La Via del Sentiero. Parole e musiche per la viandanza, a cura di Wu Ming 2

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Arriva questa settimana nelle librerie italiane La Via del Sentiero, antologia di scritti viandanti firmati da Robert Louis Stevenson, Charles Dickens, Walter Scott, Thomas De Quincey, Walt Whitman e altri grandi autori anglosassoni. Il titolo è tra le prime tre uscite delle nuovissime Edizioni dei Cammini, dirette da Luca Gianotti. In allegato al volume, trovate il CD con la registrazione in studio de L’Alfabeto delle Orme, reading musicale di Frida X + Wu Ming 2, miscela di suoni e declamazioni ispirati a passi scelti dell’antologia.
Wu Ming 2 ha curato anche l’apparato critico e l’introduzione al volume. La riportiamo qui, insieme all’indice dei testi e al terzo brano dello spettacolo.

La via del Sentiero
di Wu Ming 2

La prima edizione di questa antologia per camminatori vide la luce a Londra, nel 1911, per la casa editrice Sidgwick & Jackson.
Il frontespizio non ci dà notizie su chi abbia compilato il volume, né siamo riusciti a determinarlo con ricerche più approfondite.
Il maggior indiziato è Hilaire Belloc, scrittore dalla doppia cittadinanza, britannico e francese, pellegrino e attivista politico, fervente cattolico e amico del più noto Gilbert K. Chesterton. Sua è l’introduzione che apre il volume, ma da nessuna parte è accreditato come curatore. E l’introduzione non spiega affatto le scelte fatte, non commenta i brani selezionati, non cerca di svolgere il filo che li unisce. D’altra parte, cure (e modi) piuttosto spicci pare fossero nel carattere del personaggio.
A questo si aggiunga che Belloc era un fiero nemico delle note a pie’ di pagina: le considerava inutili orpelli, spesso responsabili di sviste contagiose e cattiva scrittura. Inoltre, non sopportava che i critici – di fronte a un testo senza note – accusassero ipso facto l’autore di aver “romanzato” l’argomento. Nel suo saggio On Footnotes (1923), il nostro presunto curatore propone di relegare per sempre le note a pie’ di pagina in fondo ai libri, “in un carattere molto piccolo”. In questo caso, tuttavia, il responsabile della selezione si è spinto oltre, chiunque egli sia: le uniche annotazioni sono le pochissime che già comparivano nei vari testi. L’unica aggiunta, rispetto ad esse, è il nome dell’autore in fondo a ogni brano e – in alcuni casi – il titolo del libro dal quale è preso l’estratto.
Tanta reticenza è un vero peccato, perché il volume è composto in maniera assai eclettica, pescando tra saggi, poemi, articoli, romanzi, sermoni, travelogue. Una scelta che può lasciare perplessi, sia per l’accostamento di generi così diversi, sia per i tagli da opere narrative più vaste. A maggior ragione, quindi, vorremmo che il curatore ci motivasse la sua selezione, ma se da questo punto di vista si resta a bocca asciutta, possiamo rifarci con l’indiscutibile valore dei testi e con i tanti spunti letterari e filosofici che essi contengono.
Chiedo scusa ai lettori che condividono l’impostazione minimalista dell’originale, ma ho pensato che proprio per cogliere al meglio quegli spunti, nel riproporre oggi l’antologia in traduzione italiana, fosse necessario: a) Dare qualche piccolo cenno biografico sugli autori, alcuni dei quali sconosciuti dalle nostre parti e ormai poco noti anche nel mondo anglosassone; b) Fornire dettagli più precisi sulle opere originali, sull’anno di pubblicazione e sulle loro eventuali traduzioni italiane; c) Spiegare alcuni riferimenti geografici e storici. Tutto questo, ho cercato di farlo comunque in poche righe, al termine dei brani, con la sola eccezione di Minchmoor, Sull’andare in viaggio e Lode al camminare: testi talmente sovraccarichi di citazioni, da trasformarsi in veri e propri portali verso altri racconti, romanzi, leggende, aneddoti: il lettore che volesse cercarseli da solo, può evitare la “pappa pronta” delle mie annotazioni. A tutti gli altri, spero faccia piacere che qualcuno si sia preso la briga di cucinare per loro.
Se in questo lavoro storico e critico non mi è stato difficile colmare i silenzi della versione originale, di certo non posso fare altrettanto con la mancata spiegazione riguardo alla scelta dei testi.
Posso solo, più modestamente, raccontare come mai sono felice che The Footpath Way venga proposto anche ai lettori italiani.
Mi sono imbattuto in questa antologia ormai diversi anni fa, grazie alla sconfinata biblioteca digitale di archive.org.
Come spesso accade quando si perlustra la Rete, quel che cercavo non era proprio questo, bensì la poesia di Walt Whitman Song of the open road.
Mi serviva per citarne un verso dentro un libro che stavo scrivendo, e che poi sarebbe uscito col titolo Il sentiero degli Dei.
Ancora non saprei dire per quale motivo il motore di ricerca mi depositò tra le pagine ingiallite di The Footpath Way e non nella raccolta Leaves of Grass, dello stesso Whitman, che di certo sarebbe stata un approdo più naturale. Misteri degli algoritmi di Google. Fatto sta che mi ritrovai nell’indice di questa “antologia per camminatori”, dove Whitman compariva insieme a Stevenson, Dickens, Scott, De Quincey e svariati altri nomi anglosassoni che non avevo mai sentito nominare. Tra questi, quello di Hilaire Belloc, l’introduttore-forse-curatore dell’intera selezione.
Nella scansione del frontespizio, subito sopra al titolo, comparivano anche tre righe scritte a penna:

To a Tramp
from her Ma
July 14. 1911

(A una vagabonda, dalla sua mamma. 14 luglio 1911)

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Riporto questo dettaglio, che può sembrare insignificante, perché contribuì non poco ad affascinarmi. Il volume che avevo, anche solo virtualmente, tra le mani era stato il regalo di una madre alla figlia – e questo lo rendeva più prezioso. Inoltre, la parola tramp, mi scatenava in testa una moltitudine di rimandi: da Lilli e il Vagabondo (Lady and the Tramp) a Breakfast in America dei Supertramp, fino a quella canzone di Frank Sinatra, quella rifatta pure da Lady Gaga, com’è che si chiamava? The Lady is a tramp, esatto! Dove si racconta di una ragazza anticonformista, che non sta alle regole dell’alta società newyorkese e viene trattata come una poco di buono. Mi piaceva l’idea di una madre del 1911 che chiama sua figlia “tramp” – escludendo l’ipotesi che volesse offenderla. Troppo spesso la passione di andarsene in giro raminghi, camminando, con lo zaino in spalla e scarpe robuste ai piedi, viene raccontata come una faccenda maschile (e quest’antologia, almeno a prima vista, non fa eccezione: 13 autori e nemmeno una scrittrice.)
In un primo momento, fino al XVIII secolo, si viaggiava a piedi solo per motivi religiosi o di lavoro. Tutte le altre camminate di più giorni erano vagabondaggi. Poi subentrò una distinzione di classe: se vai a zonzo e sei di buona famiglia, allora sei un eccentrico, un artista, forse addirittura un pensatore. Se invece stai per strada e sei del popolino, allora sei anche un criminale, un accattone, un fuggiasco, forse addirittura un malato di mente. E’ solo con il XX secolo, e specialmente dopo la Grande Guerra, che il camminare diventa uno svago accettabile per il tempo libero di tutti, compresi i ceti meno abbienti: ne sono un esempio i boy scout inglesi (1907), l’Unione Operaia Escursionisti Italiani (1911) o l’Associazione Proletari Escursionisti (1919).
Entrata in crisi la distinzione di classe, molto più a lungo si è mantenuta quella di genere: il peripatetico è un filosofo, la peripatetica una malafemmina. In italiano si dice ancora passeggiatrice per intendere prostituta – in inglese anche tramp – mentre “vagabondo”, al maschile, è considerato offensivo solo da rari ultrasettantenni.
I testi raccolti ne La via del Sentiero rendono conto della prima di queste due svolte epocali: dal pellegrino al viaggiatore, dai passi del mandriano a quelli del turista. Non a caso, la raccolta si apre con un sermone del reverendo Smith (1809), dove l’andarsene per luoghi solitari è ancora legato all’immagine di Gesù nel deserto, mentre Thomas De Quincey, il mangiatore d’oppio, si preoccupa solo del peso della sua tenda da escursionista – ed è probabilmente il primo scrittore occidentale a parlarci di un simile attrezzo (il testo è del 1821, ma la camminata risale al 1802). Robert Louis Stevenson, dal canto suo, è il primo a descriverci un sacco a pelo, nel suo diario di un viaggio a piedi – con asina – attraverso le Cévennes, in Francia. Il suo testo qui pubblicato – al pari di quelli di William Hazlitt e John Burroughs – è carico di una prospettiva religiosa e spirituale, ma il luogo sacro che spinge al pellegrinaggio non è più la città di un santo o di un dio, ma la Natura selvaggia o l’angolo più remoto di sé stessi. Di contro Charles Dickens, nel testo tratto da David Copperfield, dà voce a un individuo assai preoccupato per le implicazioni sociali del suo nuovo status di viandante senza fissa dimora, al punto da sentirsi “piuttosto cattivo, coperto com’ero di polvere e sporco, con i capelli arruffati.”
Eppure, come sempre accade con la storia delle mentalità, le distinzioni non sono mai troppo nette, le date sfumano, le idee si immergono e riaffiorano in maniera carsica. Così, benché l’impianto dell’antologia sia tutto sommato quello di un “camminare aristocratico”, una grande distanza passa tra il romanticismo nobile di Wordsworth (1810) e l’ottimismo individualista, anarchico ed egualitario di Walt Whitman (1855), che già prelude all’esperienza on the road dei poeti beat, e alla seconda delle svolte epocali: quella dall’escursionismo come ricreazione aristocratica al camminare come vacanza alla portata di tutti.

Così, venuto per trovare un verso di una poesia, ho finito per leggere un intero libro e per usarne diverse citazioni, al punto che questa antologia per camminatori accompagna il protagonista de Il sentiero degli Dei nel suo percorso a piedi da Bologna a Firenze.
Al di là di quest’uso immediato, però, posso dire che La Via del Sentiero ha ricambiato il mio interesse con un duplice vantaggio: da un lato, questo libro è diventato un pre/testo per conoscere nuovi libri e nuove voci, un meccanismo che, già di per sé, dimostra la virtù del materiale di partenza. Tra le mie nuove scoperte, ci sono anche due scritti di Belloc che non hanno certo contribuito a rendermelo più gradito: uno è Lo stato servile, dove espone una dottrina economica social-cattolica basata sulla piccola proprietà contadina, l’altra è Gli Ebrei (1922). Quest’ultimo saggio, pur rifiutando esplicitamente l’antisemitismo biologico, inizia sostenendo che “Gli Ebrei sono un corpo alieno nella società in cui vivono e questo produce irritazione”. Alcuni hanno visto in questo testo una prefigurazione dello sterminio nazista; per quanto mi riguarda, è un libro disgustoso, riconducibile alla classica argomentazione: “Io non sono razzista, ma loro sono un problema” . Di certo, non è questa la sede per farne un’analisi approfondita (e poi ci vorrebbe pure un certo stomaco). D’altronde, ritengo che questo spazio introduttivo non sia nemmeno la sede per discutere dei testi che compongono l’antologia: essi hanno l’innegabile pregio – il secondo dei due vantaggi – di mettere in moto il cervello, anche solo per scoprirsi in profondo disaccordo con la loro prospettiva. Di sicuro l’idea del camminare è piuttosto cambiata, nei cent’anni che ci separano dal mondo del 1911. Non posso fare a meno di pensare che molti ragazzi, pochi anni dopo aver sfogliato l’edizione di Sidgwick & Jackson, si misero in viaggio per scavare trincee e uccidere nemici. La Grande Guerra è uno spartiacque culturale talmente importante, che nemmeno la viadanza poteva sfuggirle. Impossibile rimettersi a camminare con lo stesso spirito innocente e curioso. Chi oggi ama percorrere la terra a forza di gambe, si sentirà figlio di certe riflessioni, ma un figlio ormai emancipato e problematico. Magari resterà colpito dall’attualità di un Burroughs, che già nel 1873 affronta la questione dei diritti di passaggio sulle proprietà private, ma d’altra parte non potrà che sentirsi lontano da un camminatore che, in pochi passi, sente d’essersi lasciato alla spalle la politica, la civiltà, le convenzioni. Oggi forse abbiamo bisogno dell’esatto contrario: di un viandante che sorvegli il territorio, che sia consapevole dei conflitti che su di esso si giocano, che non sia cieco agli aspetti meno edificanti di un paesaggio. Credo però che ogni lettore debba essere libero di misurare da solo la distanza che lo separa dai vari autori: Rebecca Solnit, nel suo Storia del Camminare, individua senza scampo la contraddizione fondamentale che insidia i saggi di Hazlitt, di Stephen, di Stevenson. Essi ci parlano del camminare come di un inno alla libertà, e poi infarciscono quell’inno di richiami al dover essere: come si dovrebbe camminare, quando è giusto farlo, con chi e con quali obiettivi. Non voglio cadere nello stesso errore, sovrapponendo dovere a dovere, e per questo mi ritiro in buon ordine.
Solo due cose mi restano da dire: rispetto alla versione originale dell’antologia, abbiamo scelto di fare tre tagli; due perché ci sembravano testi molto episodici, brevi e di scarso interesse (I. Walton, The bishop of Salisbury’s Horse e Sylvanus Urban discovers a good brew, dal Gentleman’s Magazine); l’altro, al contrario, perché con la sua mole e la sua densità rischiava di sbilanciare l’equilibrio della raccolta (H.D. Thoreau, Walking, and the Wild)
Due estratti da quest’ultimo testo, però, sono presenti nel CD allegato al volume. Si tratta della registrazione in studio di uno spettacolo intitolato L’alfabeto delle orme, prodotto con il contributo del Festival del Camminare di Bolzano, e andato in scena per la prima volta in quella città, il 24 maggio 2014. Lo spettacolo è un reading musicale e propone nove estratti dai testi dell’antologia, declamati in italiano, con l’accompagnamento di banjo, basso elettrico, chitarra elettrica, xilofoni, fischi, voci, tubi intonati e batteria.

Buona lettura…
…e buon ascolto.

 ***

Indice

La via del Sentiero, Wu Ming 2
Introduzione (Sul Camminare), Hilaire Belloc
Camminare, un antidoto ai veleni della città, Sidney Smith
Sull’andare in viaggio, William Hazlitt
Un venditore ambulante, Walter Scott
Un camminatore vigoroso, Walter Scott
Paesaggio lacustre, William Wordsworth
Un giovane vagabondo, Charles Dickens
“Meglio del calesse!”, Charles Dickens
Vita semplice, Thomas De Quincey
Una decisione, George Borrow
Il guardiano dello Snowdon, George Borrow
Canto della strada aperta, Walt Whitman
Viandanze, Robert Louis Stevenson
Minchmoor, John Brown
Lode al Camminare, Leslie Stephen
L’euforia della strada, John Burroughs

***

LINK UTILI e ALTRE LETTURE

– Care camminatrici e cari camminatori. Luca Gianotti presenta con una lettera le Edizioni dei Cammini.
Passoscopie. Come si guarda il mondo camminando.. Audio della conferenza di Wu Ming 2 al Festival del Camminare di Bolzano (aprile 2012).
L’Alfabeto delle Orme – live in Bolzano. Quattro tracce del reading musicale di WM2 + Frida X registrate dal vivo al Festival del Camminare 2014
The Footpath Way. An anthology for walkers.

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2 commenti su “La Via del Sentiero. Parole e musiche per la viandanza, a cura di Wu Ming 2

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