Black Elf Power: il lato chiaro e quello oscuro degli Anelli del Potere

di Wu Ming 4

1.  «Io odio l’elfo nero»

La serie tv Amazon Gli Anelli del Potere, tratta dalle appendici del Signore degli Anelli, ha deluso parecchi fan tolkieniani e non solo loro. Pur mostrando il suo punto di forza nella resa immaginifica di panorami e skyline, nelle prove di alcuni attori e nella ricerca per così dire etnografica sui popoli della Terra di Mezzo, è parsa incredibilmente carente sul piano della scrittura, cioè per quanto riguarda la costruzione della trama e dei personaggi. [Qui un’estesa recensione/riflessione con spoiler]

Prima ancora dei giudizi trancianti sulle falle narrative però, la serie tv ha suscitato una quantità di polemiche e dibattiti sulla canonicità della rappresentazione, e sulle intenzioni politiche della produzione stessa. Amazon Prime è stata accusata di strumentalizzare le storie di Tolkien, reclutando un cast multietnico e presentando personaggi femminili clamorosamente più forti rispetto a quelli maschili, in ossequio ai dettami del politicamente corretto made in USA. Nei mesi scorsi, in giro per la rete e per i social media, sono state lanciate invettive per la presenza di un elfo, una regina numenoreana, una principessa nanica e alcuni hobbit interpretati da attori e attrici nere. La loro presenza non sarebbe filologicamente corretta – ha protestato certo fandom -, perché nelle storie di Tolkien le suddette razze non comprendono individui non bianchi, dunque inserirli sarebbe una forzatura strumentale, un «fare politica usando Tolkien» (in Italia ne sappiamo qualcosa, anche se più spesso si è trattato di una politica di segno opposto, ma tant’è). 

In effetti la risposta del cast agli attacchi ricevuti in nome dell’epidermicamente filologico conteneva senz’altro un’interpretazione politica della Terra di Mezzo:

«JRR Tolkien ha creato un mondo che, per definizione, è multiculturale. Un mondo in cui popoli liberi di razze e culture diverse si uniscono, in compagnia, per sconfiggere le forze del male. Gli Anelli del Potere riflette questo concetto. Il nostro mondo non è mai stato tutto bianco, il fantasy non è mai stato tutto bianco, la Terra di Mezzo non è tutta bianca. Le persone nere, indigene e di colore appartengono alla Terra di Mezzo e sono qui per restare.»

Domenica 30 ottobre, al Teatro del Giglio di Lucca, nella giornata clou di Lucca Comics & Games, a prendere la parola nel panel sulla serie Gli Anelli del Potere è stata proprio la parte nera del cast: Ismail Cruz Cordova, Cynthia Addai-Robinson e Sophia Nomvete. I tre hanno raccontato di come si sono calati nelle rispettive parti, provando a caratterizzare i loro personaggi al meglio delle loro possibilità. All’elfo nero Cruz Cordova è toccata la risposta più esplicita sulla questione etnica: «Qualcuno ha detto che io non assomiglio a un elfo, ma non mi sono fatto scoraggiare… Sono molto fiero di essere un elfo».

Il cast afrodiscendente de Gli anelli del potereParole che oltre a scatenare un applauso fragoroso, sono suonate come una pietra tombale sulle polemiche. Nondimeno Amazon Prime ha pensato bene di eliminare la sessione di fotografie con i fan per i tre attori, insospettita dalle voci su non meglio precisati fascisti che avrebbero organizzato una contestazione al cast “black”. Onda lunga delle elezioni che hanno portato al governo una persona cresciuta nell’MSI, il cui libro preferito è dichiaratamente Il Signore degli Anelli, indicato in gioventù niente meno che come testo politico di riferimento? Chissà. Senz’altro un caso di boxe con le ombre tra un colosso dell’intrattenimento e branchi di leoni da tastiera. These are the times…

2. Tolkien e le razze

Facciamo un passo indietro. Torniamo alle fonti, anzi, ancora più indietro, all’autore. Tolkien, si sa, non simpatizzava per alcuna ideologia razzista in voga nella sua epoca e nel corso degli anni ci tenne sempre più a farlo sapere, rigettando le interpretazioni della sua opera che andassero in quella direzione. È celebre il suo rifiuto, nel 1938, di fornire a un editore tedesco una certificazione di “arianità”, per non «avvalorare l’idea di avere aderito alla teoria perniciosa e antiscientifica della razza» (Lettera 29). Perfino nel suo campo di studi e insegnamento il Professore volle precisare che la lingua non coincide con la razza né con particolari tratti caratteriali estensibili a un intero popolo (“Inglese e Gallese”, 1955).

Tuttavia, come ha fatto notare Dimitra Fimi nel suo bellissimo Tolkien, Race and Cultural History (2008), Tolkien era pur sempre figlio del suo tempo, dunque condivideva una visione razzializzante, che nel corso del XX secolo non ha conosciuto lo stesso rapido declino delle teorie pseudoscientifiche sulla razza. Una volta sconfitti manu militari i regimi ideologicamente razzisti e smentita la teoria della razza, rimane pur sempre il razzismo implicito nello sguardo, come costruzione percettiva e culturale che rispecchia precisi rapporti di forza nella società e nel mondo. Se le razze non esistono ontologicamente – come ci dicono la scienza e la coscienza contemporanee -, tuttavia noi seguitiamo a percepirle e a dar loro importanza quando ci relazioniamo agli altri, categorizzando i gruppi umani in base a certe loro caratteristiche fisiche e associandole a certi tratti culturali o a qualità innate, e per questo accettando come ineluttabili molte delle disparità del mondo. Smantellare questo sguardo è impresa assai più lunga e complessa di vincere una guerra mondiale.

Non ci sono dubbi che nella costruzione fantastica tolkieniana – le cui basi furono gettate negli anni Dieci del Novecento – le razze abbiano un ruolo centrale. Razze, popoli e stirpi di Arda sono ben delineate da specifici tratti fisici e caratteriali. Ma soprattutto nella cosmogonia e mitologia di Arda vige una rigida gerarchia razziale. 

Elfi e Uomini sono Figli di Iluvatar, il Creatore, rispettivamente Primogeniti e Secondogeniti. I Nani invece no, sono figli adottivi, perché li ha creati una sotto-divinità, il vala Aulë. Gli Orchi sono una razza derivata dagli Elfi per corruzione. La razza degli Uomini è a sua volta suddivisa in popoli le cui caratteristiche fisiche e morali si accordano al grado di distanza, anche geografica, dagli dei. Quindi si va dai “caucasici” membri della Casa di Hador, Numenoreani, Rohirrim – tra i quali si troveranno coloro che resisteranno alle insidie di Morgoth e Sauron – ai piccoli modesti Mezzuomini (Hobbit), fino agli Esterling e ai Sudron, dai tratti orientali e dalla carnagione scura, traditori dei propri simili nella Nirnaeth Arnoediad, e poi volenterosi alleati di Sauron.

A questo si aggiunge che nelle storie di Tolkien le uniche coppie interazziali di cui si ha notizia sono talmente rare da essere famose: Thingol e Melian, Beren  e Lúthien, Tuor e Idril, Aragorn e Arwen.

Dunque è innegabile che nella storia di Arda l’identità razziale o etnica abbia un ruolo importante. E si potrebbe aggiungere che essendo la Terra di Mezzo anche una proiezione fantastica della parte occidentale dell’Europa, i nemici umani di Gondor e Rohan sono orientali e meridionali perché nell’antichità e nel Medioevo europeo, a cui Tolkien vagamente si ispira, è da lì che sono sempre arrivati gli invasori: Persiani, Arabi, Unni, Mongoli, Turchi, ecc., ai quali Esterling e Sudron assomigliano parecchio.

3. Potenza e potenzialità del testo

Secondo Tolkien, «Elfi e Uomini sono aspetti differenti dell’Umano» (lettera 181), così come gli Hobbit sono «uomini comuni» molto simili a noi (lettera 131). Per certi versi questo potrebbe essere esteso a tutte le razze di Arda. Le caratteristiche peculiari di ogni razza lo sono in primis perché stanno per qualcos’altro, ovvero per le varie attitudini umane. Siamo tutti un po’ algidi conservatori come gli Elfi, un po’ orgogliosi e avidi come i Nani, un bel po’ corrotti devastatori come gli Orchi, e più di un po’ volubili come gli Uomini (ma anche coriacei e umili come i Mezzuomini). 

In altre parole, il mondo coniato da Tolkien è assolutamente razziale e razzializzato, ma è anche una metafora che sarebbe sciocco prendere alla lettera, cercando corrispondenze con il nostro mondo. È proprio quello che si sforzò di dire Tolkien nelle sue lettere e anche nelle interviste degli anni Cinquanta e Sessanta per smarcarsi dalle letture razziste del Signore degli Anelli.

Foto di scena da Gli anelli del potereEcco perché – al netto dell’opportunità politica – non può essere efficace una protesta per la scorrettezza filologica nella resa delle razze tolkieniane trasposte sullo schermo. Certo, a meno di non contestare allo stesso modo anche altre licenze poetiche in quanto tali, come ad esempio i piedoni degli Hobbit, di cui Tolkien non ha mai parlato, e che cinema e tv hanno trasformato nel loro tratto peculiare. La differenza tra gli Hobbit macropodi e gli Hobbit neri è tutta politica e riguarda il nostro mondo, non quello creato da Tolkien. Perché negli Anelli del Potere gli Hobbit sono Hobbit – anche se non si chiamano ancora così. Lo stesso vale per Elfi, Nani e Uomini: le caratteristiche tipiche delle razze tolkieniane sono rispettate. Eccetto il colore della pelle. Il problema quindi non è l’hobbit nero, ma l’hobbit impersonato da un nero.

Si potrebbe aggiungere che nemmeno la rappresentazione di genere negli Anelli del Potere è propriamente filologica. Se i pochi ma buoni personaggi femminili tratteggiati da Tolkien nelle sue storie non sono quasi mai protagonisti, nella serie tv le donne assumono un ruolo preponderante. Anche questo, si diceva, è stato stigmatizzato da certi fan critici: l’ostentazione di femminismo tramite la messa in scena di protagoniste intraprendenti che incarnano un girl power fin troppo contemporaneo. Galadriel, Miriel, Browyn e Nori, protagoniste delle loro sottotrame, sono donne volitive dalla forte personalità. I personaggi maschili, al loro confronto, sono quasi tutti degli indecisi o dei meschini o dei cavalieri serventi di scarso carattere e di non troppa utilità.  

Eppure, a guardar bene, nemmeno questo contraddice i principi del mondo immaginato da Tolkien. Perché le società patriarcali della Terra di Mezzo sono effettivamente popolate anche da donne capaci di entrare in conflitto con il ruolo a loro riservato, in vari modi e con vari esiti, alcuni fortunati altri tragici. Scegliere di raccontare la storia dal loro punto di vista, mettendole al centro ed esaltandole, non snatura un bel niente, casomai sviluppa una potenzialità insita nel racconto stesso. Vengono in mente la saggia e abile Nerdanel; la potente Melian; la poliedrica Lúthien; la sfortunata Finduilas; la caparbia Erendis; e certo anche le più celebri Galadriel, Arwen ed Éowyn, già trasposte sullo schermo. Ognuna di loro è – in potenza o in atto – protagonista indiscussa della propria storia, e assolutamente in grado di mettere in ombra i comprimari maschili. 

4. «Galadriel è un dito in culo»

A conti fatti, il problema di certo fandom con Gli Anelli del Potere non è più filologico di quanto non sia politico. Se la serie Amazon Prime supera la coerenza etnica per fare woke-washing e ammantarsi di un’aura progressista, bisognerà pur chiedersi quanto un’accusa del genere nasconda il sincero fastidio per la rappresentazione post-etnica e post-sessista. 

In fondo, l’abolizione della coerenza etnica nelle serie tv, come Bridgerton, Gli Irregolari di Baker Street, La Ruota del Tempo, e Gli Anelli del Potere, equivale a dire una cosa che – secondo un celebre aneddoto, vero o falso che sia – Albert Einstein scrisse sul modulo di richiesta d’ingresso negli Stati Uniti d’America, da emigrante in fuga dalla Germania nazista: alla voce “race” il padre della teoria della relatività scrisse “human”. Il fatto che nella rappresentazione scenica la mescolanza etnica avvenga senza alcuna giustificazione filologica, ossia come manifesta affermazione di unicità della razza umana, mette allo specchio la nostra visione razzializzante di questo mondo, quella a cui siamo abituati da sempre.

Un problema analogo lo crea la diminutio capitis della componente maschile negli Anelli del Potere, percepita come una forzatura. E lo è senz’altro. Di fatto vediamo una storia in cui le donne dominano; non devono essere difese, ma si difendono da sé; non hanno bisogno di un uomo al loro fianco per essere complete, ma possono fare scelte di vita diverse; non subiscono l’autorità maschile, ma addirittura comandano gli uomini, perfino sul campo di battaglia. 

Cosa infastidisce di queste rappresentazioni di girl power e post-etnicità? E chi è infastidito da una certa enfasi, per quanto strumentale possa essere? La sensazione, per dirla in termini un po’ rozzi, è che siano ancora maschi bianchi a rigettare tutto questo, al fondo irritati dall’ostentazione di quei modelli. La contraddizione si manifesta dentro la coscienza maschile bianca, che è al tempo stesso quella dominante e quella oggi più in crisi.

Chi non ha una coscienza di questo tipo è Ebony Elizabeth Thomas, autrice di The Dark Fantastic: Race and Imagination from Harry Potter to the Hunger Games (2019), professoressa associata all’Università del Michigan. Thomas ha fatto notare come i personaggi neri semplicemente ci sembrino fuori luogo nel genere fantasy perché «le persone sono abituate a vedere il fantasy e le fiabe come tutte bianche, in particolare in ambientazioni pseudo-medievali o magico-medievali. […] Ora che si trovano spinte fuori dal modo in cui hanno sempre immaginato il fantasy si sentono a disagio. Ecco perché dicono: “Chi sono questi personaggi? Questo non è ciò che intendeva Tolkien! Non è accurato!”»

All’accuratezza Thomas contrappone l’autenticità. Dal momento che la razza è un costrutto arbitrario, culturale e politico, scegliere attori neri per interpretare gli Elfi o gli Hobbit non è meno autentico che scegliere attori bianchi, benché senz’altro sia meno accurato dal punto di vista filologico. Ogni rappresentazione volente o nolente è rappresentazione della società che la produce e il nostro mondo, la nostra coscienza attuale, non sono gli stessi di quando Tolkien scriveva le sue storie. 

«I miei antenati sono qui, parlano inglese, da dieci generazioni», dice la professoressa Thomas. «Non è un caso che alcune strane persone che non provengono dalla cultura anglo-americana stiano improvvisamente chiedendo di essere rappresentate. Siamo qui da secoli. E continuiamo a esistere».

E non è nemmeno un caso che a centrare l’aspetto politico della faccenda, e a rivendicarlo, sia una donna americana non bianca, che studia il portato razzializzante del fantasy. The Times They Are a-Changin’, cantava quel tale. 

5. Raddrizzando il tiro: ritorno all’economia politica

Mentre nei maestosi panorami della Nuova Zelanda si girava la prima stagione degli Anelli del Potere, il colosso dell’e-commerce al vertice dello spezzone più avanzato del capitalismo globale – quello della logistica, della distribuzione a domicilio di merci e intrattenimento – prosperava sulla pandemia. 

Nel marzo del 2020, la prospettiva planetaria di lunghi mesi di confinamento domestico e negozi chiusi a oltranza, ha portato Amazon a investire 350 milioni di dollari in un enorme piano espansivo, con l’assunzione di centomila nuovi dipendenti nel mondo. Nel 2021 Amazon ha superato il valore di un trilione di dollari di capitalizzazione in borsa, entrando nel novero delle superpotenze del mercato globale insieme a Microsoft e Apple. Di pari passo in vari paesi del mondo, inclusa l’Italia, sono partite grandi lotte dei lavoratori degli hub Amazon per introdurre diritti sindacali, condizioni di lavoro più eque, stabilizzazione contrattuale e paghe migliori. Perfino i governi ultraliberisti dei paesi occidentali hanno iniziato a porsi il problema di come contenere o regolamentare l’espansione infinita del moloch amazonico.

Tra le altre cose, le straordinarie immagini della Terra di Mezzo ne Gli Anelli del Potere celano – o piuttosto dimostrano – la capacità del grande capitale di prosperare sulla crisi e di dipingersi sul piano spettacolare come promotore dei diritti universali e del melting pot. Quelli che contestano Jeff Bezos per la sua ostentazione woke (che siano i fantomatici fascisti o altri senz’arte né parte), lo fanno per i motivi sbagliati e soprattutto perdenti, offrendo all’uomo sempre più ricco del mondo l’opportunità di presentarsi come paladino di libertà e progresso contro un fandom retrogrado, reazionario e razzista. Ma i diritti che costui nega sono quelli dei lavoratori – ad esempio impedendo o ostacolando l’attività sindacale, sorvegliando elettronicamente i dipendenti, ecc. – e il denaro che costui investe nelle mega produzioni televisive proviene dal più alto tasso di sfruttamento del lavoro subordinato, quello dei lavoratori della logistica. 

L’incapacità di criticare e attaccare le fondamenta dello strapotere di Amazon – come di altri analoghi colossi privati che colonizzano le nostre esistenze tramite le nuove tecnologie – è direttamente proporzionale all’inefficacia della critica mossa al loro idealismo woke. Così come apprezzare quest’ultimo senza un corollario di critica all’economia politica equivale a ignorare le contraddizioni di quelli che un tempo erano i padroni delle ferriere e oggi sono i padroni dell’industria dell’immaginario, signori dei big data e dell’algoritmo. 

In definitiva pare evidente che sul lavoro creativo di un oscuro professore di filologia del secolo scorso, diventato fenomeno planetario grazie allo show business, insistono oggi spinte ideali, politiche ed economiche connesse alle trasformazioni e alle contraddizioni del mondo. Che qualche anima bella possa deprecare la contaminazione mondana dell’opus tolkieniano con i conflitti del presente e qualcun’altra più cinicamente realista possa invece accettarla come inevitabile, ciò che sta accadendo in questi anni dimostra ancora una volta quanto la creazione tolkieniana sia viva e in divenire mezzo secolo dopo la morte del suo autore.

La battaglia per la Terra di Mezzo ha ormai una dimensione e una scala nuove,  con un legame sempre più forte ed esteso con la realtà primaria. Non nel senso che Tolkien avrebbe immaginato, certo. Ma la storia non va mai come vogliamo. Nemmeno quella su cui apponiamo la firma e un imprimatur. Perché in fondo le storie la sanno sempre più lunga dei loro autori.

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38 commenti su “Black Elf Power: il lato chiaro e quello oscuro degli Anelli del Potere

  1. A me fa riflettere l’ossessiva ricerca del “politicamente corretto” da parte di Amazon perché non lo trovo, in fin dei conti, progressivo. Credo che nella realizzazione della serie si sia da un lato puntato a sparigliare etnicamente le carte dei popoli che nella visione di Tolkien incarnano l’ovest. E questo narrativamente ha retto e ci ha regalato personaggi che, personalmente, io trovo godibili. Come Sadoc. Però, di converso, se guardiamo agli antagonisti, gli abitanti delle “Terre meridionali”, si è puntato a stemperare il conflitto est-ovest o sud-ovest rappresentandoli da un lato etnicamente privati delle loro caratteristiche come descritte in Tolkien e corrispondenti a caratteri etnici orientali e sahariani o subsahariani. E, dall’altro, come “vittime” di Sauron e Morgoth in una visione quasi infantilizzante e veramente assimilabile alla mistica cristiana del “peccato” e della tentazione (e faccio riferimento alla lettura che Wm4 da della dinamica Sauron-Galadriel nella serie). L’operazione veramente progressiva sarebbe stata ribaltare il tavolo narrativo ed assumere il punto di vista di queste popolazioni come se stessimo leggendo una vicenda storiograficamente ed utilizzando le categorie del subalterno e spiegare cosa li ha portati alla avversità verso un occidente che manteneva presidi militari sulle loro terre (come quello in cui serviva Arondil). Ed i riferimenti possibili ci sono tutti in Tolkien, il quale ci spiega come i Numenoreani si fossero spinti per centinaia di anni alla ricerca di risorse ovunque potessero arrivare le loro navi. Del resto, in minor misura e seppure a tratti solo abbozzata, una operazione del genere è stata fatta per gli Orchi di Adar ed è una delle parti della sceneggiatura più intriganti. Una sceneggiatura espunta da questi elementi potenziali non può che riproporre sul piano narrativo del Tolkien-verso la rappresentazione (del tutto politicamente analoga a quella che fanno di se i media occidentali del mondo fisico) di un occidente impegnato in “missioni di pace” per salvare “dal male” gli sprovveduti antenati degli esterlings e degli haradrim. La qual cosa, assieme alla inquietante figura di Galadriel, ridotta a paladina “venuta a portare la spada” alle forze del male, rappresenta in questi tempi di guerra una analogia con le politiche imperialiste che ben conosciamo. Risultato: si parte con il politicamente corretto e poi si finisce per non narrare conflitti che sarebbero troppo scomodi da rappresentare perché troppo “attuali”.

    • C’è un famoso articolo di Italo Calvino, intitolato Italiani, vi esorto ai classici., uscito su «L’Espresso» nell’81,che contiene quattordici definizioni di che cos’è un classico della letteratura. Ora, non sono sicurissimo che si tratti di una categoria utile, ma volendola usare, la arricchirei di una quindicesima caratterisca: 15. I classici sono libri che si possono riscrivere, rovesciare, integrare senza che nessuno si domandi se il risultato sia “accurato” rispetto all’originale, o anche “autentico” rispetto alle intenzioni dell’autore. Quando Coetzee ha scritto Foe – una specie di Robinson Crusoe dalla parte di Venerdì – nessuno s’è messo lì a strologare se Daniel Defoe sarebbe stato d’accordo, o se un simile rovesciamento di prospettiva rispettasse il canone. Dice: grazie, Robinson ha trecento anni mentre il SDA non ne ha settanta. Beh, non c’entra la vetustà dell’opera: Kamel Daoud ha fatto un’operazione simile con Lo straniero di Camus, che di anni ne ha appena dodici più del capolavoro di Tolkien, e che io sappia non si sono visti i fan lamentarsi per come viene rappresentato Meursault in Il caso Meursault. D’altronde, mi sa che non esistono dei fan dello Straniero (almeno, non dichiarati!), e più in generale è dura trovare fan dei cosiddetti classici della letteratura. Le tensioni intorno al SDA dipendono credo anche da quest’inedita situazione, quella di essere un classico con milioni di fan.

      • Esattamente. Il punto è proprio questo: il SdA è diventato prima un’opera cult per la sottocultura nerd, poi un’opera nella cultura di massa grazie al cinema, e soltanto parallelamente e lentamente si è guadagnato lo status di “classico” della letteratura.
        È questo che scompagina le carte rispetto ai classici…più classici.

    • [SPOILER] Non è escluso che nelle prossime stagioni si assista al dispiegarsi del colonialismo numenoreano nella Terra di Mezzo e alla trasformazione dei liberatori in forze d’occupazione. Ovviamente se questo slittamento avverrà, sarà sotto l’egida dell’infido Ar-Pharazon, che soppianterà progressivamente il potere della regina Miriel. Non so, sto soltanto ipotizzando. Certamente per ora i liberatori non hanno fatto una gran bella figura: è vero che hanno salvato il villaggio dalla presa degli Orchi, ma è stata una vittoria di Pirro, dato che il vulcano è stato comunque attivato, il paese trasformato in una specie di Chernobyl, e gli abitanti sono stati costretti a spostarsi altrove. Al danno si è aggiunta la beffa di avere fatto acclamare a questi poveri bifolchi un fantomatico discendente dei loro antichi re, che si è rivelato essere niente meno che Sauron… Grazie tante ai “liberatori” numenoreani e alla loro profetessa armata con le orecchie a punta, che se ne vanno con le pive nel sacco, dicendo più o meno: “Ritorneremo!”. Ottimo lavoro. Insomma teoricamente le basi per un’insofferenza ci sarebbero, forse anche più forte di quella iniziale verso i presidi elfici. Che poi quei due pivelli che hanno scritto la sceneggiatura (va di moda chiamarli showrunner) sappiano sfruttare le premesse da loro stessi gettate non è affatto scontato. Staremo a vedere.
      Sugli Orchi come problema aperto e migliore intuizione della prima stagione ho scritto un commento qui:
      https://www.jrrtolkien.it/2022/09/08/amazon-e-gli-attori-contro-i-commenti-razzisti-sul-web/#comment-613618

  2. Eh sì, hai detto bene. Chi si lamenta è il maschio bianco, etero, cis e ricco.
    Ed è una lamentela tutta politica, altro che no. Tentare di rimanere aggrappati con le unghie al mondo nel quale “boys will be boys” è oggi una vera e propria fonte d’ansia per questi qua.
    In effetti, tante narrazioni che costituiscono lo starter pack delle soggettività alt-right – e mi riferisco soprattutto a USA e UK – hanno in comune la caratteristica di essere narrazioni, in fondo, rassicuranti.
    Al contrario, l’elfo nero inquina il loro “giardino segreto”, in altre parole quella che – nella loro testa – era l’ultima oasi di tranquillità, dove potevano immaginare un mondo fantasy che girasse esclusivamente attorno allo 0.05% della popolazione mondiale.

    P.S. Ciao a tutti !!!!

    • Non è affatto cosi, se leggi i commenti in giro per la rete è pieno di Americani di origini africane e messicane che ci tengono a smarcarsi dalla presunta necessità di avere “rappresentanza” nel cast della serie. D’altronde sostenere che ad un nero americano serva un Aragorn che gli assomigli fisicamente per identificarsi in lui è un atteggiamento paradossalmente razzista, che pone barriere dove effettivamente non sono mai esistite. Il rappresentante tipico della cultura WOKE di solito è un WASP.
      la percentuale di bianchi nel mondo non c’entra un fico secco! L’etnocentrismo bianco delle storie di Tolkien è il risultato del suo background culturale, rinnegarlo ha lo stesso effetto che avrebbe dare rappresentanza a bianchi e neri ne il “Romanzo dei 3 Regni” (opera cinese per chi non lo sapesse). Quello che scrive Wu Ming 2 sul Foe di Coetzee è anche vero, ma qui il problema non è voler rileggere Tolkien in modo diverso, per assurdo nessuno ha protestato per “Bored of the Rings”, parodia del Signore degli Anelli scritta da Henry Beard and Douglas Kenney decenni orsono, ma volerlo sostituire con qualcosa di contrario alle volontà del suo autore, a tratti proprio antitetico e raccontarci che il vero Tolkien è questo.
      Altra cosa non mi pare che Defoe in vita abbia dovuto combattere con traduttori-traditori, falsi interpreti perentoriamente smentiti e che ci abbia lasciato precise indicazioni su quello che non volesse le sue storie diventassero.
      Forse alla fine si tratta anche di semplice rispetto per qualcosa che si ama e per il suo autore.
      Non è possibile che ogni cosa debba diventare sempre occasione di scontro politico e ideologico.

      • Un paio d’anni fa, l’annuale Tolkien Speech al Pembroke College di Oxford venne pronunciato dallo scrittore giamaicano-americano Marlon James. Il succo della sua perorazione era questo: al tempo in cui uscirono i film tratti da Lo Hobbit, in occasione dell’ennesima polemica sul perché nella compagnia di Thorin non ci fosse nemmeno un nano nero, James ha avuto un moto di insofferenza e si è detto: com’è possibile che noi afrodiscendenti si debba avere bisogno di entrare nel fantasy altrui, quando la nostra terra ancestrale è ricchissima di mitologie e materia leggendaria da cui trarre storie? E così ha deciso di mettersi a scrivere una trilogia fantasy africana.

        Questo è un punto di vista. È quello di non bianchi che non hanno alcuna voglia di essere rappresentati in quota nelle serie tv dei bianchi e preferirebbero invece serie tv fatte da non bianchi per non bianchi.
        Ma questo non toglie dal piatto la questione segnalata dalla professoressa E.E. Thomas: gli afrodiscendenti in America o Gran Bretagna sono rispettivamente americani e britannici da almeno dieci generazioni. Sono cioè individui che a scuola studiano i classici della letteratura inglese, non quelli della letteratura di un altro continente; nelle recite scolastiche interpretano i personaggi di Shakespeare; e tra un classico della letteratura e l’altro capiterà anche l’opera di Tolkien. Dunque perché non dovrebbero avere il desiderio di vedersi rappresentati come parte della koiné linguistico-letteraria dei propri rispettivi paesi, quando questa produce rappresentazioni e trasposizioni? Glielo si può davvero negare in nome della filologia? Fino a quando si può pensare che la loro presenza non retroagisca sulla rappresentazione del mondo, fosse anche un mondo fantastico?

        Parlando di tradimenti… Negli Anelli del Potere le varie razze della Terra di Mezzo ci sono tutte, ma a impersonarle ci sono attori (umani del nostro mondo) che hanno pigmentazioni differenti. Questo quale impatto avrebbe sul senso della storia narrata? Nessuno. Se vogliamo parlare di uno stravolgimento vero operato dalla serie Amazon, allora dobbiamo dire che gli Elfi sono sbagliati non perché uno di loro è non-filologico, ma perché tradiscono proprio il tema che Tolkien assegnò a quella razza. Nella serie gli Elfi temono di dissolversi e per questo avrebbero bisogno del metallo Mithril come elisir per prolungarsi la vita. Ma il problema degli Elfi in Tolkien è sempre stato l’opposto. Cioè quello di essere legati anima e corpo ai destini mondani, alle sorti di Arda, fino alla fine dei tempi. Gli Elfi chiamano la morte che tocca agli Uomini “il dono di Iluvatar” (cioè del Creatore). Gli Elfi soffrono dell’invidia degli immortali nei confronti dei mortali. Ci sono casi piuttosto eclatanti di esponenti di quella razza che scelgono di morire di consunzione piuttosto che rimanere al mondo. La serie ha ribaltato completamente questa cosa. Ribaltamento per andare a parare dove? Ancora non si sa, ma di certo quelli non sono gli Elfi di Tolkien.
        A fronte di questo, sembra davvero incredibile che qualcuno stia a guardare il colore della pelle di Ismail Cruz Cordova, tra l’altro molto più carico di elfica coolness degli elfi interpretati da attori caucasici con ridicole acconciature da Duran Duran.

        • Secondo me, Elemire, la questione non riguarda la correttezza filologica, ma il significato politico (si, a volte ci vuole, se non lo scontro, il confronto politico-ideologico). Non è vero che la percentuale di bianchi nel mondo non c’entra un fico secco: se Amazon facesse una serie sul Romanzo dei 3 regni, quasi certamente ci metterebbe dei caucasici, o dei neri, o degli ispanici. Il politicamente corretto di Amazon cela la volontà di arrivare alla maggior parte della popolazione del mondo, che, oggi, non è più bianca o wasp (come fa notare Fabio Trabattoni). Da qui la necessità di portare a sé il nero, l’ispanico, l’indiano, il cinese, e, perché no, anche l’arabo. La priorità è conquistare il mercato globale, altro che emancipazione. Probabilmente è vero che “è pieno di Americani di origini africane e messicane che ci tengono a smarcarsi dalla presunta necessità di avere rappresentanza nel cast della serie”, ma questo è un fallimento calcolato per Amazon, è quella percentuale di popolazione mondiale che non riuscirà mai a raggiungere, ma ribaltando il tuo discorso, si potrebbe dire che è pieno di neri e ispanici che chiedevano rappresentanza, e su quelli sì che la politica di Amazon ha effetto e trova il suo successo. Ed è un successo che vale diversi milioni di persone, e di potenziali abbonati.
          Altra considerazione: nessuno ha protestato per Bored of the rings probabilmente perché è rimasta una cosa di nicchia; qui si sta parlando di un prodotto che coinvolge centinaia di milioni di persone in tutto il globo, stiamo parlando di dollari, tanti dollari; se è vero che la produzione ha investito oltre 400 mln, è presumibile che punti a ricavi dell’ordine del miliardo, obbiettivo che una lettura filologicamente corretta non avrebbe mai raggiunto.
          Infine, come dice WM4, le donne, nella serie, sono tutte belle; basterebbe questo per rivelare il woke-washing e spazzare via ogni discussione sul progressismo amazoniano.

          • A volte? ma ormai è sempre cosi,ogni produzione cinematografica è diventata una battaglia campale per i diritti di qualche minoranza, per sostenere qualche battaglia ideologica.
            Se Amazon facesse una serie sul “Romanzo dei 3 Regni” pieno di bianchi e neri succederebbe un casino.
            Ma tu cosa penseresti che arrivasse uno che ti dicesse che ci vogliono piu’ bianchi a Wakanda? (Black Panther della Marvel) diresti che è un coglione no? quanto meno lo penseresti.
            La storia dei mercati e di Amazon non regge.. Tolkien è lo scrittore del XX secolo piu’ letto al mondo e non ha avuto bisogno di pitturarsi la faccia di nero e fingersi donna per ottenere questo risultato. Io gli ispanici, i neri, gli asiatici che si sentono discriminati da Tolkien devo ancora vederli onestamente. Sono sempre Bianchi WASP che portano avanti queste battaglie (gli attori di Hollywood parte delle minoranze non contano ovviamente).
            Ma il problema è profondo: da una parte ti dicono che genere, razza non esistono, sono convenzioni, dall’altra utilizzano queste “convenzioni” come discriminante, e le quote di genere e razza sono una discriminante.

            • Quando i miei figli erano piccoli mi chiedevano: “Papà, i draghi esistono?” e io rispondevo: “Certo, esistono nelle leggende”. Allora loro si arrabbiavano: “Ma no, vogliamo sapere se esistono nel mondo.” e io imperterrito: “Certo. Infatti le leggende esistono nel mondo, ce le raccontiamo”. Poi, da più grandicelli, ho cominciato a discutere con loro di ontologia, dei vari significati della parola “esistere”. E dunque i draghi non esistono nella zoologia, ma esistono nella letteratura, e nei cervelli delle persone. Quindi possono avere effetti molto reali, se ad esempio pensi di poterne incontrare uno nel giardino di casa tua. Il discorso è simile per le razze umane. Esistono? O sono solo convenzioni? Per la biologia non esistono, ma in quanto costruzioni culturali hanno effetti reali nel mondo che viviamo. Lo strutturano. Creano discriminazioni che vanno combattute. Si può discutere se le “quote” siano uno strumento utile, ma considerarle “una discriminante”, come scrivi qui, puzza di quel “razzismo al contrario” che piace tanto a Salvini, secondo il quale ogni forma di sostegno verso le persone razzializzate e discriminate si traduce in una discriminazione verso gli italiani. Mentre nemmeno Salvini si sognerebbe di giudicare un sussidio per famiglie a basso reddito come una “discriminante contro i ricchi”. Ma guarda caso, quando c’entra il colore della pelle (o i generi), eccoli tutti che scattano in piedi: filologi, filosofi e… razzisti.

              • Difficile dare una risposta completa.
                Potremo filosofeggiare sulla differenza tra aiutare una minoranza (o piu’ semplicemente una categoria) in difficoltà e l’eventuale “diritto di rappresentanza” che non sono esattamente la stessa cosa, ma preferirei spostare il discorso su un piano diverso, piu’ pratico.
                Quali sono poi queste minoranze? perchè alcune hanno eventualmente diritto di rappresentanza e altre no? quando vediamo un asiatico nella ciurma della nave di Elendil non ci poniamo il problema che sia un giapponese, un koreano o un vietnamita, il 95% del pubblico ignora queste differenze, ma le rispettive etnie di cui sopra certamente noteranno la cosa e forse penseranno alll’ignorante responsabile del casting woke che ha messo un “giallo” ed ha pensato cosi di risolvere la questione di rappresentanza.
                Un giapponese potrebbe perfino sentirsi insultato nel vedere un koreano a “rappresentarlo” come i pellirossa erano schifati nel vedere andalusi e siciliani nelle parti di indiani nei Western nostrani.
                Gli Afro-americani sono gli unici che hanno connotati etnico culturali abbastanza omogenei negli USA, ma spesso e volentieri vengono rappresentati da neri britannici di origini molto diverse.
                Quante sono le etnie? (potrei buttarci dentro il discorso di genere/generi e complicare ancora di piu’ il problema, ma non serve neanche) possiamo veramente dare rappresentanza a tutti? Amazon trasmette le sue serie in tutto il mondo, chi stabilisce chi ha il diritto di rappresentanza e chi no? chi assegna le quote e in base a cosa?
                Questa è una strada che non porta da nessuna parte.

                • Non porta da nessuna parte nemmeno polemizzare su questo. Chissenefrega da quante etnie è o può essere composto un cast!? Non dipende da quello la riuscita di una serie tv. Se ne stiamo parlando è solo perché c’è stata una levata di scudi contro la presenza di non bianchi nella rappresentazione della Terra di Mezzo. Tutta l’attenzione spostata sul cast multietnico è stata un ottimo diversivo offerto ad Amazon per fare la vittima e dipingersi come “liberal”, quando negli Anelli del Potere è la scrittura il problema, non gli attori. Dopo un po’ che la guardi manco ci fai più caso di che colore hanno la carnagione gli attori, mentre non riesci a smettere di pensare che i personaggi che interpretano sono monocordi, non approfonditi e con linee narrative insulse.

        • Ma infatti il problema delle razze è solo uno dei tanti che affliggono questa serie, ed è stato esacerbato dalle posizioni pro Woke del cast e della produzione che ne ha voluto fare subito una battaglia ideologica.
          Abbiamo sentito parlare di attori-attivisti per la parità di razza e di genere come se sta roba avesse qualche rilevanza con la buona recitazione.
          Forse se avessero scelto degli attori neri per il loro valore recitativo o le loro caratteristiche intrinseche, le polemiche sarebbero state molto meno pronunciate.
          Se guardi le interviste del casting è tutto un “il primo Elfo di colore” “la prima Nana (falso peraltro), di colore” “il primo Hobbit di colore”. Perchè non il primo Elfo con 3 gambe, il primo Hobbit con le ali e il primo Orco laureato ad Harward? sei li per fare un film sul mondo di Tolkien o per aggiornare il libro dei record?

          • Non mi metterò certo a difendere le strategie di marketing di una serie Amazon: l’insistenza su certi “record”, come li chiami, è fastidiosa oltreché sospetta. Tuttavia, è normale che un ipertesto (come lo chiama Genette, ovvero un’opera derivata, che ne contiene un’altra) venga presentato al mondo sottolineando quali sono i suoi elementi di novità rispetto all’ipotesto (cioè l’opera originale). Tornando a “Il caso Meursault” di Kemal Daoud, non mi meraviglierei se il suo autore dicesse che è “la prima riscrittura dello Straniero di Camus vista dalla prospettiva dell’arabo ucciso”. Per certi versi, annunci di questo tipo sono una forma di onestà intellettuale: dichiaro in anticipo alcuni elementi della mia reinterpretazione. Poi si può certamente discutere su quali elementi vengano sottolineati e quali no, posto che qualunque riscrittura, anche la più filologica, modifica il testo di partenza, come nel famoso “Don Chisciotte” di Pierre Menard inventato da Borges.

          • Ciao Elemire,

            a me pare un problema da ambo le parti. Da una parte persone che si sono arrabbiate per scelte sull’etnia di alcuni attori (cosa secondo me che lascia il tempo che trova), dall´altra la paraculaggine (non saprei come altro definirla) di Amazon che ha tentato di nascondere sotto il tappeto del “se mi criticate siete razzisti” ben altri problemi di scelta filologica e di scrittura della serie.

            Ha ragione secondo me WM4 quando dice che gli errori filologici della serie sono ben altri. Per me regna su tutti i Numenoreani che “odiano gli elfi” perché gli rubano il lavoro, invece dell’invidia per la loro immortatlitá indotta dalla paura della morte. Trasformando cosí una motivazione esistenziale in roba da Leghisti della domenica. In Tolkien i Numeoreani nella loro corruzione sono tragici, qua solo razzisti da quattro soldi.

  3. Nella serie, la secondo me piatta prova d’attrice dell’interprete di Galadriel mi ha disturbato parecchio. Per niente la pelle scura di Arondir, che tra l’altro può suggerire associazioni efficaci nelle scene in cui lui, elfo, è guardato con sospetto dagli umani. Per non parlare di Miriel, che potrebbe essere un emblema della Numenor che fu: aperta ed ecumenica, tanto quanto sta ormai diventando superba e chiusa. Mi ha infastidito molto di più la rappresentazione dei nani, ormai definitivamente buffonesca sulla scia di Jackson. L’aspetto fisico di Sadoc l’ho trovato particolarmente calzante… e qui forse il retaggio etnocentrico e razzista da bianco occidentale ha colpito: forse mi ha fatto una paternalistica simpatia vedere “quei selvaggi dei Pelopiedi” guidati da un tizio che sembra uno sciamano zulu.
    Per come la vedo io, essendo la video fiction un linguaggio rappresentativo, in linea di principio qualunque significante può stare per qualunque significato: poi si valuta l’effetto. Certo, quando si parte da un’opera già esistente c’è la questione del rapporto con essa. L’autore della nuova opera effettua scelte di maggiore o minore distanziamento dalla “originale”, e tali scelte evidenziano la ratio della sua operazione artistica. Pertanto, il criterio filologico nel valutarle è debole come strumento critico. Più interessante è indagare quella ratio e i suoi moventi. Credo siamo tutti d’accordo con il post sul fatto che in questo caso il movente è quel “politicamente corretto” funzionale agli interessi di Amazon.
    Ma se così è, dobbiamo anche stare attenti a non sovrapporre a questa operazione le motivazioni per le quali NOI ci compiacciamo di un elfo nero o di una donna che guida la resistenza a Sauron. Perché finché il proprietario del capitale di produzione della serie resta Amazon, anche quel compiacimento è uno strumento potenzialmente in mano sua.

    • È infatti per questo che nel post richiamo alla necessità di non disgiungere la critica all’opera da quella all’economia politica.
      Per altro, riguardo al “femminismo” ostentato nella serie, ci sarebbe molto da ridire.
      Di fatto non c’è conflitto di genere. E questo scavalca perfino Tolkien, che invece nelle sue storie ce l’aveva messo, ancorché non fosse mai deflagrante (ma questo dei conflitti – di genere, di classe e generazionali – che si risolvono da sé è un problema che affronterei altrove). Le protagoniste degli Anelli del Potere sono carismatiche (oltreché tutte belle) e di fatto sembrano esprimere un potere femminile inoppugnabile. Tutto il contrario delle eroine tolkieniane – concepite in epoca di suffragismo – che spesso e volentieri invece si trovano a confliggere con un mondo patriarcale.
      Insomma, benché secondo me sia da salutare positivamente una rilettura al femminile degli scenari tolkieniani, quello amazonico è un femminismo facile, per così dire. E questo è appunto un altro buon motivo per ridimensionare il nostro compiacimento indotto.

      • WM 4, devo approfondire il tema di conflitto di genere in Tolkien ma di certo molti personaggi femminili sono, tangibilmente, portatori di una mentalità “altra”, “differente”. Ad esempio anche rispetto all’azione che bisogna intraprendere contro il male nel mondo. Ed è proprio in questo che secondo me la Galadriel del Tolkien verso manifesta almeno una differenza rispetto alla sua rappresentazione da “Amazone”. In fondo la barriera di Melian (di cui Galadriel era allieva) attorno al Doriath e quella di Galadriel attorno al Lòrien sono manifestazione tangibile di una certa “cura”, una volontà dentro la guerra di usare non solo la spada ma piuttosto la magia ed il potere per “preservare” e rendere bella la Terra di Mezzo anche durante dei conflitti devastanti.

  4. Prima ancora che uscisse la serie, commentando con amici e amiche appassionat*, avevo tagliato corto sulla faccenda “razziale”, dicendo che mi sembrava una questione davvero secondaria, rispetto alla riuscita narrativa, su cui le aspettative erano alte.

    Ripensandoci ora, proprio la deludente riuscita della serie restituisce maggiore rilevanza alla questione “razziale”. Che assume tratti e connotazioni più inquietanti. Non nel senso che ad essa danno i fanatici della bianchezza dei personaggi tolkeniani, ma in un senso più ampio, politico e direi ideologico. È come se la questione del politicamente corretto fosse stata presa e piegata a scopi opposti a quelli apparenti; scopi oscuri, “sauroneschi”. (Bezos lo vedo bene come potenziale Sauron della nostra Terra di Mezzo, dopo tutto.) Per questo concordo con WM4 nell’appello a non dimenticare chi ci sia dietro quest’operazione, quali interessi e quali rapporti sociali rappresenti e dunque quale visione di mondo intenda imporci.

    Mi associo alle considerazioni già fatte sulle debolezze della serie. Ho letto da qualche parte che i limiti della scrittura sarebbero dovuti alla mancata concessione dei diritti sul Silmarillion. Non so come valutare questo aspetto, posto che sia vero. Non mi sembra una giustificazione sufficiente, in ogni caso.

    L’aura drammatica delle saghe tolkeniane, che incombe sempre anche sulle vicende spicciole dei personaggi, in questa serie mi sembra largamente assente. A tratti mi è parso invece di intravvedere un tentativo di trasporre nella Terra di Mezzo alcune dinamiche di Westeros, un gioco del trono in chiave elfica, ma superficiale, male adattato e parecchio fuori focus. Poteva anche essere un’idea, ma bisognava svilupparla meglio, allora.

    Mal riuscito anche il tentativo di tenere il pubblico col fiato sospeso sull’identità di alcuni personaggi. Chiunque conosca la storia della Seconda Era, facendo un minimo sforzo, avrà capito pressoché subito chi fosse in realtà Halbrand e chi dovesse essere il tizio capellone e barbuto, vestito di grigio, precipitato dal cielo, dotato di una certa dimestichezza col fuoco.

    I dubbi sono tanti e anche le domande. Confido che la discussione offra ulteriori elementi di comprensione.

  5. Ma per esempio: quando Pietro Marcello ha trasformato Martin Eden in un marinaio napoletano, si sono levate alte grida di “filologi” a protestare? E quando Nerone fu interpretato da Peter Ustinov, un centroeuropeo trapiantato a Londra, e non da un nativo laziale? E la trasposizione televisiva che Comencini fece di Pinocchio è forse filologica? Per niente. I “filologi” si indignano solo quando c’è di mezzo l'”intrusione” nel mondo bianco di qualche minoranza discriminata. Perfino per il cartone animato della sirenetta si sono indignati i “filologi” (la sirenetta è danese, le danesi sono bianche e bionde!!11! sì ok, ma se è per questo non hanno nemmeno una coda di pesce al posto delle gambe). Quindi si tratta di una presa di posizione *politica* travestita da indignazione filologica, nel perfetto stile passivo-aggressivo dell’accademia. Stabilito questo, e lasciando da parte l’aspetto artistico, l’unica critica sensata e *doverosa* da fare è quella dell’economia politica, che come sempre dirada la nebbia. Amazon màzzula i facchini immigrati dalla pelle nera, però in compenso fa interpretare da attori neri qualche personaggio tolkieniano, così i liberal tutti lockdown&amazon si sentono la coscienza pulita.

    • La questione è una cipolla:
      Il primo livello (o velo) di reazione è quello che riguarda la “accuratezza filologica”. WM4 ci ha tolto da molti imbarazzi e, tagliando il suo discorso col badile, ha precisato che – volendo usare un approccio filologico nel valutare la bontà dell’accuratezza filologica – le opere di pura fiction difficilmente si sentiranno tradite, men che meno dalle caratteristiche fenotipiche dei personaggi creati da un eventuale rimaneggiamento.
      Il secondo velo di reazione è quello che prende diversi nomi, a la Sauròn, e che possiamo indicare con “wokeism”. E’ del tutto condivisibile l’antipatia verso un marketing che considera l’inclusività nel cast come un valore in and of itself, anzi, a ben vedere, molto spesso quello è l’unico punto interessante di molte produzioni. Il che rende tutto ancor più antipatico.
      Scostando i primi due veli, tuttavia, ci si accorge che, al cuore, a dare fastidio è l’elfo nero, proprio quello.
      Se poi andiamo a vedere chi è che in concreto esterna questi fastidi, nella stragrande maggioranza dei casi, ci accorgiamo che si tratta di un cruciani/musk o giù di lì.
      E a me serve un motivo forte forte per avere anche una minima sovrapposizione d’opinione con sti teste de cazzo qua.

    • Tuco, come al solito hai il dono della sintesi, che ti invidio molto.
      A uso dei tolkieniani (tipo autoanalisi?) favorirò una prova del nove di quello che dici.
      Le licenze poetiche che Peter Jackson si prese ventitre anni fa, quando realizzò la trilogia del Signore degli Anelli, non sollevarono lo stesso tipo di attacchi “filologicisti”. Eravamo in epoca pre-woke, e tutto ciò che Jackson concesse al politicamente corretto fu dare a un personaggio femminile (Arwen) un ruolo un poco più attivo, inserendola in almeno una scena d’azione e mettendole una spada in mano, e usare una voce femminile (Galadriel) come narratrice fuori campo nel prologo (espediente ripreso negli Anelli del Potere).
      Ma nemmeno le licenze poetiche più grosse di Jackson scatenarono attacchi come quelli contro RoP: i piedoni degli Hobbit, che ho già citato nel post; le scene d’azione e combattimento marveliane (Legolas come Spider Man); il taglio della parte iniziale e di quella finale della storia, così importante per il riscatto degli Hobbit come popolo; il personaggio del nano ridotto a ridicola macchietta, perché serviva la linea comica; i particolari incongrui piuttosto vistosi come la scena in cui Aragorn – il capo dei buoni – mozza la testa all’ambasciatore di Sauron a sangue freddo durante una trattativa (una roba per cui Tolkien sarebbe andato a suonare il campanello di casa degli sceneggiatori nel cuore della notte…); per tacere del grottesco esorcismo di Gandalf su Théoden, che è una citazione appunto da L’Esorcista o da qualche altro splatter movie che tanto piacciono a Jackson (qui Tolkien si sarebbe fatto largo a colpi di pipa al vernissage dopo la premiere…).
      Quelle scene incidevano sul senso della storia e dei personaggi tolkieniani, ma non c’erano di mezzo questioni di “quote” etniche e quelle di “genere” erano appena accennate. Dunque ci furono molti brontolii, ma tutto sommato il fandom passò tutto in cavalleria, tant’è che per alcuni Jackson è praticamente diventato canonico.
      Ma se invece per interpretare un hobbit viene scritturato Sir Lenworth George Henry, Commander of the British Empire per meriti artistici, non va bene perché è nero. Punto.

      Anche la critica all’economia politica del suddetto fandom è farlocca. Se la prendono con l’ipocrisia del plutocrate Bezos, ma in mesi di discussioni sull’elfo nero non ho visto un solo riferimento a quello che *davvero* Amazon rappresenta oggi nel mondo e a ciò che ha fatto proprio *mentre* realizzava The Rings of Power. Tutti a gridare “Fuori i neri dalla Terra di Mezzo, maledetti wokisti! Filologia! Canonicità!”, e nessuno che si sia accorto di cosa l’operazione RoP coronava: uno dei più grandi balzi in avanti ed espansioni di mercato mai realizzate prima (grazie alle politiche di confinamento globali) che ha scatenato le più diffuse lotte operaie da quando l’azienda esiste. Lotte che hanno saputo mettere in difficoltà Bezos, costringendo Amazon in molti paesi e stabilimenti a far entrare i sindacati per la prima volta negli hub, ad aumentare i salari, a stabilire turni più umani, a vedere incrinarsi l’immagine patinata e smagliante dell’azienda col sorriso. Eccola servita la critica pratica all’ipocrisia woke dei capitalisti. È, as usual, quella della classe lavoratrice globale.

      • Isolando un po’ quest’ultimo paragrafo di WM4 dal contesto specifico (non ho guardato la serie, ne’ ho voglia di farlo), aggiungerei una cosa: che, a quanto vedo, il contesto economico e’ largamente ignorato da ambo le parti, “filologisti” e “pro-diversity”. Piu’ in generale, me sembra che la funzione strutturale – “omeostatica al sistema”, per riprendere un termine di WM1 – delle continue risse tra “wokisti” e “antiwokisti” che sembrano formare la piu’ parte delle discussioni “politiche” di questi tempi, specie in area anglofona, sia precisamente quella di parlare di questo per non parlare di altro. In altre parole, “rappresentativita’”, “inclusivita’” e tutti questi concetti tanto vaghi su cui ci si azzuffa su Twitter servono fondamentalmente a mettere fuori fuoco, rendere invisibili le questioni (macro)economiche, (geo)politiche, su cui ci puo’ essere disaccordo su linee ideologiche tradizionali, ma che almeno possono essere approcciate in modo specificamente politico – “se facciamo X, otterremo uno stato di cose Y, che il gruppo A considera desiderabile e il gruppo B no”. Queste discussioni (non parlo ovviamente di _questa_ discussione), invece, rimpiazzano la categoria del politico con qualcosa che _sembra_ politico, qualcosa di apparentemente bianco e nero, che ci da’ la nostra brava scarica di dopamina, che soddisfa il nostro desiderio di indignazione e “self-righteousness”, che ci fa sentire “buoni” (elfici?) senza pensare a “cosa vogliamo” e “come ottenerlo”. In questo senso mi risulta difficile non pensare che la strutturazione del discorso pubblico in termini di “woke” vs. “anti-woke” sia essa stessa un’emanazione funzionale all’egemonia neoliberista. La gente si azzuffa su questa roba costruita piu’ o meno artatamente, e intanto si beve il “there is no alternative”.

      • Mi spiace ma a questo giro dissento su tutto:
        – All’epoca di Jackson le polemiche ci furono eccome, semplicemente internet era uno strumento molto meno diffuso e non poteva fare da cassa di risonanza come adesso.
        Tutti i punti da te toccati furono discussi e criticati, lo stesso Christoper Tolkien era disgustato dalle acrobazie di Legolas e lo ha espresso senza giri di parole.
        Il problema dei piedoni degli Hobbit trascende Jackson invece, era già comparso in certa iconografia e in rappresentazioni cinematografiche precedenti, anche negli Halfings nei giochi di ruolo che sono la trasposizione pop degli Hobbit.
        Diciamo che Jackson almeno ha cercato di non tradire Tolkien (a volte fallendo miseramente), cosa che non si puo’ dire di Amazon.

        – Lenny Henry è forse l’unico attore nero scritturato per le sue qualità e non per il colore della pelle e non ha fatto dichiarazioni strane e infatti mi sembra sia stato abbastanza risparmiato dalle polemiche.

        – Il tema del thread è sulla serie “Gli Anelli del Potere”
        non sulle sopercherie di Amazon in giro per il mondo, che è un argomento certamente degno di discussione anzi.. figurati per me Amazon è il male, potrei parlarne per ore ma che ci’azzecca in questo caso?

        • Sì, è senz’altro vero che l’espansione di internet e dei social media in particolare ha aumentato il volume delle proteste rispetto a vent’anni fa. Ma nei confronti dei film di Jackson non c’è mai stato un moto di rigetto aprioristico come per Gli Anelli del Potere. Mi spiego: il chiasso “social” in questo nostro 2022 è cominciato già quando sono stati diffusi i trailer della serie tv, cioè senza che si fosse ancora visto alcunché della trama (assurda), dei personaggi (insulsi), delle scene (“cringe”). È bastato vedere “nero” ed è partita la protesta a forconi spianati. Questo rivela qualcosa eccome, se non altro sul grado di sensibilità a certi aspetti “cromatici”, per così dire, piuttosto che ad altri. Se si vuole far finta di nulla e autoassolvere il fandom, prego, si accomodi qualcun altro.

          BTW, le critiche di Christopher Tolkien giunsero con dieci anni di ritardo, a quanto ricordo. Cioè in occasione della seconda trilogia di Jackson. Le sue celebri dichiarazioni a Le Monde sul “circo Barnum” in cui l’opera di suo padre era stata trasformata risalgono al 2012. E non mi pare fosse un riferimento specifico ai film, che sarebbe stato davvero tardivo, bensì a tutta la macchina del merchandising costruita intorno ai film come giocattoloni dragasoldi. Non a caso Christopher usò l’espressione “disperazione intellettuale” per descrivere come si sentiva, lui curatore testamentario e filologo dell’opera del padre. Ma era un uomo anziano, figlio di un’altra epoca (classe 1924). La cultura pop non era proprio la sua tazza di tè.

          Dopodiché anche Jackson ha tradito Tolkien, com’è inevitabile per ogni trasposizione/traduzione. La differenza è che lui lo ha fatto avendo colto quale fosse il senso della storia e cercando di restituire quello, al netto di tutta la roba che ha aggiunto e tolto, mentre Payne e MacKay non hanno avuto la stessa capacità o attenzione. Questa evidenza non sarebbe cambiata se al posto di Orlando Bloom, per interpretare Legolas, il buon Jackson avesse scelto Idris Elba.

          Questo thread nasce dall’articolo che ho scritto, mi pare. E l’articolo finisce con un confronto tra la critica a mio avviso inefficace e perdente di un certo fandom anti-woke verso Amazon e la critica pratica in forma di lotta di classe attuata dai lavoratori subordinati di Amazon. Non si tratta di un collegamento specioso, dato che le “soperchierie in giro per il mondo” hanno fatto diventare Amazon un colosso dell’intrattenimento in grado di spendere una cifra spropositata in una serie tv come RoP. Ergo criticare lo wokismo amazonico senza criticare ciò che Amazon è e fa dietro quel paravento equivale a stare al suo gioco. Un gioco in cui risulterà sempre vincente, nel momento in cui Cruz Cordova dice: “Sono fiero di essere un elfo”, e tu gli rispondi: “No, tu no, perché sei negro”.
          È la terza volta che lo spiego. Direi anche l’ultima.

          • Cordova dice: “Sono fiero di essere un elfo”, e tu gli rispondi: “No, tu no, perché sei negro”
            Questa è una semplificazione incompleta:
            sicuramente qualcuno lo avrà anche detto e pensato, ma il punto non è quello. Cordova come altri attori della serie ha preso una posizione netta, militante in questa battaglia Woke: si è presentato come attivista per i diritti delle minoranze, ha chiamato la fan base di Tolkien razzista, ha perfino detto che Tolkien avrebbe apprezzato queste scelte, ha usato la solita formuletta “il primo elfo di colore” blabla. Insomma ha preso di petto la fan base che non gli ha risparmiato niente.
            Ma lo stesso ha fatto, in peggio, Morfydd Clark che interpreta Galadriel ed è stata massacrata peggio di Cordova.
            E’ vero che sono bastati i trailer con qualche attore nero per scatenare un putiferio, ma è anche vero che scelte del genere sono il preludio di un impostazione orientata politicamente che effettivamente c’è stata, anzi, le cose si sono rivelate perfino peggiori di quelle temute.
            Forse all’inizio il trigger razziale l’ha fatta da padrone, ma adesso non è piu’ cosi.
            E non è vero che la protesta non sia servita a nulla:
            Per primo Amazon ha fatto carte false per mascherarne l’insuccesso , inoltre sembra che ci saranno aggiustamenti pesanti nelle prossime stagioni basate sulla reazione del pubblico.
            D’altronde la serie è “pagata” solo per le prime due stagioni, e se la prossima dovesse fallire come questa dubito ce ne sarà una terza.
            Vabbè vedremo.

            p.s.

            Su Christoper hai ragione, l’indignazione è sospetta e tardiva,
            avevo trascurato il gap temporale.

            • «Cordova come altri attori della serie ha preso una posizione netta, militante…»

              Ehm…militante? Mi piacerebbe molto conoscere la tua personale interpretazione del concetto di «militanza». E già che ci sei, se ne hai voglia, anche quella di «attivista per i diritti delle minoranze».

              Io credo che l’abuso principale di cui siamo tutti un po’ vittime è l’appropriazione coatta, da parte del capitale, non solo di opere d’arte ma anche dell’immaginario che gli orbita attorno.

              Arondir/Cordova è una creazione del team di zio bez. Se milita lo fa per Amazon e per se stesso, non di certo per i diritti civili delle minoranze.

              • Il fatto è che l’antirazzismo di facciata qualcuno lo schifa in quanto di facciata, ma qualcun altro invece lo schifa in quanto (lo percepisce realmente come) antirazzista. E’ come quando i neoindipendentisti triestini (che annoveravano tra le loro fila fior di neonazisti) facevano gli striscioni bilingui in italiano e sloveno (slav washing…). I fasci li attaccavano dicendo che “volevano svendere la città agli slavi”, noi invece all’epoca li abbiamo stanati, abbiamo smascherato la loro ipocrisia e il loro razzismo imbellettato, e abbiamo messo in piazza gli interessi economici che stavano tutto intorno a quel milieu.

                p.s. se a qualcun* sembra che questo parallelo non c’entri nulla col post, si sbaglia. C’entra molto dal punto di vista della critica dell’economia politica. Ma in modo obliquo c’entra anche col resto. Quel fenomeno, quella stagione, erano imbevuti di miti, senza miti non sarebbero stati possibili. Ed è grazie al fantasma del mitologo Furio Jesi che li abbiamo decodificati.

                • Mi metto nei panni di un ipoteticə lettrice di questo thread, che magari ha visto la serie ed è interssatə alla discussione. Mi domando: in che categoria inserisce unə che se ne esce con frasi del tipo:

                  «[Cordova] ha preso di petto la fanbase che non gli ha risparmiato niente»

                  «[…] la solita formuletta “il primo elfo di colore” blabla».

                  Come a dire: te la sei andata a cercare, sei sceso nella tana del «lupo mannaio» indi la valanga di fango che ti ha sommerso te la meriti tutta.

                  Lo stesso trattamento che riserva poi a
                  Morfydd Clark: «[…] massacrata peggio di Cordova».

                  Alla faccia della fratellanza e della solidarietà.

                  • Come dice tuco ci sono due moventi per contestare il make up wokista delle serie tv americane.
                    Un movente è quello nostro (su cui però vorrei tornare), quando sosteniamo che la multietnicità del cast e il superamento della coerenza etnica nelle serie tv sono il perfetto contraltare e paravento di ciò che accade nel mondo, dove il dislivello di trattamento su base geo-etnica è un pilastro del sistema capitalistico più o meno da quando è nato.
                    Poi c’è il movente reazionario, di chi si tiene stretto lo sguardo razzializzante: le serie tv – e i prodotti spettacolari in genere – servono a veicolare una visione post-etnica che non può essere accettata, perché abolisce le differenze (razziali, in questo caso).

                    Nelle discussioni i due moventi possono pure confondersi, ed è per questo che è meglio essere molto chiari e considerare anche gli aspetti problematici della faccenda. E qui parlo alla nostra parte, certo. Perché una delle differenze tra i due approcci deve anche essere la distinzione sul bersaglio a cui indirizzare i propri strali critici. Per noi il bersaglio possono essere soltanto i padroni, non i lavoratori; cioè la bianchissima Amazon, non il cast “black”.

                    In altre parole, perché un attore che ha ottenuto una parte in una serie tv dovrebbe sentirsi come lo “schiavo da cortile” di malcolmiana memoria per avere accettato di fare il proprio lavoro? È giusto pretendere questo da costui/costei solo perché ha la pelle di un certo colore? Io – da bianco che un problema del genere non l’avrebbe mai – come posso prendermela con i membri neri del cast?

                    Anzi, devo dire che col senno di poi, forse l’unico merito indiretto e involontario di questa serie abbastanza ridicola è proprio questo: avere messo il fandom allo specchio. La resa “woke” della Terra di Mezzo ha stanato una parte del fandom profondo che vede quelle lande – e forse il fantastico in genere, come suggerisce la prof. E. E. Thomas – come un’oasi bianca. Un’oasi dove il melting pot, la multietnicità, e in generale i non bianchi o non ci sono o hanno ruoli marginali e tendenzialmente negativi. La pretesa filologica, in fondo, è proprio questo. E non c’è alcun bisogno di essere fascisti per sostenerla. Basta volere intimamente che tutto resti com’è e come l’abbiamo sempre immaginato. O come l’aveva immaginato Tolkien, che è la stessa cosa. L’ossessione per l’originale, per il canone, per il rispetto filologico, in questo frangente consiste nel tenere i neri fuori dalla rappresentazione della Terra di Mezzo. Tutt’al più potrebbero esserci asiatici o mediorientali a fare i Sudroni o gli Esterling, cioè i “cattivi”.

                    Ecco, a fronte di questa pretesa, che si traduce in una shitstorm contro gli attori neri visti come utili idioti, paraventi, ecc., io non posso che provare un moto di simpatia per Cruz Cordova & colleghi, che invece rivendicano il loro essere lì. Dovremmo sempre stare attenti a guardare le cose anche con gli occhi altrui, quelli di chi si è trovato al centro di quegli attacchi (btw, non stiamo parlando di star hollywoodiane, ma di attori e attrici non troppo famosi che finora hanno avuto ruoli secondari, insomma degli onesti mestieranti).

                    Una giornalista che si trovava al Lucca Comics e ha potuto intervistare Cruz Cordova al di fuori della kermesse ufficiale – quella dove le domande erano blindate da Amazon Prime, senza la possibilità di sconfinare di un millimetro – ha raccolto le sue dichiarazioni off the record. Non so se le pubblicherà, ma quello che l’attore le ha detto dovrebbe almeno far pensare. Cruz Cordova ha raccontato di come lui, emigrato portoricano che si è fatto largo nella tv americana, e che da ragazzo giocava ai giochi di ruolo nei quali gli piaceva impersonare elfi e nani e via dicendo, si sia sentito umiliato dagli attacchi ricevuti, e come questo l’abbia fatto incazzare e reagire rivendicando il suo essere lì per restare (come dice il comunicato del cast). Ma a un certo punto l’esasperazione era tale che ha perfino pensato di abbandonare la serie, di dare forfait per la seconda stagione.

                    Torna in mente l’aneddoto raccontato da Nichelle Nichols, il tenente Uhura della serie classica di Star Trek, protagonista della prima scena di bacio tra un’attrice nera e un attore bianco in uno degli episodi della serie, quando nel 1966 si ritrovò in camerino il “Doctor King”. MLK era lì per dirle che la sua presenza in Star Trek era importante per la causa, che non ci pensasse proprio a mollare la parte. Ok, erano gli anni Sessanta, un eone fa, negli Stati Uniti si combatteva ancora contro la segregazione, ma non è la stessa cosa, mutatis mutandis, con il fantasy e lo sguardo razzializzante di oggi? Non è in qualche modo importante – al netto dell’ipocrisia che sappiamo ciò rappresenta a livello sistemico e che non dobbiamo mai dimenticare – che l’elfo nero rivendichi il suo “black elf power” di fronte ai cartelli “Schwarze sind hier unerwünscht” che si vorrebbero piantare sul confine della Terra di Mezzo?

  6. Riguardo al «bersaglio a cui indirizzare i propri strali critici»: moti di simpatia anche da parte mia nei confronti di tuttə i/le dipendenti di zio bez, attrici e attori inclusə. Questo è indiscutibile.

    Fatta questa precisazione, espando su quanto detto sopra a proposito di Arondir/Cordova. Sostengo semplicemente che è una “unità performante” funzionale non solo alla trama della serie ma anche alle intricate dinamiche di marketing del prodotto RoP.

    La sovrapposizione di ruoli, che Cordova incarna, tra la performance sul set, nel ruolo di Arondir e quella off set, in quello di primo-attore-di-colore-ad-interpretare-un-elfo-che-si-deve-difendere-dalla-xenofobia, crea un metaprodotto linguistico che viene gestito dalla casa di produzione. Conferma ne sono i severissimi obblighi contrattuali riguardo le interviste.

    Ed è qui che sorgono i problemi veri/seri per un elfo nero che voglia rivendicare il suo «black elf power». Perché per poterlo esercitare veramente quel potere bisognerebbe avercelo in primis. Bisognerebbe riportarlo a galla esporlo all’attenzione pubblica in tutta il suo radicale splendore, favorendo lo sviluppo di un rapporto più “intimo” con i materiali, testi e opere create dai movimenti afroamericani negli anni 60/70, se non altro per poter meglio “maneggiare la materia” con cui abbiamo a che fare.

    Nel giro di due o tre letture, ci si renderebbe subito conto però che l’obbiettivo di quelle rivendicazioni era il raggiungimento di una società socialista.

    E non credo proprio che zio bez sia disposto a promuovere o investire sul sole dell’avvenire.

    • Ah, certo che Cruz Cordova/Arondir è anche quella roba lì: un’unità performante meta-narrativa. E per certi versi l’attore si trova ritagliato addosso un ruolo “politico” suo malgrado, che probabilmente non ha affatto gli strumenti per gestire e forse mai li avrà. Sulla sua pelle letteralmente si gioca un gioco più grande di lui che nessuno può affrontare da solo (nemmeno se fosse Mohammed Ali). Ed è vero che il black elf power rimarrà facilmente lettera morta, ovvero una freccia per l’arco della produzione Amazon contro chi critica la serie. Nondimeno questo aspetto, questo incrocio di contraddizioni è interessante per tutto ciò che porta a galla. Come dicevo forse è l’aspetto più interessante di RoP al momento. Se ad esempio si prova a immaginarlo come un racconto la sua potenzialità salta subito agli occhi.

      • Che il black elf power fosse lettera morta credo lo abbiano capito fin da subito tuttə le/i fan afroamericanə woke, in quest’ America post-Obama.

        Eppure si può sicuramente dirla con Legolas: «Oft hope is born, when all is forlorn».
        Quindi, da un certo punto di vista, i 200 milioni di dollari per vedersi colonizzare un “immaginarium” possono apparire, paradossalmente, come una sfida «interessante», inevitabile. Però, con tutto il rispetto e la massima solidarietà per il ruolo di subordinati che rivestono, McKay e Payne non sembrano essere in grado di gestire la materia prima. Almeno a giudicare dall’intervista di S.Colbert al ComiCon 2022 durante la quale gli sceneggiatori hanno dichiarato apertamente che la domanda chiave su cui gira la produzione è: «how far into the darkness would you go to protect the things you care the most?»

        Praticamente Braking Bad in CGI.

        «There are some things that it is better to begin than to refuse, even though the end may be dark»?

        • A scanso di equivoci, dude, io non penso che Payne e MacKay siano subordinati in questa operazione, dato che ne sono gli ideatori, in buona sostanza. Al lato pratico sono a libro paga di Amazon, certo, ma sono loro che hanno impostato il progetto della serie, ritagliandosi il ruolo di scrittori-showrunner.
          Quanto alla domanda che secondo loro dovrebbe dare senso alla serie, concordo sul fatto che dice tutto di quanto questi due mormoni abbiano capito di Tolkien. Cioè un cazzo.
          Il Prof alla domanda in questione avrebbe risposto senza battere ciglio: “Not a single step”. La morale della favola è proprio che il fine non giustifica i mezzi, ovvero che mezzi e fine coincidono.

  7. E qui si torna al tema della qualità della scrittura. Non conosco nulla della genesi di RoP, tuttavia mi sembra abbastanza stupefacente che amazon abbia scelto due sceneggiatori relativamente giovani, senza mirabolanti esperienze di scrittura, per affidare loro un progetto che prevede una spesuccia di qualche centinaio di milioni per produrre una serie che si stenderà su almeno due stagioni, nella quale si dovrà sviluppare un mondo fantastico e complesso sulla base di poche tracce sparse (soprattutto pensando alla base che ha avuto a disposizione Jackson).
    E senza andare troppo lontano, basti vedere cosa è successo al trono di spade quando Martin ha lasciato il campo agli showrunner HBO; la serie è andata avanti per inerzia, che quando si è esaurita ha prodotto un finale piuttosto deludente. Qui i due non avevano nemmeno l’abbrivio di un grande scrittore, per cui o Bezos è diventato un filantropico benefattore di sceneggiatori, oppure ha commesso un errore madornale. Se ci pensiamo, errore analogo, seppure con portata diversa, lo ha commesso con la ruota del tempo. Cosa comprensibile, visto che la produzione cinematografica non è propriamente il core business di amazon.

    • Credo che non si tratti né di filantropia e neppure di un errore. È probabile invece che per il Moloch Amazon la serie Gli Anelli del Potere rappresenti una specie di agnello sacrificale, quello che nel marketing chiamano un «loss leader»: prodotto altamente desiderabile che viene “svenduto” in modo da generare e/o incrementare il traffico sulla piattaforma. Praticamente userebbero Tolkien per vendere carta da culo o modelli della spada di Legolas in quanto i margini di profitto sono garantiti.

      Dico probabilmente perché potrebbe anche essere che per zio bez quella dei diritti rappresenti invece un classico caso di: «We wants it, we needs it. Must have the precious».

  8. Parto col dire di essere solo un povero stronzo che sta esprimendo la sua opinione, ma personalmente non penso sia that deep.
    Penso che sia un po’ una questione di empatia: tutti vogliamo vederci in mondi fantastici, tutti vogliamo vederci in avventure magiche dove noi siamo gli eroi. Il mondo tolkieniano,per tutta una serie di precedenti culturali, è da sempre il “safe haven” della rappresentazione eroica della bianchezza: è un’esaltazione dei valori cristiani, del passato mitizzato dell’Europa occidentale e di tutto un set di concetti che da una parte è stata causa della sua fortuna, ma dall’altra l’ha anche reso un bastione culturale dell’estrema destra. Quando tutto quello che ho appena scritto viene “scardinato” e il safe haven viene “profanato” la reazione non può che essere forte. Una cosa simile è successa con la serie tv di Percy Jackson, dove la protagonista femminile sarà interpretata da una ragazzina nera. Quindi è un po’ la vecchia retorica del “ci stanno rubando il lavoro”, trasformata in “ci stanno rubando i nostri ruoli, i nostri personaggi e la nostra cultura”. “Non sono razzista, ma gli elfi neri non sono realistici” perché l’esistenza stessa di elfi in un mondo fantastico dove ci sono draghi e anelli malvagi lo è?
    Altre questioni sono la diversità come specchietto per le allodole per non aprire bocca sugli abusi di Amazon come industria, e su come molti hanno già commentato la diversità sia solo di “facciata”, ovvero tutti i boss sono bianchi e i subordinati sono di colore. La creazione stessa di questa serie tv è stata controversa: Tolkien avrebbe odiato Amazon con tutto il suo cuore, e anche la “frankensteinizzazione” di un franchise cinematografico già morto e sepolto (le cui ultime vangate di terra sono state lanciate dall’inutile trilogia dello Hobbit) non è stato accolto in modo molto positivo.
    Scusate il pippone/errori vari.

    • C’è un salto di paradigma “produttivo” tra le trilogie cinematografiche jacksoniane e la serie Amazon. Parliamo di due concept narrativi e di due epoche diverse, ancorché relativamente vicine nel tempo. Il cinema – con alti e bassi – aveva comunque mantenuto un afflato epico per quelle storie, e pure il senso di un continuum e di una coerenza narrativi.
      Gli Anelli del Potere è una prodotto figlio della serializzazione e della “jjabramsizzazione” del racconto, che appunto Abrams ha portato anche nel cinema, si vedano Star Wars e Star Trek (non a caso Payne e MacKay vengono da *quello* Star Trek). Vale a dire che il senso della storia, la credibilità della vicenda, la psicologia dei personaggi, ecc. non hanno più alcuna rilevanza. La serie diventa un serbatoio di contenuti, di citazioni, di ripetizioni, di rimandi, fini a se stessi, cioè di personaggi, scene e dialoghi che citano altri personaggi, scene e dialoghi, in un gioco di specchi infinito. Facilmente incastonati in uno sfoggio di computer grafica e paesaggi.
      Questa è la risposta anche a chi si stupisce di come Amazon abbia potuto mettere in piedi una roba così sconclusionata. La risposta è che non gli importa. Ci sono un pubblico, un fandom, un brand, belli e pronti su cui appoggiare il prodotto, e tanto basta. La qualità del mestiere è del tutto secondaria, al punto che non serve nemmeno ingaggiare veri scrittori, veri sceneggiatori, veri registi. Tanto il core business di Amazon non è questo, lo sappiamo. Questo è solo un corollario, un giocare a sfidare Netflix o HBO sul mercato dell’intrattenimento e l’unica cosa che conta è la quantità. Cinquanta milioni di spettatori hanno visto Gli Anelli del Potere? Bezos è a posto così.

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