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feticismo della merce

Quando il capitalismo digitale mette tristezza e fa ribrezzo

Qualcuno avrà già visto questa scena, ma molti altri no, e allora ve la proponiamo. Roma, tre giorni fa, inaugurazione di un nuovo Apple Store. Quelli che vedete sono i commessi, forza-lavoro che partecipa con troppo zelo alla propria messa in ridicolo.
Identificarsi con la multinazionale che ti sfrutta, coi miliardari che ti gettano ossi già piluccati e devi pure ringraziare, perché quella è un’azienda cool.
La coreografia dell’Apple Store dà corpo al feticismo della merce digitale: vorrebbe occultare lo sfruttamento dietro una cortina di mossette e sorrisi, ma il risultato è di renderlo più visibile. I commenti su YouTube – solitamente di infimo livello – non sono per niente teneri. Queste immagini fanno ribrezzo anche a molti insospettabili (persino a qualche fanboy della Mela). C’è chi è rimasto turbato e nauseato ma non lo dice: troppo forte il timore di passare per “comunista”, brrrr.
Ci sarebbe da scrivere qualcosa di lungo, se solo non lo avessimo già fatto (e con Steve Jobs ancora in vita).
La sensazione, in ogni caso, è che si sia passato un segno. Forse non sono più quei tempi: il capitalismo è tornato a fare schifo. Non a caso, in Europa e nel mondo, vuole essere temuto: sa bene di non essere più amato. L’Austerity è politica della paura.

[Su quest’argomento segnaliamo un ottimo post di Jumpinshark: “Apple Store, danza macabra dell’innovazione e lavoro umiliato”.]

Un esempio di contronarrazione: #SteveWorkers

We are the bad apples. Immagine realizzata da We Are Müesli

Se il nome di Steve Jobs si poteva tradurre con “Stefano Lavori”, Steve Workers è Stefano Lavoratori. C’è una bella differenza: Steve Workers è il rovescio di Steve Jobs sul versante del lavoro vivo in rivolta. E’ il guru collettivo della sovversione operaia, appare ovunque vi sia uno sciopero, una lotta, un’occupazione, e con un travolgente keynote presenta i prodotti di Bad Apple: iClasswar, iStrike, iStruggle, iRevolution. Prosegui la lettura ›

Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple

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La settimana scorsa The Morning Call, un quotidiano della Pennsylvania, ha pubblicato una lunga e dettagliata inchiesta – intitolata Inside Amazon’s Warehouse – sulle terribili condizioni di lavoro nei magazzini Amazon della Lehigh Valley. Il reportage, risultato di mesi di interviste e verifiche, sta facendo il giro del mondo ed è stato ripreso dal New York Times e altri media mainstream. Il quadro è cupo:
– estrema precarietà del lavoro, clima di perenne ricatto e assenza di diritti;
– ritmi inumani, con velocità raddoppiate da un giorno all’altro (da 250 a 500 “colli” al giorno, senza preavviso), con una temperatura interna che supera i 40° e in almeno un’occasione ha toccato i 45°;
– provvedimenti disciplinari ai danni di chi rallenta il ritmo o, semplicemente, sviene (in un rapporto del 2 giugno scorso si parla di 15 lavoratori svenuti per il caldo);
– licenziamenti “esemplari” su due piedi con il reprobo scortato fuori sotto gli occhi dei colleghi.
E ce n’è ancora. Leggetela tutta, l’inchiesta. Ne vale la pena. La frase-chiave la dice un ex-magazziniere: “They’re killing people mentally and phisically. Prosegui la lettura ›