operaio è morto a luglio in circostanze sospette). A essersi uccisa, nel complesso, è una ventina di dipendenti. Indagini di vario genere hanno indicato tra le probabili cause tempi infernali di lavoro, mancanza di relazioni umane dentro la fabbrica e pressioni psicologiche da parte del management.
A volte si è andati ben oltre le pressioni psicologiche: il 16 luglio 2009, un dipendente 25enne di nome Sun Danyong si è gettato nel vuoto dopo aver subito un pestaggio da parte di una squadraccia dell’azienda. Sun era sospettato di aver rubato e/o smarrito un prototipo di iPhone.
Che soluzioni ha adottato la Foxconn per prevenire queste tragedie? Beh, ad esempio, ha installato delle “reti anti-suicidio”.
[Per approfondire questo tema, consiglio i link raccolti nella pagina di wikipedia e la visione del video divulgativo Deconstructing Foxconn]

Questi dietro-le-quinte del mondo Apple non ricevono molta attenzione, a paragone dei bollettini medici di Steve Jobs o di pseudo-eventi come l’inaugurazione, nella centralissima via Rizzoli di Bologna, del più grande Apple Store italiano (kermesse doverosamente smitizzata dal sempre ottimo Mazzetta). In quella circostanza, diverse persone hanno trascorso la notte in strada in attesa di entrare nel tempio. Costoro non sanno niente del connubio di lavoro e morte che sta a monte del marchio che venerano. Nel capitalismo, mettere la maggiore distanza possibile tra “monte” e “valle” è l’operazione ideologica per eccellenza.

Feticismo, assoggettamento, liberazione

Quando si parla di Rete, la “macchina mitologica” dei nostri discorsi – alimentata dall’ideologia che, volenti o nolenti, respiriamo ogni giorno – ripropone un mito, una narrazione tossica: la tecnologia come forza autonoma, soggetto dotato di un suo spirito, realtà che si evolve da sola, spontaneamente e teleologicamente. Tanto che qualcuno – non lo si ricorderà mai abbastanza – ha avuto la bella pensata di candidare Internet (che come tutte le reti e infrastrutture serve a tutto, anche a fare la guerra) al… Nobel per la Pace.

A essere occultati sono i rapporti di classe, di proprietà, di produzione: se ne vede solo il feticcio. E allora torna utile il Karl Marx delle pagine sul feticismo della merce (sottolineatura mia):

«Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi.»

“Forma fantasmagorica di un rapporto tra cose”. Come i computer interconnessi a livello mondiale. Dietro la fantasmagoria della Rete c’è un rapporto sociale determinato, e Marx intende: rapporto di produzione, rapporto di sfruttamento.
Su tali rapporti, la retorica internettiana getta un velo. Si può parlare per ore, giorni, mesi della Rete sfiorando solo occasionalmente il problema di chi ne sia proprietario, di chi detenga il controllo reale dei nodi, delle infrastrutture, dell’hardware. Ancor meno si pensa a quale piramide di lavoro – anche para-schiavistico – sia incorporata nei dispositivi che usiamo (computer, smartphone, Kindle) e di conseguenza nella rete stessa.

Ci sono multinazionali che tutti i giorni (in rete) espropriano ricchezza sociale e (dietro le quinte) vessano maestranze ai quattro angoli del mondo, eppure sono considerate… “meno multinazionali” delle altre.
Finché non ci si renderà conto che Apple è come la Monsanto, che Google è come la Novartis, che fare l’apologia di una corporation è la pratica narrativa più tossica che esista, si tratti di Google, FIAT, Facebook, Disney o Nestlé… Finché non ci si renderà conto di questo, nella rete ci staremo come pesci.
[N.B. A scanso di equivoci: io possiedo un Mac e ci lavoro bene. Ho anche un iPod, uno smartphone con Android e un Kindle. Chi fa il mio lavoro deve conoscere le modalità di fruizione della cultura e di utilizzo della rete. Ma cerco di non essere feticista, di non rimuovere lo sfruttamento che sta a monte di questi prodotti. E’ uno sforzo improbo, ma bisogna compierlo. Come spiegherò meglio sotto, la mia critica non si incentra sull’accusa di « incoerenza » del singolo e sul comportamento individuale del consumatore, su cui negli ultimi anni si è costruita una retorica sviante, ma sulla necessità di connettere l’attivismo in rete alle lotte che avvengono « a monte », nella produzione materiale.]

Per colpa del net-feticismo, ogni giorno si pone l’accento solo sulle pratiche liberanti che agiscono la rete – pratiche su cui, per essere chiari, noi WM scommettiamo tutti i giorni da vent’anni -, descrivendole come la regola, e implicitamente si derubricano come eccezioni le pratiche assoggettanti: la rete usata per sfruttare e sottopagare il lavoro intellettuale; per controllare e imprigionare le persone (si veda quanto accaduto dopo i riots londinesi); per imporre nuovi idoli e feticci alimentando nuovi conformismi; per veicolare l’ideologia dominante; per gli scambi del finanzcapitalismo che ci sta distruggendo.
In rete, le pratiche assoggettanti sono regola tanto quanto le altre. Anzi, a voler fare i precisini, andrebbero considerate regola più delle altre, se teniamo conto della genealogia di Internet, che si è evoluta da ARPAnet, rete informatica militare.

La questione non è se la rete produca liberazione o assoggettamento: produce sempre, e sin dall’inizio, entrambe le cose. E’ la sua dialettica, un aspetto è sempre insieme all’altro. Perché la rete è la forma che prende oggi il capitalismo, e il capitalismo è in ogni momento contraddizione in processo. Il capitalismo si affermò liberando soggettività (dai vincoli feudali, da antiche servitù) e al tempo stesso imponendo nuovi assoggettamenti (al tempo disciplinato della fabbrica, alla produzione di plusvalore). Nel capitalismo tutto funziona così: il consumo emancipa e schiavizza, genera liberazione che è anche nuovo assoggettamento, e il ciclo riparte a un livello più alto.

L'eolipila di Erone

La lotta allora dovrebbe essere questa: far leva sulla liberazione per combattere l’assoggettamento. Moltiplicare le pratiche liberanti e usarle contro le pratiche assoggettanti. Ma questo si può fare solo smettendo di pensare alla tecnologia come forza autonoma e riconoscendo che è plasmata da rapporti di proprietà e produzione, e indirizzata da relazioni di potere e di classe.
Se la tecnologia si imponesse prescindendo da tali rapporti semplicemente perché innovativa, la macchina a vapore sarebbe entrata in uso già nel I secolo a.C., quando Erone di Alessandria realizzò l’eolipila. Ma il modo di produzione antico non aveva bisogno delle macchine, perché tutta la forza-lavoro necessaria era assicurata dagli schiavi, e nessuno poté o volle immaginarne un’applicazione concreta.

E’ il feticismo della tecnologia come forza autonoma a farci ricadere sempre nel vecchio frame “apocalittici vs. integrati”. Al minimo accenno critico sulla rete, gli “integrati” ti scambieranno per “apocalittico” e ti accuseranno di incoerenza e/o oscurantismo. La prima accusa di solito risuona in frasi come: “Non stai usando un computer anche tu in questo momento?”; “Non li compri anche tu i libri su Amazon?”; “Ce l’hai anche tu uno smartphone!” etc. La seconda in inutili lezioncine tipo: “Pensa se oggi non ci fosse Internet…”
Nell’altro verso, ogni discorso sugli usi positivi della rete verrà accolto dagli “apocalittici” come la servile propaganda di un “integrato”.
Ricordiamoci sempre di Erone di Alessandria. La sua storia ci insegna che quando parliamo di tecnologia, e più nello specifico di Internet, in realtà stiamo parlando di altro, cioè dei rapporti sociali.

Insomma, torniamo a chiederci: chi sono i padroni della rete? E chi sono gli sfruttati nella rete e dalla rete?
Scoprirlo non è poi tanto difficile: basta leggere le “Norme di utilizzo” dei social network a cui siamo iscritti; leggere le licenze del software che utilizziamo; digitare su un motore di ricerca l’espressione “Net Neutrality”… E, dulcis in fundo, tenere in mente storie come quelle dei magazzini Amazon e della Foxconn.
Solo in questo modo, credo, eviteremo scemenze come la campagna “Internet for Peace” o, peggio, narrazioni del futuro orrende, di “totalitarismo soffice”, come quella che emerge dal famigerato video della Casaleggio & Associati intitolato Gaia: The Future of Politics.

Non illudiamoci: saranno conflitti durissimi a stabilire se all’evoluzione di Internet corrisponderà un primato delle pratiche di liberazione su quelle di assoggettamento, o viceversa.

Il lavoro (di merda) incorporato nel tablet

Steve Jobs, ex-CEO di Apple, con l'Ipad.

Ultimamente, chi ritiene che nel capitalismo odierno non valga più la teoria marxiana del valore-lavoro fa l’esempio dell’iPad, e dice: il lavoro fisico compiuto dall’operaio per assemblare un tablet è poca roba, il valore del tablet è dato dal software e dalle applicazioni che ci girano sopra, quindi dal lavoro mentale, cognitivo, di ideazione e programmazione. Lavoro che “sfugge” da ogni parte, inquantificabile in termini di ore di lavoro.
Ciò metterebbe in crisi l’idea marxiana che – taglio con l’accetta – il valore di una merce sia dato dalla quantità di lavoro che essa incorpora, o meglio: dal tempo di lavoro socialmente necessario per produrla. Per “tempo socialmente necessario” Marx intende il tempo medio utilizzato dai produttori di una data merce in una data fase dello sviluppo capitalistico.

Non sono un esperto di economia politica, ma mi sembrano due livelli coesistenti. Forse la teoria del valore-lavoro viene liquidata troppo in fretta. Io credo che il suo nocciolo di senso (nocciolo “filosofico” e concretissimo) permanga anche col mutare delle condizioni.

Oggi il lavoro è molto più socializzato che ai tempi di Marx e i processi produttivi ben più complessi (e il capitale più condizionato da limiti esterni, cioè ambientali), eppure chi fa quest’esempio accorcia il ciclo e isola l’atto dell’assemblaggio di un singolo iPad. Mi sembra un grosso errore metodologico.
Andrebbe presa in considerazione la mole di lavoro lungo l’intero ciclo produttivo di un’intera infornata di tablet (o di laptop, di smartphone, di e-reader, quel che vi pare). Come giustamente diceva Tuco nella discussione in cui ha iniziato a prendere forma il presente intervento:

«Uno dei punti essenziali è che tutta la baracca non si potrebbe mai mettere in movimento per produrre cento iPad. Se ne devono produrre almeno cento milioni. A prima vista potrebbe sembrare che il lavoro intellettuale necessario per sviluppare il software dell’iPad generi di per sé valore, indipendentemente dal resto del ciclo produttivo. Questo però vorrebbe dire che il valore generato da questo lavoro intellettuale è indipendente dal numero di iPad che vengono prodotti. In realtà non è così. Se non facesse parte di un ciclo che prevede la produzione con modalità fordiste di cento milioni di iPad, quel lavoro intellettuale non genererebbe praticamente nessun valore.»

Fissato questo punto, nel considerare quanto lavoro vada a incorporarsi in un tablet si può:
1) partire dal reperimento di una materia prima come il litio. Senza di esso non esisterebbero le batterie ricaricabili dei nostri gadget. In natura non esiste in forma “pura”, e il processo per ottenerlo è costoso e impattante per l’ambiente.
[Tra l’altro, il 70% dei giacimenti mondiali è in fondo ai laghi salati della Bolivia, e il governo boliviano non ha alcuna intenzione di svenderlo. Oltre a questi problemi geopolitici, ci si mettono pure i terremoti. Questa fase primaria del ciclo pare destinata a complicarsi e a richiedere più lavoro.];
2) prendere in considerazione le nocività esperite da chi lavora nell’industria petrolchimica che produce i polimeri necessari;
3) considerare il lavoro senza tutele degli operai che assemblano i dispositivi (di come si lavora alla Foxconn abbiamo già parlato sopra);
4) arrivare fino al lavoro (indegno, nocivo, ai limiti del disumano) di chi “smaltisce” la carcassa del laptop o del tablet in qualche discarica africana. Trattandosi di una merce a obsolescenza rapida e soprattutto pianificata, questo lavoro è già incorporato in essa, fin dalla fase della progettazione.

Prendendo in considerazione tutto questo, si vedrà che di lavoro fisico (lavoro di merda, sfruttato, sottopagato, nocivo etc.) un’infornata di iPad ne incorpora parecchio, e con esso incorpora una grande quantità di tempo di lavoro. E non vi è dubbio che si tratti di tempo di lavoro socialmente necessario: oggi gli iPad si producono così e in nessun altro modo.
Senza questo lavoro, il general intellect applicato che inventa e aggiorna software, semplicemente, non esisterebbe. Quindi non produrrebbe alcun valore. Se “per fare un tavolo ci vuole il legno”, per fare il tablet ci vuole l’operaio (e prima ancora il minatore etc.). Senza gli operai e il loro lavoro, niente valorizzazione della merce digitale, niente quotazione di Apple in borsa etc. Azionisti e investitori danno credito alla mela perché produce, valorizza e vende hardware e gadget, e ogni tanto fa un nuovo “colpo”, mettendo sul mercato un nuovo “gioiellino”. E chi lo fa il gioiellino?

Se sia ancora possibile una precisa contabilità in termini di ore-lavoro, non sono in grado di dirlo. Ripeto: non sono un esperto di economia politica. Ma so che quando gettiamo nell’immondizia un telefonino perfettamente funzionante perché il nuovo modello “fa più cose”, stiamo buttando via una porzione di vita e fatica di una gran massa di lavoratori, sovente pagati con due lire e – nella migliore delle ipotesi – un calcio nel culo.

Intelligenza collettiva, lavoro invisibile e social media

Quel che sto cercando di dire lo anticipava già Marx nel Capitolo VI inedito del Capitale (ed. it. Firenze, 1969, la citazione che segue è alle pagg. 57-58). Il passaggio è denso perché, appunto, è uno di quei testi che Marx non rivide per la pubblicazione:

«L’incremento delle forze produttive sociali del lavoro, o delle forze produttive del lavoro direttamente sociale, socializzato (reso collettivo) mediante la cooperazione, la divisione del lavoro all’interno della fabbrica, l’impiego delle macchine e in genere, la trasformazione del processo di produzione in cosciente impiego delle scienze naturali, della meccanica, della chimica ecc. e della tecnologia per dati scopi, come ogni lavoro su grande scala a tutto ciò corrispondente […] questo incremento, dicevamo, della forza produttiva del lavoro socializzato in confronto al lavoro più o meno isolato e disperso dell’individuo singolo, e con esso l’applicazione della scienza – questo prodotto generale dello sviluppo sociale – processo di produzione immediato, si rappresentano ora come forza produttiva del capitale anziché come forza produttiva del lavoro, o solo come forza produttiva del lavoro in quanto identico al capitale; in ogni caso, non come forza produttiva del lavoratore isolato e neppure dei lavoratori cooperanti nel processo di produzione.
Questa mistificazione, propria del rapporto capitalistico in quanto tale, si sviluppa ora molto più di quanto potesse avvenire nel caso della pura e semplice sottomissione formale del lavoro al capitale.»

In sostanza, Marx dice che:

1) la natura collettiva e cooperativa del lavoro viene realmente sottomessa (a volte si traduce con “sussunta”) al capitale, cioè è una natura collettiva specifica, che prima del capitale non esisteva.
La“sottomissione reale” del lavoro al capitale è contrapposta da Marx alla “sottomissione formale“, tipica degli albori del capitalismo, quando il capitale sottometteva tipologie di lavoro pre-esistenti: la tessitura manuale, i processi del lavoro agricolo etc. “Sottomissione (o sussunzione) reale” significa che il capitale rende forza produttiva una cooperazione sociale che non pre-esisteva a esso, perché non pre-esistevano a esso gli operai, il lavoro salariato, le macchine, le nuove reti di trasporto e distribuzione.

2) Quanto più è avanzato il processo produttivo (grazie all’applicazione di scienza e tecnologia), tanto più mistificata sarà la rappresentazione (oggi qualcuno direbbe la narrazione) della cooperazione produttiva.

Ora cerchiamo nell’oggi gli esempi di questa formulazione: la produzione di senso e di relazioni in Internet non è considerata forza produttiva di lavoratori cooperanti; tantomeno l’ideologia dominante permette di riconoscere il lavoro del singolo. Questa produzione viene (truffaldinamente, mitologicamente) attribuita direttamente al capitale, allo “spirito d’impresa”, al presunto genio del capitalista etc. Per esempio, si dice che dobbiamo a una “intuizione” di Mark Zuckerberg se oggi grazie a Facebook bla bla bla.
Altrettanto spesso tale produzione di senso viene considerata, come dice Marx, “forza produttiva del lavoro in quanto identico al capitale”. Traduciamo: lo sfruttamento viene occultato dietro la facciata di un lavoro in rete autonomo, non subordinato, fatto tutto di autoimprenditoria e/o libera contrattazione e/o comunque molto più “cool” dei lavori “tradizionali” etc., quando invece la produzione di contenuti in rete va avanti anche grazie al lavoro subordinatissimo di masse di “negri” – nel senso di “autori-fantasma” – che lavorano a cottimo, come racconta Adrianaaaa a proposito di Odesk.com.

Esiste, per usare un’espressione marxiana, la “Gemeinwesen”, una tendenza dell’essere umano al comune, alla comunità e alla cooperazione? Sì, esiste. E’ sempre rischioso usare quest’espressione, ma se c’è un universale antropologico, beh, è questo. “Compagnevole animale”, così Dante traduce lo “zòon politikon” di Aristotele (lo ricorda Girolamo De Michele nel suo ultimo libro Filosofia) e le neuroscienze stanno dimostrando che siamo… “cablati” per la gemeinwesen (la scoperta dei neuroni specchio etc.)
Nessun modo di produzione ha sussunto e reso produttiva la tendenza umana alla cooperazione con la stessa forza del capitalismo.
Oggi l’esempio più eclatante di cooperazione sussunta – e al tempo stesso di lavoro invisibile, non percepito come tale – ce lo forniscono i social media.

Mark Zuckerberg. INSEGVENDVM DEINDE COSPARGENDVM CATRAME PLVMISQUE.

Sto per fare l’esempio di Facebook. Non perché gli altri social media siano “meno malvagi”, ma perché al momento è il più grosso, è  quello che fa più soldi ed è – come dimostra la recentissima ondata di nuove opzioni e implementazioni – il più avvolgente, pervasivo ed espansionista. Facebook si muove come se volesse inglobare tutta la rete, sostituirsi ad essa. E’ il social network par excellence, dunque ci fornisce l’esempio più chiaro.

Sei uno degli oltre settecento milioni di utenti che usa Facebook? Bene, vuol dire che quasi ogni giorno produci contenuti per il network: contenuti di ogni genere, non ultimo contenuti affettivi e relazionali. Sei parte del general intellect di Facebook. Insomma, Facebook esiste e funziona grazie a quelli come te. Di cos’è il nome Facebook se non di questa intelligenza collettiva, che non è prodotta da Zuckerberg e compagnia, ma dagli utenti?

Tu su Facebook di fatto lavori. Non te ne accorgi, ma lavori. Lavori senza essere pagato. Sono altri a fare soldi col tuo lavoro.

Qui il concetto marxiano che torna utile è quello di “pluslavoro”. Non è un concetto astruso: significa “la parte di lavoro che, pur producendo valore, non si traduce in salario ma in profitto del padrone, in quanto proprietario dei mezzi di produzione”.
Dove c’è profitto, vuol dire che c’è stato pluslavoro. Altrimenti, se tutta la quota di lavoro fosse remunerata in base al valore che ha creato, beh… sarebbe il comunismo, la società senza classi. E’ chiaro che il padrone deve pagare in salari meno di quel che trarrà dalla vendita delle merci. “Profitto” significa questo. Significa pagare ai lavoratori meno del valore reale del lavoro che svolgono.
Per vari motivi, il padrone può anche non riuscire a venderle, quelle merci. E quindi non realizzare profitti. Ma questo non significa che i lavoratori non abbiano erogato pluslavoro. L’intera società capitalistica è basata su plusvalore e pluslavoro.

Su Facebook il tuo lavoro è tutto pluslavoro, perché non vieni pagato. Zuckerberg ogni giorno si vende il tuo pluslavoro, cioè si vende la tua vita (i dati sensibili, i pattern della tua navigazione etc.) e le tue relazioni, e guadagna svariati milioni di dollari al giorno. Perché lui è il proprietario del mezzo di produzione, tu no.
L’informazione è merce. La conoscenza è merce. Anzi, nel postfordismo o come diavolo vogliamo chiamarlo, è la merce delle merci. E’ forza produttiva e merce al tempo stesso, proprio come la forza-lavoro. La comunità che usa Facebook produce informazione (sui gusti, sui modelli di consumo, sui trend di mercato) che il padrone impacchetta in forma di statistiche e vende a soggetti terzi e/o usa per personalizzare pubblicità, offerte e transazioni di vario genere.
Inoltre, lo stesso Facebook, in quanto rappresentazione della più estesa rete di relazioni sul pianeta, è una merce. L’azienza Facebook può  vendere informazione solo se, al contempo e senza sosta, vende quella rappresentazione di se stessa. Anche tale rappresentazione è dovuta agli utenti, ma a riempirsi il conto in banca è Zuckerberg.
Ovviamente, il genere di « lavoro » appena descritto non è comparabile, per fatica e sfruttamento, al lavoro materiale descritto nei primi paragrafi di questo testo. Inoltre, gli utenti di Facebook non costituiscono una « classe ». Il punto è che dobbiamo in ogni momento tenere in considerazione sia la fatica che sta alla base della produzione dell’hardware, sia la continua privatizzazione predatoria di intelligenza collettiva che avviene in rete. Come scrivevo sopra: « I due livelli coesistono ». La valorizzazione dipende da entrambe le attività, vanno visualizzate e analizzate insieme.

Non c’è dentro e fuori

Se dopo questo discorso qualcuno mi chiedesse: “Allora la soluzione è stare fuori dai social media?”, oppure: « La soluzione è usare soltanto il software libero? », o ancora: « La soluzione è non comprare certe macchine? », risponderei che la questione è mal posta.
Certamente, costruire dal basso social media diversi, funzionanti con software libero e non basati sul commercio di dati sensibili e relazioni, è cosa buona e giusta. Ma lo è anche mantenere una presenza critica e informativa nei luoghi dove vive e comunica la maggioranza delle persone, magari sperimentando modi conflittuali di usare i network esistenti.
Dura da troppo tempo l’egemonia di un dispositivo che « individualizza » la rivolta e la lotta, ponendo l’accento prevalentemente su quel che può fare il consumatore (questo soggetto continuamente riprodotto da precise tecnologie sociali): boicottaggio, consumo critico, scelte personali più radicali etc. Le scelte personali sono importanti, ma
1) troppo spesso questo modo di ragionare innesca una gara a chi è più « coerente » e più « puro », e ci sarà sempre qualcuno che metterà in mostra scelte più radicali delle mie: il vegano attacca il vegetariano, il frugivoro crudista attacca il vegano etc. Ciascuno rivendica di essere più « fuori », più « esterno » alla valorizzazione, immagine del tutto illusoria;
2) Il consumatore è l’ultimo anello della catena distributiva, le sue scelte avvengono alla foce, non alla sorgente. E forse andrebbe consigliata più spesso la lettura di un testo « minore » di Marx, la Critica del programma di Gotha, dove si critica il « socialismo volgare » che parte dalla critica della distribuzione anziché da quella della produzione.

Sto provando a spiegare, da un po’ di tempo a questa parte, che secondo me le metafore spaziali (come il “dentro” e il “fuori”)  sono inadeguate, perchè è chiaro che se la domanda è: “dov’è il fuori?”, la risposta – o l’assenza di risposta – può solo essere paralizzante. Perchè è già paralizzante la domanda.

Forse è più utile ragionare ed esprimersi in termini temporali.
Si tratta di capire quanto tempo di vita (quanti tempi e quante vite) il capitale stia rubando anche e soprattutto di nascosto (perché tale furto è presentato come “natura delle cose”), diventare consapevoli delle varie forme di sfruttamento, e quindi lottare nel rapporto di produzione, nelle relazioni di potere, contestando gli assetti proprietari e la “naturalizzazione” dell’espropriazione, per rallentare i ritmi, interrompere lo sfruttamento, riconquistare pezzi di vita.

Non è certo nuovo, quel che sto dicendo: un tempo si era soliti chiamarla “lotta di classe”. In parole povere: gli interessi del lavoratore e del padrone sono diversi e inconciliabili. Qualunque ideologia che mascheri questa differenza (ideologia aziendalistica, nazionalistica, razziale etc.) è da combattere.
Pensiamo agli albori del movimento operaio. Un proletario lavora dodici-quattordici ore al giorno, in condizioni bestiali, e la  sua sorte è condivisa anche da bambini che non vedono mai la luce del sole. Cosa fa? Lotta. Lotta finché non strappa le otto ore, la remunerazione degli straordinari, le tutele sanitarie, il diritto di organizzazione e di sciopero, la legislazione contro il lavoro minorile… E si riappropria  di una parte del suo tempo, e afferma la sua dignità, finché queste conquiste non saranno di nuovo messe in discussione e toccherà lottare di nuovo.

Già renderci conto che il nostro rapporto con le cose non è neutro né innocente, trovarci l’ideologia, scoprire il feticismo della merce, è una conquista: forse cornuti e mazziati lo siamo comunque, ma almeno non “cornuti, mazziati e contenti”. Il danno resta, ma almeno non la beffa di crederci liberi in ambiti dove siamo sfruttati.
Trovare sempre i dispositivi che ci assoggettano, e descriverli cercando il modo di metterli in crisi.

La merce digitale che usiamo incorpora sfruttamento, diventiamone consapevoli. La rete si erge su gigantesche colonne di lavoro invisibile, rendiamolo visibile. E rendiamo visibili le lotte, gli scioperi. In occidente se ne parla ancora poco, ma in Cina gli scioperi si fanno e si faranno sempre di più.
Quando uno sfigato diventa un tycoon, andiamo a vedere su quali teste ha camminato per arrivare dov’è, quale lavoro ha messo a profitto, quale pluslavoro non ha ricompensato.
Quando parlo di “defeticizzare la rete”, intendo l’acquisizione di questa consapevolezza. Che è la precondizione per stare “dentro e contro”, dentro in modo conflittuale.

E se stiamo “dentro e contro” la rete, forse possiamo trovare il modo di allearci con coloro che sono sfruttati a monte.
Un’alleanza mondiale tra “attivisti digitali”, lavoratori cognitivi e operai dell’industria elettronica sarebbe, per i padroni della rete, la cosa più spaventosa.
Le forme di quest’alleanza, ovviamente, sono tutte da scoprire.

Wu Ming 1

N.B. I brani in rosso sono aggiunte al testo scritte il 3 ottobre 2011, per le traduzioni in francese, inglese e spagnolo, in seguito integrate nella versione originale.

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529 commenti su “Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple

  1. Forse dico l’ovvio a proposito di Cina, scioperi e internet…
    Come si sa internet in Cina è controllato, Facebook, blogspot, twitter e similari sono bloccati e al posto loro sono sponsorizzati dalle autorità dei cloni come RenRen o Weibo. Quindi, la rete come mezzo di controllo politico sociale (e di protezionismo economico, ma è quasi un altro discorso). D’altra parte, la sponsorizzazione da parte delle stesse autorità dell’uso di internet in generale e di questi cloni in particolare ha prodotto milioni di utilizzatori che sanno utilizzare la loro lingua per aggirare i blocchi sulle parole chiare in modo di poter parlare, per esempio, del recente disastro ferroviario di Wenzhou o dell’ondata di scioperi in questo mese a Guangzhou… Ecco, se l’obiettivo è costruire un nesso tra “noi” e “loro” la prima cosa è togliersi dalla testa un bel po’ di pregiudizi, che la Cina sia un paese senza conflitto sociale o il suo luogo comune uguale e contrario, che il conflitto sociale in Cina sia mirato e immediatamente prossimo a rovesciare il governo, che la rete cinese non ha potenziale liberatorio, che l’unico potenziale liberatorio consista nel contatto salvifico con i nostri social network, che il controllo politico sia sempre più stretto sulla rete…
    Spero di non esser stato troppo banale!

  2. […] un articolo della Wu-Ming foundation, che affronta di petto un dibattito che mi è caro e di cui si legge poco. […]

  3. (grazie per la citazione!)

    segnalo questo articolo di monbiot sul guardian, a proposito dello sfruttamento del lavoro intellettuale da parte delle multinazionali dell’ editoria scientifica.

    (dimenticate per un momento le incredibili stronzate che monbiot ha scritto sul nucleare nei giorni di fukushima. quel che scrive in questo articolo e’ tutto vero)

    http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/aug/29/academic-publishers-murdoch-socialist

  4. […] Segnalo, a proposito e non a proposito, un gran pezzo di Wu Ming 1 sul Feticismo della merce digitale. […]

  5. Capolavoro.
    Anche perché questo scritto ha un pregio che ho trovato in pochissimi saggi di questo tipo: parla con competenza di queste contraddizioni dal punto di vista del consumatore di merci informatiche-elettroniche-telematiche, ma non si illude che si possano risolvere queste contraddizioni soltanto dal punto di vista del consumatore. Invece del paternalismo del consumatore “sensibile” verso l’operaio che produce la merce, propone una *alleanza*, dove quelli che hanno da imparare sono semmai soprattutto i consumatori.
    Chapeau.

  6. Sono feticista solo di un tipo di merce: è fatta di legno e ha sei piccole listelle di metallo che la percorrono.

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  9. -Tra i tanti meriti di questo post c’è anche quello di conservare grande importanza, pure strappando crudelmente via da esso l’interpretazione marxista. E’, inteso in quest’ottica miope, un ottimo resconto e punto di ritrovo di cose raramente raccontate e subito dimenticate. Anche se questo complimento non è gradito, mi pare doveroso farlo, perché troppo spesso leggo saggi dove l’ideologia e l’interpretazione filosofica del reale mettono la quinta mentre documentazione, case studies, e insomma fatti e realtà, dietro stentano.
    -Mi pare sia anche un altro frutto del lungo ripensamento delle posizioni sul “capitalismo cognitivo” di Negri e Hardt. Con altro chiodo sulla bara del loro ottimismo, insomma e purtroppo.
    -Un tema che è solo implicito è invece quel capriccio teologico della merce che possiamo chiamare, con Benjamin, la produzione del sempre nuovo come sempre uguale. Resta infatti vero che le merci sono sempre più cariche di tecnologia, ma la tecnologia più raffinata è quella dell’obsolescenza programmata. Il gettare via lontano dagli occhi (vd., oltre al filmato della BBC, anche Andrew McConnell – Rubbish Dump 2.0 http://bit.ly/rcoXn5) fa cioè parte di un sistema integrato per la produzione e riattivazione continua dello stesso “sempre nuovo” desiderio (uh, l’Ipad 2…). E le discariche africane di smaltimento merce sono tanto tenute nascoste quanto le varie forme di lavoro per produzione merce, perché il sempre nuovo deve oggi apparire sempre più immateriale, di modo che la nostra coscienza ecologista non si turbi nel consumo (anzi siamo tutti lì a deliziarci del comunicato stampa con l’impatto zero di Google e compagnia bella).
    – Segnalo solo su Fb che il nuovo sistema di “frictionless sharing” (lanciato al f8, vd. ottimo resoconto http://bit.ly/pFWe7L ) è appunto un altro tassello in questa strategia di “occultamento del lavoro”, ovvero dello UGC (il contenuto generato dagli utenti, che poi è la grande trovata del 2.0 come sistema economico). Perché adesso non hai neanche bisogno più di cliccare lo share, fa già tutto da solo “magicamente” e “senza fatica”, senza frizione e senza scontro…

  10. Illuminanti le riflessioni di WM1 sulla necessità di defeticizzazione della rete. Disvelare le pratiche di sfruttamento e la longa manus dell’ideologia dominante nella produzione di contenuti digitali è necessariamente il primo passo per immaginare un uso conflittuale degli strumenti esistenti.
    Detto ciò, intervengo per integrare da “dentro” la segnalazione di Tuco.
    Oltre allo sfruttamento dei contenuti intellettuali della comunità accademica e scientifica da parte dei grandi publisher attraverso una forma di appropriazione per fini commerciali, credo sia anche importante notare
    che la produzione tecnica stessa di tali contenuti editoriali e lo sviluppo/mantenimento delle infrastrutture per la loro fruizione richiedono molto di quel lavoro mentale che genera esso stesso valore, e quindi profitto.
    Buona parte di quel lavoro è ormai da una decina di anni esternalizzato in paesi asiatici e africani secondo la consueta prassi della globalizzazione consentendo così ai publisher profitti enormi (costi di produzione abbattuti anche dell’80%) nonché ritmi produttivi spaventosi che garantiscono archivi online con ormai milioni di pubblicazioni (coperte da copyright, ovviamente).
    L’alleanza auspicata sopra è sempre più urgente.

  11. Fare una ricerca su Google e muovere i server di Mountain View comporta l’emissione di 7 grammi di anidride carbonica.
    Per ritrovare questo dato (che avevo letto da qualche parte un paio di anni fa e che farebbe impallidire quelli che comprano prodotti a chilometro zero ma magari smanettano tutto il giorno online) ho fatto due ricerche su Google. Il che equivale a emettere la stessa quantità di Co2 che serve per far bollire una teiera. Non abbiamo nessuna intenzione di smettere di usare la rete (siamo “dentro e contro”, scrive WuMing1), ma questo dato smentisce la vulgata della rete e dell’informatica come tecnologie “lisce” e “pulite”.
    Tuttavia, rimane il fatto che – come ha argomentato ad esempio Christian Marazzi – quando parliamo di computer ci troviamo di fronte a “macchine linguistiche”. Perché se è vero che bisogna evitare il rischio di considerare la rete come forma “buona” di produzione e consumo, è vero anche che si deve sfuggire alla tentazione di descrivere il lavoro come pura alienazione, come prestazione meccanica e schiavistica, che non contiene e sussume nessuna delle qualità “propriamente umane” come la parola, la tendenza ad agire insieme, persino la speranza di faticare di meno (che spesso è foriera di innovazioni).
    Aggiungo che il discorso di WuMing1 diventa fondamentale adesso. E non solo perché siamo nell’occhio del ciclone della crisi. Anche perché negli anni passati il nemico numero uno era un altro. Abbiamo assistito allo scontro tra due modelli di capitalismo digitale: quello, ottuso e poco elastico, del copyright e di Microsoft e quello “comunitario” di Google prima e di Facebook e dei social network poi. Mentre Bill Gates pensava di far soldi ancora “solo” vendendo una merce bella e pronta, Page&Brin hanno arguito di giocare sulla capacità dei propri algoritmi di impossessarsi della cooperazione in rete.
    Proprio oggi, Carlo Formenti racconta sul Corriere della sera di come Google sia finito sotto inchiesta per razzismo: un avvocato ha scoperto che basta registrarsi ai servizi Gmail con nomi afroamericani o ispanici per vedere comparire sul proprio monitor inserzioni pubblicitarie di prodotti “di serie B”: lavori dequalificati, mutui più gravosi e scuole di qualità scadente.
    Ciò è odioso, ma non toglie il fatto che per fare soldi a Mountain View debbano costruire una strana forma di capitalismo. Questo modello, furbo e duttile, ha imposto la sua logica a quello di Microsoft: devono aumentare la socializzazione e i beni comuni (i libri disponibili online su GoogleBooks, i video consultabili su YouTube ecc ecc), i servizi disponibili, l’accesso a beni, devono invitare la gente a comunicare e mettersi in relazione.
    Il 9 per cento di berlinesi che ha votato a favore del “partito dei pirati” contiene questa contraddizione: chiede massima libertà, rivendica la tutela della privacy (contro le intercettazioni, andatelo a dire a Travaglio) perché ha “imparato” queste cose in rete. Il passaggio successivo consiste nel fargli capire che bisogna rivendicare anche diritti e garanzie dai padroni, quelli materiali e quelli immateriali.

  12. […] Non riporto per intero il lungo articolo: mi limito ad una breve quanto significativa citazione invitandovi caldamente a proseguire la lettura direttamente su GIAP. […]

  13. Non posso che aggiungermi ai complimenti che fioccano per questo post, che andrà discusso a lungo, e aggiornato mi sento di suggerire. Giacchè individua “nodi” fondamentali, tendenze che già sono realtà cruciali, e inaugura un lavoro capillare di descrizione che non può, non deve fermarsi. Per intervenire in maniera decisiva sulla percezione degli strumenti che usiamo ogni giorno, senza inficiarne potenzialità e pratiche liberatorie, tutt’altro. Ma che renda noto, a ciascuno di noi, che tutto ciò avviene in un “campo di forze” di enorme strategicità. Questo E’ il Capitale oggi, e molto di più domani.
    Nulla, in questo campo, ci verrà dato gratis.
    Inoltre, mi sento di aggiungere, la sensibilittà e la capacità di confrontarsi con le tematiche qui sollevate, sarà il banco primario di valutazione per le soggettività e gli aggregati politici che stanno nascendo, e continueranno a strutturarsi, dentro e intorno alla ‘rete’. Svelandone ambiguità, connivenze e consistenza reale.
    Grande intervento, davvero.
    L.

  14. Molto bello tutto il post, importante e urgente. Durante la sua lettura, in diversi passaggi, mi è venuto spontaneo collegare quest’analisi sul feticismo della merce digitale e lo sfruttamento a quella sulla composizione del lavoro in Italia, ma non solo, operata dal mai citato a sufficienza Sergio Bologna. Oramai già cinque anni fa Bologna – che non dimentica Marx e non dimentica nemmeno di fustigare i marxisti, tanto da dichiarare in un’intervista del 2010 che “Marx è uno straordinario pensatore, a saperlo leggere, peccato che sia stato rovinato dai marxisti” – partendo dalla demistificazione del lavoro, riportandolo alle sue condizioni materiali, alla sua condizione materiale di sfruttamento, proponeva in un articolo intitolato Uscire dal vicolo cieco una coalizione tra lavoro autonomo, lavoro precario e lavoro “di conoscenza”, cosa che ricorda molto l’alleanza che WM1 propone in conclusione del post…

    Si trova ancora, qui: http://bit.ly/nI4O5i

    Non è andata molto bene in questo senso, in questi anni… ma mi pare ancora la strada giusta.

  15. Grazie per la chiarezza. Veramente .
    Un po’ ot : da donna, sottoscrivo largamente – cioè proprio in maniera allargata, questa frase:
    “Il danno resta, ma almeno non la beffa di crederci liberi in ambiti dove siamo sfruttati. Trovare sempre i dispositivi che ci assoggettano, e descriverli cercando il modo di metterli in crisi” ? :-)

  16. Davvero un bellissimo pezzo. E’ ben vero che non ci sono un fuori e un dentro. Ci sono però diversi modi differenti possibili o già realizzati, che s’intersecano e interagiscono positivamente o nocivamente, e anche (forse più spesso) che si ignorano, proprio assumendo la dimensione erronea del fuori/dentro. Non esiste secondo me una consapevolezza di questi meccanismi senza la pratica che cerca di scardinarli. I due poli nella dicotomia apocalittici/integrati, per quanto apparentemente opposti, producono lo stesso risultato: l’inazione. Bisognerebbe rifiutare ogni rappresentazione di questo tipo e cominciare a diffondere altre dicotomie, come quella tra fare qualcosa per aumentare la consapevolezza di queste contraddizioni e non farlo.
    E proprio per lo stesso motivo per cui non c’è un fuori/dentro, le pratiche possibili non funzioneranno se si limiteranno ad agire “dentro” la rete.

  17. @mr mills
    Forse io non ho capito niente, ma mi pare che la lettura di WM1 vada proprio nella direzione opposta a certe suggestioni di cui cade vittima anche Bologna. Il tablet è un prodotto industriale fatto da operai “fordisti”, i lavoratori cognitivi (come il sottoscritto, che però è inquadrato in modo molto “tradizionale” con un bel contratto metalmeccanico a tempo indeterminato) certamente c’entrano, ma il loro ruolo è subordinato alla produzione materiale in fabbrica, al reperimento delle materie prime nelle miniere, alla distribuzione via nave, treno, aeroplano e camion dei prodotti, al flusso dei dati attraverso server caldi e rumorosi, mediante giganteschi cavi che attraversano gli oceani, tramite satelliti metallici spediti fisicamente in orbita ecc. Insomma, tutta roba per niente immateriale che continua a dettare i ritmi del capitalismo e dei suoi schiavi e mantiene in vita la legge del valore come “tempo di lavoro socialmente necessario” in una forma non così diversa da quella ottocentesca.
    Non si tratta di accademia, perché capire questo significa capire chi sono i soggetti dell’alleanza che viene proposta. Tu dici “lavoratori autonomi, precari e cognitivi”, che a me sembra una descrizione ancora una volta ideologica del mondo reale della produzione in aziende come Amazon o Apple, dove una parte decisiva del lavoro e dello sfruttamento (e quindi dell’estrazione di profitto) cade sulle spalle di operai salariati manuali. Sono questi gli “intrusi” di cui ci fa dimenticare l’ideologia di Internet come regno del “giovane, immateriale e libero” – ideologia che io vedo riflessa nella sua superficiale critica “precario-cognitiva-postfordista”. Sono questi intrusi invece che possono costituire le “truppe pesanti” dell’alleanza che ha immaginato WM1 e rompere, insieme al giocattolo ideologico, anche il micidiale meccanismo reale.

  18. @Mauro Vanetti & mr mills
    L’ultima parte del pezzo invita a un’alleanza più larga di quella tra lavoratori autonomi, precari e cognitivi. Quest’ultima rischia di essere il vero vicolo cieco, se non tiene conto di tutto il lavoro tradizionale, operaio e di sfruttamento od-style, che ancora sta incorporato in oggetti il cui valore sarebbe solo immateriale, secondo una certa analisi.
    Il primo passo di tale alleanza allargata è senz’altro la consapevolezza.
    E il secondo?

  19. Complimenti per l’articolo, acuto e chiarissimo come sempre.

    Un piccolo contributo, giusto per ricordare che la mistificazione sulla presunta “proprietà collettiva realizzata” dei mezzi di produzione data a ben prima dell’ottimismo su internet come mezzo “aperto”, gratuito e libero.

    Nel 1922 l’economista austriaco Ludwig von Mises scrisse un’opera, “Socialismo”, che rappresenta forse una delle offensive più radicali e coerenti contro il pensiero socialista, condotta da un punto di vista liberale in estrema difesa del libero mercato e della proprietà privata dei mezzi di produzione.

    Ora, nel primo capitolo dell’opera, dedicato all’analisi della proprietà, Mises distinuge fra “possesso fisico” e “possesso sociale” dei mezzi di produzione. Le conseguenze che ricava da questa distinzione sono incredibili…

    Uno dei tratti caratterizzanti del pensiero dei liberali austriaci è l’universalizzazione della figura del “consumatore”, che sta alla sfera economica come quella del “cittadino” sta alla sfera politica: in entrambi i casi, il riconoscimento dell’universalità di queste figure, viene utilizzato come base del concetto di “democrazia”, intesa in senso economico (dove essa si realizzerebbe attraverso le libere scelte nel mercato) o in senso politico (dove invece si realizza attraverso il voto).

    Il ragionamento di Mises è il seguente: siccome sono i consumatori, con le loro scelte, ad indirizzare l’impiego dei mezzi di produzione (che i “proprietari fisici” si limitano pertanto ad “amministrare”), ne conseguirebbe che i mezzi di produzione, dal punto di vista generalmente sociale, non sono sottoposti ad alcuna “proprietà esclusiva”. Tutti i consumatori (che sono poi gli stessi fornitori dei fattori della produzione – terra, capitale e lavoro – astratti dal loro ruolo nella produzione, e proiettati “dall’altro lato della barricata”) sono, pertanto, “proprietari” dei mezzi di produzione.

    Poi ovviamente Mises si riserva di ricorrere al concetto di “proprietario” solo per quanto concerne la “proprietà fisica” effettiva, allo scopo di non creare “confusione”… ma, sotto tantissimi punti di vista, il ragionamento che fa è un esempio cristallino di feticizzazione e di falsa coscienza. Un po’ l’archetipo, mi sembra, di tutte le attuali esaltazioni della rete (che, stringi stringi, è alla fin fine un mezzo di produzione) come qualcosa di “collettivo” e democratico.

  20. @Mauro Vanetti
    Può essere che sia io a non aver capito nulla, figurati… però dei tanti che si pongono in termini di “accademia” non mi pare Bologna ci stia comodo nella definizione. Il senso del mio commento in verità mi sembra venire incontro a quanto tu scrivi, così come mi pare d’aver inteso dall’analisi di Bologna sulla trasformazione della composizione del lavoro che la precarietà poco ha a che fare con la forma contrattuale in senso stretto, quanto al livello di sfruttamento del proprio lavoro: tot ore di lavoro, tot euri, capisci subito in che scalino dello sfruttamento sei messo. Io anche ho un contratto a tempo indeterminato, sulla carta per la retorica attuale sarei quindi un “garantito”, ma se pigli 1000 euro al mese, lavori 40 ore alla settimana, hai un contratto in un’azienda che ti pone fuori dalle garanzie sociali del lavoro fordista, con l’insucurezza devi farci i conti.
    Comunque, non volevo riaccendere in commento a questo post questa “polemica” tra nuovo e vecchio. Così come non volevo “proporre” la coalizione fra lavoratori autonomi, precari e cognitivi come soluzione e uscita sola e semplice dalle condizioni di sfruttamento attuali. Mi sembra però, o meglio mi è sembrato nel leggere il post, che anche qui si ponesse la questione di costruire alleanze che tengano insieme figure che generalmente si ritiene essere lontane o contrapposte, come conseguenza di una lettura ideologizzata delle stesse.

    Ha ragione @WM2, il punto è individuare il passo successivo alla raggiunta consapevolezza… oltre alla questione problematica di raggiungere e allargare questa consapevolezza.

  21. Bravo, davvero. e grazie. gridare che il re è nudo è sempre il primo passo.

    però manca la condanna in latino sotto Jobs ;-)

  22. @mr mills
    Figurati, non si tratta di una disputa ma solo di un ragionamento collettivo, né volevo brandire Wu Ming 1 come una clava da dare in testa a Sergio Bologna. Devo dire però che, al di là ovviamente di diverse consonanze su altri argomenti, vedo una contraddizione radicale tra questo post e quello che hai citato; pesco appositamente una delle parti che reputo meno condivisibili di quanto scrive Bologna:

    “Assumiamo che la tecnologia-simbolo del fordismo sia la catena di montaggio e la tecnologia-simbolo del postfordismo il computer. Richiedono due razze diverse di forza lavoro. […] Nel fordismo abbiamo una potenza tecnologica che soggioga e disciplina la forza lavoro, nel postfordismo uno strumento tecnologico che dialoga con la forza lavoro […] La liberazione nel primo caso passava per il rovesciamento dei rapporti con la macchina […] Non è lo stesso percorso che si presenta nel postfordismo, il computer è – può essere – liberazione. I percorsi sono molto più complessi e per individuarli dobbiamo abbandonare l’operaismo.”

    Mi sembra che questi passaggi rappresentino in forma quasi pura l’equivoco ideologico in cui non bisognerebbe cadere quando si parla di lotta di classe nel contesto di aziende hi-tech.
    Il computer è liberazione (in potenza) ed è assoggettamento (in atto) tanto quanto lo era il telaio a vapore, sebbene in forme diverse. L’apologia della Rete è miope ed unilaterale quanto poteva esserlo l’apologia della lavastoviglie negli anni Quaranta (o Cinquanta da noi in Italia) o, prima, l’apologia futurista del motore a scoppio o, prima ancora, l’apologia positivista dell’elettricità.
    Il comunismo è soviet + elettrificazione, oggi diremmo soviet + Web. Ma l’elettrificazione senza soviet c’era anche nei fili spinati dei lager.

    E qui torniamo al secondo passo che invocava WM2…

  23. Intervengo solo per notare che parte delle contraddizioni delineate in questo *illuminante* post e nei commenti che lo accompagnano vengono già usate per sminuire, mettere in ridicolo e togliere credibilità ai movimenti globali di questi giorni. Questa per esempio è la conclusione di un articolo destrorso e tendenzioso del NYT su #OccupyWallStreet:

    “One day, a trader on the floor of the New York Stock Exchange, Adam Sarzen, a decade or so older than many of the protesters, came to Zuccotti Park seemingly just to shake his head. “Look at these kids, sitting here with their Apple computers,” he said. “Apple, one of the biggest monopolies in the world. It trades at $400 a share. Do they even know that?””
    (La fonte è “Gunning for Wall Street, With Faulty Aim”, di Ginia Bellafante, NYT del 23/09/2011. ).

    A mio modesto parere, non è una questione di superficie, ma c’è una contraddizione strutturale. Non lasciamo che il discorso egemone si impossessi anche di questo “frame”.

  24. Molto interessante, sopratutto la parte sui social network e il pluslavoro… infatti l’ho condiviso sul mio profilo di FB!! ^__^

  25. Wow!
    In prima battuta, questo passaggio: «il lavoro fisico compiuto dall’operaio per assemblare un tablet è poca roba, il valore del tablet è dato dal software e dalle applicazioni che ci girano sopra, quindi dal lavoro mentale, cognitivo, di ideazione e programmazione. Lavoro che “sfugge” da ogni parte, inquantificabile in termini di ore di lavoro» mi porta ad aggiungere, alla critica di WM1, la considerazione che:
    questa parte inquantificabile non resta tale, ma viene comunque misurata, cioè messa a valore. La misura è data dalle fluttuazioni borsistiche: ossia dai processi del capitale finanziario. Che (a meno di non confondere il “comunismo del capitale” col “capitale del comunismo”) è sempre capitale.
    Per non farla troppo pesante la seconda considerazione è nel prossimo post.

  26. Rieccomi. Quanto Marx scriveva sulla merce sia nel famoso capitolo sulla merce nel Capitale che nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 mi sembra assolutamente pertinente, perché, accanto allo sfruttamento economico, mette in luce quell’aspetto dello sfruttamento che è per me centrale, ossia l’alienazione, la riduzione a cosa astratta del lavoratore (e – ma questi sono fatti miei – consente di tenere il giovane Marx all’interno del fascio di luce del Marx di Capitale e Grundrisse: forse che Althusser ha gettato via anche il bambino, con l’acqua sporca?).
    Cedo la parola al barbuto di Treviri.

    1. «Lo scambio di equivalenti che sembra essere l’operazione originaria si è rigirato in modo che ora si fanno scambi solo per l’apparenza, in quanto, in primo luogo, la parte di capitale scambiata con forza-lavoro è essa stessa solo una parte del prodotto lavorativo altrui appropriato senza equivalente e, in secondo luogo, essa non solo deve essere reintegrata dal suo produttore, l’operaio, ma deve essere reintegrata con un nuovo sovrappiù. Dunque il rapporto dello scambio fra capitalista ed operaio diventa soltanto una parvenza pertinente al processo di circolazione, pura forma, estranea al contenuto vero e proprio, semplice mistificazione di esso. La compra-vendita costante della forza-lavoro è la forma. Il contenuto è che il capitalista torna sempre a permutare contro sempre maggiore quantità di lavoro altrui vivente una parte del lavoro altrui già oggettivato che gli si appropria continuamente senza equivalente» [Il Capitale, I, 3].

    2. «II rapporto della proprietà privata contiene in sé latente il rapporto della proprietà privata come lavoro, cosi come il rapporto della stessa come capitale e la relazione reciproca di entrambe queste espressioni. La produzione dell’attività umana in quanto lavoro, e quindi come attività completamente estranea a se stessa, all’uomo e alla natura, e perciò alla coscienza ed alle manifestazioni vitali, l’esistenza astratta dell’uomo in quanto semplice uomo da lavoro, che può quindi quotidianamente precipitare la sua non-esistenza sociale e perciò reale dal niente adempiuto nel niente assoluto, cosi come d’altra parte la produzione dell’oggetto dell’attività umana in quanto capitale, dove si estingue ogni determinatezza naturale e sociale dell’oggetto, e dove la proprietà privata ha perduto la propria qualità naturale e sociale (e di conseguenza ha perduto tutte le illusioni politiche e sociali e non è più congiunta con nessun rapporto apparentemente umano) – questo contrasto, portato al suo vertice, è necessariamente il vertice, la somma e la rovina dell’intero rapporto» [Manoscritti economico-filosofici].

  27. @girolamo
    Ho dei dubbi sul tuo primo commento. “Misurare” il tempo di lavoro è da sempre il problema dei problemi per i padroni, anche in fabbrica.
    Farlo nel caso del lavoro mentale (che poi non è solo mentale, come quello degli operai non è solo manuale… anche alla FIAT gli operai pensano, e anche a Google i programmatori battono le dita sulla tastiera) è più difficile, ma non è impossibile. L’uso proprio dei computer per pianificare i “task” dei lavoratori permette di avere un controllo dettagliato su cosa fanno. Per misurare l'”effort” legato ad un “task” si sono studiati molti metodi, che non sono altro che la riduzione delle ore effettive impiegate in “ore normali”, un procedimento di cui parla anche Marx nelle primissime pagine del Capitale a proposito del lavoro più o meno qualificato.
    Interessante notare che alcuni di questi metodi si avvalgono della collaborazione degli stessi lavoratori, che sono chiamati come parte del loro lavoro a condurre “stime” dei loro “effort” (nella mia settimana lavorativa tipo, per esempio, circa il 20% del tempo è dedicato a “stimare” il restante 80%). Questi metodi sono interessanti anche in un’ottica di liberazione del lavoro perché, se oggi sono uno strumento di controllo, domani possono diventare strumento di autogestione (a cosa servono i capi se le stime le fa il “team”?).

    Il ruolo della Borsa e della finanziarizzazione del capitale è necessariamente diverso. In Borsa non si vendono merci, in Borsa si vendono mezzi di produzione (quote di aziende). Quello che viene valutato in Borsa è la capacità che una certa azienda, cioè un certo insieme organizzato di mezzi di produzione, cioè una certa porzione di capitale, ha di valorizzarsi. Per valorizzarsi deve essere capace di “cristallizzare” lavoro in valore. La trasformazione del lavoro in valore è non solo dal punto di vista contabile ma anche dal punto di vista sostanziale precedente ai giochi d’azzardo in Borsa, di cui costituisce il “piatto”. Se il piatto piange c’è poco da giocare; se per ipotesi le Borse chiudessero, non vedo perché non potrebbero comunque esistere Google, Apple, Microsoft e compagnia bella. Semplicemente i capitalisti troverebbero modi più intricati (e terribilmente meno efficienti dal loro punto di vista) per raccogliere capitale da valorizzare, ma l’esigenza di valorizzarlo producendo merci resterebbe, e tra queste merci continuerebbero ad esserci tanto le motociclette quanto i tablet.

  28. E è terribile notare come sia vero che molte persone non riescano nemmeno ad avere il minimo sospetto sulla bontà della gratuità di FB. Non tutto ciò che è gratis è un regalo. In questo caso è il contrario, come si fa ben notare in questo articolo. Gli utenti regalano pluslavoro, contenti di farlo, coccolati da questo carezzevole e grazioso capitalismo dell’inculata (non volevo scadere, ma la tentazione era irrefrenavile, me ne scuso…). L’unico punto possibile di partenza è giustamente la coscienza del meccanismo costrittore, rimanere dentro ma contro, essere “dentro e contro”…
    http://laborsadegliattrezzi.blogspot.com/

  29. @ Mauro Vanetti
    Guarda che io non dubito che il lavoro intellettuale sia in qualche modo misurabile. Anzi: le tecniche del controllo analitico rendono misurabile anche gli apprendimenti cognitivi (al prezzo di una violenta riduzione della qualità in quantità, e della negazione di ciò che non è convertibile in quantitativo: io ci combatto quotidianamente, contro i test Invalsi a scuola, figurati). Dico invece che il processo di valorizzazione dell’immateriale passa attraverso la valorizzazione finanziaria: non solo la quotazione in borsa di Facebook, ma la quotazione virtuale di ciò che ancora non è nel listino della borsa, ma che lo sarà in futuro… In borsa non si valorizzano solo quote di ricchezza, ma anche aspettative, passioni, timori e speranze: il che produce una ricchezza “virtuale” che non corrisponde ad una merce “materiale”. Un po’ come anime prive di corpo, o fantasmi di defunti. Nondimeno, questa ricchezza deve circolare e valorizzarsi, salvo creare le premesse per il crollo del processo di valorizzazione: dentro le cui conseguenze ci stiamo tutti fino (per ora) al collo.
    Approfitto per dire che condivido le cautele su Bologna: premesso il suo spessore analitico di prim’ordine, ogni tanto mi sembra che anche lui cada nella tentazione di definire un nuovo soggetto che magicamente sembra autonomizzarsi dai processi del capitale pur restandone all’interno, in una sorta di epifania ipersoggettivistica.

  30. @girolamo

    “In borsa non si valorizzano solo quote di ricchezza, ma anche aspettative, passioni, timori e speranze: il che produce una ricchezza “virtuale” che non corrisponde ad una merce “materiale”.”

    si puo’ dire che in borsa si valorizzano (espropriano) pezzi di futuro?

  31. Complimenti per il post…
    E’ stupefacente come esprimere certi concetti, oggi, appaia davvero rivoluzionario.
    Dopo decenni in cui ci spacciavano per proto-comunismo il lavoro socializzato nell’e-economy, la fine del lavoro dipendente salariato, il lavoro cognitivo come estrema evoluzione di un capitalismo che poneva le basi per la sua prossima fine, che si costruiva le armi con cui sarebbe crollato.

    Oltretutto, per produrre gli I-pod o i computer che andranno a produrre quel general-intellect su cui tanto si è narrato, il capitale non ha fatto altro che espandere la manifattura e le catene di montaggio in giro per il mondo. Insomma, stiamo ancora al punto di partenza, non si è inventato niente di nuovo, neanche la più piccola innovazione in questo senso. Stiamo ancora al fordismo industriale, ai dipenti salariati, alle catene di montaggio…che palle

    “Ero su una collina, e di là vidi avvicinarsi il vecchio, ma veniva come se fosse il nuovo”
    Santo Brecht…

  32. I casi Amazon e WalMart si aggiungono a molti altri, qua negli States (e nonostante questo Marchionne è già riuscito a litigare anche con i sindacalisti americani: shocker). Tra le peggiori catastrofi accadute di recente c’è il disastro in una delle miniere della West Virginia (per esempio http://www.huffingtonpost.com/2010/04/06/west-virginia-mine-explos_n_526810.html), dove la sicurezza dell’impianto (or lack thereof) è stata denunciata e sanzionata decine di volte, senza alcun sensibile risultato. Poi capita di vedere un film come “Unstoppable,” in cui un ferroviere già licenziato (Denzel Washington) e alla fine del suo mandato mette la sua vita a rischio in compagnia di un pivello raccomandato per l’azienda che gli ha già fornito il benservito. Entrambi ovviamente diventano eroi, e il “vecchio arnese” ritrova il suo posto mentre il cinico dirigente viene cacciato. Chissà cosa vorrà dire.

    Grazie Roberto per il post, anche io che faccio un lavoro immateriale dovrei ricordarmi di staccare più spesso e “uscire a riveder le stelle.”

  33. […] Ming 1 ha pubblicato un pezzo molto lungo dal titolo abbastanza […]

  34. Questo post andrebbe stampato sulle confezioni di computer, ipod e simili.

    Proprio ieri, su Uninomade, è uscito un contributo di Michael Blecher sul (post)operaismo, dove l’autore, purtroppo in modo assai contorto, solleva temi in parte simili a quelli presentati qui. Non ho potuto fare a meno di collegare mentalmente le due cose.

    Questo è un passaggio sulla necessità/contraddizione del “dentro e contro”:

    “Essendo capitale e lavoro componenti della stessa società capitalistica, il conflitto lanciato dalla classe operaia contro questa ‘entità’ sembra contrastare la sua propria immanenza o, inversamente, l’immanenza tende a neutralizzare quel conflitto vitale. “Ma come tener insieme ‘dentro’ e ‘contro’?” Per risolvere questo paradosso si può, tra l’altro, ricorrere ad una separazione di ruoli: La classe operaia deve riconoscersi, oltre il classico limite socialdemocratico-riformista, come potenza politica, ma boicottarsi come forza produttiva capitalista.”

    C’è dentro la “sussunzione del reale” cui accennava Wu Ming 1 e un potenziale sbocco Autonomista (liberazione *dal* lavoro etc.)

    Questo il link: http://bit.ly/pCI9Gh

  35. Mi permetto di lasciare un commento: vi seguo sempre ma vedo che il livello dei commenti è sempre molto alto e spero di essere all’altezza della discussione! :)

    Complimenti per la riflessione che è davvero acuta: rivoluzionaria riesce a mostrare quello che molte persone, come incantate dalle “meraviglie 2.0″ non vedono. Come i prestigiatori che ti fanno spostare l’attenzione per illuderti meglio.

    La prima idea che mi è venuta è quella su Beppe Grillo: passato da compulsivo sfasciatore di computer a sublime cantore del potere taumaturgico della rete. Entrambe queste visioni sembrano essere agli antipodi (infatti i tromboni di destra non fanno che rinfacciarglielo, sottolineando come, a parere loro, sia una palese contraddizione) eppure hanno il territorio simile, quello evidenziato da WM1: IL FETICISMO. In questo caso il feticismo consiste nell’assenza totale di pensiero critico sull’oggetto stesso e sulle relazioni che tale oggetto sostiene o su cui tale oggetto regge. Il Grillo “spaccatore-di-computer” in questo senso è perfettamente coerente col Grillo “cantore-della-rete”: allo stesso modo si attacca feticisticamente a un oggetto additandolo come male assoluto o come panacea di tutti i mali. Scordandosi di due piccoli dettagli: gli sfruttatori e gli sfruttati.

    La tendenza a mitizzare la rete (e soprattuto di mitizzare questi “giganti buoni”) purtroppo è molto presente soprattutto nei miei amici di sinistra, affascinati dal “migliore dei mondi possibili” che questi colossi ci illudono di dare.

    La lezione marxiana e marxista è sempre la stessa e sempre più attuale: Quando le corporation vi dipingono una realtà zuccherosa, dubitate, scovate le contraddizioni, indicatele affinchè la maggior parte delle persone le riconosca e infine acuitele. In due parole: pensiero critico.

  36. Mi associo alla lista infinita dei complimenti…
    la lettura del post mi ha fatto tornare in mente Saskia Sassen e il suo lavoro sulle citta` globali. In particolare credo di aver letto nel suo “Sociologia della globalizzazione” un discorso critico sulla smaterializzazione del lavoro: le citta` globali, in cui le attivita` finanziarie e quelle della net economy sembrano predominare, necessitano di una grande quantita` di lavoratori invisibili, sottopagati e sfruttati. Basti pensare a tutti coloro che fanno le pulizie negli uffici, per dirne una. Insomma, la promessa della fine del lavoro manuale era una balla e questo e` sotto gli occhi di tutti, di tutti quelli che vogliono vedere.

  37. @ Tuco
    La risposta è no: in borsa non si valorizzano pezzi di futuro.
    La spiegazione è un po’ brigosa, spero di rendertela semplice.
    La dinamica della Borsa è più o meno questa: nel giorno A io ti vendo al prezzo α un titolo che oggi [presente] non ho, promettendoti un guadagno atteso all’indomani [futuro]. Nel giorno A+1 (successivo ad A) opero affinché il titolo che ancora non ho oggi [presente] perda valore fino a raggiungere α-ν (<α): a quel punto lo compro [presente], sapendo che tu me lo hai già pagato α e ti aspetti una rendita α+ν [futuro]. Il rendimento atteso [futuro] non si realizzerà, perché nel migliore dei casi il giorno A+2 il titolo recupererà il gap ν sino a raggiungere α: in un tempo presente, tu ti ritrovi in tasca α, o α-μ (μ<ν), mentre io ho guadagnato ν. E, come direbbe il mio broker di fiducia Billy Ray Valentine, il Natale si avvicina e sono tutti un po’ tesi, e tu cominci a pensare: hei, qui perdo tutti i soldi e non potrò comprare la tuta spaziale a mio figlio e la mia donna non vorrà fare l’amore con me perché sono diventato povero. E quindi nel giorno A+3 vendi [presente] il titolo al prezzo α-μ (sempre meglio rimetterci μ che ν) per pagarti il Natale. E indovina chi te lo compra? Giusto io, che nel frattempo sto operando perché il titolo salga a un valore ξ<μ, in modo da guadagnare anche su questa transazione.
    Come vedi, i segmenti di futuro sono sempre promessi, ma ogni passaggio si svolge in un tempo presente che non si evolve mai nel futuro atteso.
    La borsa è quindi una eterna valorizzazione del tempo presente che fa da ostacolo al divenire: cioè ti tiene inchiodato al presente. Ma tiene inchiodato anche me: e infatti mentre tu hai paura di non comprare la tuta spaziale, io ho paura di un evento inatteso che mi porti in una condizione di vita – un autobus, diciamo – nella quale le mie capacità non hanno alcun valore di mercato.
    Il futuro dobbiamo prendercelo, e per farlo dobbiamo strapparlo al presente.

  38. Gran bel pezzo.
    Qualcuno ha citato Formenti, forse ne avete già parlato, ma il suo ultimo libro “Felici e sfruttati” fa un disorso molto simile. Ad esempio sulla dinamica “liberazione- assoggettamento” intrinseca al capitalismo scrive:

    “il cyberspazio è stato una sorta di ‘nuova frontiera’ virtuale che ha consentito agli artigiani hacker di sottrarsi in parte al destino del lavoro dipendente salariato. Questi spazi di autonomia si sono tuttavia ridotti a mano a mano che il capitalismo delle reti è venuto riassumendo il controllo sul mercato, anche grazie alla colonizzazione/subordinazione delle comunità del software libero […]”

    e ancora sulla relazione tra “lavoro morto” e “lavoro vivo” e il rapporto di sfruttamento tra capitale e lavoro oggi:

    “le tecnologie digitali non sono neutre ma incorporano linguaggi, visioni del mondo e potenti codici di controllo dei comportamenti umani. Sui lavoratori salariati che operano nelle imprese le nuove tecnologie esercitano un dominio ancora più schiacciante di quello esercitato dal macchinario fordista, visto che a essere oggetto di coercizione, controllo e disciplinamento è ora la mente più del corpo. Ma anche la massa dei lavoratori autonomi che vengono in varia misura e con diverse modalità integrati nei dispositivi dell’impresa a rete – al pari della ancor più vasta massa dei prosumers volontariamente o involontariamente arruolati nel processo di creazione del valore – subisce le conseguenze di questo inedito “taylorismo mentale”.

    Sarei curioso di sapere l’opinione di Wu Ming 1 sul libro, se ci sono punti di convergenza o no. Grazie e ciao

  39. […] Ming 1 ha scritto un pezzo su “feticismo della merce digitale” e non so decidere quale sia la parte più […]

  40. Al massimo in borsa si vende il futuro, anzi si svende. Come succede con molti beni alimentari che sono l’unica fonte di sostentamento in molti paesi “pauperizzati” (poveri? Terzo Mondo? no grazie, siamo stati noi a ridurli cosi`). Nel senso che ci sono dei prodotti finanziari che letteralmente scommettono sul prezzo futuro (dell’anno successivo) di beni alimentari (caffe`, banane, per esempio) e cosi` facendo influenzano il vero prezzo. E ogni annomandano al lastrico intere economie. Ma siccome al tg1 non ne parlano (e neanche a voyager) non dev’essere vero.

  41. @girolamo

    Ah si’, certo, i segmenti di futuro per “me” sono solo promessi, e il presente non evolvera’ mai nel futuro atteso. in compenso “tu”, sempre nel presente, hai gia’ ottenuto valore dal “mio” futuro, nel senso che “io” nel futuro dovro’ lavorare di piu’ per recuperare le “mie” perdite di oggi. era questo che intendevo: la borsa risucchia il futuro nel presente, e come dici tu e’ uno dei dispositivi che ostacolano il divenire.

    se ho detto una cazzata, abbi pieta’ di me (sono reduce da una defatigante discussione in rete sul perche’ il sesso a pagamento non possa essere considerato una pratica liberante. giuro che ci sono dei compagni secondo i quali comunismo=soviet+elettrificazione+bungabunga)

  42. Splendido. Punto.

  43. Provo a dire la mia, da totale ignorante (mi perdonerete o meglio spero mi spiegherete), sul “passo successivo” evocato da Wu Ming 2. Innanzitutto premetto che secondo me è importante parlare già del “passo successivo”, non solo riguardo a questo tema ma in generale dove si voglia giungere a una consapevolezza più diffusa. Temo che il grosso ostacolo alla diffusione di consapevolezza non sia l’astrusità intrinseca (credo di aver afferrato il discorso anch’io, quindi…) ma la prospettiva di doversela caricare sulle spalle senza avere idea di come poterla scaricare in una pratica. Ciò limita molto secondo me l’estensione di questi punti di vista e favorisce alquanto posizioni di comodo, e il fraintendimento di questi stessi punti di vista come altre posizioni di comodo (immagino lo sappiate bene…).

    Penso però che prima di pensare una possibile prassi come risultato di questa consapevolezza ci sia bisogno di affrontare il nodo della proprietà dei mezzi di produzione-comunicazione (btw non penso che la produzione di computer e di reti sia del tutto equivalente a quella di lavastoviglie: con la lavastoviglie non leggo i Wu Ming e soprattutto non ci parlo). Ma questo non si può affrontare restando “dentro” alla rete: è una questione che riguarda l’intera società, ha a che fare con il concetto di proprietà privata in generale. Stamattina Paolo R ha citato i surrogati governativi cinesi di FB e Google e ha criticato (imho giustamente) il pregiudizio/semplificazione vulgata che vuole il loro “totalitarismo” come opposto alla presunta libertà degli “originali” occidentali. Quella è un’altra falsa dicotomia da sfatare. Innanitutto anche FB, Google e Yahoo si prestano spesso e volentieri a pratiche oppressive dei governi. E, soprattutto, se non è il governo a opprimere qui ci pensa direttamente il padrone. Secondo me sta svanendo sempre più il confine tra il modello di proprietà privata occidentale e il modello di proprietà pubblica del cosiddetto (ex?)socialismo reale, che ormai di socialista ha ben poco. Si potrebbe forse parlare di “capitalismo reale” come destino comune globale? Avrebbe senso chiedere la nazionalizzazione di aziende come FB o Google, al giorno d’oggi? Chi è giusto che possieda e quindi controlli questo tipo di aziende, che producono (anche) (mezzi di) comunicazione e informazione? Se non è giusto che siano in mano a privati, è forse giusto che siano in mano a governi? Esiste una differenza sostanziale?
    Potrebbe essere questo il primo terreno in cui verrà reclamata una proprietà *comune*, né pubblica, né privata? O forse questo è solo un errore di prospettiva, e bisogna invece strappare i governi dal controllo del capitale privato e porli al servizio dell’interesse comune?
    In ogni caso, il capitale è lo stesso nemico di sempre, e non penso ci siano pratiche possibili che evitino la necessità di abbatterlo.

  44. Ottimo post. Che trovo molto profondo e soprattutto equilibrato.

    Vorrei aggiungere una cosa che ha a che fare un po’ con la fase successiva di cui parlava wu ming 2 e altri. Una difficolta` che c’e` oggi a fare coesione tra soggetti sfruttati secondo l’analisi marxsista dipende parecchio dalla percezione di sfruttamento degli individui singolarmente. Nell’economia ottocentesca cui si riferisce direttamente marx o anche in quella fordista c’era una correlazione molto forte tra il plusvalore estratto e durezza delle condizioni di vita. Nella societa` industriale in genere piu` pluslavoro veniva estratto da qualcuno piu` questo qualcuno se la passava male (piu` ore da lavorare, salario piu` basso, ecc.).
    Nel capitalismo cognitivo questa cosa non e` piu` cosi` collegata. L’esempio di facebook e` non l’unico ma il piu` eclatante da questo punto di vista. Tutto quello che li` facciamo come utenti produce soldi (a montagne) per qualcuno che non ci paga, per cui lo sfruttamento del pluslavoro e` probabilmente altissimo e piu` alto che in un sacco di altre attivita`. Pero` le condizioni degli utenti che fanno questo lavoro sono ottime, nel senso che chi lo usa lo fa per proprio divertimento ed e` contento di farlo. Ci sono poi tante attivita` in cui il pluslavoro estratto e` magari pochissimo perche` chi possiede l’attivita` ci fa pochi soldi ma le condizioni di lavoro sono durissime.
    Ora e` vero che non sempre tutto il pluslavoro estratto viene monetizzato, ma alla fine l’unico modo di “misurarlo” molto a spanne credo che sia in base in base alla richezza che produce per il capitale.
    Secondo me una difficolta` nel fare marxisticamente classe dipende molto da questa separazione tra sfruttamento in termini di pluslavoro e condizioni di lavoro.

  45. […] per eventuali proiezioni e per la sua diffusione. Mi è tornato in mente leggendo oggi un articolo di Wu Ming 1 che cita il documentario Deconstructing Foxconn. I tre di Dreamwork China sono […]

  46. […] chi interessa una rilettura del culto degli oggetti tecnologici in chiave marxista, consiglio questo post, che ha dato spunto a quanto scritto sopra. Penso che se non tutti, molti possano interrogarsi […]

  47. […] denunciare le multinazionali e il sistema tayloristico con ammantata finale teorica di Karl Marx. Si passa in rassegna Amazon e Apple  con valide critiche. Peccato che con mal celata noncuranza finisca per ammettere di possedere un […]

  48. Grazie a tutt* per i com(pli)menti. Scusate se non sono molto presente nella discussione: da un lato, questo post l’ho scritto e impaginato mentre preparavo una partenza, ed è andato on line mentre ero all’estero, troppo incasinato per poter seguire i commenti; dall’altro, al momento non riesco a essere più chiaro di quanto sia stato qui sopra. Se delle parti non si capiscono o danno luogo a equivoci teorici, per ora non sono in grado di dissiparli.

    Ho appena dato una rapida occhiata in giro per la rete, e come ampiamente preventivato, quelli a cui stiamo sulle palle a prescindere (o che, a livello più generale, ce l’hanno coi “rossi”) stanno già deponendo sul selciato commentini sarcastici e snob. Di base, “sono cose che si sapevano già, non c’era mica bisogno di Wu Ming” etc.

    Ciò non sarebbe di particolare interesse, salvo il fatto che – come previsto nell’articolo stesso – l’accusa ricorrente è quella di “incoerenza” perché possiedo un Mac, e gli “apocalittici” mi danno dell’integrato, e gli “integrati” mi danno dell’apocalittico. Come da copione. Repetita iuvant:

    «E’ il feticismo della tecnologia come forza autonoma a farci ricadere sempre nel vecchio frame “apocalittici vs. integrati”. Al minimo accenno critico sulla rete, gli “integrati” ti scambieranno per “apocalittico” e ti accuseranno di incoerenza e/o oscurantismo. La prima accusa di solito risuona in frasi come: “Non stai usando un computer anche tu in questo momento?”; “Non li compri anche tu i libri su Amazon?”; “Ce l’hai anche tu uno smartphone!” etc. La seconda in inutili lezioncine tipo: “Pensa se oggi non ci fosse Internet…”
    Nell’altro verso, ogni discorso sugli usi positivi della rete verrà accolto dagli “apocalittici” come la servile propaganda di un “integrato”.»

    Tutto ciò, sempre stando nell’ingannevole frame del “dentro vs. fuori”, sempre in cerca di un qualche “fuori” da dove si possa criticare chi è dentro (es. io uso il software libero e quindi sono più puro di chi usa software proprietario etc. etc.)… o stando immersi acriticamente nel dentro, pronti a sparare alle presenze che sembrano muoversi “là fuori”. Anche questo era stato anticipato.

    Viene da sospettare che chi argomenta *esattamente* così non abbia letto quelle parti del testo, altrimenti si sforzerebbe almeno di cambiare qualche parola, ci metterebbe un qualche caveat… Ma credo che sia una risposta troppo facile.
    Io penso che le abbiano lette, ma un frame concettuale forte come quello costruito dall’ideologia della rete non smette di operare solo perché qualcuno te lo descrive. Come diceva Mauro Vanetti, anni e anni di posa dell’accento unicamente su quel che può fare il consumatore hanno fatto diversi danni. Il consumatore è l’ultimo anello della catena distributiva, non il primo della catena produttiva. Se non si agisce anche e soprattutto al livello della produzione (cioè dell’estorsione di plusvalore), si combinerà poco.
    Quest’ultima non è certo un’osservazione nuova, la faceva già Marx nella sua Critica del programma di Gotha (1875):

    «La ripartizione dei mezzi di consumo è in ogni caso soltanto conseguenza della ripartizione dei mezzi di produzione. Ma quest’ultima ripartizione è un carattere del modo stesso di produzione. Il modo di produzione capitalistico, per esempio, poggia sul fatto che le condizioni materiali della produzione sono a disposizione dei non operai sotto forma di proprietà del capitale e proprietà della terra, mentre la massa è soltanto proprietaria della condizione personale della produzione, della forza-lavoro. Essendo gli elementi della produzione così ripartiti, ne deriva da sé l’odierna ripartizione dei mezzi di consumo. Se i mezzi di produzione materiali sono proprietà collettiva degli operai, ne deriva ugualmente una ripartizione dei mezzi di consumo diversa dall’attuale. Il socialismo volgare ha preso dagli economisti borghesi […] l’abitudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che si aggiri principalmente attorno alla distribuzione. Dopo che il rapporto reale è stato da molto tempo messo in chiaro, perchè tornare nuovamente indietro?»

    Alcuni commentatori, poi, presentano la parte in cui dico di avere un Mac, un Kindle etc. come se fosse la conclusione della mia analisi (mentre era un “Nota Bene” alla premessa, al fine di precisare che non parlavo da “apocalittico”/”purista”, e infatti nell’articolo appare molto presto), per accusarmi di non proporre niente a parte una generica “postura” blandamente critica e quindi di volermela cavare con poco. Come se avessi chiacchierato a vanvera anziché fatto controinformazione con link, dati e riferimenti precisi, e come se l’articolo non invitasse a un agire politico, proponendo agli “attivisti digitali” e a chi vive ogni giorno la rete di sostenere le (in primis informandosi e informando sulle) lotte degli operai e di chi viene sfruttato a monte del ciclo produttivo della merce digitale.

    Questo genere di reazioni rafforza la mia convinzione che si debba defeticizzare la rete. E’ una delle grandi urgenze di questa fase.

  49. Scusate se intervengo di nuovo. Riflettevo appunto sul mito del consumatore che è tanto caro a certa sinistra. Il principio secondo cui ogni acquisto è un voto suona figo e mette a tacere i sensi di colpa di un modo di produzione che comunque è oppressivo. Attenzione, il consumo critico è una cosa importante, vorrei farne di più anche io. Ma non è la soluzione a tutti i mali, perché non cambia nulla nella struttura. Anzi alimenta il circolo vizioso, e infatti fa paura l’enorme sforzo di tanti brand di dimostrare la loro “fairness”. Insomma è completamente insufficiente. L’equosolidale e il biologico sono importanti perché dimostrano che un’altra economia è possibile, ma finché restano nicchie dove scaricare le frustrazioni dei benpensanti meglio degli altri il sistema se la gode, e si ricicla anche. (Forse dico solo ovvietà…)

  50. A proposito di FB e alleanze di classe, dal blog di Carlo Formenti: http://tinyurl.com/6b4kfgv

  51. Fantastico articolo. Sai quelle cose a cui pensi sempre, magari di sfuggita … e poi un WuMing qualsiasi te le sbatte lì! E’ una soddisfazione! Ottimo. Mi sono permesso di postare sul mio account FB la parte riguardante il social network invitando i miei amici a frequentare Diaspora che, per ora, sembra crescere dal basso. Ancora un grazie per gli stimoli che sapete sempre dare alle menti a volte un pochino intorpidite come la mia.
    Saluti
    Mauro Piacentini

  52. Sono andato a dare un’occhiata da quello lì del pippone.
    Ammetto, ero un po’ infastidito, e pure prevenuto.
    E quindi leggo, arricciando un po’ il naso, e poi….BAAAM!
    Minchia!
    Cacchio!
    Accipicchia!
    Lui usa il sistema operativo Ubuntu!!
    Lui sì che è “fuori”.
    Caspiterina, roba che il Che, Cienfuegos, Malcolm gli fanno una pippa.
    E così mi sono dovuto ricredere, e faccio ammenda, e mi cospargo il capo di merda, e la faccia mia sotto i piedi suoi.
    Ubuntu.
    Ubuntu.
    UBUNTU.
    L.

  53. Secondo me l’origine dello pseudodibattito integrati vs apocalittici va ricercata semplicemente nella non conoscenza dello sviluppo del mezzo. Per chi ha cominciato a calcare la rete usando interfacce esclusivamente testuali la cui massima espressione di socialità erano le chat e le mail, è facile averne una percezione priva di sovrastrutture e tenere bene a mente che questo strumento è sempre e comunque al servizio dell’uomo, in maniera neutrale rispetto agli usi che se ne possano fare. Noi (mi ci metto anch’io) siamo giunti alla rete in ambito accademico, di lavoro, di mero cazzeggio paraletterario o ludico/fancazzista ma di stampo anarcoide e freak. Le nuove generazioni di utenti (nuove non in senso anagrafico), hanno “ricevuto” la rete come massimo amplificatore di memi, imbellettato, confezionato e consegnato a domicilio dalle agenzie di marketing. In questo contesto è ovvio lo scontro sanguinario tra memi alleli o percepiti come tali. Si è apocalittici o integrati acriticamente, aprioristicamente, senza reale comprensione del perché della propria posizione o dell’altrui. Ecco perché certe lotte oggi vengono percepite più di ieri come “integralismi” o “fanatismi”. Vedi Stallman e la FSF, vedi l’EFF e così via. E, giusto per fugare il dubbio che l’adozione – seppur critica e sofferta – di certe tecnologie renda più complessa la comprensione delle proprie posizioni, basta ricordare che Stallman ha del tutto escluso dalla sua esperienza tutte le tecnologie (e non solo) che siano fonte di privazione di libertà secondo le definizioni della FSF. E non per questo viene attaccato di meno (anzi!). Come uscire da questo… ehm… tunnel (ho ancora la Gelmini in testa, scusate)? Non vedo altra via se non quella della divulgazione, ma è dura, eh! E bisognerebbe partire dai bambini educando a un corretto approccio alla tecnologia già in età prescolare. Ma chi se ne potrebbe occupare? Con quali mezzi?

  54. Sul commento di WM1:

    Secondo me, quanto scritto nell’articolo di WM1 sono cose che già si sapevano prima. Io ad esempio le ho trovate leggendo, dentro a libri e dentro ad articoli sul web, Harvey, Zizek, Pasquinelli, etc. . Non le stesse identiche cose, ma concetti legati, simili. Quindi quando ho letto WM1 non sono venuto giù dal pero, e credo che ciò valga non solo per me.

    Ciononostante, imho l’importanza di articoli come questo è altissima. E’ fantastico aver la possibilità di leggere: 1) un articolo chiaro, scritto da una persona che di lavoro fa lo scrittore e quindi ha esperienza nel narrare, nel raccontare storie, 2) un articolo che fa una summa di quanto presente in letteratura, partendo da fatti di cronaca di *oggi* (eg, amazon e apple store bologna) e aggiungendoci considerazioni personale (io ho un mac).
    L’aiuto che la comunità riceve nel leggere un articolo così è impagabile, e l’aiuto a cui mi riferisco è quello per demistificare l’ideologia. E l’aiuto lo ha sia chi ha un’infarinatura o una conoscenza approfondita di queste tematiche: si rinfrescano le idee e si avvia, forse, un confronto; sia chi è all’oscuro di tutto e che magari verrà stimolato a prendere in mano Marx.

    Fermarsi quindi a dire che “si sapeva già” senza riconoscere la bontà di un’iniziativa, è imho snob ed elitario.

    Infine, chi dice “ma anche tu hai un mac”, non ha colto la questione del tempo, che è centrale (e che personalmente ho “scoperto” grazie a qualche post qui su Giap).

    Detto ciò, grazie.

  55. Invito a mettersi questo sito nei segnalibri:

    China Strikes
    Mapping labor unrest across China
    http://chinastrikes.crowdmap.com/main

  56. Gran bel post, dove si riesce a far emergere tante delle contraddizioni che ci troviamo a vivere ogni giorno.
    Dico qualcosa che mi frulla in testa. Intanto la “buona stampa” di cui godono queste aziende. Quello di cui ci parla WuMing1 non è il primo scoop sulle condizioni di lavoro nei magazzini amazon, cercando amazon e sfruttamento su google si troveranno altre 2 inchieste molto simili, una del 2010 e una del 2008 dal contenuto molto simile (tra l’altro la stessa ricerca porta anche una decina di link a questo post…) ed è innegabile che i morti della Foxconn fanno molta, ma molta meno notizia di un qualunque rumor circa l’ultimo prodotto della mela. “E’ ovvio” si dirà, mica tanto, rispondo io, visto che altri colossi finanziari, per molti versi anche più importanti ed influenti, non hanno lo stesso benevolo trattamento (si pensi alle banche, alle compagnie petrolifere, alle società di telecomunicazioni…). Il rapporto media/rete, secondo me, andrebbe approfondito, anche in quanto tassello del discorso di WuMing1.
    Il discorso sul pluslavoro e Facebook, secondo me, ha qualche punto oscuro. Applicato a quel social network funziona, ma in altri ambiti non ne sarei così sicuro. Google, per esempio, ha cominciato a funzionare (come motore di ricerca) con qualche server e poco altro e senza, sicuramente, pluslavoro collettivo. D’altra parte è vero che ha cominciato a guadagnare vendendo pubblicità basata sulla profilazione degli utenti che facevano ricerche. Ma fare ricerche è pluslavoro?
    Ultima cosa. Spostare l’accento dal comportamento del consumatore a quello del produttore. Giusto, ma l’accento sul comportamento del consumatore è stato posto proprio per questo, per condizionare il capitale nelle proprie politiche. E in qualche caso ha funzionato pure. Quindi cosa si intende per agire “anche e soprattutto al livello della produzione (cioè dell’estorsione di plusvalore)”? Perché se si sta pensando alla lotta operaia, beh io direi che questa non è mai venuta meno (con i suoi tempi, ovviamente). Se, invece, si fa riferimento a qualcosa di diverso, forse mi sfugge.
    In ogni caso, mi preme ringraziare WuMing1 per questa discussione.

  57. Tempo fa lessi che il plusvalore prodotto da un utente FB si aggira mediamente intorno ai 50 dollari (in tutto). Se così è c’è da dire che lo sfruttamento avviene a livelli molto diversi, e non è soltanto questione di condizioni di lavoro. Anche tralasciando le condizioni, immagino che il plusvalore prodotto da un operaio Foxconn sia molto più alto. Mi chiedo se ciò non sia forse uno degli ostacoli forti all’ “alleanza” che auspica Wu Ming 1. Forse lo sfruttamento degli utenti è difficile da percepire anche perché è “a bassa intensità”? O bisogna calcolarlo diversamente, non limitarsi “alla ricchezza che produce per il capitale” di cui parla Pedrilla? Per i lavoratori cognitivi la questione è già diversa (immagino che il plusvalore prodotto sia ben più alto).
    Se però facciamo il totale di “utenti-lavoratori-inconsapevoli”+”lavoratori cognitivi”+”operai elettronici” immagino la somma di lavoratori sia altissima. Il plusvalore estratto da ciascuno non è mediamente alto: è il loro numero che crea il guadagno enorme per l’azienda. Tanto che una collettivizzazione di FB non porterebbe a un guadagno sostanziale per l’utente singolo.
    La cosa è ben diversa se consideriamo nel computo solo i lavoratori cognitivi e gli operai elettronici. A ben guardare secondo me è da questa alleanza che ci si può aspettare qualcosa: l’utente-consumatore-lavoratore-inconsapevole è in gran numero ma ha un bassissimo peso specifico. Però quello stesso utente nelle altre parti della sua giornata sarà un lavoratore, ed è a quel titolo che assume forza rivoluzionaria.
    In ogni caso la questione è diversa da colosso a colosso. Lo sfruttamento della Apple è diverso dallo sfruttamento di FB che è diverso dallo sfruttamento di Amazon: di comune c’è il feticismo della merce.

  58. Mi unisco ai complimenti di tutti per il bellissimo post; aggiungo solo una cosa a quanto giustamente detto qui sopra @ pedrilla a proposito dello sfruttamento tramite Facebook: un altro aspetto paradossale del medesimo è che molti usano Facebook sul posto di lavoro come momento di pausa. Io stesso mi sono accorto di fare così, in modo anche compulsivo: quando la noia e/o la stanchezza superano il livello di guardia, automaticamente mi viene l’impulso di entrare in FB per vedere le notifiche, oppure mi cerco su YouTube un brano musicale che mi piace e lo posto su FB, ecc.

    Insomma, non vorrei dire una sciocchezza, ma mi sembra che questo modo di usare FB abbia a che fare con l’atteggiamento che gli operaisti chiamavano “rifiuto del lavoro”, e che secondo loro agisce anche durante la prestazione lavorativa nei mille espedienti che si usano per sottrarsi ai ritmi della produzione. Il paradosso, appunto, è che in questo modo finisci per produrre plusvalore anche durante le pause: solo che lo fai a beneficio di un altro padrone (Zuckerberg).

  59. Il video che avete postato sull’inaugurazione a Bologna dell’Apple store è agghiacciante. Sembra un incubo.

    Un paio di cose a margine:

    1) Sì la teoria del valore-lavoro vale ancora. Altrimenti si fa prima a non dirsi marxiani e passare oltre.
    Vent’anni di cazzate post-operaiste hanno scambiato i cambiamenti della dimensione qualitativa del lavoro per la validità del suo nocciolo formale (accecate dal godimento per il continuo “cambio di paradigma epocale” per cui ogni 6 mesi “niente è più come prima”). Il plus-valore è indifferente nella sua forma al contenuto qualitativo del lavoro che usa. Per questo coesistono modalità e qualità del lavoro anche molto diverse tra di loro integrate in un’unico processo di valorizzazione. Ma basterebbe guardare l’orizzontalità dei cicli di prodotto invece che “il nuovo proletariato digitale” e minchiate del genere. Basta prendere una merce prodotta qualunque – tipo Ipad o una qualunque automobile – per vedere come sono integrate modalità di lavoro, di diritti sindacali, qualità della vita/sfruttamento etc. E quasi sempre si passa per vari continenti. E’ quello che fa Beverly Silver in un libro di importanza capitale chiamato “Forces of Labour”, che è stato tradotto qualche tempo fa anche in Italia da Bruno Mondadori (credo).

    2) Sono meno persuaso dall’esempio facebook, dalla possibilità di tracciare con l’accetta lavoro e pluslavoro etc. Innanzitutto perchè c’è un intreccio di dimensione qualitativa e quantitativa difficile da districare (e lungo da spiegare in un post). E poi dire che “anche gli utenti lavorano” perchè sono integrati nel ciclo è fuorviante (o pleonastico… il capitale non lo fa sempre anche integrando consumo, riproduzione etc.?) perchè rischia di non mettere in luce i vari livelli di inclusione/sfruttamento che comunque sono diversi ed è bene che vengano analizzati separatamente. In breve: Facebook fa soldi (pochi) tramite pubblicità oppure tramite bolla speculativa: ovvero, tramite il valore azionario della previsione di possibili guadagni futuri dell’azienda (stiamo parlando di un software che prende ore di attenzione a quasi 700milioni di utenti che quasi tutti i giorni passano un po’ di tempo lì. E’ come avere uno spazio pubblicitario in una strada dove ogni mattina passano 700milioni di persone… non male come rendimento possibile! – e con in più la possibilità di fare pubblicità selettiva tramite i date degli utenti venduti agli inserzionisti). Questo vuol dire che facebook fa profitti con un valore prodotto da altri: surplus di altre aziende reinvestiti nel mercato azionario o pubblicità. Quando si dice che le aziende manifatturiere investono sempre meno in innovazione (magari tagliando pure il costo del lavoro o delocalizzando verso manodopera cheap) per spostare crescenti quote di profitti nel mercato azionario stiamo parlando esattamente del rovescio del fenomeno facebook. Prima di dire che gli utenti lavorano, è meglio sottolineare che lavorano (ipersfruttati) milioni di proletari in tutto il mondo lungo varie linee di prodotto… e che è da lì che nasce li segreto della grande capitalizzazione di facebook (la legge valore-lavoro ci dice in buona sostanza questo).

    3) Sull’innata propensione umana alla comunità/comune/cooperazione… mah, non mi hai mica convinto :) Innanzitutto le costanti antropologiche fuori dalla dimensione storica le lascerei da parte perchè mi sanno di cattiva filosofia (metafisica). La cooperazione non c’è fuori dal capitalismo, è stata resa possibile dal capitalismo e non ha alcuna “autonomia immediata” all’interno del modo di produzione capitalistico. L’unico spazio di “possibile” è il conflitto all’interno del processo di valorizzazione. Come diceva qualcuno il capitalismo è la cosa migliore che sia accaduta all’umanità e la cosa peggiore. Nello stesso tempo e nello stesso concetto. Lottare dentro e contro vuol dire anche capire i nessi che ad esempio fanno sì che una merce come Ipad abbia quel valore o che la capitalizzazione di facebook abbia quei processi di sfruttamento alle spalle. Così magari invece che prendere coscienza del fatto che quando stiamo su facebook stiamo lavorando (anche se non lo sappiamo), cominceremmo a sapere che quando stiamo sul luogo di lavoro, stiamo in realtà arricchendo Zuckenberg (e non soltanto il padroncino stronzo che abbiamo di fronte).

    In ogni caso grazie per il post, davvero molto interessante. Erano secoli che non venivo su Giap…

  60. Be’, WM1, che dire… mi tolgo il cappello. Vero, molte cose si sapevano già, ma una cosa sono le tessere, un’altra il mosaico.

  61. @gianni biondillo
    In fondo, se il mosaico e le tessere fossero la stessa cosa, il tangram e il romanzo non sarebbero mai nati.

  62. Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple…

    La settimana scorsa The Morning Call, un quotidiano della Pennsylvania, ha pubblicato una lunga e dettagliata inchiesta – intitolata Inside Amazon’s Warehouse – sulle terribili condizioni di lavoro nei magazzini Amazon della Lehigh Valley. Il rep…

  63. Innanzitutto grazie per la citazione e complimenti per il post. Si tratta di un tema veramente importante, come dimostra la quantità di commenti.
    Il pippone del tizio che sbandiera il fatto di usare Ubuntu è ridicolo per vari motivi: primo, perché é come dire che se mangi un’insalatina biologica mentre viaggi in jet il tuo impatto sull’ambiente è zero. E’ un calcolo sbagliato dato dall’incapacità di capire quanto complesso e quanto forte sia il lavoro del capitale. Ben venga il software libero, e ci mancherebbe, però tenendo i piedi per terra.
    Il secondo motivo è il solito, il mantra secondo cui la soluzione sarebbero i singoli comportamenti individuali. Il fatto di navigare individualmente, noi e il nostro pc, porta moltissimi a pensare che la rete sia qualcosa su cui possono incidere considerevolmente, su cui hanno la possibilità di agire. Il fatto di avere tutto il mondo a portata di click (e anche questa, ovviamente, è un’illusione) ci fa sentire onnipotenti, dei giganti che possono raddrizzare i mali del mondo installando un nuovo sistema operativo. La rete è anche questo, uno specchio che ci riflette distorti, alimentando il nostro narcisismo. E non si tratta di un semplice effetto collaterale: macchine da soldi come facebook ci vivono su questo, traggono tutto il loro profitto dai nostri momenti di solitudine, ed è per questo che cercano di renderceli quanto più piacevoli e appaganti possibile.

  64. Adrià,
    mannaggia quanto sei brava.
    Ma…un’insalatina bio a lume di candela e impatto 0.0, no?
    Scherzo eh, che non voglio urtare sensibilità e far inarcare sopraccigli.
    L.

  65. Perdonatemi ma svilire un sistema operativo libero paragonandolo ad un’insalata bio su di un jet mi pare alquanto fuori luogo. A me pare corrispondere pienamente a quanto affermato da Wu Ming 1 nel post: “far leva sulla liberazione per combattere l’assoggettamento. Moltiplicare le pratiche liberanti e usarle contro le pratiche assoggettanti”. Cos’è il software libero se non proprio una pratica liberante di risposta al tentativo dal capitale di rinchiudere ogni “prodotto” all’interno di meccanismi imposti, preordinati e con accesso limitato ? E ancora: “Ma questo si può fare solo smettendo di pensare alla tecnologia come forza autonoma e riconoscendo che è plasmata da rapporti di proprietà e produzione, e indirizzata da relazioni di potere e di classe”. Ancora una volta, cos’è Linux se non la presa di coscienza di come la macchina funziona, e di quanto vi sta a monte? Chi usa Linux nella maggior parte dei casi non lo fa perchè è più semplice, non lo fa perchè è cool, non lo fa per il marchio in sè ma lo fà in quanto “forza liberante”. Ora capisco che questa non sia la risposta a tutti i nostri problemi. Ma piuttosto che considerarlo un’insalata bio ricorderei che “il benvenuto software libero” dovrebbe essere considerato come ciò che è: il meccanismo che ti permette di utilizzare la macchina in sè. Altro che insalata! E non vorrei far passare in secondo piano il fatto che la maggior parte delle azioni “di disturbo” perpetrate via web sono basate proprio su sistemi Unix. (P.S. io usavo Ubuntu, poi ho preso il pc nuovo ed Ubuntu va di cacca. porc!)

  66. Io sull’argomento non ho ancora letto bene da poterne parlare, ma sarebbe interessante se qualcuno potesse elencare le posizioni di chi non ritiene il software libero una buona cosa, a prescindere dall’instalata bio mangiata su un jet. Magari i WM ne sanno qualcosa dato che Matteo Pasquinelli credo sia uno di questi, o magari no. :/

  67. @Logical Warfare
    Davvero un peccato che, come dici in fondo, tu non sia spesso su Giap, spero cambierai le tue abitudini perché ho apprezzato moltissimo questo tuo intervento. :-)

    Volevo aggiungere qualcosa sul punto 2. Condivido l’idea che la pervasività del capitale nel “valorizzare” l’attività umana (ovvero, nel trasformarla da un semplice comportamento in “lavoro produttivo” nel senso capitalista) non sia una novità dell’era informatica, bensì una tradizionale caratteristica del modo di produzione capitalistico. Uno dei tipici impieghi del capitale nella prima rivoluzione industriale era trasformare il lavoro domestico di cucitura, che facevano le sarte artigianalmente e tutte le donne per uso personale o familiare, in un’attività industriale. Pagare un salario agli operai dell’industria tessile dal punto di vista dei padroni era una semplice scocciatura, un modo più pratico della frusta e delle catene per ottenere che questi esseri umani smettessero di cucire in casa e lo facessero rinchiusi in fabbrica. Dal punto di vista capitalista, la cosa importante è il pluslavoro non pagato, il lavoro pagato è solo la chiave per aprire il forziere. Si apre quindi la gara a trovare il modo di trasformare ogni attività umana in occasione di profitto.

    Esistono anche esempi pre-informatici di imprese che fanno profitto grazie all’attività gratuita dei suoi “utenti”. Nel formalismo economico neoclassico, abbiamo per esempio i “two-sided market” (http://en.wikipedia.org/wiki/Two-sided_market). Se ho una discoteca, buona parte del suo valore non è dato dalle luci stroboscopiche, dagli amplificatori, dal bar e dai cessi; il motivo principale per cui la gente va in discoteca è perché c’è lì altra gente che balla. In effetti, alcune di queste persone che ballano sono cubiste, ovvero mie operaie che ho ingaggiato per attirare i clienti; da questo fatto risulta chiaro che dal mio punto di vista tutte le ragazze che non pago sono cubiste gratuite – meglio ancora, cubiste paganti! Saranno meno brave e meno carine, ma sono un sacco ed è anche più facile che diano il numero di telefono.

    Su Facebook siamo tutti cubisti gratuiti, ma anche su Twitter, su Google+ o su qualsiasi altra piattaforma sociale. A dire il vero, l’intero World Wide Web ha senso quasi solo perché un sacco di gente ci butta continuamente dentro del contenuto di sua spontanea volontà. Facebook e Twitter sono riusciti a tirare un muro attorno ad una porzione del Web, a riempirlo di cocktail e luci stroboscopiche, privé e palchetti, cessi e zone fumatori, e a ottenere un profitto – che spesso assomiglia di più a una rendita – grazie al fatto che molti preferiscono ballare lì piuttosto che per strada (tra questi molti, ci sono io, a scanso di equivoci). Peraltro, a differenza delle strobo, la tecnologia usata per rendere quelle discoteche migliori della strada ha comunque dei costi enormi, simili a quelli di un complesso di grandi fabbriche; il contributo dato da 800 milioni di utenti di Facebook è gigantesco soprattutto perché sono tanti, ma quello dato dai suoi 2000 dipendenti che si fanno un culo quadro non va sottovalutato, così come quello di tutti quei lavoratori che ne tengono in piedi la colossale infrastruttura (10 data centre, ciascuno dei quali è grande come un capannone industriale; eccone uno: http://www.datacenterknowledge.com/wp-content/uploads/2010/09/prineville-aerial.jpg).

    Un discorso simile vale per l’open source commerciale o le API pubbliche (un’interfaccia software che chiunque può usare per “attaccare” la sua applicazione al mio servizio, ecco quelle di Twitter: https://dev.twitter.com/). Se trovo il modo di far lavorare gratuitamente qualcuno per una merce che alla fine della fiera è in parte consistente “mia”, ho fatto un affare. Non credo che lo schema del valore-lavoro sia sbagliato in questo caso perché quello è lavoro produttivo che avrei potuto comprare sul mercato del lavoro salariato. Se ho un progetto open source commerciale ma nessuno nella mia community sviluppa quello che mi serve, pago uno dei miei sviluppatori per farlo. Se il mio servizio ha delle API pubbliche ma nessuno le usa, pago i miei sviluppare per fare delle applicazioni che si attaccano al mio stesso servizio (Twitter fornisce i suoi widget prodotti internamente che usano le API pubbliche: http://twitter.com/about/resources/widgets). Esistono persone pagate per creare finti contenuti “social”, che possiamo usare concettualmente per dare un valore alla creazione di contenuti genuini. E via dicendo.

    Non darei un’importanza centrale al discorso della pubblicità. Quello è il modello attuale usato in molti di questi casi per monetizzare il valore prodotto, ma altri modelli sono possibili. Credo si tratti di un aspetto contingente e non essenziale. Se Facebook domani diventasse a pagamento ma senza pubblicità, continuerebbe a funzionare, come funzionano alla grande i siti di appuntamento a pagamento; il valore prodotto è reale e non è solo un gioco a rubamazzetto di spartizione di plusvalore tra Zuckerberg e i suoi inserzionisti. Lo stesso vale per Google, che infatti sta esplorando altri modi per monetizzare la propria posizione monopolistica, spostandosi sempre più verso la produzione di beni materiali attraverso la creazione di Android (che è open source e ricalcato su Linux…), che ha preparato l’acquisizione di Motorola, e tra poco vedremo le GoogleTV e tante altre cosette che renderanno Google sempre meno immateriale e cognitiva e sempre più “fordista”. Per fare Google Street View non hanno usato un algoritmo furbo, hanno mandato in giro per tutto il pianeta delle automobili con una telecamera: il capitale “ditigale” non ha paura di sporcarsi le mani col mondo fisico; non abbiamone neanche noi nell’analisi, nella critica e soprattutto nella lotta.

  68. @ Telesio
    tutto vero e condivisibile, e io del software libero ho sempre solo scritto bene, però Adriana non se la prendeva col software libero ma con un’argomentazione speciosa, semplicistica e benaltrista, riconoscendovi un equivoco di fondo che altri in questo thread hanno descritto e criticato.

  69. @Telesio
    Anch’io per tanti anni ho avuto un portatile con Ubuntu come sistema operativo. Però non lo definirei, di per sé, una “presa di coscienza di come la macchina funziona e di quanto vi sta a monte”. Ubuntu – a seconda poi di come lo usi – può essere trasparente rispetto al software che fa girare la macchina (ma volendo lo puoi usare in maniera molto opaca, molto “cattolica”, con l’interfaccia/prete che ti guida nell’interpretazione della Bibbia/computer, non molto diversamente da quel che succede su Mac). In ogni caso, non è per nulla trasparente rispetto a quanto sta a monte dell’hardware: ovvero assemblaggi, materie prime, sfruttamento di una forza lavoro “tradizionale”, distribuzione, eccetera.

  70. @Wu Ming 2: verissimo. Va da sè che parlando di “macchina” e di software libero mi riferivo sempre e comunque alla “macchina-Sistema Operativo”. Per quanto riguarda l’hardware i passi da fare sono, giustamente, ben altri.

    @Wu Ming 1: purtroppo le comunità linuxiane sono pieni di individui convinti di “aver visto la luce” e impossibilitati a condividerla con gli altri.

  71. [ chiedo scusa in anticipo se sbaglierò maneggiando categorie marxiane – ma non sono mai riuscito a frequentare nessun catechismo… e ogni riga che posto qua sopra provoca sudori e ansie più dei compiti in classe al liceo :) ]

    Confusamente mi sembra di intuire un legame tra la produzione di plusvalore nell’uso dei social network (seppur poca, a bassa intensità ecc. – mi interessa molto quel che dice uomoinpolvere su questo), e la percezione della stessa in termini di rifiuto del lavoro, come nota salvatore_talia, ad esempio.

    Intanto mi sembra che qui l’utente/cliente/acquirente sia condannato ad essere sempre un passo indietro (o un gradino più “dentro”, se vogliamo) rispetto a ciò che cerca: compra apple per sentirsi figo e elitario, nonostante ormai non ci sia prodotto più di massa dell’iphone; nutre di contenuti il social network per sfuggire dalla noia del lavoro, nonostante questo alimenti di fatto la stessa catena della produzione, ecc. : questa spirale di desiderio in/sodisfatto può ben generare il feticismo nei confronti dei pochi feticci su cui si è riusciti a metter le mani, credo – oltre a generare un tasso di frustrazione che è tangibile tutto intorno.

    E – ripeto, confusamente – ci vedo lo stesso giochino già analizzato tempo fa, del porno che mantiene la sua facciata trasgressiva ma di fatto diventa la morale del potere – o è la stessa mossa di ju-jitsu del capitale, come poi commentava WM1, che ci rovescia addosso oggetti o concetti marchiati “rivolta” trasformandoli in cagnolini addomesticati.

    Se anche sfuggire dalle solitudini, relazionarsi con gli altri, costruire reti-sociali è ormai oggetto di sussunzione (e in effetti lo è da tempo, oggi sulla rete ma da decenni nello spazio liscio del mondo reale), il tempo di vita che va liberato/riconquistato è una quantità spaventevole, ma prima di tutto allora, prima ancora di costuire le necessarie alleanze – o quantomeno nello stesso momento, c’è bisogno di rendere evidenti a noi stessi queste catene, altrimenti non si va da nessuna parte (emancipate yourselves from mental slavery – none but ourselves can free our minds…) e questa mi sembra davvero la sfida più difficile…

  72. @Telesio: però, vedi, il tuo piccolo lapsus (macchina = Linguaggio macchina = Sistema Operativo) mi pare indicativo di quanto sia forte la tentazione di considerare il PC come tutto-software, dimenticando che ci troviamo sempre di fronte a una macchina-macchina (che va costruita, alimentata, smaltita…). Si prende insomma la parte per il tutto: quello che nelle narrazioni tossiche abbiamo chiamato “effetto sineddoche”.

  73. Come giudicate il fatto che certi produttori di computer, come HP credo, vendano i loro prodotti con sistemi operativi GNU Linux tipo Ubuntu?

    Dato per scontato che un sistema operativo serva all’hardware per essere di una qualche utilità, loro utilizzano lavoro totalmente gratuito fatto da una comunità di persone che, presumibilmente, scrivono codice nel loro tempo libero. Lo stesso OS X, credo, abbia parti del kernel basato su parti di software libero.

    Visto da questo punto di vista, il software libero non perde qualsiasi “vantaggio” rispetto al software non-libero? Non è una domanda retorica la mia, non so niente sull’argomento.

  74. Salve a tutti, innanzitutto complimenti per il post, è esauriente e pieno di ricchi spunti, concordo su quasi tutta la linea, sopratutto sul fatto che scordiamo spesso – mi ci metto anch’io – i «costi della rete» quando ci cimentiamo in discussioni su Google, Facebook, Apple, Linux, ecc.

    Credo che il mezzo/luogo che internet rappresenta non aiuti a tenercelo in mente, perché rendendo le cose virtuali fa sparire il “monte” dalla “vale” come dicevate prima.

    Intervengo per accodarmi al commento di Adrianaaaa chiedendovi, per favore, di non confondere il software libero con Ubuntu :) e mi piacerebbe fare un’ulteriore riflessione riguardo al calcolo che non potremo mai fare sulle ore-lavoro dietro a tutti questi prodotti.

    Tra tutte le distribuzioni Gnu/Linux esistenti, Ubuntu è quella meno indicata per riceve il titolo di Software Libero. Anzi ne tradisce il significato in pieno. Innanzitutto perché è finanziata da un’azienda chiamata Canonical, proprietà del multimiliardario Mark Shuttleworth che fece la sua fortuna in Sudafrica entro il 1995, vendendo una compagnia che aveva fondato mentre era all’università – di bianchi, non so se mi spiego – chiamata Thawte, venduta alla Verising (la stessa che si occupa dei certificati digitali che utilizziamo oggigiorno, con sede a Mountain View, come Google) alla modica somma di 575 milioni di dollari. Soldi che in precedenza Shuttleworth utilizzò per fondare Canonical e dare il via a Ubuntu.

    Come ben fa notare Andrianaaaaa – dal nick immagino che abbia qualche parentela con Rocky Balboa – queste aziende «traggono tutto il loro profitto dai nostri momenti di solitudine, ed è per questo che cercano di renderceli quanto più piacevoli e appaganti possibile.» ed è il caso di Canonical, che facendo onore al suo nome, si propone come una sorta di “chiesa”, facendo leva sui sentimenti, sull’armonia, sulla luce di Ubuntu (non sto scherzando basta leggere alcuni post di Shuttleworth), acchiappando così tanti ma tanti sviluppatori giovani che, per una questione di, forse, istinto gregario, vogliono vedere Linux installato anche nella lavastoviglie.

    —————-

    Non nego, tuttavia, che mentre leggevo questo post mi è venuto in mente più di una volta il concetto di software libero, ma il concetto di cui parlo è quello che porta avanti Richard Stallman, lo stesso personaggio che – come ho linkato poco fa e voi avete retwittato, a proposito, grazie :) – era da tempo che denunciava gli abusi di Facebook e il fatto che l’azienda di Zuckerberg spiasse i suoi utenti grazie al bottone “Like”. Questo personaggio diffonde le idee del software libero perché con esse viene promossa la diffusione della conoscenza. Tutto qui. Ovviamente, il FreeSoftware è una sorta di DIY se comparato a Microsoft, Apple e Google. Ed è per questo che non è sbagliato dire che i costi di produzioni verrebbero “ridotti” o acquisiscono un altro valore, non più economico.

    Ho tutta una teoria in merito. Voi avete fatto l’esempio con Facebook ma avete tralasciato un colloso di lavoro collettivo come Google. Ad sempio, io credo che le aziende oramai si avvalgano del potere di produzione dell’open source. Ci sono degli sviluppatori di software che a me piace chiamare “Operai Open“, oggigiorno lavorano per il padrone virtuale Google e il suo famigerato “Android”:

    Funziona così: Google rilascia i sorgenti del suo sistema, così facendo ottiene developers e persone esterne, miliaia che svilluperanno applicazioni perché possano girare dentro il suo sistema, e così alimentare il ciclo di guadagno reciproco. Un po’ come se l’ape Regina, Google, chiamasse le api operaie attirandole col miele. Come fa ad attirarle, proprio grazie al fatto che Android porta dentro di sé il kernel linux. Cosa che, in apparenza potrebbe rendere tutto software libero, ma in realtà è sofware semi-chiuso, perché a decidere quando rilasciare i sorgenti è la stessa Google, che poi non si sa se compie le promesse.

    L’azienda di Mountain View quindi rende il progetto “aperto” finché basta perché chiunque possa collaborare e in questo modo poter sfruttare la manodopera di Operai Open, forza lavoro gratis, da cui loro – i padroni – ne trarranno vantaggi.

    Come vedete i calcoli che si possono fare vanno al di là dei materiali, c’è anche tutta questa manodopera open, inquantificabile, che lavora a distanza per internet. Se interessa ho scritto questo post al riguardo Il “Capitalismo 2.0″, Un Buco nel Modello Open?

    Quello che affermate è verissimo, ancora siamo legati, e saremo sempre legati ai costi materiali, ma oltre a questi bisognerebbe calcolare pure tutta la manodopera (anche questa materiale) nascosta degli svillupatori che lavorano per questi sistemi. Google oggigiorno vende servizi, ma al contempo si è comprata Motorola, quindi ora ha pure una base hardware per il suo sistema “open” Android

    Tuttavia, io credo che il capitalismo si stia evolvendo ancora un’altra volta, l’open source sarà il nuovo modo di produzione, perché più conveniente per le aziende, che all’ora di vendere si baseranno su “servizi” online, per creare sempre più un divario tra valle e monte.

  75. Mi pare che ci sia una certa illusione sul software libero, e mi perdonerete se il mio primo post qua parte con una divagazione sulla divagazione.

    Di fatto il software libero “vero”, cioè quello ampio, funzionante, usabile e usato non esiste fuori da un sistema pienamente “denarocentrico”.
    Ubuntu è figlia di una società d’affari (Canonical).
    Molti grossi progetti open source vivono del sostegno di IBM.
    Dove non sono esplicitamente i privati, vi sono investimenti di fondazioni ed enti di ricerca.
    Non uso “capitalista” perché capita che il modello di business sia leggermente diverso, magari, per produrre ricchezza tramite il software open source.
    Ma la pretesa che sia frutto del tempo libero, della gratuità, della benevolenza non fa altro che nascondere il fatto che, brutalmente, senza un cospicuo sostegno alle spalle un software muore nella stagnazione della comunità di riferimento.
    È una nuova “maschera” davanti alla realtà produttiva, stavolta di un bene immateriale.

    Per quanto riguarda il discorso su FB penso di non aver trovato mai una miglior spiegazione di come il produttore di plusvalore sia spesso inconsapevole del proprio sfruttamento economico.
    Mi chiedo tuttavia se il fatto che questo sfruttamento, come già fatto notare da altri, non passi dalla prevaricazione (nessuno mi obbliga a usare facebook, né preme per farmelo usare o si lamenta se lo uso poco, insomma a differenza del lavoro “standard” produco plusvalore ma non sono “vessato” per farlo) possa inserirsi nella visione tradizionale dello sfruttamento capitalistico.
    Insomma, io produco plusvalore per Zuckerberg, ma tra me e un suo dipendente passa una differenza ben forte nel rapporto di “oppressione capitalista”.

  76. Luca,
    ma proprio l’insalatina?
    la parmigiana piuttosto, oppure due tortelli, una carbonara.
    io a sta cosa del biologico mica ci credo tanto.

    (scherzo anch’io eh, che non voglio urtare la sensibilità di nessun consumatore di ortaggi bio)

  77. Riflessioni interessanti. Ma mi sconvolge il paradosso per cui solo grazie alle nuove forme di sfruttamento scopriamo lo sfruttamento tout-court. In paesi lontani, luoghi esotici, non abbastanza vicini da non consentirci di guardarli con il piacere sadico con cui si ammira un incendio lontano.

    Giornalisti ed intellettuali italiani (ma direi del mondo occidentale) non hanno una gran pratica della fabbrica. Altrimenti, avrebbero avuto da anni materiale a comoda portata di mano per scoprire soprusi quotidiani – luoghi di lavoro insalubri, capofabbrica irascibili e insultanti, turni di lavoro massacranti, contributi non versati, licenziamente per ingiusta causa.

    Parlare dei grossi nomi dell’industria, quelli che ci regalano le novità che ci incuriosiscono, è gradevole: è come occuparsi della squadra del cuore (o di quella avversa, con il necessario fiele). Io sto con Apple e tu con Google. Che sono tutte e due cattive, ma producono i nostri giocattoli preferiti. E siccome possederli ci dà un impudico piacere, vogliamo stemperarlo pensando (con sadico e più eccitante piacere) a quanta gente ha sofferto per produrli.

    Dimenticando, per più di un attimo, i muratori fuori sede che hanno attaccato a lavorare alle sei e mezza, e salgono sul tetto senza sicura.

  78. @rockit

    Lo stesso Marx dice che una condizione necessaria per il capitalismo è che l’operaio deve essere libero sul mercato e liberamente decide di vendere la sua forza lavoro; però, tanto libero non è in realtà: infatti, non avendo i mezzi di produzione se non vendesse la sua forza lavoro, non avrebbe di che vivere. Su FB, in modo simile, nessuno mi obbliga a starci, io sono libero di andare via, però se vado via mi perdo un sacco di cose che succedono. Ok, non ti perdi un salario come se non vai a lavorare vendendo la tua forza lavoro, ma perdi una serie di relazioni (infatti è per questo che io non mi cancello da FB: vivo lontano da tutti i miei amici/conoscenti e con FB mantengo alcune relazioni “vive”). Infatti, spesso si parla di biocapitalismo per mettere un’etichetta a realtà come FB: cioè, il plusvalore è estratto non solo dalla tua forza lavoro – ben poca quella dell’utente FB – ma dalle relazioni, dagli affetti, dalla vita dell’utente FB.

    Inoltre, per capire meglio la differenza tra utente FB e dipendente normale, si può anche riferirsi allo stesso Marx e alla sua distinzione tra sussunzione reale e sussunzione formale del capitale.

  79. Concordo con la valutazione che giudica insufficiente l’esclusiva diffusione di “pratiche di liberazione” come strumento di “lotta” al paradigma di una società capitalistica.
    La chiave per modificare lo status quo credo risieda nella possibilità di riappropriarsi della politica.
    Organizzare la comunità rendendo tali “pratiche di liberazione” più volte citate, un passaggio per stabilire una nuova socialità; offrono la possibilità di diffondere la cultura del diritto alla “dignità”, all’eguaglianza dei diritti e dei doveri che valesse realmente e non solo sulla carta; oggi è possibile riscontrare al massimo il diritto a reclamare un’elemosina: si implora un lavoro, una casa; si accetta l’idea di rimanere legati a vita ad un debito, o di sottostare a leggi e regole assurde, per poter esercitare un diritto che è già proprio: quello di abitare una casa, di nutrirsi (che a quanto pare è inviolabile solo per le persone in stato vegetativo irreversibile…), di non morire avvelenati, di potersi esprimere liberamente.
    Dunque “pratiche di liberazione” come incubatrici di una iniziativa più generale (e non solo nazionale ma con un orizzonte più ampio) per arrivare a imporre tramite l’azione politica, la costituzione di una legge nuova, che sia espressione di una nuova egemonia culturale.

  80. @ Tutti

    Mi sembra che si stia sottilmente ri-insinuando nella discussione la logica iper-“spazializzata” del Dentro vs. Fuori, con una implicita gara a chi e cosa è più “esterno” al capitale.
    Anche per questo non funziona fondare un discorso critico principalmente sulla scelta del singolo (utente, consumatore etc.).
    E’ giustissimo – e anche necessario – cercare di esprimere nelle proprie scelte quotidiane la propria critica della società. Tuttavia, non si può partire da queste scelte per indicare un percorso di liberazione condiviso, perché fin dall’inizio ci sarà qualcuno pronto a sbandierare una scelta più radicale della mia, secondo la logica per cui il nemico immediato del vegano è… il vegetariano :-)
    Credo sia necessario procedere nell’altro verso, partendo dalla critica della produzione. Su questo, anche alcuni degli ultimi commenti contengono intuizioni molto interessanti.

    @ rockit (e altri, non ricordo chi)

    tranquillo/i, nessuno ha messo sullo stesso piano utenti e dipendenti di Facebook, men che meno si è messo sullo stesso piano il lavoro dell’operaio e l’attività di chi sta tutto il giorno su Facebook, come commentato da un idiota su un altro blog. Il discorso che ho fatto su FB illustrava la mia affermazione sui social media come esempio più calzante di espropriazione, messa in produzione e mistificazione della cooperazione sociale produttiva, processo già descritto da Marx nelle sue linee fondamentali.

    @ Paolo Tramannoni

    beh, noi WM di certo non facciamo parte della schiera che descrivi, quella degli intellettuali che scoprono lavoro e sfruttamento solo in paesi lontani e passando attraverso la rete. Io, se voglio incontrare un operaio metalmeccanico, non devo fare altro che andare a trovare mio fratello :-) E se volessi parlare coi braccianti che si sveglia(va)no alle sei di mattina, mi basta parlare con mia madre.

    @ Di nuovo tutti

    scusate, gli spunti sono innumerevoli e per ora mi è impossibile riprenderli tutti. Ma saranno ripresi, non dubitate, perché il discorso non solo non è nato oggi, ma prosegue anche domani.

  81. @ Redview

    scusaci, abbiamo dovuto “editare” il tuo commento perché su Giap non accettiamo link a siti rossobruni, e purtroppo l’intervento che citavi era su un sito di quel tipo.

  82. @wm1

    Ok, non ne avevo idea. Il sito mi era sconosciuto.

  83. @wm1

    Forse, per convincere gli scettici, tutte queste cose bisognerebbe farle raccontare da un iPad McGuffin Electric.

  84. PICCOLO SPAZIO PUBBLICITÀ

    Ci aiutate a tradurre questo post? Siamo circa a metà. Qua: http://wiki.maurovanetti.info/index.php?title=Fetishism_of_Digital_Commodities_and_Hidden_Exploitation

    :-)

  85. Ho già detto che ho molto apprezzato il post e che in buon sostanza condivido la tesi di WM1, ma rimango dell’idea che i social media *non siano* l’esempio più calzante di “espropriazione, messa in produzione e mistificazione della cooperazione sociale produttiva”. E che per avere un’alleanza allargata di attivisti, lavoratori etc. serva una rappresentazione un po’ diversa della situazione.

    Facebook ha un fatturato nel 2011 di 4 miliardi e rotti con 2mila impiegati (fonte wiki). Google evidentemente è molto più grossa ma neanche troppo (fatturato 29 miliardi di cui 8 miliardi di profitti) e 28mila lavoratori. La totalità del fatturato di Facebook viene fatta con le inserzioni pubblicitarie o con quelle tesserine blu tipo le nostre dei cellulari che si comprano nei supermercati americani che servono per comprare cose su Farmville etc. Google idem, il grosso del suo fatturato è relativo alle inserzioni pubblicitarie (28milardi su 29). Ora, se voi andate a vedere che numeri girano nell’industria automobilistica o ancora di più nei colossi delle materie prime (gas, petrolio etc.) capite che si tratta di aziende tutto sommato piccole.
    Questo perchè il grosso del loro appeal sta tutto sulla potenziale influenza che hanno verso i propri utenti (e sui dati personali venduti agli inserzionisti). Il fatto che tutti (o la maggior parte di noi) quando si alza la mattina va a controllare la posta, o va a vedere il proprio profilo di facebook ha un enorme potenziale commerciale perchè vuol dire che milioni di occhi e frammenti di attenzione si vanno a posare lì su quel sito. Questa ricchezza tuttavia rimane *potenziale* proprio perchè facebook e google non guadagnano niente direttamente dai propri utenti. Il problema è capire come questa ricchezza da potenziale diventi attuale?
    Leggevo un articolo in cui ci si chiedeva cosa sarebbe successo se facebook avesse dirottato il 10% dei propri utenti con un minimo risparmio su una propria nuova banca (una facebook bank). Questa diverrebbe improvvisamente dall’oggi al domani una banca di medie dimensioni. E se facebook appoggiasse un candidato alla casa bianca? Che influenza potrebbe avere? Le inserzioni pubblicitarie su facebook poi hanno un potere enorme perchè possono essere selettive (pubblicizzo un tale prodotto solo per quelli che hanno alcuni “like” specifici o tiro fuori un ad solo a seguito di una certa chiave di ricerca e così via).
    Facebook – la cui coolness viene certamente veicolata dai suoi 800 milioni di utenti – non produce però valore *direttamente* tramite i suoi utenti ma re-investe e fa profitti con il valore delle imprese che comprano i suoi spazi pubblicitari o che partecipano al suo capitale azionario. Il fatto che una quota sempre maggiore dei surplus delle industrie manufatturiere venga traghettato sui mercati azionari è parte dei problemi che stiamo vedendo negli ultimi vent’anni (da Greenspan in poi). Se poi diciamo che gli utenti di FB partecipino alla creazione di valore perchè passano il tempo su quel sito o perchè strutturano le loro relazioni in base a facebook è quanto meno scorretto. A meno che non vogliamo considerare ogni forma di consumo come uguale al lavoro produttivo. Ma a questo punto allora possiamo dire che tutto è uguale a tutto il resto solo perchè ci sono dei legami (*sempre* il consumo è stato funzionale alla realizzazione di plus-valore… e questo non lo rendo di certo uguale al lavoro produttivo).
    Insomma se mettiamo insieme lavoro e consumo finiamo per non capire più come le relazione economiche e di sfruttamento si legano (ma anche si differenziano) tra di loro.

  86. @ Frasel
    Felici e sfruttati non è più l’ultimo, ma il penultimo libro di Formenti, che ha pubblicato il dialogo con Bifo L’eclissi [qui la scheda editoriale]. Citazione comunque opportuna come il cacioricotta sui maccheroni al ragù (napoletano, non bolognese): molto di quello che Formenti pensa negli ultimi anni è in relazione con i temi del post che stiamo discutendo, e il suo pessimismo di fondo sui destini della rete è un toccasana verso chi crede che la rete sia il giovedì grasso degli internauti liberi e creativi, dimenticando le pratiche di chiusura di cui la rete è oggetto.

  87. @ Logical Warfare

    sì, grazie e scusa se non ho ripreso le tue osservazioni! Nel proseguire la riflessione, terrò conto di tutti gli spunti e delle pulci nelle orecchie (oddìo, pulci… Son grosse come calabroni). Del resto, anche questo post è una prima sintesi di discussioni avvenute nei mesi scorsi su Giap.

  88. Vorrei aggiungere una considerazione sul software libero. Come già illustrato nel post e da successivi commenti le scelte individuali del consumatore finale hanno poco impatto su tutto l’ambaradan a monte della produzione di componenti hardware e, dunque, dell’enorme Rete di Reti che è Internet.
    Ubuntu è, come ha scritto santiago, il peggior esempio da portare quando si parla di software libero. C’è un enorme galassia di distribuzioni ‘leggere’ che riescono letteralmente a resuscitare vecchi pc ormai obsoleti. Di fatto la maggior parte dei compiti che si svolgono sui pc non sono cambiati da anni a questa parte e hardware di 5-6 anni fa è sufficiente per navigare, scrivere, stampare, ascoltare musica, vedere film eccetera. Con software libero e gratuito, non proprietario di nessuna corporation ma disponibile per chiunque voglia e facile da condividere nelle personalizzazioni, si può incidere di molto sull’obsolescenza programmata dei vari Apple, Sony e compagnia. I terminali Android sono un caso da manuale: dopo qualche mese dalla commercializzazione la casa produttrice (nel mio caso la sony ericsson) smette di supportare e aggiornare il dispositivo (nel mio caso un xperia x8) spingendomi, se sono un sano e inquadrato consumatore occidentale 2.0, a rivendermelo su ebay per poi pagare meno un dispositivo più recente. Grazie ad un gruppo di hacker posso invece installare delle versioni personalizzate di android aggiornate quasi ogni settimana e curiosare con tutte le novità del caso. Questo è antieconomico per qualunque azienda software o hardware che deve fare profitto. Questo non accadrà MAI col software proprietario.

    Quando chi, come me, fa il duro e puro e si mette ad evangelizzare il prossimo verso l’opensource fino allo sfinimento non lo fa certamente perché così migliora lo sfruttamento dei ‘negri’ nella catena produttiva dell’hardware. Solo un ignorante lo penserebbe. Tutto ciò che è in magazzino o sotto le nostre mani è già stato prodotto, con il suo impatto. Aspetta solo di essere smantellato per far posto al nuovo. Se oggi un consumatore, dopo tremila pippe mentali radical-chic, sceglie apple piuttosto che hp o acer non cambia una mazza. Cambia solo per il suo portafogli. Ma educare fin dai “primi passi informatici” all’uso di software opensource può aiutare a vedere lo sviluppo incessante della tecnologia con occhio critico e porre l’accento sul problema dello smaltimento, spesso ingiustificato, dei dispositivi obsoleti.

    Chi come me fa il saputello non ti dice di comprare hardware che ha già dentro il software libero. Ti dice di installare il software libero su *quello che hai già* così anziché buttarlo tra 1 mese “perché è pieno di virus” impari a tenere pulito un sistema Gnu/Linux e ti dura altri 5 anni. Questo almeno è uno tra i primissimi motivi per cui si usa Linux, ma ce ne sono altri. Non vorrei andare OT.

    Credo che vada posto un accento sulla capacità dell’opensource di contrastare, almeno in piccola parte, l’obsolescenza programmata.

    PS articolo e discussione fantastici! Grazie!

  89. @girolamo
    grazie per la precisazione e per la segnalazione dell’ultimo libro di Formenti che spero a questo punto di leggere al più presto

    @ost
    quando si dice “mi hai tolto le parole di bocca”… io uso ubuntu (su di un portatile del 2006) ma non mi sognerei mai di presentarlo come atto rivoluzionario né tantomeno la panacea di tutti i mali..
    ho utilizzato versione più light per desktop vecchi e come è noto ci sono realtà associative che grazie a software libero riescono a garantire l’accesso a internet a chi non lo ha..
    non so se si può parlare di pratica liberatoria, di certo è un atteggiamento che esprime, secondo me, quella consapevolezza necessaria di cui sopra

  90. Provo a spiegarmi meglio, che prima sono andato un po’ di fretta, tuttavia abbiate pazienza, è parecchio ormai che non discuto di filosofia (senso nobile della parola), soprattutto scrivendo.

    Diciamo che, nel leggere la descrizione del modo in cui il capitale costringe l’operaio alla sottomissione, trovo sempre pesante, forte, schiacciante l’_impossibilità_ per l’operaio di sottrarsi al lavoro salariato, pena, semplicemente, la morte per fame.
    Per cui l’appropriazione del suo lavoro tramite l’accentramento dei mezzi di produzione è possibile, verrebbe da dire, _solo_ per la violenta imposizione che la mancanza di lavoro comporterebbe. O lavori, o non mangi, in sintesi.
    Condizioni che, se confrontiamo con la realtà odierna, permangono.
    Ecco, nell’esempio dell’utente facebook questa costrizione, è ovvio, non è né urgente né violenta.
    Nei confronti del dipendente la proprietà del mezzo di produzione è decisiva: se vuoi lo stipendio e il prestigio di un dipendente facebook o lavori a facebook o l’alternativa è il lavoro sottoqualificato (o un’altra grande compagnia). Edulcorata, ben pagata, ma sempre appropriazione resta.
    Nel caso dell’utente, invece, il legame con il mezzo è, detto banalmente, questione di moda. Non a caso lo spauracchio di qualcosa di “cool” come Google+ è bastato a far mettere il turbo allo sviluppo di facebook.
    Insomma, c’è plusvalore, ma la costrizione manca.
    Che i due aspetti non fossero stati messi minimamente sullo stesso piano qui è ovvio, basta leggere :)
    Tuttavia il mio dubbio più grande è che la differenza sia talmente macroscopica da oscurare il resto del ragionamento.

    E ancora: se ne ricaviamo il fatto che esista plusvalore senza sfruttamento secondo me ci porta in una zona di confine, che può essere interessante, e parecchio, anche per rimuovere la mistificazione della produzione che si cerca di combattere. Vado per punti, che mi son già espresso in modo abbastanza contorto
    *Questa “appropriazione senza sfruttamento” è un segno della pervasività del capitale, espanso ormai fino a sfruttare la voglia di divertimento per produrre e accentrare ricchezza, oppure potrebbe essere un punto di confine, di cedimento, un punto da far esplodere per sottrarre, detto banalmente, l’utile al padrone?
    *Se facebook non fosse un’azienda, ma una cooperativa, diciamo se la proprietà dei mezzi di produzione e gli utili conseguenti fossero equamente ripartiti tra i suoi dipendenti, quelli più chiaramente e direttamente espropriati del proprio lavoro, che accadrebbe? L’appropriazione del plusvalore generato dall’utente resterebbe, ma cadrebbe o meno la natura capitalista della società?
    *Facebook, e ancor più Google e Linkedin restituiscono alla collettività *tonnellate* di software libero, abbondante e di primissima classe. Liberano parte dei propri mezzi di produzione, per quanto magari minoritaria spesso fondamentale. Potrebbe essere un “buco” da sfruttare, ingigantire, far passare come modello generale? (visto il modello di vita adottato qui con la publicazione in copyleft credo ne abbiate da dire)

    Rimane il fatto che comunque si concluda (cioè, pure se dicessimo che no, tutto sommato l’appropriazione del plusvalore generato dagli utenti è legittima e pure buona) il post conserva un potenziale evocativo devastante.
    Cioè ricordare che comunque, anche senza forme di sfruttamento evidente, *esiste* plusvalore che genera guadagno deve dare forza e vigore nei momenti di dubbio.
    Di fronte a un accordo stile Mirafiori, con l’appropriazione evidente e qui violenta del plusvalore, con certe parti del sindacato che operano per nascondere questa appropriazione e sollevare al massimo la mistificazione di cui qui si discute, insinuare anche solo il *dubbio* che pure nella gratuità si nasconda lo sfruttamento è un’operazione meritoria e rivelatrice, comunque.

    Spero di essermi espresso un po’ più decorosamente
    Lorenzo

  91. D’accordissimo anch’io con Ost. Io credo che tutto questo discorso non sia così off topic, perché lo collego alla “forza produttiva del capitale” di cui parlava Marx. E dato che il software libero, Gnu/Linux, ha la peculiarità di formare le cosiddette community sia di sviluppatori che di utenti, il discorso si ricollega alle stesse argomentazioni legate a Facebook che sono state fate finora. Trovo che le tematiche che si possano portare avanti con il software libero siano due. Cercherò di essere chiaro per chi non se ne intenda sull’argomento (intendo software libero) e mi lascerò andare a teorie personali e rischiose (riguardo Marx), vi prego si segnalarmi se sarò fuori rotta, sbagliatissimo o perfino delirante :)

    – Da una parte c’è il discorso Trashware, di cui parlava Ost. Ovvero il “software libero” ti permette di rimandare lo smaltimento di materiali grazie alle sue innumerevoli versioni – che l’essere “free” permette di sviluppare – create ad computer :D con tutte le conseguenze benefiche che comporta. (qualcuno potrebbe ribadire che si può ancora installare windows 98, ma non è praticabile perché i programmi nuovi, per decisione di Microsoft, non ci girano più)

    – D’altra parte c’è il discorso che riguarda quello che io chiamo “l’anarchia” del software libero. Ed è a questo a cui mi riferivo quando prima scrivevo sui nuovi “metodi di produzione“:

    Se ci concentriamo sul mercato software, notiamo che oggi siamo in un periodo di transizione. Da una parte c’è ancora Microsoft e Apple (in parte), legata alla vecchia maniera capitalista di produzione di software closed. D’altra parte ci sono aziende che fanno loro il movimento “open source”, che attinge alle basi del “software libero” finché gli conviene, per poter acchiappare sviluppatori aggratis, formare “comunità” di operai open che facciano software per le loro piattaforme e così rendere “perfetti” i loro aggeggi. Sebbene questo comporti il fatto che l’hardware sarà supportato più a lungo, c’è un “però” grosso come una casa, perché queste “comunità” – spinte probabilmente da quel che avete chiamato la “Gemeinwesen”, ma io chiamo “spirito gregario dell’uomo” – fanno quello che Marx chiamava lavoro socializzato (reso collettivo) e non rappresentano la forza produttiva del lavoro, per i lavoratori, ma bensì, io lo chiamerei, forza produttiva del open source:

    Mettetevi nei panni di Google. Siete un’azienda potente e in pieno auge, decidete di fare un sistema operativo per smartphone e tablet – scommettete sul futuro, sopratutto di occidente dove i suoi cittadini hanno il potere acquisitivo, nonché la nullafacenza adeguata per aspirare a certi aggeggi – un sistema operativo che si metta in netta competizione con quello di Apple. La genialata di Google, però, è stata quella di rilasciare questo sistema “open source”. Mentre Apple ti fa pagare sia per l’hardware che per il software, Google ti offre un servizio apparentemente gratis, come FB. Tuttavia, si scontra con una delle migliori clausure di “libertà” che possano aver mai fatto: la GPL.

    La General Public License, scritta da Stallman, è una licenza fatta per salvaguardare la “libertà” della conoscenza. È alla base del concetto di copyleft (di cui Stallman fu il pioniere) e diede luogo a tante altre licenze che oggigiorno fanno possibile, tanto per fare un’idea, Wikipedia.

    (dentro al post che ho linkato nel commento scorso, affermo che Stallman è il Marx dell’informatica, lo dico sapendo che è esagerato, ma non è un caso se il tizio sia convinto che la vera “libertà” per chi lavora con il software e lo usa, sia rappresentata dall’eliminare il software proprietario. Così come per Marx la vera libertà si sarebbe verificata quando non ci sarebbero stati più padroni.)

    Succede allora che Google deve scontrarsi con questa licenza che le impone di dover rilasciare i sorgenti del suo sistema, ma così facendo capita quel che illustrava Ost prima, ovvero: si aumenta la durata di vita utile del dispositivo hardware. A Google questo non interessava, perché non vendeva il hardware. Finché non comprò Motorola. Anzi, ancor prima di dire “hello Moto” mise in atto la sua trappola: Android è software libero solo fino alla versione 2.2, da quella versione in poi Google si è compromessa a rilasciare il codice sorgente (a liberare il software) solo quando uscirà la versione successiva. Ovvero, ora siamo alla 3, quando esca la 4 rilasceranno i sorgenti della 3.

    Per chi non l’avesse colto, vogliono combattere proprio questa licenza che salvaguarda i diritti di chi lavora per loro. Ad essere sinceri, Android non contiene niente di GPL. E i produttori Hardware fanno sì che tu non possa avere il pieno controllo del tuo Smartphone. Infatti chi installa una versione libera deve sfruttare un bacco di sicurezza, per installare una versione sempre basata sulla 2.2 e non più oltre. Non so quanto la cosa sia legale, forse si perde pure la garanzia, e sopratutto non so quanta gente normale farebbe una procedura del genere. Come volevasi dimostrare Google accontenta gli utenti esperti, alcuni suoi “operai open”, e mantiene invece il ritmo frenetico della tecnologia, quella che si aggiorna ogni 6 mesi, per la massa.

    Anche Ubuntu, purtroppo, non è esenta da questo meccanismo. È una distribuzione, versione di gnu/linux, che attinge al 93% di pacchetti di Debian (ovvero al 93% di lavoro fatto da sviluppatori in modo gratuito, e anche se questo è stato fatto nel loro tempo libero, parliamo di migliaia di persone, torniamo all’incalcolabililità delle ore-lavoro). Canonical, l’azienda che lo produce, apporta soltanto 7% di codice proprio. E quando dico “proprio” intendo dire che elabora del codice, grazie anche alla sua comunità, per la “sua” distro e basta. Mentre tutte le altre distribuzioni sviluppano software che poi mandano in “mainstream” e quindi così gioisca l’intero panorama Gnu/linux, Canonical si tiene tutto per se. Anzi, in realtà propone i suoi prodotti in mainstream, ma siccome non rispetta gli standard prestabiliti – cosa fatta apposta – questi non vengono accettati.

    Perché? perché in questo modo possono vendere i loro prodotti sui market – anche Google ha un market – che hanno creato appositamente. Ubuntu Music Store, Ubuntu One (programma chiuso a livello server) e la presa in giro chiamata Ubuntu Software Center, che include senza distinzione programmi proprietari.

    Tutto ciò significa che le suddette aziende hanno capito alla perfezione l’andazzo, ovvero: in futuro, grazie ad internet, potranno avere una manodopera fuori dal comune, potranno fare prodotti che, con il vantaggio di essere “Open Source”, daranno spazio a innumerevoli beta tester e riusciranno a fare prodotti più testati, mentre si concentreranno di guadagnare con i servizi offerti. Ma in tutto questo guadagno, dovranno ancora far conto con l’hardware (mi sembra di prevedere pure una bella guerra per il litio, spero tanto che Evo Morales resti sul suo posto un bel po’ di tempo ancora) e in questo rapporto con l’hardware c’è il mondo dei produttori (Nokia che ha appena fatto un accordo con la Microsoft; Motorola assieme a Samsung alleate con Google, e infine Apple), produttori hardware che di certo non vorranno adottare licenze come la GPL.

    E così il capitalismo avrà trovato un modo di produzione più favorevole ai tempi che corrono, continuando però a guadagnare a spesse dell’altro.

  92. Uno spettro si aggira nella shell :D (scusate, non ho resistito)

    Grande articolo, grande tessitura. E’ il tornare e ritornare sui concetti, aggiungendo ogni volta un filo nuovo (narrazioni tossiche, mito tecnicizzato) che fa la differenza. L’alleanza finale è notevole. Occorre far emergere il sotterraneo, dare voce alle ossa. Manca anche solo una rappresentazione cognitiva dell’ “a monte”.

    Il barbuto di Terviri ha molto ancora da dirci. I guardiani dell’ortodossia marxiana non me ne vogliano, ma sogno un libro analogo all’anti-Edipo, capace di rendere fluido Das Kapital e di suggerirci nuove strade. Intanto, anche “solo” il disinnescare certe narrazioni si fa pressante. Guardate cosa è successo in Europa, con una crescita costante del partito pirata. Ho il sospetto (purtroppo non supportato da dati) che l’errore di fondo di una Rete Buona sostenga questa visione politica, della quale quella di Grillo e Casaleggio Associati è solo la -peculiare – declinazione italiana.

    Molte cose da ruminare. Ci ritorneremo a lungo, mi sa. Vi lascio con un link collaterale, un esempio di quello che dovremmo fare: uscire fuori da questo dentro virtuale, stare dentro e fuori contemporaneamente, senza inscatolarci o evaporarci nei social network. Rimane una questione di spazio.

    http://crisis.blogosfere.it/2011/09/occupate-wall-street-e-anche-gli-altri-posti.html

  93. […] parlando del post a cura di Wu Ming 1 uscito due giorni fa su Giap e intitolato Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple. Leggetelo, davvero, fate uno sforzo. Se proprio non avete il tempo, ve lo riassumo […]

  94. Un paio di appunti sparsi:
    C’è anche un altro fenomeno strettamente collegato alle questioni elaborate fin qui, quello del neocolonialismo, laddove al posto delle nazioni ci sono le multinazionali.
    Lavorando sulla Nigeria ci siamo imbattuti in una costellazione di informazioni e resoconti dettagliati sulle forme di sfruttamento, abusi e schiavismo che da anni si vanno sempre più inasprendo. Una volta erano i diamanti e il petrolio (un bene di lusso e un bene di largo consumo) ora sono i metalli che servono ai nostri telefoni, alle batterie, ai computer, alle consolle e che si trovano solo in determinate aree del pianeta… Pensate solo allo sfruttamento in Congo Brazzaville di terreni strappati dal governo (sul conto paga della sony) a popolazioni locali perché ricchi di materia prima per la playstation. Popolazioni che poi vengono costrette a lavorare all’estrazione del materiale… Un paio di anni fa c’è stato un tentativo di resistenza, sfociato in un momentaneo calo di distribuzione della consolle, e in una successiva repressione del Lumpenproletariat tribale.
    La domanda è possiamo fare a meno di questi strumenti, possiamo rinunciare al petrolio, alla plastica, alle batterie al litio, ai computer, ai telefoni, alla playstation (be’ almeno a questa forse sì) ecc. ecc. La risposta è ovviamente no. E allora? La narrazione può svolgere un ruolo omeopatico nei confronti delle narrazioni tossiche e alimentare la consapevolezza delle catene di causa ed effetto, di consumo e produzione. Non cambierà nulla ma per lo meno forse qualcuno non starà in coda di notte per entrare all’Apple Store o smetterà di essere triste per la salute di Jobbs…
    Appunti sparsi e confusi…

  95. Ottimo post, lo linkerò il + possibile.
    Interessante il riferimento (nn nuovo) al video sul NWO della società che gestisce il blog di Grillo (la Casalecchio). Sguardo originale sul rapporto:

    popolo della rete (Grillo, Zeitgeist, FB)
    =
    popolo della piazza (V day, No B day)

    siano due fenomeni collegati prevalentemente dall’investimento libidico che i soggetti partecipanti mettono per scoprire e diffondere le “verità nascoste”. Versione digitale della “negazione feticista” di cui parla Zizek.

    A quando un approfondimento su web-populismo e teorie del complotto?

  96. Ripeto che la mia intenzione non era assolutamente quella di prendermela con il software libero, ma con l’idea secondo cui questo sarebbe la soluzione o quanto meno un compromesso ragionevole.
    Io faccio consumo critico – mi faccio in casa persino il balsamo per capelli! – ma non mi sognerei mai di dire che nel sistema in cui viviamo è un sano compromesso, perché, appunto, non c’è un fuori. Il discorso è complesso e questo tipo di risposte, che hanno al centro il consumatore – l’individuo del sistema capitalistico – sono troppo facilmente manipolabili e alimentano troppe illusioni. Sovrastimano sempre la portata delle loro azioni, perché l’individuo-consumatore è una figura ingigantita, è una persona che si guarda in uno specchio che ingrandisce

  97. @Nexus

    “A quando un approfondimento su web-populismo e teorie del complotto?”

    ti segnalo questa chicca:

    http://www.meetup.com/beppegrillo-69/messages/boards/thread/3647074?thread=3647074

    (una conferenza di david icke, quello dei rettiliani, organizzata a parma da M5S)

  98. Sono lettrice da un po’ delle discussioni, non ho mai osato commentare perché consapevole che la mia preparazione nel campo filosofico/politico è piuttosto tutto inadeguata e a volte ho difficoltà a seguire i rimandi, i commenti e le citazioni di WuMing e dei vari commentatori!! Detto questo, ho trovato molto interessante il post e poiché mi occupo di ambiente e di rifiuti, il discorso della scarsa consapevolezza di quello che sta “prima” e “dopo” il nostro tablet, cellulare, i-pad, ecc mi ha subito richiamato alla mente le metodologie della “Life cycle analisys” e dell”impronta ecologica”, che servono a rendere esplicite le “passività” ambientali insite nei processi di produzione e nelle merci. Bisognerebbe estenderle (ma forse si fa già?) alle “passività sociali”.

  99. “Il consumatore è l’ultimo anello della catena distributiva, non il primo della catena produttiva.” (cit. Wu Ming 1)

    Queste parole andrebbero scolpite nel marmo. Secondo me questo è uno dei nodi centrali nella formazione di una consapevolezza su come funziona il sistema capitalistico che ci sta trascinando nel baratro. Ragionare su come si forma il *valore* è essenziale, perché il valore è la base della ricchezza, dell’economia, di tutto. Marx lo aveva capito benissimo, e infatti l’analisi del valore basato sulla produzione è la spina dorsale del suo pensiero – più fondamentale ancora, secondo me, dell’impostazione dialettica.

    Ma lo hanno capito benissimo anche gli apologeti del capitalismo che sono venuti dopo di lui (Jevons, Menger, Walras, Marshall, von Mises… vale a dire i primi marginalisti, i neoclassici e gli austriaci); i quali, infatti, anziché prendersela direttamente con Marx, hanno preferito attaccare i fondamenti della teoria “classica” del valore (quella di Ricardo), dalla cui analisi Marx aveva ricavato, con una logica ferrea, la sua critica radicale al sistema capitalistico.

    Oggi, la retorica del consumatore “ombelico del mondo economico e sociale” è uno degli ostacoli più forti alla formazione di una coscienza radicalmente anticapitalista.

    Un’ultima nota sul dentro/fuori. Se non sbaglio, i Wobblies adottavano uno slogan del tipo “building the structure of the new society *within the shell* of the old”. L’idea di un “dentro” inevitabile è sempre stata, in fondo, una componente essenziale, imprescindibile delle aree più avanzate dei movimenti di lotta. Penso basterebbe questo per liquidare quanti ancora si illudono di potersi collocare “fuori” da questo sistema…

  100. Vi seguo da sempre e vi ringrazio per la (contro)educazione -letteraria, filosofica, cognitiva, semio-semantica e, perchè no, anche sentimentale – che mi avete dato negli anni ;-).

    E’ la prima volta che lascio traccia sul vostro Giap e lo faccio segnalando l’articolo “Facebook entra in politica. Creato un fondo per finanziare le presidenziali” (http://corrierecomunicazioni.it/news/84618/newsletter/747/facebook_entra_in_politica_creato_un_fondo_per_finanziare_le_presidenziali ilCorrieredelleComunicazioni.it è un giornalaccio on line scarno e tendenzialmente markettaro sul mondo IT e ICT. Lo frequento per lavoro e ogni tanto qualche ultim’ora utile/euristica la sforna…).
    Probabilmente qualcuno prima di me ha già raccolto e sviscerato questa notizia, nel caso chiedo venia per la ridondanza, ma credo sarebbe interessante approfondire l’argomento anche in questa direzione.
    Un caro saluto

  101. @ Don Cave
    Lo slogan dei Wobblies è un remake della definizione di comunismo di Marx-Engels dell’Ideologia tedesca, l’unica pagina di quel libro che avrebbe meritato di sopravvivere alla critica roditrice dei topi. Scritta così, rende evidente il debito di questa definizione con la metafora hegeliana (Fenomenologia) delle doglie come del nuovo che nasce all’interno del vecchio. Nel frattempo, il mio gatto Wobbly è evaso all’alba da casa perdendosi nel quartiere, e costringendo l’insulso post-operaista qui scrivente a fiondarsi *fuori* in pigiama finché non il micio non è stato ritrovato.
    I *gatti* hanno la testa più dura delle teorie? :-)

  102. […] circolazione e scambio di contenuti, e ne ho evocato i presupposti ideologici. La lettura di “Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple” di Wu Ming 1 mi ha perciò fatto l’effetto di uno specchio deformante, nel quale ho visto apparire un ometto […]

  103. È vero che l’importanza dell’individuo/consumatore è spesso ingigantita, spesso proprio da chi vuole scaricare le colpe sull’individuo e sminuire le responsabilità della collettività e di chi la guida, ma l’atteggiamento e la lotta individuale contro il meccanismo di cui si sta parlando è fondamentale. Deve essere chiaro però che non c’è modo di “mettersi a posto la coscienza”, men che meno con l’azione individuale. Usare software libero, mangiare roba a Km 0, non ci rende “migliori” di altri. Non deve prodursi l’effetto “per cui il nemico immediato del vegano è… il vegetariano”, come nota WM1, se no si perde la strategia, si perde la vista del bersaglio che deve essere diretta sempre dal basso verso l’alto, non in orizzontale (come il bersaglio vorrebbe…). È utile apprezzare la diversità anche nelle forme di lotta, diversità non dialettica ma divergente, insomma: “La logica della strategia è la logica della connessione dell’eterogeneo, non quella dell’omogeneizzazione del contraddittorio” per citare il Foucault già citato in un post precedente di Wu Ming.

  104. Pare proprio, leggendo i vari pingback, che la maggior parte delle critiche al post si basino su un’ interpretazione pretestuosa della parte riguardante facebook, che viene letta come un’ equiparazione tra l’ operaio che assembla tablets e l’ utente di facebook che riempie di contenuti la piattaforma. A me sembra chiarissimo che nel post non ci sia traccia di questa equiparazione. Il problema che viene posto invece e’ questo: Zuckerberg trae profitto da cio’ che milioni di persone fanno per “divertimento”. Ma il profitto non proviene da un “biglietto” che si deve pagare per entrare, come in una discoteca, bensi’ dalla vendita di dati sensibili, e soprattutto dall’ aspettativa che si e’ creata riguardo ai possibili inquietanti utilizzi di tutti questi dati (v. la notizia sulla “discesa in campo” di zuckerberg nel marketing politico).

    Tempo fa avevo fatto il paragone con la storia di Tom Sawyer che deve dipingere la palizzata.

    Zia Polly ha deciso che, per punizione, Tom Sawyer deve dipingere la palizzata. Mentre dipinge svogliatamente, tutti i ragazzini del paese passano di la’ e lo deridono. Allora gli viene un’ idea. Comincia a fingere di divertirsi un mondo, e dopo un po’ i ragazzini cominciano a pregarlo di lasciar fare un po’ anche a loro. All’ inizio rifiuta, ma poi accetta di farli “giocare” in cambio di una fionda, una pelle di gatto, un ferro di cavallo… A sera la palizzata e’ rivestita da tre mani di vernice, e Tom Sawyer e’ diventato ricco.

    Cambiamo un po’ la storia. Zia Polly ha promesso a Tom Sawyer che gli dara’ 20$ se dipinge la palizzata. Allora Tom comincia a dipingere, fingendo di divertirsi un mondo. Dopo un po’ i ragazzi del paese cominciano a chiedergli di lasciarli “giocare” un po’, e lui glielo concede, e non si fa nemmeno pagare. A sera la palizzata e’ rivestita da tre mani di vernice, Tom Sawyer e’ diventato ricco, e per di piu’ si e’ fatto la fama di ragazzo generoso.

  105. Difficile aggiungere qualcosa al già detto. Questo non tanto per il modo in cui Wu Ming 1 riporta all’interno del suo stesso articolo anche le critiche che presume gli verrano mosse e le smonta mentre prosegue nella sua analisi (e nonostante tutto gli vengono mosse…). Ma perché alla fine “starci dentro in modo critico” è davvero l’unico orizzonte verso il quale muoversi nell’immediato, nel senso che starne fuori non è fisicamente possibile e non assumere un atteggiamento critico non è eticamente accettabile. Quindi che aggiungere? Il problema è questo. Ed è un problema enorme perché nell’abissale presa di coscienza che aggiungere qualcosa non è così difficile rischia di precipitare anche il “prossimo passo”. Quello cioè che dovrebbe trovarsi tra l’analisi compiuta e l’auspicio della grande alleanza. L’anello di congiunzione che in una parola definiamo “strategia”. Ammesso che questa non debba essere individuale ma estesa ed estendibile, ammesso che questa debba passare attraverso la rete, connettere i movimenti e dare struttura all’eresia. Al momento, non resta che avanzare. Con il coltello tra i denti e l’ebook reader carico in mano, ma avanzare.

  106. @tuco

    “FB trae profitto da ciò che milioni di persone fanno per divertimento”. Secondo me detta così è ambigua, perchè sembra che il *divertimento* di milioni di persone diventi *direttamente* fonte di valore. Tesi da cui discende la balzana idea post-operaista per cui il tempo di vita e il tempo di lavoro si mischiano fino a confondersi, “tutti siamo produttivi anche quando ci divertiamo anche quando consumiamo”, la figura del pro-sumer etc. etc. No, non è così. Bisogna provare a ricostruire i nessi. Facebook funziona come servizio di divertimento gratuito per gli utenti e pagato dagli spazi pubblicitari. Non diverso da un’ipotetico cinema in cui si entra gratis in cambio di spazi pubblicitari (tv?). La specificità, parzialmente nuova, è quella dell’estorsione dei dati personali, che fa molto gola ai pubblicitari dal momento che devono razionalizzare i loro target e sfruttare le nicchie di mercato. Il resto è politica di logo e bolla speculativa azionaria (da parte di un’azienda che in definitiva profitta poco o nulla).

    Il valore non si crea *in facebook*, ma viene traghettato lì dagli inserzionisti pubblicitari che in definitiva si rifanno a monte alla produzione industriale (manufatturiera). Ora, qui vediamo in atto quel processo che dalla svolta monetarista degli anni 80 è arrivato fino alla crisi attuale e che ha legato esternalizzazione della produzione (sia interna tramite subforniture sia esterna tramite outsourcing), attacco al mondo del lavoro, calo degli investimenti produttivi ed enorme traghettamento di ricchezza nei mercati azionari. Il cuore della tesi di WM1 è che dobbiamo tenere insieme tutti i pezzi che dalle industrie manufatturiere ci porta all’Ipad o ai servizi digitali. E’ una tesi che condivido in pieno. Dico solo che bisogna aggiungere qualche passaggio.

    @precaria guerrilla

    A me l’individuo sta sui coglioni già così, in quanto concetto, figuriamoci le lotte individuali :) Secondo me la dimensione della lotta individuale porta *in sè* una dimensione di orizzontalità (modello vegano/vegetariano etc.) invece che di verticalità delle lotte. Nella sua *forma*, indipendentemente da cosa dice. Un individuo ha una percezione necessariamente parziale delle tessere che fanno il mosaico, ed è per questo che è importante avere una dimensione politico-soggettiva collettiva che mette insieme le prospettive. Dico politico-soggettiva perchè non è – come si pensava a Genova – sufficiente mettere insieme le lotte/esperienze locali (particolari) per costruire una prospettiva generale. A volte gli interessi in campo sono confliggenti (tipo operai italiani vs. operai serbi o le tante altre esperienze del genere che sono capitate in passato). La Lega vince perchè mette interessi confliggenti l’uno contro l’altro (e gli interessi dei migranti sono confliggenti con quelli dei padroncini, anche se alla fine se la pigliano in culo entrambi). Si supera la prospettiva particolare non sedendosi intorno a una tavolo a capire ragioni e torti (a la Habermas) o spiegando perchè gli interessi confliggenti possono invece accordarsi con la discussione. Col cazzo, nelle lotte tra poveri gli interessi sono confliggenti per davvero! Si supera la prospettiva individuale/parziale solo puntando sul nemico più in alto. E’ chiaro che deve diventare *vantaggioso* per tutti sparare al nemico più in alto, perchè se ci limitamo ai valori non si fai mai un cazzo. Al massimo mangiamo l’insalata del km 0. Che a me fa pure schifo.

    (side note) @ Don Cave

    Il valore si basa sulla produzione? Io non ci credo. Il marxismo si è sempre diviso tra centralità della produzione (modello sovietico, proprietà dei mezzi di produzione) o centralità della circolazione (modello social-democratico redistributivo). Entrambi sono sbagliati. Io credo che una delle questioni marxiane più cruciali è il problema della *localizzazione* dello sfruttamento (Badiou direbbe del suo modo d’apparire o della sua logica d’esistenza). Marx non dice propriamente che il valore si crea nella produzione. Tuttavia non ci crea nemmeno nella circolazione. Ma d’altra parte c’è pure il capitale creditizio, le politiche d’accesso al credito, quelle monetarie etc. Lo sfruttamento nel capitalismo non è una semplice forma d’abbruttimento e violenza fisica nei confronti dell’operaio (ovviamente c’è anche quella), ma è innanzi tutto una logica. Prima ci togliamo di dosso l’umanesimo vittimizzante dell’operaio martoriato meglio è. Lo sfruttamento è una logica e va colpito a livello della sua logica. E’ per quello che dobbiamo mettere insieme i tasselli del mosaico per sapere dove andare a colpire. E per una volta invece che colpire individualmente, colpire per fare male.

  107. […] per la prima volta nella mia vita ho visto alcuni fantasmi del passato farsi più incosistenti. Non sono ancora spariti, e probabilmente non spriranno mai del tutto, ma si stanno allontanando. Oggi sono anche stati presentati i nuovi modelli Kindle, non ne parlerò, in compenso vi linko un post: questo. […]

  108. @Logical Warfare

    Secondo me il paragone col cinema gratuito grazie alla pubblicita’ non e’ calzante, perche’ al cinema lo spettatore non fa niente. io ho fatto il paragone con la storiella di tom sawyer, che mi sembra piu’ appropriato. chi sta su facebook costruisce dei contenuti e soprattutto una rete di relazioni. se ho capito bene, e’ proprio questa rete di relazioni (o meglio: la mappatura di questa rete) che puo’ essere venduta a chi si occupa di marketing (ma anche a chi fa politica).

    mettiamola cosi': e’ come se il padrone di un magazzino mi desse il permesso di dipingere sui muri esterni, e poi fotografasse i miei graffiti, ne facesse un libro e lo mettesse in vendita ricavandone un bel po’ di soldi.

    detto questo, io per primo non mi sognerei mai di paragonare questo “lavoro” al lavoro di un salariato (o di un autonomo). pero’ e’ importante svelare questo meccanismo.

    in un commento precedente ho parlato di un meccanismo in parte simile, in cui invece il “lavoro” e’ veramente lavoro, e l’ espropriazione e’ palese e grida vendetta al cielo. si tratta dell’ editoria scientifica. i ricercatori vengono pagati dallo stato. i loro risultati devono essere pubblicati sulle riviste specialistiche. il ricercatore non riceve niente dall’ editore (in certi settori deve addirittura pagare per essere pubblicato). poi l’ editore vende le riviste (elettroniche o cartacee) alle stesse universita’ in cui quei saperi sono stati prodotti. cosi’ la comunita’ deve ricomprare da un privato cio’ che gia’ le apparteneva. domanda: perche’ i ricercatori non autogestiscono la pubblicazione dei loro risultati? risposta: perche’ per far carriera bisogna pubblicare per forza su quelle riviste.

    p.s. non ho mai frequentato il post-operaismo. a dire il vero non ho mai frequentato un granche’, in vita mia :-)

  109. @Logical Warfare & Precaria Guerrilla

    La scorsa settimana, in Francia, migliaia di giovani & anziani hanno marciato in diverse città contro la riforma pensionistica al grido di “Io lotto di classe”, che forse, tra i suoi vari doppi sensi, è anche un tentativo di tenere insieme la dimensione individuale – o meglio molecolare – del conflitto con quella molare e collettiva.
    Ciononostante, io credo che quello di “lotta individuale” sia un frame sbagliato – a meno che non si parli di alcune discipline olimpiche. Individuali sono le scelte – e credo sia sacrosanto e strategico farle, a patto di non scambiarle, appunto, per lotte (e in particolare: per lotte che redimono, che lavano la coscienza).

  110. @ Tuco @Logical Warfare

    la cosa più buffa è che venga – esplicitamente o implicitamente – definito negriano un post come questo, che avrà certamente inorridito tutti i negriani DOP che lo hanno letto! :-D

    Tuttavia, questo “granchio”, questo madornale fraintendimento, fornisce l’opportunità per un piccolo compendio, che può tornare utile ad alcuni lettori.

    Dire che alla base della piramide c’è ancora e sempre lo sfruttamento del lavoro operaio di fabbrica con relativa estorsione di plusvalore ha, ehm, ben poco di negriano, dal momento che la premessa di tutto il post-operaismo è la crisi della legge del valore-lavoro (cfr. Antonio Negri, Marx oltre Marx, 1978), legge il cui nocciolo qui viene riaffermato.

    Dopodiché – dovrebbe essere evidente – io non sono affatto “negazionista” per quanto riguarda il lavoro cognitivo, ma dico che tale lavoro è reso possibile dal lavoro operaio “sottostante”/antecedente. Lavoro operaio che negli ultimi decenni, a livello mondiale, è aumentato, non certo diminuito.

    Su Giap le mie prese di distanza critiche e i miei “serissimi dubbi” sulla retorica dell’immateriale, sull’impostazione filosofica post-operaista e su certe “sbandate” di Negri sono tutto fuorché una novità.
    Per quanto riguarda l’impostazione filosofica, rimando, per esempio, a questo commento del giugno scorso.
    Per quanto riguarda le “sbandate”, rimando a uno scambio estivo con Erota (lui sì un negriano) che parte da qui.
    Niente di sistematico, sono appunti presi nel vivo di discussioni, dove cerco di spiegare come meglio posso le mie perplessità su un pensiero che ha rimosso il “negativo”, e che sembra sempre a cazzo duro e in overdose di empatogeni (“Il Comune in rivolta!”).

    Già nel 2003 la mia “fuoriuscita” da un certo frame era evidente ed esplicitata, come in questo articolo sulle scorie nucleari. Avevo ancora il dente avvelenato, ero molto tranchant, oggi sono più sereno.

    Quella espressa finora è una critica in fieri al post-operaismo da parte di uno che a suo tempo lo ha attraversato (anche se in un modo, ehm, tutto suo), e che comunque 1) non lo demonizza; 2) continua a ritrovarvi diverse intuizioni. Poiché aborro il settarismo, ritengo comunque che in quel milieu ci siano tanti bravi compagni, e cervelli il cui pensiero mi co-implica e mi sfida.

    Proprio come neuroscienze e psicanalisi, il… marxismo-marxismo e il post-operaismo si sono reciprocamente sbattuti le porte in faccia. Io invece le lascio aperte, perché voglio “fare corrente”.

    Una cosa è sicura: chi definisce questo post “negriano” non conosce né Marx né Negri, e non ha la minima idea di cosa scrivano – e di come scrivano – i “negriani”. I negriani, per dire, scrivono così:
    http://uninomade.org/manifesto-uninomade-global-rivoluzione-2-0/

    :-)

  111. […] I kindle da 6″ Il kindle Fire Un articolo su chi potrebbe soffrire la concorrenza del Fire Un articolo di Wu Ming su ciò che sta dietro questi prezzi bassi, e sulla vita dei lavoratori di ba… Condividi:FacebookTwitterEmailLike this:LikeBe the first to like this […]

  112. Ecco, *questo* è il negrismo (cito dal manifesto linkato sopra):

    «Le forze produttive contengono i rapporti di produzione. Oggi si rovescia la tradizionale relazione tra forze produttive e rapporti di produzione: potremmo dire che sono le stesse forze produttive a contenere i rapporti di produzione, mentre il capitale variabile (cioè il lavoro vivo cooperante in rete) incorpora il capitale fisso – le metropoli e le sue piazze, la cultura e la natura. Il comune indica proprio questa dimensione relazionale delle forze produttive in quanto produzione di forme di vita (i saperi) per mezzo di forme di vita (i saperi). I poveri divengono potenza produttiva senza passare per i rapporti salariali; i lavoratori continuano a essere pienamente produttivi anche quando sono disoccupati; i poveri precarizzati e i precari impoveriti sono produttivi per se stessi, nelle reti e dentro le piazze.»

    A parte che sfido chiunque non conosca a menadito la genealogia di quel filone teorico a capire *una sola frase* di questo testo, che pure dovrebbe essere un “manifesto” rivoluzionario indirizzato alle moltitudini… A parte ciò, io dalla retorica qui esemplificata mi sento lontanissimo. Mi sembra che ormai si sia esteso il significato dei termini “produzione” e “produttivi” fino a evacuarli del loro senso, a renderli analiticamente esangui e… improduttivi :-/

    Ad ogni modo, poco mi interessa far polemica tra compagni. Ho copiato questo passaggio solo per rendere ben chiare le differenze tra cosa/come si scrive là e cosa/come si scrive qui.

  113. @WM1

    Spero si capisse che *non* stavo definendo il tuo post “negriano”

    :)

  114. @ Logical Warfare

    no, il riferimento non era a te, ma a uno dei post esterni a cui faceva riferimento Tuco nel suo commento su Tom Sawyer e la palizzata. Si intitola “La quarta dimensione”, lo trovi cliccando su uno dei pingback qui sopra. Una vera “perla” :-)

  115. Quelli che, non sapendo che il commento d’esordio va in moderazione, insultano subito e quando li banni si lamentano su altri blog :-D

  116. Riporto un link imho interessante su FB e sul ruolo delle Big Web companies: http://adrianshort.co.uk/2011/09/25/its-the-end-of-the-web-as-we-know-it/ (via @tigella su twitter).

    Riguardo alla discussione su “Intelligenza collettiva, lavoro invisibile e social media”, cioè sulle differenza tra questo “lavoro invisibile” e il lavoro “nascosto” perché lontano degli operai cinesi e su alcuni fraintendimenti (colpevoli o meno) scaturiti ho poco da aggiungere perché non sono competente.

    Dico solo che secondo me il ruolo di FB va ben oltre quello dello sfruttamento del lavoro invisibile degli utenti. Sfruttamento, controllo (la “total surveillance” di cui parla l’articolo), appropriamento vanno a braccetto, non esistono l’uno senza agli altri. Nella situazione attuale i dati sono perlopiù merce, domani forse potranno essere molto di più parte di una macchina oppressiva/repressiva.

    Io che non sono su Facebook avevo immaginato che nel giro di qualche anno FB o qualcosa di simile sostituisse carte d’identità e passaporti. Quest’estate ho affittato un appartamento ad Amsterdam per pochi giorni, e dal sito che regolava il servizio mi è stato richiesto di fornire un account FB come prova della mia identità (nessuno mi ha chiesto un documento reale!). Non avendolo ho dovuto fare un giro di telefonate e scambio di email abbastanza snervante, e sono stato trattato quasi come un sans-papier. Quanto ci vorrà ancora perché diventi obbligatorio di fatto per “vivere”? E obbligatorio del tutto?

  117. Io che sono asino ho difficoltà a seguire pure quello che si scrive qui, non posso permettermi di essere post-operaista non solo nei fatti ma nemmeno a parole…

    :-/ tocca travajè

  118. @Wu Ming 2 Effettivamente “lotta” non sta benissimo di fianco a “individuale”, una lotta suona di più come una cosa che si fa in tanti. Spesso però una “scelta” arriva dopo una lotta, fatta almeno con se stessi, per superare la condizione di “contento” (visto che non è facile per quella di “cornuto e mazziato”). Forse una lotta in un piano diverso, che è mole per le parti che la compongono, ma è molecola rispetto al molare/collettivo. Questo sempre senza sperare di lavarsi la coscienza, semplicemente non si è più contenti… e la lotta si sposta su un altro piano.

  119. Nota a margine. Rileggendo il post e spulciando i commenti mi chiedo per chi si sia scritto.
    Il ragazzino del video dell’apertura dell’apple store, e molti altri con lui, potrebbero leggerlo (e vorrebbero)? Cavarci qualcosa?
    Non lo scarto a priori, ma mi permetto qualche dubbio.

  120. @j
    Non credo che i commenti siano una buona misura della ricezione di un testo, specie quando il suddetto gira in Rete grazie a decine di segnalazioni, tweet, ecc. In questi due giorni, Giap ha avuto circa il doppio delle visite medie giornaliere, il che indica già un forte allargamento rispetto ai “soliti convertiti”.
    E poi: grazie ai miei nipoti, ho un discreto contatto con il mondo dei liceali. Un sacco di ragazzini ancora confusi, vagamente anticapitalisti, sostenitori del consumo critico, convinti che Apple, Amazon e Google siano profondamente diversi da Nike, Del Monte e Monsanto. Sempre grazie al suddetto contatto, sono abbastanza sicuro che i suddetti ragazzini abbiano letto il posto e si siano fatti qualche domanda. Poi magari niente commenti, ma il germe del dubbio, quello sì.

  121. @precaria guerilla
    La “lotta individuale” rischia sempre di diventare “la mia lotta”, e “la mia lotta” nella lingua di Karl Marx si traduce, ehm… Mein Kampf?

  122. @uomoinpolvere
    Quest’estate ho affittato un appartamento ad Amsterdam per pochi giorni, e dal sito che regolava il servizio mi è stato richiesto di fornire un account FB come prova della mia identità (nessuno mi ha chiesto un documento reale!)

    Questo che dici è inquietante. In molti ipotizzano che l’identità passerà attraverso internet, ma spero non attraverso Facebook, anche se Zuckerberg e Google stanno giocando a vedere chi se li tiene questo primato. Non è un caso se lo CEO di Google ha scritto che è importante mettere il vero nome e cognome su GooglePlus, perché esso è un “servizio d’identità”. Vale a dire: schedati da solo.

    L’unico servizio, inteso come social network, che non funziona in base alla logica del Addsense e del marketing, ovvero, che non vede i tuoi dati come “merce” finora è Diaspora. Ma il problema è che un social network senza utenti è poco “conveniente”, dovrei convincere i miei amici a passare da Facebook a Diaspora, forse alcuni lo farebbero. In tanti speravano che Diaspora facesse il “boom”, ma poi arrivo GooglePlus, rubandogli le idee delle “cerchie”, ovvero del poter gestire in maniera controllata cio che condividi con gli altri. Cosa che ora ha pure FB copiando Google Plus.

    Io uso Facebook, sono ben cosciente però delle implicazioni, diciamo che sono “dentro” in modo conflittuale. In parte per tenermi informato – sostanzialmente per vedere gli “eventi”, concerti ecc -, in parte perché in qualche modo dovrò pur comunicare con persone che una volta usavano la chat msn o skype e ora usano solo FB. A mio modo ho cercato di rendermi intaggabile, per via dei caratteri giapponesi che ho dato al mio nick (mai un vero nome), e in più ho disabilitato le possibilità di usare le applicazioni, il che significa che non posso cliccare “mi piace” sui siti. (devo ancora informarmi se questo esclude la possibilità di non avere il cookie di cui tanto parlano, ne dubito ma forse cancellando la cache di firefox sparisca)

  123. altra cosa inquietante, riguardo gmail. alcuni giorni fa io e mio padre ci siamo scambiati un paio di e-mail, in cui discutevamo sulle misure di alcuni scaffali in legno che mio padre si e’ offerto di costruire per noi. sulla colonnina degli annunci pubblicitari di gmail mi e’ comparsa la pubblicita’ di un negozio specializzato in scaffalature. mmmmh.

  124. tuco, questa è cosa nota, esplicita e palese :-)
    Che le pubblicità di gmail usino il contenuto del messaggio per proporre pubblicità contestuale è noto, e pure propagandato (i commerciali di Google te lo dicono chiaro e tondo anche quando fanno le presentazioni per le aziende).
    Meno scontato è che appaia pubblicità contestuale “centrata” fuori da gmail (cioè che la pubblicità delle scaffalature ti compaia la mattina dopo in un video di youtube) o peggio ancora che ci siano annunci contestuali basati con una certa evidenza sulla tua rete di contatti (mi ricordo un famoso “abbigliamento proletario” in conversazioni in cui non c’entrava nulla, in compenso avevo appena aggiunto ai contatti i vari ragazzi dell’associazione in cui giro).

    Quella dell’uso di FB come carta d’identità invece è *davvero* inquietante, perché vuol dire che si è spinto anche pervadere ambiti *fuori* dal suo controllo diretto, da qua a Orwell non c’è poi tantissima strada.

  125. @Tuco
    Questo a dire il vero è una cosa abbastanza nota. In parole povere, Google legge le nostre mail. Ovviamente non con una persona, ma utilizza un programma che fa un’analisi semantico del contenuto. In questo modo ti spara pubblicità mirata. È purtroppo uno dei tanti “compromessi” che prendiamo all’ora di firmare il contratto.

    Poco fa mi sono comprato un netbook, giorni dopo averlo acquistato le pubblicità che vedevo non erano più sui laptop, ma sulle custodie. Non so se rendo l’idea.

    Credo che si potrebbe fare un’ulteriore riflessione al riguardo. Ne parlavo giusto ieri con mio padre. Se ci fate caso, Google, a differenza di Facebook, include un pacco servizi non indifferente: Gmail, Picasa (per le foto), Google Talk (a breve sostituto di Skype per il VOIP), e ora ha un social network. Per non parlare del fatto, sottinteso ormai, che è il servizio per eccellenza all’ora di indicizzare le nostre ricerche. Google sa, e sapere – per dirla con Focault – è potere.

    Quel che voglio dire è questo: io sono del parere, che Google non venda dati a terzi :) semplicemente gli fagocita per sé. Mentre Facebook elabora dei grossi database, coi nostri gusti, i nostri dati personali, le nostre chat e i siti che visitiamo, per poi venderli al miglior offerente, Google si tiene tutto per sé ed elabora le statistiche allo scopo di migliorare il suo servizio. Non sono le aziende di marketing che comprano database a Google, è in contrario, è Big G a vendere il servizio di Marketing a queste aziende.

    Il negozio di scaffalature che ti sei trovato davanti nella pubblicità non ha fatto altro che pagare a Google per fargli pubblicità, ed è stato lo stesso Google a sapere dove piazzarla. Diverso è il discorso di Facebook. In quel caso una multinazionale di scaffalature, metti IKEA, potrebbe comprare a Facebook un intero database di informazioni per poi fare studi di marketing da sola.

    Non so cosa sia più inquietante. Paradossalmente la prospettiva di Google è più “sicura”, se non fosse che prima o poi cambierà padrone, e se un sapere simile cade nelle mani sbagliate – a patto che non lo fosse/sia già – saremmo tutti in scenari orwelliani.

  126. @Rockit
    Meno scontato è che appaia pubblicità contestuale “centrata” fuori da gmail (cioè che la pubblicità delle scaffalature ti compaia la mattina dopo in un video di youtube)

    No, per niente scontato, se consideri che Youtube è proprietà di Google :/

  127. @Wu ming 2 Emh, non capisco. Non capisco come si possa arrivare a un'”alleanza mondiale tra “attivisti digitali”, lavoratori cognitivi e operai dell’industria elettronica” senza passare da una serie di scelte e atteggiamenti, anche individuali, che io, forse in modo poco ortodosso, ho chiamato “lotta”. Cioè, queste scelte devono arrivare dall’alleanza di cui sopra, per poi essere eseguite dall’individuo, o forse è dalle scelte dell’individuo che si può arrivare a un’alleanza? E poi se, nel contesto di un breve commento, ho usato il termine “lotta” in un senso diverso da quello che intendi tu (un senso che condivido e uso anch’io per altri contesti, ma non è facile in poche righe fare tutti i distinguo del caso), che bisogno c’era di tirare fuori addirittura il Mein Kampf? Mi è sfuggita l’ironia, si tratta per caso di reductio ad hitlerum?

  128. @WM2… non mi riferivo agli eventuali interventi in sede di commento ma alla fruibilità del post e di certi commenti…
    Se da un lato è necessario un intervento del genere, penso anche che ci sia bisogno di veicolare gli stessi contenuti in un altro modo. Magari narrativo, o magari, come dire (e so di mettere il culo tra le pedate) for dummies.
    Il post in sé e alcuni commenti sono a tratti esoterici per molti lettori – il polso della situazione ce l’ho in parte anche io, avendo ricevuto dei feedback da diverse persone a cui ho girato il link… ne prendo uno a caso tra gli ultimi (e scusa Girolamo se ti tiro in mezzo): “Lo slogan dei Wobblies è un remake della definizione di comunismo di Marx-Engels dell’Ideologia tedesca, l’unica pagina di quel libro che avrebbe meritato di sopravvivere alla critica roditrice dei topi. Scritta così, rende evidente il debito di questa definizione con la metafora hegeliana (Fenomenologia) delle doglie come del nuovo che nasce all’interno del vecchio”…

    È uno scambio interno, mirato ecc. certo, tutto quello che vuoi ma, cito uno dei personaggi a cui ho girato il tutto, “non se capisce ‘na mazza”

    Aggiungo poi un piccolo suggerimento libresco, per una lettura affiancata che potrebbe correre in parallelo, divergere e convergere (soprattutto sul criptofascismo grillino ma a livello globale) “non è un cambio di stagione” di Martín Caparrós

  129. @precaria guerrilla
    Sì, ti è sfuggita l’ironia.
    (o viceversa m’è rimasta a me nelle dita. La prossima volta metto una faccina ;-)

  130. @ j

    per quanti sforzi di sintesi e divulgazione uno faccia – e io in questo post ne ho fatti *parecchi*: ogni volta che ho usato un concetto ne ho fornito la spiegazione più terra-terra possibile -, ci sarà sempre qualcuno che comunque non capisce… o che decide fin da subito di non capire.
    [Anche se mi pare strano che qualcuno possa ritenere incomprensibili i primi quattro paragrafi del post, che sono davvero “for dummies” e hanno tanto di esemplificazioni video…]

    Veniamo da un lungo periodo di postura “anti-intellettuale a prescindere”, di iper-semplificazione di ogni tematica. C’è un pregiudizio nei confronti di ogni testo presuntamente “difficile”. Liquidare uno scritto dicendo che “non si capisce un cazzo” non solo è la reazione più facile e deresponsabilizzante, ma è anche ricattatoria nei confronti di chi lo ha scritto: siccome *io* soggettivamente non capisco (o non ho voglia di sforzarmi di capire), vuol dire che oggettivamente non si capisce, quindi tu sei un intellettuale di merda lontano dai comuni mortali etc., quindi devi “abbassare” ancora se vuoi essere preso sul serio.

    Non nego che siano possibili altri approcci, ancor più “for dummies” di questo, narrativi o che altro (io in casa ho “Il capitale” di Marx in forma di graphic novel). Ma se devo spiegare la teoria marxiana del valore-lavoro nel post di un blog, mi sembra che più “in basso” di così non si potesse andare: sinceramente, non posso fare molto di più che spiegare i concetti e fornire esempi concreti.

  131. @WM1… e infatti dico che il post è necessario e non lo liquido affatto. Non è presuntamente difficile o difficile tout court, ma non lo è per me e per molti altri. Mi limito a constatare che molti dei feedback che ho ricevuto vengono da persone che lo considerano difficile e non presuntamente.
    Non è questione di riscriverlo o di renderlo for dummies per essere preso sul serio. Qui la serietà non è minimamente in discussione, e tanto meno la portata del testo (che mi sembra ancora una versione beta, bella grossa e potente, ma beta).
    Ma la ricezione del testo, che potrebbe produrre consapevolezza in certi soggetti, non raggiunge (del tutto) questo scopo.
    Che fare? Non lo so. Una narrazione, un fumetto, un video, un libretto di istruzioni?
    Chi lo deve / può fare? Ne so ancora meno. Forse un lavoro rizomatico collettivo…

  132. @ j

    tutto quello che scrivo è “beta”, sempre :-) Infatti questo post è nella categoria “Appunti”. Io i miei appunti li ho socializzati, poi sta anche ad altri vedere se e come estendere la riflessione, il lavoro e gli sforzi per arrivare al maggior numero di persone possibile.

  133. ovviamente si può rendere una cosa (più) “pop” anche senza farla diventare terra terra… in questo devo dire la lettura di Caparros è interessante.
    In questa direzione, tra le altre, andrebbe fatto lo sforzo. (e lo dico a me stesso)

  134. @j
    Magari qualcuno bravo coi pennarelli potrebbe fare una roba del genere:

    http://www.youtube.com/watch?v=hpAMbpQ8J7g

  135. Però io credo anche che un post così debba stimolare il lettore a “studiare” di più. Ad esempio, potrebbe stimolare a prendere in mano Marx e/o qualcuno di più recente che spiega Marx e spiega il mondo in cui viviamo da un punto di vista marxista. Non si può pretendere che il post e i commenti sottostanti spieghino tutto. Attenzione: io per primo ho sfruttato la disponibilità di WM su twitter per aver chiarimenti sulle differenze con il post-operaismo, perché fondamentalmente ero curioso e desideravo avere *subito* la risposta ai miei dubbi. Però, dai, un po’ di fatica bisogna farla, non si può pensare di avere sempre tutto semplificato; potevo starmene zitto e prima leggermi “Marx oltre Marx” di Negri e cercare capire da me, per dire. Apple e il web 2.0 con le loro interfacce e i loro design for dummies ci stanno “cambiando” più di quanto pensiamo, imho. :)
    Anche perché poi, pur ri-esprimendo la mia gratitudine ai WM per l’impegno che stanno mettendo in questo post, quanto scritto qui è come loro vedono il problema; ci sono altri compagni che vedono la questione in modo più o meno diversa. Ed essere consapevoli delle molteciplità non può che essere un bene, pur avendo, si spera, una propria posizione.

    :)

  136. Aggiungo delle cose al mio commento precedente, come al solito parziali e tagliate con l’accetta, approfittando della lunga discussione di qui sopra.
    Una volta chiarita la presa di distanza dalle illusioni – più o meno consce – sul capitalismo “immateriale” buono e cooperativo, bisogna anche evitare che questo articolo sia strumentalizzato da quelli che sostengono che in fondo il capitalismo è sempre lo stesso, e la centralità produttiva va ancora attribuita all’operaio e alla sua figura maschia e “materiale”.
    A me pare che il punto vero sia un altro e che l’articolo di WuMing1 vada valorizzato nella sua complessità, per la capacità che ha di mettere in relazione più mondi e più culture [e qui, ovviamente, l’Autore mi smentirà se non è d’accordo ;)].

    Alla base della piramide del lavoro globale c’è il caro vecchio lavoro operaio perché produce i beni “materiali” che poi vengono riempiti di senso dai lavoratori “immateriali”?
    E’ un’immagine suggestiva, ma che rischia di non fotografare il tratto comune del lavoro, che va oltre la mansione specifica. Mi si permetta il paradosso: è come se mentre Marx ed Engels studiavano la rivoluzione industriale, qualcuno gli avesse detto che in fondo se non ci fossero stati ancora i contadini (che esistevano ancora allora ed esistono ancora oggi) gli operai delle fabbriche non avrebbero avuto nulla da mangiare. A questa critica, i Nostri hanno replicato che l’egemonia del modello industriale abbracciava anche il lavoro nei campi, la sua organizzazione e i macchinari con cui esso veniva condotto.
    Ecco, erigere una barriera tra il lavoro “materiale” da quello “immateriale”, significa dividere artificialmente ciò che è più unito di quanto sembra, cioè fare un favore ai nostri nemici. Innanzitutto, perché senza la rete e l’infrastruttura digitale che sottende la globalizzazione, non ci sarebbe stata l’integrazione dei processi produttivi di cui si parla. Sarebbe cioè stato impossibile produrre un bene *contemporaneamente* a Mumbay e nella Silicon Valley.
    Inoltre, quando parliamo di lavoro “cognitivo” (definizione che è più appropriata di “immateriale”, proprio perché non dà adito ad equivoci e perché esclude che insieme al lavoro del cervello, delle relazioni e degli affetti ci sia anche la fatica “materiale”) non ci riferiamo soltanto alla produzione di valore in Facebook (che secondo me esiste, ma ne parleremo un’altra volta). Narrare il lavoro e i conflitti, da questo punto di vista, significa accogliere la sfida di rendere conto di questa complessità, tracciandone nessi e spazi comuni.
    Quando i politici indiani devono spiegare il concetto di «soft power» della loro economia emergente nella globalizzazione citano sempre il caso del settore della ristorazione indiana, che nella sola Gran Bretagna impiega più dipendenti dell’intero comparto metallurgico in India. Pollo tandoori batte acciaio: un prodotto impregnato di cultura saperi tradizionali e sapori etnici, che incorpora il lavoro di cura e il sapersi adattare ai sapori e ai saperi di un altro luogo, è più forte dell’insipida e alienante produzione di acciaio.
    *Tendenzialmente* (e questo avverbio da solo potrebbe generare discussioni infinite, a proposito dello stile post-operaista), misurare il valore del lavoro di questo tipo, di un lavoro così complesso e che incorpora e si contamina con elementi che prima erano più palesemente separati dall’attività lavorativa. Ecco perché il pensiero dei movimenti delle donne, che si è sempre confrontato con questa dimensione di incrocio tra vita e sfruttamento, è prezioso.
    Su Giap! si è parlato anche di tempo storico e tempi rivoluzionari. Credo sia il caso di tenere presente quella discussione: dobbiamo battere altri tempi rispetto a quelli, lineari e piatti, del capitale, mettere in relazione le complessità e non stabilire gerarchie o lotte di egemonia tra (presunte) diverse forme di lavoro.

    Aggiungo due righe sul (post)operaismo. La forza (e qualche volta il limite, che molti pensatori hanno pagato duramente) di questa corrente è che si è forgiata nella carne viva delle lotte. E cioè che l’assunto di base è che tra analisi teorica e proposta politica non c’è nessuna differenza. La prima è direttamente la seconda, e viceversa.
    Tuttavia, non c’è dubbio che da questo filone, eterogeneo e articolato al suo interno, siano venute anche analisi lucide e intuizioni feconde. Ormai quasi più di due anni fa, la rivista “Sociologia del lavoro” (una pubblicazione accademica e poco incline di solito alle contaminazioni) ha sentito il bisogno di dedicare un numero monografico al lavoro cognitivo e alle ambivalenze che esso contiene. Quel volume è utile a fugare ogni schematismo: si affronta il tema del rapporto tra “lavori” e della finanza come forma di governo e sfruttamento di questi, si mette a critica “il mito del consumatore produttivo” (questo il titolo del saggio di Vanni Codeluppi, mi pare c’entri con quanto discutiamo), si analizza il lavoro della rete.

  137. @Wu Ming 2 Bene, mi rimangono punti oscuri (in questo senso è interessante il dialogo tra WM1 e J). Ma il tema è di grande importanza e approfondirò, sarà una dura “lotta” ;-) , forse anche “individuale” :-) ma ne vale la pena… Ben vengano le faccine. Grazie, ora la smetto di rompere le palle… (:-|)

  138. Scusate nella fretta ho cancellato la fine di una frase, la riscrivo qui completa:
    “*Tendenzialmente* (e questo avverbio da solo potrebbe generare discussioni infinite, a proposito dello stile post-operaista), misurare il valore del lavoro di questo tipo, di un lavoro così complesso e che incorpora e si contamina con elementi che prima erano più palesemente separati dall’attività lavorativa è per il capitale impossibile”

  139. Il problema è che quando si producono analisi come queste, marxiste ma non neo-marxiste (almeno non nell’accezione di questi ultimi anni e di un certo filone culturale), provenienti non dalle solite siglette paracomuniste ma da un gruppo di artisti che addirittura produce (davvero) cultura, la gente (un certo tipo di gente) va nel pallone. Soprattutto, vanno nel pallone coloro i quali si erano, per un certo periodo di tempo, creduti in dovere e in diritto di dare rappresentanza politica ad un certo tipo di soggettività, quella dell’intellettualità diffusa. Quindi scompigliano tutti gli schemi, o meglio escono dai soliti schemi definiti, di qua i veteromarxisti, di la i neomarxisti, dall’altra parte gli anti, o post-marxisti, per creare qualcosa di nuovo. Cosa che crea anche un potente immaginario culturale, oltretutto.

    Definire, poi, questa analisi negriana fa davvero sorridere (occorrerebbe poi scindere Negri dal negrismo). Definirla complicata o inaccessibile fa ancor più sorridere, soprattutto da chi poi nel corso del tempo si è impegnato a rendere indecifrabile qualsiasi tipo di ragionamento politico.

    Ancora complimenti, davvero…

    @ Uomoinpolvere
    La storia della casa di Amsterdam è a dir poco esemplificativa ed inquietante…quello dei social network è uno degli strumenti che saranno sempre più affinati per il controllo (e la repressione) sociale.
    Ad un certo punto andrebbe anche fatto un discorso di sottrazione da certe dinamiche…senza per questo scadere in ritorni a gloriosi passati o antimodernità…però non possiamo continuare ad accogliere ogni novità tecnologica o informativa come evento neutro o necessario dello sviluppo al quale ci dobbiamo in qualche modo evitare.

    Alessandro – Militant
    (mi firmo così non avete l’impressione ogni volta di parlare con un insieme indistinto di persone..:)

  140. scusate, c’è una frase senza senso, volevo dire questo
    “..non possiamo continuare ad accogliere ogni tipo di novità tecnologica o informativa come evento neutro o necessario dello sviluppo al quale non possiamo sottrarci.”

  141. […] so, con questa storia di Wu Ming ho esagerato. È tempo di voltare pagina e trattare un argomento che mi sta particolarmente a […]

  142. @ WM1
    Il rapporto tra “marxismo-marxismo” e “post-operaismo” èì una storia infinita di bambini e acque sporche (come hai più volte sototlineato). Ad esempi,: il bambino è la fine della legge del valore, che aveva, negli anni Settanta (nelle pratiche politiche di una parte dell’area dell’autonomia, quantomeno, prima ancora che nei libri e opiscoli di Negri & co.) un senso molto preciso: era finito il periodo in cui, grazie all epolitiche keynesiane (welfare, fiscalizzazione degli oneri sociali, ecc.) si dava un equilibrio di mercato tra lavor e profitto, salario e prezzo della merce, produzione e circolazione deel merci. E quindi questo equilibrio doveva essere imposto con altri strumenti: col comando politico (ruolo dello Stato, decisionismo politico, politiche repressive). Non a caso la critica dell’economia politica si intrecciava con la critica del diritto. Oggi, la stessa funzione viene svolta attraverso i processi dell’economia finanziaria (o meglio: della finanziarizzazione dell’economia): i cui punti di crisi determinano l’impossibilità di tenere in un qualche straccio di equilibrio prezzi, salari, circolazione – insomma, tutto ciò che dell’economia politica attraversa concretamente la nostra esistenza. E quindi la crisi globale.
    L’acqua sporca dov’é? Nell’idea che dala crisi del valore, che aveva le sue radici nei rapporti materiali di produzione (condizione del lavoratore, struttura del salario, contratti di lavoro, diritti, ecc.), si possa bypassare in allegria quel substrato concreto e materiale che è la vita dell’essere umano messo al lavoro. Magari passando attraverso una retorica che – non essendo il linguaggio mai neutrale – finisce per deformare l’oggetto nominato. Altro esempio: il passo che citi (come esempio di pessima retorica, soprattutto dal punto di vista della comunicazione), nel sintetizzare in una sequenza di slogan ciò che andrebbe detto in forma analitica – “Oggi si rovescia la tradizionale relazione tra forze produttive e rapporti di produzione: potremmo dire che sono le stesse forze produttive a contenere i rapporti di produzione, mentre il capitale variabile (cioè il lavoro vivo cooperante in rete) incorpora il capitale fisso” – non dice cosa diversa (salvo che non si capisce una mazza al di fuori del ristretto ambito di chi queste cose le sa già) da quello che dici tu su Fb: la capacità di produrre plusvalore (io direi rendita, piuttosto che profitto) di Fb, il suo capitale fisso (l’equivalente di acciaio, corrente elettrica, macchine e rulli trasportatori, materi aprima per la fabbrica fordista) è nella capacità degli individui di produrre relazioni (comunicazione, passioni, inimicizie, ecc.); capacità che viene “messa al lavoro” attraverso Fb. Se dico che Fb si comporta come un produttor emusicale che gira per i giardini ad ascoltare quelli che suonano la chitarra, e poi mette a profitto (cioè ruba) note e accordi che ha sentito, forse mi faccio capire meglio. Se la stessa cosa la scrivo in un gergo paramarxiano, no. E quindi ti dò ragione sul fatto che, a furia di usare termini-ombrello come “produzione” e “immateriale”, “cognitivo”, si finisc eper confonderne i significati, e soprattuto per oscurare le diverse basi materiali di ciascuno degli aspetti. Con paradosso di trovare passi come quello che hai citato accanto ad analisi cogenti della crisi finanziaria, delle forme di vita precaria, ecc.
    Ecco perché discussioni come queste servono. Soprattutto come stimolo a trovare nuove pratiche.

    @ Alessandro (Militant)
    Ti quoto al 200% quando dici che bisognerebbe distinguere Negri dal negrismo. Ma anche questa è una cosa già detta e ridetta, qui (e il fatto che ci sia bisogno di ridirla è un limite, o meglio, un’oscurità del linguaggio negriano di riferimento).

    @ J
    C’è sempre un punto in cui chi parla crede di non dover semplificare ancora, e invece a volte bisognerebbe ancora. Ma in una discussione su Marx, merce e feticcio (di questo stiamo parlando, no?) mi sembrava di potere dare per scontata la conoscenza della definizione di comunismo come “movimento reale che distrugge lo stato di cose presenti”. C’è sempre, all’orizzonte, il rischio che, spiegazione della spiegazione dopo spiegazione, la carta geografica dell’Impero coincida col territorio e diventi un lenzuolone inutilizzabile.

  143. Mi scuso con tutti per i tanti sgorbi di battitura nel post precedente. Dalla Olivetti 22 all’iMac, nell’arco di 30 anni, per me non è cambiato niente, batto sui tasti da schifo. Limite mio.

  144. […] emmeeffe  Dopo la lettura di un articolo molto stimolante a firma del gruppo che diede vita al fenomeno Luther Blisset una decina di anni fa, da qualche […]

  145. Non fa una grinza che il nuovo tablet di Amazon, il Kindle Fire, sia “made in China” dalla solita Foxconn:
    http://bit.ly/mYhJn4
    Gli operai muoiono dalla voglia (nostra) di possederlo.

  146. @ jimmyjazz (e anche girolamo)

    1. Marx non ha *mai* privilegiato il lavoro industriale ai danni di quello contadino o di altro tipo: è una vera e propria leggenda metropolitana che si smonta facilmente anche solo sfogliando il Capitale (nemmeno leggendolo…) dove gli esempi presi da settori non industriali fioccano. Un esempio? Nel capitolo 14 su plusvalore relativo e assoluto Marx per fare l’esempio di che cosa sia un lavoratore produttivo sceglie… un maestro elementare!

    2. Privilegiare una particolare qualità di lavoro – sia esso materiale, cognitivo, di cura etc. non cambia nulla – è stata una delle tare del post-operaismo (a dire il vero anche dell’operaismo stesso, ma lì c’era qualche buon motivo in più per farlo). Il lavoro produttivo per Marx è quello che semplicemente produce denaro (o meglio più-denaro da denaro). Il mezzo con il quale viene fatto è indifferente (anche se fondamentale da ricostruire per le lotte). Dall’Ipod alle armi, dalla prostituzione ai libri di Wu Ming poco importa, l’importante è semplicemente che al termine del ciclo, il percorso della valorizzazione sia avvenuto con successo.

    3. Assolutamente fuorviante è l’esempio del pollo Tandori e dell’acciaio. Come se il percorso della valorizzazione possa basarsi semplicemente sul numero degli addetti per settore. Quelli più produttivi non è mica detto che siano quelli che hanno più addetti! Basta guardare ai profitti per addetto che fanno i colossi petroliferi. O – come dici tu stesso – basterebbe guardare ai tempi di Marx gli addetti dell’agricoltura contro quelli dell’industria.

    4. C’è un *enorme* fraintendimento per quanto riguarda la legge del valore-lavoro. Il capitale non *misura* il lavoro, né l’ha mai fatto (né se ne appropria parassitariamente come dice girolamo rubando le relazioni – o peggio a volte si dice “la vita – di quelli che stanno su facebook). Il valore *non è* una misurazione astratta applicata al concreto del lavoro. E che magari poi è pure andata in crisi quando il lavoro ha acquisito maggior contenuto relazionale/affettivo etc. E’ la tesi (sbagliata e compiutamente anti-marxiana) di “Marx oltre Marx” e dell’idea che il lavoro fuori dalla fabbrica abbia mandato in tilt il processo di misurazione dei tempi/produttività. Questa idea del capitale-righello passivo che si limita a vessare l’operaio sulla catena di montaggio e a misurarne la produttività secondo schemi rigidi e astratti è una deformazione fantascientifica, già falsa nell’800. Tralascia il fatto che nell’estrazione di valore dinamica qualitativa e quantitativa siano inscindibilmente mischiate. L’organizzazione produttiva è già all’inizio del ciclo (anche nei suoi aspetti qualitativi) finalizzata alla produzione di valore (e dunque denaro). Se perdiamo di vista questo punto finiamo davvero per pensare che la cooperazione sociale abbia già in sé (*immediatamente* come si usa dire) potenzialità sovversive. E che dunque il capitale sia un “parassita” che si limita “alla cattura” etc. etc. D’altra parte, anche solo intuitivamente, se la cooperazione sociale fosse davvero così libera e il capitale così passivo e parassita, perché ci metteremmo a produrre tutta questa merda?

  147. @ Logical Warfare

    certo, se la cooperazione sociale avesse una sua indipendenza rispetto al capitale, saremmo ancora nella sussunzione formale del lavoro al capitale. Per come la intendo io, sussunzione reale significa anche che l’attuale cooperazione sociale non pre-esisteva al modo di produzione capitalistico. Faccio però notare che i termini “sussunzione” e “sottomissione”, come il termine tedesco che traducono (Subsumtion) hanno una connotazione di “cattura”, il capitale ghermisce e in-globa il lavoro. Un margine di “esternità” permane, seppure minimale.

    Ma capisco la tua critica, capisco dove vai a parare: l’idea di una cooperazione/moltitudine “buona” che per sua intima tendenza vuole sfuggire al comando del capitale cattivo è proprio uno degli assunti post-operaisti (retorici prima che teorici) che più mi lascia perplesso. L’ho già scritto: esiste la “moltitudine cattiva”.

    Il punto è che nel mio post io non ripropongo questo assunto: dico – o almeno, ho provato a dire – che nessun modo di produzione è mai stato “cooperativo” (socializzato) nella misura in cui lo è il capitalismo. E mi sembra un’autentica banalità. Al contempo, dico anche un’altra cosa, non meno banale: non esisterebbe cooperazione sociale produttiva se gli esseri umani non tendessero a cooperare, socializzare, stare insieme. C’è la cooperazione sociale perché c’è la società. En passant, ricorro a un concetto che più marxiano non si potrebbe: Gemeinwesen (l’essere comune, la tendenza alla comunità). Ci ho fatto la tesi di laurea, sul ricorrere di questo concetto in Marx.

    Come scrivevo, gli studi sul cervello stanno facendo passi da gigante e ci stanno rivelando molte cose sull’empatia e le nostre attitudini e virtù relazionali. Nulla di “trans-storico”, anzi: il concetto di neuroplasticità del cervello fa piazza pulita di qualunque innatismo volgare, mettendo in relazione vita psichica e dinamiche socio-ambientali. Le nostre sinapsi si creano in risposta agli stimoli della vita collettiva, associata. Quella vita associata, al contempo, è resa possibile dai neuroni specchio, che permettono a ciascuno di noi di relazionarsi con gli altri esseri umani. I neuroni specchio sono quelli dell’identificazione con l’altro, dell’apprendimento per imitazione, dell’empatia, della relazione.
    Ecco, per me questa è la Gemeinwesen. Che, attenzione, è *potenzialità*, non è la “moltitudine buona”. E non è nemmeno un “fuori” dalla valorizzazione capitalistica. E’ semmai “sotto” il capitale, è il sostrato che sta alla base della cooperazione produttiva.

    Se non riconoscessimo questo sostrato e la sua importanza, su cosa potremmo fondare la nostra idea che possano esistere altre relazioni sociali, un’altra comunità, un’altra condivisione delle risorse, un altro ethos collettivo *oltre* l’attuale modo di produzione?