A cosa serve l’epiteto «negazionista» e quale realtà contribuisce a nascondere

«Io dico sì a tutto, per non farmi dare del negazionista.»

di Wu Ming

Video “virali” del tizio o della tizia che gliele canta ai «negazionisti»; titoloni sul pericolo «negazionisti»; invettive contro i «negazionisti»; satira sui «negazionisti», grasse risate! I «negazionisti» sono ovunque, ed è colpa loro se le cose vanno male. Ecco allora i nostri eroi, i prodi che li contrastano, gettando loro guanti di sfida: «Vengano in terapia intensiva, i negazionisti!»

Sono sfide a nessuno, invettive contro fantasmi, colpi sparati nella nebbia. Chi sarebbero i «negazionisti»? Sì, esistono frange secondo cui la pandemia sarebbe finta, ma sono ultraminoritarie. In genere, nemmeno chi è aperto a fantasie di complotto su Bill Gates, i vaccini e quant’altro nega che sia in corso una pandemia e che il virus uccida. E allora di chi si sta parlando?

Il termine «negazionista» ha ormai una storia pluridecennale. Coniato negli anni Ottanta per definire personaggi come David Irving, Robert Faurisson o Carlo Mattogno, secondo i quali nei lager nazisti non sarebbero esistite camere a gas né sarebbe avvenuto alcuno sterminio sistematico di ebrei e altri prigionieri, in seguito è stato esteso a sempre più ambiti, diventando un’arma nelle culture wars del XXI secolo.

In Italia, negli ultimi quindici anni, se n’è appropriata la destra per accusare di «negazionismo» chiunque smontasse le sue narrazioni – bufale storiche incentrate su fantasie di complotto antislave – sulle «foibe» e l’«Esodo istriano-dalmata». In quel modo, mentre una narrazione risalente al collaborazionismo filonazista diventava “storia di Stato” con l’istituzione del Giorno del Ricordo, la destra poteva fingere di occupare il “centro” del dibattito sulla memoria storica. In parole povere, poteva denunciare gli “opposti estremismi”: c’è chi nega la Shoah e c’è chi “nega le foibe”, stessa roba.

E dato che – nonostante l’opposizione di gran parte delle storiche e degli storici – anche in Italia si è introdotta una legge «anti-negazionisti» (lo ha fatto il governo Renzi nel giugno 2016), a essere agitato è anche lo spettro dell’azione giudiziaria. È proprio di quest’anno una proposta di Fratelli d’Italia per estendere l’attuale legge ai «negazionisti dei massacri delle foibe».

L’effetto di framing è quello della Reductio ad Hitlerum: su qualunque tema e questione si attiva un implicito – e a volte esplicito – paragone con il negazionismo della Shoah, e tramite una catena di false equivalenze si accelera il ciclo della Legge di Godwin: in men che non si dica ti danno del nazista, perché se sei “negazionista” – poco importa riguardo a cosa – sei come i nazisti.

Il «negazionismo» come demenza. Clicca per ingrandire.

Da tempo l’uso del termine «negazionismo» segnala un buttarla in vacca, e sarà sempre più così, perché il termine incoraggia l’indolenza, si presta ad accuse pigre.

Quel che è più grave, il termine spinge verso la patologizzazione dei discorsi sgraditi e la psichiatrizzazione dell’avversario: se non sei d’accordo con me che la penso “come tutti” allora “neghi la realtà”, e chi nega la realtà è un folle o un demente, e coi folli o i dementi non si può ragionare.

Torniamo all’ossessione odierna per i «negazionisti del Covid»: andando a vedere, si scopre che «negazionista» è un epiteto scagliabile contro chiunque critichi l’irrazionalità e/o iniquità di un provvedimento o anche solo si mostri scettico sulla sua efficacia, chiunque smonti un esempio di mala informazione mainstream sul virus o reagisca sbuffando all’ennesimo titolo strumentale, chiunque ricordi le responsabilità del governo o dei governatori, chiunque rifiuti la narrazione dominante incentrata sull’«è colpa nostra, non ce la possiamo fare, gli italiani capiscono solo il bastone». Persino chi “indossa male” la mascherina si becca l’epiteto di «negazionista».

Il «negazionista» è il nuovo «quello che fa jogging».

Uno pseudo-concetto che fa danni

L’uso indiscriminato ha reso l’epiteto non solo di scarsa utilità per capire quali posizioni si stiano di volta in volta scontrando, ma lo ha reso proprio tossico.

Qualcuno ancora cerca di usare il termine in modo che produca senso. Nella migliore delle ipotesi, si brandisce un’arma concettuale spuntata; nella peggiore, si lancia un vero e proprio boomerang, perché l’effetto di framing è fortissimo e il termine genera inevitabilmente dicotomie, antinomie, pensiero binario.

Arma spuntata. Quando si parla di disastro climatico, dove pure un negazionismo – in senso stretto e in senso lato – è stato a lungo operante, godendo anche di finanziamenti da parte dell’industria dei combustibili fossili, l’accusa funziona sempre meno e sta diventando un cliché, un tic lessicale, una manifestazione di pigrizia, come già in altri ambiti. I negazionisti stanno da tempo ricalibrando i loro discorsi, oggi davvero poca gente sostiene che non sia in corso un surriscaldamento globale. Le argomentazioni speciose riguardano l’entità del fenomeno, le sue cause e il come farvi fronte.

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Effetti boomerang e pensiero binario. Anche noi, in coda a un post di qualche settimana fa, abbiamo scritto che chi accusa chiunque di «negazionismo» è il più delle volte negazionista, perché nega ogni evidenza sull’irrazionalità dei provvedimenti e sulle responsabilità politiche nella gestione della pandemia. Un paradosso che abbiamo scelto di non sviluppare, perché sviluppandolo avremmo rilegittimato l’uso del termine e rafforzato un frame pericoloso. Ha provato invece a svilupparlo Giancarlo Ghigi in un articolo uscito sul sito di Jacobin Italia e intitolato «I due contagi».

Ghigi divide l’opinione pubblica in due schieramenti o due «tifoserie»: i negazionisti del morbo e i negazionisti del disciplinamento. L’articolo dice molte cose giuste, ma stabilisce dal principio una falsa omologia: almeno nella società italiana – ma crediamo valga per tutta l’Europa e gran parte dell’Occidente – i «negazionisti del morbo» sono un’infima minoranza, costantemente ingigantita al microscopio dai media e tirata in ballo per esecrare il dissenso, mentre il «negazionismo del disciplinamento» è maggioritario, impregna il discorso ufficiale e dà forma alla narrazione dei media filo-governativi.

Quando Ghigi esorta a «riconoscere il morbo come oggettività», di chi parla? Chi davvero non sta «riconoscendo il morbo come oggettività»? Quant’è utile stabilire un’omologia tra chi negherebbe l’esistenza del virus e chi prende sottogamba la gestione autoritaria e capitalistica dell’emergenza, se il primo atteggiamento è in gran parte effetto di una proiezione gigantografica mentre il secondo è ideologia dominante? Alla fine, l’esito è quello di riproporre gli “opposti estremismi”, con l’autore che si pone “nel giusto mezzo”. Come ci ha detto un compagno con cui abbiamo commentato il pezzo di Ghigi, «intuisco le buone intenzioni, ma si è come ubriacato della sua stessa dicotomia.»

Detto questo, ci è drammaticamente chiaro a chi pensasse Ghigi denunciando il «negazionismo del disciplinamento». Quest’ultimo gonfia il non-detto di una “sinistra”,  anche e soprattutto “radicale” e “di movimento”, che in nome dell’emergenza – vissuta dal principio in modo subalterno – ha rinunciato a esprimere qualunque critica ai dispositivi in atto.

Lo s-piazzamento della «sinistra»

Un meme entrato in circolazione nell’ottobre 2020. Clicca per ingrandire.

Con poche e lodevoli eccezioni, l’area politica che per inerzia abbiamo continuato a chiamare «il movimento» – un rado reticolo di centri sociali, collettivi universitari, radio indipendenti, librerie, cooperative e segmenti di sindacati di base – si è legata da sola mani e piedi. Lo ha fatto nel momento in cui ha deciso di sposare la narrazione colpevolizzante e securitaria imposta dalla «dittatura degli inetti», e questo è accaduto subito, prima ancora del 9 marzo.

Con l’autunno, l’area è rimasta spiazzata – anche in senso letterale: esclusa dalla piazza – dalle proteste e rivolte contro i dpcm, e adesso prova a far vedere che c’è anche lei, finendo per emettere proclami confusi, contraddittori, inefficaci. L’idea di fondo è ancora che si debba chiedere un «reddito di lockdown». Più è duro il «lockdown» – e lo si auspica duro, per stangare i furbetti dell’aperitivo e i genitori permissivi – più deve essere universale il reddito. La situazione immaginata corrisponde agli arresti domiciliari di massa con lo stato che ci versa un sussidio sul conto corrente.

A parte che questo è un incubo huxleyano, rivelatore di un’idea miseranda di vita umana, qualcuno dovrebbe spiegarci perché e per come ciò potrebbe o dovrebbe realizzarsi. Perché lo diciamo «noi»?

Chi davvero non ha reddito, da che mondo è mondo, si organizza per protestare, lottare e ottenerlo. L’ultima cosa che fa è accettare o addirittura chiedere d’essere recluso.

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Qualche giorno fa abbiamo visto gli operai Fiom di Genova scendere in strada e arrivare anche all’attrito con la polizia per protestare contro i licenziamenti, che in teoria sono bloccati, ma fatta la legge trovato l’inganno. In molti luoghi di lavoro i lavoratori e le lavoratrici si organizzano ogni giorno per rivendicare il diritto di fare assemblee sindacali in presenza, negli spazi adeguati, perché i padroni  – privati e pubblici – hanno iniziato a negarle o a declinare ogni responsabilità in caso di contagio: sei buono per andare a lavorare ma non per fare l’assemblea sindacale. I riders manifestano ormai con una certa frequenza, con flash mob per strada, cioè precisamente sul loro luogo di lavoro. I cosiddetti intermittenti della cultura e lavoratori dello spettacolo sono scesi in piazza in varie città per ricordare a tutti che stanno alla canna del gas. Per non guardare all’estero, dove abbiamo visto lotte di piazza importantissime in questi mesi pandemici, perfino in un paese devastato come gli USA, dove il movimento Black Lives Matter ha dato una spallata importante alla presidenza di Trump contribuendo a non farlo rieleggere.

Le lotte le puoi fare se ti prendi lo spazio e l’agibilità per farle, non se ti fai recludere.
Se invece il reddito è una rivendicazione puramente ideale, astratta, allora sì, va bene anche chiederlo dal divano.

Una “spia” di quanto sia astratto il discorso è che, nelle varie convocazioni e articolesse, si attacca retoricamente Confindustria mentre si fanno i salti mortali per non criticare l’esecutivo, i tempi, modi e contenuti dei dpcm, l’emergenza come metodo di governo.

Lo diciamo chiaro: se attacchi Confindustria e non il governo, non stai davvero attaccando Confindustria.

La narrazione colpevolizzante, il costante scarico delle responsabilità sui cittadini, la demonizzazione dell’aria aperta quando il contagio è sempre stato molto più probabile al chiuso, la chiusura di luoghi della vita pubblica e settori del mondo del lavoro dove il contagio era improbabile mentre se ne tengono aperti altri dove è probabilissimo… Tutto questo deriva a cascata dalla necessità, da parte del governo, di non ledere gli interessi di Confindustria. Bisogna far vedere che si fa qualcosa, che si chiude qualcosa, e si adottano provvedimenti cosmetici, apotropaici, diversivi. È così dal marzo scorso, da quando il governo si rifiutò di dichiarare zona rossa i comuni di Alzano e Nembro, in bassa val Seriana.

E così ci ritroviamo a subire il coprifuoco, misura che non ha alcuna giustificazione epidemiologica credibile ma serve a fare “penitenza”, come detto con ammirabile candore dall’immunologa Antonella Viola dell’Università di Padova:

«Il coprifuoco non ha una ragione scientifica, ma serve a ricordarci che dobbiamo fare delle rinunce, che il superfluo va tagliato, che la nostra vita dovrà limitarsi all’essenziale: lavoro, scuola, relazioni affettive strette.»

Se il focus della narrazione si è fissato sulla necessità di “fare penitenza”, è perché la responsabilità è stata stornata da chi ce l’aveva e dispersa verso il basso.

Ogni presa di posizione che rimanga reticente su questo, ogni ricorso a Confindustria come mero sparring-partner retorico, ogni discorso unicamente incentrato sul «reddito di quarantena» o analoghe formule, ogni tinteggiatura “rivoluzionaria” dell’esortazione a chiuderci in casa è per noi irricevibile. E reazionaria.

«Ne parliamo dopo»… quando?

La cosa che continua a stupirci, nelle tirate moralistiche dei “compagni per la reclusione domestica generalizzata e per la colpevolizzazione dei furbetti”, è quanto la facciano semplice, quanto prendano alla leggera – quasi alla leggiadra – l’idea mostruosa di azzerare la vita sociale a tempo indeterminato, quanto siano arrivati a trovare non solo necessaria ma augurabile e persino, implicitamente, rivoluzionaria l’immagine di milioni di persone blindate tra quattro pareti (ma ci sono i social, c’è Zoom, dài, che vuoi che sia!). Stupisce il fatto che non si pongano mai il problema di quanta sofferenza, quanta malattia mentale, quante esistenze triturate e rovinate, quanti passaggi di vita fondamentali perduti, quanta morte ci sia in questo scenario. Perché la morte non è solo la cessazione di un paio di funzioni-base dell’organismo.

I controlli fatti dopo la fine di #iorestoacasa (da maggio in poi) hanno riscontrato un aumento generalizzato di suicidi, violenze domestiche, femminicidi, vendite di psicofarmaci, depressione, ansia e disturbi alimentari tra bambini e adolescenti, azzardopatia, dipendenza da Internet e da video e molti altri disturbi. Per non parlare dei disturbi che causa e causerà l’aver perso il lavoro, l’attività, a volte la dignità.

Davvero siamo arrivati a credere che «salute» sia soltanto non prendersi il virus?
Davvero siamo arrivati a pensare che «vita» significhi così poco,  e si riduca al non ammalarsi di Covid?
Com’è possibile che si sia giunti a dire che ora si deve pensare solo al virus e di tutto il resto della realtà sociale – forse – ne parleremo «dopo»? Ma «dopo» quando? Davvero si pensa che, se stiamo zitti e muti adesso, «dopo» potremo riprendere discorsi “radicali” come niente fosse? Ma dove, come? Con quale faccia?

Ecco allora che «negazionista» diventa chiunque non accetti di posporre la critica a «data da destinarsi», cioè alle calende greche.

L’uso dell’epiteto si accompagna a un altro espediente: chi attacca Confindustria in modo astratto e retorico – come escamotage per non criticare il governo che di Confindustria tutela gli interessi – accusa di «confindustrialismo» (!) chi invece, coerentemente, critica Confindustria e governo insieme.

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Questo capovolgimento della realtà è reso possibile da un’accusa preliminare: quella  di «pensare alla libertà individuale invece che alla tutela del prossimo». In base a tale falsa premessa, ogni critica dell’emergenza sarebbe «liberista». A molti si è piantata in testa l’idea che la libertà sia «individuale» e da lì non li smuoverà più nessuno. Nelle scienze cognitive si chiama «pregiudizio di ancoraggio».

La facile apologia di ogni restrizione – anche la più irrazionale e disonesta – sta mettendo in secondo piano, anzi, in terzo, decimo, centesimo piano la devastazione del legame sociale, lo smarrimento di massa, la schizofrenia nei rapporti tra le persone, ma chi lo fa notare… «difende l’individuo».

In realtà è il contrario, il vero individualismo è quello di chi accetta l’escamotage neoliberale per eccellenza, che magari prima della pandemia fingeva di rifiutare: quello di indicare in un comportamento individuale la soluzione a un problema che invece è sociale e sistemico, e va affrontato con l’azione collettiva.

Nel contesto dell’emergenza Covid, accettare questa premessa porta a imperniare il discorso sulla “virtù” individuale, sul fare penitenza dell’individuo, sul sacrificio personale da esibire per far vedere che si è più altruisti degli altri. In questo gioca anche un certo cattolicesimo – il più retrivo e ipocrita, quello descritto in alcuni racconti di G.A. Cibotto – che infatti è eruttato fuori dalla crepa aperta dall’emergenza e adesso scorre sui social, soprattutto tra chi dei «più deboli» – espressione con cui pure si riempie la bocca – dimostra spesso di infischiarsene. Basti vedere la scarsa o nulla attenzione nei confronti di bambini e adolescenti.

«Maligni amplificatori biologici»

In un post del 25 Aprile scorso, commentando la riapertura delle librerie e la prima visita di un paio di bambini alla libreria per ragazzi Giannino Stoppani di Bologna, scrivevamo:

«Questo momento di libertà è idealmente dedicato a chi per mesi ha dipinto i bambini come untori perfetti, potenziali omicidi dei loro nonni; a chi già prima della pandemia li definiva “maligni amplificatori biologici che si infettano con virus per loro innocui, li replicano potenziandoli logaritmicamente e infine li trasmettono con atroci conseguenze per l’organismo di un adulto” (Roberto Burioni, 31/03/2019); a chi ha scatenato il panico sociale contro di loro, spingendo i genitori a murarli vivi dentro casa, in certi casi rimandando perfino importanti visite mediche o terapie per loro essenziali. La pericolosità dei bambini è stata presa per oro colato, anche se i dati sul comportamento del Covid19 sono ancora contraddittori. Il 21 aprile scorso, il virologo dell’università di Padova Andrea Crisanti, che ha condotto lo studio sul focolaio di Vo’ Euganeo, ha fatto sapere che in quella comunità “i bambini sotto i 10 anni, seppure conviventi con infettati in grado di infettare, non si infettano. E se sono negativi non infettano”. […] Insomma, molti aspetti delle modalità di trasmissione di questo virus non sono ancora chiari, e sarebbe davvero paradossale se un domani dovesse emergere che abbiamo segregato i bambini più piccoli per niente, con un provvedimento dettato dal panico.»

Crisanti ha ribadito il concetto in un’intervista a Radio Capital di qualche giorno fa.

Anche un recente articolo apparso sulla rivista Nature conferma che i bambini entro i dieci anni non sarebbero infettivi e che in generale le scuole primarie non sono “punti caldi” per le infezioni da coronavirus.

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Dunque abbiamo bruciato metà anno scolastico a una generazione per niente, tanto per chiudere qualcosa che non impattasse sull’economia. Perché dal punto di vista del capitale i giovanissimi sono come gli anziani: improduttivi (Toti dixit). Quindi sacrificabili.

Per i bambini campani è ancora così: niente scuola, mentre si chiama l’esercito a presidiare le strade, come durante un golpe, anziché a costruire ospedali da campo.

In Puglia, dopo la riapertura delle scuole, ordinata dal TAR il 6 novembre, l’assessore alla Salute Lopalco ha parlato di «un errore clamoroso». Repubblica e altri giornali locali hanno subito dato grande risalto ai dati dell’Asl, evidenziando che nella settimana della riapertura, dal 6 all’11 novembre, «il numero di positivi riscontrati in ambito scolastico nell’area metropolitana di Bari è passato da 132 a 243 casi». Ma un simile effetto immediato è tutto da dimostrare. Le scuole infatti, dove sono aperte, stanno funzionando come presidi sanitari, dove i positivi vengono individuati, tracciati, tamponati. Se, riaperte le scuole, aumentano i positivi, può trattarsi di contagi avvenuti proprio nella settimana di chiusura, quando i ragazzini non erano in aula, ma forse in luoghi meno sicuri.

Intanto teniamo gli adolescenti in DAD, dopo avere varato protocolli nazionali sulla gestione degli spazi scolastici e fatto investire denaro pubblico a governatori regionali e dirigenti  per adeguarsi alle nuove normative. Soldi nostri buttati nel cesso.

Se fai notare tutto questo, però, sei «negazionista», e ti becchi l’attacco concentrico, i titoloni, i video virali, la memetica d’accatto, le invettive sui social, gli (ex-)amici che ti infamano.

Nel frattempo, è acclarato che:
■ l’Italia non aveva un piano pandemico aggiornato e il rapporto commissionato dall’OMS che denunciava il fatto è stato insabbiato;
■ durante l’estate il governo ha fatto poco o niente per arginare la tanto paventata seconda ondata (ma il ministro Speranza ha trovato il tempo di scrivere un libro intitolato Perché guariremo, la cui uscita in libreria è stata posticipata sine die);
■ in certe regioni le terapie intensive reggono bene, mentre in altre i malati di covid muoiono in corsia;
■ i tanto decantati metodi di “tracciamento” ipertecnologici sono andati in crisi nel giro di due settimane, tanto che nessuno ne parla nemmeno più; ecc.

Ma questo è l’Assurdistan, mica è lecito aspettarsi altro, no? Possiamo soltanto autoflagellarci, e insultare chi pretenderebbe meno inettitudine anziché essere trattato come una pezza da piedi.

Ecco cosa nasconde la «caccia al negazionista».

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384 commenti su “A cosa serve l’epiteto «negazionista» e quale realtà contribuisce a nascondere

  1. Io aggiungo solo una considerazione: i moralizzatori sono implacabili e instancabili, dedicano tutte le loro energie a punire e reprimere i cattivi su fb e su Twitter e ovunque vogliano fare trionfare il bene sul male. Senza risparmiarsi alcuna fatica, coltivando una forma di scissione, per cui i pazzi irrazionali sarebbero tutti coloro che avversarno il governo e non coloro che neppure riescono a ricavare, dalle informazioni che ricevono, un sunto almeno un pochino coerente. Non va più di moda mettere a confronto fra di loro le informazioni, avere dubbi, essere critici. Sono solo atteggiamenti da rompicoglioni. Insomma quelli che devono sempre criticare ma una “proposta costruttiva” mica ce l’ hanno… Ecco quando sento la solfa della proposta costruttiva, poi, è sicuro che mi scatti un istinto criminale. Rientra sempre nella stessa logica del martirio e delle colpe individuali. Un refrain scadente, contro cui ormai mi mancano le forze. E rispondo con sarcasmo e cinismo, provocando la rabbia dell’interlocutore per stanarlo.
    Perché se il film di riferimento del momento per Tuco è ” Qualcuno volò sul nido del cuculo”, per me rimane ” Inglourious basterds”. Che poi, come abbiamo visto anche nei commenti al post precedente, la coda di paglia si traduce anche in attacco frontale e sleale. Tutto torna. L’ obiettivo è ridurre l’ “avversario” ad un pazzo, un incosciente, un irresponsabile, un negazionista. Ecc… Mica preoccuparsi di rintracciare i veri responsabili. No, quello mai.

  2. Vale la pena segnalare l’ineffabile presidente del consiglio che ci ricorda il significato profondo del natale: “è un raccoglimento spirituale, farlo con tante persone non viene bene”. E, al solito, se non lo capite ve lo facci(am)o capire io(noi).
    Nei giorni scorsi intanto Aboubakar Soumahoro chiama allo sciopero a rovescia per il bene del paese, lavorando senza paga, perché i soldi devono arrivarci dallo stato credo.

    E poi quelli che “ma quale dittatura? Ma avete presente la dittatura vera?” Boh, mi pare di sì, tu invece sai di cosa parli esattamente?

  3. Giustissimo tutto. Il termine ‘negazionista’ (in parte anche analfabeta funzionale) come ‘gingomma concettuale’ è altamente pericoloso e non ha solide basi per l’utilizzo che ne viene fatto ormai da mesi pubblicamente. Come ho scritto in un recente sfogo su Facebook:

    “Non abbiamo dei paletti condivisi ed unanimi per la definizione di negazionista attuale (negazionista è solo chi nega l’esistenza del virus? Chi nega l’inutilità delle mascherine? Chi nega le misure del governo? Chi nega la reale emergenza? Chi nega la narrazione dei media mainstream?) e la definizione classica di negazionismo è quella di revisionismo storico. Per farla breve, al momento il fenomeno preso a larghe maglie della pandemia non è ancora trattabile come un “fatto passibile di analisi storiografica” perché è ancora in corso, non c’è nessuna garanzia sulle fonti, non ci sono metodi condivisi, non c’è neanche una individuazione precisa del fenomeno ( a maggior ragione che questo si sta espandendo sotto i nostri occhi). Inoltre gli studi storici ed il dibattito che intendiamo quando parliamo di “analisi storiografica”, non sono quelli della strada o dei social. Per quest’ultimo motivo dichiaro con forza l’abuso del termine negazionista quando riferito ad una non ben definita generalità di individui ( invece che a posizioni, argomentazioni o pseudo-argomentazioni, o figure di rilievo che si fanno promotori e portatori di tali posizioni all’interno di un delineato dibattito).”

    Sarebbe già più sensato appunto come dite nell’articolo, parlare di negazionismo in altri casi: negare decenni di ricerche in psicologia dello sviluppo, che indicano chiaramente come alcuni anni della formazione del bambino siano cruciali per un corretto sviluppo neurocognitivo e non possano essere “rimandati”; negazionista è anche chi sembra negare (o far finta di non conoscere) il legame tra stress, status sociale e sistema immunitario (Sapolsky per citare il più famoso). In tempi non sospetti queste cose venivano notate… E ora che servono cosa ce ne facciamo?

    Per non parlare dello scandaloso intervento della biologa Gallavotti che è pura disinformazione e simbologia pseudo-scientifica, è puro riduzionismo da bar piegato alla strumentalizzazione politica.

  4. Oggi ho letto distrattamente uno di quei titoli delle news selezionate automaticamente dallo smartphone. Più o meno recitava così: negazionista prende a calci una ambulanza gridando agli operatori: “Basta, ci state terrorizzando!” Mi sono chiesta chi avesse attribuito l’etichetta: il giornalista, la fonte? Oppure il tizio, nello sferrare calci al mezzo, si è qualificato come tale?
    Nessuno ha considerato che potesse essere una persona bisognosa di aiuto, magari perché in preda ad uno stato d’ansia o di panico? Ormai non mi stupirei di veder montati, nelle piazze interdette alle persone, gli strumenti per esporre alla pubblica gogna chi non indossa correttamente la mascherina, chi non si igienizza le mani, chi si lascia sfuggire un abbraccio, chi ha paura del futuro che ci stiamo costruendo ed osa interrogarsi sul senso di tante misure inutili che a momenti mi appaiono come uno sberleffo più che come prescrizioni sensate. L’
    altro giorno ho letto che la prof.ssa Capua ha confessato di non uscire di casa da Agosto o meglio che da allora sarebbe uscita al massimo una ventina di volta per sgranchirsi le gambe. Ciò perché non si può permettere di ammalarsi anche per ragioni di immagine. Queste affermazioni mi hanno sconcertato. Primo: ingenuamente mi aspettavo che una scienziata passasse quasi tutte le sue giornate in laboratorio. Forse ne ha uno in garage? Inoltre, che messaggio veicola una esperta che ribadisce in ogni comparsata l’importanza di indossare i presidi e tutto il resto e poi si chiude in casa come se fuori ci fosse la guerra nucleare? Non si fida lei per prima di ciò che predica?

    • Ciao Mandragola, io rimango sempre stupita dal fatto che queste viro- star in un mare di fesserie, ogni tanto, riescano ad infilare anche una mezza verità. E mi viene in mente la battuta di Benigni ( quando ancora non aveva annegato la sua comicità in un mare di “politically correct” piddino ipocrita) che diceva: ” anche Hitler, in vita sua, avrà detto buongiorno ad una vecchietta”. Poi mi aggrappo sempre a quell’unica considerazione “vera” che hanno fatto le viro- star, di sfuggita ed inconsapevolmente, nella speranza che possa scardinare tutto il resto. E invece no. Perché, come scritto sotto, la narrazione ha raggiunto un grado di tossicità tale che, per disintossicarsi, non basterebbe il metadone o qualunque altra forma palliativa. Ci vorrebbe un antidoto potentissimo. Ho sentito anche io questa dichiarazione della Capua e faccio davvero fatica a crederle. Penso che, come nelle fantasticherie di complotto, si debba fare una distinzione tra i divulgatori ed i ” fruitori”.
      Adesso per esempio, alla radio, hanno appena detto che un gruppo di negazionisti a Torino si è introdotto nel corteo dei lavoratori… Insomma, ormai, qualunque forma di critica è lo stigma della colpa. Uno stigma attraverso cui identificarti. Prima “virtualmente” poi fattivamente.

    • Grazie per aver riportato la notizia della dichiarazione della Capua, di cui non posso fare a meno di apprezzare il lato comico. Devo dire che collima con una teoria che avevo concepito a settembre, in mezzo a una serie di spostamenti abbastanza intensi, guardando le persone che si spostavano e vivevano lo spazio pubblico assieme a me. Più o meno: la grandissima maggioranza dei fanatici del lockdown, convinti che il mondo intero possa evitare al 100% di far diffondere un virus respiratorio, quindi se succede è colpa di chi lo prende/passa, e dediti alle campagne di moralizzazione sui social, devono essere persone che effettivamente possono non uscire di casa e (non facendolo) permettersi di avere una percezione della realtà diversa da quelli che invece devono andare a lavorare prendendo il trasporto pubblico. Dubito che la quota degli “sceriffi della pandemia” tra questi ultimi sia così rilevante.
      Tra l’altro la Capua sta negli USA, dove i discorsi di quelli chiusi in casa (ma chiusi in casa sul serio) mi paiono prendere una piega davvero inquietante. Sono capitata qualche giorno fa sul “twitter thread” di una signora con la percezione di essere ad alto rischio (non so quanto corretta: certo il suo BMI sembra bello alto). Era la cronaca dell’ultima esperienza con un servizio “ti faccio la spesa e te la porto a casa” tramite app, commentando che le era capitato uno che non doveva aver mai cucinato. Ora a parte la mia impressione che questo poveretto (probabilmente riciclatosi dopo aver perso il lavoro) non fosse nemmeno di madrelingua inglese, lei con assoluta buona fede left-wing diceva robe da brividi. Tipo “i cavoletti di Bruxelles sono fatti così, quello è un cavolfiore – grazie di rischiare la vita perché io possa mangiare” (? chi ti dice che sia più rischioso per te andarti a comprare i cavoletti piuttosto che per lui passare le giornate nei negozi a cercarli?). Il tutto chiuso dal ringraziamento ai lettori e dall’invito a non dimenticare di “wear mask” e “cancel your fucking wedding”, così lei potrà di nuovo andare all’alimentari prima del 2030.
      Forse potremmo anche educatamente iniziare a suggerire che le opinioni di chi non esce di casa e vive in una realtà plasmata quasi interamente da social&media andrebbero prese con il beneficio di inventario.

    • Chiedo scusa per rispondere con ritardo a questo post, ma visito molto raramente il blog. Stamattina su repubblica-Torino un’intervista alla persona che avrebbe aggredito (secondo quanto riportato dalla stessa testata giorni fa) un’ambulanza che ufficialmente si dirigeva a sirene spiegate verso l’abitazione di un contagiato. L’intervistatrice le studia tutte per caricare ogni domanda di sottintesi, con l’intento di influenzare il lettore portandolo a pensare che la signora intervistata è piena di contraddizioni e si arrampica sui vetri, Ma viene comunque fuori la verità: quel giorno per caso lei e la persona al volante, in tangenziale, si accorgono di questa ambulanza a sirene spiegate, che ogni tanto rallenta, poi riparte, e decidono di seguirla a distanza. Si accorgono che fa molti giri per la città, apparentemente a vuoto, accelerando e sparando la sirena ogni tanto, e questo per parecchio tempo. Insomma, si convincono che non andava da nessuna parte, ma semplicemente scorrazzava ovunque seminando inquietudine e paura. Così, quando si fermerà, credo a un semaforo, i due apostrofano l’autista, che chiama i carabinieri. L’intervistatrice si dichiara “non-negazionista” [sic], anzi, ma si scaglia contro il clima di terrorismo, creato anche con questi mezzi.
      Off-topic, ma neppure tanto: stamattina i cosiddetti giornaloni sono pieni di dichiarazioni indignate contro Crisanti, che ieri ha espresso i suoi dubbi, pacatamente, sull’efficacia di un vaccino fabbricato a tamburo battente, senza rispettare certe regole deontologiche. Ovviamente le sue dichiarazioni non vengono citate per intero, ci mancherebbe, sarebbe un comportamento troppo corretto e leale. Per fortuna, con un po’ di fatica ho potuto scovare, sempre su repubblica, un buon articolo di Elena Dusi, che dice, o riporta (da parte di altri) un po’ le stesse cose di Crisanti, che a me paiono dettate dal buon senso. Un evento raro, questo pezzo, che un pochino rasserena.

      • Mi chiedo quale sia la posizione di questo blog nei confronti di un intervento come quello postato qui sopra dall’utente musikarol. Quindi uno può venire qui a dire che ci sono ambulanze che girano a vuoto per terrorizzare la gente e che non siano state rispettate certe regole deontologiche nello sviluppo dei vaccini, e nessuno dice niente? Prove a supporto di queste affermazioni?
        Avrò cura di non leggere mai più i commenti di questo utente, ma mi rattristerebbe non vedere anche una reazione da parte degli autori del blog, o quantomeno da parte degli utenti che stimo.

        • Claudio, il tuo qui sopra è il duecentosettantanovesimo commento di questa discussione. Noi non riusciamo a leggere subito tutto quello che arriva, stiamo anche lavorando su altro, sono ritmi inumani.

          Ho letto solo adesso quel che ha scritto Musikarol, e distinguerei tra le due parti del suo commento:

          1) su quel che è accaduto a Torino: al netto del fatto che la dinamica dell’episodio mi rimane oscura, penso sia scorretto prendere aprioristicamente per buona (per oggettiva) la ricostruzione della signora. La dinamica descritta è implausibile. O meglio: quella può senz’altro essere stata l’impressione della signora, ma che un’ambulanza possa rallentare e ripartire cambiando strada è nell’ordine delle cose, l’ho visto succedere varie volte, non sempre l’autista trova subito l’indirizzo del paziente da prelevare. In ogni caso, è un episodio minuscolo, ingigantito a dismisura dai media nell’ambito della campagna sul “negazionismo” che abbiamo descritto.

          2) sul vaccino: Musikarol ha fatto riferimento – tagliando troppo con l’accetta – alle perplessità di Crisanti. Nel farlo, ha persino parlato bene di un articolo di Repubblica! «Deontologia» vuol dire molte cose, sviluppare un vaccino in fretta per battere sul tempo le aziende rivali potrebbe essere visto come poco deontologico. Musikarol non ha dunque scritto niente di che. Preciso che sul merito farmaceutico-immunologico della questione non ho gli elementi per esprimermi. A quanto ne so, quel vaccino potrebbe anche essere perfetto.

          Il mio parere: il commento di Musikarol metteva insieme due cose diverse senza far capire bene il nesso, era frettoloso (e plausibilmente influenzato da un bias) sul primo punto e tirato via sul secondo. Ma mi sembra anche che tu ne abbia fatto una questione un po’ più grande di quel che era.

          • Vero, il mio commento non era certo meritevole di finire su un saggio pubblicato “bene”, giudizio che si potrebbe estendere anche ad altri. D’altronde, non credo sia questo il fine che un commentatore dovrebbe porsi, semmai quello di contribuire a una discussione, stando sempre attento a non scrivere commenti troppo lunghi o troppo corti, perché non verranno pubblicati (a proposito, come ha fatto il mio rattristato censore a farsi pubblicare un commento così breve?). Vero, ho riassunto maluccio l’intervista alla signora coinvolta nell’assalto (così veniva descritto dai media) all’ambulanza, potevo limitarmi a suggerire di leggerlo direttamente. E per quanto riguarda il mio apprezzamento per il pezzo di Elena Dusi, perché no? Anche qui, non sono stato chiaro, ma ne parlavo proprio perché si trova su Repubblica, ben nascosto, dentro un mare di invettive contro Crisanti. Insomma, non parlo bene di Repubblica (chi lo sostenesse mi insulterebbe) ma di un pezzo che, casualmente (e con mia sorpresa), ho rinvenuto su quella testata, scorrendola velocemente, come tutte le mattine, per leggere qualche titolo (non essendo abbonato, quasi mai posso andare oltre, per mia fortuna).
            Infine, è stupefacente la chiusa del breve commento del mio censore. Gli suggerirei di darsi una calmata.

            • Musikarol, anche tu devi darti una calmata, sei a un passo dall’ipotizzare un complotto di Giap ai fini di pubblicare commenti contro di te anche se troppo brevi. Il commento di Claudio superava il limite minimo di battute e quindi ha passato il filtro.
              Ho scritto che hai parlato bene di un articolo di Repubblica proprio per dire che in quella parte del tuo commento non avevi scritto nulla di “eretico”.

          • Ho appena scorso l’intero, gigantesco thread, per vedere se e quando fossimo stati negligenti nel prendere le distanze da fantasie di complotto o commenti faciloni, “a rischio” o che altro.
            Ho constatato che in questa discussione

            1) si è fortemente ridimensionata l’importanza – in un senso o nell’altro – della questione «morti di» / «morti con»;

            2) si è per l’ennesima volta criticato l’approccio e lo stile argomentativo di Agamben;

            3) si sono per l’ennesima volta messi i puntini sulle i riguardo a fantasie di complotto su Bill Gates e vaccini;

            4) si è ribadito che secondo noi i vaccini non sono il colossale mega-business descritto dagli antivax;

            5) si sono criticate le ultime esternazioni di Bassetti su morti da infarto e morti di covid.

            Da mesi, come ci ha riconosciuto anche Bice28, presidiamo l’argine, prendendo nettamente le distanze ogni volta che dalla giusta critica alla narrazione mainstream si sconfina in altri territori. Riguardo alla critica al cospirazionismo, penso ci si possa riconoscere che la pratichiamo da molti anni con costanza e acribia.

            Ragion per cui, Claudio, capisco tutto, ma pensiamoci due volte prima di esigere prese di posizione di «questo blog», perché come dicevo, non sempre riusciamo a intervenire subito, e d’altro canto il blog non può essere «guilty by association» per un singolo commento.

            • Divago un po’, solo per dirti/vi grazie. Mi scuso e capisco le difficoltà – e la dedizione, l’impegno. Vi leggo da molto tempo, posso solo dire grazie. Il mio contributo non è altro che introspezione, non posso fare di più (o forse posso?).
              E insomma, selezionare meglio le cose da leggere, qui, i commenti da evitare e quelli cui prestare attenzione, dovrei poterlo fare anche da solo – senza urlare “arbitro!” solo perché c’è qualcun altro che deve leggersi proprio tutto – e del resto non sono neanche gli eretici (o sospetti tali) a infastidirmi di più, quanto piuttosto quelli troppo tecnici, che non c’è niente dietro o dentro, o perlomeno non c’è niente che arriva a me. Mi sento come quando dicevo “mi piace tanto Alex Chilton” e c’era sempre quello che suggeriva di ascoltare Jimmy Page. Non so se ho reso l’idea. Il mio Alex Chlilton, qui, è tuco. Isver è Bob Mould. E Wu Ming la Sun Ra Arkestra.

  5. Mi sembra utile citare alcuni brani del pamphlet di Andrea Miconi Epidemie e controllo sociale, che abbiamo recensito qui su Giap poco tempo fa:

    «Il problema, qui, è davvero semplice: aver fatto passare – nei media mainstream e nelle piattaforme social – l’assurda idea che possa esserci qualcosa di bello nel restare chiusi in casa per mesi […] Fino all’idiozia suprema per cui la reclusione sarebbe un’occasione per ritrovare se stessi: cosa che non significa assolutamente nulla – perché il me stesso domestico non è più reale del me stesso che attraversa le zone di fuso orario in aereo – e che infatti abbiamo sentito ripetere all’infinito.
    […] Ora, può ben darsi che l’isolamento fosse una misura necessaria: ma io mi occupo di media e società e, in materia di discorso pubblico, credo non ci fosse nessun motivo di farlo passare come una cosa bella. È un’agonia continua, per le categorie più esposte, e in termini variabili per tutti gli altri. Mi limito anche a notare come in un diluvio di pareri di scienziati – e ne parleremo – né il Governo né i media abbiano mai consultato chi poteva dire qualcosa in termini scientifici, sul costo umano della reclusione: psicoterapeuti, psichiatri, sociologi, consulenti familiari, geriatri, nutrizionisti, sessuologi, e così via. Dopo aver dato ai virologi nazional-popolari la millesima occasione di spiegarci come lavare le mani – grazie, lo apprezziamo – forse ne sarebbe valsa la pena.»

    Ecco, questo virocentrismo che abbiamo più volte denunciato, quest’approccio riduzionistico alla salute e alla vita, lo abbiamo riscontrato pari pari nella gran parte dei media “di movimento”. Ricordo, nella primavera scorsa, il commento di un giapster che si lamentava di una nota radio libera perché quando parlava della pandemia (cioè per gran parte del palinsesto dedicato all’informazione) lo faceva dando voce quasi esclusivamente a virologi, immunologi, oppure a personale della terapia intensiva, restringendo quindi la visuale e l’idea stessa che ci si poteva fare della pandemia e del suo impatto sulla società, raccontando l’emergenza sempre dalla stessa angolatura e/o da un ristretto numero di angolature.

    Vorrei ricordare la nostra definizione di «narrazione tossica». Per diventare narrazione tossica, una storia deve prima essere raccontata più volte sempre dallo stesso punto di vista, nello stesso modo e con le stesse parole, omettendo sempre gli stessi dettagli, rimuovendo gli stessi elementi di contesto e complessità. Cito il mio socio WM2:

    «Grazie alla metafora della tossicità, delle tossine, l’espressione rende l’idea di una narrazione raccontata sempre allo stesso modo, dalla stessa visuale, senza mai forzare quella visuale. Una storia raccontata male, rimuovendone sempre gli stessi elementi, a furia di sentirla raccontare ti intossica, non riesci più ad immaginare l’oggetto di quella narrazione in maniera diversa.»

  6. Chiamateli negazionisti, chiamateli come volete, ma a mio avviso la corrente di pensiero secondo la quale l’epidemia non é così grave come la si vuole far credere é tutt’altro che marginale. Basti pensare a tutte le teorie secondo le quali si muore ” con” il covid e non ” per” il covid, o alla bufala secondo la quale gli ospedali percepirebbero un rimborso per ogni decesso che risulti covid, per cui le statistiche verrebbero gonfiate di proposito.
    Gli insulti al personale sanitario, incolpato di fare allarmismo, purtroppo sono una realtà ( vivo in provincia di Cuneo, e oggi sulle pagine locali c’era un’intervista al medico del lavoro dell’Ospedale del capoluogo, che parlava proprio di questo fenomeno).
    Questo senza nulla togliere alle responsabilità del Governo, di Confindustria, delle Regioni etc…

    • Scusa, ma stai raggruppando arbitrariamente questioni e approcci diversi. Non solo in tutto il mondo si esprimono critiche sensate, razionali e argomentate su quali morti siano descrivibili e catalogabili come causate principalmente dal Covid e quali no, ma in Italia la confusione sui numeri regna sovrana dall’inizio e lo stiamo vedendo in queste settimane di regioni “colorate”. Non c’è proprio nessun “negazionismo” nel pretendere più trasparenza su procedure, aggregazioni di dati e quant’altro. Nei giorni scorsi Isver ha fatto alcuni esempi eclatanti e riscontrabili di decessi avvenuti nel ferrarese e inseriti nelle statistiche del Covid benché le cause di morte fossero tutt’altre, solo perché la persona deceduta era risultata positiva al tampone. Dire questo non implica alcuna sottovalutazione del Covid, è una basilare richiesta di trasparenza e di dati che siano il meno “sporchi” possibile.

      Ancora diverso il caso degli insulti al personale sanitario: sono da condannare con forza, ma di quante persone, di quanti episodi stiamo parlando? Attenzione alla sovrarappresentazione mediatica di aneddoti con scarso valore (di questo ne parla anche Miconi nel suo pamphlet), e attenzione all’effetto bolla: spesso un pugno di troll o comunque di persone vocianti sui social, facendo rumore e attirando l’attenzione, viene preso come rappresentativo di una vasta fetta di società che però non esiste. Per dire, a leggere la Twittersfera italica, negli anni scorsi, un osservatore superficiale si sarebbe potuto fare l’idea di un’egemonia culturale della sinistra di movimento a livello nazionale. Nulla di più lontano dal vero, quell’area – dalla quale non ci chiamiamo fuori, visto che veniamo da lì – era irrilevante prima e lo è ancor di più adesso. Capisco bene che ricevere insulti una o più volte, per giunta mentre si fa un lavoro delicato e imprescindibile in condizioni durissime, sia irritante e mortificante, ma appunto, bastano pochi mentecatti per produrre quell’effetto.

    • Sbaglierò, ma al contrario io penso che certe teorie astruse e/o complottiste non abbiano una valenza degna di nota e che molti episodi vengano artatamente amplificati dai media per precostituire l’alibi per poter tornare a venerare il dio L***n e giustificare la assoluta inefficacia di determinate disposizioni con la motivazione che sarebbero state vanificate appunto dagli scellerati. Non nego ( rimaniamo in tema…sic!) che vi siano sanitari accusati di seminare terrore o che si siano verificati episodi di intolleranza, ma reputo che siano preponderanti ben altre tendenze, quelle si pericolosamente radicate ormai. Caccia all’untore, al capro espiatorio, al furbetto declinato in ogni salsa e ovviamente -last, but not least- l’onnicomprensivo negazionista.

    • Guarda, io di teorie secondo cui “si muore con il Covid e non per il Covid”, non ne conosco neanche una. Ma se l’ISS dice che il 90% dei morti di Covid è morto a causa del Covid, allora il 10% di quei morti dev’essere morto a causa di altro. Altrimenti non ha proprio più senso niente.

      D’altra parte ti posso assicurare che ci sono morti di Covid che muoiono senza averlo proprio mai avuto, il Covid. Neanche a farlo apposta oggi leggevo che uno dei tre morti di ieri qui in provincia di Ferrara, e non è la prima volta che lo leggo e ne parlo qui su Giap, era stato ricoverato due giorni fa per un’altra patologia grave di cui soffriva. Non era un sospetto Covid. E’ semplicemente risultato positivo al tampone fatto in ospedale. Poi è morto esattamente come sarebbe morto da negativo.

      Morto asintomatico, com’è asintomatica la metà e più dei contagiati da SARS-CoV-2, quindi niente di strano. Ma comunque morto di Covid. Perché? Perché lo prevedono le linee guida del ministero dalla salute. E io non trovo niente di strano neanche in questo, pensa quanto sono complottista. E’ un virus nuovo, siamo in emergenza e nessuno di noi vorrebbe rischiare l’accusa di nascondere i morti. Meglio contarne uno in più che uno in meno. Poi qualcuno rivedrà i numeri.

      Ma sarebbe giusto spiegare una volta per tutte che la distinzione tra morti di Covid e morti con Covid, o solo con SARS-CoV-2, non è un argomento da scoppiati. Da scoppiati casomai è pensare che il virus e la morte non possano sovrapporsi senza essere in relazione tra loro.

      • Guarda, francamente di linee guida del Ministero dalla Salute a tal proposito non ne conosco. Posso solo dirti che il fatto di essere positivi al tampone non comporta automaticamente, al momento del decesso, essere dichiarati morti di COVID 19, e questo te lo può confermare chiunque lavori in ospedale. Sulla scheda ISTAT bisogna riportare chiaramente la causa principale del decesso e le cause concomitanti, quindi se una persona é deceduta ad esempio per infarto, anche se risultava positiva al tampone per SARS Cov2, la causa della morte ai fini statistici risulterà l’infarto.
        Aggiungo che anche secondo mela distinzione tra morire ” con” e morire ” per” il virus é estremamente importante, visto che é proprio su questa distinzione che si sono innestate teorie complottiste.
        Poi l’affermazione dell’ISS mi sembra quanto meno contraddittoria. Puoi darmi un link per cortesia?

        • Tony, credo che ISver si riferisca al rapporto ISTAT-ISS del 16 luglio, in cui si legge “COVID-19 è la causa direttamente responsabile della morte nell’89% dei decessi di persone positive al test SARS-CoV-2, mentre per il restante 11% le cause di decesso sono le malattie cardiovascolari (4,6%), i tumori (2,4%), le malattie del sistema respiratorio (1%), il diabete (0,6%), le demenze e le malattie dell’apparato digerente (rispettivamente 0,6% e 0,5%”. Lo trovi in https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-decessi-italia.

          Posso aggiungere che sono molto sospettoso di questi dati, che risentono appunto di come viene definita la causa principale, ma è un ginepraio su cui forse non è utile addentrarsi.

        • Hai fatto l’esempio giusto. Perché l’infarto può anche essere indotto dal Covid. Distinguere non è sempre così facile.

          Ovviamente lo stesso non si può dire per una persona colpita da un fulmine o finita sotto un tram. Stiamo parlando di quadri clinici di un certo tipo.

          Non mi invento niente. Quest’estate se ne parlava tranquillamente negli articoli dei giornali. Era trattata come un questione tecnica. Burocratica. Un caso riguardava un morto di cancro ai polmoni. Un altro un’anziana con un’altra patologia, che non aveva mai avuto sintomi di Covid ed è morta dopo essersi anche negativizzata. C’era scritto che i medici la consideravano una falsa positiva.

          Ora, io i certificati di morte di queste due persone chiaramente non li ho visti, e sono sicuro che ci sarà scritto che non sono morti a causa del Covid, ma che il Covid fosse indicato almeno tra le possibili concause è fuori discussione. Anche perché quelle due persone nell’elenco ufficiale dei morti della provincia ci sono ancora.

          Comunque questo è il link alle conclusioni dell’ISS:

          https://www.istat.it/it/files//2020/07/Report_ISS_Istat_Cause-di-morte-Covid.pdf

          E queste sono le linee guida del ministero:

          http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pagineAree_5373_11_file.pdf

          Quanto all’importanza della questione, secondo me è sopravvalutata. E se c’è chi ci costruisce sopra dei teoremi, è perché a un certo è stata nascosta proprio per paura che la distinzione suonasse “negazionista”. Anche se la sentivamo dalla Protezione Civile tutte le sere alle 18.

        • Ricordo, perché mi aveva colpito, la notizia di una donna di Gorizia morta per una caduta nella sua casa e inserita nel bollettino della protezione civile perché positiva covid.

          http://www.regione.fvg.it/rafvg/comunicati/comunicato.act?dir=/rafvg/cms/RAFVG/notiziedallagiunta/&nm=20201006183201007

          Io sono convinto che casi di questo tipo ce ne siano pochi. Ma l’opacità o anche solo la cialtroneria nella comunicazione dei dati è un potente amplificatore di fantasie di complotto.

          Inoltre credo che sarebbe molto importante spiegare bene quali siano le patologie che aumentano il rischio di aggravamento dell’infezione da covid, se non altro perché una conoscenza analitica del rischio è un altrettanto potente antidoto al panico indistinto e paralizzante.

          Ma considerazioni di questo tipo sono già considerate “negazionismo”, è bene saperlo. Il motivo profondo è che l’ansia si nutre di ansia, è come una droga. Chi soffre di ansia in modo acuto cerca conferme alla sua ansia, e qualunque tentativo di ridimensionarla (l’ansia, non la pandemia) da parte degli interlocutori provoca reazioni emotivamente violente.

          Molti sanno di essere ansiosi e cercano di gestire la propria ansia in modo che non diventi invalidante. Qualcuno però trasforma l’ansia in posizionamento politico, o addirittura in elemento identitario.

        • Tony: Io credo invece che purtroppo il discorso sul conteggio dei decessi non sia sempre così trasparente e chiaro come dici. Un’intervista a Zaia di quest’estate era clamorosa al riguardo. So che il personaggio è quello che è, ma fa affermazioni molto precise relativamente alla sua regione, e sono diametralmente opposte a quanto affermi tu.
          https://www.money.it/Zaia-paziente-positivo-ospedale-diventa-paziente-Covid-altre-patologie
          Quindi è normale che ci sia un clima di confusione e sospetto ANCHE sulle modalità di conteggio dei decessi.
          Qui anche il professor Remuzzi esprime chiaramente un dubbio simile.
          https://www.youtube.com/watch?v=9r1TKhJTKJo
          Per cui io non abbasserei la guardia su questo punto, importante come altri, della possibilità che si stiano usando i numeri un po’ alla c…o per fini altri rispetto a quello puramente medico. E’ una possibilità, non una certezza, ma va tenuta in considerazione. E cmq NON TOGLIE ASSOLUTAMENTE peso e gravità alla malattia.

  7. Ecco, quelli individuati come negazionisti a Torino erano, in tutto, in tre. Con pettorina blu con scritto ” Human right defender”… Il loro era una sorta di flash mob all’interno di un’altra manifestazione. L’ episodio è stranissimo e non si capisce proprio se non si stia approfittando della ghiotta occasione per montare un caso. Per spostare tutta l’ attenzione dalla manifestazione ai cosiddetti negazionisti. Non si capisce esattamente cosa stia succedendo, si sente solo dire agli agenti ” state violando la Costituzione”. Da questo episodio però si è creato un diverbio fra manifestanti, non è chiaro però se sia un problema di differente appartenenza politica o, semplicemente, per via della mascherina. Misteri. Chissà quale sarà domani la ricostruzione giornalistica.

  8. Salve, innanzitutto grazie per il continuo lavoro di smascheramento della narrativa dominante. Poi due cose su cui a mio avviso varrebbe la pena riflettere.

    1. Sull’uso del termine “negazionista” si era espresso mesi fa quello ormai si potrebbe ormai definire il filosofo “negato” o “rinnegato” da tutta la sinistra (ex) foucaltiana, vale a dire Giorgio Agamben il quale nota e attacca cosi’: “mettendo irresponsabilmente sullo stesso piano lo sterminio degli ebrei e l’epidemia, chi ne fa uso mostra di partecipare consapevolmente o inconsapevolmente di quell’antisemitismo tuttora così diffuso tanto a destra che a sinistra della nostra cultura. Come suggeriscono amici ebrei giustamente offesi, sarebbe opportuno che la comunità ebraica si pronunciasse su questo indegno abuso terminologico.”

    2. È significativo e allo stesso tempo scoraggiante che la cosiddetta sinistra radicale italiana, in preda all’illusoria ideologia della “cura”, manchi totalmente di osservare e analizzare in modo critico le brutali spinte reazionarie che animano la rivoluzione digitale in corso. Mentre si spende in fiumi di parole su un anelato e miracoloso “niente sarà come prima” e vede nel lockdown la misura catartica di questo futuro radioso, tace, sembrerebbe ignara, sulle strategie pre, inter e post-Covid della classe dominante. Strategie niente affatto nascoste, come facilmente si evince dal White Paper del World Economic Forum recentemente pubblicato: “Resetting the Future of Work Agenda”.
    http://www3.weforum.org/docs/WEF_NES_Resetting_FOW_Agenda_2020.pdf?fbclid=IwAR2jUOk7IlGpnh2kcrFpzRzHPO-t8lHNTrU8oczgwMv1iRc1ug4lYc3bTgU

    • Ecco come la vedo io: da quand’è iniziata la pandemia, è come se Agamben si fosse impuntato a non imbroccarla mai, né nei toni né nei contenuti. Qui ci siamo ritrovati a criticarlo diverse volte, fin da primavera. Non mette a fuoco: ogni volta si concentra su un aspetto che sta a lato del punto della questione di cui pure dichiara di occuparsi. Come in questo caso.

      Il problema dello pseudo-concetto di «negazionismo» sarebbe che «partecipa dell’antisemitismo diffuso» e dunque offende la comunità ebraica, la quale dovrebbe reagire. Questa potrebbe al massimo – al massimo – essere un’implicazione secondaria, e in ogni caso l’appello alla comunità ebraica è stonato, fuori luogo.

      Agamben sembra anche esortare a un uso del termine più “proprio” e responsabile. Il problema è che il termine è logoro, abusato, da “concetto” si è ridotto a “stratagemma”, ovunque genera false equivalenze e dicotomie. E poiché il dentifricio non rientra nel tubetto, difficilmente l’utilizzo “proprio” resterà al riparo da tale svilimento. L’accusa di negazionismo, anche parlando di camere a gas, è stata danneggiata o almeno indebolita dall’abuso del termine e dal suo détournement di destra. Questo, più che una mancanza di rispetto per la comunità ebraica (implicazione secondaria), è un favore ai nazi.

      Soprattutto: quest’esito illumina retroattivamente limiti e rischi di deriva che il termine aveva già, anche quando utilizzato nel suo originario ambito di applicazione. Definire qualcuno in base a ciò che nega, usando un termine generico che contiene l’atto della negazione ma non il suo oggetto, rende possibile usare il termine anche per altre negazioni (vere o presunte) e altri oggetti (reali o fantomatici). Già sarebbe stato diverso se il termine avesse contenuto l’oggetto della negazione o la tesi esposta, come avviene con «terrapiattista».

      • Wu Ming 1, per Agamben, che fondamentalmente è un fenomenologo, vi è di ogni fenomeno un momento originario, anche se nascosto, coperto, che appunto devi scoprire come fanno gli archeologi, togliendo strati sovrapposti e non significativi, e così nel linguaggio degli storici la parola negazionismo veniva usata originariamente per riferirsi a quelli che negavano l’olocausto, i forni ecc..Allora per lui usarne analogicamente è come sporcare per terra. Agamben non riconosce che normalmente poi le parole traslano, si fanno metafore, analogie, e via via una parola si inflaziona. Il che non significa che la si debba abbandonare. Si devono abbandonare le parole quando sono manifestatamente contraddittorie, e quindi incomprensibili e generatrici di ambivalenze ed equivoci. E’ così la parola negazionismo. Negazionismo è l’assolutizzazione della negazione. Ma la negazione è relativa: se l’atto del negare fosse assoluto che cosa negherebbe? Non vi è una negazione se non vi è un altro da negare. Dunque negazione non può essere mai assoluta. Ogni volta che si usa negazionismo allora ci si porta dietro questa contraddizione che genera caos comunicativo. Infatti basterebbe distinguere fra negazione e rifiuto: negare si ha quando la negazione è accompagnata da una ragione. Rifiuto si ha quando la negazione non ha una sua ragione, e quindi è arbitraria. La negazione si fonda sulla forza della ragione, il rifiuto sulla ragione della forza.

      • Quello che dice Agamben, che, lavorando molto sul linguaggio, intende le parole come segni “archeologici” che possono fare luce sul presente e sui fatti storici che lo determinano (esemplare e particolarmente attuale è lo studio sulla parola “positivitè” in “Che cos’è un dispositivo”), non è, a mio avviso, né a lato né in contraddizione con quello che voi sostenete nell’articolo, almeno non mi sembra.

        Le pur minime riflessioni sull’uso del termine negazionismo applicano, en passant, lo stesso metodo archeologico. Solo che questa volta colgono in tempo reale (tanto forse da spiazzarlo) l’esatto momento in cui una parola si trasforma, in modo radicale e definitivo*, per servire un altro scopo, un nuovo scopo, una nuova ideologia.
        Che lui senta il bisogno di denunciare lo scempio morale all’origine di tale cambiamento semantico non sorprende e dovrebbe in realtà farci apprezzare il coraggio e la statura morale di un uomo isolato e censurato (vale la pena ricordare che il Corriere della Sera si è rifiutato di pubblicare un articolo che gli aveva precedentemente commissionato).
        Credo che la marginalizzazione delle sue riflessioni sulla pandemia, fatta da sinistra, sia un errore. Lo si attacca con la superficialità con cui lo si legge (uso la parola non in modo offensivo, ma per indicare che la lettura viene fatta sulla superficie limitata e inefficace del presente). Quello che invece si vedrebbe, leggendolo con la profondità “archeologica” di cui si nutre il suo pensiero filosofico, è l’avvertimento storico e cruciale, che rivolge alla società nel suo insieme.
        Come a suo tempo l’altrettanto vituperato Pasolini attaccò in imbarazzante solitudine la natura fascista, omologante, totalitaria della rivoluzione consumista, così Agamben oggi denuncia e profetizza il totalitarismo disumanizzante della rivoluzione digitale.

        * Qui un articolo sulla storia e sulla conseguente drammatica importanza del termine negazionismo per la comunità ebraica italiana.

        https://www.osservatorioantisemitismo.it/wp-content/uploads/2016/01/Ossant_n8_12_2014.pdf

        • Secondo me è proprio questa sua allure da profeta solingo e vaticinante a rendere inefficace gran parte delle sue prese di posizione, e questo prima ancora di andarle a esaminare, cosa che ho fatto diverse volte, trovandomi spesso in disaccordo su come individuava il punto della questione. Detto questo, non è che se lo censurano devo per forza allinearmi al suo approccio, alle sue retoriche e al modo in cui si è mosso da febbraio in avanti. Sono due piani diversi.

          • Infatti, non devi. Credo che si possano dire cose simili partendo da punti di osservazione diversi. Per me rimangono comunque preoccupanti le ragioni di tale censura e di tale marginalizzazione. Sono, a mio avviso, espressione di un totalitarismo mediatico che non si era mai visto prima.
            La metafora della guerra, abbondantemente usata dai media e dal ceto politico, ha funzionato al tal punto che chi esprime dissenso diventa immediatamente il nemico da annullare a tutti i costi e con ogni mezzo.
            Quando il Corriere decide di non accettare l’articolo la guerra è infatti appena iniziata e chi scrive è ormai un nemico da combattere.
            Così mi spiego la decisione di non pubblicare un articolo dai toni e dal contenuto pacati come questo:

            “A che punto siamo?
            (20 marzo 2020) G. Agamben (1 parte)
            Che cosa significa vivere nella situazione di emergenza in cui ci troviamo?
            Significa, certo, restare a casa, ma anche non lasciarsi prendere dal panico che le autorità e i media diffondono con ogni mezzo e ricordarsi che l’altro uomo non è soltanto un untore e un possibile agente di contagio, ma innanzitutto il nostro prossimo, cui dobbiamo amore e soccorso. Significa, certo, restare a casa, ma anche restare lucidi e chiedersi se l’emergenza militarizzata che è stata proclamata nel Paese non sia, fra le altre cose, anche un modo per scaricare sui cittadini la gravissima responsabilità in cui i governi sono incorsi smantellando il sistema sanitario. Significa, certo, restare a casa, ma anche far sentire la propria voce e chiedere che agli ospedali siano restituiti i mezzi di cui sono stati privati e ricordare ai giudici che aver distrutto il sistema sanitario nazionale è un crimine infinitamente più grave che uscire di casa senza il modulo di autocertificazione. CONTINUA >>>>

            • A che punto siamo?
              (20 marzo 2020) G. Agamben (2 parte)
              Significa, infine, chiedersi che cosa faremo, come riprenderemo a vivere quando l’emergenza sarà passata , perché il Paese ha bisogno di tornare a vivere, indipendentemente dal parere tutt’altro che concorde dei virologi e degli esperti improvvisati. Ma una cosa è certa: non potremo semplicemente ricominciare a fare tutto come prima, non potremo, come abbiamo fatto finora, fingere di non vedere la situazione estrema in cui la religione del denaro e la cecità degli amministratori ci hanno condotto. Se l’esperienza che abbiamo attraversato è servita a qualcosa, noi dovremo reimparare molte cose che abbiamo dimenticato. Dovremo innanzitutto guardare in modo diverso la terra in cui viviamo e le città in cui abitiamo. Dovremo chiederci se ha senso, come sicuramente ci diranno di fare, ricominciare a acquistare le inutili merci che la pubblicità cercherà come prima di imporci, e se non sia forse più utile essere in grado di provvedere da noi almeno ad alcune elementari necessità, invece di dipendere dal supermarket per qualsiasi bisogno. Dovremo chiederci se è giusto salire nuovamente su aerei che ci condurranno per le vacanze in luoghi remoti e se non sia forse più urgente imparare nuovamente a abitare i luoghi in cui viviamo, a guardarli con occhi più attenti. Perchè noi abbiamo perso la capacità di abitare. Abbiamo accettato che le nostre città e i nostri borghi fossero trasformati in parchi di divertimento per turisti, e ora che l’epidemia ha fatto scomparire i turisti e le città che avevano rinunciato a ogni altra forma di vita sono ridotti a non-luoghi spettrali, dobbiamo capire che era una scelta sbagliata, come quasi tutte le scelte che la religione del denaro e la cecità degli amministratori ci hanno suggerito di fare.
              Dovremo, in una parola, porci seriamente la sola domanda che conta, che non è, come ripetono da secoli i falsi filosofi, “da dove veniamo” o “dove andiamo?”, ma semplicemente: “a che punto siamo?”. È questa la domanda a cui dobbiamo provare a rispondere, come possiamo e dovunque siamo, ma in ogni caso con la nostra vita e non soltanto con le parole.”

  9. Chiedo venia per l’empirismo, ma credo possa illustrare un passaggio dell’ultimo capitoletto del post.
    Ieri sera alle 23:45 ho ricevuto un messaggio sulla chat dei genitori della squadra di calcio di mio figlio maggiore. Ci veniva comunicato che l’allenamento di stamattina era annullato e che sarebbero seguite comunicazioni. Stamattina è arrivato sia un msg sulla chat sia una email a tutti i genitori della squadra in cui si comunicava che un ragazzo era risultato positivo al tampone. Di conseguenza scattava il protocollo di sicurezza. Dalla data dell’ultimo allenamento del ragazzo devono trascorrere 14 giorni prima di riprendere l’attività in presenza (si parla comunque di allenamenti senza contatto fisico e senza l’uso di spogliatoio). Grazie al registro degli allenamenti è stato immediatamente possibile sapere quando il ragazzo era stato l’ultima volta in presenza degli altri.
    La stessa cosa sarebbe successa con la sua classe scolastica (lo so perché è capitato proprio nella classe di mio figlio, quando ancora le scuole erano aperte). Si avvertivano le famiglie; se il positivo aveva sviluppato i sintomi a scuola, la classe veniva messa in quarantena e DAD per due settimane e veniva sottoposta a tampone; se invece il positivo era già a casa da alcuni giorni, la classe poteva continuare ad andare a scuola, venendo comunque sottoposta a tampone.
    La cosa notevole è che tra scuola e società sportiva si preallertavano e attenzionavano circa 45 famiglie in modo automatico e si faceva il tampone a chi doveva farlo. Grazie alle attività regolate e alle presenze registrate, questi luoghi e queste reti sociali funzionavano come presidii di controllo.
    Le società sportive (private) svolgono ancora questa funzione, finché glielo lasciano fare. La scuola superiore (pubblica) non più. Il mondo gira al contrario.

    • Leggevo infatti che in Germania l’apertura delle scuole ha portato ad una sensibile diminuzione dei contagi (stimabile perché la riapertura è avvenuta in momenti diversi nei vari lander). I motivi sono vari:
      -le scuole si sono attrezzate per permettere ai bambini e al personale scolastico mantenendo distanze di sicurezza e altre misure, per cui i ragazzi passano del tempo in condizioni relativamente sicure;
      -si ha un migliore tracciamento dei contagi, perché avendo intensificato i controlli nelle scuole sono state individuate delle positività che altrimenti sarebbero andate perse (anche visto che i bambini sono per la maggior parte asintomatici), e in questi punti si è potuta accorciare la catena dei contagi;
      -siccome i loro figli sono più esposti, andando a scuola, anche molti genitori hanno sviluppato dei comportamenti più prudenti.

      Il risultato è che la riapertura delle scuole in presenza ha probabilmente ridotto i contagi, anziché aumentarli. Ma con la didattica a distanza questi punti, e soprattutto il secondo, come fai notare anche tu, sono del tutto interrotti.

      • Dove lo leggevi, notchosen? Sapere che qualcuno ha fatto delle ricerche empiriche su cose che qui su Giap si sostengono da tempo sarebbe molto utile. Ricordi la fonte?

        • “Come detto varie volte” (è tipo F4 :-) )i luoghi di contagio sono ancora abbastanza misteriosi e lo saranno a lungo, il che valga anche come scuse per l’irritazione che mi prende quando leggo di “astruse teorie” sul contagio scolastico, visto che sono ancora più senza senso quelle che dicono che invece sicuramente sì o che non è vero che sono tra i luoghi più sicuri (attendo ancora che qualcuno mi indichi un luogo più sicuro delle scuole in questo periodo).
          Ad ogni modo un buon lavoro mi pare questo https://pagellapolitica.it/blog/show/806/scuole-aperte-o-chiuse-che-cosa-dice-la-scienza

          Avevo segnalato anche i tedeschi hanno fatto un discreto lavoro sui “luoghi”, il sito del Roger Koch Institute ha un sacco di dati https://www.rki.de/EN/Home/homepage.html?nn=2418360

          • L’articolo su PagellaPolitica è di oltre un mese fa. Vista la rapidità dell’evoluzione forse sarebbe interessante raffrontarlo con l’andamento dei dati da allora (cioè da quando le scuole sono state richiuse). Ad ogni modo pare proprio che evidenze certe non ce ne siano. In conclusione si dice:

            «Al momento, non ci sono solide evidenze scientifiche secondo cui la scuola aumenti in maniera significativa la diffusione del virus. Ma allo stesso tempo non ce ne sono che mostrino con maggiore affidabilità il contrario.»

            Dunque al momento si tratta ancora di prendere una decisione politica assumendosi la responsabilità del rischio per salvare un ciclo scolastico e salvaguardare i più giovani oppure non assumersela e aspettare che passi la nottata, senza sapere quanto sarà lunga. Ma se esiste una ricerca tedesca più recente – visto che in Germania come nella maggior parte dei paesi europei le scuole sono aperte – come dice notchosen, allora sarebbe utile scoprirlo. Cioè scoprire se le scuole sono luoghi di contagio o se piuttosto i contagi avvengono fuori da lì. Perché in quel caso il governo italiano avrebbe fatto esattamente il contrario di ciò che era meglio fare, cioè tenere aperta la scuola con i protocolli rigidi che ha e limitare i contatti dei ragazzi fuori da lì.

            • Allora, sì, prima di commentare ho verificato di non stare per dire una sciocchezza andando a ricercare l’articolo che stavo per citare, quindi ho a disposizione il link.

              Dunque, l’articolo dove l’ho letto è questo, pubblicato su internazionale: https://www.internazionale.it/opinione/fabio-sabatini/2020/10/21/chiusura-scuole-italia

              E’ comunque di un mese fa. Dal primo link è disponibile il paper completo, che dovrebbe essere questo: http://ftp.iza.org/dp13790.pdf
              Non sono sicuro che il secondo link funzioni, ma come dicevo è comunque raggiungibile dall’articolo di internazionale.

              • La conclusione dell’articolo su Internazionale:

                «In conclusione, la chiusura della scuola può avere effetti di lungo periodo devastanti sulla vita degli studenti, specie di quelli già svantaggiati. Prima di chiudere la scuola bisogna valutare ogni intervento alternativo possibile. Come il potenziamento dei mezzi pubblici, lo scaglionamento degli orari scolastici, la chiusura di attività alternative meno controllabili e meno rilevanti per l’economia nel lungo periodo, il potenziamento della capacità di testing e di tracciamento dei contatti, il controllo del rispetto delle regole dentro e soprattutto fuori dagli edifici scolastici (dove gli studenti più grandi faticano a non assembrarsi e a portare la mascherina).»

                Il problema è che fare tutto questo è un grosso sbattimento. Chiudere le scuole non è nemmeno un assunzione di minor rischio in realtà, perché i ragazzi possono continuare a contagiarsi fuori da lì, ma è senz’altro più semplice. E poi vuoi mettere poter compatire i nostri “poveri ragazzi”, costretti al sacrificio per il bene superiore, dalle pagine dei quotidiani filo-governativi?

  10. Isver, guarda che, in base alle le linee guida del Ministero che hai allegato, c’è obbligo di segnalare l’eventuale positività al tampone del deceduto, ma questo non implica che il decesso, se dovuto ad altre cause, sia riportato come da covid 19 solo perché il tampone era positivo. Poi, non sempre individuare la causa principale di morte é semplice ( ma questo é un discorso che non riguarda solo il caso specifico).
    Circa il report dell’ISS, sono state riportate dettagliatamente le cause di decesso del 10% di persone morte per altre cause, oltre al 90% di quelle morte per Covid. Si
    Poi, sui casi che hai segnalato tu e riportati dalla stampa, andrebbe accertato fino a che punto la notizia corrispondesse al vero.
    Scusami ma su questo argomento sono molto sensibile, purtroppo lavorando in Ospedale ho il polso della situazione più di tanti altri e posso assicurare che nella stragrande maggioranza dei casi si muore ” per” il covid e non ” con ” il covid. E sentire in giro ( come purtroppo a me é capitato molto spesso, il problema per quanto riguarda la mia percezione personale é tutt’altro che marginale) che le statistiche sarebbero gonfiate ad arte per chissà quali scopi o che addirittura la Sanità ci speculerebbe sopra, é una cosa che veramente non posso accettare.

    • “che le statistiche sarebbero gonfiate ad arte per chissà quali scopi o che addirittura la Sanità ci speculerebbe sopra, é una cosa che veramente non posso accettare.”
      Ciao Tony, scusa, perchè non lo potresti accettare? In molti invece non si stupirebbero affatto se fosse vero, per il semplice fatto che, ad oggi, le continue mancanze di trasparenza sullo stato attuale della sanità pubblica hanno fatto emergere un quadro catastrofico di cui noi facciamo le spese. E che ci sono state raccontate un sacco di balle. Da alcune inchieste recenti sono affiorati dettagli sulla secretazione di procedure nelle rsa, ad esempio, che gettano una potente ombra su tutto il sistema. Io credo che il clima di sfiducia che si è generato, sia determinato dalla realtà attuale della situazione e, in questo, non c’è nulla di stupefacente. Come nulla di stupefacente c’è nel fatto che questa mancanza di trasparenza possa degenerare in fantasticherie di complotto. A tale proposito sarebbe utile che ci fosse meno opacità possibile sulla comunicazione di qualunque dato e sui protocolli. Uno dei più grandi problemi di questa pandemia sono proprio i dati e la loro lettura. Non mi sembra affatto un problema trascurabile. Che poi ci sia anche una difficoltà relativa ai media, che va a completare il quadro, questo è indiscutibile. Ed è parte integrante del problema. Nel picco dell’ emergenza, a molti familiari di malati, è stato impedito di vedere i parenti, che poi sono morti. Era davvero necessario privare i malati del conforto dei parenti? Senza garantire in questo senso alcuna forma di chiarezza? Fa invece specie che a tal proposito si volesse istituire una “task force” istituzionale per proteggere i cittadini dalle stesse bufale che loro stessi fabbricano e diffondono. Questo approccio alla questione evidenzia che si cerca di scaricare la responsabilità sui singoli “ complottisti” che sarebbero gli unici responsabili della diffusione di bufale in rete, anche qui per spostare l’attenzione dall’alto verso il basso e per fare il solito scarica barile. Mentre invece, come si è sottolineato qui più di una volta, sarebbe opportuno distinguere tra chi fabbrica “bufale” e chi ne rimane vittima. Visto che ci sono validi motivi per dubitare di molte cose.

    • Non credo che le statistiche siano “gonfiate ad arte” e certamente l’ISS e l’ISTAT hanno schede di raccolta dati dove si deve inserire e specificare la prima causa di morte. Sul sito dell’ISTAT ci sono linee guide e addirittura video-tutorial per la compilazione corretta delle schede. Guardando i numeri che propongono i quotidiani, però, mi pare che il numero dei morti che viene aggiornato ogni sera sia quello dei “pazienti deceduti positivi all’infezione SARS-Cov-2”, che nel rapporto all’11/11 erano 41737: https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-decessi-italia
      Voglio dire che la confusione tra “morti di” e “morti con”, fatte salve le difficoltà di raccolta dati, non credo sia all’origine, cioè nell’impostazione, ma sicuramente nell’informazione giornalistica le due cose sono state parecchio mescolate. Detto questo, la distinzione tra i due concetti è senz’altro fondamentale dal punto di vista di un medico, ma a me dice molto di più una tabella come quella che ho riportato, con analisi sui “morti positivi”, che non una distinzione, molto più complessa, tra “morti di” e “morti con”. Tant’è che l’ISS pubblica molto più spesso analisi e infografiche sui morti positivi che non analisi sulla principale causa di morte in rapporto alla positività da SARS-Cov-2.

      Aggiungo che il tuo primo intervento sui “morti per” e “morti con” è proprio un esempio di quanto affermiamo nell’articolo. Sostenere che i “morti per” sono in realtà “morti con” – cosa che noi non facciamo – non significa ipso facto “negare il virus”, cioè dire che non esiste. Ecco: basta negare un aspetto del modo in cui si fa informazione sul virus per essere “negazionisti” del virus. Questo è inaccettabile. Ti faccio un esempio: anni fa alcuni storici si sono messi d’impegno per stabilire quante persone siano state uccise nella strage di Monte Sole (nota come “di Marzabotto”). Hanno scoperto che i numeri ufficiali mettevano insieme troppi eventi e troppi decessi, e hanno abbassato quei numeri di parecchio, attestandosi su una cifra comunque enorme. Quegli storici non hanno certo messo in discussione la realtà della strage. Anzi: a mio parere, hanno fatto un favore a quanti la ricordano, perché non arrivi qualcuno che dice: “i numeri sono gonfiati!”. Allo stesso modo, quando i giornali scrivevano “il virus è nell’aria”, chi negava quell’affermazione è stato tacciato di negazionismo, quando invece faceva un servizio alla realtà del virus, mentre a mandarla in vacca, e a favorire posizioni complottare, erano proprio quelli che titolavano “il virus è nell’aria”.

      • Aggiungo che quando si fa notare che in Germania i morti covid per milione di abitanti sono un quinto che in Italia (fonte: Hopkins database https://coronavirus.jhu.edu/data/mortality) e che quindi forse l’Italia non è proprio il modello che tutti ci invidiano, l’obiezione è sempre: eh, ma in germania contano come morti covid solo quelli che non avevano altre patologie. Beh, questo sembra proprio essere falso. Infatti anche le statistiche sull’eccesso di mortalità puro e semplice in Germania mostrano per la prima fase dell’epidemia un valore cinque volte inferiore a quello dell’Italia (7mila contro 35mila). https://www.destatis.de/EN/Press/2020/06/PE20_203_12621.html;jsessionid=6A577FB2FD129994BDBA887FBF9A83EE.internet8722

        p.s. è curioso come la difesa ad oltranza del modello Italia porti a sua volta ad atteggiamenti complottisti (la Germania occulta i morti…)

      • Bell’articolo. Ci troviamo in questo marasma è prima di tutto perché è stato chiuso quello che era l’architrave della risposta pandemica in Italia: il Centro per la Sorveglianza e Prevenzione delle Epidemie (Cnesps) dell’Istituto Superiore di Sanità (Isa). Quelli che di lavoro intercettavano le possibili epidemie in arrivo in Italia ben prima che si scoprisse il primo caso di Codogno. Il centro fu smantellato NEL 2016 come primo atto dell’allora presidenza Iss Walter Ricciardi, oggi consulente per il governo italiano sul Covid.
        In Italia avevamo proprio lo strumento giusto per affrontare la pandemia in modo coordinato su tutto il territorio italiano — superando cioè il regionalismo sanitario per cui tutti procedono in ordine sparso. Il Cnesps preparava protocolli di individuazione, monitoraggio, isolamento dei primissimi contagi che — come già aveva fatto tante altre volte — avrebbe inviato a tutte le Asl, ospedali, medici di base, in tutta Italia, al primo segnale Covid dalla Cina. Era questo il loro lavoro. Sapevano come costruisce una risposta forte e validata scientificamente contro una pandemia, producendo dati epidemiologici omogenei su un database unico e accessibile a tutti gli esperti. I dati sono lo strumento che serve a prevedere il famoso picco, scenari di rischio, direzione geografica del virus. Sono cioè parte delle misure di contenimento efficaci. In Italia tutti si sono messi a dire la loro sui dati, che però sono difformi, comunicati con ritardo. La chiusura del Cnesps è anche il motivo per cui tutto è accentrato nelle mani della Protezione Civile e di un comitato di esperti, che però non sono epidemiologici degli outbreak pandemici. Il virus girava dal 2016 http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=48850&fbclid=IwAR1BYvcBz8_MT-toQGuBnLli9NeElIkCTyk0Rzbi71gis8PXKXv5vdPpI-Q. Vedere la spesa regionale in relazione al numero dei contagiati
        registrati da ciascuna regione alla data del 30 aprile 2020 pagina 47(Tabella 2. 17)dal sito ANAC https://www.anticorruzione.it/portal/rest/jcr/repository/collaboration/Digital%20Assets/anacdocs/Attivita/Pubblicazioni/RapportiStudi/ContrattiPubblici/IndagineCovid19.fase2.13.08.20_.pdf Io credo che i dati siano gonfiati per i motivi che ho decritto

        • Scusa Podda, quando scrivi “il virus girava dal 2016” e metti il link a un articolo che parla del picco di morti per sindromi influenzali di quell’anno, intendi dire che quelli erano morti di SARS-Cov-2? Mi pare un’affermazione molto azzardata e che non trova riscontro in nulla di quanto ho letto fin qui. Al massimo, mi pare che la diffusione del SARS-Cov-2, in Italia, sia stata datata all’agosto 2019. Posso chiederti su quali fonti ti basi?

          • Scusa mi sono espresso male. Era un virus influenzale particolare che colpiva soprattutto gli anziani, era un segnale? Per me si. Articoli del 2018 con ospedali intasati, TI al collasso https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_10/milano-terapie-intensive-collasso-l-influenza-gia-48-malati-gravi-molte-operazioni-rinviate-c9dc43a6-f5d1-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml?fbclid=IwAR2IJQvsGHxz0cIVIu4vlRizxwnhxJS_W7WRHygSHYItiQe6SN7vOsuPssU Marzo 2020 Intervista a Ernesto Burgio, medico pediatra, esperto di epigenetica e biologia molecolare. Presidente del comitato scientifico della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) e membro del consiglio scientifico di ECERI (European Cancer and Environment Research Institute) di Bruxelles. https://www.ondarossa.info/redazionali/2020/03/coronavirus-origini-effetti-e

          • Ciao Wu Ming 2, approfitto di questo tuo commento per cercare di fare chiarezza sulla recente affermazione che il SARSCoV2 circolasse dall’estate 2019.
            È stato pubblicato un articolo che riporta un’elevata prevalenza di anticorpi SARSCoV2 (IgG / IgM) in Italia dall’inizio di settembre. Considerando 1-2 settimane necessarie per la sieroconversione, ciò implicherebbe che il virus circolava in Italia ad agosto o prima.
            Questo articolo anticiperebbe la data di comparsa / diffusione di SARSCoV2 di ~ 3 mesi.
            Il primo caso confermato di Covid19 in Cina risale al 17 novembre 2019. Esistono prove di un caso in Francia risalente a metà/fine dicembre e
            ci sono prove che SARSCoV2 fosse in circolazione in Italia a dicembre 2019.
            Le analisi di migliaia di genomi di SARSCoV2 indicano un’origine (salto di specie) in ottobre / novembre 2019 in Cina e una rapida diffusione in Europa. Indipendentemente da come si eseguono le analisi, la diffusione in Italia ad agosto è incompatibile con i dati.
            Date tutte le altre prove disponibili, la circolazione di SARSCoV2 in Italia ad agosto è un’affermazione molto forte, che richiederebbe prove forti. L’articolo non è convincente. I metodi sono spiegati male e non è fornito alcun controllo negativo o positivo.
            Potrebbero aver rilevato una reattività crociata con due virus endemici del “raffreddore comune” (OC43 e HKU1), che hanno un’omologia abbastanza elevata in alcune regioni della proteina spike. Tuttavia, è difficile esserne sicuri date le prove limitate fornite nel documento.
            A meno che non venga confermata da prove di gran lunga migliori, credo che l’affermazione che il SARSCoV2 circoli in Italia da agosto possa essere tranquillamente ignorata. La maggior parte degli studi indica l’emergere di SARSCoV2 ~ ottobre / novembre 2019 in Cina e una diffusione in Europa (Nord Italia) in ~ novembre / dicembre 2019.

            Questo è un tipico caso di cosa non sta funzionando nella scienza (e nel reporting scientifico) nell’era della COVID19. Affermazioni forti supportate da prove inconsistenti vengono ampiamente riportate senza il necessario esame minuzioso e senza la considerazione di un corpo più ampio di prove disponibili.

    • 1/2
      “in base alle le linee guida del Ministero che hai allegato, c’è obbligo di segnalare l’eventuale positività al tampone del deceduto, ma questo non implica che il decesso, se dovuto ad altre cause, sia riportato come da covid 19 solo perché il tampone era positivo.”

      In quelle linee guida c’è scritto che il Covid va sempre riportato, addirittura anche in assenza di diagnosi confermata, ovvero senza bisogno del tampone. Ovviamente quest’ultima condizione vale soltanto in presenza di sintomi chiari. Diversamente non avrebbe senso. Altrettanto ovviamente, poi, il Covid può essere riportato anche come possibile concausa e non solo come causa principale della morte, se è palese che la morte è dovuta principalmente ad altro. Altrimenti sarebbe un falso e nessuno sta dicendo che in quelle schede ci sia scritto il falso. Semplicemente, per la classificazione dei morti da Covid è stato adottato un criterio prudenziale che, ripeto e ribadisco, per me è assolutamente giustificato nelle attuali circostanze, e a cui i medici palesemente si attengono. Se c’è la minima possibilità che il Covid c’entri qualcosa con la morte di una persona, dev’essere segnalato. Sulla base di queste segnalazioni poi viene fatto il conteggio. Tra parentesi, non vedo come potrebbero fare diversamente riuscendo a far tornare i conti in modo che i casi totali siano immancabilmente la somma degli attualmente positivi, dei guariti e dei morti. Dubito contino il 10% dei morti tra i guariti. Finirebbero giustamente appesi per i piedi.

      “Circa il report dell’ISS, sono state riportate dettagliatamente le cause di decesso del 10% di persone morte per altre cause, oltre al 90% di quelle morte per Covid.”

      Sono state riportate dettagliatamente le cause di morte delle persone classificate come morte con Covid. Il 10% delle quali, se fosse stato solo per il virus, non sarebbe morto.

      • 2/2
        “Poi, sui casi che hai segnalato tu e riportati dalla stampa, andrebbe accertato fino a che punto la notizia corrispondesse al vero.”

        Questo senz’altro. Ma c’è una serie di elementi che depone decisamente a favore dell’attendibilità delle due notizie. Prima di tutto, come ho detto, il fatto che fossero delle non-notizie. La questione delle linee quida era trattata in entrambi i casi in modo assolutamente neutro. Poi c’è la particolarità dei due casi. Il paziente oncologico risultato positivo al tampone quando era già terminale, è tuttora la più giovane vittima del Covid della provvincia di Ferrara (35 anni). Nell’elenco dei morti di Covid c’è ancora, e non mi risulta sia stato nemmeno ipotizzato che il SARS-CoV-2 possa far venire il cancro. L’altro caso riguardava invece la nonna di un politico locale, che aveva fornito qualche dettaglio in più sulla vicenda della signora. Ovvero che gli stessi medici dubitavano dell’esito del tampone fatto al momento del ricovero – nessuno dei suoi contatti stretti risultato positivo, sempre asintomatica… – e che durante il ricovero si era comunque negativizzata. Anche lei è ancora nell’elenco. Subito prima del 35enne di cui sopra. Per pura combinazione sono morti l’uno dietro l’altra.

        “posso assicurare che nella stragrande maggioranza dei casi si muore ” per” il covid e non ” con ” il covid.”

        Ma non ce n’è bisogno. Lo dice l’ISS.

        “E sentire in giro […] che le statistiche sarebbero gonfiate ad arte per chissà quali scopi o che addirittura la Sanità ci speculerebbe sopra, é una cosa che veramente non posso accettare.”

        Io però ti ho risposto soltanto sulla distinzione tout court tra morti con Covid e morti di Covid. Per curiosità, quando ne parlava tutte le sere Angelo Borrelli, ti sembrava “negazionista”? Ti sembrava che si fosse svegliato una mattina con l’idea che qualcuno volesse gonfiare le statistiche? Perché secondo me il danno è stato fatto proprio quando si è deciso di rimuovere dalla scena i morti con Covid, per paura di dare un messaggio sbagliato. Non ha senso provare a fare una comunicazione a prova di scoppiati. Ti si ritorce contro.

  11. «Nei giorni scorsi Isver ha fatto alcuni esempi eclatanti e riscontrabili di decessi avvenuti nel ferrarese … »

    C’é un aspetto materiale della questione che non vá sottovalutato. La “produzione” di consenso genera enorme profitto e riesce a farlo attraverso l’utilizzo di certe piattaforme digitali. Il lock-down “viaggia” su un sistema binario affiancato ad un lock-in tecnologico [1] nel quale la finanza e il capitale si ritrovano, avendo investito grosso in un modello e su specifiche piattaforme digitali con le loro dinamiche, che fungono da armi da difesa dell’egemonia culturale liberista. “Incontrarsi” e discutere sui social significa accettare di far parte di una folla di clienti fidelizzati incapaci di immaginare un alternativa. Smettere di frequentare certi posti é quindi fondamentale.

    Sui social la voce di UN esperto diventa superflua perché “stare” sui social significa anche “stare” in una folla, virtualmente, che, in maniera più o meno consapevole, affida l’interpretazione della realtá non ad esperti ma ad algoritmi, a influencer o star della info-sfera; raramente o svogliatamente oggi, ci si rivolge, per l’interpretazione di una notizia, a chi potrebbe effettivamente farci capire, per esempio «…qualcosa in termini scientifici, sul costo umano della reclusione: psicoterapeuti, psichiatri, sociologi, consulenti familiari, geriatri, nutrizionisti, sessuologi, e così via». È più semplice reagire ad un post che agire in maniera concreta in difesa dei più deboli, di princípi o di diritti.

    In conclusione, prendendo parte a questi “riti giornalieri” si ha come la sensazione immediata di far parte di « un corpus mitologico in fieri», come WM1 ha definito Qanon qualche tempo fá. Corpus mitologico che é poi solo UNO dei miti dell’era digitale: la “Saggezza della folla”. (https://www.libreriauniversitaria.it/saggezza-folla-surowiecki-james-fusi/libro/9788889674147), uno strumento che a mio parere l’ingegneria informatica dovrebbe trattare con più accortezza di quanto lo si faccia ora.

    • Secondo me però a questo punto bisogna fare i nomi e non lo dico perché amo il gossip politico, anzi, ma perché vedo un grande rischio nel continuare a riferirsi a un generico movimento che ha determinate posizioni senza entrare nel merito. Il rischio è quello di fare un’operazione altrettanto superficiale in cui si mettono nello stesso frame discorsivo tutte le posizioni da chi chiede lockdown fino alla vittoria a chi cerca di dire delle cose che tengano insieme la critica alla gestione dell’emergenza con un timido ma fisicamente presente sostegno alle piazze. Non lo dico per fare sconti a qualcuno o la classifica dei buoni ma semplicemente perché senza dei testi da commentare, senza dei passaggi da mettere sotto accusa il dibattito non si evolve e tutti si sentono assolti. Assolti perché “no ma noi le scuole le vogliamo aperte” (hai appena scritto che vuoi bloccare tutto secondo te un lettore da cosa lo dovrebbe capire ammesso che sia vero?) e simili. Intendiamoci io penso che oggi la possibilità dei compagni di influenzare la realtà rimanendo nel regno del politico (presidio che chiede lockdown e reddito per capirsi) sia zero e lo sarebbe anche se le rivendicazioni fossero diverse finché non ci si sporcano le mani con la realtà delle scuole, delle fabbriche, dei lavoratori precari ecc. Però se questo dibattito si vuole aprire allora si faccia senza fare sconti altrimenti tutti si sentiranno assolti e nessuno responsabile.

      • Premetto che mi limito a leggere giornali e ad ascoltare alcune, poche, esperienze di vita in lockdown e di quarantena oltre a seguire questo blog. Porto allora l’esempio del racconto sulla Svezia che qui è stato sviscerato per bene. Sul Corriere il caso svedese viene citato quasi a settimane alterne per raccontare la “storia del virus in Scandinavia”, una volta concedendo il beneficio del dubbio sulle politiche adottate, un’altra definendolo un grosso errore. Si comparano dati assoluti in maniera consapevolmente fuorviante come il numero di morti (non rapportati alla popolazione) con i paesi vicini. Oppure si spiega il suo “successo” perchè gli svedesi lasciano la casa dei genitori già a 17 anni. In nessun momento si prova a raccontare la risposta svedese come un tentativo non autoritario di trasformazione della paura in angoscia e di superamento del modello paternalistico. Come faceva notare Sweepsy citando Galimberti, c’è infatti una bella differenza tra angoscia e paura. La paura è quella che faceva dire a Marzo a Galimberti stesso di chiudere tutto urbi et orbi per difendersi dal virus. L’angoscia è invece il raggiungimento di una stadio più consapevole circa la generale condizione di precarietà dell’esistenza. L’angoscia nasce dall’interrogazione del reale, la paura invece porta alla sua rimozione. Non so allora se nella newsletter sull’Asia di questa settimana di Internazionale abbiano tentato di togliere ogni rimozione segnalando degli studi che relazionano la bassa mortalità tra gli indiani con l’abitudine allo “sporco”, citando forse Mary Douglas. Mi chiedo se l’associazione sporco-povertà-anticorpi sia un argomento di “sinistra” o contro certe politiche del “decoro” o se citare un articolo del genere senza discutere, per esempio, le dipendenze farmacologiche della popolazione occidentale, non faccia semplicemente sprofondare scrittori e lettori nella melma di racconti sbagliati fin dalle loro stesse premesse. Per non parlare della politica internazionale. Ieri ho letto l’incipit di un articolo di Molinari in cui scriveva delle mani di Putin sulla Libia mentre l’Europa è alla prese con il COVID. Mi sembra cioè sia in moto un cosciente aggiramento di ogni critica non virocentrica. Mi chiedo allora se tutto ciò non stia diventando pericolosamente patologico.

      • In realtà, Anne, a noi risulta che a sentirsi tirati in ballo siano tantissimi e che in questo momento siano in fiamme chilometri e chilometri di code di paglia. Dalle mie parti si dice che la galina c’la canta l’è quela c’la fat l’ov, riferito a chi si sente interpellato e dice «chi, io?».

        Poi però ci risultano anche molte problematizzazioni intelligenti, persone che magari non sono d’accordo su tutto ma riconoscono che le posizioni che critichiamo non solo non ce le siamo inventate ma sono state egemoni per mesi e messe nero su bianco in svariate occasioni (quando sembravano il massimo del cool). Insomma, non sono… negazionisti. In mezzo a reazioni scomposte e attacchi sempre più stantii, è incoraggiante quest’onestà intellettuale.

        Quanto a chi invece spara le solite pigre idiozie – ad esempio accusa questo post, dove (come facciamo da primavera) attacchiamo il governo perché servo di Confindustria, di «esprimere le stesse posizioni di Confindustria» (!), o sminuisce l’impatto patogeno della reclusione con battutine sul «fare l’aperitivo» – che dire? Una prece. Once were comrades.

  12. La “palla al balzo” offerta dalla pandemia Covid per approfondire il neo autoritarismo (già cavalcante) è stata sicuramente colta da questo governo e non solo da questo. Ne parlavo qui lo scorso aprile: http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=42156.
    Sulla questione dell’uso della parola negazionismo, anche a seguito di una lunga chiacchierata con l’amica, compagna, editrice Alessadra Kersevan, pure sono d’accordo. E’ una “leggerezza” terminologica che richiede l’apertura di una seria dialettica interna. Non trovo invece corretto generalizzare l’approccio diciamo così “individualizzante” alla crisi da parte della “sinistra radicale”. Per tutta la prima ondata, nell’intermezzo e sino ad oggi non abbiamo (parlo per Rifondazione ma non solo, per fortuna) mai risparmiato aperte e chiare bastonate a questo governo e ai presidenti regionali, alla loro inettitudine e al loro conclamato servilismo nei confronti di Confindustria. Abbiamo tentato su ogni tema (lavoro, sanità, trasporti, istruzione), certo scontando una cronica irrilevanza mediatica, di indicare le precise cause del disastro e di mettere in campo mobilitazioni. Prediligendo il “collettivo” all’individuale; la critica alla logica del profitto come vera causa dell’entità socio-sanitaria della crisi. Segnalo che, dove c’erano le forze per farlo, abbiamo sostenuto il diritto d’assemblea e organizzazione dei lavoratori denunciando anche i casi dove si verificavano (e si verificano) repressioni di questo diritto. Senza considerare l’incessante e serrata denuncia sull’altrettanto incessante attitudine (anche) di questo governo a buttare miliardi nell’industria militare raccontata come unico asset industriale strategico del Paese…Insomma complimenti per il pezzo ma attenzione a non demolire in un unico impeto critico un faticoso e quotidiano lavoro militante che nonostante tutto prosegue…

    • Gregorio,
      comprendiamo e recepiamo la critica, ma facendo notare due cose:

      1) il capitoletto sulla sinistra “s-piazzata” si apre proprio con la frase «Con poche e lodevoli eccezioni», per significare che non intendiamo fare di ogni erba un fascio. In un commento qui sopra AnnBonn ci chiede di fare “i nomi”, ma non abbiamo mai impostato i nostri discorsi in questi termini. Noi critichiamo un discorso, un dispositivo, una narrazione tossica. Il nostro bersaglio è “cosa” non “chi”.

      2) Il riferimento nel post alle lotte in corso dei lavoratori e di chi ha *davvero* il problema del reddito, voleva proprio sottolineare che il conflitto sociale si produce in absentia di gran parte della “sinistra radicale”, ma si produce. Il conflitto si declina e si articola seguendo una faglia e delle pratiche che non sono affatto quelle inquadrate dai “compagni per la reclusione domestica”. E mi auguro bene che ci sia chi solidarizza con quei lavoratori. Se si mette la lente sul mondo del lavoro ci si accorge di come stanno girando le cose. Gli operai di Genova, che sono scesi in strada, senza temere la polizia, e sfidando il distanziamento, hanno ottenuto il ritiro dei licenziamenti. Le mobilitazioni dei lavoratori della cultura, dello spettacolo e dello sport che durano da primavera, nelle piazze, ancorché distanziati e mascherati, hanno scoperchiato un’atavica sacca di precarietà e lavoro “grigio” che grida vendetta e che i sindacati adesso difficilmente potranno ignorare… E chissà che per alcuni di quei lavoratori non sia l’occasione buona per acquisire coscienza di classe.
      Poi magari scopri (notizia reale) che un’azienda del tuo territorio, dove è stato individuato un focolaio, con alcuni operai già ricoverati, non cessa la produzione, non chiude, come non avevano chiuso i macelli e gli spedizionieri dopo la scoperta dei focolai di inizio autunno.
      Così, mentre ci fanno discutere sul mandare o no i bambini a scuola, anche se sono scarsissimanente infettivi, o sulla chiusura dei teatri e dei cinema già vuoti, o sulla chiusura dei ristoranti mezzi vuoti e dei bar dove si entrava due alla volta, in fabbrica può succedere di tutto. Perché la produzione deve continuare.
      Mai visto un diversivo funzionare meglio e proprio sui soggetti che si considerano le sentinelle critiche dello stato delle cose. Ma, appunto, nel mondo là fuori, oltre Twitter, Zoom e Netflix, c’è vita e c’è conflitto. Chi vuole raccoglierlo deve solo rimboccarsi le maniche e ritrovare un po’ di coraggio. E siamo sicuri che esista «un faticoso e quotidiano lavoro militante che nonostante tutto prosegue…» in quella direzione.

  13. Nel precedente commento ho dimenticato un link relativo al termine lock-in [1]: «Fenomeno che si verifica quando un agente, un insieme di agenti, o un intero settore sono intrappolati all’interno di una scelta o di un equilibrio economici dai quali è difficile uscire, anche se sono disponibili alternative potenzialmente più efficienti».

    Qui [2] una ricerca a proposito di data politics/politics of data. A mio parere c’é un urgente bisogno di comprendere che il connettersi e frequentare determinati “luoghi” é un atto profondamente politico che però viene intercettato e mediato da una tecnologia dalle dinamiche che potremmo definire opache, se non altro perché sono in pochi, al momento, coloro in grado di comprendere il funzionamneto degli algoritmi che governano queste dinamiche. Su Giap la questione é stata discussa lo scorso Dicembre [3]

    Esprimendo il proprio pensiero per esempio su FB, c’é il rischio di restare “intrappolati” all’interno di un logica di mercato, all’interno del quale si investe su un idea ben precisa: quello che la piattaforma, nel caso di FB, possa «…dare alle persone il potere di formare una comunità e unire il pianeta»[5], il tutto comodamente seduti in poltrona, iIlludendosi che si possa costruire una comunitá senza i corpi.

    Twittando invece si é convinti di avere: «…il potere di creare a condividere idee e informazioni in maniera istantanea, senza barriere. Il nostro business e fatturato seguiranno sempre questa missione in modo da migliorare e non ridurre (distogliere da) una conversazione libera e globale». Sono questi solo due esempi delle convinzioni che stanno sedimetando e dando vita a nuovi mostri della sfera pubblica e della politica locale, nazionale ed internazionale. In questa atmo-sfera il parere informato di un esperto, il punto di vsta di uno studioso perdono di valore e possono essere distorti a piacimento.

    [1] https://www.treccani.it/enciclopedia/lock-in_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/
    [2] https://journals.sagepub.com/doi/pdf/10.1177/2053951719885967
    [3] https://www.wumingfoundation.com/giap/2019/12/lamore-e-fortissimo-il-corpo-no-1-twitter-addio/
    [4] https://www.ibisworld.com/united-states/market-research-reports/social-networking-sites-industry/
    [5] https://about.fb.com/company-info/

  14. Vi segnalo una traduzione in spagnolo del post, in caso voleste diffonderla (https://aesteladodelmediterraneo.wordpress.com/2020/11/16/para-que-sirve-el-epiteto-negacionista-y-que-realidad-contribuye-a-esconder/), visto che le vostre analisi sono in gran parte applicabili alla realtà attuale dello Stato spagnolo. In particolare, quelle riguardanti la inattività della “sinistra di movimento”, che non sta riuscendo a materializzare una critica al “governo più progressista della storia” che si distacchi anche dai discorsi e le azioni delle destre, istituzionalizzate e non, le quali sguazzano intermittentemente nel negazionismo del virus, per vera convinzione (le basi, incazzate e acritiche) o per spudorato interesse politico (l’irresponsabile opposizione parlamentare, il cui unico interesse è far cadere il governo).

    • Innanzitutto grazie per questo e altri articoli. Avevo paura che con l’estate aveste smesso di occuparvi di questo problema eminentemente politico per dedicarvi alla vostra attività letteraria che pure è importantissima e di certo anche politica.
      Tantissimi contenuti, da dove cominciare?
      Innanzitutto vi chiedo se avete mai visto o preso in considerazione questo? https://www.centerforhealthsecurity.org/event201/scenario.html
      C’è anche il video https://www.youtube.com/watch?v=AoLw-Q8X174&feature=emb_logo
      Questa simulazione della pandemia organizzata nell’Ottobre 2019 dal World Economic Forum, lo stesso citato in un’altra risposta sulla ristrutturazione nella forza lavoro nel capitalismo degli stakeholders post-covid, dalla Bill and Melissa Gates Foundation e da John Hopkins, Center for Health security, mi sembra implori di essere presa in considerazione.
      Su i morti con o per covid, le infografiche dell’ISS ci dice che, oltre all’età media di 80 anni dei pazienti deceduti, il numero di malattie pre-esistenti è in media di 3,5%. Non mi sembra vi siano molti dubbi sull’irrazionalità delle misure governative corrispondenti visti questi dati.

      • Quella simulazione di scenario di solito è usata per dire – taglio con l’accetta – che «Bill Gates aveva già previsto tutto!» In realtà di simulazioni di scenari pandemici, dopo Sars, aviaria e Swine Flu ne sono state fatte parecchie, si sapeva che ci sarebbe stata un’altra pandemia, David Quammen in Spillover lo spiega per filo e per segno, non è questione di profezie né di complotti, le condizioni per le pandemie le creano processi del capitalismo planetario come l’allevamento intensivo, la deforestazione, l’urbanizzazione selvaggia.

        Se poi andiamo a vedere lo scenario che linki, in larga parte non corrisponde alla pandemia di Sars-Cov-2: non prevede asintomatici (perché è modellato sulla SARS che non aveva asintomatici), l’epidemia parte dal Brasile, fa 65 milioni di morti in un anno e mezzo mentre il Covid-19 ne ha fatti “solo” un milione e mezzo in un anno (aumenteranno, ma i 65 milioni non li vede nemmeno da lontano), e colpisce i bambini (infatti col tempo diventa una «malattia infantile endemica») che invece sono in assoluto i meno contagiati dal Sars-Cov-2. Non è un granché come “profezia” per uno che aveva già il Piano pronto.

        Il Piano, poi, consisterebbe nel far soldi col vaccino e/o nel controllarci grazie al vaccino ecc.

        A parte che i profitti generati dai vaccini sono parecchio sovrastimati, ho già avuto modo di dimostrarlo dati alla mano in un’altra discussione. Nel 2019 i profitti generati dai vaccini corrispondevano al 3% dei profitti generati dall’industria medico-farmaceutica a livello mondiale. Il 97% lo generano le medicine e le attrezzature (che vanno dal grande al piccolo, dalla macchina per la RMI alla siringa, dal polmone d’acciaio al cotone idrofilo). Certo, il vaccino per il Covid aumenterà la percentuale, ma anche qualora la raddoppiasse, resterebbe comunque lontana dall’immaginazione favolistica degli antivax.

        A parte questo, dicevo: nello scenario proposto il vaccino non ha chissà quale ruolo, è nominato di sguincio, e si prende in considerazione una fine della pandemia anche in assenza di vaccino, con sua trasformazione in endemia.

        Ho già avuto modo di dire che queste fantasie di complotto su Bill Gates e associati risentono di due bias cognitivi: il pregiudizio di proporzionalità, in base al quale un evento globale come una pandemia deve avere una causa magniloquente, vistosa, e il pregiudizio di intenzionalità, in base al quale se succede qualcosa è perché qualcuno lo ha voluto.

        • No, non ho in mente Il Piano, Gates e vaccini e compagnia cantante. Quella è sicuramente una fantasia di complotto, facilissima da smontare e che va a inficiare chi si ostina a ricercare il perché, l’evidentissima irrazionalità delle misure prese dai governi internazionali per trovarvi un filo rosso. Non sono d’accordo coi due bias di cui sopra: l’evento immane non è tanto o solo la pandemia globale ma sono prima di tutto le misure prese per, ci dicono, arginarla. Queste misure hanno provocato e stanno provocando la più grande ristrutturazione dell’economia mondiale che si ricordi a memoria d’uomo. Tutto ciò in un contesto in cui l’economia della crescita che ha devastato il pianeta e si accinge a renderlo inabitabile a meno di drammatici cambiamenti (e forse neanche quelli riusciranno a invertire tendenze ormai geologiche) ha raggiunto in maniera molteplice i suoi limiti: peak oil ed esaurimento delle risorse minerarie, devastazione ecologica pervasiva, sovrappopolazione, riscaldamento globale ormai irreversibile. Vi invito a considerare anche che Klaus Schwab, fondatore del WEF ha recentemente pubblicato il libro Covid 19-The Great reset che non ho ancora letto ma le cui proposte sono l’avanzare dell’economia digitalizzata e la de-carbonizzazione di detta economia. Stante gli interessi e i privilegi di classe che invece di essere messi in discussione si approfondiscono. Un capitalismo non solo degli shareholders ma degli stakeholders. Che sconvolgimenti così profondi non siano voluti si fa sinceramente fatica a crederlo. Una decrescita, sicuramente non felice, come la positività tossica che è l’ideologia dominante, ma al contrario alquanto brutale.

        • I possibili guadagni di Gates in relazione al vaccino li avevo inizialmente ipotizzati, senza rappresentare una diffusa corrente di pensiero e senza una vasta documentazione alle spalle, per provare a spiegare la sua posizione degli ultimi mesi – posizione che resta ancora ambigua, fino a prova contraria. (Anche se forse ho usato in passato improprie espressioni assertive, non ero e non sono affatto sicuro, né potrei esserlo, sia un’ipotesi esatta.)

          Comunque, verosimile o no, quell’ipotesi non è necessariamente legata all’esistenza di un grande Piano (l’unica strategia – con la esse minuscola – sarebbe dare per assodato il “worst case” scenario, il che non è nemmeno detto a priori che sia sbagliato) né a una dettagliata Pre-visione del Covid, e pertanto non credo rientri nello stesse genere delle fantasticherie “complottistiche” quali “vuole ucciderci tutti” etc.

          La vera contro-argomentazione (quelle sui bias cognitivi mi suonano troppo astratte per essere efficaci in questo caso) risiede nei relativamente scarsi guadagni fatti sui vaccini (al riguardo mi scuso per un paio di refusi fatti sui commenti precedenti sul tema) – e qui, se possibile, mi piacerebbe avere delle fonti da confrontare con quelle contrarie (fra cui alcune già postate al tempo).

          Infine, per i pochi eroi interessati a riflettere sulla posizione di Gates, segnalo il punto di vista di Agamben (https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-biosicurezza; ho sentito un cavallo nitrire), che si rispecchia anche nel libro “Bill Gates e la nemesi tecno-medica” di B.Bonavita. Non so dire (ancora?) dire quanto possa esservi di vero in ciò che vi si legge.

          • Secondo me queste storie su Gates e i vaccini sono narrazioni diversive, fanno correre dietro a ombre col retino per farfalle e non aggrediscono i nodi reali del rapporto tra capitalismo e pandemia. Ad ogni modo, un po’ di dati e fonti sul mito dei super-mega-giga-profitti generati dai vaccini.

            Il giro d’affari dell’industria farmaceutica globale era di 775 miliardi di dollari nel 2015 e si è stimato che nel 2022 supererà il bilione (che in inglese chiamano “trillion”).

            Per quanto riguarda i prodotti medici non farmaceutici, si parla di 405 miliardi che nel 2024 diventeranno 585.

            Insieme, questi due comparti hanno un fatturato complessivo di oltre un bilione di dollari. 1,2 bilioni, per la precisione.

            Ora: il fatturato di tutti i vaccini prodotti in tutto il mondo è di 40 miliardi di dollari. Cioè solo il 3,3% del totale dell’industria medico-farmaceutica.

            Quei 40 miliardi diventano 24 miliardi di ricavi (entrate lorde).

            Non stiamo ancora parlando di profitti. Perché quando togliamo tutto il lordo (che è parecchia roba), scopriamo che i profitti annuali generati dai vaccini equivalgono a soli 2,2 miliardi di dollari. Che su scala mondiale sono davvero briciole. Teniamo conto che la compagnia farmaceutica media spende solo in ricerca e sviluppo il 17% dei ricavi.

            Lo avevo già spiegato in un commento di qualche tempo fa:

            «I vaccini rappresentano solo il 3,3% del mercato dell’industria medica mondiale. Il restante 96,7% consiste in medicine e apparecchiature/utensili (dalla siringa al polmone d’acciaio passando per la mascherina, per capirci). In tutto i profitti generati dai vaccini sono stati stimati in 2,2 miliardi di dollari netti. Sembra una gran cifra, ma per il giro d’affari di Big Pharma è poca roba. Insieme, i tre medicinali più venduti al mondo – Humira (un farmaco contro le artriti), Eliquis (un anticoagulante) e lenalidomide (un chemioterapico) – generano più profitti annuali di tutti i vaccini esistenti. E sono solo tre farmaci, su decine di migliaia in commercio. [Ecco la fonte, dati del 2018]

            Il minore profitto generato dai vaccini è dovuto a vari motivi, uno su tutti i minori ritorni dovuti al deterioramento e al cambiamento degli antigeni (ad esempio, da una stagione influenzale all’altra). I prodotti farmaceutici non-vaccinali raramente cambiano da un anno all’altro, quindi un articolo prodotto nel 2019 può essere venduto nel 2020, basta che non sia scaduto e può essere venduto per anni. Invece il 50% dei vaccini prodotti viene gettato via, perché gli antigeni cambiano o perché i vaccini si guastano. Inoltre, la distribuzione dei vaccini è molto costosa, perché devono essere spediti con più attenzione, per evitarne il deterioramento.»

            Abbiamo visto che il fatturato globale annuo dei vaccini ammonta a 40 miliardi di dollari. Proviamo a fare un altro paragone.

            Il fatturato globale annuo della “medicina alternativa” (omeopatia, naturopatia, fitoterapici, ayurveda e quant’altro) ammonta a 55,2 miliardi.

            Insomma, muove molti più soldi la New Age dei vaccini.

            • Grazie per tutta questa serie di link decisamente preziosi e questa analisi puntuale della questione farmaceutica. Quello che dici sui vaccini è assolutamente solido. Mi pare però altrettanto evidente che il mercato generato dal vaccino COVID possa rappresentare qualcosa di speciale vista la campagna massiva di vaccinazione e la quantità di dosi necessarie da produrre in pochi anni per coprire la popolazione mondiale. Leggevo che per definire il virus debellato con un vaccino molto promettente che protegge nel 80% dei casi e in assenza di altre misure contenitive come il distanziamento, occorre comunque vaccinare il 75% della popolazione mondiale .
              https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7361120/
              Può darsi allora che le stime dovranno essere riviste almeno per le aziende che vinceranno la “gara”. Questo probabilmente non cambierà il senso economico dell’analisi che fai, però è anche vero che non sottovaluterei comunque il valore di mercato del vaccino per il COVID.
              Altro elemento di interesse riguarda proprio il dato su ricerca e sviluppo che nel 2015 risulta in un range tra il 17% al 24% del fatturato. Ci sono alcune specificazioni interessanti. La prima è che la maggior parte riguarda lo sviluppo di medicine e non la ricerca “pura”, diciamo. La seconda è che questa spesa si è concentrata sulle medicine di già largo consumo o a più alto impatto come quelle per la chemioterapia. Negli USA poi, le ricerche su malattie meno diffuse sono ancora sovvenzionate da fondi statali e meccanismi di esenzione fiscale. Nel caso COVID ancora non sappiamo bene quale sarà la relazione tra spesa pubblica e privata ma credo sarà certamente un parametro da tenere d’occhio soprattutto perchè potrebbe annodare il settore bancario, via creazione di debito, e quello farmaceutico in modalità forse nuove rispetto alle conosciute.
              Infine capisco l’origine polemica del raffronto economia dei vaccini con economia “wellness” alternativa e anche qui sono d’accordo se l’intenzione è bloccare sul nascere polemiche no vax eccetera. E’ vero però che sarebbe più corretto raffrontare quest’ultima con il totale del giro d’affari farmaceutico e non con un suo solo settore. In ogni caso la medicina alternativa è un mercato in forte ascesa con tutto ciò che ne consegue.

              • Se pensiamo al capitale come un rapporto sociale non ci deve scandalizzare che si innovi e metta ogni aspetto della vita a profitto anche (e da sempre o quasi) il vasto campo della salute. Le aziende che fanno a gara per produrre il vaccino sono la normalità, d’altronde questa malattia non riguarda solo territori sfigati con cui avere un rapporto di rapina ma i paesi ricchi, quindi il vaccino conviene non tanto per il profitto che fai sulla singola dose, ma per tutta l’operazione di immagine e finanza che ci sta dietro. Il giorno in cui è stato annunciato il primo vaccino il ceo si è venduto un bel po’di azioni alimentando le fantasie dei complottisti di mezzo mondo, in realtà ha fatto una cosa logica:ha venduto il giorno in cui quelle azioni avevano più valore ed è il giorno dell’annuncio non della distribuzione (che magari ci sarà magari no, magari ne verrà fuori uno migliore ecc). Ma questo dimostra (se ce ne fosse bisogno) semplicemente che il capitale fa profitto anche su una pandemia, ma non ci dice nulla sul vaccino che comunque andrà distribuito per forza a un prezzo accessibile ecc. Semmai ci dovremmo iniziare a porre il problema di come far arrivare a tutti un vaccino in modo gratuito senza che il criterio sia la ricchezza ma la necessità. Ma per farlo dobbiamo, secondo me, sgombrare il campo da narrazioni no vax, stando abbastanza tranquilli che commercializzare un vaccino che danneggia mezzo mondo non è una cosa conveniente per nessuno.

                • L’altro giorno dove vivo un expat di Singapore di etnia cinese mi ha chiesto se sarei disposto a fare da volontario per provare “il vaccino cinese”. Gli ho risposto senza esitazione che lo farei eccome e lui mi ha guardato più o meno come fossi un pazzo. Non che non lo sembri di mio, ma in qualche modo questa affermazione glielo confermava. Erano trascorsi due giorni dall’annuncio della Pfizer, dai guadagni speculativi del suo CEO e dalla notizia della sospensione dei test con il “vaccino cinese” in Brasile, l’unico privato a dire il vero, della Sinovac, a causa di un decesso per cause ancora da chiarire tra i circa 40.000 volontari. La propagazione del rumore mediatico era quindi giunto fino a un mondo periferico, durante un pranzo come tanti. Cito questo esempio “etnografico” perchè insieme a quanto si sta scrivendo qui, mi viene da pensare che la costruzione narrativa della “corsa al vaccino” rappresenti una sorta di vittoria simbolica e forse definitiva del capitalismo sull’anticapitalismo oltre il No Vax. L’aspetto interessante è proprio la novità del processo di innovazione che riguarda le scale, i tempi di realizzazione e le tecnologie impiegate. La tecnologia “game changer” adottata da Pfizer e Moderna richiederà poi di superare tutta una serie di dispositivi legali più o meno consolidati in giro per il mondo per il controllo e la certificazione dei medicinali. Anche per questa ragione ci sono dei consorzi che operano in forma globale per la produzione e locale per la ricerca. Ad esempio nel consorzio “capitanato” da Pfizer c’è anche una controllata cinese con sede a Shangai.
                  https://www.nytimes.com/interactive/2020/science/coronavirus-vaccine-tracker.html
                  Interessante è poi leggere la lettera degli annunci che sono fatti per i mercati finanziari e non per gli ospedali. In quello di Moderna si bilanciano annunci positivi e promettenti (forward-looking) “per tutelare e proteggere gli interessi degli azionisti”, con tutta una serie di postille che riducono le responsabilità legali del laboratorio da “rischi conosciuti e sconosciuti.” Tra essi si cita proprio la lunga serie di deroghe legislative che saranno necessarie per utilizzare una nuova tecnologia molecolare per un medicinale su così vasta scala.

            • Sì, però l’analisi dal punto di vista microeconomico non è del tutto corretta. I dati commentati in quel modo parlano del mercato globale del farmaco, ma il concetto da prendere in considerazione è il rendimento per la singola azienda. Verissimo che ci sono moltissimi farmaci che rendono molto di più dei vaccini. Ma sicuramente un’azienda produttrice di un vaccino che viene reso obbligatorio in uno stato ha una rendita sicura e calcolabile, non a caso quando c’è l’introduzione di un vaccino in uno Stato le azioni dell’azienda schizzano alle stelle. Relativamente al vaccino che si produrrà per il COVID il discorso si amplificherà in maniera mostruosa (tant’è che secondo me ci sarà una parziale spartizione del mercato fra più aziende). Quindi se è vero che il mercato della medicina alternativa pesa di più di quello dei vaccini, non c’è paragone fra il vantaggio economico della singola azienda che produce un vaccino appena introdotto in uno o più Stati rispetto al produttore del prodotto X omeopatico o fitoterapico. Solo per chiarezza.

              • Ma non può essere questa la chiave di lettura della pandemia. Stiamo attenti, perché fin troppe persone sono cadute nella trappola di dire: “ecco a cosa serve il virus, a far soldi coi vaccini!” Soldi qualcuno ne farà, ma appunto, come dice Anne, è la normale dinamica del capitalismo. Ogni questione viene gestita capitalisticamente.

                • Ma certo, “lungissimi” da me ipotizzare una tal fesseria, cioè che dietro a una tragedia globale di tali dimensioni ci sia la volontà di far vendere vaccini. Il mio era solo un intervento di precisazione di tipo prettamente teorico. La pandemia è un evento enorme e tutto ciò che ne consegue ha una portata di una complessità tale che che non può essere ridotta al discorso delle lobby delle case farmaceutiche (nè ad altri discorsi “settoriali”). Ovviamente la distorsione capitalistica che ha creato aberrazioni terribili nel mercato farmaceutico, e che nella storia ha visto plurimi casi di corruzione e di poca trasparenza nella vendita di farmaci, è qualcosa purtroppo che accomuna il settore della sanità a tutti gli altri settori del mercato.

                  • Per chiarezza, siccome sono stato forse altre volte accusato del contrario, mi sento di specificare che i possibili guadagni sul vaccino non li avevo citati qui per spiegare la pandemia – per quello ci sono i dati; e i riferimenti ai media, al capitalismo, alla biopolitica, alle radici cattoliche per le reazioni – ma per provare a capire il catastrofismo di una minoranza di personaggi, stranieri e no, fra cui Gates.
                    Era il tentativo di provare a far entrare gli ultimi tasselli nel puzzle, essendo il resto del quadro per me (forse) sufficientemente chiaro, anche grazie al lavoro dei WM.

            • Si, vero: ci sono mercati molto più redditizi forse. Ma oltre alla redditività sono importanti il rischio industriale e la possibilità di controllo del mercato.
              Se avete seguito Report ieri sera (ma anche senza averlo seguito…) saprete ad esempio che le dosi di vaccino sono state pre-acquistate dopo la fase 1 della sperimentazione, abbattendo in questo modo il rischio di “bucare” il prodotto. Inoltre si richiede una copertura sui rischi di effetti collaterali giustificata dall’emergenza che costringe a tempi ristretti.
              Infine leggo oggi di una denuncia alla Consob nei confronti dei vertici Pfizer per insider trading (https://moondo.info/codici-denuncia-la-pfizer-per-insider-trading), ma lo stesso Gates avrebbe acquistato un bel pacco di azioni della casa farmaceutica da cui con la sua fondazione ha pre-acquistato le dosi, prima di annunciarlo.
              Lungi da me far rientrare tutto ciò in una trama cospirazionista, ma certo si applica molto bene lo slogan “Ti piace vincere facile!”

              • Manco a farlo apposta (e se allargo troppo il discorso ditemelo e mi cospargo immediatamente il capo di cenere!) qualche minuto dopo aver postato il precedente mi casca l’occhio su un articolo di Forbes (https://forbes.it/2020/11/16/fondatore-zoom-perde-miliardi-colpa-del-vaccino-anti-covid/) nel quale si spiega come l’annuncio dei vaccini abbia provocato un (relativo…) crollo delle azioni dei giganti della videoconferenza fino a far perdere al fondatore di Zoom il 20% del suo patrimonio. Ma un paio di giorni prima sia Bezos (Amazon) che Zuckenberg (Facebook, Instagram, Whatsapp…) si erano liberati di una bella fetta delle loro azioni (ovviamente non tale da mettere in discussione il controllo sulle società) al prezzo dei picchi, spesso sopravvalutati, raggiunti grazie all’isolamento sociale. O loro hanno la sfera di cristallo, oppure qualche conto non torna. Oppure sto diventando un cospirazionista anch’io?! Può essere: questo isolamento e le tensioni relative al lavoro possono fare miracoli, sebbene in negativo!

            • Wu Ming ammiro i suoi scritti documentati. E’ vero c’è un grande rapporto tra capitalismo e pandemia. Il miliardario filantropo Bill Gates e la sua fondazione per me è un criminale. Ricordo il grande scienziato Prof. ALBERT SABIN, oltre a creare il vaccino contro la poliomielite, rinunciò a brevettarlo, consentendone la diffusione anche fra i poveri: senza speculazioni economiche. Oggi, grazie a Sabin, la polio può considerarsi debellata. Cosa diceva SABIN sulle vaccinazioni antinfluenzali http://www.informasalus.it/it/articoli/influenza_sabin.php Sulle grandi multinazionali come Pfizer, esperimenti in africa (città di Kano, in Nigeria),il giornalista Joe Stephens scrisse un articolo sul Washington Post che ben descrisse la situazione di Kano https://www.washingtonpost.com/archive/politics/2000/12/17/where-profits-and-lives-hang-in-balance/90b0c003-99ed-4fed-bb22-4944c1a98443/?utm_term=.e6e81909d67b http://www.nytimes.com Il Dipartimento di Gistizia avrebbe accertato che Pfizer ha pagato tangenti a medici per prescrivere i loro farmaci corrompendo le decisioni mediche degli operatori sanitari e portando un aggravio di milioni di dollari per il sistema sanitario americano https://www.justice.gov/opa/pr/justice-department-announces-largest-health-care-fraud-settlement-its-history tanta corruzione, crimini e miliardi di dollari che girano a farmaci e vaccini. La Pfzer non è l’unica multinazionale che ha condanne e pagato risarcimenti. Una cosa è importante: nessuna di queste aziende avrebbe potuto compiere questi abusi se non avesse avuto la connivenza di medici e scienziati. La scienza e la medicina salvano milioni di vite, e ne uccidono tante altre per il solo scopo di creare profitto. Sappiamo che è grave questa affermazione ma è proprio una parte della scienza e della medicina che hanno distrutto, forse irrimediabilmente, il rapporto fiduciario con i cittadini.

  15. L’ho scritto in un altro commento, che però non vedo pubblicato. Ci rirpovo.
    Nel vostro post si parla di necessità dei bambini fino a dieci anni di poter andare a scuola, perchè non sono infettivi o hanno un tasso di infettività molto basso. Ma chi dovrebbe stare a scuola a insegnare a quest bambini? chi li porta a scuola con il bus? chi gestisce la mensa? chi apre e chiude la scuola? I post come questo un pò mi confondono, e deludono. C’è una pandemia in corso che comunque è devastante e reale. Senza una chiusura e un blocco delle attività come è possibile fermarla? ci sono esempi nel mondo di altre nazioni che hanno adottato una strategia diversa e sono risuciti a controllare il virus? SE s’, sarebbe utile citarli.
    E poi un appunto:
    scrivete
    ”Per non guardare all’estero, dove abbiamo visto lotte di piazza importantissime in questi mesi pandemici, perfino in un paese devastato come gli USA, dove il movimento Black Lives Matter ha dato una spallata importante alla presidenza di Trump contribuendo a non farlo rieleggere.”
    Negli Stai Uniti la situazione è devastante perchè non c’è stato un piano nazionale e non c’è stata una chiusura totale. BLM ha protestato per strada usando sempre tutte le protezioni necessarie e invitando sempre a non mettersi a rischio. E purtroppo no, BLM non è stato il motivo per cui Trump non è stato rieletto. Trump è stato proprio il rappresentatnte di chi non voleva imporre nessuna restrizione e voleva spingere a tenere tutto aperto, comprese le scuole. Se ha perso è perchè in USA sono morte oltre 200mila persone, e la seocnda ondata non è ancora arrivata. E non ha perso neanche di tanto, come uno si sarebbe aspettato.

    • Dunque, i bambini fino a dieci anni in questo momento in Italia stanno andando a scuola, con l’esclusione di alcune annate in Campania e Abruzzo, mi pare. Quindi possiamo parlare senza condizionali. Lo stesso accade anche negli altri paesi europei, dove vanno a scuola anche gli studenti più grandi. In Francia il ministro dell’istruzione ha detto che sono disposti a chiudere tutto fuorché le scuole di ogni ordine e grado. Ogni paese sceglie le sue priorità. L’Italia ha scelto Confindustria.

      Veniamo agli aspetti tecnico-logistici: i bambini delle primarie vengono accompagnati a scuola e ripresi dai loro genitori o parenti, cioè gente con la quale tendenzialmente convivono o che frequentano regolarmente. Ci vanno con i mezzi pubblici a capienza ridotta, oppure con mezzi privati, o a piedi. Alla mensa non ci vanno, mangiano al banco, in classe, porzioni monouso preparate altrove. Bevono dalla borraccia personale portata da casa. Fanno ricreazione in cortile a turno e divisi per classi (ogni classe ha la sua porzione di cortile). Niente lezioni di educazione fisica né musica. Durante tutte le 8 ore di permanenza a scuola, salvo per il momento del pasto, portano la mascherina. Non possono scambiarsi oggetti di alcun tipo: ogni matita, ogni pennarello deve avere apposto un adesivo con il nome del bambino o bambina a cui appartiene. I banchi sono distanziati. La scuola viene sanificata dopo la loro uscita.
      Di tutti i posti frequentati e frequentabili dai minori di 11 anni in questo momento pandemico la scuola è il più regolato e protetto, il più controllato e controllabile.

      Riguardo alle proteste in America. Certo che i manifestanti hanno usato le protezioni individuali, ci mancherebbe altro. By the way, lo stesso fanno in Italia i lavoratori e le lavoratrici che scendono in strada a manifestare: che si tratti degli operai della ArcelorMittal, degli acrobati del circo di Mosca, dei tecnici dei teatri, dei riders, o di chi per loro. Ma certo il loro impatto non è quello di BLM in America e delle proteste successive all’omicidio Floyd, che a un certo punto hanno spinto Trump ad asserragliarsi nel bunker della Casa Bianca dando al paese una dimostrazione di panico e debolezza clamorosi (l’ultimo che si era chiuso là sotto era stato Bush l’11 settembre 2001), mentre fuori c’erano scene da guerra civile. L’appoggio ai suprematisti bianchi e agli schiodati di Qanon da parte di Trump e il profilarsi di una guerra civile razziale nel paese ha spostato l’elettorato non bianco verso Biden, se è vero che «Gli afroamericani proporzionalmente hanno avuto l’affluenza più alta mentre l’elettorato che è cresciuto di più rispetto al 2016 è quello latino». Trovo conforto alle mie impressioni in quello che leggo su Jacobin, e cioè che «Black Lives Matter ha fatto la differenza»: https://jacobinitalia.it/black-lives-matter-ha-fatto-la-differenza/
      Cito dall’articolo di Nicola Carella che analizza i dati elettorali americani:

      «Ci sono stati però due fattori che hanno dato la vittoria a Joe Biden e che nessuno ha ancora nominato. Il primo è il contributo dei migranti latini, spesso iscritti al voto per la prima volta. Si sono organizzati contro chi li voleva espellere, separare dai figli e deportare. Il secondo elemento, quello decisivo, è la mobilitazione senza precedenti della comunità afroamericana. È stato il movimento Black Lives Matter e la rivolta per la morte di George Floyd a spostare gli Stati che andavano spostati, a irrompere nella società e nelle strade e persino a difendere il diritto di ciascun voto a essere contato. A riprova di ciò, è stato pubblicato uno studio dei dati del New York Times in cui si scopre che, mentre il Covid è solo il quarto punto cui l’elettorato Usa è sensibile, 9 americani su 10 hanno votato in base alle rivolte antirazziste degli ultimi mesi, in un modo o nell’altro (il 56% per Biden e il 44% per Trump).»

      Il virocentrismo ha un’altra conseguenza che non abbiamo nominato: l’incapacità di riconoscere le vittorie parziali dei movimenti. Grazie di avercelo ricordato.

      • grazie di questa lunghissima risposta.

        Dall’inizio: le scuole elementari sono aperte (non ovunque) ma appunto di questo si parla: i ragazzini hanno un basso tasso di infettività, ma non gli adulti che nelle scuole ci lavorano. Personalmente faccio fatica a vedere le due cose separate.

        Su BLM: certo l’ho letto anch’io l’articolo del NYT che citi, ma appunto il 46% ha votato per trump per via delle proteste, e le proteste sono viste come un elemento di crisi gestita, ancora, male dalla sua amministrazione.
        Certamente le proteste hanno influenzato il voto, sono state le più partecipate di sempre, ma hanno anche contribuito a polarizzare ancora di più gli Usa.
        Con questo non sto dicendo che siano state poca cosa, dico che purtroppo la loro influenza non abbia contribuito come avrebbe dovuto a cambiare davvero le cose. Trump ha preso 70 milioni di voti, a me personalmente questo continua a preoccupare. In Florida, per dire, il voto latino ha aiutato trump a vincere e non viceversa.
        BLM è un movimento formato in stragrande maggioranza da giovanissimi che non votano perchè non hanno ancora età di voto. Le proteste maggiori sono state tutte organizzate da giovanissimi di 15-16 anni, che è una gran bella cosa, ma a livello di voto purtroppo hanno poca influenza. Hanno influenza sul dibattito, certo, ma non solo in una direzione.

        Definire a priori che la pandemia e la devastazione che sta avvenendo in Usa (il paese con il più alto contagio al mondo con oltre 200mila morti) non abbia influenzato e non sia così importante (al 4 posto nei temi, ma tu sai indicare come abbia spostato i voti? No, come nessuno lo sa perchè è ancora presto) lo trovo francamente poco onesto. Come da più parti è stato scritto è troppo presto per leggere i dati, certo è che il tema ha diviso moltissimo gli elettori, esattamente come le proteste BLM e tutto quello che si è mosso intorno.

        Detto questo, virocentrismo te lo lascio volentieri.
        Non sono qui a difendere nulla, solo trovo deludente leggere una narrazione così compiaciuta su una tematica che meriterebbe un’attenzione maggiore. L’onestà intellettuale invece ce la siamo giocata da un pezzo, ma se ti aiuta a vendere sono contento per te.

        • Era chiaro che non ce l’avresti fatta a fingere troppo a lungo di saper discutere, e infatti nelle ultime righe, com’era prevedibile, ti è partito lo squaraus.
          Sappi che su questo blog questi mezzucci, queste canagliate, questi attacchi ad hominem meschini, sono roba che fa schifo a tutte e tutti.
          Adesso torna nel buco da cui sei uscito, grazie.

    • Ah, uno che sulla scuola dice esattamente le cose che diciamo noi è il presidente del Comitato Tecnico-Scientifico, Miozzo (le dice dopo la puzza, però, qui su Giap le diciamo da aprile):
      https://www.corriere.it/politica/20_novembre_16/miozzo-cts-le-scuole-chiuse-sono-vera-emergenza-dobbiamo-riaprirle-31050d5e-2777-11eb-80dd-837b5190599c.shtml

    • «Nel vostro post si parla di necessità dei bambini fino a dieci anni di poter andare a scuola, perchè non sono infettivi o hanno un tasso di infettività molto basso. Ma chi dovrebbe stare a scuola a insegnare a quest bambini? chi li porta a scuola con il bus? chi gestisce la mensa? chi apre e chiude la scuola? I post come questo un pò mi confondono, e deludono.»

      Sulla delusione non so cosa consigliarti, mentre sulla confusione ho una teoria.

      La confusione che hai in testa deriva dal tuo ignorare che le scuole elementari e medie sono tuttora aperte in quasi tutte le regioni, come, a occhio e croce, in tutta Europa. Con la differenza che in quasi tutti gli altri paesi europei hanno tenuto aperte anche le superiori. A proposito del sapere di che si parla.

      Quelli “di sinistra” che ci attaccano per quel che scriviamo sulla scuola – che tra l’altro sono considerazioni normalissime, e hanno ispirato le scelte dei governi di tutta Europa – si dividono tra
      1) chi non sa che elementari e medie sono aperte;
      2) chi lo sa e vorrebbe chiudere anche quelle.
      In questo, quelli del gruppo 2 non sono proprio soli, ma di certo sono male accompagnati: in tutto il mondo lo stanno dicendo solo loro, Emiliano e De Luca.

      «Chi dovrebbe stare a scuola a insegnare a questi bambini»?

      Le insegnanti e gli insegnanti, tra cui la mia compagna, che ha una quarta elementare. E non «dovrebbe»: lo fa e basta, tutti i giorni, finché glielo lasciano fare.

      • Mi aggancio sulla scuola, perché l’accusa di negazionismo è viva e lotta insieme a noi nei corridoi deserti.
        Ci sono miracolosamente presidi di istituti superiori qui a Bologna che credono ancora nell’importanza della didattica in presenza e che, rispettando quanto scritto nell’ultimo decreto, quello che per svuotare i trasporti ci ha messi in DDI al 100% ma prevedendo diverse eccezioni, sfruttano le medesime per far venire a scuola le classi a turno. Filo di speranza per alcuni docenti. Sconcerto e terrore per molti altri. Se tu ingenua manifesti felicità in sala insegnanti per aver almeno l’occasione, una volta a settimana, di guardare in faccia i tuoi studenti, di provare a capire come stanno, di rendere sostanzialmente reale la relazione educativa, vieni accolta dal gelo collettivo di colleghi convinti di essere sul fronte occidentale dal 14 settembre. C’è la seconda ondata. I ragazzi chissà fuori cosa fanno. Non c’è dubbio che rispettino le regole. Se provi a ribattere che, tralasciando l’esperienza diretta (nessuno della nostra comunità scolastica a oggi si è ammalato), il provveditore ancora di recente ha riassunto i numeri dei contagi nelle scuole emiliano-romagnole come decisamente irrisori rispetto a tutti gli altri, la tua strada è comunque segnata e l’accusa silente di negazionismo si legge chiaramente nello sguardo vacuo di colleghi che, giova ricordarlo, fanno videolezioni da soli in aule vuote indossando la mascherina. A volte due. E se ne vantano.

        • Valentina, è chiaro che dopo mesi di terrore mediatico buona parte del corpo docente sia spaventata: hanno messo loro in testa che il modo garantito per prendersi il virus è stare in un’aula con trenta adolescenti.
          Nessuno si preoccupa – lo diremo finché avremo fiato – di chi trascorre otto ore al giorno in un capannone con trenta colleghi. Lì pare che debba andare tutto bene, perché certe categorie di lavoratori *devono* andare a lavorare, altrimenti si ferma tutto. E allora di quelli non parliamo. Delle loro ansie e dei loro rischi meglio tacere. L’ansia dei docenti va bene, perché è scuola, è un comparto sacrificabile, e i lavoratori possono stare a casa a stipendio pieno, quindi nessuno si lamenta troppo. Per fare chiudere certe aziende con i focolai invece bisogna che il sindacato, dove c’è, faccia la segnalazione all’Asl, altrimenti le macchine non si fermano (e non si chiudono nemmeno le mense, figurati, mentre mio figlio minore mangia al banco).
          Ma la voce che giunge dai lavoratori e dalle lavoratrici della scuola è flebile e scarna. Non capiscono, quei tuoi colleghi e colleghe, che questo sarà tremendamente compromettente per il loro futuro, oltre che per quello della scuola tutta. La tua testimonianza lo conferma.
          Figurati che questo consente a certi narcisi come Paolo Crepet di dire l’ovvio, con i toni buonisti e patetici che gli si confanno, facendo – di sti tempi – la parte del giusto:
          https://www.huffingtonpost.it/entry/cara-anita-per-noi-sei-limmagine-della-sconfitta-e-lultima-occasione_it_5fb7675cc5b67f34cb39d128?utm_hp_ref=it-homepage

          • Ogni tanto anche Crepet ha di questi momenti. Ad intermittenza però e forse sono espressione di una pulsione incontrollabile che, poi,deve per forza reprimere per tornare a vestire i panni abituali. Comunque ha detto cose vere e le frasi che mi hanno più colpita, con una sintesi efficacissima, riguardano il valore attribuito agli studenti: ” è più importante uno zampone di uno studente”. Oppure quando dice: ” è in ballo il consenso e non il senso”… È tristemente vero. Anche la metafora dell’acquario domestico restituisce un senso di ” dorato” ed estetico isolamento e solitudine che gli adulti spesso fanno fatica a comprendere. Con lui non sono, invece, d’accordo sulle conclusioni: non sei sola e non hai perso. Non basta dirlo. Anche se dirlo è importantissimo. Ma non può essere un modo per autossolversi tutti. Di fronte al coraggio di alcuni giovani studenti non basta inchinarsi. È un gesto di retorica neutralizzazione. Bisogna stargli accanto e sostenerli. Non solo i genitori, ma anche gli insegnanti che, in questo scenario, sono quasi scomparsi. A parte rarissime e preziose eccezioni. Come sempre. Sarebbe bello se fosse convocato uno sciopero della scuola con studenti e docenti in piazza a fare lezione.

          • Grazie per il rimando all’articolo di Crepet, che salta dunque sul lato giusto della barricata, ma davvero con toni che tradiscono un paternalismo spaventoso. La disperazione è grande fra noi docenti, pochi davvero, che vediamo la scuola perdere pezzi uno dopo l’altro, e innanzitutto nel discorso pubblico, perché passato una volta il messaggio che alla scuola fatta di corpi e ricreazioni e lavori di gruppo si può rinunciare, e giù ad elencare i vantaggi e le meravigliose sorti e progressive del digitale e sigle correlate, io temo non si torni più indietro.

  16. Cari compadres, sappiate che in seguito alla pubblicazione di questo post, su twitter siete stati inseriti tra i principali responsabili della pandemia in Italia. Il livore nei vostri confronti sta raggiungendo livelli parossistici. L’evoluzione della ex sinistra di movimento in una specie di doppelganger di QAnon è ormai a livelli avanzatissimi. Tra poco diranno che il virus l’ avete creato voi, con quel nome cinese che vi siete scelti, in un laboratorio segreto di Trieste. Perché di Trieste e non di Bologna? Perché Trieste è più strana, è più a est.

    • Martino, mo’ te la buco quella bolla! :-)))

    • Pezzo confuso; assist ai fascisti; indelicatezza verso chi è agli arresti domiciliari veramente; procedere a tentoni vero radicalismo; “anche i razzisti dicono di non essere razzisti”; “unici responsabili quelli della sinistra di movimento” ecc. ecc.

      Ma veramente questa è roba di gente che pensa di essere vagamente di sinistra? Senza considerare l’arma fine di mondo: “non conosciamo il virus quindi QUALSIASI cautela è giustificata”.

      Comunque si era già detto che il virus è stato creato in un laboratorio di wuming, non capisco la novità.

      [Per WM2: all’interno di quella pagina c’è il link al pezzo (il rapporto “Impatto dell’epidemia COVID-19 sulla mortalità: cause di morte nei deceduti positivi a SARS-CoV-2” (pdf 1,1 Mb) realizzato da ISS e ISTAT il 16 luglio 2020 che presenta un’analisi approfondita delle malattie presenti sulle schede di morte di soggetti diagnosticati) . Siccome sono un genio informativo non riuscivo a mettere quello diretto, meglio il tuo]

      • State dando davvero troppa importanza a qualche reazione di pancia dentro una piccola bolla. Bisogna proprio andarle a cercare per avvedersi che ci sono state, ma perché cercarle?

        C’è gente che galleggia coi manicotti in una tazzina ma è convinta di solcare maestosamente gli oceani.

        Da fuori, chi getta un’occhiata vede solo una tazzina, da cui esce un confuso parlottìo.

        Smettete di immaginarvi l’oceano, imparate a vedere la tazzina, per poi ignorarla.

  17. Io sono dell’idea che la semplificazione faccia sempre male e in certi casi molto male! Da quando poi le persone hanno smesso di leggere a far testo sono solo i titoli e la semplificazione regna sovrana: avete presente il “…gate” di Watergate (che era il nome di un albergo) diventato sinonimo di scandalo?! Ecco: negazionismo è diventato termine buono per definire chiunque discuta una qualsiasi posizione di chiunque altro, purché quest’ultima sia condivisa almeno come titolo.
    Ciò premesso, e lontanissimo dal confondere le posizioni critiche, politiche e ragionate dei “nostri” qui dalle mille boiate che si vedono in giro, non sono così certo che i “negazionisti del morbo” siano poi così minoritari e innoqui. Credo siano pericolosi perché cavalcano da posizioni fasciste e clericali tutta una serie di problemi (che non sto qui ad elencare) con cui le persone si scontrano. A parte le manifestazioni (tra l’altro con ampio sfoggio di simboli QAnon: notato?!) leggo le dichiarazioni di ieri del direttore di Radio Maria, don Faganza, che vale la pena leggere (https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2020/11/15/direttore-di-radio-maria-covid-complotto-elites_54d3f5c4-ab00-4f38-8798-a79b52a93376.html). Non chiedetemi un’opinione sulla sua sanità mentale, ma pensiamo solo a quanti (e quali…) ascoltatori abbia in Italia.
    Ecco dunque: secondo me il problema sta nel non accettare le etichette, ma da nessuna parte: non accettiamo di essere definiti negazionisti, ma non accettiamo nemmeno di finire nello stesso fascio di certa erba

    • Ci sono diverse narrazioni tossiche di destra sul virus in giro, soprattutto fantasie di complotto. Ce ne stiamo occupando parecchio. Il termine “negazionisti”, però,
      1) le confonde con altri discorsi che vengono etichettati così a pioggia;
      2) non aiuta a decostruirle, anche perché molte di esse non “negano” l’esistenza del Sars-Cov-2;
      3) soprattutto, non aiuta a capirne la “presa”.

      Le fantasie di complotto sul Covid colmano un vuoto. Si affermano nello smarrimento e di fronte a una gestione opaca e iniqua dell’emergenza perché sono surrogati di un discorso critico che latita. Spesso sono persone disperate ad aggrapparsi a quelle pseudospiegazioni.

      Pensare di “archiviare la pratica” condannando i “negazionisti” è senz’altro confortevole, perché rafforza uno schema binario, scava un solco tra “noi” intelligenti e “loro” scemi, tra “noi” illuministi e “loro” oscurantisti, tra “noi” lucidi e “loro” dementi, ipsa dixit. È quel che fanno moltissimi “compagni”, da mesi.

      Per noi, invece, questo “comfort” identitario è la morte del pensiero, e anche dell’empatia con gli spossessati.

      Di fronte alle fantasie di complotto, per prima cosa, noi ci chiediamo intorno a quali nuclei di verità si siano formate, a quali bisogni rispondano e quale spazio lasciato vuoto da “noi” vadano a occupare.

      • Si: sono perfettamente d’accordo e seguo questa opera di decostruzione e comprensione. tra l’altro nel mio piccolo cerco anche di portarla avanti sebbene in ambienti molto ristretti.
        Sono anche d’accordo sulla perniciosità dell’etichetta che tutto accomuna. Un po’ meno forse sul non dare degli idioti a quelli che portano avanti certe posizioni: ci provo a volte a ragionare, ma finisce sempre che crollo.
        Quello che mi preoccupa è che, in nome di una critica sacrosante, si rischi di sfociare nel “negazionismo del negazionismo”, che non farebbe bene alle posizioni ragionevoli e critiche

        • Però lo vedi che quel termine continua a provocare corticircuiti? Li provoca perché, come faceva notare Negante, è già di suo un cortocircuito.

          • Assolutamente! Il guaio è mi sembra che qualsiasi etichetta non connotata diviene un cortocircuito. Penso ai nazi “anti imperialisti”, oppure ai detersivi “ambientalisti” e vai “istando”: se ne potrebbero tirare fuori pacchi di ‘ste cose.
            L’etichetta nasce come pura comodità verbale, abbreviazione, ma finisce per divenire categoria ed alla lunga, per chi non ha gli strumenti (o la voglia) per approfondire, da scarso significante diventa solido significato.
            A quel punto hai un bel dire che la critica che si fa qui dentro è agli antipodi di quella di Briatore (semplifico: lo strasformo in una categoria di comodo!), ma per i lettori di titoli il gioco è fatto.
            Comunque concordo al 100% sulla funzione cortocircuitante di “negazionista”, e più se ne allarga l’applicazione più cortocircuitante diventa

          • Buongiorno a tutti.
            in questa pagina ho letto molte cose che non mi sono piaciute (echissene), ma mi sono messo li con calma e le ho lette cercando di capirne il senso, anzi meglio lo scopo.

            Parto dal cortocircuito. Vedo un corto circuito che parte da domande/considerazioni ferme, oggettive, accuminate

            ■ l’Italia non aveva un piano pandemico aggiornato e il rapporto commissionato dall’OMS che denunciava il fatto è stato insabbiato;
            ■ durante l’estate il governo ha fatto poco o niente per arginare la tanto paventata seconda ondata (ma il ministro Speranza ha trovato il tempo di scrivere un libro intitolato Perché guariremo, la cui uscita in libreria è stata posticipata sine die);
            ■ in certe regioni le terapie intensive reggono bene, mentre in altre i malati di covid muoiono in corsia;
            ■ i tanto decantati metodi di “tracciamento” ipertecnologici sono andati in crisi nel giro di due settimane, tanto che nessuno ne parla nemmeno più; ecc

            e viaggia fino ai “morti per” o “ai morti con”, passando per la svezia, (la svezia è il centro di gravità di tutti i dubbi).

            Mi spiego meglio
            i dubbi sulla gestione del dramma che stiamo vivendo (in italia dico) sono piu’ che legittimi, sono doverosi.
            Ma se ai quattro punti precedenti si aggiungono dubbi tipo:

            ■ nei bollettini periodici diffusi nessuno dice quanti sono i “morti per” e quanti sono i “morti con”
            ■ paesi sovrani come la Svezia hanno scelto di gestire l’emergenza senza lockdown, in Italia invece è stato fatto

            si fa un cortocircuito, mescolando l’oggettività di una richiesta di trasparenza volta a migliorare la gestione dell’emergenza a valutazioni soggettive volte a ?
            Il punto di domanda delimita l’insieme (mio personale) che racchiude i “negazionisti”. Non si nega il virus, non si negano i morti (non tutti almeno, solo quelli “con”), ma vedo buttato li il dubbio che in molti sfocia nel complotto, in altri nel ridimensionamento, in me nella sfiducia.

            Scusate l’intrusione

            • Molto semplicemente: le cose che «non ti sono piaciute» che «hai letto» «in questa pagina», devi averle lette da qualche altra parte, perché:

              1) qui il discorso su «morti per» e «morti con» è stato introdotto da un commentatore, Tony, e nelle risposte nostre e di altri la presunta importanza di tale distinzione è stata sottoposta a vaglio critico, smontata e ridimensionata, leggiti il thread se non ci credi;

              2) della Svezia in questo post non si è parlato nemmeno en passant * ;

              3) il «dubbio che in molti sfocia nel complotto» non si può davvero leggere. Se c’è un luogo dove costantemente si smontano i bias cognitivi che portano a interpretare questa pandemia in termini di complotto, quel luogo è Giap, e questo lavoro viene fatto anche in questa stessa discussione, in più punti.

              Ora che abbiamo dimostrato che, di fatto, non avevi letto il post e la discussione che sei venuto a commentare, per favore non fare la vittima, non mandarla in vacca, non insultare per poi farti buttare fuori e dire che ti “censuriamo”.

              * non è vero che la Svezia ha gestito l’emergenza «senza lockdown», è un cliché che in Italia piace molto, derivato dall’idea che «il lockdown» – espressione di cui abbiamo sempre criticato l’uso al singolare – corrisponda solo ed esclusivamente al pacchetto di misure deciso in Italia, quando invece in ogni paese ci sono state diverse scelte e modulazioni di chiusure e aperture. In Svezia le autorità hanno raccomandato a cittadini e settori dell’economia dei provvedimenti, alcuni dei quali erano di fatto degli auto-lockdown, e la maggior parte della cittadinanza ha risposto rarefacendo i propri contatti sociali, evitando assembramenti e quant’altro. È andato tutto bene? No, hanno avuto i morti nelle RSA, come noi, e su questo hanno pure fatto autocritica. Ma 1) sulla Svezia girano troppe idiozie che non aiutano a capire né quello che è successo là né quello che è successo qui; 2) l’Italia, con la sua gestione catastrofica e il suo numero spropositato di morti, non è certo il pulpito da cui fare la predica agli svedesi.

              • Non posso non sentirmi chiamato in causa se si parla di Svezia e mi scuso, anche perché non ho la pazienza dei gestori del blog. Io francamente sarei anche stufo (e lo sono da un po’ ma giustamente chisene) di dover ripetere che la Svezia non è il paradiso ma che è ridicolo il paragone con Norvegia e Danimarca invece che con l’Italia e la Guinea equatoriale; che qui si è apprezzata la decisione di trattare come adulti e non come ragazzini la popolazione; che questa decisione non è stata unanime, il dibattito c’è anche lì e anche lì il governo ha fatto il furbetto, nascondendosi dietro Tegnell; che Tegnell di mestiere fa l’epidemiologo e che la comunità scientifica è divisa non sull’esistenza del virus ma sulle strategie di contrasto. Così come non se ne può più di sentire sciocchezze come “il paese più colpito” in base al numero assoluto dei contagiati, il dato più farlocco di tutti, perché non lo conosciamo con precisione, non viene mai rapportato né al numero dei test né alla popolazione complessiva e manco accompagnato da un numero lievemten più rilevante, quello del mumero dei morti, altro dato abbastanza misterioso sia nella sua interpretazione sia nella sua produzione (nel senso di “causa di”).
                L’ultima stilla di pazienza rimasta (ma che si esaurirà presto mi sa)riguarda questo focalizzarsi sul rallentamento della curva del contagio. Ci sono due ordini di motivi che mi fanno pensare che si dovrebbe smetterla, ma smetterla davvero. Il primo è che le curve sono sostanzialmente indifferenti alle diverse strategie. Bisognerà pure farsene una ragione prima o poi. Il secondo è che tutti dovrebbero aver capito che è molto semplice contagiarsi ma decisamente complicato ammalarsi gravemente e/o morire. Sembra una banalità ma avere contezza di questo renderebbe improvvisamente palese chi sono i VERI responsabili dei danni del COVID, cioè quelli che hanno ridotto uno straccio la sanità territoriale, non hanno mai studiato un piano antipandemia eccetera eccetera. E invece si devono ancora leggere cose come questa https://www.tommaseo.edu.it/news-dettaglio/175/educazione-alla-legalita?fbclid=IwAR3T8Wp-UNalBsLHea6Q7fgCed18FrzjyQ1EAzw1xmpwb5Ktv_iMm8KINNE uno schifo, che arriva dritto dritto da “insegnanti” incapaci di leggere un numero.

              • io non voglio mandare in vacca niente.

                Nel mio commento ho suddiviso, pensavo chiaramente, il punto di partenza (del post) da alcuni viaggi che si leggono nei commenti: massivi “morti con” e “morti per” e una capatina in svezia. Cose che ho visto anche se mi hai dimostrato che non le ho viste. (questa è l’unica polemica, sulla dimostrazione ballerina intendo).

                Forse ho mischiato il senso del post con quello che c’è in molti commenti, facendo anche opera di proiezione sulla società che ci circonda.
                Ma il punto per me rimane il punto di domanda. Lo scopo.

                Quello del post mi pare chiaro: “Ecco allora che «negazionista» diventa chiunque non accetti di posporre la critica a «data da destinarsi», cioè alle calende greche”.
                Stiamo vivendo adesso e le domande le facciamo adesso e vogliamo le risposte.
                E le risposte che mi attendo penso siano volte a capire e correggere gli errori per avere una strategia seria per la gestione dell’emergenza.

                Se invece, tra le righe (ripeto non nel post), lo scopo è altro: sminuire, allora a me scatta l’allarme convenzionalmente e semplicisticamente descritto come “negazionismo”.
                Se sbaglio a interpretare i commenti sul reale conteggio dei morti, allora sono pronto a chiedere scusa.

                • «Se sbaglio a interpretare i commenti sul reale conteggio dei morti, allora sono pronto a chiedere scusa.»

                  Avresti già dovuto chiederla. Bastava leggere. Invece ciurli nel manico, continui a insinuare che «tra le righe» ci sia altro ecc. Non è un modo utile di discutere. Qui siamo abituati a maggiore serietà.

                  • Io pero’ non ti capisco. A me non sembra di fare il finto tonto, il furbo o altro. Sto dicendo quello che penso. E lo penso seriamente. E fidati che le polemiche inutili a me non piacciono.
                    Robydoc, a cui ho risposto, sulla svezia scrive:

                    “Così come non se ne può più di sentire sciocchezze come “il paese più colpito” in base al numero assoluto dei contagiati, il dato più farlocco di tutti, perché non lo conosciamo con precisione, non viene mai rapportato né al numero dei test né alla popolazione complessiva e manco accompagnato da un numero lievemten più rilevante, quello del mumero dei morti, altro dato abbastanza misterioso sia nella sua interpretazione sia nella sua produzione (nel senso di “causa di”).”

                    Io saro’ strano, ma se leggo che il numero dei morti è misterioso per come è prodotto e per come è interpretato, mi faccio domande.
                    A cui fatico a dare risposte. Che senso ha chiedersi morto “a causa di” ?
                    Stiamo parlando di covid, se non ho in mente una tesi per cui qualcuno mi sta raccontando balle sul numero e sulla causa delle morti, non mi chiedo morto “a causa di”?
                    Comunque, vedo che il mio contributo è ritenuto inopportuno, e anche fastidioso. Quindi ritorno a essere solo lettore.
                    Pero’ cacchio se trovi uno che ti dice cose fastidiose non è per forza uno che prende in giro.

                    • E sì che ti avevamo pregato di non fare la vittima. Se non reggi che le cose che scrivi vengano prese in esame davvero e confutate, decisamente non è il blog per te.

            • “nei bollettini periodici diffusi nessuno dice quanti sono i “morti per” e quanti sono i “morti con””

              Mi sento chiamato in causa, perciò provo a spiegarmi meglio. A parte che mi fate dubitare di essere finito in un universo parallelo, visto che nel mio, a primavera, la precisazione che il numero dei morti si riferiva ai morti con Covid e non per forza di Covid, la faceva tutte le sere il capo della Protezione Civile.

              Comunque sia, provo così. In un comune abbiamo 50 malati/positivi e 40 guariti/nagativizzati. Mentre le persone morte di Covid sono 10. Il numero dei casi totali è quindi 100, ed è ovviamente la somma degli altri tre. Ovviamente.

              Immaginiamo ora che un tizio abbia un incidente stradale. Trasportato al Pronto Soccorso, gli fanno il tampone: positivo. Era asintomatico, come tanti, quindi non lo sapeva. Il numero degli attualmente positivi sale quindi a 51. E il numero dei casi totali sale a 101 ed è sempre la somma degli altri tre. Dopo qualche giorno il tizio però muore per le conseguenze dell’incidente. Di Covid neanche l’ombra. Il numero degli attualmente positivi torna quindi a 50. Mentre il numero dei casi totali resta a 101.

              Adesso viene il difficile: è ancora così ovvio che il numero dei casi totali sia la somma degli altri tre? Perché il tizio non si è negativizzato e non è morto di Covid. Quindi io, nell’ottica del rigore statistico, mi aspetterei di vedere scritto che ci sono 101 casi totali, 50 attualmente malati/positivi, 40 guariti/negativizzati e 10 morti di Covid. Con magari un asterisco che rimanda a una nota in cui si spiega la discrepanza.

              Sta di fatto che nelle statistiche relative al Covid, da inizio pandemia il numero dei casi totali è sempre rimasto uguale alla somma degli altri tre. Quindi ci sono soltanto le seguenti possibilità:

              1) Tutti i positivi morti sono morti di Covid;

              2) Il numero dei morti di Covid è in realtà il numero di tutti i positivi morti, a prescindere dalla reale causa di morte;

              3) Contiamo i positivi morti per altra causa come guariti.

              Ora, se mi dite che per voi la 1 è la verità e la 2 è una tesi negazionista, malgrado l’ISS parli di un 10% di casi in cui il Covid quanto meno non è stato determinante, io mi arrendo. Se invece mi dite che vi sembra più plausibile la 3… me la dovete vendere molto bene.

              • Isver, non voglio entrare nel merito dell’esempio che hai fatto per 2 motivi.
                Primo perchè non lo so come viene conteggiato il morto per incidente, ma soprattutto perchè non mi interessa saperlo.
                Non sono interessato non perchè sono prono all’informazione mainstream, o perchè mi bevo tutto acriticamente ma non mi interessa perchè il caso che porti è statisticamente ininfluente nella descrizione del fenomeno.
                Ma anche fuori da statistica, non mi interessa perchè non capisco il senso di chiederselo. Perchè vuoi sapere che i morti di covid sono 38000 piuttosto che 45000. Cosa ti cambia?
                Scusa se te lo chiedo, ma tu pensi che qualcuno sovrastimi apposta il numero dei morti per poter imporci limitazioni ?

                • Ma perché non leggi la discussione dell’altro giorno, cristo santo? Perché non la leggi? Se tu l’avessi letta, prima di lasciare questa gragnuola di commenti inutili che fanno perdere tempo a tutti quanti, non avresti fatto a Isver una domanda tanto ridondante quanto assurda.

                • Ti faccio solo una domanda: i miei commenti sul tema dei morti, li hai letti?

                  Comunque sia, ti faccio un riassunto. La questione l’aveva sollevata Tony, bollando la distinzione tra morti con Covid e morti di Covid, tout court come teoria negazionista. Io sono intervenuto per puntualizzare che non c’è nulla di riprovevole nella distinzione in sé, facendo notare come invece sia perfettamente organica al criterio di classificazione dei morti adottato fin dall’inizio, al punto che Angelo Borrelli, ripeto, tutte le sere sentiva il bisogno di riproporla, in modo del tutto innocente. Come ho ripetuto più volte, anche quel criterio di classificazione dei morti, per me è non solo legittimo, ma proprio condivisibile. Come ho ripetuto più volte, di nuovo, per me l’importanza della questone è assai sopravvalutata, proprio perché è del tutto irrilevante che i morti di Covid siano 45.000 o solo il 90% di 45.000. Tra parentesi, per uno che pensa che quei morti siano da imputare più alla gestione della pandemia che al virus, avrebbe più senso evidenziare i morti di Covid che invece non sono stati contati, perché morti in casa senza assistenza o nelle RSA.

                  E allora, mi dirai, perché ti interessa la distinzione tra morti con Covid e morti di Covid? Mi interessa perché, e con questo torno in topic, a renderla rilevante è stato in primis chi a un certo punto ha deciso di togliere dal quadro i morti con Covid, per paura che distinguere sembrasse una minimizzazione. Per paura che suonasse negazionista. E adesso i negazionisti cavalcano questa cosa, non perché per loro sia rilevante l’entità della differenza tra il numero dichiarato e quello reale di morti di Covid. No, perché la loro tesi è che i morti siano zero. Sono già oltre. Sono sempre oltre. Ma adesso grazie a quelli che ragionano come te, permettimi, possono dire che si vogliono nascondere i positivi morti non di Covid ma di altro. Non vale più dire che quei morti sono pochi, adesso, lo capisci? Siamo nell’epoca del debunking. Vince chi dice cose vere, non chi dice cose reali. Se tu dici che una cosa è impossibile e un altro dimostra che invece è possibile, ma in condizioni che si verificano ogni mille anni, ormai tu passi per un cazzaro e l’altro diventa un eroe. L’unico antidoto a questo veleno è la trasparenza.

                  • Isver grazie per il tempo che hai speso per rispondermi e scusa se ho frainteso o sono andato oltre.
                    Sei stato chiarissimo.
                    La trasparenza che invochi sarebbe un’arma utile e onesta contro ogni forma di negazionismo almeno sui numeri.
                    Non ho mai considerato questo aspetto, anzi ho sempre valutato solo il fatto che contare i morti “con covid” fosse, non solo inutile ai fini statistici, ma anche un modo per sminuire la portata dell’epidemia, mentre avendo un dato chiaro che suddivida le cause renderebbe incontestabile il numero dei morti e la gravità della situazione.
                    Ho inteso?

  18. Ora et Labora, solo questo ci resta. Morto il CattoComunismo, si affaccia con prepotenza il CattoLiberismo, durante il quale i RicchiSemprePiuRicchi guardano con disprezzo i poverisemprepiupoveri, che felici e contenti lasciano le loro anguste tane solo per produrre ulteriore ricchezza per i RicchiSemprePiuRicchi. E la preghiera, ora che Dio è palesemente non solo morto ma pure malamente decomposto, assume la forma di inni cantati dai balconi, insulti di negazionismocomplottismoterrapiattismo e buoni ed assennati consigli di non uscire, non fare assembramenti e soprattutto NON DIVERTIRSI. L’autoflagellazione come sistema per acquisire meriti non meglio specificati (neppure al paradiso abbiamo più diritto), e l’esaltazione dell’autolesionismo sociale come espressione di massimo altruismo. Che tristezza.

  19. Qualcuno di voi avrà notato che un noto quotidiano definisce NO DAD quei genitori che si oppongono alla chiusura della scuola, con l’evidente proposito di creare un’assonanza e dunque un collegamento con i vari movimenti no mask, no vax e negazionismi vari. Dunque, persone che chiedono semplicemente che lo Stato faccia il suo dovere (appellandosi al diritto e al principio di legalità) vengono dipinte con toni spregiativi. La chiusura, evidentemente, è un dogma che non ammette discussioni. E poi si assiste al paradosso (ovviamente solo apparente) secondo il quale scientisti che citano dati, indici, percentuali, che sproloquiano di rt, 21 parametri, curve di crescita, algoritmi, non tengano conto proprio di quei numeri, fra i pochi per i quali vi è certezza, che dimostrano (dimostrano) che la scuola non è luogo di contagio. Sarebbe troppo pretendere che capiscano quello che qui si dice da tempo, ossia che è anche luogo di tracciamento e contenimento, ma che almeno si tacciano. Si fermino a pretendere rassegnazione ma non anche, come scrive lalewatz, l’autolesionismo sociale (di bambini e ragazzi, tra l’altro) come massima espressione di altruismo.

    • Il problema è che troppa gente sproloquia di scuola senza avere il minimo contatto col mondo della scuola. Molti pasdaran della chiusura che esternano sui social non sono genitori con figli a scuola, non sono studenti, non sono insegnanti, non sono mariti o mogli o comunque famigliari di insegnanti, non sanno niente di come stiano funzionando le cose alle elementari e medie, non sanno niente di come funzionavano alle superiori quand’erano ancora aperte, non hanno alcuna esperienza dei danni cognitivi, formativi e psicologici che sta facendo la chiusura delle scuole, non hanno un’idea di quanto faccia schifo la DAD.

      La mia compagna è maestra elementare nella scuola più proletaria e multietnica del quartiere più multietnico di Bologna, quello in cui viviamo, la Bolognina. Ha una quarta elementare, i suoi scolari sono quasi tutti figli di migranti, provenienti da undici paesi, oltreché dalla comunità sinta italiana. Durante la scorsa chiusura, la mia compagna si è inventata di tutto, ha fatto i salti mortali per restare in contatto coi bambini, perché la sua classe era a fortissimo rischio di abbandono scolastico non dico totale ma maggioritario. Per mesi ha telefonato ogni giorno a ogni singolo bambino. Era soprattutto quella, la sua “DAD”, perché se già con gli adolescenti la DAD mostra tutti i suoi limiti, con bambine e bambini di 7 anni è improponibile. Ecco, la mia compagna, durante quelle telefonate, ha registrato sofferenze terribili, lo stare in casa di quei bambini non aveva davvero nulla a che fare con quello descritto nei coevi articoli di Ida Dominijanni e/o nei coevi articoli di Dinamo Press: per loro era solo uno squallido stare rinchiusi in appartamenti sgarrupati e sovraffollati. La mia compagna soffriva per e con loro, ha vissuto mesi durissimi, e si è dovuta anche improvvisare psicoterapeuta. Per molti di quei bambini la scuola è tutto, sono proletari, non fanno le “attività” dei bambini dal ceto medio in su, non fanno i corsi di questo e quello, l’arte marziale chic o l’equitazione, non hanno nessuna di queste possibilità. La scuola è la loro unica occasione di socialità fuori dalla famiglia e dalla rete della loro comunità etnica, è il loro sguardo diverso sul mondo. Quando, col nuovo anno scolastico, sono tornati a scuola, erano felicissimi, e ancora lo sono. Devono tenere la mascherina tutto il tempo, non possono passarsi oggetti, devono tenersi a distanza, ma sono insieme, non isolati e blindati in casa.

      Oltre a questo, sono padre di un’adolescente che, dopo un’esperienza sfortunata vissuta l’anno scorso (sfortunata già prima della reclusione, in seguito catastrofica) aveva appena cambiato liceo e si era subito appassionata al nuovo ambiente, alle nuove materie, era rinata. Adesso è di nuovo costretta alla DAD.

      Di tutte queste cose che ne sanno i sentenziatori e denigratori di cui sopra? Niente. E mi spingo oltre: non solo non ne sanno niente, ma non gliene frega niente.

      • Riporto qui con maggior enfasi i risultati che avevo segnalato in uno dei commenti all’articolo precedente di WM4.

        Sono stati analizzati i dati statunitensi sul tasso di completamento di lezioni di matematica su una piattaforma online, prima e dopo il lockdown, tra gennaio e maggio 2020. La differenza tra i quartili di reddito familiare, che prima è inesistente, esplode già dopo la prima settimana di chiusura delle scuole. Qui il grafico.

        Questa presentazione di Dirk Van Damme (OCSE) riprende il grafico, li combina con altri, ed evidenzia semmai ce ne fosse bisogno il ritardo scolastico accumulato durante il lockdown tra le classi povere in Belgio, Olanda e USA.

  20. Aggiungo un commento sulla patologizzazione delle idee dell’avversario, e in particolare sull’associazione tra demenza e negazione dell’epidemia. Questa idea è apparsa sul sito della rivista JAMA, che è una rivista seria, ed è stata scambiata per un articolo scientifico. In realtà è un “viewpoint”, in pratico l’opinione di un neurologo (https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2772693). Le opinioni non sono ipotesi scientifiche, valgono se convincono, ed è perfettamente lecito dissentirne. Io sono un medico e ritengo che questa opinione sia una cazzata razzista. Il testo infatti nasconde dietro un po’ di fuffa questo sillogismo: il malato di demenza commette errori di ragionamento; chi nega l’epidemia commette un errore di ragionamento; ergo chi nega l’epidemia è un demente. Qualunque persona di minimo buon senso capisce che questo sillogismo è sbagliato: commettere errori di ragionamento è comune, se bastasse questo per una diagnosi dovremmo essere tutti dei dementi. Inoltre il ragionamento crea un gruppo (quelli che negano l’epidemia) e attribuisce ad ogni membro del gruppo, reale o presunto, la stessa idea e lo stesso errore: questo è uno dei meccanismi logici del razzismo. Per finire ritengo profondamente scorretto dal punto di vista deontologico che un medico si metta a fare pubblicamente diagnosi su gruppi di cittadini.

  21. Grazie per il vostro articolo. Sono giorni che mi dò del negazionista per aver una fatto una riflessione sul coronavirus che sono recalcitrante ad esprimere, ma che in questo contesto mi sento sereno a condividere.

    Io ve la espongo con la speranza che voi possiate orientarmi su qualche altro scritto simile al mio pensiero, che non sarà lungo per niente.

    In sostanza, la notizia non è la pandemia la notizia è l’intervento degli stati nella gestione delle pandemia. La mia preoccupazione è che lo Stato/Sistema defraudando ulteriormente il già scarno patrimonio individuale di conoscenze in nostro possesso possa passare ad avere una pretesa assolutizzante sulla nostra intera esistenza riducendo al minimo i nostri spazi di automia.

    Grazie mille.

  22. A che serve criticare i movimenti che in questo periodo, nonostante tutte le difficoltà e responsabilmente, qualche cosa hanno fatto e ottenuto. Non ci si sente affatto agli arresti domiciliari. La lotta per il reddito universale è una lotta da 20 anni e non è saltata fuori solo ora dopo la pandemia.
    Anche sulla scuola, affermare che sia il posto più sicuro mi sembra quantomeno retorico. È stato inizialmente il luogo posto più sotto controllo, ma ora quel controllo sembra saltato. I tamponi non vengono quasi più fatti. Il tracciamento è kaput.
    Gli ultimi studi sembrano mostrare che il contagio è “neutrale”, avviene ovunque e se accelera, lo fa in tutte le classi d’età dove possibile. Tutti si infettano allo stesso modo e contribuiscono alla diffusione del virus.
    Se il contagio è “neutro”, le decisioni per contrastarlo sono tecniche ma anche politiche.
    Cosa lasciare aperto è quindi solo una decisione politica: se l’istruzione è più importante, è giusto darle la priorità.
    Quindi bisogna tenere sotto controllo l’epidemia agendo in fretta all’insorgere di focolai, anche chiudendo le scuole se necessario: ma per ultime decidendo una scala di priorità, non perché siano “più sicure” ma da tutelare come istituzione e luogo.
    Il che NON può voler dire farla come sempre, come se fuori non fosse successo nulla, come hanno fatto fino ad oggi, raccontandosi fosse invece un posto sicuro. Va rimodulata e ripensata: dalle classi dimezzate alle assunzioni ecc. Queste sono precise scelte che NON vengono fatte.

    • Non mi pare si stiano criticando i movimenti, ma alcune (troppe) personalità che di quell’area fanno parte. Non è la stessa cosa. Se si vuole dibattere – e fuori di qua francamente manca la dose minima di ragionevolezza, per non dire di capacità interpretative – meglio cercare di accordarsi sull’oggetto della discussione. Sarà anche retorico dire che “la scuola sia il luogo più sicuro” ma se hai in mente luoghi che oggi, 17 novembre 2020, siano più sicuri enunciali, vediamo se hai ragione. A me non ne viene in testa neanche uno, ma chissà. Il che non significa che non ci sia rischio di contagio. Però di nuovo, una cosa è “contagio” altra cosa è “malattia pericolosa” e, tocca rassegnarsi eh?, quelle fascie d’età che si contagiano pare, al di là dell’aneddotica, non avere conseguenze di rilievo ed è tutto da dimostrare che sia “untrici” peggio di altre, visto che come forse sai non si ha tanta idea di dove ci si contagi. Infine non è che mi togleiresti una curiosità? La tua risposta è WM2 sulla circolazione del virus da agosto è un copia&incolla (tradotto) di un thread di tal (io non lo conosco, magari è famoso) Prof. Francois Balloux. Sei tu?

    • «A che serve criticare i movimenti che in questo periodo, nonostante tutte le difficoltà e responsabilmente, qualche cosa hanno fatto e ottenuto.»

      1) Fai qualche esempio: a quali movimenti e quali conquiste ti riferisci? Se ti riferisci a specifiche lotte di lavoratori, allora non ci riferiamo allo stesso “movimento”. Se invece ti riferisci proprio a quel movimento, chiariscici cos’ha conquistato a tuo dire.
      2) I movimenti non sono al di sopra della critica, che serve sempre; a non servire è un’interdizione della critica;

      «Non ci si sente affatto agli arresti domiciliari.»

      1) Puoi spiegare l’uso di questo «si» impersonale? A chi è riferito? A esperienze fatte dove e quando?
      2) se qualcuno «non si sente agli arresti domiciliari», buon per lui o lei, ma sono questioni soggettive sue. Tutti gli indicatori portano chi si occupa di disagio mentale e disturbi del comportamento a concludere che la reclusione domestica di primavera, imposta com’è stata imposta e gestita com’è stata gestita, è stata gravemente patogena. Anche il “doppio legame” che governo e regioni intrattengono coi cittadini da mesi è patogeno (potenzialmente schizogeno, come insegna la scuola di Palo Alto). Anche la ridda incoerente di provvedimenti è patogena.

      «La lotta per il reddito universale è una lotta da 20 anni e non è saltata fuori solo ora dopo la pandemia.»

      Mai detto questo infatti. Noi critichiamo – e non da ieri, ma dalla primavera scorsa – l’aver riproposto la parola d’ordine meccanicamente, in un contesto diverso dal solito, senza accompagnarla ad alcuna critica di modi, tempi e natura dei provvedimenti e delle retoriche usate dal governo per giustificarli, anzi, spesso abbinando la parola d’ordine alla retorica penitenziale di #iorestoacasa e al «c’è troppa gente in giro».

      La mancanza di una critica tempestiva ai dispositivi scattati a marzo, la piena adesione a una narrazione soltanto «medicale» dell’emergenza pandemia, l’irrisione di chiunque facesse notare che c’erano parecchi altri aspetti di cui tenere conto, la rinuncia a un punto di vista autonomo sulla situazione, sono ciò che ha lasciato buona parte della sinistra “di movimento” in braghe di tela.

      «I tamponi non vengono quasi più fatti.»

      Puoi citare qualche fonte? Perché a noi non risulta affatto. E la scuola la bazzichiamo, essendo sia genitori sia – nel mio caso – compagni di insegnanti.

      «Tutti si infettano allo stesso modo e contribuiscono alla diffusione del virus.»

      Non capisco da dove tu tragga questa certezza, a noi questo che presenti come stato di fatto non risulta. Pare proprio che non ci si infetti «allo stesso modo», e nemmeno si contribuisce allo stesso modo alla diffusione del virus. Nel post citiamo i finding di Crisanti e linkiamo uno studio pubblicato su Nature.

      • Sottoscrivo punto per punto la replica di WM1. La scuola è davvero uno dei luoghi più sicuri è non è retorico affermarlo. I bimbi ed i ragazzi sono praticamente incollati alle sedie e certo non fanno la pausa caffè. Stanno sempre sotto l’occhio vigile degli insegnanti e se qualcuno risulta positivo è molto facile seguire la linea dei contatti. Nel luogo dove lavoro io il protocollo esiste. È una amministrazione pubblica che dovrebbe pure fungere da esempio, eppure molti colleghi scelgono di non indossare la mascherina e non lo fanno neppure in presenza di altri. Chiaro che chiudere le scuole è una scelta sbrigativa che si inserisce nel filone: “ dai, facciamo qualcosa pur di mostrare che ci stiamo adoperando…, poi se non funziona basterà dire che per colpa di chi sta in giro senza motivo il contagio è comunque andato fuori controllo”.
        Per quanto riguarda invece il fatto che “ non ci sente agli arresti domiciliari” ognuno parli per sè. Io non ho tollerato la situazione della primavera scorsa e continuo a non tollerare di sentire agitare quotidie lo spauracchio della chiusura totale. Primo perché psicologicamente e fisicamente non la reggo, secondo perché ne avverto tutta la ipocrisia. “ Chiudere tutto” nel senso in cui questa espressione è usata dai Ministri o dai medici significa impedire alle persone di fare due passi in campagna, di andare a curare il proprio orto, a pescare per hobby, in libreria, al museo o a teatro anche se francamente non mi vengono in mente luoghi dove con altrettanta facilità si possono contingentare gli accessi. Poi apprendi che per comprare un paio di oscene scarpe cucite dai bambini la gente ieri faceva a spinte. Ma quello significa far girare l’economia ( di una grande catena, non del piccolo artigiano) quindi è lecito. Per Natale si paventa l’ipotesi di spalmare gli orari di apertura dei negozi fino alle 23 per lo shopping. Ecco: se non riesco a prender sonno ora non posso uscire oltre le 22 anche se sola come un ( o con il ) cane. Mentre si aprono le gabbie perché possiamo mettere mani al portafoglio. Per carità: le categorie dei vari commercianti hanno diritto di lavorare, ma vorrei essere libera di scegliere se uscire di casa oltre una data ora per andare in un negozio o per vagare senza meta alcuna. In caso contrario mi sento agli arresti.

  23. Questo articolo è importantissimo, ed è fondamentale che l’argomento* venga messo nero su bianco con la vostra competenza e la vostra padronanza.

    Arrivo solo ora a commentare e ci sarebbero un mucchio di thread e sottothread in cui infilarsi a discutere (dopo se ho tempo ci provo), ma cerco di rimanere sul generale, a partire da quanto dicono ABellelli sulla “patologizzazione” dell’avversario e Marcello07 sui “NoDaD”.

    Condivido molto questi interventi in particolare e gli scenari che con un po’ di fantasia si prospettano sono veramente da “distopia”, da “Ministero della Verità” e da pensiero unico ammesso. E trovo paradossale che “proprio” a sinistra i pochi che se ne accorgono vengano osteggiati e tacciati di nazismo o di “negazionismo del negazionismo”…

    Parafrasando il commento di Marcello07 con cui sono d’accordissmo, sembra di essere in quel famoso aforisma / sermone del pastore Martin Niemöller:

    “prima vennero a prendere i no vax, e fui contento perché erano antiscientisti, poi vennero a prendere i no masck, e stetti zitto perché erano antiscientisti pure quelli (pure quelli che non la mettevano solo all’aperto, in bosco), poi vennero a prendere i No Dad, e fui sollevato perché non avevo figli e i giovani mi erano fastidiosi…” etc. etc.
    :-))

    Una volta si diceva, “non sono d’accordo con quello che dici, ma difendo il tuo diritto di dirlo”, adesso, un passetto alla volta, mezzo grado centigrado in più alla volta siamo arrivati a bollire la rana.
    Non sono d’accordo con quello che dici e, visto che insisti, per non saper né leggere né scrivere ti faccio un bel TSO.

    *tra l’altro secondo me in area newagey qualcuno si era già accorto di questa deriva “prima” della pandemia, e con una certa logica: se le cose che dici sono “meno scientifiche” e più attaccabili (e a volte sono delle vere e proprie tavanate!) nell’aforisma di cui sopra ti troverai prima “fra gli sgraditi” e avrai meno persone pronte a difenderti, mentre gli altri che si muovono nell’alveo della scienza se ne sono accorti più tardi.
    Ma la sostanza non cambia.

    • Mi auto-aggiungo una cosa cui avevo già pensato ieri:

      la questione del “TSO a chi dissente”, a chi esce fuori dal coro o anche solo si chiede se il coro stia “stonando” mi ha fatto venire in mente un vecchio film con Richard Dreyfuss e Robert Duvall.

      Ho cercato su wikipedia ed è credo “Di chi è la mia vita” (scusate la divagazione).

      Il nocciolo della questione era la libertà di cura di un tizio che rifiutava credo un trapianto o l’alimentazione col sondino-nasogastrico e qualcuno (familiari, eredi, soci, non ricordo) cercava di farlo dichiarare “insano” di mente perché con quella scelta avrebbe causato consapevolmente la propria morte.

      Alla fine però il giudice dà ragione al tizio.

  24. Non so, a me se prima del covid avessero chiesto, ma tu la Svezia con quale paese la confronti. Io avrei risposto senza paura: Finlandia e Norvegia.
    Ora pare una bestemmia, solo perchè il rapporto fra morti e popolazione non è confrontabile: nel senso che in svezia ha un ordine di grandezza in piu'(615 morti/milione vs 55 morti/milione in norvegia). E non mi va di interpretarli i morti.

    Ti chiedo se hai la fonte di:
    “Il primo è che le curve sono sostanzialmente indifferenti alle diverse strategie.”
    Te lo chiedo perchè io ho sempre guardato ai vari lockdown come applicazione pratica (e anche apolitica) dei modelli matematici di epidemiologia: diffusione come funzione dei contatti.

    • Qui puoi confrontare tra loro le curve di morti e contagi dei diversi paesi.

      L’epidemia si è comportata più o meno allo stesso modo in tutti i paesi europei, Svezia compresa: ha toccato il picco nella prima metà di aprile, nella seconda metà ha cominciato a scendere, a giugno la curva era piatta, nella seconda metà di settembre ha ricominciato a risalire.

      Tutte le curve hanno andamenti quasi sovrapponibili, che si sia adottato un pacchetto di provvedimenti o un altro, che si sia fatto il «lockdown duro» o «morbido», che le persone siano state blindate in casa – sorvegliate da vicini, polizia e droni – o che abbiano continuato a uscire (senza alcuna autocertificazione), che sulla lavagna si fosse dalla parte dei «bravi» (dove ci siamo autocollocati noi, con notevole sprezzo del ridicolo), degli «inetti» (il Regno Unito di Boris Johnson) o addirittura dei «mostri» (la Svezia).

      L’impressione che ne ricavo io, da profano, è che la curva si sia abbassata quando la primavera si è trasformata in precoce estate (come fa ormai ogni anno) e si sia rialzata con l’ingresso nell’autunno.

      • Prova a utilizzare lo strumento che mi hai indicato selezionado solo Svezia, Finlandia e Norvegia. Che hanno avuto approcci differenti alla gestione del virus, ma ritengono possano essere considerati paesi confrontabili almeno per densità di popolazione, clima e inquinamento. Le curve non sono confrontabili, c’è un ordine di grandezza fra di loro. Se io vedo quello a me prende una paura, che parte dal fatto che i modelli matematici di diffusione di un’epidemia descrivono chiaramente che si puo’ contrastare riducendo i contatti. La paura è che un lockdown non obbligatorio abbia causato migliaia di vittime e per questo che quando si parla di Svezia mi viene da intervenire.

        • Giudicare l’andamento della curva in base all’«ordine di grandezza» è un errore metodologico grossolano. Qui si sta parlando del quando e perché la curva si sia abbassata, e in tutti i paesi nordici – come nel resto d’Europa – ha cominciato ad abbassarsi dopo aver toccato il picco ad aprile, per appiattirsi in estate e rialzare la testa in autunno. È accaduto ovunque, a quanto sembra indipendentemente dalle misure prese.

          Non mi ha nemmeno mai convinto limitare la comparazione agli altri paesi scandinavi/nordici, in base al criterio che «norvegesi, svedesi, finlandesi, danesi, in fondo siamo lì». Non è vero, quei paesi hanno caratteristiche in comune e altre che li differenziano parecchio. Ad esempio, la Svezia ha il doppio di abitanti rispetto a Norvegia, Finlandia e Danimarca. E il 70% delle morti per Covid in Svezia durante la prima ondata ha avuto luogo nelle case di riposo. Questi sono fattori da tenere in mente quando si parla di «ordine di grandezza».

          • Il fatto è che un ruolo forte lo gioca il caso. Il Friuli Venezia Giulia e la Slovenia sono confinanti e fittamente interconnessi. Nella prima ondata il FVG (1 milione 200mila abitanti) con le misure più dure al mondo dopo quelle di Wuhan (divieto di uscire dal proprio domicilio con militari armati a sorvegliare le strade) ha avuto 350 morti, di cui ben 200 a Trieste (230mila abitanti), in gran parte ospiti di RSA. Nello stesso periodo la Slovenia, con 2 milioni di abitanti, misure meno dure, e affollatissime manifestazioni di piazza (antifasciste e anticapitaliste) settimanali, ha avuto una trentina di morti. La seconda ondata, a partire da ottobre, invece sta devastando la Slovenia (siamo a 700 morti) mentre in FVG sostanzialmente stiamo ripetendo i numeri cumulativi di marzo/aprile, ma con un pattern territoriale diverso: non c’è più concentrazione su Trieste, ma al contrario una diffusione quasi omogenea sul territorio (con focolai in alcune cittadine montane).

            • Ricordo comunque che i dati più affidabili che abbiamo, in generale, per valutare l’impatto dell’epidemia sono nell’oscillazione della mortalità assoluta. Questo perché il dato dei “decessi Covid” può variare, sia in un senso che in un altro, in base a vari criteri come la tempestività dei tamponi etc.

              Nel caso specifico triestino, nel gennaio-agosto 2020 c’è stata una mortalità assoluta in linea con quelle peggiori del 2015 (-53 morti) e 2017 (+55 morti): https://www.istat.it/it/archivio/241428.
              Quindi anche Trieste, come praticamente tutti i comuni (almeno quelli medio-grandi) italiani al di fuori della pianura padana – ecco una regolarità forse non casuale -, non ha avuto un numero di morti di per sé assurdo.

              Con ciò, ovviamente, non voglio “negare” alcunché, ma solo far parlare i dati contestualizzandoli.

              Qui (https://www.euromomo.eu/graphs-and-maps/) invece i dati su scala nazionale dell’Europa occidentale in termini di mortalità assoluta.

              • In realtà se guardi marzo-aprile-maggio l’eccesso di mortalità è più marcato, mentre per giugno-luglio-agosto c’è una diminuzione della mortalità rispetto agli anni precedenti. Questo è coerente con il fatto che il covid ha avuto esito mortale soprattutto per persone molto anziane e fragili, e soprattutto nelle RSA. Il capitolo RSA è il vero buco nero di tutta questa faccenda. A Trieste ce ne sono decine, ricavate spesso in appartamenti angusti, dei veri e propri luoghi di abbandono e sofferenza. Anche in questi giorni i bollettini per il FVG riportano 500 nuovi contagi al giorno, molti dei quali, nell’ordine del centinaio, rilevati nelle RSA. (en passant: gli stessi bollettini riportano al massimo una decina di casi al giorno rilevati in ambiente scolastico). http://www.regione.fvg.it/rafvg/comunicati/comunicato.act?dir=/rafvg/cms/RAFVG/notiziedallagiunta/&nm=20201117170115006

                p.s. Accusare i ragazzini di uccidere i nonni, in un contesto in cui i contagi imperversano nelle RSA, sulle cui condizioni igienico-sanitarie le autorità da anni chiudono entrambi gli occhi, è una carognata fuor di misura

                p.s.2 Il focus del mio commento però era sul fatto che territori confinati, interconnessi e con un’antropizzazione simile, hanno avuto pattern di diffusione molto diversi in primavera, e che lo stesso territorio ha avuto pattern diversi in primavera e in autunno. Qualche settimana fa avevo letto un articolo, che mi pare sia stato tradotto e punnlicato su Internazionale, in cui tra altre cose si sottolineava l’importanza degli “eventi di superdiffusione” come inneschi del contagio, e la conseguente scarsa efficacia delle misure di contenimento generalizzate e indistinte.

          • Non ho valutato l’andamento della curva. Che rimane equivalente. Ho valutato l’area sottesa dalla curva che dà un ordine di grandezza differente fra i morti per milione di abitanti nei 3 paesi. Prova a vedere lo schema (spero si veda il link e scusa la rozzezza)
            https://drive.google.com/file/d/1W_FprPAimoXUDCZsKlrk-JEuDhvh8ne1/view?usp=sharing

            se guardi la curva 1 e 4 vedi le differenze teoriche di diffusione di un’epidemia in situazione di contatti random o contatti diciamo simili a lockdown. Perdona la rozzezza. L’andamento delle 2 curve è uguale. L’area sottesa no. Fra le 2 curve ci sono migliaia di morti di differenza. Se guardo la stessa curva per Svezia e Finlandia (e non perchè sono li, anzi si sono li vicini, stesso clima, densità paragonabile 23 vs 16 – italia oltre 200) rivedo le curve dei grafici che ti ho messo e questo mi spaventa.

            • Hai chiesto a Robydoc cosa intendesse quando si è riferito al rapporto – o possibile non-rapporto, o comunque rapporto labile – tra andamento continentale della curva e misure prese di paese in paese. Ti ho risposto io, linkando grafico e dati e spiegando di cosa stesse parlando. Le implicazioni possibili sono tante e di vasta portata, ma tu hai cambiato argomento, perché evidentemente non ti interessa quel che Robydoc stava dicendo, a te interessa poter dire che in Svezia ci sono stati «più morti» perché «non hanno fatto il lockdown» e ribadire che questo «ti spaventa». Mi domando che criterio sia, «mi spaventa»… Ma i tuoi commenti sono tutti così, pieni di formule emotive e alquanto poveri di contenuti. Almeno io non ti risponderò più, perché per poter discutere serve almeno un centimetro quadro di terreno comune per quanto riguarda il metodo, e un minimo di desiderio di confronto reale, che tu non stai dimostrando.

              • @Wuming1: molto interessante il sito.

                Forse la Svezia ha pagato qualcosa per il suo lockdown piú soft in termini di morti (benché come tu dici non é cosí facile comparare anche paesi vicini come quelli scandinavi tra di loro), ma é comunque impressionante come gli andamenti di massima siano identici ovunque indipendentemente dal tipo di lockdown applicato. E sí che sono stati enormemente differenti.

                Chi comunque veramente mi stupisce é la Germania. Un paese cosí densamente abitato (232 ab/km2 contro i 200 circa dell´Italia) e con una popolazione di 90 milioni é riuscito a tenere i morti molto bassi. Avendo vissuto il lockdown scorso in Germania, la situazione era enormemente piú rilassata rispetto a quella Italiana. A questo punto posso solo immaginare che il modello tedesco ha tenuto meglio grazie sostanzialmente ad infrastrutture migliori.

                Insomma alla fine piú dei lockdown draconiani possono solo buone infrastrutture e l´estate. I lockdown severi sono solo l´ultima spiaggia di un sistema sanitario desertificato prima.

              • condivido, siamo su 2 rette parallele.
                Comunque Robydoc, mi ha indicato un link a un articolo abbastanza lungo e mi prendo il tempo per leggerlo prima di rispondere. Non ho cambiato discorso ma ho risposto a te.
                E francamente l’ho fatto nel modo piu’ oggettivo che riesco. Devo imparare a scrivere, perchè se scrivo “mi spaventa” tu vedi solo quello.
                Dici “Giudicare l’andamento della curva in base all’«ordine di grandezza» è un errore metodologico grossolano. ” Avessi una matita blu la userei.
                Ti ho mostrato (con i grafici, se vuoi ti mettono le formule, ma sarebbero criptiche) come teoricamente l’andamento della curva è indipendente dal network sociale, e che quindi diverse strategie di lockdown influenzano l’altezza della curva non il suo andamento. Ma niente.

      • > L’impressione che ne ricavo io, da profano, è che la curva si sia abbassata quando la primavera si è trasformata in precoce estate (come fa ormai ogni anno) e si sia rialzata con l’ingresso nell’autunno.

        Su questo preciso aspetto, da profano ugualmente, do qualche elemento rifacendomi al commento della rivista Nature “Misconceptions about weather and seasonality must not misguide COVID-19 response”, che mette in guardia da correlazioni spurie tra clima e curva dei contagi. Elenca una serie di approssimazioni diventate mainstream che porterebbero a sottostimare la probabilità di contagiarsi durante la stagione calda.

        – Ad esempio, c’è solitamente confusione tra l’effetto sul virus dei raggi germicidi UV-C e raggi solari UV-A e UV-B.
        – I tentativi di studiare le correlazioni tra contagi e temperature esterne sono destinati a fallire. Picchi di caldo o di freddo potrebbero insomma corrispondere a picchi di aggregazione in ambienti chiusi, e dunque di casi positivi.
        – L’andamento tipico dell’influenza stagionale si verifica quando una malattia è endemica, e presume un qualche livello di immunità nella popolazione: un discorso che pare inapplicabile per il momento al COVID-19.

        Quel che mi pare di capire insomma è che fare previsioni con pochi mesi di dati alle spalle è un gioco da equilibristi, o da medium.

        • Non è questione di previsioni e nemmeno di spacciare correlazioni per cause, si tratta semplicemente di registrare il dato di fatto – perché è tale, è un dato di fatto – che la curva ha un andamento simile in tutti i paesi europei anche quando tra quei paesi si riscontrano grosse differenze per quanto riguarda i provvedimenti presi. Dare una spiegazione di tale fenomeno non spetta ai “profani”, ma anche i profani possono far notare che quest’andamento simile non è tematizzato nel diuturno discorso sulla pandemia, tanto che quando lo fai notare la gente si sorprende.

          • Ma sono d’accordo sull’andamento nei paesi europei e ancor più sull’assurdità di coprifuochi notturni, divieto di manifestare, ecc. Dico solo che se allarghiamo lo sguardo, gli Stati Uniti hanno avuto un picco a fine luglio, e nell’emisfero australe in Argentina il picco c’è stato recentemente ad ottobre e in Brasile i casi tornano ad aumentare.

            Rileggendo mi sa che ti ho risposto su una questione diversa. Riassumo così: confrontare gli andamenti può servire a valutare l’impatto delle misure restrittive? Certo che sì. Ci permette di capire qualcosa sull’andamento dei contagi in caso non ci fossero provvedimenti? In altri termini, ci insegna qualcosa sul virus? Boh.

            • Robydoc era partito proprio da lì: dell’andamento dei contagi sappiamo ancora troppo poco. Eppure nel discorso dominante si dà per acquisita e scontata l’efficacia dei provvedimenti, del «lockdown» e quant’altro, nonostante il raffronto sulla curva continui a smentire quella convinzione, o almeno a far dubitare fortemente. Ma da mesi si va avanti col «pensiero magico»: se porto la mascherina anche all’aperto faccio qualcosa contro il virus, se al bar invece che bere il cappuccino al banco lo porto via in un bicchiere di carta faccio qualcosa contro il virus, se non esco dopo le 22 faccio qualcosa contro il virus, se mi flagello mentre recito l’Ave Maria faccio qualcosa contro il virus…

    • Fabietto la comparazione tra aggregati macro, come i paesi, non serve a spiegare i differenti rendimenti di una particolare policy serve a comprendere meglio, ma non compiutamente, analogie e differenze, a delineare regolarità e cose così. Credi che Norvegia Svezia e Finlandia abbiano la stessa densità di popolazione? lo stesso PIL? La stessa percentuale di giovani disoccupati? Di mortalità? Pensa che manco hanno la stessa forma di stato, monete diverse, alcuni fanno parte edll’UE altri no eccetera. Hai mai paragonato i “paesi mediterranei” su uno specifico output? Prendete un qualsiasi testo di metodologia della ricerca e dopo il primo capitolo parlerete di questo nei bar, al limite. Non sei obbligato a saperlo ma ho perso il conto di quante volte abbia detto queste cose qui.
      Sull’indifferenza alle strategie abbiamo linkato varie volte un pezzo che abbiamo scritto con PM2012 http://www.palermo-grad.com/italia-vs-resto-del-mondo.html ma il consiglio è di dare tu stesso un’occhiata alle varie curve, detto varie volte che non funziona un’analisi su base nazionale.
      Uno dei problemi di quest’epidemia è l’incertezza su come realmente si diffonda. Saprai che in Italia manca una seria ricerca sui luoghi di contagio, dove c’, come in Germania, è sorprendente, perché per esempio i trasporti NON sembrano essere particolarmente rilevanti. Altra cosa: molti provvedimenti – le mascherine ad esempio – sono stati presi tra fine luglio (Spagna) e inizio ottobre. Ti pare abbiano avuto una qualche incidenza? La soluzione è sempre stata “si vede che erano ancora troppo lasche”. Certo, se poi decimi la popolazione stai tranquillo che a sto punto sta curva decresce, ci scommetterei anch’io.

      • «…se mi flagello mentre recito l’Ave Maria faccio qualcosa contro il virus…»

        Leggo queste parole e penso a mi* nipote, adolescente, che vive in un piccolo paese della provincia e immagino che potrebbe essere anche questo uno dei tanti pensieri che gli passano per la testa, in certi momenti. E rabbrividisco. Specialmente se sapessi che si ritrova a dover affrontare un problema di tale portata senza gli appropriati sostegni materiali, morali e psicologici; in tali circostanze potrebbe certamente considerare l’atto di auto-punirsi una valida soluzione [1] Fortunatamente a l*i i supporti non mancano ma mi angoscia il pensiero che la sua condizione, in Italia come nel resto del mondo, nonostante tutto sia quella di un privilegiato.[2]

        Allora provo ad attivarmi in modo che da questo privilegio possa scaturire qualcosa di positivo ma anche per alleviare un pochino il senso di responsabilitá morale che la consapevolezza di essere, appunto, tra i privilegiati mi causa. Quindi mi é venuto un pensiero: in una situazione tanto drammatica come quella attuale, che gli impedisce, per esempio, di abbracciare e baciare i suoi cari nonni perché quell’abbraccio potrebbe essere l’ultimo, potrebbe ucciderli, soffocarli, voglio immaginare che forse, pur non avendo mai aperto un libro di biologia, stia anche improvvisamente acquistando coscienza del fatto che un atto all’apparenza tanto semplice e naturale come un respiro può essere causa di sofferenza e di morte per altri esseri viventi; ho deciso che glie ne parlerò alla prima occasione, perché sono convinto che questa esperienza potrá aiutarl* ad osservare ed interpretare la realtá in maniera più esplicita e meno mistificatoria.

        [1] https://www.who.int/teams/mental-health-and-substance-use/suicide-data
        [2] https://data.unicef.org/topic/child-poverty/covid-19/

  25. Parte 1 di 2
    Oltre all’errore metodologico sul quale ti hanno già risposto, vorrei aggiungere che la narrazione dominante è che la Svezia ha avuto un numero di casi e un numero di decessi superiori alla Norvegia, e che ciò sia *dovuto* (e qui sta l’errore) al fatto che la Norvegia avrebbe preso delle misure analoghe a quelle che sono state prese in Italia, al contrario della Svezia.
    Ebbene, ciò semplicemente non è vero. Le restrizioni che sono state messe in atto in Norvegia sono molto diverse da quelle prese in Italia. Ci sono misure e misure, con diverse gradazioni intermedie, la critica a un estremo non presuppone l’approvazione per l’estremo opposto.
    Benissimo, allora andiamo a vedere cosa hanno fatto in Norvegia. In questo link puoi vedere alcune restrizioni prese durante marzo-aprile: https://www.regjeringen.no/en/aktuelt/coronavirus-measures-to-continue/id2694682/

    Ti riporto un paragrafo:
    “In public spaces, people should keep at least one metre away from other people. When away from home, there should be no more than five people in a group – except for members of a family or the same household.”
    Con misure di questo tipo hanno contenuto molto bene l’emergenza. Valuta tu l’analogia con le condizioni in cui vivevamo in Italia nello stesso periodo, in cui i “public places” non erano proprio accessibili, in cui chi camminava da solo veniva punito come un untore.

    A quest’altro link puoi leggere le norme in vigore attualmente in Norvegia: https://www.regjeringen.no/en/aktuelt/new-national-restrictions/id2776995/

    In questo caso la raccomandazione è la seguente:
    “In general, members of the public are advised to limit their social interaction to fewer people and to shorter periods of time, and to reduce the overall number of people they meet in the course of a week.”
    C’è una precisazione per le aree ad alto tasso di contagi (forse potremmo compararle con le nostre zone rosse):
    “Residents should limit their social interaction to contact with maximum 10 people in the course of a week, not including members of their households and day care centre and primary school cohorts.”

    Nessun divieto insomma, al massimo una limitazione molto più flessibile rispetto a ciò che si può fare nelle nostre zone rosse (cioè niente, se ne hai la possibilità puoi lavorare e basta, il tempo libero devi passarlo a casa).

  26. Parte 2
    E sulle mascherine, altro argomento caldo? Nel sito del governo norvegese se ne fa riferimento *solo* riguardo alle aree ad alto tasso di contagi:

    “Use of face masks should be made mandatory on public transport to/from/within the region.
    Use of face masks should be made mandatory indoors in public places (shops, shopping centres) where it is not possible to maintain a distance of at least one metre between people.
    Use of face masks should be made mandatory indoors in establishments serving food and drink for all employees and guests in all situations in which the guests are not seated at a table.”
    Insomma, anche qui si leggono delle raccomandazioni per quanto riguarda al massimo situazioni specifiche “indoors” o dove non si può mantenere la distanza, ma nulla più. Soprattutto nulla riguardante l'”outdoor”.

    Mentre sul sito del NIPH (Norwegian Institute of Public Health) puoi trovare questo link riguardo alle mascherine: https://www.fhi.no/en/op/novel-coronavirus-facts-advice/facts-and-general-advice/munnbind-i-befolkningen/

    Riporto un paio di stralci:
    “In situations with increased risk of transmission and where it is difficult to keep distance, face masks can be recommended as part of the measures to reduce the risk of transmission. Face masks may be used in addition to, but not replace, other measures. The most important measures to prevent infection are to keep a distance from others, practice good hand hygiene and cough etiquette and to stay at home in case of illness.”

    “Children under 12-13 years are not recommended to use face masks.”

    A quanto pare non è con le mascherine all’aperto ovunque che hanno scelto di arginare la pandemia.

  27. Parte 3

    Puoi valutare tu se queste misure sono più simili a quelle svedesi o a quelle italiane.

    Chissà come mai della Norvegia se ne parla solo per metterla a confronto con le Svezia dal punto di vista dei risultati ottenuti, ma non ci si chiede mai quale sia stata la loro strategia, non si va mai a fondo sotto questo aspetto, si dà per scontato che si siano comportati come noi.
    Viceversa, si strumentalizzano i maggiori contagi avvenuti in Svezia (dovuti anche a loro errori su cui hanno fatto autocritica) per denigrare il loro “pacchetto” di misure, quando in realtà il “pacchetto” di misure preso dalla Norvegia non è *così* simile al nostro (e *così* diverso da quello svedese) come viene fatto passare.

  28. Premesso che non sono uno statistico nè un medico, visto i differenti sistemi di conteggio dei decessi tra i vari paesi è difficile fare dei paragoni tra paese e paese. Ricordo che ad aprile era uscito un articolo (non lo saprei trovare) dove si scriveva che in Norvegia non avevano tenuto conto dei decessi avvenuti nelle case di cura.
    Quello che si potrebbe fare a mio avviso è paragonare la variazione del numeri di decessi rispetto agli anni passati. Allora, forse, si potranno pesare l’effetto che hanno avuto il covid e le misure di contrasto prese. Valutando le variazioni, si potranno fare considerazioni generali su come i vari stati hanno risposto alla pandemia. Perchè il blocco magari avrà portato ad una diminuzione di decessi con/per covid ma potrebbe aver portato ad altri decessi causati a cure trascurate, aumento di morti violenta, ecc.
    E le conseguenze dei provvedimenti ce le porteremo dietro per vari anni

  29. Anche le questioni riprotate da EP e da Carl erano stati trattati qui in passato, purtroppo si ricomincia sempre da zero e dovremmo trovare un modo per evitarlo, anche se non saprei dire quale francamente. Forse un disclaimer per i nuovi arrivati? Si può anche aggiungere che un ulteriore indizio che le strategie e le curve abbiano una relazione difficile sta nei diversi dati delle regioni in cui vengono adottati i medesimi provvedimenti. Perché in Sicilia i contagiati sono la metà rispetto ai veneti? E perché a fronte di questo gli ospedalizzati veneti sono poco di più di quelli siciliani? Perché nel Lazio e in Toscana ci sono queste differenze? Ecco, se cominciassi una ricerca valutativa (la variabile “intervento” che impatto ha avuto sulla variabile “contagiati”?) la mia ipotesi di partenza per necessità di cose sarebbe che non ne ha avuta e che dovrei cercare altrove. Poi magari sarei smentito via via che procedo, ma intanto ragionevolezza vuole che le cose stiano diversamente.
    Ad ogni modo a me pare che uno dei problemi principali, che si ripete anche in questa occasione, è non riuscire mai, mai, MAI, a tenere gli occhi sulla palla. Ti spiego perché l’Italia non è il pulpito dal quale si può criticare la Svezia? Sì ma va comparata a Norvegia e Finlandia. Ti spiego perché non va bene la comparazione con Norvegia e Finlandia? Sì ma la curva. Ti spiego che l’andamento della curva è simile? Sì, ma i morti. Ti spiego che i morti vengono contati in modo differente? Sì, ma vuoi sminuire. Ti spiego che non sminuisco, ma che il calcolo sulla mortalità media forse è insufficiente? Sì ma fai il gioco dei negazionisti. E questo senza che almeno una cazzo di volta dici sul passaggio precedente che “uhm… sì, forse mi sono sbagliato”. Che a un certo punto il pensiero in testa ti viene: almeno vedessimo sti soldi Soros, porcaccia miseria.

    • @Robydoc: ma perché non lo fai davvero? Se hai il tempo ovviamente. Una pagina che raggruppi alcune delle discussioni e dei sotto thread piú importanti riguardo la pandemia, i dati, ecc. apparsi qui. Senza riscriverli: un copia incolla di alcune discussioni (raggruppati per tematica) corredata dei vari link. Sarebbe una sorta di diario della pandemia, un fare un punto della stuazione di tutta la mole di roba macinata in questi mesi.

      Quantomeno quando qualcuno propone un argomento giá trattato ti basta rispondergli con il link e la sezione :-)

    • Rob, preciserei però che nel contesto di questa discussione Carl e EP hanno fatto benissimo a puntualizzare, ri-problematizzare ecc. Proprio perché non possiamo incorporare in ogni nuovo post ogni cosa dibattuta negli altri o in calce agli altri.

  30. Ciao, leggo da circa un anno questo blog e questa è la prima volta che commento.
    Sono uno studente all’Accademia di Belle Arti di Urbino, e vorrei parlarvi della mia esperienza: la situazione è stupidamente drammatica.
    Marzo: chiusi in casa con professori assolutamente spiazzati dall’uso della improvvisata DAD, arriva voce che si stia già decidendo della sorte dell’accademia a ottobre. Viene stabilito che rimarrà chiusa almeno fino a gennaio, poiché il corpo docenti è impaurito dalla possibilità di contrarre il virus. Passano i mesi. Ora, arrivati a novembre, il nuovo direttore si congratula con sè stesso perchè la nostra accademia “aveva previsto tutto”. In tutto questo potete immmaginare lo stato di Grande Boh, visto che ovviamente il grosso del lavoro è affrontato nei laboratori. Ogni tipo di critica verso questa modalità è stata taciuta, o direttamente rimasta inascoltata. Io avevo “minacciato” di non rinnovare l’iscrizione, e avvertito che probabilmente molte altre persone avrebbero fatto lo stesso, ma questa opzione si è rivelata burocraticamente impossibile, visto che a quanto pare unu studentu iscrittu (propongo e porto avanti l’iniziativa di usare la u al posto del *, perchè è più divertente) può permettersi di saltare un anno se: è incintu; fa il militare; si è rottu ogni osso o ha contratto qualche forma grave di malattia o disabilità; un altro paio di opzioni piuttosto assurde che non ricordo. Ovviamente c’è la possibilità di saltare un anno anche pagando, la bellezza di 350€. Non so come sia nelle altre facoltà, ma mi sono fatto l’idea che potrebbe essere uno dei motivi per cui la maggioranza degli studenti ha “accettato” di iscriversi anche se in DAD. Che nome, poi. Il padre bastonacarotatore della noia suprema.
    Un’altra cosa che stupisce è che l’argomento *grandi cause primarie antropologiche dello stato attuale*, anche in un luogo riconosciuto per essere mentalmente molto libero e aperto, non vengano quasi mai affrontate. Mi riferisco ad argomenti di cui qui si è trattato, ad esempio il lampante collegamento tra diffusione di un virus e abbattimento dell’ecosistema, o di effetto nocebo, o di indebolimento del corpo e della mente, di simulazione, di perdita del contatto con il sacro e con la natura.

  31. Robydoc, ho letto il pezzo che mi hai consigliato. Tutto sommato ritengo di aver applicato nella scelta dei paesi con cui confrontare la Svezia lo stesso criterio da voi proposto.
    “Massima omogeneità. Confrontare società molto diverse non è accurato. Ci potrebbero essere dei popoli con abitudini diverse per cui il virus propaga meno in modo naturale, oppure per qualche motivo geografico/ambientale meno attaccabili. Per questo abbiamo privilegiato nella figura di confronto i paesi confinanti …”

    Le conclusioni a cui arrivi mi sembrano poi influenzate dalla tesi.
    Analizzi la curva dei casi covid, considerandone la pendenza come risultato della tipologia di restrizione. ok. E’ il passo ulteriore che è fallace.
    Per valutare l’efficacia o meno di una restrizione dovresti valutare il decremento di casi rispetto alla condizione senza restrizioni. Non hai questi dati, puoi solo fare considerazioni.
    Mostri curve pressoche simili, (guardale da lontano temporalmemte, ad esempio guardale oggi con lo strumento di wuming 1) vedrai tutte curve sostanzialmente equivalenti. E’ la critica che mi ha mosso wuming 1, che compie lo stesso errore.
    Tutte le curve sono equivalenti => i lockdown non hanno effetto. E’ sbagliato. Non si conosce l’effetto. Questo è un errore grossolano.
    Tutte le curve sono equivalenti => quindi in tutti i paesi c’è un’epidemia.
    L’approccio di guardare le curve epidemiologiche post lockdown con lo scopo di trarne indicazioni sull’efficacia degli stessi è sbagliato, non puoi usarlo per la tua tesi, perchè non dice quello.
    Allora perchè le mie considerazioni su Svezia, Finlandia e Norvegia dovrebbero essere invece testimonianza di diversi effetti dei lockdown? Perchè non sono sostanzialmente equivalenti. Un ordine di grandezza di differenza è statisticamente tanto, troppo da spiegare soprattutto fra paesi omogenei (secondo l’accezione da te proposta).
    Poi probabilmente c’è la questione principale che divide i nostri modi di approcciare la questione:
    Io parto dal presupposto che la limitazione dei contatti, elimini una delle 3 componenti che regolano la diffusione del virus (agente, ospite, contatto); per cui ritengo innegabile che una forma di controllo dei contatti porti a ridurre la diffusione del virus. Questo è quello che l’esperienza umana sa prima del covid, studiando e modellando altre epidemie.

    • Ho appena riletto anche io l’articolo su Palermograd, nonostante ne sia co-autore, perchè non ho riconosciuto le mie posizioni nel riassunto che ne fai e ho provato a capire dove potevano esserci errori comunicativi. Ti rispondo con un estratto dell’articolo perchè a me sembra ancora molto chiaro. In particolare il focus del ragionamento non è dimostrare che “i lock-down non hanno effetto”, bensì questo:
      “Ovviamente siamo ben consapevoli che non è possibile proporre confronti puntuali, che dipendono dai dettagli delle restrizioni applicate, dei sistemi sanitari e dall’estensione dell’epidemia nei diversi paesi. Però secondo noi è possibile dare una risposta ad una domanda ben precisa, tecnicamente molto limitata ma con ampie implicazioni politiche: è necessario porre restrizioni sulla circolazione locale dei singoli per tenere sotto controllo l’epidemia? In termini di riduzione dei contagi, quali sono stati i risultati dei paesi – la maggior parte come ormai sappiamo – che hanno lasciato la possibilità ai cittadini di non dover giustificare ogni singolo spostamento? Davvero senza perseguitare le grigliate nei tetti, il corridore in spiaggia, l’accompagnatore di un disabile, gli addetti al delivery, gli altri paesi hanno avuto risultati peggiori ? O sono bastate le altre misure messe in atto, per raggiungere risultati del tutto comparabili a quelli italiani?”
      Poi è riportato, per ogni paese considerato nei confronti, un link al riassunto delle norme valide al momento della pubblicazione dell’articolo. Come potrai vedere ci sono stati molti modi diversi di declinare “il lockdown”, e la restrizione alla mobilità personale non è stata condizione necessaria alla riduzione dei contagi.

    • “Io parto dal presupposto che la limitazione dei contatti, elimini una delle 3 componenti che regolano la diffusione del virus (agente, ospite, contatto)”. Su questo ti rispondo con quanto ho scritto tempo fa in un commento a questo post su Giap: https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/05/science-communication-breakdown/

      Il problema scientifico è complesso, non esiste una risposta tecnologica indipendente da parametri sociali e politici. Infatti il metodo stupidamente “tecnologico” per fermare con certezza una epidemia è l’isolamento totale per un tempo prolungato (che porterebbe comunque all’estinzione della popolazione…) e qualunque vera soluzione richiede il bilanciamento di esigenze sociali e politiche in un contesto probabilistico. In questa azione di bilanciamento vengono comparati elementi che normalmente si misurano con metriche diverse, e bisognerebbe quindi definire scale di priorità in base a considerazioni morali e non scientifiche. In termini utilitaristici: qualunque soluzione tecnica che permetta forme di interazioni personali comporta un rischio di contagio, che, per quanto piccolo sia, su una popolazione di milioni di persone si traduce in un numero atteso di morti per Covid, e quindi in una determinata quantità di sofferenza nelle vittime e nel loro ambito. Dall’altra parte l’isolamento produce un livello di sofferenza diffuso, in genere più limitato, ma che se applicato a milioni di persone può probabilisticamente indurre dei picchi di disagio comparabili.
      Non ho le competenze per proporre una analisi dell’intreccio tra etica ed utilitarismo, però sono convinto che la nostra società sia stata incapace di assumersi la responsabilità morale di discutere delle priorità. Anzi, si potrebbe dire che è addirittura incapace di osservare il problema nel suo complesso, limitandosi al conteggio dei morti in una prospettiva giornaliera e chiedendo misure di chiusura/apertura con una superficialità disarmante.
      In particolare, chiunque abbia cercato di analizzare la situazione in termini razionali è stato accusato di cinismo e seppellito di insulti, creando un contesto dove è stato impossibile un confronto dialettico tra i portatori delle diverse sensibilità (politiche, sociali, religiose, scientifiche, filosofiche), dialogo che avrebbe certamente contribuito ad aumentare la consapevolezza complessiva.

      • grazie per la risposta.
        Parto dalla seconda, e ti dico che sono completamente d’accordo con te. Io ho detto che parto dalle basi matematiche applicate allo studio dell’epidemiologia per leggere i grafici e capirli. Non c’è altro modo anche perchè i grafici sono costruiti su quelle basi.
        In altre parole non puoi negare le basi di interpretazione dei dati per leggere nei dati quello che non c’è. Su questo ho già detto.
        La mia è una critica a chi dice: i grafici sono equivalenti, bene allora l’effetto del lockdown non si è visto.
        Facendo così si dimostra di non sapere cosa si sta guardando nella rappresentazione dei dati. Non dicono quello, gli si fa dire quello.

        Ma non sono così ottuso da fermarmi li, so benissimo che un mondo di eremiti che non si contagiano è irreale e crea disparità sociali fra chi ha l’eremo e chi no.
        Quindi si serve, è necessario il bilanciamento che auspichi. La scelta politica e sociale deve basarsi sulle esigenze globali e non può nemmeno soprassedere sugli effetti negativi di un lockdown (che è mirato a risolvere un solo problema). Su questo siamo daccordo.

        La mia critica è altra, se per sostenere questo ti metti a valutare i dati in maniera altenativa allora sminuisci il valore del tuo approccio. Non può far dire ai numeri quello che non dicono, anche perchè i numeri tendono a seguire il metodo “stupidamente tecnologico”. I numeri non hanno morale.

        Dico alternativa e passo alla prima risposta:
        “Però secondo noi è possibile dare una risposta ad una domanda ben precisa, tecnicamente molto limitata ma con ampie implicazioni politiche: è necessario porre restrizioni sulla circolazione locale dei singoli per tenere sotto controllo l’epidemia? In termini di riduzione dei contagi, quali sono stati i risultati dei paesi – la maggior parte come ormai sappiamo – che hanno lasciato la possibilità ai cittadini di non dover giustificare ogni singolo spostamento?”

        Ho capito giusto, guardi i grafici e confronti l’abbassamento in relazione alle varie tipologie di lockdown. Nei grafici che guardi non c’è quel dato, dovresti confrontarli con quelli indisturbati.

        • ” i grafici sono equivalenti, bene allora l’effetto del lockdown non si è visto.
          Facendo così si dimostra di non sapere cosa si sta guardando nella rappresentazione dei dati”

          Più che altro sei tu a inventarti argomentazioni straw-man, perché il commento sull’andamento della curva non era quello. Un modo di “discutere” come il tuo, da saponetta bagnata che sguizza di qua e di là tra questioni e argomenti, sfocando e spostando il punto, è un modo che qui non apprezza nessuno, fidati.

          • Hai scritto:
            “Non è questione di previsioni e nemmeno di spacciare correlazioni per cause, si tratta semplicemente di registrare il dato di fatto – perché è tale, è un dato di fatto – che la curva ha un andamento simile in tutti i paesi europei anche quando tra quei paesi si riscontrano grosse differenze per quanto riguarda i provvedimenti presi.”

            La curva epidemica ha andamento simile perchè è una curva epidemica.
            Che andamento deve avere? I provvedimenti abbassano la curva, ne riducono l’area sottesa, ne riducono i morti.
            La curva con il lockdown avrà sempre salita picco e discesa, al limite con pendenze disturbate. Come fai a confrontarle? Con che metodo?

            Se tu affermi che è un dato di fatto cosa ti devo dire che hai ragione?
            Leggi un po i grafici come ti pare.

            io vedo che gli altri mi rispondono, mi fanno osservazioni e mi convincono.
            Tu ti limiti all’invettiva. Mando in vacca, saponetta e robe strane.

            • Come volevasi dimostrare. Tu stai provando a dire che secondo noi il senso del grafico è che la curva… scende. Prima ti eri inventato “equivalenti” e “non si vede il lockdown”. Sei un mistificatore seriale, oppure uno che pensa solo a quel che vuol dire lui e non presta attenzione a quel che dicono gli altri. E non ti serve a nulla chiamare “invettive” i commenti di chi ti fa notare che non stai mai sul punto e ti inventi le tesi altrui. Ti qualifica solo come incapace di discutere.

              • Guarda mi spiace seriamente che non riesco a farti capire quello che intendo. Giuro provo per l’ultima volta, dopo mi taccio. Concedimi l’opportunità e premetto che sono più avvezzo ai numeri che alla parola per cui non considerare il singolo termine.

                “La curva ha andamento simile in tutti i paesi” (io ho tradotto con equivalente). Questo è vero, è osservabile e innegabile.
                “Anche quando tra quei paesi si riscontrano grosse differenze per quanto riguarda i provvedimenti presi.”
                Allora o qua sbaglio io a interpretare quello che vuoi dire, oppure stai dicendo che fra paesi con differenti provvedimenti presi si dovrebbero vedere differenze nell’andamento delle curve anche grosse. Dato che non è così, l’efficacia dei provvedimenti è opinabile.

                Allora se ho capito male, scusa e dimmi pirla fuori di qua che hai scassato e non capisci nulla.
                Se invece è il ragionamento che vuoi proporre, ti sto solo dicendo che le curve sono simili perchè descrivono lo stesso fenomeno. Se avessimo l’opportunità di confrontare direttamente la curva con lockdown e senza lockdown di uno stesso paese sarebbe comunque simile e stai traendo conclusioni che i grafici non dicono.

                • Mentre diverse persone hanno posto la questione dei tempi delle curve, tu hai parlato della loro altezza, cambiando quindi le carte in tavola, mettendo anche in bocca agli interlocutori cose che non avevano detto, e poi buttandola sul tautologico: è chiaro che la curva si abbassa, è una curva epidemica! In questo modo dài la forte impressione di trattare gli altri da imbecilli, ma in realtà la brutta figura, agli occhi di chi sta leggendo, è tutta tua.

                  I tempi.

                  La curva si abbassa nello stesso momento in tutti i paesi europei, che abbiano preso provvedimenti in tutto o in gran parte analoghi a quelli nostrani (ma è il caso quasi solo della Spagna) o che abbiano combinato i provvedimenti in “pacchetti” significativamente o molto diversi (ed è il caso di tutti i paesi nordici, non solo della Svezia, e per molti versi anche della Germania).

                  Se uno ha una mente un minimo curiosa e un certo desiderio di usare la logica, si chiede quale possa essere la concausa comune di questo abbassarsi simultaneo. Concausa grossa, che scavalca i contesti nazionali e che chiaramente non va cercata nell’omogeneità dei provvedimenti adottati, perché sono tutto fuorché omogenei. Carl ha fatto l’esempio della Norvegia: nonostante quel che si dice in Italia, la gestione norvegese dell’emergenza Covid non ha quasi nulla a che fare con quella italiana. Io posso tranquillamente dire la stessa cosa della Danimarca, dove sono stato all’inizio dell’estate. A Copenaghen nessuno, ma proprio nessuno, portava la mascherina, nemmeno al chiuso. Non era mai stata introdotta da alcuna legge. C’era stata solo la raccomandazione del distanziamento di un metro, si era introdotto l’ingresso per turni ai musei, e si erano vietati i grandi eventi musicali e sportivi (festival ecc.). Fine. Per il resto, si è sempre potuti andare ovunque. Anche in paesi dove la differenza può sembrare meno accentuata, come la Francia, durante il loro «lockdown» si sono continuate a fare molte cose che da noi erano – a mio giudizio scioccamente – proibite.

                  Io ne deduco che vada rintracciata una concausa non immanente ai provvedimenti, ma trascendente, una concausa che ha agito in maniera autonoma rispetto ad essi.

                  La curva si abbassa nello stesso momento, e rimane appiattita per lo stesso periodo di tempo, grossomodo coincidente con l’estate. Né io ne gli altri intervenuti possiamo concludere con certezza che a far calare la curva, anziché il lockdown, sia stata la bella stagione. Potrebbe essere solo una correlazione. Ma far notare che i tempi delle curve – non le loro altezze: i tempi – sembrano indifferenti a quali provvedimenti si siano presi, mi sembra importante.

                  Tutto quello che tu hai risposto non aveva alcuna pertinenza con questo.

            • Sai che non capisco davvero cosa vuoi dire quando scrivi “La curva epidemica ha andamento simile perchè è una curva epidemica.”? Anche mille frasi possono avere grammatica simile, soggetto verbo complemento oggetto,e poi dire cose completamente diverse. Siccome una curva epidemica ha sempre salita/picco/discesa, allora dice sempre la stessa cosa? E allora perché gli epidemiologi da sempre le confrontano, per vedere, che so, quali sono le differenze tra le epidemi di colera a Riga nel 1831, 1848 e 1871?
              Poi guarda, non escludo che sia proprio impossibile intendersi, perché quando scrivi che “i numeri non hanno una morale” per me è come se dicessi che credi nella Creazione di Adamo ed Eva, quindi mi sa che non ci sono le basi minime per scambiarsi un’opinione. Succede.

              • La curva epidemica ha andamento simile perchè è una curva epidemica, riferita alla stessa epidemia Covid 19.
                Gli epidemiologi confrontano curve di colera in anni diversi perchè possono apprezzare e valutarne le differenze in base ai fattori esterni che considerano.
                Voi valutate la medesima curva.

                I modelli matematici utilizzati per prevedere/descrivere la diffusione sono fatti da equazioni, che in quanto tali non hanno morale, seguono la loro strada.

                Guarda mi sono stancato anch’io, ho cercato in più di un modo di dire che le osservazioni e critiche all’utilizzo di un lockdown, o alla sua efficacia possono essere forti solo se si accetta che il lockdown è un’azione volta a limitare uno dei fattori di trasmissione e quindi “matematicamente” non è criticabile. Però è vero succede, non ci possiamo parlare.

                • Fabietto, immagino che tu ti riferisca a quali sono gli assunti ed i parametri dell´equazione e quindi intrinsecamente cosa le curve epidemiche vanno a calcolare (usando quel modello) e cosa tralasciano fuori (in quanto non incluso nel modello).

                  Non so se hai giá postato qualcosa al riguardo, ma se potessi rimettere un link (se lo hai) all´equazione direttamente sarei interessato a vedere con i miei occhi che equazione viene usata.

                  Se ho capito il tuo discorso tu dici che all´interno del modello di diffusione usato l´effetto del lockdown si potrebbe esprimere *esclusivamente* in una variazione del numero di morti, ma *non* nella “forma” dell´equazione.

                  Ho capito bene?

                  Continuo qui: tu dici “le osservazioni e critiche all’utilizzo di un lockdown, o alla sua efficacia possono essere forti solo se si accetta che il lockdown è un’azione volta a limitare uno dei fattori di trasmissione e quindi “matematicamente” non è criticabile.”

                  Questo lo capisco meno. Posso capire che nel modello usato questo é l´assunto, ma come ogni ipotesi di lavoro non é necessariamente vera. Quindi all´interno dello specifico modello sono d´accordo che non é criticabile: come dici é banalmente il risultato dell´equazione. Ma in un contesto modellistico piú ampio si puó mettere in discussione l´assunto.

                  • Alessio, ho postato solo i grafici di diffusione SIR rispetto a diversi network di relazioni sociali.
                    Li rimetto qua:
                    https://drive.google.com/file/d/1W_FprPAimoXUDCZsKlrk-JEuDhvh8ne1/view?usp=sharing

                    comunque hai capito quello che intendo
                    se guardi il primo grafico (legato al primo network, che per semplicità possiamo considerare NO Lock down) e guardi il quarto grafico (legato al quarto network in cui le relazioni del network sono limitate) vedi la medesima curva con picco più basso.

                    Per la costruzione vedi (da pag 9)
                    http://www.science.unitn.it/probab/Mathmodels/article-popolazioni.pdf
                    Le curve sopra sono più fini perchè non pongono i contatti c(t) costanti, ma considerando il network relazionale.

                    Non dico che il modello sia non criticabile, dico che il modello si base sulle esperienze e sulle osservazioni delle epidemie passate, quelle che wu ming 2 mi ha citato. Ecco la loro osservazione serve a definire i parametri con cui fare i modelli e i modelli sono la base dei lockdown.
                    Le esperienze sulle epidemie mostrano che i fattori che influenzano la curva di diffusione (taglio con l’accetta) sono l’agente (virus) la trasmissione (contatti) e i riceventi (contagiati potenziali). Quindi dico (me è ovvio) che non si può affermare che riducendo la trasmissione (i contatti) non si riduca anche la curva di diffusione. (che portato ai minimi termini: stai lontano che mi attacchi l’influenza)

                    @claudiog: grazie per il consiglio.

                • Fabietto, se sei ancora in ascolto desidero segnalarti un commento di VecioBaeordo di un po’ di tempo fa. Non so come linkare, dunque faccio copia-incolla: “Leggo questo blog da una decina d’anni, intervengo poco perché il livello è sempre alto” – e cazzo se il livello è alto, spero te ne sia reso conto anche tu, Fabietto – MA, scrive ancora VecioBaeordo, “senza nulla togliere all’autorevolezza di questo posto, sono convinto che la sua ricchezza stia anche nel fatto che si possano esprimere opinioni e pareri discordanti e anche opposti, purché in modo intelligente e informato, e che questa dialettica conti immensamente di più dei singoli contributi”, e aggiunge: “per me (e immagino anche per altri) questo posto è servito molto più spesso a farmi cambiare pareri che a rafforzare quelli che avevo”. Ora, voglio dire, quanta saggezza in queste parole, eh? saggezza “veneziana” oserei dire, sempre che lo spelling del nickname non mi abbia indotto in errore :)
                  E insomma, ma santo cielo, you’ve made your point Fabietto! Ma prova anche a rileggere le risposte che hai avuto, prova a considerare quello che qui si va elaborando da mesi, e cioè che “lockdown” di per sé non significa niente, serve solo a supporto di quell’altra scorretta semplificazione che è il “fanno tutti come noi (e se non lo fanno peggio per loro)”.
                  Ora, questo è solo un consiglio: ci vuole tempo, lo so, ma questo è un posto che richiede un po’ d’attenzione in più della media informazione/opinione reperibile online.

        • “Ho capito giusto, guardi i grafici e confronti l’abbassamento in relazione alle varie tipologie di lockdown. Nei grafici che guardi non c’è quel dato, dovresti confrontarli con quelli indisturbati.”
          Lascio una ultima considerazione, non esplicitata nell’articolo perchè era troppo tecnica, che è comunque alla base del confronto: il nostro ragionamento si basa su una misura di zero, che è quello che si può fare quando si confrontano metriche proporzionali ma con calibrazioni ignote. Questo secondo me rende consistente il ragionamento nell’ambito considerato, che, come fa notare anche Wu Ming 1, non è una valutazione complessiva delle misure di lockdown.

  32. Mi domando intanto come siano finiti gli studi sulla correlazione tra inquinamento atmosferico e diffusione del virus, perché ieri mi è passata davanti agli occhi questa notizia, https://nuovasocieta.it/smog-il-comune-di-torino-pronto-alla-deroga-dei-blocchi-del-traffico/ e non mi faccio capace di come si possa accettare di morire di qualsiasi cosa purché non di covid. L’espressione è forte, lo so, spero di non urtare nessuna sensibilità, non voglio sminuire la questione pandemia, però mi sembra il perfetto esempio di come il virocentrismo annebbi il resto. Come se potessimo ragionare soltanto in maniera binaria, ed è una cosa che non ho mai tollerato.

    Ps. Avevo scritto un post anche ispirata da questa discussione e l’ho ovviamente linkata ma il pingback non è andato a buon fine, ve lo segnalo in caso non fosse una precisa scelta.

  33. Scusate Wu Ming, ma il vostro uso del termine negazionismo mi lascia un po’ perplesso e confuso.
    Mi ricordo che l’anno scorso avete pubblicato, qui e su Jacobin, un articolo su grandi opere e negazionismo climatico.
    In quell’occasione sostenevate che esiste sia un negazionismo climatico esplicito sia uno implicito, che pur riconoscendo formalmente il cambiamento climatico, di fatto lo negava sostenendo grandi opere inutili o facendo greenwashing.
    Quindi deduco che eravate favorevoli ad un uso ampio del termine negazionismo.
    Ora invece dite che negazionismo è uno pseudo- concetto dannoso, logoro e sostanzialmente inutilizzabile, che i negazionisti del cambiamento climatico sono pochi e quello che allora chiamavate negazionismo implicito non è tale, ma qualcos’altro.
    Ne deduco che nell’ultimo anno avete cambiato idea.
    Non intendo fare polemica, cerco solo di capire.

    • Nel pezzo qui sopra facciamo esplicitamente riferimento al caso del “negazionismo climatico”, analizzando l’uso del termine in quel contesto.

    • Questo pezzo è anche una forma di autocritica per come noi abbiamo usato il termine in passato, cedendo alla pigrizia argomentativa:
      «Arma spuntata. Quando si parla di disastro climatico, dove pure un negazionismo – in senso stretto e in senso lato – è stato a lungo operante, godendo anche di finanziamenti da parte dell’industria dei combustibili fossili, l’accusa funziona sempre meno e sta diventando un cliché, un tic lessicale, una manifestazione di pigrizia, come già in altri ambiti.»

    • Già diversi mesi fa, in una discussione qui su Giap, ho introdotto il tema del logorio e della tossicità del termine “negazionismo”, dicendo nel modo più esplicito che usarlo in quell’articolo dell’agosto 2019 era stato, da parte mia, un errore. Quando un concetto si logora, proporne un uso ancora più esteso è davvero l’ultima cosa da fare. Quando un concetto si logora, va capito il perché. Da qui la riflessione, proprio a partire dall’autocritica.

      • P.S. Non abbiamo affatto scritto che “i negazionisti climatici sono pochi”. Rileggi, per favore. Abbiamo scritto, linkando anche un’analisi di questo, che i negazionisti climatici stanno cambiando argomentazioni e che l’accusa di negazionismo diventa molto meno efficace, perché hanno già la (pseudo)confutazione pronta.

        Nel pezzo scritto per Jacobin il “negazionismo implicito” era quello del sistema capitalistico, non di specifici personaggi. Il contenuto di quell’affermazione me lo rivendico tutto, mentre l’espressione – coniata per pigrizia, per riflesso condizionato, per mancanza di un concetto migliore in quel momento – è criptica, indiretta, di scarsa utilità pratica. E infatti, giustamente, nessun altro l’ha utilizzata.

        • Hai ragione.
          Io mi riferivo alla frase “oggi davvero poca gente sostiene che non sia in corso un surriscaldamento globale”.
          Però ammetto di avere in parte travisato e semplificato il vostro discorso.
          A proposito del vostro parziale cambiamento di opinione sul negazionismo, tu hai fatto notare che avevi già fatto un’autocritica rispetto all’articolo del 2019 in un altra discussione.
          Però forse sarebbe stato meglio inserire un’accenno esplicito a quel post dell’anno scorso anche in questo pezzo.
          Comunque adesso è tutto chiaro.
          Mi mancava il passaggio dell’autocritica esplicita e del fatto che avete maturato un’opinione diversa sul concetto di negazionismo, climatico e non.

  34. Chiedo scusa se l’argomento è già stato affrontato, ma vorrei far notare che nella pratica le indicazioni dell’OMS riguardo all’uso dei lockdown sono totalmente distorte e disattese. Scrivono (traduzione e grassetto miei):

    «L’OMS riconosce che in determinate situazioni, alcuni paesi non hanno altra scelta che decretare isolamenti domiciliari e altre misure, per guadagnare tempo.

    I governi devono sfruttare al massimo il tempo concesso dalle misure di “lockdown” facendo tutto il possibile per rafforzare le loro capacità di rilevare, isolare, testare e curare tutti i casi; tracciare e mettere in quarantena tutti i contatti; coinvolgere, responsabilizzare e permettere alle popolazione di reagire a livello di società, eccetera.»

    Tra parentesi, il discorso del tracciamento è saltato in aria nel momento in ci si è ostinati a usare soltanto il PCR saturando i centri di test ed escludendo gli asintomatici dal depistaggio. Per esperienza personale l’Immuni belga ti comunica che sei stato in contatto con un caso positivo con una latenza enorme, anche di tredici giorni. Crollato il sistema di tracciamento, l’app è una presa per i fondelli. Di backtracing poi manco a parlarne. Chiusa parentesi.

    Ma l’OMS parla chiaramente di usare il lockdown come mezzo per liberare tempo, non come fine in sé. Ci leggo magari interventi straordinari nell’edilizia, nei trasporti, nella riorganizzazione della logistica, che nella normalità pre-Covid si possono realizzare con più difficoltà, perché banalmente quelle risorse sono impegnate ogni giorno. Anche per questo, attribuire che il “successo” dei vari paesi nel contenere i casi è dovuto soltanto a diverse gradazioni di lockdown, come fanno in tanti, genera mostri.

  35. Chi ha opinioni proprie del negazionismo spesso non accetta l’etichetta di negazionista. Lo stesso accade in storiografia, dove essi preferiscono il termine revisionista (revisiona la storia secondo nuove prove).
    Mark Hoofnagle sostenne che il negazionismo sarebbe “l’impiego di tattiche retoriche per dare l’impressione di argomentazioni o discussioni legittime, quando in realtà non ce ne sono”.

    Anche se mi trovo in parziale disaccordo con voi in merito all’utilizzo del termine, che trovo ancora molto utile, più diretto di altri e che ad oggi non ha alternative valide, non credo che nessuno che abbia seguito i vostri post seriamente e senza bias possa affermare che rientrate nella corrente negazionista.
    Lo stesso non si può dire della sezione commenti, dove molto spesso si trovano affermazioni di depistaggio se non proprio argomenti fantoccio. Devo però dire che nel limite delle possibilità data la mole di commenti che ricevete, avete sempre arginato bene quelle posizioni.
    A volte mi domando se chi legge il vostro blog sappia distinguere il post dalla sezione commenti, se sappia che quest ultima non rispecchia per forza la vostra tesi a riguardo del dato argomento. Lo vedevo spesso accadere con il feedback automatico su twitter, dove molti pensavano che il tweet automatico dei commenti fosse un vostro pensiero…

    • Grazie, Bice, sì, noi ci siamo sempre sforzati di arginare, e abbiamo anche bannato svariate persone. Non ci sembra che posizioni tossiche siano apparse nei commenti così spesso come sembra a te, ma è perché noi leggiamo *tutti* i commenti e quindi facciamo la proporzione.

      Retrospettivamente, io credo che agganciare il feed a Twitter abbia avuto più contro che pro. Ma del resto, penso anche che tornare su Twitter dopo la “pausa di riflessione” del 2012 sia stata una cazzata. Amen.

      L’alternativa valida a “negazionismo” si trova, o meglio: si crea. Un concetto nasce quando e dove c’è un problema nuovo che i concetti esistenti sono inadatti a circoscrivere.

    • Personalmente ho usato spesso in passato il termine “negazionista” con specifico riferimento ai “negazionisti” climatici, con cui ho avuto a che fare anche fra laureati in materie scientifiche che cercavano di “ridimensionare” il ruolo antropico nel riscaldamento globale.

      Però sono d’accordo (come già detto) con questo post di wu ming e non userò più quel termine.
      Specie dopo aver sperimentato sulla mia pelle la condizione di “negazionista” e di “salviniano” per il semplice fatto di aver mandato su watsapp a parenti viroterrorizzati (che non li hanno neanche mai aperti, visto che mettevano in discussione il loro “credo”) alcuni degli articoli usciti su Giap in questi mesi, in cui si mettevano in discussione le scelte del governo, l’utilità dei provvedimenti, l’utilità della mascherina all’aperto, etc. e *mai*, *mai*, si è insinuato o suggerito che “l’epidemia non esiste” o “è solo un’influenza”.

      Relativamente a questo, aggiungo una mia considerazione al tuo commento:
      «Chi ha opinioni proprie del negazionismo spesso non accetta l’etichetta di negazionista.»
      Ecco, io questa frase la trovo sbagliata e, perdonami, anche un po’ aggressiva e antipatica, perché dal mio punto di vista nega la discussione e delegittima la persona “patologizzando” le sue opinioni e dandoci un ottimo alibi per non dover argomentare senza neanche ascoltarle.
      E’ ovvio che se io sono in buona fede e ho delle argomentazioni che tu derubrichi a “negazionismo” non accetto l’etichetta e la rigetto.
      Ma si tratta appunto di opinioni, non di una patologia o di una dipendenza come l’alcolismo (classico da telefilm tipo Dawson Creek “neghi di avere un problema con l’alcool?”) dove la negazione è parte del problema.
      E io trovo che sia un bruttissimo precedente trattare le opinioni, per quanto sbagliate, retrive, odiose, poco documentate e create su basi fallaci, come fossero il prodotto di una demenza (come meglio detto già da altri sopra). Alla peggio possono essere il prodotto della malafede, ma anche in quel caso, se sono sbagliate, retrive, fallaci, si argomenterà contro e si sopporterà l’ignoranza di chi nonostante tutto non vuole cambiare opinione.

      • Scusami, ma io non ho patologizzato il negazionismo. Non penso assolutamente che abbia a che fare con la demenza e sarei contraria a sanzionare le opinioni diverse.
        Il fatto secondo me è che i “negazionisti” vanno esposti per quello che sono, ovvero persone che negano senza prove o argomentazioni concrete ciò che altri hanno dimostrato attraverso documenti, esperimenti, ricerche e valutazioni tra pari.
        Per questo bisogna fare molta attenzione nel distinguere tra chi ha un opinione diversa e chi nega la veridicità dell’opinione altrui.
        Moving the goalposts è l’ignorare le prove presentate in risposta a una specifica affermazione chiedendo continuamente altre prove (spesso ritenute insoddisfacenti). Questa è solo una delle tante fallacie logiche che secondo me tutti noi dobbiamo imparare a riconoscere quando si discute con qualcuno che nega la tal evidenza.

        • Il problema, per noi, non è il nocciolo di senso originario del termine, ma l’ambiguità del termine stesso, che ha consentito indebite estensioni del suo utilizzo e che continuerà a ingenerare equivoci. A noi erano suonati mille campanelli quando neofascisti e destrume vario avevano cominciato ad accusare di “negazionismo” chi fa storiografia vera sul confine orientale d’Italia. Ma per un po’ di tempo ci siamo limitati a denunciare il giochino senza criticare il termine-concetto che l’aveva reso possibile. Adesso sentiamo di avere fatto un passo avanti decisivo nella critica, e nella definizione del problema.

        • «Il fatto secondo me è che i “negazionisti” vanno esposti per quello che sono, ovvero persone che negano senza prove o argomentazioni concrete ciò che altri hanno dimostrato attraverso documenti, esperimenti, ricerche e valutazioni tra pari»

          Hai pienamente ragione e mi sono esperesso male io: infatti non mi riferivo all’uso del termine in campo accademico o scientifico, dove chiunque abbia un’idea deve ovviamente anche argomentarla e tenere conto delle argomentazioni opposte.
          Mi riferivo alle storture nell’uso che se ne sta facendo ora, nel campo delle opinioni.
          Perché è vero che sarebbe bello che anche le semplici opinioni fossero argomentate e “fondate”, ma anche quelle “infondate” secondo me devono essere rispettate e tutelate specie se si va verso questioni che riguardano le libertà personali (libertà di cura, di credo, etc ovviamente quando tali libertà non ledono la libertà di terzi o la collettività) e soprattutto quando il potere in genere può far leva sul biasimo collettivo del “negazionista” per marginalizzare e depotenziare proteste che oggi magari sono infondate (no mask?) ma magari domani lo saranno (no DAD?).

          A proposito di tali pericolose storture e deviazioni, leggo su noto giornale on line della richiesta di un procedimento disciplinare a un infermiere che sarebbe “no mask” e avrebbe manifestato a un corteo delle partite iva.
          Ora, non è il mio campo e io non conosco i dettagli della vicenda sulla quale mi astengo dal fare commenti, tanto più che l’articolo è a pagamento e non l’ho letto, ma il titolo sul giornale è all’incirca: “quell’infermiere negazionista disonora i colleghi”.

          Se devo commentare il titolo e l’occhiello, mi sembra che si parli di provvedimenti disciplinari non per mancanze o comportamenti tenuti in corsia sul posto di lavoro, ma per quello che a me sembra un giudizio “morale” su atteggiamenti e opinioni espresse al di fuori del luogo di lavoro, con l’epiteto “negazionista” che chiude ogni discussione e bolla inequivocabilmente il reo.

        • Secondo me il termine “negazionista” oggi rischia di essere depotenziato del suo significato originale perché affibiato a chiunque provi a portare nuove argomentazioni che si discostano dalla tesi dominante. E portare nuove argomentazioni non dovrebbe mai essere percepito come un attacco alla propria tesi, ma un modo per modellare al meglio quest’ultima. Queste nuove argomentazioni possono pure essere smentite, ma essere comunque utili: l’averle smentite rafforza e difende la tesi da attacchi futuri.
          Il depotenziamento che sta subendo il termine negazionista, a mio avviso non è imputabile al termine stesso ma all’utilizzo che se ne sta facendo appunto. La mancanza di specificità, di argomentazione.
          È forse giunto il momento di specificare chi sta negando cosa. Chi nega l’esistenza del virus in toto non può essere messo al pari di chi nega che lo Stato sia efficiente nel gestire la pandemia. Ad oggi con “negazionista” i media intendono entrambi purtroppo…

          • Io sono convinto che il crescente abuso del termine sia semplicemente la realizzazione di una potenzialità già insita nel termine stesso. «Negazionismo» trasforma in un -ismo l’atto di negare, ma non specifica l’oggetto della negazione. Come diceva Negante in un commento sopra, in «negazionismo» negare è un atto generico e dunque assoluto, quando invece può solo essere relativo: si nega sempre qualcosa. Se manca quel qualcosa, è chiaro che il termine potrà essere usato in qualunque contesto e per delegittimare qualunque “negazione” sgradita, che sia vera o presunta.

            • E potresti aver ragione, per questo richiamavo alla specificità. Quando parliamo di negazionisti climatici, quel “climatici” identifica il tema. Allo stesso modo non vedo perchè non si possa parlare di “negazionisti pandemici” o di “vironegazionisti”, o di qualsiasi termine decidiamo di adottare.
              Non possiamo però fare finta che il problema non ci sia: ci sono molti che negano l’esistenza del virus, molti che negano la sua reale pericolosità, molti che lo curerebbero con l’omeopatia, molti che lo ritengono un complotto. Berlino ieri ne è l’ennesima prova. Il problema c’è e va affrontato.

              • Ci sono diverse gradazioni del problema. Da mesi sto studiando le varie fantasie di complotto sul virus e posso dire con una certa sicurezza che al momento a negare tout court l’esistenza stessa del virus è davvero poca gente. Anche le fantasie più sbrigliate e selvagge partono dalla premessa che il virus esiste, dopodiché si scatenano le interpretazioni più implausibili sulle cause e sui responsabili della pandemia: il virus è stato fatto in laboratorio, sono stati i cinesi, è tutto un piano di Bill Gates, è il 5G e quant’altro. Tecnicamente, non si tratta di negazionisti, chiamarli così non aiuta a distinguere tra loro e analizzare queste fantasie di complotto.

                Poi, sì, c’è chi minimizza/ridimensiona la reale pericolosità del virus, ma è difficile stabilire un confine netto tra sottovalutazioni “per partito preso” e pericolose, e discorsi che invece sono accettabili e spesso fondati, ad esempio inviti a non farsi soverchiare dal terrore. È più un progressivo slittare da un discorso all’altro, con tante sfumature intermedie. Anche in questo caso, l’accusa di «negazionismo» impedisce di discernere, stabilisce un confine netto tra un unico discorso accettabile (quello mainstream) e una pletora di discorsi dati a priori per “eretici”.

                Poi ci sono gli spacciatori di rimedi “alternativi”, in buona o cattiva fede che siano. Fanno danni, ma anche qui, sono «negazionisti»?

                • Io invece è su quel “non possiamo fare finta che il problema non esista” che non sono d’accordo.
                  Perché secondo me, ad oggi, nonostante lo “spin” che viene dato dall’informazione main stream il problema forse esiste ma è poco significativo.
                  Sono relativamente “pochi” i veri “vironegazionisti” o i complottari, e anche questi ultimi possono magari discutere sul fatto che la pandemia sia naturale o meno, se l’abbia “voluta” tizio o caio, ma non negano l’esistenza del virus, né mettono in atto atteggiamenti “pericolosi”.

                  La realtà è che la maggior parte delle persone è molto attenta, adotta tutte le precauzioni e le misure di legge e riga abbastanza diritto e quando “sgarra” lo fa in attività a basso rischio (gente che esce dal proprio comune per fare corsa, bici o simili e che verosimilmente non mette a rischio nessuno).

                  Poi, esistono persone che un po’ tendono a razionalizzare, e, ammetto, anche a minimizzare, e ne parlava Tony a inizio commenti e forse sono queste quelle a cui fari riferimento tu. Queste persone, però, secondo me non negano il virus. Semplicemente adottano una “strategia” di sopravvivenza psicologica. Dovendo continuare a lavorare, uscire per fare la spesa, accompagnare i figli a scuola, etc. è molto “umano” farlo razionalizzando o anche minimizzando i reali pericoli, dicendosi “ma sì, viste le mie condizioni di salute e quelle dei miei familiari non sono troppo preoccupato”, come diceva Robydoc secoli fa.

                  Il che, a prescindere dal reale merito tecnico-scientifico, non fa di queste persone dei negazionisti o dei pericolosi untori.

                  Scusate, avevo scritto sta roba in risposta a Bice 28, poi non l’ho inviata subito e nel frattempo WM1 ha risposto in modo simile.

  36. Anni fa WuMing1 pubblicò un libro dal titolo New Thing. L’autore, stanco di ascoltare i Ramones, decideva di rioccuparsi di jazz, dandoci nella forma del giallo un trattato sulla storia di questa musica. Ovviamente si era documentato, ma forse mal consigliato nella bibliografia appariva che la principale fonte della sua interpretazione erano i libri di Luca Cerchiari. Ora, non è qui il caso di approfondire chi sia questo personaggio e quale posizione occupi nell’ambito della musicologia afroamericana, diciamo che è un personaggio controverso. Qualche anno dopo pubblicò un volume dal titolo Jazz e fascismo. Non si sa se il libro sia tutta farina del suo sacco (conoscendo il soggetto), quel che è certo che vi compare una entusiasta postafazione di Romano Mussolini!
    Insomma, il povero WuMing1 era stato tradito dal suo dilettantismo sull’argomento
    Tutto ciò per dire che non mi fido dei Wuming quando parlano di jazz, figuriamoci quando discettanio di pandemia!

    • Complimenti, hai scritto il commento più scadente nella storia recente di Giap.
      Non sto nemmeno a elencare il gran numero di fallacie logiche che contiene, a partire dal “colpevole per associazione”, peraltro associazione parecchio labile, e retroattiva. Faccio solo notare che in coda a New Thing c’era una bibliografia, e contava 58 titoli, dei quali di Cerchiari ce n’era uno, Civiltà musicale afroamericana. Alle origini del jazz, del samba e dei canti spirituali, e nessuna indicazione che fosse una fonte privilegiata rispetto alle altre (infatti non lo era).
      Comunque, se erano sedici anni che ti lavoravi in bocca questo bolo di bile, non era comunque necessario sputarlo qui, dove è anche OT.

    • Questo è il classico esempio di un commento del tutto pretestuoso, scritto per provocare, mandare in vacca la discussione, farsi buttar fuori da Giap e andare a lamentarsi con gli amici di essere stati censurati da Wu Ming. Ormai è diventata una posa noiosissima.
      Ad ogni modo, nel nostro primo romanzo abbiamo infilato una bottiglia di Chianti nella prima metà del Cinquecento. Nonostante la correzione già nella prima ristampa, io non mi sarei più fidato di Wu Ming fin da allora.

  37. Scusate, chiudo subito l’off topic: giusto qualche riga per precisare due punti.

    Primo punto: il libro di Cerchiari citato in coda a New Thing non ha influenzato la sostanza del testo in modo determinante. Wu Ming 1, anzi, conosce bene e condivide (lo dico perché ne abbiamo tra l’altro discusso diverse volte) le critiche agli scritti di Cerchiari, in primis quelle molto circostanziate del musicologo Stefano Zenni (rinomato docente di storia del jazz, analisi delle forme e insegnamenti affini, nonché voce di Radio3 in programmi come Wikiradio e Body and Soul.)

    Secondo punto. Nel commento di Ayler c’è un pregiudizio maggiore, che ha già giustamente messo alla berlina Wu Ming 2, e su cui non mi soffermo: siccome i Wu Ming non sono affidabili quando si parla di jazz (premessa), a maggior ragione non possono capirne di pandemia (conclusione). Naturalmente è un paralogismo, perché tra jazz e pandemia non c’è alcuna implicazione logica. L’affermazione è tanto priva di senso quanto lo sarebbe quella di segno opposto, che siccome io presumo di saperne di jazz, sono titolato a parlare di pandemia. Basterebbe tra l’altro dare un’occhiata all’antologia The old New Thing, curata dallo stesso Wu Ming 1, e alle molte collaborazioni tra Wu Ming e jazzisti di varia estrazione (i primi che mi vengono in mente: Cusa, Puglisi, Gallo, Mattiuzzi, Gebbia), per rendersi conto che il collettivo ha con il jazz una frequentazione niente affatto episodica. Quindi anche la premessa del paralogismo, almeno secondo me, è infondata. Il che manda a vuoto anche il pregiudizio minore per cui, secondo Ayler, Wu Ming 1 avrebbe deciso di occuparsi di jazz solo perché doveva scrivere un libro («L’autore, stanco di ascoltare i Ramones, decideva di rioccuparsi di jazz»): a dirla tutta, a me pare che l’autore si sia occupato di jazz molto più che dei Ramones. Dà anche un po’ fastidio il velato sottotesto che chi ascolta punk sarebbe poco degno di parlare del più nobile jazz… Come se gli ascolti di una persona debbano per forza essere confinati in compartimenti a tenuta stagna, e l’ascoltatore di punk non possa essere, contemporaneamente, un ascoltatore di jazz.

  38. A proposito di conseguenze sulla salute mentale delle persone, sullo Scientific American è uscito un articolo intitolato «The Surprising Mental Toll of Covid19». In realtà leggendo si capisce che non è direttamente il Covid a far pagare un prezzo enorme in termini di salute mentale, quanto certe risposte che il Covid ha attivato, a partire dalla mala informazione e (nella primavera scorsa) dalla chiusura delle scuole. Il pezzo contiene dati e riflessioni importanti. Ne traduco molto rapidamente un estratto:

    «Un risultato inaspettato, in tutte e tre le indagini, è stato il costo eccessivo pagato dai giovani adulti. Nell’indagine del CDC, il 62,9 per cento dei giovani tra i 18 e i 24 anni ha segnalato un disturbo d’ansia o depressivo, un quarto ha detto di usare più droghe e alcol per far fronte allo stress da pandemia, e un quarto ha detto di aver “preso seriamente in considerazione il suicidio” nei 30 giorni precedenti. I giovani adulti erano anche la fascia d’età più colpita in uno studio inconsueto, condotto in tempo reale, che ha tracciato il rapido aumento di “stress acuto” e depressione in tre momenti tra metà marzo e metà aprile. “Ci aspettavamo il contrario perché era già chiaro che gli individui più a rischio di ammalarsi erano i più anziani” dal virus, dice l’autrice principale dello studio, Roxane Cohen Silver, una psicologa dell’Università della California, Irvine.

    Silver sospetta che i giovani “possano aver risentito di più la devastazione di momenti-chiave della vita: lauree, matrimoni, l’ultimo anno di college e di scuola superiore. Tutte queste transizioni sono state interrotte, così come le relazioni scolastiche e sociali, che sappiamo essere molto importanti per i giovani”.

    Il suo studio, che ha coinvolto 6.500 persone, indica un importante fattore ansiogeno per le persone di tutte le età: l’esposizione alla copertura mediatica dell’epidemia. Particolarmente problematica è l’esposizione a informazioni contrastanti. Silver, che ha studiato le ricadute psicologiche di eventi come l’11 settembre e l’attentato alla maratona di Boston del 2013, afferma che la fissazione per i media è un noto fattore di rischio: “Se le persone si espongono a una grande quantità di informazione, è più probabile che mostrino e segnalino angoscia, ma questa angoscia sembra attirarle ulteriormente verso i media”. È un modello ciclico dal quale è difficile districarsi”.

    Silver e altri che indagano sui traumi di massa hanno consigli su come mantenere l’equilibrio mentale in tempi difficili. Limitare il consumo dei media ed evitare i resoconti sensazionalistici è uno di questi […]

    Meno abbracci e meno condivisione del dolore possono spiegare perché le persone non sembrano adattarsi alla nuova normalità, dice Pennebaker. “Questo non è l’11 settembre o un terremoto, dove succede qualcosa di grosso, e tutti noi torniamo alla normalità abbastanza velocemente” […] Le ricerche dimostrano che la scrittura espressiva aiuta le persone ad elaborare le emozioni difficili e a trovare un significato. “Se ti preoccupi troppo del COVID”, dice Silver, “prova a scriverne”.»

    • Sempre riguardo agli effetti dell’informazione sensazionalistica sul Covid, è molto interessante anche questo report apparso su Axios, secondo cui un effetto dell’eccesso di informazione sulla pandemia è, in buona sostanza, di generare fatica mentale e poi disattenzione. Viene riportato il parere della sociologa Zeynep Tufekci:

      «Forse uno dei motivi per cui il pubblico è diventato più apatico nei confronti della copertura mediatica sul virus è che si è fatta troppo ridondante e spesso allarmistica.
      […] Tufekci cita i media che riportano le rare morti avvenute durante la sperimentazione di vaccini come esempio di informazione che allontana il proprio pubblico.
      […] Il suo consiglio ai media: “Pubblicate di meno. Per pubblicare cose leggibili, state semplificando troppo”.»

  39. Scusa ayler, ma dove sta il problema nell’ascoltare i Ramones??? Il jazz è superiore al punk? O se uno ascolta i Ramones non può ascoltare Duke Ellington? Speravo che il discorso su ciò che può essere definito “arte” fosse superato…
    Lessi New Thing qualche anno fa, me lo ricordo molto “informato”, pur sapendone io molto poco. Magari una fonte si sarà rivelata di destra, ma persino loro, ogni tanto, raramente certo, dicono o scrivono cose sensate. In ogni caso spero che i Wu Ming continuino a parlare di epidemie finché lo riterranno opportuno: è sempre molto istruttivo. Per la vulgata corrente si può scegliere qualunque mezzo mainstream, c’è l’imbarazzo della scelta.

  40. Negazionisti istituzionali:

    Il Garante per i diritti dei minori della Provincia autonoma di Trento esprime profonda e crescente preoccupazione in ordine alla recente misura adottata dal Governo centrale ed estesa a tutto il Paese, riguardante l’obbligo di indossare la mascherina da parte di alunni e studenti nelle scuole, anche in posizione statica.

    A prescindere da considerazioni circa gli effetti sulla salute fisica che l’uso prolungato delle mascherine comporta, ciò costituisce un’ulteriore limitazione, che – unitamente alle misure adottate in precedenza – incide pesantemente sul mondo dell’educazione e sul principio stesso dell’educare: appare come un’ulteriore applicazione esasperata del principio di precauzione sanitaria, con pressoché totale disconoscimento di tale principio per altri aspetti della salute, quale quello relativo all’equilibrio psichico ed alla qualità delle relazioni sociali.

    L’introduzione delle misure di distanziamento sociale e dei dispositivi di sicurezza, che nascondono gran parte del volto degli interlocutori (insegnanti ed altri lavoratori, compagni di scuola) ha sollevato e solleva tuttora rilevanti questioni e importanti ricadute per lo sviluppo psico – sociale dei bambini e dei ragazzi, quali “adulti in divenire”.

    E’ stato autorevolmente sottolineato come il riconoscimento del volto costituisca una delle più importanti abilità dell’essere umano, poiché influenza la formazione dei legami relazionali con il prossimo.

    Molti studi hanno dimostrato come già dalla nascita pare esservi una predisposizione innata al riconoscimento del volto umano: un volto parzialmente celato è un volto non pienamente riconoscibile, di cui non si evince l’autenticità.

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      E’ stato autorevolmente sostenuto come “un volto non visibile nella sua interezza scompone quella integrazione olistica che appartiene alle disposizioni neuronali di cui siamo depositari ed infrange un patto segreto ed antico dell’uomo di fronte all’altro uomo. I bambini semplicemente direbbero “non vale!”. Anche nella stessa dimensione onirica, l’uomo senza volto rappresenta uno stereotipo che rimanda ad una condizione di angoscia profonda, un enigma carico di inquietudine… E’ proprio il volto che inizia e rende possibile ogni discorso ed è il presupposto di tutte le relazioni umane: il volto dell’Altro entra nel nostro mondo, esso è una visitazione, una responsabilità, esso mi guarda e mi ri – guarda…”.

      La mascherina, quale presidio indicato come idoneo, anche quando indossata dagli insegnanti rappresenta dunque già di per sè un elemento fortemente perturbante per il bambino, che non ha così modo di percepire l’intenzionalità, l’espressione che rispecchia un’emozione, né il labiale mentre la persona parla: se poi tale dispositivo diventa obbligatorio per gli stessi alunni, si impongono necessariamente ulteriori approfondimenti in ordine agli effetti sulla loro salute psicofisica.

      Preme ricordare che questo nuovo, ultimo provvedimento si inserisce in un contesto di paure e stati d’ansia generalizzate ed ormai consolidate da alcuni mesi che colpisce tutti, ed ha un potere molto più grande sugli individui che si stanno formando.

      La scuola è purtroppo diventata il luogo degli annunci, dei vari provvedimenti spesso confliggenti tra loro, che hanno come unico risultato quello di essere moltiplicatori d’ansia, in una situazione che rischia ancora una volta di lasciare inascoltati i principali attori di questa realtà: le alunne e gli alunni.

      Tutto ciò comporta un’evidente violazione delle norme della convenzione di New York sui diritti del Fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata in Italia con legge 27 maggio 1991, n. 176.

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        Da tempo e da più parti si va ripetendo come l’impatto di questa situazione sia particolarmente destabilizzante sul benessere psichico di tantissimi bambini, soprattutto – ma non solo – di chi già soffre di particolari problematiche.

        Se, dunque, da un lato è giusto tutelare la salute fisica, è altrettanto doveroso porre attenzione alla salute globale delle persone, quale definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: i bambini ed i ragazzi, che, sulla base dei dati attuali, sono maggiormente risparmiati dal virus dal punto di vista fisico, sono per contro danneggiati per ciò che riguarda il loro benessere psicologico ed emotivo.

        Non possiamo nasconderci quanto i bambini abbiano da metabolizzare su ciò che è accaduto e sta accadendo, nelle loro case e negli spazi pubblici che frequentano.
        Esemplificando:
        – l’interruzione delle normali attività;
        – l’improvvisa separazione dagli amici;
        – la paura stessa del virus;
        – il vivere, in ambito scolastico, un clima di costanti paure, divieti ed incertezze, anche di tipo didattico;
        – il dover ubbidire a norme e protocolli che si pongono in netto, stridente contrasto con le leggi naturali del comportamento umano, che sono essenziali per la stessa vita di relazione e di scambio;
        – il dover subire, in caso di trasgressione di quelle norme, rimproveri o sanzioni a volte irragionevoli ed inutilmente punitive;
        – l’assistere impotenti ad una quotidiana, crescente conflittualità, che coinvolge le stesse famiglie, la scuola e gli spazi sociali condivisi;
        – l’esposizione eccessiva a strumenti digitali, con il rischio del radicarsi di quel nuovo preoccupante fenomeno, già definito “demenza digitale”.

        Non si può non ricordare sempre, fino alla noia, che la natura umana è intrinsecamente relazionale ed il nostro cervello si sviluppa solo grazie a relazioni di una certa natura: le relazioni familiari, come quelle sociali, hanno bisogno, per poter evolvere, di appoggiare continuamente ad una presenza fisica e di poter essere vissute con fiducia, e non con sospetto e paura! Ogni surrogato – anche super tecnologico – sarà sempre deficitario (vedi Didattica a distanza) e qualsiasi limitazione – soprattutto quando è potenzialmente produttiva di “danni collaterali” – non può essere protratta oltre un tempo di ragionevole tollerabilità.

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          Continuare ad instillare nella persone, e ancora più nei bambini, il timore del “nemico invisibile” di cui il prossimo può essere portatore, porta ad impoverire e annichilire ogni possibilità di crescita, scambio, arricchimento; equivale in sostanza – come è stato ben sottolineato – a cancellare ogni possibilità di vita intensa e felice.
          Questo ulteriore sacrificio non fa che aggravare le già pesanti limitazioni imposte e ciò, malgrado le Scuole abbiano compiuto e stiano compiendo grandi sforzi – è bene riconoscerlo – allo scopo di far fronte alla complessità della situazione e garantire un servizio adeguato.

          Ma forse questi sforzi non bastano: se alunni, insegnanti ed operatori dovranno imparare a convivere con delle limitazioni, si rendono necessari investimenti di maggiori risorse finanziarie ed umane, per adeguare gli istituti scolastici a criteri di maggiore sicurezza per tutti, indipendentemente ed al di là dell’emergenza COVID.

          La centralità della salute mentale è un bene irrinunciabile dell’individuo e le restrizioni anti-COVID, se non calmierate e compensate con adeguate misure e sostegni, rischiano di diventare acceleratori non solo di malessere e di disagio psichico globale, ma anche di disuguaglianze sociali, familiari, individuali e territoriali: pare dunque legittimo domandarsi se non si possa pensare ad altri possibili interventi, di natura strutturale, organizzativa, ambientale, tali da evitare ulteriori compressioni e limitazioni fisiche, che incidono sui sacrosanti diritti – prima di tutto naturali – di bambini e ragazzi.

          Pare urgente inoltre chiedere che i Governi – nazionale e locali – possano avvalersi, in prospettiva delle loro decisioni, di saperi completi ed interdisciplinari, che possano aiutare a contemperare le esigenze sanitarie in senso stretto e la qualità della vita di tutti i consociati.

          Questo Garante – pur consapevole della gravità e complessità della situazione in essere – si appella alle SS.LL., per chiedere un ripensamento urgente rispetto alle misure da ultimo adottate, che incidono pesantemente sulla vita dei bambini, dei ragazzi e delle loro famiglie, già da tempo messi a dura prova.

          • Grazie per questi commenti, danno davvero da pensare. Riflettendoci, ho considerato sempre una boutade quando mio figlio, tre anni e mezzo, mi dice “mamma non ti riconosco” quando siamo fuori e devo indossare la mascherina. Poi l’abbasso un secondo e mi dice “ora ti riconosco”… È così facile sottovalutare questioni importanti e delicate per i più piccoli. Mi sembra comunque che le maestre della scuola dell’infanzia facciano un uso estensivo delle visiere quelle trasparenti lunghe a proteggere tutto il volto ma non a celarlo. Alla luce di quello che ho appena letto ne comprendo finalmente il motivo, mi sembrava un modo forse eccessivo di proteggersi, e invece ha ragioni ben più profonde, suppongo a questo punto.

            • Ciao Sweepsy, leggere le espressioni facciali è importante anche per gli adulti, oltre che per chiunque abbia una comunicazione non verbale. Se ci pensi, quando abbiamo la mascherina, facciamo più fatica a comprendere cosa ci dicono gli altri e dobbiamo chiedere di ripetere quanto si è detto. Non è solo perché non lo abbiamo sentito ma, anche, perché non lo abbiamo “visto”. Anche noi, tendiamo a leggere il labiale. Non solo per comprendere le singole parole ma per attribuirgli un significato. Posso pronunciare una frase che, a seconda dell’ espressione del viso, può essere interpretata differentemente. Quello che succede ai bambini, ora, si potrà paragonare ad una sorta di privazione sensoriale in futuro. Le deprivazioni di questo genere possono provocare traumi prolungati nell’esistenza, non sempre recuperabili. Traumi di tipo cognitivo ed emotivo. All’aperto, tranne che in situazioni di particolare affollamento,non indosso la mascherina e, se parlo con qualcuno, tengo una distanza che mi consenta di abbassarla per essere compresa correttamente. Ma mi è anche capitato di litigare per strada, di non avere la mascherina, e che il mio interlocutore si avvicinasse minacciosamente alla mia faccia. Tutta questa paura del virus è ad un livello subcosciente, perché negli atteggiamenti della vita quotidiana, a parte seguire in maniera dogmatica e scrupolosa quanto prescritto ( anche le virgole), la maggior parte delle persone non può realmente mutare le sue abitudini di comportamento così profondamente radicate nella quotidianità e nell’impulsività o istintività. Questo significa, semplicemente, che la gestione della sicurezza non può essere affidata solo ed esclusivamente ai singoli che, in maniera coscienziosa, cercano di osservare tutte le regole. Ci deve essere, a prescindere, un apparato di cura funzionante ed efficiente,per non impedire alle persone di vivere. Per moltissime persone lo sforzo di concentrazione per evitare il contagio è obiettivamente superiore alle possibilità. Vale per tutti noi, praticamente.

  41. Sono d’accordo con alcune cose che sono state dette, come in particolare l’assurdità del coprifuoco – dispositivo disciplinatorio per imporre una vita fatta di lavoro, casa e divertimento individuale al chiuso – e l’assoluta disattenzione alle altre patologie psicologiche e sociali, nonché lo stravolgimento delle tappe di vita di alcune persone. Tuttavia, non sono d’accordo riguardo al rifiuto dell’isolamento in casa. Quale sarebbe l’alternativa? Uscire e frequentare nuovamente gli spazi sociali come se nulla fosse? Chiudersi in casa fa schifo e non ha nessun aspetto positivo dal punto di vista psicologico. Però, vista l’impossibilità di raggiungere l’immunità di gregge, non farlo probabilmente porterebbe ad un massacro di massa e al collasso del sistema sanitario, oltre che aumentare le disuguaglianze (visto che i ricchi, avendo la possibilità di accedere a costose cure private non sono minimamente colpiti dal virus).
    L’obiettivo politico attuale, al contrario, dovrebbe essere quello di far pagare la crisi a chi non se la sta passando male. Mi riferisco ad Amazon, la grande distribuzione, chi mette in affitto case e locali e altri attori simili che in questo momento non mi vengono in mente, i quali non hanno alcuna intenzione di cambiare lo stato delle cose. Dovrebbe essere messe in atto varie strategie radicali: ad esempio una massiccia tassazione di chi sta facendo enormi profitti con la pandemia, la sospensione totale dell’affitto fino alla fine della crisi e il sequestro di appartamenti e alberghi vuoti per isolare i contagiati o per chi vive in una situazione abitativa in cui non può praticare il distanziamento fisico in casa.
    Ovvio che queste richieste appaiono pura fantasia nello stato di cose attuale, con il governo impegnato sempre e comunque a difendere gli interessi del capitale, ma mi sembrano delle buone rivendicazioni politiche da portare avanti. Il dispositivo di isolamento sociale può anche essere usato come un temporaneo strumento biopolitico di controllo, per la cura della comunità nel lungo termine. Al contrario, chiedere la libertà di uscire come se la pandemia fosse passata vorrebbe dire fare gli interessi del capitale e prolungare la durata della pandemia.

    • Jacopo, la pandemia non è passata, quindi solo uno stolto potrebbe fare finta di niente. Il tuo discorso sulle rivendicazioni e gli obiettivi che si dovrebbero perseguire è pure condivisibile, ma ha due premesse errate.

      La prima è che in casa ci si contagi meno che fuori. Al contrario: è molto meno probabile contagiarsi all’aperto, dove l’aria circola, che al chiuso. Certo, se l’aperto consiste in un affollato concerto di piazza, o nella curva di uno stadio, o in un fitto di gente durante lo shopping del sabato pomeriggio in una via pedonalizzata del centro storico, o in una metropolitana strapiena, non ci siamo. Ma se togli i luoghi e le occasioni di alta concentrazione, o se almeno ne regoli l’afflusso (quest’estate sono stati fatti concerti all’aperto con il distanziamento tra gli spettatori), stare all’aria aperta e vedere altri umani ti fa molto meglio che stare al chiuso in termini di contagio. E magari ti allevia anche le cause di paranoia, depressione, claustrofobia, sociopatia, infopatia, ecc.

      La seconda premessa errata è che stando reclusi in casa si possano condurre quelle lotte per far pagare la crisi pandemica ai ricchi anziché ai poveri, quelle di cui parli tu. I ricchi infatti staranno reclusi nei loro appartamenti di lusso e i poveri nei loro appartamenti popolari. E quando ti hanno chiuso in casa con chi protesti? Con la tua famiglia? Come lo convinci lo stato confindustriale a essere meno confindustriale? Come lotti? Firmando petizioni su internet? Facendo assemblee su Zoom? È molto più facile che sbrocchi, ti deprimi, perdi i contatti con la realtà sociale e con gli umani che non siano i tuoi famigliari, e che scambi il web per l’unico specchio della realtà (come quei tizi nella grotta di Platone, anche se non era il web, ma insomma…).

      È quello che stiamo ripetendo su questo blog da sei mesi.

      • La fallacia logica più grande di tutte è che per vivere tombati in casa bisgna farsi portare la roba a casa dai corrieri amazon, uber, stocazzo. Quindi quei corrieri sono sacrificabili, o hanno licenza di uccidere, a seconda di come si vuol vederla. Inoltre qualcuno deve coltivare la terra, allevare le vacche, confezionare il cibo, portarlo in giro col camion. E qualcun altro deve produrre tanti bei tablet da distribuire agli studenti, e laptop per il telelavoro. Tutta roba che non si produce in smartworking, come del resto non si fa in smartworking la manutenzione delle fogne e degli acquedotti, delle linee elettriche, della rete di distribuzione del gas, ecc. Anche lì lavoratori sacrificabili, o con licenza di uccidere, a seconda.

        Per farla breve: non accetto prediche e ricatti morali da chi si mette da solo su un piedistallo immaginario di virtù. Se io uccido in prima persona andando a insegnare o passeggiando in un bosco, chi si tomba in casa uccide in outsourcing facendo correre i fattorini di amazon.

      • @Wu Ming 4 grazie per la bella risposta approfondita. Devo dire che hai completamente ragione riguardo alla seconda premessa, e sono d’accordo. L’azione politica non può prescindere dallo scendere fisicamente in piazza, in quanto le forme di “protesta sul web” sono inutili e l’unico effetto concreto che possono avere è quello di aumentare l’impatto ambientale dovuto ad un maggiore uso di energia elettrica. Scendere in piazza è la prima cosa da fare, per poi fare le rivendicazioni politiche di cui ho parlato. L’unica cosa che volevo dire è che un lockdown, più breve ma più intenso (riguardo alla vera chiusura di più attività produttive possibili) di quello che stiamo subendo, può diventare anche un’arma per la salute delle masse.

        Riguardo alla prima premessa invece sono parzialmente d’accordo. Innanzitutto si, è vero che il rischio di contagio è minore all’aperto e con le opportune misure – tipo il distanziamento degli spettatori ad un concerto – viene praticamente annullato. Però il fatto che esistano pure tali opportune misure contribuisce a non eliminare completamente le patologie psicologiche. Almeno personalmente quest’estate, quando si usciva tranquillamente, comunque mi disturbava il fatto di non poter abbracciare amiche ed amici come facevo prima della pandemia, così come anche come la duplice sensazione di voglia e timore di andare ad un evento dove non c’era distanziamento sociale, e soprattutto è sempre presente l’angoscia che questo modo di comportarsi possa diventare permanente. In ogni caso, però, dopo che qualcun* sta fuori, comunque a casa ci torna ad un certo punto, e se vive in una condizione abitativa che facilita il contagio il problema rimane. Per concludere, per questo motivo secondo me ritorna centrale – scendendo in piazza – chiedere delle condizioni abitative adeguate per superare la pandemia (al costo di requisire gli alloggi vuoti) per garantire a tutt* un vero distanziamento. Inoltre, le lavoratrici e i lavoratori veramente essenziali devono avere diritto a misure di sicurezza adeguate, oltre che ad un aumento di stipendio e un adeguato riconoscimento per il loro lavoro.

    • Fattene una ragione, usciremo di casa comunque. Lo facciamo già adesso, per andare a lavorare, a studiare, a fare la spesa *e* per respirare aria fresca nei boschi, per salvaguardare l’equilibrio psicologico dei nostri figli *e* per manifestare contro fascismo, razzismo e capitalismo. Come i/le compagn* sloven*, i/le compagn* american*, i/le compagn* cilen*, i/le compagn* grec*, i/le compagn* bolivian*, le compagne polacche, ecc. ecc., tutt* evidentemente servi del capitale. Per impedircelo servono le guardie, tante guardie, tantissime guardie, coi fucili e i blindati, come in marzo e in aprile. E anche allora si usciva lo stesso, per gli stessi motivi elencati sopra.

      • @tuco scusami, mi sono espresso malissimo, e le ragioni che hai nominato giustificano appieno l’uscire di casa. Con ‘uscire e fare gli interessi del capitale’ intendevo uscire ed aumentare i contagi senza un vero motivo, tipo stiparsi in un autobus pieno di persone che vanno a lavorare per un padrone che produce cose che in questo periodo sono essenziali solo per il suo profitto.
        In generale secondo me lo stare in casa è giustificato solamente dall’evitare situazioni che possono favorire l’aumento dei contagi. Ma se si tratta di uscire senza costituire alcun pericolo per le altre persone, oppure anche proprio rischiare di contagiarsi ma per combattere le forme di oppressione, non ci sono motivi per non farlo.

  42. Oggi una rappresentanza dell’Ordine degli psicologi ha manifestato in piazza Montecitorio, per denunciare l’indifferenza del governo di fronte all’ondata di dolore psicologico che sta investendo la società italiana.

    «Gli psicologi si sentono impotenti, perché non vengono messi nelle condizioni di poter aiutare una popolazione che sta passando dal disagio a condizioni di dolore psicologico, di angoscia e di depressione. Non possiamo fare prevenzione, non possiamo attivare programmi per lo sviluppo delle risorse di adattamento e della resilienza, non possiamo procedere con interventi mirati di sostegno, neanche verso gli operatori sanitari, i sopravvissuti dalle terapie intensive, le decine di migliaia di malati a casa, che hanno spesso più problemi psicologici che sintomi Covid, i bambini o ragazzi con problemi, le persone fragili. Perché tutto questo richiede politiche e iniziative pubbliche, dello Stato e delle regioni […] L’Italia non sa prevenire o intervenire tempestivamente per impedire che i problemi si aggravino. Il passaggio dal disagio al dolore psicologico non è ineluttabile né ingestibile: si può e si deve impedire».

    https://archive.is/JHd13

    • Qui [1] una serie di resoconti dall’Inghilterra sugli effetti che la pandemia stá avendo sulla salute mentale della popolazione. Traduco un passaggio importante:

      «Le differenze nel modo di affrontare la pandemia non sono distribuite a caso nel Regno Unito; dipendono dalle condizioni sociali e dalla situazione economica degli individui e delle famiglie all’interno della societá. Sono le categorie sociali che si trovano in una posizione socioeconomica di diseguaglianza a provare maggiormente un senso di ansia, panico, disperazione, solitudine e che riferiscono di non riuscire ad affrontare in maniera adeguata lo stress causato dalla pandemia. Preoccupante é il fatto che, alla fine di Giugno, 1 su 10 persone nel Regno Unito riferisce di aver avuto pensieri o sensazioni suicide nelle ultime due settimane; in certi gruppi di persone maggiormente svantaggiate questa proporzione é ancora più alta. L’impatto di queste disegualglianze socioeconomice hanno importanti implicazioni per la pianificazione di servizi pubblici e di supporto».

      Mi domando cosa accadrá in Italia, a breve, dove la categoria socio-demografica più colpita dal virus é anche quella che, per tantissime famiglie, rappresenta un importante ammortizzatore sociale.

      [1] https://www.mentalhealth.org.uk/our-work/research/coronavirus-mental-health-pandemic

  43. Nel frattempo un’autorevole rivista pubblica uno studio danese che evidenzia come portare la mascherina all’aperto non influisce sulla possibilità di prendersi il virus.

    https://www.acpjournals.org/doi/10.7326/M20-6817

    Verrebbe da dire che ce n’eravamo accorti, ma tuttavia il primo grande giornale a parlarne è il NYT (facciamo una riffa su quando ne parleranno anche gli italiani)

    https://www.nytimes.com/2020/11/18/health/coronavirus-masks-denmark.html

    Che alla fine cerca di dare parola un po’ a tutti ma fa un po’ tenerezza quando riporta il parere di “esperti” (che magari sono del cts italiano, ah ah… no scusate non fa ridere) che sostengono che questo contrasta con tutti gli studi fatti finora. Quali verrebbe da dire, perché da mesi sto cercando uno studio che abbia effettivamente dimostrato che le mascherine chirurgiche o di stoffa all’aperto siano servite a qualcosa.

    Ad ogni modo c’è una nuova questione che mi lascia perplesso perché ho saputo da un mio amico in quarantena con il figlio positivo al tampone, fortunatamente pochi sintomi e sta già bene, che da una settimana devono venire a portargli via i rifiuti. Ebbene sì, le persone chiuse in casa con il tampone positivo devono aspettare una raccolta di rifiuti a parte.
    Ora, lasciamo perdere il discorso dei rifiuti sanitari (farmaci siringhe etc) e lasciamo anche perdere il fatto che fino ad adesso se uno aveva un malato di aids in casa, o di meningite, o di epatite C, D, E non mi sembra che ci siamo mai posti questi problemi.E lasciamo anche perdere il fatto che gli operatori della nettezza urbana le protezioni dovrebbero averle sempre perché sono rifiuti cavolo, la dentro cresce qualunque cosa.

    Ci siamo posti il problema del rifiuto infetto con la Covid, ok. E la soluzione è una raccolta di rifiuti a parte? Allora, se la questione è far morire la famiglia di tifo così la covid si ferma, ok, mi inchino di fronte al cts più geniale della storia umana. Ma altrimenti, cosa cavolo ci vuole a disporre di versare nel secchio dei rifiuti prima di buttarlo via mezzo litro di candeggina commerciale che ammazza qualunque microrganismo ci possa essere?

  44. Oggi sono stata a trovare un amico cieco e gli ho letto le dichiarazioni del Garante per i diritti dei minori della Provincia autonoma di Trento, riportate da Robydoc. Quando ho finito, lui mi ha detto che si sente così da quindici anni ( da quando è diventato cieco) perché non potere leggere l’ espressione degli altri gli impedisce di comprendere una battuta, ad esempio, e di capire se si parla seriamente o se si scherza. La cosa che lo rende più infelice dell’essere cieco è non vedere la faccia degli altri. Ai bambini ed ai ragazzi si stanno chiedendo sforzi superiori a quelli degli adulti. E che,in nome della “salvezza”, comportano un prezzo altissimo. Soprattutto per chi è in fase di sviluppo. Senza considerare che i bambini vivono in un mondo fatto di assolutismi puri, per cui una regola ha valore solo ed esclusivamente se si applica con coerenza. Sono spesso costretti, per la stupidità e l’incapacità dei grandi, ad assumere posizioni più radicali di quanto non lo siano quelle di chi dovrebbe proteggerli o vorrebbe proteggerli così. Si rischia di produrre due effetti esplosivi concomitanti: un analfabetismo scolastico e forse un’incapacità di interpretare gli altri, di entrare in empatia, se la situazione si prolunga di molto. Come illustrato dai grafici pubblicati da Roy C.,le classi più povere (quelle citate da Wu Ming 1 nel commento, in merito al lavoro svolto dalla sua compagna per evitare un altissimo rischio di dispersione scolastica) sono quelle più colpite.

  45. Scusate ma fatico a condensare oltre:
    1

    – “Se attacchi Confindustria e non il governo, non stai davvero attaccando Confindustria.” è necessario ribadirlo, è uno dei noccioli della questione, ed è tristissimo che serva ripeterselo ogni due anche da dentro, dal movimento;
    – il padre dell’idea di tracciamento, Crisanti, ha proprio in questi giorni dichiarato che con questi numeri il non serve a nulla;
    – i vaccini influenzali, che darebbero una gran mano in quanto strumento chiaramente utile a identificare in questa fase il virus, in Lombardia restano un miraggio, ed è scandaloso, come scandalosa è la gestione dell’emergenza da parte delle regioni;
    – buona parte della narrazione sulla stretta nelle scuole si fonda, mi par di capire, sull’aumento esponenziale dei contagi nella fascia 10-19 anni (+1000%) perché poi questi uccidono i nonni, tutti casa e cura dei nipoti.

    https://bit.ly/2HmEqFO
    https://bit.ly/2IPcHxV

    Ora, tralasciando il fatto che si continua a non attaccare con forza le regioni per la questione dei trasporti ad esempio, messo così quel 1000 spaventa parecchio, mi sono allora fatto due conti incrociando i dati (ISTAT-ISS) e voglio anch’io commentare gli stessi dati dei giornali (non se ne può più):

    – la fascia 0-19 (son convinto come voi che le scuole funzionino da presidio sanitario) costituisce una popolazione di 10 milioni, quasi 11, di individui e, nonostante questi mesi di frequenza, una percentuale di contagiati su questa popolazione dell’1,1% circa (gli 0-19 rappresentano quasi il 18% degli abitanti italiani – il 17,79% a esser precisi – e “partecipano” al contagio totale per il 12,18%). Tutto questo nel bel mezzo del boom dei numeri, a scuole aperte (o chiuse, ma l’ultimo dato ISS è del’11 novembre, il picco pre-chiusura – 5 novembre – o molto prossimo ad esso, dopo quasi due mesi di frequentazioni fisiche, in presenza).
    È palese che ci sia stato un incremento vertiginoso dei casi tra i bambini-ragazzi, non vedo proprio perché dovremmo stupirci. Da febbraio a giugno gli studenti sono stati reclusi, hanno visto pochi o nulla campi estivi, sport, momenti di aggregazione “canonici” abituali (e se li hanno avuti, quei pochi sono stati quando il virus mordeva meno, col caldo, su questo dato mi pare che la comunità scientifica ormai sia concorde).

  46. 2 Quel 1000% in più, a volerlo leggere per quello che è, testimonia soltanto il ritorno alla vita sociale per un’intera fetta di popolazione sospesa da mesi e letto per bene fa meno paura, anzi: ad oggi possiamo estrapolare un dato assestato, il rapporto tra contagiati 0-19 e popolazione ci dice che questa è la fascia d’età meno colpita (0,69% fino ai 9 anni, 1,48% oltre, ci arrivo tra poco) e quella che incide meno sulla popolazione italiana (come scritto sopra, 18,79 contro 12,18 percento).

    – La scuola in senso stretto – 3-18 anni – rappresenta una fetta di poco meno di 9 milioni di persone, bene, il discorso non cambia: il 14,60% della popolazione fa l’11% dei contagi e vede una percentuale di contagio “interna” pari all’1,24% circa.

    – la scuola stricto sensu che prevede più spostamenti e utilizzo di mezzi – medie e superiori, 11-18 anni – vede crescere il numero di casi “interni” (1,48% circa, per un 1,11% complessivo 0-19) e quelli rispetto ai totali (6,94%) ma rappresenta il 7,64% della popolazione italiana, incide meno di ciò che rappresenta insomma, il saldo è positivo nonostante la scuola.

    – la fascia 20-66 (lavoratori, joggers, gente da movida ecc. ecc.) se la passa un po’ peggio ma, al solito, che la produzione non si arresti: il 61,44% della popolazione (circa 37 milioni di individui) fanno il 65% circa del contagio totale (per un dato preciso possiamo spingerci fino ai 69, visto che i dati ISS vanno per decadi, ma, la sostanza non cambia: il 64,86% della popolazione fa il 68,41% del contagio), evidenziando un’inversione di tendenza, il saldo negativo.
    Ma chi se ne fotte, s’ha da produrre.
    Questa fascia, 20-69 ha un indice di contagi “interno nettamente più alto (1,72%).

    -Tocca ora quindi aprire una parentesi sul baratro, dire di chi sta in bilico: la fascia 20-29, quella del primo impiego, del precariato, dei lavoretti da universitari fuori sede è fin qui la più colpita, rappresenta il 10,22% della popolazione e il 12,45% dei casi totali, con un indice “interno” dell’1,98% (il peggior dato di tutte le età lavorative). È purtroppo però impossibile in Italia aprire il confronto utile, quello sulle condizioni di lavoro, sulle tutele e i diritti dei lavoratori, meglio scagliarsi contro la scuola e le movide.

  47. 3. -Tocca ora quindi aprire una parentesi sul baratro, dire di chi sta in bilico: la fascia 20-29, quella del primo impiego, del precariato, dei lavoretti da universitari fuori sede è fin qui la più colpita, rappresenta il 10,22% della popolazione e il 12,45% dei casi totali, con un indice “interno” dell’1,98% (il peggior dato di tutte le età lavorative). È purtroppo però impossibile in Italia aprire il confronto utile, quello sulle condizioni di lavoro, sulle tutele e i diritti dei lavoratori, meglio scagliarsi contro la scuola e le movide.

    – Qui cominciano le montagne russe: come scritto sopra il dato è negativo su tutta la popolazione lavorativa, man mano però che ci si avvicina alla pensione (lavoratori più garantiti?) la differenza tra contagio e popolazione si assottiglia. Se escludiamo i 20-29, il 54,64% della popolazione registra il 55,96% dei casi di contagio (indice “interno” dell’1,67%), ancora un saldo negativo, ma migliore del precedente; se poi escludiamo anche i 30-39 il dato si assottiglia ulteriormente: il 43,10% della popolazione rappresenta 43,83% del contagio con un indice dell’1,65%.
    Per onestà, il secondo peggior dato del mondo del lavoro sta nella fascia d’età 50-59, gente nel pieno dell’impiego e che comincia a essere più soggetta al contagio, o forse più preoccupata poiché tendenzialmente più a rischio (possibile che si monitorino di più). Altra cosa interessante è il rovesciamento della tendenza, tornando a un saldo positivo, nella fascia 60-69, quella di chi si avvia alla pensione o ci è già andato (il 12,33% della popolazione fa il 10,79% dei contagi, con un indice “interno dell’1,43%, molto simile a quello della fascia 10-19).

  48. 4. – Peggiora di nuovo per i pensionati (dai 67 in su il 20,77% della popolazione rappresenta il 22,70% circa dei contagi, con un indice “interno” del 1,77%) ma anche qui, come per i 20-29 e i 30-39 inclusi, accorpando o scorporando acriticamente i dati le cose cambiano, è insomma facile prendere abbagli. Tra i 67 e i 79 (diciamo più o meno autosufficienti) il 13,40% della popolazione fa l’11,62% dei contagi totali. Il vero problema è tra i non autosufficienti: gli over 80 sono il 7,37% della popolazione ma pesano per l’11% dei casi totali, con un indice “interno” di 2,43%. La situazione per gli over 90 è poi la più pesante in assoluto: l’1,37% della popolazione vede il 3,17% dei contagi con un indice “interno” del 3,91%.
    Queste persone sono verosimilmente per la maggior parte del tempo a casa o in strutture, pagano per farsi accudire e curare. A me ‘sta cosa fa salire il sangue agli occhi, quando ci occuperemo di diritti negati, di assistenza negata, quando troveremo tempo per ripensare le condizioni di vita e lavoro? Quando capiremo che ‘possedere o meno un portafoglio’, e quanto questi portafogli siano o meno ‘funzionali’ all’oggi (i più anziani come i più giovani, concorrenziali e inutili in ossimoro), è ancora una volta il discrimine?
    Il crinale di complicità e rivendicazione potrebbe-dovrebbe saldare differenti generazioni di egualmente invisibili. In quale futuro guarderemo a un benessere sociale anziché restare ciechi e muti di fronte al benessere di chi ha determinato queste condizioni sulla nostra pelle, nascondendoci dietro a pandemie reali e misure di contenimento e prevenzione universale presunte, e la smetteremo una buona volta di trastullarci con improbabili teorie sulla scuola e sulla pelle di chi non conta un cazzo?

  49. Volevo un attimo tornare sulla faccenda delle statistiche. In questo momento sul sito di Repubblica viene riporata l’intervista di tal Bassetti , infettivologo, che dice”abbiamo sbagliato, anche i morti di infarto registrati come Covid, chiunque fosse positivo veniva indicato come morto di Covid”. Sono certissimo che fra poco pubblicheranno un’altra intervista a qualcun’altro che smentisce. Non avremo in questo periodo degli studi veri su questo tema. Fra alcuni anni, forse. In questo memomento la comunicazione è semplicemente propaganda, come tante altre volte in passato su altre questioni, dal costo del lavoro ai benefici del sistema elettorale maggioritario. Quindi direi che oggi discutere di statistiche è infruttuoso. Come ho detto tempo fa in un altro post, la statistica descrittiva non è una scienza, ma uno strumento che si usa per l’appunto per descrivere dei fenomeni. Le conclusioni sono tutt’altro che oggettive. Oggi quello che io penso si possa dire è semplicemente che la malattia è grave e a volte mortale in pochi casi. Quanti in percentuale per adesso e per i prossimi anni non lo sapremo. A quelli che chiedono: ma tu che proponi, direi invece, ma voi che proponete. Continuare così fino a quando? I danni sociali che stiamo accumulando sono enormi. Il vaccino? vedremo, anche su questo non c’è reale informazione,l’unica cosa concreta per ora sono le plusvalenze in borsa che seguono gli annunci. Intanto nel mondo del lavoro i sindacati sono spariti. Evaporati, e non solo CGIL,CISL e UIL che da tempo erano degli ectoplasmi, ma anche i sindacati di base, che dopo avere lanciato lo slogan “lockdown e reddito per tutti”, si sono accontentati del lockdown e sono spariti anche loro. Questo per i padroni è già un ottimo risultato. Difendiamo i deboli? questa società è gerontocratica come mai nella storia, i veri deboli oggi sono molto spesso i giovani e i ragazzi. E allora bisogna fare quello che è stato detto piu’ volte in questo blog, limitare le restrizioni a quelle che effettivamente influiscono sulla rapidità di trasmissione della malattia, tagliando tutte quelle (e sono molte) che servono solo a indurre timore e passiva obbedienza.

    • Non che la cosa mi stupisca, ma quello espresso da Bassetti è in assoluto il punto di vista più sballato sul problema del conteggio dei morti. Intanto, se l’elevata mortalità italiana fosse dovuta a quello, l’eccesso di mortalità rispetto alla media 2015-2019 non sarebbe superiore al numero ufficiale dei morti con Covid (il 90% dei quali è comunque morto di Covid). Invece anche contando i positivi al tampone morti per altre cause, all’appello ne mancano ancora diverse migliaia. Poi, forse la sparo grossa, ma la metà di quelle persone è morta perché viveva in questo paese di merda. E a lui dispiace perché ci facciamo una brutta figura di fronte agli altri paesi? Livello infimo.

      • Ciao Isver. Voglio chiarire che io non ho detto che condivido quello che dice questo Bassetti. La sua affidabilità per me non è né maggiore né minore di quella di tutti gli altri infettivologi che vedo e sento. Non ho la possibilità di dire se ha torto o ha ragione. E questo vale anche per la qualità “etica” di del suo discorso, che per me fa tranquillamente gruppo con quella di Burioni e degli altri che dicono cose opposte. Dico che un questa valanga di “informazioni” sul Covid che riceviamo,di informazione c’è veramente poco. Per cui le uniche informazioni vere che ho, ma non sono una statistica, sono quelle che acquisisco direttamente nella cerchia delle mie conoscenze lavorative e non e quella dei miei familiari. Non sono tante ma neanche pochissime, dato che dove lavoro siamo piu’ di mille, che è un numero rispettabile per farsi qualche idea, e abbiamo avuto qualche decina di casi e ho visto come sono andati. Non è una statistica di certo, ma almeno ne conosco i numeri per davvero. Di tutto il resto so solo quello che mi dicono i mezzi di informazione, ovvero poco o niente di affidabile.

        • Sì, scusa, mi sono accodato al tuo commento ma l’ho ignorato bellamente. E’ che di quello che dice Bassetti ne ho parlato soprattutto io, ultimamente, qui su Giap. Ed è frustrante argomentare a favore di un auspicabile ritorno di temi come questo nell’alveo di una discussione laica, aperta, scientifica, e poi osservare ‘sto tizio che si tuffa a bomba per fare il fenomeno e provoca uno tsunami di stronzate. Bassetti, per la cronaca, è uno di quelli che parlava di virus indebolito quest’estate. E’ un altro che ogni volta che parla fa danni, come Zangrillo.

  50. Anni fa, per lavoro, collaboravo con un gruppo di statistici nell’analisi di dati che incrociavano indicatori ambientali e indicatori sanitari. Vedevo i dati grezzi e mi facevo un’idea della situazione. Questi dati passavano quindi al trattamento statistico, che restituiva mappe frutto dell’analisi bayesiana, che disegnavano scenari completamente diversi da quelli che mi ero fatto io basandomi su elaborazioni di statistica descrittiva elementari. Personalmente non ho nemmeno idea di quale sia l’assunto dell’approccio bayesiano, anzi, sono se non diffidente (prerogativa, ahimè, degli ignoranti) ma almeno cauto nei confronti della statistica (mi tornano sempre in mente i polli di Trilussa); credo che le analisi che facciamo oggi ci diano una fotografia attendibile della situazione puntuale, che possa aiutare (in un mondo ideale nel quale operi una politica ideale) a mettere a punto e calibrare le politiche dell’emergenza, che possano aiutare i cittadini a districarsi nel caos informativo (e di questo, nel piccolo mondo giapster, dobbiamo ringraziare chi, con poco tempo a disposizione, si impegna in tal senso, studiando numeri, applicando metodi e condividendo i risultati), ma parole definitive verranno solo fra qualche anno da analisi strutturate, frutto di complesse opere di interpolazione (e di SW specifici). E probabilmente avremo delle sorprese.

  51. A me sembra che oltre a rappresentare «un cliché, un tic lessicale, una manifestazione di pigrizia», sia il termine che l’attitudine dei media ad evidenziare e amplificare certi comportamenti provocatori o conflittuali, vengano anche utilizzati in maniera strumentale per portare avanti determinate politiche sociali ed economiche. Il negazionismo climatico in questo senso é esemplare: personalmente ho creduto per molto tempo che fosse una questione di carenza di alfabetizzazione scientifica o di accesso alle informazioni, ma l’attivismo mi ha insegnato che in realtá la maggioranza delle persone che rifiutano l’evidenza del dato scientifico semplicemente non vogliono capirlo perché rifiutano di accettare le implicazioni materiali, economiche forse persino psicologiche e ideologiche che un cambiamento cosí radicale del nostro stile di vita comporterebbe. Tutto questo ha origine però in un certo modo di fare politica, nelle istituzioni. Utile per ch`i voglia approfondire maggiormente l’argomento il libro di N.Oreskes “Mercanti di dubbi.”

  52. È vero. Però non lo vedrei come atteggiamento negativo o pregiudiziale. Si pensi all’elettrificazione dell’automobile. Tralasciando l’impatto ambientale (che ovviamente esiste), fa ovviamente paura il futuro, eventuale obbligo ad acquistare auto elettriche costose, in luogo di economici diesel. Questa paura non sarebbe frutto di un rifiuto ideologico o psicologico, ma molto più prosaicamente rappresenterebbe un rifiuto economico (quello che chiami “implicazioni materiali”), perché un tale cambiamento dello stile di vita, in mancanza di politiche adeguate, significherebbe non solo allargamento della forbice socio-economica, ma vera e propria marginalizzazione di intere fette della popolazione. Non confonderei il “vorrei aiutare il pianeta ma non posso”, con “il pianeta sta bene così, non ha problemi”. Lo si è già fatto notare qui su giap parlando di responsabilità individuale relativamente ai comportamenti da tenere per limitare la diffusione del virus: è la politica che deve creare le condizioni per operare i cambiamenti; se gli input per certi mutamenti di paradigma possono provenire dal basso, gli strumenti per operarlo materialmente devono venire dall’alto.

    • Infatti ho chiuso specificando che «tutto questo ha origine però in un certo modo di fare politica, nelle istituzioni» Ti dirò poi che l’atteggiamento di certe persone, not tutte, per quello che ho potuto constatare personalmente, é sicuramente negativo in quanto nega l’evidenza, quella scientifica. Sul fatto che non sia pregiudiziale sono daccordo solo in parte: un individuo, non necessariamnte un magnate, che ha investito qualche doblone in azioni petrolifere avrá sicuramente un atteggiamento pregiudizialmente ostile nei confronti di chi protesta contro nuove esplorazioni (breve OT: faccio notare che per quanto riguarda la tecnica del “fracking” per esempio, la maggiornaza dei fondi arriva da prestiti bancari elargiti con una facilitá inquietante e da investitori minori, i cosidetti penny-stocks, roba accessibilissima alla cosidetta middle-class che infatti ci si é tuffata a capofitto). Ma anche per quanto riguarda per esempio un operaio che magari é cosciente del fatto che la “salute” del suo fondo pensione dipende in maniera rilevante da investimenti legati all’industria petrolifera, e cosí via. Per tornare alla situazione attuale, in ambito scolastico per esempio, l’abuso da parte dei media, in primis, e dalla societá civile, di riflesso, del termine criticato in questo pezzo é funzionale allo status quò; l’alternativa al negare che la DAD sia una ciofeca e che la scuola in presenza non rappresenti un rischio maggiore del recarsi a lavorare, sarebbe il pretendere investimenti seri e immediati da parte delle istituzioni; ma ne abbiamo paura perché sappiamo giá che, come nel caso dei cambiamenti climatici, primo ci arriverebbero le manganellate in testa e poi dopo arriverebbe la solita scusa per non agire: non ci sono i soldi; quando in realtá a mancare é semplicemente la volontá politica.

  53. «Negazionista» è un termine polemico, che nessuno applicherebbe a sé stesso e che funziona soltanto come accusa da rivolgere ad altri. La cosa non mi scandalizza particolarmente, è pieno di parole di questo tipo (per esempio, «sfruttatore» o anche semplicemente «stronzo») e mi pare che rivestano una funzione comunicativa importante, specialmente nel dibattito pubblico.

    «Negazionismo climatico» su Giap è addirittura un tag, cioè un concetto che in passato ritenevate abbastanza utile per raggruppare una serie di articoli su quel tema: https://www.wumingfoundation.com/giap/tag/negazionismo-climatico/ Leggo nei commenti che avete cambiato idea e pensate di dover fare autocritica per averlo utilizzato. Io invece continuo a pensare che fosse un uso efficace e del tutto giustificato, e scoraggerei anzi fortemente i giovani impegnati in Fridays For Future o altri movimenti simili dallo smettere di usarlo.

    Perché è efficace? Ma proprio perché è un po’ impreciso! Ovvio che non tutti in negazionisti (del nuovo coronavirus, del cambiamento climatico e della Shoah) negano letteralmente che queste cose esistano. Magari dicono che il virus c’è ma non ammazza quasi nessuno, che il pianeta si scalda ma non dipende dalle emissioni antropogeniche di CO2, che c’era un campo di lavoro ad Auschwitz ma tutti quei morti erano dovuti solo a un’epidemia di tifo portata dai pidocchi. In tutti e tre i casi non vedo perché fare un favore ai nostri avversari riconoscendo i loro distinguo insignificanti.

    Si dice: eh ma negazionismo si porta dietro riferimenti al nazismo. Ma certo! Proprio per quello è un’accusa infamante, e per giunta infamante “verso destra” che è proprio ciò che ci serve per aiutare a collocare politicamente queste posizioni. Tra l’altro non è che sia proprio un caso se i negazionisti del virus sono spesso anche negazionisti del cambiamento climatico, e se gli uni e gli altri includono al loro interno in blocco i fascisti, che sono al 99% su posizioni negazioniste-complottiste su entrambi i temi oltre che notoriamente sull’Olocausto.

  54. Osservazione più pertinente mi sembra quella che dice che il termine è pompato dai media mainstream per fare un gran calderone. Ma quello è il loro mestiere, e lo fanno egregiamente. Mi domando se il nostro, di oppositori radicali al capitalismo, sia quello di considerare “contaminata” ogni parola che abbia la ventura di finire in prima pagina su qualche giornalaccio borghese, o piuttosto sia quello di sfruttare a nostro vantaggio le contraddizioni e le crepe che si aprono nella pubblica opinione popolare e nel linguaggio comune.

    Faccio un esempio: la parola «fascismo». Ma non sarà forse vero che i mass media danno del fascista a casaccio, sia limitandolo a pochi casi folkloristici, sia appioppandolo a ogni movimento di massa che non gli vada a genio, sia equiparandolo al comunismo, sia infine utilizzando la bandiera dell’antifascismo pallido e incoerente del centrosinistra come copertura per portare avanti posizioni liberali? Mi sembra che vada proprio così. Sarei però perplesso se, come del resto fanno alcuni (i bordighisti e i loro cugini di Lotta Comunista, per esempio), si proponesse in virtù di questa ambiguità di non dichiararsi più antifascisti. «Non siamo antifascisti: siamo anticapitalisti!» – c’è chi usa questo artificio retorico ma lo trovo molto inefficace e autoghetizzante. Piuttosto invece si rivendica un antifascismo più intransigente di quello liberale, anzi, si dice che i liberali stessi scendono a patti volentieri coi fascisti e che per certi versi la stessa liberaldemocrazia ha tratti fascisti. Esempio: https://www.wumingfoundation.com/giap/2016/06/casapound-rapporti-con-lestrema-destra-nel-ventre-del-partito-renziano/

    • Non è questione di «contaminazione» o del farsi rubare le parole, è questione che alcuni concetti funzionano – teoricamente e operativamente – meglio di altri. Alcuni concetti sono falsanti ed è meglio rinunciarvi, altri vanno mantenuti perché utili anche se qualcun altro li usa male, altri funzionavano ma a un certo punto mostrano tutto il loro logorio, fanno più confusione che altro e se li lasciamo perdere è meglio. Ogni tanto i concetti bisogna vagliarli, farne l’inventario, sottoporli a “stress test”. Sai bene che nella storia del marxismo questa cosa è stata fatta continuamente, ci si è dedicato parecchie volte Marx in persona, e lo ha fatto per una vita Lenin, che ha scritto lunghe disquisizioni e interventi di vario genere per spiegare che a suo dire un determinato concetto era sbagliato, creava confusione e andava gettato nella spazzatura.

      • Ma senz’altro, se un termine fa più confusione che altro è di certo meglio cambiarlo. Il motivo non può essere però che il termine è diventato di uso comune, seppure con una connotazione imprecisa, perché *sempre* i termini politici quando vengono assunti nell’uso comune lo fanno in modo non scientifico, perlomeno nel capitalismo, visto che l’uso comune è determinato in modo importante dall’ideologia dominante. Trovami una parola che ha un’importanza politica che sia usata scientificamente dai grandi giornali… Semmai anzi sia Marx che Lenin erano soliti prendere parole di uso comune o comunque già esistenti e specificarne un significato più preciso; per esempio, «borghesia», «imperialismo», «valore», «dittatura», «monopolio» e via dicendo.

        L’imprecisione del termine «negazionismo» non fa confusione, in realtà fa chiarezza, perché accomuna cose superficialmente diverse che sono sotto sotto imparentate, proprio come è giusto usare «razzismo» anche per indicare gli xenofobi in generale e addirittura qualsiasi politica discriminatoria verso le minoranze e gli immigrati, a prescindere dal fatto che ci sia di mezzo anche una qualche teoria razziale a cui ormai non crede neppure il Ku Klux Klan.

        • Continuo a non essere d’accordo, secondo me anche l’uso che fai di “negazionismo” nel commento qui sotto non contribuisce a chiarire la questione, la posizione ipocrita dei padroni, la linea da seguire per denunciare quella posizione.

          Confindustria non è “negazionista”. Confindustria è disposta ad accettare il rischio del contagio per salvare la produzione. Confindustria ha “detto” al governo: chiudi le scuole, la cultura, la ristorazione. Salva l’industria. E il governo ha eseguito.

          Questo ha ingenerato una dinamica diversiva, una dinamica di colpevolizzazione di massa, a cui contribuisce anche la campagna mediatica contro i “negazionisti”. Il frastuono contro i “negazionisti” contribuisce a stornare l’attenzione dalle colpe dei padroni e del governo.

          Secondo me se per parlare dei padroni usi il termine “negazionismo” tutto questo non si capisce, ti tocca aggiungerci ulteriori spiegazioni per puntellare l’uso del termine, e intanto manchi il bersaglio e contribuisci alla confusione generale, e all’ulteriore impoverimento del concetto.

          • Il governo è confindustriale proprio perché non è negazionista: ha chiuso tutto ciò che poteva chiudere senza ledere gli interessi degli industriali. C’è una perfetta complementarietà su cosa si può chiudere e cosa no, quali classi sociali possono andare a fondo e quali no. Dare a Confindustria e al governo dei cripto-negazionisti sarebbe proprio mancare il bersaglio.

            Un episodio concreto realmente avvenuto spiega ancora meglio. Azienda del bolognese di medie dimensioni, 5 operai infettati di cui 2 in ospedale. Il sindacato dice agli operai di uscire subito dalla fabbrica, perché è chiaro che c’è un focolaio, ma gli operai hanno paura, perché senza una certificazione dell’Asl potrebbero essere licenziati per giusta causa e loro “non sono mica gli operai di Genova”. Nel frattempo il sindacato interpella il padrone, il quale non nega affatto la situazione ma dice, non c’è bisogno di fermare la fabbrica, ho disposto l’igienizzazione durante la pausa mensa e alla fine dei turni. Insomma per lui quei malati sono un costo sostenibile. Non ha bisogno di negare che esistano. È un minimizzatore? O un massimizzatore dei profitti in un momento di minimizzazione economica… boh. Comunque non è un negazionista.

            • Proprio questo esempio mi pare calzi a pennello: se il capitalista fosse stato un negazionista vero e proprio cosa sarebbe cambiato? In sostanza, nulla.

              Ecco perché se ci fossero delegati combattivi in quell’azienda la RSU farebbe secondo me benissimo a fare una denuncia pubblica in cui accusano il padrone di negazionismo: sarebbe molto efficace e nella sostanza direbbero la verità. Poi, certo, lui piagnucolerebbe che «non è negazionista ma»… però a noi cosa ce ne frega? Sarebbe lui sulla difensiva.

              Comunque mi pare chiaro che il motivo per cui avete scritto questo post non è certo difendere i padroni minimizzatori da eventuali accuse imprecise di negazionismo. L’idea che c’è sotto è che ci siano posizioni “giuste” che potrebbero essere danneggiate dall’accusa di negazionismo. Per evitare che ciò acccada però non servirebbe convincere i lettori di Giap a non usarlo, ma convincerne gli editorialisti di Repubblica.

              Al massimo finirà che convinciamo i “nostri” a non usare una retorica efficace, lasciando che venga solo usata contro di noi.

              • Purtroppo, l’uso “stile Repubblica” del termine “negazionista” ha fatto breccia anche tra i compagni, ne abbiamo diversi esempi.
                Poi ho da obiettare sull’efficacia dell’accusa di negazionismo scagliata contro un padrone che fa i suoi interessi: a me pare più efficace dire che quel tizio considera il profitto più importante della salute, piuttosto che dargli del negazionista, cioè in sostanza dello scoppiato. E’ come quando di un razzista o di un fascista omicida dici che è “un pazzo”. Mi pare più efficace chiamarlo con il suo nome e mostrare la sua contraddizione, che farlo passare per uno che ragiona male. Ragiona benissimo, ma da fascista. Come il padrone di cui sopra ragiona benissimo da capitalista.

              • Cioè secondo te muovere al padrone un’accusa falsa, dalla quale si può smarcare, sarebbe un attacco efficace? Bah.
                Ti dico invece cos’ha fatto il sindacato: ha denunciato la situazione all’Asl e ha accusato il padrone di mettere a rischio la salute degli operai. Che è la verità pura e semplice. Vecchia quanto il capitalismo, per altro.

              • Accusando il padrone di “negazionismo” anziché di avidità e indifferenza per la salute dei lavoratori – accusa che sarebbe molto più precisa, acuminata e comprensibile – non farebbero che aggiungere rumore al rumore. Userebbero per un padrone che ha davvero grosse colpe la stessa parola strillata da tutti i media e scagliata contro i soggetti più disparati, una campagna funzionale a far credere che se la curva si alza è colpa di tutti tranne che del governo e del padronato. “Negazionista” oggi è come “furbetto” a marzo-aprile, stesso funzionamento.

        • Scusa Mauro, ma prima dici che “negazionista” è un termine efficace proprio perché è un po’ confuso, e poi dichiari che “se un termine fa più confusione che altro è di certo meglio cambiarlo”. Non capisco come si concilino le due posizioni. Dici che Marx e Lenin avrebbero preso un termine di uso comune per precisarlo meglio, ma poi sostieni che i distinguo li fannno i nostri avversari, e quindi va bene tenersi il termine negazionisti così com’è. Nemmeno io mi strappo i capelli se uno usa la parola “negazionista”, me li strappo se la usa contro di me, perché dico che alcune misure prese dal governo per contenere la pandemia sono una pura mascherata, teatro sociale e camouflage.

          • Non è un termine confuso, è un termine impreciso, è “fuzzy”, come buona parte dei termini polemici usati nelle invettive. Retoricamente è normale accomunare i propri avversari moderati ai propri avversari estremisti, perché ovviamente li indebolisce. Per esempio diciamo che Pillon è un talebano, che Salvini è un fascista, che Musk è un untore, che Bezos è uno schiavista ecc. Nessuna di queste definizioni è precisa: Pillon non è un fondamentalista islamico cresciuto in una madrassa pakistana, Salvini è stato ministro dell’Interno e non ha instaurato una dittatura di destra, Musk non tiene aperta la fabbrica violando le norme anti-covid perché desidera consapevolmente aumentare i contagi e i dipendenti di Amazon sono lavoratori salariati e non vivono in catene nei sotterranei dei magazzini a Castel San Giovanni (anche se su quest’ultima cosa non metterei le mani sul fuoco). Ci importa assai di fare questo chiarimento o lasciamo che se la sbrighino loro?

            Il vero motivo per cui avete scritto il post è ovviamente perché non volete essere accusati voi di negazionismo. Secondo me era più semplice farlo dicendo: «Non siamo negazionisti». Oppure, meglio ancora, sbattervene le balle. :-) Perché in effetti se uno pensava che foste negazionisti questo post ha l’effetto opposto: è esattamente quanto chi è in mala fede ci si aspetta da dei negazionisti.

            • Eccerto, sono mesi e mesi che stiamo qui a cercare di smontare quelle che per noi sono narrazioni tossiche – sia quelle mainstream sia le fantasie di complotto – e manteniamo la postazione più scomoda possibile, tutto per pararci il culo e schivare accuse.
              Un commento così tienitelo per Twitter, non per Giap.

              • Roberto ma guarda che è quello che ha scritto Giovanni subito sopra, che il problema è che il termine è usato «contro di me» (immagino intendesse contro tutto un insieme di compagni). Non è mica pararsi il culo difendersi da un’accusa ingiusta, è semplicemente rispondere dialetticamente. Mi sembra del tutto legittimo ma penso che non sia necessario per difendersi da un uso sbagliato dell’epiteto affermare che sia l’epiteto in generale a essere sbagliato e chiunque lo usa contro chiunque altro parte del problema.

                Comunque eviterei anche di invitare chi interviene qua sopra ad andare sui social, salvo poi lamentarsi qua sopra che ci sono quelli che vi attaccano sui social invece di venire qui. Lo dice uno che non vi “attacca” né qui né sui social.

                • No, Mauro, il mio era un appunto sullo stile del tuo ultimo commento, più consono al “pensiero veloce” degli scambi sul birdsite che a una discussione su Giap. Una caduta di registro rispetto al resto dei tuoi commenti di oggi. Che personalmente trovo pieni di fallacie logiche e consigli di comunicazione poco utili, ma di questo si può discutere insieme, mentre se tu ti appigli alla prima persona (ipotetica) usata da WM2 per passare dalle argomentazioni ai presunti secondi fini, passiamo a una dimensione dove discutere non si può più. Intendo proprio sotto l’aspetto della logica.

                  • Non mi pareva affatto un secondo fine quello di chiarire la propria posizione, è un po’ il primo fine quando si scrive qualcosa di questo tipo. Hai visto un’accusa insidiosa in quella che mi sembrava una semplice banalità del tutto neutra, comunque OK.

                    Nell’uno e nell’altro caso, non dovete certo convincere me di non essere negazionisti; in effetti è mesi che cerco io stesso di convincere altri che non lo siate. :-) Resto dell’idea che chi vuole semplificare e sbraitare lo farà in ogni caso. Gli passerà.

                    Allora nuovamente mi chiedo: ma allora chi vogliamo difendere dall’accusa ingiusta di negazionismo?

                    • La domanda è decisamente mal posta, il punto non è chi “difendere” ma a cosa sia funzionale il continuo e chiassoso utilizzo del termine da parte dei media. Oggi il «negazionista» è uno spauracchio e un capro espiatorio anche più di quanto lo fosse il «furbetto» a marzo-aprile, è un “personaggio concettuale” al centro di una narrazione diversiva, colpevolizzante nei confronti di chi sta in basso e deresponsabilizzante nei confronti di chi sta in alto, una narrazione paracula e a tutela del sistema.

                  • Non vogliamo difendere proprio nessuno, Mauro, questo è un problema tuo, l’hai introdotto tu in questa discussione. Il post parla del fatto che l’accusa di negazionismo manca qualunque bersaglio eccetto un’infima minoranza del tutto irrilevante. Perché “negazionismo” nella vulgata mainstream non sta per quello che intendi tu, cioè per chi nega la necessità di misure straordinarie (che poi sono pochissimi pure quelli, come ti ha già detto WM1), bensì per chi nega che sia in corso una pandemia letale o addirittura che esista il virus. Tu puoi decidere di dare al temine un’altra accezione, se vuoi, oppure provare a sbarazzartene perché in realtà è inutile. Per noi usare lo stesso apparato concettuale del governo dei dittatori inetti e di Repubblica contro i padroni, quando questo non farebbe altro che rafforzare le retoriche dominanti, cioè quelle dei migliori alleati dei padroni – il governo e la stampa mainstream – è una mossa comunicativa massimamente inefficace.

                  • «Nell’uno e nell’altro caso, non dovete certo convincere me di non essere negazionisti; in effetti è mesi che cerco io stesso di convincere altri che non lo siate.»
                    E in questi mesi, difendendo noi da (presumo) compagni che brandivano l’accusa di negazionismo a cazzo di cane non ti è venuto il dubbio che sia un’arma spuntata e foriera di equivoci?
                    Strano forte.

            • Scusa Mauro ma questo commento vorrei non averlo letto. Sai bene che il termine “negazionismo” ormai viene utilizzato soprattutto dai fascisti e dai loro tappetini liberal in relazione alle foibe, che come sai sono un dispositivo di interdizione che agisce nel dibattito pubblico italiano da più di vent’anni. Sai anche che ci sono compagn* che sono stati minacciati di denuncia penale, e hanno subito censure e si sono vist* negare spazi pubblici perché etichettat* come “negazionisti delle foibe”. Basterebbe questo per porsi molte domande sull’uso che viene fatto di tale termine in real life e al di fuori della bolla della social-sinistra. La chiudo qua perché non ho altro da dire che non possano dire altr* meglio di me. Però magari pensaci a questa cosa.

              p.s. Nel post sul femminicidio che ho scritto anni fa con Mariano Tomatis anche noi avevamo utilizzato il termine “negazionismo”. Ora non lo userei più.

              • Guarda, è capitato anche a me di essere accusato di negazionismo delle foibe. Di certo non ho risposto sollevando obiezioni sulla liceità astratta del termine «negazionismo» ma semplicemente dicendo che le foibe secondo me sono esistite e quindi non le nego, ma anche che è vero che nego che siano un fatto della magnitudine e dell’importanza che gli viene attribuita ed è anche vero che nego che sia stata una pulizia etnica.

                L’accusa rivoltaci dai nostri nemici è efficace, e perciò la utilizzano, perché ci risuona dentro il negazionismo per antonomasia, cioè quello della Shoah. Che poi chi è finito nelle foibe è in buona parte proprio chi ha fatto la Shoah. Ma è efficace anche perché in un certo senso è vero che neghiamo la narrazione dominante sulle foibe. Il problema è che tale narrazione è diventata dominante, non la terminologia usata.

                Mi ero dimenticato che aveste usato tu e Mariano il termine in quell’articolo, ma mi pare anche in quel caso un uso efficace, esistono i negazionisti dei femminicidi e anche loro non è che negano che alcune donne siano uccise, ma fanno dei distinguo contorti per minimizzare il fenomeno, come avete ben spiegato. In quel caso la narrazione dominante sta diventando la nostra, tutto sommato, grazie alle mobilitazioni di massa delle donne, quindi possiamo usare bene il termine contro la minoranza reazionaria che la nega.

                Nel caso del virus capisco che la faccenda sia intricata perché in un certo senso la narrazione dominante è giusta (il virus ha fatto il salto di specie, si è diffuso in due ondate, si diffonde per via aerea, è abbastanza letale, colpisce soprattutto gli anziani ecc.), ma in un altro senso no (la colpa è dei furbetti, bisogna rinchiudersi in casa, il sistema sanitario non può farci niente ecc.). Per questo capisco il senso della proposta di non usare il termine, ma vedo anche i rischi di una lettura della realtà che enfatizza ancora troppo l’aspetto disciplinare dei provvedimenti rispetto ad altri aspetti.

                • La mia lettura è che l’apparato repressivo messo in campo a marzo/aprile – e in autunno per fortuna ancora no – era inaccettabile. Parliamo di soldati armati di fucili da guerra, elicotteri, droni, posti di blocco come non ne ho visti nemmeno tra Gacko e Trebinje nella Republika Srpska. Il tutto mentre le fabbriche restavano aperte, ma sui giornali si stigmatizzavano addirittura i lavoratori che affollavano le metro per andare a lavorare. Oltre a creare sofferenza e malattia mentale, quell’apparato repressivo ha prodotto un vulnus tale da rendere ora più difficile se non impossibile per qualunque autorità chiedere ai cittadini di dare una mano nel contenimento del contagio. Si è rotto qualcosa, molto in profondità. Si è rotto il patto sociale.

                  La mia lettura prosegue rilevando che la mortalità in Germania è stata un quinto di quella in Italia, e il motivo è che in Germania ci sono quattro volte più terapie intensive che in Italia per milione di abitanti, e il doppio di posti letto normali, e una medicina territoriale funzionante. Cose che in Italia non ci sono più a causa dell’austerity imposta dall’ UE (su pressione della Germania, che quindi non ha comunque nessun pulpito da cui predicare).

                  Nella mia lettura la critica della gestione dell’epidemia non può essere puramente sanitaria e non può prescindere dalla critica dello stato di polizia. Quando siamo scesi in piazza qualche settimana fa lo striscione diceva: -polizia +infermieri no alla militarizzazione delle nostre vite.

                • “Guarda, è capitato anche a me di essere accusato di negazionismo delle foibe. Di certo non ho risposto sollevando obiezioni sulla liceità astratta del termine «negazionismo» ma semplicemente dicendo che le foibe secondo me sono esistite e quindi non le nego, ma anche che è vero che nego che siano un fatto della magnitudine e dell’importanza che gli viene attribuita ed è anche vero che nego che sia stata una pulizia etnica.”

                  Per curiosità, che risultato hai ottenuto con questa spiegazione? Perché se a chi mi dà del negazionista, oggi, io rispondessi che il Covid non è la Spagnola e non è l’Ebola, be’, quella sarebbe la conferma che sono negazionista.

                • Ah sì, a proposito dei femminicidi, confermo che ora non utilizzerei più il termine “negazionismo”. In modo molto più diretto e brutale userei il termine “difesa della violenza maschile”. A ben pensare, i negazionisti nel senso originario del termine sono di fatto difensori del nazismo, e dirlo in modo chiaro e netto non sarebbe male. E diciamo pure che di contro chi viene bollato come “negazionista delle foibe” è quasi sempre uno storico o uno scrittore o un politico o un militante che difende l’esperienza dell’antifascismo internazionale, e a volte anche il tentativo di costruzione del socialismo autogestionario jugoslavo. C’è un conflitto che viene rimosso utilizzando il termine generico “negazionismo”, termine che a questo punto diventa ambiguo come e complementare a “totalitarismo”.

                  Per un’ecologia del discorso sarebbe molto utile, anche nel caso del covid, esplicitare quali interessi e gruppi di potere si assume vengano difesi da chi viene indicato di volta in volta come “negazionista”.

                  • Perfetto, Tuco. Perfetto. “Negazionismo” è in fondo, nella migliore delle ipotesi, una circonlocuzione, un’espressione indiretta che non esplicita il conflitto a cui volta per volta allude.

  55. Mutatis mutandis, trovo molto più efficace dire che i negazionisti esistono eccome ma non sono solo né soprattutto personaggi folkloristici e complottisti quanto, per esempio, quelli che dicendosi a parole molto preoccupati per i contagi negano che il virus si diffonda nei posti di lavoro. Ed è vero che non si può attaccare Confindustria se poi si fa parte delle Bambine di Conte (anche se una certa dialettica tra Confindustria e i partiti di governo indubbiamente esiste), ma mi sembra che il discorso diventi ben più efficace se ciò che si imputa a Confindustria è proprio una forma strisciante di negazionismo e quindi si ribalta sul governo l’accusa di fare comunella coi negazionisti, accusa che il governo invece lancia su chiunque scenda in piazza contro la gestione fallimentare di questa crisi sociosanitaria.

    Ad ogni modo, se qualcuno preferisce dire «minimizzatori» invece di «negazionisti», non mi strappo i capelli, né spero che si strapperanno i capelli altri compagni se continuerò a dire un po’ come capita. Il concetto è quello: c’è chi in piena pandemia sta cercando di convincerci che la pandemia non sia un problema tanto grave da richiedere misure straordinarie. Secondo i minimizzatori/negazionisti, le cose si metteranno a posto da sole, “la gente” (le classi sociali scompaiono) spontaneamente farà quel che serve fare, “la scienza” (le classi sociali scompaiono di nuovo) troverà una soluzione ecc. Se vogliamo potremmo anche chiamarli quelli della Mano Invisibile che risolve tutto, cioè i liberisti. Come sempre, del resto, i liberisti si camuffano da libertari e parlano di dittatura sanitaria, libertà violate ecc. Se poi però gli fai notare che alcune libertà importanti sono violate davvero, per esempio quella di fare manifestazioni politiche e addirittura di scioperare, diventano afoni (e, insieme a loro, la “sinistra per Conte”).

    • Forse è anche questione di sensibilità, di tipo di osservazione, di dove si guarda. Per esempio quando io leggo “la pandemia è così grave da da richiedere misure straordinarie” a me pare sempre che per “misure straordinarie” si intendano i deliri del tutto ascientifici di cui tante volte abbiamo parlato da queste parti.
      Perché il fatto è che il termine “straordinario” evidentemente si porta dietro qualcosa di inaudito, che risolvi non facendo politica ma colpendo e terrorizzando. Quindi porta le mascherine all’aperto anche se non servono a niente, non fare le passeggiate nei parchi, non andare in spiaggia, non abbracciare e tutto il ridicolo armamentario di questi mesi. Sarà appunto che l’oggetto che ho sotto gli occhi è diverso e sicuramente il tuo caso è diverso ma io non vedo in giro tanta gente che dice “misure straordinarie” e pensa alla politica, declinando il tutto sotto forma di potenziamento di ospedali, assunzione di medici e infermieri, aumento di posti letto ordinari e in T.I., requisizione di immobili per creare “cuscinetti” tra paucisintomatici e malati, miglioramento dei trasporti, diminuzione dell’affollamento delle classi, pre-pensionamento per le classi d’età a rischio (ecc, tanto poi ci sarà sempre qualcuno che osserverà che non ho detto quello perché “non colgo il problema nella sua interezza”). Comprendi che per dare del minimizzatore a qualcuno serve un altro pulpito – di nuovo, non mi riferisco a te in particolare, ma questa posizione mi pare comune tra quelli che prima di cominciare a discutere ti chiedono la patente di “consapevolezza della straordinarietà”.
      Ognuno poi si sceglie i suoi obiettivi polemici, ci mancherebbe. Sento sempre un sacco di gente dire “ma come fate a non porvi il problema di dire le cose di Trump&Co.?” A parte il fatto che ovviamente è una cazzata, com’è che essere sulla stessa barca di Berlusconi e di chi continua con le politiche razziste e antimovimentiste non vi turba? Che giochino è questo? Questa “cecità” a me porta a concludere che chi non si accorge della “straordinarietà della pandemia” è quello che ti da del negazionista (o, se proprio non ce la fa a sbracare, pensando di essere elegante, “riduzionista”).

      • Be’ robydoc però qui arriviamo proprio al punto cruciale della faccenda, che secondo me coglie un dissenso reale all’interno dell’area: sono necessarie misure straordinarie?

        Secondo me sono necessarie misure straordinarie, perché si tratta effettivamente di una minaccia se non inaudita molto grave e “acuta”. Chi dice questo (cioè sostanzialmente tutta la comunità scientifica mondiale praticamente senza eccezioni) secondo me dice una cosa vera, che è giustificata dalla particolarità della situazione. Non possiamo dire che il 2020 sia uguale al 2019, dovrebbe proprio essere un’osservazione banale anche se so che come molte banalità è diventata comunque controversa.

        La questione è capire quali sono tali misure straordinarie necessarie. Io credo che le misure contro i rarissimi contagi all’aperto siano inutili ma per esempio credo che assunzioni straordinarie d’urgenza negli ospedali servano, così come la confisca di stabili ecc. così come il blocco o il rallentamento della produzione.

        Se la nostra critica invece è volta ad affermare che non c’è nulla di strano nel 2020, che quindi dovremmo guardare con sospetto a qualunque misura anomala rispetto al 2019 applicata dalla politica o direttamente dalle aziende o addirittura spontaneamente dalla popolazione, perché queste anomalie preparano uno stato d’eccezione, secondo me prendiamo una cantonata micidiale e di fatto oltre a metterci ai margini degli eventi perdiamo un’occasione importante di far capire che la normalità genera periodicamente queste crisi e quindi bisogna evitare nuove crisi con misure vigorose che cambino l’assetto della società.

        Se vogliamo tenere l’analogia con la Prima Guerra Mondiale che qua sopra si è già usata in altre discussioni, all’epoca c’era chi in nome della situazione eccezionale fece fare alla sinistra europea micidiali cazzate (o addirittura pensiamo a cosa sosteneva un Mussolini), ma gli oppositori della guerra non proponevano mica di fare come se la situazione fosse ordinaria, proponevano a loro volta misure straordinariamente drastiche ma di tipo diverso.

        • Scusa, Mauro, ma l’hai letto il commento di Robydoc?

          Lui ha scritto che nel frame che è stato imposto, «misure straordinarie» è un’espressione spoliticizzata che alla maggior parte della gente evoca «le mascherine all’aperto anche se non servono a niente, non fare le passeggiate nei parchi, non andare in spiaggia, non abbracciare e tutto il ridicolo armamentario di questi mesi», mentre le vere misure straordinarie dovrebbero essere «potenziamento di ospedali, assunzione di medici e infermieri, aumento di posti letto ordinari e in T.I., requisizione di immobili per creare “cuscinetti” tra paucisintomatici e malati, miglioramento dei trasporti, diminuzione dell’affollamento delle classi, pre-pensionamento per le classi d’età a rischio ecc.»

          Il giochino che è stato fatto è esattamente questo, far passare come le misure straordinarie da prendere un’impressionante caterva di diversivi. Robydoc lo ha riassunto bene.

          • Eh certo, stavo appunto citando le cose che diceva. Dunque siamo d’accordo, almeno tra noi tre, che misure straordinarie sono necessarie.

            C’è invece chi trova pericoloso ogni riferimento a misure straordinarie, perché evocativo di misure repressive o da dittatore dello Stato di Bananas. Io invece non trovo minaccioso affermare che servano misure straordinarie, mi sembra anzi che dovremmo fare leva sulla sensazione generalizzata tra i lavoratori e i giovani che si deve fare qualcosa di drastico «ma non questo».

            Quello che viene chiamato negazionismo dice l’esatto contrario e cioè che non sta succedendo niente, che non c’è da farla tanto grossa, che la cosa si sgonfierà da sola ecc.

            • Non mi è chiaro cosa tu intenda con «quello che viene chiamato negazionismo», proprio perché oggi viene chiamato negazionismo un vastissimo ventaglio di posizioni, umori, comportamenti e critiche al governo.

              Chi dice che non servono misure straordinarie e che non sta succedendo niente? Lo chiedo perché non ne ho idea. Nemmeno Confindustria dice che non sta succedendo niente. Bonomi appoggia misure straordinarie (basta che non siano quelle che toccherebbero lui). Governo e regioni impongono ogni giorno misure straordinarie, e il governo ha anche consenso (anche se significativamente meno di quello che aveva a marzo-aprile). Non sono le misure straordinarie che servirebbero, anzi, servono proprio a non prendere quelle che servirebbero, ma di certo la retorica dominante è che sta succedendo qualcosa di grosso e di stra-ordinario. Il coro dei media non fa che ripeterlo.

              Anche fuori dal mainstream, chi dice che «non sta succedendo niente»?
              I fissati con Bill Gates o col documentario “Plandemic”? No, quelli dicono che sta succedendo qualcosa di grossissimo, e di certo non minimizzano: dicono che la pandemia era pianificata, che il virus è un’arma per imporre il Nuovo Ordine Mondiale.
              QAnon? Di certo QAnon non dice che «non sta succedendo niente».

              Continuo a pensare che ostinarsi a usare il termine «negazionismo» non faccia capire nulla.

  56. Però, scusa, Mauro, il “negazionismo” di chi pensa che si ritornerà alla normalità grazie al vaccino, a me sembra più il suo contrario: virocentrismo. E allora siamo d’accordo che non è la posizione di quattro scoppiati, ma è largamente maggioritario e assolutamente trasversale nella società.
    E’ lo stesso “negazionismo” di chi sentenzia che nessun sistema sanitario riuscirebbe a gestire la crescita esponenziale dei contagi e prima o poi anche il migliore possibile andrebbe in crisi. Che, per carità, logicamente non fa una grinza, ma è anche un gigantesco alibi per le politiche neoliberiste. Anche perché la crescita esponenziale con il cielo (o gli inferi) come limite, è un esercizio da matematici o fisici regalati alla biologia. In realtà, il tempo che ci mette il sistema sanitario ad andare in crisi, fa una differenza enorme.
    Se queste polpette avvelenate che sono state buttate nel dibattito, anche e forse soprattutto da sinistra, sono “negazionimso”, il significato della parola ha fatto una bella capriola.

  57. Io penso che si possa superare la discussione circa il termine “negazionismo” introducendo un’altra linea concettuale. Distinguerei fra riduzionisti e non riduzionisti. Intendo questo: di fronte alla situazione generale in cui ci troviamo, chiamiamola pandemia, vi sono i riduzionisti, cioè quelli che tendono a ridurre ad un’unica dimensione la complessità della situazione, e quelli che raccomandano invece attenzione alla complessità. Sono riduzionisti sia quelli che riducono tutto al virus, il virocentrismo, sia quelli che lo negano e lo riducono ad un complotto dei cattivi contro i buoni, sia quelli che vedono solo i disagi prodotti dalla politica di contenimento del virus, sia chi invece vede solo gli irresponsabili che violano le regole. Si tratta di una forma mentale. Il non riduzionista deve mantenere viva la complessità del tema e non assolutizzare un punto di vista, senza però relativizzare (che sarebbe anche questa una riduzione). Posizione difficile, che ha bisogno di tempi di esplicitazione inadatti ai format abituali di discussione. Ovviamente, data la struttura della distinzione, i non riduzionisti sono in grande minoranza e discutono con tutti, e si prendono del negazionista dagli uni, del filogovernativo da altri, e così via.

  58. Provo a riprendere il filo. Mi si chiede chi sono i negazionisti/minimizzatori. Una piccola frangia? Ma non direi proprio. Ne fa parte esplicitamente Donald Trump, che così è chiamato anche dalla stampa mainstream: https://duckduckgo.com/?q=%22Trump+negazionista%22+virus

    Ma in effetti direi che nel dibattito tra minimizzatori ed allarmisti abbiano stravinto i primi, anche in Italia. In Italia non solo Confindustria ha una posizione che minimizza i problemi: ce l’ha il governo, di cui fa parte il ministro Speranza che pubblicava a inizio seconda ondata un libro che diceva che più o meno stiamo guarendo tutti e la faccenda è risolta, ce l’hanno i presidenti di regione, che fanno a gara, con pochissime eccezioni, a chiedere minori restrizioni, ce l’hanno tutti i partiti politici e tutti i politici minimamente in vista, tra cui nemmeno uno (smentitemi se mi sbaglio) chiede un lockdown nazionale duraturo, ma neppure un lockdown duro a livello regionale, che ormai è rimasto solo l’Ordine dei Medici a invocare. Abbiamo anche la pagina ufficiale su Facebook degli ideologi minimizzatori, Pillole d’Ottimismo, dove troviamo economisti liberisti (Boldrin), i virologi di riferimento della destra e qualche altra scheggia impazzita. Dalla pagina diffondono comunicati di think tank ultraliberisti già negazionisti anche del cambiamento climatico. Molti sono nomi di un certo peso.

    Non penso sia un caso se le multe giornaliere sono diminuite di due terzi (secondo i dati ministeriali) in questo secondo lockdown e i controlli direi che siano crollati quasi a zero in gran parte del Paese: credo sia esperienza comune di quasi tutti quelli che leggono Giap che a questo giro si può serenamente violare ogni restrizione correndo dei rischi repressivi davvero infimi.

    • Stai facendo un mix di varie cose: inettitudine, interessi di classe, incoerenza, paraculaggine e quant’altro, e io non vedo perché mai tutto questo dovrebbe essere chiamato «negazionismo». Non mi convince nemmeno il termine «minimizzatori», se per minimizzatori intendi tutti quelli che non vogliono il «lockdown duro», espressione che tra l’altro non so a cosa corrisponda. Se si chiudono le fabbriche ma si organizza la società in modo da mantenere il minimo decente di socialità, affettività, scambi ecc. allora ne possiamo parlare. Se invece – come è più probabile visto di chi stiamo parlando e visti i rapporti di forza – sarà il solito #iorestoacasa con tutti gli annessi e connessi di sofferenza gratuita, col cazzo.

      La retorica mediatica e governativa non è “minimizzatrice”, apri le homepage dei giornali in un momento qualunque, guarda un TG o RaiNews24, la retorica è emergenziale, da orlo del baratro. Che a questa retorica corrisponda la sostanza che si diceva, fatta di inettitudine, interessi di classe, incoerenza e paraculaggine, non vuol dire che la narrazione sia minimizzatrice.

      • P.S. Naturalmente, quando dico «se si chiudono le fabbriche», intendo: con tutti i dovuti ammortizzatori sociali. In questo, il governo non mi sembra proprio abbia brillato. Anche molto di quanto promesso non si è mai concretizzato. Adesso sarebbe diverso? Chi chiede il «lockdown duro» – inteso come sopra – lo fa dopo attenta valutazione dei rapporti di forza o agita una parola d’ordine astratta, ché tanto non costa niente?

        • Tanto per essere chiari e non perderci in sottopolemiche basate su equivoci, io non sto dicendo che il lockdown duro sarebbe una proposta condivisibile. Non è quello che penso e non l’ho mai detto, anzi ho sempre detto che per fare una proposta ragionevole di stop della produzione bisogna fare una serie di distinguo che la rendano plausibile e praticabile, tra cui senz’altro gli ammortizzatori sociali ma anche una valutazione concreta di quali sono i settori veramente essenziali e quanto a lungo possano essere tenuti chiusi gli altri a vario grado di “inessenzialità” (nel medio periodo sono quasi tutti settori essenziali!). Su questo concordo sulla critica a una sorta di invocazione messianica del lockdown+reddito.

          Volevo solo dire quello che ho scritto senza retropensieri e cioè che non esiste nessuno che proponga un lockdown più duro di quello che stiamo vivendo in zona rossa, neppure un lockdown come quello della prima ondata. Quella posizione è assente dal dibattito pubblico in Italia salvo forse l’Ordine dei Medici.

          • Sì, ma non è perché si «minimizza». È perché dal corpo sociale sono giunti segnali molto chiari, che in certi casi hanno anche preso la forma del riot o comunque della piazza conflittuale. Il lockdown non reggerebbe, per farlo servirebbe molto più consenso di quello che il governo ha adesso, novembre 2020. Quasi nessuno vuole tornare a “vivere” come a marzo-aprile. Molti provvedimenti presi allora, e il modo autoritario in cui venivano fatti osservare, oggi sono visti come assurdi. I giudici di pace hanno dichiarato nulle praticamente tutte le sanzioni che sono arrivate ai loro tavoli, perché platealmente demenziali. Oggi l’elicottero che ti fa smammare dalla spiaggia o il drone che ti insegue nei boschi non verrebbero commentati come ad aprile. L’insofferenza si taglia col coltello, anche da parte di chi comunque teme il virus. Il governo non sta tenendo conto solo degli interessi di Confindustria, ma anche di questi segnali che vengono dalla società.

            • Sono molto d’accordo, infatti non vedo la situazione col cupo pessimismo con cui la vedono tante altre compagne. Se si vanno a vedere i dati del consenso a Giuseppe Conte sono impressionanti: alla prima ondata ha avuto un picco di consensi improvvisi, legati al clima da unità nazionale (nonostante l’opposizione non vi aderisse) e alla sua immagine decisionista e paterna. Con la seconda ondata, la situazione è completamente diversa. Praticamente hanno fatto incazzare tutti, per motivi non sempre sovrapponibili. La gestione leggera e articolata di questo secondo lockdown è frutto del cedimento a ogni tipo di pressioni, provenienti da tutte le classi; anche i ristori, i sussidi, il blocco dei licenziamenti, non è che siano stati regalati, sono cose che hanno un costo enorme o economico o politico. Se la cavano buttando soldi dall’elicottero ma a un certo punto il problema si riproporrà con gli interessi.

              Detto questo, c’è anche un grosso lato negativo della situazione ed è che preoccupandosi di mettere pezze dappertutto alla fine non sono state prese neppure misure sensate per fronteggiare la seconda ondata, come osservate a fine post. Nel primo lockdown c’erano più misure inutili ma anche più misure utili, come le chiusure delle attività produttive. Qualcosa è migliorato sul fronte dei tamponi ma anche lì si fa ancora tutto a cazzo di cane. Non si è più parlato di riduzione d’orario (qualcuno davvero credeva che il compagno Conte l’avrebbe fatta…).

              La minimizzazione (certo, più cauta di quella di Salvini e delle associazioni di categoria) serve a dire che fare poco è giusto, e del resto visto lo sbilanciamento del quadro politico verso fare ancora meno, il governo passa per un falco delle misure dure, ma questa è un’illusione ottica e non credo che dovremmo incoraggiarla.

              Tantissimi comunque si sono accorti che se alzi la voce può darsi che qualcosa lo ottieni, e questo promette bene. La repressione e la disciplina saranno armi spuntatissime nell’affrontare eventuali proteste, che però non credo si verificheranno prima dell’uscita da questa seconda ondata (ho anche scritto qualcosa su perché credo questo ma non voglio esagerare coi commenti lunghi e me lo tengo da parte per dopo :-) ).

              • Come volevasi dimostrare, sgombrato il campo dal termine negazionismo, quello che scrivi in questo commento mi trova molto d’accordo – fatta salva l’idea che la gestione di questo secondo lockdown sia “leggera”, non la definirei così, ma sicuramente diversa per toni, retoriche e misure da quello precedente.

                • E’ leggera in certi settori, pesantissima in altri. E’ sicuramente pesantissima in scuole e università. Molto probabilmente mio figlio grande non tornerà in aula per il resto dell’anno scolastico. Così alla fine avrà perso un anno e mezzo di scuola. Io in università mi trovo a far lezione davanti a un’aula vuota, come ho già raccontato altrove. Tutti i progetti di ricerca sono saltati, perché le energie si esauriscono in mille problemi tecnici nella gestione delle lezioni e degli esami a distanza. L’anno scorso ho seguito a distanza tre laureandi e quest’anno farò il bis. Quanto stanno perdendo gli studenti? Come chiamiamo chi minimizza questo aspetto del problema?

                  • Stavo per ricordarlo io. Nella scuola è pesantissima.
                    Ma anche il coprifuoco è un precedente pesantissimo.

                  • Sulla didattica a distanza, che sto facendo anch’io con ragazze e ragazzi di vent’anni, ci sarebbe molto da dire e c’è chi ne ha parlato con più competenza e chiarezza di me. Nella mia minima esperienza di docenza e nulla esperienza di genitorialità penso che sia comunque didattica ma che sia didattica significativamente peggiore, e tanto peggiore quanto più sono giovani gli studenti e le studentesse.

                    Penso che potremmo difendere l’idea che sia molto importante preservare quanto più possibile la didattica in presenza anche senza bisogno di escogitare teorie sul fatto che le scuole siano immuni ai contagi o che in qualche modo sia più salubre tenerle aperte che chiuse. Si può dire semplicemente che anche se i rischi ci sono vale più la pena correrli per mandare teenager a studiare che per mandare operai cinquantenni a produrre. Ovviamente resta il tema degli “operai” cinquantenni che producono a scuola (insegnanti, bidelle, tecnici, segretari ecc.) che in qualche modo vanno pure tutelati.

                    Tra l’altro le scuole sono rimaste aperte in un sacco di posti, per esempio in Francia, e la seconda ondata ha raggiunto un picco ed è iniziata a scendere proprio come succederà in Italia con le scuole chiuse.

                  • Non so se qualcuno sostenga che le scuole siano salubri e immuni dal contagio. Io non penso che siano immuni dal contagio, né che siano tutte salubri: alcune lo sono, altre no. Ma sostengo che siano più controllate o comunque controllabili dal punto di vista del tracciamento, per il semplice fatto che si sa esattamente chi era con chi, dove e quando. Cosa che non + possibile in un mezzo di trasporto pubblico, in un supermercato, e nemmeno in una fabbrica come la fincantieri di Monfalcone, dove operano decine di microditte in subappalto al limite del caporalato. Per quanto riguarda le aule universitarie, in cui faccio lezione davanti a 50 studenti finché me lo lasciano fare, posso dire che sì, sono salubri: tutto viene disinfettato dopo ogni lezione, le finestre sono sempre aperte, tutti indossanao la mascherina e sono seduti a debita distanza.

    • Scrivi che il governo minimizza e che gli scarsi controlli nelle strade lo dimostrano. Ora: siccome “minimizzare” mi sembra sia una posizione che entrambi stigmatizziamo, mi par di capire però che, per te, il governo dimostrerebbe di non minimizzare, di fare il suo dovere, tornando al livello di controlli di marzo-aprile: l’esercito per strada, i posti di blocco, le autocertificazioni, i parchi chiusi. Quello andava bene? A me pare che sia teatro, sia prima che adesso. Spettacoli diversi, ma con lo stesso obiettivo: permettere alla produzione di proseguire pressoché indisturbata, e ai profitti di crescere, sulla pelle di chi lavora, scaricando sempre verso il basso le responsabilità, in un classico meccanismo di delega al contrario.

      • Da quel che ho letto i contagi all’aperto sono molto rari e anche andando a trovare amici, parenti e amanti l’incidenza complessiva sarebbe scarsa a meno che uno non si metta a cantare in quindici in salotto per tre ore. Penso quindi che sia un po’ meglio come stanno facendo adesso, anche se ovviamente la cosa giusta sarebbe semmai dire che quelle cose non sono un problema serio quindi andate pure in giro quanto vi pare e piace, specie all’aperto.

        Sono consapevole che già il mio è considerato negazionismo da alcuni asini. Per difendermi da tale accusa accetto la validità del termine ma spiego che i veri negazionisti sono semmai quelli che pensano che se passeggio lungo il Ticino mi ammalo ma se vado in ufficio no perché in ufficio fanno la “sanificazione delle superfici”, altra cosa che non sappiamo affatto se abbia la minima utilità (uno degli esperimenti per dimostrare il contagio via fomiti simulava qualche centinaio di starnuti di fila sullo stesso angolo di tavolo; grazie al cazzo che così si passa il virus…).

  59. Nel post dite che la disciplina pervasiva è l’ideologia dominante, mentre il cosiddetto negazionismo è ultraminoritario. A me non pare affatto. L’ideologia dominante è la minimizzazione, cioè una sorta di negazionismo soft, la disciplina pervasiva è rimasta la fissazione di qualche ossesso che comunque la applica esclusivamente a ciò che ha a che fare col tempo libero, con la cultura o coi giovani (scuole incluse). Vi faccio notare che si è proposto candidamente ai massimi livelli politici di fare una “tregua di Natale” (questo sì che è un riferimento storico offensivo) per non ostacolare lo shopping, e tutto sommato non ho visto grandi levate di scudi. Detto questo, esistono anche quelli che hanno una posizione più estrema dei minimizzatori e sono negazionisti in senso più letterale: Salvini, in generale l’opposizione di destra fascisti inclusi, ma anche le organizzazioni di categoria della piccola borghesia, Confesercenti, Confcommercio e roba simile, che si oppongono sostanzialmente a qualsiasi tipo di restrizione tranne, al massimo, il coprifuoco in tarda notte che va a colpire soprattutto chi sta in giro senza consumare facendo “malamovida” o consumando nei “negozi etnici” che i bottegai italiani odiavano già da prima.

    Mi sembra che si delineino due posizioni “di classe” molto nette:

    – Grande borghesia. Confindustria è negazionista nelle fabbriche, nei magazzini e nella grande distribuzione, per gli uffici va bene il lavoro a distanza ma senza esagerare, tempo libero e didattica in presenza sono sacrificabili.

    – Piccola borghesia. Confcommercio è negazionista nei negozi, nei bar, nei ristoranti, nelle discoteche, ma per estensione anche in tutti gli altri luoghi di lavoro (sperano sempre che Confindustria faccia fronte comune con loro), tempo libero sacrificabile solo se non a pagamento, se è tempo libero che fattura allora va preservato, didattica in presenza sacrificabile.

    • No, abbiamo scritto che non ha senso porre una dicotomia tra «negazionismo del morbo» e «negazionismo del disciplinamento», perché il morbo in sé non lo nega quasi nessuno, mentre che ci sia disciplinamento è negato dall’ideologia dominante, e dai compagni che a questo giro vi hanno aderito acriticamente. Ma il punto per noi non è nemmeno il disciplinamento, è la narrazione diversiva, è l’attribuzione di responsabilità a chiunque tranne che al governo e ai padroni.

      Adesso siamo a quelli che sono negazionisti qui e gli altri che sono negazionisti là. Mauro, stai facendo i salti mortali per difendere l’uso di un termine che più lo applichi e più fa casino.

      • Il coprifuoco non è una misura sanitaria, ma di ordine pubblico e a me provoca una insofferenza non da poco. Non per ragioni personali. È difficile che in inverno durante i giorni feriali esca di sera, ma ho una paura fot***a che- considerata la remissività con cui è stata accolta- possa assurgere ad un ruolo più strutturale. Se non fosse per ragioni squisitamente economiche ( non si possono penalizzare ad libitum i ristoratori ed in genere la categoria di esercenti di attività di intrattenimento) credo che il problema della violazione di valori e principi fondamentali sarebbe facilmente superato. A Marzo il più noto quotidiano ( house organ del Governo ) scriveva che il coprifuoco è “incostituzionale”. Ora sembra che dall’orizzonte questo discorso sia scomparso senza che a qualcuno sia per questo venuta l’orticaria.

    • Non vorrei essere polemico, ma io i conflitti di classe li vedo tutti tra i poveracci.

      Tenendo fuori il capitalismo della sorveglianza e i grandi capitali che lucrano sempre e comunque e che in questa distopia stanno andando forte con piattaforme e acquisti on line, la grande divisione che vedo è all’interno dei ceti medio bassi.

      Quelli con un contratto a tempo indeterminato, quelli con un posto pubblico che possono fare smart working, quelli che hanno ancora ferie da recuperare o a cui la cassa la pagano, che sono in aziende private grosse ma al sicuro dai licenziamenti, i pensionati (e poveracci, ci mancherebbe!) sono in paranoia per il virus e per il temuto collasso della civiltà occidentale, e gli va pure bene che “non sarà mai più come prima” purché loro possano continuare con il minor numero di scossoni possibili.

      Invece quelli che lavorano per conto loro, partite IVa vere e presunte, piastrellisti, baristi padroni della licenza e non dei muri, baristi e camerieri dipendenti con contratti a termine, persone delle pulizie in nero, genitori soli con figli minori in DAD, disabili fisici e psichici, malati oncologici cui saltano le cure, studenti e adolescenti chiusi in casa, ma anche dipendenti di piccole e medie imprese che stanno chiudendo e per cui non ci sono paracadute etc. non sanno bene in che categoria mettersi ma devono stare bene attenti a dire sempre che va tutto bene e che tutte le scelte sono fantastiche perché se escono un pelo dal seminato si devono pure beccare l’accusa di “negazionismo”, e così sono poi cornuti e mazziati.

      Detto questo, concordo molto con il commento di Negante che mi sembra avere spiegato e chiarito meglio il corretto approccio al problema. Io nelle intenzioni vorrei essere un non riduzionista con una visione olistica e attenta alla complessità, ma poi sbraco nel riduzionismo temo.

      • Cugino, ma non è che magari è un altro il motivo per cui questi lavoratori più precari o di aziende più piccole, che anche secondo me sono più ostili alle chiusure per la validissima ragione che li mandano sul lastrico, sono titubanti al momento di scendere in piazza con Confesercenti per chiedere di tenere tutto aperto? ed è per un’altra ragione che se scendono in piazza lo fanno enfatizzando le richieste di reddito e sussidi più che quelle di tenere aperto (penso per esempio alle proteste dei lavoratori dello spettacolo come l’Assenza Spettacolare)?

        Forse la loro preoccupazione non è quella di essere additati come negazionisti, ma semmai quella di non contagiarsi e di non aumentare i contagi. Si tratta di lavoratori e questo li rende più capaci dei bottegai di avere una visione complessiva, anche al di là del proprio caso specifico. Inoltre appartenendo alla stessa classe sociale è più facile che abbiano parenti operai, impiegati, dipendenti pubblici ecc. Infine, specialmente per le categorie più precarie la speranza è sempre quella di non essere precari a vita e quindi per esempio chi fa la cameriera in nero non si identifica con quel ruolo sociale in modo così forte come il proprietario del bar che la paga fuori busta. La cameriera in nero spera di essere assunta regolarmente o anche di fare tutt’altro mestiere tra qualche mese o anno, mentre l’esercente ha un legame molto più forte col bar la cui chiusura gli sembra una catastrofe.

        (Fonte: amiche e amici esercenti, bariste, cameriere, chef ecc.)

        • Ciao,
          secondo me c’è un equivoco, non intendevo che la categoria dei meno tutelati abbia paura di passare per negazionista. Intendevo piuttosto che se e quando questa categoria protesta, anche solo nei confronti della assurdità di certe restrizioni e di certi refrain, rischia di veder usato contro le proprie legittime argomentazioni l’arma del “siete negazionisti” che tronca ogni dibattito e addita subito un nemico pubblico.

          Poi c’è un’altra cosa che vorrei far notare nel tuo commento: questa divisione fra “lavoratori” e “bottegai”, sebbene possa anche avere delle basi storiche ed essere oggettiva, in questa fase aiuta poco a vedere le reali forze in gioco e le reali “condizioni materiali” delle reciproche esistenze.
          Né sono così convinto che i “lavoratori” abbiano tutta questa coscienza di classe e tutta questa capacità di visione complessiva.

          Se mi dici che i dipendenti di una fabbrica hanno maggiori “potenzialità” di sviluppare una coscienza di classe, e che il fatto di condividere le condizioni di lavoro con altri nella stessa situazione che si trovano giornalmente sullo stesso luogo li avvantaggi nel prendere coscienza della propria condizione rispetto a uno che fa il cameriere, posso anche capirlo.

          Ma un piastrellista (magari di altro paese UE) che ha come unico committente un grosso imprenditore edile e magari integra il lunario facendo piccoli lavori in nero o un laureato in architettura che lavora in un grosso studio come CADdista senza neanche lontanamente le tutele di un pari funzione in una grossa industria meccanica non sono meno lavoratori né meno sfruttati.
          Sono solo più soli e meno in grado di fare fronte comune.

          Relativamente al termine lavoratore, poi, dico questo aneddoto familiare: mio nonno (che non vedo dall’apertura delle scuole per prudenza!), figlio di mezzadri e a 12 anni garzone in panificio, a 18 anni (nel ’43) è entrato in una Brigata Garibaldi e si è fatto tutta la guerra di liberazione. Poi dopo la guerra con un mutuo agrario di suo padre è riuscito a mettersi in proprio e fare “il padrone”.
          E’ sempre rimasto di sinistra, ma ha anche sempre avuto l’amarezza e la consapevolezza di non essere riconosciuto come un “lavoratore” da quella che in teoria era la sua parte.
          E con ironia, diceva e dice ancora: “Eh, ma mi sun pas ‘n lavuratur!”

          • Non so bene inquadrare il caso del piastrellista monocommittente ma che tra padroni di ristoranti e camerieri ci sia una bella differenza, così come tra proprietari di teatro e macchinisti di teatro, a me sembra un fatto che anche il più crumiro tra i camerieri e il più inconsapevole tra i macchinisti non può non percepire.

            Che poi con chi ha una piccola attività e va in rovina in questo benedetto 2020 si debba comunque fare i conti e tentare pure delle alleanze sociali, secondo me è giusto e vale soprattutto per la fascia più bassa del ceto medio. Fascia che, del resto, si sente meno rappresentata dai negazionisti di Confesercenti/Confcommercio e che ha meno da guadagnare dal tenere aperto a tutti i costi, visto che con dei “ristori” finisce per cavarsela meglio che a tenere aperto visto l’andamento della clientela.

            Mi dicono che qui a Pavia i ristoranti *prima* del secondo lockdown avevano perso circa il 70% del fatturato a ottobre perché la gente semplicemente non ci andava; magari è un dato esagerato ed era solo la metà? Ad ogni modo non è che il crollo sia dovuto solo alle misure prese dall’alto, è dovuto soprattutto alle scelte prese dal basso dalla popolazione in un contesto di pandemia + crisi economica.

            • che tra padroni di ristoranti e camerieri ci sia una bella differenza lo so anch’io.

              Quello che cerco di dire è che c’è tutta una gradazione intermedia di cui secondo me nel tuo discorso sembra non esserci traccia.
              Primo, perché, rimanendo nell’esempio, anche tra padroni di ristoranti c’è tutta una gradazione che va dallo chef superstar superstellato al padrone di una trattoria da camionisti fuorimano.
              Come c’è tra l’archistar con 50 dipendenti e collaboratori e il poveraccio con lo studio nel sottoscala di casa sua.

              E secondo, perché questa differenza scavalca le categorie padrone / dipendente che sono novecentesche.

              Oggi una coppia in cui uno dei 2 sia un funzionario pubblico e l’altro un dipendente privato a tempo pieno, magari in una società di assicurazioni o in una banca, equivale all’alta borghesia di 40 anni fa.
              E secondo me si piazza ben sopra, a livello di qualità e di stili di vita, a quella di un “padrone” di un bar di periferia con la moglie che dà una mano in cassa per non stare a casa o a quella dell’architetto nel sottoscala di cui sopra.
              Però loro sono “lavoratori”, mentre il barista e l’architetto sono “Borghesi”.

              Questa cosa per me va superata prima di tutto nella testa della sinistra, altrimenti le “alleanze sociali” di cui parli tu correttamente non si potranno mai fare.

              • Cugino, scusami, ma se mi vieni a dire che non distinguo le sfumature proprio sotto un commento dove dico che non solo esiste la piccola borghesia diversa dalla grande borghesia, ma che anche dentro la piccola borghesia dovremmo cogliere la differenza tra uno strato alto e uno basso, non so proprio che fare se non alzare le spalle.

                Sul resto, sento risuonare dei discorsi preoccupanti e davvero tossici: la distinzione padroni/salariati è novecentesca, gli statali sono dei privilegiati, il vero popolo è quello dei baristi e degli architetti. Vabbe’, davvero, qua stiamo tirando fuori tutti i luoghi comuni della sinistra di destra sul superamento della lotta di classe.

                • Va beh, mi prendo e mi porto a casa del “renziano”.
                  Grazie. Mi spiace un po’ sta cosa dei discorsi tossici.

                  Io taglio con l’accetta, ma che tra un impiegato ministeriale e un impiegato interinale in una piccola impresa PRIVATA uno dei 2 sia in una condizione di maggiori tutele (e quindi, la parola sarà anche brutta, di maggiore privilegio) mi sembra solo un fatto.

                  E anche tra un architettino che lavora in proprio (con la mega crisi dell’ediliza che c’è oggi) e un suo pariistruzione che lavora nell’ufficio tecnico di un grosso comune (non uno piccolo dove gli amministratori gli fanno mobbing, uno grosso grosso) ci vedo diverse condizioni di vita e diverse capacità, ad esempio, di far fronte a un “problemino” come la pandemia in corso.

                  Con questo, non è che voglio usare il luogo comune per giustificare la riduzione dei sacrosanti diritti di chi ancora oggi ha maggiori tutele. Questa secondo me sarebbe una posizione di “sinistra di destra” (non ho ancora letto il tuo libro, spero di non dire ulteriori spropositi).

                  Però se chi ha queste maggiori tutele non se ne rende conto e, lui sì, si mette in posizioni da sinistra di destra e non capisce / non empatizza con i problemi di chi invece purtroppo le medesime tutele non le ha ed è alla canna del gas, secondo me non si va da nessuna parte.

                  • Abbi pazienza, Cugino, non è cattivo, è che viene da Twitter. A me pare che tu sia stato molto chiaro e nient’affatto ambiguo nel tuo discorso.

                  • Cugino, non metto in dubbio le tue migliori intenzioni, ma se mi vieni a dire che una coppia di lavoratori sono come Agnelli nel 1980 trasecolo e mi pare un discorso pericoloso. Hai proprio detto così: sono come l’alta borghesia di 40 anni fa, manco il ceto medio, proprio i milionari.

                    Tra l’altro non solo conosco molti statali che non sono precisamente dei nababbi ipergarantiti, per esempio vari miei amici sono insegnanti precari nella Scuola statale, ma ho la ventura di conoscere anche lavoratori delle assicurazioni: fanno all’incirca i telefonisti in una nota compagnia di assicurazione online, senz’altro se la passeranno meglio di altri ma guadagneranno 1300 euro al mese facendo più o meno gli operatori di call centre. Sono come Gianni Agnelli? Boh.

                    Tra l’altro proprio in questi giorni è in corso un attacco feroce agli statali, a cui con toni infamanti si chiede non solo di rinunciare allo sciopero del 9 dicembre ma addirittura di decurtarsi lo stipendio per sostenere «quelli che stanno veramente male». Eviterei di accodarci a questo coro, tanto più considerato che si usa contro di loro proprio la retorica “virocentrica” che abbiamo qua stigmatizzato.

                  • Innanzitutto, grazie a WM4 per il supporto morale :-)

                    Mauro, hai ragione, mi è scappata la frizione sull’iperbole terminologica. Tra l’altro io Agnelli 40 anni fa l’avrei definito iper mega capitalista, non alta borghesia, ma fa lo stesso.

                    Sfruculio ancora un po’ nelle basse questioni personali del “ho un amico che”, solo per puntualizzare meglio e poi la pianto lì perché temo di “peggiorare la situazione” e incartarmi invece di migliorarla.

                    Credo che nel “ceto medio basso” che stia proprio bene non ci sia nessuno. Poi a cercare chi sta peggio si fa in fretta e qualcuno si trova subito (qui su Giap ho letto di giapster che fanno assistenza ai migranti e mi vergogno persino un po’ a metterla in questi termini, ma è solo per dare qualche argomento in più alle analisi: non è una bella gara da fare).

                    Quello che volevo dire è che nel ristretto giro delle mie conoscenze (tutta gente privilegiata che ha tetto vettura lavoro – io e mia moglie abbiamo una “professione intellettuale”), fra gente con lo stesso mestiere, ricercatori, insegnanti, operai e impiegati, interinali, lavoratori a chiamata, agricoltori e artigiani, disoccupati e personale delle pulizie in nero, ad oggi chi sta “meglio” a livello proprio di “benessere mentale” nell’affrontare le incognite e gli impegni e scadenze della vita quotidiana è rappresentato *spesso* da gente con impieghi dipendenti, tutelati e verosimilmente a prova di licenziamento. Che sono sì lavoratori. Ma non sono “gli unici” lavoratori e certamente non quelli che stanno peggio. E’ pleonastico dirlo?
                    Se tu mi dici che questa viene letta come una gara al ribasso ed è il grimaldello per scardinare anche quei pochi diritti e tutele che restano favorendo attacchi reazionari a diritti degli statali allora mi scuso e non la sollevo. E nemmeno pretendo empatia per l’artifizio retorico di «quelli che stanno veramente male» (che sono ancora altri) a favore del potere che se la passa benone.
                    Però se ci fosse veramente empatia ci sarebbe meno frammentazione, ben metaforizzata da Jena sotto. Evidenzio solo quello: ci si polverizza in tanti piccoli rivoli, e quelli che stanno “meglio” fra quelli che stanno peggio fanno la morale agli altri dandogli dei negazionisti, mentre non ci si accorge di che fine fanno i diritti fondamentali.

                • Scusa, Mauro, ma stai sistematicamente distorcendo il senso delle parole di Cugino di Alf che, invece, appare chiarissimo. A che pro? Mi sembra evidente, a parte le puntualizzazioni certosine, che non volesse paragonare una coppia di normali lavoratori a Gianni e Marella Agnelli. Non mi sembra si possa sostenere che Cugino di Alf abbia detto che chi guadagna 1300 euro se la passi bene come gli Agnelli. Continui ad ignorare quello che ti viene detto per sostenere la tua tesi. Cugino di Alf non ha speculato sui privilegi di chi è più garantito per chiederne una diminuzione. Anzi. Fa proprio il discorso opposto. Ma forse per rendersene conto bisogna partire dalla constatazione di un panorama così variegato, come ha fatto lui, per cui gli interessi di classe non sono più riconoscibili nelle categorie e nelle definizioni “tradizionali”. Motivo per cui alcune lotte, come quella dei riders, non riescono a trovare il sostegno adeguato in una certa area politica, perfino incapace di riconoscerne le caratteristiche identificative.

        • Eh, Mauro se vogliamo entrare nello specifico, allora dobbiamo dire che nemmeno tutti i lavoratori di cultura&spettacolo sono uguali. Perché anche per loro vale quello che faceva notare Cugino nel suo commento qui sopra: ci sono i “garantiti”, cioè quelli che ad esempio suonano in un’orchestra comunale o lavorano in teatri stabili, che in questo momento magari stanno lavorando a porte chiuse (fanno prove, programmazione, migliorie, ecc.) e vengono pagati, magari col FUS; e ci sono gli intermittenti, i precari, le maestranze legate agli spettacoli, che sono a casa e beccano al massimo i sussidi. Idem per i lavoratori del settore sportivo dilettantistico, quasi tutti precari e/o liberi professionisti.

          In queste categorie c’è parecchio lavoro grigio, quindi calcolare un rimborso a reddito non è facile (chissà che non sia la volta buona che si decidono a sindacalizzarsi), così com’è difficile farlo per i commercianti e gli artigiani che lavorano tantissimo in nero e adesso vivono una nemesi.
          Resta però il fatto che i sussidi sono una miseria. E la cosa che fa incazzare i lavoratori di cultura, sport e spettacolo è che tante delle attività in cui sono occupati sono state chiuse alla cieca, non perché fossero focolai di contagio. I cinema erano più che mezzi vuoti, i teatri idem, gli ingressi regolati (prendevano perfino il numero di telefono degli spettatori all’ingresso in sala per poter risalire ad eventuali contagi). Molti lavoratori temono che le strutture cappotteranno e non riapriranno più o riapriranno chissà quando. Con il sussidio sanno di non poter andare avanti a lungo. Le email spedite al sindacato a primavera dai lavoratori di cinema, teatri, palestre, sembrano scritte alla Caritas.
          Il tenore era questo: «Sono una madre di due figli, separata, messa a casa in seguito al dpcm dalle due palestre in cui lavoro come personal trainer e insegnante di yoga. Non ho più reddito. Aiutatemi, vi prego». Oppure: «Sono un tecnico del suono rimasto senza ingaggi a seguito dei decreti covid, ho un figlio a carico, seguito dai servizi sociali. Mi restano 50 euro in tasca per l’ultima spesa che posso permettermi. Aiutatemi. Grazie.»

          Ma potrei portare un esempio molto vicino a me, per far capire bene di cosa parliamo. Mia cognata e suo marito di mestiere organizzano un campionato dilettantistico di motocross. Uno sport che si pratica con tuta, guanti e casco integrale, senza contatto, ma che è stato comunque proibito. Hanno due figlie e un mutuo sulla prima casa. Lo stato elargisce loro un sussidio di €600×2=€1.200. Ogni mese? Ovviamente no. Li hanno percepiti nei mesi del lockdown, cioè marzo, aprile, maggio, e poi di nuovo adesso a novembre. Ma qualunque attività sportiva, o di spettacolo non si improvvisa, va pianificata con un certo anticipo. Dunque non è che poi durante l’estate i teatranti, i cinematografi, gli sportivi, i circensi, i tecnici del suono e delle luci, ecc, hanno lavorato. E le chiusure attuali stanno compromettendo la stagione fino a primavera. Tutta l’annata è andata persa. Lo stato però mica te la rimborsa tutta. Anzi, gli intermittenti dello spettacolo e dello sport non erano nemmeno stati “mappati” nei primi elenchi dei rimborsabili, c’è voluto del bello e del buono, manifestazioni in piazza sfidando le ordinanze, e non poco lavoro di “editing” notturno ai decreti, con telefoni ronzanti nel cuore della notte, perché venissero inclusi. Ah, tanto per dire: nemmeno gli scrittori erano stati inclusi. Ché si sa, il nostro mica è un lavoro, è un hobby, e per il resto campiamo d’aria.

          Ti assicuro che la paura di contagiarsi purtroppo è un “lusso” che si è potuto permettere il lavoratore e la lavoratrice tutelati nel reddito e nel posto di lavoro mantenuto in assenza. Per tutti gli altri il panico era ed è piuttosto quello di andare in rovina, il puro e semplice ricatto della miseria. Con l’aggravante, proprio come dice Cugino nel suo secondo commento, «di veder usato contro le proprie legittime argomentazioni l’arma del “siete negazionisti” che tronca ogni dibattito e addita subito un nemico pubblico.»

          (Fonte: la mia professione nel settore cultura e mia moglie, segretaria provinciale di SLC-CGIL)

          • Questo post ha aperto molti sotto-thread interessanti che rischiano di andare un po’ persi. Questa discussione su “bottegai” e “proletariato” mi sembra per esempio molto interessante e forse parla anche di qualcosa che va oltre il virus. Personalmente lavoro nel terzo settore, ambito disintegrato da contraddizioni storiche, che personalmente vivo in pieno, e che impiega una quantità impressionante di persone nelle mansioni più disparate. Sono socio di una cooperativa che lavora, tra l’altro, con il carcere e ricopro in alcuni casi un ruolo dirigenziale nel senso che coordino dei servizi, mi occupo di questioni vitali per la sopravvivenza della cooperativa e quindi per il lavoro di una decina di persone detenute o altre persone che avrebbero difficoltà ad entrare nel “normale” mondo del lavoro. Credo nel sistema delle cooperative? No, credo che siano state il cavallo di Troia per lo smantellamento di molti diritti di lavoratori e lavoratrici…eppure vivo in questo mondo, devo lavorare e per farlo devo accettare delle contraddizioni inevitabili visto che non ho vinto concorsi, non ho cercato lavoro in fabbrica o altro che mi porrebbe al riparo dal finire in insiemi scomodi. Come vengo inquadrato in questa distinzione dicotomica tra bottegai, padroncini e proletariato con marchio di fabbrica? La mia ovviamente non vuole essere una polemica con Mauro di cui apprezzo molte delle cose scritte in altri commenti però davvero mi sembra che questo virus stia mettendo in luce la difficoltà di leggere un contesto diventato ormai pulviscolare e che come pulviscolo spesso agisce, con moto ondivago e sospeso, precipitando in alcune occasioni e agglomerandosi quando si creano le condizioni adatte. Tornando al tema del post mi sembra che identifichi bene come il termine “negazionista” serva oggi come una scopa grossolana per spazzare questo pulviscolo quando diventa fastidioso, poco addomesticabile, per fare pulizia e lasciare campo aperto alle uniche narrazioni accreditate come accettabili dal complesso e contraddittorio intreccio tra poteri economici e sistemi d’informazione, che fanno i loro balletti ma che in fondo non si pestano mai i piedi. La stessa scopa, mi pare, sia diventato anche un meccanismo retorico di molte compagne e compagni per fare pulizia di discorsi che non si accodano al grido “chiudete tutto o moriremo tutti”.

  60. Faccio fatica a seguire tutti i commenti e tralascerò qualcosa, però voglio intervenire anch’io.

    Circa il dissenso reale, è vero che all’interno dell’area c’è dissenso. C’è una grossa fetta di persnoe che riguardo all’epidemia si comporta come quel collega di ValentinaP che indossa 2 mascherine in un’aula vuota.
    Nella mia esperienza sono in tanti così, e poi c’è il tizio che tiene male la mascherina sotto il naso e si comporta superficialmente, magari senza essere negazionista o politicizzato, ma semplicemente perché “tira a vivere”, si distrae, e psicologicamente non “riesce” a entrare nel mood paranoide in cui invece sono entrati tantissimi insegnanti, complice il martellamento di cui parlava WM4 sopra e che invece “non vale” negli altri settori produttivi che “non si possono” fermare.

    Questo dissenso nell’area della sinistra va indagato, e non è detto che abbiano per forza ragione i più “virocentrici”.
    Perché se è vero come credo siamo tutti d’accordo che la situazione eccezionale richiede misure eccezionali, dobbiamo decidere “quali sono” queste misure.
    Non mi sembra che si parli di assunzioni eccezionali negli ospedali, nè mi pare si parli di “requisire” strutture private (cliniche, alberghi?) per la pubblica utilità nel fare tamponi o per i posti letto o per tenere le persone in quarantena senza contagiare le famiglie.
    Invece si propagandano “misure eccezionali” di stampo bellico tipo “coprifuoco”, limitazioni delle libertà personali e con la storia del negazionismo anche limitazioni alle opinioni e si scatena l’arma della propaganda cittadino contro cittadino con i vari “non ne usciremo mai”, “fare il natale dipende da noi” etc.

    In queste condizioni a me sembra che la definizione di negazionista e soprattutto l’indebita estensione della stessa a chiunque passeggi per un parco vuoto con la mascherina in tasca o a chi si pone problemi sulla DaD o a chi è critico nei confronti delle scelte operate in questi mesi dal governo (disfattista si sarebbe detto durante il fascismo) sia un problema molto più grosso di chi “sottovaluta il virus”.
    Specie se chi “sottovaluta” il virus non lo cerchi fra i datori di lavoro che continuano a “produrre” in condizioni di scarsa sicurezza ma lo vai a cercare come fanno i titoli di cui sopra fra i tuoi vicini di casa che fanno la grigliata.

    • Secondo me hai colto molto bene il punto.

      In una risposta ad un altro post WM4 faceva notare molto giustamente come nella percezione della situazione, e nelle relative reazioni, pesi molto la “collocazione di vita” di ciascuno – la chiamo così perché non mi viene un’espressione migliore, spero che il concetto però si capisca.

      Se si guarda come si sviluppano i discorsi sull’argomento, soprattutto online, si nota poi che vengono tendenzialmente tirati nelle direzioni opposte di due “reductio ad infinitum”, e che a generare lo strappo, più che la questione negazionismo/accettazione acritica dello stato d’emergenza, più che la lettura politica del contesto (sulla quale si può essere d’accordo fin nelle virgole) più che l’esame e il controesame degli aspetti scientifici, sanitari e statistici, più che la semantica… è un punto di natura etica: a cosa siamo disposti a rinunciare e, nel caso, a quali condizioni?

      Se uno dice: “dobbiamo essere disposti a rinunciare a qualcosa”, è un attimo perché il discorso venga letto come “allora sei disposto a rinunciare a tutto!” (accettazione acritica). Viceversa, se uno dice: “non dobbiamo essere disposti a rinunciare a certe cose”, è un attimo perché il discorso venga letto come “allora non sei disposto a rinunciare a niente!” (negazionismo… per come lo interpreto io, almeno, tenendo come riferimento discorsivo la questione del riscaldamento globale, più che la storia).

      La questione sfora dal piano politico e scientifico a quello etico, e su quel piano le percezioni, le scelte, le paure, i rigetti ecc. diventano determinanti.

      Questa situazione ci sta mettendo tutti di fronte a dinamiche molto serie e dolorose a livello personale. Siamo, più che mai, attori interessati e coinvolti in qualcosa che ci tocca nel vivo delle nostre vite; per cui talvolta diventa difficile – ed è comprensibile – mantenere un distacco tale da consentire di evitare i fraintendimenti e i cortocircuiti.

    • Aggiungo una cosa, scusate per il doppio commento.

      Il motivo per cui ci si incarta facilmente sulla semantica o sulla lettura dei dati è che, molto banalmente, non siamo noi a controllare il frame del discorso, ossia le coordinate che stabiliscono l’interpretazione di concetti e informazioni e, soprattutto, le conseguenze pratiche di queste interpretazioni. Siamo, alla fin fine, esseri umani presi in qualcosa di parecchio difficile da gestire a livello pratico, cognitivo ed emotivo, e tutt* ci dibattiamo in uno spazio di vita e di discussione in cui abbiamo ben poca voce in capitolo.

      Non è certo una novità. Ma c’è una differenza importante rispetto al solito, ossia che la doverosa caparbietà nel voler correggere o modificare il frame (che è poi il succo dell’analisi critica) si scontra con ostacoli che, in condizioni “meno anomale” possono essere superati, aggirati o persino ignorati. In questo momento non è proprio possibile; e purtroppo il dato di fondo che emerge è quanto, come collettività, ci troviamo disarmati ad affrontare situazioni di questo tipo.

  61. Boh. Io non so argomentare molto bene su questioni semantiche – e non so neanche se ho usato correttamente l’aggettivo semantico – ma per me il problema dell’uso del termine “negazionismo” in una discussione, è che mette l’interlocutore nella posizione di difendersi da un’accusa che è già una condanna alla morte civile. Io la frase “non sono negazionista, ma…”, mi rifiuto di usarla. Perché qualunque cosa uno dica dopo il ma, per il solo fatto di essere preceduto da quella premessa, significa “sono negazionista”. Suona come “ho molti amici ebrei”. Ecco, io di ebrei non ne conosco manco uno – almeno che io sappia – e non ho molti amici nemmeno tout court, quindi non la userei comunque. Ma della questione palestinese ho smesso di discutere, perché sono stanco di sentirmi dare dell’antisemita. Se questa è l’apertura del dibattito che si auspica anche sulla pandemia, mi adeguo e taccio.
    Scusate, ma oggi sono depresso perché in fabbrica da me hanno installato i tornelli con termoscanner. E la depressione non dipende solo dal fatto che i termoscanner a me non mi rilevano proprio (sono come la protagonista della terza stagione di Fargo). Non bastava il tizio con la pistola a infrarossi, per ‘sta buffonata (sì, almeno in fabbrica è una buffonata). Se qualcuno pensa che finita la pandemia li toglieranno e i percorsi di chi entra e chi esce torneranno “pericolosamente” a incrociarsi, non ha capito un cazzo. Non escludo che installeranno anche telecamere ovunque per verificare il corretto uso della mascherina. E la cosa drammatica è che scommetterei sul fatto che sarà il sindacato a proporlo.

  62. Se il termine negazionista viene usato come viene usato, cioè per comprendere tutti quelli che hanno dei dubbi sull’efficacia delle misure straordinarie prese, io non ho nessuna difficoltà a dichiararmi negazionista. Anche se negazionista è un termine subdolo, perchè chi lo usa lo fa con l’intento di denigrare la posizione altrui, a me non fa nessun effetto.
    Però, in un’informazione che non vede sfumature di posizioni, vorrei anche una denominazione per quelli che pensano che le misure siano giuste, o che pensano che dovrebbero essere ancora più stringenti per avere effetto. Io li chiamo trinariciuti, anche se probabilmente Guareschi non è amato qua dentro.

    • “Vorrei anche una denominazione per quelli che pensano che le misure siano giuste, o che pensano che dovrebbero essere ancora più stringenti per avere effetto.”

      Esistono denominazioni anche per quello, in realtà. “Virocentrici” nei contesti di sinistra. Succubi, se non complici, della “dittatura sanitaria” o del “capitalismo terapeutico globalista” nei contesti più di destra.

      Secondo me se si guarda al di là dei contesti specifici di discussione, dei vari pundit di area (che trovano nell’infosfera uno spazio esageratamente ampio) e dei diversi pezzi della classe dominante che sposano l’una o l’altra linea “pro domo propria”, tanto i virocentrici puri quanto i veri negazionisti/minimizzatori puri sono marginali nella società. Per quello che vedo io, la gente (me incluso… ma anche chi si occupa di politica o di analisi critica è “gente” con la propria vita) in media e cerca di continuare a vivere e a mantenersi cognitivamente in bolla (per quanto possibile) in una situazione che, comunque la si giri, è indubbiamente eccezionale.

  63. Stefano, probabilmente ti spingi troppo in là nel dire che “la questione sfora dal piano politico e scientifico a quello etico”; secondo me la questione è puramente politica, come osserva tra le righe cugino di alf.
    Concordo quando osservi che il negazionismo vero e proprio sia poco più che ininfluente. Più incidente è la minimizzazione, che non è operata dal popolo (che nel complesso segue i sacri dettami dei DPCM) ma dalla “classe padrona”. Quella minimizzazione funzionale al ciclo “capitalistico” del produci, consuma, crepa (tante volte citato qui), per la quale, si, il virus è un problema, ma è più problema se l’azienda chiude quindi lavora e non rompere.
    La mia compagna è ricercatrice (precaria) universitaria, e nei giorni scorsi quattro sue colleghe (precarie) sono risultate positive (en passant: tampone eseguito a proprie spese alla comparsa dei classici sintomi, per saltare tempi che, da noi, sono il più delle volte incompatibili con il tracciamento e l’eventuale terapia). Ragionando sul luogo incriminato, hanno concluso che il contagio è avvenuto in laboratorio (si tratta di madri di famiglia, con bambini piccoli, che da qualche tempo declinano la loro vita tra casa e lavoro, con mariti o compagni che o sono negativi o sono risultati positivi dopo le partner). Stiamo parlando di un laboratorio di una università pubblica italiana, al personale del quale nessuno ha fatto avere uno straccio di protocollo comportamentale; che, come una qualunque azienda che compete nel mondo capitalistico, ha come imperativo quello di produrre (dati da pubblicare, perché senza pubblicazioni non ottieni finanziamenti), e dunque se devi stare in due sotto cappa stai in due sotto cappa, se stai seguendo due tesisti, ti porti due tesisti nel bugigattolo tre per due in cui c’è il GC.
    È solo un piccolo esempio, ma che mostra che il virus impatta su un mondo lavorativo costantemente sottoposto al ricatto occupazionale, che si fa concausa determinante della diffusione.
    Esempio opposto è quello che è accaduto solo la settimana prima, quando il dirigente di un settore di una ASL regionale è risultato positivo: tampone immediato per tutti, sanificazione estesa, smart working generalizzato. Questo come lo vogliamo chiamare? Affermazionismo?

    • Etica e politica non sono cose separate. L’etica non è altro che la normazione dei comportamenti degli individui, a vari livelli possibili (individuale, familiare, comunitario ecc). E la politica, se la si intende come insieme delle strategie di governo di una società complessa, funziona in larga parte agendo su quei meccanismi di normazione, solo ad un livello di astrazione piuttosto elevato.
      Quando dico che il problema è etico non intendo dire che la politica non c’entra o non abbia un peso considerevole… quello che intendo è che il *conflitto* si produce e si moltiplica su più livelli, non solo al livello di astrazione in cui si muove l’azione politica.

      Il tuo commento, tra l’altro, prova esattamente il mio punto, nella misura in cui riporti una tua esperienza personale a titolo di esempio. Chiunque non viva chiuso in una bolla sperimenta condizioni come quelle che racconti tu, e nel raccontarsele vicendevolmente non si può far altro che riconoscersi vicendevolmente nella constatazione dei paradossi, delle ingiustizie ecc. che questa situazione produce a getto continuo.

      Il motivo per cui a livello politico è così difficile trovare, già solo a livello di discussione, una sintesi operativa che ci consenta di agire collettivamente in relazione a quei paradossi e a quelle ingiustizie è che quello che sta succedendo ci sta toccando molto nel vivo, e di fronte a questa sfida enorme ci scopriamo drammaticamente disarmati e parcellizzati.

  64. Il problema del termine “negazionista” è anche un altro: quello di descrivere in maniera non solo superficiale ma, anche, ” omogenea” il dissenso. L’ utilizzo del termine è blandamente descrittivo e l’atteggiamento dei media oscilla tra forme di folkloristica satira/ benevolenza, compatimento e sdegno ipocrita. Io non credo che la piazza di Berlino fosse una piazza composta tutta da neonazi. Credo che questa equazione sia dannosa perché, automaticamente, negazionista coincide con nazista e legittima una forma di protesta che esiste solo in quel solco. E si rischia di spacciare i nazisti per ” eroi” perché scendono in piazza. Tutto il resto non esiste o viene intenzionalmente assimilato a quell’area politica oppure, come succede in Italia, alla criminalità organizzata ( anche qui creando l’ effetto secondario di esaltarla). Questo costituisce una forma di sdoganamento/ “condanna” formale, se mai ce ne fosse stato bisogno,di una fazione in rapidissima ascesa e che raccoglie lo scontento dei moltissimi che non sono rappresentati da nessuno. Crescono senza fare alcuna critica al capitalismo, e neppure a Confindustria, ma con lo scopo di far vedere che stanno facendo qualcosa. Non è solo una questione semantica. Sotto al ” negazionismo” c’è la retorica del né di destra, né di sinistra che, di solito, significa: di destra, ma che dà l’ impressione di un miscuglio indefinito. Questa è una etichetta comoda per chi governa, perché consente di scaricare le responsabilità sui singoli ma è una etichetta comoda anche per l’ estrema destra che, di fatto, rivendica la paternità dell’unica forma di dissenso mediaticamente visibile, spettacolare e scenografico, in Germania, per esempio. Dubito che prima di ora si sarebbero potute vedere manifestazioni naziste così consistenti. Negazionista non è solo un termine generico. È anche l’ ombrello sotto cui viene mediaticamente, e disonestamente, raggruppato il dissenso. Facendo di tutte le erbe un fascio…la condanna mediatica è solo apparente e funzionale a raggiungere il duplice obiettivo di stigmatizzare i “furbetti” e dare visibilità all’ ultra destra reazionaria.

  65. Io ci tengo a chiarire un paio di cose che secondo me sono importanti. Non si è irritati contro chi – da sinistra (uhm) – accusa di negazionismo o riduzionismo posizioni che a me sembrano una cosa tipo il minimo sindacale perché ci si rimane male o per questioni soggettive, ma perché queste posizioni, di “oggettiva convergenza col governo” hanno dato una grossa mano al delirio di marzo/aprile e ritenere che l’allentamento di quelle idiozie sia dovuto a qualche posizione reponsabile è vivere sulla luna. L’allentamento di quelle disposizioni cretine è arrivato perché la tenuta sociale è stata messa in discussione da destra, da piccoli esercenti, da dipendenti di botteghe che hanno solidarizzato con padroncino, perché quello che vedevano erano solo il lastrico in cui sarebbero precipitati (e alcuni sono) e, al sud, tutti quelli che vivono di economia sommersa, che non hanno nessun ammortizzatore sociale a cui votarsi. Questi soggetti non hanno trovato nessunissima sponda a sinistra, ma proprio zero. Questo è stato il fantastico risultato di fare la guerra ai negazonisti “senza distinguere che tanto non è importante”. Forse un po’ di autocritica aiuterebbe.
    Ma la dissociazione arriva al punto da ritenere che persino la grande stampa mainstream sarebbe “riduzionista” cosa che veramente non si sa come commentare, a meno di non viverci io sulla luna. E infine, tanto per gradire, l’incredibile, davvero incredibile, incapacità di qualsiasi organizzazione, club, associazione, gruppetto di sinistra di occuparsi del tema specifico in modo non dico da professionisti ma almeno soddisfacente. Non ho visto un ragionamento sulle curve, sulle distinzioni tra sintomatici e asintomatici, sugli scostamenti dalla media di mortalità, sulla letalità, sul conteggio dei morti, degno di un’esame di prim’anno. Il deserto, per trovare qualche ragionamento sui dati si è costretti a frequentare ambienti di dubbio gusto, ma che almeno si sforzano di mantenere una qualche scientificità, salvo perderla spesso nelle conseguenze della loro interpretazione dei dati. Naturalmente è possibile che mi sia sfuggito qualche luogo – di sinistra – dove si è prodotto qualche analisi di un qualche senso, per esempio come quella postata da – A -, e approfitto per chiedere a tutti, se invece nella ricerca siete stati più fortunati di me, di indicarmelo.

    • Secondo me dire che le posizioni di “oggettiva convergenza col governo” da parte di alcune frange di sinistra abbiano dato una “grossa mano” all’azione del governo è un po’ una sopravvalutazione della agency di quelle frange…

      Se sulla questione della stampa mainstream negazionista ti riferivi all’appunto di maurovanetti sopra (ossia sul fatto che posizioni negazioniste abbiano trovato spazio a livelli alti), se interpreto correttamente penso che si riferisse non tanto alla stampa (e men che meno a quella nostrana) ma al fatto che ci sono oggettivamente stati capi di stato e governi (Trump negli USA su tutti) che sul “play it down” hanno costruito intere strategie di gestione della pandemia a livello sia pratico che mediatico.

      • Mah Stefano non sono appassionato alla domanda “quanto è grande l’influenza”, perché il dato rilevante mi pare che, tanta o poca, quello che potevano fare per aiutarlo l’hanno fatto, appello contro gli agguati compreso e sponsorizzato dal Manifesto, tanto per non fare nomi, oppure cianciando di “paradossi della prevenzione” in modo che manco alle medie. Io sono convinto che sarebbe stato più complicato l’aumento di “generalizzato di suicidi, violenze domestiche, femminicidi, vendite di psicofarmaci, depressione, ansia e disturbi alimentari tra bambini e adolescenti, azzardopatia, dipendenza da Internet e da video” se qualcuno si fosse messo a studiare i numeri invece di urlare contro chi non era “abbastanza preoccupato” come se dalla mia preoccupazione o meno dipendesse qualche cosa.
        Non mi riferivo solo a mauro, che francamente non comprendo bene cosa voglia dire con i suoi interventi, perché sarà anche d’accordo con me ma forse quello che vede lui a Pavia non è la stessa cosa che vedo io un po’ più a sud, e richiamarsi a Trump, Bolsonero, Johnson come esempi della potenza del discorso negazionista, in Italia nel novembre del 2020 io lo capisco poco. Anche perché insomma, meno male che ha precisato, ma insomma che ci si dispiacesse dei minori controlli mi è sembrato francamente un po’ fuori luogo. Così come il richiamo ad “astruse teorie” per contestare che? che la scuola rimane uno dei luoghi più sicuri? non è così? quali sono allora quelli più sicuri della scuola? Possiamo enunciarli in modo da capire o me li devo immaginare, come ci si immagina che dire questo significherebbe fottersene quindi dei docenti anziani e dell’affollamento delle aule? Pure il vittimismo di essere minoranza in un mondo di negazionisti mi pare un po’ troppo.

        • Non so, io tutto quello che me la sento di dire è che abbiamo a che fare con un contesto di una complessità enorme. Avere uno sguardo critico implica muoversi simultaneamente in più direzioni… e da qualunque parte ci si giri si trovano complicazioni, sfumature, eccezioni.

          La scuola è uno dei luoghi più sicuri? Ho letto talmente tante cose contrastanti che non so più cosa pensare, sinceramente. A scuola ci lavoro, e spero con tutto il cuore che le primarie non vengano chiuse e gli altri cicli vengano riaperti il prima possibile. Non c’è dubbio che la chiusura delle scuole si sia portata dietro conseguenze devastanti su bambini e ragazzi; e non mi sono imbattuto in nessuno che, a sinistra, abbia l’ardire di negare questo fatto. Ma anche stare a scuola in un regime di restrizioni non è una passeggiata, né per chi la frequenta, né per chi ci lavora. Soprattutto per i bambini più piccoli, se fare lezione in presenza è infinitamente meglio della DaD, l’infinità di microtraumi che si producono a causa delle restrizioni è a sua volta un problema. Complicazioni, sfumature ed eccezioni, appunto.

          Riguardo agli USA, lì la pandemia ha mietuto vittime in percentuali maggiori tra gli afroamericani e i nativi; e, in generale, nei contesti di maggiore povertà. E questo per l’azione congiunta di vizi strutturali di quel sistema e dell’inettitudine/sadismo ideologico dell’amministrazione Trump. Il “play it down” (se proprio non vogliamo parlare di negazionismo) che ha ispirato questa condotta è da considerare meno rilevante, in termini generali, perché gli USA stanno dall’altra parte dell’Atlantico? No, fosse anche solo per il fatto che è per accidente storico, non per destino, che qui in Italia non ci troviamo con un governo che si muove su quella linea lì; e non è escluso che con qualcosa del genere ci tocchi fare i conti in futuro, tanto più che le “pipelines” che partono da certe centrali di disinformazione riversano i loro bei liquami tossici anche qui da noi, e non senza conseguenze. Di nuovo: complicazioni, sfumature, eccezioni.

    • A me non risulta affatto che sia vero che nessuno di sinistra è sceso in piazza con le categorie che hanno protestato nei giorni subito precedenti al secondo lockdown. Si è scesi in piazza coi lavoratori dello spettacolo, si è andati a piazza Plebiscito, ci sono state intere manifestazioni convocate da organizzazioni di sinistra (me ne viene in mente una a Roma ma ci sono altri casi), in tutte le piazze minimamente intercettabili qualcuno ha provato ad andarci, pure in quelle in cui c’era anche parecchia gentaglia.

      Non vorrei che appiattissimo troppo facilmente la variegatissima sinistra italiana in un fantomatico fan club del lockdown e di Conte, fenomeno che pure esiste ma che non esaurisce tutto quanto.

      Per quanto riguarda il mio piccolo a Pavia ci sono state due manifestazioni, una dei lavoratori dello spettacolo e un’altra dei commercianti. Alla prima sono andato, anche se era alquanto scarsa. Alla seconda no perché aveva una piattaforma del tutto sbagliata, era convocata dall’Associazione Commercianti che è una lobby di destra, il leader della protesta era un’ex potente del centrodestra che è pure finito dentro per corruzione (lui e pure suo padre), ovviamente attorniato da tutto il fascistume della città. Questa protesta faceva talmente schifo che addirittura il sindaco leghista ha preso le distanze attaccando l’organizzatore, nessun consigliere comunale ci è andato e nella Lega c’è stata una spaccatura perché Centinaio invece è andato e si è incazzato con il resto del partito locale. Ah, e per mettere la ciliegina sulla torta gli organizzatori hanno attaccato le proteste “violente” avvenute in altre città dicendo che loro non fanno queste cose perché a differenza di certi scalmanati sono «persone perbene».

      Abbiamo anche fatto appello alle altre forze di sinistra politica e sindacale in città affinché si provasse a colmare un vuoto politico promuovendo una manifestazione dei lavoratori e delle piccole attività chiedendo sussidi e misure sociali. Abbiamo scritto un articolo in due parti proprio su questa faccenda: https://santacanaglia.org/2020/lipocrisia-di-fracassi-contro-il-dpcm/ + https://santacanaglia.org/2020/proteste-e-lotta-di-classe-nella-seconda-ondata/

      • Ah, e non ho citato le scuole. Tutta la sinistra è andata alla manifestazione degli studenti, che criticavano la DAD seppure in maniera cauta, e per quanto mi riguarda sarò andato una dozzina di volte nonostante la mia età a provare a fomentare gli studenti in tal senso. Sforzi coraggiosi li hanno fatti anche gli studenti di un neonato collettivo. Abbiamo tappezzato la città di manifesti colorati ecc.

        Non era molto facile perché nelle scuole c’era un clima di attesa e paura, ma nessuno nessuno nessuno ha provato a dare voce all’irritazione verso la DAD e verso l’insufficienza delle misure preventive allestite dal governo e dai presidi, se non le varie sfaccettature del giro dei compagni.

        • «Tutta la sinistra è andata alla manifestazione degli studenti, che criticavano la DAD». E allora della sinistra è rimasto davvero poco. Non so a Pavia, ma a Bologna le manifestazioni contro la DAD hanno visto una partecipazione a malapena discreta. Non che ci si aspettasse tanti studenti, perché quelli sono appunto in un clima di «attesa e paura» e subiscono tutto. Ma almeno chi in questi anni si è riempito la bocca di difesa della scuola pubblica… Dobbiamo quindi constatare che a sinistra non è passata granché quella considerazione che facevi in un altro commento, e cioè che se devo assumermi un rischio di contagio preferisco assumermelo per salvaguardare il ciclo scolastico di una generazione anziché per salvare i profitti di Confidustria. Oppure è una considerazione che non è stata sufficiente per superare il panico, la paranoia, l’infopatia. Ho il forte presentimento che c’entri qualcosa anche il tasso di natalità più basso d’Europa, ma resta il fatto che su questa sconfitta politica, concettuale, e d’analisi – che va dal nodo della scuola, alla sofferenza dei giovanissimi, all’incapacità di capire la condizione dei lavoratori non tutelati e di criticare i dpcm diversivi – si è giocato il destino di quella piccola compagine che prima avrei chiamato “area” e che adesso non è più nulla.

  66. I 2 commenti sopra di Robydoc e filo a piombo secondo me sono collegati e politicamente molto rilevanti.

    C’è un fracco di gente non schierata politicamente, astensionista, senza una collocazione precisa che però è consapevole degli errori e delle storture e anche, in qualche modo, dei trucchi retorici del #iorestoacasa e C. o che quantomeno li ha vissuti sulla sua pelle grazie alle “diverse condizioni materiali”.

    Se questa gente si arrabbia, si guarda intorno per vedere se c’è qualcuno che la pensa come lei, qualcuno in grado di rappresentarla, chi trova?
    A sinistra nessuno. A sinistra trova solo qualche benpensante (e magari anche benestante) col ditino alzato e la mascherina FFP2 ben indossata che gli dice di tornare nei ranghi, sarai mica un “negazionista”, ci sono i morti.

    Invece a destra qualcuno trovano. Con tutto quello che ne consegue.

    Il che, preciso, non vuol dire che si debba dire cose di destra o che siano tanto belli e bravi Salvini e i sindacati di estrema destra e i complottisti che ce l’hanno con i vaccini di Bill Gates. Ma che si debba smettere di essere virocentrici e guardare alla situazione complessiva, ai precedenti che si sono creati e di cui in tanti hanno parlato qui.
    Tanto per dire, se ti mettono la videosorveglianza in fabbrica per controllare l’uso della mascherina, (Isver, bravo), non pensare che te la tolgano poi a emergenza finita.
    E via di questo passo.

  67. Questo articolo e le riflessione sul termine “negazionista” mi convincono.

    Purtroppo inutile impuntarsi su disquisizioni semiologiche cercando di restituire un senso a qualcosa che non ha più l’uso per cui è nato.
    Penso che l’evoluzione del pensiero, che dà forma e sostanza alle parole, necessiti di una rivalutazione politica che deve discostarsi dall’effetto che produce nell’uso quotidiano del termine stesso.

    Non credo sia importante trovare una parola o locuzione sostitutiva, ma continuare a esprimere un dissenso sul merito delle proposte messe in piedi dal Governo, sì. Magari questo termine esiste, magari qualcuno troverà l’epiteto giusto, ma per il momento smarcarsi dal “negazionismo” sia importante per non generare equivoci e confusione.

    È anche vero che la dialettica è fatta necessariamente di parole e che queste parole sono veicoli politici e quando ci si esprime è bene scegliere i termini giusti per non incappare in meccanismi che ti accostano a tutto un universo che viene compreso in quelle parola dalla vulgata mainstream, quindi no forse mi correggo e sarebbe utile trovare un modo per rendere i giusti distinguo.

    Una volta era sufficiente proporre una “critica da sinistra” mentre oggi sembra urgente trovare la sintesi in una parola che dà allo stesso tempo identità e ti definisca nella “bio” di un social. Considerando che questa bio-social sta diventando il biglietto da visita per chi decide di seguirti o meno.
    Questo non è un problema circoscritto agli utenti di Tw, ha preso piede anche nelle messaggistiche peer to peer che tutt* usiamo e che, specialmente in tempi di relazioni sociali ristrette, diventa un’altra bio da compilare (parlo per me che ho l’horror vacui delle cose non compilate in (quasi) ogni riga.
    La necessità urgente di un riassunto di ciò che sei e pensi e che ti inquadri (brutto termine), o meglio, ti identifichi in un pensiero, uno schieramento, un modo di concepire il mondo. I danni dei social, dannazione.
    Ma forse anche del bisogno naturale di ognunx di noi di “sentirsi parte di…”, di avere necessità di fare sapere ad altrx chi si è, cosa si pensa, a cosa si appartiene osi vorrebbe.

    Scusate forse sono finito OT.

  68. ” in fabbrica da me hanno installato i tornelli con termoscanner”
    I padroni hanno sempre fatto questo gioco ma oggi hanno campo libero perché a sostanziare l’ introduzione di misure di controllo sociale è la pandemia e la totale assenza di opposizione ( a sinistra): quindi tornelli accanto al termoscanner.
    Nel duemilaediciassette, l’ università di Bologna ha introdotto i tornelli all’ ingresso della biblioteca del 36 di via Zamboni. Questa decisione diede vita ad una protesta con scontri e cariche, fra polizia e manifestanti, durata circa un paio di settimane. La rappresentazione distopica all’interno di cui ci troviamo oggi era già stata immaginata e pianificata dall’ideologia del decoro e della sicurezza. Tra i più strenui sostenitori di queste misure di sicurezza ci fu, ovviamente, il PD. Oggi il più valido alleato governativo di Confindustria.
    “lo scenario con cui ci si è dovuti misurare è quello di barriere di vetro, dispositivi di controllo elettronico con tanto di telecamere. Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio,con tanto di agenti della Digos all’interno”
    “la polizia in tenuta antisommossa era stata autorizzata a entrare nella biblioteca […]All’interno c’erano stati lanci di oggetti e diverse cariche” Oggi una cosa del genere sembra quasi impensabile, perfino ai protagonisti di quella battaglia.
    In quella occasione si diede luogo ad un precedente gravissimo: l’ ingresso della polizia dentro l’ università.La strategia adottata dal collettivo universitario era secondo me di stampo binario, purtroppo, perché risultato di una impostazione schematica, unica strategia: rispondere alla forza solo con la forza,è stato purtroppo inevitabile. Non essendoci però rapporti numerici tali da uscirne vittoriosi. Si potevano trovare, in contemporanea, strategie più sottili e molto molto più creative per ridicolizzare il contenuto securitario dell’installazione dei tornelli, che avrebbero però richiesto a monte una maggiore profondità di analisi. Qualcuno però su un muro aveva scritto: più tortelli e meno tornelli. E se molti movimenti si sono sciolti come neve al sole è perché manca proprio la sostanza. All’interno di alcuni movimenti, l’ unica forma di opposizione era solo una reazione uguale e contraria.

  69. Ho appena visto il video di Massimo Giannini che con la sua aura da sopravvissuto attacca Crisanti. Orrore allo stato puro.

    Già non è accettabile che uno scienziato non possa esprimere perplessità su un’eccezione a un protocollo scientifico dettata da esigenze politiche – legittime, giuste, sacrosante, quello che vi pare, ma comunque politiche – senza essere messo alla berlina e associato al negazionismo.

    Ma Giannini riesce nell’impresa di dire una cosa perfino più irricevibile, e cioè in sostanza che possiamo stare tranquilli, perché nessuna azienda farmaceutica avrebbe interesse a mettere in commercio un prodotto non sicuro. Noi abbiamo l’alcol… cioè, no… abbiamo il capitalismo che ci protegge!

    Ora, a parte che il punto sarebbe la sperimentazione insufficiente a garantire la sicurezza, e non certo l’eventuale dolo, ma tutte le volte che è successo, allora, non l’avevano capito che non era loro interesse?

    • Alla fine tutti sono potenzialmente tacciabili di negazionismo. Come quando Raoul Pupo, lo storico di estrazione democristiana che negli anni novanta portò nei mainstream il concetto di “negazionismo delle foibe” (fino ad allora utilizzato solo nei milieu neofascisti triestini) utilizzandolo come una clava contro gli storici di area antifascista internazionalista, si ritrovò da un giorno all’altro etichettato come negazionista dai fascisti che aveva contribuito a sdoganare.

      Succede quando il dibattito si svolge secondo schemi discorsivi e dialettici da asilo: specchio riflesso, chi lo dice lo è cento volte più di me, prinz verde tua senza ritorno, ecc. ecc.

      • «Alla fine tutti sono potenzialmente tacciabili di negazionismo»
        Infatti, il che secondo me ne fa un’arma veramente terribile, una roba da imprudenti che evocano un potere che non può essere controllato (tipo proprio l’anello di Sauron?).

        Oggi dai del negazionista a un altro e magari anche legittimamente, domani sei tu messo alla berlina e costretto all’abiura pubblica perché il mainstream ha deciso che la tua opinione è negazionista.

        Circa l’esempio di Giannini citato sopra da Isver, per me è emblematico della polarizzazione che la pandemia sta creando. La pandemia metaforicamente funge da enorme pettine cui arrivano i nodi che finora erano passati inosservati o sotto traccia e mette ognuno di fronte alle proprie convinzioni più profonde e reali priorità.

        Se anche persone tutto sommato abbastanza equilibrate si mettono ad attaccare scenziati che esprimono dubbi legittimi, se anche insegnanti di “area liberal” che fino a ieri erano paladini dell’infanzia e dei diritti delle minoranze si trovano a stigmatizzare i “giovani” e a implorare la chiusura delle scuole e lo “stateacasa”, pensiamo a quali vette potrà arrivare chi invece era in malafede o autoritario già prima.

      • Si, è verissimo, con la differenza che Crisanti non è come Raol Pupo. Quindi la ritorsione di questa definizione nei suoi confronti è ancora più disonesta. Non si sta solo tentando di delegittimare qualunque forma di dissenso che provenga dal basso ma di sopprimere qualunque anelito critico, perfino espresso col distaccato contegno dello scienziato con la testa fra le nuvole, come sembra essere Crisanti. Non si sta solo delegittimando un gruppo disomogeneo di dissenzienti raggruppandoli sotto la stessa etichetta. Si sta ponendo in discussione la professionalità di uno studioso, per la sua opinione. Questo è un attacco anche più grave. L’ uso “improprio” ed estensivo del termine, in questo gioco di specchi riflessi, colpisce chiunque esprima un dubbio lecito. Con ripercussioni e conseguenze a catena gravissime. Non tanto per la qualità del dibattito pubblico ma per la democrazia e la libertà di espressione.

  70. Vorrei precisare che Giannini non ha dato del negazionista a Crisanti. Gli ha dato fondamentalmente dell’irresponsabile – ma non esplicitamente – per aver espresso troppo liberamente i suoi dubbi. Però ha detto comunque che l’uscita di Crisanti “fa il paio con un mood che nel nostro paese c’è” e in quel mood ha scaraventato dentro tutto, compresa la tipa che ha inseguito l’ambulanza. Io al posto di Crisanti non l’avrei presa proprio bene.

    Comunque il video è sull’home page di Repubblica.

    https://archive.is/lq9r9

    • Però scusatemi un attimo.
      Al di la’ del fatto che oramai è tutto un tirarsi merda l’un con l’altro, in questo caso il comportamento gravemente scorretto dal mio punto di vista è quello di Crisanti.
      1) chi ha seguito l’andamento degli studi seri, non lo show in televisione sa benissimo da Luglio (sottolineo da Luglio) che sarebbero finiti i trial con i risultati alla fine di novembre per i vaccini. Sa benissimo che era estremamente facile trovare un vaccino perché il coranavirus non è l’hiv e non è neanche la dengue. E’ un virus similinfluenzale quindi, dato il concentramento di finanziamenti e di studi tutti sapevano che si sarebbe raggiunto il vacicno in tempo straordinari.
      Infatti semmai la perplessità è stata se le case farmaceutiche non abbiano trascurato altre malattie per questo. Transeat.
      2) non so se avete visto l’hp di Repubblica.it il giorno dopo l’annuncio della pfizer, sembrava il bollettino interno dei no vax con ntoizie sulla “pericolosità dei vaccini” e con la consueta Elena Dusi a fare le domande più stupide pensabili (funzionerà? ma chi poi è vaccinato è contagioso? ma ci toglierà solo i sintomi saremo malati lo stesso?)

      Quindi scusate, con tutto il rispetto per Crisanti e per come ha gestito la prima ondata in Veneto, ma in questo caso ha fatto la figura di chi spera che l’emergenza continui.
      Poi ha dichiarato, non datemi del no vax. Eh, ho capito, ma ci mancava solo che parlava del mercurio e dei 5g e l’aveva dette tutte!

      • Ma più che della dichiarazione di Crisanti si stava riflettendo sulla dichiarazione di Giannini e sulla posizione ufficiale della stampa mainstream. Giannini ha argomentato così: ” Tutti i dubbi sono legittimi ma di qualcuno dovremo pur fidarci” (!…) Oppure: ” Trovo queste uscite veramente indecorose e deplorevoli”. Cosa c’entra il decoro qui? La questione viene buttata sempre su un piano di moralistica approvazione/ disapprovazione. La Viola per sostenere Giannini ha chiesto di ” fidarsi della scienza”. Crisanti ha risposto: ” per fare un vaccino voglio che sia approvato e voglio vedere i dati”. Questo è quello che vorrebbero vedere tutte le persone che nutrono seri dubbi sulla rapidità con cui è stato prodotto il vaccino e sulla ” trasparenza” con cui è stata gestita la pandemia. Non è una questione di fiducia è solo una questione di trasparenza. Se il meccanismo alla base della somministrazione delle soluzioni politiche è la fiducia il margine di manovra per il controllo sociale diventa molto ampio. Mentre sarebbe necessario passare dal controllo al consenso, il quale richiede estrema correttezza nell’informazione e non atti di fede. Non ce l’ho con te, Alex JC, lo dico perché il discorso mediatico è stato imperniato sulla polarizzazione di questi due elementi: fiducia vs trasparenza.

        • Sì sì, ci mancherebbe. Purtroppo tutto il discorso mediatico ormai è compromesso ci troviamo a commentare dichiarazioni e soprattutto virgolettati che poi si scopre non essere mai state fatte o estrapolate in modo diverso.
          Diciamo così da Crisanti mi aspettavo meno dubbi sui vaccini, perché ripeto chi ha seguito quello che stava avvenendo con cento stati concentrati con tutte le risorse lì i tempi erano quelli.
          Il Prof. Silvestri (che continuo a ritenere uno dei pochi che fa una buona informazione sulla sua pagina fbk, limitandosi di parlare di cose mediche e biologiche) aveva più volte detto che tra dicembre e gennaio avevamo vaccini e anticorpi monoclonali.

      • Non mi sembra che Crisanti abbia fatto una conferenza stampa per dire peste e corna di questi primi vaccini. Quello che pensa adesso immagino lo pensasse anche prima. I suoi sono dubbi di natura metodologica (accorpamento delle tre fasi della sperimentazione). Semplicemente, è adesso che il vaccino fa notizia, è adesso gli hanno chiesto la sua opinione ed è adesso che lui ha espresso i suoi dubbi. E per me ha fatto solo bene. L’ultima cosa che ci serve è l’esaltazione di massa per i vaccini facili.

        Quanto al resto, non credo proprio che Crisanti tema la “concorrenza” del vaccino, se è questo che intendi dicendo che sembra sperare che l’emergenza continui. Anche perché della sua “ossessione” per i tamponi non ci libereremo comunque prima di un anno e più, visti i tempi che richiederà una campagna di vaccinazione di massa. Il virus non gioca in borsa.

        A me poi interessava più che altro la ridefinizione del negazionismo operata da Giannini per includere quello che fino a ieri era il lider maximo delle cassandre.

        • A me sembra che quelli che esprimono più dubbi sui vaccini guarda caso sono proprio i fautori del lockdown e delle restrizioni e ripeto, basta vedere le pagine dei giornali Gedi che hanno messo così tanti dubbi sul vaccino (e anche sui vaccini in genere) che non hanno mai fatto prima.
          e del resto lo fanno da mesi, sono quelli che titolavano fino a ieri “non si sa se si producono anticorpi”, “i guariti si riammalano”, “forse un vaccino non ci sarà mai”

          La mia opinione è che chi ha seguito lo svolgersi della cosa non può meravigliarsi che sia arrivato in tempi brevi.

          Io ho sempre apprezzato Crisanti per come ha gestito la cosa in veneto, poi l’ho apprezzato di meno perché ha rilasciato dichiarazioni contraddittorie. Più volte.
          Questa sua uscita secondo me è proprio fuori luogo.

          Dopo di che, in termini strettamente politici, il vaccino rappresenta la fine dei giochetti di Conte e Speranza perché una volta che è disponibile non hanno più scuse per continuare emergenza e provvedimenti demenziali vari. Questo ovviamente se non cominciamo ad assecondare i dubbi sui vaccini. Anzi, IMHO è il momento di rigirare la frittata e far passare loro per negazionisti.
          Parere personale, eh!

          • Crisanti però, al contrario di molti esaltati delle misure dure, è sempre stato un esaltato del tracciamento. Questo per un semplice motivo: una buona possibilità di tracciamento, consente una migliore circoscrizione dei focolai, senza operare nessun tipo di lockdown autoritario su scala nazionale o regionale. Non usciremo dall’apparato repressivo messo in piedi solo grazie ai vaccini. Questa pandemia ci lascerà in eredità molte restrizioni, come è stato per l’undici settembre. L’ antidoto non è l’ arrivo del Messia. Non sarà il vaccino a liberarci dalle catene.

            • Filo a piombo quali sarebbero queste restrizioni che erediteremo a fine pandemia?!
              Io penso nessuna. Tenendo a mente che fine pandemia non corrisponde a inizio vaccinazioni.
              Forse la DAD, che però non è una restrizione vera e propria, verrà usata maggiormente soprattutto a livello universitario.
              11 settembre e covid19 sono due cose completamente diverse. Con questo non voglio giustificare ciò che è rimasto dopo l’11 settembre, semplicemente non penso che rimarrà né il coprifuoco né l’obbligo della mascherina né l’accesso contingentato.

              • Scusa Smerdjakov se mi intrometto non essendo la domanda posta a me. Tuttavia condivido il pensiero espresso da Filo a piombo e vorrei precisare in quali termini. Anche io, come te, non credo che “coprifuoco” e contingentamenti rimarranno in vigore sine die ( se non altro perché sarebbe insostenibile a livello economico-sociale, non certo per aderenza a valori più meritevoli di tutela). Ma ogni giorno che passa si insinua in me il timore che a permanere sarà la facile attitudine ad introdurre misure così incisive come il divieto di circolare oltre una data ora, in parallelo alla rassegnata accettazione dei cittadini a considerare tutto ciò la normalità.
                Il sindaco del mio paese, nonostante siamo in zona gialla, e nonostante alla sera in giro a Novembre si oda solo il suono del maestrale, ha introdotto il coprifuoco dalle 20:00 e imposto la chiusura delle attività alle 18:00. Ciò senza che questa decisione sia fondata su dati tali da giustificarla. Un aumento dei casi positivi accertarti, senza alcuna analisi dei luoghi ove il contagio si è diffuso e senza alcuna evidenza scientifica che il coprifuoco abbia qualche utilità per i fini dichiarati, è sufficiente per adottare una limitazione così stringente della libertà personale. Il tutto accompagnato da un “ purtroppo non si può entrare nelle case perché la Costituzione lo vieta”. Se per questo la Carta dice anche altro, ma pare che sia più importante dare la caccia alle streghe ( negazionista is the new runner) per distogliere l’attenzione – come recita il titolo del thread- dalle vere responsabilità e soprattutto dalla considerazione che forse, solo forse, un virus è controllabile fino ad un certo limite.

              • Ciao Smerdjakov, ( e grazie Mandragola).
                Isver in un altro commento ha parlato dei tornelli in fabbrica ed io, ad esempio, di quelli in università. La biblioteca dell’università è un luogo pubblico. Un luogo di cultura e per accedere ad una biblioteca, un luogo del sapere, non deve essere necessario avere pagato costose tasse universitarie. Questo succedeva prima del Covid e la misura era stata accolta con sdegno e protesta, perché inaccettabile. Il contingentamento del sapere, o di qualunque altro luogo pubblico, non ha nulla a fare che la sicurezza o con le ipoteche misure di prevenzione di una pandemia ma con la selezione di classe. Se prima non avevano una scusa valida, ora ce l’ hanno. Ed anche in fabbrica, in cui l’ introduzione dei tornelli è un argomento vecchio. I tornelli ( in uscita) alla Fiat Alfa Romeo di Arese sono stati introdotti per controllare che gli operai non rubassero (!!!) Quindi era stata introdotta anche la perquisizione. Su questa base sono stati effettuati licenziamenti pretestuosi( di attivisti sindacali) che l’ azienda ha dovuto ritirare con conseguente risarcimento dei danni. Adesso è tutto più semplice e l’ adozione di queste misure non ha più bisogno di valide giustificazioni. A Bologna, purtroppo, da anni si discute dell’introduzione di tornelli sui mezzi pubblici,contro i “portoghesi”, ma viaggiare è un diritto anche dei poveracci. E per i più poveri dovrebbe essere gratuito. Invece se non puoi pagare devi andare a piedi. Magari con la scusa di ridurre la capienza sui mezzi, riusciranno ad installare i tornelli. Ma il punto non è neanche questo. È quello di fare passare per assoluta normalità il diritto di una entità superiore ( sia lo Stato, sia il padrone) di esercitare un controllo poliziesco sulla nostra vita. È questo il fardello di cui non sarà facile liberarsi.

                • Una precisazione: ovviamente la perquisizione ( se non è effettuata da un pubblico ufficiale) è illegale. Ma molti operai si sono sottoposti a perquisizione senza protestare e quelli che hanno rifiutato la perquisizione sono stati sottoposti a provvedimenti disciplinari ( senza alcun fondamento giuridico). Perché il padrone recriminava il diritto ad effettuare un’ azione illegale. E il licenziamento può essere effettuato solo se sei colto in flagranza di reato. Ma questo solo per dire che, per eliminare pezzi scomodi del sindacalismo, bisognava inventare il furto di viti e bulloni. Che è già comico di per sé. Un carburatore non sarebbe di sicuro passato inosservato.L’ obiettivo dei tornelli non era quello di introdurre maggiore sicurezza ma di instaurare un dispositivo di controllo sociale ed anche un clima di paura. Un po’quello che succede ora.

              • Beh, di sicuro il divieto di assembramento è così carino che credo proprio che decideranno di tenerlo. I confini aperti poi sono diventati un ricordo del passato. Magari per chi vive a Roma i confini aperti sono un lusso borghese, ma per chi vive a Trieste e Gorizia sono la condizione minima per una vita sensata. C’era più libertà di movimento negli anni della guerra fredda: grazie alla mitica propustnica si poteva riunire a livello familiare e amicale quello che la geopolitica aveva diviso. Non parliamo poi delle battaglie storiche per la libertà di migrazione. Molti (ex) compagni da no border sono diventati sovranisti, anche se ancora non lo sanno.

              • Possiamo dire che una legge, un’abitudine o un dispositivo introdotti in un periodo “d’emergenza” hanno almeno due modi per restare in essere oltre l’emergenza stessa: uno è quello evocato da Smerdjakov, ed è quello più diretto: la legge introdotta rimane nell’ordinamento, la misura emergenziale non viene revocata. L’altro è quello di stabilire un precedente, di rimanere nel campo delle possibilità, che in un certo senso fa parte del Reale. Ciò che è accaduto una volta, per emergenza, può essere più facilmente riproposto, anche senza emergenza. Questa seconda modalità, chiamiamola indiretta, è meno vistosa, più subdola, ma scava nel profondo, e contribuisce a spostare la linea di demarcazione tra ciò che riteniamo accettabile e ciò che invece non si può accettare. Quella linea, una volta spostata, non torna indietro. L’aver varcato una certa frontiera rimane nella memoria sociale e in quella individuale, nei corpi delle persone, e li plasma, così che siano più pronti, più plastici e modellati a dovere, per la “prossima volta”.

                • Ecco, WM2 ha esplicitato perfettamente il concetto cui alludevo. Sarà in modo indiretto e subdolo che le raccomandazioni, i divieti, gli obblighi, varcato il confine delle coscienze modellate dalla paura e dalla leva sulla responsabilità per il bene altrui, rimarranno lì, in un cantuccio. Pronte ad essere invocate e ripescate ogni volta che sarà dichiarata una emergenza, vera o presunta, non importa. Sarà molto più semplice che intervenire sulle cause strutturali che rendono i vari sistemi e comparti incapaci di reagire di fronte alle criticità. Non voglio essere pessimista, ma il guado è stato attraversato. Quanti di noi, se ci avessero detto, che so- a Dicembre 20019- che di lì a pochi mesi non saremmo potuti uscire di casa senza un pezzo di carta da esibire a richiesta, lo avremmo ritenuto possibile? Avremmo immaginato questa esistenza a fisarmonica? Compressa ed estesa a piacimento e con motivazioni assai blande? Per non dire arbitrariamente.

                • Concordo con l’interpretazione generale di Filo a Piombo, Isver, Mandragola01 e WM2.

                  E’ la famosa “strategia della rana bollita”, amatissima fra i complottisti, ma che obiettivamente “sta in piedi” anche senza metterci il pregiudizio di intenzionalità.

                  Se un limite viene spostato gradualmente è più difficile accorgersi della “gravità” del problema e delle conseguenze a lungo termine, e soprattutto si ha “ancora” troppo da perdere per non accettare una soluzione di compromesso.

                  Esempio stupido: se ti dicono “da domani sei a casa, licenziato”, hai la volontà di arrabbiarti, magari ricorri a un avvocato, e in ogni caso “non hai più nulla da perdere”.
                  Se invece ti dicono “da domani ti riduco lo stipendio del 5%” in qualche modo te lo fai andare bene, visto che ti resta ancora il 95% dello stipendio da perdere se qualcos’altro va male.

                  Ma lo stesso vale per welfare, pensioni, diritto del lavoro: pensate a cosa sarebbe successo se tutte le riforme che ci siamo sorbiti negli ultimi 20 anni per assurdo le avessero introdotte tutte di colpo negli anni ’80 (boh, governo Fanfani VI tipo). Credo prprio che ci sarebbe stata la rivoluzione per le strade. Sarebbe caduto il Governo e alle successive elezioni il PC avrebbe preso il 60%.

                  Invece un pezzo alla volta non ci sono state grosse proteste e via andare.

                  Ripeto, non ci sto mettendo il pregiudizio di intenzionalità, è che è proprio così che funziona, le cose si manifestano “spontaneamente” molto meglio lungo la via di minore resistenza…

              • Smerdjakov, sinceramente – per rispetto della metodologia e dell’etica del discutere – io mi aspettavo che tu reintervenissi per rispondere alle domande che ti avevo fatto qui. Non erano domande retoriche, le avevo fatte per ottenere risposte e capire meglio cosa tu intendessi nel tuo commento, che non mi era per niente chiaro. Invece, dopo giorni di silenzio, intervieni per fare tu altre domande su un altro punto della questione. Non può funzionare così, in una discussione non può esserci chi fa solo domande senza rispondere a quelle degli altri.

          • Dall’Ansa:

            Dichiarazioni “gravi e infondate”, per il direttore generale dell’Agenzia italiana del Farmaco (Aifa), Nicola Magrini. “Gli studi clinici sui vaccini anti Covid-19 hanno effettuato tutte le fasi di validazione e valutazione”, afferma Magrini e rivolgendosi a Crisanti: “Credo che con le sue parole rechi un danno grave al Paese, oltre che a se stesso”. Per il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, “Crisanti si sbaglia. Il vaccino anti-Covid sarà sicuro”, mentre l’infettivologo Matteo Bassetti su Facebook, chiede che “Governo e comunità scientifica prendano le distanze da queste affermazioni gravissime”.

            Lo so che non è questo che hai in mente tu, ma se per rigirare la frittata e far passare loro per negazionisti, rischio di essere risucchiato in questo buco nero, sinceramente preferisco andare a ballare nel prossimo video della casalinga di Mondello.

            • Repubblica.it 10 novembre
              “Vaccino: trasportarlo a -80° potrebbe essere più complicato che trasportarlo” (Eccerto, possiamo fare arrivare il bamboccetto di spiederman de luxe in cristallo intatto da San Francisco a Bitonto in 24ore ma non mettere un paio di congelatori sui carghi)
              “Grave incidente” il Brasile sospende il vaccino i test sul vaccino cinese sinovac (il volontario si era suicidato, test ripresi 6 ore dopo ndr)
              “sanità: ci avrà le prime dosi del vaccino?” sottotitolo: “difficile contagiarsi sui bancomat ma il virus c’è. (che minchia c’entra?)

              Poi, Repubblica 20/11
              “Il vaccino sarà sicuro?” dell’immancabile Elena Dusi
              “Vaccino: Emilia Romagan scelti magazzini top secret” (gomblotto?)
              “pro e contro dei quattro vaccini in arrivo” (ah ecco, quindi ci sono anche elementi contro i vaccini?)
              Repubblica 19/11
              “Il vaccino oxford è tollerato meglio dagli anziani che dai giovani” (balla sesquipedale)

              Isver, a parere mio, nulla come il vaccino può porre fine alla questione. L’alternativa è sperare che “la dittatura degli inetti” rinsavisca (“così, de botto, senza senso” cit.) e cominci a gestire decentemente la vicenda.

              • “Isver, a parere mio, nulla come il vaccino può porre fine alla questione.”

                Non so se porrà fine alla questione. O meglio, non credo che la questione sia solo questa pandemia. Ma sono d’accordo sul fatto che il vaccino cambi lo scenario. D’altra parte sono talmente stanco di lavorare in fabbrica con gli occhiali appannati per colpa della mascherina, che allo stato attuale mi inietterei anche il vaccino di Putin. Quindi non è certo me che devi convincere. Tra parentesi, l’ho seguito anch’io Silvestri in tutti questi mesi. Penso che PdO abbia rappresentato un’importante finestra sul XXI secolo, mentre la realtà era stata catapultata indietro nel XIV.

                Nonostante questo, il punto rimane. I dubbi di Crisanti sono legittimi, mentre il trattamento che gli è stato riservato, semplicemente, non lo è. Non lo sarebbe nemmeno se le voci tonanti che si levano, fossero autorevoli come pretendono di essere. Non lo sarebbe nemmeno se tra i suoi critici più feroci non ci fossero personaggi che col loro protagonismo e la loro mancanza di cautela, hanno contribuito ad avvelenare il clima degli utlimi mesi come pochi altri, salvo poi fare inversione a U come niente fosse. E per come sono fatto io, di fronte a uno spettacolo del genere mi faccio delle domande. Non mi sono piaciuti per niente neanche i toni di Silvestri. Lui che chiama tutti amici (magari ironicamente), anche quelli che lo insultano in maniera pesante. Lo ha accusato di dire cretinate da no-vax senza neppure nominarlo. Non ci siamo.

                • Capisco perfettamente quello che vuoi dire. E per inciso tutti possono sbagliare talvolta ad usare toni e parole non adeguate. Crisanti come Silvestri come la Capua, come anche a noi.

                  D’altra parte però vedi qua: https://www.open.online/2020/11/22/biologa-capo-laboratorio-spallanzani-tv-coronavirus-vaccino-anno/

                  E si ricomincia: la colpa è stata delle risalite di ottobre è stata del “Libera tutti” di giugno (libera tutti che non solo non c’è mai stato ma che è un’assurdità scientifica, la dr.ssa Capobianchi, biologa, come fa a non sapere che eventi di luglio non possono dare picchi di contagio a ottobre ma li dovrebbero dare dieci giorni dopo al massimo? Come fa a non sapere che anche la durata dei vaccini stagionali è di un anno? Allora ci vacciniamo per stare chiusi in casa? Escludiamo la malafede, ok. Siamo buoni, diciamo che è vittima della confusione generale, via e chiudiamola qui.

                  Condivido pienamente che dare del negazionista o etichettare di no vax il primo che fa una critica è sbagliato e pericoloso.
                  Però occhio, che se poi facciamo passare in cavalleria anche il fatto che ormai c’è un vaccino e le cure appropriate poi sta gente farà quel che vuole non fino a marzo ma fino al 2040

  71. Riporto i link a due articoli del New York Times dove si riportano i risultati di due studi che cercano di rispondere a questa duplice domanda: perché i bambini si contagiano molto più raramente degli adulti e, se si contagiano, raramente sono infettivi?
    Ci vengono proposte due risposte diverse, non ho la competenza per dire se si escludano a vicenda o se siano complementari.

    Children Produce Weaker Coronavirus Antibodies, Study Finds
    The research suggests that children clear the infection much faster than adults and may help explain why many don’t become seriously ill.

    The Children Never Had the Coronavirus. So Why Did They Have Antibodies?
    A provocative study suggests that certain colds may leave antibodies against the new coronavirus, perhaps explaining why children are more protected than adults.

  72. Ma se uno osa dubitare della Scienza è un no vax, un irresponsabile e quindi un negazionista. Siamo sempre al fraintendimento del concetto di delega declinato, in questo paese, in maniera autoritaria. Qualunque cittadino ha il diritto/ dovere di esercitare controllo sulle decisioni prese. Nel momento in cui ti si dice di ” fidarti” si supera, pericolosamente, un argine. Delegare qualcuno a prendere decisioni non può escludere la possibilità di effettuare controlli e verifiche. E non possiamo “fidarci” della Scienza come di una divinità.

    • il discorso sulla scienza è lungo e complesso e non è il caso di farlo ora.
      Da organizzatore di decine di Evolution Day e altre conferenze di divulgazione scientifica fin da aprile dico che finita questa emergenza ci sono due parole che saranno impronunciabili per tanto tempo, una è sinistra e l’altra per l’appunto è scienza.
      Se ci fate caso tutti i divulgatori più seri e non strettamente legati al gruppo Gedi (parlando di quelli che conosco personalmente ad esempio Barbujani, Pievani, Bellone) hanno accuratamente evitato di buttarsi nel mucchio perché è impossibile far ragionare la gente se hai tutti contro.
      Basta un mezzo dato sbagliato per ritrovarsi sommersi dal fango (e attenzione perché nei prossimi tempi probabilmente ne arriverà per reazione anche su quelli governisti… e va bè, spoilero perché siamo fra amici: https://forbetterscience.com/2020/11/10/antonio-giordano-and-the-sbarro-pizza-temple/ )
      Ad ogni modo la scienza non è una divinità e non è neanche il totalitarismo che descrive Burioni (che ha fatto più danni lui con quel sottotitolo che 30 anni di movimenti no vax). Però chi gioca a fare scienza sa che ci sono delle regole e deve rispettarle (e per regole non si intende l’intuito o la libertà di fare ogni tipo ipotesi… ripeto discorso complesso da rimandare a tempi migliori).

      • Alex, devo dirti che in questo caso non riesco a seguirti. Qui credo siamo tutti d’accordo nel ritenere che il vaccino sarà la soluzione, anche se in molti sanno che potrebbero poi esserci complicazioni, ma intanto il vaccino ci serve. Detto ciò, ti pare un dibattito sereno quello in cui un Crisanti esprime un opzione di prudenza e viene attaccato in tal modo? Manca solo la scomunica poi siamo in pieno medioevo.

        Quando uno scienziato, un virologo, sostiene una posizione e aggiunge: “mi propongo come volontario per i test”, l’opinione pubblica lo considera un eroe, l’atto di proporsi come volontario viene preso come una prova, una corroborazione della tesi. Invece a mio avviso è un atto disonesto, introduce una opzione moralistica criptocristiana in un dibattito che dovrebbe essere solo razionale.

        • Che non sia un dibattito sereno l’ho sottolineato più volte e che è assolutamente difficile riuscire a far passare un messaggio che abbia un senso scientifico altrettanto.
          Cerco quindi di spiegarmi meglio.
          Crisanti può esprimere tutti i dubbi che vuole ma sa benissimo qual’è il contesto che stiamo vivendo (ne’ sereno ne’ tantomeno normale) e sa benissimo cosa vuol dire prendere in questo momento una posizione del genere.
          PEr questo rimango doppiamente meravigliato da lui.
          Se fossimo in un contesto normale e arriva una news che improvvisamente dice “trovato il vaccino per l’aids (o altra malattia virale a caso attualmente senza vaccini, epatiti, ebola, malaria etc)” il fatto che uno dica “mah, sono scettico ho dei dubbi e voglio vedere i dati” ci sta tutto.

          In questo momento e in questo contesto, un virologo serio che ha seguito lo sforzo fatto, i progressi mese per mese e sa le scelte (condivise dalla comunità scientifica e da tutti quei virologi che non hanno passato il tempo a tirarsi merda in tv) che hanno portato alla riduzioni dei tempi canonici, fare un uscita del genere è quanto meno inopportuna oppure a pensarla male fa parte di chi ha interesse che l’emergenza (intesa come poteri speciali a Conte e tutto il contesto) non finisca.
          La terza opzione è che Crisanti sia stato troppo preso dal suo lavoro per seguire lo svolgimento dei lavori sul vaccini. Però insomma, la escluderei.

          Il tutto rigorosamente IMHO. Ognuno liberissimo di vederla come vuole, ci mancherebbe.

          • Però, Alex, la congettura che Crisanti abbia espresso quei dubbi per calcoli sul beneficio personale che trarrebbe dall’estensione dell’emergenza non può essere buttata lì così, addirittura come prima ipotesi, come hai fatto qualche commento fa. Crisanti può aver fatto quella dichiarazione per vari altri motivi, anche opinabili, criticabili e pure demolibili se lo si ritiene giusto, anche senza introdurre alcuna forma di “dolo” e disonestà intellettuale. Uno scenario del genere dev’essere l’ipotesi che resta dopo avere scartato tutte le altre, e dev’essere corroborato quantomeno da indizi robusti, e in ogni caso l’ipotesi andrebbe formulata con mille cautele (anche per questioni legali). Così invece è un’illazione pura e semplice. Cerchiamo di non scivolare noi stessi lungo la china che descriviamo quando parliamo di fantasie di complotto.

            • Chiedo venia, però per la precisione, dopo il giudizio su questa uscita che imho rimane “gravemente scorretta” ho scritto dal primo post: “ha fatto la figura di chi spera che l’emergenza continui.
              Quindi ho dato sempre il beneficio del dubbio, forse non l’ho scritto chiaramente. Nel caso chiedo scusa.
              Ribadisco non ho nulla contro Crisanti, anzi è uno dei pochi ad aver fatto ciò che si doveva fare nella prima ondata, però posso dire che, al di là di questa sua ultima, ha rilasciato spesso dichiarazioni contraddittorie e imho si è fatto un po’ prendere la mano dai famosi 15 minuti di notorietà.

          • Ho capito perfettamente cosa intendi, ma in tal modo tu pretendi da Crisanti un comportamento politico, mentre lui “in quanto” scienziato deve esprimere i suoi dubbi a prescindere dalle conseguenze politiche. I ruoli devono essere distinti: tanto è inaccettabile che la linea politica sia virocentrica, quanto lo è che ad una tesi metodologica sia imputata una responsabilità politica.

            Allora diciamo che al Crisanti scienziato deve essere possibile esprimere pubblicamente tutti i dubbi che vuuole. Se la politica non sa assorbire e sintetizzare le voci della scienza, non è colpa della scienza, o dello scienziato.

            • Scusami. No, non lo pretendo da politico. Lo pretendo da scienziato.
              Se tu stai seguendo i lavori e sai che da luglio la previsione è che avremo i primi vaccini negli ultimi mesi dell’anno e gli anticorpi monoclonali al massimo entro i primi due mesi del 2021 non fai la sparata quando esce l’annuncio. Semmai ti esprimi prima o meglio ancora dici “scusate posso partecipare agli studi in qualche maniera?” (Voglio dire l’ha fatto un medico che conosco di Terni e ha fatto il volontario per quello di oxford non è che non si può fare).

              Il problema invece, per l’appunto, è che mi sembra un discorso politico. Mi sembra, ma concediamo la buona fede sia per meriti passati sia perché l’ambiente ormai è quel che è e anche perché bisognerebbe avere una registrazione audio di quel che ha detto.

              Ad ogni modo, altro imho doveroso, dovremmo già richiedere a gran voce di far cessare l’emergenza prima dal vaccino. Come? usando i test antigenici rapidi che già ci sono: lasciamo perdere i grandi eventi ma riapriamo quasi tutto (soprattutto ristoranti, cinema, teatri) e diciamo fin quando non c’è il vaccino puoi andare dove vuoi basta che entro i due giorni precedenti hai fatto un test rapido antigenico (costo, 5, max 10 euro) e sei negativo. Lo mostri all’ingresso e stop. Se lo fanno funzionare in germania per andare a lavorare, non capisco perché non si possa fare per restituire un po’ di libertà alle persone.

              ps il mio cc è a disposizione per chi voglia controllare che non ho versamenti dalla casa produttrice dei test rapidi. :)

              pps tanto il versamento l’ho fatto fare su quello di mia moglie :D

              • Scusami, replico per l’ultima volta, che non diventi una discussione a due. Crisanti sostiene che il metodo usato per questo vaccino è pericoloso, già fare in parallelo e non in successione alcune fasi di test rende più difficile leggere i risultati, ma soprattutto in ogni caso viene saltata la fase finale di prova effettiva su individui studiando per un arco di tempo di mesi gli effetti non visibili subito. Ora, siamo in emergenza e saltiamo questa fase, ma permetterai che uno scienziato ponga le sue obiezioni?

                Tra l’altro siamo ancora in corsa, non ci sono state ancora le ultime autorizzazioni del ministero e dell’eu, quindi capisco la fretta di tutti, ma valutiamo con cura tutti gli aspetti, io da uno scienziato mi aspetto questo, non ansia e giubilo, ma prudenza e calma.

      • Alex mi pare di aver capito che uno dei problemi sia la disponibilità di dati a “terzi”, nel senso che le agenzie avranno a disposizione anche i dati grezzi ma i ricercatori non istituzionali, come Crisanti, no. Ne deduco che il problema sia di nuovo la fiducia non tanto nella “Scienza” quanto negli “scienziati”, che è cosa diversa. Siccome è successo in passato che insomma, alcuni farmaci non erano così efficaci come si diceva e siccome si è scoperto dopo qualche anno, allora arriva lo scetticismo.
        Sono d’accordissimo sul fatto che la parola “scienza” sarà difficile da spendere in un futuro prossimo, ma la “colpa” io credo davvero che sia degli “scienziati”, ovviamente con le dovute eccezioni, ci mancherebbe. Diciamo che la comunità non è stata così pronta a prendere le adeguate contromisure, anche se il mio sospetto è che manchi proprio l’umiltà di comprendere che altri ambiti hanno i loro codici e che sarebbe il caso di conoscerli anche sommariamente. Ma come forse si intuisce sto solo ripetendo quanto scritto in https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/05/science-communication-breakdown/. Alcuni avevano criticato il pezzo dicendo qualcosa di assurdo tipo i “veri scienziati” una vera e propria contraddizione in termini. Poi forse vale la pena sottolineare che gli scienziati che appaiono più spesso sono quelli ai vertici delle proprie discipline, che guidano istituti di ricerca ed enti prestigiosi, ed il fatto che facciano spesso queste misere figure la dice molto lunga sui meccanismi di selezione anche in ambiti meno “dscrezionali” (o che si suppone possano essere tali) come le scienze dure. Ma appunto questo è un discorso lungo, anche se trovo avvilente che alcuni “interni” pensano che dall’esterno queste critiche non si devono fare.

        • Come ho detto aprire un confronto sulla scienza, sulle scienze dure e quelle molli, di cosa è scienza e cosa non lo è, sul metodo, sull’empirismo, sulla interpretazione dei dati, del rifiuto di darli di quei dati e poi appellarsi al gomblotto della scienza intoccabile, sul perché non bisognerebbe mettere la parola scienza associata a cosa non lo è per non arrivare al paradosso di “scienze dell’arte” che significherebbe la morte non della scienza ma delle arti, è duro e difficile in tempi normali. Figuriamoci oggi! Se ne vogliamo parlare senza massacrare gli zebedei a tutti i giapster andando qui clamorosamente OT ti posso segnalare che io la penso ancora più o meno come ho scritto a pagina 6 di questa nostra rivista: https://www.civiltalaica.it/cms/index.php/bimestrale-numero-21.html con un po’ di correzioni che usciranno nel numero del prossimo dicembre (titolo del pezzo: “Ma la scienza è democratica”… “caro Burioni” me l’hanno fatto togliere).
          Se ti interessa mi scrivi a info@civiltalaica.it e ne parliamo quando vuoi. Oppure se i WM pensano sia il caso e che possa interessare apriamo un confronto in uno spazio qui appropriato. Come preferite.

      • Proprio perché la scienza non è una divinità, scusa se mi permetto ma tu chi sei per scrivere “il discorso sulla scienza è lungo e complesso e non è il caso di farlo ora”. Ti rispondo con una frase fatta: “se non ora quando”? Ti si può dare atto che sei un addetto ai lavori ma questo non ti dà titolo per porre delle cesure, dei paletti in un dibattito che si spera rimanga nei binari di un confronto civile. Siamo qua per discutere, per confrontarci, col beneficio del dubbio e della possibilità di commettere errori anche perché non siamo degli esperti sul tema, ma del resto se il dialogo dovesse tenersi solo tra “esperti”, la sede adatta non sarebbe questa.

        • Alex non intendeva quello che hai letto tu nel suo commento. Voleva dire che il discorso sarebbe lunghissimo e complicato, sborderebbe la cornice pur ampia di questo thread, e l’impresa di riassumere il tema sarebbe superiore alle sue forze in questo momento. Però ha linkato altre sedi dove ha affrontato il discorso e ha detto che se lo “autorizziamo” come gestori del blog può affrontare il discorso ex novo, magari non al 400esimo commento di un thread.

    • A proposito, qualche giorno ho visto, mio malgrado,una delle ultime puntate di report, che si occupò tra le altre cose di un’inchiesta sul vaccino sviluppato dall’istituto Spallanzani e altri, dove hanno scoperto che c’erano di mezzo brevetti della gsk, quindi partenariato privato-privato-pubblico con tanto di spot dell’immarcescibile Zingaretti a declamare le sorti magnifiche e progressive di un vaccino bene pubblico. Bene, anzi benissimo. Peccato che poco dopo la trasmissione mandava in onda l’intervista-spot ad una volontaria-cavia per un vaccino commissionato da non so chi, comunque un privato, il tutto incorniciato da un “io ho fiducia nella scienza”. Ecco un esempio di informazione tossica e subdola sulla pandemia-infodemia. Tossica perché non fa che riproporre i soliti pregiudizi basati sul virocentrismo, subdola e infida perché mentre da un lato indaga su conflitti di interesse di aziende private che hanno come committente anche il pubblico, dall’altro proclama una fiducia nella scienza, con la S maiusola, che è del tutto irricevibile.

  73. Io penso che abbiate ragione quasi su tutto.

    E tuttavia, la domanda mi rimane: come? E’ un dato di fatto che aumentare i contatti aumenta il rischio di essere esposti ad un virus che mette le persone in pericolo di vita, immediato o “ritardato”. Per carità, è colpa di chi non ha avuto alcun interesse a comprendere quali attività sono più a rischio e quali meno, ma dobbiamo fare il meglio che possiamo con quello che abbiamo: ed ora come ora, consigliare a qualcuno di mantenere una vita sociale, di uscire ed incontrare altre persone, mi sembra un invito ad ammalarsi. Certo, la salute non è solo non prendersi malattie, e so benissimo che in questi mesi la nostra salute mentale è stata messa a dura prova (lo so anche per esperienza diretta); ma ora come ora, si rischia di presentarsi alla porta di un ospedale e di sentirsi rispondere: “non sappiamo dove metterti” se si prende il Covid, non se si ha una crisi di panico (che è orrendo e devastante, non voglio minimizzare). La colpa è di chi negli anni scorsi ha brutalmente tagliato i posti letto? Sì. Ma mai come ora ho sentito la scissione tra ciò che dovrei fare come “fedele” di una certa ideologia e quello che dovrei fare “professionalmente” (sono un medico e lavoro in pronto soccorso e, almeno dove lavoro io, la situazione rischia seriamente di precipitare): come posso dire alle persone che possono uscire, manifestare, incontrarsi, quando so benissimo che così facendo le espongo ad un contagio forse mortale? Questa mi sembra la domanda a cui dare risposta più urgente: è possibile elaborare un metodo di “autocontenimento” del virus, senza per questo diventare fan del lockdown, scherani di Burioni, delatori che chiamano i carabinieri ogni volta che vedono qualcuno con la mascherina non perfettamente in asse? Spero di sì. Ma al momento non vedo traccia di questo metodo.

    • A questa domanda, in questi mesi, abbiamo risposto spesso. Anzitutto, la premessa va formulata in maniera più precisa: “aumentare i contatti aumenta il rischio”, certo, ma non tutte le situazioni sono uguali. Anche alzarsi da letto e camminare aumenta il rischio di slogarsi una caviglia, ma un conto è camminare in corridoio e un altro è scendere di corsa una morena glaciale a tremila metri d’altezza. Questo ci permette di distinguere contatto e contatto, e di formulare vari livelli di rischio. Cosa che nella vita facciamo di continuo, perché vivere è un continuo bilancio tra rischi e priorità, solo che questo calcolo rimane sotto traccia, finché le condizioni sono normali, e supera invece la soglia della consapevolezza quando interviene un elemento nuovo, come il nuovo coronavirus. Questo per dire che qualunque manifestazione di piazza è, per definizione, a contatto con altre persone, ma se distinguo contatto e contatto, posso trovare il modo di manifestare in maniera sicura, con un livello di rischio accettabile. E lo stesso può dirsi per molte forme di socialità, compresa quella scolastica. Quindi, tornando al “come?”, anche senza prendere in considerazione quel che si poteva fare e non è stato fatto, sic stantibus rebus io credo che le scuole possano restare aperte; che cinema, teatri e altre forme di spettacoli dal vivo si possano fare in maniera sicura; che il trasporto pubblico andrebbe potenziato; che portare la mascherina all’aperto sia piuttosto inutile; che transennare una piazza per evitare “assembramenti” sia un delitto; che il governo dovrebbe distinguere in maniera netta le “raccomandazioni” dalle norme, senza mettere tutto nello stesso calderone di un DPCM; che il coprifuoco sia una misura del tutto irragionevole; che in generale bisognerebbe puntare di più sulla responsabilità dei cittadini, senza chiudere spazi pubblici o normare il numero di persone che uno può invitare a casa sua; credo che si dovrebbe controllare con più attenzione la sicurezza dei lavoratori nei settori che sono rimasti aperti; che la chiusura di un settore o di un altro dovrebbe essere fatta sulla base di dati di contagio trasparenti e non per accontentare lobby, gruppi di potere, governatori regionali, ecc.
      Questa è una lista minima, sicuramente ci sono aspetti fondamentali che sto tralasciando, ma volevo giusto fare un esempio di quanti aspetti vengono rimessi in moto e sono discutibili, se eliminiamo il semplicismo di una premessa come “aumentare i contatti aumenta il rischio”.

      • Sono d’accordo su molte cose (ad esempio sulla chiusura delle piazze e sulla “casuale disattenzione” riservata al cosiddetto mondo produttivo) ma penso ci siano almeno tre elementi che rendono difficili le valutazioni di rischio di cui tu parli:
        1. non sappiamo molto del virus e di come si diffonde;
        2. prendendo certe decisioni non esponiamo al rischio solo noi stessi, ma anche gli altri;
        3. l’altq contagiosità del virus non si è ancora tradotta in un’altrettanto eclatante mortalità, ma questo rischia di succedere se i contagi raggiungono un punto in cui starci dietro per il sistema sanitario diventa impossibile.

        Con ciò non voglio dire che dobbiamo stare in casa felici e contenti, ma che credo una maggiore prudenza sia necessaria al momento attuale (ad esempio, negli spazi chiusi). Ma come dicevo sono pieno di dubbi… che permangono.

        Buona giornata e grazie dello scambio di opinioni.

        • Infatti nessuno qui ha mai sostenuto che si dovesse essere “disattenti”. Il discorso dominante sta cercando di costruire una contrapposizione surrettizia, spettacolare, tra “realisti” (sostenitori di ogni restrizione) e “negazionisti” (tutti gli altri). Quello che qui ci sforziamo di dire da tempo è che criticare i dpcm non significa dire: pace libera tutti, fate un po’ come vi pare. Casomai il contrario: ritenere inaccettabili alcune restrizioni che sono state imposte implica scommettere maggiormente sull’attenzione delle persone.

          Del resto, che alcuni provvedimenti fossero assurdi lo riconosce anche il governo con i suoi dpcm d’autunno, i quali in parte contraddicono quelli di primavera: provvedimenti diversificati per aree geografiche, chiusure graduali e parziali di certe attività lavorative, niente arresti domiciliari di massa, niente parchi chiusi, scuole materne ed elementari aperte, ecc. Ci sono ancora molte cose grottesche ma sicuramente meno che a primavera. Il nostro lockdown d’autunno assomiglia molto di più a quelli messi in atto a primavera in altri paesi europei (anche se nessuno sarà mai disposto ad ammetterlo).

          Riguardo ai comportamenti pericolosi senza una chiara conoscenza di come si trasmette questo virus e a fronte del rischio di saturazione del SSN, la prudenza non è mai troppa, d’accordo. Ma sempre considerando che se poi collassa l’economia, il SSN non lo tieni in piedi comunque, e che uno che si fionda giù dal sesto piano, depresso per avere perso il lavoro e per il senso di oppressione, o una che viene uccisa dal marito messo a casa forzatamente, sono morti che valgono quanto quelli di covid.

          Il governo ha dovuto tenere conto del malessere sociale provocato dai dpcm. E la cosa triste è che a imporgli di farlo sia stata la fifa per i riot “forconeschi” o nella migliore delle ipotesi confusionari, anziché la sinistra di movimento, la sinistra sociale. Amen, è andata così. Però la difficoltà è reale: lo stato deve mantenere un equilibrio precario tra diffusione della pandemia e sopravvivenza della vita sociale ed economica, non può pensare per estremi.

          Il contingentamento delle presenze nei luoghi chiusi e il distanziamento nei luoghi aperti sono provvedimenti che nessuno qui mette in discussione. Perché anche se non sappiamo affatto quanto siano efficaci per impedire il diffondersi del virus, buon senso logico vuole che evitare di pigiarci come sardine e starnutirci addosso aiuti a non trasmettercelo. Figurati che ci mettiamo la mascherina per camminare all’esterno anche quando non siamo in luoghi affollati, perché ormai pare menefreghista e negazionista non metterla.

          Se fin dall’inizio di questa pandemia si fosse parlato in questi termini, quelli di questo scambio tra noi e te, intendo, anziché pensare subito allo stato di polizia, la gente avrebbe sofferto meno e forse adesso non assisteremmo a questa farsesca – ancorché orrida – caccia alle streghe negazioniste.

          • “Figurati che ci mettiamo la mascherina per camminare all’esterno anche quando non siamo in luoghi affollati, perché ormai pare menefreghista e negazionista non metterla.”
            Il problema di ciò che pensano gli altri non dovrebbe influire sulla scelta di un comportamento che deve essere coerentemente preso per la sicurezza della salute pubblica e non per il compiacimento dell’opinione pubblica. Temo, purtroppo, che questo modo di ragionare sia ormai esteso a tutte le categorie sociali. E che il governo, adottando questo criterio, si preoccupi maggiormente di compiacere qualcuno, scontentando qualcun altro, ma nascondendosi dietro la mascherina. Ieri sono stata filmata da una coppia di anziani perché, in una strada deserta, non portavo la mascherina. Ma tutto è partito dalla troppa libertà concessa ai miei cani. Sono comportamenti di censura e di fortissima prevaricazione che si alimentano e giustificano a vicenda. La conquista di un diritto collettivo/ libertà collettiva, spesse volte, nasce da forme di trasgressione individuale. Etichettate come libertà individuale/ egoismo. Quello che mi interessa maggiormente è essere coerente con ciò che penso: non mettere gli altri in pericolo senza dovere, per questo, fingere che non li metto in pericolo. Tutelare chi non si può tutelare ( bambini,v ad esempio) senza chiedergli livelli di attenzione difficili anche per gli adulti e raggiungibili solo attraverso la ” coercizione”.
            Ci sono state, nell’arte, forme di protesta che nascevano dal rifiuto di un ipocrita paternalismo istituzionale, come il movimento punk, che non si sono espresse attraverso i movimenti di lotta ma che ne hanno influenzato il modo di pensare. La figlia del mio compagno, giovane ed istruita, ieri ci ha detto che ha paura di mettere in pericolo la nostra vita… Suo padre lavora in ospedale e quindi rischia tutti i giorni, senza che lei se ne debba fare una colpa. Se siamo arrivati a questo punto è, semplicemente, perché il problema di ciò che pensano gli altri, anche quando pensano e dicono stronzate, incide profondamente sui nostri comportamenti ed è un problema legato alla morale ed alla reputazione di stampo catto- familistico.

            • Io non voglio fare sconti a nessuno che mi chieda, quotidianamente, di sacrificare pezzi di libertà. Soprattutto in maniera inutile. Non sono disposta ad aderire in maniera acritica a richieste insensate per fare contento qualcuno. “Fesso e contento”. Fare fesso qualcuno significa scendere a patti con la propria intelligenza senza, in realtà, ottenere davvero nulla. Per ottenere qualcosa bisogna mettersi e mettere tutto in discussione. Se non si è disposti a farlo per se stessi, non si sarà disposti a farlo neanche per gli altri. Io lo faccio per me. Principalmente. Come mio padre e mia mamma lo hanno fatto per sé. I diritti conquistati da quella generazione, però, li hanno avuti tutti. Fino ad oggi…
              La mia amica piddina, fanatica delle regole (altrimenti mica era del PD), tanto da entrare in un negozio per chiedere il distanziamento, si è presa il Covid. È una persona fortemente a rischio, è stata malata di tumore e ha il diabete, per fortuna al momento sta bene. E speriamo non corra alcun pericolo. Le è semplicemente bastato un contatto un po’più prolungato col figlio, che abita nell’appartamento accanto, per parlare di problemi condominiali. Il figlio, si è saputo dopo, è risultato positivo. Quindi? Hai voglia a metterti la mascherina all’aria aperta per far contenti gli altri. Servono protocolli semplici e soprattutto sensati. E non sacrifici umani. Inoltre, per fortuna, non tutti quelli che si ammalano muoiono. Come detto finora.

    • Gaber Ricci, tu fai queste osservazioni molto civilmente, ma riportando il discorso sempre al punto di partenza e creando un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire. Qui, come ha sottolineato e argomentato Wu Ming 2, tante volte sono state evidenziate critiche e ” soluzioni” al problema. Soluzioni compatibili con il contenimento della pandemia ed anche con l’ esercizio della democrazia. Ma io invece mi spingo un po’più in là: sono stanca di sentire parlare di norme di comportamento che i bambini devono rispettare con maggiore zelo degli adulti. Credo che si dovrebbe fare un passaggio successivo: se al bar posso leggere e toccare lo stesso giornale che toccano tutti, per quale motivo devo impedire ad un bambino di usare la stessa penna del suo amico? Perché è più piccolo e meno attento di noi al contagio? Non si può risolvere la questione pandemica passando solo attraverso un controllo capillare dei comportamenti individuali e, soprattutto, dei bambini. Credo che la loro quotidianità dovrebbe essere dispensata da questo insieme di normative e che il peso maggiore debba essere sostenuto dai grandi e non dai piccoli, che non possono salvarci. Semmai è vero il contrario. Scaricarli dal peso di questa colpa li aiuterà a vivere una esistenza meno tormentata. Il costo sociale di questa contenzione non è visibile ora ma lo sarà fra anni, quando gli effetti di questa pandemia saranno evaporati e, forse, ce ne sarà un’altra. Allora rimarranno solo i traumi. Nell’ottica di una emergenza pandemica permanente, se non sarà questa ce ne saranno altre probabilmente, non è utile mettere sul piatto della bilancia i costi/ benefici di mutamenti così “violenti” delle abitudini di vita? Non è meglio rendere più sicuri i luoghi di lavoro e di svago anziché imporre una forma di disciplinamento così aggressivo dei più piccoli? Per esempio?

      • Purtroppo si ritorna sempre al punto di partenza: la narrazione ‘ufficiale’ messa in piedi ha la sua forza proprio in questi delicati punti che creano loop logici (ed etici).

        Ad esempio, c’era chi impostava la domanda da un altro punto di vista: ‘ma se continuiamo ad alimentare questo sistema capitalista/questo modello di sfruttamento del pianeta, degli animali non-umani e degli umani, dove conta solo il profitto, non aumenta il rischio di:
        NUOVI VIRUS, GUERRE, MANCANZA DI RISORSE (perfino l’acqua potabile è in esaurimento!), POVERTA’ E DISUGUAGLIANZA, ecc.’ ?’.
        Pareva che qualcuno questo l’avesse capito.
        Invece la questione si è ridotta come sempre alla contingenza erta a macro problema strutturale, quando sono proprio i macro problemi strutturali che hanno creato e alimentato la contingenza.

        Wu Ming 2 ha fatto ben l’esempio della caviglia, ma se ne possono fare anti e di più pericolosi come l’automobile o l’inquinamento.
        Ad esempio per l’inquinamento: https://www.epicentro.iss.it/ambiente/AriaEuropa2015#:~:text=Con%20quasi%2060%20mila%20decessi,di%20morti%20per%20inquinamento%20ambientale.
        Eppure l’inquinamento non è un ‘nemico invisibile’ che rischi di prenderti casualmente, ce lo causiamo noi, sappiamo noi dove intervenire davvero scientificamente per ridurlo (altro che Sars-CoV 2!) eppure non è un’alternativa praticabile (così dicono) convertire o azzerare le attività inquinanti!

        Le soluzioni propinate sono forse un goffo modo per per ‘combattere il virus’, ma sono sicuramente le più efficaci per far rimanere inalterate tutte le condizioni a monte che hanno portato alla comparsa del virus!!!
        Senza dimenticare che in una ‘situazione normale’ chi gestiva il patrimonio pubblico ha sempre preferito tagliare sul welfare e ottimizzare in senso aziendalistico il paese (figurarsi se in una situazione economica e sociale peggiore, con ulteriori debiti e con la stessa inesistente tenuta sull’economia del paese, possano/vogliano/sappiano fare diversamente)

        Robydoc ed altri avevano indicato soluzioni più ragionevoli… Concludo con: “quando si cura è importante far guarire la parte malata, ma allo stesso tempo non far ammalare le parti sane, sennò hai curato la malattia, non il paziente”.

        • “quando si cura è importante far guarire la parte malata, ma allo stesso tempo non far ammalare le parti sane, sennò hai curato la malattia, non il paziente”.
          Quello che succede è che il capitalismo è per sua costituzione fallimentare ma in grado di autoconservarsi e sopravvivere proprio scaricando le sue responsabilità sugli altri. Gli altri siamo noi e sono soprattutto i più piccoli ed i più deboli che non sono più vittime del problema ma causa del problema. Una società che scarica le responsabilità su chi non può assumersele, e può solo subire il costo delle scelte fatte per profitto, è marcia dalle fondamenta. Il risultato è che si ammaleranno anche le parti sane. Con costi superiori a quelli del contagio da Covid.

  74. A proposito della scienza, è pessimo è tentare di spacciare per “Scienza” con la S maiuscola le interviste di persone che lavorano in campo medico/biologico, come si fa adesso. Il Covid è comparso da poco e se ne sa pochissimo, la scienza si prende la S maiuscola solo dopo anni di studi, contraddittori e ricerche. E poi niente è di piu’ falso del cercare di rappresentare scienziati e ricercatori come un gruppo di eroici e puri combattenti per il progresso e il bene dell’umanita’(specialita’ RAI-Superquark questa). A parte gli esempi contrari del passato (il piu’ importante è stato la collaborazione di scenziati di primo piano allo sviluppo delle armi atomiche, negli Stati Uniti e nella Germania nazista e poi anche in USRR), anche piu’ modestamente ai tempi del tentativo, fallito per un soffio, di lanciare il nucleare come fonte primaria di energia, ottimi nomi di scienza si sono spesi a favore del nucleare civile. E poi ricordiamo che Verner Von Braun, capo del progetto Apollo che ha portato l’uomo sulla Luna, oltre ad essere un ottimo scienziato era anche un ex ufficiale delle SS riciclato negli USA, e si era fatto le osse sulle V2 che bombardavano Londra. Al soldo di tutte le bandiere. Gli scienziati non sono puri eroi del bene e della Conscenza, ma sono come tutti e seguono i loro interessi e desideri di carriera, di denaro e di fama, e come tutti fannno compromessi per ottenere benefici. Per cui mettere in dubbio la Scienza è stupido, ma l’intervista del ricercatore di turno su un argomento di elevato contenuto politico e economico, si puo’ e si deve mettere in discussione.

  75. Ad ogni modo, a sinistra si sta letteralmente dando a Crisanti del negazionista.
    https://nitter.net/udogumpel/status/1330124802225532932

    A riprova che l’uso del termine sta correndo giù, rapidissimo, lungo un piano molto inclinato.

    È ormai un concetto-stronzata, bullshit, nell’accezione data al termine dal filosofo analitico Harry J. Frankfurt.

    Prima ce ne libereremo e meglio sarà per l’igiene del discorso pubblico.

    • In questo momento la polemica tra uno dei partiti di governo e uno dei partiti di opposizione è se sia o meno negazionista Massimo Boldi.

      https://archive.is/dH9h8

      L’avevamo detto che finiva in vacca.

      • Beh, se l’epiteto “negazionista” è stato addirittura sussunto dalla comicità fininvest per reduci degli anni ottanta, e ora è entrato nel repertorio insieme a “libidine, doppia libidine, libidine coi fiocchi” e “cerrrrrto che è vero!”, direi che ha concluso la sua parabola. Come nella barzelletta del tipo con la malattia venerea, che dopo aver consultato decine di medici, ciascuno dei quali gli ha consigliato l’amputazione del pene, alla fine si rivolge a un medico cinese, che lo rassicura così: “voi occidentali siete sempre così violenti… non serve amputare, basta aspettare e cade da solo”.

        • Hai citato i tormentoni di Calà e Greggio, ma quello di Boldi era «Besssstia, che figura!»

        • Eppure a me quest’intervista ha fatto venire i brividi. Il giornalista non fa domande, inquisisce, chiede abiure, allude al “stare nel suo”, vuole sapere se gli hanno detto che la mascherina non va indossata, gli intima di fare il comico con la solita citazione dell’ignorante da due soldi. Boldi è un responsabile, per quella che è la sua parte, di tutta la decadenza possibili, ma qui siamo tra i processi stalinisti e Mc Carthy, chiudi la lettura e ti chiedi “ma se non l’avesse convinto qual è la pena?”. E stiamo parlando di uno che ha delle reti, può in qualche modo crearsi degli scudi protettivi. Onestamente sentire parlare della prevalenza dei negazionisti e relativa sottovalutazione di chi ha in mano il dibattito pubblico e le leve decisionali a me pare non solo disattento e fuori fuoco ma colpevole. Mi dispiace molto averlo letto anche qui da parte di gente che stimo, non mi è sembrato tanto serio.

      • «Quando la gente mi incontra per strada e mi dice di fare una foto come faccio? Non posso continuare a mettere e togliere la mascherina».
        Io lavoro in una scuola dove, fra studenti, insegnanti e personale scolastico, siamo circa 1700, diciamo un piccolo paese. È quasi inimmaginabile l’attenzione, la cura per ogni dettaglio che ha richiesto vivere e fare scuola in sicurezza in una comunità di questo tipo (ma lo stesso vale per ogni altra realtà scolastica, credo). Perché non basta dire che ci sono delle regole e vanno rispettate: le regole le crei giorno per giorno, sperimentando soluzioni, vedendo come vanno, e poi valutandole; e le contratti con *tutti*, perché se non si sentono tutti coinvolti non funzionano. E non c’è linea guida o circolare che possa elencare ogni singola situazione, che va affrontata volta per volta col massimo del buonsenso. Bene, è quello che abbiamo fatto, tutt@ quanti: con risultato di poter dire, tracciamenti alla mano, che certo non potevamo tenere i contagi fuori dalla porta, ma quelli, pochi, che ci sono stati si sono originati FUORI, non DENTRO. E tutto questo mentre insegnavamo e/o apprendevamo. Detto questo, e proprio per questo, quella frase di Boldi mi appare miserabile, idem l’intera intervista, e chi l’ha detta, e immagino anche pensata, di una miseria umana e morale sconfinata. Il tutto, al netto del retropensiero catto-bruno del post su cui Boldi prova a mettere una pezza a colori: un po’ come se Radio Maria facesse uno spot contro la violenza sulle donne.

        • È miserabile tutto, di questa storia, il fatto stesso che si stia parlando di Boldi è miserabile e, come faceva notare Tuco, è un segnale inequivoco del deterioramento di ogni narrazione. Di quell’intervista sono miserabili sia le domande sia le risposte. È miserabile che un termine come «negazionismo», nato per parlare della Shoah, nel fuoco di un Historikerstreit che ha interessato mezzo continente europeo ed è comunque stato un momento importante per la storiografia – e la memoria storica – del Novecento, adesso sia parte dell’informazione-spazzatura e “mitologema”-chiave dell’infodemia, accostato a personaggi dell’avanspettacolo televisivo anni Ottanta.

          • Si, però cerchiamo di non perdere la capacità di lettura. Quell’intervista è palesemente concordata, il giornalista finge di incalzarlo, ma in realtà gli dà occasione per rivoltare la frittata. Se *davvero* voleva crocifiggerlo, come si dice in gergo, bastava chiedergli conto delle specifiche affermazioni del post in questione.
            Ma al di là di personaggi (non solo Boldi) d’avanspettacolo che cercano di riciclarsi con una sponda politica purchessia (come ieri qualche soubrette scopertasi economista), la posizione espressa dal post di Boldi esiste: non ho dati statistici per dire quanto sia presente, ma io la incontro non nella blogsfera, che frequento poco, ma anche nel mio ambiente, e non solo fra (pochi, peraltro) studenti, ma anche fra “colleghi” e dirigenti scolastici. Io continuo a usare, come prima, il termine “negazionista”, aggiungendo di cosa: in questo caso “negazionista del covid”, perché gli argomenti di questo post li comprendo, ma non mi hanno convinto. Ma il punto non è questo: dire che la pandemia sia un’invenzione dei “potenti della terra” contro “il popolo” (che, piaccia o meno, è detto anche da qualche “intellettuale”) non può passare per “dissenso”, comunque si voglia denominare questa posizione, altrimenti per evitare di omogeneizzare (come negazionismo) in un senso si finisce per omogeneizzare nell’altro (come “dissenso”) qualunque stronzata.

            • Giro, le posizioni di cui parli sono fantasie di complotto, un “sottogenere” di quelle che chiamiamo narrazioni diversive, di cui abbiamo scritto tante volte. Per descriverle e contrastarle continuo a pensare che il termine «negazionista» sia non solo poco utile ma controproducente. Per numerosi motivi, non ultimo dei quali che il termine impedisce di partire dal nucleo di verità che qualunque fantasia di complotto contiene, anche la più sbiellata, anche la più reazionaria.

              Il termine «negazionista» serve a identificare un cattivo, ad additare, a prendere di mira (peraltro secondo me con scarsa precisione) ma non a distinguere bene queste narrazioni, non a capire perché abbiano una tale presa, quali verità pervertano, quali vuoti vadano a riempire. «Negazionista» finisce anche per avere esiti autoconsolatori: io sono qui dalla parte giusta, il «negazionista» è là dalla parte sbagliata, e oltre non si va.

              Io non so se l’intervista sia tout court concordata, a rigore non c’è bisogno di concordarle, primo perché la qualità media del giornalismo italiano è (uso un eufemismo) sub-standard, la «seconda domanda» da noi non esiste e quando viene fatta non è una vera domanda ma una battutina, un ammicco, una cazzata; secondo, perché la narrazione può benissimo seguire da sola la via dove incontra minore attrito.

              In questo caso, cosa ci dice quest’intervista? Tu noti che Boldi alla fine viene “assolto”, tolto dall’amo sul quale la polemica lo aveva infilzato. Robydoc ha notato questo ma anche altro, cioè che, Boldi o non Boldi e a prescindere dal caso specifico, nell’ordine simbolico c’è un ruolo, quello del «negazionista», appunto, che ogni giorno viene fatto interpretare a qualcuno (per ragioni fondate o meno), cosa che può risolversi in autodafé, pubblica gogna o pacca sulla spalla, a seconda delle convenienze e dei rapporti di potere, ma che sempre mette in scena lo stesso spettacolo e trasmette lo stesso messaggio: se le cose vanno male è perché ci sono i negazionisti, noi li staniamo e ve li mostriamo, attenti a non finire come loro.

  76. Penso anche io che il termine negazionista sia stato inflazionato. Ormai viene usato in praticamente ogni forma e declinazione. E francamente non vedo un problema negazionista nel senso stretto (cioé persone che “neghino” l´esistenza o la virulenza del virus) in Italia. Non che non esistano, ma non é decisamente quella la narrazione dominante, né quella con maggiore risonanza sui media. D´altra parte, per una buona fetta della popolazione italiana, i discorsi che sentivo fare in Germania durante il lockdown sarebbero stati bollati come “negazionisti”.

    Semmai trovo piú pericolose e da stigmatizzare le posizioni complottiste, dove per complottismo mi riferisco a teorie che assumono che la pandemia fosse stata pianificata fin dall´origine da un qualche gruppo di potere. Ma il complottismo non é “negazionsta” contenendo al suo interno sia posizioni che negano l´esistenza del virus o ne minimizzano gli effetti, sia posizioni che arrivano all´eccesso opposto fino all´allarmismo.

    Ecco se dovessi definire una posizione da stigmatizzare e da cui predendere le distanze nella discussione sulla pandemia sarebbe proprio quella complottista.

  77. Come direbbe robydoc, a meno che non sia io a vivere sulla luna, sembra proprio che il governo si accinga all’ennesimo editto del Bananas. Riaprire i negozi per lo shopping natalizio, così da far recuperare un po’ di guadagno perso ai commercianti. Ma ben chiusi gli impianti sciistici. Vale a dire: si possono affollare le vie centrali delle città e entrare nei negozi a scegliere i regali di Natale (qualcosa che a primavera veniva stigmatizzato con tanto di foto “taroccate” sui giornali e strade interdette), ma non si può prendere uno skylift in montagna. E soprattutto: mio figlio, al contrario dei suoi coetanei europei, non può andare a scuola, ma io posso andare a comprare un regalo per lui al negozio insieme a migliaia di persone.
    Che facciamo? Cominciamo a dare del negazionista anche al Conte?

  78. La cosa piú esilerante sará che alla fine, se ci sará un incremento nel numero degli infetti, daranno la colpa alla gente che si é tuffata “irresponsabilmente nello shopping natalizio”. Esattamente come hanno fatto per le discoteche quest´esatate e per gli impianti sciistici qualche tempo fa.

    Per non parlare poi del doppiopesisimo: fare lo shopping natalizio é parte delle nostre tradizioni (e non si puó mettere in discussione), ma fare una passeggiata all´aperto é uno sfizio a cui si puó e si deve rinunciare.

    Sarebbe cosa molto piú trasparente dire: dobbiamo dare respiro ai negozianti, quindi riapriamo i negozi. Ci assumiamo completamente il rischio come Governo. E poi che ognuno valuti i risultati.

    • «La cosa piú esilerante…»

      Più che anticipare situazioni esileranti mi preoccupano le tante tragedie personali che un tale atteggiamento da parte del governo potrebbe causare e con le quali dovremmo poi noi, collettivitá, fare i conti. I rischi connessi alla decisione di consentire lo struscío natalizio, provvedimento che ha senso in termini economici ma non di tutela della salute dei cittadini, vengono riversati ancora una volta, in toto, sulla popolazione. La possibilitá che il capro espiatorio diventi il singolo commerciante /cliente che non ha implementato/adottato le corrette misure di prevenzione/contenimento “a dovere” é evidente; ma al di lá di questo dato socio/economico quello che personalmente ,mi preoccupa maggiormente é l’aspetto umano della situazione: vedo me stesso, i miei familiari e compagni considerati ormai esclusivamente esternalitá in un sistema economico e di potere sempre più spietato.

      • Ciao dude: assolutamente, l´aspetto umano dovrebbe restare sempre il dato centrale. E sí é un sorriso amaro. Stigmatizzavo che ormai siamo ad una riproduzione quasi meccanica di un certo modus operandi.

        Questioni economiche fanno pressione sul governo -> il governo risponde alleggerendo le misure di distanziamento/cautela in certi settori o in determinati periodi -> se non vi sono effetti negativi (= il Governo ha fatto bene) -> se vi sono effetti negativi (= la gente é irresponsabile/gli esercenti sono stati irresponsabili)…iterazione…

        Che poi é una metodologia ampiamente applicata in molti altri settori e per molte altre emergenze (quella climatica per esempio).

        • Ciao Alessio, solo una puntualizzazione: quando dici «Questioni economiche fanno pressione sul governo…» Esponendo il problema in questi termini però, a mio avviso, si copre la realtá dei fatti: quí siamo al paradosso che Ebenezer Scrooge vuole farci credere che il Natale sia la sua festa preferita. Nel senso che quelle che chiami questioni economiche sono in realtá interessi di categoria, di uomini e donne adulti che insieme formano un fitto reticolo di lobby de’noantri che, a dispetto del bagaglio culturale contadino dal quale tutti noi grossomodo discendiamo, sembrano decisamente intenti a volersi «mangiare il grano della semina». Una forma moderna di autolesionismo nel quale si preferisce impalarsi sull’altare del consumo per festeggiare il natale “come si deve” piuttosto che interessarsi seriamente della propria e altrui salute psicofisica nonché dell’educazione delle generazioni a venire. Non mi resta che invocare l’avvento dello spirito del Natale futuro.

      • “I rischi connessi alla decisione di consentire lo struscío natalizio, provvedimento che ha senso in termini economici ma non di tutela della salute dei cittadini, vengono riversati ancora una volta, in toto, sulla popolazione.”

        Intanto si stanno preparando anche delle strategie ad hoc per attirare più persone verso lo shopping natalizio, ovvero il cashback per acquisti fatti con pagamenti elettronici. La cosa interessante è che dovrebbe essere valido solo in loco e non per gli acquisti online.

        E’ vero che se uno deve fare un acquisto in negozio pagare in contanti o con carta poco cambia a livello di assembramenti…ma la prospettiva di riprendere in parte i soldi spesi magari attirerà più gente nelle stesse zone.

        Qui la notizia, molto stringata, di ieri trovata su rainews:
        https://web.archive.org/web/20201123234128/https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/governo-lavora-a-extra-cashback-natale-fino-a-150-euro-5a2cd54e-8805-48be-bb4a-df400229912e.html

        PS.
        Sul corriere-economia c’è un articolo più lungo ma archive è andato in errore al momento del salvataggio.

        • «la prospettiva di riprendere in parte i soldi spesi…»

          Sono i meccanismi psicologici e comportamentali che preoccupano. Meccanismi che inevitabilmente si innescano quando un governo decide di incoraggiare i cittadini a dar prioritá ad un aspetto della vita piuttosto che ad un’altro, definendo una scala di valori falsata. Interventi economici di questo tipo mi invogliano a partecipare, insieme al governo, ad una distorsione cognitiva, quella che in economia é definita fallacia dei costi irrecuperabili. Non so come mai ma a leggere di queste cose mi é tornata in mente la scena dell’annuncio al ristorante nel film di Benigni La vita é bella, quando la maestra espone il “suo” problema.

          • Dude, non mi ricordo la scena del film, quindi non ho capito l’associazione di idee che hai fatto, ma quando penso all’attività del governo da marzo in poi mi viene sempre da riassumerla con un’altra scena di un altro film di Benigni, ovvero il fatalistico “ricordati che devi morire” gridato ripetutamente da un frate.

            A parte questo, se ci sarà una riapertura ad hoc per lo shopping dopo settimane di chiusura semi-totale, il sovraffolamento di negozi e affini sarà sicuramente un’ottima scusa per ripunire il popolo italiano cattivo, visto che non diventerà difficile prevedere un conseguente rialzo dei contagi. Riapertura, ben inteso, caldeggiata e spinta dal governo stesso. E quindi si rientra nel loop.

            • Io non sono così convinto che la riapertura dei negozi porterà ad un sensibile aumento dei contagi.
              Che io sappia, il mitico CTS non ha mai fatto una dichiarazione su quali sono i centri di maggior diffusione del virus. In questo modo possono più facilmente incolpare altri bersagli (scuole, negozi, corridori solitari, no mak all’aperto, discotecari estivi, ecc) distogliendo l’attenzione su ospedali, RSA, fabbriche).
              In pratica i primi “ne