Da Ronchi «dei Legionari» a Ronchi dei Partigiani. Di cos’è il nome un nome?

Da Ronchi a Fiume

di Marco Barone (guest blogger)

Nel centenario dell’inizio della Grande guerra, questo articolo affronta nodi simbolici ed eredità odierne della cosiddetta «impresa di Fiume». Evento che, per linguaggio, stile, retorica e violenza, fu un’anticipazione del fascismo e un anello di congiunzione tra le due guerre mondiali.

Partendo dalla Calabria raggiungeremo Fiume per poi fermarci a Ronchi dei Legionari, provincia di Gorizia. Attraverso una lettura critica dell’impresa di occupazione fiumana e del personaggio D’Annunzio, metteremo in discussione la denominazione «dei Legionari», cercando di restituire la giusta dignità a un luogo, a una comunità, a una cittadina che ha lottato contro il fascismo, per quella libertà che va difesa anche attraverso i simboli, proprio quello che ci accingiamo a fare.

«Egli sapeva amarmi come tu medesimo sai. Dal Vittoriale degli Eroi egli partì per la morte a tradimento. L’orbo veggente scoprì subito il tradimento. I testimoni sono vivi.»

Con queste parole di amicizia e amore fraterno Gabriele D’Annunzio ricordava il suo amico Luigi Razza, nato a Monteleone di Calabria (oggi Vibo Valentia). Razza fu redattore del Popolo d’Italia e segretario dei Fasci d’azione di Milano, poi Deputato (dal 1924), segretario e poi presidente della Confederazione dei sindacati fascisti dell’agricoltura (1928-33), membro del Gran Consiglio del fascismo e ministro dei Lavori pubblici (1935). Morì mentre si recava all’Asmara.
Il legame tra D’Annunzio e Razza passa anche attraverso i luoghi e i simboli, e attraverso il mito dell’Impero Romano, «spada lucente» usata per calpestare la dignità di intere comunità, popoli e semplici cittadini.
Nel 1939 a Vibo Valentia venne inaugurata da Benito Mussolini, durante la sua visita alla città, il monumento dedicato a Razza. Eccolo, in Piazza San Leoluca, su un imponente piedistallo, alle sua spalle una stele con l’effigie marmorea della Vittoria alata.

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A Razza «la sua città grata» ha riservato un’altra effigie nel Palazzo del Municipio, anche questo a lui intitolato. «La sua città grata» è scritto anche sul nastro della corona che periodicamente viene apposta alla base del monumento.
A Luigi Razza sono stati intitolati anche il locale aeroporto militare – base del reparto «Cacciatori Calabria» dei Carabinieri, lo stadio comunale, una piazza e la via principale del cimitero cittadino, ove primeggia su tutte l’immensa cappella del Ministro Fascista preceduta da un vialetto circondato, ancora oggi, da fasci littori, e ovviamente all’interno di quest’ultima si trovano foto di Mussolini e del periodo fascista. Del resto, sono a lui intitolate anche diverse vie in svariate città e cittadine d’Italia: Vibo, Milano, Palermo, Avola, Nicotera… Ma non finisce qui: Poste Italiane, su richiesta del Comitato Vibonese Luigi Razza, ha realizzato a margine di un recente convegno sul ministro fascista, uno stand per lo speciale annullo filatelico a lui dedicato, da apporre su una cartolina celebrativa a tiratura limitata.

Il 19 gennaio 1928, come molte altre città dell’Italia meridionale ma non solo, Monteleone venne richiamata con il suo antico nome latino di Vibo Valentia, in omaggio alla politica fascista di «romanizzazione» dell’Italia.

Le iniziative di omaggio e identificazione con l’antica civiltà dell’Impero Romano erano state anticipate proprio nel luogo che aveva fatto da base logistica (e null’altro) al caro amico di Razza, Gabriele D’Annunzio, ovvero Ronchi di Monfalcone, da cui era partita la marcia su Fiume.

Ronchi di Monfalcone divenne Ronchi dei Legionari. Fu uno dei primi, se non addirittura, il primo cambio di nome di un Comune d’Italia, nel pieno spirito della romanizzazione del Paese a opera del regime fascista. Ronchi dei Legionari deve il suo attuale nome alla spedizione capeggiata da Gabriele D’annunzio e sfociata nell’occupazione militare di Fiume. Una forza prevalentemente volontaria e irregolare di nazionalisti ed ex combattenti italiani, partendo da Ronchi, invase e occupò Fiume, città che – è bene ricordarlo – nel Patto di Londra del 26 aprile 1915 negli articoli 4 e 5 Fiume non era inclusa nelle richieste italiane in caso di vittoria.

«In nome di tutti i morti per l’Italia giuro di essere fedele alla Causa Santa di Fiume, non permetterò mai con tutti i mezzi che si neghi a Fiume l’annessione completa ed incondizionata all’Italia. Giuro di essere fedele al motto: Fiume o morte».

Questa la formula del giuramento di Ronchi. Venti ufficiali, duecentoventidue granatieri, quattro mitragliatrici, quattro pistole mitragliatrici, sedicimila munizioni per i fucili, la spedizione ebbe l’apporto determinante di una parte di esercito, soldati frustrati e confusi in seguito alla pace, alla riduzione di personale, alla smobilitazione, che vedevano in D’Annunzio ed in Fiume, con la piena complicità dello stesso Vate, mezzi utili per fini che solo la storia sarebbe riuscita a spiegare con gli eventi successivi. Fiume era solo uno strumento, non il fine. E’ interessante, a tale proposito, la testimonianza del maggiore Carlo Reina, Capo di Stato maggiore del comando fiumano dal settembre al dicembre 1919, poi per diversi motivi allontanato dal Vate e spedito in via punitiva a Zara.
Nella relazione sulle vicende fiumane che inviò a  Prezzolini nel 1921, Reina scriveva:

«veniva trattato l’invio di circa un centinaio di Ufficiali in Italia per avvicinare e lavorare gli ambienti più facilmente rivoluzionabili, studiare gli edifici che in ogni singola Città avrebbero dovuto essere occupati, come banche, stazioni ferroviarie, poste, telegrafi ed infine studiare il moto di armare la milizia cittadina […] Era intenzione del Poeta di inviare in Italia [durante il periodo delle elezioni politiche, NdR] un adeguato numero di legionari col preciso mandato di rompere le urne il giorno delle elezioni. Già tutto era pronto per questa spedizione quando corse a Fiume Mussolini ad impedire l’attuazione.»

Poco prima della partenza per Fiume D’Annunzio – in seguito uno dei primi firmatari del manifesto degli intellettuali fascisti – scrisse a Benito Mussolini: «domattina prenderò Fiume con le armi». Poi lo implorò di non lasciarlo solo nell’impresa. Il 23 marzo del 1919, a Milano, Mussolini fondò i fasci di combattimento, e sempre in tale anno finanziò l’impresa di Fiume raccogliendo quasi tre milioni di lire. Una prima tranche di denaro, ammontante a 857.842 lire, fu consegnata a D’Annunzio ai primi di ottobre. In una lettera successiva, D’Annunzio certificò che parte della somma raccolta era stata utilizzata per finanziare lo squadrismo a Milano, e invitò Mussolini a fare suo il motto degli autoblindo di Ronchi:

«Mio caro Benito Mussolini,
chi conduce un’impresa di fede e di ardimento, tra uomini incerti o impuri, deve sempre attendersi d’essere rinnegato e tradito “prima che il gallo canti per la seconda volta”. E non deve adontarsene né accorarsene. Perché uno spirito sia veramente eroico, bisogna che superi la rinnegazione e il tradimento. Senza dubbio voi siete per superare l’una e l’altro. Da parte mia, dichiaro anche una volta che — avendo spedito a Milano una compagnia di miei legionari bene scelti per rinforzo alla vostra e nostra lotta civica — io vi pregai di prelevare dalla somma delle generosissime offerte il soldo fiumano per quei combattenti. Contro ai denigratori e ai traditori fate vostro il motto dei miei “autoblindo” di Ronchi, che sanno la via diritta e la meta prefissa.
Fiume d’Italia, 15 febbraio 1920 Gabriele D’Annunzio.»

E’ vero che quell’impresa è stata ben vista anche da una parte di sinistra, anche per alcuni principi adottati nella Carta del Carnaro, ma quest’ultima aveva diversi aspetti di autoritarismo puro: vietava il diritto di sciopero, e in caso di grave pericolo per la Repubblica l’Assemblea Nazionale poteva nominare un Comandante per un periodo non superiore ai sei mesi. Il Comandante esercitava tutti i poteri politici e militari, sia legislativi che esecutivi. I membri del potere esecutivo funzionavano come suoi semplici segretari. Allo spirare del termine fissato per la carica, l’Assemblea Nazionale si doveva riunire e deliberare sulla conferma in carica del Comandante stesso, sulla sua eventuale sostituzione o sulla cessazione della carica. La Carta legittimava la proprietà privata e pur confermando la sovranità collettiva di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione riconosceva maggiori diritti ai produttori.

Gabriele D'Annunzio

Certo, la Russia bolscevica fu l’unico paese a riconoscere la Reggenza italiana di Fiume, e alcuni esponenti politici e intellettuali della sinistra videro nell’impresa un’occasione per rivoluzionare l’esistente, ma è il caso di precisare che il resto della sinistra e molti intellettuali, artisti e persone di cultura giudicarono il tutto una buffonata.

Ecco cosa scrissero alcuni professori e intellettuali in merito alla volontà di realizzare il monumento a D’Annunzio a Ronchi:

«[…] Oggi risulta chiaro – anche secondo il giudizio della più recente storiografia – che l’impresa dannunziana rappresentò […] la premessa ideologica e tattica del fascismo […] D’altra parte la stessa impresa, esasperando odi locali e conflitti nazionalistici, ostacolò l’avvio ad un’equa soluzione dei problemi politici dell’Alto Adriatico. Celebrare oggi questo episodio significa screditare l’ordinamento democratico del paese e compiere opera di diseducazione politica e civile, particolarmente nei riguardi dei più giovani, ai quali si addita come esemplare un gesto irrazionale di sovversione e violenza

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini ha scritto:

«[D’Annunzio] rappresenta e esprime l’Italia nel suo momento involutivo: nel momento cioè in cui il Risorgimento ha mostrato i suoi limiti, la sua vera essenza di rivolta aristocratica, il suo liberalismo apocrifo (cfr. Gramsci), e la nuova classe borghese è cominciata a diventare quello che è: una mostruosa riserva di egoismo, di conformismo, di paura, di mistificazione, di ristrettezza mentale, di provincialismo […] L’impresa di Fiume è stata una pagliacciata narcisistica. I poveri, onesti nazionalisti friulani ne sono delle ingenue vittime.»

Narcisismo e pagliacciate tra le antiche mura di Fiume. Reina, sempre nella relazione inviata a Prezzolini nel gennaio del 1921, denunciò che «ogni sera il Poeta andava a pranzo alla mensa degli Aviatori e sempre portava in regalo a ogni commensale una bottiglia di champagne; 27 erano i commensali e 27 le bottiglie che ogni sera venivano sturate da quei signori, mentre fuori la popolazione veramente soffriva la fame».

Veniamo al punto: il motivo reale del nome Ronchi dei Legionari. Dal libro di Silvio Domini Ronchi dei Legionari Storia e documenti, 2006, a pag. 147 emerge un documento tratto dall’Archivio Comunale di Ronchi, dove si evidenzia il chiaro intento politico di stampo nazionalistico e fascista. La proposta di ridenominazione presentata il 4 ottobre del 1923 dal Consiglio comunale popolar-fascista dice:

«rammentando la nobile ed audace Impresa del Comandante G.D’Annunzio, il quale partì con i suoi Legionari da Ronchi, per suggellare l’Italianità della Città di Fiume, rendendo con ciò noto per la seconda volta il nome di Ronchi nella storia delle rivendicazioni italiane.»

Mussolini ritardò l’accoglimento della richiesta come formulata dai fascisti di Ronchi, probabilmente perché in competizione con D’Annunzio. Ma quando comprese che la denominazione «dei Legionari» si conciliava perfettamente con lo spirito della romanizzazione dell’Italia che egli voleva imporre e avrebbe imposto, e pensando che la Marcia su Fiume altro non era stata che l’anticipazione della Marcia su Roma, non poté che acconsentire, ma perché acconsentisse fu necessario un mero atto di omaggio e di fedeltà che Ronchi doveva manifestare espressamente nei confronti del Duce.

Mussolini e D'Annunzio

Benito Mussolini e Gabriele D’Annunzio al Vittoriale, Gardone Riviera, foto di anonimo, metà anni Venti.

Il 17 maggio del 1924 il Consiglio Comunale a maggioranza fascista di Ronchi si riunisce in seduta straordinaria e delibera di nominare Benito Mussolini «cittadino onorario di Ronchi di Legionari».
Il 2 novembre del 1925, con il Regio Decreto firmato da Rocco e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n° 283 del 5 dicembre, il governo ufficializzò il nome «Ronchi dei Legionari».
Il 20 settembre 1938 Mussolini, dopo aver presentato a Trieste le Leggi Razziali (una delle scene-chiave del libro Point Lenana di Wu Ming 1 e Santachiara), si fermò a Ronchi dei Legionari per consacrare la fascistizzazione del toponimo in armonia con la fascistizzazione dell’Italia razzista.
Va precisato che la decisione di consacrare il nome di Ronchi ai legionari di D’annunzio, all’impresa di Occupazione ed italianizzazione di Fiume, avviene nel periodo delle leggi fascistissime, come la legge n. 2029 del 26 novembre 1925  che predispone la schedatura dell’associazionismo politico e sindacale operante nel regno, o la n.2300 del 24 dicembre 1925 che rimuove dal servizio di tutti i funzionari pubblici che rifiutano di prestare giuramento di fedeltà al regime, o la n. 563 del 3 aprile 1926 che proibisce lo sciopero. Il nome «Ronchi dei Legionari» cade proprio nel bel mezzo della fascistizzazione dell’Italia. Del resto, il fascismo si è appropriato dell’impresa di Fiume, ha fatto propri i simboli introdotti dal guerrafondaio D’Annunzio durante  l’occupazione della città, come il saluto romano con il braccio alzato, la camicia nera istoriata di teschi e il grido «Eia, eia, alalà!». Il nome «Ronchi dei Legionari» sarà fascista e non potrà che essere fascista.

«E’ necessario impiegare il maggior numero di persone nella propaganda in paese e fra le truppe, oggi bisogna agitare e far sì che la Nazione tutta senta l’ora storica che attraversa. Il gesto compiuto a Fiume deve aver termine a Roma», queste le parole di Giovanni Giurati nel rivolgersi a un esponente di primo piano del combattentismo giuliano, ringraziandolo per il contributo offerto da Trieste ai legionari.

Francesco Giunta, il capo dei fascisti triestini, disse che bisognava liberare l’intera regione dall’incubo slavo, dimostrare a certi subdoli stranieri che Trieste era una città italiana che non teneva affatto alla qualifica anseatica, e poi marciare su Roma e scacciare i mercanti del tempio (Cfr. A.M. Vinci, «Dannunzianesimo e fascismo di confine», in Pupo – Todero (a cura di) Fiume, D’Annunzio e la crisi dello Stato liberale in Italia, IRSML 2011)

Né si deve dimenticare che il fascismo inserì D’annunzio tra i suoi precursori anche grazie ad alcuni stretti collaboratori del Vate come Malusardi, Marpicati, Amilcare De Ambris, che senza perdere tempo alcuno si congiunsero al nascente regime.

Innanzi al palazzo del Municipio di Ronchi domina nella piazza un monumento dedicato alla Resistenza. Ronchi ha la decorazione al Valor Militare per la Guerra di Liberazione, perché centinaia e centinaia furono i nostri concittadini che combatterono per la libertà contro il nazifascismo e per questo persero la vita.

E’ stridente il contrasto tra la denominazione fascista e la reale storia di Ronchi, l’identità di Ronchi, la vita della comunità di Ronchi, il senso di appartenenza a Ronchi. All’impresa di D’Annunzio non parteciparono cittadini di Ronchi. La città fu ed altro non fu che una semplice base logistica temporanea.

In un giorno di fine estate 2013, un gruppo di cittadine e cittadini decide di aprire un gruppo Facebook chiamato Ronchi dei Partigiani. Lo scopo del gruppo, che ha centinaia di condivisioni, è proporre una riflessione, una discussione, un dibattito sull’imposizione della denominazione «dei Legionari». Al tempo stesso, ne proponiamo anche la cancellazione, in modo assolutamente democratico, partecipato e dal basso, perché la reputiamo impropria, estranea all’identità di Ronchi e figlia della cultura fascista.

Il 15 novembre 2013 ho inoltrato una istanza di Accesso agli atti al Comune di Ronchi, dove formulavo vari quesiti e risollevavo il problema della cittadinanza onoraria di Mussolini a Ronchi, fatto strettamente connesso all’attuale denominazione.

Il Sindaco di Ronchi ha risposto in modo positivo, prendendo pubblicamente l’impegno di adoperarsi il prima possibile per revocare la cittadinanza onoraria a quasi 90 anni dalla concessione.

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Anche il Partito della Rifondazione Comunista di Ronchi ha presentato una mozione per sollecitare la revoca della cittadinanza onoraria, e  l’ANPI si è espresso in termini analoghi.

La campagna ha iniziato ad avere un piccolo ma importante effetto domino. Sono ancora tanti i Comuni italiani che hanno riconosciuto la cittadinanza onoraria a Mussolini senza mai revocarla. Uno di questi è Gorizia. Già, anche Gorizia ha tra i suoi “cittadini” Mussolini.

Il giulivo sindaco di Gorizia Ettore Romoli (Forza Italia)

Il Piccolo del 13 dicembre 2013 riportava la risposta data dal Sindaco di Gorizia Ettore Romoli a chi parlava di revocare la cittadinanza:

«Mi aspettavo che prima o poi qualcuno mi avrebbe posto questa domanda. Mi sembra che ci siano cose più importanti da risolvere. Lasciamo che la storia continui a dormire».

No, la storia non può continuare a dormire, l’indifferenza è il male dei mali e l’antifascismo è sempre attuale. I principi, la dignità, i valori, i diritti civil e, l’etica, devono essere sempre al primo posto. «Ci sono cose più urgenti» è la solita scusa, adottata non solo per evitare di affrontare il problema, ma anche perché, probabilmente, si condivide ciò che non si vuole revocare. Revocare l’atto di cittadinanza a Mussolini non è un semplice atto formale e simbolico, inutile per la città considerata, è invece un atto di sostanza e questa sostanza si chiama rispetto per la libertà, per la dignità di una intera comunità, rispetto per chi ha lottato contro la dittatura. Non voler revocare la cittadinanza onoraria a Mussolini significa semplicemente essere favorevoli alla sua cittadinanza ed a tutto ciò che egli e il fascismo hanno rappresentato in questo Paese.

Nello stesso tempo, ecco risvegliarsi i sentimenti dell’Irredentismo. La Lega Nazionale di Gorizia ci accusa di essere antistorici:

«Nessuno può modificare la storia ed è pretestuosa qualsiasi divagazione sull’argomento. Il 12 settembre 1919 partì da Ronchi la Marcia su Fiume e in seguito la città divenne parte integrante dello Stato italiano!».

Ancora una volta, è il caso di rimarcare che il legame tra l’impresa di Fiume e la comunità di Ronchi è un grande artificio. E’ lo stesso d’Annunzio nei suoi diari a definire Ronchi «piccolo borgo inconsapevole». Inoltre, l’impresa non ha inciso minimamente nella coscienza collettiva dei ronchesi, che non vi hanno preso parte né ne sono stati condizionati. Ne è dimostrazione il forte impegno antifascista della popolazione durante la guerra di liberazione. Quanto a rivendicare l’italianità di Fiume, è un comportamento incomprensibile oltre che anacronistico.
La Lega Nazionale ci accusa anche di aver manipolato le foto storiche, e ciò sarebbe degno della Enciclopedia Sovietica. In verità, premesso che gli abbonati dell’enciclopedia Sovietica quando un personaggio eminente “scompariva” ricevevano nuove voci da incollare sopra quelle degli scomparsi, noi non abbiamo manipolato nessuna foto. Semplicemente, abbiamo realizzato un logo che vede cancellati con una X il nome i Legionari, sostituiti dai Partigiani.

Ronchi dei Partigiani

Ronchi non è dei Legionari, non appartiene ai Legionari e mai potrà appartenere ai Legionari.

«Il Dio di Dante è con noi», disse il Vate in un’altra occasione, il 20 settembre 1919. «Il Dio degli eroi e di martiri è con noi. È con noi il Dio tremendo e soave che ha i suoi oratorii sul Grappa, sul Montello, nel Carso, che ha le sue mille e mille croci nei cimiteri silenziosi dei fanti, che ha quattordicimila croci in quella terra arsiccia di Ronchi da dove l’altra notte ci partimmo credendo sentire nell’aria l’odore beato del sangue di Guglielmo Oberdan misto al fiato leonino dei combattenti di Marsala accorsi. […] Chi può sperare non dico di abbattere ma di flettere questa volontà umana e divina? […] E il Dio nostro faccia che il vento del Carnaro, passando sopra Veglia, sopra Cherso, sopra Lussin, sopra Arbe, sopra ogni isola del nostro arcipelago fedele e giurato, nel natale italico di Roma e di Fiume romana, giunga ad agitare vittoriosamente tutte le bandiere d’Italia.»

Queste parole di D’Annunzio sono tratte da Nel Natale di Roma, discorso pronunciato il 20 settembre 1919. E’ questo lo spirito che ancora oggi qualcuno difende e rivendica. La Fiume romana che festeggia i propri natali assieme a Roma, sua madre ideale; il ricordo di Buccari, con l’indiretto ma ovvio richiamo alla Grande guerra; l’italianità dall’area adriatica; il richiamo al luogo della cattura di Oberdan che era proprio a pochi passi dalla dimora che ospitò D’Annunzio prima di partire per Fiume; il richiamo al primo martire dell’irredentismo, alla redenzione, tutti elementi che ben connotano  la marcia su e di Fiume.

Ronchi è un luogo collocato vicino al confine. E ciò che era oltre il confine orientale veniva considerato barbaro e selvaggio. D’Annunzio, al quale recentemente è stato anche dedicato uno spazio espositivo – altamente celebrativo dell’impresa fiumana – a pochi passi dal Municipio di Ronchi, così si esprimeva parlando dei croati:

«il croato lurido, s’arrampicò su per le bugne del muro veneto, come una scimmia in furia, e con un ferraccio scarpellò il Leone alato oppure (…) quell’accozzaglia di Schiavi meridionali che sotto la maschera della giovine libertà e sotto un nome bastardo mal nasconde il vecchio ceffo odioso…» (dalla Lettera ai Dalmati)

Un altro esempio del suo razzismo è ne Gli ultimi saranno i primi. Discorso al popolo di Roma nell’Augusteo, 4 maggio 1919:

«Fuori la schiaveria bastarda e le sue lordure e le sue mandrie di porci!»

D'Annunzio a Fiume

«Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. Io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani.» Queste le parole esplicite, pronunciate da Mussolini durante un viaggio nella Venezia Giulia nel settembre del 1920. Come si può notare, c’è piena sintonia con il linguaggio, lo stile e l’intento dannunziano.

A tal proposito è interessante riportare quanto scrive Anna Di Gianantonio in relazione alle barbarie del fascismo in questa fetta di terra.

«Nel nostro territorio in quel breve lasso di tempo il duce aveva già mostrato il suo volto anti slavo, accanendosi contro gli sloveni della zona per non macchiare l’identità italiana di luoghi per la cui “redenzione” erano morte centinaia di migliaia di soldati durante la guerra. Territori per nulla compattamente italiani e che bisognava dunque stravolgere nella loro identità. Da qui spedizioni punitive nei villaggi intorno a Gorizia, legge Gentile sulla scuola che prima limiterà, poi impedirà di parlare la lingua slovena, inizio della procedura di italianizzazione dei cognomi, prime persecuzioni contro il clero. E siamo appena agli inizi della dittatura. Mi pare inutile continuare nell’elenco dei successivi, e ben noti, crimini del fascismo al confine orientale, segnati in maniera radicale dalla politica razzista nei confronti degli slavi, che non erano affatto, come ha recentemente affermato Sergio Romano, esclusivamente provenienti dal “contado” ma costituivano un pezzo importante della borghesia cittadina. Intervistato sulla questione della cittadinanza al duce, il sindaco Romoli ha detto che “bisogna lasciare dormire la storia”, dimenticando che è proprio perché la storia si è lasciata troppo a lungo sonnecchiare che la città ha un’identità così frammentata e debole. E’ proprio perché come italiani non abbiamo mai voluto chiedere scusa agli sloveni e riconosciuto i nostri errori che la città ha stravolto a fini ideologici il suo passato, cercando di guadagnare il più possibile dalla finta identità del “bono italiano”. Ora i tempi sono maturi per chiudere i conti con quelle vicende e iniziare una fase nuova di collaborazione tra le popolazioni del goriziano. Il GECT, l’organismo che lo stesso sindaco ha individuato come quello che dovrà rilanciare l’economia di Gorizia, è ospitato proprio nel Trgovski dom, edificio sottratto agli sloveni dal fascismo. Come si può collaborare senza togliere la cittadinanza al duce che ordinò il sequestro e la razzia di quell’edificio?»

Parole che ovviamente condivido.

Eppure in una delle pareti del Palazzo che ospita il Comune di Ronchi sono riportate due date: la prima è quella dell’impresa di Fiume, la seconda quella dell’annessione di Fiume all’Italia avvenuta il 16 Marzo 1924, quando Vittorio Emanuele III arrivò a Fiume e ricevette le chiavi della città.

Luca Meneghesso ha scritto:

«esistono, come nel caso di Ronchi, imposizioni di tipo ideologico. Più diffuse quelle di tipo nazionalistico: basti pensare a tutti i toponimi slavi (ma anche friulani?) stravolti. Ad esempio il caso del monte Krn che in italiano diventa monte Nero (per la somiglianza di Crn – nero in sloveno – e Krn) nonostante si tratti di un “becco affilato” che scintilla candido di neve per tutto l’inverno come ricorda Boris Pahor. Oppure il caso che unisce entrambe le imposizioni con Sdraussina (Zdravščine) che diventa Poggio Terza Armata: deslavizzazione, italianizzazione ed esaltazione dell’esercito al tempo stesso. Pasolini  però, che nella parte critica mi pare convincente, nella parte propositiva, un monumento (?) a Ascoli, mi pare ingenuo e fuori luogo. Graziadio Isaia Ascoli non solo non fu rivoluzionario, ma neanche fu una vittima del fascismo (essendo morto nel 1907). A lui inoltre è dedicata quella Società Filologica Friulana che, nata nel 1919, è cresciuta durante il fascismo senza rischi. Ascoli, inoltre, è stato l’inventore di quel nefasto neologismo concettuale di “Venezia Giulia” che è da rigettare per diversi ordini di motivi che «altri prima di me hanno analizzato e che sono gli stessi, più altri, per cui rigettare il monumento ai legionari (oltre che il suffisso a Ronchi). È possibile a posteriori una revisione critica di un’opera imperialistica anche su un piano semplicemente toponomastico? Ronchi dei Partigiani mi piace ma la questione è più complessiva e non la risolveranno i ‘taliani/talians/italiani in quanto amministratori (e gli amministratori anche se furlani bisiachi e sloveni pur sempre italiani restano). D’altra parte neppure i sottani, furlani, bisiachi o sloveni che siano, si interesseranno alla cosa. La nominazione-denominazione è annichilente atto d’imperio. Cose da padri e padroni: non è di là che passa l’emancipazione… Scardinare il linguaggio istituzionale, viralizzare i dialetti, imbastardirsi, ripartire dal basso. Nessuno in dialetto dice “Ronchi dei Legionari” o “Venezia Giulia”: è così che Legionari e gens italiche sono già morti.»

Chissà che magari un giorno, oltre a revocare la cittadinanza onoraria a Mussolini, non si proceda anche a cancellare la denominazione «dei Legionari». E chissà che in tale momento non sia possibile realizzare tra Fiume/Rijeka e Ronchi un gemellaggio, nel nome di una storia che non dorme ma è viva e sveglia, perché la storia siamo noi. Ronchi potrebbe essere uno dei primi comuni a essere intitolato formalmente ai partigiani, e la forma sarà sostanza, sostanza di dignità.

Fiume / Rijeka

Fiume / Rijeka oggi

Chiudo riportando la motivazione della Medaglia d’Argento al valor militare assegnata a Ronchi per l’attività partigiana svolta dai suoi cittadini dopo l’8 settembre 1943

«Già duramente provato dalle operazioni nel primo conflitto mondiale e, forte delle sue tradizioni di dignità civile e politica, reagendo con indomito coraggio alla lunga e crudele dittatura fascista, il popolo di Ronchi dei Legionari, pur se in condizioni di grave inferiorità tecnica e numerica, dopo l’8 settembre 1943, organizzò la Resistenza contro l’occupatore, impegnandolo in numerosi e cruenti scontri. Nel corso di venti mesi di lotta partigiana, malgrado persecuzioni, deportazioni nei campi di sterminio, distruzioni e torture, i Ronchesi furono tra i protagonisti della rinascita della Patria, lasciando alle future generazioni un patrimonio di elette virtù civili, di coraggio e di fedeltà agli ideali di giustizia.»

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107 commenti su “Da Ronchi «dei Legionari» a Ronchi dei Partigiani. Di cos’è il nome un nome?

  1. Per dare un’idea del contributo alla resistenza di Ronchi e di tutta la Bisiacaria, vale la pena ricordare che a Selz, una frazione di Ronchi, nei primi giorni dopo l’8 settembre si radunarono più di mille “cantierini”, e costituirono la “Brigata Proletaria”. Da lì si aprirono la strada a mani nude verso Gorizia, impegnando i tedeschi nella prima battaglia campale della resistenza in Italia, per poi unirsi ai partigiani jugoslavi.

  2. C’è una grande confusione tra elementi molto diversi tra loro. Una cosa è Mussolini, un’altra è D’Annunzio, una terza è Fiume e una quarta sono i Legionari.
    Una standing ovation per aver tolto la cittadinanza a Benito Mussolini.
    D’Annunzio, se non fu organicamente fascista, ne fu a tratti un compagno di strada e in altri momenti scelse il silenzio-assenso, ma di sicuro non fu un anti-fascista.
    Invece Fiume fu una miscela allo stato nascente, con dentro nazionalisti, ma anche sindacalisti rivoluzionari e anarchici. Fu avversata dai socialisti riformisti, ma guardata con simpatia da Gramsci e da Lenin, da cui il riconoscimento dell’URSS.
    Infine i legionari. Una parte divennero fascisti, ma un’altra parte anti-fascisti. L’associazione degli ex legionari fiumani si espresse a maggioranza contro i fascisti. Molti legionari fiumani si batterono tra gli Arditi del Popolo, fondati da un anarchico ex legionario fiumano, combatterono nelle brigate internazionali in Spagna e nella guerra partigiana.
    Siano i cittadini di Ronchi a fare quello che vogliono del proprio nome. Ma “legionari vs partigiani” è una falsa contrapposizione. Di più, offende i legionari che furono partigiani e fa il favore ai fascisti di dare per buona una delle tante loro rapine storiche, mentre invece Mussolini appoggiò Giolitti quando sloggiò i legionari da Fiume a cannonate.

    • E’ vero che una parte dei “legionari” poi confluirono negli arditi del popolo e diedero vita alla prima resistenza armata contro il fascismo.

      Ma.

      L’impresa di Fiume col fascismo c’entra eccome, per due motivi. Il primo, semplice, è che Francesco Giunta, capo indiscusso del fascismo triestino e responsabile dell’incendio del Narodni Dom, era il rappresentante di D’Annunzio a Trieste. Il secondo, più complesso, è che, al netto di tutto ciò di “libertario” che poi accadde a Fiume, il motivo primo dell’impresa fu quello di estendere verso est i confini del Regno d’Italia. La retorica dannunziana sulla vittoria mutilata, su Fiume “città olocausta”, eccetera, è in completa risonanza con la retorica del fascismo di confine.

      Dalla “lettera ai dalmati” di D’Annunzio (1919):

      “Io e i miei compagni abbiamo combattuto per quel pegno dichiarato, per quel pegno consentito, posto tra noi e il nemico, posto tra noi e l’austriaco, posto tra noi e quell’accozzaglia di Schiavi meridionali che sotto la maschera della giovane liberta’ e sotto un nome bastardo mal nasconde il vecchio ceffo odioso seguitando a contenderci quanto con le nostre sole armi e la nostra sola passione riacquistammo e vogliamo tenere in perpetuo […] Abbiamo combattuto per la piu’ grande Italia […] Dico che abbiamo preparato lo spazio mistico per la sua apparizione ideale […] Se sara’ necessario affronteremo la nuova congiura alla maniera degli arditi, con una bomba in ciascuna mano e la lama tra i denti […] La civilta’ non e’se non lo splendore della lotta incessante[…]”

      Francesco Giunta, il 13 luglio 1920, in piazza Unità, lanciando l’assalto al Narodni Dom:

      “Bisogna stabilire la legge del taglione. Bisogna ricordare ed odiare […] L’Italia ha portato qui il pane e la libertà. Ora si deve agire; abbiamo nelle nostre case i pugnali ben affilati e lucidi, che deponemmo pacificamente al finir della guerra, e quei pugnali riprenderemo – per la salvezza dell’ Italia. I mestatori jugoslavi, i vigliacchi, tutti quelli che non sono con noi ci conosceranno […]“

    • Tutto quello che scrivi a proposito di Fiume e dei legionari io in Point Lenana l’ho scritto, cercando però di problematizzarlo, di metterlo nel contesto da cui solitamente l’impresa viene astratta. Parlo dell’impronta razzista e imperialista di quell’impresa, che è del tutto evidente e che D’Annunzio rivendicò in ogni momento.

      Il problema di tutte le rivisitazioni / rivalutazioni “da sinistra” degli ultimi anni è che, pur interessanti, si basano su una grandissima RIMOZIONE.
      In queste ricostruzioni è come se non esistessero – o sono pochissimo importanti – le popolazioni di lingua slava del Quarnero, dell’Istria e della Dalmazia. Popolazioni che pure erano la maggioranza in quelle zone. E che dalla fine della Grande guerra in avanti subirono la violenza dello spostamento a est del confine italiano, della dittatura fascista e dell’occupazione nazifascista.
      Di Fiume si capisce il senso solo se si “rovescia lo sguardo”, re-introducendo nel quadro gli slavi che l’italocentrismo (e/o la coda di paglia) costantemente rimuovono.

      Grande merito di questo post è di sottolineare, a colpi di citazioni e dati di fatto innegabili, lo schifoso razzismo di D’Annunzio e di tutta la retorica su cui si basava l’impresa. Razzismo antislavo che, come giustamente dice Tuco, è il principale anello di congiunzione col fascismo e – come dice Barone – con la seconda guerra mondiale, cioè con l’occupazione dei Balcani.

      Che poi diversi legionari e anche collaboratori di D’Annunzio (in Point Lenana faccio l’esempio di Alceste De Ambris) si siano opposti all’ascesa del fascismo, va a loro merito e nessuno glielo toglie. Purtroppo:
      1) cercarono di fermare una bestia che essi stessi avevano contribuito a fecondare, far nascere e nutrire, con le stronzate sulla “vittoria mutilata”, “la romana italianità del Carnaro” e tutte le variazioni sulla “nazione proletaria” messa in ombra dalle nazioni borghesi e plutocratiche;
      2) l’antifascismo non è faccenda tra italiani, e nelle ricostruzioni italiane è troppo assente un punto di vista esterno, di quelli che per molti versi subirono la sostanza del fascismo prima ancora che ne fosse definita la forma.

      Il parere di Gramsci in tempo reale (parere comunque problematizzante, è riduttivo dire che tout court “guardò con simpatia” a D’Annunzio) non può essere ripreso pari pari, dopo tutto quello che è successo nel frattempo. Rispetto a Gramsci abbiamo il vantaggio dello sguardo retrospettivo su novantacinque anni di storia.

      Gramsci (all’epoca giovanissimo) non era un profeta, e non è che dobbiamo pendere dalle sue labbra su ogni questione. Non conosceva la realtà del confine orientale, non leggeva lingue slave, non aveva sufficienti informazioni per poter scardinare un’angusta visione italocentrica, e tantomeno poteva prevedere che andazzo angosciante avrebbe preso la repressione – quando non il vero e proprio sterminio – degli slavi.

      Quanto alla Russia bolscevica, riconobbe la Reggenza del Carnaro soprattutto per ragioni geopolitiche, per aprire una contraddizione nell’equilibrio stabilito a Versailles.

      L’impresa di Fiume non si può comprendere se non si studia la storia del confine orientale e della lunga stagione di crimini italiani nel territorio che oggi chiamiamo “ex-Jugoslavia”.

      • Non condivido pienamente l’evidenza di un’impronta razzista ed imperialista nell’impresa di Fiume, né sarei portato a considerare l’impresa di Fiume come prodromo della lunga stagione di crimini italiani contro gli slavi.
        Provo a spiegarmi: Fiume innanzitutto divenne sì un obbiettivo da conquistare per ristabilire la “vittoria mutilata”, “L’Italia più grande”, etcetera, ma di essa non si deve dimenticare anche l’altra faccia sotto la dominazione fiumana, quella di città della rivoluzione totale contro i costumi e la società italiana post-bellica. Questo per innanzitutto “sfumare” il nazionalismo dell’impresa fiumana.
        Dopodiché, in merito al razzismo, il governo fiumano fu, da quanto mi risulta, l’unico a garantire i diritti delle popolazioni slave dall’inizio del Secolo alla Jugoslavia Titina: la Carta del Carnaro garantiva che nella scuola media dovessero essere insegnate tutte le lingue parlate all’interno della Reggenza e che nella scuola primaria l’idioma di insegnamento dovesse essere quello maggioritario nel comune di residenza, e si dovessero tenere corsi paralleli negli idiomi delle minoranze di ciascun comune. Diritti che, se la memoria non mi inganna, non venivano garantiti sotto la dominazione austro-ungarica.
        Anche rispetto all’Imperialismo, stando agli atti della Reggenza del Carnaro, l’atto di politica estera e internazionale è l’ambiziosa quanto effimera “Lega dei popoli oppressi”, che mira sostanzialmente a rivendicare un reale diritto all’autodeterminazione dei popoli opponendosi frontalmente alla Società delle Nazioni, rea di fingere la garanzia del suddetto principio negli interessi invece degli stati coloniali; nell’enormità numerica di coloro per i quali la Lega dei Popoli oppressi rivendica il diritto all’autodeterminazione ritroviamo Catalani, Irlanda, i paesi islamici, l’India, Cina, come si parla anche di “razze oppresse” che debbono essere liberate dalla propria oppressione ovvero “I cinesi in California, i neri nell’America, il problema israelitico”; ultimo ma non ultimo, nel lungo elenco viene citata anche l’autonomia per i tedeschi in Italia, difficilmente sostenibile per un imperialismo almeno convenzionale.
        Sulla parte di Gramsci poi, senza volere forzare Gramsci da una parte o dall’altra, Gramsci fece certamente delle aperture importanti: “c’è una prevenzione nostra contro di voi come ce n’è una vostra contro di noi. Entrambe sono assurde”; ma anche “Noi sentiamo che la divisione dei veri rivoluzionari rafforza Giolitti ed il regime”; ma segni di apertura e attenzione importanti venivano anche da Bordiga, allora fra i più autorevoli; il Psi fu sempre ferocemente avverso all’impresa, ed è stato sottolineato in merito quanta parte giocasse l’antico odio profondo fra socialisti e socialisti rivoluzionari, una delle anime più rilevanti ed influenti dell’impresa fiumana (De Ambris in testa); il riconoscimento da parte dell’Urss dell’Impresa di Fiume è assolutamente dubbio, ma appare invece pressoché che Lenin criticò aspramente i delegati italiani per non aver aperto a d’Annunzio in quanto “In Italia vi è un solo rivoluzionario, Gabriele d’Annunzio”.

        • Commento importante, provo a rispondere a queste sollecitazioni.
          E’ vero che la Carta del Carnaro – il testo di De Ambris – è un documento interessantissimo, perché è un vero e proprio “campo di tensioni”, documenta chiaramente l’esistenza di un conflitto tra diverse fazioni e l’esigenza di mediarlo non al ribasso ma – come diciamo noi WM parlando del nostro metodo di lavoro – “al rialzo”. Di questa mediazione al rialzo si prese carico De Ambris. In parole povere: nella Carta del Carnaro ci finì dentro un po’ di tutto, non un enunciato fu proposto allo scopo di “livellare”, ma allo scopo di “andare oltre”. Il testo contiene anticipazioni di rilievo (ma non in un senso solo: verso sinistra come verso destra), ha un’elevata carica utopica, ma è contraddittorio, avanzatissimo in alcuni punti e reazionario in altri, e per questo oggi è la delizia dei rossobruni. Ma venendo al punto: si tratta di enunciati di una costituzione di uno “stato” che tutti sapevano – hai usato la parola giusta – effimero, destinato a finire presto, tanto che la si è sempre chiamata “reggenza”, parola che ha un significato ben preciso di supplenza. Dichiarare la Repubblica era puro teatro (absit iniuria). Tutto sarebbe rimasto, letteralmente, “sulla carta”.

          Mettiamo su un piatto questi bei principii, e sull’altro il Vate che ogni giorno arringa contro la “schiaveria bastarda”, per l’irrevocabile “italianità del Carnaro” etc. Poi vediamo che effetti *concreti* ebbe in quei territori la propaganda antislava. Perché Ginseng ha ragione (lo scrive più sotto), la persecuzione degli slavi non va fatta risalire a Fiume ma a “un secondo dopo la prima guerra mondiale”, però D’Annunzio fu uno dei più grandi manipolatori dell’opinione pubblica e “tecnicizzazione di mito” dei suoi tempi, l’impresa di Fiume diede un’enorme spinta in avanti a tutta la narrazione tossica dell’italianità dell’Adriatico orientale.
          Mettiamoci pure che D’Annunzio aveva appoggiato ogni avventura imperialistica del Regno d’Italia e avrebbe appoggiato tutte le successive.
          Bisognerebbe poi andare a vedere alcuni punti della Carta del Carnaro, per far vedere che comunque ci sono non poche gàbole nascoste, ma mi sa che ci stiamo incartando, e allontanando dalla battaglia dei cittadini di Ronchi per togliere dal nome della loro città un’aggiunta che la svilisce e ha una motivazione inequivocabilmente fascista, dovuta ai camerati locali, vogliosi di mostrarsi bravi leccaculo.

          • Sulla Carta del Carnaro, è interessante leggere il giudizio sprezzante che ne diedero i repubblicani triestini (che pure erano nazionalisti e appoggiarono con entusiasmo l’impresa di Fiume) nel settembre 1920, cioe’ in tempo reale:

            “La Reggenza italiana del Carnaro dovrebbe accontentare tutti: dovrebbe l’elasticità delle sue clausole statutarie permettere il facile rimbalzo alle doppie interpretazioni. Molte e belle cose vi si leggono, molti, troppi punti oscuri ci fanno dubbiosi (…). Per Fiume s’è preparato uno statuto dai delicati contorni e dalle raffinate bellezze esteriori, che sanno la nostalgia cinquecentesca, ma dal quale non si sprigiona un raggio di quella fede che arde accanto al maglio scintillante nella fragorosa officina. (…) Noi avremmo voluto una Repubblica che segnasse il trionfo del lavoro umano, una Repubblica che sentisse il canto della vita nova che sorge dalle città, dai campi, dai mari. Invece è assai poca cosa questa Reggenza scialba e letteraria. Ma abbiamo fede che la vera costituzione di Fiume se la creeranno i cittadini di Fiume, il popolo lavoratore, al di sopra e all’infuori di ogni morboso feticismo di persone.”
            (articolo pubblicato su L’Emancipazione il 9 settembre 1920)

            “morboso feticismo di persone”. Detto da nazionalisti. A Trieste. Nel 1920.

          • Concordo, anche se scontato, sul pieno sostegno alla battaglia dei cittadini di Ronchi.
            Anche e proprio perché se non concordo sulla natura dell’impresa di Fiume come “Giovan Battista” del Fascismo (l’espressione dovrebbe essere di Tasca, sempre se memoria non mi inganna) e sulla natura prettamente razzista e imperialista dell’impresa, è indubbio la riappropriazione a posteriori da parte del fascismo di tutto l’armamentario, il cerimoniale, la simbologia fiumana e quindi anche dei legionari (in sfregio all’FNLF che fu, come ricordato da Ginseng, una delle anime che composero gli arditi del popolo e centrali, anche, nei fatti di Parma del ’22 ad esempio; gli stessi interi Arditi del Popolo sorsero in un processo nel quale fu importante se non determinante l’articolo “arditi non gendarmi” pubblicato da Mario Carli, futurista e legionario fiumano, che solo attorno alle metà degli anni ’20 tornerà a divenire sostenitore del regime), dunque l’evidente significato simbolico della denominazione oggi per fascismi vecchi, nuovi, o lavati con Perlana.

    • Non mi risulta che l’impresa di Fiume sia mai stata “guardata con simpatia” da Gramsci. In un editoriale pubblicato su “L’Ordine Nuovo” del 4 ottobre 1919, Gramsci definisce D’Annunzio “servo smesso della massoneria anglo-francese”, lo paragona a Kornilov (il generale golpista che nell’agosto del ’17 aveva tentato di instaurare in Russia una dittatura reazionaria) e paragona Fiume alle roccaforti “bianche” di Omsk, di Krasnodar e di Arcangelo, che durante la guerra civile russa furono altrettanti quartieri generali delle truppe zariste. Gramsci in quest’articolo interpreta l’impresa di Fiume come un segnale della imminente disgregazione dello Stato, come un sintomo della incapacità della borghesia italiana a tenere in piedi lo Stato unitario uscito dal risorgimento. Ma non si può assolutamente dire che il suo sguardo sia simpatetico, anzi.

      Se non erro, in un altro articolo di qualche anno dopo (vado a memoria, ma mi riservo di cercare il riferimento preciso), Gramsci, retrospettivamente, osserva che il Partito socialista, se fosse stato un partito realmente rivoluzionario, avrebbe forse potuto sfruttare tatticamente la momentanea situazione di debolezza dello Stato dimostrata dalla vicenda di Fiume; e che se il P.S.I., in quella circostanza, non seppe invece assumere nessuna iniziativa e si limitò ad assistere passivamente agli eventi, ciò fu per l’insipienza politica di quel partito. Ma nemmeno in questo articolo Gramsci esprime alcuna simpatia per la repubblica di Fiume in quanto tale né per D’Annunzio.

      • E’ abbastanza corretto. Non dimentichiamo che si era nel “Biennio rosso”, la posizione di Gramsci fu di guardare all’impresa di Fiume in quel contesto, come sintomo della crisi borghese a cui prestare attenzione, fermento con cui confrontarsi (che è ben diverso dall’aderire). Il nemico principale era Giolitti, Gramsci smontò la propaganda governativa sull’impresa di Fiume, ma non vuol dire che tout court “difese D’Annunzio” e l’impresa stessa, le sue parole d’ordine, il settore di borghesia e i comandi militari che la portavano avanti. Chi lo pensa prende un grosso granchio, compie una semplificazione che negli ultimi anni è circolata molto, anche perché su Wikipedia, alla voce «Impresa di Fiume», senza fornire alcuna fonte qualcuno ha scritto (e ci sarebbe da intervenire, se la pagina non è una di quelle “presidiate” 24h7 dalla solita pattuglia di fasci):

        «Antonio Gramsci difese dalle colonne de L’Ordine Nuovo tanto D’Annunzio quanto la Legione di Fiume […]»

        Oggi, in ogni caso, abbiamo una prospettiva storica più profonda e una potenziale conoscenza dell’episodio ben più ampia di quella che si poteva avere in tempo reale. Quand’anche Gramsci avesse scritto che l’impresa di Fiume era una figata (cosa che, ribadiamolo, non fece), non vuol dire che dobbiamo dirlo anche noi. Non dopo l’italianizzazione forzata, le leggi antislave, l’occupazione militare insieme ai nazisti, i campi di concentramento italiani, le stragi etc. Tutta roba che ha i suoi pròdromi nel rimestar di merda nazionalista e razzismo antislavo di cui l’impresa di Fiume fu parte integrante.

  3. Aggiungo all’intervento anche che Vittorio Graziani diviene il nuovo segretario del fascio urbano di Gorizia ed era già stato segretario della componente goriziana della Federazione nazionale dei legionari fiumani, il fascio di Udine avrà luogo, guarda caso, all’interno della Rappresentanza per il Friuli della Reggenza italiana del Carnaro, il Friuli fascista, un giornale locale, altro non farà che riprendere la demagogia e lo stile retorico del fiumanesimo dannunziano, a Trieste, Francesco Giunta ha come modello D’annunzio e sarà proprio con il sostegno all’impresa fiumana che inizierà la sua carriera violenta e fascista. ( dannunzianesimo e fascismo di confine di A.M.Vinci pag.123 e ss in Fiume D’Annunzio e la crisi dello Stato liberale d’Italia)

    Detto e scritto anche questo, Point Lenana è ad oggi uno dei pochi libri, anche se affronta la questione in poche pagine ma utilissime, a evidenziare il carattere razzista e imperialista di quell’impresa, e affrontare il tutto con il giusto sguardo ed occhio critico. E’ anche su questo che si deve riflettere, e sul comportamento a “sinistra”…E poi tenete conto che a Ronchi dei legionari, salvo qualche nostalgico del fascismo, non se ne vuole parlare, nel senso che per chi vive a Ronchi si parla di Ronchi e non dei legionari, ciò a significare che non esiste alcuna identità reale con quell’impresa e la comunità di Ronchi. Che è tutto un grande artificio epico che si inserisce nel quadro che ho provato a delineare. Certo la storia è storia, ma mica la storia è immutabile, la storia è fatta da eventi, luoghi che camminano e continuano a camminare ancora oggi. Ci troviamo in un Paese che ha letteralmente rimosso tutte le violenze che ha cagionato nei confronti di sloveni, serbi, croati ecc, penso alle condizioni in cui ancora oggi si trova il Campo di visco In provincia di Udine, . Lì esiste l’unico campo di concentramento del regime fascista in Italia ancora integro. In base alle testimonianze storiche risulta che vi furono rinchiuse tra le 3 e 4 mila persone, rastrellate anche a colpi di lanciafiamme, furono rinchiusi anche 120 bambini e molte donne. La sua attività disumana ha avuto luogo tra il 1941 e il 1943, imprigionando in prevalenza sloveni e croati. La superficie dell’area, che comprende anche l’ex caserma Borgo Piave, è enorme, è di circa 130 mila metri quadrati.
    Ma ad oggi quel luogo è dimenticato, abbandonato, salvo qualche visita organizzata in modo autonomo da qualche volontario locale.
    Ancora oggi in quel luogo non si intravede neanche un cartello, nessuna insegna.
    Nulla.
    Vuoto e degrado.
    Silenzio ed abbandono.
    Eppure l’Italia non ha perso tempo a realizzare una legge del ricordo, ma che ricorda solo, in modo fazioso e di parte, ciò che vuole ricordare. Perché trattamenti diversi? Perché l’Italia deve negare le sue responsabilità? Questo sì che è negazionismo!
    L’Impresa di Fiume, congiunge diversi aspetti delle vicende più complesse del e nel confine orientale.
    Ringrazio Giap, Wu Ming 1 ed il collettivo Wu Ming per lo spazio che si sta dedicando a questa problematica,attualissima e che affronta diversi aspetti, dalla toponomastica di regime, alle statue del fascismo ancora oggi onorate e venerate, al razzismo, all’antifascismo, alla cittadinanza onoraria a Mussolini ancora oggi vigente in diversi comuni italiani che hanno lottato contro il fascismo, anche se la concessione di quella avvenuta Ronchi è diversa dalle altre per le motivazioni che ho spiegato,alle violenze che hanno subito le comunità di quella che oggi, appunto, chiamiamo ex Jugoslavia, alla celebrazione di miti, esaltazioni nazionalistiche ecc…
    mb

  4. Gli argomenti di risposta al mio commento li condivido e infatti ho dato un preciso giudizio su d’Annunzio e ho evidenziato l’aspetto nazionalista dell’impresa di Fiume e gli esiti fascisti e squadristi di una parte dei legionari.
    Invece non condivido eventuali impostazioni tendenti a ridurre Fiume e i legionari a questo solo lato o anche a considerare questo lato come il solo rilevante per fare una sintesi e l’altro lato – l’esperienza libertaria a Fiume, la pronuncia antifascista dell’associazione dei legionari e l’antifascismo combattente di tanti di loro, tra cui una medaglia d’oro triestina della resistenza, morto nei lager nazisti ed ex legionario – come dettagli esistenti, ma appunto dettagli.
    A mio parere l’articolo ha una impostazione di storicizzazione unidirezionale di eventi storici che sono stati bidimensionali e dà grande spazio ai fatti e ai personaggi che portano nella direzione voluta, riducendo al minimo sindacale quelli che testimoniano l’altro aspetto.
    Direi la stessa cosa di un articolo che, al contrario, tendesse a fare una sintesi libertario-antifascista di Fiume e dei legionari, riducendo a dettaglio l’aspetto nazionalista-fascista, come può succedere da parte di autori anarchici e libertari o di chi parla di Fiume come di anticipazione del ’68.
    Per chi fosse interessato ad approfondire l’altro aspetto di Fiume e dei legionari, rimando a questo link:
    http://ita.anarchopedia.org/Impresa_di_Fiume

    • Il punto è che un conto è l’impresa di Fiume

      (ergo: le sue motivazioni, la sua retorica, la sua leadership, il modo in cui fu usata e divenne parte della narrazione del regime, e – soprattutto – il nemico sempre dichiarato, cioè lo Slavo/S’ciavo/Schiavo bastardo, quello che poi sarebbe stato perseguitato, represso, sterminato)

      e un conto è quel che fecero alcuni reduci dell’impresa in una fase successiva della Storia e delle loro vite.

      Proiettare all’indietro, sull’impresa stessa, la caratterizzazione antifascista delle scelte individuali che svariati partecipanti fecero in tutt’altra fase, a distanza di mesi, anni, decenni, è un approccio sbagliato.

      Chi, tornato da Fiume, fu antifascista negli anni Venti lo fu non grazie a, ma nonostante le cazzate e le porcherie e il razzismo su cui si era basata quell’impresa.

      E se un ex-legionario, un quarto di secolo dopo, diventa partigiano e viene ucciso, non cade da legionario: cade da partigiano, e come tale lo onoriamo, non per aver preso parte all’occupazione militare di una città del Quarnero al fine di prevaricarne la popolazione slava. Una persona è sempre tante persone, man mano che si svolge la sua vita e cambia il contesto e le scelte che è necessario – e degno – fare.

      E’ questo il problema di molte reinterpretazioni di sinistra e anarchiche dell’impresa fiumana: sono retroattive. Poiché alcuni esponenti fecero scelte giuste negli anni seguenti, allora diventa abbastanza “giusta” anche quella di occupare Rijeka, e viene amplificata l’importanza di alcune espressioni “libertarie” che si ritrovano in quell’esperienza. Espressioni che io non nego, tanto che ne ho scritto, ma su cui si è eretto un castello di affascinate esagerazioni.

      Trovami una sola di queste *apologie antifa dei Legionari* il cui autore si sia preoccupato di come la vedevano gli slavi. Niente, quel punto di vista non c’è, è tutta una narrazione “tra noi italiani”. Mica per malafede, s’intende: è proprio che uno non ci pensa, tale è la portata del rimosso sul nostro colonialismo, la nostra espansione a est, e sui crimini della “italianizzazione”.

      • P.S. Chiediamoci come mai il recente revival a sinistra dell’impresa di Fiume abbia attecchito *zero* nella sinistra (anche estrema e super-antifa) triestina e più in generale giuliana – italofona e, ça va sans dire, slovena. Questo lo potranno confermare in diversi. Di tutti i posti dove realtà di compagni hanno lavorato attivamente a “recuperare” quella vicenda, brillano per assenza e disinteresse i luoghi direttamente coinvolti all’epoca. Ci sarà pure un motivo…

    • Beh, il motivo per cui il nome di Ronchi fu mutato in Ronchi dei Legionari non fu certo quello di celebrare gli ex legionari che poi divennero antifascisti. Tutto il contrario, anzi. E l’interpretazione dell’impresa di Fiume come esplosione incontenibile di romanità è l’interpretazione di D’Annunzio stesso, che nel ’35 tracciò anche un legame ideale tra fiumanesimo e guerra d’ Etiopia:

      https://drive.google.com/file/d/0BzjzhLZ283LBOHE1NndTZERxSms/edit?usp=sharing

      E poi. Su Anarchopedia c’è scritto:

      […] fu proprio Gabriele D’Annunzio l’elemento carismatico in grado di mantenere gli equilibri (almeno sino ad un certo momento) in un ambito così vasto e diversificato di personalità e ideologie […]

      Ma D’ Annunzio è lo stesso che componeva liriche ispirate mentre assisteva alla fucilazione degli ammutinati di Santa Maria La Longa:

      “Siete contadini. Vi conosco alle mani. Vi conosco al modo di tenere i piedi in terra. Non voglio sapere se siete innocenti, se siete colpevoli. So che foste prodi, che foste costanti. La legione tebana, la sacra legione tebana, fu decimata due volte. Espiate voi la colpa? O espiate la Patria contaminata, la stessa vostra gloria contaminata? Ci fu una volta un re che non decimava i suoi secondo il costume romano ma faceva uccidere tutti quelli che nella statura non arrivassero all’elsa della sua grande spada. Di mezza statura voi siete, uomini di aratro, uomini di falce. Ma che importa? Tutti non dobbiamo oggi arrivare con l’animo all’elsa della spada d’Italia? Il Dio d’Italia vi riarma, e vi guarda.”

      D’Annunzio era un pezzo di merda. La domanda allora è: com’è possibile che gente appartenente alla sinistra rivoluzionaria sia andata dietro a un simile cazzone, a un esteta egocentrico, cinico e a-morale? Sarà mica “residuo culturale di destra” (Jesi)?

      Secondo me è questa la domanda che ci dobbiamo fare. O almeno: questo è il mio modo di problematizzare la faccenda, di considerarne la bidimensionalità.

      • al netto delle discussioni e valutazioni sull’esperienza fiumana di D’Annunzio (che tra l’altro non fu nemmeno una prima scelta per i legionari…) il dato centrale è che il suffisso “dei legionari” è stato imposto a Ronchi dai fascisti contestualmente al conferimento della cittadinanza onoraria a Benito Amilcare Mussolini. ora mi pare evidente sia necessario, nell’istante in cui viene revocata la cittadinanza a Mussolini, rivedere anche quel suffisso.

        • Il discorso sarebbe da estendere anche ad altre realtà: Feletto UMBERTO per esempio: “La parola Umberto venne in seguito aggiunta nel 1867 sia in onore al principino Savoia, sia per distinguersi da altre località dal nome simile”. I fascisti organizzarono camionate da tutta la regione per cercare di “radrizzare” quella località che testardamente rifiutava di piegarsi alla dittatura, e questo avveniva anche ben oltre il ’22.

        • vorrei aggiungere che al momento del cambio di denominazione di Ronchi da parte dei fascisti, ci fu in zona un secondo momento di esaltazione della marcia di Fiume. Quasi 40 anni più tardi, dopo che il comune di Ronchi ne rifiutò la concessione e diversi intellettuali (tra cui Pasolini) ne criticassero l’iniziativa, il comune di Monfalcone fece edificare un monumento ai legionari in una zona al confine con Ronchi. credo non sia indifferente sapere che il sindaco che diede la concessione e fece in modo che la cosa si realizzasse fu quel Amelio Cuzzi esponente locale di primo piano di Gladio – Stay behind.

  5. @ginseng

    Con riferimento al P.S. di Wu Ming 1 qua sopra, ti segnalo questo post di alcuni anni fa *e relativa discussione*, in cui la faccenda era stata sviscerata e approfondita da varie angolature:

    http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=3030

  6. ciao,
    intervengo come ronchese d’adozione (la mia compagna xe de vermean – romjan in sloven): l’idea mi sembra ottima, anche se la vedo dura. A quanto ne so, per cambiare la denominazione di un paese non basta nemmeno il referendum della popolazione residente: ci vuole uno specifico provvedimento del parlamento. Ad esempio Dolina in provincia di Trieste, una decina di anni fa ha modificato la propria denominazione imposta dal fascismo (San Dorligo della Valle) imposta dopo il 1918 attraverso un referendum a cui la popolazione locale partecipò e votò con percentuali “bulgare” a favore del cambio. Ora, nel paese, ci sono tutti i cartelli che riportano il nome “Dolina”, ma sia in autostrada che nelle carte geografiche resta il nome “San Dorligo” perchè non c’è una legge del parlamento che sancisca la decisione popolare. Dunque temo che una decisione analoga per quanto riguarda Ronchi risulti alquanto difficile.

    PS: per quanto riguarda Rapagnetta-d’annunzio, non dimentichiamo che il vate(r) era praticamente ostracizzato: non poteva ritornare in italia perchè sarebbe stato immediatamente arrestato a causa dei debiti che aveva contratto in patria e praticamente era esule in Francia. Nel 1914, durante le trattative dell’Italia con l’intesa, inspiegabilmente ritornò in Italia con disponibilità liquide enormi e saldò i suoi debiti, e poco dopo diventò il più noto esponente dell’interventismo. Pare che lo stato francese lo abbia lautamente pagato in cambio del suo lavoro per la mobilitazione a favore della guerra. Considerando che l’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale fu una specie di colpo di stato antiparlamentare organizzato da Vittorio Emanuele, Salandra e Sonnino con l’aiuto della piazza sobillata in primis da d’annunzio e mussolini, mi pare che la figura di D’annunzio possa essere tranquillamente associata a quella di Junio Valerio Borghese o a De Lorenzo.

  7. Tanto per chiarire, se dovessi votare a Ronchi sul nome del Comune, sceglierei di togliere il “dei legionari” perchè non vedo perchè Ronchi debba essere identificata con una cosa della quale è stata solo luogo fisico di partenza e che è comunque storicamente ambigua per la repubblica democratica nata dalla resistenza.
    Quello che non condivido è l’interpretazione storica dell’impresa di Fiume come anticipatrice del fascismo, enunciata all’inizio e svolta durante tutto l’articolo.
    Una cosa sono i fatti storici, un’altra cosa la loro selezione e il peso che ad essi si dà per costruire un’interpretazione. Una stessa interpretazione può poi essere utilizzata con giudizi di valore anche opposti.
    Sull’impresa di Fiume, a mio avviso, ci sono tre interpretazioni principali, due delle quali sono utilizzate con giudizi di valore opposti tra loro.
    L’interpretazione dell’impresa di Fiume come anticipatrice del fascismo viene costruita dal fascismo stesso e poi avvalorata anche a sinistra, ma ovviamente utilizzata con giudizio di valore opposto.
    Non la condivido perchè Mussolini non volle partecipare all’impresa di Fiume e appoggiò Giolitti per affossarla. Questo non vuol dire che l’impresa di Fiume non fosse espressione del nazionalismo e dell’irredentismo italiano – comunque due cose molto diverse e spiegherò dopo perchè – e anzi senz’altro lo era. Ma nazionalismo e irredentismo italiani non sono nati certo con quell’impresa. Come le persecuzioni anti-slave non sono cominciate da lì, ma sono partite un secondo dopo la fine della grande guerra da parte dello stesso stato italiano. Il fascismo, mancando di radici storiche, si è appropriato di storie non sue, intestandosene parecchie, relative sia al prima della guerra – p.e. l’irredentismo – che al durante – p.e gli arditi – che al dopo la guerra, p.e. l’impresa di Fiume. I fascisti a Fiume non hanno voluto esserci e hanno appoggiato le cannonate di Giolitti contro i legionari. Dopo una parte dei legionari è diventata fascista e un’altra parte anti-fascista. Il fascismo ha rimosso sia il fatto di non esserci stato, sia la parte anti-fascista dei legionari e ha decretato l’impresa di Fiume anticipatrice del fascismo. Questa narrazione non è stata poi contestata da gran parte della sinistra che l’ha adottata, rovesciandola radicalmente nel giudizio di valore, da positivo a negativo, spesso dando per buono anche che non solo il nazionalismo e le politiche coloniali ante-guerra fossero anticipatrici del fascismo, ma anche che lo fossero l’irredentismo e gli arditi, sempre ovviamente a giudizio di valore capovolto.
    L’interpretazione opposta vede in Fiume una delle isole della storia liberate dallo stato e dal capitale e/o un’anticipazione del ’68 e considera poco rilevanti gli aspetti nazionalisti. in questa interpretazione, l’impresa di Fiume, partita con scopi nazional-irredentisti, per un’eterogenesi dei fini, è doventata il primo esperimento libertario del secolo. Non è solo una narrazione di provenienza anarchica, ma anche di certa destra cattolica vicina alle tesi di Del Noce, ovviamente con giudizio di valore invertito da positivo a negativo.
    La terza interpretazione, che condivido, ritiene che tra i due aspetti – nazionalista e libertario – vi sia un equilibrio e che non si possa considerare secondario l’uno o l’altro per etichettare l’impresa di Fiume anticipatrice di questo o di quello, mentre è invece un ambiguo movimento allo stato nascente dal quale escono cose molto diverse. I legionari anti-fascisti non lo diventarono 25 anni dopo, ma appena tornati dall’esperienza fiumana, come quelli che diventarono fascisti dopo che a Fiume i fascisti non c’erano stati.
    Su questa ambivalenza trovo molto azzeccata la domanda che si pone Tuco sul perchè tanti rivoluzionari sono finiti in questo movimento ambiguo che è stata l’impresa fiumana.
    Un elemento può essere stato il carisma di D’Annunzio, adorato dalle avanguardie artistiche di allora e sul quale ha preso una cantonata anche uno non certo di primo pelo come Lenin che lo ha definito l’unico vero rivoluzionario italiano.
    Un altro elemento può essere il carattere “neneista” dell’impresa, nè di destra nè di sinistra, ma presentata come una ribellione allo status quo e alla “casta” corrotta di allora, nella quale ognuno vedeva l’aspetto che voleva vedere.
    Un terzo elemento può essere stato che, l’irredentismo, al contrario di quanto trasmesso dalla storicizzazione fascista, era espressione non della destra, ma dell’estrema sinistra italiana di fine ottocento-inizio novecento. Mentre le forze liberali al governo nel Regno d’Italia stringevano l’alleanza con l’Austria per motivi di realpolitik, l’estrema sinistra di ispirazione garibaldina si poneva su posizioni irredentiste e veniva per questo perseguitata dai governi italiani, alleati dell’Austria. Irredentisti furono stabilmente i repubblicani, lo furono molti socialisti, dal fondatore del PSI Andrea Costa, condannato a tre anni di carcere per una manifestazione a favore di Oberdan(k), fino al deputato socialista a Vienna Cesare Battisti. Una miscela di irredentismo e anarchismo animava l’ambiente da cui uscì Oberdan. Dunque, per i rivoluzionari italiani di allora, l’irredentismo dell’impresa di Fiume non era una rottura, ma la continuazione di una posizione ben presente nell’estrema sinistra italiana e che era passata anche per l’interventismo democratico. A Trieste, il famoso circolo irredentista Garibaldi di fine ottocento, messo fuorilegge dagli austriaci, del quale Trieste Pro Patria ha adottato il simbolo, era composto da repubblicani e socialisti, dunque da esponenti dell’estrema sinistra triestina di allora, fortemente anti-asburgica, mentre, al contrario, il liberal-nazionali erano accomodanti con l’Austria, alleata dell’Italia, ma fortemente anti-slavi.
    Il problema delle popolazioni slave, giustamente posto da Wu Ming1, è quello che rende impossibile a Trieste e a Gorizia l’utilizzo politico di interpretazioni storiche sull’impresa di Fiume che non siano quella della narrazione costruita dal fascismo e poi adottata, con giudizio di valore opposto, dalla sinistra di queste zone. La rottura di questo totem aprirebbe un’autostrada per l’ala nazionalista dell’Unione Slovena, a sua volta legata a influenzatori di quella Trieste Libera che ha come obiettivo di sfondare anche su questo fronte e che, infatti, già adesso attacca sinistra e PD accusandoli di nazionalismo italiano. Tanto sono convinto della critica al’interpretazione dell’impresa di Fiume come anticipatrice del fascismo, altrettanto sono convinto dell’inutilizzabilità politica di tale tesi a sinistra, almeno al di fuori di ambienti ristretti.

    • Il Circolo Garibaldi è nato per mano e volere di massoni, in particolar modo aderenti al Grande Oriente d’Italia e di mera ispirazione irredentista operante in particolar modo tra Trieste e l’Istria litoranea…
      http://www.grandeoriente.it/media/238459/HIRAM_3_2012.pdf

      • Anzi è il caso di ricordare, a tal proposito, che Massone fu, per esempio Alceste De Ambris, e Camillo Berneri ricorda nei suoi scritti che ” Il GranMaestro della massoneria Domizio Torrigiani quando fu proclamata l’annessione di Fiume, con una balaustra circolare (28 febbraio 1924) rivendicava al Grande Oriente il merito di aver proclamato fin dall ‘armistizio l’italianità di Fiume e le necessità dell’annessione. Si sa che l'”impresa di Ronchi” fu possibile per l’appoggio della Massoneria, che si affrettò a garantire alla Massoneria scozzese-americana il governo provvisorio di Fiume. D’Annunzio fu perfino investito del cordone di 33 del Rito Scozzese antico”.

        • Certo che il circolo Garibaldi era pieno di massoni, ma questo non è in contraddizione con il fatto che fosse pieno di repubblicani e socialisti perchè erano proprio i massoni di orientamento politico repubblicano e socialista ad essere garibaldini irredentisti, mentre i massoni liberal-nazionali triestini erano dei moderati che operavano prioritariamente non contro l’Austria, ma per influenzare le autorità imperiali ma nel conflitto con la comunità slovena e per impedire, per esempio, che ci fossero scuole slovene nel Comune di Trieste.
          In giro c’è una notevole ignoranza sul tema della massoneria:

          a) “la” massoneria non esiste come entità unica – tipo la chiesa cattolica – perchè non esiste alcuna autorità massonica con il potere di stabilire chi è o non è massone, ma esistono differenti obbedienze e differenti riti massonici, spesso in conflitto tra loro, sia in campo massonico che in altri campi, come quello politico; per cui due massoni possono essere su fronti opposti;

          b) come conseguenza del punto a) nelle varie obbedienze e riti massonici ci sono persone di orientamenti politici diversissimi, anche se nei paesi latini la massoneria è di derivazione francese e quindi i massoni sono stati prevalentemente di orientamento “progressista” in relazione agli ideali della rivoluzione francese e contro la chiesa cattolica e gli imperi “cattolici”, come quello degli Asburgo in Europa e quelli spagnolo e portoghese in America Latina;

          c) tra i massoni “progressisti” c’era Andrea Costa, fondatore del Partito Socialista in Italia e, prima di lui, Giuseppe Garibaldi. Fuori dall’Italia per esempio Bakunin, Simon Bolivar, Josè Martì, Pancho Villa, Emiliano Zapata, Salvador Allende, del quale è famoso il discorso su massoneria e socialismo:
          http://www.zen-it.com/mason/stor&soc/Allende.htm

          d) la massoneria fu messa fuori legge dalle monarchie assolute e dagli imperi fondati sulla legittimazione della chiesa cattolica, come quello degli Asburgo; fu messa fuori legge dai fascismi e la sede triestina del Grande oriente fu devastata e chiusa dagli squadristi; fu messa fuori legge dai leninisti nei paesi dell’Est Europa, ma non dai rivoluzionari cubani dove le logge sono state molto più libere che nella cattolica Italia e hanno le sedi in strada con tanto di simboli massonici esposti sulle insegne.

          Un tanto per uscire dai luoghi comuni sulla massoneria, prodotti dell’integralismo cattolico e/o dal complottismo fascistoide.

          • Sì, ma per carità, chiudiamo l’OT sulla massoneria, ché poi arriva Deganutti, ed è troppo presto! :-)

          • Se ci fosse un’associazione/comunità che esclude (o segrega) i neri o gli ebrei e qualcuno qui sopra sostenesse che si può essere membri di questa comunità E di sinistra (con l’argomento inoppugnabile che Allende voleva essere entrambe le cose…) tutti salterebbero sulla sedia. Invece tocca leggere che i massoni, che escludono le donne (o le segregano in pseudo-logge femminili che nell’ambiente hanno la stessa autorevolezza del circolo del cucito), possono essere *progressisti* (in che senso poi?). Mi chiedo il perché. Allora se vale tutto perché indignarsi quando arriva qualcuno a dire che i fascisti hanno fatto anche cose buone, ad esempio?
            Sì ho letto sotto che c’è scritto chiudiamo l’OT, amen, chiamate Saint Just.

            • Non fa un grinzo, è come quando si dice che esiste un clero cattolico progress…. Ops!
              Comunque, non è che non si salti sulla sedia, è che proprio di massoneria preferiremmo non parlare, perché è una di quelle “tematiche imperialistiche” che tendono a invadere e occupare e drenare ogni risorsa dai territori di tutti gli altri discorsi, alimentando derive e semiosi infinite, e scazzi, e psicosi, e lotte tra pisquani col grembiuletto e pisquani che vedono grembiuletti dappertutto. Poiché la massoneria non è certo vicina al focus di questo post ed è difficile sostenere che sia importante parlarne in relazione alla proposta di cambiare il nome a Ronchi, rinnovo l’invito a lasciar perdere.

            • Intervengo, non nel merito OT della massoneria, ma per precisare il senso del mio commento. Avevo detto che del Circolo Garibaldi di Trieste facevano parte repubblicani e socialisti. Mi è stato obbiettato che no, che nel Circolo Garibaldi c’erano massoni. Ho contro-replicato che erano massoni, ma nel contempo repubblicani e socialisti. Poi ho aggiunto la spiegazione del perchè e del come non solo Trieste, ma l’Italia e il mondo sono stati pieni di leader politici massoni e nel contempo repubblicani, socialisti e anche anarchici. Tutto questo in linea di fatto. Il giudizio sulla cosa è un altro paio di maniche e questo sì è decisamente OT.

    • Sopra, rispondendo a Gerry Sasha, ho scritto:

      «Ginseng ha ragione (lo scrive più sotto), la persecuzione degli slavi non va fatta risalire a Fiume ma a “un secondo dopo la prima guerra mondiale”, però D’Annunzio fu uno dei più grandi manipolatori dell’opinione pubblica e “tecnicizzazione di mito” dei suoi tempi, l’impresa di Fiume diede un’enorme spinta in avanti a tutta la narrazione tossica dell’italianità dell’Adriatico orientale.»

      Anche sugli altri punti dici cose giuste, e l’importante è che si sia d’accordo sulla motivazione fascista, l’improprietà storica e la permanenza ambigua del nome “Ronchi dei Legionari”.

      Però:

      c’era già razzismo nell’ideologia risorgimentale e nell’irredentismo prefascista (Timeus scrive cose degne del Mein Kampf). C’era già razzismo, e c’era già progetto coloniale (verso sud e verso est), e quest’ultimo non può esistere senza il primo. Del sud si è parlato tanto (e negli ultimi anni con insopportabili accenti neoborbonici), ma dell’est poco, perché fa parte del rimosso. Tanto i carbonari quanto Mazzini dicevano che l’Italia doveva arrivare fino alle Dinariche, per Mazzini quello è un confine stabilito da Dio, con buona pace degli slavi che ci vivono. Sul razzismo connaturato al progetto risorgimentale, anche alle sue correnti più “di sinistra”, ha fatto un lavoro enorme Alberto Mario Banti, e io ne ho parlato nella conferenza “Patria e morte. L’italianità dai Carbonari a Benigni” Non voglio semplificare l’irredentismo, che ebbe molte cause e fu espresso da molte soggettività, ma dentro l’irredentismo c’è già razzismo, c’è già conquista militare, c’è già dominio razziale (Timeus ha il merito di dirlo chiaro e tondo, mentre altri infiorettano, glissano, fanno perifrasi). L’impresa di Fiume fu l’apoteosi di quel retaggio. Fai bene a ricordarne la complessità, a dire che molti ci videro altro, io questo dato l’ho assunto in tempi non sospetti. Anche Barone fa un rapido cenno all’appoggio dato da una parte di sinistra, ad alcuni principii della carta del Carnaro, al fatto che l’impresa fu vista come “occasione per rivoluzionare l’esistente”, e se non sviluppa questo aspetto, il motivo è semplice:

      L’impresa di Fiume celebrata nel nome «Ronchi dei Legionari» NON è l’impresa di Fiume che videro i suoi simpatizzanti di sinistra, ma l’impresa di Fiume che *lo stesso D’Annunzio* cantava come momento aurorale dell’imperialismo italiano. Il nome fu dato per sottolineare la continuità fiumanesimo – fascismo, e fu dato nel periodo non solo delle leggi fascistissime, ma delle leggi contro sloveni e croati nelle zone occupate dopo la Grande guerra.

      Quanto al Movimento Trieste Libera, pazienta qualche ora, stasera qui su Giap ci sarà una sorpresa :-)

  8. Due glosse al volo, e un commento.

    1. I rapporti D’Annunzio-Mussolini furono più complessi di come appare. D’Annunzio considerava Mussolini un traditore per non aver di fatto partecipato all’Impresa (De Felice riporta lettere eloquenti), ma non ruppe con Mussolini, forse perché lo considerava indispensabile, con la sua piccola macchina organizzativa, per il sogno di una “rivoluzione nazionale”. Il messaggio riportato è un realtà un messaggio a doppio senso: D’Annunzio, dopo obliqui riferimenti ai “traditori” (ricordarsi che “traditore” era, da parte socialista, un appellativo speso in quel periodo su Mussolini), sembra giustificare Mussolini, ma in realtà conferma ciò che M. cercava di negare: l’uso elettorale del denaro raccolto per Fiume. La stessa ambiguità (né filofascista, né antifascista) fu mantenuta da D’Annunzio fino alla marcia su Roma.

    2. Su Gramsci parlare di “interesse” o “aperture” è una forzatura: come riportato dall’articolo su O.N., Gramsci pensava che col fallimento di Fiume si sarebbe palesata l’incapacità di azione politica della borghesia.

    3. L’Impresa di Fiume presenta aspetti controversi, anche per il suo carattere “dinamico”: per dirla con una battuta, dopo pochi mesi cominciarono ad andar vi ai nazionalisti e ad arrivare gli anarchici malatestiani. Ma gli aspetti “progressivi” che mostra non sono frutto di un radicamento classista, né di una coscienza di classe: sono proiezioni intellettuali, o fughe in avanti (De Ambris è profondamente radicato nelle lotte proletarie parmigiane, ma non ha la capacità di costruire una posizione politica nazionale di pari spessore). L’aspetto inequivocabilmente reazionario dell’Impresa è la sua eterogeneità di composizione sociale e fini politici dove la rava si mescola con la fava, tenute insieme dagli elementi del carisma personale e del mito: questi sono tratti tipici del fascismo (dell’Ur-fascismo, direbbe Eco).

    In un’epoca di rosso-bruni, aperture a CasaP. e forconi, ricordare dove portano questi mischioni eterogenei tenuti insieme da collanti di chiara matrice politica è cosa fondamentale.

  9. Vado un po’ off-topic ma nemmeno tanto forse. Mi piacerebbe leggere su queste pagine un commento sullo spettacolo di Simone Cristicchi “Magazzino 18”. Io non l’ho visto se non per un brevissimo estratto che ha fatto durante un suo concerto-intervista a Massa Marittima (GR) e sono rimasto sbalordito dalla superficialità e dalla demagogia con cui sono stati trattati certi temi. Ho ascoltato anche l’intervento di Cernigoi a Fahrenheit che è riuscita a riequilibrare il tutto ma, appunto, mi piacerebbe sentire anche la voce dei giapster. Grazie

    • Ne ho parlato abbastanza a lungo sia con Tuco sia con Purini, anche secondo me andrebbe scritto qualcosa. Io non posso occuparmene, non solo per altri impegni, ma perché lo spettacolo non l’ho visto né ho prossime occasioni di vederlo.

      Certo, ho letto e ascoltato le interviste, letto le recensioni e gli articoli usciti, seguito le polemiche, visto l’odioso cancan contro Cernigoi aizzato da Cristicchi su FB dopo l’innegabile figuretta rimediata – da Cristicchi medesimo – a Radio 3. Là in mezzo c’erano noti fascisti, tutti sbavanti in difesa del cantautore, con tanto di battute su una menomazione fisica del marito di Cernigoi etc.

      Dopo aver letto tutto questo, ammetto di partire molto prevenuto tanto su Cristicchi (la sua statura etica, la sua buona fede, la sua intelligenza) quanto sul suo spettacolo.

    • Secondo me quello spettacolo a Trieste ha avuto impatto nullo. E’ stato solo una fiacca riproposizione di luoghi comuni che ormai qua hanno sfilacciato le palle e le ovaie un po’ a tutt*. Probabilmente l’impatto è stato maggiore fuori da Trieste.

      • Ha avuto un certo impatto oltreconfine: a Pola a Cristicchi gli hanno tagliato tutte e quattro le gomme.

        • #Scandicci come #Pola. Contestazione a #Cristicchi, stavolta durante lo spettacolo

          http://www.contropiano.org/politica/item/21868-la-storia-non-e-una-fiction-contestato-simone-cristicchi

          • Una dettagliata recensione dello spettacolo di #Cristicchi. Paccottiglia fascistoide e antislava per “emozionare”:
            http://www.diecifebbraio.info/2014/01/recensione-dello-spettacolo-magazzino-18-di-simone-cristicchi/
            di Claudia Cernigoi.

            • La mia domanda è: ma è lo stesso #Cristicchi di questo? Oppure di questo?

              Se sì allora non riesco a capire:
              1) è un citrullo e lo hanno preso per il culo (tipo qualcuno che ha commissionato tutta sta sceneggiata)?
              2) A fare il cugino povero di Caparezza non ci ha guadagnato un granché sicché ha deciso di saltare su sto carrozzone che lo porta dritto in prima serata sui Rai1?
              3) Ha la sindrome di Lindo Ferretti, una volta flirtava coi movimenti e con l’anticlericalismo ma ora è stato abbagliato dalla luce della Verità (demo-)Cristiana e si appresta a predicare il Vangelo?

              Mi scuso per il fatto di prolungare l’OT, quanto prima vorrei dire la mia su legionari, irredentismo e fascismo, un tema complesso che mi interessa molto.

              • Intervento scomposto del prode Maurizio Gasparri, che su questi temi è sensibile come un dente cariato…
                L’ipotesi che Magazzino 18 non andasse in onda su Rai1 era inconcepibile, e Vespa Bruno si associa con uno “speciale foibe”, come da protocollo, al grido di “daje al negazionista delle foibe”:
                HTML.IT

    • Ieri su Twitter Cristicchi ha scritto, replicando indirettamente alla recensione del suo spettacolo fatta da Claudia Cernigoi (che lui elegantemente chiama “una certa impiegata”):

      «spettacolo di propaganda talmente anti-slava,che gli sloveni lo hanno recensito benissimo.»

      A parte che «gli sloveni» non esistono, nel senso che non sono un monoblocco, perché la società in Slovenia e le comunità di lingua slovena in territorio italiano e austriaco sono attraversate da differenze, divise per classi, generi, appartenenze politiche, tradizioni di famiglia ecc. proprio come tutte le società; in Slovenia ci furono collaborazionisti e oggi ci sono neonazisti, per usare un esempio estremo; quindi, non può dire che lo hanno recensito benissimo «gli sloveni» (infatti altri sloveni gli hanno dato del fascista senza se e senza ma).

      [N.B. Preciso che noi non gli diamo del fascista.]

      A parte questo, dicevo, per rafforzare la sua dichiarazione Cristicchi ha allegato non una recensione, ma un’intervista che gli ha fatto il Primorske novice, il giornale locale del litorale, dove era soprattutto lui a parlare bene di se stesso.

      Sarebbe come dire che «gli italiani» (tutti) lo hanno recensito benissimo, poi allegare un’intervista – faccio un esempio a caso – al Messaggero veneto.

      Se vogliamo leggere una vera recensione del suo spettacolo in lingua slovena, basta cercare il Primorski Dnevnik, il quotidiano in sloveno di Trieste e dintorni.

      Ecco uno stralcio, tradotto senza eleganza ma fedelmente, di quel che ha scritto la giornalista Poljanka Dolhar (grassetti nostri e originale in calce):

      «Srečko Kosovel diceva che Trieste è bella se la guardi senza essere ferito nell’anima. Il “caso” Magazzino 18, cui abbiamo assistito nei giorni scorsi, è l’ennesima conferma che i triestini sono feriti nell’anima (e per questo motivo Trieste non è così bella come potrebbe essere). Qui da noi anche uno spettacolo teatrale può trasformarsi in un evento che scuote gli animi, risveglia l’orgoglio nazionale e rianima pregiudizi […] Cristicchi voleva trasmettere delle emozioni agli spettatori, instillare il senso di colpa nell’opinione pubblica italiana perché si era permessa un’amnesia generale sul conto degli istriani. Per instillare sensi di colpa la cosa migliore è mettere in scena delle vittime innocenti […] Non fatico a credere che gli spettatori abbiano seguito lo spettacolo ciascuno con la propria sensibilità, ciascuno con la propria anima più o meno ferita. Non so se gli esuli ne siano rimasti soddisfatti. Quanto a me, mi ha dato fastidio il continuo rimarcare l’appartenenza dell’Istria all’italia (credo che sarebbe stato più onesto chiarire che ne ha fatto parte “solo” per 25 anni). Oppure il fatto che abbia presentato Goli otok come un campo di prigionia nel quale sono morti soprattutto comunisti italiani (quando invece erano “solo” una minoranza). Mi sarei aspettata anche un po’ più di autocritica rispetto al fascismo»*.

      Non esattamente entusiastica, direi.

      Ho citato questo estratto solo per smentire la fesseria scritta dal novello cantore dell’italianità dell’Istria: «gli sloveni lo hanno recensito benissimo».

      * Ecco il testo originale del passaggio che abbiamo tradotto:

      «Srečko Kosovel je trdil, da je Trst lep, če ga gledaš z neranjeno dušo. »Afera« Skladišče 18, kateri smo bili priča v prejšnjih dneh, pa je še enkrat potrdila, da so tržaške duše ranjene (in zato Trst ni tako lep, kot bi lahko bil). Tu pri nas se lahko tudi gledališka predstava spremeni v dogodek, ki razvnema strasti, prebuja nacionalni ponos, vzbuja predsodke. Pa čeprav govori o sedemdeset let starih dogodkih […] gledalcu je želel posredovati emocije, v splošni italijanski zavesti vzbuditi občutek krivde, ker je dovolila splošno amnezijo na račun Istranov. In tega najbolje vzbudiš s prikazovanjem nedolžnih žrtev […] Verjamem, da smo dogajanju na odru gledalci sledili vsak s svojo občutljivostjo, vsak s svojo bolj ali manj ranjeno dušo. Ne vem, ali so bili vsi ezuli zadovoljni s slišanim. Mene je na primer zmotilo cristicchijevo vztrajno ponavljanje, da je Istra del Italije (zdi se mi, da bi bilo bolj pošteno, če bi opozoril, da je to veljalo »le« 25 let). Ali pa, da je Goli otok predstavil kot taborišče, v katerem so umirali predvsem italijanski komunisti (v resnici so ti predstavljali »le« manjšino). Pogrešala sem tudi nekaj več samokritičnosti na račun fašizma.»

      • Aggiungo che Poljanka Dolhar non è la prima venuta. Qua, su “Patria indipendente” (rivista dell’ANPI – le dice qualcosa, Cristicchi?) c’è un’intervista a Poljanka Dolhar, oratrice ufficiale alla commemorazione dei 5 fucilati al poligono di Opicina/Opčine nel dicembre del 1941.

        Il processo del ’41, per il quale il Tribunale Speciale si trasferì apposta da Roma a Trieste, fu un processo-mostro all’intero antifascismo sloveno, in tutte le sue componenti: cattolica, liberalnazionale e comunista. per saperne di più:

        Dal processo Zaniboni al processo Tomažič: il tribunale di Mussolini e il confine orientale (1927-1941),Marco Puppini, Marta Verginella, Ariella Verrocchio
        Gaspari, 2003 – 154 pagine

      • Sull’intelligenza di Cristicchi credo che ormai ci siamo messi l’anima in pace.
        In ogni caso, volevo sottolineare che il Primorski dnevnik è il giornale sloveno di Trieste “portavoce” del PD locale, e che proprio gli epsonenti locali del PD hanno collaborato entusiasticamente per la produzione e la riuscita dello “spettacolo”, in primo luogo Miloš Budin, ex senatore PD e direttore del teatro Rossetti di Trieste. Se addirittura quel giornale non recenscisce benissimo il lavoro di Cristicchi (anche se in altre occasioni ne aveva parlato bene), davvero, non c’è bisogno di ulteriori commenti. Si commenta tutto già da sé. Quello che invece meriterebbe un commento è il protagonismo del PD su tali questioni, che a tratti è ancor più nauseante dei vari partiti di centrodestra che sulla storia delle foibe, esodo e dintorni ci hanno ri-costruito la propria verginità politica.

        Alessandro

        • Sul protagonismo del PD su tali questioni, basti vedere il caso di Como
          http://www.contropiano.org/politica/item/21921-como-il-sindaco-pd-obbedisce-ai-fascisti-di-militia-e-sfratta-l-anpi
          Davvero nauseante, come dice Alessandro

        • Cristicchi, dietro l’immagine da tenero, garbato e un po’ sprovveduto ingenuotto, è più furbo di quel che sembra. Da quest’operazione uscirà a sua volta come “martire”, e perciò riverito, supportato e con un bel po’ di nuovi agganci politici, date e diritti d’autore assicurati. Se non è intelligenza questa…

        • Ah beh, basta pensare alle parole di Napolitano nel 2007:

          “(…) già nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell’autunno del 1943, si intrecciarono “giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento” della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”.”

          http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&key=930

          Napolitano parla di “moto di odio”, “furia sanguinaria”, “disegno annessionistico slavo”, “pulizia etnica”. In tutto il discorso nomina il fascismo una sola volta, alla fine, di sfuggita, in modo mestaorico, senza metterlo minimamente in relazione di causa-effetto con le violenze del ’45 sul confine orientale.

          Nella Relazione della Commissione
          storico-culturale italo-slovena pubblicata nel 2004, si legge invece:

          “L’estensione del controllo jugoslavo dalle aree già precedentemente liberate dal movimento partigiano fino a tutto il territorio della Venezia Giulia fu salutata con grande entusiasmo dalla maggioranza degli sloveni e dagli italiani favorevoli alla Jugoslavia. Per gli sloveni si trattò di una duplice liberazione, dagli occupatori tedeschi e dallo Stato italiano. Al contrario, i giuliani favorevoli all’Italia considerarono l’occupazione jugoslava come il momento più buio della loro storia, anche perché essa si accompagnò nella zona di Trieste, nel goriziano e nel capodistriano ad un’ondata di violenza che trovò espressione nell’arresto di molte migliaia di persone, – in larga maggioranza italiane, ma anche slovene contrarie al progetto politico comunista jugoslavo -, parte delle quali vennero a più riprese rilasciate; in centinaia di esecuzioni sommarie immediate – le cui vittime vennero in genere gettate nelle “foibe”; nella deportazione di un gran numero di militari e civili, parte dei quali perì di stenti o venne liquidata nel corso dei trasferimenti, nelle carceri e nei campi di prigionia (fra i quali va ricordato quello di Borovnica), creati in diverse zone della Jugoslavia.
          Tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra ed appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l’impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell’avvento del regime comunista, e dell’annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo. L’impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l’animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani.”

          Per quanto riguarda il trattato di pace del ’47… forse qualcuno avrebbe dovuto ricordare a Napolitano che l’Italia aveva dichiarato guerra al mondo, e l’aveva persa.

        • La relazione della commissione italo-slovena si può leggere qua:

          http://www.kozina.com/premik/indexita_porocilo.htm

          visto che il commento è troppo breve, aggiungo un “errata corrige”

          mestaorico=metastorico

          (pero’ pensandoci bene “mestaorico” andava benissimo)

        • Solo una precisazione, aldilà di vicinanze del Primorski Dnevnik a Slovenska Skupnost che è a sua volta vicina al PD, quel giornale esiste da un bel po’ prima del PD, e soprattutto credo che Poljanka Dolhar sia una giornalista culturale apprezzata e indipendente… no perché questa attitudine simil-grillina di vedere “pagati dal PD” ovunque mi dà un po’ per le balle. Chiudo OT nell’OT

          • Precisazione doverosa. Tra l’altro questo del Primorski dnevnik quotidiano del PD in sloveno é uno dei tormentoni di MTL ;)

            • Vero, il fatto che il Primorski sia il “portavoce” del PD tra gli sloveni è una forzatura. In ogni caso, anche fosse, ciò non riguarderebbe l’indipendenza intellettuale di Poljanka Dolhar.

              • Questo legame tra Primorski e PD locale ci viene riferita da compagni triestini, ma non essendo di Trieste prendiamo atto delle precisazioni di Tuco e Wu Ming 1. Il discorso ruotava però intorno al rapporto strettissimo esistente tra PD e l'”operazione foibe” di Cristicchi, è quello il nodo da cogliere: tali operazioni revisioniste non avvengono più per mano delle destre, ma direttamente dai partiti di centrosinistra.

                Ho i miei dubbi sul fatto che Cristicchi abbia preventivato tutto: polemiche, contestazione, appoggio delle destre, ecc…quasi che la sua fosse una provocazione puntante alla polemica e dunque allo sfruttamento artistico/economico della stessa, vista la copertura totale del PD da una parte e del fatto che i temi “foibe” e “esodo” sono ormai intoccabili e narrati a senza unico da ogni parte politica. Insomma, Cristicchi come un Pansa che si crogiola nell’insultare la Resistenza sapendo di andare incontro a contestazioni mi sembra un pò forzata. Ma è solo un’opinione, magari è davvero come dice Wu Ming 1, e ci sarebbe solo da stendere veli di tristezza.

                Alessandro

              • Magari non ha preventivato proprio tutto e fin dall’inizio, ma la rassegna stampa delle ultime settimane e la caciara che aizza ogni giorno su FB lasciano pochi dubbi sul fatto che *adesso* se la stia gestendo da novello Pansa.
                Del resto, l’interessamento di Gasparri perché lo show andasse in onda su Rai 1 il “giorno del ricordo”, con tanto di speciale condotto da Vespa, è persino qualcosa di più di una “pistola fumante”.

              • @Militant Sulle responsabilità storiche del Pds-Ds-Pd nella deriva degli ultimi 20 anni hai perfettamente ragione. Questa deriva è giunta al punto che alcune associazioni del mondo degli esuli orientate (vagamente) a sinistra, e di ispirazione multiculturale, come Gruppo/Skupina 85 di Marino Vocci, sono state escluse dal ricevimento organizzato dal sindaco dopo lo spettacolo.

                http://ilpiccolo.gelocal.it/cronaca/2013/11/14/news/vocci-escluso-dal-sindaco-per-il-ricevimento-di-cristicchi-1.8115927

              • Che io sappia il gruppo – skupina 85 è la SOLA organizzazione che abbia tentato un dialogo tra il mondo italiano e sloveno a Trieste in tempi veramente bui come appunto il 1985, se non sbaglio l’anno del Comitato di difesa dell’identità italiana di Trieste (Cime Irredente docet) http://www.gruppo85.org/page-ita.asp?idpag=20 . Non è propriamente un’associazione di esuli ma ha sicuramente indagato a fondo una figura di esule come Fulvio Tomizza, attraverso il quale hanno perlomeno tentato di costruire un dialogo tra istriani e sloveni, che per i non triestini è come dire dialogo tra romulani e vulcaniani! L’esclusione di Vocci e del gruppo è un tassello in più che esclude ancora di più qualsiasi probabilità di buona fede e di volontà di dialogo… mi astengo dal giudicare lo spettacolo finché non l’avrò visto com’è ovvio, ma a questo punto è veramente difficile non essere prevenuti

  10. S’intende che, se in questa discussione si è talvolta utilizzata la brutta e generica espressione “gli slavi” (che altrove è neutra ma a Trieste e dintorni ha brutte connotazioni in quanto molto usata dai fascisti), lo si è fatto per esigenze di rapidità e per far capire che si parlava di sloveni, croati, serbi, bosniaci, tutti quanti. Insomma, le popolazioni slavofone di quei territori. Siamo in una zona del linguaggio e della Storia dove il terreno è accidentato, non sempre si riescono a tenere insieme accuratezza, rispetto ed economicità dell’espressione.

  11. A Ronchi ho abitato i primi tre anni della mia vita, terremoto compreso (avevo gli orecchioni e’ una delle immagini che mi portero’ sempre dietro), questo post mi ha fatto ricordare i dibattiti in famiglia tra mio zio italianissimo e mio nonno antifascista e partigiano. Vorrei chiedervi se potete darmi dei riferimenti storiografici “slavi” sulla questione di Fiume e sulla carta del Carnaro per favore. Non ho mai letto alcun documento che non fosse italiano sulla questione.

    Manuel

  12. vedro’ come trovare il libro visto che riguarda sicuramente anche la mia famiglia in origine croata (Rosig) trasferitasi in Italia e cambiato il cognome in Rosini.

  13. ciao Dedalus,
    scusa se rispondo solo ora, ma ieri non riuscivo a collegarmi a internet.
    Non so se soddisfo la tua curiosità citandoti un paio di libri su D’annunzio stampati in Croazia (che, chiedo venia, non ho letto):
    Ljubinka Toševa – Karpowicz: “D’Annunzio u Rijeci” (2007 – Izdavački centar Rijeka);
    Goran Moravček. “Rijeka između mita i povijesti” (2006 – Adamic -Rijeka)
    Goran Moravcek – “Rijeka, prešućena povijest” (1990- Nezavisno izdanje).
    Se invece vuoi sapere come venga considerata l’ “impresa di Fiume” da parte slava, posso risponderti con maggiore conoscenza, visto che in parte frequento alcuni storici croati (e molti sloveni).
    Il governo di D’annunzio è visto piuttosto male, perchè comunque fu un’impresa nazionale (se non nazionalista) italiana. Nel periodo di d’annunzio, molti degli abitanti croati, sloveni ed ungheresi di Fiume abbandonarono la città, si parlo addirittura di “Terrore degli arditi” e rimasero nella memoria alcuni colpi di mano (azioni squdristiche) dei volontari fiumani sulle isole vicine. In particolare il raid su Baska (isola di Krk) nel quale furono uccise tre persone inermi.

    • Ecco, appunto. Tutto questo è sistematicamente ignorato nelle rivisitazioni un po’ languide da sinistra, perché è parte del più grande “rimosso” di cui sopra.

    • Grazie, immaginavo che idea avessero di D’Annunzio. Invece del supposto “progressismo” della Carta del Carnaro v’e’ traccia nella storiografia slava?

    • L’aspetto delle aggressioni verso le popolazioni inermi da parte dei legionari apre tutto il capitolo sul lato ubuesco che accompagna la figura dello scrittore abruzzese.
      “Dopo avere occupato Fiume con i suoi legionari Gabriele D’Annunzio sbarcò anche a Veglia. I suoi uomini, però, furono accolti dalle popolazioni di Punat, Baška e Dobrinj armate di accette e pietre e dovettero ritirarsi. Raggiunto però l’isolotto di San Marco (disabitato), vi piantarono la bandiera e ne proclamarono la conquista.” [Giacomo Scotti “L’arcipelago del Quarnero”]
      Per intenderci lo scoglio di San Marco è poco più che uno sperone di roccia che emerge nel canale del Maltempo dove oggi poggia uno delle arcate del ponte che da Portore/Kraljevica porta all’isola di Veglia/Krk.
      Legionari coraggiosi: non solo l’unico esercito contro cui si scontrano (quello italiano durante il “Natale di sangue”) li sbaraglia ma per fermarli bastano pochi popolani armati miseramente…
      Thomas Mann definì D’Annunzio “un pagliaccio col berretto a sonagli” e l’indissolubile legame tra gli aspetti tragici se non crudeli e quelli grotteschi pare essere un tratto distintivo di D’Annunzio anche prima della marcia di Ronchi (ma forse vista la località di partenza del “Vate” sarebbe più corretto definire di Venezia). Ricorderei perlomeno la cosiddetta “beffa di Buccari” in cui in una baia cercare di silurare le navi in rada senza mettere a segno neppure un colpo o la morte del maggiore Randaccio che viene persuaso da D’Annunzio, quasi nei panni del cirenaico Egisto, a compiere una missione inutile e suicida. Non fa eccezion l’impresa fiumana (ultima prima di finire di consumarsi sul lago di Garda con fissazioni, vizi e cocaina blandito e comprato a caro prezzo dal regime fascista).
      La storia comincia con D’Annunzio, scelto dai cospiratori di Ronchi (ma nessun legionario era ronchese) dopo aver valutato altre ipotesi, che ancora febbricitante pare abbia trascorso gran parte del tempo del viaggio in auto in direzione di Fiume… dormendo. Marcia tutt’altro che marziale se si escludono i momenti in cui pronuncia discorsi ad effetto o come quando guittescamente offre il petto ricoperto teatralmente di medaglie ai militi che gli sbarrano il passo all’ingresso della “città olocausta”.
      Seguiranno altre carnevalate ma il nodo centrale per rigettare radicalmente qualsiasi simpatia per l’impresa fiumana e il suo carattere imperialista. Fiume non fu mai italiana (apparteneva alla casa d’Austria dal 1465 e non fu mai sottoposta a Venezia che, anzi, la distrusse per due volte) e non era compresa tra i territori richiesti nei patti segreti di Londra del 1915. Sarà italiana per 19 anni dal 1924 al 1943 quando entra nell’Adriatiches Künstenland germanico-nazista.
      Al di là delle liturgie che verranno riprese dal fascismo in generale e da Mussolini (a cui comunque D’Annunzio scrive la sera prima di partire verso Fiume l’11 settembre 1919) e tutto quanto riconduce ad una eventuale ma problematica continuità tra d’annunzianesimo e fascismo, sarebbe interessante consultare il giornale socialista triestino “Il Lavoratore” dell’epoca (è disponibile on-line nell’emeroteca della biblioteca Braidense se qualcuno avesse la buona volontà di consultarlo). Di certo vedremmo come a Trieste, lato socialista, l’ostilità verso l’esperienza della reggenza fosse chiara e radicale (se ne ebbe a lamentare il “ministro degli esteri” della Reggenza Kochnitzky).
      In questo senso mi pare non sia cambiato granché in 95 anni sulla valutazione dell’esperienza nonostante qualche distinguo e problematizzazione che però mi pare siano questioni di lana caprina.

    • aggiungo il mio tardivo, umile, contributo con questo link: http://www.anvgd.it/rassegna-stampa/7061-obersnel-a-fiume-dannunzio-porto-morte-e-distruzione-voce-del-popolo-25-nov.html
      (Peraltro interessantissimo a mio parere il contributo di Scotti che rivela un Vladimir Nazor alacre traduttore di D’Annunzio. Nazor fu un poeta e patriota croato poi persino diventato primo presidente della repubblica socialista croata! Alla faccia delle metamorfosi etniche…).

      In qualsiasi caso D’Annunzio mi sembra irrecuperabile come figura, però condivido i dubbi di ginseng e gerry_sasha a riguardo della semplificazione di legionari e irredentisti a meri protofascisti. Non ho nessuna simpatia né per l’Impresa di Fiume né per l’irredentismo, ma proprio dal punto di vista storico mi sembra un’interpretazione scorretta e troppo ex-post, ci sono tante cose che non tornano a dare per buona questa visione… oltretutto l’idea che mi son fatto è che la componente razzista anti-slava à la Timeus (o à la Giunta) fosse culturalmente minoritaria, emersa per ultima e solo dopo la grande guerra diventata maggioritaria quando il fascismo decise di addottarla come suo background culturale. Insomma l’irredentismo mutato in movimento imperialista e razzista mi pare sia un prodotto del regime fascista e non mi va molto a genio che a sinistra si addotti pari pari questa manipolazione, mi pare un reciproco alimentarsi di rendite di posizione. Credo sia giunto il momento di smarcarsi da queste trincee vetuste, che non significa affatto diventare neo-irredentisti (quelli sì stronzi al 100%) o nostalgici della Reggenza del Carnaro! Ma come in Point Lenana si è efficacemente sottratto Benuzzi, di fede irredentista, a certe manipolazioni e addirittura su Comici, che pure qualche saluto romano deve averlo fatto, si è gettato uno sguardo obliquo mettendo in luce il fatto che ai dirigenti fascisti del CAI non andasse per niente a genio… allo stesso modo l’irredentismo andrebbe secondo me sottratto alla narrazione tossica fascisteggiante che ha deformato tutto il risorgimento, il ché non significa in nessun modo appoggiare e condividere per forza gli ideali irredentisti o risorgimentali.

  14. concordo con l’esigenza di non lasciare “dormire la storia” (che tanto non dorme comunque) però perché non parlare chiaramente (e legittimamente) di defascistizzazione della nostra società (e quindi anche dei toponimi dove serva) invece di rifarsi ad una patente di antifascismo strutturale? non si rischia di fare la stessa opera di ricostruzione di una “naturale” caratteristica di un luogo/comunità tutto osmmato simmetrica al processo di romanizzazione voluto dal fascismo

    • Sulla defascistizzazione della società qui sfondi una porta aperta (che però è chiusa in molti altri posti :-P ), ma perché dici “naturale” quando stiamo parlando di una dimensione esplicitamente, palesemente storica? Una situazione che è risultato di condizioni e contraddizioni materiali, e di una lunga catena di eventi?
      Non vedo proprio alcuna “simmetria” tra l’affermare un’astratta, metafisica “italianità”/”romanità” di un popolo, imponendo dall’alto un nome e tecnicizzando a fini politici mitologie confuse che si richiamano a storie – quando non a leggende – antiche, e invece dire che Ronchi è una situazione di confine con una storia recente di un certo tipo, e che nulla ha a che fare con il nome imposto. Nel XX secolo Ronchi, come tutta la “Venezia Giulia” (uso le virgolette perché usare quest’espressione, anche se molti non se ne rendono conto, è già segno di italocentrismo), ha subito politiche di italianizzazione forzata e repressione delle popolazioni non italofone, e ha vissuto un fascismo che non a caso è oggetto di studi storici specifici, definito “fascismo di confine”, con caratteristiche di violenza, imperialismo e razzismo ancora più accentuate che nel resto d’Italia. In “Venezia Giulia” la Resistenza partì molto prima che altrove, e in particolare la zona della Bisiacheria diede un contributo enorme alla lotta. Non è una “naturale” caratteristica del luogo, ma una conseguenza del modo in cui il fascismo si impose per “semplificare” con la violenza una società molto complessa, plurilingue, attraversata da dinamiche e influenze di ogni tipo. Quei territori di confine hanno continuato ad avere una storia lacerata e turbolenta anche dopo la guerra, e ancora oggi sono attraversate da tensioni, conflitti, questioni irrisolte, tossine nazionalistiche che influenzano la convivenza civile. Togliere la cittadinanza onoraria a Mussolini e mettere in discussione il nome “dei Legionari” sono modi di combattere la narrazione tossica. Non siamo nel “naturale”, siamo nello storico, nel culturale, nel politico. E, come cerchiamo di dimostrare nel post successivo a questo, nell’economico, perché i miti politici del confine orientale – sia quello dell’italianità o quello della… triestinità – sono serviti e tuttora servono a fare determinati e molto concreti interessi.

      • la Bisiacheria ebbe subito un movimento antifascista molto forte soprattutto per due motivi:
        il primo era che Monfalcone già allora era un nucleo cantieristico piuttosto sviluppato, per cui il movimento operaio aveva un peso sociale notevole in paesi come Monfalcone che superava di poco le 10.000 unità e Ronchi che ne aveva ancora meno;
        il secondo è che la Bisiacheria fu fronte o retrovia del fronte dal 1915 al 1917, e la popolazione aveva vissuto sulle proprie spalle gli orrori della guerra, della militarizzazione della società e del territorio, nonchè le “magnadore” della ricostruzione che per per pochi significavano arricchimento lucrativo, per la maggioranza delle persone indebitamento per ricostruire le proprie case distrutte dalla guerra.

        • Io aggiungerei anche la vicinanza fisica ai luoghi in cui fin dagli anni venti esisteva una rete clandestina, quella degli antifascisti sloveni, che in quella fase (i giorni intorno all’ 8 settembre) svolse un ruolo di raccordo importantissimo tra la resistenza jugoslava (slovena, per la precisione) ei primi embrioni di quella italiana di orientamento comunista.

          • sì, hai decisamente ragione. (aggiungo un po’ di lettere a caso, dato che gli amici wu ming non permettono commenti brevi e concisi) lfjwjvaksjgkawjgòjefòbaòfjgòaejgòjaòjqe

  15. ciao,
    sulla carta del Carnaro nella storiografia slovena e croata ho letto solo accenni, mai un giudizio integrale.
    Però, anche ammesso che la carta del carnaro fosse tutta sta figata dal punto di vista sociale, non credo che il regime dannunziano brillasse per tutele sociali: uno dei suoi primi atti fu la soppressione manu militari (anzi: manu Arditorum) di uno sciopero operaio.

  16. Come ho scritto nel post Uno dei motivi con cui sostengo la proposta di cancellare la denominazione dei legionari, da Ronchi, è perché quella denominazione alla vendetta della “vittoria dolorosa”, la reputo figlia della cultura fascista, stante il fatto che è stato il fascismo a far proprio l’evento, pericoloso per la pace e gli equilibri appena maturati dopo la prima guerra mondiale, quale la marcia su Fiume. Già, una azzardata impresa che ha reso reale il rischio di isolamento politico ed economico per l’intero Paese, così come reale era il rischio di un conflitto con la Jugoslavia, una “bomba” quella dell’impresa fiumana che ha anticipato in via complessiva e globale ed ispirato nei gesti, nei simboli, nel linguaggio, la marcia su Roma e tutto ciò che ne è conseguito.
    Aggiungo ora che è interessante a tal proposito riportare anche quanto scrisse D’Annunzio nel “libro segreto”:
    “ Cursore leale ho trasmesso con tutti i miei segni la face all’ uomo novo che l’Orbo veggente aveva annunziato nei suoi Canti della Ricordanza e dell’Aspettazione”. L’uomo novo è Mussolini, e D’Annunzio consegna la “vittoria non più mutilata” ovvero l’eredità dell’Impresa di Fiume e di tutto ciò che vi è connesso a Mussolini.
    Nel 1903, nei versi di Elettra, quando introduceva la Città del Silenzio, si parlava già dell’uomo nuovo, come l’Eroe da attendere, e che arriverà e che verrà identificato al momento opportuno in Mussolini a cui consegnerà la sua “eredità”.
    A proposito del concetto di uomo nuovo, questo, ovviamente, lo farà proprio Mussolini «Noi abbiamo respinto la teoria dell’uomo economico, la teoria liberale, e ci siamo inalberati tutte le volte che abbiamo sentito dire che il lavoro è una merce. L’uomo economico non esiste, esiste l’uomo integrale che è politico, che è economico, che è religioso, che è santo, che è guerriero.» (Benito Mussolini, Discorso del 14 novembre 1933, in “Tutti i discorsi – anno 1933 )
    Dopo l’Impresa d’Africa, D’Annunzio, maturò i massimi rapporti con Mussolini e fu la censura fascista a conferire il nulla osta alla stampa del libro segreto grazie specialmente all’immenso patriottismo e nazionalismo ivi contenuto oltre che a qualche riferimento al Dittatore oltre che indiretti, forse non poi tanto indiretti, sensi di dispregio verso quelli che lui definirà barbari.” Dissi è da cancellare il nome di Cattaro, che sta laggiù in fondo al suo golfo rimoto come il Vallone di Risano dall’altra parte”(…) “ per gioco non perfido io chiamai la mia azione inesorabile voluta da me solo, io la chiamai Teodia” dalla baia di Teodo e Teodia è canto in onore del dio. O ancora “ ma v’è una stirpe barbarica che mostra una smisurata forza, ne sento la pulsazione nelle tempie, come quando il rivolgimento tellurico si annunzia, noi latini diamo il contributo verbale: telluris opes. V’è un Dio d’Italia che sollevi domani di mille cubiti la statura nostra? Che ci renda la volontà della potenza, del diritto divino, dell’imperio ereditato?”
    mb

  17. Posto che quell’aggiunta “dei Legionari” fu voluta dal fascismo che si era appropriato indebitalmente dell’ambigua impresa di Fiume, concordo con i cittadini di Ronchi che vogliono togliersi quell’etichetta di origine fascista.
    Ma, allo stesso modo, sono contrario all’operazione culturale di accettazione dell’appropriazione fascista dell’impresa di Fiume e non solo per l’impresa di Fiume in sè, ma perchè questa accettazione si estende all’accettazione dell’indebita appropriazione fascista del movimento irredentista, nato negli ultimi decenni dell’ottocento nella “sinistra radicale” triestina dell’epoca e su questo vorrei spendere qualche parola perchè penso che l’errata concezione dell’impresa di Fiume come anticipazione del fascismo tragga la propria origine nell’errata interpretazione dell’irredentismo come anticipazione del fascismo in queste terre.
    Ruggero Timeus sta all’irredentismo triestino come Benito Mussolini sta al socialismo italiano. Siamo alla vigilia della grande guerra, ai tempi della guerra imperialista di Libia e dell’esplodere del nazionalismo italiano, quando Timeus rompe con quello che definisce sprezzantemente “irredentismo antico”, di impostazione universalista e che faceva appello alla lotta comune dei popoli sottomessi e quindi presentava le caratteristiche dei movimenti di liberazione nazionale.
    Il nuovo criterio per Timeus deve essere quello della grandezza e potenza della patria, per cui “se gli slavi ci pigliano di mezzo, peggio per loro”. Questo neo-irredentismo, non solo nazionalista, ma anche con tratti xenofobi e razzisti, come ha giustamente sottolineato Wu Ming1, è sicuramente precursore del fascismo, ma, come Mussolini rompe con il socialismo di classe e internazionalista, così Timeus rompe con l’irredentismo universalista e dell’autodeterminazione dei popoli.
    Scrive Timeus, in ralazione al proprio nazionalismo di potenza:”L’irredentismo antico, che partiva dal principio dell’indipendenza per tutti, poteva essere imbarazzato, noi no.”
    L’irredentismo antico, irriso da Timeus, è quello che nasce nella “sinistra radicale” di fine ottocento e giunge fino alle motivazioni di una parte dei legionari, evidentemente non resisi conto che, mescolandosi con il nuovo psueudo-irredentismo alla Timeus, finivano in un movimento pericolosamente ambiguo.
    Il termine “irredentismo” viene inventato nel 1876 dal repubblicano Matteo Renato Imbriani – a quel tempo a Trieste repubblicano equivaleva a pericoloso sovversivo.
    Del movimento irredentista, che si sviluppa negli anni seguenti, entrano a far parte, oltre a repubblicani, anche socialisti e anarchici. E’ composto per lo più da giovani, studenti e anche operai, e si distacca dall’orientamento moderato della “Società del Progresso”, espressione della media borghesia liberal-nazionale che governerà la città fino alla grande guerra.
    Nel movimento si incontrano internazionalismo e spirito garibaldino, nell’idea della lotta comune dei popoli sottomessi. Il nemico è l’Impero degli Asburgo e non vi è traccia di anti-slavismo. Nel 1878, quando il capo degli insorti croati Ljubibratic viene portato a Trieste, in stato di arresto, viene salutato in lingua croata e in lingua italiana. Nello stesso anno molti giovani triestini accolgono l’invito di Garibaldi a non andare a combattere nell’esercito asburgico contro i fratelli bosniaci. Tra quelli che disertano e passano il confine c’è anche Guglielmo Oberdank.
    Negli anni successivi il movimento diffonde clandestinamente opuscoli ed effettua volantinaggi, costantemente represso dalla polizia asburgica. Ne fanno parte militanti della Società degli Studenti Triestini, figli ribelli dell’alta borghesia austriacante e della media borghesia liberal-nazionale. Ma anche militanti operai del Circolo Socialista per Trieste e l’istria che mescola internazionalismo e irredentismo, Garibaldi e Bakunin, socialisti e anarchici. Tra di loro l’operaio muggesano Bortolo Bertotti, arrestato dalla polizia perchè trovato in possesso di volantini inneggianti a Oberdank, destinati ai cantierini del San Rocco di Muggia. Ma anche militanti del movimento operaio mutualistico, come Edgardo Rescovich, presidente della Società Operaia, che la distaccherà dal collegamento con la liberal-nazionale Società del Progresso. Ma anche Carlo Ucekar, amico di Oberdank, garibaldino socialista, fondatore nel 1888 del partito socialista triestino nello spirito della seconda internazionale, con il nome di Confederazione Operaia che poi diventerà Lega Social-Democratica, avversata sia dai liberal-nazionali che dagli sloveno-nazionali per il fatto di raccogliere su basi di classe e internazionaliste sia italiani che sloveni. Da qui inizia giustamente la messa tra parentesi del movimento irredentista tra i socialisti triestini per evitarne la spaccatura e l’irredentismo resta prerogativa dei repubblicani e di socialisti dissidenti, ma continua a far parte della tradizione anche di sindacalisti rivoluzionari e anarchici in Italia e, passando per l’interventismo democratico, arriva fino all’impresa di Fiume, facendo il grande errore di mescolarsi con il nazionalismo che vuole accrescere la potenza dell’Italia e con il correlato nuovo “psudo-irredentismo” di Timeus, questi sì anticipatori del fascismo.
    Buttiamo via l’acqua sporca, ma non il bambino laciandolo che venga adottato dal fascismo e dal nazionalismo, ai quali questa adozione fa molto comodo.

    • Ma i discorsi di D’Annunzio sono uguali a quelli di Timeus, dai. E se un tot di legionari, pur provenendo dalla sinistra rivoluzionaria, si fecero catturare da quella retorica, beh, è proprio questo *il* problema. Esattamente come 5 anni prima in tutta Europa, quando i socialisti si fecero catturare dalla retorica nazionalista dei singoli stati-nazione o stati-impero e votarono i crediti di guerra, “suicidando” la seconda internazionale.

      • Aggiungo, spigendomi OT, che secondo me la sinistra italiana invece e’ rimasta fin troppo ancorata al frame risorgimentale, accettando una lettura riduttiva della resistenza in chiave nazionale come pura lotta di liberazione. Questa tara ha impedito di cogliere la dimensione europea della resistenza al nazifascismo, e ha aperto la strada al revisionismo peloso della destra, che accusa ogni “do per tre” i partigiani comunisti di essere stati antinazionali. E grazie al cazzo! Il fronte era ovunque, e ognun* prendeva le armi dove si trovava in quel momento. Ci furono disertori italiani che entrarono nella resistenza jugoslava e prigionieri jugoslavi che entrarono in quella italiana, ci furono sloveni di Trieste che combatterono coi maquis in Francia, e perfino cinesi che combatterono coi partigiani abruzzesi….

      • Infatti D’Annunzio fa parte dell’acqua sporca, con la quale non va buttato l’irredentismo che nasce e continua a sinistra nello spirito dei movimenti di liberazione nazionale universalisti, come con l’acqua sporca delle scelte nazionaliste dei partiti socialisti nella grande guerra non va buttato il bambino della storia della seconda internazionale.

  18. a proposito di irredentismo…

    Sia nel giorno della memoria che nel giorno del ricordo, a livello di informazione mediatica di massa ed Istituzionale, salvo poche iniziative autonome, si realizza una mera omologazione su chi ricordare , quali fatti ricordare, e cosa tramandare ai posteri. Eppur per amore di verità storica e rispetto della dignità di migliaia e migliaia di esseri umani violentati nella loro libertà e vita per la sola “colpa” di non rientrare nella fittizia “razza superiore italica”, ciò non dovrebbe accadere. Le vicende del Confine Orientale sono state complesse, il fascismo orientale, nato come evoluzione dell’irredentismo reazionario, è stato il male nel male, un male che ancora oggi non si vuole,salvo le dovute e rare eccezioni, pienamente svelare,capire, comprendere, analizzare e denunciare. In merito al contenuto del mio intervento mi riferisco ora alla gente, alle persone, alle comunità, prevalentemente slovene e croate,che hanno subito violenze, umiliazioni, uccisioni, stupri, fucilazioni, rastrellamenti, per mano di criminali di guerra italiani rimasti impuniti. A titolo esemplificativo basta pensare alla recinzione di tutto il perimetro della città di Lubiana, alle fucilazioni realizzate dal Regio Esercito italiano, al rastrellamento di oltre 4 mila civili, ai campi di concentramento in terra italiana, rimossi e dimenticati, a quello noto di Arbe, campo di sterminio italiano, ove il tasso di mortalità era superiore al 15% rispetto a quello del lager nazista di Buchenwald , uno dei più vasti di quelli situati sul suolo tedesco. I fascisti avrebbero voluto spazzare via intere civiltà definite barbariche, allogene, slave, se non ci riuscirono fu solo per carenza di organizzazione e non per mancanza di volontà.
    Davide Conti, autore di Criminali di guerra italiani scriverà, in merito all’impunità italiana, che si voleva impedire quella decapitazione di fatto del nostro corpo militare, che sarebbe stata la naturale conseguenza di una seria procedura di epurazione in seno all’esercito. L’idea era invece quella di riarmarlo e di reintegrarlo in un nuovo dispositivo bellico, perciò gli alleati rinunziarono a processare quei criminali di guerra che loro stessi avevano indicato in liste apposite, consegnate alle Nazioni Unite. Parliamo della Francia, degli USA e dell’Inghilterra. Per quanto riguarda gli altri paesi, fummo aiutati dalle stesse ragioni geopolitiche: la contrapposizione col blocco orientale consentì all’Italia, appoggiata dagli alleati, di non consegnare gli accusati di pratiche e condotte militari illecite soprattutto in Unione Sovietica ed in paesi balcanici come Jugoslavia ed Albania.
    Tutti sentimenti, quelli del fascismo orientale che nascono, dilagano, dall’irredentismo reazionario, che è sfociato in irredentismo fascista subito dopo la prima guerra mondiale con anche gli effetti conseguenti all’Impresa di Fiume, ben ricordando che D’Annunzio, il poeta amante delle guerra, definiva come schiaveria bastarda i croati.Questa considerazione di superiorità, della presunta civiltà italica, traeva origine anche dalla geografia, dall’Italia fisica.

    “L’Italia attuale comincia ai piedi delle Alpi: [dico l’Italia attuale], perché questo nome indicava all’inizio soltanto l’antica Ouitoulía, ossia la contrada situata tra lo stretto di Sicilia e i golfi di Taranto e di Posidonia; ma, avendo preso con il tempo una sorte di predominanza, questo nome ha finito per estendersi fino ai piedi della catena delle Alpi, abbracciando anche, da una parte, tutta la Liguria fino al Varo e naturalmente anche i dintorni della Liguria dalla frontiera con l’Etruria, e, dall’altra parte, tutta l’Istria fino a Pola” Questo è quanto si scriveva nel 27 ac circa (Strabone(65/64 – 25/21 a.C. ) – Geografia – Libro V – Capitolo I: La Transpadania e la Cispdana)

    Concezione che rimarrà più o meno stabile nei suoi canoni essenziali in quell’irredentismo che tra martiri, tra azioni che oggi chiameremmo terroristiche, violenze nefaste verso la dignità di intere comunità, verranno raccolte da quel Timeus Ruggero Fauro che così scriverà : “ la questione delle maggioranze slave non è per noi che accademia, perché siano gli slavi pochi o molti noi le province di confine le dobbiamo conquistare, in ogni caso, per ragioni politiche, economiche e soprattutto strategiche, indipendenti da ogni questione di diritto nazionale. Per noi ha comunque più valore l’esistenza di diecimila italiani che quella di cinquanta o cento mila slavi “.
    La cosa inquietante è che gli irredentisti, e molti dei nostalgici reazionari lo fanno ancora oggi, parlavano e parlano di spirito di liberazione, quando in realtà erano ed altro non potevano essere, Fiume inclusa, imprese di occupazione imperialiste, reazionarie, razziste e violente. Quale status quo doveva essere ripristinato? Quello dell’Italia fisica?Una follia risorgimentale che ha ha partorito solo violenze che ancora oggi vengono negate, omesse e nei peggiori dei casi ribaltate.
    Infatti, vedi Trieste per esempio, non è difficile incontrare vie, statue, o busti dedicati ad alcuni irredentisti che con le loro azioni hanno aperto varchi enormi anche a quel fascismo di confine ed a tutto ciò che ne è derivato. Irredenti estremisti, martiri di cosa non è dato sapere se non della loro superbia e di quello spirito che alimentava la presunta supremazia razziale che porterà al razzismo, e sarà estremista e violenta. Se non si comprende tutto ciò, non si può capire il significato del busto di bronzo di Pio Riego Gambini, irredentista, collocato nell’aula Magna del Liceo Dante di Trieste.Una scuola pubblica.
    Perché il Liceo Dante?
    A parer mio le motivazioni sono due.
    La prima riguarda la figura di Dante Alighieri.
    Dante Alighieri è stato strumentalizzato, usato, da diverse organizzazioni, società, per il mito dell’italianità e come sciabola per realizzare le violenze dell’italianizzazione che dovevano prevalere sullo straniero, sullo “slavo”. Per esempio la società Dante Alighieri, che appunto si chiama Dante Alighieri, che già prima della prima guerra mondiale si era distinta nella propaganda nazionalista ed “antislava” nelle scuole italiane della Venezia Giulia. Oppure basta pensare come questa società, che non a caso si chiamava Dante Alighieri, ha avviato in quel tempo un forte processo di italianizzazione anche a Fiume, anticipando la sciagurata impresa dannunziana e favorendo quelle condizioni culturali che volevano vedere come legittima la marcia militare su Fiume. Ha fatto sentire la sua presenza nelle biblioteche, nei circoli ricreativi, nelle scuole,sostenendo circoli e gruppi culturali di lingua italiana. Una delle iniziative, che richiamavano lo spirito irredentista è quella realizzata dal Comitato centrale di propaganda per l’Adriatico, istituito il 2 giugno 1916, con il compito di coordinare le iniziative propagandistiche patrocinate dalla Società “Dante” per porre un freno alle pretese slave. Ed infatti, la Dante, partecipò con ovvio entusiasmo all’impresa di Fiume, stampando anche manifesti di consenso.
    Ma è interessante vedere anche quello che accadeva, in quel periodo, che ben lascia intendere quanto fosse strumentale per il nazionalismo la figura di Dante, nelle scuole. Per esempio, nell’annuario 1918/19 del Ginnasio Dante Alighieri di Trieste si rileva che inaugurando proprio il busto del poeta nell’atrio dell’istituto il direttore di allora pronunciò le seguenti parole: “ora che il lungo sogno della nostra vita s’è fatto realtà, fa che i giovani nostri crescano italiani ,amino e coltivino la giustizia, onorino la patria,, la affermino in faccia allo straniero …fa o padre Dante che l’Italia sia sempre più grande, rispetta tra, più augusta e che nei secoli più lontani riecheggi il grido che ci erompe dai petti: evviva l’Italia”.

    La seconda motivazione è data dal fatto che quel Pio Riego Gambini apparteneva alla famiglia storica dei Gambini, ed il noto Pier Antonio Quarantotti Gambini sembra che abbia anche insegnato per breve tempo proprio al Dante di Trieste.
    Quel busto bronzeo inaugurato nel 22 maggio del 1955 e benedetto da mons. Bruni è ancora oggi soggetto a manifestazioni politiche, infatti, periodicamente, si depone una corona d’alloro.
    Si legge, in una targa apposta sotto quel busto: “questo busto eretto nel 1919 a Capodistria ivi ostilmente distrutto nel 1948, dal 1955 qui rivive ed attende”. Pio Riego Gambini ha fondato nel 1913 il “Fascio Giovanile Istriano”, gli verrà concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria con la seguente motivazione: “Volontario irredento, pieno d’entusiasmo nell’attacco di forte posizione nemica, arditamente superò, fra i primi, le trincee nemiche. Ferito al collo, continuò a combattere e ad incoraggiare i compagni nel persistere nella lotta, fino a che venne nuovamente colpito a morte. Podgora 19 luglio 1915.” Quel busto venne distrutto nel 1948, quindi poco tempo dopo il Trattato di Pace del 1947, probabilmente perché in ciò si vedeva il simbolo di quell’irredentismo che ha portato prima, con lo spirito imperialista e nazionalista italiano estremo della prima guerra mondiale e dopo, passando dall’Impresa di Fiume, con il fascismo orientale, che ne è conseguito, a tutte quelle violenze che hanno cagionato enormi sofferenze che gli sloveni o croati in primis hanno subito da parte degli occupanti italiani. Quanto di tutto ciò si spiegherà agli studenti del Liceo Dante? Quanto è tollerabile che in una scuola pubblica possa accadere ciò? Un bronzo dato in custodia al Liceo Dante che lì attende ed ovviamente attende di ritornare in quella terra che non è italiana ma che l’Italia ha voluto rivendicare nelle logiche di una follia imperialista, razzista che ancora oggi trova molti seguaci.
    http://xcolpevolex.blogspot.it/2014/01/qul-busto-dellirredentista-pio-riego.html

  19. Occupazione di Fiume, le prime reazioni del Governo italiano e la contesa del capitalismo

    La seduta parlamentare di Sabato 13 settembre 1919, una delle ultime sedute della XXIV legislatura, infatti il 29 settembre 1919 si concluderà, e praticamente tutte le sedute parlamentari che seguiranno ,dal 13 settembre 1919 al 28 settembre 1919, riguarderanno in sostanza i fatti di Fiume, venne dedicata, con grande enfasi, anche ai fatti di Fiume. La prima interrogazione fu del parlamentare Marangoni, presentata nelle ultime battute della seduta precedente, ovvero quella del 12 settembre 1919, il quale chiederà al Governo di Nitti “cosa c’è di vero nella notizia giornalistica di una marcia su Fiume di volontari italiani”. Poi vi saranno altre interrogazioni, come quella di – Turati, sempre al Governo ma nel giorno 13 settembre 1919, di Colajanni, al presidente del Consiglio, « per avere notizie sull’impresa di D’Annunzio a Fiume e per sapere quali misure ha preso il Governo per impedire gravi e dolorosissime complicazioni»; di Chiesa, al presidente del Consiglio, « per conoscere il pensiero del Governo sugli avvenimenti di Fiume che sono protesta suprema per l’onore d’Italia »; di Pala, al presidente del Consiglio, « per avere, se possibile, schiarimenti sulle ultime notizie relative a Fiume»; e Federzoni, al presidente del Consiglio, «sui fatti di Fiume».

    Chissà se la scelta di partire il 12 settembre del 1919 per occupare Fiume sia stata casuale, oppure la scelta di tale periodo sia stata anche funzionale a logiche politiche che condurranno al forte indebolimento del Governo Nitti.

    La prima risposta che giungerà da parte del Governo, sarà indicativa dello stato confusionale che regnava in quel periodo, ma anche di una certa fermezza che sarà quella che poi porterà al noto natale di sangue. Un Governo, come ricorderà Turati, che assumerà una posizione di rinnegamento su quel Gabriele D’Annunzio, che aveva così a lungo esaltato e di cui tanto si era servito. “Voi non potete dimenticare nè far dimenticare che egli fu la voce vostra e del Governo nei momenti terribili in cui la guerra si scatenò, e sempre di poi quando si trattò di assalire, di vilipendere chi si fece consigliere di prudenza, chi non volle essere il complice della vostra menzogna o della vostra follia. Era ancora il vostro poeta quando-in Roma, uscito appena dal Gabinetto dell’onorevole Orlando, allora presidente del Consiglio, pronunciava quel discorso contro Wilson nel quale – dando saggio di quegli stessi delicati sentimenti verso la donna che gli avevano dettato il Fuoco ed altri romanzi- faceva quanto era in’suo potere per mettere l’Italia in lotta contro il Nord-America. Il fatto di Fiume non fa che proseguire le giornate radiose dell’infausto maggio che dischiuse la guerra”.

    Nitti , presidente del Consiglio dei ministri, ministro dell’interno, debutterà con queste parole: “Ieri, 12 settembre, in un telegramma, di cui chiaramente non si leggeva l’ora, ma che dovette essere spedito alle ore 13 circa, fu annunziata dal generale Pittaluga la partenza da Monfalcone di parte di un battaglione di granatieri, già a Fiume, con camions, e che 300 giovani del battaglione fiumano erano partiti per incontrarlo, rigenerale Pittaluga soggiungeva che andava loro incontro per fermarli, che nessun atto erasi fino allora compiuto contro gli alleati, che aveva proibito ogni manifestazione o riunione e che avrebbe agito energicamente. Chiedeva rinforzi di carabinieri. Alle ore 14.30 un altro telegramma al Ministero della guerra del generale Di Robilant comunicava la notizia della partenza avvenuta durante la notte, su 40 autocarri, di granatieri condotti da D’Annunzio per Fiume e che il battaglione fiumano volontario attendeva sulla linea di armistizio. Aggiungeva che il comando del XVI corpo d’armata aveva preso le misure per arrestarli; ma, essendo mancato un reparto e altre truppe della linea di armistizio, ciò non era avvenuto”.

    E’ interessante notare come Ronchi non verrà mai citata, ma si parlerà di Monfalcone.
    Nitti, riporterà poi tutta una serie di fonogrammi come ricevuti da alcuni generali. Per esempio emergerà che il generale “ Di Robilant ordinava al Pittaluga il disarmo dei soldati e la riconsegna dei granatieri nelle truppe della linea di armistizio”. Od ancora che “ Alle ore 15 il generale Di Robilant, confermando il movimento, lo dichiarava tale da compromettere la nostra situazione internazionale, e domandava al Governo ogni appoggio per agire con la massima energia. Alle ore 15.30 il generale Di Robilant telegrafava al ministro della guerra indicando le truppe con le quali si proponeva, oltrepassando la linea di armistizio, di agire contro le truppe che avevano defezionato. Qualora, egli diceva, non fosse valsa la persuasione, si disponeva anche ad agire con energia. Alle ore 18 il generale Di Robilant, in vista degli avvenimenti,sospendeva lo scambio di truppe lungo la linea di armistizio ed ordinava di approntare per la partenza alcune brigate. Alle ore 21.30 il Comando dell’ottavo corpo di armata comunicava un’informazione ricevuta dal Comando di Fiume, che presso a poco coincide con quello che ho letto. Alle ore 22.30 il generale di Robilant, accusando ricevuta di un telegramma che io gli avevo inviato, informava di aver emanato severe disposizioni, e che stava procedendo al concentramento delle forze per una repressione energica”. L’ultimo telegramma che giungerà a Nitti sarà quello di mezzogiorno, il 13 settembre 1919, nel quale si diceva che la situazione, crepita ma Fiume dal colpo di mano, si giudica per il momento grave, perchè nella città si trovano circa 2.000 uomini che vi sono entrati senza avervi diritto”.

    Emerge quindi il profilo dell’assoluta illegalità dell’impresa di occupazione ma anche di illegittimità. La Camera dei Deputati reagirà con vive approvazioni quando Nitti dirà che “L’esercito non ha che un solo dovere e una sola norma : obbedienza”. E si evidenzierà anche il carattere della pericolosità di quella impresa per gli equilibri appena maturati.

    “Si tratta dunque di un tentativo, che dinanzi all’Italia e dinanzi ai nostri alleati, ai quali invio una parola sincera di saluto, devo dichiarare deplorevole. Altra cosa è un’azione di volontari, altra è la partecipazione di soldati dell’esercito regolare. Il soldato che rompe la disciplina, sia pure per alti fini, è contro la patria. Chi lo induce, con blandizie, sia pure per fini non volgari, sia pure per tendenze idealistiche, ad atti di sedizione, mette il soldato contro la patria”. Seguiranno anche a queste dure parole condivisioni ed approvazioni.

    Sarà quella di Fiume, dopo la prima guerra mondiale, la prima prova dell’esistenza del fenomeno del militarismo , e Nitti dirà, a tal proposito che : “Dolorosamente in zona di armistizio e nella zona prossima a questa vi sono stati alcuni militari, che hanno incoraggiato, sorretto, aiutato e tollerato questi dolorosi fatti. Questa è la verità, ed è bene che il paese la conosca. Ieri, dunque, il ministro della guerra diceva che in Italia fenomeni di militarismo non erano mai avvenuti. Sono dolente di dovere constatare oggi che questi fenomeni sono avvenuti ora per la prima volta”.

    Vi sarà ancora approvazione e condivisione quando lo stesso Presidente del Consiglio dirà in modo conciso che “Mancare agli impegni verso gli alleati, non rispettarli, intervenire con atti di violenza, quando le sorti d’Italia sono in contestazione, tutto ciò è triste e non è senza grave pericolo per l’Italia. Coloro, clie ancora ieri spingevano a proteste ed atti insani contro la Francia, contro gli Stati Uniti d’America, senza il cui diretto aiuto l’Italia non potrebbe resistere in questa lotta nè rinnovarsi, ed eccitano gli animi in nome della patria, sono folli e tradiscono gli interessi della patria”.

    Il rischio di una lotta fratricida era elevato, “Voglio che essi sentano e sappiano che le nostre democrazie devono combattere insieme nuove lotte per la civiltà e per la giustizia, ma che una lotta fratricida, sia pure di sentimenti, deve venire fra noi”, e si affermerà, da parte del Governo che Fiume non era italiana poiché nessuna città italiana venne data alla Croazia “Oggi dunque più che mai rivolgo una parola di simpatia e di fiducia ai nostri alleati, quale che sia il loro atteggiamento in alcune questioni che più ci interessano. Io non sottoscrissi alcun patto che desse città italiane alla Croazia ; non devo dunque difendere alcun passato errore”.
    L’impresa di occupazione di D’Annunzio verrà etichettata, in queste prime battute come attività di sport o esaltazione,ma che rischiava di mandare in rovina anche l’Italia. “In questi momenti l’Italia ha bisogno di pace e di unione, e deve volere la pace ,con ogni sforzo, con ogni volontà. Il popolo non vuole nuove guerre: il popolo col suo contegno fermo e austero impedirà ogni perigliosa avventura. Io mi rivolgo dunque alle masse anonime, agli operai e ai contadini perchè la gran voce del popolo venga ammonitrice a tutti e tutti spinga sulla via della rinunzia e del dovere”, dirà sempre il Presidente del Consiglio, e vivissime saranno le approvazioni e vivissimi e prolungati saranno gli applausi, come risulta dal resoconto di quella seduta.

    Certo, il Governo cercava di insistere sul carattere della sorpresa di quell’atto, ma in realtà, come si evincerà nel dibattito della seduta parlamentare, “ i sintomi vi erano in tutta Italia; c’erano i giornali che conducevano la campagna, gli uomini che la capeggiavano, c’erano dei reparti militari i quali avevano assunto in tutte le occasioni un abito di rivolta aperto. E ieri ancora,dal banco del Governo, si è fatta l’apologia di questi reparti militari, che preparavano l’insurrezione e la propagandavano in mezzo alle altre truppe!”.

    Un manipolo di agitatori, che hanno anticipato con le loro gesta la marcia su Roma, in una città che era contesa dal capitalismo americano, inglese e francese, e vista, in modo strategico, utile dalla Russia di Lenin. Sarà Fiume anche ciò, se una sorta minima di apertura vi è stata da parte di alcuni comunisti, ciò è accaduto solo perché Fiume, a livello territoriale, si poneva in una posizione strategica per ostacolare il capitalismo americano, a cui l’Italia era fortemente legato, d’altronde non si deve dimenticare che in quel periodo in Italia si ultimava il biennio rosso, che sfocerà nel 1921 con la nascita del Partito Comunista. I caratteri razzisti, barbarici di quell’impresa, voluta e sostenuta dall’irredentismo, sono passati, in modo erroneo, in secondo piano, perché le logiche strategiche ed economiche, basta pensare al porto di Fiume, venivano prima di ogni principio. S e la Russia manifestò una sorta di apertura a quell’impresa fu ed altro non fu che per ragioni strategiche .

    Il deputato Giulietti nella seduta del 12 dicembre 1919 dichiarerà che “ Ne consegue che D’Annunzio, pur essendo andato a Fiume sotto l’impressione di un sentimento esclusivamente nazionale , ha reso, magari oltre le sue intenzioni, un grande servizio anche alla classe proletaria, alla causa della Russia dei Soviety”.Si parlerà del sindacato anglo-franco-americano( intendendosi per tale il capitalismo anglo, franco, americano), lo si accuserà di lavorare con tutti i mezzi immaginabili e possibili per contrastare la vittoria alla rivoluzione russa. Danzica, Odessa e Fiume erano nodi strategici fondamentali per il capitalismo. Ed era noto che Wilson puntava su Fiume come necessità di difesa del capitalismo mondiale contro la rivoluzione russa. Ed ecco spiegato perchè quando Nitti rivolgendosi ai fascisti disse : « chi di voi si sente il coraggio di proclamare l’annessione di Fiume lo dica», nessuno di essi rispose. E Nitti non smentì mai questi fatti. Chiaramente le cose mutarono successivamente, fallito il biennio rosso in Italia, nascerà il fascismo, che per il capitalismo sarà una garanzia contro i timori della rivoluzione russa, e Fiume nel 1924, verrà annessa all’Italia.

    Ma il carattere poco rivoluzionario dell’Impresa di Fiume, poco rivoluzionario per i lavoratori, le fasce più deboli, venne denunciato dallo stesso Turati: “Nel vostro discorso vi fu una gemma che voi, onorevole Nitti, non avrete, spero, la debolezza di cancellare nelle pagine stenografiche. Voi avete detto : mi rivolgo per aiuto agli operai e ai contadini, perchè, in fondo, sono sempre contro di essi che tutte queste imprese si volgono. Sì, onorevole Nitti : noi lo avevamo proclamato già or sono cinque anni; voi non lo confessate che ora. Pigliamo atto del ravvedimento, per quanto tardivo. Certo è che il bolscevismo, che dilaga nelle masse, è figlio sopratutto di questa politica insana; certo è che, se il Governo non si sente in grado ed in forza di mettere finalmente un freno alla, inondazione della violenza balcanica che minaccia l’Italia, meglio gli varrebbe l’andarsene, anziché conservare le apparenze di un potere che gli manca e perpetuare un equivoco che sarebbe, a breve andare, la rovina suprema del Paese!”.

    E così sarà, la legislatura si concluderà il 29 settembre 1919 ed il governo Nitti, odiato da D’Annunzio, terminerà il suo mandato nel giugno del 1920.

    M.b

  20. Rispetto al Primorski dnevnik si tratta proprio dell’organo del PD, al di la del fatto che singoli giornalisti cerchino di scrivere quanto gli lasciano scrivere. Come è vero che altri sono proni più che mai a quella parte. La storia del coinvolgimento del lato PD della “dirigenza” della minoranza nelle operazioni attorno a foibe ecc. è lunga e complessa, basti dire che chi ha prodotto il “capolavoro” di Cristicchi è stato il Teatro Rossetti, di cui è da poco presidente Miloš Budin, ex parlamentare ed ex sottosegretario del PD. Ed è la prima cosa che ha prodotto dopo il suo insediamento. Sarebbe anche lungo spiegare cosa ne trae tale gruppo, ma mi riprometto di farlo.

    • Sulle gravi responsabilità del PD nell’Operazione Foibe, a livello locale e nazionale, qui siamo d’accordo tutti quanti, e che il Primorski dnevnik sia vicino al PD non è stato negato da nessuno, però io voglio che ci si esprima nel modo più preciso possibile, per evitare che sbavature o improprietà diano appigli alla controparte, e anche perché, come si ricordava, sono i grillini a dire che chiunque – noi compresi! – è “pagato dal PD”. Se scrivi che il Primorski dnevnik è “l’organo del PD”, stai dicendo che è ufficialmente il giornale del Partito Democratico. Se sei in grado di confermarlo, bene, per me non è un problema. A me risulta che i finanziamenti pubblici non li prende come giornale di partito, ma perché giornale di una minoranza linguistica in una regione di confine.

      • Cerchiamo di tenere i commenti sull’operazione Magazzino 18 dentro il sotto-thread dove se ne sta discutendo, visto che quello principale è dedicato alla vicenda di Ronchi dei Legionari / Ronchi dei Partigiani. Stiamo discutendo anche di quello perché non è propriamente OT, ma cerchiamo di mantenere leggibili i due “tracciati”.

        • Il Primorski non è “ufficialmente” l’organo del PD. La proprietà è però in mano a un gruppo ben definito, che fa capo all’Unione culturale economica slovena e alla sua finanziaria, la KB 1909. Che poi, vista anche la situazione in cui si trova chi ci lavora (in contratto di solidarietà) non tutti siano totalmente allineati e, per quanto possono, scrivano onestamente, non c’è dubbio. Quanto ai finanziamenti è ancora un altro discorso , molto interessante. Ma hai ragione, siamo fuori tema, quello della minoranza slovena e delle sue strutturazioni politico-finanziarie è un tema diverso, ma mooolto interessante (anche per capire la vicenda Cristicchi e dintorni ed il fatto che nessuna iniziativa tipo quella su Ronchi dei Legionari e sulla cittadinanza a Mussolini sia mai partita da quell’ambiente, che anzi se ne è tenuto ben lontano).

  21. Cerchiamo di mettere le cose in prospettiva. Il Primorski dnevnik è un quotidiano locale che si rivolge a una percentuale relativamente esigua della popolazione di due città di provincia come Trieste e Gorizia. Che sia la grancassa del PD o meno, poco importa, perché la sua funzione principale è quella di collante. La gente lo legge per sapere quando sarà il funerale dell’ex collega, quanti gol ha fatto la squadra del paese, a che ora inizia lo spettacolo promosso dal circolo culturale del rione ecc. Poi, già che c’è, si legge pure gli editoriali di Dolhar e le interviste di Budin, ma ciò non le impedisce di votare ed eleggere gente come Igor Kocijančič e Iztok Furlanič.

    (phttp://www.consiglio.regione.fvg.it/pagine/legislatura/consiglieridettaglio.asp?sectionId=271&subSectionId=273&legislaturaId=475&consigliereId=1157
    http://www.retecivica.trieste.it/new/default.asp?tabella_padre=sezioni&ids=3&tipo=-&pagina=consiglio_scheda.asp&consigliere=60)

    • Non ho postato nel sotto-thread. Scusate, non me ne ero accorta.
      (Quanto cacchio devono essere lunghi, questi commenti? Spero basti così.)

  22. Ciao, riapro brevemente il tema Cristicchi. Per chi volesse vedere come è fatto lo spettacolo è confermata la messa in onda stasera alle 2345….preceduta da una puntata speciale di porta a porta (su, ammettete che anche voi trepidate per il plastico della foiba)

    • Dimenticavo la rete, RAI1.
      Ma questo commento è troppo breve, vediamo se ora passa, quindi aggiungo del chiacchericcio inutile. Dopo tutto questo parlarne su giap, sono curioso di vedere di che si tratta.

    • Mah, le cagate di Vespa le salterò volentieri, la scatologia non fa per me (anche se alla fine avrà solo 25’…). Vediamo se riesco a registrare sto Magazzino 18. Data l’ora credo che in ben pochi se lo cagheranno, sono sulle posizioni di Tuco.
      In qualunque caso credo che si tratti di qualcosa di ben differente da “Il cuore nel pozzo”, l’operazione mi sembra molto più sofisticata e sebbene sia felice di sapere che esiste un’opposizione alle narrazioni tossiche sul confine orientale, non sono sicuro che proteste come quella inscenata a Scandicci (lo slogan “la storia non è una fiction” ci sta comunque tutto) al canto di Bella Ciao siano molto a fuoco. Peraltro ieri si è tenuta al teatro Verdi di Trieste la conferenza “La città in bilico” di Raoul Pupo (che si mormora sia tra i padrini di questo spettacolo), qualcuno dei giapster giuliani/primorski l’ha visto? (Credo che quanto prima sarà disponibile su youtube).
      In qualunque caso per completare il cerchio con il titolo di questo articolo, nel suo profilo twitter Jan Bernas – co-autore di Magazzino 18 – rivendica un “cuore d’annunziano”, brrr… https://twitter.com/JanBernas

    • Uno strano spettacolo…
      apparentemente bibartisan, inizia accusando il fascismo di crimini di guerra e violenze, poi dopo essersi scaricato la coscienza presenta una serie di fatti isolati come una catena di eventi guidata dal grande complotto slavo-comunista… frulla tutto quanto e ti serve un concentrato di buoni sentimenti e retorica spicciola (rispettivamente “poveri italiani…” e “certo quei comunisti proprio bel lavoro hanno fatto…”), lasciandoti in alcuni casi disorientato e privo di chiari riferimenti temporali (tipo la vicenda del “postino” infoibato… di che anno si parla?).

      E poi “Italia”, “Italiani”, “Lingua Italiana”, “Terra Italiana”, “Cultura Italiana”… di continuo… ossessivamente… lo spettacolo trasuda patriottismo da ogni poro…
      Magazzino 18 è un prodotto raffinato, con un impostazione meno italocentrica credo sarebbe stato un bello spettacolo sulla complessa storia del confine orientale. Così è soltanto uno spettacolo nazionalista, un cavallo di troia ben confezionato per un pubblico di sinistra moderata che da questi temi (patria, foibe, ecc…) normalmente si tiene ben lontano.

      • Concordo con te, pensa che quando avevo vent’anni o giù di lì e avevo velleità da regista sognavo di produrre un musical sulle foibe, rigoroso storicamente e ricco di dettagli ma anche con un tono sbarazzino che tirasse fuori tutte le cagate dette al riguardo… potenzialmente l’idea è grandiosa ma non realizzabile in Italia, il problema è che all’estero neanche la capirebbero…

        Il mio pippone al riguardo l’ho scritto qui: http://lofinotes.tumblr.com/post/76366472419/magazzino18-la-storia-cucinata-alla-maniera-delle ma si tratta perlopiù di cose che ho già scritto nei commenti su Giap

      • Io invece penso che al di là di tutte le considerazioni sui falsi storici, sia comunque uno spettacolo pessimo, di una banalità terrificante. Vogliamo commuovere? Facciamo parlare i bambini morti! Vogliamo far ridere? Mettiamoci un burino romano, che non si sbaglia mai. Io non sono riuscita ad andare oltre la metà.

        • no ma è proprio una palla disumana, su questo credo siamo d’accordo. Non so bigio ma io ho usato “sofisticato” e ho concordato su “raffinato” solo per descrivere il tipo di mistificazione… per il resto fa prorpio schifo, anche quando fa le battutine che dovrebbero far ridere in funzione di anticlimax, viene proprio da nascondersi per l’imbarazzo

          • Io sono arrivato fino in fondo perchè volevo vedere dove andava a parere, ma certo che è noioso. Nella tua recenzione lo definisci una brutta copia degli spettacoli di Paolini e io concordo in pieno, ne scimmiotta lo stile senza però ottenere lo stesso effetto.

            Ma il pericolo/successo di magazzino 18 sta proprio nella banalità con cui tratta certi argomenti. Noi abbiamo gli “anticorpi” e la puzza di marcio ci ha messo in guardia, ma si può dire lo stesso del resto del pubblico?
            E anche sollevasse dei dubbi nello spettatore critico, quella breve parentesi sui crimini fascisti secondo me basta a cancellarli…
            “Beh… non mi pare che faccia un ritratto lusinghiero di Mussolini…” (commento di mia madre, prima di addormentarsi a metà spettacolo).

            Cristicchi è sempre vago e allusivo e alle critiche dell’area antifascista può ribattere che è tutto falso e che siamo noi a fare della dietrologia.

  23. Magazzino 18 uno spettacolo irredentista e nazionalista
    questa la mia recensione che si aggiunge a quella della Claudia Cernigoi
    http://xcolpevolex.blogspot.it/2014/02/magazzino-18-uno-spettacolo-nazionalista.html

  24. rilevo con piacere che inizia ad affermarsi un concetto per nulla scontato su #ronchideipartigiani
    nel mio complesso ed articolato intervento scrivevo:
    “Ronchi di Monfalcone divenne Ronchi dei Legionari. Fu uno dei primi, se non addirittura, il primo cambio di nome di un Comune d’Italia, nel pieno spirito della romanizzazione del Paese a opera del regime fascista. Ronchi dei Legionari deve il suo attuale nome alla spedizione capeggiata da Gabriele D’annunzio e sfociata nell’occupazione militare di Fiume”.

    Sul Piccolo odierno, edizione Gorizia si legge: ” Ronchi dei Legionari, è un dato di fatto, fu uno dei primi Comuni d’Italia che, nel pieno spirito della “romanizzazione” del Paese avviata dal regime fascista, cambiò nome per ricordare la “marcia” dannunziana su Fiume”.

  25. #ronchideipartigiani #sipuòfare

    “Via la cittadinanza onoraria, dopo 90 anni Torre Pellice “espelle” il Duce”

    http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/03/14/news/via_la_cittadinanza_onoraria_torre_pellice_espelle_il_duce-81038686/?ref=HREC1-12

  26. Dal 14 aprile 2014 Ronchi è un Comune demussolinizzato: report della giornata:
    http://xcolpevolex.blogspot.it/2014/04/dal-14-aprile-2014-ronchi-e-un-comune.html

  27. Appello alla società civile e mondo cultura: Centenario prima guerra mondiale sosteniamo #RonchideiPartigiani
    qui il testo dell’appello che condivido e sottoscrivo
    http://xcolpevolex.blogspot.it/2014/05/appello-alla-societa-civile-centenario.html
    qui la mail per aderire, dopo aver letto il testo, entro il 10 giugno 2014, ronchideipartigiani@libero.it indicando città di residenza ed attività( artista, scrittore, blogger, ecc), inserendo alla voce oggetto: adesione appello, ed autorizzando al trattamento dei dati personali, riportando questa formula nel testo della mail “ autorizzo la pubblicazione dei miei dati, quale firma,indicazione città ed attività, per i fini come comunicati da Ronchi dei Partigiani”

  28. Il 14 giugno L’#ArmatadeiSonnambuli a Ronchi dei Partigiani e quel non casuale 12 settembre del 1919
    qui spiego, o meglio evidenzio, una particolarità storica determinante per quella maledetta impresa di occupazione di Fiume, il perchè è caduta tra la notte di quel cupo 11 settembre e l’alba grigia del 12 settembre, tra due date fondamentali…
    http://xcolpevolex.blogspot.it/2014/06/il-14-giugno-larmatadeisonnambuli.html

  29. report: #RonchideiPartigiani e l’#ArmatadeiSonnambuli,una vincente giornata di cultura resistente
    http://xcolpevolex.blogspot.it/2014/06/ronchi-dei-partigiani-e-larmata-dei.html

  30. D’Annunzio ed il Vittoriale, il fascismo ed alcune “omissioni” nell’atto di donazione
    http://xcolpevolex.blogspot.it/2014/06/dannunzio-ed-il-vittoriale-il-fascismo.html

  31. D’Annunzio e Mussolini, tra reciproci elogi,onori ed abbracci…tra il 1924 e 1926
    http://xcolpevolex.blogspot.it/2014/06/192426-dannunzio-e-mussolini-tra.html

  32. Ex Granatieri ed anonimi contro Ronchi dei Partigiani, si annuncia raduno per il 2019 e non solo
    Contro il progetto e la provocazione storica, sociale, culturale, Ronchi dei Partigiani, si è scatenato un putiferio prevalentemente fascistoide, salvo qualche eccezione di cui comunque non si condivide la valutazione storica e politica né dell’impresa di Fiume né di D’Annunzio né del legame, in sostanza inesistente, tra i legionari e Ronchi. Ora nel sito il primato nazionale, viene pubblicata una intervista, definita come esclusiva ad “un membro attivo dell’Associazione d’arma che raduna gli ex Granatieri, sotto la garanzia dell’anonimato ..e dove emergono delle cose che devono essere lette con particolare attenzione…per saperne di più questo il link:
    http://xcolpevolex.blogspot.it/2014/06/ex-granatieri-ed-anonimi-contro-ronchi.html