Fronte del porto. L’«anomalia selvaggia» della piazza anti-pass triestina e la lotta di classe

[Quel che sta accadendo con epicentro Trieste, in un’accelerazione che lascia sorpresi molti ma non chi segue la vicenda dal principio, rende necessario chiarire alcuni punti.
Il contagio che dalla piazza anti-lasciapassare triestina sembra estendersi a diversi porti italiani smentisce le letture banali delle mobilitazioni in corso, “letture” funzionali a facili riprovazioni.
Come tutte le altre, anche la piazza anti-pass triestina presenta contraddizioni, ma ha una presenza organizzata di compagne e compagni, ha emarginato e anche cacciato noti fascisti, e soprattutto è caratterizzata da un inequivocabile, visibilissimo protagonismo operaio.
A proposito delle lotte contro il lasciapassare, benpensanti finto-marxisti hanno parlato di «egoismo», «individualismo», «particolarismi», «proteste sterili di piccoli borghesi», ritorno dei «forconi», «fascismo»… Ma se si fosse trattato di particolarismi, di egoismi di categoria, l’altro giorno i portuali triestini – che sono l’anima della piazza, non sono borghesi e possiedono solo la propria forza-lavoro – avrebbero accettato la mediazione governativa e i tamponi gratuiti solo per il loro settore. Invece si sono adirati di fronte a una proposta che avrebbe prodotto l’ennesima discriminazione tra lavoratori, e hanno radicalizzato le loro posizioni.
Da giorni il compagno triestino Andrea Olivieri, autore del libro Una cosa oscura, senza pregio. Antifascisti tra la via Flavia e il West (Alegre, 2019), sta lavorando a un testo ponderato su tutto questo. Gli abbiamo chiesto di anticipare al volo alcune considerazioni, perché ce n’è bisogno ora. Buona lettura. WM]

di Andrea Olivieri

In queste ore la vicenda triestina è salita alla ribalta delle cronache nazionali in seguito alla netta e radicale presa di posizione dei lavoratori – i portuali in testa – contro il lasciapassare ma anche contro la soluzione-tampone (è il caso di dirlo) dei tamponi garantiti dalle aziende.

Per chi è in grado di leggere la situazione senza pregiudizi, il dato è che proprio a Trieste si è determinato un accumulo di rabbia per i provvedimenti anti-pandemici governativi. Solo in parte questa rabbia è il frutto di peculiarità storiche e socio-economiche della città. Che ci sono, sia chiaro, ma in questo momento sembrano incidere solo nell’esprimere meno statolatria e appiattimento ideologico di quanto accade in altre parti d’Italia, e forse anche una concezione della salute collettiva che ha tratto ispirazione dal lavoro di Franco Basaglia, che altrove è andato perso o non è mai stato raccolto.

Quest’accumulo ha portato ripetutamente nelle strade di Trieste decine di migliaia di persone. La sorpresa, o anche lo sconcerto, è però solo di chi in questo ultimo anno e mezzo si è accomodato sul divano o di fronte al pc per interpretare la realtà, come segnalato da Niccolò Bertuzzi, leggendo Repubblica e confrontandosi solo con la propria bolla sociale.

Ieri il Piccolo – che a lungo ha finto di non accorgersi di cosa stava montando in città già dall’estate – proclamava in prima pagina che le persone al corteo di lunedì scorso, il quarto in meno di un mese, erano almeno quindicimila – e millecinquecento al corteo della mattina indetto da Cobas, USB e USI – e snocciolava le varie realtà di lavoratori presenti: portuali, ferrovieri, operai di diverse aziende tra le quali Wärtsilä e Flex, insegnanti… E qui va aggiunto – perché non riconoscibili, dal momento che sono quelli che stanno subendo maggiori pressioni – molti lavoratori della sanità.

Oltre a ricordare che la città conta poco più di duecentomila abitanti – ne ha persi venticinquemila nell’ultimo quarto di secolo, perlopiù per emigrazione – vale la pena tenere presente che i settori produttivi prevalenti in città sono terziario e servizi, quindi di fatto ieri in piazza erano riconoscibili tutte le realtà industriali più importanti – salvo il porto non organizzate perché Cgil, Cisl e Uil si tengono ben alla larga: ho fotografato, ad esempio, uno striscione «METALMECCANICI NO PASS», fatto a bomboletta sopra un lenzuolo, con un bel blocco di tute blu al seguito, per dire della «rappresentanza».

Voglio citare un paio di passaggi di un’intervista sullo stesso giornale a Franco Belci, storico e già segretario locale della Cgil per diversi anni, emblematici secondo me perché pronunciati da chi in teoria avrebbe tutto l’interesse a etichettare la protesta contro il pass come manovrata dai fascisti e, soprattutto, contro i lavoratori. E invece:

Belci, perché una protesta così partecipata anche a Trieste?
«Una partecipazione sorprendente, che si è ripetuta del resto più volte. Non facile da spiegare».
Conta la presenza storica della destra in città?
«[…] A Trieste vedo un’umanità molto varia. Le presenze neofasciste, se mai ci sono, appaiono del tutto minoritarie. Quella triestina è una forma di dissenso trasversale, legata al merito: le scelte del governo sul Green pass».

Chi già in precedenza era in ascolto dei molti segnali di disobbedienza a provvedimenti paradossali e insensati, e ora si è preso la briga di andare in quelle piazze per mapparne la composizione e le strutture di sentimento, in questo momento si chiede solo una cosa: come farà il governo guidato dall’uomo della Provvidenza a rimediare a quello che rischia di essere il più clamoroso passo falso di tutta la gestione pandemica?

Il Coordinamento Lavoratori Portuali di Trieste e Monfalcone ha proclamato il blocco delle attività portuali da venerdì mattina se non verrà ritirato il provvedimento che impone il lasciapassare.

I portuali rinunciano a quella che, secondo molti, sarebbe già una vittoria, ovvero i tamponi gratuiti pagati dalle aziende, per rilanciare e spiegare la cosa più importante: la lotta che hanno deciso di intraprendere, da principio mirata a non lasciare nessuno dei propri compagni di lavoro a casa, nel flusso delle manifestazioni e della mobilitazione comune con altre categorie e realtà cittadine si è trasformata in qualcos’altro, qualcos’altro che li porta a non poter accettare compromessi: «Va tolto l’obbligo di greenpass per lavorare, non solo per i lavoratori del porto ma per tutte le categorie di lavoratori».

Nell’annunciare questa presa di posizione radicale i portuali si assumono un’ulteriore responsabilità, quella di entrare in conflitto, per la prima volta in maniera così dura, con Zeno D’Agostino, dal 2020 presidente dell’Autorità di sistema portuale dell’Adriatico orientale. In risposta alla loro mobilitazione, D’Agostino ha dichiarato che un attimo dopo l’inizio dello sciopero si dimetterà, perché verrà meno la sua legittimazione da parte dei lavoratori.

A quest’annuncio i portuali hanno risposto ribaltando la minaccia a quello che dovrebbe essere il suo vero destinatario:

«Deve essere chiaro a tutti che le eventuali dimissioni di D’Agostino sarebbero da imputare totalmente al Governo: è il Governo che ha emesso il ricattatorio decreto Green pass per lavorare che ha suscitato la giusta reazione dei lavoratori; è il governo che invece di porre rimedio al danno fatto stando ad ascoltare i lavoratori, ha voluto scaricare le sue responsabilità su D’Agostino, a cui ha chiesto di trovare un rimedio; ed è sempre il governo che D’Agostino non lo ha voluto nemmeno ascoltare intestardendosi a voler mantenere a tutti i costi in vigore il decreto».

A chi non ci vive o conosce poco Trieste, il suo peso economico e il suo porto, la portata di questo conflitto risulterà forse di scarsa importanza. Ma guarda caso proprio il caso triestino è stato ripreso ieri, a due giorni dall’entrata in vigore del lasciapassare obbligatorio, da tutti i media nazionali, che di colpo si sono resi conto che rischia di accadere qualcosa di enorme. Tanto più che il blocco del porto annunciato per venerdì 15 ottobre potrebbe verificarsi anche in altri scali italiani, da Genova a Gioia Tauro.

I portuali triestini ne sono certi, ritengono di aver scoperchiato il vaso di Pandora di una sequela di provvedimenti insensati e pilateschi, congegnati per scaricare le responsabilità della pandemia sempre verso il basso. E hanno buoni argomenti per sostenerlo, dal momento che, come tutti i lavoratori della logistica, sono tra quelli che, anche nel più duro «lockdown», hanno continuato a lavorare sempre e sanno bene che il fatto di farlo in condizioni che non garantivano nessuna sicurezza è stata la vera norma non scritta della gestione pandemica.

Sui social o a volte anche nelle discussioni su Giap vedo persone spezzare il capello in quattro su ciò che vogliamo, litigare sulle virgole e gli aggettivi di questo o quell’articolo sul Covid, sui titoli e la credibilità di chi l’ha scritto, o sulla scientificità della rivista che lo ospita. E per molte ragioni può essere utile farlo.

Il dato da registrare in questi giorni, tuttavia, è che la rabbia che frettolosamente è stata etichettata di volta in volta come «negazionista», «No Vax», «anarcocapitalista», «fascistoide» e via dicendo sta subendo una curvatura, e anziché incanalarsi solo in direzione di un’indistinta protesta antisistema, contro i vaccini e un generico potere globale, sta affrontando la questione squisitamente materialista e del tutto marxista dei rapporti di produzione e del conflitto tra capitale e lavoro.

Se questo è vero, con l’imposizione del pass Draghi ha fatto un errore madornale.

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301 commenti su “Fronte del porto. L’«anomalia selvaggia» della piazza anti-pass triestina e la lotta di classe

  1. «In verità i primi danni concreti causati dal ventilato blocco del porto si stanno vedendo già adesso. Da un paio di giorni tanti camionisti, invece di imbarcarsi per arrivare a Trieste attraverso l’autostrada del mare che parte dalla Turchia, preferiscono mettersi in marcia via terra per arrivare piuttosto che correre il rischio di ritrovarsi bloccati venerdì nel nostro porto. Insomma, il blocco ci sta facendo perdere traffico prima ancora di essere attuato» (Enrico Samer, imprenditore portuale e presidente della Samer & Co. Shipping, intervistato dal Piccolo il 12 ottobre 2021)

  2. Tempo sprecato, ragazzi. La compagneria di Twitter, con una ricerchina sui profili social di Stefano Puzzer, ha già risolto il mistero della protesta triestina: c’è dietro QAnon.

    Inoltre hanno scoperto che lui, Puzzer, in realtà non rappresenta nessuno. Quindi non ci sarà nessuno sciopero.

    Insomma, c’è poco da discutere: Trieste = Roma = fascisti. Viva il Green Pass, abbasso i Wu Ming. Fine dell’analisi.

    A me, comunque, al netto di tutto, un dubbio sulla rilevanza di un’inchiesta su un tizio che non rappresenta nessuno, per capire una protesta che mobilita migliaia di persone in una città come Trieste, rimarrebbe…

    • L’analisi di classe, i rapporti di proprietà e di produzione, i rapporti di forza, la composizione tecnica e sociale della sezione di classe operaia attiva in una lotta di massa e degli altri settori di società che convergono in quest’ultima, l’effetto di sostrato delle lotte precedenti, il ruolo del rapporto centro-periferie, il gioco delle influenze culturali e dei conflitti pregressi… Ragionare su tutto questo – magari facendo, se non “inchiesta operaia”, almeno un po’ di osservazione partecipata – sarebbe importante. Lo sarebbe in ogni momento, a maggior ragione lo è in questo, che potremmo tranquillamente chiamare il momento del primo backlash post-pandemico. Ora la situazione è complessissima, le variabili in gioco innumerevoli. Bisogna mettere in campo tanti saperi, e avere pazienza nell’individuare le contraddizioni giuste, le giuste “faglie” del conflitto… Chiaramente, dunque, non è alle eiaculazioni precoci e alle defecazioni di sentenze tipiche dei social che dobbiamo guardare. Anche perché non è un bel vedere, tra schizzi di sperma ed escrementi. Non dovremmo nemmeno prestarci attenzione, al semplicismo algoritmato. Continuiamo a lavorare.

      • Quelli del twitter i proletari li hanno visti solo nelle illustrazioni sovietiche zdanoviste. Tutti pulitini, con la famiglia perfetta del mulino bianco, che guardano orgogliosi il fumo delle ciminiere levarsi sulla steppa nella russia centrale. La realtà è che i proletari sono sporchi. Se quelli del twitter vedono una foto dei veri bolscevichi gli prende un colpo.

        https://i.pinimg.com/originals/f4/a9/7d/f4a97dd4722d7693cbf3dcd7bc681abe.jpg

        O se non vogliamo scomodare i bolscevichi, basta Rod Steiger in “Giù la testa”, già che c’ho la fissa dei western.

        Mesi fa mi era capitato di leggere dei compagni del twitter secondo cui il divieto di entrare nei ristoranti senza green pass è un problema borghese. Come se gli operai delle piccole fabbriche o delle squadre esterne non andassero a mangiare in trattoria (menù operai 7 euro).

        • Ok, però io adesso proclamerei una moratoria sine die per le menzioni dei mentecatti che si fanno le seghe su Twitter. Basta. Non contano niente.

          È in corso una lotta che tocca il reale in una maniera che fino a pochissimo tempo fa nessuno si sarebbe immaginato, partendo da una città che non era nei radar di quasi nessuno (ma nei nostri sì, da anni, per tante ragioni). Non si tratta di fare l’apologia di chicchessìa, nemmeno degli “eroici portuali”, ma di seguire e magari anticipare – come a volte ci è capitato su questo blog – le dinamiche del conflitto sociale post-pandemico. In questo caso, dinamiche di fertile contaminazione tra una piazza antipass (eterogenea ma coesa) e classe operaia (organizzata in sindacati di base ma soprattutto autoconvocata e autorganizzata).

          Non dobbiamo mai stancarci di ribadire che la situazione è parecchio contraddittoria, altrimenti qualcuno può pensare che a Trieste c’è tout court la Comune, però dobbiamo valorizzare quel che sta accadendo. I mentecatti lasciamoli a fare virocentrismo fuori tempo massimo. Perché anche il puntare sulla character assassination di un portavoce dei portuali in lotta è tipicamente virocentrico: c’è una lotta di massa, ma non conta per cosa si lotta e in quanti lo fanno, conta cosa pensa del virus un singolo.

          Il virus, sempre il virus. Come suol dirsi, «ci sono rimasti sotto». È venuto il momento di dire con chiarezza che, per quanto ci riguarda, là sotto possono anche rimanerci. Il loro contributo non ci mancherà. Bona lé. ‘Ndemo avanti.

    • Per quanto vedo e so posso solo assicurare che la character assassination in questo caso è il modo migliore per continuare a non capire nulla di nulla di quanto sta accadendo, ma contenti loro…
      Ma la cosa davvero ridicola in questo caso è che Puzzer stesso, nelle interviste di questi giorni, ricorda che il Clpt conta meno di trecento iscritti e che nelle manifestazioni i portuali sono sempre il triplo. Il che conferma non tanto lo scarso peso di questa singola sigla sindacale – che resta comunque quella più grossa in porto – ma soprattutto il fatto che nelle manifestazioni si sono attivate molte altre categorie di lavoratrici e lavoratori cittadine: la mobilitazione nata dal Coordinamento NoGreenpass ha di fatto messo in moto, in maniera spontanea, praticamente tutte le realtà produttive più grosse, con dinamiche del tutto inedite dal punto di vista della rappresentanza che, di fatto, è fondamentalmente autorganizzata e viaggia attraverso linee di comunicazione e di relazione che hanno poco a che fare con la farraginosa burocrazia delle relazioni sindacali classiche.
      Tutto questo – anche nell’intreccio di contraddizioni che vi sottostanno e che, a scanso di equivoci, segnalavo già settimane fa – non è semplice da interpretare nemmeno da qui e dagli stessi che lo stanno vivendo, figurarsi quanto se ne può capire da Roma – da cui è noto che non si capisce un cazzo – o, che ne so, da Pavia…

      • A essere scagliate come “pietre dello scandalo”, anche da sedicenti «osservatorî sul complottismo» (mai visto un “osservatorio” che si esprime usando la prima persona singolare, sarà un… one man observatory), sono:

        1) il fatto che nella piazza triestina si sentano e vedano (anche, diciamo noi) messaggi influenzati da cospirazionismo e pseudoscienze;

        2) il fatto che sui profili social di portavoce dei portuali si leggano (anche, ribadiamo) spropositi e fantasie di complotto sulla pandemia.

        A parte che a entrambe le osservazioni potremmo agevolmente rispondere «grazie al cazzo, chi l’avrebbe mai detto!», in questa reazione si riscontrano tutti, ma proprio tutti i limiti di un approccio ai cospirazionismi idealistico (nell’accezione filosofica del termine), liberale, scientista ecc. Un approccio in cui scompaiono le contraddizioni del sistema, le classi, i rapporti sociali, i rapporti di forza, in generale le dinamiche collettive. Scompaiono, insomma, le condizioni materiali del cospirazionismo.

        In una classica robinsonata, come le chiamava Marx, resta solo «il complottista», personaggio concettuale che, a scelta, può essere sbertucciato o invitato a ragionare (o entrambe le cose simultaneamente), ma sempre sul terreno smaterializzato e individualizzante della «battaglia delle idee».

        È l’approccio che critico duramente ne La Q di Qomplotto, libro del quale certi osservatori hanno già dimostrato di aver capito poco. La vicenda triestina, se dimostra qualcosa, dimostra proprio il principio che informa il mio libro e che tempo fa ho riassunto così:

        «Solo nuovi movimenti, nuove concatenazioni collettive possono prevenire le derive individuali e poi tribali nel cospirazionismo, tornando a contendere con lotte anticapitaliste e con legami solidali quello spazio che lo smantellamento/autosmantellamento delle sinistre (e soprattutto delle rappresentanze di classe) ha lasciato vuoto e le fantasie di complotto hanno occupato.

        Guardacaso quando scoppiano lotte che toccano il reale, e si esplicita inimicizia lungo le giuste linee di frattura, “la moneta buona scaccia quella cattiva”. Molto probabilmente i lavoratori italiani che hanno scioperato, occupato, bloccato i flussi della logistica accanto a loro colleghi migranti, constatando anche il ruolo di avanguardie giocato da questi ultimi, sono meno sensibili a stronzate come la “Grande Sostituzione” e altre fantasie xenofobe.

        Un altro esempio sono le scie chimiche: l’ascesa e il grande successo di quelle fantasie di complotto coincide con anni – gli ultimi anni Zero – di sconfitta dei movimenti, anni in cui tutti registravamo l’assenza di vere mobilitazioni sul problema climatico. Le fantasie sulle scie chimiche colmavano quell’assenza a modo loro, deviando ansie e frustrazioni in una narrazione diversiva. Narrazione diversiva di grande presa: all’epoca vi furono molte interrogazioni parlamentari sulle scie chimiche, anche da parte di deputati e senatori PD, partito che oggi posa da “anticomplottista”.

        Ebbene, con l’irruzione sulla scena di movimenti di massa di lotta sul clima (FFF, Extinction Rebellion, mobilitazioni contro Grandi Opere ecc.), le fantasie sulle scie chimiche hanno perso lustro e sono state (temporaneamente) relegate ai margini dell’immaginario. Questo indipendentemente dal fatto che quei movimenti abbiano ottenuto risultati visibili (è presto, e non dimentichiamo che l’emergenza-pandemia ha interrotto un ciclo di lotte planetario).»

        Repetita iuvant: il cospirazionismo è, tagliando con l’accetta, anticapitalismo fuorviato. È una parodia involontaria di critica al sistema, un surrogato di lotta che intercetta e traduce a modo suo la rabbia sociale che in quel momento nessun altro sta intercettando e traducendo.

        L’esito del cospirazionismo è quello di deviare il malcontento e di incanalare le energie che potrebbero essere investite in lotte vere e nella trasformazione sociale verso luoghi dove tali energie vengono dissipate o, peggio, usate per alimentare progetti reazionari. Per questo, come da sottotitolo del mio libro, «le fantasie di complotto difendono il sistema». Si tratta di «narrazioni diversive». Che però, attenzione, non avrebbero alcun successo se non si formassero intorno a nuclei di verità.

        Se in questi anni le fantasie di complotto sembrano regnare sovrane in molti spazi come non mai, è perché quegli spazi erano rimasti vuoti. Ma quando arrivano le lotte vere, il cospirazionismo viene detronizzato, e se non scompare (perché non scompare mai), comunque passa in secondo piano, la tua fantasia di complotto la accantoni a favore della concreta esperienza di lottare accanto a persone che non la condividono ma con cui condividi la condizione, gli interessi e gli obiettivi. In parole povere: persone che hanno creduto vere e diffuso fantasie di complotto, passano ad altri discorsi più agganciati alla pratica reale collettiva.

        È quel che è accaduto a Trieste a partire da luglio: un coordinamento cittadino contro il green pass è riuscito a incanalare la lotta e i discorsi in una direzione chiara, relegando ai margini le fantasie di complotto. Certo, nelle manifestazioni si leggono ancora certi cartelli e sui social certi manifestanti linkano Byoblu o altri siti-spazzatura, ma al momento non è questo a contare.

        In ogni mobilitazione di massa si è sempre sentito di tutto: senza scomodare il Pope Gapon, rammentiamo che in piazza Tahrir si udirono anche fantasie di complotto antisemite, a Gezi Park si udirono anche fantasie di complotto nazionaliste di matrice kemalista (la stessa matrice che porta a negare sia mai avvenuto il genocidio armeno) ecc. Cacheremmo mai una sentenza sommaria su quelle lotte in base a quei riferimenti? No, e non ha senso farlo nemmeno per la lotta in corso a Trieste, perché è la sintesi finale che conta, la piattaforma rivendicativa comune e il modo in cui quelle rivendicazioni si incarnano, sono vissute nell’esperienza di stare insieme, di lottare insieme. Coi corpi, cioè finalmente fuori dalle bolle delle solitudini social.

        Non solo concentrarsi solo su quei messaggi non ha senso, ma ostacola il lavoro di chi in quelle mobilitazioni si sbatte, cercando di mantenere il tutto focalizzato.

        [Ovviamente, qui per esigenze di sintesi il discorso è svolto in una forma molto grezza e rapida.]

        • Anche dall’altra parte della barricata, dalla parte di quelli-di-sinistra-collettivisti che vogliono tutti greenpassati e zitti io ci trovo molti aspetti psicologici analoghi a quelli preminenti nei fantasticatori di complotto come da te descritti in la Q di Qomplotto.
          L’ultimo esempio l’ho avuto proprio ieri in uno “scontro” con un mio amico ascrivibile più o meno tra le file dei QDSC(quelli-di-sinistra-collettivisti) ed è nient’altro che l’ennesima contorsione nella quale tanti si stanno producendo per cercare di “sopportare” il caso Clpt. Quest’ultimo è proprio il bastone che si inserisce negli ingranaggi del loro ragionamento schematico facendo saltare tutto il meccanismo; beninteso: a rigor di logica. Il Puzzer vaccinato che chiede lo stesso trattamento per i lavoratori di tutte le categorie, sfugge alle loro categorie di “individualismo”, “novaccinismo” etc. allora cercano di contorcersi, per l’ennesima volta, mandando a quel paese il “rigor di logica” e iniziando un valzer di fregnacce non sostanziate dando al Puzzer ora dell’anarcoide, ora del “millantatore di rappresentanza” e via discorrendo. E’ interessante anche notare come si tenda a personalizzare questo tipo di defenestrazioni, in maniera da banalizzare il tutto ulteriormente, ma questo aspetto meriterebbe un approfondimento altrove.
          Il parallelismo che mi viene in mente, in conclusione, è quello del fantasticatore di complotti, il quale, ad esempio quando una previsione stile QDrop non si avvera, si contorce inventando spiegazioni alternative sempre più farneticanti e prive di pezze di appoggio. Oppure quando, sentendosi debunkato “a rigor di logica”, inserisce nel novero dei complottanti anche lo stesso interlocutore che lo ha debunkato.
          In buona sostanza si potrebbe allargare la visuale costatando che, tutte le volte in cui una narrazione fa leva insistentemente sulla parte emotiva, viene innescato un effetto dirompente che spesso porta chi da questa narrazione viene affabulato ad un esercizio continuo di “sostituzione della realtà”.

          • In un testo del 2005 intitolato «Stregoneria capitalista», Philippe Pignarre e Isabelle Stengers descrivevano il modo in cui il sistema capitalista produce alternative infernali (ad es.: vuoi mantenere i salari? provocherai la delocalizzazione!) e quello in cui produce le “piccole mani”, i galoppini al suo servizio:

            «E sono forse proprio tutte queste piccole mani a metterci sulla pista giusta (…) Perché le piccole mani non si presentano, né si pensano, come “al servizio del capitalismo”. Semmai, la questione da porsi è: le piccole mani pensano? Ricordiamo la formazione del consulente raccontata nel film «Violences des échanges en milieu tempéré»: lo “sverginamento” che egli subisce lo metterà in grado di entrare in continuità con la violenza dei rapporti sociali, di fabbricare a sua volta ciò che genera malessere sociale. Viene spezzato, smette di pensare o, più precisamente, il pensiero diventa per lui dolore e minaccia. Sarebbe interessante raccontare lo “sverginamento” degli economisti che benedicono le alternative infernali come “scientifiche”, o degli uomini politici e dei giornalisti che le insediano e le ratificano, facendone un insuperabile orizzonte collettivo del pensiero. E così anche lo sverginamento degli scienziati, che imparano a disprezzare le domande che un “vero” scienziato non deve mai fare.»

            Le iniziazioni violente, malevole, generano galoppini (e, d’altra parte, tutta la storia del capitalismo è un’incessante violenza sugli umani, sulle comunità, sui viventi, sul mondo, sui morti, per renderli “conformi”). Di quella violenza fa parte, temo, anche il terrore che abbiamo respirato nell’ultimo anno e mezzo.

            • “In un testo del 2005 intitolato «Stregoneria capitalista», Philippe Pignarre e Isabelle Stengers descrivevano il modo in cui il sistema capitalista produce alternative infernali”
              Mi hai letto nel pensiero SteCon. Proprio ora stavo ragionando su come pian piano la frontiera di negoziazione del padronato si stia orientando sui tamponi “gratuiti”. Gratuità della quale poi non si capisce la natura, addirittura si è parlato di un “permesso alle aziende, in certi casi, di fornire gratuitamente tamponi ai propri dipendenti”, come se servisse un permesso per farlo, roba da matti.
              Non voglio andare fuori fuoco, mi riallaccio alle “alternative infernali” sottolineando che, se presto o tardi si concretizzerà questo contentino dei tamponi gratuiti, avremo a disposizione, o ci saranno alcuni che avranno a disposizione, l’alternativa di un tampone G-R-A-T-U-I-T-O. Wow.
              Ovviamente saranno tanti i problemi logistici, se sarà questo il caso, tanti che probabilmente, come qualcuno ha già preconizzato in un commento al post scorso, servirà una soluzione tipo RecUp, una soluzione, cioè, che vedrà il lavoratore costretto a spostarsi su scala (almeno) cittadina per il gaio accomodarsi alla fiera dei tamponi.
              In una città come la mia (Roma), durante la rush hour, solo per spostarsi di quadrante ci si può tranquillamente impiegare qualcosa come 45 minuti, 30 min a sbrigare la coda in farmacia e siamo a 2 ore. 2 ore ogni 48. Praticamente un’ora al giorno.
              Già, perché il proletario non avrà soldi, ma il tempo è una risorsa che può scialacquare…

            • A seguire talk show, tele e radio giornali delle maggiori reti e quotidiani italiani si scopre che non ci sono più di “100” giornalisti, raccolti da 3 grandi editori, che raccontano la pandemia e lo fanno a qualche decina di milione di persone. In questa concentrazione, il 14 ottobre, a canali unificati, c’è stata una vera e propria evocazione sciamanica della grande ansia per l’ennesimo rischio di blocco del paese. Per rimanere su un campo politico che ritengo comunque affine ma editorialmente legato sia a Gedi, sia ad RCS, nel suo spiegone, Da Milano ha ribadito ieri che il 15 doveva essere “il giorno della spaccatura, del blocco dell’Italia, il giorno in cui c’era una specie di guerra civile”. Ha continuato affermando che la situazione di Trieste era la più attesa “per eventuali problemi”. Ha confermato quindi ex post un’atmosfera che chiunque poteva verificare leggendo un titolo di giornale o ascoltando un talk show a caso. L’uragano atteso è risultato poi una pioggerella autunnale, facendo passare l’audience dalla possibile tragedia alla farsa. La cosa più interessante di questo falso allarme è che il potere mediatico all’italiana si mostra nella sua capacità mimetica in cui il giornalismo si confonde con l’intrattenimento politico. L’evento è ormai la capacità di impressione di memorie sovraccariche di informazioni che eccedono di gran lunga l’esperienza quotidiana. In assenza di “novità”, si sostituiscono gamme di stati d’animo schizofrenici. L’ansia del 14 si è trasformata in un senso di scampato pericolo la sera del 15. Solo che quel timore, come quel godimento successivo sono largamente un’autoproduzione dei 100. Sono cioè il frutto di una bolla mediatica che risponde in automatico agli input del mondo, realizzando montaggi narrativi che falsificano il dissenso incanalandolo in una qualche forma di rimozione edipica. Così ad esempio, seguendo quei montaggi, come molti qui, anche io mi ritrovo in un intermezzo tra si vax e no green pass non rappresentabile. Credo però che questa sarà sempre più un’esperienza in “comune”.

              • Lo aveva già anticipato Andrea in un commento qui sotto, scritto l’altroieri: «Molti giornali stanno a mio avviso gonfiando la bolla informativa del “venerdì nero”, paventando scenari apocalittici come sono soliti fare da decenni ormai. Non è il piano che ci interessa, e soprattutto quello in cui dobbiamo cadere.»

  3. È vero, il conflitto si sta gradatamente spostando dalla materia sanitaria (pro/contro, virocentrismo, ecc.) a quella, più ampia, dei rapporti di produzione. Una prova ne è la dichiarazione del presidente di Assologistica. Che va nella direzione di quella che sarà, secondo me, la tattica che verrà seguita dai media mainstream e dal governo nei prossimi giorni: i portuali, forti della loro posizione di lavoratori indispensabili, tengono sotto ricatto un intero paese.
    In realtà la protesta dei portuali potrebbe essere la classica crepa nella diga; attorno ad essa potrebbe coagularsi buona parte di quelle istanze ancora confuse, che non trovano sponde in luoghi diversi dalla piazza Telegram. Ma soprattutto questa iniziativa mette in luce le enormi contraddizioni insite nell’obbligo del lasciapassare sul luogo di lavoro; è bastato che una categoria partisse, per evidenziare e disvelare il dilettantismo, la superficialità, la protervia, la presunzione di chi ha deciso questa misura. Il governo dei migliori, il governo del pilota automatico, non ha nemmeno pensato che, oltre alle questioni di principio, al solidarismo delle avanguardie, alla maturità di una classe che sociale che da troppo tempo si dà per morta (insomma, hanno creduto alla stessa favola che hanno diffuso), esistono aspetti pratici sui quali l’obbligo di lasciapassare va ad impattare creando il caos. La questione dei camionisti stranieri è solo una della tante.
    La situazione è davvero “complessissima”.

  4. Venerdì si quantifichera’ la partecipazione. La mia preoccupazione è che da 18 mesi i governi stanno stringendo sempre piu’ la corda, inasprendo lo scontro ma svicolando dalle proprie responsabilità, vedi potenziamento del trasporto pubblico, riduzione del numero degli studenti per classe, sistemi di areazione delle stanze, riorganizzazione ssn, ecc. A quanto vedo la maggioranza della popolazione ha ancora fiducia nell’operato del governo e per me questo è qualcosa di sconcertante.
    Io sono pessimista sul futuro di tutti noi, o si riescono a bloccare ora, o non ci saranno piu’ argini alle iniziative che vorrà prendere il governo nel nome della sicurezza. Lo stato di emergenza è un ottimo pretesto per applicare la shock economy

    • Io però eviterei di oscillare in questo modo tra entusiasmo e scoramento, come mi pare che accada spesso in queste discussioni: personalmente non credo, ma potrei sbagliarmi, che venerdì sarà l’Armageddon, come non credo che dal punto di vista della compressione dei diritti in generale le cose, in particolare in Italia, abbiano preso una piega tale da essere già oltre al punto di non ritorno – e mi riferisco innanzitutto ai pericolosi precedenti stabiliti dai governi Conte e Draghi tra lockdown, coprifuoco, pass sanitario e via dicendo.
      Molti giornali stanno a mio avviso gonfiando la bolla informativa del «venerdì nero», paventando scenari apocalittici come sono soliti fare da decenni ormai. Non è il piano che ci interessa, e soprattutto quello in cui dobbiamo cadere.
      Se alcuni di noi si prendono la briga di osservare certi fenomeni da una prospettiva obliqua al mainstream giornalistico che avvalla qualsiasi provvedimento governativo, o tuttalpiù infila qualche tiepida critica – e al quale, consapevolmente o meno, si sono ahimé adeguati alcuni compagni e amici – è per la stessa ragione per la quale vent’anni fa scendevamo in piazza, per esempio, condividendo strade, piazze e assemblee con agricoltori che magari prima si erano fatti manovrare da destra sulle quote latte, o prima ancora con ex-indipendentisti veneti che vedevano nei bombardamenti su Belgrado la stessa vergognosa logica bellica e criminale che intravedevamo noi: nelle lotte ci si trasforma, cambia la percezione del prossimo, si modificano le convinzioni personali e, soprattutto, come scrive Wu Ming 1 più sopra, la moneta buona scaccia quella cattiva.
      Per tornare a quanto scrivevo all’inizio, i portuali e molti altri lavoratori triestini sono convinti di vincere questa battaglia contro il pass; personalmente non sono altrettanto ottimista e peraltro sono ben consapevole che sia importante, a questo punto, soprattutto per la sua funzione di delegittimazione del governo più distopico e assurdo che questo paese abbia mai avuto.
      Noto però che questa battaglia si è già trasformata in un universale nel processo della sua intrapresa, e chi vi è impegnato sta aprendo spazi di dibattito, di confronto e di relazione che solo qualche mese fa sembravano irrimediabilmente persi nella virtualità dei flame su FB o, nel migliore dei casi, delle penose «assemblee» su Zoom.
      A me non pare poco, così come invito a non considerarla una rivoluzione.

  5. Ciao a tutt*, primo commento su Giap!

    Risiedendo e facendo politica a Trieste, credo di poter dire la mia. Non per intendere che altri non ne possa parlare – chiunque ha diritto di parlare di tutto, purché dica cose interessanti – ma perché vorrei commentare alcune imprecisioni riscontrate nel pezzo di Andrea Olivieri.

    Innanzitutto Basaglia: non credo che si possa parlare di una memoria condivisa del suo operato tale da permeare pure il discorso comune. Anzi, ciò che resta dei basagliani da tempo si sta impegnando per difendere la memoria del loro mentore da insistenti attacchi della destra, nell’indifferenza della maggior parte della cittadinanza.

    Trattando di partecipazione operaia – in un contesto profondamente deindustrializzato – Olivieri dimentica di menzionare l’ampia varietà contrattuale e gli squilibri di status che ne conseguono. Chi era in piazza nei giorni scorsi, per farla breve, erano per lo più gli indeterminati. Ma siamo sicuri che siano in grado di rappresentare la classe in sé?

    I portuali stessi, all’avanguardia delle proteste di questa settimana, sono abbastanza un mondo a parte così come lo è il porto. Non a caso i sindacati maggiori hanno difficoltà a entrarci: le lotte dei portuali non sono spesso le stesse del resto della città – o almeno così emerge da colloqui privati con sindacalisti.

    [segue]

  6. [continua dal precedente]

    Tra i portuali non mi sembra che sia maturata una coscienza di classe, bensì direi di settore: un buon primo passo, certo, ma ben lontana dalla critica «squisitamente materialista e del tutto marxista dei rapporti di produzione e del conflitto tra capitale e lavoro» che si scrive nell’articolo. Da altri colloqui privati avuti con loro in diversi incontri, le posizioni maggioritarie mi apparivano consapevoli della realtà in cui operano ma sicuramente ben poco marxiane, con un leader del CLPT di Monfalcone consigliere comunale per la lega (che sì, sproloquiava di sostituzioni etniche e altre amenità).

    I portuali triestini hanno un tasso di non vaccinati del 40%: è una questione solo di diritto al lavoro e solidarietà tra colleghi o anche di salute pubblica? Non raffiguriamo nemmeno i lavoratori del porto come nelle illustrazioni sovietiche zdanoviste per favore.

    A conferma del piano inclinato in cui si è posto il CLPT, pure la USB – che sicuramente non si può definire filogovernativa e mi pare sicuramente più consapevole dei rapporti materiali rispetto al CLPT – si è disallineata dalla linea di opposizione a oltranza del comitato dei lavoratori portuali anche dopo aver ottenuto i tamponi gratuiti. Quella dei portuali non mi pare una lotta di massa ma semmai una prova di forza per ottenere una posizione di dominio.

    Insomma, non credo che Trieste sia un’anomalia – nel senso di diversità nella composizione delle proteste rispetto al resto del paese. Dalle elezioni è emerso uno schieramento compatto di destra ed estrema destra, con per di più la salita al consiglio comunale di Ugo Rossi, un matto (come diremmo qui) dichiaratamente antivaccinista. I fasci qui non hanno bisogno della piazza perché i legami col potere locale sono saldi. Semmai, l’anomalia è la quantità e la regolarità delle proteste: rispetto agli altri porti italiani, solo qui si è vista un’opposizione così strenua sia alla campagna vaccinale sia alla porcata del green pass.

    È giusto cercare di entrare nei movimenti sociali per diffondere coscienza di classe, ma in questo momento non mi sento a mio agio nelle manifestazioni dei portuali. La loro leadership è sufficientemente determinata per poter dirimere i contenuti condivisibili della loro protesta dalle cialtronerie: quando lo faranno, credo che molte e molti compagni si potranno unire più a cuor leggero.

    • Dal mio punto d’osservazione di frequentatore abituale e di lungo corso di Trieste – la città della mia compagna, in cui ho parenti e amici e di cui ho scritto svariate volte – ho l’impressione che ci siano dei malintesi.

      Su Basaglia: Andrea Olivieri non ha fatto riferimento a rapporti di forza in città tra basagliani e antibasagliani: ha evocato un possibile lascito culturale, non necessariamente maggioritario in città, che forse agisce in profondità ed è riconoscibile nell’insofferenza verso la salute che diventa disciplinamento.

      Riguardo alla composizione di classe dei cortei, le tue note sono troppo vaghe e impressionistiche perché io possa dire in che misura sono corrette, anche perchè le fonti sono tuoi «colloqui privati con sindacalisti» il cui contenuto dobbiamo prendere per buono senza riscontri.

      Il problema è che quel contenuto è contraddittorio: dici che in piazza ci sono «perlopiù gli indeterminati», ma al tempo stesso «all’avanguardia delle proteste» ci sono i portuali, che però… fanno lotte diverse da quelle del resto della città, sono «un mondo a parte». Ma se sono «all’avanguardia» di proteste che mobilitano quindici-ventimila persone, sinceramente a me non sembrano così a parte…

      Proprio riguardo ai portuali: nel citare Andrea sostituisci «questione» con «critica», e da qui parti a contestare un’affermazione che lui non ha fatto: da nessuna parte nel suo articolo si sostiene che i portuali siano soggettivamente marxisti ed esprimano direttamente una «critica squisitamente materialista». C’è scritto tutt’altro, ovvero che «la rabbia [che non è solo rabbia dei portuali] sta subendo una curvatura» e si trova a impattare con «la questione squisitamente materialista» dei rapporti tra capitale e lavoro. Il che è oggettivo: si sta parlando di sciopero, blocco delle reti della logistica, picchetti, dimissioni di un top manager in conseguenza di una lotta…

      In ogni caso, «coscienza di settore» non mi sembra proprio renda l’idea, quando la posizione di chi vuole bloccare il porto è che va ritirato l’obbligo di green pass «per tutti i lavoratori, senza discriminazioni». Non solo per i portuali e la logistica, dunque, ma per tutti. Siamo ben oltre i confini di un settore.

      Sotto quest’aspetto, che è quello materialistico e dell’analisi di classe, conta davvero poco che questo o quel sindacalista del porto voti Lega o di suo spari cazzate o creda/abbia creduto a fantasie di complotto. Ma su questo ho già risposto in un lungo commento sopra. Tra l’altro, quando fai questi esempi qualcuno potrebbe farti notare che tutti i comunicati del CLPT sono firmati da Sandi Volk, che come sai oltre a essere un sindacalista è non solo un militante antifascista da decenni, ma uno storico che ha scritto testi importanti sulla Resistenza e sulla lotta di classe dalle vostre parti.

      La notazione sul tasso di vaccinati al porto cosa starebbe a dire? Buttata lì così, come se l’inferenza fosse automatica, non significa nulla e non è commentabile. Su questo blog abbiamo sempre rifiutato di dividere i lavoratori – e in generale gli essere umani – tra “buoni” che si vaccinano e “cattivi” che non lo fanno. La questione è complessa e merita complessità, non dicotomie.

      Se il fine del Clpt è l’acquisizione di una posizione di forza, in questo caso rispetto all’USB che rappresenta l’altro sindacato di peso in porto, noi non lo possiamo sapere, semplicemente perché non abbiamo rapporti diretti col Clpt, non ne promuoviamo il tesseramento né abbiamo interessi nella sua ascesa in qualsiasi forma sindacale o politica. Non necessariamente ne condividiamo la linea sindacale, anzi, su questo blog noi e lo stesso Olivieri, in tempi non sospetti, abbiamo criticato sia il milieu indipendentista da cui quel sindacato è nato – pur non facendosene mai fagocitare – sia la campagna per l’applicazione dell’allegato VIII per il porto internazionale, che invece è stata sposata praticamente da tutto l’arco politico cittadino in varie forme in occasione delle ultime elezioni amministrative, e persino da Zeno D’Agostino.

      Nessuno ha scritto che sia quella dei portuali la lotta di massa, ma che i portuali sono parte di una lotta di massa. E se non è una lotta di massa quella che per settimane di fila genera cortei che per Trieste sono oceanici…

      Dalle elezioni amministrative sarà anche emerso uno schieramento compatto di destra, ma ha votato solo il 46% degli aventi diritto. Dunque anche il 4,5% di Ugo Rossi va ridimensionato come peso sociale in città: stiamo parlando del 2,07% reale, che in numeri assoluti rende ancora più l’idea: 3000 voti per la lista e 3700 per il candidato sindaco su 185mila elettori e 85mila votanti. Se in piazza c’erano almeno 15.000 persone, vuol dire che ben quattro manifestanti su cinque Ugo Rossi non se lo sono filato di striscio. Penso sia molto più facile trovare le sovrapposizioni tra la mobilitazione e il non-voto.

      Dopodiché, uno può pensare che 3700 voti al «matto» – però era meglio spiegarlo che a Trieste «un mato» significa «un tizio», «un tale» – siano comunque troppi, ma è lo scotto che tocca pagare, è fisiologico e deriva del totale disinteresse della politica ufficiale per quanto andava montando nelle piazze triestine: Rossi ci è stato dentro fin dall’inizio, e anche se è stato ridimensionato nelle assemblee e nella visibilità alle manifestazioni, era inevitabile che qualcosa portasse a casa.

      • Caro WM1, a me sembra che alcuni punti di Donglyo siano rilevanti. In particolare il dato del 40% di non vaccinati tra i lavoratori del porto di Trieste, non serve a distinguere i buoni e i cattivi, ma dice due cose: 1) che il caso di Trieste è particolare e probabilmente non generalizzabile, perché negli altri ambienti di lavoro le percentuali di non vaccinati sono molto più basse. 2) Che la transizione da movimenti no-vax a movimenti politici che aprono un confronto tra capitale e lavoro, auspicata nell’articolo, potrebbe essere ottimistica, almeno finché si limita al caso particolare di Trieste. E questo non perché non siano illuminati Puzzer o Sandi Volk, ma perché una parte del loro seguito potrebbe non condividere le loro motivazioni. In breve:il sasso è stato lanciato e Trieste è un laboratorio: non siamo certi se l’evoluzione sarà positiva, come tu e Olivieri auspicate, o se invece sarà al di sotto delle aspettative come teme Donglyo.

        • Proviamo a problematizzare il ricorrere di questo dato del 40% di non vaccinati al porto di Trieste. Io lo vedo citatissimo, non c’è titolo mainstream che non lo riporti. E per quanto riguarda il mainstream la sua funzionalità è chiara: serve a schiacciare il rifiuto del green pass sul rifiuto del vaccino. Da lì la conclusione, implicita o esplicita: «per forza quelli sono contro il pass: sono contro il vaccino!»

          Ergo, dove la percentuale di vaccinati è più alta, la critica al lasciapassare dovrebbe striminzirsi. Ma ne siamo sicuri?

          Inseriamo il porto nel contesto della mobilitazione più ampia che caratterizza Trieste: siamo sicuri che le quindicimila persone che il coordinamento porta in piazza siano in maggioranza non vaccinate? Non ho dati, chiaramente, ma non mi sembra realistico. Penso che un sacco di gente anche vaccinata abbia ottime ragioni di avercela col governo Draghi e in generale con la classe dirigente che ha gestito la pandemia e ora impone una misura inutile, ipocrita e vessatoria come il lasciapassare (che spesso rompe i coglioni anche a chi ce l’ha, a me senz’altro). Penso che la rabbia sociale accomuni molti vaccinati e non vaccinati, e che per la legge dei grandi numeri sia più facile che i primi (largamente maggioritari nel paese) possano essere più numerosi dei secondi anche nelle lotte di massa che verranno.

          Del resto, in quest’ultimo scambio non siamo tutti e tre vaccinati e tutti e tre contrari al lasciapassare?

          Dopodiché, intendiamoci, non ho la sfera di cristallo né lo specchio delle mie brame. E più che ottimismo, c’è la volontà di seguire attentamente questa che è la prima vera vertenza dichiaratamente post-pandemica o, forse meglio, anti-emergenzialista.

          • Hai ragione. Infatti Trieste è una realtà da seguire. Come dici tu, siamo tutti e tre vaccinati e tutti e tre odiamo il green pass. Come, io credo, moltissime altre persone. Il mio problema personale è questo: io in piazza a manifestare contro il green pass (a Roma) non ci vado perché mi troverei in mezzo a un gruppo eterogeneo con alcuni fascisti e parecchi novax e sciechimichisti. Però so che sbaglio, perché non andando lascio la piazza a loro. Mi piace Trieste perché sembra diversa da Roma e forse in piazza a Trieste ci andrei. Per questo seguo quello che succede a Trieste con molta attenzione e un po’di speranza. Vorrei un corteo che dicesse “vaccino si ma obbligo no”. Vorrei che Donglyo avesse torto, ma so che forse potrebbe avere ragione. Forse voglio troppo.

            • 1/2

              @ABelelli
              “(a Roma) non ci vado perché mi troverei in mezzo a un gruppo eterogeneo con alcuni fascisti e parecchi novax e sciechimichisti.”

              Occhio che questa è proprio l’impressione mediatica che fognanuova ha cercato (e in parte riuscito) di lasciare sui media con la “sceneggiata” di sabato. (vedi localteam** su yt)

              Con sceneggiata mi riferisco al copione (monopolizzare la scena e poi a fine spettacolo parlare truffaldinamente a nome di chi già è tornato a casa e spacciare la piazza non fascista come tutta novax e quanonista [e non dire una parola contro il greenpass e del perchè ci si debba opporvisi ]):
              1)scontri e violenze in piazza
              2) attacco al sindacato

              3)(il fulcro della recita: ) di sera, quando il grosso dei manifestanti sani (non di fn) era ormai sparito, fanno qualche scaramuccia creando una barricata
              e lanciando per qualche minuto dei sassi contro i giornalisti. La polizia avanza con l’idrante, smantella la barricata e i fascisti-lanciasassi sembrano spariti.
              Dopo poco, (sulla via che si è parecchio svuotata), di fronte alla polizia compare una tizia con giacchetta marrone e pantaloni blu (che appariva prima vicino alle barricate) con sguardo di ghiaccio (da robocop, dico io) che si posiziona
              a poche decine di metri dalla polizia, ferma e con mani alzate (tipo gecko). Resta così qualche minuto.
              Poi si aggiunge un altro a far lo stesso. Poco dopo una decina di altri.
              Attende di avere l’attenzione delle videocamere e proclama “Noi non siamo di forza nuova!” e a qualche giornalista “vieni a intervistare me!”.
              Il gruppo si infoltisce e diventano una ventina. Gridano slogan. Discorsi vaghi misti a frasi vere ma banalissime.
              Tra loro una tizia bionda in impermeabile marrone, che si era fatta notare un’ora prima a favor di telecamera (prima ancora della barricata, sparendo poi magicamente pochi minuti prima che venisse costruita),
              parla quasi come portavoce del gruppo. Tra le altre cose la tristissima frase rivolta alla polizia “avete sotto le palle per ribellarvi ?”. (Uno slogan maschilista del genere ce lo si puo’ aspettare solo da una fascista .. )
              Poco dopo si unisce un tipo attempato (sui 60 o + anni) con felpa blu e megafono a completare il dirottamento percettivo: pronuncia slogan novax, un tizio vicino gli suggerisce “parla degli zombizzati da vaccino!”.
              (continua)

            • 2/2
              Operazione conclusa! Muto l’audio e passo a rainews24 che usa la stessa fonte video e la giornalista diceva che “è vero, questi sono non violenti, li abbiamo già visti questi volti nelle altre manifestazioni a cui abbiam dato copertura” (ah bene. Quindi anche RN24*** metteva in risalto i novax e quanonisti per evitar di parlare di chi la protesta la fa contro il GP e la discriminazione).
              Nauseato decido, prima di chiudere tutto, di tornare sul live di localteam e fare seek per vedere un attimo l’assalto alla sede del sindacato. Chi ti trovo vicino alla porta della sede e quasi appiccicata a roberto fiore? Proprio la bionda con impermeabile marrone. La tipa che faceva (di sera, qualche ora dopo) da “portavoce” di quei suoi compari che a favor di telecamere si eran falsamente dichiarati “non di forzanuova”.

              **una nota su localteam. Qualcuno l’ha citato (in un commento al post “Gli utili idioti neofascisti ..”) e usato strumentalmente come metro per generalizzare le proteste di Trieste e Milano asserendo “ci son video in cui compare qualche saluto romano anche a Trieste”.
              Ebbene, io pure ho visto quel video. Ma faccio notare che si tratta di uno dei pochi (o forse l’unico) video su Trieste fatto da localteam.
              Inoltre in una breve ricerca 1 o 2 giorni fa ho notato sproporzioni di copertura da parte loro:
              Roma: 5 ore di filmato live
              Trieste e Milano: massimo 4 o 5 filmati con durata media che va dai 2 minuti ai 4 minuti.
              fognanuovacentrismo da parte di localteam?

              Preciso che non so nulla di local team ma le prime volte che ne vidi i filmati (forse 1 o 2 anni fa) avevo la strana impressione (ora confermata) che dessero massima copertura a tutte le manifestazioni di forza nuova.
              Infatti a Roma il 9 ottobre localteam non si è quasi mai staccato dalla parte di corteo riferibile a fn. (Es: seguono l’attacco al sindacato .. ma intanto gli altri manifestanti che facevano? Quello era solo uno spezzone di corteo deviato, mi pare di capire. Mancano riprese sul corteo vero)
              Boh. Localteam mi puzza un po’ (e non dal 9 ottobre).

              ***Quel sabato, verso sera, prima di passare su localteam, stavo guardando rainews24.
              Mi ha fatto abbastanza disgusto sentire la giornalista in studio ribadire “… a Roma, alla manifestazione contro il GreenPass che è stato lo strumento indispenzabile per tornare alla normalità ..”
              Posso capire che lo si dica del vaccino, ma non del greenpass! Dire (in pratica) che “il greenpass ci ha salvato e senza siam fottuti” è una falsificazione bella e buona.
              Non è giornalismo ma propaganda.

          • Scusate se intervengo così dal nulla, ma vorrei fare una mia osservazione sul tuo commento Wu Ming 1.
            Ecco, io penso che negli ultimi anni la protesta in seno agli italiani sia scemata. Tranne rare eccezioni, TAV e clima più di recente, che comunque coinvolgono gruppi organizzati e ben distinti, i cittadini non convergono in modo trasversale nelle proteste.
            Ora, sarebbe ovviamente positivo se ciò avvenisse in questa occasione, se la cascata di protesta iniziasse, su un tema divisivo, e si coagulasse a formare un unico movimento anticapitalista.
            Temo, tuttavia, che al momento la protesta sia anti-lasciapassare, ma formata soprattutto (inteso come componente maggioritaria) di anti-vaccinisti.
            Sono questi ultimi, ad aver attratto una componente minoritaria (che potrà trasformarsi, me lo auspico, in maggioritaria) di contrari al lasciapassare, ma pro vaccino.
            La scarsa tendenza alla partecipazione alla protesta dei miei compaesani, è un trend che difficilmente si ribalta dall’oggi al domani. Per questo fatico a credere che in molti scendano in piazza per un principio di solidarietà, quando su altri temi quella solidarietà non c’è stata.
            Penso che la netta maggioranza di chi sta manifestando, un lasciapassare duraturo non lo abbia e non lo voglia avere, ma non per i motivi per cui non lo vogliamo noi.
            Vedremo come evolve.

            • Chiaramente nessuno di noi al momento ha dati o risultati di ricerche sociologiche sulla composizione della piazza triestina, abbiamo però riscontri empirici, racconti, testimonianze dirette, chilometri di chat con amici e conoscenti che stanno dentro la mobilitazione. Io posso dirti che quasi tutti i triestini di mia conoscenza che partecipano ai cortei e forse domani all’alba saranno all’ingresso del porto sono vaccinati.

              Certo, it’s not rocket science. Ma per ora questo abbiamo.

              Riguardo al principio «non può verificarsi ora quel che non si è verificato finora» (cioè che si lotti per solidarietà), dico solo che la storia non procede in modo lineare, il futuro non è un semplice prolungamento del presente, e una cosa bella che fanno le lotte vere è proprio interrompere la routine, anche la routine dei sentimenti, e avviare sequenze di vita nuove, facendo provare a chi lotta l’ebbrezza di nuovi legami, nuove empatie, appunto nuove solidarietà.

              Nel 1991 in val Susa gli scettici dicevano: che vuoi che gliene freghi alla valle di lottare contro l’alta velocità ferroviaria se non hanno lottato contro l’autostrada, ormai qui non si mobilita più nessuno… (Non era del tutto vero, qualcuno che si era opposto all’autostrada c’era stato, come c’era stato il precedente della lotta vittoriosa contro un megaelettrodotto, ma i discorsi che si sentivano erano quelli)

            • Solo una precisazione da spaccacapello e poi qualche aneddoto:

              Se dici «Penso che la netta maggioranza di chi sta manifestando, un lasciapassare duraturo non lo abbia e non lo voglia avere, ma non per i motivi per cui non lo vogliamo noi» è forse riduttivo e impreciso sulle proporzioni, ma ne capisco il senso. Oltretutto mi sembra chiaro che chi la “discriminazione” la vive dal suo aspetto più pratico sia portato a contestarla anche più di chi la critica dal suo lato teorico e “di principio” ma che, invece, il lasciapassare in caso di necessità lo potrebbe esibire e quindi venendo al “dunque” non sarebbe costretto a “viverla” (la discriminazione. Scusate la sintassi).

              Se però dici «formata soprattutto […] di anti-vaccinisti» non sono d’accordo sul termine.
              Anti-vaccinista è uno che ce l’ha con l’idea stessa di vaccino. Esistono, ma sono una minoranza.
              La maggioranza qui secondo me non ha voluto farsi “questo”. E anche all’interno di questo gruppo, c’è sicuramente una parte anche vasta che pensa che “questo” vaccino sia il “male” assoluto, ma una buona fetta semplicemente non vuole farlo e basta, con una posizione del tipo “ok, se tu lo vuoi vai e fattelo ma non obbligare me”.

              Ora gli aneddoti: uno riguarda una P.A. in cui sono stato, dove c’è un casino di gente (vaccinata) ancora in smart working e gente che segue cantieri e sedi distaccate per cui in sede c’è molto di rado. Ebbene, mi hanno detto che il dirigente ha preteso che tutti si presentino almeno 3 volte la settimana in sede per il rito del controllo del GP.
              Questo per dire di nuovo che 1) non ci sono motivi sanitari, 2) il GP rende la vita inutilmente difficile e complicata anche ai vaccinati.

              L’altro aneddoto riguarda la famosa esenzione vaccinale: l’altro giorno a fare un tampone c’era un tizio che mi ha detto (magari mentendo per non farsi dare del no-vax, non so, io riporto la conversazione “de relato”) che il vaccino non può farlo perché prende dei farmaci per una patologia autoimmune “leggera” e glielo hanno sconsigliato. Ma siccome non è una cosa troppo grave l’esenzione non gliela fanno. Se vuole il GP, deve interrompere la cura, vaccinarsi, e poi, con calma, riprendere la propria cura.
              Per questo motivo per ora va avanti con la cura e coi tamponi.
              Ora, un caso come questo come lo inquadri?

              • Io sono una insegnante e non un medico. Lo interpreto come un caso limite. Che merita sicuramente attenzione, ma che non rappresenta la maggioranza dei non vaccinati.
                Io penso, probabilmente in controtendenza alla linea di molti su giap, che non ci sia una ragione valida per non farsi il vaccino. Penso inoltre che la differenza, che poni anche tu, tra questo vaccino e altri vaccini, sia mera retorica per arzigogolare una scelta che non ha argomenti sensati. Che la collettività dovrebbe essere alla base della scelta e che nascondersi dietro a “tu fattelo per te, che te frega se io non lo faccio” significa dopo 2 anni non aver capito un accidente della pandemia.
                3 milioni di lavoratori non si sono vaccinati. È un problema collettivo che andrebbe affrontato cercando di porre rimedio agli errori che ci sono stati nella narrazione di questi strumenti fondamentali, e non privandoli del diritto di lavorare.
                Non scarico la colpa sugli individui che fino ad oggi hanno fatto una scelta secondo me sbagliata.
                Sono però anche conscia che molti non li convincerai mai e che è compito della collettività darsi delle regole per tutelarsi.
                Non ho una risposta definitiva su come fare. Avrei preferito l’obbligo al lasciapassare. Come avviene per tante altre vaccinazioni. L’antitetanica è obbligatoria per lavorare nei porti. Da anni.
                Come leggi, tanti dubbi, poche certezze.

                • “Io penso, probabilmente in controtendenza alla linea di molti su giap, che non ci sia una ragione valida per non farsi il vaccino.”

                  Scusa, ma la valutazione è sbagliatissima, la maggioranza di chi interviene qui si è vaccinata, come del resto noi WM.

                  • Però, scusatemi, la valutazione sarà anche sbagliata, ma cosa importa (se n’era discusso, tempo fa..). L’affermazione fatta da Lucia è questa: “io penso che non ci sia una ragione valida per non farsi il vaccino”.
                    Anch’io penso, con Lucia, che non ci sia una ragione valida per non farsi il vaccino. A maggior ragione se sei un lavoratore, per tutela della tua e della altrui sicurezza.
                    Di cosa sono fatte le proteste di questi giorni? Sono fatte di tante buone cose ma sono fatte anche (soprattutto?) di persone che non vogliono farsi il vaccino anti-covid.
                    Ma è un vaccino sicuro, funziona, è gratuito per tutti. Perché non farselo?

                  • Epperò sempre lì cadiamo: si traduce la lotta al green pass in lotta al vaccino. Se per alcuni sarà anche così, per altri – e secondo me sono la maggioranza – non lo è assolutamente. Non lo è per Cobas, USB, CUB, SOA, ad esempio. Secondo me non lo è nemmeno per la maggior parte delle persone che animano la lotta a Trieste. Poi ci dimentichiamo sempre di tutti i lavoratori stranieri – a Trieste numerosissimi ma presenti in tutta Italia – che sono vaccinati (con Sputnik) ma per lo Stato non lo sono e il lasciapassare non possono averlo. Questa è una chiara dinamica di discriminazione di una forza-lavoro che è spinta verso il “nero”. Non c’è bisogno di essere non-vaccinati per essere discriminati grazie al green pass, tantomeno ce n’è bisogno per combattere questa discriminazione. Il lasciapassare introduce tutta una serie di incongruenze e dinamiche che qui sono state prese in esame più volte e che non colpiscono solo i non-vaccinati, anzi.

                  • “Ma è un vaccino sicuro, funziona, è gratuito per tutti. Perché non farselo?”

                    Il vaccino non è gratuito, ma pagato coi soldi delle tasse anche di chi non si è vaccinato, esattamente come i tamponi “gratuiti” di cui si parla in questi giorni. Solo che ormai è talmente diffusa l’idea che il non vaccinato sia il male incarnato, che deve per forza essere anche evasore fiscale. Saremmo noi vaccinati, quindi, a pagargli i tamponi, perché solo noi vaccinati paghiamo le tasse. Con cui finanziamo senza tante pippe, tra le altre cose, la “guardia costiera” libica.

                    Detto questo, chi non vuole farsi il vaccino, non se lo farà. Punto. Vogliamo dire che chi va in piazza a manifestare contro il green pass da non vaccinato, ci sono significative probabilità che sia un idiota e non trascurabili probabilità che sia un pezzo di merda? Diciamolo. Ma vale anche per chi lo attacca, eh. Pari pari. Solo che lui oggi manifesta contro il governo dei padroni che gli toglie la possibilità di mantenersi, per punirlo e scaricare su di lui, a posteriori, la responsabilità di due anni di pandemia, di cazzate e di atti e omissioni criminali. Mentre chi lo attacca, si schiera di fatto a favore di quest’operazione.

                    Da dei comunisti mi aspetterei che prendessero atto almeno di un conflitto in cui ci si unisce e ci si divide com’è “naturale” e non come si conviene.

                  • Mi sentirei di far notare che questo atteggiamento “Io penso che non ci sia una ragione valida per non farsi il vaccino” fa incarognire ancor più un sacco di persone, me compresa che il vaccino l’ho fatto, e quindi peggiora ancor più la polarizzazione e contrapposizione delle posizioni, cosa di cui non c’è proprio bisogno. Soprattutto dopo che si dice chiaramente di non essere un medico. Io sono sicura al 100% che, vista l’estrema variabilità delle condizioni personali e di salute delle persone, ce ne siano diverse che la ragione valida per non farsi il vaccino ce l’hanno. Saranno una minoranza molto ridotta? Possibilissimo, però non vedo il motivo di “cassarle” in questo modo. Qui sembra che ogni volta che viene avanzata una nuova soluzione salvifica o pseudo tale (che il vaccino e il Green pass sono solo le ultime della serie) c’è una quantità sorprendente di persone che davanti a qualsiasi obiezione o eccezione riguardante gli inevitabili casi di impossibile/controproducente applicazione si sente in diritto/dovere di mettersi in modalità rullo compressore, più o meno spiccata, perché, mah, “tanto sono pochi”, “e poi c’è chi ci si nasconde dietro”, “e comunque che dobbiamo far [succedere cosa pessima a caso] a milioni* di persone per non farne star male qualche centinaio**”. Ora che lo si faccia perché si ha paura del virus, perché non se ne può più di vivere così (tutta la mia simpatia), o perché ci si sente realizzati a rampognare il prossimo (e qui la simpatia è zero), il risultato finale non cambia. Questa cosa della collettività a base della scelta suona tanto come “la maggior parte delle persone (pensa che) starà meglio quindi di come la vivi tu che sei in netta minoranza ce ne freghiamo”.

                    * che poi magari milioni non sono…
                    ** e magari sono molti, ma molti di più…

                  • Aggiungo che non lasciare spazio nemmeno per le domande aumenta solo la diffidenza, l’ostilità, o anche semplicemente l’irritazione di chi per un qualsiasi motivo i dubbi o le domande le ha. Io mi sono sentita qualificare come “vaccine hesitant” perché ho una condizione che mi espone ad effetti avversi se prendo tutta una serie di medicinali e prima ancora di poter essere vaccinata stavo cercando di contattare un medico per chiedere qualche informazione preliminare (anche solo per evitare di arrivare lì e sentirmi dire “guarda torna un altro giorno che preferiremmo farti quell’altro vaccino”: non è un caso remoto, è successo a due diversi membri della mia famiglia – tra l’altro ho fatto benissimo, al centro vaccinale non avevano mai sentito nominare questa “cosa”, erano ben contenti che mi fossi informata prima e hanno registrato lo “spelling” giusto della “cosa” usando il pdf mandatomi dal medico). Ora, è trent’anni che ogni volta che mi viene prescritto qualcosa che non ho mai preso prima si controlla se per caso potrebbe scatenare una reazione che mi manderebbe all’ospedale, che il primo che passa si senta in diritto di trinciare giudizi mi potrà far girare le scatole? Trattasi di domanda retorica. Me le ha fatte girare eccome.
                    In sintesi: per come la vedo io, davanti a una frase come “io penso che non ci sia una ragione valida per non fare [x]”, quelli che hanno la ragione più o meno soggettivamente valida hanno anche tutte le ragioni di sentirsi emarginati e trattati come danni collaterali; quelli che non si fidano tanto, davanti a questa evidentissima spinta “questa cosa va fatta a tutti i costi e non si possono nemmeno fare domande” giustamente si fidano sempre meno; e quelli come me, che per una ragione o per l’altra simpatizzano con i primi o con i secondi, si irritano sempre più – pure da vaccinati! – perché pensano che sarà anche ora di piantarla con questo atteggiamento che oltretutto è controproducente.

                • Brevemente, perché non è il focus del thread ma:
                  «3 milioni di lavoratori non si sono vaccinati. È un problema collettivo che andrebbe affrontato»

                  Ho dei dubbi che sia veramente un problema “collettivo”. E comunque è un problema che andrebbe risolto senza GP, con calma, con la dovuta informazione, consentendo alternative (a vaccini non mrna, per esempio? Anche solo come contentino, indipendentemente dall’aspetto scientifico).
                  Che età anno questi lavoratori? Sono debitamente informati, possono parlarne serenamente con un medico che non abbia un diktat di vaccinare tutti? Quanto rischiano effettivamente – statistiche alla mano – loro, e quanto fanno rischiare i vaccinati?
                  Tenuto conto, come scritto ovunque, che una certa quota di infettività permane anche fra i vaccinati e che lo scopo del vaccino è sostanzialmente (e ben venga) di mettere al sicuro da T.I. le fasce di popolazione più fragili e da conseguenze più gravi, e tenuto conto che oltre l’86% dei vaccinabili ha la prima dose, porre l’accento su quanto questi 3 milioni siano un problema collettivo rischia di essere un diversivo, ci si focalizza su un problema (che esiste ma non è più “il problema”, non è più marzo 2020) per risolvere il quale si è disposti a vari compromessi, primo fra tutti scaricare sui non vaccinati il problema delle difficoltà del SSN, e poi accettare cose che vanno dal GP all’obbligo vaccinale (e relativamente a quest’ultima parte la penso come Isver qualche commento fa: obbligo oggi rischia di voler dire TSO)

                  • @Wu Ming
                    Lo so lo so, infatti non ho scritto che non siete vaccinati, ma che voi e altri giapster ritenete siano valide alcune ragioni di chi decide di non farlo (es. narrazione ambigua su astrazeneca, se non ricordo male). Non so se sono riuscita a spiegarmi. Sintetizzando: se la mia affermazione fosse sbagliatissima, allora per voi (come per me) non c’è una ragione valida, che sia una, per non farsi il vaccino.

                    @Cugino
                    Proprio quelle che poni tu, io ritengo siano obiezioni di lana caprina, retorica arzigogolante. Vizietti da uomo medio bianco, che i nostri padri/nonni non si sarebbero mai posti. Ma so di essere estrema in questo, e so anche che tu sto vaccino non te lo vuoi proprio fare.

                    • Lucia, noi non abbiamo detto proprio niente sulla validità o meno di questa o quella ragione per non vaccinarsi, perché noi non abbiamo la minima expertise sui vaccini m-RNA e quant’altro. Ci siamo vaccinati dopo aver fatto un rozzo calcolo di probabilità che di scientifico non ha nulla, è stato un «facciamo a fidarci», abbiamo valutato che valesse la pena ma andando a spanne, e così hai fatto anche tu e chiunque non sia un mega-esperto di biologia molecolare e immunologia: ti sei fidata, nulla di più, e davvero sfido chiunque a negarlo.

                      Noi abbiamo detto non che siano valide alcune ragioni per non vaccinarsi ma che è comprensibile che qualcuno non voglia farlo, vista la comunicazione schizogena, l’arroganza dell’obbligo nascosto, l’alone di inaffidabilità che avvolge un governo che ha imposto misure antiscientifiche, spacciando con arroganza la superstizione per scienza e la penitenza per profilassi, lasciando aperti i luoghi dei veri focolai e facendo la guerra al virus dove non c’era, additando un capro espiatorio dopo l’altro… Se quando lo stesso governo ti intima di vaccinarti altrimenti ti rende la vita impossibile e tu dici che no, dopo tutto quello che è successo non ti fidi più, io capisco perché questo succede.

                      C’è una crisi di legittimità delle istituzioni, una sfiducia generalizzata, un non credere a qualunque cosa dica il mainstream. I dati del non-voto testimoniano che a metà della popolazione non frega più un cazzo di partecipare al funzionamento della macchina, e secondo me il blues post-gestione pandemica c’entra eccome. Una crisi che ha fondamenta, tra l’altro, ha dei nuclei di verità, non solo nella delinquenziale gestione pandemica di cui sopra, ma in generale in una realtà che i compagni convertiti allo scientismo più cieco oggi negano: il fatto che in una società capitalistica la medicina opera secondo logiche capitalistiche. L’antivaccinista ne trae conclusioni balenghe? Sia. Ciò non toglie che quella realtà esiste.

                      Per tutti questi motivi, io non posso unilateralmente gettare la croce addosso a chi non vuole vaccinarsi, anche se io ho deciso di farlo, né posso ritenere quella persona, come fanno molti «di sinistra», un mio nemico più della classe dirigente che ci ha scaraventati in questa situazione di merda.

                      Ovviamente, quando l’antivaccinista spara cazzate e diffonde notizie false e fantasie di complotto, le smonto nella misura in cui sono in grado di farlo, come faccio ne La Q di Qomplotto. Quel che non faccio è unirmi a chi ha fatto del «no vax» il capro espiatorio, non mi unisco alla riprovazione generale pilotata, a un gioco al massacro funzionale ad assolvere la classe dirigente.

                  • Credo che se una persona è disposta a farsi il tampone ogni 48 ore, a spendere un bel po’ di soldi per questo, a valutare ogni volta se e quando potrà tamponarsi, se è disposta a correre il rischio di dover rinunciare a qualcosa perché in quel determinato momento sa già che non potrà avere un tampone valido; se, in buona sostanza, è disposta a programmare la sua vita in base a orari e possibilità preordinati con largo anticipo, bè, quella persona è ben determinata a non vaccinarsi, e non ci sarà green pass che tenga. Incaponirsi nel cercare di vaccinarla (per cosa poi?) è un esercizio inutile, estenuante, dannoso e anche (a questo punto) stucchevole. A metà ottobre 2021 dovremmo tutti prendere atto di questo, tirarci una riga sopra, e continuare con le nostre vite da vaccinati, non vaccinati, greenpassati, non greenpassati.

                • Condivido in pieno il commento di Lucia. Non conosco direttamente la situazione di Trieste, e forse sbaglierò io, ma avendo partecipato allo sciopero dei sindacati di base di lunedì (in Veneto con ADL) mi sembra davvero difficile ipotizzare che sulla piattaforma del Clpt (no green pass e neanche tamponi gratuiti: nessun controllo e via andare) e sulla sua stessa composizione oggettiva – maschi bianchi garantiti con contratto a t.i., scusate la brutalità della descrizione – , sia possibile costruire un terreno di ricomposizione delle vertenze o delle lotte (giuste) contro il governo Draghi: a tacere della presenza di fascisti e complottisti (ben venga se sono stati cacciati da Trieste), come fare, per dirne una, a far convergere i lavoratori dello spettacolo, o gli stessi studenti medi e universitari (no, non intendo quelli No green pass con camicia bianca e doppio cognome che vedo parlare ai loro presidi)? Io lo scetticismo di molti compagni del movimento lo capisco eccome.

                  • Premesso come sempre che la piazza triestina è piena di contraddizioni, che non siamo alla vigilia della comune di Parigi, eccetera eccetera, il dato di realtà è che di donne, oggi e in tutte le manifestazioni precedenti, ce n’erano e ce ne sono tantissime. Oggi per il coordinamento ha parlato una compagna, per dire. Dopodiché tra i portuali in senso stretto è vero, non ci sono donne. Ma io personalmente conosco solo una compagna che per un periodo ha fatto la guardiafuochi in porto. Quello del facchino o del gruista in porto è un lavoro fisicamente molto pesante (e chi fa il facchino in porto, anche se maschio bianco a t.i., sicuramente non è un privilegiato sul lavoro). In piazza però non ci sono solo i portuali, e in altre categorie le donne ci sono eccome.

                    Per quanto riguarda la faccenda tamponi, i rappresentanti del sindacato dei portuali hanno detto che non accettano la proposta dei tamponi gratuiti solo per loro avanzata dall’autorità, perché, hanno detto, la loro lotta riguarda tutti i lavoratori. Inoltre l’obbiettivo della lotta resta l’abolizione del green pass, che è ritenuto un dispositivo di ricatto e non un presidio sanitario.

  7. Pensieri solidali.

    Premetto che quello che scrivo non è esclusivamente farina del mio sacco ma il risultato di cogitazioni collettive, discussioni a volte interminabili, letture spesso impegnative, scazzi, pesanti o meno ma sempre superati da momenti di gioia, che ho fatto, negli ultimi mesi/anni, insieme a compagn* coinvolt* nelle varie lotte ambientaliste, in particolare quella contro il fracking (del quale l’Italia e` libera, beati voi) nell’umida contea nella quale risiedo.

    La ciccia.

    In termini generali, spesso, la teoria politica e, di riflesso, all’interno dei gruppi sociali e/o realta` lavorative, esiste una specie di presupposto psicologico che pensa che la *solidarietà* abbia origini spontanee, che possa nascere da una specie di “moto identitario”, un empatia latente che si trasformerebbe in desiderio di appartenenza ad un qualche gruppo o comunita`, nel quale l’individuo sente/spera di “ri-conoscere” se stesso e gli altri.

    Ecco, questa idea della soliderietà è problematica e andrebbe esaminata meglio tentando di de-strutturare il concetto, le sue origini e le sue dinamiche generative. Credo che in questo momento possa essere utile e importante.

    Si potrebbe ipotizzare per esempio che la solideriata’ abbia tre diverse origini: condivisione di un esperienza, condivisione di un identitta’, condivisione di interessi.

    Questa ipotesi è contenuta in un articolo di un compagno che proverò a tradurre e sintetizzare più tardi se avrò tempo.

    Per ora, riguardo alla condivisione di esperienze, fase che dovrebbe avvenire prima di quella identitaria , mi sento di consigliare a chi avesse (troppo?) timore di una deriva reazionaria, che su Giap esiste un utilissimo vademecum d’archivio:

    https://www.wumingfoundation.com/giap/2013/02/come-riconoscere-chi-e-di-destra-e-accorgersi-del-pericolo/

    Fate girare.

  8. Una prospettiva sulle mobilitazioni contro il Green Pass a Trieste

    Segnaliamo un testo molto importante pubblicato poco fa su Infoaut: una testimonianza scritta da compagne e compagni di Trieste che dall’aprile scorso fanno lavoro politico e inchiesta militante dentro la mobilitazione contro il lasciapassare. Hanno direttamente contribuito a formare il coordinamento cittadino anti-greenpass e da mesi vivono immersi in una situazione tanto contraddittoria quanto tumultuosamente vitale e ricca. In vista dell’annunciato blocco del porto di domattina, anticipiamo la conclusione del testo:

    «1) Accorreranno in molti quel giorno, anche da fuori città, il rischio che arrivi qualcuno a metterci il cappello come hanno fatto a Roma esiste ed è contrastabile anche con una presenza opposta, nella prospettiva che sia un momento realmente popolare grazie all’intelligenza di chi vorrà esserci. 2) Sappiamo che una vittoria o ulteriori sviluppi di questo movimento sociale potranno avvenire solo con una resistenza e una presenza diffusa, e non solo nella città di Trieste.»

    https://www.infoaut.org/precariato-sociale/una-prospettiva-sulle-mobilitazioni-contro-il-green-pass-a-trieste

  9. La giusta lotta contro il green pass condotta da Puzzer, che è vaccinato, ha però dei lati negativi se incoraggia i non vaccinati a rifiutare il vaccino. Perché, parliamoci chiaro, il green pass è odioso, ma il vaccino può salvarti la pelle. La strada della protesta è stretta, Landini l’ha inizialmente tentata ma ha sbagliato: rifiutare il vaccino è lecito (e quindi il green pass è abusivo), ma chi lo fa assume su di sé un rischio del quale deve essere consapevole. Non è questione né di tamponi né di distanziamento e mascherine: si può difendere il diritto di rifiutare il vaccino, ma non si può sostenere che facendolo si scelga una opzione sicura. Alla fin fine io credo che il green pass vada abolito e vada sostituito col convincimento e con l’accettazione che una quota di popolazione non si vaccinerà. Per questo manifestare contro il green pass dovrebbe sempre includere anche una forte affermazione sull’opportunità di vaccinarsi, non per obbligo ma per scelta.

    • La giusta lotta contro il green pass è anche la giusta lotta contro l’idea che ogni lotta debba rapportarsi a una realtà cristallizzata ideologicamente che impedisce qualunque lotta.

      Chiedere uno spot a favore dei vaccini a chi rifiuta la divisione tra vaccinati e non, in un contesto in cui esistono solo il virus e il vaccino, equivale a chiedere di infilare la testa nella ghigliottina per verificare le dimensioni del buco.

      Con l’86,1% di vaccinabili teorici che deo gratias ha ricevuto almeno una dose, dovremmo piuttosto rivendicare di non dover partire sempre da lì. Perché partendo da lì, si arriva comunque lì, a prescindere dal giro che si prova a fare.

      Guarda solo come si sono ridotti i poveri compagni di Twitter nel tentativo di tenere insieme la loro rappresentazione di sé e questo frame. Costretti a scavare nelle biografie degli operai in lotta per trovare materiale compromettente agli occhi del pubblico morboso, come un cronista di nera precario che debba riempire l’ennesimo articolo su Massimo Bossetti.

    • Qui però non si tratta più di una questione di natura sanitaria, ma di una mera prova muscolare di un governo, che non vuole scendere a compromessi perché su questo lato si sente sopra alla legge (non ha del resto praticamente né oppositori in Parlamento né tra i media). Siamo già a oltre l’ottanta percento. Dove vogliamo arrivare? Dell’immunità di gregge non ne parla più nessuno. E pure la finalità delle misure, da che è passata dall’abbassamento dei contagi alla vaccinazione a tutti costi, sembra spostarsi dalla vaccinazione al GP. Insomma, la questione sanitaria è sempre più sullo sfondo. E del resto la scelta di mettere un generale in divisa a capo della campagna vaccinale è già simbolicamente molto importante. Io non credo che Draghi scenderà a patti. Uno che ha distrutto il presente e il futuro di un intero popolo come avvenuto in Grecia, non si farà certo intimorire dalle proteste dei portuali o altro. Però queste proteste sono molto importanti perché minano la narrazione dell’ampio consenso verso il GP. Tutto falso: la minoranza in dissenso c’è ed è rilevante, e forse qualche partito che c’è in maggioranza ostacolerà il governo in questa materia per racimolare un pugno di voti. Bisogna affidarsi a questo perché a mio avviso Draghi non cederà di un centimetro.

      • L’80% basta e avanza dal punto di vista statistico: infatti la mortalità epidemica ormai è molto bassa. Il problema però è che il virus circola nonostante il vaccino. I vaccinati non muoiono, ma i non vaccinati rischiano. E allora il punto è: protestiamo contro il green pass, ma non allo scopo di incoraggiare le persone ad adottare comportamenti rischiosi. Perché l’epidemia sta finendo ma qualcuno ancora farà in tempo a morire. Purtroppo questi vaccini non impediscono la circolazione virale: i non vaccinati continuano a rischiare. I no-vax non mi stanno particolarmente simpatici, e comunque non si può proteggerli contro la loro volontà; ma almeno non rafforzarli nel loro convincimento, perché li mette a rischio. Avrò torto ma io la vedo così.

        • Non vorrei sembrare eccessivamente ottimista, ma arriveranno altri vaccini. Uno dei punti di forza della tecnologia a mRNA è la relativa semplicità di aggiornamento. E arriveranno anche vaccini tradizionali, come il Novavax, che magari incontreranno meno resistenza di quelli a mRNA (da parte della gente, non del virus). Poi arriveranno farmaci efficaci.

          Il virus circola e muta, certo. Ma non può trasformarsi nella creatura di Alien, partendo da 30.000 paia di basi. In questo articolo:

          https://www.ilfoglio.it/salute/2021/10/01/news/fin-dove-puo-spingersi-il-virus-nella-sua-gara-contro-gli-anticorpi-uno-studio-3044971/?fbclid=IwAR2tJcRXR6XQcfKC_TYVRRwaC05s8Wc4UR0oLjoqRCRD9cYR5aQ5Hu2Mv2c

          Enrico Bucci spiega come si stiano indagando i limiti evolutivi di SARS-CoV-2 e le relative implicazioni sulla capacità di eludere gli anticorpi. I primi risultati, da prendere con le molle, sembrano incoraggianti.

          Se poi il virus dovesse cambiare meccanismo di infezione, sarebbe sicuramente un problema. Ma sarebbe anche di fatto un virus nuovo. E la certezza che domani non emerga un altro virus anche peggiore di questo, comunque non ce l’avremo mai. E’ inutile ragionare di un’eventualità del genere, se non in termini di preparazione. Qualunque virus innocuo può diventare dannoso, se si trasforma radicalmente.

          • La costa si modella a seconda delle forze del mare così come il mare prende la forma della costa, ma non mi pare stia avvenendo la stessa cosa con vaccini e virus.

            Proprio ieri, incuriosita da questo tema, ho voluto andare a capire se il “booster” o terza dose fosse adeguato alla terza dose o fosse “aggiornato”.
            Da quello che ho capito, è sempre lo stesso uguale a sé medesimo.

            Forse, come Harvey parlava di fordismo e Just in Time nella differenza tra la produzione moderna e postmoderna, le aziende farmaceutiche, almeno in questo frangente, e quelle occidentali in particolare, sono ancora legate al fordismo.

            Sarebbe forse necessaria una collettivizzazione, che portasse maggiormente l’interesse nella salute e nelle persone più che nel profitto delle imprese.

            In questo senso sono molto interessanti gli studi sui vaccini di Cuba, peccato se ne parli sempre troppo poco..

            • Il “booster” è per definizione una dose aggiuntiva dello stesso vaccino, che in teoria serve solo nei casi di risposta insufficiente alle prime due. Se poi i governi decidono, senza alcuna giustificazione scientifica, di usare la terza dose per fare media con i non vaccinati e arrivare al numero di dosi inoculate che gli farà vincere la trapunta o il robot da cucina, come nelle raccolte punti dei supermercati, possiamo seriamente aspettarci che sia chi vende i vaccini a opporsi?

              Ma questo non significa che questi vaccini non saranno mai aggiornati. Al momento, semplicemente, non è stato necessario. Da nessuno studio è emerso che questi vaccini abbiano perso di efficacia in quella che è la loro funzione primaria, ovvero proteggere da malattia grave e morte. La tanto attesa supervariante, non si è (ancora) vista.

              Quanto a Cuba, faccio notare che il vaccino pubblico là è stato comunque inoculato anche ai sassi. La differenza con la politica vaccinale “dettata” dagli interessi di Big Pharma, al momento, non si è vista. Che ci piaccia di più l’idea del vaccino no-profit e della ricerca trasparente, è cosa buona e giusta. Ma dobbiamo accettare il fatto che non ci stanno facendo vaccinare perché avevano un vaccino da vendere.

  10. Tra le centinaia di migliaia di miliardi di cose che mi sfuggono una non secondaria è relativa a questa tendenza dei compagni greenpassomani a rimestare come dice Isver nelle biografie di chi va in piazza e senza fare un plissè quando si tratta di accompagnarsi a posizioni che testuale “non me ne fotte un cazzo se perdono il lavoro, così imparano”. O che magari dicono “del tuo diritto al salario me ne fotto se devo rischiare di ammalarmi”. Nessuna presa di distanza da queste posizioni, anzi persino un tentativo di accreditarsi dicendo “ma guarda che noi siamo d’accordo solo che povere anime a loro che sbagliano chi ci pensa?”. La postura di sta gente che critica sulla base di confusissime nozioni sociologiche (il profilo sociale di chi manifesta? Really? avvertite la comunità che avete gli studi) è ridicola non è tragica da un bel po’. Questa gente non è stata presa in ostaggio, combatte con l’esercito nemico senza nemmeno un po’ di vergogna. E non sto parlando solo delle fogne social, o delle fogne mainstream, perché sono contento che Bertuzzi frequenti buone compagnie ma non mi pare che tra gli accademici ci sia da fare troppo affidamento, almeno gli umanisti. Al limite non sbracano, ma alla fine “io i tuoi tamponi non li pago” arriva da lì.

    • Non si tratta di conoscere il profilo sociale di chi manifesta e nemmeno di sapere quante altre volte nella vita si è scesi in piazza, ma la stronzata di non portare simboli di partito e bandiere che non siano lo schifosissimo tricolore, a mio avviso fa camminare sul precipizio e non aiuta a capire con chi si sta manifestando. Mi spiego meglio: il corteo dei Cobas di sabato era chiaramente schierato e non dava adito ad alcun fraintendimento rispetto al posizionamento politico. Il presidio di oggi a Udine organizzato dal comitato “Costituzione in azione” era un’accozzaglia davvero imbarazzante di persone furibonde per l’obbligo di GP per accedere ai posti di lavoro in vigore da domani. Mi sforzo infinitamente per trovare punti in comune oltre a ciò, ma se si parla d’altro e se si ascoltano gli interventi non riesco a sentirmi parte di questa massa. Dunque sì, giudicare dall’alto questa mobilitazione considerando tuttə criptofascə e genericamente no vax è profondamente sbagliato nonché sterile e baciaculo al potere borghese, ma continuare a raccontarci la piazza di Trieste per tirarci su il morale perché qualcosa finalmente si muove, lo trovo un po’ miope (dove tra l’altro si sono viste braccia tese cantando l’inno nazionale anche recentissimamente. Almeno lì, certo, sporcandosi le mani, s’è cercato di imporre l’antifascismo come assioma). Tutto questo per dire che , nonostante l’estrema necessità di ricucire, nelle piazze non trovo la profondità e la radicalità che, ad esempio, leggo qui su Giap. Piuttosto tanta e tanta rabbia focalizzata contro il GP, molto antivaccinismo tout court, tanto non essere né di destra né di sinistra di grillina memoria e cori da stadio a gogo. Con grande desolazione questa è stata finora la mia esperienza. Un caro saluto e sempre grazie!

      • Scusa, Coriandolo, alcune precisazioni:
        – le manifestazioni di Trieste si caratterizzano per la pressoché totale assenza di tricolori, è una delle cose che più colpiscono e giustamente i compagni triestini lo rimarcano anche nel testo uscito su Infoaut;
        – che io sappia le braccia alzate e l’inno nazionale non si sono visti a una manifestazione indetta dal coordinamento ma a un presidio-farsa di una decina di fasci davanti alla Prefettura, dopodiché può darsi che in un corteo di 15mila persone un pezzo di merda che fa il saluto romano ci sia anche, ma giustamente nessuno l’ha ritenuto rilevante;
        – se aspetti di trovare una mobilitazione di massa che abbia come linea quella di Giap, per forza rimarrai deluso, una lotta di massa non è un blog di tre scrittori (e viceversa), qui possiamo permetterci un rigore e una radicalità che in un coordinamento di diverse realtà in lotta vanno sempre rinegoziati e adattati al contesto. Di gente che legge Giap nel coordinamento triestino sappiamo che ce n’è, loro ci seguono, ma come noi seguiamo loro, e mica pensiamo di poter dare una “linea”, sarebbe oltremodo ridicolo.

      • «Tutto questo per dire che nelle piazze non trovo […]»

        Immagina come ti sentiresti/ci sentiremmo tutt* se nelle piazze italiane ci fossero, in questi giorni, solo piccioni. Se dai megafoni ti costringessero ad ascoltare, invece che voci di protesta, i coldplay in loop. I’ll fix you. Per sempre…

        Parafrasando ciò che ha scritto Isver in un altro commento, pensare che «ogni lotta debba rapportarsi a una realtà cristallizzata ideologicamente» significa ignorare, per esempio, che le piazze, i cortei, persino le sommosse, rappresentano esperienze di formazione politica essenziali, che favoriscono lo sviluppo di una forma di pensiero condiviso, collettivo, necessario per lo sviluppo di una comunità che si voglia definire umana.

        Non a caso una delle principali opere culturali del neoliberismo, negli ultimi 40 anni, è stata «l’inibizione sistematica della possibilità che potessero emergere, sopravvivere ed emanciparsi collettivi, di qualsiasi dimensione, capaci di aquisire consapevolezza del proprio potere», in particolar modo potere politico.

        Anche ad un livello emotivo, fisico-psichico, dopo mesi di segregazione, ciò che in molti probabilmente stanno “sentendo”, tra la folla, sono emozioni inedite, in grado di spostare la prospettiva da una individualista ad una solidale.

        • Si, però c’è un però.
          Lo scorso inverno la mia città era in zona rossa. Un ristoratore aderente a Ioapro rimase, appunto, aperto. Dopo varie diffide ignorate, l’autorità giudiziaria mise i sigilli al locale. Nella tarda primavera il ristorante ha riaperto, e come “risarcimento” il comune ha concesso al ristoratore di occupare con i suoi tavoli ca 200 mq di piazza davanti al suo locale. 200 mq di suolo pubblico, sottratti alla cittadinanza, inutilizzabili da chiunque non sia cliente.
          In ossequio allo stesso principio “risarcitorio”, si è concesso ai bar e locali del corso principale (una delle poche zone pedonali della città) di creare uno sbarramento di tavoli su suolo pubblico, per attraversare il quale, nell’ora dell’aperitivo, bisogna fermarsi e fare la gimcana fra mojiti e stuzzichini.
          Personalmente non ho nulla da spartire con queste categorie (alle quali possiamo aggiungere gestori di locali vari, albergatori, commercianti), che però, oggi, animano le piazze in fermento. La loro rabbia è diversa dalla mia, e sono diversi anche il principio, il metodo, la ratio. Se il portuale di Trieste (e di altre città, Genova in primis) manifesta in nome di un principio solidaristico, in nome di cosa manifestano le categorie citate che fanno del vittimismo la loro cifra identificativa? Ho il sospetto che l’unica molla che muove costoro sia economica. Quando sarà passato il bubbone GP, queste persone saranno in prima fila fra quelle che guarderanno con diffidenza, se non con ostilità, me e altri che manifesteremo contro il controllo ossessivo degli orari, l’erosione del potere d’acquisto dei salari, il precariato istituzionalizzato, l’arroganza del padronato, la protervia del governo (che non nasce oggi, col lasciapassare), ecc. Tanto per dire, quanti di questi saranno domani a Roma? Domanda a beneficio che chi pensasse che siamo di fronte ad una nuova e potenziale opposizione sistemica, o ad un diffuso moto di indignazione popolare.
          Quindi va bene la piazza impura e “non cristallizzata ideologicamente”, però, per favore, non parliamo di “pensiero condiviso, collettivo, necessario per lo sviluppo di una comunità” (e questo senza scomodare forzanovisti e fascistume vario). Nessuno ha la sfera di cristallo, ma la cosa più probabile che potrà accadere è che fra un mese questa piazza così eterogenea, che (almeno adesso) ha il no GP come unico collante, si sfalderá, perché, alla fin fine, la lotta è sempre di classe. Forse anche qui risiede parte del disagio di molti.

          • Ciao,
            è una giusta obiezione la tua, ma le manifestazioni noGP restano comunque un’opportunità.

            «Tanto per dire, quanti di questi saranno domani a Roma?»
            Te lo dico io, se con “questi” parli di ristoratori, partite iva o Gino e Maria, credo pochi o nessuno.
            Non ci sarà nessuno di questi certo per una questione di classe, ma anche per una questione di “contingenze”.
            Se sono una partita IVA, più o meno vera, un lavoratore in nero o non sindacalizzato, un precario che manco sapeva di potersi iscrivere a un sindacato e che non ha mai parlato con un rappresentante sindacale (e viceversa, il sindacato manco sa che tu esisti) e che sto scendendo in piazza adesso per la contingente discriminazione del GP, per quale motivo (se non strettamente ideologico, in positivo intendo, ma non è da tutti) dovrei andare fino a Roma a una manifestazione in cui il tema del GP non mi sembra sia all’ordine del giorno e anzi rischia di venir tenuto separato? (e ribadisco, anch’io auspico il massimo successo della manifestazione di Sabato).

            Viceversa se la famosa “moneta buona” come stanno facendo adesso i portuali, partecipa alle manifestazioni noGP dove ci sono Gino e Maria, portandosi le giuste bandiere, i giusti distinguo, facendo proselitismo, chi ti dice che quella “solidarietà” non si diffonda.
            Chi ti dice che Gino e Maria che magari non sono i padroni dell’Holiday Inn ma hanno un figlio che ha fatto l’alberghiero e con la liquidazione hanno comprato la licenza di un bar, non possano accogliere la moneta buona e scacciare la cattiva?
            Anche solo acquisendo una maggiore coscienza di classe e comportandosi poi più che correttamente con eventuali dipendenti?

          • @ Marcello

            «Personalmente non ho nulla da spartire con queste categorie»

            Ti capisco.

            Tra le righe di questa discussione si stà anche tentando di evidenziare però che «nessuno di noi al momento ha dati o risultati di ricerche sociologiche sulla composizione dell[e] piazz[e]».

            Quindi, dire, pensare che per strada ci siano in prevalenza soltanto Bojetto e Mastro Titta potrebbe essere fuorviante oltre che controproducente; se non sbaglio si parla, per esempio, di almeno un 30% di autotrasportatori/trici non vaccinat* o con vaccini non riconosciuti.

            Persino Tirzan, quindi, ai giorni nostri, non sarebbe mai riuscito ad arrivare ad Anderlecht.

            Credo ci si debba rendere conto, sopratutto, del fatto che, in ogni momento, il rischio di rendersi partecipi di un gioco di prestigio è altíno; anche solo, magari, scrivendo pezzi su Giap (che, faccio notare, è un luogo gestito, per ora, da esseri umani che si sbattono per mantenere una certa apertura del discorso).

            Teniamo a mente poi il fatto, risaputo, che il trucco è fondamentalmente a matrice algoritmica, agisce a livello sub-liminale, ma che per riuscire necessita, alla fonte, di tante «piccole mani [che] non si presentano, né si pensano, come “al servizio del capitalismo”».

            «In nome di cosa manifestano le categorie citate che fanno del vittimismo la loro cifra identificativa?»

            Nella tradizione liberale che domina la scena politica “occidentale”, esiste la convinzione che tutti i colletivi umani consistano in aggregazioni di individui, tenute assieme esclusivamente da un rapporto relazionale diretto, a carattere lineare/verticale; rapporto che ciascuno degli individui aggregati avrebbe nei confronti di un qualche “punto di identificazione”, un leader o una bandiera per esempio. Oppure da un qualche tipo di “contratto” stipulato con la “società”.

            (https://www.plutobooks.com/9780745325316/common-ground/)

            Per questo penso che parlare di categorie diventa, ancora una volta, fuorviante.

            Perchè «le relazioni solidali non sono mai basate su di una presupposizione riguardante l’esistenza di un identità unitaria e condivisa (una categoria per esempio) ma *lavorano* sulle/attraverso le differenze senza tentare di sopprimerle, rendendole in qualche modo, utili, “fertili”».

            In conclusione, credo che il problema maggiore sia che, in generale, non vi sia più dimestuchezza sul come portare avanti questo *lavoro*. Tutto và ricostruito dalle fondamenta. Ma è necessario a meno di pensare che l’emergenza stia per finire o che sia l’ultima.

  11. Secondo me nelle piazze si è sempre trovato di tutto e di meglio o peggio. Semplicemente, dopo un lungo periodo di limitazioni, ci si è improvvisamente ricordati che le piazze e le vie esistono anche per l’incontro politico, non solo sociale (che fosse per gli aperitivi, il passeggio o le vittorie nel calcio). Solo che, mentre il c.sinistra e i sindacati hanno preferito lasciarle semivuote, soprattutto per la paura di un altro contagio, qualcun altro non ha avuto le stesse preoccupazioni ne’ gli stessi scrupoli e ha cominciato a piantarci le sue brave bandierine. Per cui questi individui allucinanti si sono sentiti forti e coraggiosi in confronto agli “altri” che erano letteralmente scomparsi e qualcuno di loro ha cercato di piantare le suddette bandierine direttamente sotto la foto di Di Vittorio, così il messaggio era più chiaro. Il risultato è che sabato finalmente ii sindacato aggredito dovrebbe (speriamo) mostrare di avere avuto una reazione, ritornando in piazza, ma a che prezzo questo risultato è stato ottenuto.
    Intanto nel frattempo i “camalli” si sono attrezzati da soli, hanno imbarcato per ventura anche qualche compagnia importuna lungo il percorso, ma almeno la macchina non è più inceppata e qualcosa si è smosso, speriamo per non bloccarsi di nuovo.

  12. Quello che già da adesso credo si possa dire tranquillamente è che la “questione green pass” non riguarda più alcun tipo di profilassi. Così come nel caso della TAV i magistrati in aula dicevano che “la TAV si deve fare a prescindere dall’utilità, perché è in discussione l’autorità dello stato” allo stesso modo adesso DEVI avere il green pass a prescindere dalla sua utilità, di cui ormai nessuno parla più. Del resto è impossibile difendere in qualsiasi modo questo assurdo obbrobrio: un decreto che entra in vigore con calma, inesistente in altri paesi in questa forma, con nessun ragionevole argomento dietro, talmente pieno di contraddizioni che pare scritto da qualcuno non troppo lucido. Inutile dire che questo significa che chi è contro la protesta in questo momento sta difendendo il governo, o che sta facendo una lotta per un qualche posizionamento politico. Così come del treno non importa più a nessuno anche in questo caso nessuno crede che il miglioramento delle condizioni sanitarie passi davvero dal green pass.

    • Come tutte le generalizzazioni, anche quella per cui chi è contro questa protesta sta difendendo il governo, non è vera a prescindere. Molti critici di queste proteste, che hanno molte più contraddizioni di altre, sono altrettanto se non più critici del governo dei competenti. Non penso si debba accettare qualsiasi protesta a prescindere, anche quando quella protesta ha ben poco a spartire con i nostri valori. Marcello07 lo spiega bene nel suo ultimo commento qua sopra.
      È giusto cercare di reindirizzare quella rabbia informe verso il sistema capitalista, ma secondo me andrebbe fatto prendendo chiaramente posizione sui temi. E questo non per dividere i lavoratori, ma per non prestare il fianco a facili critiche e assimilazioni.
      Il lasciapassare fa schifo per molti motivi, alcuni li scrivi tu nel tuo commento.
      Ma gruppi “io apro” o “nazione sotto dittatura sanitaria” non rappresentano “esperienze di formazione politica essenziali, che favoriscono lo sviluppo di una forma di pensiero condiviso, collettivo, necessario per lo sviluppo di una comunità che si voglia definire umana.”

      • Io parlo del significato politico di essere in questo momento favorevoli al green pass. Non tutti quelli che vogliono il treno in valle erano (e sono) delinquenti al soldo di TELT e molti credono davvero ai benefici (in termini di ricaduta occupazionale, addirittura persino ambientale) delle grandi opere pubbliche e tra loro – guarda un po’ – i sindacati.
        Non dovrebbe esserci bisogno ma siccome non si sa mai meglio precisare che non sto dicendo per niente che le due “masse(popoli? gruppi?)” oppositori siano in qualche modo assimilabili, non fosse altro per la diversa consapevolezza di sé costruita in decenni in Val di Susa. Parlo proprio degli “altri” che in questo momento se va bene significa che non capiscono e se va male che, come dicevo, cercano solo posizionamenti politici, e persino l’opposizione a Draghi è sostanzialmente di facciata. Capacissimi di dire “sui singoli contenuti”

  13. 1/2
    Lascio qui un breve aggiornamento da Trieste, per chi volesse seguire tenterò di farlo all’impronta su twitter in coda a questo thread.
    Da stamattina alle sei hanno iniziato a confluire al varco 4 del Punto franco nuovo, che è uno dei due ingressi al porto nuovo, migliaia di persone in adesione alla chiamata dei lavoratori portuali.
    Questi ultimi sono certamente di più dei 300 iscritti scarsi al Clpt, quindi anche aderenti ad altre sigle.
    Nei giorni scorsi la chiamata è stata fatta propria anche dal coordinamento NoGreenpass, al quale va ricordato che il Clpt ha aderito successivamente alla sua nascita.
    Questo fotografa meglio quanto sta succedendo: di fatto in questo momento davanti al varco si contano almeno quattromila persone e potrei sbagliarmi per difetto, perché col passare delle ore la presenza, da principio sul migliaio è andata aumentando. Il via vai è continuo, su un’area molto ampia ora interamente occupata.
    La composizione è la stessa dei cortei precedenti: moltissime lavoratrici e lavoratori di altre realtà produttive (alcuni affermano di aver scioperato, altri hanno preso permesso). Molte famiglie con bambini, pensionati, tantissimi giovani, migranti, riders… insomma, la fotografia di un mosaico amplissimo e diversificato. Più o meno tutti hanno portato generi di conforto, c’è chi sta montando griglie per cucinare, musicisti, personaggi folkloristici da manifestazione. Più di qualcuno nota impressionanti similitudini con la Valsusa.

    • 2/2
      Ovviamente molti giornalisti, alcuni cellulari della polizia e GdF, ma presso la questura ne stazionano moltissimi altri. E un gruppo di fasci (contati una trentina, incluse due macchine giunte dal Veneto) su cui vale la pena notare che volti noti e di fatto estranei alla mobilitazione, sia di Forza Nuova che CPI, formano un nucleo unico, non identificabile da chi non li conosca. Altrettanto, alcuni giornalisti si sono lanciati a inquadrare e intervistare Fabio Tuiach, che lavora al porto ed è stato allontanato dalle assemblee del Coordinamento, come del resto era stato espulso sia dalla Lega e poi persino da Forza Nuova, e di fatto rappresenta solo sé stesso. L’unico momento di tensione finora lo ha causato lui, che evidentemente tenta disperatamente di mettersi in mostra.
      Il punto però è che nessuno, nemmeno il Clpt, e nemmeno i portuali nel complesso, sembra possa, o persino voglia, prendersi la ribalta. Ovviamente i lavoratori del porto sono al centro della cosa naturalmente, ma l’impressione è che ci sia una certa consapevolezza del fatto che uno scavalcamento della dinamica collettiva innescata dal coordinamento e della rivendicazione di ritiro del pass obbligatorio, indebolirebbe tutti.
      Ora si tratta di capire come evolveranno le cose nelle prossime ore, e forse giorni.

  14. Vorrei portare l’attenzione su un aspetto che, da lavoratore dipendente del settore privato, ha attirato la mia attenzione e che riguarda le modalità di controllo del possesso del Green pass da effettuare sulle maestranze. Si tratta di uno dei tanti “bug” che si stanno palesando nel momento in cui si passa all’attuazione pratica di questo provvedimento, un “bug” che personalmente ha la puzza della (ennesima) fregatura tutta a danno di chi lavora.

    Nella FAQ (che sappiamo sono da un anno e mezzo – ahinoi – norme de facto) relative al dpcm sulle verifiche in ambito lavorativo, pubblicate il 12 ottobre, è scritto: «I datori di lavoro definiscono le modalità operative per l’organizzazione delle verifiche, anche a campione, prevedendo prioritariamente, ove possibile, che tali controlli siano effettuati al momento dell’accesso ai luoghi di lavoro […]».

    Dunque il controllo del GP deve essere fatto, dove possibile, all’ingresso, per tutto il personale, oppure, in subordine, può essere fatto a campione.
    Nell’azienda in cui lavoro è previsto un controllo a campione all’ingresso, nonostante tecnicamente – è un’azienda di grandi dimensioni, la principale azienda multiservizi del Nord Italia, con partecipazione di due grandi comuni della Lombardia (facile, no?, capire quale…) – si può immaginare fosse fattibilissimo effettuare un controllo a chiunque accede all’azienda (anche perché la percentuale di dipendenti in smart working è ancora molto alta, sicuramente oltre il 50%).

    Ora, chiaramente io non tifo controlli a tappeto all’ingresso, ma quel che voglio segnalare è che questa scelta (che credo sarà quella su cui larghissima parte delle aziende convergeranno, soprattutto via via più piccole le dimensioni) comporta che in caso una/un dipendente senza GP passi il filtro (attenzione, pure chi magari l’ha scordato a casa eh…), nel momento di un eventuale controllo all’interno (per ipotesi, non solo da parte di chi è delegato a questa funzione da un’azienda, ma anche di un ispettore Asl o del lavoro) e viene beccatx è prevista la segnalazione obbligatoria alla prefettura (e quindi scattano le sanzioni) e pure le misure disciplinari aziendali.

    Ora, mi sto facendo l’idea che questa del controllo a campione sia un trick messo a disposizione (ma va?) delle aziende, che potranno non preoccuparsi troppo dei controlli e gestire flessibilmente l’organico a disposizione, un escamotage – diciamo così – che permette di scaricare sul/sulla singolx (ancora una volta) le responsabilità ed eventuali rischi.

    Il controllo a campione, ancora, mette al riparo le aziende dall’incorrere anche nella poca cosa (da 400 a 1.000 euro) della sanzione prevista per mancato controllo. Chi lavora invece rischia (e se pensiamo poi a chi farà tamponi e avrà la “copertura” di 48 h il rischio, ma anche il senso del giochetto, si comprende meglio) la sanzione (da 600 a 1.500 euro) e pure di essere sottoposto a procedimento disciplinare da parte dell’azienda.

    Sempre per la serie “cronache dall’Assurdistan”, il paese dove a pagare – mentre i padroni si fanno belli e si presentano come “responsabili” – è sempre chi lavora…

    • Io penso che questa precisazione del controllo a campione del 20% sia una manovrina per agevolare ancora di più le aziende, le quali non saranno obbligate a mettere controlli stringenti e potranno effettuare i controlli in base anche alle turnazioni. Visto che mi pare assodato che, anche se ufficialmente il datore di lavoro non possa conoscere la situazione sanitaria del singolo lavoratore, in realtà in fabbrica capi e capetti sappiano benissimo chi ha il lasciapassare e chi no, si potranno organizzare i controlli per evitare fermi di produzione, ben sapendo in anticipo quale organo si fermerà a causa di un lavoratore assente. Il tutto condito da una bella dose di paternalismo padronale: io sono un bravo padrone e ti dico che tra due giorni ti controllerò nella rotazione dei check. Quindi vai a farti il tuo bravo tampone una volta alla settimana invece che ogni 48 ore. Visto che bravo, che penso anche a te?

    • Io credo che ancora una volta il tema portante sarà l’assoluto arbitrio, e credo entro certi limiti anche voluto.

      In base all’orientamento “virocentrico” o “no-vax” di dirigenti e padroni, nelle pieghe delle norme, ci sarà possibilità di essere più o meno flessibili, in un senso o nell’altro, e sempre secondo convenienza.
      Come dite voi sopra, coi controlli a campione che deresponsabilizzano il padrone rilasciando tutta la responsabilità e la sanzione sul lavoratore eventualmente sprovvisto.
      Oppure viceversa, come in pubbliche amministrazioni o scuole con dirigenti particolarmente “zelanti”, con controlli molto stretti e ossessivi.

      Citavo sopra il caso in cui il dirigente di una P.A. ha richiesto il passaggio in sede 3 volte la settimana di lavoratori che normalmente non ci vanno mai.
      Questo al solo scopo di controllare il GP e penalizzare così sia i non vaccinati che non possono così evitare il tampone quando non vanno in sede, che tutti gli altri, che devono fare il viaggio per niente.

      Oppure i casi da “titolo di giornale” di genitori che non hanno potuto prendere i figli a scuola perché senza GP.
      Ora, nell’orario normale i bambini al mio paese, sia all’asilo che a scuola elementare, vengono tutti accompagnati e ripresi sempre al cancello sul cortile o al massimo alle porte d’ingresso dell’asilo, ma i genitori non entrano mai nella struttura, questo fin dai primi giorni del covid.
      Quindi, cosa vietava nei casi riportati dai giornali, di accompagnare il minore all’ingresso e lì lasciarlo al genitorie, con o senza GP?
      Penso nulla, solo lo zelo in un senso o nell’altro dei dirigenti scolastici.

  15. Qualcosa si muove. Nella mia bolla, i fatti di Roma entrano in cortocircuito con quelli di Trieste. Qualcuno comincia ad andare in crisi, si aprono crepe, affiorano domande: si avverte un senso di sollievo, come se tenere duro su una misura demenziale come il GP (coniugato all’italiana), avesse stancato corpi e menti; Trieste, con tutte le sue contraddizioni ‘sporche’ suona come una liberazione. D’altro lato, vedo invece un ulteriore irrigidimento (Portuali corporazione etc) e il ‘benaltrismo’ – argomento fantoccio per eccellenza del dibattito pro o contro– mostra di essersi così radicato che si evidenzia come un vero e proprio bias cognitivo: impossibile, per molti, pensare al GP come tassello risonante di un puzzle, elemento di una strategia (o forse solo di una tattica) che si riversa non solo nel quotidiano precarizzato e ricattato del lavoro (e dell’istruzione) ma investe un’idea di Europa in cui i corpi sono ‘colpevoli’ per definizione, per desiderio, per bisogno. E’ sufficiente pensare al destino dei migranti rimbalzati da frontiera a frontiera, in balia di cani e sbirri: nel game sulla frontiera orientale. Dicono i benaltristi: “dove stanno *questi* quando si parla di tutto ciò?” e non vedono che la gestione pandemica ha cristallizzato proprio la concezione ‘proprietaria’ dei corpi, l’idea stessa di corpi infetti, infettanti, ‘corpi minaccia’ all’ordine costituito con relativo irrigidimento dei dispositivi di controllo, muri, controlli, lasciapassare, isolamento, abbandono, colpa. La nozione di responsabilità, così invocata dai compagni che si sentono confortati dal feticcio di una scienza\ricerca (al 98 percento in mano a privati) non si discosta categorialmente da quella invocata dai fascisti di casa (ogni formazione politica ne partecipa) quando sostengono di proteggere la collettività dagli untori che arrivano ‘da fuori’. Ho speranza, anche se non fiducia, che a Trieste si cominci a parlare anche di questo: la frontiera orientale è lì.

  16. Due temi al volo che mi toccano e colpiscono. Nel mondo reale, qui, distante anni luce dalla sloganistica governativa stando alla quale il GP salverà le masse dal contagio (per inciso stamattina ho chiacchierato con svariati operatori della logistica e si sprecano aneddoti su questa prima, campale, giornata), alla mia compagna son state consegnate 18 pagine di disposizioni e interpretative. Ieri per oggi 18 pagine fitte da una cooperativa sociale i cui dipendenti socio-sanitari sono tenuti al vaccino (il gp da tampone non è contemplato), sia educatori che personale Asa-Oss. Non è difficile immaginare che difficilmente gran parte dei lavoratori si districherà tra legislazione, cavilli, interpretazioni, dovendosi così affidare in toto al responsabile covid, una figura a formazione zero sul tema, che recepisce direttive direttamente da Ats, spesse volte contrastanti o del tutto illogiche/non-sanitarie. Questo per quanto riguarda i socio-sanitari, per i sociali “puri” – sottoposti a regime GP “ordinario” – immagino che il “trattatello-bibbia” sia ancora più complesso, rendendo lampante la prova di forza e lo scarico di responsabilità, ancora una volta, sull’individuo.
    Io invece, da “autonomo individuale”, non ho ancora capito e nessuno mi sa spiegare chi dovrebbe controllare me e il mio GP (le forze dell’ordine, un altro me?). Sono vaccinato, sono in possesso del GP (che non intendo utilizzare), mi sono attenuto alle misure salvifiche che ci hanno riportato alla normalità di due anni fa (cit. qualsiasi media mainstream politico stigmatizzatore) epperò a proposito di questa tanto decantata normalità sono in forte difficoltà a organizzare incontri in libreria (vitali come non mai in questa fase) per un semplice motivo: alla faccia di quanto sopra vige ancora il contingentamento 2020 (nessuno si è sognato di elidere la norma) e a me – non avendo migliaia di metri quadri a disposizione e cominciando a fare fresco per starsene all’aperto – non va per nulla di contribuire a rendere la cultura provinciale ancora più algida e elitaria cacciando l’eventuale persona di troppo. Ovvio che non mi atterrò alla regola, mi chiedo però:
    1)ora che teatri e altri operatori culturali possono riprendere a pieno regime che senso ha mantenere contingentata una presentazione al chiuso?
    2) ci opporremo in parecchi o si vivrà l’ennesima stagione “culturale” senza corpi, senza scambio, disgregati (in provincia offerte e spazi non sono tutto ‘sto pop di roba)?

  17. Vorrei segnalare alcune questioni molto pratiche che in queste settimane ho dovuto affrontare in ambito lavorativo, approfondendo decreti e protocolli anche con i nostri consulenti. Perché oltre alle valutazioni di natura politica, ci sono questioni materiali – che probabilmente ai più sfuggono – ma che rendono se possibile ancora più folle l’italico GP.
    Parto dalla fine: il GP ed i controlli ad esso legati sembrano essere stati impostati per non essere rispettati. Nella migliore delle ipotesi sono stati strutturati da chi non conosce il mondo del lavoro, o se lo immagina come un monolite con orari, gestione del personale e quant’altro standardizzati e fissi.
    Alcuni esempi in ordine sparso:
    Se nel luogo di lavoro sei solo come devi comportarti? Ti “autocontrolli”? Considerando che lo strumento con cui effettui il controllo deve essere messo a disposizione dell’azienda e non può essere privato dovresti acquistare – ad esempio – un cellulare nuovo su cui installare VerificaC19 solo per fare i controlli?
    Nei luoghi di lavoro in cui si lavora con i turni e in cui non è prevista una portineria con personale fisso chi andrebbe delegato per fare i controlli? Tutti i dipendenti?
    Il controllo del GP andrebbe effettuato “nel perimetro” dell’impresa, e non quando si entra in luogo chiuso, quindi per assurdo io posso girare tranquillamente senza alcun DPI ma poi varcando la soglia di un cancello per scaricare un pacco o altro devo essere sottoposto al controllo. Perché? Considerando che tra l’altro sarò già stato sottoposto a verifica dall’azienda per la quale lavoro.
    Altra chicca riguarda lo smart working: “non è consentito infatti in alcun modo individuare i lavoratori da adibire a lavoro agile sulla base del mancato possesso del green pass o dell’impossibilità di esibire la certificazione” (www.adnkronos.com/green-pass-lavoro-linee-guida-pa-da-controlli-a-smart-working_5rCKnnJAyBDoN01x2oG2yF).
    Veniamo ai bar, senza GP posso tranquillamente stare in piedi al bancone a bere birra ma il fornitore che entra per scaricare un fusto di birra – 5 minuti – deve essere controllato, naturalmente in caso di cortile esterno sempre al cancello come si diceva sopra.
    Nel frattempo Confindustria annuncia – con una tempistica che potremmo definire ingenuamente sospetta – che le aziende possono chiedere i danni ai lavoratori che non hanno il GP (https://tg24.sky.it/cronaca/2021/10/11/green-pass-confindustria-richiesta-danni-lavoratori).

  18. Poco fa, durante la conferenza stampa tenuta dai portuali e dal coordinamento anti-greenpass al porto di Trieste di fronte a non meno di cinquemila persone, il solito Fabio Tuiach – già pugile, ex-Lega, ex-Forza Nuova, ma anche lavoratore al porto – ha cercato di impadronirsi del microfono e intervenire. Ricordiamo che già settimane fa Tuiach è stato platealmente cacciato dall’assemblea cittadina contro il pass. Quando gli è stato impedito di prendere il microfono ha reagito dando un pugno in faccia a un compagno del coordinamento. A nome dei portuali, Puzzer ha condannato l’episodio.

    Detto questo: Andrea qui sopra riporta che l’atmosfera all’ingresso 4 sta ricordando a molti la val Susa. Ecco, a questo proposito vorrei dire una cosa: anche quella valsusina contro il Tav è una mobilitazione eterogenea, tiene insieme anime che senza la lotta sarebbero state distantissime, non si sarebbero mai incontrate e anzi si sarebbero osteggiate. Il movimento No Tav ha ben chiara e netta la discriminante antifascista, ma ad esempio accetta al proprio interno cattolici anche molto tradizionalisti.

    Chi segue da anni la lotta lo ricorda bene: in val Clarea, dopo lo sgombero della libera repubblica della Maddalena alcuni cattolici No Tav posero di fronte al cantiere una statua di padre Pio. Un simbolo che in qualunque altro contesto evoca cultura reazionaria e superstizione, ma che lì – se non nelle intenzioni di chi l’aveva installato, che ci credeva davvero – divenne un détournement, la controparte era confusissima. Ricordo anche che la lotta No Tav, nel proprio pantheon, accoglie tranquillamente la Madonna del Rocciamelone. Orbene, i cattolici che lottano contro il Tav sono sicuramente antiabortisti e quant’altro. Eppure, non ho mai visto nessuno – a parte il nemico, chiaro – accusare la lotta stessa di essere ambigua o reazionaria. Chi è contro l’aborto lo è per conto proprio, e tiene la propria posizione ben fuori dalla lotta e dal terreno comune.

    La verità è che una lotta popolare con un obiettivo ben chiaro e concretamente praticato sa parlare a soggetti “biconcettuali”, come li chiama Lakoff. parla dei biconcettuali come persone che sono “progressiste” su alcuni temi e in alcuni ambiti e “conservatrici” in altre. Categorie sue, eh, non mie. Categorie molto “americane” nel senso di naif, ma facciamo a capirci.

    Un movimento che ha saputo parlare a molti biconcettuali (cattolici, nello specifico, e non certo teologi della liberazione) è proprio quello No Tav. Ho in mente una signora che è al tempo stesso una delle più tenaci e generose attiviste No Tav e una vera e propria beghina. Su certi temi e in certe dimensioni della vita sarà sicuramente reazionaria, e pure nel senso stretto del termine, ma la lotta fa emergere l’altra sua dimensione.

    Una delle fortune della lotta No Tav è che è cresciuta e si è consolidata, nella sua trasversalità e radicalità e nel suo puntare direttamente alla struttura del capitalismo italiano (che carbura a grandi opere), PRIMA della tirannia che i social network esercitano sulla comunicazione quotidiana. Se la lotta No Tav fosse alle sue prime fasi adesso, i partecipanti subirebbero uno scrutinio morboso, gli verrebbe richiesto un ultracoerente pedigree, ogni dettaglio sarebbe subito ingrandito a dismisura e commentato superficialmente, per essere etichettato e liquidato con uno pfui o con uno shitstorm. Fretta e, soprattutto, furia.

    È quello che molti stanno facendo con la lotta in corso a Trieste, perché sul suo profilo social questo o quello hanno scritto la tal cosa o la tal altra, perché quello lì è ambiguo, perché quelli sono indipendentisti ecc. A scomparire del tutto – tragico, visto che molti riders of the shitstorm si pensano compagni e anche marxisti – è l’analisi delle contraddizioni materiali da cui nasce la lotta, della composizione sociale, delle dinamiche reali. E chi caca sentenze sommarie dimostra di non capire più – se mai lo ha capito – cosa fa una lotta. Le lotte fatte bene mettono i giusti paletti, fanno incontrare le persone, proiettano tutti quanti oltre se stessi.

  19. Il porto di Trieste non è stato bloccato, le merci vanno e vengono come sempre;
    La USB ha rifiutato di partecipare alla protesta perché le infiltrazioni fasciste e novax sono troppo evidenti;
    La Filt CGIL sostiene che la maggior parte di chi partecipa alla protesta non lavora al porto (tipo Tuiach)
    secondo Radio Black Out “La composizione dei presenti è molto eterogenea, sia dal punto di vista politico sia delle motivazioni per cui si rifiuta il Green pass, andando da posizioni negazioniste della pandemia a chi lo ritiene uno strumento di divisione dei lavoratori.”

    qui un link con il reportage di Radio Black Out con le interviste a chi si trova lì, forse può interessarvi
    https://www.radiondadurto.org/2021/10/15/trieste-proteste-contro-il-green-pass-ma-il-porto-non-e-bloccato/

    • Mamma mia, Carlo, un commento talmente frettoloso e disinformato che non si sa da dove cominciare. Ascolti dieci minuti di radio e pretendi di emettere sentenze su una situazione articolatissima che qui viene seguita da settimane, e da molto vicino.

      Nomini due volte Radio Black Out ma linki… Radio Onda d’Urto, e qui non aggiungo altro. Da Trieste il servizio lo dicono pessimo e oltremodo falsante, penso verrà anche scritto qualcosa. Ad ogni modo, che la composizione di una lotta di massa sia eterogenea non dovrebbe essere una conclusione, nel nostro caso è sempre stato la premessa di ogni analisi.

      A riprova che sarebbe stato meglio informarsi, scrivi che Tuiach partecipa alla lotta anche se non lavora al porto. È il contrario esatto: lavora al porto ed è fuori dalla lotta. Tuiach è notoriamente un portuale, ma già a settembre è stato cacciato via a gran voce dall’assemblea del coordinamento cittadino, inoltre oggi ha tentato una forzatura, è stato fermato, ha picchiato un compagno, è stato allontanato e i portuali hanno condannato il suo operato.

      Non esiste nulla di descrivibile come «infiltrazioni fasciste», questo lo ha smentito perfino Franco Belci, nome storico della Cgil triestina, come abbiamo riportato. Trieste è l’unica realtà dove, grazie al lungo e paziente lavoro di compagne e compagni, i fascisti sono stati relegati ai margini. Questo lavoro è ben spiegato nel pezzo apparso su Infoaut ieri e linkato qui sopra.

      Riguardo all’USB, non entro nelle dinamiche tra sigle sindacali cittadine, però ricordo che anche quel sindacato è contrario al greenpass, che molti suoi iscritti sono sempre scesi in piazza, e faccio anche notare che oggi i portuali iscritti all’USB stanno presidiando il varco Etiopia del porto di Genova.

      «La maggior parte di chi partecipa alla protesta non lavora al porto», sì, ed è ovvio, perché fuori ci sono almeno seimila persone, al porto ne lavorano “solo” 1600, di cui un migliaio sempre in piazza contro il greenpass (lo spezzone dei portuali era enorme). Questa non è solo una vertenza dei portuali ma una giornata di lotta cittadina indetta dal coordinamento. Che davanti al porto ci sarebbe stata una gran folla solidale era previsto e auspicato.

      Seimila persone a Trieste, in una mattina di un giorno lavorativo, solidali con una lotta operaia, e si cerca di far passare questo per… un fallimento? A me sembra di sognare.

      Il porto, dal canto suo, è in gran parte inoperante, è aperto un varco solo e quasi tutte le gru sono ferme da stamattina, come si evince da ogni video che sta circolando. «Tutto procede normalmente» è il messaggio che stanno cercando di far passare l’autorità portuale, Assologistica, Il Piccolo e i media mainstream nazionali ma almeno qui sopra non si dovrebbe venire a riportare acriticamente la propaganda padronale e governativa. Lo stesso Piccolo stamattina ha dovuto scrivere che molti camion arrivano ma quando vedono la folla di migliaia di persone non entrano in porto e se ne vanno.

    • Carlo, come puoi pretendere che ad una manifestazione no green pass di 6mila persone (a meno che non ne organizzi una sul balcone di casa tua) non ci siano anti-vaccinisti?
      E poi, riguardo ai fascisti, proprio dalla tua fonte (radio blackout/radio onda d’urto) possiamo isolare una bella testimonianza del compagno Fabio il quale, nonostante venga a più riprese imboccato dall’intervistatore, asserisce che sicuramente ha visto gruppacci FI CPI, ma sono rimasti nel brusio di fondo e, a tutti gli effetti, la manifestazione non li ha assorbiti veramente.
      Non posso verificare la fonte, ma SE fosse un resoconto fedele, non fa altro che confermare gli ottimi reportage, per i quali io non smetterò mai di ringraziarlo, del compagno Andrea Olivieri e tutta l’impostazione che qua sopra si è sviluppata grazie a molteplici contributi, anche se non credo tu abbia letto molti post e commenti recenti qui su Giap.

      • Agli estremi margini della folla si aggirano pochi fascisti, alcuni autoctoni e altri venuti dal Veneto, frustratissimi perché la gestione della giornata è in mano ai portuali e a noti compagni. Così vanno a caccia di microfoni, mendicano attenzione ai giornalisti per far sembrare che la manifestazione è roba loro. E ovviamente i giornalisti ben contenti. Il coordinamento ha contrastato la cosa in vari modi, e Tuiach con la sua bravata ha aiutato (eterogenesi dei fini)… Ma se ci aggiungiamo la propaganda padronale che nega la realtà di un porto praticamente deserto e fermo, è chiaro che grandissima parte di quello che sta uscendo sui media – mainstream e… wannabe mainstream – è puro guano. Non basterà, comunque, ad accantonare le contraddizioni venute in evidenza. E le seimila persone a quel varco stanno facendo un’esperienza fondativa, questo è un Evento a cui resteranno fedeli, per usare i concetti di Alain Badiou. Non c’è disinformazione che tenga.

        • …E comunque la titolazione dello stesso Piccolo sta virando in una direzione più vicina alla realtà, nessun riferimento a presunti «fallimenti» e il ruolo di Tuiach che emerge chiarissimo. In questo momento dalla homepage:

          «È il giorno della protesta no green pass, in 5mila a Trieste: i portuali: “Blocco a oltranza”, Tuiach colpisce un manifestante»

          «No green pass, l’entusiasmo dei portuali di Trieste»

          «Monfalcone, il corteo raggiunge piazza Cavour»

          Leggendo, tra le altre cose, si viene anche a sapere che MSC Crociere ha spostato i suoi approdi a Marghera.

        • @wuming1
          chiedo scusa per i lapsus (tuiach lavora al porto/ radio blackou-radiondadurto)
          ma il mio commento era la mera riproposizione del testo di un articolo, nè mi pare di aver dato giudizi di valore. ho riportato una fonte di una radio che a me è sempre sembrata onesta nei reportage, non so se ti riferisci a loro con wannabe-mainstream ma io non userei questo termine.
          Detto questo, i portuali non hanno bloccato il porto. Nè a Trieste nè a Napoli nè a Palermo. Le premesse sembravano ben diverse. Non scambiate questa frase per un giudizio negativo, sarà successo qualcosa overnight evidentemente.
          le dinamiche non le conosco dall’interno e provo a informarmi come posso e a condividere le fonti, chiedo scusa per i lapsus comunque.
          @Fabio Trabattoni
          I novax usano il movimento no green pass. è intollerabile. lo stesso fa Forza Nuova. a Roma gli antifascisti presenti sabato scorso si sono ritrovati di fronte a un palco con Fiore sopra.
          potrei rigirare la tua frase e dire:
          “come puoi pretendere che ad una manifestazione no green pass di 6mila persone non ci siano i fascisti?”
          perché di questo si tratta, condividere la piazza con questa gente, senza esprimere LA SEPPUR MINIMA conflittualità con queste realtà aberranti.
          Fabio io capisco perfettamente la situazione e io stesso ho partecipato l’anno scorso alle manifestazioni sfociate in scontri per il secondo lockdown. Ma mi sembra che qui ci sia questa idea che certe cose (la presenza di infami ai cortei) si stiano accettando troppo supinamente.
          Dieci anni fa c’era una piazza sensata, il 15 ottobre 2011 a Roma. Confrontala con quella di Trieste

          • Come già spiegato sopra, venerdì il porto era praticamente bloccato, lo ammette anche il Piccolo nonostante a livello nazionale l’evidenza sia stata negata. E come spiegato in altri commenti, l’aspettativa dell’Armageddon l’avevano montata i media mainstream, le attese di chi stava sul campo erano più realistiche.

            Sulle presenze sgradite, ti ho risposto in un altro commento più sotto ma qui sviluppo ulteriormente.

            Una cosa sono le giuste istanze della classe in lotta, un’altra le scelte elettorali (o professioni ideologiche) di parte di quella stessa classe. Un operaio antifascista non può (e secondo me non glielo si può chiedere), in base a una petizione di principio, cacciare via un suo collega che sciopera come lui, subisce la stessa condizione, magari è iscritto allo stesso sindacato… ma vota Meloni. Non fosse perché, anche dopo lo sciopero, con quel collega dovrà farci ancora turni assieme, ingoiarci rospi assieme.

            Questo può produrre un cortocircuito nella testa di chi pensa che le lotte giuste siano anche “pure”, fatte da soggetti integerrimi, coerentissimi ecc. In questa rappresentazione i lavoratori in lotta sarebbero tutti antifascisti, antirazzisti e quant’altro. Ma dopo decenni di sconfitte, devastazioni, dismissione ideologica e confusione, è inevitabile che non sia così. Lavorare in quei contesti significa lavorare dentro contraddizioni laceranti. Se poi parliamo di una mobilitazione enorme e trasversale, le contraddizioni di cui tenere conto aumentano di numero e di forza tellurica.

            Guardate che già impedendo a Tuiach di parlare al microfono e allontanandolo quando ha fatto la cazzata i portuali hanno fatto qualcosa di radicale. Da fuori è difficile da percepire. Tuiach è un loro collega, ci hanno passato più volte, come scrive Andrea da un’altra parte, «nove ore di fila in una stiva», torneranno a fare i turni con lui, a essere sfruttati insieme a lui.

            Che io ricordi, il 15 ottobre 2011 fu un disastro, concentrò a Roma forza che avrebbero potuto essere investite in una giornata di lotta policentrica, bruciò in uno spettacolo di riot e poi in settimane di polemiche (e facili stereotipizzazioni mediatiche) le energie residue dell’Onda – già sconfitta nel dicembre dell’anno prima – dopodiché sui movimenti fu posta una lastra tombale che ci abbiamo messo anni a smuovere (non a rimuovere). Quel giorno sfumò la possibilità di allineare la situazione italiana alle lotte in corso in molti altri paesi. Perdemmo il treno di Occupy e lasciammo spazio al M5S, che riempì ogni spazio lasciato vuoto. Mentre la Grecia a insorgere ci provava, noi avevamo la pax montiana e il “falso movimento” grillino; mentre la Francia insorgeva contro la Loi Travail noi avevamo il Jobs Act che passava come nulla fosse ecc.

            Ovviamente non è “colpa” del 15 ottobre 2011, piuttosto quella giornata rivelò una debolezza che già c’era, ma da qui a proporre quel giorno come modello, e per giunta in virtù di una “purezza” della piazza che diventa tout court sensatezza…

            Su Radio Onda d’Urto, la gestione pandemica e noi, guarda, stendo un velo pietoso. Ne verrà scritto altrove, in un altro frangente.

  20. In questo momento sulla homepage del corriere trasmettono in diretta streaming da….. Roma, dove ci sono, lì sì, un sacco di tricolori e di fasci. Su repubblica invece Trieste è finita in taglio basso, e l’unico video disponibile è quello di Tuiach che cercava di fermare una macchina stamattina all’alba, e poi veniva portato via di peso dai suoi stessi colleghi. Sul corriere un giornalista dice che a Trieste non è successo sostanzialmente nulla, il cielo è azzurro, la luce è dorata, tra poco arriveranno le cicogne. Dispiace che un tot di marxisti si stiano bevendo questa rappresentazione. Liberissimi tutti ovviamente di dire che è tutto una merda, ma almeno partendo dai dati di realtà.

  21. Corre l’obbligo di precisare che la posizione “penso che non ci sia una ragione valida per non farsi il vaccino” è scientificamente senza senso. Senza considerare le obiezioni già espressa a me pare ce ne sia una più generale. Dal punto di vista individuale se hai dai 20 ai 40 anni (sto stretto), stai bene, ti attieni al distanziamento e ti lavi frequentemente le mani, e non frequenti persone a rischio assumere il vaccino non è l’opzione più razionale. Dal punto di vista collettivo il non frequentare persine a rischio è più che sufficiente per cautelare chiunque. Le persone in queste condizioni non sono pochissime, vuoi per scelta vuoi per necessità. A proposito poi del “punto di vista collettivo” sarebbe il caso di chiamarlo per quel che è: punto di vista familistico, perché si occupa di proteggere prima di tutto i propri. Se fosse davvero collettivo si farebbe la battaglia per dirottare innumerevoli dosi di vaccino verso soggetti a rischio di paesi poveri, invece di sprecarli perché forse lo zio della cugina potrebbe ammalarsi. Dal punto di vista etico la posizione di chi – in queste condizioni – assume il vaccino è per me difficilmente difendibile e insisto è una posizione eminentemente egoista e familista. Ma come non me la sento di criminalizzare i no-vax allo stesso modo non riesco ad essere troppo severo con chi lo stesso abbia assunto il vaccino, del resto – per forza di cose – faccio parte di uno dei gruppi, va bene l’autocritica ma bisogna pur sopravvivere. La mia impressione è che ci sia una discreta cattiva coscienza nel rubricare gli argomenti contro la personale vaccinazione da COVID come retorici e di lana caprina.

    • Corre l’obbligo precisare che è la sua opinione, non ha preteso di farla pubblicare su Nature.
      “se hai dai 20 ai 40 anni (sto stretto), stai bene, ti attieni al distanziamento e ti lavi frequentemente le mani, e non frequenti persone a rischio assumere il vaccino non è l’opzione più razionale.”
      Ma che c… cosa dici? Tu come lei non hai la minima expertise sui vaccini m-RNA e quant’altro, non sei un mega-esperto di biologia molecolare e immunologia, eppure tu puoi scrivere sta affermazione in controtendenza a tutta la medicina riconosciuta e lei non può scrivere che, tranne casi di salute, non vede nessun’altra ragione nel non farsi il vaccino (posizione di tutta la scienza medica riconosciuta tra l’altro).
      Poi fai pure del benaltrismo sui paesi poveri e continui la tua ambiguità, di cui interessa niente a nessuno, sul fatto che tu sia o non sia vaccinato.
      La mia impressione è che ci sia una discreta cattiva coscienza nel fare commenti di questo tipo.

      • Woasnet guarda che qui non c’entra niente l’expertise sui vaccini, la biologia molecolare e l’immunologia. C’entra una cosa che si chiama “analisi dei dati”. Detto questo sarei curioso di conoscere – non so quante volte ormai io abbia fatto richieste di questo tipo – quale sarebbe la “medicina riconosciuta” (qui magari metterei anche da chi) che dice cose in controtendenza a questa banalità che ho scritto nel commento precedente e naturalmente in che paper, saggio pizzino, la direbbe, tanto per farci due risate.
        Il resto è teso a smontare un’insopportabile narrativa che contrapporrebbe l’altrismo dei vaccinomani all’individualismo dei novax. Le categorie di cui sopra si vaccinano per salvare il culo a sé stessi e alla propria cerchia e che si fotta il resto del mondo, devo pensare prima a me stesso.
        Poi devi cercare di aver pazienza ma i miei dati sanitari non sono nella disponibilità di estranei. Strano eh? Anzi: ambiguo (dio solo sa dove crediate di prendere la legittimità per sparare ste cazzate pseudo religiose). Ma teniamo gli occhi sulla palla dai, parlami di sti dati che smentirebbero i miei

  22. #Morgana.
    Capisco quello che dici. Anche io mi sento frastornata a volte leggendo o parlando nei collettivi coi compagni, su questo tema.
    Non tutti però la vedono così, anche se forse siamo una minoranza.
    Una notizia, prima, mi ha raggelato il sangue. Credo che “il fronte del porto” si estenderà:
    è stata chiesta l’autorizzazione all’Ema per i vaccini tra i 5 ed i 12 anni, sulla base di una sperimentazione su 2200 bambini..
    Certo, ci saranno dei bambini immunodepressi o con patologie che ne trarranno un grande beneficio.. ma non dicevano la stessa cosa per i ragazzi tra i 12 ed i 18 anni?
    Allora mi è venuto un dubbio, sono andata a vedere, ed ho capito che il green pass si applica anche ai minori, tra i 12 ed i 18 anni -non per la scuola che è obbligatoria, certo- ma per tutte le altre attività si.
    Estenderanno un simile obbligo anche ai minori di 12?
    Le FAQ del governo, ho verificato, parlano nel capitolo “Esenzioni”, di “bambini sotto i 12 anni, esclusi per età dalla campagna vaccinale;” vuol dire che se la campagna vaccinale estende la sua età anche ai minori di 12 il GP si estende tout court anche a loro???

    A tal proposito, navigando, ho visto anche un’altra cosa che mi ha raggelato forse ancora di più.. che una mozione di frat d’It ed appoggiata dalla lega che proponeva il green pass solo sopra i 18 anni è stata bocciata.. e, memore di un passo della postilla del 13 ottobre di WuMing, che condivido totalmente, e che riporto in coda, mi sono chiesta: che cosa sta succedendo? dove stiamo andando?
    Ed ancora: quanto è legittima questa domanda, questo interrogativo? dove sta andando la sinistra? possiamo sottrarci da questi interrogativi? È legittimo imporre un green pass ad un dodicenne? Che società stiamo creando? Che direzione stiamo prendendo? Perché se ne è parlato così poco e perché proprio fdi ha fatto quella mozione? sto diventando paranoica?

    “I fascisti sono sempre stati strumento del potere capitalistico e funzionali alla stabilizzazione. Non è un “complotto”: è la loro oggettiva funzione sistemica, qualunque cosa facciano.[…]L’azione dei fascisti è sempre diversiva rispetto ai problemi reali e ai conflitti reali. ”

    hanno forse usato la destra per proporre un tema con la speranza che così il tema stesso sarebbe stato “declassato” a proposta di destra e bocciato? un diversivo?
    O il green pass in una ragazza di dodici anni è cmq legittimo per il bene collettivo?
    Spero mi possiate aiutare a districarmi da questi interrogativi..

  23. @ Isver – “ il vaccino non è gratuito, ma pagato coi soldi delle tasse” – va ben, il vaccino è gratis come i marciapiedi dove camminiamo: va meglio così? Preciso di non avere mai detto, e neanche pensato, che un non vaccinato debba “per forza” anche essere un evasore fiscale.
    @ Morgana – ma secondo te chi scrive “io penso che” ha l’intenzione di “rampognare il prossimo”? E poi, 100 righe per dirci che una ragione valida per non vaccinarsi è l’esenzione per motivi di salute? ok, obiezione accolta, passiamo ad altro.
    @ robydoc – “dal punto di vista individuale se hai dai 20 ai 40 anni (sto stretto), stai bene, ti attieni al distanziamento e ti lavi frequentemente le mani, e non frequenti persone a rischio assumere il vaccino non è l’opzione più razionale” – in pratica hai fatto il ritratto di un individualista disoccupato e senza vita sociale, altrimenti, come scusa, non vale.
    @ robydoc – “dal punto di vista etico la posizione di chi assume il vaccino è per me difficilmente difendibile e insisto è una posizione eminentemente egoista e familista” – ho fatto il vaccino perché penso che sia la maniera più rapida per uscire al più presto dallo stato di emergenza e restrizioni, l’ho fatto per me e per la collettività: sono fuori dal tuo schema etico? in che girone mi metti?
    @ WM1 – “è stato un «facciamo a fidarci»” – certo, vale anche per me, ma l’affermazione di Lucia resta corretta, che non c’è una ragione valida ecc. ecc.: perché dovrebbe essere la “giusta protesta contro il lasciapassare” ma è in buona sostanza la protesta di chi non vuole vaccinarsi. Al grido di “libertà!” (individuale).

    • Io non capisco perché, anche di fronte all’evidenza che ci fornisce Trieste di una lotta contro il gp che riesce ad aggregare su basi di classe e descrive il gp come parte delle politiche neoliberali del governo Draghi, portando in piazza e al porto migliaia di persone vaccinate, anche qui su Giap si continui con clichés e giudizi trancianti sulla “lotta di chi non vuole vaccinarsi”.

      • Forse perché, esclusa la contraddizione triestina (che da quello che sento io così tanto contraddizione non è), tutte le altre piazze di ieri sono proprio quello che ha scritto claudiog. Sarà anche tagliato con l’accetta, ma non si può far finta di non vedere l’elefante nella stanza.
        Che voi siate così ottimisti da vederci dentro nuclei di future lotte antisistema ben venga, ma trovo altrettanto legittimo il disagio di moltissimi compagni che lì dentro ci vedono l’elefante.
        Ho esperienza diretta della piazza di ieri a Firenze. Piazza Santa Maria Novella. Tricolori, cori da stadio, no al vaccino.
        Nessuna critica al sistema neoliberale né coscienza di classe.

        • Voglio solo precisare che non era un “giudizio tranciante” il mio. Come dici tu Woasnet forse a Trieste sta accadendo una cosa un po’ diversa. In ogni caso faccio fatica a vederci, anche in quel contesto, “l’evidenza (…) di una lotta contro il gp che riesce ad aggregare su basi di classe e descrive il gp come parte delle politiche neoliberali del governo Draghi”, coem scrive WM1 qui sopra (per dire, il sig. Stefano Puzzer parla quasi solo di libertà di scelta, da quello che mi pare di capire). Quindi mi scuso con WM1, ho espresso un’opinione malleabile, niente di tranciante.
          Dico anche che dove mi rivolgo, nel mio commento qui sopra, a robydoc, citando la sua critica dell’egoismo e del familismo di chi si vaccina, ho omesso di citare un pezzettino della sua frase (il pezzettino che la contestualizza): resta valido il fatto che mi trovo personalmente fuori da quel contesto, mentre robydoc riduce tutto il “punto di vista collettivo” a “punto di vista familistico, perché si occupa di proteggere prima di tutto i propri”.

          • A parte che non è vero che Puzzer parli “solo” di libertà di scelta perché giocoforza Puzzer riporta le posizioni del coordinamento che sono ben più articolate e lo ha fatto anche ieri in conferenza stampa, sul ridurre una mobilitazione come quella delle ultime settimane al «signor Stefano Puzzer», a quel che pensa come singolo, al focus sul “personaggio”, ho già scritto sopra e non mi dilungo. Almeno qui non soccombiamo a queste tendenze.

        • Da mesi, anzi, dall’anno scorso diciamo che il deficit di critica alla gestione della pandemia avrebbe trasformato l’inevitabile protesta che sarebbe scoppiata in uno scorrazzare proprio di quell’elefante lì. Non so quante volte lo abbiamo scritto, è un anno e mezzo che martelliamo su quel punto. E adesso è chiaro che le piazze sono piene anche di schifezza segnica e ideologica.

          Durante l’estate, quando le mobilitazioni contro il lasciapassare erano agli albori, abbiamo espresso per l’ennesima volta il nostro parere: la puzza sotto il naso, la facile etichettatura preventiva, l’adagiarsi nella “pax pandemica” draghiana (contestata solo a parole quando andava bene) per paura di dire «le stesse cose di Salvini e Meloni» (che era e resta falso, non sono le stesse cose), tutto questo avrebbe avuto esiti disastrosi.

          Trieste è la controprova che spazi per intervenire c’erano, rimando ancora una volta al resoconto delle compagne e dei compagni apparso su Infoaut perché finora è il testo che meglio fa capire le dinamiche. Intervenire subito, senza aspettare; impegnarsi subito a mettere paletti perché la protesta contro il lasciapassare restasse nell’alveo giusto; delimitare bene il terreno comune… A Trieste si è fatto e oggi, nonostante l’impegno dello schiacciasassi mediatico a fare cherrypicking e a omettere enormi dati di realtà per omologare quella situazione alle altre (contro ogni evidenza sul campo), là vediamo, se siamo disposti a osservare:

          1) un dato di fatto che è al tempo stesso un’ipotesi controfattuale, un «what if» su cosa si sarebbe potuto tentare anche altrove, magari fallendo ma almeno provandoci, perché fallire avendoci provato è comunque meglio della pax pandemica sotto il cui manto il governo più classista e autocratico del dopoguerra punta a far passare tutto ciò che vuole;

          2) un’anticipazione di come potrebbero essere le lotte di massa post-pandemiche che stanno dietro l’angolo, a condizione che tempismo, intelligenza e generosità prevalgano sui preconcetti, sull’«a quanto si legge», sull’idea che dare apparentemente ragione alla Meloni sia peggio che permettere al governo Draghi di fare macelleria sociale.

          Dopodiché, la vertenza specifica innescata a Trieste è probabilissimo che si concluda con una sconfitta. Ma:

          3) i processi collettivi che la lotta ha avviato non si esauriscono per decreto di Repubblica o del Corriere. Ed è a quelli che invitiamo a guardare;

          4) il lasciapassare rimane la schifezza che è e non sarà la diserzione dalla critica a rimuovere le contraddizioni che crea e i precedenti che stabilisce.

          • «perché […] anche qui su Giap si continui con clichés e giudizi trancianti sulla “lotta di chi non vuole vaccinarsi” ».

            La mia personale teoria è che quest* compagn* sono, magari inconsapevolmente, ossessionati da una concezione, abbastanza romanzata, di potere e controllo. Di fronte a una innocua percentuale, assolutamente minoritaria, di individui che preferiscono disobbedire, per svariate ragioni, piuttosto che allinearsi ad un potere esecutivo che ha letteralmente preso il sopravvento sul giudiziario e il legislativo, preferiscono mantenere saldo il patto di sospensione dell’incredulità, stipulato mesi fà con il governo degli inetti, probabilmente con l’intenzione di conquistare, at some point, una qualche specie di «lead role in a cage».

            • «Di fronte a una innocua percentuale, assolutamente minoritaria»

              Esatto. Rispetto la mozione d’ordine e cercherò di non sfociare di nuovo nel vaccinocentrismo, ma oggi su La Stampa c’è un editoriale di Odifreddi (il matematico) che titola così:
              “Ora i no-pass dicano come vincere il virus”

              Non l’ho letto, ma se si accetta la narrazione implicita nel titolo (GP “indispensabile” per “vincere” il Virus, lotta che è ancora e “per sempre” nelle fasi critiche), si sta col Governo.
              Sì, è vero, di là ci sono i tricolori, i non vaccinati testoni, gli antiscientifici e le scie chimiche, (e pure i portuali, gli studenti, i sindacati USB e un sacco di brave persone che a questo modo di governare dicono “no!”), ma di qua ci sono il mainstream, il Governo e tutti quelli che ieri sullo stato di Watsapp hanno pubblicato il “grazie a tutti quelli che hanno strisciato il GP ottenuto col vaccino senza troppo rompere gli zebedei”.
              Ecco, su questo (come su tante altre cose) hanno ragione Robydoc e Isver, c’è poco da discutere.

              Quindi bisognerebbe razionalmente oggettivare questa “lotta” al virus, rendersi conto che ad oggi, in Italia (purtroppo non nel mondo), con le percentuali di vaccinati che ci sono, tutti gli indicatori sono in calo.
              Anche con il boom di tamponi rapidi di questi ultimi giorni non c’è stata una risalita dei contagi.
              La “guerra” è pressoché vinta o è in fase di vittoria.
              E noi siamo ancora qui a cercare di stanare e punire i renitenti e i disertori che non si sono vaccinati?
              “Che siano vaccinati a forza loro e loro figli e facciano pubblica abiura!”, anche se non serve più, come giusta punizione e monito?

              Ritornando maggiormente in tema, un grandissimo nocciolo della questione lo ha individuato WM1 quando ha scritto il commento sul paragone con la lotta NO-Tav in valsusa (bersaglio di lungo corso di questo modo di fare informazione): a meno che questi non sia chiaramente fascista, non ha senso discriminare il tuo vicino di lotta, fargli la radiografia, fargli confessare se crede alla Madonna, è Musulmano, esoterista, Ateo-ortodosso, Scientista, mentre combatte fianco a fianco con te e difende la stessa posizione, la stessa trincea, lo stesso ultimo metro di terreno mentre le forze di Mordor prendono il sopravvento.

          • Da ieri sera Trieste è scomparsa dalla homepage di Repubblica. Inghiottita in un buco nero, forse in una foiba. Dopo che per tutto il giorno i giornalisti erano andati spasmodicamente a caccia di “dichiarazioni shock” piazzando il microfono davanti a qualunque dispossente random, con scarsa fortuna, alla fine hanno riposto le pive nel sacco e hanno deciso di cancellare Trieste dall’infosfera. Anche alla radio rai, stamattina, zero parole su Trieste, due o tre parole su Genova, dove però la manifestazione al porto è stata più piccola, e invece vari minuti su Roma dove l’avvocato Polacco ha raccolto qualche centinaio di tricoloruti vestititi in modo molto elegante. Pare purtroppo che questa narrazione sia stata fatta propria da gran parte della compagneria social italiana, che oscilla tra “a Trieste al porto non c’era nessuno, soprattutto non c’era nessun portuale” e “Trieste è in mano a portuali fascisti quanonisti tricoloruti vestiti in modo molto elegante e arringati dall’avvocato Polacco”.

        • Vorrei solo precisare che credo che ci siano almeno una forse piccola minoranza di compagni, che cmq vede la soluzione “vaccini per tutti senza se e senza ma” come un ennesimo passa delle politiche neoliberali e scende in piazza contro questo portando la sua coscienza di classe. E questo anche nel rispetto appunto delle indicazioni ONU, specchietto e giochetto per le allodole con il sistema imperialista, che ha più volte chiesto al vecchio continente di non “sprecare” le dosi di vaccini dandole a destra e manca e riproponendo le dosi.
          Questa “minoranza”, anche se resterà tale, e che è cmq contro il greenpass e per una sanità pubblica e funzionante, credo sia cmq da rispettare anche perché qui nessuno di noi credo abbia la verità in tasca e non possiamo sapere chi o se qualcuno di noi ha ragione o ne ha più degli altri.
          Questa minoranza festeggia la scesa in campo dei sindacati e della sinistra radicale per la lotta contro il green pass.
          Le piazze non possono essere lasciate alle destre. Trieste dimostra che esse se noi scendiamo con i nostri contenuti, nelle differenze e nel rispetto reciproco, ci può essere un grande vuoto politico da colmare.
          Colmare questo vuoto credo sia anche una nostra responsabilità storica, nella lotta contro il fascismo ed il neoliberismo.
          Il virus esiste, i vaccini esistono, cure si stanno affacciando, alcune nuove, altre già esistenti e in questo ultimo vengono testate
          . Ogni elemento deve essere usato e calibrato nel migliore dei modi possibili e nella tutela della salute collettiva al di fuori degli interessi del mercato.
          La salute non è mera assenza di malattia, e la cura non è solo farmaceutica, ma ha a che fare anche con il benessere reciproco degli individui nella società.

    • No, 100 righe per dire che assumere un atteggiamento alla “asfaltiamo tutto” è controproducente e contribuisce a esasperare chi per qualsiasi motivo sta fuori dalla casellina di quelli che non hanno nessun dubbio e nessun problema. Percepire di essere completamente omessi dall’orizzonte del discorso è una situazione parecchio spiacevole. Oltrettutto ho scritto chiaramente che questa storia qui è solo l’ultima della serie. Qualsiasi misura presenta costi e danni collaterali. Continuare a non riconoscerli perché si ha paura del virus (virocentrismo) o perché si è esasperati dalle restrizioni (ripeto simpatizzo) non aiuta, nemmeno a uscire dall’emergenza (vedi dopo).
      “Come scusa non vale” e “non c’è una ragione valida”: mi sembra che siamo sempre al, è tutto bianco o nero. Ma invece esistono profili di rischio molto diversi, per il virus e per i diversi tipi di vaccino – perché appunto, l’umanità è un insieme parecchio eterogeneo. Non penso che le autorità sanitarie dei paesi nordici o il JCVI UK abbiano deciso di stoppare x o non raccomandare y al gruppo z così per sport. E aumentare la pressione su, faccio un esempio a caso, gli adolescenti?, per cercare di raggiungere una magica percentuale di vaccinazioni che ci farà uscire dall’incubo non funzionerà, anche se la percentuale si raggiungesse. Almeno nell’area anglosassone non ha funzionato. Ci sono campus USA dove gli studenti sono tutti vaccinati perché devono esserlo per poterci mettere piede e si ritrovano a dover far sport all’aperto con le mascherine perché comunque ci sono i “breakthrough cases” e gli amministratori perdono la testa. L’ansia sanitaria generalizzata che permette di continuare con lo stato di emergenza non la puoi bloccare nemmeno arrivando al 100% dei vaccinati, perché funziona così, non c’è una percentuale-interruttore che la spegne. Dopo che è stato raggiunto l’obiettivo 1, l’ansia che è sempre lì si fissa su un obiettivo 2, e avanti così a oltranza. E andando avanti così si è già creata una situazione in cui sempre negli USA pare che si stia procedendo a dare terze dosi più o meno a tappeto, incluso chi non ne avrebbe assolutamente bisogno, mentre in un sacco di paesi in via di sviluppo non è arrivato il vaccino nemmeno per sanitari e vulnerabili e non è arrivato perché non sono rimaste dosi da compare perché se le accaparrano i paesi ricchi. Ci sono medici USA vaccinati che hanno detto che davanti a questa situazione loro il booster lo rifiuterebbero perché non gli parrebbe etico. Condivido.

      • Mi sembra che diverse persone vivano nella speranza più o meno conscia che l’emergenza finisca nel momento in cui si raggiungerà una qualche soglia non precisata, un numero magico di vaccinati o di casi. Questo numero non esiste, non saremo mai a 100 da un lato e a 0 dall’altro. Anche se ci fossimo: non funziona così perché l’ansia non ha l’interruttore. La maniera più rapida per uscire dallo stato di emergenza e dalle restrizioni è uscire dallo stato di emergenza e dalle restrizioni. Un po’ di paesi scandinavi con meno vaccinati dell’Italia semplicemente lo hanno fatto e da ultimo hanno tolto le mascherine pure sui voli aerei tra di loro. La domanda da farsi è perché altrove non lo si faccia e la risposta che mi dò per l’Italia è: perché l’ansia sanitaria è sempre altissima e continua ad essere alimentata anche dalla spinta politico-mediatica a quello che Bertuzzi (nel pezzo su infoaut linkato in quello che precede questo) chiama “estremismo di centro”. Che da ultimo mi sembra stia innescando un circolo vizioso paradossale per cui persone esasperate dallo stato di emergenza e dalle restrizioni danno addosso al capro espiatorio indicatogli (i no-vax veri o presunti), che identifica come responsabile del perdurare della situazione, e chi glielo ha indicato alza sempre di più il livello della retorica e dello scontro semplicemente per cavalcare l’onda e incrementare il proprio consenso elettorale, o la propria audience. Il risultato finale è che un “problema” di cui non è del tutto chiaro il peso (perché allora i danesi hanno deciso che va bene così?) occupa il centro della scena e l’attenzione e la rabbia sempre più accese allontanano sempre di più il momento in cui si deciderà che il problema non è tale da giustificare il perdurare dello stato di emergenza e delle restrizioni. Cioè secondo me continuare ad aumentare la pressione per far vaccinare le persone (o qualsiasi altra cosa) ingigantisce sempre più l’idea che ci sia un problema e quindi ci sia bisogno dello stato di emergenza. Certo poi rimane anche il fatto che tante persone sono spaventate e appunto la paura non la spegni con l’interruttore. Esemplari a questo proposito alcune reazioni davanti a chi commenta che prima o poi quest’inverno si prenderà il coronavirus. Alcuni sembrano convinti di poterlo evitare per sempre o comunque di poterlo evitare fino a… non si sa cosa.

        • « l’ansia sanitaria è sempre altissima e continua ad essere alimentata anche dalla spinta politico-mediatica a quello che Bertuzzi (nel pezzo su infoaut linkato in quello che precede questo) chiama “estremismo di centro”. Che da ultimo mi sembra stia innescando un circolo vizioso paradossale per cui persone esasperate dallo stato di emergenza e dalle restrizioni danno addosso al capro espiatorio indicatogli (i no-vax veri o presunti), che identifica come responsabile del perdurare della situazione, e chi glielo ha indicato alza sempre di più il livello della retorica e dello scontro semplicemente per cavalcare l’onda e incrementare il proprio consenso elettorale, o la propria audience. Il risultato finale è che un “problema” di cui non è del tutto chiaro il peso (perché allora i danesi hanno deciso che va bene così?) occupa il centro della scena e l’attenzione e la rabbia sempre più accese allontanano sempre di più il momento in cui si deciderà che il problema non è tale da giustificare il perdurare dello stato di emergenza e delle restrizioni. Cioè secondo me continuare ad aumentare la pressione per far vaccinare le persone (o qualsiasi altra cosa) ingigantisce sempre più l’idea che ci sia un problema e quindi ci sia bisogno dello stato di emergenza.»

          A mio giudizio, sunto impeccabile.

          • Anche per me è centratissimo il punto!

            E tornando a quel che dicevo prima dell’editoriale sul “dicano i no-pass come vincere”, bisogna proprio oggettivare il “peso” di ‘sto “problema”, a costo di doversi scoprire e confessare ancora un po’ vaccinocentrici e ammettere che, dannazione, hanno ragione Morgana o Robydoc.
            “(perché allora i danesi hanno deciso che va bene così?)”

            E perché Odifreddi (che, per i vari amanti dell'”expertise”, è un matematico, non un medico – anche se non conta perché tanto di medici sulla stessa linea se ne trovano a bizzeffe in TV tutti i giorni) e tutto il mainstream Italico dicono che no, non va ancora bene così?

            La verità è che lo stato di emergenza piace ancora a troppi. E’ molto più facile governare durante un’emergenza.
            I dissidenti, durante un’emergenza, possono essere etichettati come sabotatori, disertori, gente che vuole affondare la barca, e non bisogna starli ad ascoltare o riconoscer loro il rispetto di cui in regime ordinario dovrebbero godere tutte le minoranze.

  24. Mozione d’ordine: ancora una volta la discussione in questo thread sta scivolando su «vaccini sì», «vaccini no», basta, su. L’articolo qui sopra e i suoi aggiornamenti riguardano potenzialità e contraddizioni di una lotta contro il lasciapassare che è esplicitamente una lotta contro il governo Draghi, una lotta che parte dal lasciapassare per fare un ragionamento più ampio. Il vaccinocentrismo è solo un’altra versione del virocentrismo.

    • Ok letto e mi scuso per la mia parte. A mia parziale discolpa credo che non sia inutile richiamare ad una certa cautela chi arriva qui a esprimere dubbi – per carità legittimi, stiamo tutti cercando di capirci qualcosa su queste manifestazioni, soprattutto la piega che prenderanno – partendo da un punto di vista aggressivo su chi prova a ragionare anche sulla vaccinazione (è evidente la fatica che si compie nel distinguerla dal vaccino). Soprattutto, credo si sia capito, secondo me è importante mantenere una certa fermezza su queste “derive morali” dei vaccinomani. I no-vax ad oltranza sono in balìa di incantatori di serpenti e travolti da decine di anni di cretinate che gli sono state propinate da tutte le parti, non ultime quelle istituzionali. Ma i vaccinomani, che come posizione hanno “speriamo che passiate giorni in terapia intensiva voi che non vi vaccinate, così capite che siete merde” per me sono dei nemici, alla stessa stregua di quelle merde che cercano di infiltrarsi, e come loro spero e farò quello che posso perché in piazza al mio fianco non ci siano.
      Poi lo so che questa gente non la convinci con la scienza, l’analisi dei dati, la ragionevolezza, il richiamo ad una qualche forma di antipatia. Sarà questione di forza, come sempre del resto. In val di susa hanno degli studi avanzatissimi sull’inutilità del tutto, se non avessero avuto a sostegno il movimento con quegli studi potevano incartarci il pesce.

    • Scrivo qua per raccontare un aneddoto. Mio fratello lavora nella logistica per ditte subappaltatrici di SDA a Firenze. Io son stata precaria fino ai 40, adesso ricercatrice. Quel che vediamo in Italia e nelle piazze no vax ci fa orrore e non credo ci sia bisogno di aggiungere altro. Abbiamo assistito con costernazione all’assalto alla CGIL. Però vi confermo che da un piccolo scambio con mio fratello mi son resa conto che lui ha subito compreso (pur non essendo iscritto ai COBAS) che le manifestazioni hanno avuto un cambio di marcia. Dal suo osservatorio questo è molto chiaro: “Vediamo la settimana prossima è decisiva, la svolta no vax dei Cobas nei porti è effettivamente un aspetto da nn sottovalutare, la guida di un sindacato qualunque esso sia riesce a fare essere più efficace la protesta, poi come ho detto vediamo, aspettiamo la cosa comunque sembra evolversi, come? Nn si sa – Non lo so, mi sembra che si sia sottovalutato la cosa – C’ha una elaborazione lunga, mi sfugge qualcosa e il nostro settore rimane molto agitato” queste le sue parole. Lo scrivo a titolo aneddotico perché mi ha colpito la sua lucidità, rispetto a quel che leggo e sento a giro. Detto questo, posso dire che fra i miei colleghi la paura di ammalarsi a lavoro è tanta e la stragrande maggioranza delle persone vive il GP come uno strumento di tutela.

      • Ilaria, grazie della testimonianza, solo una piccola correzione: non c’è alcuna «svolta no vax dei Cobas», i Cobas – come noi qui – sono contro il lasciapassare, non contro il vaccino.
        «No Vax» è un’etichetta che molti anche in buonafede e non sdraiati sulle posizioni governative cominciano a usare per semplicità, come metonimia della lotta contro il pass, ma dobbiamo evitarlo, perché asseconda l’andazzo di omologare sotto l’epiteto «no vax» – che è un conio giornalistico fortemente connotato sul piano ideologico – posizioni anche diversissime tra loro, per poter scagliare l’epiteto contro chiunque dissenta.

        • Piccola nota nella nota.
          Da quanto mi risulta i Si Cobas sono stati l’unico sindacato di sinistra ad essersi opposto fin da subito all’obbligo vaccinale sui sanitari.
          Da notare che tale obbligo da aprile, o la forte persuasione, dal 27 dicembre, ha fatto sì che giovani venti o trent’anni, medici, infermieri o operatori sanitari si vaccinassero quando ancora vi era penuria di dosi e rubando il posto, come disse poi contraddittoriamente lo stesso Draghi dopo che fu promulgata la legge, alle categorie più fragili e quindi a maggior rischio di vita’, anziani, immunodepressi, etc.
          Questo per dire che vi è una retorica ed una propaganda a monte ed al di sotto della legiferazione non solo del greenpass, ma che riguarda anche i vaccini stessi.
          Anche di fronte a tali imposizioni, molti a sinistra hanno preferito seguire il coro degli Yes Man.
          Non voglio giudicare se l’obbligo al vaccino sia giusto o meno, ma rivendicare che è altresì necessario che ci si ponga almeno la domanda e che le eventuali risposte, in un senso o nell’altro, non siano date per scontate nel solco della propaganda..
          Detto questo più la sinistra inizierà a scendere in piazza su questi temi, e più l’equilibrio del viro/vaccino centrismo potrà essere raggirato ponendo anche altri temi, non da ultimo l’innalzamento vertiginoso del costo della vita che si andrà ad abbattere come sempre sul proletariato.
          In vista di questo, scalzare la destradalle piazze, come da voi sottolineato, ruota di scorta e spalladel sistema

          • “Da notare che tale obbligo da aprile, o la forte persuasione, dal 27 dicembre, ha fatto sì che giovani venti o trent’anni, medici, infermieri o operatori sanitari si vaccinassero quando ancora vi era penuria di dosi e rubando il posto, come disse poi contraddittoriamente lo stesso Draghi dopo che fu promulgata la legge, alle categorie più fragili e quindi a maggior rischio di vita’, anziani, immunodepressi, etc.”

            A integrazione di quanto detto da Lana_HK e soprattutto da Draghi, poi passato in cavalleria, i decessi che avremmo evitato se fossimo partiti fin da subito a vaccinare i fragili e gli anziani, anziché procedere inizialmente per categorie professionali (estese all’italiana), sono stati stimati tra 8.000 (Matteo Villa) e 11.000 (Maurizio Rainisio). Queste sono le due stime che conosco, ma potrebbero essercene altre.

            Ciò non significa che i lavoratori della sanità – quelli “veri”, quelli a contatto coi pazienti – non andassero inoculati per primi. La protezione degli operatori sanitari è sempre la priorità, perché i focolai in ambiente sanitario sono i più pericolosi. Ma una volta messi in sicurezza quelli, la bussola dev’essere la valutazione del rischio individuale.

            Quel che è certo è che c’è qualcuno che ha circa 10.000 morti sulla coscienza. E no, non è un no-vax.

            • Isver riesci a dirmi dove trovo queste proiezioni? Vedo che c’è anche un articolo di Fabio Chiusi sulla scarsa capacità del green-pass di incidere sulla vaccinazione ma non mi convince moltissimo, dati troppo aleatori.

              Avrei finito qui ma visto che non raggiungo il limite approfitto per correggere qualche refuso maligno: “questa gente non la convinci con la scienza, l’analisi dei dati, la ragionevolezza, il richiamo ad una qualche forma di antipatia” si intendeva “empatia” :-) o anche “un’insopportabile narrativa che contrapporrebbe l’altrismo dei vaccinomani all’individualismo dei novax” era “altruismo”.
              A che ci sono preciso che i casi sono due: o ho fatto il vaccino oppure no. In nessuno dei due casi ho una qualche superiorità morale dovuta a questa scelta.

              • Non ho capito il riferimento all’articolo di Chiusi.

                Comunque le stime sui morti causati dalla strategia vaccinale inizialmente sbagliata, le ho trovate sui social, che non linko. Un articolo di Villa a riguardo però si trova qui:

                https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/datavirus-vaccini-quei-due-mesi-persi-dallitalia-29603

                Non c’è il numero, ma immagino si trovi da qualche altra parte sul sito. Sicuramente si trova facendo una ricerca su Twitter. L’account è @emmevilla .

                Per la stima di Rainisio, invece, bisogna per forza… avventurarsi sulla sua pagina Facebook (La Peste). C’è un post del 13 settembre dove spiega come ha fatto la stima, ma i numeri sono in un post del 16.

        • Si ho molto presente la questione e inizialmente avevo pensato di correggere per evitare certi fraintendimenti. poi invece ho deciso di riportare fedelmente le parole usate perché mi è sembrato più interessante, più problematico. ho fatto io stessa questa obiezione e mio fratello che ha risposto: sì, certo.
          Non ho ancora avuto modo di parlarci a voce, ma capisco che, probabilmente per il suo osservatorio, ha un approccio differente dai miei colleghi: da me c’è feticismo sanitario, persone piuttosto preoccupate di tornare in presenza (siamo in smart working da marzo 2020), molti già ipocondriaci prima del COVID che plaudono ogni controllo come garanzia di tutela della propria salute.

    • La condizione di essere favorevole al vaccino comporta quanto meno un avvicinamento all’essere favorevole al green pass se si considerano ambedue (vaccino e green pass) manovre di tutela di salute comunitaria in una situazione di pandemia e di emergenza anche in aggiunta ad altre azioni di sviluppo sociale (eliminazione nelle scuole delle “classi pollaio”, cure domiciliari, rafforzamento strutture sanitarie ecc.). Comunque prendendo come assunto la separazione dei due temi, che ripeto mi è difficile da attuare in modo netto, si potrebbe proporre un’ulteriore riflessione che riguarda l’abolizione non tanto del green pass ma delle premesse che lo rendono classista.
      Più che no al green pass si potrebbe dire no alle condizioni che creano discriminazione, se non si è vaccinati, all’ottenimento del green pass: test pagati a carico dei cittadini (senza neanche differenziazioni di reddito) di un vaccino che non è stato reso obbligatorio dallo stato.
      Quindi si può introdurre anche la posizione di essere favorevoli al green pass abolendo le condizioni che pregiudicano il suo conseguimento. Alla domanda che molte reti streaming pongono “ma i cittadini vaccinati devono pagare i tamponi per i non vaccinati?” dico che la risposta è affermativa, perché il vaccino non è stato reso obbligatorio e in quanto facoltativo i non vaccinati devono poter usufruire della condizione alternativa che gli è stata posta come diritto.

      • Ma prima di tutto il resto, il green pass – o piuttosto il green pass obbligatorio in spazi già accessibili e condivisi, in particolare i luoghi di lavoro – fa schifo perché non ce n’era bisogno e non funziona.

        In praticamente tutti gli altri paesi del mondo, la copertura vaccinale ottenuta dall’Italia, anzi, più spesso una anche leggermente inferiore, non è affatto ritenuta bassa o tanto bassa da giustificare una guerra santa. E d’altra parte gli stessi ultravaccinisti ne evidenziano l’efficacia sbandierando i numeri attuali della pandemia. Delle due l’una: o “guardate, stiamo andando alla grande”, o “per colpa vostra non ce la faremo, merde”.

        Come incentivo alla vaccinazione, il green pass non sta funzionando. Come incentivo al tampone sì, ma dubito che lo scopo fosse quello, visto che non siamo neanche in grado di fare tutti i tamponi necessari.

        Quindi al limite avrebbe più senso unire il tema del green pass a quello della diagnostica, anziché a quello della profilassi. Però, appunto, la diagnostica per colpa del green pass rischia di andare in tilt, quindi il green pass non si salva neanche così.

  25. Gira voce che Enrico Montesano stia salendo a Trieste. Speriamo non sia vero. In subordine, speriamo che il coordinamento e i portuali non gli consentano di fare il suo consueto spettacolino, e tengano la linea «no ai personaggi mediatici che vengono qui a strumentalizzare la nostra lotta per farsi pubblicità». Montesano è un soggetto screditatissimo, il suo “magic touch” a rovescio infliggerebbe alla lotta un danno d’immagine peggiore di qualunque demonizzazione (perché la messa in ridicolo è ben peggio della demonizzazione). Idealmente, andrebbe accolto come il pubblico dell’Arena di Verona ha accolto Sgarbi e Al Bano qualche settimana fa.

    • E niente, Montesano è arrivato e ha fatto il blitz anche grazie a forzature di componenti interne della mobilitazione. Il suo magic touch al contrario avrà l’effetto di far calare una cappa plumbea di discredito su questa storia. Molti diranno: “avevamo ragione noi, ovunque è la stessa melma”, e negheranno che le dinamiche che abbiamo descritto fossero reali. Il copione è quello solito: le fantasie di complotto difendono il sistema. In una situazione così difficile e con la latitanza di troppi sedicenti anticapitalisti, a ogni momento in cui la lotta si allenta anche solo per tirare il fiato è probabilissimo un tremendo rinculo. Nemmeno questo però può rimuovere le contraddizioni, che continueranno ad acuirsi fino al prossimo momento di crisi. Men che meno questa merda può giustificare retroattivamente il lasciapassare, la gestione della pandemia e l’acquiescenza di troppi che dovrebbero contrastarla.

      • “Montesano è arrivato e ha fatto il blitz anche grazie a forzature di componenti interne della mobilitazione.”
        Mi sembra una lettura un po’ reticente della realtà. Montesano è stato accolto da Puzzer e dalla folla, e nemmeno un fischio o un buuu si è alzato ad osteggiare la sua presenza.
        Ora gira voce che sia lì pure l’ex generale dei carabinieri P4p4ll4rd0… Con uscite che mi rifiuto di riportare qui.
        Le contraddizioni ci sono e i compagni che ci hanno provato hanno la mia stima.
        La lotta al lasciapassare non può essere discreditata da questi personaggi, ma forse andrebbe chiamata anatra l’anatra, perché si muove sempre più come un’anatra, e starnazza proprio come un’anatra.

        • Nessuna reticenza, il commento era a caldissimo e basato sull’unico dato che Montesano stava arringando a modo suo al varco del porto, senza che mi fosse noto nessun dettaglio. Non ho ancora un resoconto di tutta la vicenda ma è chiaro che Puzzer – e non solo lui – ha responsabilità di quello che è accaduto. Lo stanno dicendo anche i nostri contatti triestini.

          • Confermo che Puzzer ha responsabilità diretta nella visibilità ottenuta da Montesano e anche nel fatto di avere, a margine di questo, dato il microfono a un paio di interventi contro i vaccini fatti da personaggi venuti da fuori città, a me sembra con Montesano stesso. Questo in un contesto in cui si è tentato di limitare al massimo l’apertura del microfono a chiunque, indicazione che ieri aveva impedito a Tuiach di prendere la parola – causando la sua reazione contro un compagno –, ma che oggi in quel contesto è saltata. E su questo mi dicono che Puzzer viene chiamato a rispondere, purtroppo quando i buoi sono già scappati.
            Di contro la ribalta di cui ha goduto Montesano ieri era stata negata a Paragone e oggi a Pappalardo. Con Montesano ho l’impressione che tra i portuali che stanno tenendo il blocco non ci sia stata consapevolezza della strumentalità della sua presenza, ma anche la personalizzazione mediatica su Puzzer deve aver giocato.

            • Questo aspetto della visibilità mediatica di Puzzer è ovviamente problematico a questo punto e se ne discute parecchio, tra i portuali stessi, nel coordinamento, tra le compagne e i compagni. Si accompagna in parte agli aspetti caratteriali e politici del personaggio, in parte alla sua effettiva rappresentatività in porto, limite che, come sottolineavo già due giorni fa, lui stesso riconosce.
              Nello stesso commento menzionavo l’altro aspetto che ora sarebbe importante che riesca a riemergere: mi riferisco al fatto che la mobilitazione è partecipata da molti lavoratori e lavoratrici di altre realtà produttive – Wartsila, insegnanti, ferrovieri, Vigili del Fuoco, Asugi, Triestetrasporti, Flex. Di queste ultime due è da notare che l’azienda di trasporto pubblico sta lanciando allarmi sul rischio di non poter garantire da lunedì la regolarità delle corse, mentre i dipendenti della Flex erano presenti ieri grazie all’indizione dello sciopero nella loro azienda delle RSU della Fiom.
              La centralità assunta dalla mobilitazione dei portuali, oltre a non garantire da oggi l’effettività dello sciopero nello scalo, sta rischiando di mettere ai margini della narrazione mediatica questi lavoratori, che però continuano ad essere presenti, a discutere e soprattutto a tentare di capire come andare avanti al di là della scadenza immediata. Perché stringi stringi il nodo è questo: l’adesione di queste componenti è strettamente materiale e riguarda la conservazione del proprio diritto al lavoro.

              • “La teoria e la pratica del culto della personalità, estranee allo spirito del marxismo-leninismo, hanno recato un danno notevole al lavoro di partito sul piano organizzativo e su quello ideologico. Esse menomavano la funzione delle masse popolari e del partito, la direzione collegiale, minavano la democrazia interna del partito, soffocavano l’attività dei compagni, la loro iniziativa ed autonomia, favorivano l’assenza di controllo, di responsabilità, e, perfino, l’arbitrio nel lavoro di singole persone, impedivano lo sviluppo della critica e dell’autocritica, e portavano a soluzioni unilaterali e talvolta anche errate dei singoli problemi”.
                Suslov, XX congresso del PCUS, citato in “Waldemar Gurian – Introduzione al comunismo”, Cappelli, Bologna, 1958.
                Non conosco Puzzer, ma leggendo i resoconti di Albolivieri e di altri, e pensando al blitz di Montesano, sono andato a ripescare vecchie letture che rimuginavano confuse nella testa. Non so se c’entrano davvero qualcosa con la situazione triestina, però (fatte ovviamente le debite proporzioni) sono emblematiche, credo, di come se e quando si lascia tutto nelle mani di un singolo rappresentante (magari in buona fede), le forze possono scemare fino a spegnersi.
                L’azione a Trieste non si è certo spenta (leggevo che è previsto un incontro a Roma), ma forse una ricalibrazione dei metodi sarebbe opportuna.

                • Vabbe’, non c’è bisogno di togliere le bende alle mummie :-) La mobilitazione cittadina di Trieste non ha mai espresso culto della personalità per nessuno, è come tutte le ondate di conflittualità sociale di questi anni – con le dovute distinzioni: dai Gilets Gialli a ritroso verso i moti contro la Loi Travail fino a Oaxaca, a Taksim ecc., oppure in avanti fino a tutte le altre piazze di questi mesi – una lotta che non esprime leader visibili. Puzzer è emerso quando la mobilitazione si è incanalata nello sciopero dei portuali dopo l’annuncio che il 15 si sarebbe bloccato il porto, ma non è mai stato percepito come leader del coordinamento, è un portavoce di una sua componente, il CLPT. Poi sono successe varie cose: Puzzer è stato/si è sovraesposto mediaticamente, i giornalisti pendevano dalle sue labbra e la Digos lo teneva sotto pressione, e col fatto che la situazione al varco 4 è magmatica e incontrollabile lui si è concesso alcune fughe in avanti. Una è passata in cavalleria, quella su Montesano, l’altra invece, di qualche ora dopo, non gli è stata proprio perdonata, come racconta Olivieri qui sotto. All’improvviso Puzzer ha annunciato ai giornalisti che il punto era segnato e dunque si smobilitava. Subito è partita un’assemblea durante la quale è stato duramente attaccato e ha dovuto ritrattare. Ha chiesto scusa a voce, in quel frangente, e per iscritto, su FB. Ora il suo ruolo sembra un bel po’ ridimensionato, vedremo.

  26. [1/3] Contrariamente a ciò che scrivevo l’altro ieri, alla fine mi sono presentato alla protesta di ieri, anche se non dalla prima mattina.

    Qualche nota etnografica senza pretesa di completezza. Era una manifestazione generalmente allegra e persino goliardica, benché a mio avviso confusionaria nei contenuti e negli slogan. Per me era una piazza strana: nessuna bandiera rossa, nessun sindacalista noto, pochissimi i compagni “che non mancano mai”.

    Mancava però il clima angosciante e ringhioso delle manifestazioni fasciste e dei cortei ultras – ma anche dei comizi di Salvini o Meloni. C’era cibo, acqua, vino e birra in abbondanza (e gratis per tutti), si scandivano cori con un tono – almeno finché ci sono stato io – fermo ma mai aggressivo, tranne nei momenti di tensione con la stampa.

    Della presenza e del protagonismo dei fasci si è già parlato. Pochissimi volti a me noti della sinistra cittadina; quanto ai compagni presenti, perlopiù anarchici e disobbedienti, mi sono sembrati ai margini della manifestazione: il timone era saldamente in mano ai portuali. Sul Piccolo (il quotidiano cittadino) si legge che qualcuno del CLPT abbia chiesto al microfono di «allontanare i comunisti» e che la manifestazione non fosse né di destra né di sinistra. Se la seconda esternazione ormai è un luogo comune, la prima mi lascia l’amaro in bocca.

    Un abbozzo sociodemografico. Al contrario di ciò che afferma Andrea Olivieri, ai miei occhi risaltava l’età media piuttosto avanzata dei manifestanti, con giovani non assenti ma sicuramente scarsi; non mi è sembrato di scorgere rappresentanti di organizzazioni studentesche; presenti famiglie con bambini; molti pensionati. La composizione di genere era diversa: tra i partecipi mista, segno che il corteo era davvero un’espressione della società triestina, tra i portuali quasi esclusivamente maschile (ma non è una novità). Molte persone venute da fuori. Ho sentito parlare solo italiano (o dialetto) né ho intravisti stranieri, altro dato interessante.

    Potrebbe essere però che la diversità di profili sociodemografici riscontrati sia dovuta non solo alla parzialità dell’osservazione individuale ma anche all’orario (tarda mattinata-pomeriggio) in cui ho presenziato.

    C’erano rappresentanze di lavoratori di altri comparti, tra cui i sociosanitari “ribelli”, i vigili del fuoco, gli autotrasportatori.

    • Scusa, per il momento solo una nota di metodo: all’inizio dici che quel che scrivi è frutto della tua osservazione diretta, per quanto parziale e momentanea. Ok. Però poi evochi una fonte secondaria di cui ci fai un tuo sunto:

      «Sul Piccolo (il quotidiano cittadino) si legge che qualcuno del CLPT abbia chiesto al microfono di “allontanare i comunisti” e che la manifestazione non fosse né di destra né di sinistra.»

      Se io leggessi una roba così sul Piccolo mi chiederei: chi l’ha chiesto? Uno rappresentativo o uno che ha approfittato del microfono aperto? Ha detto proprio così? Se l’è cagato qualcuno? I comunisti sono stati allontanati?
      Tu invece concludi subito:

      «Se la seconda esternazione ormai è un luogo comune, la prima mi lascia l’amaro in bocca.»

      [Trovo anche ambigua la frase: «Della presenza e del protagonismo dei fasci si è già parlato.» Sì, se n’è parlato per far notare che la presenza era irrilevante e il protagonismo non c’è stato. Ma se tu scrivi così, fai sembrare che invece fossero presenti e protagonisti. Che io sappia, l’unico momento di protagonismo di un fascio è stato quando Tuiach ha dato un pugno in faccia a un compagno.]

      Sul resto, con calma.

      • Ti rispondo brevemente.

        Quanto alla nota di metodo, ho effettivamente assunto che il Piccolo non abbia distorto o alterato la fonte. In ogni caso, mi è sembrato significativo quantomeno che qualcuno abbia sentito il bisogno di pronunciare al microfono una frase del genere, quando di presenza comunista non c’era nemmeno l’ombra (se non nella persona di singole compagne e compagni, ma non identificabili come tali).

        Sul protagonismo dei fasci, hai ragione sulla terminologia: intendevo dire «i tentativi di protagonismo», menzionando quanto scritto in altri interventi in questo thread. Non ritengo in ogni caso la presenza dei fasci irrilevante: numericamente scarsa, ma si vedevano. L’episodio di Tuiach mi pare scandaloso e assai grave in una manifestazione altrimenti pacifica. Va be’, sono note a margine.

        • «mi è sembrato significativo quantomeno che qualcuno abbia sentito il bisogno di pronunciare al microfono una frase del genere»

          Sì, ma in una mobilitazione di massa di migliaia di persone perché trovi così significativo quello che (presuntamente) ha detto una persona di cui peraltro non sappiamo niente? Voglio dire: perché ridurre le cose all’aneddoto quando poi tu stesso ammetti che la mobilitazione è di massa, articolata, complessa, con un “noi” plurimo e istanze anche materialiste, e con possibilità che faccia un salto di qualità?

          Tra l’altro, se restiamo all’analisi di classe, un proletario in lotta può anche essere (o credersi) anticomunista sul piano della coscienza individuale – magari perché identifica i “comunisti” con il centrosinistra che ha sempre fatto gli interessi dei padroni e addirittura con il PD che oggi in Italia è il partito più classista e difensore dello status quo neoliberale – e però resta un proletario in lotta che per il solo fatto di essere lì coi suoi colleghi, intento a opporsi a una misura discriminatoria, sta maturando e in parte già esprimendo una coscienza di classe. Quindi, davvero non capisco perché un aneddoto del genere debba avere qualche peso.

          • “con il PD che oggi in Italia è il partito più classista e difensore dello status quo neoliberale”

            E non solo. Chiedo scusa per l’OT, ma in queste ore di ammucchiata antifascista pelosa, è significativo. Il comune di Adria ha revocato la cittadinanza onoraria a Mussolini – senza fretta, mi raccomando… – col voto contrario dell’unico consigliere comunale del PD, per cui era una scelta inutilmente divisiva.

            Ora, lasciamo perdere per un attimo che dividersi tra chi è onorato di essere concittadino di Mussolini e chi non lo è, non può mai essere inutile. Ma in un comune del Veneto con un unico consigliere comunale del principale partito dell’area identificata come sinistra, se la maggioranza del consiglio vota a favore, quanto potrà mai essere divisiva una proposta?

            Il problema è che questi qui tracciano linee rette ovunque, asfaltando – anche letteralmente – tutto quello che c’è in mezzo. Tranne dove dovrebbero.

            Poi pretendiamo la purezza ideologica dai portuali.

  27. [2/3]

    Passando all’analisi – probabilmente manchevole a causa della prossimità temporale ed emotiva all’evento e alla limitatezza dell’osservazione – la piazza triestina mi pare incentrata tutta sull’opposizione tra un noi plurimo e un nemico esterno identificato con il governo ma anche «chi sta zitto», «gli altri», «chi è in alto», con obiettivi variamente declinabili (la «libertà» che tanto si scandiva nei cori) e al “minimo comune denominatore” (oltre all’opposizione al green pass che cosa si vuole?).

    Credo che la definizione di diciannovismo si attagli bene al movimento triestino. Un amalgama cioè di rivendicazioni di classe e populiste, irrazionali e insieme materialiste, toni sia progressisti sia regressivi. È il frutto di una piazza nata dal basso, di composizione sociale mista ma in buona misura piccoloborghese, non guidata da un’avanguardia in senso leninista ma al massimo da un gruppo organizzato e combattivo (i portuali) eppure non ancora in grado di spostare il terreno del conflitto da un’istanza singola (il green pass) alla critica sistematica.

  28. [3/3]

    Si è tentata su questo spazio l’analogia con il movimento No Tav. Ecco, per fare un paragone le piazze triestine sono ancora come un movimento “di quartiere” limitantesi alla pura opposizione al treno, senza tutto il bagaglio di critica antisistemica, ecosocialista e alternativa che può vantare il movimento No Tav.

    Elementi per un salto dialettico alla critica sistemica ci sono: forti dell’aver bloccato un ganglio della distribuzione internazionale (che nell‘Europa deindustrializzata è come fermare la produzione), i portuali potrebbero saldare la loro lotta a quella dei lavoratori Flex (a Trieste) contro la delocalizzazione e i contratti capestro e la GKN per esempio, potrebbero pretendere il salario minimo ecc.

    Resto però dell’idea che finché non si opporrà fermamente alla presenza di fasci, idioti alla Paragone e complottisti vari, e finché non tenterà di agganciarsi alle altre lotte (la già menzionala GKN), il comitato dei portuali resterà sospeso tra due piani diversi. Si tratta ora di scegliere una lotta anticapitalista o se fare le veci del M5S e dei vari attori populisti che hanno infestato la scena politica negli ultimi decenni. A mio avviso manca ancora cioè la sintesi finale auspicata da WM1 in un commento all’inizio.

    [I lettori di Giap mi perdonino la prolissità. Più sopra sono stato rimproverato di essere impreciso; purtroppo la necessità di tagliare i paragrafi aveva pregiudicato la chiarezza. Non essendo in grado di ridurre più di così, mi è toccato scomporre il commento in tre post]

  29. Mentre nel resto d’Italia è passata (anche grazie alle scelte redazionali stolide di certi media “di movimento”) la vulgata che ieri il porto ha continuato a funzionare come niente fosse, oggi Il Piccolo – che essendo il giornale cittadino non può negare la realtà fino a quel punto – titola:

    «Sciopero al Porto di Trieste, le ricadute: attività ridotte, navi deviate e crocieristi in Porto vecchio».

    L’articolo comincia così:

    «Fuori gli slogan e i fumogeni dei manifestanti, sui moli l’assenza del rumore metallico che normalmente scandisce la giornata del porto. Dentro i varchi la vita va avanti al rallentatore. Il lavoro in banchina procede a ritmo ridotto e in alcuni casi le navi hanno girato il timone verso altre destinazioni. Molti sono rimasti a casa: per adesione allo sciopero o mettendosi in ferie per evitare rogne all’ingresso.»

  30. Stavo per postare un commento arrabbiato contro chi, in questa mattinata, ha scritto commenti retorici pro green pass a partire dal discorso vaccini, come se le due cose fossero collegate. Ma mi sono trattenuta, anche per la mozione d’ordine di WM.
    Preferisco raccontare la realtà che si è ormai consolidata all’interno della grossa biblioteca universitaria in cui lavoro, visto che il lasciapassare è qui in vigore da un mese e mezzo.
    – Controllo del gp all’ingresso da parte del personale di cooperativa adibito alla guardiania, con un sovraccarico di lavoro enorme, ovviamente senza aumento di retribuzione
    – Suddetto controllo all’ingresso è per tutte/i: studenti e studentesse, personale universitario (docente e non), personale esterno. Nei giorni particolarmente pieni, studenti/esse sono controllate/i a campione.
    – Utilizzo, all’interno della biblioteca, di un’applicazione per prenotare le postazioni numerate per studiare. Ogni prenotazione dev’essere convalidata tramite QRcode al momento dell’ingresso nella biblioteca. Se per caso prenoti un’ora e vuoi fermarti tre ore, devi effettuare una nuova prenotazione e convalidarla. Se per caso prenoti un posto senza PC e hai bisogno del PC, devi annullare la prima prenotazione, farne una nuova a PC e convalidare quella nuova. Tutto questo anche quando la biblioteca è mezza vuota.
    – Controllo periodico da parte dei bibliotecari/e delle postazioni, con richiesta a studenti e studentesse di mostrare il numero di prenotazione, oltre al controllo delle mascherine correttamente indossate. Non serve essere studiosi/e di sociologia o etologia o chennesò per intuire che molte/i colleghi/e abusino di questo “potere”, con una passeggiata per controllare che ha tutta l’aria della ronda.
    – Aumento delle sospensioni per i ritardi nelle restituzioni (giustificato con l’emergenza, non si capisce con quale motivazione); aumento della burocrazia per i moduli laureandi o utenti esterni o chicchessia.
    – Ovviamente code all’ingresso dell’università (primo varco) e code all’ingresso della biblioteca (secondo varco); code per le lezioni e code per i turni in biblioteca.
    – Nessuna apertura, da parte dei vertici, a garantire il servizio di prestito e restituzione a chi non possiede il gp. È d’obbligo dire che a pochissimi/e colleghe/i questo discorso preme.
    – Da ieri, possibili controlli a sorpresa al personale di guardiania da parte della Digos.
    Questo è il mondo col green pass, giustificato dall’emergenza. E probabilmente sto dimenticato qualcosa a cui, mio malgrado, mi sono già assuefatta.

  31. borlots, il green pass è uno schifo. Te lo dice uno di quei “vaccinomani” che gli importa solo di “proteggere se stessi e quelli della loro cerchia”, come dicono scientemente gli scienziati sociali: uno che fa parte di quell’80% di persone che si sono vaccinate. L’80% che basterebbe per fare “come la Danimarca”, ma invece viviamo in un paese le cui politiche sono condizionate dagli interessi degli industriali e dalla sfiducia nelle persone. Non ho scritto niente a favore del green pass. Mai. Ho scritto che secondo me chi ha urgenza di protestare contro il green pass sono soprattutto quelli che per motivi loro hanno scelto di non vaccinarsi. Scelte individuali. A queste persone mi va di dire che hanno fatto, secondo me, la scelta sbagliata (ma questo è fuori luogo, quindi fine del discorso). Poi posso anche sbagliarmi e magari le proteste di questi giorni avranno un’evoluzione per me insttesa. Vedremo, speriamo.

    • Però i portuali di Trieste non vaccinati sono il 40%, mentre quelli che scioperano contro il green pass sono l’ 80%. Lo stesso Puzzer ha detto pubblicamente ieri di essere vaccinato. Ora Puzzer è un cazzone per vari aspetti, ma è un cazzone vaccinato. Il motivo per cui scioperano quasi tutti, vaccinati e non, è che con il loro fiuto operaio, fiuto che possiedono anche gli operai fascisti o leghisti, eh, hanno capito che si tratta di un dispositivo che colpisce tutti, e soprattutto di un dispositivo che prefigura un metodo di governo del lavoro ancora più dispotico di quello attuale.

      Aggiungo un’osservazione su questa faccenda dell’esecranda libertà personale. Anni fa un vecchio operaio mi raccontava che nel ’69 la prima vertenza nella sua fabbrica era stata contro il tentativo padronale di ridurre i tempi della pausa per la pisciata. La libertà individuale di gestire la propria vescica, insomma. Un domani che spero vicino, gli studenti potrebbero cominciare a manifestare in piazza per chiedere di potersi alzare dal banco per qualche minuto a sgranchirsi le gambe. Sono due anni che i nostri corpi per diverse ore al giorno sono limitati nei loro movimenti in modi irragionevoli e logoranti, fisicamente e psicologicamente. Io credo che per molt* il rifiuto del vaccino sia al fondo una forma di ribellione a questo disciplinamento, che poi viene razionalizzata, in mancanza di altro, con le “teorie” strampalate che si trovano a disposizione.

  32. Questo mi pare importante segnalarlo, sorpattutto la frase conclusiva (il video di cui si parla è quello in cui un lavoratore di Genova interviene in una di queste trasmissioni spazzatura)

    Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze

    Noi conosciamo i portuali di Genova, il Calp Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali. I portuali di Genova sono la nostra famiglia. Di loro ci fidiamo. Ci fidiamo del loro antifascismo. Un antifascismo doc, storico, vero, radicato, serio, costante, partigiano.
    Dentro la nostra famiglia si discute e si può avere anche posizioni diverse. Noi però siamo sicuri che dentro la nostra famiglia concetti come responsabilità collettiva e sicurezza sul lavoro sono usati correttamente e non come spot o peggio come clava per colpevolizzare e penalizzare il mondo del lavoro.
    Governo e Confindustria, per quanto ci riguarda, non hanno invece la credibilità di entrare nel merito di questi concetti. Nè possono pensare di scaricare sul mondo del lavoro il disastro della gestione pandemica.
    In questo video parla la nostra famiglia e lascia chiaro un concetto importante: nei luoghi di lavoro la misura è colma.
    Il rischio è che il disagio profondo che si vive si scarichi esclusivamente sul tema green pass sì, green pass no. Invece tale discussione va riportata al centro di un programma complessivo che tocchi temi come appalti, delocalizzazioni, salari, licenziamenti, precariato, pensioni, sicurezza sul lavoro, sanità pubblica.
    Se oggi in Italia il mondo del lavoro rischia di essere attraversato quindi da logiche divisive e lo scontento rischia di scaricarsi interamente sulla questione del green pass, la colpa per quanto ci riguarda sta in capo a chi ad oggi si rifiuta di prendere in considerazione una lotta aperta, a tutto campo, con lo sciopero generale, per unificare le lotte e dare a questo profondo scontento uno sbocco organizzato e di classe.
    Se non ti organizzi per insorgere, non ti lamentare se chi insorge non lo fa secondo i tuoi canoni. Noi #insorgiamo e ripartiamo dalla manifestazione del 18 settembre

    • “Se non ti organizzi per insorgere, non ti lamentare se chi insorge non lo fa secondo i tuoi canoni.”

      Le bacerei sulla fronte, le operaie e gli operai della Gkn che hanno scritto questo comunicato limpido e che rifiuta lo scarico di responsabilità verso il basso e il divide et impera.

      • però è da notare che si riferiscono a quelli di Genova e che parlano specificamente di discriminante antifascista, magari non c’è l’impera ma il divide c’è eccome: i fascisti FUORI. Montesano, Paragone e Pappalardo se vanno ai cortei della Gkn rischiano gli schiaffoni, a Trieste no.
        Con questo non voglio sminuire la bella lotta dei portuali e degli altri lavoratori triestini che per 24 ore hanno fatto cacare in mano il governo e i suoi scherani. Ma non mi pare si possa parlare di piazza antifascista come a Genova, a Firenze o anche in realtà locali più piccole come Busto Arsizio o Catania dove contro il green pass si muovono comunisti, spazi sociali, anarchici e gente cui i fasci fanno proprio schifo.
        Inoltre loro dicono che il problema non è solo il greenpass in sé, e io li bacerei in fronte per questo.
        è interessante il resoconto vostro e di Albolivieri che seguite Trieste sul campo con tutte le contraddizioni, ma appunto non stiamo parlando di Genova o Firenze come composizione della piazza. Che poi sia bene starci dentro, è una scelta che va fatta in maniera ponderata e senza una mentalità binaria, ma diosanto (per fare un esempio romano) la presenza di Fiore non dovrebbe essere tollerata. Io almeno mi sentirei in forte disagio.

        • Sono esausto, ho anche appena fatto una presentazione de La Q di Qomplotto, però prima di staccare ci tengo a ricordare, solo per la precisione, che al presidio triestino a Paragone e Pappalardo è stato impedito di parlare al microfono. Se ne sono andati alquanto incagati, la visibilità che hanno avuto l’hanno avuta per iniziativa dei giornalisti che, ai margini dell’evento, si sono accalcati per riprenderli e intervistarli. Purtroppo a Montesano, invece, è stato steso il tappeto rosso, e questo è indicatore di grossi problemi, ma del resto, che ci fossero grossi problemi lo sapevamo già.

          La discriminante antifascista c’è chi, sul campo e per settimane e settimane, ha fatto tutto l’umanamente possibile per mantenerla, in una situazione tumultuosa e caotica. È facile dirlo da lontano, “prendete a calci i fascisti”. Tu lo sai, ad esempio, che al nord una grossa percentuale di operai tesserati FIOM vota a destra? Eppure è gente che magari fa lotte molto dure. Lo capisci quanto sono difficili le situazioni, out there in the real world, dove le semplici petizioni di principio sono buone forse solo per pulirsi il culo, dove da decenni il termine “sinistra” è generalmente associato a classismo, salotti, editoriali di Repubblica e peana per l’impresa e i padroni? Pensi che in un contesto così sia facile muoversi?

          • io non capisco perché ogni osservazione su Trieste viene vista come voler sminuire la protesta. c’è una composizione che mi pare mostrare un mescolamento di varie componenti, e ho anche scritto che è giusto stare in piazza come fate voi e che mi interessa leggere i resoconti pubblicati qui. però sembra quasi che per partito preso la protesta di Trieste sia buona e avanzare anche qualche osservazione sia disfattismo. la discriminante antifascista la fanno quelli della GKN, e io sono con loro anche nella vita reale, e parlando di situazioni locali:
            ieri a Milano il corteo aveva una componente di anarchici maggioritaria, che guidava il corteo.
            per rispondere a wuming1 su “è facile parlare da fuori”: a Palermo ieri in piazza sono scese 100 persone a un sit in organizzato dalla Fisi sindacato nuovo guidato da gente vicina a Casapound. non mi sono neanche avvicinato. a ottobre scorso invece furono i centri sociali a protestare contro il DPCM e lì ero presente. in quel caso ci fu una nettissima presa di posizione antifascista infatti le piazze furono due: quella dei padroncini e ristoratori guidata dal forzanovista Ursino (in prima fila con Fiore e Castellino a Roma) e quella dei centri sociali. nessuna commistione, e una pratica di lotta urbana e azione diretta molto coraggiosa come mostra questo video https://gds.it/video/cronaca/2020/10/28/dpcm-pomeriggio-di-proteste-a-palermo-manifestanti-in-piazza-contro-le-chiusure-diretta-video-e7136453-8c06-4d79-8a2b-1b0b70cb267a/

            comunque visto il clima qui dentro eviterò di commentare ulteriormente. il commento di Isver usa un linguaggio da setta, i debunkerini, i compagni segugi di twitter, non mi pare di essermi espresso così e soprattutto non ho idea dei discorsi su twitter. questa è una brutta deriva da social che vedo spesso nella vita reale, parlare con qualcuno proiettando su di lui i discorsi letti sui social.
            c’è troppo investimento emotivo sulla protesta di Trieste qui su giap e mi pare impossibile discutere. buon proseguimento

            • «io non capisco perché ogni osservazione su Trieste viene vista come voler sminuire la protesta»

              Forse perché il tuo primo commento faceva esattamente questo, con un incipit tranchant che peraltro, fidandosi di fonti non adeguate, affermava il falso.

              «sembra quasi che per partito preso la protesta di Trieste sia buona»

              Mah, è l’esatto contrario, noi critichiamo la pretesa che debba essere “buona” e il trarre conclusioni semplicistiche dal fatto che non lo sia, e dall’inizio rimarchiamo le contraddizioni.

              «non mi sono neanche avvicinato.»

              Hai fatto bene. Ma quello è il caso di un soggetto esterno alla contraddizione, che dunque può decidere agevolmente cosa fare o non fare. Riporto invece tutt’altro caso, riproponendo qui quanto ho scritto anche sopra:

              «Un operaio antifascista non può (e secondo me non glielo si può chiedere), in base a una petizione di principio, cacciare via un suo collega che sciopera come lui, subisce la stessa condizione, magari è iscritto allo stesso sindacato… ma vota Meloni. Non fosse perché, anche dopo lo sciopero, con quel collega dovrà farci ancora turni assieme, ingoiarci rospi assieme.»

              Il ragionamento prosegue nel commento sopra, in un altro sottothread.

              «c’è troppo investimento emotivo sulla protesta di Trieste qui su giap e mi pare impossibile discutere.»

              Direi invece che si cerca di seguirla da vicino, consci delle difficoltà e della sua natura contraddittoria, anziché guardarla da lontano e in modo astratto, cercando di applicarvi schemi pregressi, avanzando pretese, emettendo verdetti. E direi che, benché a te paia impossibile, tutti stanno discutendo.

            • “il commento di Isver usa un linguaggio da setta, i debunkerini, i compagni segugi di twitter, non mi pare di essermi espresso così e soprattutto non ho idea dei discorsi su twitter.”

              Ho risposto direttamente a te solo sulla nota a margine relativa alla manifestazione del 2011. Il resto era una considerazione generale sul clima di caccia alle streghe a sinistra, altro che settarismo.

              Il linguaggio è quello di un operaio metalmeccanico comunista che vede minacciate persone con cui ha condiviso la vita in fabbrica negli ultimi 15 anni, compreso il rischio Covid dell’ultimo anno e mezzo, con protocolli di sicurezza di cortesia, che consistevano in strisce di nastro adesivo giallo attaccate qua e là e la raccomandazione di non assembrasi alle postazioni di lavoro. Poi però se fai scarti perché hai aspettato il tuo turno, come funziona? Chiudono un occhio? Tanto ne basta uno per mandarti una lettera di contestazione.

              Prima, vaccinati zero, rischio pure. Se lo dite voi… Adesso, vaccinati oltre l’80% (in fabbrica), rischio… 100%? Ennò. I numeri che sta facendo la variante Delta con questa copertura vaccinale ce li avete davanti agli occhi. Su queste basi, togliere lo stipendio a quattro poveri cristi, per quanto possano essere scemi, per me non è accettabile. E se la maggioranza dei compagni pensa di sì, buona vita a tutti. Ma compagno non vuol più dire un cazzo.

        • “Dentro la nostra famiglia si discute e si può avere anche posizioni diverse. Noi però siamo sicuri che dentro la nostra famiglia concetti come responsabilità collettiva e sicurezza sul lavoro sono usati correttamente e non come spot o peggio come clava per colpevolizzare e penalizzare il mondo del lavoro.
          Governo e Confindustria, per quanto ci riguarda, non hanno invece la credibilità di entrare nel merito di questi concetti. Nè possono pensare di scaricare sul mondo del lavoro il disastro della gestione pandemica.”

          Peccato solo che se i compagni segugi di Twitter dovessero trovare la smoking gun negazionista/no-vax anche ravanando nella storia personale di un sedicente o presunto leader dei portuali di Genova, diventerebbero merda pure loro e questi che li esaltano.

          Anche perché – ragionando da debunkerini – cos’altro è quella concessione sulle posizioni diverse, se non un’apertura ai no-vax, ovvero in ultim’analisi al fascismo? Via, cassati anche quelli della GKN. Maledetti impostori!

          By the way, piazza sensata quella del 15 ottobre 2011 a Roma? Forse ricordo male io, ma mi pare che per i due mesi successivi si sia parlato solo der Pelliccia. Dopodiché i movimenti hanno lasciato spazio al rigor mortis. Non c’ero e non giudico, ma mi pare un modello un po’ sfigato.

          • “Peccato solo che se i compagni segugi di Twitter dovessero trovare la smoking gun negazionista/no-vax anche ravanando nella storia personale di un sedicente o presunto leader dei portuali di Genova, diventerebbero merda pure loro e questi che li esaltano.

            Anche perché – ragionando da debunkerini – cos’altro è quella concessione sulle posizioni diverse, se non un’apertura ai no-vax, ovvero in ultim’analisi al fascismo? Via, cassati anche quelli della GKN. Maledetti impostori!”

            Dai che manca solo un piccolo passo. E’ già spuntato il video dei poliziotti che portano solidarietà ai portuali di Genova. Che quindi sono già diventati tutti fasci. E cos’è chi esalta i fasci? Ti conosco, mascherina… che non indossi, negazionista! Prossimamente su quegli schermi (deformanti): “Come ti trovo la merda sui profili degli operai della GKN”, di (uncredited) Mario Draghi.

  33. Ciao, vorrei segnalarvi il seguente testo, perché l’ho trovato condivisibile:
    ne sto infatti vedendo / sentendo, di persone intelligenti, sfruttare il caro vecchio i “i problemi sono altri” per non voler vedere cosa sta succedendo.
    Ma la paura è il desiderio di riprendere a consumare come prima (in quella normalità di cui si atteggiavano a critici) vincono sull’intelligenza, evidentemente.”
    Il green pass sta facendo cadere la maschera di tutti i rivoluzionari a parole. Ho visto sedicenti antifascisti attendere con trepidazione il fallimento di uno sciopero. Ho visto compagni schierarsi al fianco di Draghi e Confindustria. Li ho visti affermare che i problemi reali sono altri e non il Green Pass.
    Bhe, io questi rivoluzionari non li ho visti promuovere scioperi, organizzare presidi contro tutti gli altri problemi ben più seri, non li ho visti intenti a risolvere tutti gli altri problemi.
    Sicuramente il Green Pass è uno dei problemi non è IL problema. Ma è il problema che sta portando in piazza da tre mesi centinaia di migliaia di persone, sta portando migliaia di lavoratori a scioperare, a ribellarsi, a opporsi al governo Draghi.
    Ma ci sono le morti sul lavoro, il carovita, la devastazione ambientale, i licenziamenti, lo sblocco degli sfratti. Tutto vero. E poi c’è anche la mobilitazione contro il green pass.

    Se cercate un movimento puro non lo troverete.
    Non lo hanno trovato i bolscevichi quando aderirono alle mobilitazioni guidate dal Pope Gapon, eppure nel 1917 hanno guidato la classe operaia alla vittoria e dato vita al primo paese socialista della storia dell’umanità. E sono riusciti a farlo perché avevano capito che il movimento popolare è contraddittorio e che ogni spinta alla mobilitazione va sostenuta, organizzata, raccolta e orientata ad andare oltre il singolo problema contingente, a individuare il nemico di classe, a costruire un pezzo alla volta la fiducia nella propria forza e nella capacità di sottrarre la direzione ai padroni e dirigere la società. Sì, anche le lotte che sembrano di retroguardia, vanno valorizzate (i bolscevichi per creare organizzazione nelle loro fabbriche valorizzavano pure le lotte per avere il the sul lavoro, per dire).

    Bollare per fascista tutto ciò che non vi siete presi nemmeno la briga di conoscere è un atteggiamento supponente, da coglioni.

    Attendere che uno sciopero fallisca è quanto di più reazionario ci possa essere.

    Mettere in contrapposizione una lotta per risolvere un problema ad altre lotte contro altri problemi, anziché trovare i modi e le forme per fare confluire tutto nello stesso fiume che deve spazzare via i padroni, è atteggiamento perfetto, se si vogliono consegnare le masse alla mobilitazione reazionaria.

    Dopo il Biennio Rosso abbiamo avuto il ventennio fascista, non perché i lavoratori che hanno partecipato alle grandi lotte di quegli anni fossero tutti reazionari, ma perché i compagni di allora non hanno saputo incanalare la combattività della classe operaia verso la presa del potere. Il riflusso di quel movimento, forte, combattivo si è incanalato nella mobilitazione reazionaria, perché dava risposte (sbagliate, ma le dava) ai problemi che le masse vivevano.

    Il cuore della mobilitazione reazionaria è mettere settori di popolazione contro altri settori di popolazione. Chi fra i compagni oggi esulta per scioperi che non funzionano, chi contrappone le mobilitazioni, chi invita a non aderire, chi denigra i lavoratori che hanno preso la testa di questa mobilitazione (i portuali di Trieste), chi vorrebbe vedere tutti i manifestanti manganellati e con le teste aperte, sta infangando la bandiera rossa.

    #Andatearaccoglierelefragolesenonsapetefarelarivoluzione

    Post di Greta Raskova su Facebook.

  34. Malgrado la caotica giornata di ieri, conclusasi con la ritrattazione da parte di Stefano Puzzer dell’annunciata smobilitazione, il presidio al varco 4 del porto di Trieste continua. Alle otto di domenica mattina qualche centinaio di persone e un aumentato spiegamento di forze dell’ordine, erano ancora presenti, il piazzale iniziava a rianimarsi nei capannelli dei tre punti di ristoro allestiti e dalle strade adiacenti ricominciavano ad affluire persone.
    Il Presidente dell’Autorità portuale Zeno D’Agostino ieri ha annunciato che andrà dal prefetto in giornata per chiedere lo sgombero di quello che lui ha definito «un circo», una definizione che ieri in particolare abbiamo usato anche tra compagni per descriverci quello che avevamo attorno. Con la differenza che D’Agostino l’ha usata nell’accezione spregiativa e di superiorità che è la cifra dominante della narrazione mediatica su questa mobilitazione.
    Puzzer dopo queste dichiarazioni – ma prima che rimbalzassero al presidio – aveva quindi parlato a favore di telecamere in quella che lui aveva definito una conferenza stampa nella quale, in maniera obliqua e ambigua, di fatto annunciava la smobilitazione. A quel punto le altre componenti sia di lavoratori che del Coordinamento cittadino hanno convocato un’assemblea che si è protratta per diverse ore e nella quale Puzzer è stato attaccato in maniera durissima da tutti. Al termine Puzzer ha fatto una nuova dichiarazione in cui smentiva quanto affermato, e poi anche scritto, in un comunicato appena meno ambiguo delle dichiarazioni precedenti. Domenica mattina sul profilo FB del Clpt appariva un messaggio nel quale Puzzer si assumeva tutta la colpa di quanto avvenuto e chiedeva scusa.

    • Fino a qua l’aggiornamento. Ora lo dico chiaro: ieri sera stavo per postare un commento durissimo su Puzzer, ma dopo averci dormito sopra mi rendo conto che avrei reagito di pancia, confondendo i piani della mia presenza, incostante ma assidua, sul posto. Insomma, avrei reagito come legittimamente hanno fatto tutte le componenti che stanno animando la mobilitazione, molti portuali e compagni inclusi. Sarebbe stato un errore di prospettiva. Lo ripeto per l’ennesima volta: mi interessa osservare il processo, e raccontarlo nella maniera più fedele possibile. E con questo rimando al mittente qualsiasi insinuazione di reticenza alle mie cronache.

      Per completare il quadro che descrivevo rispetto a stamattina, quando sono sceso ho trovato alcune centinaia di persone, molte venute da fuori, soprattutto dal Friuli, dalla Carnia e dal Veneto. La composizione di queste presenze «foreste» – di cui ieri D’Agostino ha detto che dimostra che la mobilitazione è stata sottratta ai portuali e ai triestini che erano scesi in piazza nelle settimane scorse – non è di facile lettura. Io da principio la leggevo come appiattita sull’antivaccinismo. Stamattina parlando con un po’ di questa gente e nei capannelli che si formavano discutendo, ho capito che in realtà molti sono lavoratrici e lavoratori che hanno raccolto l’indicazione che davano qualche giorno fa i portuali: tamponi gratis per tutti o per nessuno, e in quel caso ritiro del GP.

      • Dicevo dell’immagine del circo. Al varco 4 in questi giorni stanno circolando migliaia di persone. Molte migliaia. La composizione di questa moltitudine è, come abbiamo scritto spesso, complessa e non facilmente riassumibile. L’operazione che stanno facendo i media mainstream, anche quelli da cui ci si aspetterebbe un po’ più di profondità di campo, è quella di cercare i fenomeni da baraccone della galassia antivaccinista, che qui è solo una componente e peraltro a sua volta difficilmente interpretabile come omogenea.
        Questa cosa ha avuto il suo climax ieri nell’arrivo di Montesano e la sua claque. Ma in realtà va avanti da tre giorni. Le compagne e i compagni interni al coordinamento hanno trascorso la prima giornata, venerdì, sostanzialmente facendo due cose: la prima, rincorrere i giornalisti per parlarci, mettere in primo piano le ragioni della protesta e ridurre al minimo le interviste a personaggi pescati a caso, selezionando tra questi quelli più confusi e deliranti; la seconda tenere d’occhio le poche presenze di fascisti riconoscibili, impedirgli di farsi intervistare, impedirgli di strutturare una loro presenza. Già tutto questo ha assorbito una quantità di energie enorme. Ma a questo va aggiunto che questi compagni stanno continuando in quello che fanno da mesi e che hanno raccontato nel documento pubblicato su Infoaut: tessere relazioni e tenere la barra della protesta sul binario dove deve stare, quello dell’opposizione all’obbligo del GP per poter lavorare come strumento discriminatorio. E da qui iniziare ad articolare una critica di classe alla gestione pandemica e, in avanti, a quella dei fondi del PNRR.
        Personalmente trovo fin dall’inizio che l’obiettivo sia tanto ambizioso quanto problematico. E però dall’inizio mi dico che non c’è altra strada, che da qualche parte tocca ricominciare, e che Trieste, per una lunga serie di ragioni che prima o poi analizzeremo meglio, ha offerto un’occasione che non poteva andare persa.

        • Mentre scrivo queste note arriva la notizia che Puzzer si è dimesso. Il retroscena è che anche il Clpt si è spaccato al suo interno come era prevedibile dopo la disastrosa gestione della giornata di ieri. È stata quindi presa la decisione di ritirare la sigla sindacale dal presidio, ma di mantenerlo con la presenza di molti portuali, tra cui Puzzer stesso (che motiva le sue dimissioni proprio per questa ragione), tenendo fede all’impegno di portare avanti la mobilitazione.
          L’aspetto positivo di questa cosa, e non è poco, è il forte ridimensionamento della figura di Puzzer e il riemergere di tutti i soggetti, sopratutto lavoratrici e lavoratori di tutti i settori che, trovandosi venerdì ai cancelli del porto, avevano comprensibilmente ceduto maggiore spazio ai portuali: mentre scrivo al varco 4 le presenze si contano di nuovo nell’ordine delle migliaia, ma soprattutto sembra che il Coordinamento cittadino sia riuscito a riportare la situazione nell’ambito collettivo, con un’assemblea permanente molto numerosa, che sta discutendo a partire dai passi falsi della giornata di ieri.

          Ora il problema principale che si sta ponendo chi si è mobilitato è come andare avanti. E prima di tutto quanto questo blocco al varco 4, che di fatto già da ieri non impedisce alla produzioni di continuare, sia utile. Anche perché i rischi di un’azione repressiva, legittimata dalla narrazione mediatica come dagli errori commessi, aumentano.
          Va sempre tenuto presente che questa iniziativa arriva dopo una serie di cortei partecipatissimi in cui a Trieste è emersa chiara la contrarietà al GP, ma anche un generale malcontento su molti posti di lavoro che non ha a che fare solo con questa misura. Era il fulcro del mio pezzo e resta l’aspetto che è osservabile tuttora. Io qui sto sentendo le persone parlare di salari, di turnazioni, di come la pandemia ha inciso sulle condizioni di lavoro. Che tutto questo si mescoli con ragionamenti sulla sanità, i trasporti, le scuole, ma anche con discorsi deliranti sui vaccini, o con la presenza folkloristica di ambiti new age che mettono in discussione la medicina ufficiale, è di certo problematico, una sciagura se questo spazio di mobilitazione reale viene lasciato alle sue frange irrazionali, ma anche quello che ci consegna la realtà di una società che, dopo la pandemia, non sta capendo più un cazzo ed è stata portata a confondere tutti i piani del discorso.

  35. Mi chiedo(e vi chiedo) se alle assemble triestine di cui si parla parteicipano soltanto lavortrici/tori portuali, tesserat* o se siano aperte un po` a tutt*? Sopratutto, c’è una qualche forma di coinvolgimento e/o segnale di interessamento da parte di un qualche fronte studentesco?

    Penso che questo collettivo potrebbe beneficiare, per esempio, del contributo intellettuale oltre che fisico/materiale, di ricercatrici/tori con nozioni e/o esperienza, per citare soltanto un campo oltre che un macroscopico problema, nelle scienze della comunicazione. La gestione dei messaggi che, volontariamente o meno, vengono espressi, catturati e rilanciati a livello nazionale e internazionale è roba complessa, da affrontare con la dovuta attenzione e un certo rigore oltre che un abbondante dose di fantasia e improv.

    A livello organizzativo, si è discusso/si discute di come affrontare il nodo cruciale di come gestire al meglio e nel modo più vantaggioso possibile, il rapporto tra chi la vertenza la attraversa con il corpo e chi la osserva «dai belvedere delle torri»?

    • Le assembleee a cui si fa sempre riferimento qui sono quelle del coordinamento cittadino e/o di tutte le persone presenti al porto da venerdì, non quelle interne dei portuali. Al coordinamento partecipano tantissime realtà cittadine. Le compagne e i compagni a cui facciamo riferimento più spesso – quelle che hanno scritto il testo pubblicato da Infoaut – sono militanti di collettivi universitari (o meglio, formatisi all’università). Soggettività che si sono fatte le ossa nella grande mobilitazione antifascista che già nel 2018 portò nelle strade di Trieste migliaia e migliaia di persone. Per le compagne e i compagni più grandi – quelle che sono già dottorande, ricercatori o insegnanti – si può parlare di una bildung molto lunga, che risale almeno ai giorni di Occupy Trieste, nel 2011.

      • Aggiungo, come nota generale:

        con grande generosità e pazienza, da mesi queste persone stanno cercando, con risultati per forza di cose non lineari ma in molti momenti incoraggianti, di sottrarre una lotta popolare alle tendenze reazionarie che in altre città si sono impadronite di lotte sugli stessi temi.

        Orbene, da giorni vediamo una presunta “sinistra di movimento” – ormai derelitta, annichilita dalla pax pandemica draghiana, ridotta alla chiacchiera “indivanada” sui social – auspicarsi la débâcle di queste compagne e compagni – praticamente augurandosi il prevalere di fascisti et similia nella lotta per poter dire «visto?» – e di fatto tifare per la parte padronale e per il governo in una vertenza sindacale.

        Di più: abbiamo visto radio di movimento… tendere tranelli a quelle compagne e compagni, tagliuzzare le loro dichiarazioni per farli sembrare sprovveduti in balia dei fasci, e fare da megafono a personaggi che con lo sciopero non c’entrano niente (quel massone Deganutti che qui su Giap ci aveva minacciati di querela, ovviamente sparando a salve), per farsi raccontare da loro cosa starebbe succedendo al porto. Oltre, naturalmente, a raccontare uno sciopero tramite le parole di un sindacato confederale che non vi ha aderito, ma che è stato ignorato da molti dei suoi iscritti, che si sono astenuti dal lavoro lo stesso.

        È questa la débâcle, è questa la vergogna dei “compagni”. I compagni e le compagne di Trieste, invece, devono essere fieri del tentativo che stanno facendo.

        • I profili della «presunta «“sinistra di movimento”» che si «auspicano la débâcle di queste compagne e compagni» cominciano a definirsi meglio, te lo assicuro; credo sia solo una questione di tempo e, ovviamente, di contingenze materiali.

          Credo, a proposito, che per il lavoro portato avanti quì su Giap in questi lunghi mesi oscuri, vi si debba una massiccia dose di rispetto e, per chi può, continuo sostegno in libreria.

          Per il resto, non mi resta che esprimere (perchè il fare sarebbe estremamente complicato) un ferrettiano e solidale «dai, dai, dai!».

          Considerando il pochissimo materiale che ho potuto visionare e sentire da dove mi trovo, la sorte di Puzzer mi ha toccat* oltre che intristito, un pochino; mi ero già affezzionat* al personaggio, ma proprio letteralmente, a livello di fenomeno passivo della coscienza. Ed è accaduto così, in un brevissimo lasso di tempo, a mille leghe di distanza. Credo/spero possa essere un flebile segno che la «generosità e pazienza», l’ottimo lavoro di cui parli, pagano.

          Per esempio, ieri, guardando quei pochi, ultimi secondi di un self-video dell’arrivo d’er pomata al presidio, a me Puzzer era parso uno dei pochi a rimanere abbastanza indifferente, a non aver trattato il personaggio con riverenza; magari perchè non era completamente sicuro di cosa stesse accadendo, o chi fosse l’accoppolato. Ovviamente la mia era e rimane un impressione personale, probabilmente sbagliata, a conferma dell’estrema complessità intrinseca nella gestione di un “immagine” che deve diventare pubblica.

        • Lascio al volo un commento per annotare altre due cose, una che finora ho letteralmente dimenticato di far notare, l’altra che ho lasciato volutamente fuori dalla narrazione.
          La prima è l’invito a provare a cercare nelle foto di questi giorni qualche tricolore: a differenza delle altre piazze, perlomeno per come i media le hanno rappresentate, qui non ce ne sono proprio e le ragioni sono molte, ma in parte riguardano la martellante gnagnera sui fascisti. Se non ho approfondito questo aspetto negli ultimi report è perché ho già descritto la situazione in altri commenti e il fatto che Tuiach venga nuovamente riproposto ieri sera in TV è il frutto del gioco sporco dei media a cui accennavo prima.
          L’altra cosa è che oggi a Trieste c’è il ballottaggio tra il sindaco uscente di centrodestra Dipiazza – che arriverà al suo quarto mandato – e il suo doppio, anche lui di centrodestra, Russo. Quest’ultimo è quanto di peggio il PD potesse proporre ma anche quanto di meglio aveva da offrire. Uno che, per dire, quattro anni fa organizzò una «festa dell’unità» (sic) all’Hotel Savoia Excelsior Palace e come intattenitore invitò Marco Minniti a presentare il suo ultimo album «Immigrazione sicurezza e solidarietà. L’Italia protagonista in Europa e nel Mediterraneo»…
          Accadeva mentre giravano reportage come questo
          Capite bene, quindi, che il fatto che quanto sta accadendo al varco 4 abbia del tutto oscurato l’intera campagna per il ballottaggio, e che con ogni probabilità l’affluenza risulterà persino inferiore al dato del primo turno, in qualche modo è anche una nemesi preferibile all’emesi che avremmo dovuto affrontare in questi giorni.

          • anche io al volo un paio di note per confermare e precisare alcuni punti nei preziosi resoconti di albolivieri. Ieri ho parlato a lungo con un portuale, amico e collega di “ciccio” Puzzer: ne elogiava la calma olimpica, visto che era al secondo giorno di interviste ininterrotte passando da una all’altra (purtroppo poi alla fine della seconda giornata la stanchezza direi che è affiorata tutta in un colpo) e mi diceva che l’unica volta che l’ha visto perdere la pazienza è stata all’ennesima “comparsata” di Tuiach – nonostante i colleghi stiano facendo di tutto per emarginarlo e renderlo inoffensivo. Almeno tanto quanto le Tv vi si buttano invece a pesce.

            Comunque, da come mi raccontava questo amico, il Clpt è stato tirato su da Puzzer, con i suoi soldi proprio, è una sua creatura, e se è utile che il suo ruolo venga ridimensionato nel contesto della protesta contro il green pass, è indiscutibile che all’interno della realtà portuale sia una figura di rilievo. Abbastanza da ricevere nel recente passato minacce di morte più altre cosucce che non posso riportare.
            Gli è anche già stata offerta una carriera in ufficio, che ha gentilmente rifiutato – “come potrei guardare poi in faccia i miei colleghi?”

            Infine. Non solo non ci sono bandiere italiane ma in tre giorni oggi è la prima volta che ho sentito partire l’inno italiano, ed è durato tipo 30 secondi e subito si è affievolito.
            Passatemi la battuta, più probabile che qui compaia la bandiera con l’aquila a due teste.

  36. Da giorni subisco su Giap a una serie di accuse fantasiose e frecciatine polemiche, sia sotto questo sia sotto un altro post, che mi hanno lasciato un bel po’ amareggiato. Non pensavo che la mia opinione fosse così rilevante, comunque ecco cosa ho detto:

    1. Perlomeno a Roma, ma anche nella maggior parte degli altri posti, il movimento No Green Pass ha una composizione sociale prima ancora che politica che rende difficile cavarci molto di buono.

    2. La lotta contro gli effetti discriminatori del Green Pass è giusta ma per non portare acqua a fascisti, sovranisti, complottisti e destra varia va fatta sui posti di lavoro e col protagonismo dei lavoratori organizzati tramite le strutture sindacali, i delegati combattivi ecc. Il caso di Trieste è particolare proprio per il ruolo notevole giocato da un pezzo di classe operaia organizzata.

    3. Tuttavia, anche a Trieste questo ruolo del proletariato portuale è mediato da un sindacato anomalo, il CLPT, legato all’indipendentismo triestino che su Giap abbiamo imparato a considerare un nemico, con un gruppo dirigente di cui non mi fido.

    • “Il caso di Trieste è particolare proprio per il ruolo notevole giocato da un pezzo di classe operaia organizzata.”

      Partendo da questa considerazione, però, perdonami, non si arriva così naturalmente a scavare nella biografia del personaggio più esposto mediaticamente della piazza triestina, lavoratore del porto, dichiaratamente vaccinato e favorevole ai vaccini, per cercare la prova che non sia no-vax. E men che meno per cercare la prova che in realtà lo sia, che è il nostro caso. Bisogna avere una tesi da dimostrare, che con la tua considerazione mi sembra fare un po’ a cazzotti.

      Lo so che non sei stato tu a indagare, come so che quella merda è stata trovata perché c’era. Poi a me Puzzer non interessa, non sapevo neanche che esistesse fino a tre giorni fa. Ma tutta ‘sta storia mi fa davvero ridere (amaramente). Il più incattivito _contro_ i no-vax dei miei colleghi, è uno che pensa che il global warming sia di origine naturale, che le multinazionali farmaceutiche ci nascondano la cura contro il cancro e che l’omosessualità sia una malattia. Tutte cose dette direttamente a me, ovviamente non nella stessa conversazione. Inoltre è uno che ha votato prima Berlusconi e poi Salvini da iscritto alla FIOM, a conferma di quello che scriveva WM1. Apro parentesi, dal gruppo WhatsApp aziendale della FIOM, negli ultimi giorni sono uscite 9 persone su circa 130. E sono uscite dopo le comunicazioni del segretario provinciale che avevano come oggetto… il fascismo. Come minimo, direi che non lo ritengano un tema.

      OK, mi sto perdendo. Voglio dire solo che io, in quest’operazione in totale malafede ho visto prima di tutto esposto al pubblico ludibrio un lavoratore in lotta (giusta) in quanto ignorante. I torti certi di Puzzer sono di oggi e sono politici. Come politiche sono le sue ragioni. Il resto è roba da beghine, non da compagni.

      • Ciao Isver, come hai notato, non ho fatto nessuna indagine quindi non so come questo giustifichi prendersela con me. Per me bastava quello che ho scritto, puramente politico, sul CLPT in generale, che è la cosa più importante e solida al di là dei dettagli morbosi su questo o quel dirigente.

        Ad ogni modo, non è che ci voglia proprio un’agenzia di investigazioni private per scoprire che tipo è Stefano Puzzer: basta usare un motore di ricerca, fate pure DuckDuckGo se Google non ci piace. L’avevo fatto anch’io molte ore prima che uscisse ed ero inorridito, ma me l’ero tenuto per me. Naturalmente il fatto che sia il tipo che è è del tutto coerente col fatto che poi inviti al presidio tipi simili come Montesano, ma soprattutto è coerente col carattere politico arretrato e col carattere sindacale opportunista della struttura che dirige. Quindi tutto sommato mi pare un’informazione utile a chi è sul campo, e non vedo perché strapparsi i capelli se salta fuori.

        Mi stupisce anche un po’ questa visione retorica di un sindacalista come «un lavoratore in lotta»: di cattivi delegati è pieno il mondo e se non ci fossero loro l’opportunismo di CGIL, CISL e UIL, ma anche di tante altre sigle minori, non durerebbe mezza giornata. Non è che ci sono i dirigenti nazionali venduti e i proletari puri, la faccenda è un po’ più complicata di così perché all’apparato burocratico dei sindacati servono uomini sul campo che portino tra i lavoratori la loro linea. In questo caso, del resto, non esiste un livello burocratico nazionale, semmai il referente del CLPT era D’Agostino, con tutte le contraddizioni del caso che sono scoppiate in questi giorni.

        • Tranquillo, non ho nessuna visione ideale dei delegati, sono iscritto alla CGIL da 25 anni.

          Però non possiamo fingere che Puzzer in questa storia rappresentasse simbolicamente il cattivo delegato che manipola gli ingenui lavoratori. Cosa che può benissimo essere, beninteso. Ma lui è stato preso di mira in quanto rappresentante dei portuali di Trieste, per dimostrare che la piazza di Trieste è uguale a quella di Roma e la protesta contro il green pass è tout court roba da fasci.

          Quanto all’utilità delle informazioni sulla persona Puzzer, ovviamente non sono d’accordo. Io di persone ora vaccinate con roba così nel profilo – e nella testa – ne conosco parecchie. E non mi sembrerebbe sospetto nemmeno se si schierassero _a favore_ dell’obbligo di green pass, perché si può cambiare idea anche radicalmente e all’improvviso. Figurati se può sembrarmi sospetto che lui difenda (giustamente) i diritti di lavoratori con cui non ha la minima difficoltà a identificarsi nemmeno da quel punto di vista.

          Questo a prescindere dal fatto che Puzzer abbia dichiarato pubblicamente di essersi vaccinato e di essere favorevole ai vaccini. Che è un’abiura che sarebbe stata accettata anche dall’Inquisizione, perfino se ottenuta tramite tortura. A Twitter invece non basta.

        • Ciao Mauro, aggiungo qualche considerazione rispetto a quanto ho già avuto modo di farti notare su twitter.
          Innanzitutto va ricordato e ribadito che il movimento contrario al green pass a Trieste si era sviluppato già nelle settimane precedenti, con manifestazioni davvero imponenti per una città piccola e politicamente “pigra” come Trieste. Per una realtà fondamentalmente di destra risultava inoltre sorprendente l’assenza organizzata di gruppi ascrivibili a quell’area.
          Con la successiva e massiccia adesione dei portuali – qui va ricordato che il CLPT conta meno di 300 iscritti mentre i portuali in corteo erano molti di più – il movimento ha fatto un salto di qualità perché è stato messo in primo piano il tema del lavoro, con la richiesta di tamponi salivari gratuiti per tutti, a prescindere dallo status vaccinale dei singoli e sottolineando la propria condizione di lavoratori essenziali che avevano continuato a lavorare per tutta la durata della pandemia, non tutti muniti dei dispositivi di protezione necessari. Tutti a Trieste sanno che quando si muovono i portuali, le cose diventano serie, perché il porto ha una funzione fondamentale nell’economia della città e sono anche la categoria proletaria più incisiva dal punto di vista numerico e probabilmente anche dal punto di vista del potere contrattuale. Credo quindi di poter affermare con tranquillità che la presenza dei portuali ha spronato anche le altre categorie a fare sentire la propria voce in modo più organizzato e collettivo.
          Orbene, a Puzzer si possono muovere tante critiche (e se ne sono mosse diverse anche qua), però un merito gli va sicuramente riconosciuto: quello di avere portato in prima serata sulle tv nazionali il tema del lavoro. Per un gruista poco acculturato, un mona qualsiasi, non è poco. Starsene sui social a sghignazzare, a rimestare i suoi profili e a gufare, augurandosi che inanelli una figura di merda dietro l’altra – come tu personalmente non hai fatto, ma hanno fatto molti altr* ascrivibili a una certa sedicente sinistra radicale – è davvero meschino, oltre che decisamente miope e stupido. Sarà perché sono figlia e nipote di portuali triestini poco acculturati e rozzi, ma mi ha fatto davvero deprimere la quantità di spocchia che in questi giorni si è riversata su tutta una categoria di lavoratori che ha cercato di avanzare rivendicazioni sacrosante a beneficio di tutt*.

  37. In praticolare l’affermazione n° 3, tra l’altro buttata lì senza chissà quali analisi, più come un caveat o un dubbio che come una “scomunica” dell’intera città di Trieste, mi pare abbia suscitato nel giro di Giap un forte scandalo. Eppure, già pochi giorni dopo direi che forse sono stato fin troppo cauto nel caratterizzare Puzzer come poco affidabile; la mia opinione così controversa è diventata praticamente un luogo comune visto il ruolo di questo sindacalista nel fare un pasticcio dietro l’altro e nel tirare la volata, per fare un esempio, a Montesano. Già WM1 ha scritto in un commento esattamente la stessa cosa che era sembrata così pazzesca sotto forma di mio tweet. Ora Ciccio Puzzer si è dimesso dal sindacato, dice lui in un video del 17/10, per assumere il ruolo di portavoce diretto dei portuali in lotta: ciò non mi rasserena.

    Se volete da me un’altra opinione pazzesca, eccola: non credo che il compito dei compagni in un movimento ambiguo sia difendere la linea apolitica in contrapposizione alla linea apertamente di destra, perché abbiamo detto infinite volte che «né di destra né di sinistra» = di destra. Ci vorrebbe qualcosa di più e se non è possibile fare di più forse ricadiamo nel caso n° 1.

    Qual è il punto di caduta di queste tre-quattro vaghe enunciazioni di principio, che vanno naturalmente calate nel contesto da chi ha il polso della situazione? Non lo so, perché non sono sul campo e dei mass media non mi fido. Ascolto con interesse le opinioni dei triestini che stanno intervenendo qui e altrove, magari anche con maggiore interesse se non sono condite da insulti, sarcasmi e distorsioni verso chi la pensa o la dice un po’ diversamente.

  38. Oggi pomeriggio si è tenuta una conferenza stampa del coordinamento contro il GP che ha sostanzialmente ribadito le ragioni della protesta e affermato la volontà di continuare a oltranza la lotta che per ora va avanti al varco 4, invitando tutti a raggiungere il presidio anche per la notte.
    Soprattutto è stato messo in evidenza che la mobilitazione nasce dall’unione e dall’autorganizzazione di varie categorie lavorative supportate da cittadini solidali. Nel comunicato che è stato letto davanti alla stampa, alla quale è stato chiesto di riportarlo integralmente, sono state elencate le varie realtà produttive che partecipano ovvero: Flex, ferrovie, poste, pubblica amministrazione, scuola, sanità, palestre, operatori del sociale, partite iva, Wartsila, operatori del mondo dello spettacolo, Triestetrasporti, assicurazioni, Vigili del fuoco, Fincantieri. Queste lavoratrici e lavoratori hanno affermato di assumersi collettivamente la responsabilità della mobilitazione a oltranza assieme con i portuali .
    Ha poi preso parola con un intervento Stefano Puzzer, che ha ribadito le sue dimissioni da rappresentante del Clpt, ribadendo le sue scuse per la gestione mediatica e comunicativa della giornata di ieri, e motivandole col fatto di essere un gruista che non è abituato a gestire una situazione mediatica così pressante (alla buon’ora, dico io). Ha anche ricordato che il presidio è garantito fino al 20 ottobre in base all’indizione dello sciopero SOA-Cobas.
    Tutto questo è avvenuto di fronte a migliaia di persone che anche oggi hanno riempito il piazzale del varco all’inverosimile. Per dare l’idea del clima: i portuali oggi hanno caricato letteralmente a tappo un Ducato di generi alimentari arrivati al presidio che erano in oggettivo sovrappiù rispetto a quanto era smaltibile nella giornata. Il carico è stato consegnato alla Caritas.

  39. Vedo nella lotta triestina un grosso merito: quello di essersi presa la ribalta. Una realtà relativamente piccola che si carica sulle spalle il peso di una rivendicazione per portare avanti la quale, nell’Italia pandemica atterrita e conformata, ci vuole anche una certa dose di coraggio.
    La cosa preoccupante, semmai, sta avvenendo fuori da Trieste: perché rimane un caso isolato? Perché nessuno ne segue l’esempio?
    Poi leggo di circa 100 mln di green pass scaricati ad oggi, e penso che quella protesta non avrà emuli, né seguito. E che incaponirsi su chi e Puzzer, su cosa fa, sulla composizione del Clpt, sul numero di aderenti a questa o quella sigla, è un esercizio che non ha molto senso. Le grandi fabbriche rimangono silenti, perché nell’Italia bancaria, dove si abolirà il reddito di cittadinanza, dove il PNRR non scrive una riga sul precariato, dove uno che il lavoro ce l’ha è considerato un privilegiato, non tutti hanno lo stesso coraggio dei compagni triestini.

    • Ma come scrivevamo in «Ostaggi in Assurdistan», avere scaricato il green pass non vuol dire niente, visto che serve per vivere e lavorare (e crea disagi anche a chi ce l’ha, come si è più volte fatto notare in base alle testimonianze dai più disparati luoghi di lavoro). La lotta per il ritiro del lasciapassare non può mica essere fatta solo da gente che il pass non ce l’ha… Ne resteremmo fuori persino noi che ne discutiamo qui.

  40. Per dare un’idea della merda che viene prodotta dalla buona borghesia liberalprogressista triestina vale la pena (sì, la pena, perché è veramente una pena) leggere questa intervista a Mauro Covacich.

    Tre perle:

    Oggi ho visto i portuali scioperare con le bandiere italiane [ma dove e quando le ha viste? mentre ascoltava white rabbit di grace slick coi jefferson airplane?] e questo mi ha colpito. Un patriottismo che è già una novità per la città. Io però non parlerei di ribellismo quanto di un certo culto del corpo

    [a trieste] Abbiamo una forma di edonismo, c’è un grande atletismo, si tiene molto alla forza fisica non so se questo aspetto combinandosi con queste forme di sapere così confuso e sincretico che si trovano in rete abbia generato il rifiuto del vaccino e del Green Pass, con l’idea del corpo sano che non deve essere violato.

    E’ uno sciopero per una causa alta, a prescindere dall’assurdità della ragione, una causa assurda dal mio punto di vista, questi hanno fatto un giorno di sciopero con l’abbaglio della difesa della loro libertà. Ma ripeto alla base credo ci sia il culto del corpo e della forza fisica.

    Questa merda culturalista, questa antropologia d’accatto, è quanto la borghesia triestina progressista è in grado di produrre. La borghesia fascista per ora non dice nulla, probabilmente perché è difficile competere al ribasso con ‘sta roba. Ma su in università ho sentito intellettuali di sinistra e di destra invocare l’esercito.

  41. Beh, per rispondere a Tuco su chi invoca l’esercito, basta ricordare Beppe Viola: Quelli che… se ci fosse chi dico io (erano gli anni 70 e l’allusione era ancora chiarissima a tutti).
    Non conosco Trieste, ci sono passata solo un paio di volte senza fermarmi, ma è evidente che, se questa “buona” borghesia si sta irritando e quindi arrampicando sugli specchi di un fantomatico culto della forza fisica, la gente che manifesta ha già fatto molto di buono, e forse ha proprio centrato il cuore del problema: la classe dirigente della città, come in molte altre città, non si è dimostrata all’altezza del suo compito, e pur di non assumersene la responsabilità minimizza, fino a denigrare e offendere chi chiede risposte a cui ha diritto. Se il riferimento di Covacich è ai movimenti nazisti e alle loro esibizioni muscolari, pensando a una fantomatica correlazione fra manifestanti (non solo i portuali ma anche tutti gli altri lavoratori, studenti, pensionati ecc) e nazifascisti, viene solo da sperare che si tratti di un tentativo piuttosto maldestro (eufemismo) di farsi pubblicità.
    Invece l’espressione “patriottismo che è già una novità per la città” (patriottismo dimostrato da bandiere che non c’erano ma pazienza) non mi è chiara e Covacich avrebbe potuto portare qualche esempio della sua affermazione. Vuole forse dire che Trieste e’ indifferente all’Italia? Vorrebbe andarsene, diventare indipendente o magari chiedere l’annessione a qualche altra nazione?
    Non so, mi sembrano solo provocazioni e nemmeno espresse bene, le lascerei perdere e tornerei a guardare e a cercare di capire che cosa sta succedendo realmente a Trieste e nelle altre città in cui si manifesta.

    • Io non so dove Covacich abbia visto i portuali col tricolore, nella migliore delle ipotesi si è confuso con le immagini di altre manifestazioni o ha visto arrivare col tricolore qualcuno da fuori, boh. Ad ogni modo, la sua lettura della mobilitazione triestina è sballata forte. I riferimenti culturali che mette in campo en passant sono poco comprensibili a chi non conosca la città: il CLPT nasce nell’orbita del discorso indipendentista, per questo Covacich si dice sorpreso di aver visto il tricolore (che però non c’era). Che una parte rilevante di triestini si senta ben poco appartenente alla nazione italiana è vero, per varie ragioni anche molto giuste di cui ci siamo occupati in passato ma ora non posso riepilogare, ragioni che giocano anche nell’assenza di tricolori (il cui merito va comunque a chi nel coordinamento si è impegnato a tenerli fuori). È anche vero che in media i triestini sono molto sportivi o comunque ci tengono a muovere/curarsi il corpo: basket, arrampicata, canoa, escursioni, capoeira, yoga, nudismo… Ma questo ovviamente non c’entra con l’opposizione dei lavoratori al lasciapassare. O se c’entra, c’entra in modo talmente indiretto da rendere il riferimento inutile, e se ci affianchi un presunto “culto della forza” diventa dannoso, diffamante per l’implicita evocazione di corpi guerrieri in un film della Riefenstahl. Davvero una pessima intervista.

      • Difatti, pure io leggendo i commenti di Covacich mi sono chiesta di quale Trieste stesse parlando.

        Fermo restando che – mi dite voi, e posso vedere dal video linkato sopra – i tricolori non c’erano, a me non stupirebbe di vederli a Trieste, che ha con l’Italia e il patriottismo un rapporto estremamente contraddittorio.

        Per quanto riguarda il culto del corpo, confermo che i triestini in media sono molto attenti alla cura del corpo e all’aspetto fisico (sport, ma anche abbronzatura, estetista, parrucchiere), ma mi è sempre parso più legato ad all’idea di benessere (nel senso originario del termine, stare bene e mostrarlo) e di godimento della vita, che ad un fantomatico culto della forza. Mi meraviglio di Covacich.

  42. Stanno sgomberando il presidio.

  43. Ho sentito sul giornale radio che un ampio contingente di ffoo sono al varco 4 per sgomberarlo.

    PS. Leggo su molti commenti discussioni se le persone al varco siano pro o contro il vaccino anti Sars COV 2 o siano complottisti.
    Se essere complottisti significa non credere tour court alla narrazione di sistema e debunker messa in piedi dalla prima ora, e sulla quale anche la scienza pone il dubbio, senza ormai portare avanti una sola certezza definitiva, credo allora che siano molti, compreso me, in Italia i complottisti.
    Se porre dei dubbi significa essere complottisti, ebbene io mi pongo il dubbio.
    Se la sinistra in generale ed i sindacati di base non si pongono questi dubbi, espressione cmq di una minoranza al loro interno, allora secondo me farà fatica a comprendere la protesta in generale, che certo confluisce anche nel green pass ed altri temi, lasciando i cittadini “non allineati” e senza una posizione politica per qualsivoglia motivo, in balia della propaganda di destra.
    Che poi la destra sia strumento di convogliare e deligittimare la protesta, su questo condivido totalmente.
    Che ci sia la necessità di ricominciare a portare in piazza altri temi parallelamente al green pass, lavoro, sanità, caro vita, ambiente, questo è necessario.
    Ma sulla pandemia dovremo lasciare forse libertà di pensiero alla minoranza, senza
    esprimere particolari giudizi sui compagni e le loro ipotesi -non giammai certezze- anche perché, ribadisco, nessuno ha la verità in tasca, che è poi il messaggio che ho recepito dall’articolo sulla cognizione del terrore-, a meno che non si apra uno spazio dedicato per discuterne.
    Se questo non si vuole fare, come per altro può essere anche legittimo per qualsivoglia motivo, si lascino credo stare le critiche in proposito, e si continui a lavorare fianco a fianco nelle lotte, senza pregiudizi tra l’uno e l’altro, senza creare inutili divisioni che non servono certo alla nostra causa.
    Questo vale altresì per il vaccino. Che non va discusso tout court, ma disvelato nel suo processo dialettico storico e nella sua applicazione nella società (in particolare in riferimento alla sua applicazione nella popolazione di minore età).
    Questo il mio personale punto di vista e di alcuni compagni. Non vuole essere assoluto.

    PPS. Ho scritto una mail all’indirizzo Wu Ming.. non vorrei fosse finita nelle spam..

  44. Sempre sul varco 4.
    I sindacati confederali hanno inoltre chiesto ieri lo sgombero della protesta dal varco 4.

    Inoltre i sindacati confederali, nella persona del segretario della CISL hanno richiesto al governo di imporre la vaccinazione obbligatoria.
    In questo senso vorrei sottolineare cosa dice il punto sull’estensione al gp nelle FAQ del governo:

    -bambini sotto i 12 anni, esclusi per età dalla campagna vaccinale; (e presto probabilmente l’età sarà allargata daii bambini di 5 anni, vi è già la richiesta all’Ema della pfeitzer.

    PS. Questa emergenza sanitaria sarà ancora lunga, prepariamoci, anche perché ad essa si sovraporranno le altre emergenze -pregresse e meno- sistemiche del sistema neo-liberista capitalista ed imperialista nella sua attuale crisi globale in atto già da alcuni anni.

    Sarebbe auspicabile che la parte di sinistra all’interno della CGIL prenda chiare posizioni in merito, esautorando la parte ecessivamente moderata e riportando il sindacato più genuinamente al fianco delle lotte dei lavoratori.

  45. Con molta tristezza apprendo dello sgombero in atto. Vorrei, tuttavia, cercare di descrivere quello che mi pare un lato positivo dell’epilogo che sembra delinearsi.
    La grancassa mediatica dell’arca dell’alleanza Draghiana ha provato a delegittimare/minimizzare la protesta no-pass da mesi, concentrandosi ultimamente su questa triestina che è la più veemente perché probabilmente la più consapevole, come d’altronde viene ribadito da molteplici osservatori qui su Giap.
    Dapprima si è provato a dissuadere la protesta appellandosi al senso di responsabilità dei lavoratori, ricordando che quello triestino è uno scalo cruciale e che fermarlo avrebbe arrecato un danno molto importante anche a chi lì ci lavora e bla bla (…continua la tiritera già sentita del padronato).
    Successivamente si è scrutinato con zelo il background della protesta. Tra i reperti ricordiamo i post social del malefico Puzzer mandati in processione stile madonna pellegrina o “l’anatema della sigla sindacale” e mi riferisco alla famosa storia della Fisi e del suo direttorio spregiudicatamente no-vax. Non sono mancati tentativi di estendere a tutta la piazza velleità indipendentiste, strumentalizzando contiguità di area del CLPT (soprattutto legate al passato).
    E niente, i lavoratori continuavano ad aggregarsi, i cittadini a solidarizzare.
    Non è bastato neanche Montesano e alcuni autogol dei compagni del coordinamento, i quali peraltro si sono ripresi alla grande a stretto giro.
    Non è bastata la voce del padrone che lodava la maggioranza silenziosa che “zitta, si è dotata di lasciapassare e ha continuato a lavorare a testa bassa”.
    Non è bastato salmodiare a reti unificate che il porto di Trieste rimaneva “completamente operativo” e che la protesta era rimasta ai margini.
    Ora vi tocca sgomberare, ma come il porto non era rimasto completamente operativo? Da stasera, in mezzo alle cifre sul numero di green pass scaricati e sulle ospedalizzazioni in picchiata, dovrete pure ricordare che per chi protesta c’è l’idrante.
    Grazie perché lo sgombero è la prova definitiva, se ne servisse una, che questa di Trieste è stata una protesta a tutti gli effetti anti-sistema.
    Sursum corda, siete sempre in tempo a far intervistare Tuiach da Giletti.

  46. Sono stato al presidio a Trieste qualche ora sabato scorso e condivido con voi le mie impressioni. Non sono triestino e il mio percorso politico culturale è diverso da quello medio dei giapsters. Non c’ero a Genova, non c’ero in Val di Susa e non c’ero nemmeno durante le proteste nella mia città a Vicenza quando si è deciso di costruire una delle più grandi basi americane d’Europa a due passi dalla città. A 36 anni, a Trieste, ho partecipato al mio primo presidio.

    Rispetto alle piazze venete “antivacciniste” che ho frequentato durante gli ultimi mesi la differenza che ho riscontrato a Trieste era enorme. Mi pare che il nocciolo della differenza era nel fatto che a Trieste si è svolta una protesta sindacale mentre le piazze venete del sabato pomeriggio erano proteste d’opinione.

    Durante le poche ore che ho trascorso al presidio mi pareva che il messaggio unificatore fosse: “non accettiamo che sia necessario un permesso per poter lavorare”. Per il resto grande confusione. Senza negare il resto, cioè la confusione, il passo in avanti rispetto all’antivaccinismo è enorme, avendo superato la guerra tribale tra chi si è vaccinato e gli altri. Aver incardinato la protesta sul lavoro e averla vissuta fuori dai cancelli di un luogo di lavoro come il porto ha prodotto un senso di solidarietà e di concretezza che mi ha commosso.

    Tutti le belle parole sull’autogestione, sulla solidarietà di classe e altri buoni sentimenti “da centri sociali”, per le quali fino a ieri provavo soltanto una fredda diffidenza, a Trieste si sono materializzate davanti ai miei occhi e si sono fatte realtà. Mi sono sentito chiamato alla lotta e ho deciso di rispondere. Forse il presidio sarà presto sciolto, ma questa che inizia è la lotta di una vita.

  47. In ogni caso, visto il dibattito giappista su chi e quante siano le anime dei lavoratori e della società civile dello sciopero e della protesta del varco 4 del porto di Trieste, rimane cruciale la questione che si porrà oggi:
    Potranno i lavoratori, sgomberati dal loro presidio da idranti e lacrimogeni tornare serenamente a lavoro domani?
    All’interno di un porto che ha fatto entrare le ffoo per farle arrivare alle loro spalle, da dentro il porto dunque? Esibendo un green pass?
    I lavoratori sono ora, tutti in piazza dell’Unità di Trieste, dove tra l’altro vi è la sede della prefettura.
    Salta subito agli occhi come contro i fascisti dell’assalto della CGIL si sia scelto praticamente il non intervento, a parte un minimo gruppetto di gendarmi.
    Da ricordare inoltre la posizione dei sindacati confederali che chiedevano lo sgombero dei lavoratori, che stamane, utili ribadirlo, si erano una volta di più assicurati di lasciare il varco aperto per l’entrata di eventuali lavoratori.
    Entrata dalla quale sono arrivate le forze dell’ordine.

    Assisteremo da domani ai pullmann di crumiri scortati dall’esercito?
    Come in “Grappoli d’ira” di Steinbeck?
    In ogni caso queste lotte e queste piazze non possono essere lasciate, in questo momento storico, in balia della possibile egemonia delle destre.
    Molti lavoratori, confusi dall’abbandono dei sindacati maggioritari, dalla stagione e retorica im-politica (mSs) dell’ultimo periodo, per non parlare del periodo berlusconiano e leghista sono confusi e con sempre meno strumenti politici e culturali.

  48. Il piccolo conferma il lancio di un lacrimogeno all’interno di una scuola adibita alle operazioni di voto per le amministrative.
    Come già anni fa Durante una protesta degli studenti a Roma dove si verificò il lancio di un lacrimogeno contro la finestra di una casa, è utile ricordare come il 15 ottobre fosse l’anniversario dei 10 anni della manifestazione siamo il 99% a Roma dov’è il corteo autorizzato fu bloccato è diviso dalle camionette a causa a quanto pare di un incendio da una delle sedi del ministero dell’Interno.
    Gli studenti medi alla testa del corteo furono così abbandonati in Piazza San Giovanni tra i caroselli ehi lacrimogeni delle forze dell’ordine.
    Un precedente importante all’interruzione di una testa del corteo autorizzato fu in via tolemaide 10 anni prima a Genova poco prima della tragica uccisione di Carlo Giuliani.

    Inutile ricordare che le repressioni di questi ultimi 20 anni sono da imputare ad una grave crisi del sistema neoliberista ed imperialista a cui la sinistra ha fatto fatica a dare risposte combatte ed unitarie.

  49. Credo valga la pena segnalare la posizione di Adriano Sgrò, Coordinatore nazionale ‘Democrazia e Lavoro’ (CGIL, ovviamente)

    “Siamo favorevoli alla vaccinazione, nel pieno rispetto della sicurezza sul lavoro, con una profilassi gratuita per tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, vaccinati o non. Ma difendiamo strenuamente la libertà di sciopero e il diritto a manifestare liberamente.”
    Quanto sta accadendo stamattina al varco 4 del porto triestino è inaccettabile.
    Siamo stati tra i primi, in CGIL, a deplorare le infiltrazioni di neofascisti o di manifestanti violenti nelle manifestazioni no-green pass e saremo presenti a difendere le nostre sedi, a partire da Milano, da chi intende capovolgere il senso delle manifestazioni.
    Siamo altresì favorevoli alla vaccinazione, nel pieno rispetto della sicurezza sul lavoro, con una profilassi gratuita per tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, vaccinati o non.
    Ma difendiamo strenuamente la libertà di sciopero e il diritto a manifestare liberamente. Guai a tutti noi se, per affermare la “ratio” del green pass, si dovessero intaccare quei diritti, reprimendo le manifestazioni e il diritto al dissenso.
    Bisogna ricucire la tela del lavoro e aiutare i settori sociali più colpiti dalla pandemia e rivendicare il diritto al lavoro; il lavoro negato dalla disoccupazione e dai licenziamenti, nonché sottoposto ad una pur comprensibile misura di contenimento e controllo della pandemia, ma allo stesso tempo soggetto ad inaccettabile differenziazione dei diritti di ogni lavoratore, pur anche non vaccinato.
    Democrazia e partecipazione, lavoro e uguaglianza: sono parole d’ordine della Cgil e di chi difende la Costituzione e le libertà. Bisogna ricordarlo sempre, ancor più nei momenti di difficoltà e di tensione sociale.

  50. L’emergenza sanitaria si è trasformata in emergenza giuridica. Il virus cinese ci ha portato a somigliare, per alcuni versi irreversibilmente, a una società cinese. La privacy è stata degradata a pericolosa fissazione di pochi giuristi, tanto che è ormai impossibile conservare un qualche riserbo sul proprio status vaccinale. L’attacco al diritto di manifestare liberamente è sotto gli occhi di tutti. Le mascherine continuano a coprire il volto dei bambini. Parlo di emergenza anche giuridica anche pensando al fatto che ogni decisione relativa alla legittimità della gestione extra ordinem della pandemia è stata (capolavoro) rimessa ai giudici amministrativi (Tar e Consiglio di Stato), che hanno legittimato praticamente qualsiasi cosa (runner, occultamento di dati relativi alla mortalità etc.) sulla basi di autentici atti di fede. Questo appiattimento dell’autorità giudiziaria sulle decisioni delle autorità politiche ha concorso anche a minare anche la fiducia in chi, come me, credeva che in presenza di un abuso fosse (almeno) possibile sperare nell’esistenza di un giudice a Berlino.

    • 1/2
      Mi ha fatto impressione (negativa) mentre leggevo, trovare l’espressione “virus cinese”.
      Ma forse qua è usata piu’ che correttamente.
      “Virus cinese” non in riferimento al covid, ma al green pass!
      Il “virus del social credit”, che era già imposto in Cina ben prima che ci fosse un’epidemia.
      Pare proprio che in Italia e altri paesi EU si sia colto al volo il pretesto dalla pandemia per imporre anche qui il sistema sociale basato su “cittadinanza a punti”, transizione** di cui al momento il green pass costituisce le fondamenta.
      Un sistema basato sulla sistematica violazione della privacy (anche in termini di accessi agli edifici/uffici/ecc) e sul controllo continuo dei cittadini (una volta imposto il gp, e’ possibile man mano adattarlo inserendo divieti e togliendo diritti).

      Spesso si era intuito che il gp è qui per restare, anche dopo la pandemia.
      Pare che ieri Prodi abbia detto proprio questo. (ma chiedo conferme. Io ne ho sentito parlare in una rassegna stampa. Ora cercando trovo solo un articolo de “laverità” che ne fa cenno, mentre nei risultati della ricerca (su ddg.gg) pare si tratti di una sua intervista a IlMessaggero, ma non riesco a trovarla sul loro sito)

      Intanto si moltiplicano i casi sui media di articoli di propaganda-e-confusione: confonder greenpass con vaccinazione, spacciare gli anti-pass per novax.

      Su ilfatto, la vigilia del 15 c’era una timeline che parlava di vari porti/stabilimenti italiani con frasi del tipo “nessun problema previsto in Puglia dove i portuali sono vaccinati al 90%” dimenticando che la lotta è contro il lasciapassare ed esser vaccinati non vuol dire esserne a favore [mio fratello s’è vaccinato, controvoglia, solo perchè sotto ricatto, ed è ancora contrario al gp] o addirittura frasi tipo ” 20% i novax nel tal stabilimento/porto” .. appiccicando l’etichetta a chi per un motivo o per l’altro non si era vaccinato.

      Sempre su ilfatto un articolo (https://web.archive.org/web/20211014134336/https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/10/14/green-pass-da-grandi-aziende-tamponi-e-corsi-alla-bonfiglioli-la-fiom-fa-assemblee-pro-vax-de-masi-contributo-utile-ma-conflitto-resta/6353234/
      ) elogia aziende che “convincono i novax” (?), cerca di confondere idee con frasi tipo “i lavoratori italiani dovranno esibire il green pass per accedere al posto di lavoro o fare un tampone ogni 48 ore.” facendo intendere erroneamente che gp sia solo per i vaccinati (spariscono i non vaccinati tamponati e quelli che gli immuni per guarigione).

    • 2/2
      L’articolo, che è l’intervista a uno che suggerisce alle aziende “pagate voi i tamponi, se non vi conviene nel caso di un dipendente particolare significa che non lo sfruttavate abbastanza” (invito a licenziare?), prosegue addirittura criminalizzando l’uso dei tamponi, spacciandoli come un “sottrarsi alla legge”, cit: “conflitto tra un datore cui è accollato il rispetto della legge e un lavoratore cui è concesso di sottrarvisi solo con un tampone ogni 48 ore”, quando è noto che è la legge a prevedere il tampone tra le modalità per il gp e che chi non si vaccina NON si sottrae alla legge.

      L’articolo conclude sperando che venga messo l’obbligo vaccinale. (Decisione stupida, ridurre le diseguaglianze agendo al ribasso sui diritti. Un po’ come “per ridurre le diseguaglianze di genere”, in certi paesi anzichè eliminare la leva obbligatoria per i ragazzi, è stato invece introdotto l’obbligo anche alle ragazze).

      Poi c’è (http://web.archive.org/web/20211015152812/https://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2021/10/15/news/e-il-giorno-della-protesta-no-green-pass-a-trieste-i-cortei-e-la-manifestazione-al-porto-segui-tutti-gli-aggiornamenti-1.40812469) il famoso lapsus di Illy: lo Stato intervenga se si bloccano i varchi portuali
      “Scioperare è un diritto costituzionale, impedire con la forza di lavorare a chi vuole esercitare quest’altro diritto, è un reato.”
      Senza rendersi conto che il governo, tramite il greenpass, esercita violenza impedendo alla gente di lavorare.

      E il caso di “Landini citato male”. (http://web.archive.org/web/20211010183415/https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/10/10/assalto-alla-cgil-dodici-arresti-anche-castellino-e-fiore-forza-nuova-e-un-ex-nar-conte-e-letta-coi-sindacati-sciogliere-gruppi-neofascisti/6349354/).
      Landini: “Si deve sapere cosa ha prodotto il fascismo nel nostro paese: ha portato alla guerra, alla disperazione, alle morti, alle leggi razziali … ”
      Citazione ambigua de IlFatto: “bisogna sapere cosa ha portato il fascismo nel nostro paese: guerra e disperazione”, dice cose diverse a seconda del lettore.
      Uno potrebbe interpretare “guerra e disperazione” come cause del fascismo. La falsa citazione giustifica il fascismo, ne è quasi una difesa.

      **transizione è un termine agghiacciante, se pensiamo ad esempio chè è il nuovo nome del ministero dell’ambiente, guidato da uno che vuole il ritorno al nucleare e una burocrazia digitalizzata..

  51. da “il piccolo”

    Mattarella sulla protesta No green pass a Trieste: “E’ necessario ostacolare la deriva antiscientifica”

    Detto mentre la celere sparava lacrimogeni ad altezza d’uomo e spazzava via con gli idranti la “deriva antiscientifica” impersonata nel caso da operai in sciopero contro il dispositivo ricattatorio del green pass.

    La “scienza” imposta dalla celere. Gli “intellettuali” e i “compagni del twitter” che applaudono la celere.

    Coglioni studiati allo stato brado che pontificano cazzate culturaliste su Trieste italianissima, su Trieste ingrata verso l’italia, su Trieste col culto del corpo e della forza, su Trieste.

    Ovunque cervelli spappolati da 20 mesi di doppio legame schizogeno.

    Lo Spahn Ranch era un oratorio parrocchiale.

    • Io oggi ho avuto la disgrazia di vedere il tg1 dell’una. Prima c’era il servizio su Mattarella all’università di Pisa che appunto denuncia questa deriva antiscientifica. Il servizio successivo mostra le immagini di Trieste, e qui ragazzi si entra nel surreale puro: le immagini mostrano solo l’azione della polizia, idranti contro persone rannicchiate per terra, poliziotti che camminano che sembra le scene di The Wall, e la voce fuori campo racconta di guerriglia a Trieste con la polizia costretta ad intervenire. Dunque, nemmeno più si prendono la briga di sincronizzare le immagini e i testi. Tanto l’utente vede queste scene e si immagina la guerriglia e crede di vederla.

      • Non capisco di cosa ti stupisci. È da marzo 2020 che la mistificazione e la manipolazione dei dati anche più evidenti da parte dei media istituzionali e non è cosa quotidiana. Uno dice “no, questa roba non potranno farla passare per vera” e invece riescono a superare il limite. Qualcuno (Cazzola) aveva già suggerito di rispolverare i metodi del Generale Beccariis con i manifestanti: la giornata di oggi mi pare il terzo atto di una storia di violenza del potere e menzognera ricostruzione propagandistica mediatica che riguarda gli ultimi 20 anni di questo Paese (Genova-Val di Susa -Trieste: un curioso triangolo che delimita idealmente l’intero nord Italia). Ironicamente tra l’altro proprio oggi è morto (per complicazioni del covid pur vaccinato: ironia al cubo), Colin Powell, ovvero uno del manipolo che ha ordito forse il più grande complotto degli ultimi vent’anni (e anche qui totale asservimento dei media: salvo uscir fuori con le provette piene di farina a buoi ampiamente scappati).

    • Lo stato ha ormai decretato la nuova emergenza: l’esistenza di una sorta di fondamentalismo anti-scientifico che va combattuto di casa in casa come gli israeliani ‘spazzano’ i territori occupati a suon di missili, blindati e bulldozers ogni volta che un pugno di veri terroristi fa un graffio a un colono. La dinamica è quella.
      Le parole di pochi cialtroni su un social del cazzo sono la scusa per difendere una governance di burocrati che nella loro vita non si sono mai presi la briga di consultare un dizionario etimologico alla parola ‘episteme’. E il mondo accademico che fa?! Ostracismo verso i pochi che hanno, nella sostanza, detto: guardate che state prendendo fischi per fiaschi!
      Mi torna in mente un film visto e rivisto nella mia vita: Mississippi Burning. A un certo punto Gene Hackman dice che “questa scatola di vermi la potremo aprire solo da dentro”.
      Lo devo avere già scritto che la mia pergamena di laurea, settore agro-alimentare, con tesi sperimentale (ovvero ricerca con metodo scientifico), dopo questa faccenda, ho una voglia pazza di fumarmela…

      • Scusa Bradipo, ma te lo devo proprio dire: la tua analogia con Israele e palestinesi mi sembra completamente sballata, per usare un eufemismo. Con questo non voglio giustificare i metodi dello Stato. Metodi ripugnanti e che nulla hanno a che fare con il contrasto a “derive antiscientifiche”. Anche perché mi sembra che sta scienza ormai viene tirata in ballo per qualsiasi minchiata, e per dare un’aura di legittimità a la qualunque. Ottenendo il risultato opposto a quello sperato (chissà poi se lo sperano davvero…).

        P.S. Da marzo a settembre gli Stati Uniti hanno gettato 15 milioni di dosi di vaccino contro il Covid-19. Lasciate scadere e poi buttate.

    • @ Tuco

      «20 mesi di doppio legame schizogeno»

      Come sei magnánimo.

      Ma si è fatto male qualcuno? E degli arrestati cosa si sà. Sono sparit* nel vuoto? «Dio latte».

      In riferimento a quello che scrive Negante riguardo all’«utente [che] vede queste scene e si immagina la guerriglia e crede di vederla» vorrei dire che: dipende.

      La realtà è relativa. Dipende da chi stà guardando cosa, da che angolazione etc etc.

      Chi frequenta questo blog, per esempio, oltre ad aver visto, avrà anche sentito, in dolby stereo, risuonare forte, per l’ennesima volta, la voce del *fantasma* di Guy Debord:

      «Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso».

      Se mai ci fosse stato bisogno di conferma.

      È molto probabile che mi sbagli ma a me sembra di aver osservato, cosa complicata da lontano, compagni e compagne mettere «the spanner in the works» di un enorme macchinario economico. Mica tra le ruote di una bicicletta.

      Quindi cominciamo con il riconoscere che, da un punto di vista simbolico/economico, per quanto ambizioso lo sciopero ha funzionato. Mi sembra poi che la protesta, ferita ed esposta la bestia, si sia soltanto trasferita in piazza per un sit-in; anche solo per contarsi e decidere sul da fare (ripeto: correggetemi se sbaglio).

      Sempre osservarndo ho poi pensato che i tempi di intervento delle FdO fossero relativamente semplici da prevedere, analizzando qualche dato economico per esempio; mi piace immaginare quindi che qualcuno, all’interno del movimento, abbia previsto l’intervento violento, la tempistica e che quindi, preparandosi, nessuno si sia fatto troppo male.

      Insomma, da tutti e due i lati delle barricate, uno straccio di strategia per gestire le potenziali situazioni immagino vi fosse.

  52. É da ieri che ho ‘ste 2 note sulle diverse “aspettative” circa la protesta dei portuali, sia dal punto di vista di chi le osservava con speranza quasi messianica, che da quello di chi invece le osservava con lo sguardo del gufo, sperando che si palesassero per il covo di no-vax che si gli avrebbe dato ragione.
    Ormai sono vecchie e non ho lo spazio per commentare i fatti di oggi, ma voglio scriverle lo stesso ora che sono davanti al PC.

    Volevo ricordare che le “condizioni materiali” di un non-vaccinato antifascista contro il GP sono diverse da quelle di un vaccinato (escluso sputnik) antifascista contro il GP.
    Il secondo, se vuole, a lavorare può andare.
    Il secondo, quando dibatte con qualche pro-GP, può argomentare in punta di diritto senza prendersi del fascista o del decerebrato complottista (forse).
    Il primo, inoltre, si sente particolarmente solo. Se si guarda intorno nelle sue rivendicazioni, rischia di trovare proprio poca gente che la pensi come lui. E relativamente pochi compagni, rimanendo così esposto a catture e derive di altri gruppi che cavalcano la situazione.

    É naturale, quindi, che quando invece dei compagni come i portuali di Trieste si schierano (anche) dalla sua parte oltre a quella di tutti i lavoratori, con la chiarezza e la solidarietà di cui qui si è già detto, su questi si riversino aspettative più grandi di loro.
    Bene hanno fatto i WM, Alboliveri e tutti gli altri che sono stati capaci di continuare a osservare gli eventi in modo razionale, onesto e metodico, mentre io per esempio ero portato ad apprezzare le proteste contro il GP in modo più emotivo e “speranzoso”.

    Trovo però miope l’atteggiamento di chi ha osservato queste manifestazioni con eccessiva diffidenza, con mille distinguo, pretendendo, come ha ben detto Zora in un commento precedente, da Puzzer e dai colleghi che di mestiere fanno i gruisti, una chiarezza di vedute e una cristallina capacità politica quasi soprannaturali – per tacere dell’abilità a gestire la pressione mediatica – in assenza delle quali (e al primo eventuale sventolare di un tricolore) tutta la manifestazione sarebbe stata inequivocabilmente derubricata a “solita roba”.
    Tanto più miope visto l’esito.
    Il tutto mentre la gente più studiata (100 filosofi) pubblica documenti contro Agamben e a favore del Green Pass.

  53. Mi scuso in anticipo per il mio giudizio tranchant e poco “rispettoso” della complessità. Da triestino, quello che vedo in questo movimento, è la adesione compatta al becero individualismo del motto – tipicamente triestino – “me ciamo Toio e fazo quel che vojo” [mi chiamo Vittorio e faccio quello che voglio]. Non c’è nessun nucleo di lotta di classe, nè di critica al capitalismo.
    inoltre trovo che il racconto di InfoAut “dall’interno”, sia “sdolcinato”: Alister è un gruppo “pericoloso” per la disinformazione a-scientifica che fanno.
    Detto questo vi ringrazio per quanto scrivete e per lo spazio che mi date per esprimere questo mio pensiero.

    • Grazie a te per il “pensiero”. Diciamo che qui di solito ci si impegna un poco di più. E se senti di doverti scusare prima per quello che stai per scrivere, spesso è il segnale che il mondo può farne a meno.

      • Beh, ma allora mettete un disclaimer all’ingresso di giap: “se non avete almeno un dottorato in filosofia, non varcate questa home page: voi non ci capirete e noi non vi troveremo interessanti”. Così eviterete di avere a che fare, oltre con chi si impegna a scrivere brillantemente su queste pagine, anche con chi si deve impegnare già solo per leggerle. Visto che io ormai ho varcato la soglia, mi trattengo solo un altro attimo per segnalarvi che, nonostante i miei modesti sforzi, neanch’io sono riuscito a individuare tramite questo blog degli elementi di “lotta di classe” nel movimento di protesta triestino. Limite mio, quasi sicuramente. Ma se in futuro decideste di pubblicare, come ogni tanto fate, un post “riassuntivo” anche su questa vicenda, potreste – se vi va – ricordarvi che vi leggono anche quelli come me e DaveTheWave e venirci un po’ incontro.

        • Macché dottorato… a qualcuno farebbe bene andare a sbancalare al porto, altroché.
          Ci siamo arrivati, come avevamo previsto un anno e mezzo fa: i “compagni” che tifano polizia contro i lavoratori caricati con lacrimogeni e idranti. È l’estrema conseguenza delle cantonate prese nel primo lockdown, la ricaduta a pioggia dell’equivoco in cui troppi hanno voluto indulgere. Marco Revelli che parla di “marmaglia vandeana” fa venire i brividi. Un rictus così platealmente stalinista, snob, sprezzantemente antipopolare e antimarxiano come questo non si vedeva da non so quanto tempo.

          • Per fortuna c’è Mughini che allinea la rampogna pro-GP a un registro più consono ai suoi presupposti https://bit.ly/3pjX4S6 (se fuffington mi avesse chiesto un pezzo sul porto a Trieste lo avrei scritto uguale uguale, ma con intento parodistico perché qua a Trieste sto articolo fa davvero sganasciare dalle risate)
            In una congiuntura che vede totalmente abolita l’onestà intellettuale e i bias di conferma non solo non vengono più contrastati ma sono ora imbracciati come efficaci strumenti di analisi politica e “scientifica” (qualsiasi cosa voglia dire) proviamo l’esperimento mentale di rivoltare la colpa per associazione così impunemente usata dai “compagni per Draghi” in questi giorni: se chi difende i portuali si accoda a fasci e no-vax allora chi li critica si accoda alla narrazione nazional-patriottica sempre sottesa alle cariche sui picchetti operai (che Mughini solo esplicita come uno Švejk inconsapevole del suo fronte)?

        • Una mobilitazione di massa a cui partecipano, in prima fila, per settimane, operaie e operai di tutte le principali realtà produttive di Trieste (più volte elencate), contro uno strumento correttamente analizzato come discriminatorio e funzionale a un ulteriore inasprimento del controllo sulla forza-lavoro.

          Analisi che fanno tutti i sindacati di base – Cobas, USB, USI, CUB ecc., tutte le sigle sono contro il green pass – che negli stessi giorni, e per la prima volta unitariamente, convocano uno sciopero generale a cui a Trieste partecipa molta della stessa gente protagonista della mobilitazione di cui sopra.

          Un altro sciopero, quello del 15 settembre, indetto da sindacati di base (AOL Cobas e SOA).

          Un picchetto di lavoratori che riceve solidarietà da ampi settori della cittadinanza, sgomberato dalla polizia di un governo che è il più padronale e neoliberale di sempre, presieduto dall’ex-capo della BCE che pilotò lo strangolamento della Grecia.

          Tutto questo, eppure per riconoscere in questa storia “elementi di lotta di classe” servirebbe “un dottorato”.

          Paoz, non ti diciamo «bentornato» perché ti consideravamo già un nefasto e ottuso troll nel 2020. Del resto, sono i troll a intervenire senza leggere: tutte le cose appena rielencate erano già scritte nel post e nella discussione. Anche il “post riassuntivo” era già annunciato qui sopra, nell’intro, infatti Olivieri lo sta scrivendo. Ma lo sta scrivendo per aggiornare e approfondire cose che chi è intellettualmente onesto e non è un troll amico degli sbirri e di Draghi ha già avuto modo di leggere qui.

          Non è questione di essere poco istruiti, è questione di essere crumiri nell’animo, scoprirsi – vent’anni dopo il G8 di Genova – fan della celere e tenerci a venire qui a dimostrarlo. È questione di essere dei miserabili provocatori. Un disclaimer qui c’è, per quanto implicito: sono quelli come te che non vogliamo. Un operaio semianalfabeta che sta nella contraddizione è mille volte più colto di te.

        • Io sono il più ignorante di tutti, qui dentro. Ma vedo che quello dei lavoratori di Trieste, col rifiuto di dividersi tra vaccinati e non, in virtù del vissuto comune, pandemico e non, è stato finora l’unico tentativo di schiodare la lotta da quel piano totalmente orizzontale su cui è stata scientificamente deviata per nascondere il capitalismo. Se questa non è lotta di classe, è qualcosa che ci si avvicina abbastanza. Poi toccherebbe ai comunisti – dio can, è l’ABC… – lavorare perché diventi lotta di classe vera e propria. Il problema è che i comunisti su quel piano orizzontale ci stanno benissimo. Guardali, gli imbecilli con decenni di militanza alle spalle. Li vedi? Sono tutti quei puntini che se li unisci formano un cazzo.

  54. “Scusa Bradipo, ma te lo devo proprio dire: la tua analogia con Israele e palestinesi mi sembra completamente sballata, per usare un eufemismo.” minchia però, uno non può azzardare – con i maroni in fumo da un anno e mezzo e rotti – un’iperbole che subito arriva il moralizzatore di turno a redarguirlo…la vita è già dura, presa così poi… Comunque può non piacerti il paragone, ma i rapporti di forza a livello politico-mediatico non sono dissimili per quello che vedo e sento. Io mi sono rotto gli zebedei di ripetere le stesse cose: 2 mesi chiusi in casa, scuole chiuse per un quadrimestre, droni sui boschi, elicotteri sulle spiagge, funerali vietati, autopsie vietate, mezzi militari in colonna stile Myanmar, mascherine all’aperto, coprifuoco, inviti natalizi ministeriali alla delazione, viro-star che possono dire il cazzo che gli pare a qualunque ora su qualunque emittente, ministri che senza remora teorizzano pressioni psicologiche con tanto di prese per il culo, TSO mascherato, un lasciapassare che ti rende libero…tutto questo è stato una deriva anti-scientifica. A tutti i livelli.

    • Se scrivi un commento su un blog dove si discute parecchio, poi non lagnarti se qualcuno ti fa notare qualcosa sul tuo commento. Se non volevi nessuno a farti notare che quell’analogia (che ora hai ritrattato pure tu definendola iperbole azzardata) non sta in piedi, potevi scriverla sul tuo frigorifero. Siccome l’hai scritta qua, io te l’ho fatto notare.
      E te lo ripeto pure: quel paragone fa cacare.
      In Israele ammazzano ragazzini e spianano i fucili contro i palestinesi. Qui da noi i fucili puntati alla schiena non ci stanno ancora fortunatamente.
      Poi, se prestavi attenzione al resto del mio precedente commento, avresti trovato che sui metodi dispotici dello Stato siamo tutto sommato d’accordo.

      • “Se scrivi un commento su un blog dove si discute parecchio, poi non lagnarti se qualcuno ti fa notare qualcosa sul tuo commento. Se non volevi nessuno a farti notare che quell’analogia (che ora hai ritrattato pure tu definendola iperbole azzardata) non sta in piedi, potevi scriverla sul tuo frigorifero. Siccome l’hai scritta qua, io te l’ho fatto notare.
        E te lo ripeto pure: quel paragone fa cacare.”
        Se il mio paragone ti fa cacare amen. Me la prendo su. Se ci fossimo parlati avresti capito che la mia risposta voleva essere tutto tranne che lagnosa, anzi, ironica.
        Il tuo intervento l’ho letto fino in fondo. Non siamo così distanti e la questione per me si chiude qui.
        Dopo avere letto il commento di Giannini in un post qui sotto penso che abbiamo ben altro di cui preoccuparci. Pace e bene.

  55. Grazie Paoz. Si, non sono uomo di lettere, tutt’al più di numeri. Ho letto con attenzione e ribadisco che trovo forzata la lettura della lotta di classe. Non cito Lacan o Marx, ma vedo e riconosco le persone che hanno partecipato al corteo. Il tipico triestino Tojo di cui dicevo sopra. 0 culture , 0 scienza, 0 coscienza di classe, 0 pensiero critico, 100% individualismo. La protesta contro il green pass doveva assolutamente sganciarsi dai novax, così come si è sganciata dai fascisti – e anche qua, ho i miei dubbi, dai cori che sentivo alle facce che vedevo. Se poi questa testimonianza non aggiunge niente, o non stimola ulteriori pensieri, ribadisco i ringraziamenti, e torno a leggere e basta.

    • Perdonami, ma, allo stato attuale, mi sembra irrealistico pensare a una protesta contro il green pass completamente separata da un movimento no vax (e lo dico da vaccinato no green pass). Cosa diversa sarebbe stata se la parte che dovrebbe naturalmente svolgere una funzione critica rispetto a decisioni spesso abusive da parte del potere non fosse completamente anestetizzata, se non addirittura convergente rispetto alle posizioni di Confindustria. Immaginare, stante queste condizioni imbarazzanti dell’opinione pubblica e dei media in questo Paese, un movimento di opposizione al gp puro, monolitico e coerente mi pare un mero esercizio di stile e controproducente e che, tutto sommato, fa il gioco dei media filoconfindustriali e del potere politico-economico.

    • Salve a tutt*. Anche io sono nuovo del blog. Ne approfitto per presentarmi. Leggo Giap dall’inizio della pandemia, quando – per disperazione – cercavo in rete una chiave di lettura razionale di quanto accadeva intorno e, trovatala qui, sono diventato un assiduo lettore. Senza, tuttavia, mai commentare, un po’ perché non mi sentivo all’altezza, un po’ perché – in fondo – trovavo già ottimi approfondimenti tra i commenti. Dunque non ho mai sentito l’esigenza di aggiungere alcunché.
      Qui, però, mi sento di rispondere (anche se, a onor del vero, le “risposte” al commento di DaVeTheWaVe sono diffuse non solo tra i commenti a questo post, ma anche in altri articoli) giusto per precisare che il “100% individualismo” è una cosa abbastanza normale oggi, dopo 50 anni di indottrinamento edonista e 20 anni di annientamento dei movimenti di massa. E’ proprio per questo che la piazza triestina è un laboratorio di “rimassificazione” degli individui. Detta in termini più semplici: in un terreno privo di sostanza organica, il fatto che nasca dell'”erbaccia”, è una cosa buona. Magari agli occhi del cittadino inurbato quell’erbaccia non significa niente, anzi, ha un significato negativo. Ma agli occhi del contadino, quello è un primo passo affinché quel terreno diventi “colto”.
      Ecco, appunto, colto.
      Quello della “cultura” è un processo, non un determinismo netto. E l’etimologia del termine “cultura” è legata al processo di coltivazione della terra, di crescita e maturazione (da qui culturismo, culto, ecc.). Quindi per arrivare ad una “cultura collettivistica” che giunga ad una coscienza di classe, da qualche parte bisogna pur partire e bisogna guardare con entusiasmo al fatto che prima debba nascere l'”erbaccia” in un terreno incolto ed avvelenato dall’agrochimica. Se estirpi l’erbaccia e lasci il terreno avvelenato, senza concimarlo, torni punto e accapo.
      Quindi è importante osservare quanto accade, senza dare giudizi affrettati e sempre considerando che ogni esperienza collettiva è un processo, un qualcosa in divenire, che se oggi è così, domani può diventare un “colà”. Spetta poi alle anime più critiche dare la giusta direzione e quando Olivieri parla di “curvatura”, non sta dicendo che d’un tratto siano diventati tutti dei compagnoni, ma che il processo sta assumendo una direzione pressappoco corretta. Ma i rischi di perdersi, come del resto le possibilità di non farlo, sono sempre presenti. Quindi è un lavoro che va fatto di continuo. Non so se sono stato chiaro.

    • Ah, meno male che sei un uomo di numeri. I tuoi numeri sono zero, zero, zero, zero, e cento per cento. Figuriamoci se eri un uomo di lettere cosa ci propinavi! Per favore, su, non farci perdere tempo.

    • «venirci un po’ incontro […] anche [a] quelli come me e DaveTheWave»

      L’unica cosa che potrebbe avere un qualche effetto, venendovi incontro, a tipi come voi, sarebbe un bel PBR; e anche lí, probabilmente, tra le grida di dolore e le lacrime, vi scervellereste per dare un senso all’accaduto, una qualche pugnetta mentale che riesca a giustificare l’assurdo; vi accanireste a trovare un nesso, una motivazione, un qualche appiglio che vi aiuti a rimanere attaccati a questa vostrà realtà da privilegiati, piuttosto che cominciare a considerare quanto sia insostenibile.

      Siete da compatire.

      Tranquilli, comunque, è solo questione di tempo; se non a voi, quel bussolotto di gomma arriverà probabilmente addosso alla generazione successiva, quella dei vostri figli o dei figli dei vostri figli; perché siete degli illusi e come tali non vi accorgete che state mettendo la vostra intelligenza a profitto dell’ignoranza e del suprematismo.

      P&L

  56. E ancora ieri sera il tg di la7 mostrava le scene finali di un episodio di Black Mirror.
    Tutti felici e contenti per la vittoria del loro padrone con sullo sfondo lo spettacolo pietoso delle 70 persone riunite in piazza SS Apostoli a festeggiare “il trionfo del PD”.
    Dopo 3-4 servizi che sciorinavano le cariche ottenute (a tutti gli effetti senza suffragio universale), sono passati a mostrare piazza Unità a Trieste gremita di persone sorvolando su tutto quanto a Trieste è successo, su tutto quello che è stato vissuto.
    Sono queste le immagini che rimangono: piazze vuote con una claque di 70 persone ad ascoltare un festoso nastro suonato agli altoparlanti e piazze gremite di zombie che tentano di arrampicarsi sui muri di cinta della “città fortificata”, rampognati dalla guardia civile.
    Come gli zombie fanno schifo, come gli zombie sono pericolosi, come gli zombie emettono mugugni senza senso.

  57. Oggi su Repubblica Gianni Riotta – che Glenn Greenwald memorabilmente definì «the opposite of journalism» – ci addita al pubblico odio in un articolo che vorrebbe scomunicare e additare al pubblico odio chi critica il green pass “da sinistra”.

    Il passaggio che ci riguarda è – come stupirsi? – disinformato, datato e pieno di errori: ci attribuisce un documento non nostro che segnalammo due mesi fa ma di cui criticammo alcuni punti, estrapola e cuce a modo suo micro-virgolettati da un post dell’agosto scorso e in generale omologa la nostra critica a quelle, diverse, portate avanti di altri soggetti con cui non abbiamo rapporti.

    Qui il metodo è trasparente, ricostruibile in ogni fase:

    1) Riotta ha letto un altro articolo uscito ieri a firma di Matteo Pucciarelli, – superficiale ma fattualmente non scorretto, che però non chiariva la nostra posizione sul «Kit di pronto soccorso antifascista» e conteneva uno “specchietto” in cui questo veniva tout court attribuito a noi;

    2) ha cercato su Google il nome del documento;

    3) ha dato un’occhiata rapida ai primi capoversi di quel post di agosto.

    4) è partito per la tangente.

    Fine. L’«inchiesta» è consistita in questo.

    Noi oggi ci aspettiamo un mega-shitstorm sui social con tentativo di lapidazione
    pubblica. La corazzata mediatica si sta muovendo per rendere illegittimo e criminalizzare ogni “stecca” rispetto al coro che canta le lodi del governo Draghi, facendo passare critiche politiche per «rifiuto della Scienza».

    Questi sono prezzi da pagare per il nostro lavoro di smontaggio delle narrazioni tossiche dominanti. Non sono in toto evitabili.

    Come sempre, portiamo pazienza. Il lavoro prosegue.

    • Qualche nota, e solidarietà, da Genova.

      Ieri mattina ero al presidio di portuali e antagonisti davanti a uno dei varchi del porto, dove abbiamo appreso in diretta, con molta angoscia, dello sgombero a Trieste. Poi nel pomeriggio, in aula, ho affrontato la parte del corso che tratta il rapporto fra Scienza (con la maiuscola, al singolare: “scientismo”, quindi, o positivismo gretto) e modernità. Ho detto le stesse cose che dicevo prima della pandemia, usando in appoggio gli stessi autori di allora: Kuhn, Toulmin, Feyerabend, Stengers (che ovviamente possono non piacere, ma non sono proprio delle pippe). Internamente, dunque, il discorso non è cambiato; è lo sfondo su cui viene fatto a essere, rispetto a due anni fa, irriconoscibile.

      Il cambiamento intervenuto si potrebbe sintetizzare così:
      – la capacità di lettura critica dei fenomeni, che fino a due anni fa era reputata indispensabile per comprendere il mondo in modo non banale, oggi è ricusata come antiscientifica;
      – il positivismo gretto, che fino a due anni fa era segno diagnostico di torpore intellettuale, oggi è “Credo”, professione di fede indispensabile a qualificarsi come interlocutori validi.
      In questo modo, una delle ragioni di vero e sacrosanto vanto delle scienze (il fatto di essere attività conoscitive libere da dogmi e spregiudicate) è stata rovesciata nel sinistro “la scienza non è democratica”. Una sorta di deriva assolutistica e inquisitoria, con conseguente streghizzazione degli avversari.

      Le/gli student* che ho di fronte sono tristi e confusi, ma anche molto potenziali. Avvertono intorno a sé contraddizioni che non sanno interpretare (e quindi, come spesso accade, le somatizzano), ma sono rapidissimi nel cogliere le aperture, le vie di fuga, gli spazi di rilfessione intelligente. Quelli più grandi sono già in una sorta di mobilitazione r/esistenziale. Chissà che l’articolo di “Repubblica” non finisca (anche) per far convergere su Giap un altro po’ di compagn* di strada?

    • Brevemente, al governo a Mattarella ed alla stampa basti ricordare che il periodo in cui si supponeva la Scienza essere legata ad un libro rivelato e perciò inconfutabile, e che fosse possibile trovare le verità del libro del mondo attraverso le verità del libro di Dio, risalgono agli albori della stessa, ed in particolare le sue ultime e più illustri espressioni le troviamo proprio in Isaac Newton, nel suo periodo giovanile, tra gli anni ’60 ed 80 del 1600 (essendo Newton nato nel ’24) ed in particolare nel suo Trattato sull’Apocalisse, misconosciuto o tacciato di esoterismo, perché ritenuto imbarazzante; e che di tali sforzi, probabilmente anacronistici oggi, se ne occupano mirabilmente in molti ed interessanti manuali, la storia e filosofia della scienza.
      Avendo appunto, la filosofia nel corso dei secoli seguenti, perlopiù abbandonato la credenza in verità assolute, anche scientifiche, rivelateci da altre entità rispetto a noi, risulta inattuale, fuorviante e culturalmente controproducente appellarsi a supposti fideismi scientifici..
      Senza spaventarsi troppo, come del resto fate sapientemente, per tali critiche.

    • Per ragioni personali sono alle prese con una sovraesposizione mediatica come non mi capitava da anni. Ne approfitto per mettere assieme alcuni spunti che potrebbero essere utili. Ieri Giannini, il direttore della Stampa, eccetera eccetera, su la7, commentando il risultato elettorale ha espresso un concetto che mette assieme, seppur con diverse gradazioni, gran parte dell’élite mediatica in questo momento. Lo riporto: “con la stagione draghiana le ragioni e i motivi per protestare sono sempre di meno. Sappiamo quello che dobbiamo fare. Dobbiamo lottare contro la pandemia e lo stiamo facendo.” Mi sembra mostri bene l’autoritarismo e la miopia/faziosità che dominano il discorso ufficiale oggi.
      C’è poi un problema di critica delle fonti che credo sia uno dei maggiori risultati di GIAP sul racconto di Trieste. Guardando però il mainstream, ci sono due grandi categorie: il giornalista “in vestaglia” rafforzato dal “restateacasa” e il giornalista di campo che opera cognitivamente da dentro lo sguardo citato sopra. In breve si oscilla da “la ricostruzione secondo tal de tali” (per esempio il Post) alla io/noi (come testata) c’eravamo e vi raccontiamo l’accaduto (es. Open). In entrambi i casi ci si muove sulle fratture degli eventi portando l’attenzione sulla percentuale di portuali vs “autoinvitati” e “triestini” vs “resto del mondo”. Il racconto è strutturalmente segnato da tempi produttivi che non combaciano con gli eventi. I problemi emergono quando il primo tenta di forzare i secondi etnicizzando/identificando la protesta invece di produrre uno sviluppo dei temi del malcontento. Niente di nuovo, insomma. Ecco infatti che nel momento in cui l’azione potrebbe sviluppare la protesta (l’assemblea in Piazza dell’Unità) arriva “la guerriglia urbana”. Gli identificati sono così anche criminalizzabili tra le infiltrazioni paramilitari di Forza Nuova (il Manifesto) a chi li inquadra per la pochezza degli argomenti “no green pass”.
      A questo proposito vorrei segnalare un articolo della Gabanelli. Dimostra una tendenza verso l’endemizzazione del covid legata anche alla vaccinazione, ma a me pare che i numeri potrebbero essere letti pure come dimostrazione dell’inutilità del green pass. Lascio questo quesito a chi ne capisce più di me.

      • @Bar Occo. La fregnaccia che citavi tu Giannini l’ha ripetuta anche stamattina, ma gli ha dato una connotazione ancora più inquietante, qualcosa sulla falsariga di:
        “Esaurito il voto di protesta di 4 e 5 anni fa, hanno vinto i buoni. Il voto di protesta si è esaurito perché Draghi è perfettissimo e nessuno ha più nulla da protestare”.
        Come sono soliti fare, questi passano sopra a tutto con la ruspa: lavoratori uniti a protestare contro il ricatto del GP e periferie nere di disperazione che non votano (solo per citare alcuni dei punti caldi).
        Ogni cosa è sommersa dalla pax draghiana, come da una slavina.

  58. 1/4
    Devo iniziare l’aggiornamento sulla mobilitazione triestina da un primo dato di realtà: lunedì mattina il governo Draghi ha spazzato via la lotta che da settimane aveva portato migliaia di persone, vaccinate e non, a protestare contro il GP nelle strade di Trieste e davanti al varco 4 del porto della città. L’ha fatto usando cannoni ad acqua, manganelli, scudi e lacrimogeni contro i corpi di migliaia di persone riunite in un picchetto operaio. L’ha fatto anche usando un dispositivo mediatico che in questi giorni ha ripetuto all’infinito, perlopiù unanime, la storiella secondo la quale questa sarebbe una falsa lotta su un falso problema, negando che quanto stava accadendo avesse a che fare con parole come «sciopero» e «diritto al lavoro», e scavando tra tutto ciò che questa piazza poteva fornire per puntare i fari solo sugli aspetti che la raffiguravano come un coacervo di fanatici fascistoidi.
    Secondo dato di realtà: mentre verso le 21 iniziavo finalmente ad andarmene a casa – ma ci sarei comunque arrivato molto dopo – erano ancora in corso: un presidio di un paio di migliaia di persone davanti alla prefettura, i raid di polizia e carabinieri con idranti e gas nella zona a ridosso dall’ingresso del porto e, ancora in altri luoghi, diverse riunioni di realtà cittadine che nelle settimane scorse avevano trovato nel Coordinamento cittadino NoGreenpass un terreno comune.
    Che io sappia il coordinamento, nella forma collettiva che aveva avuto, lunedì non si è riunito, e tutto quanto accaduto dalla mattina in poi è andato avanti secondo dinamiche imprevedibili e caotiche. La positiva curvatura di cui scrivevo nell’articolo che ospita questi commenti, che aveva avuto il merito di portare il discorso contro il greenpass sui binari dell’opposizione sociale e del mondo del lavoro al governo Draghi, con l’attacco militare della mattina ha subito una diversione e la ricombinazione di molti degli elementi che descrivevo, sulla cui portata è ancora prematuro fare valutazioni.

    • 2/4
      Lo sgombero – svolto nella modalità infame di far avanzare le truppe di Draghi dall’interno del porto franco – ha mostrato che quanto avvenuto nei giorni scorsi è stato un vero blocco della produzione e ha seriamente messo in scacco l’idea, ampiamente riaffermata con la pandemia, che questa debba andare avanti a qualsiasi costo. Anche questo è un dato di realtà. E lo ribadisce la colonna chilometrica di camion provenienti dalla frontiera slovena che, a causa dei blocchi stradali su viale Campo Marzio, ha paralizzato fino a tarda sera tutto l’asse viario retroportuale. Tanto più che, per tentare di rimuovere quei blocchi, cannoni ad acqua e lacrimogeni sono stati usati per tutto il giorno fin dentro un paio di rioni molto popolati scatenando la rabbia degli abitanti, di cui molti sono scesi in strada per inveire contro la polizia. Che ha ricambiato i saluti con altra acqua e gas.

      Tolti di mezzo i dati di realtà, resta la difficilissima lotta intrapresa, che è un processo in divenire, e pertanto andrebbe giudicata non passo passo, e tanto meno post di Facebook per post di Facebook, ma valutata per quanto produce in termini di eccedenza dei soggetti che la praticano e di prospettive che apre per altre lotte.
      Il Coordinamento NoGreenpass, come dicevo, non si è riunito ma in tarda serata ha diffuso questo comunicato. In precedenza circolava un documento firmato solo «il coordinamento», nel quale si annunciava che, dopo un colloquio con il prefetto, si era ottenuto un incontro col ministro Patuanelli per sabato 23 ottobre, fino al quale sarebbero proseguite le mobilitazioni per la revoca del decreto. È in effetti il risultato dell’incontro in prefettura al quale hanno partecipato solo Stefano Puzzer – che da due giorni non è più chiaro se rappresenti ancora il sindacato Clpt o meno – e un esponente del famigerato movimento antivaccinista 3V, incontro improvvisato senza averne discusso con le altre realtà del Coordinamento. Un fatto grave, ma anche poco significativo a mio avviso della realtà delle cose e che andrà verificato nei prossimi giorni.
      Di certo è il frutto di due torsioni problematiche di tutta la vicenda. La prima è la personalizzazione dei media sulla figura di Puzzer, che già sabato scorso aveva segnato la disastrosa giornata iniziata con l’arrivo di Montesano, poi l’annuncio unilaterale del Clpt di terminare il presidio e la successiva smentita della stesso.

      • 3/4
        La mia impressione è che quest’ultima non sia stata causata, come scritto dai giornali, dall’opposizione di tutto il Coordinamento cittadino: so anzi che le componenti di compagne e compagni e gli altri lavoratori, se i portuali l’avessero richiesto su un piano di chiarezza, molto probabilmente avrebbero rispettato la decisione. Chi si permetterebbe di forzare un gruppo di lavoratori a continuare il blocco della loro realtà produttiva contro la loro volontà? Eppure c’è chi ha approfittato di una situazione favorevole per farlo, ovvero gli antivaccinisti 3V di Ugo Rossi e dello psichiatra Marco Bertali. Questi, fino a quel punto contenuti nell’ambito collettivo, e di fatto impegnati perlopiù a ricavarne il magro vantaggio elettorale dovuto al fatto di essere la sola formazione politica a supportare la mobilitazione, hanno però sfruttato un aspetto non del tutto previsto del presidio, ovvero l’arrivo di molte persone da fuori città, e tra queste di gruppi antivaccinisti, nemmeno troppo numerosi ma molto attivi nell’infilarsi nelle discussioni, nelle assemblee, nell’innescare tensioni contro la stampa, nell’inquinare i discorsi con slogan insensati e pertanto efficaci a eccitare la folla.
        Un aspetto che temo da fuori non sia stato compreso, è che da venerdì mattina il blocco al varco 4 si era trasformato in un’agorà enorme e brulicante, davvero moltitudinaria e a tratti molto ricca sul piano delle relazioni. Se ho usato in precedenza l’immagine del circo è perché tra compagni siamo stati a tratti affascinati dallo straniamento generale che quanto stava avvenendo provocava in tutti, compresi i portuali che erano gli unici a riconoscere quel luogo, sconosciuto alla stragrande maggioranza dei triestini, come familiare. Nella giornata di sabato a questo si è aggiunto l’arrivo di centinaia e centinaia di persone da fuori città, un elemento straniante a sua volta, accolto da molti con grande calore e gioia e nella maggior parte dei casi per niente problematico.
        Ma purtroppo anche controverso e complicato da gestire, che ha creato i problemi di cui sopra e ha permesso alla stampa di avere molto più materiale in cui scavare per confezionare lo stereotipo della massa irrazionalista e fanatica. Di questo Rossi e Bertali – impegnato di continuo a coinvolgere persone in momenti collettivi di meditazione o musicali a sfondo new-age – si sono avvantaggiati per stritolare le rivendicazioni collettive e dei lavoratori tra il loro protagonismo mediatico e quello di Puzzer.

        • 4/4
          Come scrivevo, i compagni e le compagne che sono state l’anima più lucida e che ha permesso di innescare l’anomalia delle piazze No Greenpass triestine, si sono trovati in questi giorni ad avere a che fare con una mole immensa di cose da fare e problemi da risolvere – e tra questi il minore, devo dire, erano i pochi militanti fascisti triestini, smarriti più di chiunque altro nell’interpretare cosa stava accadendo, e tuttalpiù capaci di avvicinare solo qualche portuale conosciuto per contiguità di tifo calcistico.
          Questa componente di compagne e compagni non ha potuto contare in questi giorni sulla complicità naturale di chi, solo pochi anni fa, sarebbe accorso perlomeno da tutto il nord Italia a supportarli, con le competenze tipiche di contesti di movimento: mediattivisti, filmaker, musicisti, deejay, attori, performer, makers… E invece, come purtroppo era prevedibile dopo questo maledetto ciclo virocentrico, pochissimi si sono fatti vivi (così come a scrivermi ieri mattina, mentre si diffondevano le immagini delle cariche con gli idranti, sono stati una manciata di fratelli, tra cui diversi da Bergamo… per dire di venticinque anni di relazioni nelle lotte da buttare nel cesso, o da buttarsi alle spalle con la galera che mi sono costati).

          C’è stato però un momento della serata di venerdì, quando la notte è passata a «far fraja», in cui per un’ora dalle casse dell’impianto audio del blocco sono passati in rassegna pezzi anni Novanta di 99 Posse, Sud Sound System, Asian Dub Foundation, Rage Against the Machine… Quando mi sono sbracciato tra la gente che ballava per arrivare al bancone ero convinto che ci avrei trovato qualcuno dei compagni presenti – nati politicamente con l’Onda e Occupy Trieste nel 2011. Ed ero già pronto a gridargli «ciò, ma coss’te meti ‘sta musica de veci?». E invece davanti a me due volti raggianti di portuali quasi quarantenni, nei quali ho infine riconosciuto i tratti di due ragazzini che, all’epoca, frequentavano i nostri spazi. Ora cresciuti, molto più arrabbiati, ma ancora capaci di sapere che non conta per chi suoni, ma che tu gli faccia venire voglia di ballare con la tua musica.

          • Un addendum: la piazza triestina di oggi, come in parte quella di ieri sera in piazza Unità mentre Puzzer leggeva gli accordi con la Prefettura, è disertata dai compagni, i portuali sono praticamente spariti, come buona parte delle componenti del Coordinamento cittadino. Di fatto quella piazza in questo momento è non molto dissimile a quelle delle altre città (perlomeno per come vengono raccontate), in attesa delle varie riunioni che si terranno oggi, perché la gente che davvero non molla mai, nemmeno muore mai. E questo è sia un dato di realtà che l’orizzonte che credo andrebbe sempre mantenuto.
            Quello che mi aspetto oggi, e che credo verrà mediatizzato, sono capannelli di antivaccinisti che pregano, gli inni nazionali e le bandiere che fino a ieri erano del tutto assenti, qualche colpo di mano di chi crede ora di intestarsi «la protesta», tipo tentativi di cortei non concordati e forse l’incontro col neoeletto sindaco Dipiazza, che andrà a catechizzare «le pecorelle smarrite novax» per riportarle all’ovile.
            I molti triestini e triestine che in queste settimane hanno partecipato alla mobilitazione e che non hanno chiari i delicati equilibri che avevano permesso la nascita del Coordinamento e poi il coinvolgimento dei portuali, stanno iniziando a mangiare la foglia. Molti si recano in piazza o in porto Vecchio, ma alcuni iniziano a dire alle persone che continuano ad arrivare da fuori città che con le cariche di ieri il movimento triestino si è frantumato, e che ora sarebbe il caso che la lotta, di vaccinati e non, per il diritto al lavoro e contro il ricatto al greenpass, inizi anche altrove.
            Come scrivevo domenica, e come si è puntualmente confermato, vale la pena notare che a votare per il ballottaggio è andato il 44% degli aventi diritto, e il centrodestra, in cui FdI è ora dominante, ha vinto di misura. Cade quindi anche la vulgata secondo la quale i greenpass farebbero il gioco di questa gente.
            È semmai vero quanto finalmente oggi alcuni osservatori della stampa mainstream dicono a denti stretti, ovvero che le piazze contro il greenpass hanno a che vedere col bisogno di partecipazione e la totale delegittimazione e non rappresentatività di tutto il mondo politico, che si definisca di maggioranza o di opposizione. A questo aggiungerei quello sindacale: proprio dalle presenze dei portuali è risultato chiaro che se il Clpt non li rappresentava tutti, la rabbia per l’assenza delle altre sigle era un evidente segnale di scollamento totale.

  59. Molti compagni del mio collettivo, ai quali spesso riporto le discussioni e gli approfondimenti di Giap, stanno facendo una riduzione “ad Pappalardum” delle mobilitazioni di Trieste la qual cosa mi ha lasciato molto ameraggiata.
    Altri dicono che la posizione dei sindacati confederali di chiedere un tout court obbligo vaccinale del governo è la migliore risposta, dal punto di vista sindacale, al presente im-pass-e (!)e questo mi ha lasciato ulteriormente amareggiata perché vedo che dopo due anni non siamo ancora riusciti ad uscire dalla dicotomia strumentale no-vax si-vax.
    A questo punto ho invitato tutti ad andarsi a vedere l’ultima lezione sul virus di Burioni che imita Piero Angela da Fazio, veramente esilarante, lamentando il fatto che in Italia, una persona che voglia approfondire minimamente certi temi abbia come alternative da una parte Burio e co e dall’altra Montesano e Pappalardo (quando chiunque sa che non sia così).
    -brevemente in quel video si fa una strumentale confusione tra virus e malattia-.

    La posizione dei sindacati sull’obbligo vaccinale inoltre la considero molto pericolosa.
    Un po’ per le motivazioni addotte in altri commenti sopra, ed un po’ perché, se un giorno adottata dal governo, rischia veramente di esautorare tutti i discorsi sulla polarità vaccino si/no: si progressisti buoni, no fascisti cattivi, apparentemente costringendo ciascuno, compresi i lavoratori, a prendere posizione tra l’una e l’altra scelta e portando la discussione ancora più verso forme vaccino/virus centriche.
    Sappiamo come il sistema in quel caso potrebbe mantenere cmq il green pass adducendo al fatto che “era chiaro a tutti che non fosse una mera norma sanitaria” adducendo qualsivoglia scusa per mantenerlo.

  60. “Poiché anche un fossile può essere scagliato come corpo contundente e un archivio rivelarsi un’arma, in via del tutto eccezionale e per un solo istante torniamo a questo profilo-fossile e a quest’archivio, per un loro uso d’emergenza.”
    Che ficata di ritorno temporaneo!
    Ce ne sarebbe stato bisogno molte volte in questi due anni, ma capisco la necessità di usare la cartuccia in questa occasione.
    Comunque oltre al killeraggio da “the opposite of journalism”, ci stanno compagne e compagni che vi difendono da collettivi di inconsci che sparano sentenze a cazzo ed estrapolano commenti sacrosanti di tuco per farvi passare da stronzi.
    Solidarietà!

    • Ce l’hanno segnalato, comunque non sono stati «collettivi di inconsci» a confezionare quel falso: si tratta di una singola persona, sempre quella, da anni ossessionata da noialtri. Gli appariamo in ogni momento come fantasmi che lo tormentano. Non possiamo – né del resto vogliamo – farci niente.

      Nessun «ritorno», l’eccezione è già alle spalle.

    • Non so cos’abbiano fatto su twitter coi miei commenti, e credo di non volerlo sapere. Quello che so è che disattivare il mio account twitter è stata una delle cose più sagge che io abbia fatto in vita mia, forse la più saggia dopo aver smesso di fumare. Come per le sigarette non è stato per niente difficile. Un giorno mi sono detto: ma che cazzo! E ho smesso. Invecchiando si capisce cosa fa star bene e cosa fa star male. Ho appena sostituito la “cassetta” della bici da trekking, che dopo 17 anni aveva i cuscinetti a sfera esausti, e questo mi fa star bene. La bicicletta mi ha salvato la vita in più di una situazione.

  61. Scrivo da una posizione di totale sgomento. Sarà che, come scrivevo a commento del post sul “Ritrovarsi”, questa situazione sta pesando moltissimo sulla mia psiche, sarà che mi sta facendo vivere una lancinante frattura tra il sentirmi profondamente individualista e profondamente desideroso di contribuire ad un movimento come mai mi era successo prima… non nascondo che le immagini di ieri mi hanno mosso alle lacrime. Certamente questo momento sta mettendo sotto pressione la salute mentale ed emotiva.

    Ogni cuore o faccina “ahahah” alle notizie di Repubblica e Open su Trieste è stata una pugnalata.

    Grazie a tutt* per i resoconti da Trieste. Non so come evolverà la movimentazione di Trieste, non ho esperienza e conoscenza di queste dinamiche, qualcun* può fare ipotesi realistiche nel medio periodo? Certamente farà un salto a Trieste nelle prossime settimane per vedere con i miei occhi.

    Ieri parlavo con un’amica. Discutevamo dell’aspetto davvero trasversale e caotico del movimento, come molti qui hanno già esposto magistralmente. Da destra a sinistra, dall’ecologismo all’antivaccinismo ecc… Ci sono anche realtà cristiane “rivoluzionarie” che si stanno battendo con una lucida e una forza inaspettate, non solo contro il g.p. ma criticando il sistema neoliberale! Ho scoperto il filosofo cristiano Marco Guzzi e devo dire che non si sta risparmiando da questo punto di vista.

    Ecco, ieri, a proposito di questo la mia amica si domandava invece il perché di due rumorose assenze: quella dei movimenti femministi e quella della comunità LGBTQI+. In effetti non mi risulta ci siano realtà da questi mondi che hanno scelto di partecipare alle proteste… o sbaglio?

    Aggiungo una mia impressione: dopo la giornata di ieri ho notato, nei gruppi Fb di stampo culturale/filosofico che frequento, molto numerosi e spesso fondati da realtà filosofiche famose e autorevole, non si sia accennato per nulla a quello che è accaduto a Trieste o, se li si è fatto, solo in modi che non entravano davvero nel drammatico di questi avvenimenti.
    Ecco, le motivazioni sono state più o meno le stesse: non parliamo di quello che sta accadendo per non estremizzare maggiormente le polarizzazioni. Mi chiedo: ma a questo punto è davvero un modus operandi valido e sensato dalle “comunità” che vogliono portare il pensiero critico tra le persone? Io questo equilibrismo ecumenico non riesco più a giustificarlo e comprenderlo.

  62. scusami @albolivieri, ma non capisco bene una cosa: perché i compagni stanno disertando le piazze triestine più in vista di queste ultime 48h? Io le sto seguendo parecchio in live su localteam, quindi vedo più o meno la composizione delle prime linee, ascolto i discorsi che si fanno al megafono, guardo se ci sono bandiere e sento che cori vengono intonati, e l’impressione che me ne sono fatto non è quella di una particolare somiglianza con le mobilitazioni di altre città, piene zeppe di novax, fasci, patrioti e quant’altro. Somigliano molto di più alla parte inerme dei cortei di vent’anni fa a genova. Magari c’è meno consapevolezza politica, meno capacità di dribblare toni e parole d’ordine a cui la sinistra è comprensibilmente allergica, ma dal mio punto di vista niente che dovrebbe portare un compagno a disertare.

    • Hai ragione, e ti ringrazio per far emergere un dato che per i compagni e le compagne era evidente nei giorni scorsi, ma che tra i gas e gli idranti e i ribaltamenti di senso dei media nazionali, ieri si è un po’ perso, come il fatto che gli attestati di solidarietà da chi comunque dovrebbe interpretare d’istinto il significato degli scontri di ieri siano stati ancora troppo pochi. Per paradosso lo fa meglio Il Fatto Quotidiano col titolo di oggi: «Trieste, tornano manganelli e idranti. I fascisti li scortano, i no pass li caricano».
      In realtà gli stessi compagni mi dicono di essere di nuovo in piazza anche stamani, in uno scenario intossicato da quanto successo ieri e da quanto descrivevo più su, ma comunque tuttora in evoluzione, come dicevo.
      Il Coordinamento cittadino NoGreenpass si riunisce oggi e si stanno rincorrendo le riunioni.

      • E finalmente è arrivato il momento di dire due cose su Puzzer e il Clpt. Il personalismo di Puzzer ha fatto telare anche molti portuali delle centinaia presenti da principio, ma è tutta gente che continua ad avere un problema concreto riguardo alla possibilità di lavorare. E ora anche un nuovo problema di rappresentanza perché nel Clpt volano stracci. Va però segnalato – e certi vecchi esperti del movimento operaio e di quello portuale triestino in particolare lo sanno bene, ma ora non lo dicono più – che Clpt nasce più o meno con l’arrivo di Zeno D’Agostino alla presidenza del porto, e i miglioramenti delle condizioni di lavoro degli ultimi anni sono stati il frutto del lavoro dialettico ma collaborativo proprio tra D’Agostino e il Clpt di Puzzer e Sandi Volk (e sarebbe molto interessante sapere cosa pensa davvero in questo momento questo storico antifascista, che però tace).
        In sostanza: D’Agostino arriva e fa una vera rivoluzione nei complessi meccanismi del porto di Trieste, soprattutto migliorando la parte ferroviaria retroportuale e ridimensionando certe storiche rendite di posizione del padronato. Analogamente per farlo – l’Autorità è un ente di mediazione tra capitale e lavoro – ha bisogno di una controparte sindacale non collusa con i vecchi meccanismi – fino a qualche anno fa in porto era maggioritaria la Cisl. Il Clpt ha svolto questa funzione. Per questo fin dall’inizio mi girano i coglioni per il fatto che qua si indica la luna del complesso mondo del lavoro portuale, e troppi invece guardano il dito Stefano Puzzer.
        Quest’ultimo ora ha deciso di farsi sequestrare dal coordinamento antivaccinista ContiamoCi, con cui è salito in Prefettura ieri e oggi annuncia la fondazione di un nuovo coordinamento chiamato «15 ottobre». Ma al di là di questo passaggio, che sancisce ufficialmente la rottura, credo non vada dimenticato che il Clpt aveva impresso una svolta decisiva alla mobilitazione rinunciando alla vittoria parziale dei tamponi gratuiti per i portuali per chiedere che fossero previsti per tutti (e negare che non fosse solidarietà di classe questa è davvero miope, soprattutto per chi qua sa che i portuali la esprimevano sinceramente).
        Credo che così si capisca meglio che questa vicenda non poteva essere letta aprioristicamente, valutando le singole persone e nemmeno i singoli fatti, ma richiedeva, e richiede ancora di più ora, nervi saldi e letture ampie.

  63. Segnaliamo:

    Sottrarre alle destre la protesta contro il gp

    di Guido Viale

    https://comune-info.net/sottrarre-alle-destre-la-protesta-contro-il-gp/

    • Dell’articolo, trovo molto interessante la descrizione delle «molte altre ragioni di quel rifiuto [del vaccino]»
      Mi interessano tutti e tre i punti, ma il terzo in particolare che parla delle culture che autoproducono il cibo e fanno ricorso a pratiche mediche “alternative” che «non vanno irrise né sottovalutate» perché al loro interno sviluppano forme di solidarietà mutualistica, lo segnalo perché mi sembra in assonanza con ciò con cui simpatizzo io e altri colleghi che so finora aver rifiutato il vaccino. C’è anche un rimando al tema del mutualismo e reciproco aiuto di alcuni giorni fa.
      Questo per dire che fra queste motivazioni c’è molto poco dell’individualismo borghese e della destra. Quindi è ancora più un peccato capitale se chi manifesta con queste ragioni viene lasciato in balia delle destre e degli imbonitori perché la sinistra è troppo snob per farsene carico e per accettarne alcuni punti di vista, per rischiare di “mischiarsi” e di sporcarsi con la “marmaglia” (Marmaglia? In ambito regionale il termine ha un’accezione estremamente negativa).
      Se masse così imponenti di persone vengono lasciate non solo senza rappresentanza politica (vedasi astensionismo) ma anche denigrate e schifate da quelli con cui più dovrebbero ritrovarsi in una qualche forma di critica al sistema, che invece dovrebbero prenderle per mano e portarle su una strada condivisa, non stupiamoci se si lasciano sedurre da avvoltoi e approfittatori vari in cerca della loro visibilità.

  64. Segnaliamo:

    Cronostasi | Il dito e la luna

    «Dal canto mio, cerco di ascoltare, laddove possibile, le origini di questo malessere. Individuarle, comprenderle, senza criminalizzare né richiamarsi a obblighi morali, almeno non subito. Togliere la mentalità da demistificatore che spesso, purtroppo, punta ai fatti e trascura i contesti di riferimento; comprendere la rabbia, incanalarla in qualcosa di costruttivo, senza cedere al gusto dell’insulto, della classificazione in “noi e loro”. Non vedo altre soluzioni, ora, per evitare questo conformismo borghese che vuole tutti perdonati chi salta sul carro dei vincitori.

    Finché si cercherà di mettere sotto il tappeto queste idiosincrasie con la scusa del voler uscire prima da una situazione orribile, questi problemi torneranno ancora, e ancora, e ancora. Non basta delucidare sulla mentalità scientifica: occorre prendersi qualche responsabilità in più. E non ci sarà obbligo morale che tenga, di fronte ai continui sberleffi da parte di “chi sa”. Oggi tocca a chi non si vaccina. Domani… solo il futuro lo sa.»

    • Grazie mille per la vostra segnalazione. Seguo il vostro blog da poco, ho acquistato “La Q di Qomplotto” ed ero presente quando avevate tentato la strada di Mastodon. Il capitolo di Mariano Tomatis è stato illuminante e liberatorio, non potendo/sapendo quanto potessi citare dall’opera di Wu Ming 1 ho preferito collegare il post su mark/smart/smark.

      Ho letto l’articolo di Riotta e, a essere sinceri, ho sghignazzato. Ho pensato subito a quando aveva scritto boiate sull’allunaggio. Si tratta comunque di un attacco pesante, a titolo personale lo annovero tra le forme propagandistiche, visto e considerato che è un contenuto riservato ai soli abbonati. Anche se sappiamo bene che agli abbonati di Repubblica non interessa davvero sapere, ma solo l’arroganza di aver conosciuto.

      Avete il mio sostegno.

      • Grazie a te, ovviamente puoi citare dal libro come e quanto ti pare giusto :-)

      • (1/2)
        Complimenti per l’articolo cronomaestro. Approfitto della tua presenza anche qui su Giap per sollevare un piccolo dubbio, un dubbio che sono certo farà arricciare il naso a non pochi lettori/commentatori/scrittori di questo blog Riottoso.
        Condivido in pieno l’osservazione sulle mancanze di varia natura di chi, al governo e al timone dei media, questo genere di fenomeni si trova a dover amministrare. In particolare:
        1) errata/manchevole comunicazione riguardo ai vaccini e alle misure sanitarie in generale
        2) politiche passate e presenti tutte nel solco del rapporto malato col capitale e il sistema produttivo (in questo caso sanitario)
        3) spinta dall’alto in basso di concetti assoluti buoni soltanto a creare spaccature
        4) una diffusa cialtroneria che ha spesso cercato veli pietosi con la caccia al capro espiatorio
        Non vado avanti ad elencare perché, in sintesi, sono tutti temi spesso ripetuti qui e in altre sedi, come d’altronde anche ne “Il dito e la luna” che, infatti, si riallaccia al discorso della Q di Qomplotto e dei nuclei di verità.

        • (2/2)
          Spesso queste osservazioni concludono che bisogna rispettare coloro i quali, sulla scorta di tutti i punti sopracitati, non si fidano di quello che gli propina l’autorità costituita su questi temi e, usando una buona dose di ignoranza, adornano questo loro malessere con teorie anche molto deliranti, abbandonandosi alla fantasia di complotto, alla delusion.
          Questi qui sopra costituiscono, insieme ad altri in un ampio range di “tipi”, la grande massa che il vaccino non vuole sapere di inocularselo. Ora vorrei estendere tutti i ragionamenti fatti fino ad ora, che sia chiaro condivido, con la riflessione che segue.
          Io credo che al netto di tutto, anche disadornando completamente la grande massa dei non-mi-vaccino di tutte le fantasie, i pappalardi e i fusari, arrivando anche, per assurdo, a lavare via la sfiducia causata dai punti descritti sopra, resti un sasso difficile da lucidare.
          E’ quel sasso che, in parole complottiste, potremmo definire con “io non ho nessuna intenzione di farmi inoculare un siero genico sperimentale”. Ha a che fare, spesso esclusivamente, con _questi_ vaccini, specie quelli a mRna e si tratta, soprattutto, di un timore “sul lungo periodo”.
          Personalmente non sono dell’opinione che sia una paura del tutto fondata, ma neanche che si tratti esclusivamente “dell’ignoranza che strilla”.
          Concludo osservando che sarà solo la Storia a darci gli strumenti per un’impostazione di largo abbraccio riguardo a questi mesi neri e che sarebbe bene lasciare dentro di noi un piccolo spazio al dubbio, una porticina aperta a chi ha “timori sul lungo periodo” e/o esitazioni riguardo _questi_ vaccini.
          Con questo approccio avremmo a disposizione, oltretutto, un utile grimaldello per “intavolare una discussione” perfino col no-vax più delirante, concedendo da subito qualcosa al suo argomento e non trattandolo come un pargolo, sebbene da non coartare, da educare.

          • Salve, sono uno di quelli che arricciano il naso.

            Sia chiaro che io rispetto umanamente anche i miei colleghi che guardano in cielo e mimano uno sparo col fucile se vedono un aereo.

            Detto questo, senza polemica, l’espressione “siero genico sperimentale” non si può sentire.

            L’mRNA contenuto nei vaccini viene trascritto nella proteina Spike e poi si degrada in qualche ora. Fine. Non interagisce in alcun modo col genoma umano. Avrebbe più senso – per quanto molto poco in assoluto – non fidarsi della proteina Spike che eventualmente dovesse andare in circolo (in concentrazioni però migliaia di volte inferiori a quelle ritenute potenzialmente dannose).

            Siero poi è la parola che usa chi non lo vuole chiamare vaccino. Ma il fatto che non dia immunità sterilizzante non è affatto un unicum nel campo dei vaccini.

            Infine, sul fatto che tecnicamente sia ancora in corso una sperimentazione, si può anche discutere. Ma questa sperimentazione credo abbia fornito più dati di qualunque altra nella storia dei farmaci, con miliardi di dosi somministrate. Se uno comunque ancora non si fida, amen. Ma è un eccesso di prudenza con un carico di bias enorme. In primis perché gli effetti sconosciuti dell’infezione dovrebbero pesare allo stesso modo.

            • Ciao Isver sono un tuo avido lettore, sei un grande :-). Proprio a te pensavo quando ho scritto che qualcuno avrebbe arricciato il naso. Non era mia intenzione entrare nel tecnico stretto.
              In buona sostanza tu dici “no, non voglio lasciare niente sul tavolo del possibile, specie sul tavolo delle discussioni specifiche ai vaccini” e ci sta, ci sta tutto.
              Siero e compagnia briscola sono espressioni che anche a me suscitano ilarità, ma proprio per questo le ho usate: per farle stridere.
              Il mio presupposto è che il rispetto umano non basta per creare coscienza, bisogna _dare_ un po’. E’ deleterio, dal punto di vista dell’efficacia, trattare le persone come lemmings ora da coercidere, ora da (ri)educare, è una partita persa in partenza.
              Probabilmente mi sono un po’ incartato nei commenti sopra, ma la mia intenzione era provare a iniziare un approccio che da una parte lasciasse aperto il campo del possibile (in generale credo sia un esercizio che dovremmo fare più spesso specie di sti tempi) e dall’altra potesse fornire terreno comune nell’ottica di riallacciare dialoghi che si sono ben slacciati da mesi.

              • Per lavoro ho a che fare tutti i giorni con la questione vaccino. La mia esperienza (statisticamente insignificante, ne sono consapevole) è che c’è una quota di persone che non si farebbero vaccinare nemmeno dentro una stanza della Lubjanka. E non per paura ma per principio (non mi faccio iniettare una cosa che lo Stato vuole iniettarmi, fosse pure soluzione fisiologica). Credo sia perfettamente inutile “rincorrere” queste persone. Hanno fatto una scelta legittima, che il più delle volte è circoscritta alla sfera strettamente personale, e bon, la vita è anche questo. Incaponirsi a far loro cambiare idea, intestardirsi in spiegazioni scientifiche, inoltrarsi in indagini sociologiche, può essere intrigante per alcuni, ma non porterebbe a risultati granché interessanti secondo me.

                • Ma scusate, io sinceramente non c’è la faccio più a continuare a leggere cose su questa falsa riga di si/no vax, anche in Giap, alla fine finiamo per riportare tutto nelle discussioni social o televisive dividendo tutto in due categorie come tifosi da stadio perpetuando al nostro stesso interno quelle logiche che già Horkheimer ed Adorno descrivevano bene nella dialettica dell’illuminismo, ci basti citare questo per alludere a tanti altri testi sulla critica del pensiero Mass mediatico.

                  Qui, secondo me, potremmo forse dire che la produzione ad oggi del vaccino anti Sars COV 2 ha un pesante collo di bottiglia: la sua produzione.
                  Che lo dovremmo usare e centillinare per i casi e la popolazione a rischio.
                  Che nel nostro paese si è più o meno forzato o indotto a vaccinare tutti dai 12 anni in su, e che molti vaccini potevano andare a coprire altre fasce di popolazione a rischio in altri paesi.
                  Che l’accaparramento di ingenti scorte, per fare fronte ad ingenti quantitativi di inoculazione ha fatto sì che enormi quantità di vaccino venissero gettate.
                  Che da due anni a questa parte si stanno sviluppando studi sulle cure in miriadi di angolazioni verso questa malattia.
                  Che dobbiamo ricominciare semmai a porre il tema della collettivizzazione di questi farmaci e vaccini, libero accesso, sanità pubblica.

                  Se no mimiamo Burioni e lui sa fare molto meglio la sua parte.
                  I compagni che sono “contro i vaccini” non sono “contro i vacci i” ma sono contro “questa gestione statalista ed aziendalista dei vaccini”.
                  Hanno le loro ragioni.
                  Detto questo, chiunque si voglia vaccinare, o ritiene sia importante per la sua salute, o per sua scelta, è liberissimo di farlo, e nessuno, visto l’emergenza in atto, credo si sognerà mai di chiedergliene conto.

                  • “Hanno le loro ragioni.”

                    Esatto. Per me, a questo punto, è tutto quello che c’è da dire.

                    Forse qualcuno degli ultimi esitanti si convincerà quando arriveranno i vaccini tradizionali. Chi perché effettivamente teme quelli a mRNA, chi perché umanamente ha investito troppo nella resistenza alla vaccinazione e con quelli può salvare la dignità, oltre eventualmente alla pelle. Il resto va lasciato in pace e basta.

                    Però, insomma, se si entra nel merito delle ragioni, tocca ribadire che il campo del possibile è già fin troppo aperto per fare a meno anche di quelle poche informazioni utili di cui disponiamo. Massimo rispetto per gli unicorni, finché restano nel campo dell’immaginabile.

                  • x Lana_HK:
                    1) Non era mia intenzione burionizzare la discussione, al contrario volevo cercare uno spiraglio per fondere anche se solo su un fazzoletto le due tifoserie.
                    2) Il rapporto malato tra capitale e sanità lo condivido in pieno e lo considero stra-prioritario, altrimenti non ci staremmo scrivendo qui su Giap. Aggiungo pure che è un argomento molto ben trattato in altri commenti e post sia per quantità che per qualità; io proponevo un altro tentativo di riflessione se vogliamo a “tempo perso”.

                    X Isver, Marcello07 e Lana_HK:
                    dite a gran voce “no non ci frega un cazzo”. Tre voci tutte e tre contrarie – l’argomento non decolla. Meglio se mi vado a coricare va :-)

            • Buongiorno Isver, tutto vero e condivisibile, dico solo che pur dovendo pesare, spesso accade che si vedano gli effetti sconosciuti dell’infezione come un rischio accettabile di fronte al timore di continuare a essere o prendere parte a un sistema che, in primis, non tutela loro (chi non vuole vaccinarsi). È un gesto egoistico, al netto del giudizio morale che ne consegue, in forma pura e schietta; è però anche un sintomo di quanto di sbagliato ci sia stato nella comunicazione, o meglio nell’impostazione di un obbligo morale condiviso.

              Per il resto condivido la frustrazione e la capisco.

              • Sono d’accordo su tutto. Ho anche smesso di usare le screditatissime categorie di egoismo e affini, perché mi sembrano veramente sterili.

                Il mio punto è semplicemente che non esiste – e non serve – una soglia di legittimità di una ragione soggettiva, oltre la quale la si possa considerare oggettiva. Un conto sono i limiti epistemologici, un altro è l’arbitrio.

                Per me chi non si vuole vaccinare, come ho detto, ha le sue ragioni. E a questo punto tanto basta.

                Apro parentesi sulla complessità, per spiegare il riferimento un po’ fumoso alla perdita della dignità del commento sopra.

                Conosco scoppiati e conosco persone che sono a disagio per il fatto di essere accomunate agli scoppiati, ma non si vaccinano lo stesso perché hanno motivazioni contrarie più forti. Poi conosco persone che di motivazioni contrarie più forti secondo me non ne hanno, ma non si vaccinano lo stesso perché in tutto questo tempo hanno difeso la propria scelta arrivando a litigare con tutti, e adesso tutti li aspettano al varco. Potrei sbagliare, ma questa è la mia impressione.

          • Buongiorno Fabio, grazie!
            Per quanto mi riguarda, sì: esiste di sicuro una via di mezzo fra la delusion e la realtà acclarata. Essendo un ex demistificatore e avendo visto la mia buona quantità di affermazioni pseudo-scientifiche e paranormali, vorrei però dire che in quel “mi rifiuto di somministrarmi un qualcosa di sperimentale” sarà una frase che trascenderà sempre anche di fronte a ciò che la Storia suggerisce, se si considera la sua fumosità e vaghezza naturali. Quello che intendo dire è che, per cominciare, va cambiato l’ambiente che può portare a tale falsificazione. Prima togliamo anche solo l’ombra del capitale, più ingerenze di un Vaticano qualunque, dal mondo scientifico, meglio sarà per tutti. Dai tempi di Jenner le paure sul vaccino sono cambiate mantenendo il passo anche con governi e loro influenze.

            Sarebbe da pensarci in merito, e io posso già cominciare a farlo. Il primo atto però parte dalla raccolta delle affermazioni. Il secondo atto è, com’è ovvio, evitare butacchismi o puentismi, ovvero involuzioni ulteriori del burionismo esasperato. Va accolta la paura quanto va accolto il rischio di non riuscire a convincere il 100% della popolazione.

            • Ciao Cronomaestro, parto dal tuo pregevole articolo per condividere una esperienza personale, che forse potrà aiutare a comprendere le ragioni che hanno spinto molte persone verso uno scetticismo radicale. Io mi sono vaccinato senza neppure pormi il problema di eventuali controindicazioni, la mia compagna si è vaccinata, mia madre e praticamente tutti quelli che conoscono si sono vaccinati. Poi siamo arrivati ai miei bambini tre bambini di 12, 9 e 4 anni. Ho provato per un paio di mesi a comprendere se i rischi della vaccinazione fossero superiori ai benefici. Non ci sono riuscito. Ho trovato scritto tutto e il contrario di tutto. Alla fine, mio figlio di 12 anni – cui il GP rischiava letteralmente di confiscare la vita, anche sociale – ha deciso di vaccinarsi. Esattamente una settimana dopo, molti Paesi scandinavi hanno deciso di vietare la somministrazione a chi ha meno di 30 anni proprio a partire da una analisi rischi/benefici (miocarditi etc.). Ora, io mio chiedo come un genitore ragionevole possa, in questa situazione, peraltro caratterizzata da assoluta assenza di trasparenza, sviluppare un sentimento diverso da una totale diffidenza verso i vaccini e da una profonda repulsione verso strumenti coercitivi quali il GP (che ironicamente viene degradato a nudge). Adesso, la Pfizer ha chiesto l’approvazione del vaccino anche per i bambini da 5-11 anni. Quindi, dopo la mla prima esperienza, mi dovrei prendere la responsabilità di vaccinare, sostanzialmente al buio, gli altri miei due bambini, con il rischio di scoprire tra qualche mese che forse ho sbagliato. Ti assicuro che molte persone (vaccinate) si sono, come me, radicalizzate quando il problema vaccini e GP ha toccato i bambini.

              • Ciao, il punto che sollevi è molto importante.

                La credibilità di istituzioni politiche e anche mediche che spingono con ogni forza e senza nessuna titubanza o riflessione nemmeno “di facciata” verso la vaccinazione ai minori (e presto temo anche alla fascia 5-11) addirittura imponendo restrizioni che limitano l’accesso allo sport e alla socialità dei ragazzi, mentre in altri stati le vaccinazioni vengono sconsigliate o lasciate alla libera scelta dei genitori con i dovuti disclaimer è veramente ai livelli più bassi.

                Su questo argomento comunque (5-11), molti genitori della mia cerchia personale, “covid-ortodossi”, doppiovaccinati e greenpassati, sarebbero decisamente contrari anche se forse poi per quieto vivere si adeguerebbero.

                Personalmente immagino già problemi familiari nel merito, visto che il nostro pediatra è un vaccinatore indefesso e che anche sul tema vaccini Covid ha già detto a mia moglie che “non vede l’ora che arrivino le autorizzazioni” per vaccinare i minori di 12.
                Cosa su cui ovviamente abbiamo già dovuto discutere, visto che su tutti gli altri vaccini io ero stato favorevole e anzi entusiasta, e adesso mia moglie mi chiede:
                “ma come mai sei diventato ‘no-vax’?”

              • Io mi scuso perché sembra un’ossessione ma ogni tanto va ricordato che i rischi di cui si parla rimangono – per fortuna – estremamente bassi. Il nascondere (travisare, non considerare, non conoscere) le “probabilità” e porre l’accento sempre e solo sulla “possibilità” è stato il principale grimaldello – secondo me – su cui si è potuto impostare tutta la campagna terroristica. Non ripeto le cose che da 20 mesi si dicono qui, dalla società “preparata” al terrore alla comlplicità/accordo dei mass media; dall’ingenuità di molti scienziati alla perdita del senso critico ecc. ma appunto evitare sempre di presentare la naturale reale del “rischio” è stato fondamentale. Fra l’altro ha permesso anche di far virare sull’epiteto “riduzionista” una volta reso inservibile quello “negazionista” che ormai si riserva solo agli oltranzisti no-vax, almeno quello.
                Allo stesso modo bisogna dire però che i rischi connessi alla somministrazione del vaccino ai bambini sono – per fortuna – bassissimi. I pronunciamenti per evitarne la somministrazione sono cosa santa e giusta perché anche un bambino morto o con effetti collaterali è un crimine, con questi dati, sia chiaro. Però serve essere molto sfortunati per incappare in una cosa del genere. Lo dico solo per cercare di togleire un po’ di angoscia davanti a queste scelte, posizione fra l’altro in cui mi trovo anch’io

                • Mr Skimpole, robydoc e Cugino di Alf, grazie per i vostri commenti e complimenti. Il vostro interesse nei confronti di quello che è un piccolo blog senza pretese, nato più per raccogliere i miei pensieri che altro, mi rincuora non poco e ripaga dello sforzo personale fatto per mettere ordine a quel turbine che ho in testa.

                  Sto lavorando a un supplemento al pezzo, anche in base alle critiche e alle successive esperienze post-pubblicazione. Vi dispiace se prendo parte dei vostri commenti? Servono per dare un’idea migliore di quanto ho voluto dire, esulando anche dalla solita divisione pro-con, e per reiterare la necessità di un post-debunking, se possibile.

                  • Ciao, per quel che mi riguarda prendi pure i commenti :)
                    Ne approfitto, però, per fare una considerazione che è anche soprattutto una richiesta di chiarimento a te e chi si occupa di questa cosa:
                    l’esempio che citi del debunking e del “gioco di prestigio” di Mariano Tomatis(di cui mi scuso ma non ho letto nulla, ho solo sentito parlare del suo lavoro qui e da WM1) secondo me ha senso solo se applicato nel “verso” di “capire” le ragioni del complottista o di una persona che ad esempio non si fida dei vaccini.

                    Quindi il “prestigiatore” che fa il numero se vogliamo è proprio il “complottista” e io da spettatore debunker non mi fermo all’apparenza del “trucchetto” svelato (gli errori metodologici, le false notizie, i riferimenti sballati e le fallacie logiche) ma riesco a “fruire” dello spettacolo senza “guardare” al trucco ma cogliendo la “magia” dei nuclei di verità che lo spettacolo del complottista mi rivela (la sfiducia nei rapporti di produzione capitalistici dietro l’industria della salute, etc.).

                    Tutta la storia secondo me assume un significato ben diverso se coniugata al contrario, nell’altro verso, e cioè:
                    il trucco di magia lo faccio io debunker, ed invece di dare semplicemente del cretino o dell’ignorante al complottista come fa il debunker classico, lo coinvolgo nella magia del mio spettacolo, dove mantenendo l’alone magico delle sue ragioni (i suoi nuclei di verità?) lo porto comunque a vedere “i trucchi” (le sue fallacie?) arrivando alla fine a fargli dare ragione “alla scienza” senza dargli del cretino? (lo spiego male perché probabilmente l’ho capito male, per questo dico che è anche una richiesta di chiarimento).
                    Ecco, a me questa impostazione non piace [forse perché sono complottista e non voglio che mi rompano il giochino mentale? :-) ] perché trovo che a seconda di chi è ad applicare questo debunking e dei relativi fini si possa finire per “dare ragione” allo status quo.

                    Cioè se, nel dibattito che citi tu con la no vax, alla fine del debunking la si convince a vaccinarsi (cosa buona) ma dando ragione in quel contesto a chi è pro green pass, abbiamo fatto un buon servizio?
                    Se tolgono il GP solo perché si raggiunge il 100%, è bene? Ok, è bene perché non c’è più il GP, ma non perché era illegittimo, solo perché (a loro) non serve più.
                    (scusate il caos)

                  • «il trucco di magia lo faccio io debunker, ed invece di dare semplicemente del cretino o dell’ignorante al complottista come fa il debunker classico, lo coinvolgo nella magia del mio spettacolo, dove mantenendo l’alone magico delle sue ragioni (i suoi nuclei di verità?) lo porto comunque a vedere “i trucchi” (le sue fallacie?) arrivando alla fine a fargli dare ragione “alla scienza” senza dargli del cretino?»

                    No, la sfida è mantenere insieme incanto, nuclei di verità e stimoli all’intelligenza critica e alla partecipazione. Dovremmo dunque raccontare ogni volta una storia che:
                    1) sia più interessante e “divertente” della fantasia di complotto che vogliamo contrastare;
                    2) al tempo stesso risalga ai nuclei di verità di quella fantasia, ma mostrando come questa li ha pervertiti;
                    3) “mostri la sutura”, cioè fornisca a chi ascolta/interloquisce gli strumenti per capire cosa stiamo facendo, i “trucchi” che stiamo usando.

                    L’esempio di alcuni numeri di Penn & Teller è più eloquente di qualunque descrizione. Ad esempio qui, quello che si vede nella seconda parte è più interessante e divertente di quello che si è visto nella prima, perché l’esibizione della “sutura” non rompe l’incanto bensì lo aumenta. Solo che non c’è più solo l’incanto: c’è anche la critica, ci sono elementi di una pedagogia del guardare con attenzione ecc.

                  • Ciao cronomaestro, per me puoi utilizzare il commento. Visto che devo raggiungere un numero minimo di caratteri, ne approfitto per citare un altro problema che a me sembra serio e che sta ulteriormente alimentando la mia insofferenza verso ciò che accade da un anno e mezzo. Mio figlio iscritto in terza media – che sta sempre più frequentemente riflettendo sul tema con i compagni di classe – mi ha chiesto un paio di settimane fa come mai lui deve indossare la mascherina in classe e gli studenti di altri Paesi no. Non ho, al di là di vaghe indicazioni, saputo rispondere neppure a questa domanda in quanto – ad oggi – non sono riuscito ancora a comprendere se le mascherine sono effettivamente utili a contenere i contagi in classe o se si tratta di misura destinata a mantenere alta l’attenzione delle persone. Mi piacerebbe leggere un qualche studio nel quale è stato coinvolto un qualche gruppo di controllo, ma non sono riuscito a trovare niente. Tra l’altro, mi sembra incredibile la mancata fissazione – ad oggi – dei presupposti in presenza dei quali sarà prorogato lo stato di emergenza ed eliminate tutte le misure restrittive.

                  • Grazie WM1!
                    «1) sia più interessante e “divertente” della fantasia di complotto che vogliamo contrastare;
                    2) al tempo stesso risalga ai nuclei di verità di quella fantasia, ma mostrando come questa li ha pervertiti;»

                    quello che volevo dire però è che bisogna vedere il “gioco di chi” stiamo facendo e in che posizione si trova il “debunker illuminato” nel “gioco” delle parti.
                    Se ad esempio si trova in una posizione terza, di equilibrio in cui riesce a tenere insieme tutti gli aspetti, oppure si schiera “col sistema” (dal punto di vista del complottista ma a volte anche in senso assoluto) al fine di contrastare la fantasia di complotto (ma contemporaneamente “contro” il sistema visto che le fantasie di complotto sono “utili” al sistema(parte 1) oppure ancora (parte 2) si schiera “col complottista” ma solo al fine di raccogliere e risalire i nuclei di verità correggendone la perversione.

                    • Non parlerei di «debunker illuminato» perché di solito è il debunker oscurantista a credersi illuminato :-)
                      Il «gioco» che stiamo facendo a monte, trattandosi di un “noi” che condivide la necessità di lottare contro il capitalismo, è ancora una volta partire dal «biconcettualismo» della persona che abbiamo di fronte. Biconcettualismo, nel senso che qualcosa la accomuna a noi (l’idea che il sistema faccia schifo, che le narrazioni dominanti siano truffaldine, che esistano privilegi ecc.) e qualcos’altro la separa da noi (le pseudospiegazioni che si dà, le conclusioni reazionarie a cui giunge partendo da quelle premesse, i capri espiatori con cui se la prende ecc.). Dobbiamo trovare il modo di parlare all’intersezione tra lei e noi, alla “metà” del suo modo di pensare che abbiamo in comune. Da qui deriva tutto il resto. È come il Tai Chi Chuan: le “forme”, le sequenze di movimenti lunghe e complesse riesci a farle solo se è giusta la postura iniziale.

  65. Su “la repubblica”:

    Ingressi separati e lavoro in deposito: azienda spedisce dipendenti non vaccinati ma con Green Pass tra rottami ed escrementi
    “La presente per ricordare ai Sigg. Dipendenti che l’accesso nella sede di Via XXXXX è consentito solo con il Green Pass da vaccino in corso di validità. Pertanto i lavoratori non provvisti di tale certificazione potranno accedere alla sede ubicata in Via YYYYY presentando Green Pass da tampone in corso di validità”. Questa la comunicazione ufficiale di un’azienda del nord Italia, in Lombardia, con la quale, dopo dell’introduzione dell’obbligo di Green Pass, costringe i dipendenti non vaccinati, anche se con certificato verde da tampone, a lavorare non nei soliti uffici o nelle proprie aree di lavoro, ma in un distaccamento dell’edificio principale: un deposito di materiale industriale, rottami con scrivanie improvvisate ed escrementi di animali.

    https://archive.md/bnRjp

    • Questo, ovviamente, sempre perché i padroni hanno a cuore la nostra sicurezza, mentre chi protesta contro il green pass obbligatorio per lavorare, no.

      In caso di infortunio in uno di quei tuguri, mi aspetto l’insurrezione di tutta la sinistra italiana contro l’INAIL, qualora anche per i no-vax fosse ancora previsto l’indennizzo*. Per l’occasione mi aspetto anche sia presa in prestito la balla dell’istituto creato da Mussolini, in modo da tagliar fuori la coscienza con un sano riflesso pavloviano.

      ___
      *Qualcuno starà già sicuramente pensando di parametrarlo alla “cultura della sicurezza” del lavoratore.

    • Tra l’altro, questa spregevole misura presuppone la conoscenza, da parte del padrone, dello status vaccinale dei dipendenti, visto che tale informazione non è evincibile dal GP.
      Questo in aperto contrasto con quanto stabilito dal garante per la privacy:
      “ il datore di lavoro non può acquisire, neanche con il consenso del dipendente o tramite il medico compente, i nominativi del personale vaccinato o la copia delle certificazioni vaccinali. Ciò non è consentito dalla disciplina in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro né dalle disposizioni sull’emergenza sanitaria. Il consenso del dipendente non può costituire, in questi casi, una condizione di liceità del trattamento dei dati”.
      https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9543615

      • E’ il segreto di Pulcinella. Tra lavoratori si parla e tra i lavoratori non mancano certo le spie.

        Poi ci sono altri mezzi. Per dire, mesi fa, mi pare a fine primavera, in fabbrica da me è comparsa una comunicazione in cui si invitavano i dipendenti a consegnare copia del certificato vaccinale al medico aziendale, o via mail, o inserendo una copia cartacea nella pratica cassetta delle lettere a fianco dell’infermeria. Assicurazioni del caso relative alla privacy, ma nessun accenno alla non obbligatorietà. Tanti infatti pensavano fosse obbligatorio.

        Ora, io mi fido, ma dubito che a quella cassetta delle lettere abbia accesso solo il medico aziendale.

  66. Riceviamo via email un commento sulla vicenda di Trieste scritto dal compagno Gianni Cavallini, medico, già direttore del Dipartimento di prevenzione dell’Azienda per l’Assistenza Sanitaria n.2 del FVG (Bassa Friulana-Isontina). Ve lo proponiamo.

    __

    Una esperienza di massa quale quella che si è realizzata a Trieste nelle ultime settimane inevitabilmente contiene molteplici contraddizioni e ambiguità, ma a me appare evidente un tratto molto interessante: una pratica “comune” di messa in discussione del modello dominante di sanità pubblica.

    Durante tutta l’esperienza della pandemia, abbiamo assistito in Europa all’adozione di provvedimenti – accomunati dallo stato di emergenza – diversi nei vari Stati.

    Innanzitutto nell’utilizzo del vaccino: l’esempio più eclatante è la diversità di approccio tra UK e Italia, da una parte la vaccinazione di massa con una dose e la somministrazione della seconda solo a distanza di molti mesi; dall’altra la somministrazione delle due dosi con intervalli contenuti, anche se variabili nel tempo (da tre settimane a due mesi).

    Inoltre, le diversità di misure di distanziamento sociale: il lockdown completo, poi le riaperture di parziali attività (pensiamo ad esempio alle attività di parrucchiere, chiuse nei primi sei mesi e poi inserite in quelle essenziali), la colorazione delle regioni, ecc a fronte di Stati – tra tutti la Svezia – nei quali il distanziamento era affidato alla responsabilità individuale.

    Si potrebbe allungare la lista con innumerevoli altri esempi, ma già così abbiamo l’evidenza di provvedimenti statuali di sanità pubblica di così evidente contradditorietà e mutevolezza, da apparire non fondati sui quei criteri di scientificità tanto sbandierati.

    Ecco che in tal senso l’insorgenza di un movimento, fortemente ancorato alle realtà produttive, che contesta il provvedimento che impone il green pass per l’accesso ai luoghi di lavoro è secondo me l’espressione di una soggettività moltitudinaria che rompe gli equilibri della gestione statuale della pandemia proprio nell’anello che coniuga comando sociale e comando lungo le filiere della valorizzazione capitalistica.

    È una prima messa in critica delle disposizioni di sanità pubblica, di critica di massa e di classe alla pretesa neutralità, quindi scientificità, dei provvedimenti.

    Dove, infatti, troverebbero supporto scientifico questi provvedimenti?

    Perchè improvvisamente il luogo di lavoro diviene il “centro” dei provvedimenti di sanità pubblica?

    Una corretta valutazione dei rischi – che dovrebbe coinvolgere anche i lavoratori, portatori non solo di diritti, ma anche di diffuse competenze e saperi – di esposizione al contagio all’interno del luogo di lavoro dovrebbe fondarsi sulla individuazione, nella concreta organizzazione di quel singolo luogo di lavoro, della esposizione sulla base della frequenza dei contatti, della efficacia del ricambio d’aria, sulla correttezza delle misure di sanificazione, sull’adozione dei DPI individuati come necessari; se a queste misure si volesse anche aggiungere la verifica dello stato individuale di immunizzazione, questa sarebbe una azione di prevenzione a carico del datore di lavoro.

    In questo senso una lotta di massa per richiedere che i tamponi siano come costi a carico del datore di lavoro coglie in modo corretto la questione, ristabilendo come centrale la responsabilità imprenditoriale della sicurezza del lavoro.

    È suggestivo pensare che il Governo Draghi, nel momento stesso in cui dà avvio al Decreto sul GP, annunci in pompa magna con i leader della triplice sindacale una nuova stagione di controlli sulla sicurezza nel lavoro: è uno scambio? Il GP oggi in cambio di nuovi controlli in futuro?

    La novità è che settori di classe abbiano preso la parola su questo, smascherando cosa si intende per scientifico.

  67. Il commento del dr. Cavallini qui sopra mi ha ricordato una bella intervista all’astronauta Samantha Cristoforetti, comparsa sul Corriere intorno al 20 agosto se non sbaglio:

    https://www.corriere.it/sette/attualita/21_agosto_20/vita-un-astronauta-samantha-cristoforetti-comandante-mi-chiedo-che-cosa-posso-fare-io-la-squadra-66da4586-ff29-11eb-afac-f8935f82f718.shtml

    Alla domanda (penso inevitabile per chiunque, in questi ultimi mesi…) sulla sua posizione nei confronti del vaccino, la Cristoforetti, che per sua ammissione si è vaccinata presto, non si permette di consigliare ne’ di sconsigliare la vaccinazione, ma pone in rilievo la necessità di onestà intellettuale e di trasparenza nell’informare la popolazione, che a suo parere andrebbe non trattata in partenza come ignorante e in malafede, ma con fiducia. Soprattutto però mi sembra molto interessante la sua distinzione fra scienza vera e propria, insieme di conoscenze storiche e assodate, e ricerca, che ancora si fonda su dati in continuo aggiornamento. Si tratta di uno snodo fondamentale, perché è stato anche a causa della confusione (più o meno voluta) fra questi due piani che a poco a poco l’ostilità tra chi si vaccina e chi non lo fa è stata esasperata e strumentalizzata, con le conseguenze che vediamo e subiamo tutti da mesi.
    A osservare la terra da lontano, viene da pensare, le cose si vedono decisamente meglio che quaggiù, in mezzo…

  68. @Isver.
    Rispondo qui perché il riquadro per rispondere non compare sotto il suo intervento.
    Guardi, non so chi sia lei, ma dal mio punto di vista possiamo chiudere questa querelle.
    Che lei sia medico, farmacista, scienziato, non lo so.
    Qui su Giap è stato più volte ribadito di non addentrarsi in specifiche questioni mediche o farmaceutiche.
    mRna, dna trascrizione, proteina Spike, e via dicendo so benissimo cosa significhino.
    Così come so cosa siano la gnoseologia,l’ epistemologia, la filosofia della scienza.
    Così come lotta di classe, rivoluzione, sussunzione del lavoro -e della psiche, aggiungerei- al capitale.
    Ma potrei citarle anche il lavoro qui presente ed ammirabile di Stefania Consigliere e Cristina Zavaroni,
    “La cognizione del terrore. Ritrovarci tra noi, ritrovare la fiducia che l’Emergenza pandemica ha distrutto.”
    Qui a me personalmente basta la chiusa della mail di Gianni Cavallini: “La novità è che settori di classe abbiano preso la parola su questo, smascherando cosa si intende per scientifico.”

    Le ragioni per le quali, immagino, qui su Giap si chiede di non intervenire nel merito della scienza medica, è appunto evitare questo, il tifo da stadio per questa o quella medicina, per questo o quel vaccino, per queste posizioni bastano social e tivù, e fin dall’inizio per i primi e da ormai più di quindici anni per la seconda, ho scelto di farne a meno, scrivendo su un numero di blog selezionati sulla rete che si possono contare molto meno che sulle dita di una intera mano.
    Detto questo, “hanno le loro ragioni” sono quella che le ho brevemente ma credo esaustivamente descritto sopra.
    Ne vuole un altra? Vuole parlare della potenziale selezione generata da un vaccino di varianti resistenti?
    Che ha come potenziale risultato nelle società della dipendenza da vaccino come risoluzione della malattia? E conseguentemente dalle industrie farmaceutiche, e nella necessaria reiterazione dello stato di emergenza?
    Vuole parlare del potenziale rischio Ade?
    Non credo. Perché non è questo il luogo. Quindi ci facciamo bastare quella che le ho esplicitato sopra, che inoltre può essere considerata sufficiente.
    In quanto alla dignità non venga a giudicare la mia, che io non giudico la sua, e preferisco pensare a quella quotidianamente calpestata dei lavoratori nei loro posti di lavoro, anche prima ma ora a maggior ragione, con questo green pass.
    Non sono venuta quindi qui su Giap per farmi insultare, né direttamente, né metaforicamente.
    Gli unicorni li lascio sognare a lei stanotte. Io ho altre cose alle quali pensare.

    • L’animosità si è impadronita di questo scambio senza motivo. Una delle regole degli admin di Giap è che quando si arriva persino a darsi del Lei – che in rete non è quasi mai pronome di cortesia ma… pronome di inimicizia il cui uso noi scoraggiamo – è ora di intervenire.

      Il focus dell’intervento linkato – quello di Cronomaestro – non era su vaccinati sì, vaccinati no, ma sull’inanità dell’approccio «demistificatore» e scientista, del debunking, della lezione ex cathedra ecc. Lo abbiamo linkato perché la riflessione è utile anche a capire i bias cognitivi che impediscono di leggere dalle giuste angolature la vicenda triestina e più in generale la sollevazione in corso contro il lasciapassare.

    • Guardi – visto che ci diamo del lei… :-) – che io le ho dato ragione. Il riferimento agli unicorni e al campo del possibile erano in risposta – assolutamente non polemica, peraltro – a Fabio Trabattoni. Mi sembrava più evidente di quanto non fosse in realtà, immagino.

      In ogni caso, se lei mi contesta il fatto di parlare di un certo argomento, e io concordo sul fatto che non sia opportuno farlo, poi però devo spiegare per quale motivo invece l’ho fatto, semplicemente.

      Evito davvero di parlare degli altri argomenti che ha tirato in ballo, anche se… faccio molta fatica. Apprezzi almeno lo sforzo.

    • Ciao Lana, come faceva presente Wu Ming, temo che forse il mio pezzo sul blog è stato causa, involontaria, di questa reazione. Farò da paciere e mi scuso se non sono stato chiaro, è un mio difetto che cerco di limare a ogni occasione. Volevo precisare che l’intento del mio blog è di appoggio: sono al fianco dei lavoratori, ne riconosco il motivo per cui l’introduzione della certificazione verde rappresenta una violenza e un ricatto. Il mio articolo verteva sulla volontà di abbandonare quella tossica mentalità da demistificatore: la ricerca o la ricostruzione dei fatti è un’opera che possiamo compiere tutti; appoggiare una mentalità che ha in sé elementi tossici e nocivi mai davvero affrontati né migliorati è, di contro, conformismo borghese. Comprendere le ragioni, accettarle in modo neutro così come sono, leggere l’ambiente come generatore e cassa di risonanza, devono essere strumenti di unione e non di divisione.

      Di nuovo, chiedo scusa se non sono stato chiaro. Leggevo i tuoi interventi nel blog e apprezzo la tua notevole grinta. Buona giornata.

  69. Scusate, il mio è stato senza dubbio uno sfogo, ed ho sbagliato, soprattutto se ho frainteso.
    Leggendo molti commenti devo però sottolineare come questa divisione tra vaccino si/no, senza per altro lasciare il posto ad altre posizioni, è spesso presente, magari anche se non totalmente esplicitata, la vedo spesso nel sottotetto, inclusa l’analogia no-vax/complottista, che anche questa, per i motivi appena accennati, mi pare una mistificazione. Ma può essere una mia impressione.

    Tale sfogo è nato sicuramente anche da una notizia che stava uscendo in quel momento. Il ministro dell’economia del governo, già banchiere presidente della banca d’Italia, ha proposto di allungare le pensioni da quota 100 a 102 e poi 104… così quando uno esce ha poi diritto direttamente all’accompagnamento.
    Unica “opposizione” quella della Lega, che sappiamo essere una opposizione strumentale al governo e di distrazione di massa.
    Pensando così ragionava su quanto è grande ancora il nostro percorso, con o senza emergenza pandemica in corso, e quante lotte abbiamo da fare, e mi sembra assurdo cadere in questo senso nel vecchio tranello dividi et impera.
    Quella delle pensioni ovviamente è solo un esempio esplicativo.
    Scusate se ho alzato i toni, conosco bene il vostro impegno, di tutti, da quando vi seguo nella letteratura e qui su Giap.
    Quando penso.poi alla pistola che tutti i giorni puntano alla testa dei.miei nipotini per provare loro la temperatura prima dell’ingresso alla materna, e sommo tutte queste altre riflessioni, sinceramente, mi vengono i brividi.
    Che società abbiamo costruito? Stiamo costruendo? Dove stiamo andando? Cosa lasceremo loro?
    Speriamo almeno di riuscire a crescere delle generazioni che sappiano ancora leggere criticamente il mondo che le circonda, e sappiano essere ancora rivoluzionarie. E questo, per una certa parte, è anche una nostra responsabilità.

    • No, non hai frainteso. Le scuse dovrei farle io perché alla fine dei conti col mio lungo commento ho, nei fatti, ricacciato il discorso nel tunnel “vaccini si/no”. Ti capisco benissimo, anche io ho lunghi momenti nei quali, quando leggo qualcosa che gira intorno a questa dialettica inutile, mi parte la scimitarra.
      Tra l’altro qui sopra sono piovuti diversi “inviti” a cercare di parlare di altro, questo mi rende ancora più debitore di scuse.
      Leggere a stretto giro di posta in una discussione due volte “mRna” (@Isver), a Ottobre 2021 fa venire la rabbia e il vomito capisco benissimo :-).
      Devo dire però che non era assolutamente mia intenzione rinfocolare la dicotomia, piuttosto volevo fare un ragionamento che sorvolasse brevemente sulla maledetta questione si-vax/no-vax e si distendesse su un piano più ampio.

    • dividi et impera è esattamente quello a cui ho pensato leggendo gli ultimi post del resoconto di alboliveri, quando spiegava che dopo lo sgombero la frammentazione dei diversi gruppi e “anime” dei manifestanti si è incrementata, con alcune delle frange più organizzate e consapevoli che si sono fatte indietro mentre prendevano piede e visibilità mediatica e tessevano accordi personaggi politici locali.

      Io credo che in questo momento, e proprio con l’occhio a quanto dici tu sulle pensioni, sia *dovere* di ogni compagno fare il possibile per “passare sopra” a molto di quello che divide, facendo proprio l’esempio della Valsusa citato da WM1 e ovviamente con i dovuti disclaimer antifascisti, senza dare spazio a categorizzazioni e razionalizzazioni che hanno solo l’effetto anestetico di aumentare l’inerzia.
      In piazza oggi c’è gente che protesta contro il GP, indipendentemente dalle motivazioni, una misura che tutti qui riteniamo ingiusta e prodromica ad altre misure altrettanto ingiuste, quindi bisogna sostenerli e guidarli.

      Faccio ancora una considerazione: nelle piazze e nei forum, le persone meno “politicizzate” e competenti, i Gino e Maria, paragonano il GP alla tessera del partito fascista o lo chiamano “nazi-pass”: ora, tutto ciò è in odore di complottismo, sono paragoni storici spesso errati, iperbolici, e a volte strumentali, usati in modo “mediatico”, come slogan oppure peggio come “reductio a Hitlerum” che, come ha spiegato tuco, è un atteggiamento che ha lo scopo nascosto di “normalizzare” Hitler e il nazismo, e quindi di essere un liberi tutti della destra più becera, però, ripeto, dal punto di vista dei Gino e Maria, della persona comune, certi riferimenti esprimono in parole un disagio reale, razionalizzano lo straniamento di cui sono vittime come ceto medio proletarizzato o in via di proletarizzazione con rimandi alla propria storia familiare.
      E questo oltre ad essere un disclaimer antifascista secondo me sufficiente, dovrebbe spingere ancor di più i compagni “veri” ad accorrere in piazza e a guidare quelle persone sulla strada giusta, invece di lasciare che siano quelli che la reductio a hitlerum la usano consapevolmente nel modo indicato sopra a “carpirne” l’energia e il malcontento.

  70. Nota di Wu Ming concernente la nostra politica “redazionale” nei prossimi giorni

    Da sempre il primo commento di qualunque nuov* iscritt* a questo blog finisce nella “coda di moderazione”, dove viene vagliato. Lo sblocchiamo solo se è in tema, se non contiene insulti, se non contiene link tossici, se non ha contenuti fascisti, razzisti, sessisti ecc. Serve a sbarrare la strada a troll, odiatori, provocatori, “cavalli di Troia” e quant’altro. È uno dei nostri modi di mantenere alta per quanto possibile la qualità della discussione e delle interazioni.

    [Un altro consiste nella presenza di filtri, automatici e non: un commento con un link a Byoblu e altri siti del genere va diritto nello spam; I link diretti a social network come FB o YouTube vengono sostituiti da link a copie archiviate di quelle pagine, prive di cookie, pop-up e altre schifezze. Ecc. ecc.]

    In questi giorni di ennesima sovraesposizione e traffico del blog alle stelle, anche a seguito di alcuni articoli su di noi apparsi sui media mainstream, siamo letteralmente presi d’assalto da nuove iscrizioni al blog e relativi primi commenti. La coda di moderazione degli ultimi post su gp e dintorni è stracolma.

    A una prima occhiata, molto è il guano, ma ci sono anche commenti pubblicabili. Solo che il compito di vagliarli tutti è davvero superiore alle nostre forze. Già è dura monitorare le discussioni tra chi ha già un account: tenete presente che noi riceviamo una notifica via email per ciascun commento lasciato sul blog. Sono centinaia al giorno.

    Nelle nostre giornate non ci dedichiamo solo a moderare le discussioni sul blog, anzi: dobbiamo tenerci aggiornati, riunirci come collettivo, studiare per poi scrivere i capitoli del romanzo attualmente in stesura, fare presentazioni, e questo solo per quanto riguarda il tempo di lavoro.

    A malincuore, abbiamo deciso di dichiarare una “moratoria” di una settimana all’accettazione dei commenti di nuov* iscritt*. La discussione proseguirà solo tra utenti che hanno già un account su Giap. Non è poi questa gran restrizione, a pensarci: poiché il blog esiste da più di dodici anni, a rigore gli iscritti sono oltre 42.000!

    Torneremo ad accettare commenti di nuov* iscritt* mercoledì 27 ottobre 2021.

    Scusateci, ma non siamo robot. E non possiamo permetterci un tracollo delle forze in qusto momento.

  71. Segnaliamo:

    In nome della legge, disperdetevi

    Riflessione sui fatti di Trieste del centro sociale autogestito Sisma di Macerata

    http://www.csasisma.org/2021/10/in-nome-della-iegge-disperdetevi.html?m=1

  72. Questa situazione ha confermato, ancora una volta, che le 3 principali sigle sindacali vengono usate solo come trampolino di lancio per far carriera. Continuano a dire che rappresentano i lavoratori ma ormai rappresentano i pensionati. Quando sento i sindacati parlare di obbligo vaccinale, faccio fatica a capire che questa cosa non l’abbia richiesta confindustria. Sui fatti di Trieste, pensavo che almeno dopo quel che è successo il 18, esprimessero un minimo di solidarietà verso i lavoratori. Invece nulla. La gestione della pandemia, qualunque esito avrà, lascerà strascichi pesanti nei rapporti sociali e nelle fiducia nelle istituzioni

  73. …sta affrontando la questione squisitamente materialista e del tutto marxista dei rapporti di produzione e del conflitto tra capitale e lavoro.

    Vero

    Per rimanere nell’Ottocento: il livello di alienazione cui siamo giunti oggi non ha precedenti nella storia; mi piace di riflettere sul rapporto tra uomo e natura (per semplificare) e mi rendo conto che posso aiutare dal mio punto di vista a dire qualcosa anche sulle relazioni tra gli uomini.

    Ormai esistono uomini dotati di soggettività e uomini ormai ridotti ad esser cose (come tutta la natura).
    “La soggettività cui l’idealismo aveva riconosciuto come tratto distintivo la progettualità trasformativa che realizzava se stessa nella misura in cui realizzava e creava nuove realtà e progresso umano, consapevole di essere essa stessa sintesi di una storia infinita ma protagonista di quella storia” (cito Bentivoglio a memoria Giustizia limite identità) è ormai solo per pochi.
    Qui cito alla lettera. “La progettualità trasformativa espressione della vera libertà dell’uomo si è capovolta nel suo opposto diventando progettualità adattativa, tratto distintivo degli animali.” (Non mi metto a cavillare su alcuni aspetti che non condivido perché ora non è il caso, ora si parla di umanità e accetto questa visione sempre 800esca per dialogare).
    Perciò gli uomini, ormai ridotti a cose, hanno cominciato a ribellarsi, consapevoli o meno. Un po’ come il mio cane consapevole che a 10 anni di vita accetta di fare qualcosa che non gli va, solo se tratto, mi metto su un piano comune, lo riconosco come soggetto, altrimenti minaccia di mordermi o finge di non capire e allora posso solo dominarlo minacciandolo a mia volta o manipolarne la volontà – cosa che sarebbe per altro facile – (scusate).

    • Venendo al III millennio.

      In questa protesta riconosco anche tratti di quel desiderio di relativismo e intersoggettivismo (o al suo opposto di cose fra le cose) che permettono di dare riconoscimento all’altro, al diverso, alla natura, a chi “non è o non fa come me”, ma che sostanzialmente è come me, per cui tante pratiche olistiche e tante riflessioni sul relativismo hanno preparato il terreno.

      Figlia di comunisti fino al midollo, ho fatto fatica a riconoscere nel mondo variopinto e a volte stralunato del relativismo e dell’olismo (doveroso aggiungere: qui tra noi occidentali! ché a malapena conosco questo) una forza trasformativa dirompente che permette di dare pari dignità al saggio, alla pulce, al sasso, agli ultimi tra gli uomini e ai re, senza sminuire la forza di nessuno. Per molto tempo ho pensato che si trattasse di radical chic, di disfattisti, di smidollati, di individualisti, di senza politica, di spiritualisti, di fulminati, di egoisti e anche di qualche fascista. Poi c’ho lavorato dentro per alcuni anni e ho capito che, nel nostro mondo occidentale, anche quello è un mondo fatto di padroni e di dipendenti, com’è tutto il resto, ma con una diversa narrazione (a volte inconsapevole) di cosa potrebbe essere la realtà delle cose, di cosa significhi pensare il mondo “là fuori di noi” con tutte le conseguenze del caso.

      Insomma vedo un’altra tappa di confronto tra il vecchiume capitalistico alienante, sfruttatore, in cui l’uomo è al centro e alcuni più degli altri (e che non molla la presa, anzi) e nuove visioni del mondo (più relativistiche, con cui c’è da confrontarsi davvero per tradurre in politica le loro narrazioni) che paiono aver trovato la forza di cominciare a farsi sentire anche politicamente, grande novità.

      • @ Radicola

        Mumble, mumble.

        «[…] il livello di alienazione cui siamo giunti oggi non ha precedenti nella storia […]»

        Siamo sicuri? Mi vengono in mente, per esempio, le «Workhouses» in era vittoriana.

        E poi, scusami, «te lo dico con il cuore in mano e i polsini sporchi di sangue»: nel tuo intervento leggo troppi sostantivi maschili; siamo tutt* «esseri umani», non uomini, re o sudditi e ti confesso inoltre che l’antispecista radicale che alberga in me è abbastanza preoccupat* per il tuo cane:

        «[…] consapevole che a 10 anni di vita accetta di fare qualcosa che non gli va […] posso solo dominarlo minacciandolo […] manipolarne la volontà»

        Mumble, mumble, mumble…mi sembra di sentir rimbalzare, lontano, un eco dalla Genesi 1,26-28?

        • Ciao, ho copiato dal libro citato e mi riferivo al fatto che oggi riusciamo a crearci un’identità comprando merci, beni e servizi del cui bisogno qualcuno ci ha convinto ad un livello mai visto nella storia. Questo sistema pervade il mondo e la vita alla stragrande maggioranza degli umani (e umane!). Ma, prima – fino a quando? avrei varie risposte in funzione del livello di alienazione analizzato – conviveva con una o più altre realtà tra cui quella costruita su relazioni, bisogni, rapporti di produzione e consumo dati anche da noi e dalla nostra, a volte bella a volte misera, personale esistenza. Si poteva essere vassalli o schiavi ma lo si sapeva di esserlo e si poteva pure sperare di ribellarsi (poi magari non succedeva, lo ammetto). Oggi? regaliamo il nostro tempo e i nostri dati con allegra ignoranza rinunciando a pezzi di identità pienamente convinti che sia il meglio per noi.

          Per quanto riguarda il mio cane non mi dilungherei ora. Se hai letto il libro COSE di Cimatti sarei molto contenta di imbastire un dialogo con te perché forse la pensiamo nello stesso modo.

          Poi ti ringrazio per avrmi fatto notare che in questo caso, presa dalla fretta di andare a soddisfare il mio padrone attuale, il lavoro, sono andata in automatico col linguaggio. Comunque quando scrivo uomini penso sempre ad un termine tipo tigre o vipera che indica scorrevolmete tutti gli individui e individue di una specie. Ma forse dovevo specificarlo.

      • Per una critica sui concetti di progettualità, storicismo, visione progressista della storia di ascendenza idealista e positivista si veda appunto Benjamin, anche sulla discussione di tempo fa sulle condizioni della conoscenza delle “verità storiche”.

        Per il concetto di olismo, mi offri l’opportunità di tematizzare il concetto di salute dell’Oms appunto visto nella sua concezione olistica.

        Partendo dal concetto di “cura”, in questo senso, interessante andare a pescare (spero non mi si accusi di rossobrunismo, e cmq tento di citarlo in modo non banale come si vedrà poi) da Heidegger di Essere e Tempo del 1927:
        “[preso dalla rete]La “Cura” è la struttura fondamentale dell’esistenza ed la totalità delle determinazioni d’essere dell’Esserci (“esistenzialità, effettività e deiezione), o, come si esprime lo stesso Heidegger, “la totalità formale esistenziale del tutto strutturale ontologico dell’Esserci significa: avanti-a-sè-esser-già-in in quanto esser presso. Questo essere è espresso globalmente dal termine Cura”. Manifestazioni concrete della Cura sono poi il “il prendersi cura”, degli oggetti, e l'”aver cura”, verso gli altri. La Cura, dunque, è proprio la struttura dell’essere dell’Esserci: esprime la condizione di un essere che progetta, come “essere-avanti-a-sè”, le sue possibilità, le quali lo riducono alla sua situazione originaria, cioè al suo essere-gettato.” Imprescindibile notare la diversa prospettiva dell’esistenzialismo da quella storica/materialista.

        La definizione di salute dell’Oms
        sembra essere anche mediato dal concetto di “cura” heideggeriano, la salute viene definita come «uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplice assenza di malattia» e tale definizione è appunto nota come definizione olistica.
        Il concetto olistico non è quindi ormai una “setta” ma trascende dal massimo organo formale istituzionale globale nel dirimere cosa si intenda per salute.
        Interessante notare in questo l’analogia con l’articolo 32 della nostra costituzione.

        È questo uno degli empasse in cui si è scontrata la gestione globale pandemica.
        Ha traslato il concetto più generale ed olistico di “cura” e “salute”, per gettarci nella antinomie cure/vaccini, cure si cure no, vaccini si vaccini no.
        Mentre rimaniamo nel meccanismo dell'”essere [meramente] gettati”, un passo necessario in questa pandemia, sarà trovare un nuovo approccio storico-materialistico ai concetti di cura salute e malattia. (Ho buttato giù pensieri..In questo, help!)

  74. Segnaliamo:

    Dalla gestione pandemica alla repressione del dissenso: come funziona il governo dell’emergenza permanente

    https://sardegnamondo.eu/2021/10/12/dalla-gestione-pandemica-alla-repressione-del-dissenso-come-funziona-il-governo-dellemergenza-permanente/

  75. 1/4
    Ho aspettato che la complessa matassa di fatti e discussioni degli ultimi due giorni si dipanasse un po’ prima di aggiornare la situazione, ricordando sempre che quanto sto riportando qui non nasce come cronaca minuto per minuto, ma con l’intenzione di osservare e raccontare sul campo quanto sta accadendo nella sua mutevole complessità e tentando di andare più a fondo di quanto (com’era ampiamente previsto) i media mainstream, o wannabe mainstream, come ha scritto WM1, avrebbero fatto.
    Forse questo sarà l’ultimo aggiornamento, forse no.
    Tra oggi, domani e sabato accadranno altre cose, ci saranno manifestazioni che sono state indette, flashmob improvvisati ma discussi collettivamente, arrivi di persone da fuori città, che del resto non sono mai cessati da sabato scorso, e ulteriore pressione da parte del governo e, per suo conto, dei media, per ridimensionare anche solo quanto è già successo, per non parlare di quanto ancora accadrà.
    Nel frattempo, dopo una settimana di tempo primaverile, il cielo qui si sta oscurando, tira un’aria di pioggia autunnale alla quale, come spesso accade a Trieste, seguirà una forte bora, vento che spazza e rasserena, ma che abbassa la temperatura, e confonde anche.
    La situazione meteorologica è un problema prima di tutto per coloro che sono giunti da altre città, e che continuano ad arrivare, o i cui arrivi sono annunciati nella miriade di gruppi Telegram, che come già scrivevo, vanno presi con molta cautela e non sono da considerare affidabili. Il solo che in questo momento può fornire informazioni reali sulla mobilitazione triestina è quello di cui ieri ha deciso di dotarsi il Coordinamento cittadino No Greenpass, consultabile a questo indirizzo https://t.me/nogreenpasstrieste.

    • 2/4
      Le persone che stazionano in piazza da lunedì sono in gran parte venute da fuori, ma ricevono continua assistenza da molte e molti triestini. Sono persone che in alcuni casi erano già giunte nel fine settimana, che si sono prese l’acqua degli idranti e i gas della polizia. Hanno facce stanche, non dormono o riposano in maniera del tutto precaria da giorni, hanno oscillato per due giorni tra l’incertezza e l’entusiasmo, tra lo sconforto e la consapevolezza. Sono in gran parte persone dal Veneto e dal Friuli, ma arrivano anche dal resto d’Italia e persino dal Sud, che stanno vivendo la propria personale sventura di reietti privi di vaccinazione, che si sono ritrovate a fare scelte radicali rispetto alla propria «normalità» di lavoratrici e lavoratori. In alcuni casi erano antivaccinisti da decenni, nella maggior parte dei casi, per quello che ho potuto sentire dalle loro testimonianze, sono le vittime e l’ultimo capro espiatorio del modo in cui i governi di questo paese, di fronte alla pandemia, hanno confuso di continuo i piani tra superstizione e scienza, tra profilassi e penitenza. Tra loro c’è di tutto, anche i cattolici tradizionalisti veneti e gli apostoli della medicina alternativa, ma soprattutto persone che di continuo parlano di come il GP abbia cambiato la loro vita, dove la parola «vita» è spesso sostituita o usata come sinonimo della parola «lavoro».
      «Sono arrivato qui da Vicenza domenica, mi sono preso i gas e gli idranti, dormo in questa piazza da giorni, e non me ne voglio andare, perché nella lotta dei portuali triestini e in quel coro sul non mollare mai ho visto la sola via d’uscita dalla situazione in cui mi sono trovato, con tutta la mia famiglia», racconta al megafono un lavoratore di un’azienda veneta che prepara pasti per asili e enti pubblici. Nessuno tra i presenti che ascoltano, anche chi lo farebbe se quella cosa venisse scritta in un post sui social, qui si azzarda a dirlo: «E vaccinati allora!». Nessuno lo fa prima di tutto perché il suo racconto è straziante e provoca empatia. Nessuno lo fa anche perché quell’uomo sta esprimendo nella maniera più semplice l’idea che troppi ancora non articolano, che è ora di ribellarsi allo stato di cose presenti, di cui il GP è solo un aspetto, ma oramai molto significativo.

      • 3/4
        I lavoratori portuali vengono citati di continuo, da tutti. Puzzer, o il personaggio che i media hanno costruito in poche ore e che ora porta il suo nome, viene evocato da molti. Ma nella piazza portuali ce ne sono, Puzzer invece non più, Puzzer ha invitato tutti ad andare a casa per fare manifestazioni in ogni città mentre lui incontrerà Patuanelli.
        Nella piazza c’è ancora il Coordinamento No Greenpass, i suoi membri che erano già militanti e quelle che lo sono diventate in questi giorni, nel divenire della lotta. Ci hanno messo una giornata intera, dopo lo sgombero, per emettere un comunicato che condannasse le cariche. Ce n’è voluta un’altra ancora per riuscire a riunirsi e ricompattarsi sulle parole d’ordine condivise, la principale delle quali resta l’unità di vaccinati e non vaccinati contro il greenpass. E ancora un giorno è passato per palesarsi finalmente nella piazza ieri sera, montare un impianto audio e tenere una conferenza stampa – diventata poi una vera e propria assemblea – che con estrema chiarezza e determinazione quella parola d’ordine l’ha ribadita e ravvivata. Chiarendo innanzitutto che la differenza sostanziale tra questo coordinamento e il neonato Coordinamento «15 ottobre» è prima di tutto di metodo, che è forma e anche contenuto.
        La claque antivaccinista vicina a Casapound e calata a Trieste come giunta da Marte col volto del suo guru Giacomini, che si è appropriata del personaggio che porta il nome di Puzzer, persegue l’obiettivo di incontrare il governo, si riunisce in segrete stanze e poi parla per voce dei suoi leader.
        Al contrario il coordinamento No Greenpass, con molta pacatezza, ma anche tanta determinazione, fa sapere che chi vuole fare quel tipo di percorso può andare per la sua strada, ma spiega di ritenere invece che la lotta è lotta dal basso, che non mendica attenzione istituzionale per prendere tempo, ma si autorganizza e apre alla partecipazione di tutte le lavoratrici e i lavoratori attraverso assemblee aperte e trasparenti.
        La piazza, frastornata da una giornata senza eventi significativi ma costellata di falsi allarmi per possibili interventi della polizia, grazie a queste parole, soprattutto a quelle di due compagne che ormai molte e molti riconoscono come le portavoce di qualcosa che andrà comunque al di là dei loro volti, si rasserena, ritrova forza e voglia di stare assieme, e di nuovo si riempie.

        • 4/4
          Si riempie anche di giornalisti la piazza. Arrivati da ovunque, nella maggior parte dei casi non capiscono nulla del luogo in cui si trovano e poco delle dinamiche che determinano ciò che accade. Spendono il loro tempo a cercare l’immagine o la frase sensazionale. E a sera nei talk show riuniscono chi in questo contesto moltitudinario crede di ritagliarsi una rendita di posizione, scavalcando ciò che realmente lo ha determinato. Personaggi di carta, pixelati: i Puzzer, i Giacomini, i signor Rossi della società dello spettacolo. Eppure anche in questo si insinua l’anomalia, col volto di una ragazza che rimanda al mittente le insinuazioni sulla scelleratezza del voler bloccare la produzione e l’economia, spezzando l’incantesimo e ricordando che l’economia non è nulla senza chi produce, e che chi produce non ha intenzione di interpretare la parte dell’automa tracciato da un QR Code.
          Niente di strano che sulla stampa di oggi il nuovo capro espiatorio sia ora il non vaccinato che si è messo in malattia, con invocazioni per aumentare i controlli dell’Inps e stanare i renitenti alla produzione.

  76. @thinhenry, abbiamo dovuto cancellare il tuo ultimo doppio commento perché il link era diretto a un sito greve di cospirazionismo e popolato da soggetti tra il fascistoide e il QAnon-eggiante. Cerchiamo di fare attenzione alle fonti, per favore. Se altri soggetti non la fanno, son cazzi loro.

  77. Un addendum ai precedenti aggiornamenti.
    Giungono ulteriori conferme a quanto scrivevo nei giorni scorsi, in particolare dal fronte del porto, ovvero dal Comitato Lavoratori Portuali (Clpt) ora orfano di Stefano Puzzer. E vale la pena riportarle perché aiutano chi abbia seguito la vicenda da fuori città nei giorni scorsi a valutare meglio tutta la faccenda.
    Ieri Cgil, Cisl e Uil, per bocca dei loro delegati del settore trasporti, hanno attaccato il presidente dell’Autorità portuale Zeno D’Agostino, finora presentato come vittima degli eventi e le cui paventate dimissioni – con ogni probabilità forzate dal governo – erano state messe sul piatto per tentare di impedire lo sciopero. Cosa imputano i confederali a D’Agostino? In buona sostanza di aver privilegiato negli anni scorsi il rapporto col Clpt di Puzzer e Sandi Volk, per un periodo confederato con Usb. C’è a mio avviso in questo attacco tutto il rancore di chi riteneva di poter campare di rendita in eterno e, con l’arrivo di D’Agostino e soprattutto della svolta che aveva saputo imprimere a questo porto, non era stato capace di cogliere l’occasione e approfittarne per migliorare concretamente le condizioni dei lavoratori portuali, inclusi quelli meno garantiti. È quanto riportavo due giorni fa e che oggi viene confermato in controluce dagli stessi sindacati confederali.

    • Oltre a questo va segnalata l’intervista rilasciata da Sandi Volk alla radio bresciana Onda d’Urto che si può ascoltare qui. Come abbiamo ricordato più volte, Sandi è uno storico di formazione, fa parte della cosiddetta «minoranza» slovena triestina, per quanto ne sappiamo è tuttora un antifascista, e in passato ha scritto testi importanti sulla storia complessa di questo territorio che molti di noi hanno utilizzato a loro volta e citato spesso nei propri libri.

      Va aggiunta una cosa. Il porto di Trieste sta tuttora lavorando a rilento, non più a causa dello sciopero ma del GP: se sul totale dei lavoratori è il 40% a non essere vaccinato, la percentuale sale al 60% tra i lavoratori a chiamata dell’Agenzia per il Lavoro Portuale di Trieste.

      • Ciao Andrea grazie mille veramente di tutto il tuo impegno. Io sono di Roma e, se non ci fossi stato tu a cercare di mettere un ordine in questo marasma, non avrei saputo che pesci pigliare e che idea farmi.
        Mi pare d’altronde che addirittura Sandi Volk sia a tratti piuttosto confuso :-).
        Noto un continuo sforzo da parte di molti (forse di tutti) a giocare a “trova l’intruso”, ci si guarda continuamente intorno cercando ora il fascista ora lo stregone, peraltro molto spesso trovandoli, il che non aiuta nessuno. C’è poco da fare, questo è un aspetto delle mobilitazioni degli ultimi anni con cui dobbiamo imparare a convivere.
        Leggo che anche nel caso di Trieste si sta paventando da più parti il pericolo de “i black bloc” :-).
        Stranamente mi rincuora perché il pericolo-blec-bloc è stato quasi sempre un talismano da dopo Genova. Tutte le mobilitazioni che sono state associate al pericolo-blec-bloc hanno avuto una significatività, un peso; ovviamente il secondo aspetto è causa del primo.
        Attendiamo con ansia un tuo pezzo anche su questo.
        Grazie ancora.

        • Grazie a te Fabio per i tuoi commenti, lucidissimi e utili, e in generale alle e ai giapsters che in queste discussioni permettono di chiarirsi le idee, di valutare punti di vista diversi, articolati con metodo e profondità.
          Ho voluto ieri limitarmi a riportare le questioni che riguardano il Clpt perché non mi era chiarissimo il motivo per il quale la questura annunciava «preventivamente» l’arrivo in città di ventimila manifestanti per oggi, nonché il rincorrersi di voci di «infiltrazioni», movimenti di personaggi arrivati da chissà dove, ma con le idee chiarissime, e il generale paventare guerriglie urbane o peggio. In tutto questo c’è stato anche un ulteriore elemento di chiarezza, ovvero l’indignazione dei commercianti di Trieste per le proteste, tanto per cambiare a far le vittime per i pessimi affari di questi giorni… Ma come? Non erano loro «la borghesia reazionaria» che protestava contro le misure del governo? Mah!
          Ora scrivo un commento di aggiornamento che fornirà alcune notizie importanti.

  78. 1/2
    Nuovo aggiornamento da Trieste. La sequenza degli eventi da lunedì mattina a oggi è lineare per chi vuol leggerla: appena sgomberato il presidio con la forza di idranti e gas, e mentre la rabbia reale comporta una giornata di scontri che continua a bloccare molte attività al porto, compaiono dal nulla personaggi come Giacomini, con un codazzo di fascisti veneti e friulani che fino a quel momento non si erano visti, a cui si aggiunge una pletora di cristi e madonne portati in processione che a Trieste fa l’effetto di una tisana sul bancone di una locanda del porto; Puzzer viene sequestrato da questa gente (e probabilmente deve ringraziare Paragone per questo) e finisce per salire in prefettura prima con Bertali, dei 3V locali (che si inseriscono per tentare di non farsi soffiare dal giro di Giacomini l’egemonia sulle componenti antivacciniste più spiritualiste e scoppiate), poi con lo stesso Giacomini che a breve diventa sui giornali «portavoce» di un nuovo coordinamento chiamato «15 ottobre» e che, con una serie di giochini linguistici sembra persino assorbire il coordinamento cittadino, che fino a quel punto era l’anima delle proteste. Come questa gente abbia davvero creduto di arrivare in una città così poco «italiana», anche dal punto di vista di queste dinamiche, come Trieste e farla franca, per me si spiega solo col fatto che fascisti e cattotradizionalisti sono dei mona totali. Ma grossa responsabilità è però anche del Coordinamento No Greenpass che ha tentennato troppo nel reagire alle conseguenze dello sgombero e a queste marchiane manovre, perlopiù per il rischio di minare l’unità sugli obiettivi condivisi. In tutto questo sono ovviamente sparite dalla narrazione le componenti lavorative di altri settori, già in difficoltà ad autorappresentarsi per l’assenza totale di qualsiasi organizzazione sindacale.

    • 2/2
      Tuttavia singoli lavoratori e lavoratrici e compagne e compagni nel coordinamento sono stati comunque capaci di ribaltare anche questa difficilissima situazione e soprattutto a tenere i nervi saldi.
      Dopo la cancellazione della manifestazione di oggi il 15o si dissolve (e che si tolgano dai coglioni certi personaggi lo desiderano tutti, un altro grande successo d’immagine per la fascisteria italiana), tentando peraltro di lasciare proprio al Coordinamento cittadino la patata bollente di averla convocata e di avere fissato per domani un incontro con un ministro che sarà qua solo per il fatto che nel fine settimana torna dalla famiglia, incontro il cui fallimento è annunciato da quando è stato indetto.

      La notizia però è che finalmente stamattina arriva questo comunicato del Coordinamento No Greenpass, e per la prima volta si riesce ad avere una presa di posizione perlomeno più chiara su quanto successo, menzionando chiaramente le responsabilità dei vari soggetti in campo e dimostrando che nemmeno la combo data da repressione poliziesca, linciaggio mediatico ed entrismo fascista sono stati in grado di sgretolare l’ambito collettivo e autorganizzato che ha fatto crescere questa mobilitazione in forme insperate a Trieste.
      Qua si aspetta che passi questo fine settimana che, come raccontavo, sarà segnato da pioggia e poi bora che riporterà il sereno.

  79. Riportiamo integralmente il comunicato del Coordinamento No Green Pass Trieste linkato da Andrea nel suo commento più recente:

    COMUNICATO – 22 OTTOBRE

    Il Coordinamento No Green Pass Trieste viene interpellato per chiedere spiegazioni e per mantenere l’unione, proviamo a rispondere.

    Non vi è alcuna divisione, solo una diversificazione, speriamo momentanea, dei percorsi, frutto degli eventi tumultuosi avvenuti al porto. Noi continuiamo la battaglia cominciata utilizzando gli stessi metodi : un’assemblea cittadina di vaccinati e non vaccinati, un movimento dal basso che si è fatto ascoltare anche toccando rilevanti interessi economici, oltre che con enormi cortei.

    Non siamo in grado di rispondere in merito a perché si sia formato il Coordinamento 15 ottobre o perché racchiuda tra i suoi esponenti Giacomini, che vive in veneto ed è ex candidato del partito di estrema destra Casapound o Perga, che pare non sia mai stato a Trieste in questi giorni. Entrambi non hanno a che vedere con il movimento triestino e anche per noi è poco chiara la loro presenza ed il perchè vi siano stati calati. Noi siamo un movimento apartitico, locale, aperto a tutti che si unisce nella contrarietà assoluta al green pass e all’obbligo vaccinale e che rifiuta gli venga messo un cappello politico. Ribadiamo quindi chiaro che non ci appartiene alcun collegamento né con l’estrema destra né con i vari Tuiach, Pappalardo, Montesano, Paragone ecc. che hanno preso spazio mediatico nelle giornate al porto e che Ugo Rossi come eletto comunale, o 3v come partito, non sono parte delle assemblee del coordinamento.

    Non ci è stata data alcuna possibilità di condivisione riguardo alle scelte per questo weekend, ora, di fronte all’annullamento delle due piazze chiamate dal 15 ottobre, non siamo in grado di prendere alcuna responsabilità né dare ulteriori suggerimenti.

    Ci dispiace profondamente che la scintilla che avevamo contribuito a creare sia sotto pesante soffocamento, tenendo impegnati media e persone in questioni burocratiche quando la vera ricchezza di questo movimento era e rimane la sua natura popolare, di massa e apartitica, che ci ha portati in molti in piazza a Trieste.

    Una settimana fa speravamo di essere a pochi metri dal traguardo, ora capiamo che la lotta sarà ancora dura, ma continuiamo uniti/e e solidali alimentando quella scintilla che avevamo generato tutte/i assieme.

    Coordinamento No Green Pass Trieste
    web: nogreenpasstrieste.org
    Telegram: https://t.me/nogreenpasstrieste

  80. Segnaliamo, da notav.info:

    A Trieste si respira aria di lotta sociale

    https://www.notav.info/post/a-trieste-si-respira-aria-di-lotta-sociale/

    « […] In Valsusa viviamo da trent’anni lo sperpero dei fondi ai servizi che realmente modificano (in meglio o in peggio) la qualità del vivere quotidiano: dalla scuola, ai trasporti urbani, alla sanità, tutti devastati dagli ingenti tagli fatti proprio negli ultimi trent’anni.

    Per questo, non abbiamo dubbi nel dire, che delle piazze di Trieste, ci ha colpito il carattere popolare delle iniziative e la varietà di soggettività che si sono ritrovate a condividere quelle strade in un contesto di rivendicazione di un diritto necessario, come quello al lavoro, visto che la vita che ci viene offerta è ormai impiccata alla corda delle ingenti spese quotidiane. Un crogiolo variegato che, in barba ad apparati precostituiti e istituzioni dai lunghi tentacoli, ha saputo esprimersi e darsi dei linguaggi che hanno colto nel segno, inserendosi in un percorso di lotta sociale che, prima o poi, era chiaro sarebbe esploso.

    Quella piazza, forse più di altre, fa paura ai nostri cari politici per tutto quello che porta con sé e proprio per dare prova di forza e dimostrare che uno dei suoi obiettivi primari sia quello di lavorare indisturbato, sono state messe in atto le forme di repressione del dissenso che ben conosciamo qui in Valsusa: il presidio davanti al porto di Trieste è stato sgomberato con violenza dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa che hanno utilizzato manganelli, idranti e lacrimogeni.

    Il malcontento diffuso su più fronti apre a delle possibilità di riconquista di quegli spazi di libertà necessari per chiamare davvero “vita” quello che facciamo tutti i giorni […]»

  81. Contropiano riesce a fare un titolo che vabbè, però non può nascondere che persino Livorno – che è stata descritta come una sorta di estrema barricata del governo – è contraria al green pass

    Coordinamento dei portuali Usb di Genova, Livorno, Trieste, Civitavecchia e Taranto

    “Non ci stiamo alle strumentalizzazioni che questa categoria sta subendo a causa del parallelismo con movimenti che nulla hanno a che vedere con la difesa del diritto al lavoro ed alla salute e sicurezza nelle aziende. La nostra richiesta non potrà mai essere quella di “togliere tutto” perché non siamo d’accordo, nè mai lo saremo, con quelli che negano l’esistenza del virus e l’esigenza di contrastarlo con gli strumenti che ci sono dati. I PORTUALI SONO PERO’ CONTRARI AL GREEN-PASS PERCHE’ E’ UNA MISURA DIVISIVA, DI SCARICO DI RESPONSABILITA’ NEI CONFRONTI DEI LAVORATORI E CHE NULLA HA A CHE FARE CON LA SALUTE E LA SICUREZZA NEI LUOGHI DI LAVORO
    [Il CLPT di Trieste], “che oggi cerca di prendere le distanze da una piazza che loro stessi hanno contribuito a determinare, ha screditato le lotte di tutti i portuali d’Italia con le sue scelte, permettendo che una lotta legittima – quella sulla questione del greenpass nei luoghi di lavoro – si trasformasse in calderone ingestibile di posizioni negazioniste e complottiste e permettendo a personaggi ambigui ed in cerca di notorietà di infangare la categoria”.
    “L’attacco che sta lanciando il Governo va però oltre, colpisce le pensioni, il fisco, le tutele sociali ed il salario. Oltre alla questione del greenpass va rimessa al centro una battaglia complessiva dei diritti dei cittadini e dei lavoratori che tenga assieme tutti”.
    Il primo appuntamento è quello dello sciopero dei portuali di Genova proclamato per il 25 e 26 ottobre. “Con l’entrata in vigore del decreto legge 127/2021 che prevede l’obbligo di Green Pass sui luoghi di lavoro viene discriminata la classe lavoratrice, ulteriormente divisa nonché privata del reddito, delle tutele contrattuali e della privacy. Pertanto Usb Porto indice lo sciopero di 48 ore per denunciare la gravità dell’applicazione di questa misura”.

    “Esigiamo che vengano garantiti tamponi antigenici (rapidi) per tutti i lavoratori vaccinati e non, su tutti i posti di lavoro e interamente a carico delle aziende come previsto nella legge 81/2008.

    Chiaramente la parte a stampatello l’abbiamo scritta noi giapster dai :-)

    • Che il CLPT avrebbe «screditato le lotte di tutti i portuali d’Italia» è una roba che non si può leggere. Comunque la si pensi sui limiti del CLPT e sui casini fatti da Puzzer (ben raccontati in questo thread da Andrea Oliveri), se non si fossero mossi i portuali triestini – inizialmente trainati dal CLPT, negarlo sarebbe disonesto – contaminandosi con una lotta cittadina di decine di migliaia di persone tra cui lavoratrici e lavoratori di molte altre realtà produttive di Trieste e del circondario, se non fosse successo questo col cazzo che staremmo parlando di lotte contro il green pass come ne stiamo parlando ora. E cioè in termini di lotte di massa, lotte sindacali, lotte di lavoratori, e senza l’automatico stigma che c’era prima (non qui su Giap, ovviamente).

      Vorrei ricordare che fino a meno di dieci giorni fa era onnipresente la falsa equivalenza Lotte contro il green pass = Fiore e Castellino. Adesso invece il mainstream è pieno di articoli allarmati sulla «sinistra radicale», gli anarchici e il blecche-blocche. Il monopolio dell’attenzione da parte dei fascisti è stato rotto, ed è stato rotto – con tutto il caos e le contraddizioni – partendo da Trieste.

      • Mah, usando un principio caritatevole magari pensano di prendere le distanze dalla deriva che ci sta appunto raccontando Andrea. Rimane un comunicato quando si farà la storia magari si riconsidererà il ruolo del CLPT nella fase iniziale, ora temo possa essere complicato eccedere con i distinguo. Io un po’ mi accontento.
        Del resto questo comunicato, come quello No-TAV, metterà immagino in seria difficoltà chi continua a vedere solo marmaglia vandeana. Così come sarà più difficile fare i distinguo sull’uso gentile della forza da parte della polizia.

        • Quella che contesto con forza è l’idea che dopo i fatti di Trieste le lotte (dei portuali e in generale contro il pass) siano screditate. Dove? Tra chi? Tra politicanti e pennivendoli filo-governativi? Quelli le disprezzavano già prima.

          • (1)Io ho apprezzato molto questa parte:
            “L’attacco che sta lanciando il Governo va però oltre, colpisce le pensioni, il fisco, le tutele sociali ed il salario. Oltre alla questione del greenpass va rimessa al centro una battaglia complessiva dei diritti dei cittadini e dei lavoratori che tenga assieme tutti”.
            E condivido l’analisi di WM1 sull’importanza che ha avuto il CLPT e sul fatto che si siano fatti molti passi avanti, ed in poco tempo.
            Perché, in un certo senso, il tempo stringe.
            Trovarsi stretti con un pseudo obbligo vaccinale mediato da un green pass ed i tamponi difficili anche solo da prenotare è una situazione che non può durare ancora molto nella classe lavoratrice.

            Ma quella parte del comunicato mi ha fatto venire in mente un’immagine.
            Ricordate quella pubblicità del banchiere che si faceva un cerchio intorno?
            Ecco, a me è tornata alla mente nel senso che è come se stessero disegnando un cerchio intorno alla base sociale.
            Siamo accerchiati ed aspettano solo di stritolarci, o farci morire di inedia.
            Proprio l’inedia dobbiamo innanzitutto combattere, perché stritolarci, se vogliamo, non possono, anche solo per il fatto che, una volta ri-acquisite la nostra consapevolezza di classe, schiacciata dal dominio del capitale e celata da innumerevoli frivolezze, noi siamo semplicemente di più.
            Poi i fantocci delle bandieruole cadranno dai loro pilastri che si sgretoleranno, semplicemente per la contraddizione di rappresentare qualcosa di vuoto, in sintonia col potere capitalistico, e senza più legami con la classe, oggi più variegata, dei dominati.
            In questo, scalzare la retorica fascista è un compito primario.
            Il secondo è quello di iniziare a chiamare in agitazione i lavoratori che iniziano ad aprire gli occhi davanti alla collusione col potere dei nemici del popolo mascherati a salvatori. In questo senso non servono né violenze né ritorsioni, basterà scendere in piazza e si dilegueranno da soli, o verranno da subito dimenticati. E questo è possibile appunto perché vi è un’urgenza.
            Questa urgenza che si palesa può essere anche solo la prossima bolletta, o tutt’al più il conguaglio del gas, e lo dico in modo non troppo figurato.
            Oppure si può cominciare da qui, da uno dei consueti giochini a trappola, tra matrioske e scatole cinesi -tanto in voga nella finanza di oggi- sempre ai danni del proletariato:

            ” “Non ci sono le condizioni per fare un patto sociale“. Parola del vicepresidente di Confindustria per le relazioni industriali, Maurizio Stirpe

            • (2), che dal convegno dei Giovani Imprenditori ha ritirato la richiesta inviata ai sindacati dal presidente di viale dell’Astronomia Carlo Bonomi solo un mese fa. L’imprenditore e presidente del Frosinone è stato tranchant: “Una parte del sindacato pensa che, in pratica, questo patto non abbia i caratteri della necessità, e ha una visione diametralmente opposta da quella che noi stiamo privilegiando, preferisce avere un dialogo diretto con il Governo, fare accordi e poi farli cadere sulla testa delle imprese. Non è quello che vuole Confindustria, non è quello che vuole il presidente Bonomi: ho detto a Carlo che un patto così preferisco farlo saltare“. Il premier Mario Draghi, che all’assemblea degli industriali aveva auspicato “un patto economico, produttivo, sociale del Paese“, se ne farà una ragione. ”

              La trappola nella trappola sta tutta in quel “un dialogo diretto con il Governo, fare accordi e poi farli cadere sulla testa delle imprese”.
              La consapevolezza che col governo Draghi, con uno qualsiasi di questi governi, non vi sarà mai un accordo con le parti sociali, dove a guadagnarci saranno le classi sociali, a discapito delle imprese e del sistema del capitale.
              È solo fumo negli occhi.
              Nel percorso verso la nostra autodeterminazione collettiva, servono lotte, scioperi, e consapevolezza di classe.
              Forse ci stiamo avvicinando al momento storico in cui anche solo rileggere Il manifesto del Partito Comunista in una piazza davanti ad un gruppo di persone torna ad avere un significato.
              Un significato che si stava perdendo, un significato oggi im-mediatamente rivoluzionario.

              È necessaria una rivoluzione, e per farla abbiamo bisogno di portuali, di operai, di braccianti, di medici, di infermieri, di intellettuali, di pensatori, di scrittori, di poeti, di sognatori, di femministe, di lgbtq, di libertari di anarchici e di comunisti, di migranti, del nostro e di tutti i paesi, di yppies e di fricchettoni. Serve autoconsapevolezza, coraggio e paura, determinatezza, improvvisazione, servizi d’ordine, disordine, pittori, musicisti ecologisti e trampolieri del pensiero.
              Falci, bandiere, tappeti e cuscini e mestoli e padelle, note musicali, martelli e chiavi inglesi.
              Solo così, uniti collettivamente potremo ambire al nostro compito.
              Il nostro compito storico attuale è semplicemente quello di ridare un presente ed un futuro riempiti di varietà e di colori, rispetto a quelli ora neri e grigi
              della nostra, e delle future generazioni.

  82. Segnaliamo:

    Ma veramente è così semplice professarsi antifascisti nell’Italia contemporanea? (Prima parte) – di Militant du Quotidien

    https://militantduquotidien.blog/2021/10/21/ma-veramente-e-cosi-semplice-professarsi-antifascisti-nellitalia-contemporanea-prima-parte/

    Da leggere tutto e bene, ma anticipiamo uno dei passaggi-chiave:

    «Eppure ormai era quasi commuovente la stucchevolezza con la quale, con estrema banalità, si poteva professare così tranquillamente il proprio antifascismo in un paese che aveva appena votato il ri-finanziamento delle milizie criminali libiche per il sequestro dei migranti, che condannava a 13 anni di galera Mimmo Lucano, che aveva un codice penale risalente al 1930 e un codice civile del ’42, che aveva ri-aperto i lager sul proprio territorio; un paese dove in meno di cinque anni erano stati uccisi quattro sindacalisti nel silenzio più totale e dove, da anni, squadracce armate al soldo dei padroni attaccavano lavoratori in sciopero senza alcun tipo di conseguenza. Un paese dove ormai la cosiddetta“sinistra”, imboccata dalla grande narrazione mediatica, in nome di una sedicente “unità antifascista” plaudiva e si compiaceva dello sgombero – con lacrimogeni, idranti e manganelli – del blocco del porto di Trieste da parte di lavoratori e solidali contro il «green pass», mentre chi aveva da poco re-introdotto il reato di blocco stradale (“punito con la reclusione da uno a sei anni e le pene sono raddoppiate se il fatto è commesso da più persone”) parlava apertamente di repressione. Infine, nel bel mezzo della finta bufera, il Ministro Lamorgese, dal Viminale, nominava Roberto Maroni – dunque un sostenitore della Bossi-Fini la legge che da quasi un ventennio incatena le persone straniere lavoratrici nel limbo dell’irregolarità e dello sfruttamento – a presidente della Consulta per l’attuazione del protocollo contro lo sfruttamento lavorativo in agricoltura e del caporalato.»

    • Grazie del link.
      Direi che può essere visto come un buon sunto degli ultimi thread giappisti compresi di discussione, ed in questo senso fa piacere che si stia compattando un “fronte” a sinistra. Dando uno sguardo d’assieme, gli ultimi argomenti riguardano lo stesso nucleo, visto da prospettive diverse, incluso l’ultimo sulla prefazione ad Orwell.
      Approfitto per aggiungere qui alcuni pensieri che altrimenti sarei costretta a spargere qua e là. Sarò sintetica.
      -rispetto ai bambini/vaccini la mia perlustrazione della stampa mi ha fatto notare che ha vinto la riduzione ad Montesanum. Questo mi fa male. Perché sarà la questione a venire ed il sistema ha già etichettato e convogliato le risposte e critiche possibili con l’ormai noto stratagemma.
      Sull’argomento aggiungo solo la questione “un due tre stella ed esecuzione”, che si aggiunge alla consueta prova t° alla fronte, e che è arrivata anche alla materna dei miei nipoti. La questione di per sé è agghiacciante, indice a mio parere del modello sociale che si sta affermando, e meriterebbe una tematizzazione approfondita.
      Chi vuole approfondire, in rete si trova già molto.
      -sulla “rivoluzione” di cui ho parlato qualche giorno fa vorrei aggiungere una nota: non bisogna aver paura di pensare la rivoluzione. La rivoluzione non necessita di violenza, ma piuttosto di consapevolezza di classe e semmai di resistenza, quella sì. n
      Non necessita di uno stato, o di un partito di riferimento nazionale, deve essere anzi, in linea col sistema capitalistico, globale (il concetto di inter-nazionale viene ultimamente usato dai rossobruni sovranisti, per legittimare il nazionalismo, anche qui si può approfondire).
      Aggiungo che tutto quello che scrivo sono disposta a condividerlo, metterlo a confronto, sviscerarlo, demolirlo se necessario, e ricostruirlo collettivamente.
      -Su Austria e modelli lock down, di oggi le dichiarazioni di Ricciardi, che ci anticipa che il GP sarà solo per vaccinati.

      -Il link all’articolo sopra ribadisce la nota di WuMing, pensare al fascismo come stampella/ruota di scorta/strumento del sis. cap. non è né banale né complottista.
      A tal riguardo suggerisco di rivedere le “certezze” sull’epidemia nata dal pangolino.
      La SScienzah ufficiale stessa non ha certezze al riguardo, perché dovremmo bollare certe tesi come complottiste, soltanto perché non aderenti alla narrativa ufficiale iniziale?

      • Concordo vivamente con Lana_HK: la questione vaccini ai bambini è cruciale, e rappresenta l’aspetto più inquietante della gerontocrazia, ovvero mettere a rischio i bambini, che non sono toccati dal virus, per proteggere i vecchi.

        Sono invece più perplesso sulle considerazioni finali: “suggerisco di rivedere le “certezze” sull’epidemia nata dal pangolino […] perché dovremmo bollare certe tesi come complottiste, soltanto perché non aderenti alla narrativa ufficiale iniziale?

        Nessuno potrà mai darci la prova che il virus non sia nato in un laboratorio segreto di Wuhan. Ma perché dare credito a ipotesi fantasiose, quando il capitalismo è in ogni caso responsabile di questa situazione allucinante? La teoria del salto di specie ha il vantaggio di darci la consapevolezza che abbiamo esagerato con la cementificazione e l’occupazione degli spazi, sottratti alla natura selvaggia.

        Nella mia città, Verona, la scorsa primavera, nel silenzio da lockdown, i cantieri del TAV hanno raso al suolo ettari di bosco cittadino alla Fonte delle Monache, luogo suggestivo caro ai miei concittadini. Alberi sradicati, un progno che, esposto al sole estivo, e calpestato dalle ruspe, si è eutrofizzato, diventando una specie di cloaca a cielo aperto.

        Dove sono finite le migliaia di uccelli, rane, libellule, insetti, farfalle, mammiferi, che abitavano quella parte del bosco? In gran parte, morti, per fortuna (!). Ma gli altri si sono avvicinati alla zona abitata, e l’hanno occupata. Noi occupiamo gli spazi della Natura, e lei si avvicina a noi, si contamina e si ibrida. È in queste condizioni che si verificano le zoonosi. Eventi improbabili, ma che hanno mille e mille occasioni per verificarsi, e diventano così probabili, o addirittura certe. L’unica incognita è dove e quando.

        Ragionare in termini di impatto ambientale ci spinge a riflettere sul capitalismo, sul consumismo, sui privilegi a cui non vogliamo rinunciare. Pensare a un complotto sino-americano assolve il sistema che ci schiavizza in cambio di cellulari, TV e perline colorate. Tanto la colpa è di Goldfinger. O di Bill Gates, che vuole sterminare l’umanità, tranne i figli dei ricchi che hanno il cognome che inizia con la lettera G.

        Come scriveva qualcuno, le fantasie di complotto difendono il sistema.

  83. Condivido ovviamente le riflessioni su uomo ed ambiente.
    Non dobbiamo cmq dimenticare, o almeno io parto sempre da questo presupposto, che anche noi, siamo natura.
    Proprio la contrapposizione uomo/natura è quella che dall’iper sviluppo della società industriale, passando per il positivismo, ha reso possibile l’iper sfruttamento delle risorse e degli spazi, e inquadrato la natura come una cosa in sé, un mezzo da utillare a nostro piacimento.
    Inoltre sono vere le due cose.
    Se tale teoria ci impone di riconsiderare il nostro rapporto con l@ambientr, rigetta però il discorso sulla modificazione della natura, sulle sperimentazioni su virus ed armi biologiche -è appena deceduto Colin Powell, l@accusa di armi biologiche da parte di Saddam era accolta a livello planetario come totalmente plausibile.
    Rigettare in toto questo discorso quindi ci sottrae da altrettante primarie e riflessioni.
    Stiamo attenti, forse a non fare rientrare tutto nelle categorie complottismo/anticomllottisti.
    Il complottismo, è vero, difende in ultima analisi il sistema, come la dicotomia sopra detta.

    Credere che ad oggi non vi siano sperimentazioni a fini bellici, o di sviluppo medicinale o di qualsivoglia motivo è forse avere una visione un po’ ingenua del mondo, così come aderire tout court ad una ipotesi passata per certezza della narrativa dominante e debunker vari, ed oggi anche da loro stessi messa quanto meno in dubbio -anche se probabilmente cmq tra le righe e nascosta dalla propaganda-.credo che il principio di precauzione e del dubbio possa essere una buona modalità di accesso a tali tematiche, che in ogni caso non sono cmq le primarie nel più complesso discorso rispetto al divenire attuale.

    Lo stesso discorso sul dubbio e la divisione tra res extensa e res cogitans proiettava la nascita della scienza nella nostra società per opera di Cartesio, che le usava tra l’altro per affermare la dimensione divina.
    I discorsi sono sempre molto ampi e profondi.
    Dobbiamo forse stare attenti a non gettare il bambino con l’acqua sporca..?

    • Io negli ultimi mesi ho letto tutto quello che mi capitava a tiro sul presunto «ritorno» dell’ipotesi della fuga del virus dal laboratorio. In realtà, a conti fatti, tutto si riduce a un «non possiamo escludere a priori che». Sull’altro versante, quello dell’ipotesi zoonotica, permangono elementi molto più convincenti – a parte il calcolo delle probabilità, visto che quasi tutte le pandemie che conosciamo sono state avviate da zoonosi, ma a rigor di logica questo dato di per sé non può costituire una prova –, in primis il fatto che un coronavirus trovato nel pipistrello ferrumequinum è al 96% sovrapponibile al Sars-Cov-2, il che rende plausibile la tesi del passaggio intermedio.

      Il fatto che tale passaggio non sia ancora chiaro non invalida niente, spesso ci vogliono molti anni di lavoro per ricostruire queste sequenze. L’Hiv fece il primo salto di specie cent’anni fa, la relativa pandemia è iniziata sessant’anni dopo, l’analisi storica del genoma dell’Hiv è stata ultimata nel 2014. Ad ogni modo, staremo a vedere.

      A proposito, riguardo a come le “armi biologiche” e lo scenario della “guerra batteriologica” siano spesso sfruttati dal potere a scopo di propaganda e ristrutturazione militar-industriale consiglio: Critical Art Ensemble, Lo spettro della peste, Eleuthera, Milano 2006.

  84. Grazie dei riferimenti e degli approfondimenti, effettivamente, vista la complessità del tema, io mi limitavo a fare un copia ed incolla degli elementi giuntimi dalla rete analizzandoli con gli “strumenti” già in mio possesso.
    Sono in ogni caso interessanti, se venissero fuori ulteriori approfondimenti.
    Sugli armamenti in un recente passato ho approfondito le tematiche “chimiche” in particolare in riferimento a gas CS e fosforo bianco e loro utilizzo. Mi limito a dire che su questo argomento vi è una sorta di dicotomia e stupore tra il “non può essere usato” “interveniamo” ed un suo utilizzo invece giustificato da escamotage e buchi nella legislazione anche internazionali.
    Per fare due esempi il cs in val di Susa, la sua proibizione in conflitti di guerra, il gasdotto bianco usato a Falluja e nei territori. palestinesi e l’intervento militare in Siria per scongiurare l’uso di armi chimiche..
    Ma anche qui con i miei pochi strumenti.e tempi concessomi, che poi nella vita faccio tutt’altro..
    Cmq vado OT..
    Se avete link su tali tematiche in Giap approfondisco.volentieri, purtroppo vi leggo più assiduamente solo dalla emergenza pandemica..

    • Tu però stai parlando di guerra chimica, di cui abbiamo esempi fin dalla prima guerra mondiale e che l’Italia stessa ha praticato su vasta scala in Libia e in Etiopia, bombardando con iprite e fosgene. In teoria la guerra chimica è proibita dalle convenzioni internazionali, in realtà vi si è fatto ricorso spessissimo, dal Vietnam all’Iraq.

      Io invece mi riferivo alla guerra che spesso è definita “batteriologica”, termine improprio perché semmai andrebbe detta «virale o batteriologica». Ecco, quella resta molto, molto ipotizzata e anche favoleggiata ma poco riscontrata, se non altro come operazione di stato e campagna su vasta scala durante una “guerra guerreggiata” (nel senso: anche vendere ai nativi americani coperte infette di vaiolo era un atto di guerra virale, ma non erano operazioni belliche di stato, erano iniziative “dal basso”, in fondo molto simili a “normali” avvelenamenti).

      Troppe incognite, troppi sviluppi imprevedibili, i “contro” di una guerra viral-batteriologica potrebbero essere molto superiori ai “pro” anche per chi sferrasse l’attacco.

      Tra l’altro, è quel che fece notare Badoglio quando si oppose all’ordine di Mussolini di usare i batteri di tifo e colera come armi contro l’Etiopia. In soldoni: tifo e colera non saprebbero distinguere tra abissini e italiani.

      • Circa la guerra batteriologica e varie installazioni militari che si occupano sia della “difesa dalla” che di “sviluppo dell’uso bellico della” direi che è un concetto abbastanza “mainstream” e ci sono parecchi titoli in romanzi di lettura popolare.

        Cito ovviamente “l’ombra dello scorpione” [parlo di King in casa di traduttori :-) ] più un altro paio di racconti di King (credo in “Scheletri” e in “Incubi e deliri” oltre che nei mondi della Torre nera), ma anche Tom Clancy in “Potere Esecutivo” e poi ripreso in “Rainbow six”, dove in entrambi i casi si paventa il rischio di un uso di queste tecnologie di guerra batteriologica da parte di estremisti (e nell’ultimo citato si parla anche di falsi vaccini).

        C’è poi il recente “Clean” (non mi ricordo l’autore, me l’hanno regalato e l’ho letto senza troppa convinzione) dove un virus usato come vettore per una terapia genica contro l’Alzheimer muta per contatto con uno più aggressivo e contagioso diffondendo una sorta di demenza pandemica.

        La cosa interessante di quest’ultimo, a parte un fracco di cose e topoi (si dice così?) già visti e ripresi, è la deriva che potenzialmente rischia di prendere la società dei sopravvissuti, con i più razionali e “democratici” che soccombono di fronte a vari teocon “più preparati” al nuovo contesto, che cercano di instaurare società teocratiche.

        Sarebbe bello leggere un romanzo genere “catastrofico” e “prepper” dove però la catastrofe diventa il punto di svolta da cui le forze “dei buoni” si coalizzano per realizzare un cambiamento veramente utopico, verso la realizzazione di una società più equa e più giusta, ed anche libera e “bella”…

        • «Sarebbe bello leggere un romanzo genere “catastrofico” e “prepper” dove però la catastrofe diventa il punto di svolta da cui le forze “dei buoni” si coalizzano per realizzare un cambiamento veramente utopico, verso la realizzazione di una società più equa e più giusta, ed anche libera e “bella”…»

          Sotto quest’aspetto è molto interessante La maschera della morte rossa, ultimo racconto della raccolta Radicalized di Cory Doctorow (Mondadori, 2021). Il titolo ripreso dal celeberrimo racconto di Poe fornisce già una chiave ma al tempo stesso depista :-)

          • Beh, capisco che suonarsela e cantarsela da soli non sia nè corretto e neppure elegante; è chiaro poi che la modestia rimarrà sempre una virtù mai abbastanza praticata e/o apprezzata; permettetemi allora di fare le veci di Moira Dal Sito e di affermare che all’interno di Quando qui sarà tornato il mare
            si possono leggere veri e propri gioielli di narrativa «cli–fi», in itaiano, che non è poco. Racconti che, a mio parere, aprono il cuore oltre che la mente e lo fanno in modo fantastico, trasportando chi legge in un futuro fatto di paesaggi devastati/devastanti ma popolato da esseri umani che, come i due protagonisti de La strada di Cormac McCarthy, sembrano portare viva in giro per le lande allagate quella fiammella di umanità che rende la vita sul pianeta sostenibile. Senza ombra di dubbio il Quinto Atto del libro è uno dei racconti più belli, emozionanti e divertenti che mi sia mai capitato di leggere.

  85. 1/3
    Una settimana dopo lo sgombero del porto sulla stampa si intravedono solo macerie. La tragedia che diventa farsa con gli eventi che hanno luogo tra sabato e domenica.
    Puzzer che battibecca con Fedriga dalla Annunziata e non è in grado di dire nient’altro che le due, tre cazzate concordate con Giacomini da giorni, continuando nel bluff sull’incontro con Patuanelli, insistendo che aspetta fiducioso un segnale dal governo, che sarà il due di picche che sappiamo da giorni.
    Tuiach che annuncia di essersi beccato il Covid e conferma di essere quel che tutti lo considerano, insistendo sul fatto che se lo sarebbe preso a causa degli idranti e del freddo.
    Di nuovo Puzzer che compare all’incontro triestino di una roba chiamata Ancora Italia, che ha come presidente l’avvocato Francesco Toscano e Diego Fusaro come «filosofo» di riferimento: l’anima «cattolica e quella socialista, unite da un’idea di sovranità nazionale», un baraccone su cui salgono fascistoni di ogni risma fingendo di essere «di destra sul piano valoriale nonché di sinistra sulla giustizia sociale»…
    Sia di destra, sia di sinistra, ovvero di destra.
    Qualche centinaio di passeggiatori che si fermano in piazza e assistono al penoso cabaret messo in piedi da quelli del «15 ottobre» sotto il titolo di «No paura day». Da qui scopro che mi sarei vaccinato perché spinto dalla paura – lo sostiene un tizio che su youtube va alla grande spacciandosi per «giurista libertario» e fregiandosi del misterioso titolo di «Presidente Sez.em. S.C. Cassazione». In effetti pare uno che fino a ieri è rimasto sepolto in qualche scantinato di un palazzo di giustizia e per la prima volta vede la luce del sole. La sua è comunque una posizione che mi sembra stridere forte con l’appello a «restare uniti contro il greenpass» che nella stessa manifestazione fa una tale sociologa, che poi scopro essere stata anche candidata della Lega in Veneto e in possesso di un bel po’ di master e specializzazioni in schiavitù del prossimo.
    Peraltro ho il forte sospetto che buona parte di questi personaggi arrivati da chissà dove in realtà siano tutti vaccinati, e che parlino così tanto della paura perché sono i primi ad averne. Ma non ho riscontri «scientifici» di questo.

    • 2/3
      Macerie. Tra le quali domenica sera circola anche la voce di un ragazzo che nel pomeriggio – mentre quelli del «15 ottobre» disquisivano del non aver paura, forse nella stessa piazza – sarebbe stato preso dalla polizia e picchiato perché si era seduto nel posto sbagliato, scena che diversi passanti avrebbero visto, malgrado sarebbe stata coperta dai portelloni dei blindati, e riferito a diverse persone di entrambi i coordinamenti. Alle richieste di chiarimenti di alcuni passanti la polizia avrebbe risposto che non è successo nulla. E per quanto ne so non posso fare altro che riportare questa voce che, per quanto dettagliata, non ha altri riscontri. Ma denota il clima che si respira da queste parti.
      E ancora il Corriere che parla di Milano e, nell’imbastire per l’ennesima volta la farsa degli opposti estremismi, mettendo assieme i fascistoni dei Dodici Raggi con la presenza nel corteo No Greenpass di un ex Br che si è fatto decenni di galera, non riesce però a nascondere la confusione dei commentatori che finiscono per dichiararsi confusi per l’imprevedibilità e l’indecifrabilità di questa ondata di proteste. Imprevedibile un cazzo. Certo, nemmeno io mi aspettavo che assumesse queste proporzioni, ma era tutto assolutamente prevedibile e l’avevamo scritto in molti da un pezzo: questa roba è il risultato di un accumulo di rabbia che va avanti da venti mesi. Non è nemmeno «indecifrabile», ma usare questi termini è un modo di descrivere chi va in piazza come una specie di «alieno».
      O persino di convincerlo che lo sia.
      Il vero dramma degli ultimi giorni è la polarizzazione insensata che di nuovo si approfondisce in tutte le discussioni: se sei contro il pass sei contro i vaccini, se sei a favore dei vaccini devi anche essere a favore del pass… In tutto questo la difficoltà di chi fin dall’inizio ha interpretato correttamente il modo di stare in questa lotta si approfondisce, diventa enorme e facilmente comporta errori e passi falsi che prestano il fianco a chi ha tutto l’interesse a sabotarla – sia perché è al potere e in queste settimane ha sudato freddo nel vedere questa mobilitazione, oppure perché di fatto sposa la strategia del potere, in base all’assunto che se una piazza non è limpidamente e compattamente antifascista quella piazza è fascista.

      • 3/3
        Lunedì mattina finalmente il Coordinamento No Greenpass comunica l’esito del confronto al suo interno dopo questi giorni convulsi in cui il «15 ottobre» di Giacomini, interpretato dal personaggio che va sotto il nome di Puzzer, si è preso la scena.
        La mossa pare tanto scontata quanto necessaria: tornare in strada giovedì, stavolta dalla piazza simbolo della storia operaia di questa città, Campo San Giacomo. Non presentare il green pass e astenersi dal lavoro quel giorno. Organizzarsi coi colleghi delle varie aziende e categorie. Incontrarsi di nuovo durante la giornata e fare il punto della situazione.
        C’è però una nota stonata nel volantino che convoca questa ennesima giornata di mobilitazione, la frase che recita: «Giornata eventualmente coperta dallo sciopero generale indetto da FISI fino al 31/10». Stonatissima.
        È il frutto di una discussione che è andata avanti per ore: da un lato chi nel coordinamento osserva che l’unico modo per mantenere il punto del blocco della produzione necessita di avere una copertura sindacale, dall’altro chi riconosce questo aspetto, ma insiste che farlo utilizzando la copertura di un sindacato inesistente di estrema destra, di cui lo stesso Giacomini compare spesso come uno dei referenti, è impossibile.
        Non sono in grado di dire in che misura in questa discussione ci si sia posto il problema che lo sciopero della FISI è sottoposto a procedura di illegittimità. Che, al di là dei rischi legali che potrebbe comportare, per antifasciste e antifascisti sia impensabile aderirvi pena legittimare un sindacato dalla matrice ormai nota. Che il problema politico sotteso è per quale ragione altri sindacati, che pure si sono espressi chiaramente contro il GP, non forniscano a loro volta copertura per continuare la mobilitazione – e questo aspetto dovrebbe davvero riguardare tutti, non solo il coordinamento triestino.
        Bel casino. È tutto sbagliato, mi dico. È giusto esserci, mi ripeto. Per quanti inciampi il conflitto sociale possa avere e per quante incertezze possiamo avere noi al riguardo, è un dato di fatto che il corpo sociale si è risvegliato. Come ogni risveglio da un coma, va accompagnato. Chi ha deciso di starsene il più lontano possibile da questo risveglio è condannato a capirci molto, molto meno di noi.

        • Un’altra nota stonata in quel volantino per me è il riferimento alla verità, una roba che mi provoca un’angoscia violenta che non so spiegare, anzi, la so spiegare benissimo, ma bon. Mi è successo anche quando sono andato a vedere come buttava al corteo non mi ricordo quale, quello partito dall’Ausonia, qualche giorno prima della battaglia dei Campi Elisi. Passano i portuali, figon, passano i metalmeccanici, figon, c’è il camion col sound system, figon, poi qualcuno prende in mano il microfono e comincia a dire qualcosa su una verità che sarebbe stata tenuta nascosta, e io mi sono sentito fisicamente male. Ho girato la bici e sono schizzato su per via Belpoggio tipo Pantani sull’Alpe d’Huez per scaricare i nervi.

          p.s. a scanso di equivoci: solo amore per le compagne e i compagni che hanno cercato di portare un po’ di luce in un sommovimento sociale di massa (perché 15-20mila persone in piazza a Trieste, che ha 200mila abitanti, sono una massa), che rischia fortemente di essere risucchiato nelle tenebre in qualunque momento.

          • Non ti lamentare. L’ultima volta che sono stato qui a Roma a “vedere come buttava” un tizio ha preso parola al microfono e ha detto di avere a disposizione un dispositivo per misurare l’elettromagnetismo nell’aria, invitando tutti a seguire il suo gruppo per andare in giro nei quartieri di Roma (stile Caro Diario aggiungo io) a misurare i livelli di elettromagnetismo nell’aria. Non scherzo.

            Qui a Roma, a proposito, l’elettroencefalogramma è piatto.

            Io credo che certe cose, tipo “la verità” che citavi tu o la “libertà”, sono un “catch-all” del quale non sarà facile rimaner presto netti.
            Se devo essere sincero, a me frega fino a un certo punto.
            Come è stato anche ampiamente esplorato qui su Giap, è piena la storia di piazze “blob” colme di persone di tanti tipi, alcune delle quali usavano parole semplici per protestare, ma che hanno dato il la a movimenti del tutto rispettabili o anche ben più che rispettabili.
            Secondo me, concludendo, se volessimo costruire un framework stupidino entro il quale lavorare per dare una “stima” alla piazza in analisi e non buttarsi dal balcone, bisognerebbe innanzitutto identificare:
            1) chi si vuole fare una posizione personale sotto i riflettori della protesta (vedi Puzzer)
            2) i fascisti, che poi nient’altro sono che un sottoinsieme del 1

            La fortuna è che questi escono da soli abbastanza velocemente, come la cacca se mangi qualcosa di guasto e come il borghesotto che voleva solo riguadagnare la possibilità di espletare i suoi automatismi borghesi libero e felice come una farfalla.
            Per il resto e per ora, probabilmente lo dico per la “carestia” che c’è qui a Roma, basta tapparsi un po’ il naso e via.

            Un saluto e un grazie a Andrea Olivieri, tuco e tutti gli altri, grandi!

            P.S. Tuco il tuo sogno, misà che qui è OT di brutto, a me ha ricordato elementi del Lynch di Twin Peaks! Il pelato con la barba secondo me è Oscar Giannino. Quando parla, è risaputo, bisogna tapparsi le orecchie e gli occhi quando scrive.

        • “Che il problema politico sotteso è per quale ragione altri sindacati, che pure si sono espressi chiaramente contro il GP, non forniscano a loro volta copertura per continuare la mobilitazione – e questo aspetto dovrebbe davvero riguardare tutti, non solo il coordinamento triestino”.

          Noi a Genova abbiamo non uno, non due, ma tre sindacati di base che diciamo con vari gradi di tempismo e convinzione, si sono espressi contro il GP (anche qui ovviamente ci sono molti dilemmi e dubbi sul “prolungamnento FISI” fra i lavoratori di diversi ambiti).
          Oggi comunque c’è stato lo sciopero USB dei lavoratori del porto (con incontro in prefettura), quindi qualche copertura (senza dubbi di legittimità) inizia ad esserci e le mobilitazioni continuano.

  86. Ciao a tutt*. Giovedì 28 ha indetto uno sciopero anche la Smart workers Union, sindacato che sento nominare oggi per la prima volta e facendo una ricerchina su internet non sono riuscito a capire esattamente chi sono, l’unica traccia recuperata è stato un piccolo intervento del suo segretario su un articolo del Post. Ovviamente credo si rivolgano principalmente ai dipendenti della pubblica amministrazione, tra i quali, posso testimoniarlo direttamente, c’è molto, molto fermento. Non è assolutamente mia intenzione fare pubblicità a questo o quel sindacato ma vi ho segnalato questa cosa perché magari qualcuno di voi ne sa qualcosa di più. Grazie per il lavoro che fate.

    • Ti ringrazio per la segnalazione che mi permette di dare informazioni anche su un’indicazione di metodo sulle lotte, qualcosa da considerare nel contesto di un prontuario su come muoversi.
      Riguardo al riferimento allo sciopero FISI nel volantino del Coordinamento, mi pare di capire che sia il frutto di un esagerato burocraticismo da parte di una componente che in questo modo ritiene che chi voglia partecipare alla mobilitazione giovedì sia così più garantito. In realtà è proprio il contrario, perché è molto probabile che lo sciopero FISI verrà dichiarato illegittimo, perlomeno per le cosiddette categorie essenziali.
      Nella discussione alla fine si è scelta la mediazione al ribasso – che non è mai un bene a mio avviso, al di là del merito specifico – però nello stesso volantino si parla soprattutto di «astensione dal lavoro».
      È importante considerare che, per paradosso, è lo stesso decreto che introduce il Greenpass a fornire alle lavoratrici e ai lavoratori uno strumento per assentarsi dal lavoro senza bisogno che sia stato proclamato uno sciopero. E la motivazione per farlo, anche per chi ne è in possesso, è quella di dichiarare di non avere il greenpass! Come noto la conseguenza sarà l’essere mandati a casa per quella giornata in quanto assenti ingiustificati, senza retribuzione ma anche senza conseguenze disciplinari, potendo rientrare il giorno successivo esibendo il GP.
      Ho notizie del fatto che in giro per l’Italia si sta iniziando a considerare il fatto che questo effetto paradossale del decreto potrebbe rivelarsi un boomerang clamoroso, di fatto introducendo la possibilità di scioperi improvvisi a gatto selvaggio. La butto là: e se l’isteria governativa che i media stanno nascondendo a stento con le cazzate sugli opposti estremismi, in realtà fosse causata proprio da questo? E che da qui a dicembre questo strumento inaspettato potrebbe rivelarsi utile per una miriade di lotte imbrigliate dai meccanismi di regolamentazione degli scioperi? Solo ipotesi sia chiaro, ma chissà…

      • “– però nello stesso volantino si parla soprattutto di «astensione dal lavoro».
        È importante considerare che, per paradosso, è lo stesso decreto che introduce il Greenpass a fornire alle lavoratrici e ai lavoratori uno strumento per assentarsi dal lavoro senza bisogno che sia stato proclamato uno sciopero. E la motivazione per farlo, anche per chi ne è in possesso, è quella di dichiarare di non avere il greenpass!”

        Questo punto in effetti è interessante, e non lo avevo razionalizzato così chiaramente fino a quando l’ho letto dalle tue parole (e colgo l’occasione per ringraziarti dei tuoi interventi sempre molto chiari interessanti e pertinenti).
        Da qui -e passiamo all’assurdistan- risulta ancora più assurda la sospensione del parlamentare fino a 10 giorni che non esibisce il greenpass (laddove per una simile mancanza al lavoratore si parla credo di un’ammenda pecuniaria cmq consistente).
        Ok, se ad essere sospesi sono uno Sgarbi e co o vari, ce ne possiamo anche xxttere, ma io sono sempre propensa a giudicare una legge non in base al mio/nostro interesse particolare, ma a livello generale, anche perché costituisce cmq un precedente, che se taciuto, ne dà adito ad altri e via dicendo (alcuni poi ritengono che è proprio in questo modo “soft/legittimo” che nascono le dittature).
        Per spiegarmi meglio.. se avessimo diciamo un partito Comunista che ci rappresentasse al 20/30 per cento in parlamento, e fosse contrario in toto al green pass, con questa legge potrebbero essere sospesi, e venendo forse a meno la legittimità democratica -notare che la questione green pass viene a mano a mano allargata ad altri paesi, almeno dalle chiacchere dell’informazione- di questa legge.

        Altra cosa interessante, è che qualsiasi lavoratore munito o no del greenpass, vaccinato o non vaccinato, possa dire, presentandosi al lavoro, che quel giorno non lo possiede.

        Aggiungo due note sulla questione Squitgame. ho scoperto esservi una voce nella nota enciclopedia on line. Personalmente non ho visto la serie, e forse ho scritto alcune inesattezze -ad esempio la data di lancio è del 17 settembre, più di un mese fa, mentre credevo ottobre-, se qualche giappista l’avesse vista, sarei interessata di una sua opinione.
        La serie cmq è prima nella classifica Netflix in 94 paesi. Quindi non parliamo di banane e noccioline, ma di un fenomeno che ha investito le società di molti paesi e che prob. ha soddisfatto una mancanza fino a prima inespressa.
        Per me rimane un segnale sociale inquietante.

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