Cronache dall’Assurdistan: DAD & coprifuoco fino alla vittoria!

di Wu Ming 4

Ieri pomeriggio, insieme ai miei due soci, sono stato in Piazza Maggiore a Bologna, alla manifestazione per chiedere la riapertura delle scuole superiori. Considerato il clima plumbeo del paese, e la scarsa pubblicizzazione dell’evento – praticamente solo tam tam – e nessuna sigla di peso a organizzarla, è stata piuttosto partecipata. Faccio fatica a quantificare, perché dovendo stare distanziati occupavamo una superficie tripla rispetto al normale.

Tagliando un po’ con l’accetta, si può dire che abbiamo ascoltato due tipi di interventi. Quelli degli adulti – genitori e docenti – che spiegavano come la DAD non si possa in alcun modo considerare scuola e come le scuole siano luoghi più sicuri di altri, essendo sotto protocollo, dove ragazzi e ragazze sono più controllati anziché no; e quelli degli studenti delle scuole superiori, che dicevano la stessa cosa, ma parlando della propria esperienza diretta. Devo dire che i giovani mi sono parsi estremamente efficaci, benché la partecipazione fosse prevalentemente di adulti.

L’intervento più fuori contesto lo ha fatto l’unico studente universitario che è intervenuto. Credo che avesse sbagliato manifestazione, perché ha detto che la DAD può andare anche bene, se la scuola va tenuta chiusa teniamola chiusa, ma dobbiamo mobilitarci perché lo stato inverta la rotta e torni a investire nell’istruzione. Il poveretto non ha capito che la DAD è precisamente l’investimento che lo stato sta facendo sull’istruzione e che se non la combatti ora te la ritroverai integrata nel piano di studi dalle superiori all’università vita natural durante. Ecco, quello che in teoria doveva essere il più colto e, rispetto ai ragazzi delle superiori, il più politicizzato, ha espresso la posizione più retrograda e conciliante rispetto alle scelte del governo.

Questo mi ha confermato due cose:
1) se arriveranno segnali di rabbia e insorgenza politica contro la gestione dell’emergenza, è improbabile che vengano dall’università;
2) quei collettivi ed ensemble politici che hanno appoggiato il lockdown senza se e senza ma – «Lockdown fino alla vittoria!» – oggi nelle piazze non hanno niente da dire, sono del tutto fuori posto.

Tornato a casa ho scoperto che mio figlio maggiore era rimasto a cena da compagni di classe. Sono andato a recuperare lui e altri due suoi amici alle 21:30, prima che scattasse il coprifuoco.
Mentre attraversavo il quartiere in auto per riaccompagnare tutti a casa, vedevo gruppi di ragazzi della stessa età, mascherati, che si aggiravano per l’ultima mezz’ora, prima di salutarsi e andare a trascorrere il resto del sabato sera tra le mura domestiche, in famiglia. Ho pensato a cosa potessero pensare. Quale messaggio questo paese stesse trasmettendo loro. Allo scopo di combattere un contagio che minaccia di morte i loro nonni e rischia di far collassare il sistema sanitario nazionale per i troppi ricoveri, possono frequentarsi di persona soltanto fuori da scuola e fino alle dieci di sera. Dopo, tutti in casa. In quale modo questo possa incidere sul contrasto di un’epidemia non può spiegarglielo nessuno, perché ovviamente è una cosa senza senso. Ed è a questo vivere senza senso che li stiamo abituando.

È un effetto collaterale, sia chiaro, non premeditato. Vivete in Assurdistan, ragazzi, è un fatto. Un paese dove da febbraio comanda un sultano, insieme a un consiglio di «esperti» i cui atti sono secretati; un paese in cui durante una pandemia si è votato per dimezzare il numero dei parlamentari, ma di fatto li si è aboliti tutti; un paese in cui l’unico bilanciamento del potere centrale è quello di venti piccoli satrapi regionali che trattano separatamente con il sultano; un paese dove gli esercenti virtuosi che avevano applicato i protocolli covid a proprie spese sono stati chiusi per primi, mentre tutti gli altri vanno a lavorare; un paese che per primo ha chiuso le scuole, per ultimo le ha riaperte, per unico le ha richiuse. Eccetera.

Ho provato a mettermi nei loro panni, a liberarmi del cinismo, dell’assuefazione e della disillusione dei miei quasi cinquant’anni, e mi sono venuti i brividi. Stavamo attraversando una città deserta, alle nove e mezza di un sabato sera, e avrei voluto citare loro la scena di un vecchio film di Woody Allen che sicuramente non hanno visto: Il dittatore dello stato libero di Bananas. È la scena nella quale, dopo il trionfo della rivoluzione, il primo dpcm del nuovo presidente consiste nel proclamare lo svedese lingua nazionale e nell’obbligo per la popolazione di indossare la biancheria sopra i vestiti.

Invece non ho detto nulla, ho seguitato a guidare in silenzio, pensando a quanto potessero sentirsi spaesati (letteralmente) quei tre ragazzi, insieme a un’intera generazione. Una generazione colpevolizzata, abbandonata, reclusa nelle proprie camerette a far lezione in pigiama, videodipendente e a forte rischio di depressione.
Ma state allegri! In un’altra epoca o in un altro continente sarebbe potuto toccarvi di andare in guerra.

Bella consolazione.

Fotografie di Gianluca Perticoni.

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191 commenti su “Cronache dall’Assurdistan: DAD & coprifuoco fino alla vittoria!

  1. Ieri c’è stato un episodio, a quanto ho visto riportato solo dalle pagine del Carlino, che mi ha assolutamente sorpreso.
    Il presidio sulla scuola (su cui al momento glisso) si è sciolto andando nella piazza accanto, al Nettuno, dove si teneva un’assemblea pubblica sulla questione sanitaria. Sempre da Piazza del Nettuno sarebbe partita poco dopo la manifestazione dei riders. Quindi in quello spazio si radunavano parecchi attivisti e sostenitori dei vari movimenti.
    Ad un tratto si vedono apparire prima dei poliziotti col casco e dietro/davanti una fiumana di ragazzini tra i 13 e i 16 anni. Nessuno capisce che succede, non si vedono risse, ma si capisce che c’è qualcosa. I poliziotti si piazzano nella zona più centrale di Bologna e sono circondati dai ragazzini. Molti li sento, tra lo spocchioso e l’infuocato si dicono “dai dai che ci sono gli sbirri”.
    La situazione si fa tesa, arriva un piccolo reparto di celere che attraversa tutta piazza del Nettuno e si affianca al primo reparto. Si portano un codazzo di altri ragazzini all’inseguimento, più, a questo punto, buona parte degli attivisti in piazza. Risultato 2 reparti (diventeranno 3) letteralmente circondati da 300 ragazzini + attivisti. Coi ragazzini che cominciano a insultarli. Tutto sarà durato una ventina di minuti.
    La mia sensazione personale, ma molto netta, era che sarebbe bastato niente, uno spintone, una parola di troppo, per fare esplodere la situazione.
    Non è successo nulla, gli scontri di cui si parla oggi riguardano altre situazioni. A quanto pare tutto nasce da una piccola rissa tra gruppi di ragazzi. Ma potenzialmente poteva diventare ben altro.
    Ma a me ha lasciato addosso una sensazione molto chiara: nessuna delle piazze convocate finora (quella della scuola men che meno) ha la capacità di intercettare quella fotta, quel misto di disagio, spocchia ed eccitazione che ho visto in quella situazione. Però questo miscuglio di energia c’è ed è bello torbido.

    • In generale, ieri pomeriggio il centro di Bologna mi è sembrato diverso da un “normale sabato pomeriggio”. Anch’io ho visto la scena che descrivi, ma era tutta la zona ad essere elettrica. Come se la classica passeggiata in centro degli adolescenti, cittadini e suburbani, fosse tutta una grande rivendicazione di spazio. Come se passeggiare non bastasse più, perché il resto della settimana sei chiuso in casa diverse ore, ti mancano tanti momenti, non solo di socialità, ma anche di appropriazione del territorio. Così, nel fine settimana, quando arrivi in centro o esci di casa, sei molto più affamato e molto più compresso.

    • A proposito di come ragazz* vivono la DAD e in relazione all’episodio descritto da plv, al quale anche io ho assistito.
      Durante le lezioni in DAD che infliggo in queste settimane provo spesso a chiedere a* ragazz* come stanno vivendo la situazione, e sono in molti a rispondere che a loro va bene, sono comodi, non si alzano dal letto, dormono di più, “bazza, prof!”. Ci sono anche quell* che dicono di essere a disagio, ovviamente, e non è detto che chi dica di stare bene sia sincero: se sto male non vengo certo a raccontarlo a un prof, meno che mai davanti ad uno schermo.
      In ogni caso vale la pena di riflettere su queste risposte per quanto incerte.
      Che i ragazzi non accusino il problema non mi sembra poi strano: gli/le adolescent* vivono prevalentemente il presente e se questo presente risulta comodo, non stanno lì a pensare alle conseguenze che la DAD avrà su di loro tra molti anni. L’esperienza scolastica è ricca, ma anche faticosa: non alzarmi dal letto me la rende più facile.
      Questo non sentire il problema, però, impedisce loro di gestirlo, e di gestire il disagio conseguente. Non mi stupirei se la tensione che si respirava ieri in piazza nettuno fosse legata *anche* all’esperienza che adolescent* stanno vivendo.
      Ecco: la scuola era anche un luogo di rielaborazione collettiva del disagio, come potrebberlo (e dovrebbero) essere le piazze, come dice plv. E adesso la scuola è chiusa (anzi: è aperta-per-finta) perché “tanto per le superiori la dad non è un problema, ormai sono grandi”.

      La dad crea a student* sofferenza e allo stesso tempo li priva degli strumenti che servirebbero loro per gestirla.

      • Buongiorno,probabilmente per molti dei tuoi studenti la DAD effettivamente è un cancro,solo che ti dicono “per noi va bene” perchè pensano che sia sempre meglio dell’ andare a scuola a certe condizioni insostenibili.
        In pratica,a quanto mi pare di capire,moltissimi istituti,anche con la complicità di certi presidi più Contisti di Conte,sono stati trasformati in dei veri e propri carceri sanitari:mascherine tutto il giorno,”contingentamenti” per andare al bagno,regole delle controregole per fare la ricreazione ecc.
        Senza considerare poi che basta anche un solo positivo in classe per mandare tutti agli arresti domiciliari(e a questo punto qualcuno pensa anche “e se fossi io quello che inizia a starnutire?Mi scacceranno come un untore ed un appestato?).
        Dunque forse molti studenti preferiscono la DAD perchè almeno a casa hanno una certa libertà che per loro può essere importante.

        • Secondo me la visione per cui studentesse e studenti accettano la DAD perché la scuola del Covid era insotenibile rischia di essere addirittura consolatoria. A chiunque attraversi la scuola è evidente che la DAD è inutile. Solo la classe dirigente può pensarla altrimenti e infatti organizzano event come questo: https://www.statigeneraliscuoladigitale.it/programma-2020/?nl
          Personalmente ho agito d’anticipo e già nei primi giorni di scuola ho chiesto più volte ai miei studenti cosa pensavano della Dad. Discussioni sporadiche a volte, altre intere ore dedicate all’argomento. Innanzitutto è venuto fuori che nessuno aveva paura del virus. Il livello era tale che chi gridava che voleva stare a casa perché aveva paura era anche chi meno seguiva le norme imposte dalla scuola e dichiarava subito dopo che se si tornava a casa avrebbe cominciato ad andare dagli amici.
          Il secondo elemento è che la risposta più quotata è stata “Bella, mi connetto e gioco alla play”. Non sono casi sporadici, parlo della maggioranza schiacciante. Anche per questo non penso, come scritto da Rafal, che la questione è il problema è nella scuola militarizzata del periodo-Covid. Il problema, piuttosto, è che la scuola era prescindibile prima e per questo ora è facile rinunciarvi.
          La sensazione è rinforzata dall’altro tipo di risposte. A dirmi di voler rimanere in presenza spesso erano gli studenti che in altre discussioni avevano posizioni più conservatrici. Bianchi e di famiglia meno-peggiore di altre che usavano formule tipo “la scuola ci serve per costruirci un futuro”.
          Certo, ci sono anche i diversi portatori di handicap che invece stanno dimostrando tutti i giorni di quanto abbiano effettivo bisogno di venire a scuola. E lo stanno dimostrando venendo di loro volontà, senza alcuna spinta da parte dei genitori.
          Ma per molti altri quello che recepisco è che la scuola è percepita come inutile. E forse, per come la vivono, inutile tucul. La bassissima resistenza alla chiusura secondo me parte da qui. Per rovesciare la situazione tocca ripartire dalle basi.

      • Soprattutto mi sembra (anche io insegnante che cerca di parlare di questa situazione non solo in dad) che li privi anche della possibilità di acquisire consapevolezza di se stessi: molti e molte di loro non sanno davvero cosa rispondere a queste domande, come se non si fossero neanche posti il problema, come se non si fossero mai domandati cosa sta succedendo, come se non avessero mai discusso tra loro di questo. Solo se ti metti lì di buzzo buono, abbandoni “il programma” e cominci a chiedere, piano piano, alcuni cominciano a parlare e a tirar fuori qualche riflessione più articolata. Ma il problema è che pochi docenti, sia in dad che in presenza, fanno questo tipo di lavoro, perché ormai la scuola non dà più strumenti per diventare consapevoli, ma si è piegata supinamente alle richieste del mercato. Non vorrei che questa situazione fosse irreversibile. Questo almeno è quello che sembra a me, con grande dispiacere e rabbia.

  2. Una riflessione laterale, spero non troppo OT, a proposito di combattimenti evitati per pura casualitá spazio-temporale in relazione al processo di «gamification» della societá: personalmente trovo paradossale il fatto che la stessa generazione che in questo momento dovrebbe[?] o potrebbe [?] accollarsi la responsabilita` di partecipare intrepida ad una battaglia fisica/ideologica contro un nemico invisibile, che stá privando la collettivitá di diritti aquisiti attraverso la lotta di classe, sia poi anche quella che, giornalmente, si abbandona (oppure é abbandonata) all’inerzia di giochi di ruolo oggettivamente violenti e che simulano conflitti e/o battaglie, tipo first-person shooetr games, fantasy action etc. Insomma, quando le cose cominciano davvero a non avere alcun senso, il gioco pare prendere il sopravvento sull’impegno. In questo senso quindi il cloud gaming e le varie console (e probabilmente anche la DAD, anche se in modo diverso) rappresentano una forma “alternativa” di governo, un governo “parallelo” della cultura, che sublima il bisogno di partecipazone e l’urgenza del conflitto. Per chi ne fosse interessato quí alcuni dati che rendono l’idea del fenomeno e testimoniano il potere economico e sociale di un settore dell’economia che non é assolutamente in crisi:

    https://newzoo.com/insights/trend-reports/newzoo-global-games-market-report-2020-light-version/

    Per restare poi in tema di riferimenti culturali audiovisivi che stanno lentamente scomparendo e che però potrebbero tornare utili a chi volesse (e può permetterselo) di sdrammatizzare, anche solo un pelo, a mé é venuta in mente La Guerra Lampo dei Fratelli Marx: «No one is allowed to smoke or tell a dirty joke and whistling is forbidden. If chewing gum is chewed the chewer is pursued and in the hoosegow hidden».

  3. Mi cimento nell’impresa: commentare nel corretto numero di caratteri.
    Sono insegnante in una scuola professionale, che in quanto tale per ora fruisce di deroghe per cui ogni classe frequenta la scuola in presenza due giorni su sei.
    Questo ci permette un rapporto fisico in cui si parla meglio, si fanno laboratori impossibili on line, e per il resto ci barcameniamo in un immane casino di regole e orari che cambiano ogni settimana. Quel che dice Rafal è senz’altro vero, per gli studenti come per gli insegnanti. La vita all’interno della scuola è complicata e tossica.
    Anche fisicamente: per quanto io eviti il più possibile mascherine e detergenti al cloro, essi sono sempre in agguato e non ho evitato un episodio di acidosi respiratoria che mi ha portato tra le altre cose a cadere incrinandomi una spalla. La mancanza di ossigeno porta a ottundimento mentale, debolezza, tremori e via dicendo, per cui per molti di noi è un sollievo poter fare a meno del dannato dpi, che davanti a un computer non è ancora obbligatorio.
    A parte ciò, credo che se quanto avviene da marzo non ha incontrato resistenza, è perché all’assurdo quotidiano si era già abituati. Alla paura come stile di vita, anche. È quantomeno dalla “crisi del 2008” che siamo martellati da informazioni allarmanti.
    Questa malattia e ciò che ne è seguito si è inserita in un contesto già pronto, come “preparato”, ad accogliere qualsiasi nuova fonte di allarme. E di provvedimenti insensati conseguenti.
    Non sto dicendo che vi sia chi ha preparato e disposto.
    Dico che già che è successo, ci sono realtà economiche globalizzate che ne traggono vantaggio, e il tutto finirà quando sarà pronto qualcosa di nuovo.

  4. Sono uno studente universitario, fuorisede al Politecnico di Milano.
    “se arriveranno segnali di rabbia e insorgenza politica contro la gestione dell’emergenza, è improbabile che vengano dall’università”.
    L’ambiente universitario che vivo è totalmente atomizzato e dalla riapertura il tasso medio di frequenza è stato del 10%.
    L’università neoliberale[1] porta con sé, a mio parere tramite due vettori, l’intorpidimento dell’attività politica (votanti elezioni 2019 9%, 2017 7%).
    Il primo è il carico di studio, che tende a far diventare l’unico orizzonte possibile, l’unico catalizzatore di energie dello studente, l’attività accademica, e quando questa cessa sicuramente non si è attratti da una cosa “sporca” come la partecipazione politica.
    La seconda è l’epidemia di malattie mentali e l’incredibile quantità di disagio psicologico che albergano nelle mura d’ateneo.
    Già prima del delirio psicotico dovuto alla gestione della pandemia gli studenti tendevano a isolarsi e a stare male.
    Ricreare tessuto sociale è la sfida, il punto nodale.
    Quindi che fare è chiaro, come farlo?
    Personalmente sono un razionalizzatore, voglio avere le cose sotto controllo e, complice anche il corso di studio, prendo tutto come una dimostrazione. Se qualquadra non cosa, studia di più, approfondisci meglio, mettiti razionalmente in dubbio e torna alla carica.
    Ma come abbiamo visto, a volte non funziona: il debunking verso le teorie del complotto, spiegare dati, informazioni e studi scientifici a una persona in ansia-paura nera da covid.
    L’idea che mi sono fatto è che, in casi come quelli succitati, ci si deve orientare ai desideri delle persone: entrare in sintonia a partire dai loro bisogni e da come essi li vogliono realizzare e portare a compimento. Questo presuppone una grande sensibilità nel capire l’altro e/o un buon lasso di tempo.
    Far sentire che un fiammifero nella notte è stato acceso, e tuttu sono invitati ad avvicinarcisi.
    Pian piano realizzo che non siamo, noi studenti, dei fieri palombari del conoscibile, ma dei bambini piangenti che corrono spersi in un bosco oscuro.
    E va bene così, l’importante è lottare per il benessere di tuttu, perché “tranquillo lo sbagliato non sei tu”.
    [1] https://www.iltascabile.com/societa/accademia-e-depressione

  5. Non insegno e non sono uno studente (ma ho insegnato, sono stato studente e ho due figlie alle medie e alle superiori), quindi mi rendo conto che parlare è facile, la pratica è altra cosa. Ma qui si discute, quindi esprimo lo stesso il mio pensiero.
    La premessa ormai ovvia, su cui credo che tutti qui siano d’accordo, è: la DAD non è vera didattica.
    Il passo successivo, per me evidente, ma su questo temo che non ci sia lo stesso unanime accordo è: la DAD è dannosa.
    A questo punto io vedo nel breve termine solo una strada percorribile: agli studenti non resta che boicottarla. Rifiutarsi di “andare a scuola” a distanza.
    Sarebbe un gesto forte, liberatorio e politicamente molto significativo, per una generazione che, come dice WM4, è “colpevolizzata, abbandonata, reclusa nelle proprie camerette a far lezione in pigiama, videodipendente e a forte rischio di depressione”.
    A genitori e insegnanti il compito di creare spazi e sostenere questa scelta.
    L’alternativa alla scuola in presenza è la DAD? Bene, questa non è un’alternativa.
    Ma non a chiacchiere, è che proprio non è un’alternativa!

    • In questi giorni mi è capitato spesso di discutere con i miei figli, entrambi alle asuperiori, sulle forme più efficaci di protesta contro la DAD. Subito mi è venuto in mente lo sciopero: stabilire una giornata nella quale connetersi, esibendo però uno schermo o un cartello con qualche scritta del tipo “La Dad non è scuola” o simili. Ci si potrebbe spingere a scegliere un giorno della settimana nel quale si boicotta la didattica a distanza, un “Wednesday for Future”, per dire. Lo scoglio sul quale mi sono arenato è che un qualunque sciopero ha una piattaforma di rivendicazioni, chiede qualcosa, e su questo, mi dicono, tra gli studenti delle superiori non c’è un idem sentire. Per tante ragioni, alcune delle quali sono già emerse nei commenti, c’è un’ampia quota di ragazzi e ragazze che sta più comoda così, che di lottare per tornare in classe non ne vuole sapere, oltre a una quota non piccola che ormai è stata abituata a pensare secondo lo schema del TINA, non c’è alternativa, o meglio: l’alternativa sono le migliaia di morti, l’ecatombe, o chiusure ancora più pesanti. Quindi: mi tengo la DAD, basta che almeno mi fate uscire di casa quando non ho lezione. Le contraddizioni degli adolescenti mi pare rispecchino tutto sommato quelle del mondo adulto, e quel che ne deriva è un’immobilismo simile, per quanto più compresso, sotto pressione e pronto a esplodere – ma più nella direzione del “vaffanculo tutti” che di una protesta indirizzata. E già il “vaffanculo tutti” non sarebbe un cattivo segnale.

      • Ciao
        Per la mia limitatissima esperienza, posso confermare di aver osservato negli adulti la stessa tendenza, come dici.
        Non c’è alternativa al blocco, non c’è critica e nemmeno percezione rispetto alle motivazioni reali dello stato di cose: c’è “io speriamo che me la cavo”.
        Beh ma almeno si può andare in bici… beh ma se ti vesti con la roba di D***th*** e con le scarpe da ginnastica puoi pure andare a camminare… eh però non puoi uscire dal comune… beati voi che a Torino avete la collina per le salite, io nel pinerolese tutta pianura, dove vado ad allenarmi?
        Venerdì ero sollevato dal fatto che avrei potuto farmi anch’io il mio giro in bici in collina. Pensavo “per non morire, meglio che niente”. Risultato: niente bici, rabbia a mille, vaffanculo al mondo. Il loro nemico là fuori è la pandemia, il mio nemico là fuori sono loro. E non vorrei, ma ci vuole molta forza.

    • Occorre andare a monte, altrimenti non accadrà. Io conosco tanti piccoli gruppi e singoli genitori o insegnanti abbastanza convinti della necessità della scuola in presenza, specie nella scuola primaria.
      Ma ne conosco molto di più che hanno paura del virus. E la paura del virus vince.
      Alle superiori ce l’hanno anche i ragazzi, io ne ho un paio che non sono mai venuti e penso perderanno l’anno, ci ho parlato, non sono segregati dalle famiglie.
      Non vogliono venirci,soprattutto prendere l’autobus pieno di gente.
      Un ragazzino a Treviso tempo fa stava per morire perché non voleva togliersi la mascherina e non respirava. Ma non voleva. Aveva paura del virus.
      E poi c’è un’altra paura che coinvolge anche le famiglie. Quelle che non possono permettersi di fermare un’attività in proprio per quarantene varie.
      E lì, i figli sono solidali coi genitori, e io gli do ragione, agli uni e agli altri.
      È l’atteggiamento psichico e legale nei confronti di questo virus il problema.
      Se io so che quando trovano mio figlio positivo, seppur magari sanissimo, devo chiudere la mia attività che già sopravvive a stento dopo tutto quel che è stato, e la devo chiudere perché sono un “contatto stretto” seppur sanissimo, non lo mando volentieri in un luogo dove ogni colpo di tosse scatena il panico e il temutissimo tampone.

      • Per me hai centrato perfettamente i punti principali di tutta la questione.
        Volevo già rispondere al tuo commento precedente ma poi mi sono accorto che avrei divagato.

        1)fatta la tara ai negazionisti politicizzati etc., la maggioranza è allineata alla narrazione virocentrica (e come potrebbe essere diversamente se ti informi su giornali e TV?) e quindi, anche qualora coltivasse un barlume di critica, “la paura del virus vince.”, su tutto.
        E anche tra i critici che non sono in piena “ipocondria” ma che hanno sempre avuto un atteggiamento più “laico” sulla questione sanitaria, nessuno sfugge alla logica del “non si poteva fare di meglio” e del “se non fai così gli italiani non li tieni” (es. dibattiti su sensatezza e validità dell’autocertificazione – inutile parlarne, si ottiene al più un’alzata di spalle e una risposta tra il sarcastico e il piccato con il sottotesto di essere un pistino rompiscatole e poco pratico).
        In questo pesa anche il materialismo storico di cui parlava qualche post fa WM4, nella declinazione che ne fa EP qui: https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/10/messaggio-in-bottiglia-sulla-seconda-ondata/#comment-41361:
        Se hai un bell’impiego impiegatizio a tempo indeterminato, magari in un grosso ente pubblico o in qualche posto “a prova di crisi”, magari in smartworking, a certi problemi ci pensi di meno.
        E non è qualunquismo dirlo, o voler sminuire i relativi problemi di reddito o di qualità del lavoro o di tossicità dell’ambiente di lavoro, ma appunto semplice presa di coscienza delle diverse condizioni materiali di partenza – con un po’ di ironia e sperando di non aver detto un’enormità :-))

        2) riallacciandomi al leit motiv sopra (e niente, non riesco a sganciarmi ormai da questo cliché) l’altro punto importantissimo che hai toccato è che è “l’atteggiamento psichico e legale nei confronti di questo virus il problema”.
        L’immane mole di problemi burocratici e organizzativi (e soprattutto le tempistiche per sottoporsi a tampone e avere un esito) legati al tracciamento.

      • Buongiorno a tutti,
        anima silvae,ma mi sono perso qualcosa o il tampone non è obbligatorio?Voglio dire,se tu studente,che hai paura di bloccare l’attività dei tuoi genitori,entri in contatto con un positivo o hai sintomi,puoi semplicemente non sottoporti al tampone e farti i tuoi 13 giorni di quarantena.In questo modo non rischi di essere positivo e quindi di mettere a loro volta in quarantena le persone che hai intorno,o no?Ok,quando rientri rischi di beccarti ire di professori e compagni di classe,ma mi sembra comunque meglio del rischiare di perdere un intero anno scolastico(anche perché questa storia potrebbe durare ben più di un anno,a quel punto cosa fai?).

  6. Personalmente ho sempre pensato (almeno dalla 5a elementare in poi) che l’obbligo di presenza fisica fosse una retaggio del passato, e la mia spinta personale alla tecnologizzazione e virtualizzazione è stata repressa duramente in varie occasioni negli ultimi anni di liceo: “Posso venire portare a scuola con un laptop su cui prendere appunti?” o “Visto che sono a casa malato, posso chiedere a un compagno di registrare le lezioni così posso ascoltarle a casa” sono due domande che mi hanno quasi fatto mandare in presidenza, e per il solo fatto di aver fatto la domanda.

    Ero uno studente altamente performante, e di buttare 5/6 ore al giorno (più commuting) non sono mai stato felice – quando nello stesso tempo a casa avrei studiato il doppio o il triplo. Motivo per cui sono sempre stato attento a fare tutti giorni di assenza possibile per legge, e magari qualcosa in più (con avallo totale dei miei genitori). In quinta i professori mi minacciarono dicendomi che se avessi fatto più assenze del necessario mi avrebbero calato il voto di condotta. Parlandone con altri tra le mie conoscenze e nel mio range d’età (classe ’88-’95) concordiamo che la scuola in presenza è una tortura, una sorta di nonnismo che le vecchie generazioni impongono alle nuove perché… si è sempre fatto così.

    Ora, se la DAD sposta semplicemente l’obbligo di presenza dalla scuola alla scrivania di casa concordo che non ha senso.
    Il vero futuro, secondo me, sarà togliere l’obbligo di frequenza, almeno dalla 2a-3a superiore in su, per tutte le lezioni solo teoriche (cioè la stragrandissima maggioranza).

    E che fine farà la socializzazione? Beh mica ho detto di cancellarle le lezioni, chi vuole ci può andare, e penso che molti ci andranno. O vogliamo lo stato etico che ti obbliga a fare le cose per il tuo bene?

    • Guarda Pier, io sono di un’altra generazione, nata nei Settanta, però quando sono arrivato all’Università, corso di laurea in Filosofia, ho fatto i salti di gioia scoprendo che: a) avevo un’enorme libertà nel comporre il piano di studi; b) non c’era obbligo di frequenza da nessuna parte, potevo scegliere quali prof seguire, i migliori, e per il resto dare l’esame studiando a casa, magari frequentando un seminario, ecc. Tuttavia, nulla di tutto questo è simile a doversene stare a casa, con la scuola chiusa, a imparare davanti a uno schermo, seduto in camera. Il quart’anno, quando mi sono laureato, avevo tre lezioni in tutto da seguire, non sono mai andato in aula, ho scritto la tesi, eppurre… andavo all’Università. Andavo in dipartimento a studiare e fare ricerche, frequentavo la biblioteca, leggevo che il tal pomeriggio alla tal ora c’era un incontro interessante sul teorema di Gödel e ci andavo, ecc. Quindi non ne farei solo una questione di frequentare/non frequentare le lezioni. Anche secondo me un 17//18enne dovrebbe avere più margini di scelta, ma la DAD non è un margine di scelta. E la scuola chiusa nemmeno.

      • Io pure sono di quella generazione. E penso che se mio figlio tra qualche anno dovesse pagare una retta universitaria per seguire dei corsi online, la suddetta retta dovrebbe essere quanto meno ridotta a un quarto della cifra. Niente confronto con i colleghi di corso, niente accesso a biblioteche, sale studio o laboratori, niente socialità, niente rapporto diretto con i professori se non attraverso una finestrella sul computer. Il ’68 l’hanno fatto per molto meno.

        Per non parlare della scuola, dove servirebbe sì, maggiore libertà di studio e movimento, maggiore autogestione del tempo da parte degli studenti, ecc., ma all’interno degli spazi scolastici adeguati, come accade nei paesi anglosassoni o ex-socialisti. Altrimenti tutto dipende da come stai tra le mura domestiche. Se sei fortunato hai una bella stanzetta tutta per te con un’ottima connessione, dove nessuno ti disturba mentre segui le lezioni e studi; se non lo sei, magari quella stanzetta la devi condividere con due fratelli o sorelle che fanno altro, mentre i tuoi litigano in cucina o ricevono parenti in salotto, e avresti soltanto voglia di scappare dalla finestra.

        La scuola è o dovrebbe essere una collettività diversa da quella parentale e amicale, dove fai qualcosa di diverso insieme ad adulti e coetanei diversi da te. È un’esperienza fondamentale per chiunque. Toglila a una generazione e presto o tardi ne vedrai gli effetti. Ma davvero non riusciamo a chiederci perché all’estero stiano cercando di non chiudere le scuole nonostante l’aumento dei malati? C’è un motivo formativo, certo, si rischia di compromettere un ciclo scolastico, ma ce n’è anche uno psicologico e sociale.
        Gli studenti “disagiati” dei quali si parla spesso nei commenti sulla DAD, senza la camera di compensazione della scuola, come reagiranno sul medio periodo? Quali saranno le conseguenze psico-sociali di questa resa all’homeschooling online? Non è mica tanto difficile immaginarlo.

      • Credo che frequentare l’università possa significare esperienze opposte per ragioni non sempre controllabili. Ai ricordi della mia laurea in fisica associo una rigidità paralizzante. La quantità di prerequisiti tra corsi, quasi nessuno a scelta, significava che non passare due esami durante un quadrimestre poteva sabotare l’intero anno accademico.

        Dopo le lezioni passavo ore a studiare in biblioteca: non per approfondire argomenti, ma semplicemente per poter stare al passo con il materiale didattico. Materiale peraltro raramente condiviso dai docenti, con logiche di totale subordinazione ottocentesca: «Se vuoi passare il mio corso, devi presentarti a lezione e sperare che i tuoi appunti abbiano un senso».

        Ora lavoro per un’azienda che produce software per docenti e so che la DAD è uno schifo, crea ingiustizie e lacune che forse non verranno mai colmate, in categorie economico-sociali che erano già allo stremo prima della crisi sanitaria [1]. Insomma resto convinto che prima si tornerà in aula, almeno dalle superiori in giù, e meglio sarà.

        Tuttavia, io mi auguro che il passaggio attraverso questo inferno possa servire:

        – a dare maggiore trasparenza ai contenuti dei corsi, con migliori modalità di condivisione dei materiali didattici (open source, beninteso, condividendo in toto le riflessioni fatte su giap circa la de-googlizzazione). Dovrebbe essere un minimum minimorum ma non lo è.

        – a riprogettare il tempo degli studenti in aula: non credo dobbiamo rassegnarci a considerare normali tre ore consecutive di lezioni frontali. Svolte da un docente in gamba, sono esperienze che possono far nascere vocazioni, ma sono casi fortunati. Dire flipped classroom non vuol dire essere trendy: esistono mille e un modi per massimizzare il rendimento della collaborazione *in aula* tra gruppi di studenti, oppure fra studenti e professore, fatto salvo un lavoro individuale preliminare a casa.

        Con questo aggiriamo o risolviamo il digital divide? No di certo, lo Stato deve giocare il suo ruolo. Ma questo non significa che dobbiamo sospendere la discussione tra due estremi, da un lato trasformando la didattica tradizionale in un vitello d’oro, dall’altro pensando che basti regalare un laptop ad ogni ragazz* per cambiare il mondo.

        [1] https://frama.link/BLsvPRvA

      • Io sono nato negli anni sessanta, e quando andai all’università, facoltà di filosofia, trovai lo stesso tipo di ambiente che ha descritto Wu Ming 2: totale libertà anche di cambiamento del piano di studi, nessun obbligo di frequenza, solo obblighi formali (tipo biennalizzare alcuni esami), in sostanza fiducia nella capacità di scelta dello studente. Sapevo all’epoca che non tutte le facoltà erano così. Bene, ora mi risulta che si è irrigidita la facoltà di filosofia, non si sono aperte le altre facoltà. Lo so perché mia figlia quest’anno si è iscritta al primo anno di filosofia. Certo, anno un po’ particolare, ma già prima del Covid avevo visto forti cambiamenti, in direzione di una maggior scolarizzazione della facoltà. Fatto sta che ora, dopo la riapertura di quest’estate, anche con la ripresa dei corsi in presenza, si è propsettata una situazione totalmente diversa: intanto ci si deve prenotare per andare a lezioni. Non puoi, come si fa da studenti, decidere anche di impulso cosa fare, ad esempio: vado a lezione, incontro degli amici, anziché andare ad un’altra lezione decido di andare al bar e davanti ad una birra parlare di Marx, o di Platone. Secondo me una tale esperienza vale come 10 lezioni. Ma se lo fai ora hai portato via un posto a lezione. Sei messo nelle condizioni di non poter decidere sul momento. Io me la ricordo molto bene l’epoca universitaria, anche se sono passati più di 30 anni. E’ stato il periodo più libero della mia vita. Adesso non è sicuramente così.

        • Si, per seguire la lezione bisogna prenotarsi attraverso una app, che si chiama “Presente”. Addirittura per gli esami, ed anche per l’ esame di ammissione oramai previsto per tutte le facoltà, è stato previsto lo svolgimento ” a distanza”. L’ esame di ammissione è stato un vero calvario, perché attraverso la telecamera si doveva dimostrare di essere soli in casa ( come se tutti potessero ricavarsi uno spazio da soli, magari costringendo i parenti o il convivente ad uscire), poi le procedure per il riconoscimento sono state un vero fallimento che ha fatto saltare di parecchi giorni la comunicazione dei risultati dell’esame. Per risolvere il problema, a posteriori, hanno dovuto chiedere a tutti la scansione del documento di identità ( quando, a prescindere, si sarebbe dovuto/ potuto farlo prima). La app utilizzata per sostenere l’ esame escludeva la possibilità di utilizzare altri sistemi per ” copiare” le risposte. Io ho spento anche il cellulare ma non credo che quello potessero disattivarlo in qualche modo, essendo scollegato dal computer. Insomma, tutto surreale. Da soli a casa propria a sostenere un esame di ammissione. Senza parlare delle domande del test di ammissione, tipo: viene prima Vittorio Emanuele X o Umberto X? Un terno al lotto. Oggi alla fine della lezione di antropologia, in presenza, è scattato un applauso. Mi sono venuti i brividi.

    • Aggiungo che il vero retaggio del passato, a mio parere, non è l’obbligo di presenza fisica, ma la distinzione tra discipline teoriche e discipline pratiche, con l’idea che quelle pratiche, “laboratoriali”, si devono imparare in presenza, mentre quelle astratte, “teoriche”, sono come un software immateriale che posso scaricare dal cervello del docente per farlo girare in quello del discente – indipendentemente da tutto il resto: spazi, socialità, architetture. Questa è una rappresentazione davvero obsoleta della cultura e dell’apprendimento. In primavera è intervuto qui Tuco, giapsetr e prof di matematica all’università, per sottolineare ad esempio quanto sia importante sviluppare una formula passo passo alla lavagna, col gesso, per far capire agli studenti “come funziona”, come la si eseugue – quasi fosse uno spartito di musica. L’apprendimento è, in buona misura, un’educazione dell’attenzione: ti insegno a cogliere certi dettagli, a usarli, a svilupparli, in qualunque disciplina, che sia l’orientamento in un bosco o l’orientamento in un testo, la scultura di un pezzo di legno o l’analisi di una poesia. Ora, se ci metto in mezzo uno schermo, la non-presenza fisica, la cameretta, la non-condivisione dello spazio e della dinamica di apprendimento, l’attenzione va a farsi benedire e i dettagli sui quali dovresti focalizzarti, faccio molta più fatica a mostrarteli. In primavera, come ho scritto in un altro post, ho fatto l’esperienza di un laboratorio di scrittura collettiva a distanza. Uno potrebbe pensare che non ci sia nessun bisogno di “star lì” per capire come si scrive una storia, e invece la distanza pone problemi, come li porrebbe se ti dovessi spiegare a distanza come si pota un ciliegio. Poi lo so, ci sono 10mila tutorial on line su come si pota un ciliegio, che ti danno l’impressione di poter imparare qualunque cosa a distanza, come del resto Internet ti dà l’impressione di poter conoscere qualunque cosa in cinque minuti. Ma è piuttosto illusorio. Mi illudo di aver imparato dal tutorial, ma quando finalmente quell’azione, quella potatura o quella pizza in teglia, mi riescono davvero, non è per il tutorial, è perché sono andato avanti per prove ed errori, confrontandomi con qualcosa di fisico, tridimensionale, che alla lunga educa la mia attenzione. Paradossalmente, per imparare a cogliere i dettagli di un testo, su schermo, in due dimensioni, ho molto più bisogno di qualcuno che mi indichi, che mi guidi, perché la materialità dell’oggetto con cui mi confronto è molto più limitata e meno coinvolgente.

      • In questo semestre tengo il corso di analisi matematica per chimici del primo anno. Il corso è in presenza, ma (giustamente, vista la situazione) le lezioni vengono riprese e trasmesse in streaming per gli studenti che per qualsiani motivo non possono o non vogliono venire in aula. Come raccontavo in primavera, io faccio lezione alla lavagna, col gesso: non uso slides, né lavagne grafiche. Beh, io in aula ho sempre almeno l’ 80% di presenze. Questo per me significa qualcosa. Vedo che i ragazzi sono contenti di frequentare, di mangiare il panino seduti sulla scalinata guardando il mare, eccetera. A differenza dei “miei tempi” non possono giocare a scacchi o a tresette, purtroppo, ma questo è conseguenza dell’ossessione per il decoro del rettore precedente.

  7. Alcuni ragazzi hanno la fortuna di avere genitori che stimolano una loro riflessione in merito alla dad. Molti, per vari motivi, hanno genitori assenti e/o troppo concentrati sulle contingenze del presente. La maggior parte degli studenti, dalle elementari all’ università, non è in grado di definire il suo stato d’animo. Non ha strumenti e competenze per riconoscere i propri sentimenti. E spesso questi strumenti non li hanno neanche gli adulti. A scuola, il tema di italiano era l’unico momento per parlare di sé. Ma non sempre dall’altra parte c’era un insegnante abbastanza sveglio e ricettivo, capace di ascoltare. Decine di compagni di classe dicevano in un tema ciò che gli sembrava impossibile dire di persona. Forse a questi studenti manca principalmente questo. Sia a casa che a scuola. E quando la famiglia latita, la scuola dovrebbe essere in grado di supplire. Ma mi rendo conto che invece la scuola è impantanata e che le pastoie burocratiche si sono rovesciate meccanicamente nel rapporto docente/ discente. Non c’è forse nulla di appassionante per questi studenti per cui valga la pena lottare. A parte per quel senso di appartenenza e desiderio di integrazione che ti spinge, o dovrebbe spingerti, a catapultarti nella società. Questi alunni hanno imparato dagli adulti un atteggiamento di totale assenza, passività e remissione e vivono come latitanti. Tra lo sciopero degli studenti ed il ” vaffanculo tutti” passa una differenza abissale. Un’ inversione del processo di consapevolezza di sé. Nel primo caso ci arrivi consapevolmente, nel secondo ci arrivi in maniera istintiva e spontanea. Io non credo affatto che i ragazzi siano comodi così, credo che siano estremamente disorientati se neanche gli adulti sanno quale posizione assumere, né consapevolmente né istintivamente. E se gli adulti sono così preoccupati da un rispetto ipocrita delle regole, lo saranno anche i ragazzi, fino a quando la loro, speriamo,sanissima reazione non sarà un atto di ammutinamento, di insurrezione, di ribellione.

  8. Una sintesi estrema di ciò che sembra stia accadendo la fornisce la terminologia utilizzata, dove sia studente che professore si sono trasformati, in utenti, senza attraversare iter burocratici o istituzionali, in nome dell’emergenza. Comunque, chi voglia ancora illudersi che la societá capitalista sia meritocratica o che un governo (quale?) si occuperá di garantire uguaglianza, é libero di farlo. Personalmente mi colpisce che, a livello di categorie, gli insegnanti non sembrano preoccupati del fatto che, oltre che per i corpi e la psiche degli studenti, l’imposizione della DAD potrebbere rappresentare un primo passo verso la scomparsa del ruolo dell’insegnante per come é stato interpretato fin’ora e l’inizio di una revisione profondamente classista e di una conseguente deriva aristocratica dell’educazione, simile a quello che é accaduto in ambito medico/chirurgico. È vero che la situazione é ambigua: se da un lato l’automazione di determinati processi e il carico di lavoro (penso alla valutazione ad esempio) rappresentano un “miglioramento”, dall’altro, come diceva W.Bukowski su Giap lo scorso Aprile, parlando di lavoratori dello spettacolo, gli insegnanti sembrano indifferenti al fatto che: «…a fronte della devastazione di interi settori economici, e cioè dei soggetti più deboli che vi lavorano, se ne apriranno di nuovi»; da questo punto di vista sono molto coinvolgenti le dinamiche di classe messe in scena nel bel film vincitore dell’Oscar 2019, Parasite.

    Volendo si puo` anche buttare un occhio alle tendenze dei mercati azionari che mostrano un quadro abbastanza chiaro:
    https://www.researchandmarkets.com/reports/4721443/private-tutoring-global-market-trajectory-and?utm_source=dynamic&utm_medium=GNOM&utm_code=5f46sj&utm_campaign=1395742+-+Global+Private+Tutoring+Market+Analytics+and+Forecasts+2020-2027&utm_exec=cari18gnomd

    Significativo poi il fatto che il mercato sembra avere pronta anche una soluzione riguardo a quel particolare servizio di incoraggiamento, sostegno morale ed emozionale, a cui credo si riferisse wM2, che, in teoria, soltanto il rapporto diretto con un altro essere umano può offire; ora é chiamato “Emotional Scaffolding”: https://affect.media.mit.edu/pdfs/02.aist-etal.pdf

  9. Parafrasando una frase di tanti anni fa pronunciata da un calciatore davanti alle telecamere (“sono pienamente d’accordo a metà col mister”), dico che sono pienamente d’accordo al 99% con quanto scritto nell’articolo, quell’1% essendo quella nota di pessimismo di WM4 quando dice che “è a questo vivere senza senso che li stiamo abituando”, riferendosi ai giovani che stanno vivendo la cupezza di questo clima di restrizioni scriteriate.
    I giovani, per definizione, non si abituano; vivono proiettati nel futuro, vanno a velocità moltiplicata rispetto a quella degli adulti, al confronto dei quali elaborano, digeriscono e ricostruiscono molto più in fretta. Per questo spero che vivano questi tempi come una parentesi nella lunga vita che li attende. Anzi, confido nel fatto che constatando l’assurdità di un paese impazzito e senza bussola, guidato da autisti senza patente, sviluppino quegli anticorpi al virus della demagogia, del pressapochismo, dell’inettitudine premiata, e sappiano, in futuro, riconoscerli al loro primo apparire e attaccarli. Ecco, spero che questo virus faccia sviluppare in loro quel vaccino di cui davvero dovranno servirsi nell’avvenire incerto che li attende. Magari, fra X anni, invece di essere incuriositi dallo svedese tanto da accettare di provarlo, lo riconosceranno alla prima parola e lo sputeranno.

    • ma lei crede possibile che regole e procedimenti istituiti in questo periodo si dissolveranno come neve al sole? Io credo che rimarranno per sempre, come sempre avviene nella legislazione. esempi storici: la legge reale, isituita eccezionalmente per combattere il terrorismo. Tutto le regole e procedimenti istituite dopo il crollo delle torri gemelle, in piena “emergenza” terrorismo. Ora in “emergenza” pandemia, l’asticella del controllo è stata lazata ancora di più e difficilmente tornerà indietro, sono pronto a scommettere la pensione che non vedrò mai.

  10. C’è da dire che, se dai licei in giù la DAD è una mostruosità, per gli studenti universitari porterebbe notevoli miglioramenti laddove fosse un’aggiunta, e non una mera sostituzione, alle attività in presenza. Permetterebbe, in particolare, di:
    – risparmiare centinaia di km (o soldi, se in affitto) ai fuori sede;
    – registrare le lezioni, risentendole a piacimento anche variando la velocità del discorso in base alle proprie esigenze (oggi ad esempio i tempi dei professori, di ragionamento ed esposizione, sono per lo più notevolmente lenti);
    – far lavorare i docenti che non vogliono farlo (quelli che normalmente si presentano con un’ora di ritardo etc.), rendendo registrabile ogni loro eventuale inadempienza;
    – rendere le lezioni eventualmente accessibili a tutti – anche non studenti -, superando quell’insostenibile effetto scuola media che regna purtroppo in talune università.
    Poi non sorprende che la DAD non piaccia a tanti docenti nemmeno come integrazione, ma dietro le nobili parole si celano spesso pigrizia e interessi di classe (penso ad esempio ai riferimenti alle università medievali) a danno degli studenti e della nazione intera, indirettamente.

    (P.S.: “Il dittatore dello stato libero…” l’ho visto da adolescente non molti anni fa, assieme ad altri film ben più improbabili – africani, iraniani etc. Lo dico per ricordare che oggi, grazie a internet, gli adolescenti hanno accesso a una quantità immensa di fonti culturali semplicemente inimmaginabile decenni fa – un fattore che purtroppo tanti 50-60enni oggi, non su Giap, normalmente ignorano, postulando una generale ignoranza dei giovani per legittimare la propria pigrizia.)

    • Sui rischi classisti di un regime misto – o “blended” – tra insegnamento in presenza/a distanza nell’Università, ha scritto un breve saggio Federico Bertoni, con riflessioni che trovo molto interessanti: https://www.edizioninottetempo.it/it/prodotto/insegnare-e-vivere-ai-tempi-del-virus

      Riporto qui un passaggio che avevo già citato in un commento di fine aprile:

      «Nell’università neoliberale gli studenti non sono cittadini che reclamano il diritto al sapere ma clienti da soddisfare, consumatori di beni e servizi, acquirenti di un prodotto che dovranno vendere a loro volta nel mercato globale. E qui la parola magica è blended. […]
      Blended non designa un tipo di whisky ma un regime misto tra didattica in presenza e didattica a distanza che promette di essere il business del futuro. […]
      Fase 1, l’emergenza: Le università attivano a tempo di record la didattica a distanza, la cui unica alternativa sarebbe il blocco completo;
      Fase 2, la crisi: Dal prossimo anno accademico, virus permettendo, molti atenei adottano una modalità blended per compensare l’inevitabile calo delle immatricolazioni, soprattutto dei fuori sede:
      Fase 3, il business: Il sistema va a regime e si trasforma nel business perfetto: docenti “riproducibili” a piacere; investitori e provider di servizi informatici che si fregano le mani; studenti che pagano le tasse ma che non gravano fisicamente su aule, strutture e costi di gestione.
      Poi un bel giorno arriverà la fase 4, quella in cui raccoglieremo i cocci. Se uno degli obiettivi dichiarati dell’università dell’eccellenza è dare voti, stilare classifiche, distinguere atenei di serie A e di serie B (e dunque studenti di serie A e di serie B), la modalità blended realizzerà un’automatica selezione di classe: da un lato lezioni in presenza riservate a studenti privilegiati (cioè non lavoratori, di buona famiglia, capaci di sostenere un affitto fuori sede), e dall’altro corsi online destinati a studenti confinati dietro uno schermo e nei più remoti angoli d’Italia .”

      • Il problema di fare previsioni misurabili è che si può essere smentiti dai fatti: il calo delle immatricolazioni non c’è stato, nemmeno in atenei come il Politecnico di Torino che attira prevalentemente fuori sede.
        Per chi non è dentro il sistema ricordo poi che la didattica universitaria non viene erogata in funzione del numero di immatricolati, bensì in funzione del numero di docenti (e questo è forse IL problema dell’università italiana, la didattica non vede student* al centro, bensì la riproduzione di un sistema sempre uguale a se stesso… un virus direbbe qualcuno, un cancro qualcun altro). La riforma Gelmini impone ai professori un minimo di 120 ore di didattica. Le ore erogate da un ateneo non potranno MAI scendere sotto tale soglia, a costo di creare nuovi corsi di Laurea, partizionare i laboratori (che stanno procedendo anche ora nelle zone rosse, sebbene non al 100%), richiedere compresenze di docenti. Un eventuale calo delle immatricolazioni potrebbe riflettersi (ci sono altri parametri che possono bilanciare) in un calo delle assunzioni per l’ateneo, ma non nel breve termine.
        C’è poi tutto il discorso delle tesi sperimentali, che stanno andando avanti anche oggi e anche nelle zone rosse, grazie alla passione della componente docente, certo, ma anche perché qualcuno deve pur produrre i dati per consentire poi ai dipartimenti di pubblicare…
        La fase 3 è forse la più problematica, e quella verso cui la docenza universitaria è più critica e si sente più minacciata.
        Riguardo invece alla fase 4 sono soprattutto sudent* fuori sede o lavoratori/trici a chiedere la registrazione delle lezioni per poter beneficiare di una frequenza dei corsi fuori sincrono.
        Quanto alla valutazione… Si immagini dover valutare un ateneo che contiene decine di migliaia di persone, docenti e discenti. Ridurre tutto a un numero per fare una classifica si presta ad una manipolazione politica allucinante (per esempio ponendo l’attenzione su alcuni aspetti e tralasciandone altri…), e la didattica è solo una parte di ciò.
        Quindi interessanti queste riflessioni, assolutamente non profetiche; ci sono elementi di critica costruttiva e fondata, altri aspetti sono decisamente fuori fuoco, com’è inevitabile in una realtà in evoluzione continua.

      • Federico Bertoni è anche tra i firmatari dell’appello “Disintossichiamoci” contro la didattica a distanza/blended nell’università (https://www.roars.it/online/disintossichiamoci-un-appello-per-ripensare-le-politiche-della-conoscenza/), e co-autore di un testo sullo stesso argomento (importantissimi i link interni), “Didattica blended: una tappa verso l’università delle piattaforme?” (https://www.roars.it/online/didattica-blended-una-tappa-verso-luniversita-delle-piattaforme/). Interventi che sfatano i molti falsi miti della didattica a distanza o blended, ai quali @deantonio sembra credere. Mi chiedo perché mai, se è un “notevole miglioramento” tenere gli studenti a distanza invece di investire in alloggi e battersi per un’università libera e gratuita, o cmq accessibile a tutt@, non dovrebbe essere anche un “notevole miglioramento” il lockdown generalizzato invece di investire in spazi e personale per la sanità, la didattica e i trasporti in sicurezza.

        • Temo si faccia confusione con la critica fondata dell’insegnamento online di emergenza cui stiamo assistendo in questi mesi (che è l’equivalente di un ospedale da campo), e lo sparare a zero su cose come il «blended learning» inteso nella sua definizione condivisa dagli esperti, su cui esiste parecchia letteratura. Il blended learning *non* è un’esperienza virtuale, non è baby-sitting, né si propone di dividere surrettiziamente gli studenti tra quelli in presenza e quelli a distanza. (Quella semmai è un’interpretazione dell’hybrid learning nel contesto del tutto caotico di istituzioni incapaci di requisire edilizia per le scuole e assumere insegnanti, ad esempio.) Il blended learning si basa sui seguenti pilastri:

          1. L’ambiente ideale per di apprendimento passa attraverso un’interazione profonda tra docenti e student*.

          2. L’insegnamento è personalizzato, poiché si prende cura delle lacune di ciascun* student*, invece che della classe nel suo insieme.

          3. L’insegnamento è basato sulla padronanza dei concetti. Ogni alunn* non progredisce col programma finché non dimostra di aver capito gli argomenti proposti. Il che significa anche che l* singol* student* non deve per forza aspettare il classico momento di valutazione oggettiva (la verifica) per poterlo fare.

          4. Le aspettative per l* student* sono alte, gli obiettivi sono ambiziosi.

          5. L* student* è responsabilizzat* nei confronti della propria conoscenza, gli viene insegnat* a poter apprendere autonomamente, anche in vista di una futura buona esperienza universitaria, dove le occasioni di valutazione oggettiva sono solitamente limitate agli esami.

          Come nell’altro mio commento l’elefante nella stanza resta il digital divide (strumentazione e competenze digitali creano una barriera), perché molti di questi pilastri sono supportati dalla tecnologia. Ma se la giusta rabbia per i danni su* ragazz* e sul sistema educativo porta ad arroccarsi sul mondo di prima, per me è un’occasione persa.

          • Grazie Roy, approfondirò la distinzione tra hybrid e blended learning. Tuttavia, lasciami dire che il punto 4 (“4. Le aspettative per l* student* sono alte, gli obiettivi sono ambiziosi.”) è più una dichiarazione d’intenti, uno wishful thinking, che “un pilastro”. Cioè, chiunque voglia proporre una roba ti dice che è “bella”. Anche molti sostenitori del capitalismo credono fermamente che possa conciliarsi con la giustizia sociale e potrebbero scrivere, in una lista di “pilastri” di quel sistema economico, “4. Giustizia sociale”. Poi però avrebbero quantomeno l’onere della prova.

            • Sì, come obiezione ci sta tutta. Le meta-analisi sull’efficacia di questi metodi mostrano risultati lievemente migliori rispetto a contesti tradizionali, e non per forza per via della tecnologia. «Analysts noted that these blended conditions often included additional learning time and instructional elements not received by students in control conditions. This finding suggests that the positive effects associated with blended learning should not be attributed to the media, per se.» (https://www2.ed.gov/rschstat/eval/tech/evidence-based-practices/finalreport.pdf).

              Mi sembrava però rilevante includere il 4. per sottolineare che non si tratta un frame teorico che nasce all’interno di un’emergenza, né è un’etichetta alla moda per indicare le tecniche di bricolage didattico cui sono ridotti insegnanti, student* e le loro famiglie.

              Le obiezioni sarebbero anche altre: con classi di 30, senza l’appoggio di un bravo dirigente scolastico, con pochi fondi, ecc. questi princìpi sono forse inapplicabili.

              PS. Ne approfitto per scusarmi per l’uso a volte erroneo che faccio degli asterischi. Uso Giap anche per mettermi alla prova con una modalità di scrittura che solitamente non prendo in considerazione.

              • Io non sono esperta di blended learning però nel discorso che sta emergendo mi sembra manchi un tassello fondamentale:la cooperazione. Per me la scuola dovrebbe principalmente essere questo, la famosa comunità educante dove ci si confronta e si cresce insieme. Obiettivi, apprendimenti, competenze e tutte le parole che a ogni riforma della scuola inseriamo vengono dopo. Ogni studente ha bisogno di una didattica personalizzata per acquisire delle conoscenze/competenze? Ok ma deve farlo da solo? In un rapporto docente/discente esclusivo? Per me no, per me è la comunità che si pone obiettivi non il singolo, a meno di non voler ridurre tutto al momento della valutazione o comunque all’idea di una scuola in cui si va, si imparano le cose, si ripetono e si prende un voto. Penso che la didattica migliore sia quella che si fa in gruppo non spingendo sulla bravura e l’impegno del singolo. La scuola pre covid era questo? No. E qui veniamo al problema principale secondo me :ci troviamo nella scomoda posizione in cui ci tocca difendere una scuola che andrebbe cambiata dalle fondamenta perché l’alternativa è peggiore.

                • Se sto scivolando verso l’OT invito i WM a fermarmi.

                  @AnneBonn La cooperazione entra spessissimo in queste metodologie. Ti invito a consultare i lavori di Eric Mazur e del suo «Peer Learning». In breve:

                  1. L’insegnante spiega un argomento (da accoppiare idealmente con una lettura preliminare a casa). Poi si rivolge all’aula e fa una domanda chiusa (non mi dilungo su come inventare domande e risposte efficaci, ma ci sono dei criteri).

                  2. Ciascun* student* riflette per conto suo e risponde. Qui si possono usare uno dei tanti software a disposizione per cellulari, anche gratis, ma si può rispondere anche senza elettricità, con alzate di mano o usando un numero di dita corrispondente al numero della risposta scelta.

                  3. Se il 70% o più risponde correttamente, si può passare ad altro. Se è meno del 30%, si torna al punto 1 per dei chiarimenti. Negli altri casi, si passa ad un secondo sondaggio, preceduto questa volta da una libera discussione tra studenti, coordinata dal professore che passa tra i banchi.

                  Spesso si osserva che sono proprio gli studenti che hanno risposto correttamente ad essere in grado di convincere i proprio compagni, perché hanno la freschezza tipica di chi ha appena capito un concetto, e sanno ricostruire i passaggi logici per arrivarci con un linguaggio adeguato. E’ un occasione che il docente può cogliere per riscoprire strategie didattiche efficaci, o evidenziare gli errori più comuni.

                  Così la didattica viaggia in varie direzioni: dal docente agli studenti, tra gli studenti stessi, e di ritorno al docente. So che qualcuno ha provato a riprodurre questo schema su Teams, ma ignoro con quali esiti.

                  • Teams è veramente orripilante. Non funziona e soprattutto per l’ insegnante è praticamente impossibile seguire contemporaneamente una classe in presenza ed una parte a distanza. Tutte le volte che l’ attenzione viene rivolta ad una parte va a scapito dell’altra. E poi così si rimane sempre e solo nel perimetro della valutazione degli obiettivi didattici e non in quello della compressione profonda. Ma poi, soprattutto, a prescindere da questa situazione particolare, che bisogno c’è di una didattica ibrida? Dal mio punto di vista dovrebbe essere l’ ultima spiaggia in assoluto. Ci sono corsi il cui obiettivo didattico è la relazione. Una relazione non si può ” insegnare” via web. Il DAMS non puoi farlo con la didattica a distanza, perché l’ essenza di ciò che impari è la vita e non è una nozione astratta. Quando ho studiato Artaud sono rimasta scioccata dalla totale ” inconsistenza” della materia, dalla sua natura immateriale. Artaud è stato ritenuto il più grande teorico del teatro occidentale senza mai essere davvero riuscito a realizzare un suo spettacolo teatrale. Non faceva solo teoria, infatti. La sua esistenza è stata teatro. Ed è terminata in un manicomio. Dopo che aveva iniziato a fare il rabdomante per cercare acqua in Messico. Un esempio di vita “perdente”, che al DAMS è considerato assolutamente vincente. Non lo puoi studiare nella teoria. Questa passione non si può trasmettere su Teams.

            • I motivi per mandare i bambini a scuola sono molti e ben riassunti da un compendio dell’Associazione Americana Pediatri [1]. Per completare il discorso che facevo, si parla ultimamente di sfruttare l’hybrid learning (che nasce prima del coronavirus in altri contesti) per favorire il distanziamento fisico a parità di spazi disponibili, e consentire una frequenza scolastica ridotta. In questa modalità una parte degli alunni sta a casa tre giorni a settimana e in aula due, mentre gli altri fanno l’opposto. I due gruppi si scambiano i ruoli di settimana in settimana. Ma è solo un esempio, c’è chi parla di fare mattina/pomeriggio con un’ora in mezzo per disinfettare le aule. Ma progettare una lezione che possa coinvolgere tutti con tecniche diverse e sincrone farebbe tremare le ginocchia a chiunque. E’ una sfida didattica, nonché vera e propria materia di studio, e dovrebbe essere oggetto di una formazione adeguata.

              Gli svantaggi poi sono i soliti: digital divide, tenere i bambini a casa due giorni sì e tre no, padronanza del saper studiare (dote NON innata!), ecc. Francamente tra gli addetti ai lavori non ho trovato risposte che vadano al di là di chiedere sforzi aggiuntivi agli insegnanti: coinvolgere tutti, rintracciare telefonicamente la bambina che non si connette più, allearsi con le famiglie, ecc.

              Funziona? Le ricerche empiriche stanno cominciando ad emergere solo ora, e solo in merito all’insegnamento secondario di secondo livello e terziario. Degli effetti alle primarie e medie si sa poco. Segnalo le conclusioni di due ampie review sull’argomento.
              – «[…] Existing research suggests cautious optimism about synchronous hybrid learning which creates a more flexible, engaging learning environment compared to fully online or fully on-site instruction. Yet, this new learning space has several challenges which are both pedagogical and technological in nature.» [2]
              – «The results show that […] the hybrid virtual classroom […] is also the most challenging one to teach in and to learn in as a remote participant. It has been found that both the relatedness to peers and the intrinsic motivation is the lowest in the hybrid-virtual setting.» [3]

              [1] https://frama.link/eWM9-Rkp
              [2] https://frama.link/Lx9QALvQ
              [3] https://frama.link/HRbKeANd

              • Residente UK, le scuole sono aperte. Non tutto é come può sembrare. Mia figla stá sperimentando da quest’anno il blended learning; in teoria la parte online, quella dove l’alunn* non deve frequentare, dovrebbe fornire elementi di controllo in termini di tempistica, luogo, ritmi di lavoro e percorso di apprendimento, affidandoli all* studente/ssa attraverso l’utilizzo, appunto, di materiale didattico online. In pratica dove si legge «controllo» io ci scriverei «responsabilitá», quella di produrre risultati soddisfacenti. Da soli. Con mia moglie ci siamo ritrovati a fare i conti con l’ennesimo meccanismo generatore di ansia, forse anche peggiore della didattica classica in quanto per l* student* che si ritrova a subirlo passivamente, viene a mancare il supporto immediato e solidale delle/i compagn*, dell’amic*, la risata, il commento, lo sbuffo etc, che solo la classe può dare (parole sue, io ho solo tradotto in italiano). Questo nuovo “strumento” é stato scaricato sugli adolescenti a Settembre, senza pre-avviso o informazioni ne per noi, ne per lei ma neppure sostegno psicologico/economico/pratico per chi ne avesse avuto bisogno; tutti, incluse le famiglie, ci siamo semplicemente dovuti adattare (sono coscente che sto` parlando di un privilegio assoluto, ma tant’é). Ho cercato di farle capire che il sistema scolastico, come qualsiasi sistema autoritario, é ansiogeno per natura. Ha capito (spero) e ci siamo abbracciati.

      • Dico la mia fuori dai denti: c’è uno notevole numero di docenti, sia nelle scuole che nelle università, che sono entusiasti della DAD e che la vorrebbero mantenere anche a emergenza finita per il semplice motivo che odiano gli studenti. Li detestano in modo viscerale, e odiano doverli incontrare di persona ogni giorno. Per reazione, molti studenti preferiscono la DAD perché doversi confrontare ogni giorno con qualcuno che ti odia non è molto bello. Poi capita di parlare con ragazz* che ti raccontano di professori che li obbligano a bendarsi gli occhi durante le interrogazioni on line, ripensi a certi tuoi insegnanti che umiliavano i ragazzini poveri, o quelli del sud, eccetera, e capisci che se uno è una merda umana lo è in presenza, lo è a distanza, lo è sempre.

      • Ho letto il testo, grazie per la segnalazione. Mi sembra però un perfetto esempio della retorica del professore universitario pigro che, dietro nobili parole, cela il proprio interesse di classe a danno degli studenti e dell’intera comunità, mostrando una concezione del proprio mestiere ben lontana da ciò che dovrebbe essere.

        Innanzitutto non si vede perché la “didattica mista” universitaria – ossia, ricordo, lezioni in presenza normali (del tutto, quando sarà passata l’emergenza) trasmesse anche in streaming e/o registrabili – dovrebbe necessariamente approfondire (mai comunque creare) differenze di classe: se un fuori sede vuole andare a lezione, nessuno glielo vieta; semplicemente, se vuole risparmiare dei soldi, può non andarci e seguirla lo stesso: dov’è il problema?

        Allora cos’è che infastidisce davvero il professore universitario pigro? Ecco alcuni fattori mostrati nel saggio:
        – le distanze istituzionali “azzerate dal distanziamento abissale del web, che illude tutti di poter scrivere e interagire alla pari (tipico l’esordio di tante e-mail di studenti: “Salve prof”)”. Da qui si capisce che idea abbia degli studenti, e quanto davvero sia loro vicino;
        – il fatto di dover lavorare. Questo è un punto fondamentale: il professore universitario pigro concepisce il proprio mestiere non come un dovere, ma come un favore che gentilmente elargisce agli studenti. Nel saggio, infatti, definisce il proprio lavoro (“formidabile sforzo” di cui si lamenta) degli ultimi mesi – cioè fare normale lezione, ma davanti a un pc – “disinteressato” (!).
        Poi apparentemente non si capisce perché trasmettere in streaming per tutti le lezioni dovrebbe comportare un notevole aumento di lavoro. Ma a pensarci bene è chiaro: in caso, al docente pigro non basterebbe fare il riassuntino del manuale: dovrebbe aumentare, questo sì, il proprio lavoro di ricerca e magari meritare davvero il proprio stipendio – non sia mai.

        L’unico punto concreto, al di là della facile retorica, su cui si può concordare è l’eccessivo peso dato dalle università a Google e Microsoft. Ma per risolvere il problema basterebbe trovare piattaforme alternative, il che oggi non è impossibile.

        • «se un fuori sede vuole andare a lezione, nessuno glielo vieta; semplicemente, se vuole risparmiare dei soldi, può non andarci e seguirla lo stesso: dov’è il problema?»
          Il problema è che non partecipa alla lezione, quindi – dal mio punto di vista – riceve una formazione di qualità più scarsa. Di conseguenza, invece di battersi perché all’Università, in presenza, ci possano andare tutti – anche quelli a cui lo vieta il portafoglio – ci si dirà contenti che il poveraccio possa starsene a casa, a fruire di un insegnamento molto meno valido rispetto a chi può permettersi la presenza.
          Chi paga, prende il meglio. Chi deve risparmiare, si accontenta.
          Bello schifo.

        • Che dire Deantonio, ne riparleremo quando il suo medico di base a cui chiederò dottore “cos’è questo mal di stomaco che ho da un mese?” le prescriverà solo un po’ di malox senza chiderle se per caso ha fatto delle feci scure perché mentre seguiva le lezioni di patologia con la Dad stava mangiando un sandwich spegnendo la webcam.
          Oppure quando il farmacista che gli darà un cortisonico senza chiedere il suo grado di iperglicemia avrà superato con un diciotto l’esame di farmacologia grazie agli appunti appesi dietro lo schermo.
          Scommetto che a quel punto qualcuno capirà perché la DAD è una cosa vergognosa solo a pensarla e come mai gli altri stati “messi peggio di noi” magari chiudono qualunque cosa ma quasi mai la scuola mentre da noi, chissà perché è sempre la prima.

          • Va be’, parlavo chiaramente delle discipline che non richiedono una presenza necessaria in laboratorio.

            @WM2, @tuco e @girolamo: permettere a ogni cittadino di seguire streaming e/o registrate le lezioni non implica necessariamente alcun taglio (o mancato rinforzamento) dei fondi, delle strutture e del personale delle università (mentre può far emergere le differenze fra chi lavora seriamente e chi no, e ridare credibilità all’istituzione).
            Ovviamente vanno potenziate anche tutte le attività culturali in presenza (anche queste limitate spesso, peraltro, dalla pigrizia culturale dei docenti), e ovviamente sono contrario a qualunque chiusura forzata di qualunque istituto culturale, oggi come nei mesi scorsi.
            Del resto, conosco forse meglio di chiunque altro il problema delle strutture universitarie visto che da me (Sapienza, laureato il mese scorso) è crollato il tetto del mio e di altri dipartimenti che ho frequentato (oltreché di vari licei romani); e potrei forse trovarmi in futuro ad essere, chissà, ricercatore universitario: quindi non parlo, a differenza probabilmente di Bertoni e altri, per interesse personale.

            Poi, sull’effettiva qualità dell’insegnamento, credo che – a parte l’ovvia constatazione che dipende dalla materia – il vero problema non sia lo schermo (almeno non per me) ma la qualità dell’offerta formativa.
            In ogni caso, i docenti dovrebbero avere l’umiltà di ascoltare anche gli studenti, cosa che gente come Bertoni non farà, visto che si ritiene superiore.

            • Ti invito a evitare critiche ad personam, sia se conosci Bertoni, sia se non lo conosci: scrivere che “tanto si sente superiore” è un’illazione della quale i tuoi argomenti, per quanto discutibili, non hanno alcun bisogno. Non ne escono rafforzati, caso mai indeboliti. Un conto è se, in quanto professore, gli attribuisci un interesse di classe. Io non ce lo vedo, nel suo testo, ma è una critica che ci può stare. Dargli del saccente e del presuntuoso è invece del tutto fuori luogo. Soprattutto, dal momento che Bertoni non sta intervenendo qui e non ha certo “fatto il superiore” con te. Proviamo a portare avanti le discussioni senza buttarla in vacca, per favore.

              • Do il mio contributo su quetsa parte della discussione che sento molto vicina.

                Come docente Universitario ho dovuto anche io traslare tutto online. La mia Universitá in Germania ha fornito, fortunatamente, molte risorse per fare almeno un lavoro decente in termini di infrastrutture.

                Le mie impressioni sono le seguenti:

                Svantaggi
                1) Ho avuto seri problemi a creare un qualche tipo di connessione con gli studenti. Per lo piú online sembrano entitá astratte. Puó sembrare una cosa sciocca ma questo riduce la mia capacitá di fare lezione. Credo che il problema sia da entrambe le parti perché ho notato un crollo delle domande durante la lezione.

                2) Il format delle lezioni che tenevo (slide + whiteboard) decisamente non é ottimale online. Mi sono procurato un bel tablet grafico Wacom, ma i risultati non sono comunque gli stessi della lavagna, vuoi anche per un banale problema di spazio.

                3) Pochissime persone hanno partecipato al survey finale di valutazione del corso lo scorso semestre. Anche questo non é positivo: mostra una qualche tipo di disinteresse ed i commenti degli studenti erano utili.

                Vantaggi:
                1) sostanzialmente per il recording. La possibilitá di essere registrati permette agli studenti di rivedersi la lezione e poter formulare magari domande piú ragionate. Certo la registrazione la puoi fare anche dal vivo, ma secondo me la qualitá é migliore se la lezione é online.

                É al momento difficile dare un giudizio generale sulla questione, perché é certo che non sto usando lo strumento come dovrei. Il problema é che la situazione COVID ha caricato di lavoro extra tutti e l´insegnamento ne ha risentito. Sostanzialmente i corsi sono stati una “traslazione” rigida dal prima al dopo (online).

              • Non volevo mancare di rispetto a nessuno: ho scritto che Bertoni (che non conosco) si sente superiore agli studenti in risposta alla sua frase sopracitata per la quale gli studenti, fra cui praticamente anche me, non possono “scrivere e interagire alla pari” con lui. Quindi è lui stesso che parla della sua superiorità nei confronti degli studenti.
                Mi scuso comunque se ho dato l’impressione di mancare di rispetto a lui o a chiunque altro/a.
                Grazie.

                @girolamo: come sempre, m’interessano le argomentazioni e non le frecciatine. Apprezzo comunque il link sulle questioni acustive e visive, che ignoravo.

          • Guarda, @AlexJC, io credo che uso di metafore che sintetizzano il discorso e restano impresse rischi a volte di far passare in secondo piano i veri problemi. Tipo, credere che il problema della didattica a distanza non sia strutturale, ma che si riassuma nel fatto che dall’altra parte dello schermo c’è chi cazzeggia. Che la didattica in presenza e in relazione non possa essere messa sullo stesso piano di quella a distanza (un esempio? Con la DaD ci sono problemi di apprendimento di tipo acustico e uditivo, vedi https://www.roars.it/online/didattica-blended-i-problemi-acustici-e-visivi-la-sconsigliano/), con buona pace delle favole cui crede @deantonio, è oggetto di un pensiero critico che data ben prima della crisi pandemica. Mi permetto di citare un mio contributo, peraltro già nominato su questo blog, perché uso una bibliografia consolidata, qui: https://www.doppiozero.com/materiali/la-scuola-e-il-discorso-digitale. Chi fa uso del pensiero critico su questi temi, da Bertoni a Valeria Pinto (vedi i testi su ROARS che ho linkato sopra), ha contro il baronato e la Conferenza dei Rettori, deve sfondare muri a testate, altro che difesa di interessi di classe. Lo fa da anni, e in questi mesi ha cercato di mantenere aperto, e magari di allargare, lo spiraglio che c’è fra quelli del “lockdown fino alla vittoria” e quelli che “è solo un’influenza pompata da Bill Gates”. E lo fa con qualche competenza disciplinare in più di chi conosce il problema perché ha fatto il militare a Cuneo.

            • Sono assolutamente d’accordo con te. Hai ragione e condivido tutto. Però ogni tanto una semplificazione brutale serve anche a richiamare l’attenzione dell’interlocutore e costringerlo ad aprire gli occhi almeno sull’evidenza.
              Perchè (e rispondo a Deantonio) la questione non è sulle discipline “che richiedono una presenza in laboratorio” ma TUTTO QUELLO CHE SI INSEGNA VIA DAD VIENE RECEPITO MOLTO PEGGIO DAGLI “STUDENTI”. Per tutta una serie di motivi noti e arcinoti, nonché evidenti a chiunque abbia provato a spiegare qualcosa via dad e non tramite mezzo normale.
              E gli esempi che dicevo prima non è materia da laboratorio, è materia da lezione e se lo studente non sta attento e il professore non ha modo di verificare se sta attento… daremo diplomi a lauree a ignoranti. E che in parte già succeda non è una giustificazione.

              • Anche a volerlo strillare, non è vero che “tutto quello che si insegna via dad viene recepito molto peggio dagli studenti”: dipende dalle materie, dagli insegnanti e dagli studenti.
                A me, ad esempio, è capitato l’opposto. E ciò anche perché la possibilità di accelerare, rallentare o interrompere a piacimento la lezione registrata limita le possibilità di perdere il filo del discorso etc., e permette di ascoltare ogni passaggio al massimo delle proprie energie mentali.

                Oltretutto, bisogna distinguere – per quanto a volte possano essere aspetti interconnessi – la comunicazione umana-emotiva da quella prettamente didattica. Da studente, del professore a distanza ignoro il suo linguaggio del corpo, e quindi comunico molto meno con lui dal punto di vista umano. Proprio per questo motivo, però, posso prestare (per quanto ovviamente possa avvenire anche il contrario) più attenzione alle sue argomentazioni, a ciò che concretamente sta dicendo.
                Nel mio caso, almeno, è proprio quello che è successo. (Anzi, a dirla tutta, ho anche assistito a una conferenza in cui Pietro Bartolo, davanti a uno schermo, si è e ha commosso.)

                Poi è ovviamente lecito a un professore manifestare il proprio disagio in toni calmi e rispettosi, ma non lo è attribuirlo a tutti (!) gli studenti.

        • Sembra di essere tornati al 2008, quando l’unione degli studenti appoggiò di fatto la riforma Gelmini, sostenendo che avrebbe finalmente “messo in riga i baroni”. Hahaha come no. Una riforma scritta dai peggio baroni, e propagandata dagli stessi su repubblica e corriere come grande rivoluzione. Una riforma imperniata sulla precarizzazione dei dottorandi e dei ricercatori, e sulla “gamificazione” delle carriere. Una riforma che istituzionalizzava ogni pratica deteriore, formalizzandola in algoritmi impersonali. L’università modellata sui social network. Il passaggio al modello “tutorial su youtube” è solo la conclusione logica di quell’impostazione.

        • Rispondo in ordine sparso apportando un po’ la mia esperienza

          – la questione dello streaming: personalmente, sono contraria al fatto di essere filmata e trasmessa in streaming. Una volta che il filmato è in rete, è per sempre, a uso consumo e ludibrio di chiunque (anche se metti pwd, blocchi…lo studente può filmarlo con il telefonino, per esempio). No grazie.
          Ma questa è la _mia_ personale paranoia. All’inizio dell’anno, ci siamo posti queste domande: il server dell’università può gestire migliaia di connessioni simultanee? Abbiamo delle telecamere ad alta definizione per filmare le lavagne? Gli studenti hanno tutti una rete sufficientemente potente per assicurare lo streaming? (ci sono studenti che hanno solo un telefonino) E, aggiungo, hanno un luogo tranquillo dove poter seguire le lezioni?
          (e se mi dite “si investe in pc, connessione per gli studenti, etc..”, ribatto: ma non sarebbe meglio investire in alloggi universitari?)

          – il problema delle valutazioni: l’anno scorso, su una classe di 24 studenti, ho dato 4 esami diversi (il che significa preparare 4 temi diversi), nella speranza che non se li scambiassero, ma è stato vano. In un esame orale, avevo degli studenti che leggevano gli appunti, anche se erano così impreparati che talvolta leggevano la riga sbagliata. Altri miei colleghi hanno trasformato l’esame in un banale test a crocette, perché – essendo generato aleatoriamente dal pc a partire da una banca dati di domande inserite dal docente – permetteva un esame individuale per studente. Il risultato è stato quello di ottenere voti più alti per ragazzi più impreparati che, l’anno dopo, hanno dimostrato moltissime lacune.

          – lo studio in gruppo: il ricordo più bello che ho degli anni dell’università è costituiti dai pomeriggi passati in aula studio. Proficui dal punto di vista della socialità e della comprensione delle materie, visto che ci aiutavamo e risolvevamo i problemi assieme.

          A scanso di equivoci, io non sono di quei prof appassionati di insegnamento (anzi, se potessi farne meno….), non sono particolarmente affezionata agli studenti e in lockdown ci sono stata benissimo.
          Ma vedo che stiamo loro fornendo un’istruzione di qualità decisamente inferiore, oltre a rubare loro degli anni di giovinezza prezioni.
          Trovo orribile quello che stanno subendo.

          • Rispondo anche io un po’ in ordine sparso. E onestamente arrivo qui dal canale telegram quindi non spero di non ridere cose che hanno già detto altri. Onestamente mi pare che ci si stia schiacciando sul significato che viene dato da ministero e scuole a Didattica a Distanza. Sono un docente delle superiori, istituti tecnici in provincia di Milano, e ho sempre avuto i cosiddetti “studenti difficili” e un certo tipo di didattica mi è sempre stata utile. Per questo mi permetto di far notare alcune cose e spero non essere ridondante anche perché alcune le ho approfondite solo recentemente quando ci ho sbattuto il muso. Per DaD non si intende stare davanti al computer per x ore, nella scuola dove sono ora dalle 8 alle 15, a seguire lezioni in diretta o registrate. La Dad è preferibilmente asincrona a mio avviso, per quanto possa essere utile una registrazione. La DaD invece mi pare potrebbe essere uno strumento per scardinare un sistema scolastico ancora chiuso e vincolato non dico alle scuole ma proprio ai banchi. “A Distanza” significa che lo studente, universitario o superiori non credo cambi in questo senso, deve mettere in campo attraverso delle attività ciò che ha appreso in classe e lo deve fare senza sentirsi obbligato dalla presenza di un docente/carabiniere che lo obbliga ma perché l’attività è coinvolgente, anche lontano dal computer. Per le scuole medie ad esempio si può dire ai ragazzi di andare a fare foto nella propria città per poi paragonarla, nella fase sincrona, con le foto d’epoca; per gli studenti delle superiori gli si può chiedere di intervistare persone e cercare informazioni su un periodo storico. Sono esempi, il primo l’ho usato il secondo non ancora. Ad altri si possono far scrivere testi di canzoni, sempre che sia l’attività giusta per loro, ispirati a autori della letteratura e così via. Insomma secondo me dobbiamo reimpossessarci di un linguaggio o reinventarlo se funzionasse meglio. Perché ciò che passa dal ministero è: fate lezioni e tenete occupati ‘sti ragazzi che i genitori devono andare a lavorare. Mentre la DaD potrebbe essere uno strumento per scardinare una scuola vecchia ammuffita e crearne una che superi anche i limiti classisti classici della scuola italiana.

  11. Da studente universitario, recentemente( e tristemente) riassegnato alla dad, sono molto d’accordo con wuming2. L’impressione è che con la dad si impari di meno. Quando eravamo in modalità mista sono andato in presenza e confrontandomi con chi rimaneva a casa ho avuto l’impressione di aver capito meglio molte cose(banalmente, capitava spesso che altri non avessero sentito una frase per intero).
    Ultima nota: 2 dei corsi che sto seguendo sono corsi a scelta dell’ultimo anno di magistrale.
    All’incirca 7/8 persone per corso di cui 3/4 seguivamo in presenza. Porte e finestre erano sempre aperte e le aule molto grandi. Mi sembra davvero difficile giustificare la necessità di lasciarci a casa…

  12. Io sono uno studente di cinema e la DAD mi sta stancando tantissimo. Il mio livello di concentrazione, già condizionato da un umore depresso, è molto basso. Sono d’accordo con WM2 sulla rappresentazione obsoleta della cultura e dell’apprendimento che distingue discipline pratiche e teoriche, tuttavia pago molto di tasse anche perché il mio percorso formativo prevede l’utilizzo di attrezzature professionali (macchine da presa, luci, ecc.) e di contesti (set con attori, scenografi, tecnici, ecc.) che non posso permettermi. Pagare le stesse tasse in questa condizione è ingiusto, non avere la possibilità di confrontarmi con i miei compagni e docenti è avvilente. Quando accendo il pc e accedo alla DAD mi sento rassegnato, passivo, svogliato: ci provo anche, resisto mezz’ora, dopodiché silenzio e mi metto a fare qualcos’altro (tipo adesso, che sto leggendo GIAP).

  13. L’Assurdistan è anche la terra in cui si studiano col centimetro le distanze tra banco e banco, si spostano gli orari di ingresso per cercare di separare le classi, si calibra il numero massimo di persone negli autobus, si chiudono bar, ristoranti e altri luoghi di aggregazione “non indispensabili”, si tenta in qualche modo di evitare comunque la DAD, ma poi i genitori ritengono giusto e naturale che in questo periodo i loro figli “rimangano a cena da compagni di classe” o che circolino con “gruppi di ragazzi della stessa età, mascherati”. Non si può privare per alcuni mesi il diritto dei bambini alla loro socialità? Nè reprimere la sessualità dei giovani? E gli anziani, allora, li vogliamo lasciare in casa da soli a rattristarsi? E visto che giovani e anziani non campano di aria, sarà bene che i loro parenti continuino a lavorare… In fondo il covid è appena peggio dell’influenza e ne muoiono solo i vecchi e i malati. Basta mettere a tacere la propria coscienza – meglio se con nobili richiami ai diritti universali dell’uomo e del bambino, o alle mancanze di questo e dei precedenti governi – per il tempo necessario a che la fascia over 65 della popolazione venga sterminata. Poi potremo tornare a vivere… come ora – fra una cena con gli amici e una festa di Halloween – ma senza più dilemmi morali su quello a cui è giusto rinunciare in certi momenti. Posto che il virus, a forza di circolare, non muti e cominci a colpire anche altre fasce di popolazione…

    • Ma davvero qualcuno immagina che la popolazione giovanile di un paese possa vivere reclusa per…quanto tempo? Quante settimane, mesi…? Davvero si può pensare che un* quindicenne possa essere murat* viv* in casa? Lo abbiamo fatto, in effetti, per due mesi, a primavera. E ce li richiuderemo presto, probabilmente, dato che nessuno riesce a mettere in pratica niente di meglio che la reclusione.
      Ma per quanto crediamo di poter privare una generazione della socialità, del movimento, dell’eros? Non è una domanda retorica, davvero. Per quanto tempo?
      «Privare per alcuni mesi il diritto dei bambini alla loro socialità».
      «Reprimere la sessualità dei giovani».
      Per quanti mesi? Due? Tre? Sei? Fino a quando non arriva il vaccino? E se il virus muta e il vaccino non basta?
      Ho già detto: il 68 è stato fatto per molto meno. O forse proprio per questo.
      E quando il virus muterà, se muterà, ci rinchiuderemo tutti e smetteremo di vivere. Per non morire.
      Allora sì che avremo vinto.

    • Scusa Paoz, forse ho capito male, ma nel tuo commento mi pare di cogliere una non troppo velata critica a determinati comportamenti individuali che vanificherebbero, a tuo dire, il titanico ( sono ironica) sforzo dei nostri eroi al
      potere per contenere l’avanzata del virus malefico?
      Si tratta di una lettura che non condivido minimamente, si assiste al reiterarsi di provvedimenti ottusi e al solito spogliarsi della responsabilità da parte chi dovrebbe caricarsela come un fardello per gettarla invece sulle spalle dei cittadini. La vita dei giovani e giovanissimi è in stand-by. Davvero pensiamo che le esperienze che stanno perdendo ora siano un bagaglio sacrificabile? Che ciò che si chiede loro di accantonare sia qualche capriccio voluttuario e non un insieme di passaggi fondamentali per la crescita e la formazione? Odo persone che si stupiscono perché i ragazzini di 14 anni fanno a pugni o si baciano…io mi sento sollevata invece quando li osservo che cercano di vivere la loro età al riparo da occhi indiscreti, magari stando attenti non passi la municipale.
      Il tutto mentre sui luoghi di lavoro e nella rsa ci si infetta a go-go. Meglio girarsi dall’altra parte e puntare il dito contro situazioni innocue o comunque non più rischiose delle prime citate. È decisamente più comodo.

      • Fidati, Mandragola, se e quando la parte più “irrequieta” di una generazione, magari quella meno borghese e “well-mannered”, inizierà a manifestare segni concreti d’insofferenza e disagio sociale, a certi assurdistani non resterà che tifare coerentemente per le forze dell’ordine che si occuperanno di fare quello che i genitori non sono stati capaci o non hanno voluto fare: «reprimere la sessualità dei giovani» e «privare del diritto alla socialità i bambini».

      • Quello che mi disturba quando si discute (anche su questo stimato blog) di social distancing è che si citano validissime ragioni per cui determinate attività sociali o produttive non possono essere fermate, ma non si prova mai a quantificarne le conseguenze in termini di salute pubblica. C’è un’alternativa reale al social distancing per controllare la diffusione di un virus diffuso anche dagli asintomatici? Gli attuali dati ci dicono di no, visto che anche in un Paese già colpito duramente come il nostro, e in cui c’è ormai larga disponibilità di DPI, con un’estate di euforia e con la ripresa delle attività scolastiche e lavorative il contagio è rapidamente tornato fuori controllo. Quindi, decidendo di non chiudere scuole, teatri, uffici, fabbriche, discoteche si accetta di fatto che il contagio continui a diffondersi con una certa velocità, data dal famoso indice Rt; per ogni x contagiati si può poi prevedere un numero y di morti, dato dal tasso di mortalità. Orbene, quando si dice che si vuole tenere aperta una certa attività, si dia anche una stima di quanti contagi e di quanti morti causerà. Oppure si dica direttamente, come fanno in Svezia, che la libertà individuale è incomprimibile, costi quel che costi. O, come fanno in Svizzera, che appena gli ospedali saranno vicini a riempirsi si lasceranno morire gli over75 e, a seguire, gli over 65 affetti da altre patologie. Accetto laicamente e pragmaticamente questi calcoli; non accetto invece che si facciano bei discorsi sulla libertà individuale, di impresa, sui diritti dell’infanzia, sull’importanza della scuola, del divertimento, dell’economia, facendo finta che i mancati sacrifici su alcuni di questi nobili temi non abbiano anche degli sgradevoli effetti collaterali.

        • Quindi adesso l’onere della prova spetta a chi si difende dall’accusa di essere un untore. Di bene in meglio. I dati veramente dovrebbe fornirli chi si presume che da otto mesi li stia raccogliendo per capire come e dove si diffonde il virus, e che sulla base di quei fantomatici dati sta regolamentando anche i movimenti che dobbiamo fare, e non solo gli spostamenti. I dati raccolti sulle scuole finora dicono che non sono né un acceleratore del contagio né un luogo più sicuro di altri. In ogni caso c’era un ampio margine di miglioramento del protocollo, anche nell’immediato, se si voleva salvare al didattica in presenza. E invece…

        • Allo stesso modo qualcuno potrebbe esigere che tizio, nel momento in cui utilizza un pc, faccia il conto di quanto costi in termini di vite umane tenere in piedi la filiera della produzione high tech: dalle miniere di coltan del Congo fino alle discariche in Kenya, passando per le guerre dichiarate e combattute per accaparrarsi il petrolio, che serve a produrre l’elettricità, che serve a mandare avanti tutta questa baracca dell’internet. Nel conto va messa anche l’industrializzazione selvaggia della Cina centrale, che in ultima analisi ha causato questa epidemia di merda. E c’è lo stesso determinismo. Produrre 1 milione di tablet causa tot morti. Tutto quantificabile e calcolabile. E’ molto facile colpevolizzare i comportamenti dei singoli.

        • Magari si quantificasse! Magari mi spiegassero, dati alla mano, in quale misura la chiusura dei teatri in un paese dove nessuno va a teatro ha limitato la diffusione del contagio. O la chiusura dei cinema. Sono stato al cinema tre volte durante il periodo in cui li hanno riaperti, a vedere film per bambini. C’eravamo io, mio figlio piccolo, e altre tre famiglie distanziate l’una dall’altra, in una multisala enorme. Le discoteche le hanno chiuse a metà agosto. Siamo a metà novembre. È un pezzo che il contagio non passa più da là, direi. Fabbriche? Non pervenute. Gli operai non li “tampona” nessuno. Scuole? Con i protocolli covid è molto più probabile che i ragazzi si contagino fuori che a scuola. Idem per lo sport: se i miei figli vanno ad allenarsi in una società sportiva so che lì i protocolli sono applicati; se vanno a giocare al parco pubblico so per certo che non sono applicati: dove è più probabile che possano infettarsi?
          Qua non è questione di fare calcoli, perché nei calcoli ci devi mettere tutto: la strage di ottuagenari, la distruzione delle vite di chi sopravvive, e nel mezzo la saturazione del SSN. A seconda di cosa vuoi “calcolare” la bilancia pende da una parte o dall’altra. No, il punto è che in un modo o nell’altro bisogna continuare a vivere nonostante i sacrifici che ci vengono imposti dall’emergenza. E bisogna continuare a criticare radicalmente le politiche assurde dell’emergenza. Ripeto: smettere di vivere per non morire non è un modo di affrontare un cataclisma. Durante una guerra è suicida e idiota uscire a passeggiare sotto i bombardamenti (come Julius Evola, che infatti rimase in sedia a rotelle), ma pensare di non uscire di casa fino alla fine della guerra è altrettanto suicida. Bisogna attrezzarsi, stare accorti, studiare modi per vivere nonostante il disastro e nel disastro. Bisogna reagire. Non fare la fine dei sorci.

          • In questi mesi ho pensato spesso al fatto che perfino in guerra, sotto le bombe, ci sono due cose che si cerca di tenere in funzione a tutti i costi: gli ospedali e le scuole. E non parlo di guerre ormai dimenticate, come la seconda guerra mondiale, ma di guerre recenti, come l’assedio di Sarajevo dal 1992 al ’96. Ah sì, ci si è dimenticati anche di quello. E ci si è dimenticati dei morosi che per vedersi rischiavano la vita sotto il fuoco dei cecchini, non da coglioni come Julius Evola, ma correndo abbassati e rasente i muri.

            E poi mi capita anche di pensare a mia nonna, che aveva fatto le elementari nel 1916/18 nel campo profughi di Wagna, in Stiria, dove su 20mila internati ne morirono 3mila di tifo e dissenteria, in gran parte bambini.

            E così, penso a queste cose, e mi pare sempre più evidente che la voglia di vivere e la paura di morire non sono la stessa cosa.

        • “non accetto invece che si facciano bei discorsi sulla libertà individuale, di impresa, sui diritti dell’infanzia, sull’importanza della scuola, del divertimento, dell’economia”
          Ma tu sei stato catapultato qui all’improvviso da Marte, oppure fingi di non sapere e distorci il contenuto di quanto si è detto, fino alla nausea, in tutti questi mesi qui?
          La posizione espressa qui dalla maggioranza dei commenti, non è quella da te riassunta così schematicamente e ” furbamente”.
          “C’è un’alternativa reale al social distancing per controllare la diffusione di un virus diffuso anche dagli asintomatici? Gli attuali dati ci dicono di no”. Gli attuali dati, non ci dicono proprio un bel nulla, a meno che tu non disponga di un dossier segreto che hai potuto consultare solo tu. Mentre ci sono invece vari esempi in Europa di come e cosa limitare, senza chiudere le scuole. Per esempio.
          “con un’estate di euforia e con la ripresa delle attività scolastiche e lavorative il contagio è rapidamente tornato fuori controllo”. Il contagio è tornato fuori controllo ma non è mica stato vietato di vivere questa estate. Certo si poteva sperare che si fosse così ligi da autoreprimersi. Se ti può consolare, io ho deciso di indossare il cilicio sotto i pantaloni. Per provare a sentirmi più in colpa. Oh, non ci riesco lo stesso e in più mi fa solo male… Forse i contagi non si possono davvero limitare con queste ipocrite restrizioni.Pensa solo al fatto che andando al bar, vieni in contatto col virus varie volte toccando differenti superfici, per esempio, e se non hai sempre l’ accortezza o l’ attenzione di sanificarti le mani, poi ti rimetti la mascherina, correndo dei rischi. È possibile scaricare tutte le responsabilità su chi va a prendersi un caffè o una birra? È consentito fino alle sei, per ora. Non si poteva invece incrementare tutto l’ apparato di cura e di protezione collettiva, dando per scontato che livelli di attenzione così elevati, 24h su 24h, sono insostenibili anche per chi lavora in ospedale? Ti risulta, a questo proposito, che fra noi e la Germania vi sia una considerevole differenza di mortalità?

          • Se leggo i thread sul covid di questo blog è perchè li trovo sfidanti, in quanto persone che appartengono a un’area “politica” non dissimile dalla mia (spero con questo di non offendere nessuno) arrivano a conclusioni sensibilmente diverse dalle mie; la “sfida” sta nel capire se questa diversità dipende da legittime e inevitabili differenze di veduta personali, o se sono io che sto sbagliando qualcosa nei miei processi logici. Poi però ci sono anche post come questo tuo, di fronte al quale ho francamente pochi dubbi su chi stia sbagliando. Non puoi contemporaneamente lamentarti delle “restrizioni ipocrite” e rifiutare come un cilicio ogni appello alla responsabilità personale: non c’è bisogno di dossier segreti per capire che se il governo non impone il distanziamento fisico e le persone non lo applicano spontaneamente questo tipo di contagio continuerà a diffondersi. Quella di prendersela col governo è una soluzione comoda – persino il più presentabile dei ministri, Speranza, diviene ogni giorno più indifendibile – ma poco utile: se neanche tu vivi su Marte saprai che la pandemia è fuori controllo in quasi tutti i paesi occidentali, in più noi scontiamo decenni di tagli e ruberie alla sanità pubblica che ci hanno messo ad anni luce di distanza dalla Germania in termini di posti letto e capacità diagnostica (da cui la differenza di mortalità da te citata, che NON deriva invece da una minore diffusione del virus). Gli anestesisti mancanti nessun governo può inventarseli da un giorno (nè da un anno) all’altro; e quando non hai abbastanza medici in terapia intensiva e devi lasciar morire la gente perchè – pur disponendo di letti e respiratori – non puoi curarla adeguatamente, devi fare una scelta: o provi a rinunciare a qualcosa (e poi a qualcos’altro…) per ridurre la diffusione del contagio, oppure ti appelli alla libertà individuale, alle mancanze e alle ipocrisie del governo, e continui a fare la tua vita. E’ legittimo, basta ammetterlo con sincerità. E fare i conti con la propria coscienza.

            • E niente, vi si è piantata in testa quest’idiozia che la libertà è «individuale» e da lì – pregiudizio di ancoraggio – non vi muoverete più. La facile apologia di ogni restrizione (anche la più irrazionale e disonesta) sta mettendo in secondo piano, anzi, in terzo, decimo, centesimo piano la devastazione del legame sociale, lo smarrimento di massa, la schizofrenia nei rapporti tra le persone, ma niente, per voi chi lo fa notare difende «l’individuo». Al contrario, il vero individualismo – da cui nessuno, temo, vi schioderà mai più – è quello di chi come voi incentra tutto il discorso sulla “virtù” individuale, sul fare penitenza dell’individuo, sul sacrificio personale da esibire per far vedere che sono più altruista di te. In questo gioca un certo cattolicesimo – il più retrivo e ipocrita, quello descritto in alcuni racconti di G.A. Cibotto – che infatti è eruttato fuori dalla crepa aperta dall’emergenza e adesso scorre sui social, soprattutto tra i “compagni”.

            • Siamo a «rinunciare a qualcosa (e poi a qualcos’altro…)», ad «ammetterlo con sincerità», a non «appellarsi alle mancanze e alle ipocrisie del governo» per poter «continuare a fare la tua vita», e a «fare i conti con la propria coscienza». Prima c’è stato «privare i bambini del diritto alla socialità» e «reprimere la sessualità dei giovani».
              Il lessico è tutto. Le parole sono pietre. E sinceramente queste espressioni si addicono più a un don Giussani che a «persone che appartengono a un’area politica non dissimile dalla mia». Siamo molto vicini al punto in cui dichiararsi tali risulterà non già offensivo, ma insulso.

              Sul piano dell’analisi della situazione, se va bene tutto, qualunque provvedimento illogico preso dal governo o che il governo prenderà, perché l’Assurdistan è l’Assurdistan, e quindi non c’è altro da fare che gli arresti domiciliari di massa, con tutto ciò che comportano in termini di devastazione sociale, psichica, e relative conseguenze politiche, allora di cosa stiamo parlando? Mondo è e mondo sarà. Tutto ciò che è reale è ir-razionale e tutto ciò che è ir-razionale è reale. Come scrivevamo ad aprile, quattro secoli di filosofia politica e circa quarant’anni di riflessione sull’emergenza buttati nel cesso perché c’è il virus. Abbiamo scherzato, compagni.
              Io non so come sopravviveremo a tutto questo, ma una cosa la do per certa, perché ce l’ho davanti agli occhi: in questa pandemia, l’area politica evocata è morta e sepolta.

              Ieri pomeriggio ero al bordo di un campaccio da calcio di periferia. Assistevo all’allenamento di otto (8) bambini, età 7-8 anni. I due (2) istruttori come al solito dall’inizio delle restrizioni avevano preparato esercizi senza contatto, perché i bambini potessero fare attività con la palla restando distanziati. Alla fine, non potendo far giocare la tipica partitella, hanno diviso lo spazio in quattro mini-campi con rispettive mini-porte, dove i bambini hanno potuto giocare quattro partite 1vs1, con l’obbligo di non superare la metà campo, ovvero di tirare prima di averla superata.
              È un’inezia, un dettaglio, di fronte agli sforzi incommensurabili che fa, ad esempio, il personale medico, o che fanno altre categorie lavorative, mettendo a rischio la propria salute, di questi tempi. Ma mentre li guardavo, pensavo che è un’inezia indice di una mentalità. Una mentalità fondamentale in tempi di catastrofe. Quella di chi non rinuncia a vivere; di chi non smette di pensare alle future generazioni, la responsabilità delle quali è per ora sulle nostre spalle, anche in termini del messaggio che trasmettiamo loro ADESSO; di chi in un’inondazione prova a costruire una barca per restare a galla, invece di rassegnarsi ad aspettare che il diluvio passi per mano di Dio o della Scienza; quella di chi prova ad agire nei margini stretti dei dpcm, invece di invocarne di più stretti e accusare il prossimo di non avere coscienza. Questa è la mentalità apprezzabile, quando piove merda davvero. Quella di chi si rimbocca le maniche e prova a fare qualcosa insieme agli altri, finché gliela lasciano fare.
              Chi la possiede non formerà un’area politica, ma fa più politica di tanti che vorrebbero farla e riescono solo a tifare prigione.

              • Avevamo visto giusto in primavera, quando dicevamo che il sospettissimo, puzzolente mantra «niente sarà più come prima» era funzionale a giustificare ogni sorta di voltafaccia. Se niente sarà più come prima, tutto quel che dicevo (e dicevo di volere) prima non vale più. E quindi posso pure tifare prigione.

                • A questo punto i “compagni per la galera” devono prendersi la responsabilità di accusare di genocidio le donne polacche che si assembrano in piazza in decine di migliaia ogni giorno per rivendicare il diritto all’aborto, gli afroamericani che da 6 mesi si assembrano in piazza per combattere contro gli assassini in divisa della polizia americana, i boliviani che si assembrano per festeggiare la cacciata dei golpisti, i cileni che si assembrano per abbattere le istituzioni pinochettiane e per combattere contro il liberismo, i compagmi slove@ che da marzo ogni giorno siassembrano contro il domobrano Jansa, ecc. ecc. ecc.

                  • Secondo me, invece, è perfettamente coerente che non lo facciano. Perché per loro le persone che protestano – ovviamente solo per ragioni che loro condividono, altrimenti no – stanno facendo qualcosa di necessario. Non stanno cazzeggiando. La discriminate è sempre di tipo morale. Del tutto speculare alla retorica dello “sforzo produttivo” dei vari Toti. Quindi, insomma, se anche succede, qualche vecchio in nome del pueblo lo possiamo pure far morire. L’importante, come dicevo, è piangerlo dopo e rinfacciarlo agli altri, quelli che pensano solo all’aperitivo e alla corsetta.

            • Mi aggiungo alla discussione per dare il mio punto di vista anche se dopo i commenti sopra c’è ben poco da aggiungere.

              Ha ragione WM1: di questo passo quando la [gestione della] pandemia sarà finita, non resterà nessuna forma di legame sociale e persino familiare, altro che “individualismo”.

              E’ una deriva che è in atto da anni (e non ci metto il carico del pregiudizio di intenzionalità che ho proprio lì), e a cui la pandemia ha dato l’accelerazione definitiva, e che si vede benissimo nelle piccole comunità che fin che hanno potuto si sono barcamenate.
              Adesso basta. Basta feste patronali, benedizioni del bestiame, sagre, feste di leva, basta corsi di ginnastica o di nuoto dei bimbi dopo la scuola, basta alla compagnia di ragazzi in giro per il paese (o i quartieri) a cazzeggiare.
              Basta riunioni di famiglia troppo allargate. Basta grigliate di pasquetta o di ferragosto, pazzi e untori!

              E non sto dicendo che tutte queste attività vadano bene sempre e comunque e che non fosse giusto limitarle e sorvegliarle e disciplinarle in tempi di virus, sia chiaro.
              Dico solo che non si può chiudere tutto dicendo “chessaràmai”
              (sacrificio necessario, e cmq, chessaramai qualche mese).
              Bisogna avere chiaro il senso e il valore di ciò a cui si sta rinunciando.

              Perché quei legami sociali e familiari, anche se nascono in una società bigotta, sono la base del senso di comunità da cui secondo me “a sinistra” non si può prescindere se si vule parlare di collettività.

              Quello che resterà invece saranno tanti individui con il loro lavoro individuale, i loro hobby individuali, e i loro acquisti on line. E fine della storia.

              Circa il commento di WM4, non ho assolutamente niente da aggiungere. Ha toccato proprio il cuore del problema e la cosa bella è che quella mentalità lì, in mezzo alle macerie, la troveremo proprio dove meno ce lo aspettiamo. Dove nessuno ne aveva proclamato a gran voce l’esistenza. Come braci che han covato a lungo sotto la cenere.

            • Come volevasi dimostrare: se parti da premesse fasulle e qui mai enunciate ( libertà individuale anziché libertà collettive, un ragionamento che abbiamo sviscerato su ” suggerimento” di WB, per esempio) oppure libertà di impresa( come se ti trovassi sulla pagina di Confindustria), tutto mescolato, nello stesso calderone, a “diritti dell’infanzia, sull’importanza della scuola, del divertimento, dell’economia”, se parti da premesse fasulle non puoi che arrivare a conclusioni fasulle. Ostenti dubbi che dal tuo modo di parlare e argomentare erano invece inequivocabili certezze e poi ti autossolvi dicendo ” ci sono anche post come questo tuo, di fronte al quale ho francamente pochi dubbi su chi stia sbagliando.” Contento tu… Contenti tutti!
              Non capisci neanche che il mio diritto di critica si esprime proprio perché posso ” contemporaneamente lamentarti delle “restrizioni ipocrite” e rifiutare come un cilicio ogni appello alla responsabilità personale”. Proprio per questo motivo.
              Poi sostenere che Speranza era il più presentabile dei ministri è quasi una bestemmia… è stato impresentabile sin dall’ inizio.
              Parlare con chi usa toni apocalittici come i tuoi richiede uno sforzo enorme, per me, queste frasi a cosa servono?: ” saprai che la pandemia è fuori controllo in quasi tutti i paesi occidentali” se non ad alzare continuamente la posta in gioco del terrorismo allo stato puro? Poi non hai neppure compreso che non attribuivo affatto una mortalità inferiore alla Germania per via di un contagio più contenuto… Vabbè, vuol dire che mi sono espressa male. Però io ti ho detto proprio con “sincerità” cosa penso e, grazie, non ho bisogno di fare i conti con la mia coscienza. Vedi, ti sfugge una cosa: è proprio in momenti come questi che non si può e non si deve accettare tutto in nome dell'” emergenza”. Io faccio parte di una categoria già vessata, che non può e non vuole sopportare altre vessazioni INUTILI. Se tu non capisci questo, non hai capito nulla. E prima o poi ti ritroverai a fare i conti non solo col virus ma anche con le conseguenze di questa gestione e, ovviamente, mi consola sapere che non siamo dalla stessa parte.

    • La cosa che continua a stupirmi, nelle tirate moralistiche dei “compagni per la reclusione domestica generalizzata e per la colpevolizzazione dei furbetti”, è quanto la facciano semplice, quanto prendano alla leggera – quasi alla leggiadra – l’idea mostruosa di azzerare la vita associata a tempo indeterminato, quanto siano arrivati a trovare non solo necessaria ma augurabile e persino, implicitamente, rivoluzionaria l’immagine di milioni di persone blindate tra quattro pareti (ma ci sono i social, c’è Zoom, dài, che vuoi che sia!). Mi stupisce il fatto che non si pongano mai il problema di quanta sofferenza, quanta malattia mentale, quante esistenze triturate e rovinate, quanti passaggi di vita fondamentali perduti, quanta morte ci sia in questo scenario. Perché la morte non è solo la cessazione di un paio di funzioni-base dell’organismo.

      Tutte le ricerche condotte dopo la fine di #iorestoacasa (da maggio in poi) hanno riscontrato un aumento generalizzato di violenze domestiche, vendite di ansiolitici e neurolettici, sindromi depressive, disturbi alimentari tra bambini e adolescenti, ricoveri psichiatrici e TSO, azzardopatia, videodipendenza e molti altri disturbi. Per non parlare dei disturbi causati dall’aver perso il lavoro, l’attività, a volte la dignità. Ho parlato, in altra sede, di uno «tsunami di malessere mentale visibile già dal porto».

      Lo so che mi ripeto, ma davvero crediamo che «salute» sia soltanto non prendersi il virus? Davvero siamo arrivati a pensare che «vita» significhi così poco, significhi solo non ammalarsi di Covid? Com’è possibile che si sia arrivati a pensare che ora si deve pensare solo al virus e di tutto il resto della realtà sociale – forse – ne parliamo «dopo»? Ma «dopo» quando? Davvero si pensa che, se stiamo zitti e muti adesso, «dopo» potremo riprendere discorsi “radicali” come niente fosse? Ma dove, come? Con quale faccia di merda?

      Aggiungo che Paoz sembra aver accettato completamente il frame truffaldino dei giovani e giovanissimi che devono sacrificare le loro vite per salvare tutti gli altri, principalmente gli anziani. A parte che sarebbe un vero e proprio meccanismo “anti-negentropico”, e infatti è uno sproposito mai enunciato in nessun momento storico precedente, questa narrazione si è affermata per mettere una generazione contro l’altra, un vero e propro diversivo per deresponsabilizzare chi ci ha portato a questo punto. Si è affermata, si badi, senza che vi sia stato alcun “complotto”, semplicemente perchè è la più compatibile con l’autotutela del sistema, con la sua “omeostasi”.

      Un’altra cosa di cui la società è vittima in questo momento è il più classico «doppio legame» psicopatogeno: il governo ci ha detto che potevamo fare certe cose, ci ha addirittura incentivati a farle (il bonus vacanze) poi ci ha detto che farle è stato da stronzi, da irresponsabili, da criminali. Un’esposizione prolungata al doppio legame causa grave malessere mentale, fino alla schizofrenia. E infatti gli italiani sono stati resi schizofrenici. Anche le ultime settimane sono state all’insegna del doppio legame, basti un esempio: Emiliano che dice «le scuole sono aperte, ma non andateci».

      Ecco, Paoz ha pienamente accettato lo schema del doppio legame: non c’è nulla nei dpcm che vieti i comportamenti che lui stigmatizza, i ragazzi e le ragazze hanno poche occasioni di socialità di cui possono approfittare, almeno per non morire dentro, ma se colgono quelle occasioni, sono irresponsabili loro e pure i loro genitori (noi).

      Respingere la narrazione colpevolizzante e denunciare il doppio legame è davvero il minimo sindacale del pensiero critico.

      Ma non so se a Paoz questo terreno interessa più, dato che il pensiero critico è costitutivamente anti-emergenziale, mentre nel suo discorso vale solo l’emergenza. Addirittura, ritiene si debba «privare i bambini della loro socialità» e «reprimere la sessualità dei giovani». Mai mi sarei sognato, un giorno, di leggere su Giap simili esortazioni.

      Compagni, certo che ne avete fatta di strada in questi mesi.
      Si fa persino fatica a seguirvi, perché andate di corsa.
      Forse state prendendo la rincorsa.
      Vincerete le olimpiadi cosmiche di salto in basso.

      • Non posso che abbracciare, metaforicamente parlando, il pensiero di WM1 perché a leggere certe osservazioni mi sento come se qualcun altro stesse leggendo nel mio pensiero e lo stesse imprimendo nero su bianco con parole decisamente più incisive di quelle che io saprei utilizzare.
        In particolare mi colpisce l’analisi relativa all’atteggiamento del Governo – e di chiunque vi ruoti intorno- di non vietare determinati comportamenti, ma al tempo stesso di stigmatizzare chi li attua appunto perché leciti e legittimi. Ad esempio oggi leggo che la Procura di Tempio ha aperto un fascicolo di indagine ipotizzando il reato di epidemia colposa che sarebbe disceso dall’aprire le discoteche in Sardegna l’estate scorsa.
        Cosa aggiungere?

      • Tutto questo sarebbe già difficilmente sopportabile anche se veramente servisse a ridurre in qualche modo il famigerato impatto con il sistema ospedaliero e, su per li rami, con numeri della terapia intensiva e morti. E ogni giorno che passa il dubbio diventa abbastanza grande,qualsiasi restrizione fino ad ora ha provocato il solletico al virus. Tanto da cominciare a sospettare che il lockdown durissimo (questo di ora non è uno scherzo) lo stiano posticipando solo per farlo coincidere con la “naturale” flessione della curva. Ma tanto tranquilli, basta dire che SENZA provvedimenti oggi saremmo messi peggio, fare un’indebita inferenza sul fatto che se non è peggio è grazie a quella minoranza virtuosa che è ligia alle indicazioni del governo e la coscienza è salva. Con il bonus che ci stanno salvando nostro malgrado, ingrati che siamo.

      • In aprile, seguendo una mia intuizione, avevo postato su giap la scena del film di Miloš Forman “Qualcuno volò sul nido del cuculo” in cui la caposala sorprende il ragazzo a letto con una prostituta, e lo rimprovera attivando una serie di doppi legami che alla fine lo portano al suicidio.

        https://youtu.be/gzdPyQ3Jc9g

        E’ da marzo che vedo nella gestione di questa epidemia tutti i segni di una deriva manicomiale. La cosa più oscena in tutto questo è vedere (ex) compagni che si credono Basaglia, citano Foucault ogni due per tre, e invece sono quella caposala.

        • Non lo citano più Foucault, hanno smesso all’improvviso a marzo, dopo decenni di abuso e stiracchiamenti, e da allora attaccano chiunque cerchi di usare quella cassetta degli attrezzi (così la chiamava Foucault stesso, «boite à outils»). Anzi, «foucaltiano» è presto diventato un epiteto ingiurioso, soprattutto in quelle conventicole che tu chiami «il Twitter di sinistra».

          • Quanto è vero questo commento. Meno male che non l’ho notato solo io.
            Io vengo dalla filosofia analitica e da Marzo ho ripreso Foucault proprio perché la situazione sembrava richiamarlo con forza… Sorvegliare e Punire (c’è pure la città appestata!) o la Nascita della Clinica, solo per dire 2 titoloni da sempre stra-citati, se non rileggerli ed ‘usarli’ ora, quando?

            Eppure mi sono ritrovato spaesato, pensavo dopo tanti studi di logica e filosofia della scienza, di potermi confrontarmi con colleghi e militanti che da sempre si riempiono la bocca di Foucault e questi testi… E invece ho notato che da Marzo lo chiamavano con disprezzo ‘Fucò’, a prendere in giro lui e quelli che lo leggono.
            Cosa è successo?

      • A parte il fatto che anch’io sono d’accordissimo con WM1 e con WM4 poco sopra, da genitore di bimbi piccoli che a casa di amici non ci sono più andati, e nemmeno dai nonni e tantomeno i bisnonni (e chi sà se li vedranno più? Covid o non Covid) vorrei solo far notare a Paoz che chi mette a tacere la propria coscienza non è chi si appella ai “nobili richiami ai diritti universali dell’uomo e del bambino”, se mai è al contrario:
        è chi pretende dai giovani il “temporaneo sacrificio”* in nome della fantomatica sicurezza di tutti (e propria?) senza rinunciare in fin dei conti a molto di suo, ad essere il vero egoista. Permettendosi di valutare e di giudicare, dalla propria visuale forzatamente parziale e limitata, a cosa un altro possa o non possa, debba o non debba rinunciare.

        Da quando è iniziata questa pandemia la mia vita sociale non è mica peggiorata poi più di tanto. Io ne avevo pochissima già prima. Finchè mi lasciano uscire per raccattare quel po’ di reddito chissenefrega (parlo per me).
        No?
        E guarda caso “chi giudica” è quasi tutto in questa situazione qua.
        …ma non può essere questo il metro di paragone per giudicare le vite, le aspettative, i bisogni a 10 anni, a 16 o a 20 e permettersi di decidere cosà è sacrificabile e cosa no.

        * (come chi a 60 anni dichiara una guerra e pretende che sia la generazione dai 18 ai 25 a combatterla!)

      • Su questo invito alla schizofrenia segnalo l’articolo della Prof. Zeynep Tufekci sulla sorveglianza degli studenti nei campus americani: https://www.theatlantic.com/technology/archive/2020/09/pandemic-no-excuse-colleges-surveil-students/616015/

        «Draconian surveillance is not only counterproductive. It is antithetical to higher education. Our job as educators is not to create a surveillance environment that teaches students how to better lie, but to foster critical thinking and civic responsibility. Hiding from authorities because they have come up with an unworkable plan during a pandemic — opening university dorms but expecting students not to socialize — will foster cynicism, not education.»

    • Ma secondo te, @paoz, che trovi assurdo misurare le distanze fra i banchi pur di fare scuola in presenza: nei tempi “normali”, come pensi che siano distribuiti banchi, sedie e alunni nelle classi? Tirando a sorte? Ogni anno c’è chi misura il numero di studenti iscritti, la suddivisione per classi, l’affollamento delle classi una per una, le associa agli spazi fisici, studia come ruotare le classi usando le aule vuote per attività di laboratorio o palestra, e fa la simulazione del piano-classi, in base alla quale decide se gli studenti ci stanno tutti. E le misure di banco e sedia, credi che siano a membro di segugio, o che ci sia qualcuno che ha studiato la proporzione ottimale per chi deve stare seduto 5 ore a prendere appunti, piuttosto che seduto su una panca con la tavoletta sulle ginocchia. Davvero, a volte sembra che chi parla di scuola abbia come unica informazione le fiction tv, quelle dove alla professoressa carina basta alzare il telefono per avere il trasferimento in un’altra città se il fidanzato l’ha tradita, e appena arrivata trova una casa che è il doppio della mia, e l’arreda con lampade che costano 3 mesi di stipendio. La qual cosa, a me che nella scuola ci lavoro, fa girare gli zebedei

      • Abuso un’ultima volta dello spazio commenti di questo thread perchè posso incassare tutto – anche le accuse di dongiussanismo! – ma non l’essere considerato un detrattore della scuola pubblica italiana. Il mio post originario non intendeva assolutamente irridere le misure prese dalla scuola per cercare di restare aperta nonostante tutto. Anzi. Volevo proprio mettere in evidenza la contraddizione che vedo nel comportamento di chi inneggia all’importanza della scuola, scende in piazza contro il facile ricorso alla DAD, ma poi trova giusto stipare in macchina suo figlio e tutti i suoi amichetti e portarli a cena fuori o alla festa in maschera. Vista l’importanza della didattica in presenza, credo che sarebbe saggio evitare i comportamenti – di adulti e ragazzi – che rischiamo di rendere inutili tutte le precauzioni prese all’interno delle classi e di spingere così, più o meno inevitabilmente, verso la DAD.

        • “Volevo proprio mettere in evidenza la contraddizione che vedo nel comportamento di chi inneggia all’importanza della scuola, scende in piazza contro il facile ricorso alla DAD, ma poi trova giusto stipare in macchina suo figlio e tutti i suoi amichetti e portarli a cena fuori o alla festa in maschera. ”
          “comportamenti – di adulti e ragazzi – che rischiamo di rendere inutili tutte le precauzioni prese all’interno delle classi e di spingere così, più o meno inevitabilmente, verso la DAD.”
          È ” solo” questo il limite del tuo ragionamento… Continuare ad attribuire tutte le responsabilità di questa situazione a noi stessi, invece che a chi non ha fatto nulla per evitare di arrivare a questo punto. E si sarebbe potuto fare. Nella fabbrica di mio fratello, in Lombardia, ad oggi non vengono circoscritti tempestivamente e responsabilmente i focolai, con tutto ciò che ne consegue. Cioè espandere l’infezione a centinaia di persone. Però non ci si può fermare. La produzione deve andare avanti. A sacrificarsi devono essere i bambini. C’è davvero del sadismo in tutto questo oltre ad una smisurata dose di masochismo. Nel frattempo continuiamo a scontare ogni giorno restrizioni su restrizioni, senza fine, allo scopo di consentire comunque al virus di circolare. Perché vieni qui a lanciare accuse infondate e non vai a prendertela con qualcun altro? Che problemi hai?

        • Buonasera a tutti,
          scusami tanto Paoz ma mi spieghi dove Wu Ming 4 avrebbe fatto qualcosa di illegale rispetto ai dpcm?
          Lui ha sostenuto di avere messo in macchina due altri bambini ,dove sta scritto che questi erano senza mascherina?Portare in macchina persone non conviventi,fino ad un massimo di 2 e fino a prova contraria,è infatti consentito.
          Così come è consentito(nelle zone gialle e arancioni),incontrarsi con persone non conviventi e cenare con loro rispettando le norme di sicurezza sanitaria e anche qui,quali prove hai per affermare che queste non siano state rispettate?
          Detto questo tu potresti venire a dire che questi comportamenti violano il “buon senso”(parola molto più pericolosa di quanto si creda,dal momento che il “buon senso” ognuno lo interpreta come gli pare),ma a questo punto allora dovresti andare a prendetela col governo e pretendere altre leggi,non con l’autore del post.

        • “…ma poi trova giusto stipare in macchina suo figlio e tutti i suoi amichetti e portarli a cena fuori o alla festa in maschera.”

          Scusa, ma a parte che era suo figlio con due amichetti, e che li stava riportando a casa e non portando fuori, da dove esce questa storia della festa in maschera? Nel post si parla di gruppi di ragazzi mascherati, ma almeno io l’ho interpretato nel senso di ragazzi con la mascherina, non vestiti da Jack Sparrow o Buzz Lightyear. Anche perché il post è dell’8 novembre e si riferisce al giorno prima. Halloween era passato da una settimana.

          • Certo, bro, che hai strane pretese, ti pare che a uno come Paoz si possa anche chiedere di leggere il post che critica?

            • Certo che è davvero portentosa la forza del substrato moralizzatore che porta a favoleggiare di situazioni che non esistono, non sono mai accadute, se non nella mente di chi, come Paoz, continua a cadere nel tranello di dover a tutti i costi imputare a qualcuno la COLPA ( scusate, non so fare il corsivo) della situazione di m*** che stiamo vivendo. Qualcuno inteso come me, voi, chiunque commette un passo falso e…zac! Colpito. E pensare che nel leggere il commento incriminato io visualizzavo una scena di ben altro tenore: un padre che mestamente, magari senza darlo troppo a vedere, accompagna a casa due ragazzini in un clima surreale, tra mascherine che nascondono le espressioni sicuramente non esaltate per la prospettiva dell’ennesimo sabato sera in cameretta ed uno sguardo all’orologio per non oltrepassare l’ora X. Un passaggio in macchina diviene uno “ stipare” ragazzetti oltre il limite di capienza della vettura, consentire ad un figlio di avere uno straccio di vita sociale un gesto di deprecabile egoismo.
              Così è deciso. L’udienza è tolta.

              • “E pensare che nel leggere il commento incriminato io visualizzavo una scena di ben altro tenore: un padre che mestamente, magari senza darlo troppo a vedere, accompagna a casa due ragazzini in un clima surreale, tra mascherine che nascondono le espressioni sicuramente non esaltate per la prospettiva dell’ennesimo sabato sera in cameretta ed uno sguardo all’orologio per non oltrepassare l’ora X.”

                Stessa cosa io. Mi sono proprio immaginato la faccia di Wu Ming 4. E mi sembra veramente incredibile che qualcuno leggendo le stesse parole si sia invece proiettato in testa lo spot elettorale della Casa delle Libertà secondo Guzzanti, “Facciamo un po’ come cazzo ci pare”, con la gente che fa il trenino con le trombette in bocca sotto una pioggia di coriandoli. Alla faccia del bias.

                • Il fatto è che nel giro della “sinistra twitter” i Wu Ming e chi li frequenta sono condiderati dei nazisti filo-confindustriali. Poco male. Twitter ormai è diventato un luogo fantastico in cui si possono trovare persone capaci di augurarsi che il virus muti in forme più aggressive e punisca chi indossa male la mascherina procurandogli sbocchi di sangue dalle orbite degli occhi. Direi che è un bene mantenere le distanze da certi milieu, in cui il virus è visto come una specie di angelo vendicatore. Non so chi sia paoz né se abbia a che fare con la “sinistra twitter”: era solo per dire che non mi sorprende la sua deformazione biliosa della realtà.

                  • Tuco, la cosa triste è che il volume del chiacchiericcio nella camera iperbarica (o imbottita) di Twitter è inversamente proporzionale all’impatto sulla vita reale, che non sia quella psichica dei twittatori stessi.
                    Più triste ancora, come abbiamo detto molte volte, è che l’area di affinità a cui faceva riferimento paoz in uno dei suoi messaggi qui, si è legata da sola mani e piedi nel momento in cui ha deciso di sposare la narrazione colpevolizzante e securitaria dei dittatori inetti. E adesso, così legata, prova pateticamente a dire cose confuse, contraddittorie, inefficaci. L’idea di fondo è ancora che si debba chiedere un reddito di lockdown. Più è duro il lockdown (e lo si auspica duro, per stangare i furbetti dell’aperitivo e i genitori permissivi) più deve essere universale il reddito. La condizione che ottimizza una rivendicazione come questa sono gli arresti domiciliari di massa e lo stato che ci versa i soldi sul conto corrente.
                    A parte che questo è un incubo huxleyano, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché e per come potrebbe o dovrebbe realizzarsi. Perché lo diciamo “noi”?
                    Chi *davvero* non ha reddito, da che mondo è mondo, si organizza per protestare, lottare e ottenerlo. L’ultima cosa che fa è accettare o addirittura chiedere d’essere recluso. Qualche giorno fa qui ho linkato le immagini della manifestazione degli operai Fiom di Genova che sono scesi in strada con tanto di botti e sono arrivati anche all’attrito con la polizia per protestare contro i licenziamenti (che in teoria sono bloccati, ma fatta la legge trovato l’inganno). In molti luoghi di lavoro i lavoratori e le lavoratrici si organizzano ogni giorno per rivendicare il diritto di fare assemblee sindacali in presenza, negli spazi adeguati, perché i padroni (privati e pubblici) hanno iniziato a negarle o a declinare ogni responsabilità in caso di contagio: sei buon@ per andare a lavorare ma non per fare l’assemblea sindacale. I riders manifestano ormai con una certa frequenza, con flash mob per strada, cioè precisamente sul loro luogo di lavoro. I cosiddetti intermittenti della cultura e lavoratori dello spettacolo sono scesi in piazza in varie città per ricordare a tutti che stanno alla canna del gas. Per non guardare all’estero, dove, come ricordavi giustamente tu qualche giorno fa, abbiamo visto lotte di piazza importantissime in questi mesi pandemici, perfino in un paese devastato come gli USA, il movimento Black Lives Matter ha dato una spallata importante alla presidenza Trump contribuendo a non farlo rieleggere.
                    Le lotte le puoi fare se ti prendi lo spazio e l’agibilità per farle, non se ti fai recludere.
                    Se invece il reddito è una rivendicazione ideale, allora sì, va bene anche chiederlo dal divano, tra la prima e la seconda stagione di una serie Netflix, tra un tweet e l’altro, tra una pugnetta una scorreggia.

        • Paoz, abusa pure quanto vuoi, ma ogni volta è peggio. Veramente torni qui per dire questa cosa? Per reiterare la tua critica moralistica ai genitori contemporanei irresponsabili e troppo permissivi, che consentono ai figli di cenare in casa con i loro «amichetti» e li «stipano» in auto? Ma veramente, paoz? La DAD è colpa loro/nostra? Ma ti rileggi quando scrivi?
          Lascia che ti racconti come butta da questa parte della barricata, che so per certo non essere la tua (posso scommettere tutto quel poco che mi è rimasto sul conto corrente bancario che di figli non ne hai).
          Ogni venerdì sera io carico mio figlio maggiore e due suoi “amichetti” (dei giandi di 15 anni) sulla mia auto e compio lo stesso tragitto: quello dal centro sportivo di un comune fuori Bologna fino alla città, e riaccompagno tutti a casa. Dentro l’abitacolo siamo tutti mascherati (non da Batman) e facciamo circolare l’aria tenendo aperto mezzo finestrino (non tutto, perché i ragazzi sono sudati, non avendo potuto usare lo spogliatoio per farsi la doccia, nel rispetto delle ordinanze). E siamo sempre le stesse quattro persone. Il martedì mi dà il cambio il padre di uno degli altri due ragazzi. E arriviamo a cinque in tutto. L’alternativa sarebbe che i ragazzi viaggiassero sui mezzi pubblici, ma è la cosa che viene più sconsigliata da tutti, se non erro. Da domani per farlo dovremo avere anche un’autocertificazione, visto che transitiamo da un comune all’altro.
          Questo è. Questa è la vita delle persone. Perché, vedi, paoz, le persone vivono, tirano avanti come possono, nelle maglie dei dpcm. Proprio non ti entra in testa, l’ho capito, ma tendenzialmente le persone autosegregate in casa h24 non ci stanno. Dunque si arrangiano per continuare a vivere, per non schiodare di testa chiuse tra le mura domestiche, per fare in modo che la vita di figli e figlie non si esaurisca tra le videolezioni, Youtube, Netflix e la PS4 (per chi ce li ha). E forse ti scandalizzerà sapere che nemmeno i vecchi ci vogliono stare murati in casa. Mia madre, ad esempio, (una che ha fatto il ’68 alla Statale di Milano) non solo viene in piazza a manifestare contro la DAD, ma non ha alcuna intenzione di rinunciare ad andare a prendere il nipotino più piccolo a scuola un paio di volte a settimana: mascherati tutti e due (non da Buzz Lightyear), niente baci né abbracci, niente mano nella mano. Ma se ne vengono a casa insieme. Come cazzo credi che tiri avanti la gente “sotto le bombe”? Smettendo di vivere? Al contrario: lo fa vivendo, con tutte le precauzioni del caso, ma vivendo.
          Se penso che si partiva dalla critica al programma di Gotha e che si è arrivati alla critica al genitore che porta in giro gli “amichetti” del figlio… Once were warriors. Che pena, compagni.

          • Ok, stando così le cose, ho evidentemente interpretato male il tuo racconto, e me ne scuso. Probabilmente sono stato tratto in inganno da toni che mi sembravano apocalittici, e invece si raccontava semplicemente di ragazzi che vanno a scuola, al centro sportivo, escono di sera. Rispettando più o meno le norme (mai parlato di illegalità, @Rafal, nè invocato dpcm più severi) e il buon senso, pur con qualche limitazione non insopportabile (la fastidiosa mascherina, la chiusura degli spogliatoi, il rientro a casa anticipato) che presa singolarmente può sembrare eccessiva o inutile, ma che ha grossomodo lo scopo di evitare di arrivare al punto in cui a nessuno verrebbe nemmeno in mente di mandare i figli a scuola o in palestra. Le limitazioni aumenteranno? Probabilmente sì, visto che la tradizionale stagione dell’influenza non è praticamente ancora cominciata; qui in Toscana è già successo, ma nonostante tutto le scuole per i bambini fino a 12 anni (quelli che per Crisanti non contagiano nessuno, come ricordate nel post odierno) restano aperte: non tutto è insensato quindi. E il rispetto delle norme di buon senso – che un dpcm le imponga o meno – serve anche a tutelare chi il buon senso non ce l’ha o, purtroppo, non può permetterselo. P.S.: il tuo conto corrente è salvo.

    • Ciao! Intervengo solo per rispondere a Paoz, anche se hanno già risposto perfettamente Mandragola e Wu Ming 4, solo per dire quello che non si può/ deve dire, per ” rispetto”: io sono stanca di sentire parlare di rinuncia ( “senza più dilemmi morali su quello a cui è giusto rinunciare in certi momenti”)
      La questione, mi spiace, è proprio mal posta dall’inizio in maniera disonesta e strumentale (non da te, anche se esprimi proprio questo concetto). Come se alla rinuncia non ci fosse alcuna alternativa al mondo!È proprio di rinuncia che non si deve parlare, ma di organizzazione efficiente dell’ ” emergenza”, per continuare a vivere senza che nessuno subisca penalizzazioni più drammatiche di quelle che deve già, normalmente, affrontare nella vita. Io non voglio rinunciare a nulla perché la mia vita, per le condizioni oggettive materiali che vivo, sarebbe già a priori un atto di rinuncia e privazione. Quindi non mi voglio privare di nulla e voglio che a pagare sia chi ha più mezzi e più possibilità e voglio che a rinunciare sia chi ci chiede, continuamente, di rinunciare senza avere fatto nulla in tutti questi mesi. Nulla! Il nulla più assoluto. Se proprio vuoi, rinuncia tu. Per qualcuno è anche gratificante.
      Nessuno te lo vieta. Io meno che mai. Ma la tua pretesa che tutti vivano in un clima di mortificata privazione è, per me, sconcertante. Sarò pazza. Amen. Io non credo dovremo continuare a proiettare la nostra sofferenza solo sui bambini e sugli adolescenti. Stiamo soffrendo tutti ed ostentare forza e sopportazione non può aiutare i più deboli. Anzi li avvilisce.
      Poi volevo dire a Gosthighway e a Sam Kaimi che anche io faccio una fatica terribile a seguire la didattica a distanza, anche se sono ” adulta e vaccinata” ed anche se, per me, potrebbe essere una soluzione ” comoda”. Abbiamo tipi differenti di intelligenza, io ne ho una cinestesica, dopo un po’mi annoia non fare. Non partecipare. Non sperimentare. Non posso mica legarmi alla sedia come Vittorio Alfieri. Questo era già un problema della didattica in presenza che si è amplificato con la didattica a distanza.

    • L’Assurdistan è il paese in cui durante una pandemia ci si comporta come se si volesse ottenere il perdono del Signore, anzichè il rallentamento della diffusione del virus. In Assurdistan, di conseguenza, ci si indigna per cose che nella maggior parte degli altri paesi sono consentite anche durante quello che in quei paesi chiamano lockdown.

      L’Assurdistan, d’altra parte, è anche il paese in cui si accusa chi non vuole la chiusura di pensare solo ai soldi, sterco del demonio, e non alle persone che muoiono; ma allo stesso tempo si bollano come troppo costosi farmaci che si sono rivelati utili nel ridurre la permanenza in terapia intensiva e la mortalità di quelle persone, come il Remdesivir. Perfettamente coerente con quanto detto sopra. Perché se ti becchi il virus ormai è solo colpa tua, e l’unico modo che hai di redimerti è morire, per essere usato contro chi non vuol fare penitenza. In pratica il Covid è la prima malattia per cui non è etico cercare una cura.

      Mentre i vaccini, anche testati a cazzo in tre mesi, ovviamente vanno bene. Quelli sono un segno divino, la salvezza per tutti. Poi mica hanno un costo miliardi di dosi di vaccini. I vaccini li produce Babbo Natale, mica Big Pharma.

      • Esatto. Il virus si diffonde esclusivamente per le condotte immorali dei reprobi, spesso giovani e certamente fancazzisti, dediti a cose sordide come la “movida” o peggio ancora la spiaggia, e trova limitazione solo grazie alle penitenze dei pochi virtuosi.
        Luoghi di lavoro, ospedali, RSA, trasporti pubblici mica c’entrano.
        Altro punto fondamentale quello dei farmaci e dell’attesa “messianica” del Vaccino (che sarà l’unica liberazione possibile dalla clausura).
        Farmaci cui, tra l’altro, illustri Politici, Funzionari, Imprenditori italiani e Capi di Stato stranieri, a quanto si legge sui giornali, hanno avuto accesso e che invece al comune mutuato non si possono dare.

    • La gente che ragiona come te è il principale motivo per cui il peso dei compagni nella realtà è vicino allo zero. Già dal tono si percepisce tutto il privilegio che ti vivi e che proietti sugli altri senza minimamente capire che non tutti hanno passato il lockdown a impastare pizze e guardare netflix alternando ogni tanto all’ennesima serie tv un webinar di analisi politica. Recentemente ho visto una foto di una mostra sull’ex unione sovietica in cui appariva una didascalia che diceva (cito a memoria) “per noi i bambini sono l’unica classe privilegiata”. Ora premesso che l’unione sovietica non è il mio modello politico e senza voler nemmeno enfatizzare troppo un discorso sul fatto che jn questa situazione soffrano principalmente i bambini e gli adolescenti (anche se lo penso) mi chiedo quando si è passati da pensare “ognuno secondo i suoi bisogni” a “dei tuoi bisogni non ci frega un cazzo ti devi sacrificare”. Io ho un bambino piccolo se gli tolgono nuovamente la scuola starà malissimo e io con lui, perché la sua sofferenza dovrebbe essere messa in contrapposizione alla tutela della salute collettiva? E per quanto? Mesi, anni? È inutile cianciare di lockdown con reddito universale garantito se sei a un passo dal primo e a distanza siderale dal secondo:avrai il primo senza il secondo. Certo ci sarebbe la lotta, l’opposizione ma per far quella bisogna stare in strada e sai magari poi si diventa responsabili dei contagi quindi meglio sul divano. Ah un’ultima cosa:il massimo del ridicolo è la doppia morale borghese che da mesi è nei discorsi dei compagni, da una parte lockdown fino alla vittoria e dall’altra però vivere vedendo comunque i propri amici e compagni perché per noi le regole non valgono, invece per mio figlio devono valere? Lui al parco e a giocare con un bambino non ci è potuto andare per mesi, forse è il momento di iniziare a provare un po’ di vergogna

  14. Scusate la domanda cui forse avete gia’ dato risposta, ma mi chiedo quale sia, in questo momento la vostra (WUMING) proposta per garantire la continuazione della didattica. Se la DaD e’ da escludere per tutti e altri motivi descritti nel post, qual’e’ ad oggi un’alternativa?
    Tornare tutti in aula? Con o senza mascherina?
    Vivo da piu di dieci anni all’estero (nei paesi bassi per la precisione) e qua, cosi come in altri paesi hanno imposto la DaD solo per le superiori, ma non per gli studenti al di sotto dei 12 anni.
    Lo chiedo senza polemica, sono genuinamente interessato.

    • Qui in Italia la scuola è stata chiusa il 22 febbraio. Ha riaperto in presenza sei mesi dopo. In quei sei mesi non è stato fatto niente. Si sarebbe dovuto varare un piano straordinario per la scuola, investimenti e lavori extra per rendere gli istituti sicuri e raggiungibli con il minor rischio possibile. Il tempo c’era. Non c’è stata la volontà politica, perché tanto la scuola in presenza è sacrificabile. Questa è stata la linea governativa. In piazza a contestarla eravamo e siamo ancora troppo pochi.

      Anche senza tutto ciò, la scuola ha comunque riaperto in presenza. Governatori locali e presidi hanno fatto a seconda delle possibilità e delle proprie capacità. Protocolli per tutti: mascherina (prima soltanto se ti alzavi dal banco poi anche al banco); ricreazione in classe, ingressi e uscite scaglionate, in modo che ci fosse il minore contatto tra i vari gruppi di ragazzi e tra i ragazzi stessi. Appena uno studente veniva trovato positivo al tampone, scattava la quarantena per la classe, la quale veniva “tamponata” e messa in DAD per quindici giorni. Pensa che mio figlio in un mese e mezzo di scuola ha fatto due tamponi, da quando è a casa nessuno. La scuola funzionava come presidio medico.
      A Bologna alcuni padiglioni della Fiera erano stati adibiti ad aule supplementari per gli studenti di alcuni istituti superiori. Costo: un milione mezzo di euro. Soldi nostri, delle nostre tasse. Buttati nel cesso e tirata la catena, con l’arrivo della DAD per tutti.

      Quella era la direzione giusta, da attuare su tutto il territorio nazionale: requisire strutture, tenere le classi controllate dalle Asl, vigilare che i protocolli venissero applicati. Una scuola scomoda e poco piacevole, ma sempre meglio che zero scuola. Soprattutto: raddoppiare il servizio pubblico per farceli arrivare i ragazzi e le ragazze a scuola.

      Forse che le elementari, rimaste aperte, sono comode fatte così? Certo che no. Mio figlio piccolo, in seconda, porta la mascherina otto ore al giorno, come un operaio. Se la toglie solo per mangiare, rigorosamente al banco, e bere dalla borraccia personale che porta da casa. In cortile può fare ricreazione, ma soltanto nello spazio assegnato alla sua classe, senza mescolarsi alle altre. Ma almeno va a scuola, vede dei coetanei, impara qualcosa. Niente impediva che potesse continuare a essere così anche per le superiori. Ma il governo doveva dare un segnale, doveva chiudere qualcosa, e la scuola non incide sulla produzione, i lavoratori sono pubblici, quindi ammortizzati, gli adolescenti possono autogestirsi in casa anche se i genitori sono a lavorare. Ecco perché è stata sacrificata. Non per motivi sanitari.

      • Riccardo, a me piacerebbe risponderti citando frotte di dati sui contagi nei vari luoghi di socialità e lavoro: scuola, fabbriche, piazze, mezzi pubblici… Ma questi dati, – sui quali un governo decente dovrebbe basare le sue chiusure selettive – non ci sono, e quando ci sono, sono farlocchi, sparati nel mucchio. Quindi, al posto dei dati, mi baso sulla mia limitata esperienza. Fino a quindici anni fa il mio mestiere, oltre a raccontare storielle, era quello di aiutare ex-detenuti ed ex-tossicodipendenti a trovarsi una casa, un lavoro, qualche nuova amicizia, un interesse. Questo mi ha portato a visitare tante piccole fabbriche dell’Emilia paranoica, luoghi dove si salda il ferro in conto terzi o ci si occupa di carpenteria metallica. Luoghi talmente insalubri che quando ci entravo mi veniva da piangere all’idea di dover dire a un ragazzo: ecco, hai smesso di rubare, hai smesso di farti le pere, e adesso, per rifarti una vita, come si dice, devi ripartire da questo, respirare quest’aria malsana e rischiare di ferirti con uno di questi attrezzi, in un capannone che fa venire il tetano solo a guardarlo. Ora, la mia sensazione è che queste piccole fabbriche, già così poco sicure e salubri in tempi normali, non possano essere diventate dei templi della salute dei lavoratori. Di contro, ho visto come si sono organizzate le scuole dei miei figli, e d’altra parte di come si dovevano organizzare le scuole si è parlato per mesi, mentre dei capannoni da otto dipendenti non si è detto quasi nulla. Chissà come mai. Tutto questo per dire che la mia esperienza, il mio andare a spanne in assenza di dati, mi fa pensare che la scuola sia più sicura di quei capannoni, e che prima di chiudere le scuole, avrei voluto veder chiudere un po’ di luoghi di lavoro. Non solo per dare la priorità alla formazione e all’insegnamento, come scriveva qualcuno, ma anche più semplicemente per dare la priorità alla salute. La scuola in quel campo ha fatto tanto, con gli occhi di tutti puntati addosso. Dubito che altrettanto abbiano fatto le piccole aziende di saldatura in conto terzi delle zone industriali tra la via Emilia e il West.

  15. Vorrei precisare, oltre a puntualizzare che non è la Procura di Tempio, ma quella di Cagliari che ha aperto il fascicolo cui accennavo, che sono ben consapevole che l’ipotesi di reato non veda certo come indagati i clienti delle discoteche, ma sia finalizzata a far emergere eventuali responsabilità di chi aveva l’autorità per adottare determinati provvedimenti. Tuttavia, posto che non ho mai messo piede in un locale notturno perché detesto la musica che suonano e la confusione, ho avuto svariate discussioni perché ho difeso la libertà di chi le ha frequentate in quanto al di là della spregiudicatezza di certi imprenditori del settore, sono cosciente che molte persone comuni traggono il loro sostentamento da un onesto lavoro come dipendenti di discoteche ed affini.
    Ammesso e non concesso che si sia innescata proprio in questi ambienti la miccia che ha rinvigorito il Sars-cov2, non trovo corretto puntare il dito contro chi vi si è lecitamente recato. Io preferisco un concerto sotto le stelle o una manifestazione teatrale? Buon per me, ma non giudico come gli altri trascorrono il tempo libero.

  16. Io concordo in toto con le posizioni avanzate da Wu Ming riguardo l’università, ma non ho esperienza riguardo le superiori. Riconosco tuttavia che l’università si sia completamente svuotata, perdendo tutto ciò che la rendeva tale, che no, non erano solo lezioni frontali ed esame conclusivo. Ma le conseguenze a lungo andare della DAD a ogni livello si vedranno solo tra decenni, e mi chiedo quando ci sarà finalmente uno sguardo di lungo respiro sulla gestione emergenziale, sguardo che ormai, da marzo ad ora, dovremmo aver assunto. Riccardo Santi, quest’estate le università e le scuole hanno speso milioni per equipaggiarsi e per garantire la didattica. Almeno in virtù dei soldi spesi, avremmo dovuto mantenere la scala delle priorità stabilita quest’estate, quando ci si preparava per un autunno che sarebbe stato grave: didattica prima, poi mantenimento dei legami d’affetto con congiunti e familiari, poi spostamenti liberi (come garantiti dall’UE), e infine le attività ricreative. Ovviamente tutto serve per il benessere psicofisico, specie per quanto riguarda adolescenti in crescita, ma la situazione covid non consente di salvare capra e cavoli, e bisogna agire secondo un ordine di priorità. Ebbene, perché la didattica efficace, una didattica che non è semplice trasmissione di conoscenze, non è la prima priorità? Perché abbiamo gettato alle ortiche ogni senso di priorità, preferendo prendere tutte le istanze pubbliche incompatibili col covid e declassandole ognuna di qualche punto. I commercianti sono un po’ più poveri, gli alunni sono un po’ più ignoranti, i giovani sono un po’ più depressi. Vogliamo salvare tutto, anche se significa tenere tutto sul pelo dell’acqua. E poco importa se quel poco di ignoranza in più porterà ragazzi già a rischio alla criminalità, o quel po’ di depressione in più a gesti inconsulti da parte di chi già prima del covid aveva malattie mentali. Servono priorità ferme e sguardi di lungo respiro, e se non l’abbiamo imparato da marzo a oggi, non lo impareremo più.

    (Mi scuso per i toni a volte emozionali, spero di non essere scaduta nella retorica. Se l’ho fatto me ne scuso.)

  17. Le considerazioni di WM2 le sottoscrvo in toto. Aggiungo che non vedo una sola possibilità per uscire decentemente da questo pozzo nero in cui siamo finiti.
    L’ultima chicca di ieri 9 novembre, è che la Pfizer sta testando con successo un vaccino che “funziona al 90%”, ossia fornisce ai positivi asintomatici immunità al Covid-19 nel 90% dei casi. È molto meno efficace, pertanto, del nostro sistema immunitario, visto che oggi quasi il 95% degli asintomatici, maniacalmente braccati dal delirio sanitarista in atto, non sviluppa la malattia. Siamo in piena epidemia da tamponi e non ce ne rendiamo conto….

    • Perdonami, ma non funziona così. Vaccino efficace al 90% significa che riduce del 90% il numero dei contagi, statisticamente. Da dove viene questa percentuale? Finora tra i volontari che hanno partecipato alla sperimentazione – circa 44.000 persone – si sono verificati 94 contagi, di cui 88 (93,6%) tra chi ha ricevuto il placebo e 6 (6,4%) tra chi ha ricevuto il vaccino. Il limite di questa statistica è il numero molto esiguo di casi su cui si basa. Credo sia previsto di arrivare fino a un numero di contagi di 164, prima di dichiarare conclusa la sperimentazione. Non moltissimi comunque, ma se consideriamo che finora l’incidenza dei casi sulla popolazione mondiale è dello 0,66%, su 44.000 persone non è che ce ne possiamo aspettare chissà quanti.

  18. Buonasera, scrivo per chiedervi un consiglio… Sono un prof. alle “medie” che fa la didattica a distanza con alcune classi. Secondo voi qual è l’azione migliore che io possa fare per rendere più consapevoli i ragazzi? Consapevoli in merito alle considerazioni che leggo qui sul vostro blog. Lo so, sono piuttosto vago ma mi perdonerete, leggo con molto interesse i vostri articoli e seguo LutherBlisset/Wuming da parecchio e sono un po’, per così dire, intimidito dall’estensione dei pensieri che circolano qui… Pensieri e azioni che non sempre riesco a comprendere nella loro profondità. Ma stasera ho deciso di superare questo blocco e chiedere un consiglio. Se domattina uno di voi dovesse fare una videolezione con una seconda media, cosa farebbe? Grazie x ciò che scriverete.

    • Ciao. A volte sono gli stessi allievi che rilevano incongruenze macroscopiche esistenti tra teoria e prassi. Ad esempio, mentre spiegavo in classe uno dei 17 obiettivi dell’agenda 2030 dell’Onu “Assicurare l’accesso all’energia pulita, a buon mercato e sostenibile per tutti”, un allievo mi ha chiesto come mai allora in Sardegna si stanno spendendo tanti soldi per far arrivare il metano, che di sostenibile ha poco o nulla. Ecco, hanno più spirito critico di quanto si possa pensare. Questo è però successo in una lezione in presenza. In una lezione in remoto forse il dibattito è un po’ più difficile.

  19. Da noi le scuole sono state chiuse il 5 marzo, dopo di ché ci sono volute settimane per avviare la didattica a distanza tra mille problemi di connettività, assenza di dispositivi, mancanza di coordinamento tra dirigenza, team dell'”innovazione” e docenti. Qualcuno ha deciso per tutti i docenti, senza che ci fosse una minima discussione collegiale, di adottare la piattaforma weschool, una piattaforma proprietaria che nella homepage si pregia di mostrare sponsor quali la nato, barilla, etc., nessun collega ha fiatato su questo aspetto che io trovo inaccettabile. Ricordo che solo un decennio fa l’immagine di un hamburger grifato in un libro di testo provocava un’onda di indignazione di docenti e opinione pubblica, ma tant’è… Non che che le cose vadano meglio con altre piattaforme di proprietà dei giganti del web. Questo è comunque solo uno degli aspetti deteriori della dad. Come più volte è stato ribadito in questo blog da diversi utenti, la didattica a distanza per come è stata congegnata ha amplificato le disparità, le emarginazioni dei soggetti più fragili, ha creato nuovi bisogni educativi speciali ovviamente non affrontabili a distanza. Sono passati sei mesi dalla prima chiusura e niente è stato fatto per rendere fattibile il rientro sicuro a scuola. Niente potenziamento del trasporto pubblico, nemmeno l’ombra di una riorganizzazione del SSN, una manciata di milioni di euro al MI per dare in comodato d’uso qualche dispositivo e assumere a tempo determinato in numero risibilmente piccolo personale aggiuntivo “covid” (viene chiamato davvero cosi). Intanto ci ritroviamo con una pioggia di dpcm, dl, ordinanze regionali, comunale etc, di nuovo all’insegna dell’ambiguità e quindi della discrezionalità di chi li deve applicare, di prescrizioni affiancate a forti raccomandazioni. Insomma, un pastrocchio che abbiamo già visto e causerà altri danni. Detto questo, davvero non si capisce perché, appena si solleva una critica a questo sistema e alle sue misure si debba subire il linciaggio anche da parte di tanti insospettabili compagni. E’uno scenario scoraggiante ma non me la sento di difendere queste misure che di razionale non hanno nulla e anzi denotano il buio epistemologico.

  20. Sul sito di Repubblica c’è un video che mostra la differenza in termini di gente in giro, tra marzo e oggi, in alcuni dei luoghi più rappresentativi di Milano. Il titolo è “Milano, lockdown a confronto: la zona rossa di marzo e quella odierna nei luoghi simbolo della città”. Ora, non so quale fosse l’intento, ma se si voleva stigmatizzare l’indisciplina dei milanesi, direi che è un bel buco nell’acqua. Si vedono quattro gatti in giro praticamente ovunque. Certo, a marzo non c’era proprio nessuno. Ma se si sono ridotti a prendere il nulla e montarlo a neve per giustificare ulteriori restrizioni, il prossimo passo quale sarà?

    • In compenso sabato scorso le vie centrali di Bologna (la cosiddetta T) erano murate di gente a passeggio, fitta fitta come ogni sabato, mentre noi altri genitori snaturati manifestavamo in Piazza Maggiore distanziati e mascherati per la riapertura scolastica. Ma pare che il problema in città fossero Piazza San Francesco, Piazza Verdi e Piazza Aldrovandi, debitamente chiuse, dove non ci sono boutique e gli studenti andavano solo a bersi birre comprate al bar o dagli abusivi. Della serie: benvenuti a Paraculopoli.

  21. «Non c’é bisogno di essere nostalgici umanisti [o sessantottini] per rendersi conto che stiamo vivendo una fase sperimentale nella quale si stanno esaminando i limiti psicofisici dell’organismo umano».

    Magari stò dicendo l’ovvio, comunque ci provo. Un compagno che ci ha purtroppo lasciato, qualche anno fá, mi aiutò molto, in un momento critico, chiarendomi un concetto secondo me importante all’interno di questa discussione/analisi: é sbagliato pensare che l’ideologia neoliberale abbia persuaso la gente (e sopratutto le nuove genrazioni) e che quindi ci sia ben poco da fare, perché ciò che ci ha assoggettati é la modificazione della realtá materiale. Nel momento in cui le condizioni materiali cambieranno per la maggioranza delle persone, tutto sará possibile. È solo una questione di tempo. A mio parere, data la situazione, rilocalizzare l’istituzione scolastica, spostandola all’interno delle case, va vista in funzione della necessitá del sistema di contenere e indirizzare il potenziale intellettuale delle nuove generazioni, riducendo al minimo la possibilitá che si sviluppi l’energia antagonista necessaria al cambiamento.

  22. Caro cittadino del pianeta terra

    Potrai continuare a morire di fame
    Noi non ti ostacoleremo
    Non fermeremo l’agricoltura intensiva e le monocolture
    che portano alcuni paesi ad avere troppo cibo
    E altri ad averne pochissimo

    Potrai continuare a morire o rimanere mutilato in un incidente d’auto
    Noi non ti ostacoleremo
    Non interromperemo la produzione di automobili
    Né ridurremo la loro velocità letale

    Potrai continuare a morire di cancro
    Noi non ti ostacoleremo
    Non smetteremo di inquinare l’aria che respiri, il cibo che mangi,
    l’acqua che bevi e che fa impazzire le cellule del tuo corpo

    Potrai continuare a morire di malattie legate al tabacco
    Noi non ti ostacoleremo
    Continueremo a produrre e a vendere sigarette
    facendo profitti enormi

    Potrai continuare a morire per l’eccessivo consumo di zucchero
    Potrai diventare cieco, avere le gambe amputate a causa del diabete
    Noi non ti ostacoleremo
    Non smetteremo di vendere e produrre zucchero
    Perché conosciamo l’amarezza della vita
    E continueremo a rendertela più dolce

    Potrai continuare a morire di malattie cardiovascolari
    Noi non ti ostacoleremo
    Ti daremo tutto ciò di cui hai bisogno
    perché il tuo muscolo più forte possa indebolirsi e smettere di funzionare

    Potrai continuare a suicidarti
    Noi non ti ostacoleremo
    Ti aiuteremo con ogni mezzo
    A trovare le ragioni per non voler più vivere
    E ti forniremo la cura che rafforzerà
    la tua decisione di porre fine alla tua vita quando ti sarà diventata insopportabile

    Potrai continuare a morire per mille altre ragioni
    Noi non ti ostacoleremo
    Continueremo a produrre e a fornirti il veleno necessario
    Per farti ammalare

    Potrai continuare a morire di cure eccessive
    Noi non ti ostacoleremo
    Produrremo e ti venderemo quei farmaci che ti terranno in vita per tutto il tempo necessario ad accrescere la nostra ricchezza che, da buoni filantropi, metteremo a disposizione di tutti perché non vogliamo che pensi che la ricchezza che creiamo non serva al bene dell’umanità tutta

    Potrai continuare a morire di quello che preferirai
    Noi non ti ostacoleremo
    A condizione che indossi la mascherina nei luoghi pubblici
    E mantenga la distanza sociale di un metro o due, a seconda del paese, e ti assuma la responsabilità morale
    Di non trasmettere il Corona Virus ai tuoi concittadini.

  23. @Isver – non stavo contestando il dato del 90% della presunta efficacia del vaccino in fase di sperimentazione da parte di Pfizer. Osservavo semplicemente che, allo stato attuale, il 95% dei poitivi asintomatici non sviluppano il Covid, senza alcun vaccino. Se ne deduce che il loro sistema immunitario medio funziona già meglio del vaccino pomposamente propagandato dai mezzi di informazione. Guarda che questa è una considerazione “pacifica”, cioè basata sua dati di fatto a partire dalle statistiche dell’ISS. Il problema è che, nelle ultime settimane come non mai in questi otto mesi, il focus assillante è tutto sui positivi asintomatici, dimenticando il dato che i nuovi malati sono una percentuale bassissima rispetto ai tamponi positivi.

    • Probabilmente mi sono spiegato male parlando di contagi. Il senso del vaccino è ridurre il numero dei soggetti che sviluppano la malattia, attraverso la produzione di anticorpi specifici. Quella sperimentazione non è focalizzata sull’infezione da SARS-CoV-2, ma sul Covid-19. Perciò sono stati presi in considerazione solo i casi sintomatici.

      Il punto, quindi, è che a essere ridotto del 90% grazie al vaccino, sarebbe il 5% di cui parli tu, che diventerebbe lo 0,5% del totale. Ovviamente ammettendo che l’efficacia sia la stessa anche nei soggetti più a rischio.

  24. Per quanto riguarda la distribuzione del vaccino, non sarebbe meglio fare preventivamente una campagna massiccia di test sierologici? A chi è stato contagiato e non se n’è nemmeno accorto ma comunque ha sviluppato gli anticorpi, è opportuno iniettare il vaccino? O non sarebbe meglio che quella dose venga destinata a chi non è mai venuto in contatto con il virus? Lo chiedo perché a quanto pare, a poco più di un mese (forse) dall’inizio della campagna vaccinale che si annuncia come una sorta di sbarco in Normandia, l’Italia non ha un piano, né per lo stoccaggio né per la distribuzione. Altro dubbio da profano: viste le percentuali in gioco, non sarebbe (sarebbe stato) meglio puntare sulla ricerca di una cura invece che su quella di un vaccino?

    • Per MArcello007: assolutamente d’accordo con te. A tal proposito sottolineo che il pensiero che si sta imponendo a livello mediatico, sia tramite i soliti virologi di Stato, sia attraverso l’assenza di informazione (che in alcuni casi è più potente dell’informazione stessa), è che l’immunità naturale non esista. Su questo indegno articolo Burioni, citando (male) il Lancet dice che l’immunità naturale non funziona e solo il vaccino può sconfiggere l’epidemia sulla base di 20 casi (in realtà il Lancet ne cita solo 4 di casi) di re-infezioni. Capito? 20 casi su 50 milioni di malati. https://www.medicalfacts.it/2020/10/14/coronavirus-chi-e-guarito-puo-essere-di-nuovo-infettato-da-sars-cov-2/
      E nella marea di articoli pubblicati sul Covid nessuno che si fosse mai chiesto perchè non fare sierologici ai guariti per vedere che livello di immunità hanno. Purtroppo sembrerà complottista, ma il motivo pare chiaro, perchè se fosse appurato che l’immunità naturale funziona non si potrebbero somministrare vaccini ad un abbondante 30% della popolazione. Ecco, lungi da me appoggiare neanche minimamente le teorie complottiste sciocche (che fanno il gioco dei discorsi catastrofisti/ufficialisti di Stato), ma l’osservazione di alcuni dati non può non portare a pensare che sulla gestione delle cure si stia giocando sporco. Sia per quanto riguarda questo concetto dei “guariti”, sia per alcune cure che in linea ufficiale sono state bocciate, ma sulla cui validità si battono ancora troppi scienziati di alto livello, per non pensare che sono state messe da parte in quanto avrebbero messo a repentaglio il lucro dell’industria farmaceutica sulla pandemia. Clamoroso è il caso della idrossiclorochina, capziosamente spacciata come farmaco di Trump prima e di Salvini poi, quando in realtà è un rimedio inizialmente proposto dal geniale Dider Raoult e portato avanti in diversi paesi, compresa l’Italia. Bocciata in base ad un articolo incredibilmente farlocco pubblicato sul Lancet, poi ribocciata da altri studi che però prevedevano un utilizzo errato della sostanza, e continuamente ripreso in mano da diversi studiosi che insistono nel dimostrare che, presa nella giusta fase, funziona.

      • Giampaolo, questo è un genere di commenti che, quando abbiamo la tentazione di farli, dobbiamo mettere da parte per un po’ e contare fino a cento, per poi scriverli in modo diverso da come ci erano venuti in mente.
        Non è corretto usare Lancet come pezza d’appoggio quando un articolo smentisce qualcun altro che ci sta sulle palle e poi definire farlocco un altro articolo – senza spiegazioni, senza una fonte – perché smentisce noi. Il tuo riassunto della querelle sull’idrossiclorichina è frettoloso e non fa capire nulla. Definire «geniale» Raoult non è un argomento.
        Sul resto, attenzione a dire «non sono complottista ma» e poi ragionare comunque in termini di pregiudizio di intenzionalità. L’intenzionalità va tenuta come extrema ratio, dopo che si è vagliata ogni altra ipotesi. Considerata per prima, diventa la base di un bias cognitivo.

        • Forse mi sono espresso male, ci riprovo: 1. Non ho usato il Lancet prima per appoggiare le mie tesi, poi per denigrarlo. Ho detto che Burioni ne ha travisato un articolo (verità: Lancet parla di 4 casi accertati di reinfezioni, Burioni di 20. C’è nel link, l’ho postato.), traendo conclusioni discutibili. 2. Idrossiclorochina: Nella fase iniziale fu usata su iniziativa di Raoult a Marsiglia e seguirono il suo esempio alcune ASL in Italia, come ben riassunto qui: https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/04/28/coronavirus-da-nord-a-sud-1039-pazienti-trattati-a-casa-con-idrossiclorochina-il-punto-sulla-sperimentazione-crollo-dei-ricoveri/5783544/. Non esistevano ancora studi sistematici a riguardo. A giugno il Lancet pubblicò uno studio peer reviewed che ne stabiliva l’inutilità e pericolosità. L’OMS e a seguire molti Stati bloccarono le terapie a base di idrossiclorochina. Ma lo studio fu immediatamente criticato da una gruppo di scienziati (120 ricercatori di tutto il mondo tra cui Harvard ed Oxford) che ne dimostrarono le fallacie e il Lancet lo ritirò (link li trovi dove vuoi). L’OMS fece partire nuovi studi e alcuni Stati la reintrodussero (non l’Italia dove l’AIFA inspiegabilmente continuò a sconsigliarla, e un gruppo di medici piemontesi e lombardi ne chiesero conto all’Aifa ho diversi link su questo, se vuoi li posto, ma poi diventa lunghissimo). A seguire sono intervenuti altri studi, alcuni ne hanno dimostrato l’inefficacia, altri l’efficacia. Su quelli che ne hanno dimostrato l’inefficacia vi sono alcuni dubbi ben sintetizzati dal seguente articolo: https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/11/03/la-battaglia-scientifica-sullidrossiclorochina-inefficace-per-covid-e-pericolosa-no-non-lo-sappiamo-studi-parziali-e-frettolosi/5984096/?fbclid=IwAR3AgJLLOf82BOhVEEV7FTu9L8-n7m9AvfKhWqyaKN7eYB4GGTDLbzxJraM
          Fra i tanti studi che ne dimostrano l’efficacia alcuni recenti fatti in Arabia, Belgio, Italia. Lo racconta Antonio Cassone, ex Capo del Dipartimento Malattie infettive dell’ISS (H index 77) https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2020/08/28/news/ancora_l_idrossiclorochina_un_preludio_alla_resurrezione_-265603100/
          SEGUE PARTE 2

          • Ecco, vedi? Pensandoci un poco di più, i commenti diventano chiari e utili. Dobbiamo sempre sforzarci di fornire a chi ci legge modi e strumenti per verificare quel che stiamo scrivendo.

          • PARTE 2: Quello italiano è condotto da Iacoviello (H index 74) e Di Castelnuovo (H index 53) due scienziati di buon livello (quale motivo avrebbero a riaprire una questione ufficialmente chiusa?). Anche un prestigioso docente della Yale H. Risch (H index 88) https://www.alessandriaoggi.info/sito/2020/08/25/yale-university-contro-fauci-negando-il-plaquenil-ha-causato-la-strage/ ha condannato la bocciatura dell’idrossiclorochina. E Dider Raoult ha condotto in autonomia uno studio per dimostrarne l’efficacia. https://www.affaritaliani.it/cronache/idrossicolorochina-oms-coronavirus-studio.html.
            Fra i pochi studi che ne dimostrano l’inefficacia, due fra i più autorevoli sono controversi: sempre Cassone cita un articolo del Nature (altra rivista sacra) https://www.nature.com/articles/s41586-020-2558-4 che trae azzardate conclusioni da esperimenti fatti sui macachi. L’ultimo del NMEJM, https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2022926?query=recirc_mostViewed_railB_article, è stato fatto sui pazienti ospedalizzati, mentre i fautori dell’uso dell’idrossiclorochina hanno dagli albori sottolineato che il suo uso ha senso solo se preventivo, cioè alla comparsa dei sintomi, quindi è uno studio che non dimostra l’inefficacia della sostanza. Di fronte a tale spaccatura in campo scientifico, e soprattutto con l’evidenza che fra i principali studi “contro” 1 si è dimostrato clamorosamente farlocco e 2 sono stati molto controversi è doveroso porsi un paio di domande. O no? E vengo al discorso sull’intenzionalità: sforse sarò stato un po’ tranchant, ma formulare un’ipotesi in un caso come questo è il minimo dello spirito critico. Non dico di essere sicuro della mia ipotesi, ma mi sembra che sia giusto “aguzzare l’ingegno” di fronte ad un quadro come quello che ti ho appena descritto, o no?
            P.S. Ho definito geniale Dider Raoult in quanto ha dato contributi scientifici importanti e certificati, nell’isolamento o cura di morbi come Whipple, febbre Q, e altri, fra cui uno che porta il suo nome! Ha un H index pari a quello di Fauci (che a differenza sua, essendo un politico, è normale che venga citato non appena apre bocca). Credo che un po’ di credito più di altri lo meriti (così come i nostri Remuzzi, Mantovani). Come vedi è la natura della controversia a dare adito a dubbi, spero di essere stato più chiaro.

            • I dubbi cui fa riferimento GIAMPAOLO in questa specifica controversia sono anche i miei. E, segnalo, sono in crescita in una larga e molto trasversale fetta della popolazione fra quella più colpita dagli effetti economici e sociali del Virus.
              Nel piccolo e poco rappresentativo “campione” delle mie conoscenze iniziano ad essere tanti quelli che li esprimono, anche a partire da posizioni “insospettabili” e molto razionaliste.

              Il rischio, già più volte evidenziato, è che se “da sinistra” (quelli che dicono “amici di confindustria” e “lockdown fino alla vittoria”) in troppi risponderanno a questi dubbi a suon di “complottista/leghista” e non invece con un’analisi seria, laica, e priva di pregiudizi a partire da certi «nuclei di verità» così ben messi nero su bianco da GiamPaolo e da altri, la massa di gente preoccupata e dubbiosa che attualmente ribolle senza una “paternità” politica ben precisa verrà “cooptata”, sedotta e inglobata dal primo destrorso che saprà dare una risposta non dico corretta e onesta, ma anche solo credibile, ai dubbi di cui sopra.

  25. Una considerazione a margine, forse fuori tema ma collegata alle discussioni su “la paura del virus” che vince su ogni altra considerazione, con la priorià di gran lunga superiore a tutte le altre, annichilite di fronte al “ci sono i morti”.

    Stamattina mi ha colpito il titolo di un giornale (l’articolo non l’ho letto, era a pagamento) in cui quella che credo fosse un’intervista a personale del 118 era titolata “Portiamo i pazienti a morire”.

    Ecco, a prescindere dal contenuto reale dell’intervista, e con il massimo rispetto dei sentimenti e dei pensieri dell’eventuale operatore 118 intervistato, che verosimilmente “porta a morire” molte persone anziane nel corso di quest’emergenza e che ne avverte tutto il peso e l’angoscia e con cui io empatizzo assolutamente (solo per evitare accuse ribadisco che io per primo ho genitori anziani e ancora i nonni), io trovo che questo tipo di informazione sia scorretta.
    E abbia, come diceva ieri il primario di Genova, delle conseguenze anche sulla stessa gestione ospedaliera.
    Se “tutti” pensano in modo indifferenziato e generalizzato che “ti prendi il covid, passa l’ambulanza a prenderti e vai a morire in ospedale” non può che discenderne il panico.
    Non può che discenderne il fatto che vuoi fare il tampone anche se non hai i sintomi, che al primo starnuto affolli i centralini e i pronto soccorso, sottraendo tempo e risorse a chi invece sta male davvero, è veramente fragile ed esposto alle complicazioni e alla morte.
    (oltre a discenderne il fatto che non hai tempo né risorse psichiche per considerare questioni come il numero di terapie intensive in Germania paragonato alle nostre, o chiederti il perché dei differenti numeri di morti)

    Il motivo per cui posto questa riflessione qui è che qui spesso dai detrattori e dai portatori dell’ortodossia virocentrica sono state contestate le opinioni espresse dal blog e dai suoi commentatori, sono state richieste fonti, contestati numeri e interpretazioni (e le accuse però sono sempre state rintuzzate con precisione e con meticolosità).
    Non mi sembra che la stessa richiesta di fonti, numeri e dimostrazioni matematiche delle interpretazioni adottate venga richiesta da chicchessia ai media mainstream che da mesi ormai lavorano in una sola direzione: quella della paura e del caos informativo.

  26. @Isver – Perdonami se insisto. Dal sito della Pfizer (qui: https://www.pfizer.com/news/press-release/press-release-detail/pfizer-and-biontech-announce-vaccine-candidate-against) appare chiaro che la sperimentazione non è stata effettuata su 44.000 malati Covid-19 (per inciso: valli a trovare 44.000 malati Covid-19 da sottoporre a test sperimentale), bensì su 44.000 positivi al tampone Coronavirus (la frase dirimente è “The study also will evaluate the potential for the vaccine candidate to provide protection against COVID-19 in those who have had prior exposure to SARS-CoV-2,…”).
    Pertanto l’efficacia del famoso 90% non si riferisce ai malati ma ai positivi. Che è leggermente inferiore a quanto il nostro sisema immunitario sembrerebbe garantire allo stato attuale. Da notare che, mentre nella prima fase dell’epidemia (sostanzaialmente fino ad aprile) il rapporto tra malati Covid-19 e positivi SAR-CoV-2 era 1:4, ora siamo a poco più di 1:19, cioè quasi il 95% dei positivi non sviluppa la malattia.
    Un caro saluto, Erfolglos.

    • Non so esattamente cosa si intenda con quella frase, ma qualunque cosa si intenda, sicuramente non implica che tutti i 44.000 partecipanti alla sperimentazione fossero positivi. Avrebbero dovuto infettarli apposta per ottenere (forse) un risultato del genere. Non esiste un protocollo di quel tipo, si va in galera per molto meno. In ogni caso non avrebbe senso testare un vaccino su persone già positive, dal momento che il vaccino dovrebbe produrre anticorpi per neutralizzare il virus appena questo entra nell’organismo.

      Comunque sia, la sperimentazione funziona in un altro modo. I partecipanti alla sperimentazione sono 44.000. A metà di questi è stato inoculato il vaccino. All’altra metà il placebo. Nessuno ovviamente sapeva se avesse ricevuto il vaccino o il placebo. Poi tutta questa gente ha continuato a fare la propria vita, esponendosi al rischio di contagio come tutti gli altri. Qualcuno si è ammalato di Covid. Altri saranno stati contagiati senza manifestare sintomi, ma il loro numero è irrilevante. Arrivati a un certo numero di malati, è stata verificata la proporzione tra i malati che avevano ricevuto il vaccino e quelli che avevano ricevuto il placebo, e si è riscontrato che tra chi aveva ricevuto il vaccino quel numero era inferiore di oltre al 90%. Per questo si dice che il vaccino sia efficace al 90%.

      • Repubblica ci informa che la sperimentazione del vaccino di Pfizer è stata completata, con un articolo richiamato in home page in questo modo che spero ironico:

        Vaccino, la risposta di Pfizer a Moderna: “Test conclusi, efficacia al 95%”

        L’annuncio di Moderna: “Nostro vaccino efficace al 94,5%”

        Vabbe’…

        Comunque alla fine sono arrivati a 170 malati di Covid totali, di cui solo 8 tra i vaccinati. I casi gravi sono stati 10, di cui solo uno tra i vaccinati. L’articolo parla anche di un’efficacia del 94% negli anziani, che sarebbe un grande risultato, soprattutto per un paese come l’Italia. Finora l’85,5% dei morti aveva più di 70 anni.

  27. “The study also will evaluate the potential for the vaccine candidate to provide protection against COVID-19 in those who have had prior exposure to SARS-CoV-2,…” una quota è riservata probabilmente a “guariti”.
    Per validare i risultati della sperimentazione vengono testati nelle varie fasi i volontari in siti che hanno sviluppato diffusione nella comunità:il 90% si dovrebbe riferire ad una situazione che è sperimentata in condizioni di cui alla fase 3, quindi non su volontari che vivono in Nuova Zelanda per dire.
    @Isver, per quanto riguarda il Remdesivir, non so quale sia il profitto(360 euro a fiala/die, riferendomi alle interrogazione dell’ ex ministro della salute Grilli) dell’ industria che vanta il brevetto relativo, per l’ erario i costi benefici rispetto al semplice betametasone, ad oggi la cura più efficace(!), sono evidentemente valutabili in base ai dati: anche le terapie basate su anticorpi ottenuti dal plasma dei guariti hanno dei costi importanti. Forse c’ è un collo di bottiglia di contabilità nazionale alla base?

  28. A furia di rimestare nelle stesse idee, si finisce in vicoli senza uscita. DAD: non stiamo facendo una disamina comparata fra due sistemi. Viene vietata la didattica in aula, sostituita con quella virtuale. Nessuna scelta. Quali sono le motivazioni? Forse la riscoperta del maestro Manzi? Perché non utilizzare la tv? Forse perché diverse lobby premono per l’ampliamento della rete con lo storytelling di un mondo nuovo, ma che persegue solo obiettivi finanziari? Open fiber, tanto per dirne una, non è forse la concretizzazione di questi interessi lobbistici collusi con i partiti?
    Nelle società le carceri, le caserme, i manicomi e le scuole hanno trovato specifiche forme istituzionali. La scuola in particolare è carcere, caserma, manicomio. Sarebbe interessante, utile, necessario, uscire dalle aule per vedere dal vivo le cose, e, invece, ecco la DAD, il nuovo Panopticon, aggiornato e diffuso.
    Pandemia: dall’inizio è stata contrapposta la lotta al virus e l’urgenza della crescita economica. L’inconciliabilità è però insita nel sistema. La finanza non conosce ragioni. Finiamo così per confondere gli effetti con la causa. La causa della pandemia non è tanto nel pipistrello cinese quanto nel sistema finanziario globalizzato che ha prodotto, negandolo, lo stravolgimento dell’ecosistema. Insieme al virus, potrebbe accadere che una centrale nucleare francese dia di matto o che il metano racchiuso nel permafrost siberiano ci venga a trovare. Quale sarebbe la reazione? Tamponare in modo più o meno coercitivo e sconclusionato gli effetti del virus e delle radiazioni o del gas letale e ribadire la priorità dell’economia della crescita smodata. Gli utili idioti non mancano alla bisogna.
    Siamo ricchi da poter stare mesi senza produrre artefatti ma privilegiando le attività fondamentali, come la scuola e la salute per tutti, ricorrendo a una opportuna ridistribuzione delle ricchezze…ah, no, questo sarebbe per il potere ben peggio del virus!
    Quindi tutti a ciarlare di libertà, forse quella di consumatori-ingranaggi di un sistema realmente totalitario ai quali risulta insopportabile la mascherina ma che non vedono l’ora di ricominciare tutto esattamente come prima. Tranquilli: andrà tutto bene.

  29. Intanto il sindaco di Bologna Virginio Merola ha deciso che d’ora in poi le manifestazioni dovremo andare a farle fuori dal centro storico:
    https://bologna.repubblica.it/cronaca/2020/11/11/news/merola_chiude_piazze_e_strade_agli_eventi-274017844/
    Shopping e struscio vanno benone, mentre “eventi” e “manifestazioni” creano assembramento. A proposito di «rinunciare a qualcosa (e poi a qualcos’altro)»…
    Mentre a Genova, l’incazzatura degli operai annulla il distanziamento, anche con i poliziotti, che però hanno il buon senso di togliersi il casco (!):
    https://video.repubblica.it/edizione/genova/protesta-arcelor-mittal-a-genova-i-poliziotti-si-tolgono-il-casco-davanti-agli-operai/370923/371532?ref=RHTP-BH-I273998024-P5-S1-T1

  30. Grazie WM per aver coniato questo nome per il Regno immaginario in cui siamo stati tutti catapultati. Stempero la tensione e risollevo l’umore con un passatempo un po’ fanciullesco: ogni giorno scelgo dei personaggi che meritano di popolare la terra di Assurdistan. Perciò scusate se vado OT rispetto al serissimo fulcro del thread ovvero la DAD e vi racconto chi sono i due nuovi abitanti del Regno.
    Ormai mi sono rassegnata all’idea che esista un galateo della mascherina e mi capita di scrutare gli altri per capire se appartengano alla schiera dei ligi o abbiano un atteggiamento più rilassato. Io oscillo tra l’uno e l’altro. Sul luogo di lavoro devo rispettare un protocollo rigido, sopporto per ore anche la FFP2, ma avendo contatti prolungati e diretti con tantissime persone ed operando in una veste istituzionale mi pare corretto e lo accetto. Ma se cammino per le strade semi deserte in orario serale mi rendo conto della inutilità del presidio e mi limito a portare al collo un pezzo di stoffa colorato da tirar su se compaiono lampeggianti blu all’orizzonte. Ed oggi camminavo a passo svelto nella semioscurità di una strada extraurbana e scorgo in lontananza una signora intenta nella sua camminata veloce. Abitando in un paese in cui ci si conosce più o meno tutti individuo di chi si tratta: una donna che ho notato spesso perché anche in luoghi chiusi indossa la mascherina sotto al naso ( prassi che detesto perché mi sembra che mimi un bavaglio, senza contare che perde gran parte della sua efficacia). Ci incrociamo per un nano secondo sul marciapiede a debita distanza. Io tiro dritto ed a metter su la mascherina proprio non ci penso, lei invece la afferra con entrambe le mani e se la piazza davanti al viso accompagnando il gesto con espressione arcigna. Cittadina onoraria dell’Assurdistan.
    Il secondo personaggio è l’autore di questo articolo…
    https://archive.vn/xB2yH
    Dopo un susseguirsi di titoli catastrofici e apocalittici mi ha stupito che abbia osato un registro diverso.

  31. In generale quasi tutti i commenti sono interessanti, importanti molte volte, ma scusate se ne seleziono solo due, per la verità due passi da due commenti, che fra tutti, secondo la mia sensibilità, sono da tener bene in mente, bisogna pensarci, rifletterci.

    Il primo è di WM1: ” In questo gioca un certo cattolicesimo – il più retrivo e ipocrita, quello descritto in alcuni racconti di G.A. Cibotto – che infatti è eruttato fuori dalla crepa aperta dall’emergenza e adesso scorre sui social, soprattutto tra i “compagni”.” Nello specifico si discuteve dalla libertà, individuale, sociale, ma quell’ “In questo” lo possiamo leggere più in generale come questa situazione in cui ci siamo trovati gettati. Vi sono alcuni valori della cultura cristiana, ad esempio l’idea della mortificazione della propria vitalità come nobilitazione di se stessi, che in qualche modo permangono anche in una società laica. Un certo gusto nel soffrire. Mortificazioni secolarizzate. C’è qui un senso filosofico: anche la “morte di dio” ha significato la morte di alcune rappresentazioni di dio, ma molte altre sono sopravvissute e si sono infilate nei meandri più impensabili, perfino nella scienza, e fanno sopravvivere dinamiche di carattere psicologico e sociale appartenenti ad una cultura che la cultura attuale crede di aver superato. Ma non lo ha fatto.

    Il secondo è di Filo a piombo: “Io non credo dovremo continuare a proiettare la nostra sofferenza solo sui bambini e sugli adolescenti. Stiamo soffrendo tutti ed ostentare forza e sopportazione non può aiutare i più deboli. Anzi li avvilisce.” Sono totalmente d’accordo, anche se sono il primo che ostenta forza e sopportazione. Anzi, ti ringrazio di avermelo fatto notare. Fingo sicurezza e forza per contrastare una pulsione che fa sì che l’indice di misantropia, più o meno tollerabile in ognuno di noi, se a bassi livelli, non cresca esponenzialmente più o meno come i casi di contagio. Dobbiamo manifestare un certo distacco, perché sappiamo che è stupido odiare gli stupidi. Però questo non fa bene ai più deboli, dici. E temo tu abbia ragione. Ma non so trovare altra postura esistenziale se non il distacco e il tentativo di comprendere.

    • Scherzando già a marzo si diceva che questo era un virus presessantottino (o post anni ’80, fate voi): non fare tardi la sera, attento agli sconosciuti, non andare nei luoghi di perdizione. Basta forse aggiungere “evita le strane idee che la scuola potrebbe metterti in testa” e direi che ci siamo. Certo è curioso che ci siano quelli che hanno fatto i decadenti per molti anni salvo poi rifugiarsi nel privato, al limite con un po’ di volontariato e qualche causa lontana.
      Della stessa famiglia c’è l’inasprimento dei provvedimenti: non ha funzionato perché sono stato sin qui poco severo, dovevo darti più legnate. Ragazzini di 12 anni, chi è che lo diceva?

    • Ciao Negante. Io l’ho detto solo perché, stranamente, in questo periodo mi viene spesso in mente mio papà. Credo che non si sia mai preoccupato delle conseguenze psicologiche che le sue azioni potevano produrre sui suoi figli. Questo lo ha reso totalmente libero di tuffarsi nella lotta, di ribellarsi sempre, era istintivamente combattivo perché altrimenti si sarebbe sentito spento. Non aveva una vasta gamma di emozioni,la rabbia si alternava alla felicità, fino a quando non si è ammalato. Ha fatto tantissime lotte in fabbrica coi suoi compagni, altri tempi si. È stato licenziato dalla Fiat e riassunto tutte le volte. Non si è mai preoccupato di perdere il lavoro e che la sua famiglia sarebbe rimasta senza il suo stipendio, perché tanto in qualche modo ce la saremo cavata. Vederlo lottare così tutta la vita è stato il più bell’ insegnamento che abbia ricevuto. Anche se non ha mai fatto nulla, direttamente, per me e mio fratello. Lottava per la sua libertà, ma era quella di tutti. Anche quella dei suoi figli.

      • Ciao Filo. Se comprendo bene, se posso estrapolare un senso generle dalla tua testimonianza, intendi dire che per i giovani, e nello specifico per i figli, è auspicabile un comportamento, da parte dei genitori, autentico, non artefatto anche pur con le migliori intenzioni. Non si tratta di nascondere le proprie preoccupazioni ai propri figli, bambini o adolescenti, ma di mostrare loro, con il proprio esempio, come si affrontano le avveristà. Tuttavia, se mi riconosco in questo modello come figlio, non lo posso fare come padre, perché il mio modo di vivere la paternità si fonda esclusivamente sul dialogo, sulla parola. Per me, che ho figli adolescenti, la cosa irrinunciabile è tematizzare il problema, parlare insomma. Ridurre al minimo l’implicito.

        • Negante, sei e siamo fortunati ad avere il dialogo, la parola. Pensiamo a chi non ce li ha o li ha infinitamente più limitati e non ha strumenti per “razionalizzare” e condividere a sufficienza. Poter verbalizzare il malessere in una situazione come questa aiuta parecchio, e chi come noi ha un certo grado di istruzione e figli adolescenti lo fa per forza di cose. Tematizzare, hai detto bene. È questo. Nella consapevolezza, però, che a loro forse sarà meno utile che a noi, proprio perché hanno l’età giusta per iniziare a capire certe implicazioni del vivere in Assurdistan e quello che li aspetta, e nessuna via per sfogare la frustrazione.
          Per questo dice bene filo-a-piombo. L’esempio conta. Si prova anche ad agire. Considerando che anche la parola è azione.
          Detto questo, ti confesserò una cosa, dal ciglio del baratro su cui ci troviamo. Il coraggio che mi dà l’individuo di sette anni che vive sotto il mio stesso tetto è una cosa che avrei fatto fatica a immaginare. È quell’hobbit, con il suo agire e il suo modo di affrontare le cose, a ricordarmi che auta i lómë, aure entuluva. La notte passa, verrà il giorno. E non l’avrei creduto. Chiedo venia per la citazione…

        • Ciao Negante, adesso per fortuna ci sono genitori come voi. Così attenti anche alle sfumature. Tu, Anne Bonn, Wu Ming 4, Robydoc. Solo per citare i richiami più recenti, nei vostri commenti hanno fatto capolino anche i vostri figli, anche con i loro vezzeggiativi: ” santissimo scorfano” ed Hobbit, per esempio. Ed è giustissimo in un post in cui si parla di scuola, metterli al centro del discorso, come invece hanno sistematicamente evitato di fare i sostenitori del lockdown fino alla morte e non, ironicamente, fino alla vittoria. In una polarizzazione così acuta, e così falsa, tra vita e morte niente altro ha importanza, figuriamoci le sofferenze di un bambino. Capricci. Sembra di vivere in un b movie americano di azione, in cui conta solo il pensiero veloce per salvarsi dal pericolo imminente. Per questo è possibile udire alcune frasi e i richiami alla forza ed alla coercizione. Chiunque abbia un figlio, e perfino un cane, e sia interessato a costruire un rapporto, e non ad instaurare un regno, non può puntare sul controllo e sulla coercizione, come viene invece fatto con noi adulti irresponsabili. Il nostro consenso non ha alcuna importanza, questo è ciò che si dice a suon di dpcm. Ovviamente, per il nostro bene… Fino a quando continuerà a resistere la mentalità dei fanatici delle maniere forti, a tutti i costi, saremo intrappolati in una contraddizione esplosiva che per ora ha le sembianze dello scontro fra la vita e la morte… Poi c’è anche il materialismo storico però che può spingere sul pensiero veloce e spostare l’attenzione sul conflitto reale. A quel punto il gap fra pensiero ed azione sarà polverizzato alla velocità della luce e potremo solo dare l’ esempio.

  32. Questo post di Wu Ming 4 fa capolino (al minuto 1:45) nel mio video illusionistico “Prison Break 1”: https://yewtu.be/watch?v=i3mSb7wTdo4
    Lo segnalo perché – nella sua cruda lucidità – il riferimento a “una generazione colpevolizzata, abbandonata, reclusa nelle proprie camerette a far lezione in pigiama, videodipendente e a forte rischio di depressione” mi è stato molto utile per trovare la voce da usare. Lo dico lì e lo ripeto qui: #restateacasa è la firma del nostro fallimento.
    P.S. Avevo già parlato di confinamento e derive poliziesche nell’episodio horror di Halloween, dedicato a un cartone animato di Betty Boop degli anni Trenta: https://yewtu.be/watch?v=D8iUJL_XYig
    (Volevo linkare invidio.us ma ha chiuso: se ci sono alternative, correggo prontamente.)
    (Aggiornamento Ho corretto su indicazione di WM1. Grazie!)

  33. […] L’estate ci ha dato l’illusione di normalità di cui avevamo estremamente bisogno e chi, pur critico nei confronti della gestione della pandemia, cercava di tenere un po’ su la guardia magari era tacciato di disfattismo, perché l’Italia era stata un modello di successo. Lo dimostrava il riacutizzarsi della pandemia all’inizio dell’autunno negli altri paesi europei, ma non da noi, no, siamo stati virtuosi e… aspetta… siamo forse tornati a marzo? L’atteggiamento schizofrenico a livello centrale ha come conseguenza in molti casi una rispost…,  […]

  34. Io mi sarei anche rotto di certa presunta sinistra che invoca misure ancora più strette e repressive a spron battuto dalle loro lussureggianti case da cui fanno “e-working”.
    Facile invocare lo state tutti a casa quando questo significa avere 90 o più m2 di appartamento, una stanza dedicata a studio, connessione veloce e laptop in quantità, compagna/o sotto lo stesso tetto, lavoro e stipendio garantito.
    Non accetto che questi individui mi facciano la morale sul quanto sia individualista il mio criticare la gestione della pandemia. Non accetto nessuna lezione sulla salvaguardia della salute, della società, degli anziani.
    Se ci saranno barricate, questi saranno di fronte a me con la polizia, non di certo al mio fianco…

    Scusate lo sfogo, ma ne leggo davvero troppe

  35. Devo dire che faccio veramente fatica a non mettermi a bestemmiare in serbo-croato quando sento magnificare la DAD, quando sento dire che grazie alla DAD c’è una maggiore interazione tra docente e studenti, che grazie alla DAD i docenti sono costretti a non essere pigri, ecc. ecc.

    Oltre al corso di analisi I per chimici del primo anno (in presenza, per ora), tengo anche il corso di analisi complessa per matematici del terzo anno, e da giovedì scorso mi hanno estirpato gli studenti dall’aula. Ora io devo andare in aula a parlare a un anfiteatro vuoto, guardando la telecamera mentre parlo senza vedere nessuno. Devo immaginare di avere davanti qualcuno che ascolta. Ma non posso immaginare qualcuno che interrompe e fa domande o osservazioni. Per farlo dovrei scivolare un po’ alla volta nella dissociazione. Devo stare molto attento a non guardarmi nemmeno per un momento dall’esterno, perché altrimenti comincerei a sentirmi come il tipo del film di Kubrick, in viaggio oltre Giove in compagnia di un computer impazzito e malvagio.

    Non potete immaginare la desolazione di percorrere i corridoi vuoti in un pomeriggio di novembre, entrare in un’aula vuota, collegare il portatile alla telecamera di sala, salutare gli studenti che sono tutti collegati da casa con telecamera e microfono spenti, parlare due ore tracciando geroglifici alla lavagna, rispondere se va bene a una o due domande che provengono da una cassa acustica sistemata in fondo all’aula, rimettere gli arnesi nello zainetto, ripercorrere i corridoi vuoti (aspettandosi da un momento all’altro di veder sbucare da qualche angolo un bambino su un triciclo), uscire nel buio deserto del coprifuoco sulla statale 14 e tornare a casa giù per le scalette bagnate di pioggia.

    Io con gli studi sulla meravigliosità dell’ e-learning mi ci pulisco il culo. Quando l’idraulico smonta un rubinetto, non gli si va a spiegare come deve fare il suo lavoro. Chi lo fa è talmente odioso che si è addirittura inventato un termine per etichettalo: umarell.

    • Studi fatti bene sulla meravigliosità dell’e-learning non ne ho visti molti; tu sì? Quelle che elenchi sono opinioni di singoli o strumentalizzazioni polemiche. Nessun professionista si sogna di progettare percorsi seri di apprendimento isolando gli studenti dai professori. Ho provato a spiegare altrove che le combinazioni di momenti sincroni ed asincroni *non* andrebbero usati come antidoto al lockdown.

      Mi dispiace leggere tanto livore nei confronti di chi si occupa di scienze cognitive. E’ una disciplina empirica che fa quello che può in condizioni di laboratorio molto complicate.

      Per questo il paragone con l’idraulico è sbagliato, così come sarebbe sbagliato sputare sulla filosofia della scienza perché intralcia la scienza. Senza la pedagogia un bravo educatore non sa spiegare perché è bravo. Senza riflessività non si è generativi. E’ triste che non vi accorgiate che quei ricercatori stanno dalla vostra parte.

      • «E’ triste che non vi accorgiate che quei ricercatori stanno dalla vostra parte.» Sarebbe opportuno quindi chiarire le posizioni sia dei ricercatori che delle istituzioni coinvolte, oltre che, come si diceva sopra, porre rilievo su eventuali elementi di conflitto all’interno della ricerca stessa, invece di evidenziare le pecche di chi ne discute magari animatamente. Qualunque ricerca scientifica o attivitá esplorativa racchiude all’interno dei conflitti e nel caso delle scienze cognitive, a mio parere, questi diventano molto rilevanti. Comprendo e accetto che la scienza si occupi di cercare il vero senza interessarsi troppo delle applicazioni pratiche; personalmente però ho seri dubbi sul fatto che chi investe in questa ricerca (anche uno stato) lo faccia avendo in programma gli interessi della collettivitá e non quelli specifici della classe dominante. Non mi sembra qui si stia mettendo in dubbio la validitá pratica della ricerca, più che altro l’introduzione di uno strumento che, per com’é ora perlomeno, non serve a molto, anzi, potrebbe creare problemi a tanti.

        • Ho letto il tuo post sulla situazione in UK e mi dispiace molto. E’ la stessa in Belgio, dove vivo.

          Condivido le tue considerazioni sui conflitti d’interesse, ma non capisco perché alimentare un clima di sospetto se gli esperti danno ragione agli insegnanti nell’avvertire dei rischi anche a lungo termine dell’insegnamento a distanza, nel comunicare l’importanza di riaprire le scuole, e nel dare importanti raccomandazioni per poterlo fare in sicurezza per studenti e personale.

          Fonti:
          – Documento condiviso dalle Accademie Americane delle Scienze, Ingegneria e Medicina: https://www.nap.edu/download/25858 + webinar https://covid19conversations.org/webinars/k-12-education
          – Documento della Federazione Americana degli Insegnanti: https://www.aft.org/sites/default/files/covid19_reopen-america-schools.pdf

          • Scusa Roy, ma seriamente mi stai chiedendo di usare come riferimento un sistema scolastico e governativo che ha fin’ora accettatto un politica di investimenti nell’educazione, intenzionale e sistematica, fatta per favorire le classi più affluenti a discapito di quelle più povere?[1]

            Inoltre, quando dico che ho seri dubbi sul fatto che gli investimenti nel campo delle scienze (cognitive ma non solo) siano elargiti con “nobili” intenzioni, esprimo scetticismo, non sospetto. Uno scetticismo radicale e agnostico causato dal fatto che, per esempio, nonostante gli esperti/scienziati non abbiano nemmeno completato lo sviluppo di una terminologia precisa che aiuti tutti (e quando dico tutti mi riferisco anche a gente che non mastica l’inglese) a comprendere ciò che si sperimenta in laboratorio, l’industria e le istituzioni hanno deciso, insieme, che implementare questo nuovo meccanismo fosse un atto praticabile e utile, per di più in una situazione di emergenza e stress per le famiglie.

            [1] https://edbuild.org/content/23-billion#CA

            • Ho segnalato questi report americani perché sono chiari, completi, sintetici e largamente condivisibili. Nella tua critica stai confondendo piani diversi: l’Accademia delle Scienze (un’ONG) non è il ministero di Betsy DeVos. L’American Federation of Teachers è un sindacato di insegnanti, non è la conferenza dei rettori.

              Sinceramente non capisco se non hai aperto i documenti, o se sono io che non riesco a spiegarmi.

              Dal primo: «Any discussion of public schools in the United States needs to begin with an acknowledgment of the profound inequities that have characterized the system since it was established. […] In sum, any decision about school reopening and operation has to be informed by existing disparities in resources and infrastructure. Without careful attention to equity and inequity, plans for moving ahead in the 2020–2021 school year run a very real risk of exacerbating the existing inequities in ways that could have serious long-term, detrimental consequences for students, families, and communities.»

              Il secondo è una dichiarazione di guerra a Mitch McConnell e chiede «an immediate, massive reinvestment in public services».

              Sul secondo punto ti sei risposto da solo: «l’industria e le istituzioni hanno deciso, insieme, che implementare questo nuovo meccanismo fosse un atto praticabile e utile». L’ho già detto e lo ripeto: ci sono decine di articoli peer-reviewed scritti prima della pandemia che testimoniano che a livello internazionale la maggioranza dei ricercatori considererebbe la generalizzazione dell’insegnamento a distanza una scelta stupida, disinformata, e sciagurata. Sfogare la propria rabbia su di loro significa sbagliare bersaglio. Sarebbe come dare la colpa ai climatologi se i politici ignorano il global warming.

              In fase COVID-19 qualcuno sta già avendo abbastanza dati per pubblicare e tirare campanelli d’allarme sulla situazione di Belgio, Olanda, USA:
              https://feb.kuleuven.be/research/economics/ces/documents/DPS/2020/dps2017.pdf
              https://osf.io/preprints/socarxiv/ve4z7/
              https://www.nber.org/system/files/working_papers/w27431/w27431.pdf

              Infine che ci sia confusione sulle terminologie dimostra che gli insegnanti sono stati lasciati soli e che il mondo del marketing ha depredato concetti più o meno sperimentali svuotandoli di senso.

              • Hai ragione, perdonami, ho deciso di non seguire quei link e me ne scuso; quelli che hai postato sopra aprivano finestre su organizzazzioni che nonostante si occupino di pedagogia accettano acriticamente sponsorizzazioni da Nestlé e produttori di latte in polvere.

                Purtroppo soffro di un bias cognitivo che mi rende incredibilmente difficile comprendere e condividere i princípi e il metodo sia di insegnamento che di lotta al sistema adottato dalla quasi totalitá degli insegnanti, nelgi Stati Uniti come in UK e in Italia. Dal mio punto di vista il comportamento della stragrande maggiornza degli educatori, in questo tragico momento, servirá solo a rinforzare e riprodurre interessi corporativi e statali.

    • @tuco, non ti consolerà, ma la dissociazione che descrivi è stata definita «disembodied presence» in letteratura.

      «Thus, the role of the teacher and his perception of the situation is changing from a traditional focused physical presence in the classroom switching between monologues and dialogues with the students in the classroom to what might be called a disembodied presence. The teacher is present in two places at the same time without being really present anywhere.»

      (Nortvig, A-M 2013, In the Presence of Technology: Teaching in Hybrid Synchronous Classrooms. in M Ciussi & M Augier (eds), Proceedings of the 12th European Conference on E-Learning. Accessibile qui: https://issuu.com/acpil/docs/ecel2013-proceedings-vol2)

      • Ciao Roy, molto interessanti i tuoi interventi. Tra l´altro in parte questa dissociazione con le lezioni online la provo anche io.

        Ti volevo chiedere se puoi suggerire un buon manuale/insieme di articoli per approcciarsi alle lezioni a distanza.

        Come scrivevo in un altro intervento, sono professore universitario e sto trovando varie difficoltá nelle lezioni a distanza. Diciamo che sono mediamente sottotono rispetto a quelle in presenza che avevo prima. Sicuramente si puó migliorare anche perché, a causa della rapiditá con cui é avvenuto il tutto e nel timore di creare una gran confusione modificando troppo i corsi, i nuovi corsi online sono sostanzialmente una “traslazione” in rete dei vecchi corsi in presenza e sicuramente il vecchio formato non si adatta troppo bene a al nuovo.

        La mia universitá ha predisposto un ufficio per dare suggerimenti, ma, devastato creodo dal numero di richieste, il suo aiuto é stato abbastanza limitato.

        Grazie in anticipo.

        • Ciao Alessio, perché non lo chiedi ai tuoi studenti come vorrebbero che tu insegnassi loro? È una domanda che avrebbe senso a prescindere dalla dad. Io non so che materia insegni e mi risulta davvero incredibile pensare che, per alcuni insegnanti, questa possa essere una alternativa. Anzi addirittura, a volte, una valida alternativa. Gli insegnanti sono parte del problema, anche se ora si stupiscono che gli studenti siano così passivi e disinteressati. In realtà si stupiscono e si preoccupano veramente solo quelli come Tuco o come plv ( avevano già ben presenti i limiti della situazione scolastica), per cui la scuola ha un valore formativo ed integrativo che supera la trasmissione della nozione. Comunque l’ altro giorno ho detto ad un ragazzo fuori da scuola: ” se avessi la tua età, tutto questo mi sembrerebbe un incubo” e lui mi ha risposto, asciutto e desolato: ” tutto questo è un incubo”.
          In una lezione a distanza di antropologia sul rapporto tra culture differenti, una giovane insegnante per tenere sveglia la nostra attenzione ci ha proposto l’ analisi di due video musicali: ” This Is America” e ” This is Nigeria” per mostrarci le parentele fra culture, il filo sottile che tiene legata ogni cosa e spazza via il concetto di etnia. Non è stato possibile creare un dibattito, anche se l’ intuizione della giovane insegnante, di sintonizzarsi sullo stesso canale comunicativo degli studenti, era una ottima intuizione. Peccato che la dad non preveda, per sua natura, la possibilità di uno scambio reciproco, di una trasmissione orizzontale, di una discussione. Tutto molto bello… È riuscita a catturare la nostra attenzione ma purtroppo non sapeva neanche chi avesse di fronte e con chi stesse parlando. Ha dovuto inventare di sana pianta un “pubblico” a cui rivolgersi. Il messaggio è arrivato e anche la sensazione di impotenza reciproca. È questo lo scopo della scuola?

        • Ciao Alessio, ti ringrazio. Dichiaro il mio conflitto d’interesse, anticipato in un commento precedente: lavoro per un’azienda che vende una piattaforma per fare quiz in diretta; in questi mesi i miei capi si «fregano le mani», tanto per citare i WM, e non intendo abusare di questo spazio. Non ho nessun tipo di affiliazione con le persone citate di seguito.

          Sui principi dell’apprendimento in generale segnalo il libro divulgativo: “Understanding How We Learn” (2018), di Weinstein, Sumeracki, Caviglioli.

          Segnalo poi il numero speciale della rivista “Essere a Scuola” pubblicato già a marzo 2020, con vari spunti sulla DAD: https://www.morcelliana.net/img/cms/Rivista%20ESSERE%20A%20SCUOLA/Eas%20speciale.pdf.

          Un bel riassunto pratico lo da il documento del SIREM (Società Italiana di Ricerca sull’Educazione Mediale): https://www.unifg.it/sites/default/files/allegati/12-03-2020/universita_-_la_sirem_per_la_didattica_a_distanza_ai_tempi_del_covid-19_1.pdf.

          Una buona lezione universitaria dovrebbe mantenere l’interattività tra docente e studenti, e di questi ultimi tra di loro. Chi segue lezioni “tradizionali” e non-interattive ha una probabilità di fallire l’esame che è 1,5 volte quella di chi ha goduto di attivazione cognitiva in varie forme [1]. Lo studio parla di lezioni frontali, ma il principio è estendibile a maggior ragione alla DAD.

          Senza voler riprogettare interamente i corsi, diventa quindi molto importante ristabilire un canale di feedback. Fare dei sondaggi in diretta e poi dare un feedback non è soltanto utile per monitorare la comprensione di un pubblico anche ampio o auto-valutarsi, ma aiuta anche a strutturare la conoscenza degli studenti («testing effect»). Le domande aperte sono quelle funzionano meglio. Esiste vasta letteratura in merito [2,3] e il metodo è apprezzato dagli studenti [4]. E’ molto importante dedicare tempo per spiegare loro l’obbiettivo didattico di questi strumenti. I quiz si possono erogare in diretta via app specifiche, o tramite i classici LMS (Moodle, ecc.).

          In bocca al lupo!

          [1] https://doi.org/10.1073/pnas.1319030111
          [2] https://doi.org/10.1016/j.compedu.2009.05.001
          [3] https://doi.org/10.1037/a0037559
          [4] https://doi.org/10.1007/s11528-017-0188-y

    • Siccome è stata citata la mia osservazione sulla pigrizia, mi sento di specificare che – come del resto scritto chiaramente – non era intesa a legittimare l’attuale stato di cose per come descritto nel commento. Parlavo solo di un’aggiunta a una didattica interamente frontale – e cioè la registrazione (lo streaming non sarebbe nemmeno necessario, anche in vista delle difficoltà tecniche menzionate da Girolamo) delle lezioni, rese disponibili per tutti i cittadini. Il che, sì, potrebbe spingere almeno tanti docenti che conosco (ma non solo, direi, visto che non reputo la mia università fra le peggiori d’Italia) a lavorare più seriamente, cioè a limitare gli assenteismi, i ritardi, e a rapportarsi con gli studenti in una maniera più seria e professionale, sia dal punto di vista didattico che di atteggiamento.

      Peraltro, il paragone con l’idraulico non regge perché il professore lavora con studenti e non con tubi: i primi hanno capacità d’intendere e di volere, i secondi no.

      Infine, una curiosità sul tema in senso lato per chi non lo sapesse: gli studenti sono già soliti riprendere spesso, senza dirlo, le lezioni dei docenti, per poi passarsele su internet. Tutto ciò per migliorare la preparazione sia dei frequentanti che di chi non può frequentare frequentanti. Uno strumento quindi che riduce, anziché approfondire, le differenze fra studenti.

  36. Ecco in Veneto oggi il leader Maximo ci ha ordinato questo:
    “a.2. È consentito svolgere attività sportiva, attività motoria e passeggiate all’aperto, presso parchi pubblici, aree verdi, rurali e periferiche, ove accessibili, purché comunque nel rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno due metri per l’attività sportiva e di almeno un metro per ogni altra attività e in ogni caso al di fuori delle strade, piazze del centro storico della città, delle località turistiche (mare, montagna, laghi) e delle altre aree solitamente affollate, tranne che per i residenti in tali aree;”
    cosa vorrà mai dire lo sa solo lui.

  37. In Campania, a Napoli, invece, ci ritroviamo l’esercito a “contingentare” (?) gli accessi al lungomare, ai Decumani, alle poche piazze che l’urbanizzazione selvaggia concede al centro storico.
    Chiude l’unico parco urbano degno di tale nome, per l’eccessivo affollamento.
    Certamente i luoghi all’aperto si che sono pericolosi!!!!
    Ma ce lo meritiamo, siamo stati indisciplinati, irrispettosi, abbiamo affollato il lungomare in una giornata di sole. Come sempre. Ma oggi è una brutta notizia.
    Punizione meritata.
    E zona rossa, forse, in arrivo. Per restare a tempo indeterminato. Tanto si sa, con gli algoritmi oscuri non si dialoga.
    Le scuole, per carità, restano chiuse, a prescindere.
    Sono stanca di questo regime terapeutico.
    Continuo a leggere qui, e vi ringrazio, per essere la zattera della mia mente.

    • Ora io dico, d’accordo che alla saturazione probabilmente arriverà anche la Germania con il quadruplo di terapie intensive dell’Italia, ma ci arriverà più tardi, salvando più gente e magari più a ridosso della bella stagione. Ci avrebbe fatto schifo?
      Reparti in più, ospedali da campo militari, magari fuori dai centri abitati, per decongestionare i PS civili… Forse sarebbe questo da far fare all’esercito anziché presidiare le strade come se dovesse esserci il colpo di stato. Per ora l’EI ha aperto i presidi medici che fanno i tamponi, ma più che tamponi in certe regioni del sud servono proprio i posti di ricovero, fosse anche perché uno non debba morire nel corridoio o nel cesso di un ospedale.
      Altro che scuole elementari chiuse.

      A proposito, in un post del 25 Aprile scorso, commentando la riapertura delle librerie e la prima visita di un paio di bambini alla libreria per ragazzi Giannino Stoppani di Bologna, scrivevamo questo:

      «Questo momento di libertà è idealmente dedicato a chi per mesi ha dipinto i bambini come untori perfetti, potenziali omicidi dei loro nonni; a chi già prima della pandemia li definiva “maligni amplificatori biologici che si infettano con virus per loro innocui, li replicano potenziandoli logaritmicamente e infine li trasmettono con atroci conseguenze per l’organismo di un adulto” (Roberto Burioni, 31/03/2019); a chi ha scatenato il panico sociale contro di loro, spingendo i genitori a murarli vivi dentro casa, in certi casi rimandando perfino importanti visite mediche o terapie per loro essenziali. La pericolosità dei bambini è stata presa per oro colato, anche se i dati sul comportamento del Covid19 sono ancora contraddittori. Il 21 aprile scorso, il virologo dell’università di Padova Andrea Crisanti, che ha condotto lo studio sul focolaio di Vo’ Euganeo, ha fatto sapere che in quella comunità “i bambini sotto i 10 anni, seppure conviventi con infettati in grado di infettare, non si infettano. E se sono negativi non infettano”. […] Insomma, molti aspetti delle modalità di trasmissione di questo virus non sono ancora chiari, e sarebbe davvero paradossale se un domani dovesse emergere che abbiamo segregato i bambini più piccoli per niente, con un provvedimento dettato dal panico

      Crisanti ha ribadito il concetto in un’intervista a radio Capital dell’altro giorno:
      https://video.repubblica.it/dossier/coronavirus-wuhan-2020/coronavirus-il-microbiologo-andrea-crisanti-a-radio-capital-and-8220il-governo-vuole-evitare-il-lockdown-non-ci-scommetterei-una-lira-and-8221-and-8221/370985/371593

      Del resto anche un recente articolo apparso sulla rivista Nature conferma che i bambini entro i dieci anni non sarebbero infettivi e che in generale le scuole primarie non sono “punti caldi” per le infezioni da coronavirus:
      https://www.nature.com/articles/d41586-020-02973-3

      Dunque non solo non abbiamo quadruplicato i reparti di TI (ma nemmeno raddoppiato); abbiamo anche bruciato metà anno scolastico a una generazione per niente, tanto per chiudere qualcosa che non impattasse sull’economia.
      E i campani si ritrovano l’esercito sul lungomare e i bambini di nuovo a casa da scuola. I morti in corsia e l’analfabetismo tra le mura domestiche. E all’insegna dell’autoironia meridionale, la Campania è regione “gialla”.

      Sappiamo che nessuno pagherà mai per tutto questo, ma è incredibile che i riot siano ancora poca cosa.

      • “abbiamo anche bruciato metà anno scolastico a una generazione per niente, tanto per chiudere qualcosa che non impattasse sull’economia”. Frase chiave, che descrive un aspetto della gestione della pandemia che riassume tutto. I provvedimenti abborracciati, presi perché qualcosa si deve pur fare sennò la gente ci corre dietro (ultimo in ordine di tempo, l’odierno cambiamento cromatico della Campania), senza seguire alcun criterio basato sulle evidenze, sostanzialmente a casaccio. E la questione economica messa avanti a ogni piè sospinto ma anche qui in un ordine sparso che, per mascherare la vera ratio (teniamoci buono Bonomi), risulta insensato, per cui stiamo ancora a chiederci perché il ferramenta chiude e il parrucchiere no, perché il negozio di scarpe chiude e il tabaccaio no, perché per mesi mi hai detto che dovevo indossare la mascherina se volevo avere una parvenza di vita normale e poi mi chiudi in casa lo stesso. Con un misto di sofferenza e orgoglio ascolto mia figlia ottenne che descrive tutte le procedure che devono (i bambini) applicare per sedersi al banco, per fare la ricreazione, per mangiare a pranzo, per entrare e uscire dall’edificio scolastico, e mi domando se e come quest’esperienza surreale li farà maturare o li segnerà in qualche modo. E sempre con un misto di sentimenti, ma questa volta fra la rabbia e l’indignazione, penso che tutto questo si poteva evitare, se invece di una generazione cresciuta tra craxismo e berlusconismo, avessimo avuto come classe dirigente una generazione memore degli anni di scuola. Forse è davvero colpa nostra.

  38. Volevo già scrivere a Floria che la decisione di mandare l’ esercito in Campania equivale, sicuramente, ad una sconfitta su tutta la linea ma anche ad una provocazione. Perché si invoca l’ intervento dell’esercito al grido di ” bisogna fare rispettare la legge”. Insomma sempre colpa dei soliti irresponsabili. Si continua a trattare un problema sanitario come un problema di ordine pubblico. Forse però si sta alzando troppo il tiro e sembra quasi si voglia buttare benzina sul fuoco. Giggino dice che non è colpa del governo se le discoteche sono rimaste aperte. Nel frattempo De Luca querela Ricciardi. E Crisanti spiega che dopo Natale si arriverà quasi certamente alla chiusura. Se non prima. Continua, abbastanza inascoltato, a sostenere l’ importanza di un sistema di tracciamento massivo e rapidissimo sui tamponi molecolari. Crisanti stesso, come detto già da Isver, ha anche proposto la soluzione per ottenere un tracciamento rapido. Nel frattempo si parla di vaccino ed in Lombardia non c’è neppure il vaccino antinfluenzale per gli anziani. Nell’ ex reparto di mio fratello hanno trovato due positivi e a lui, che è stato spostato in un altro reparto, hanno detto che farà il tampone settimana prossima. Probabilmente… E solo a lui. Alla faccia del tracciamento e della diffusione del contagio. Nel frattempo deve andare al lavoro, mettendo a rischio l’ incolumità di mia mamma. Senza tracciamento dei piccoli focolai, possiamo anche impegnarci al massimo, la diffusione del virus continuerà liberamente ed indisturbata. L’ importante è tenere a casa i bambini. Chiudere le attività e non le grandi fabbriche e rendere inaccessibili tutti gli spazi aperti sicuri. Insomma, siamo sulla strada giusta… Cuba sotto embargo riesce a fare meglio dell’ Italia. Il modello, per eccellenza,per tutto il mondo.

  39. Bene… Ci siamo ufficialmente guadagnati la zona arancione. Credo che si stiano portando le persone allo stremo delle energie fisiche e mentali e allo stremo delle risorse economiche. Oggi ho parlato con una signora che mi ha detto che la sua mamma anziana è sempre stata molto sedentaria e che, invece, da quando hanno imposto divieti e restrizioni sente, ” improvvisamente”, il desiderio di uscire ed anche di vedere gente, andare al mercato… Mi sembra davvero significativo che, chi non ha paura di morire, non voglia vivere come una reclusa per il resto dei suoi giorni. Magari questo spirito si trasferisse per magia ai fanatici delle regole e ad i carcerieri della porta accanto. Quelli che a priori, a prescindere da qualunque considerazione, applicano un solo ed unico metro di giudizio alla realtà.

    • Filo a piombo, mi hai fatto pensare a mio zio che da giorni, ovvero da quando hanno imposto il divieto di uscire dalla struttura per anziani che lo ospita, scavalca un muro di cinta e letteralmente fugge. Preferisce rischiare il femore piuttosto che anchilosarsi essendo da sempre abituato a camminare tantissimo senza meta.
      Alla fine forse le persone più avanti con l’età manifestano persino più smania dei bambini e dei ragazzi, la maggior parte dei quali mi sta stupendo per lo stoicismo con cui affronta procedure, protocolli, divieti, limitazioni.
      Ciò che mi fa più rabbia è che sembra che il prezzo che stanno pagando sia un male necessario. Ha suscitato tanta indignazione la frase del presidente della Liguria sulla categoria degli ‘improduttivi” e vorrei ben vedere, ma la
      logica che si sta applicando agli under 20 ( ed oltre per quanto attiene l’Università) mi pare identica.
      L’altro giorno una amica che da ragazzina fuggiva nottetempo di casa e “rubava” la macchina dei genitori per andare in discoteca mi ha raccontato di essere stata in procinto di chiamare i carabinieri avendo notato un gruppo di ragazzini vicini tra di loro e senza mascherina.
      Ho pensato le avessero fatto il lavaggio del cervello.

  40. “un paese che per primo ha chiuso le scuole, per ultimo le ha riaperte, per unico le ha richiuse”. Un’affermazione sicuramente vera alla lettera ma di cui non capisco bene il senso. Penso che una frase del genere oltre che inutile, rischia di rinchiudere il discorso sulla DAD al di fuori della doverosa analisi sui processi capitalistici innescati dal Covid (che a sua volta è stato con tutta evidenza innescato dallo stesso capitalismo, e senza un cambio di direzione non capitalistico chi ci assicurerà che dopo il covid-19, non venga fuori il 20, 21 etc?).
    Dopo poco più di un mese di scuola in presenza, mia figlia, al primo anno di liceo, in pratica da un giorno all’altro, si è ritrovata a dover fare tutti i santi giorni di scuola a casa. NOn le hanno abbonato neanche il sabato… A questo punto in proiezione avrà iniziato il liceo, e quindi avrà fatto piuttosto on line che off line! Non è una previsione irrealistica, anche considerando la “tattica dell’emergenza” che in Italia è tanto in voga e che di cui anche qui si è sempre parlato molto!

  41. 2 di 3

    E che scuola! Il fatto è che ora che sento volente o nolente spezzoni di lezione (la casa è tale che un po’ si sente comunque, anche mia figlia nolente: forse anche per il fatto dell’intimità fisica mia figlia è giustamente molto gelosa dei suoi spazi; inoltre la scuola dovrebbe essere per eccellenza il suo spazio).
    Cioè. faccio un passo indietro. Ok tenere il punto che LA DAD é MERDA (non sono ironico) però a questo punto, a bocce ferme, almeno fra di noi, si può e forse sarebbe doveroso dire che è MERDA CHE CADE SU ALTRA MERDA.
    On line come off line (niente mi fa supporre il contrario) un’ora si succede ipnoticamente all’altra di lezioni frontali una uguale all’altra, inframezzate, a mo’ di scusante (o di che altro non so) con “Mi seguite ragazzi?”. Sospetto che molti professori scimmiottino quelli universitari. Metodo rigidamente deduttivo, pura astrazione iperurania, tanto per demotivare al massimo grado.
    Soprattutto si deve far sentire un salto con le scuole medie (sennò che liceo sarebbe se non è difficile, sono gli stessi genitori che del resto lo chiedono) Come leggevo qui Tuco, molti professori sembrano odiare visceralmente e completamente i ragazzi. Anch’io, se dovessi insegnare in questo modo, con chiaramente il 95% della classe che dopo 5 minuti si è persa, finirei per odiarli. Spesso i professori sono poveri diavoli che la famiglia chiaramente ha spinto il più in alto possibile nella scala sociale, e che nella vita hanno vissuto praticamente sempre a scuola, facendo subire ai ragazzi, volenti ma penso più spesso nolenti, quello che a loro volta avevano subito. Molti di quelli che rimangono a scuola come insegnanti sono quelli che non hanno superato il trauma subito e così continuano a riviverlo attraverso gli allievi? A quello che si respira potrebbe anche essere.

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    Non una battuta, non un seppur vago accenno alla vita. Solo star dietro al programma conta. Fino alla vittoria, costi quel che costi.E qui interviene la realtà della scuola, ovvero come rito di passaggio con le sue prove di sopravvivenza (chiaramente falsate da quello che scrivo ora). La scuola è volutamente, crudelmente e inutilmente selettiva. Classista, alla fine chi ce la fa è per la motivazione non dell’alunno ma della famiglia (gli obbiettivi formativi sono talmente astratti e astrusi che sfido io…,ma poi per cosa?). Sembra voler raggiungere l’opposto dell’obbiettivo che si dovrebbe prefiggere, ovvero in primo luogo motivare, rendere consapevoli delle proprie potenzialità. Invece questa scuola è profondamente deresponsabilizzante (ma come la società in generale, si pensi alla salute e alla tecnicizzazione della medicina). Ma d’altro canto già lo sapevo, è la stessa scuola che ho fatto io. Solo io ho fatto un liceo di provincia, in cui il divario di classe e anche di “razza” (mio padre insegnava nella scuola accanto) a mio favore mi aveva messo al riparo da tutto cio. Comunque, pensando alle istituti tecnici e professionali, se non c’è classismo in senso selettivo c’è in senso paternalista, se non è zuppa è pan bagnato. Inoltre con mia figlia che nell’ultimo anno delle medie mi avrà chiesto aiuto in 2-3 occasioni, avevo messo la questione tra parentesi. Una questione comunque a lungo meditata. Penso la lettura di Ivan Ilich in questo senso risulti illuminante (almeno per me lo è stato). La scuola come le altre isttituzioni (sanità esercito, amministrazione etc) ha come scopo precipuo la propria sopravvivenza. Per cui non ha alcun interesse a cambiare in qualche modo se stessa e si conforma alla società di cui è in pratica, mero riflesso. Oltre a ciò la scuola ha una seconda funzione, quella di trasmettere alle nuove generazioni la società di cui è espressione.

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    Da genitore la mia reazione viscerale è di rabbia, rabbia per quello che da un certo punto di vista può essere visto come una truffa, parafrasando la celebre canzone dei Pink Floyd, l’autobus, i compagni di classe, la classe e i professori, per uno schermo e due altoparlanti. che trallaltro abbiamo chiaramente dovuto pagare noi, come la connessione. Da noi si dice becchi e bastonati.
    D’altra parte per un generale rispetto per gli altri aspetto mia figlia. La scuola per noi è una strada che conduce all’autonomia, affettiva, intellettiva (quella a mia figlia non manca), materiale. E, nonostante lo schifo che fa la scuola, la devo rispettare in quanto scelta di mia figlia, cercando di non interferire.
    Certo da genitore mi verrebbe da suggerirgli qualcosa di completamente sovversivo tipo occupare la scuola ma è la loro vita, la vedranno come sembrerà giusto a loro.
    A proposito di genitori anche lì a parte eccezioni il deserto. NOn una critica sulla DAD (semmai sollievo per le preoccupazioni per la salute), anzi quando ho introdotto l’argomento (sul gruppo wa) dopo qualche giorno qualcuno ha postato un articolo tipo “le tre regole per una perfetta DAD”. Al che ho tirato fuori il mitra e …chiaramente ho zittito tutti.
    Vabbuò ho parlato sicuramente troppo ma mi sembrava importante condividere esperienze e punti di vista, inoltre mi aiuta a non spogliarmi nudo davanti alla telecamera di mia figlia e iniziare a inveire come un cane idrofobo. No aparte gli scherzi con la casa piccola sto fuori il più possibile, e penso con l’aumentare delle restrizioni dovrò stare ancora di più fuori, tre galli in un pollaio l’è troppo dura

    grazie e saluti

  44. Mi sembra di capire che tu critichi la scuola tout court, come istituzione, a prescindere dal fatto che sia in presenza o da remoto. Dunque la tua indignazione per la DAD non avrebbe senso.
    Così come ha poco senso la critica ai docenti che vengono messi tutti nello stesso fascio, tutti dannati, tutti frustrati e delusi, tutti indifferenti e cinici. I professori che fanno subire ai ragazzi quello che hanno subito loro è qualcosa che si avvicina al luogo comune, che può valere per Roger Waters e pochi altri (Morrissey, forse); dubito che insegnante sia chi non ha superato i traumi adolescenziali.
    La scuola in senso lato, in alcuni casi è effettivamente classista, ma poi delle due una: o è selettiva o è deresponsabilizzante. Anche ridurre lo studente a robottino manovrato dalla famiglia mi sembra uno svilire ‘sti ragazzi che invece stanno dimostrandosi migliori di quello che, probabilmente, ci si aspettava; anche in condizioni ordinarie ci sono centinaia di migliaia di ragazzi che ogni giorno, a dispetto di famiglie che per mille motivi sono disinteressate o assenti, si impegnano, si motivano, si pongono degli obbiettivi.
    Per quanto riguarda i genitori, ho avuto e ho a che fare con genitori pro e genitori contro la DAD. Sarà perché anche noi genitori siamo specchio della società?

    • Caro Marcello,
      Forse non mi sono espresso bene. Il fatto che io critichi la scuola come giustamente dici te tout court, il che mi pare sacrosanto oltre che doveroso, come del resto ogni altro aspetto della nostra società, non vuol dire né che la rigetti, né che la mia critica alla scuola come istituzione escluda che con la DAD sia ancora peggio. Nè che ci siano delle eccezioni tra i professori e i genitori. Mi sembra di averlo scritto… D’altro canto non ho neanche scritto tutti i professori tutti i genitori come mi metti in bocca tu. Per quanto riguarda i ragazzi io ho espresso chiaramente la massima fiducia (anche perchè non vedo alternative, questo mondo sarà ancora loro quando io non ci sarò più, allora tanto vale iniziare dal prima possibile) e il rispetto per una storia che non sarà la mia e già non è la mia e non deve essere la mia. Ciò non toglie che come genitore debba finchè mi è possibile ascoltare e aiutare mia figlia nel suo percorso verso l’autonomia. Non capisco nemmeno perché selettiva e deresponsabilizzante siano opzioni escludenti a vicenda. Anzi basta andare a vedere come funziona la “selezione” e cosa produce per concludere che è in realtà fallata e che va a ricadere sotto il concetto di classe. Non c’entra niente la volontà dei ragazzi (semmai quella delle famiglie). Come per i professori e come per i genitori: le eccezioni, si dice, confermano la regola. Cordialmente

      • Avevo scritto, tre giorni fa: “Nelle società le carceri, le caserme, i manicomi e le scuole hanno trovato specifiche forme istituzionali. La scuola in particolare è carcere, caserma, manicomio. Sarebbe interessante, utile, necessario, uscire dalle aule per vedere dal vivo le cose, il mondo, e invece, ecco la DAD, il nuovo Panopticon, aggiornato e diffuso”. Se vedi un’immagine del Panopticon scopri che già la scuola con la didattica frontale è uno strumento coercitivo più che formativo. Figuriamoci via web, La comunicazione è un fatto collaborativo, uno scambio continuo. Come vuoi (non tu, intendo) che un ragazzino di dodici anni, ma anche di venti, si entusiasmi a seguire una lezione mediata da un mezzo penoso e faticoso, improbabile per l’uso? La dad (in minuscolo, non diamogli tanta importanza) può essere uno strumento complementare per usi specifici, non un sostituto imperfetto. Saluti

        • Ciao Arocle e poi, a proposito di carceri, sono stati sospesi i colloqui. Con tutto ciò che significa per chi sconta una pena detentiva. Mica pensare a misure alternative per alleggerire gli istituti di pena. No! Ma perché detenuto uguale feccia, mica ha diritti. Neppure sotto la tutela dello Stato. Sospesa anche la didattica a distanza per i detenuti. Perché? Quale è la logica. Se non quella di infliggergli ulteriori sofferenze. Questa repressione mascherata da protezione griderebbe vendetta in un paese civile. Il nostro non lo è purtroppo.

  45. Di fronte alla DAD come tema a sé sono perplessa. Non credo che la DAD sia bene. Ma credo che DAD voglia dire poco: è una roba declinata ‘ognuno come gli pare’ perché mancavano (in gran %), a monte, competenze e punti fermi, messa in scena alla meno peggio in situazione di emergenza. Denominatore quasi comune è il ricorso a Google Classroom (raccapricciante, ma se non erro già se ne parlò).
    Se ho torto sarei contenta di ammetterlo e di capire cosa precisamente si indichi quando si dice DAD. Se ho ragione, di un’ ‘accozzaglia di tentativi più o meno estemporanei per insegnare mediante supporti elettronici connessi via internet’ mi pare sia superfluo parlare: la si chiami come si vuole una roba del genere non può essere bene per nessuno ed è offensivo propinarla (e certo non è critica rivolta ai docenti).
    So che esistono strumenti e teorie etc. propri dell’apprendimento a distanza. Dubito siano stati fulcro degli aggiornamenti offerti agli insegnanti assunti in presenza e credo che, lo fossero anche stati, lascerebbe il tempo che trova il tentativo di trasferirli improvvisamente da un ambito all’altro.
    Detto questo, il problema c’è. Ma non è DAD, è scuole chiuse.
    Non riesco a vedere la scuola come faro di istruzione e educazione per giovani menti da tempo (ammesso che mai questo ruolo lo abbia avuto per davvero). Può essere tale come no, dipende dai singoli (insegnanti, educatori, presidi e, alla larga, studenti e relative famiglie), DAD o non DAD.
    Poi, ben venga una riflessione sul ruolo della scuola (ma come ben venga una riflessione sulle privatizzazioni nella sanità, né più né meno).
    Dopodiché certo che la scuola chiusa resta un problema ma, a mio avviso, come tutto il resto. La scuola, come qualsiasi altro posto, non è chiusa/aperta in quanto luogo dove succede questo e quest’altro (valutati rischi su basi scientifiche) ma è un luogo inserito in una lista priva di criteri.
    E restiamo ancora una volta impantanati ad allenarci nell’assuefazione all’assurdo. Quello che vale per la scuola mi pare che sia quello che vale per tutto (e viceversa). E l’unico ‘peggio’ che riesco a vedere per i soggetti in età scolare è che quest’assuefazione che ammazza lo spirito critico rischia di avvolgerli in tempi rapidissimi.

    • “La scuola, come qualsiasi altro posto, non è chiusa/aperta in quanto luogo dove succede questo e quest’altro (valutati rischi su basi scientifiche) ma è un luogo inserito in una lista priva di criteri.” Su questo non sono d’accordo in quanto, con tutta evidenza, il criterio è l’interesse. A chi interessa se la scuola rimanga chiusa/aperta? Ai comuni cittadini. A chi interessa che le attività produttive restino aperte? Imprenditori, persone con più o meno potere ed interessi specifici. Ciò che mi fa specie che non si dica chiaramente che si chiudono le scuole per tenere aperte le fabbriche. E’ la verità
      “Detto questo, il problema c’è. Ma non è DAD, è scuole chiuse. Non riesco a vedere la scuola come faro di istruzione etc.” Non capisco la consequenzialità logica tra i due periodi. La scuola chiusa è un problema ma la scuola non è un faro di istruzione… non colgo il nesso. Per me la scuola, come in generale la società, sono per l’individuo un male necessario. Da genitore mi fa specie il fatto che mia figlia non possa “godere”della scuola ma non dal punto di vista didattico. Quella è l’ultima delle mie preoccupazioni, penso che l’istruzione, come la salute, debbano essere una prerogativa e una responsabilità dell’individuo. La delega della salute ai tecnici e vista dal lato opposto la tecnicizzazione della medicina che ha contribuito in maniera decisiva a questa gestione del covid, in politica ha partorito appunto un sultanato. Alla delega in basso corrisponde l’autocrazia in alto.

  46. Segnaliamo il nuovo articolo di Alessandro Chiometti (per i giapster AlexJc) su Civiltà Laica:

    L’Assurdistan si prepara a ricevere Babbo Natale

  47. L’articolo, pur senza volutamente dare risposte, evidenzia uno degli assunti che governano la diffusione di questo virus, ossia la sua imprevedibilità. Certamente conta il fatto, come scrive Chiometti, che in biologia nulla cresce all’infinito, e che provvedimenti tardivi non hanno alcuna efficacia; ma allora non mi spiego quel grafico relativo all’Irlanda: cos’è successo? Hanno funzionato i provvedimenti? Non credo (la curva era già entrata nella fase “esponenziale”); hanno migliorato le cure? No di certo; c’è stato un cambiamento climatico? Da cosa dipende quel calo? Siamo alle prese con “qualcosa” che fa più o meno come gli pare? Spero la domanda non sia peregrina, perché dalla risposta (semmai l’avremo) dipende non solo la nostra quotidianità, ma anche il futuro del nostro modo di vivere.

    • Ciao Marcello,
      cosa succedeva ai picchi di crescita di qualunque virus prima della covid? :)

      I virus, tutti crescono secondo una curva a campana, con buona pace delle paranoie umane. A un certo punto, per tante ragioni la curva si flette e decresce.
      E’ sempre stato così.
      Il problema è che quando c’è un virus con un’alta letalità prima che la curva cali ci possono essere tanti morti ed è quello che si cerca di evitare. Fino a quando non c’è un vaccino disponibile.
      In Irlanda, che ha già avuto i suoi buoni casi nella prima ondata e ha solo 5 milioni di abitanti non mi meraviglia che il virus sia arrivato alla fine di questa corsa. Considerando anche tutto quello che NON sappiamo.

      Dopodiché se vogliamo pensare che alcune misure hanno avuto effetto concentriamoci sulla fase 4 delle tre contee citate, anche se IMHO non ci vedo nulla di speciale.

      Semplicemente, forse dobbiamo cominciare a pensare come homo sapiens, che non tutto è sotto il nostro controllo in natura. E farcene anche una ragione. E lo dico da persona razionale e sostenitrice del metodo scientifico.

    • P.S: una precisazione doverosa, in tutto questo discorso io e tutti quelli che cercano di capirci qualcosa e fare previsioni o critiche nel tentativo di correggere quello che per noi è una gestione maldestra (anzi malsinistra penando a Speranza… ops, scusate mi è sfuggita) della cosa ci affidiamo comunque a dati forniti dagli enti ufficiali e in questo caso dai grafici interattivi del FT.
      Questo significa che magari, tanto per dire, ci sono dieci comuni della contea di Donegal che hanno comunicato i dati in ritardo, o Cork che ha detto, scusate i contagi dell’altro giorno non erano cinquemila ma tremila etc. etc.
      Il mio consiglio è quello di osservare le curve nell’andamento generale, che comunque possono dare indicazioni importanti su ciò che ha un senso e cosa no.
      Ad esempio il fatto che in questi giorni cominci a calare l’andamento dei contagi in corrispondenza del DPCM del 4 novembre e probabilmente alla fine quel dpcm avrà avuto anche la sua parte di merito. Eppure se date un’occhiata alla pagina fbk de La peste che linko nell’articolo vedete che fatto la previsione del picco intorno al 16 novembre molto prima di quel DPCM (metà ottobe credo, o poco dopo).

      • Pecco forse di presunzione o di ottimismo, ma da queste parti si ripete da un po’ che il legame tra l’andamento delle curve e i provvedimenti è – se proprio vogliamo essere generosi, ma non sono dell’umore adatto – “labile”. Una delle acquisizioni che comincerei col dare per assodate è proprio l’attuale impossibilità di comprendere a cosa sia dovuto l’andamento, possiamo fare alcune ipotesi, per me ad esempio una spiegazione è nella dimensione territoriale che si indaga: analizzare un territorio nazionale è senza senso. Ci sono città situate vicine che hanno andamenti completamente differenti e città in stati differenti con andamenti sostanzialmente identici. Per le grandi città forse nemmeno questo è sufficiente. L’errore di Paoz, al netto di quanto si è detto qui, è ritenere che ci sia un qualche legame tra i ragazzi asserragliati in macchina e le decisioni sulla didattica a distanza. La sinistra (ma per cortesia) del twitter non ha la più pallida idea di cosa stia realmente succedendo, strepita perché questo sa fare, non altro, non ho trovato un solo richiamo che sia stato utile per comprendere qualcosa. Manco la letalità del virus per dire, neanche la differenza tra medie e varianze, cioè l’abc di un’analisi descrittiva. Le restrizioni non funzionano? si vede che non sono abbastanza. Le curve scendono? merito delle restrizioni, scenderebbero più rapidamente con maggiori restrizioni. Tutto magico, con l’arma fine del mondo “tutti fanno così, quindi sei tu il cretino”. Bah.

  48. PARTE 1

    Ciao Filo_a_piombo.

    ti rispondo qui. Mi pare che il tuo intervento si articoli in 2 punti: uno piú personale (perché non chiedo direttamente agli studenti) e l´altro di critica piú generale sulla DAD.

    Premetto che io mi occupo di nanotecnologie al Dipartimento di Ingegneria del politcnico di Monaco. Mi pare di capire che tu invece sei studente(essa?) di antropologia. Il problema
    DAD é comunque trasversale, non credo che si focalizzi troppo sul contenuto.

    Allora per il primo punto la risposta é sí. Abbiamo sempre fatto domande agli studenti riguardo ai corsi e aggiustato il tiro. Tra l´altro obbligatoriamente bisogna dare dei questionari agli studenti per il Dipartimento (anonimi) in cui lo studente valuta il corso e puó lasciare dei commenti. E anche questi sono sempre stati utili. Il problema é che dal semestre scorso l´interazione con gli studenti e crollata. Nel senso che gli studenti partecipano in genere molto poco e questo é giá un (pessimo) segnale. Hanno partecipato poco anche al questionario finale. Questo ha segato uno dei canali principali di feedback, soprattutto in un momento cosí delicato dove sarebbe stato doppiamente utile. Anche nelle lezioni il feedback é limitato: vengono, ascoltano (spesso a telecamera spenta), se ne vanno. Insomma la situazione é complicata. Con il mio gruppo abbiamo quindi deciso di cercare di implementare noi delle strategie per magari accendere un feedback, ma qui nasce il secondo problema: l´aspetto tecnico/comunicativo e qui comento la seconda parte del tuo intervento.

    • PARTE 2

      Il problema che vedo io nasce anche da un qualche tipo di equivoco. Cioé dal fatto che si discuta della DAD attualmente implementata come *LA* DAD. Ora la DAD puó articolarsi in un
      gran numero di possibili framework implementati in modi anche molto differenti. Per una questione di velocitá quello che si é implementata é stata la versione piú rapida della DAD, sostanzialmente una banale traslazione dei contenuti e della comunicazione in presenza direttamente sulla piattaforma digitale. Esempio perfetto la modalitá che raccontava Tuco: il docente davanti la lavagna che parla alla telecamera. Questa cosa é stata fatta anche alla mia Universitá e che ha risultati che vanno dal mediocre al pessimo. Peró, il problema é in buona parte che il formato della lezione fatta in quel modo probabilmente non si adatta per nulla alla piattaforma digitale. Quindi ai normali limiti di avere una lezione a distanza si aggiungono quelli del fatto che il formato e la modalitá scelti sono completamente sub-ottimali!

      Sgombro il campo a possibili fraintendimenti: per me le lezioni devono tornare sostanzialmente in presenza, con al massimo la parte digitale come supporto o tool aggiuntivo.

      Ciononostante, l´aspetto prettamente “tecnico” di come rendere le lezioni online piacevoli o interessanti é un problema che va portato avanti e tutt´altro che banale. Implicitamente era contenuto anche nel tuo annedoto dove la docente di antropologia aveva catturato la vostra attenzione, ma poi non era riuscita ad andare oltre. Magari il problema era un limite intrinseco, ma magari soluzioni per portare avanti una certa intuizione sul digitale e fare una lezione almeno decente esistono, ma uno non li conosce. Perché? Perché “l´addestramento” che abbiamo avuto per questi tool é stato un pomeriggio a settare i computer ed a smanettare con Zoom o il programma di riferimento. Io personalmente ho poca esperienza del lavoro che é stato fatto su questi strumenti per fare lezione.

      • Ciao Alessio. In questo momento sto facendo studi propedeutici ad una laurea in psicologia, che non prenderò mai, visto che la mia vita è risucchiata in un vortice di lavori stabili e precari al contempo. In ogni caso credo che la didattica a distanza potrebbe eventualmente avere un senso (residuale e assolutamente marginale), solo ed esclusivamente, se la piattaforma fosse creata da docenti e studenti insieme, non con lo scopo di sostituire le lezioni in presenza ma come sostegno tecnico da ultima spiaggia. E che in ogni caso la video registrazione di lezioni in presenza, a prescindere dalla dad, sarebbe un ausilio utile allo studio,per riguardare con calma passaggi importanti delle lezioni e che si dovrebbe o potrebbe diffondere a chiunque volesse vedere lezioni registrate. Come opzione e non come obbligo. Il senso della dad comunque non lo vedo ma se, studenti ed insegnanti, costruissero una piattaforma interattiva in cui postare contenuti in tempo reale, dilatando i tempi della lezione in modo da ottenere una riflessione sui singoli contenuti da dibattere, dopo attenta lettura o visione, potrebbe diventare uno strumento tipo ” dopo scuola”. In un mondo di fantascienza. Perché proprio non vedo il motivo, neppure un virus, per non svolgere lezione in presenza e per non ripensare il modo di fare scuola in presenza. Cioè, anzi: il motivo è proprio quello di limitare l’ accesso all’istruzione alle classi più povere e consentire questo privilegio alle classi più abbienti. Grazie a questa emergenza, purtroppo, il tasso di abbandono scolastico ( che era già molto alto) è salito vertiginosamente. Saranno studenti che non sarà forse più possibile riportare a scuola e che, come hai notato tu, hanno smesso di dare feedback. Il primo tristissimo passo verso il burrone.

        • @Roy C. Andrews: grazie per gli spunti interessanti e le pubblicazioni!

          @filo-a-piombo: non sono totalmente d´accordo sulla marginalitá della DAD (intesa nel senso piú ampio). Per esempio nei miei corsi vi sono molto studenti che provengono dal nord africa, medio-oriente, India e Cina. A volte accade che questi studenti abbiano dei problemi di visto per poter tornare dopo essere tornati a casa loro per un periodo. Questioni legate a problemi in ambasciata sostanzialmente. Per loro per esempio, offrire la DAD sarebbe ottimo in sostituzione della lezione frontale qualora non possano parteciparvi. Altra questione spinosa é l´ammissione ai programmi. Spesso vengono istituite borse di studio per permettere a studenti anche di altri paesi per venire a studiare a Monaco. Una ristrutturazione di parte della didattica in DAD permetterebbe di accettarne un numero maggiore perché si limiterebbe magari il periodo in cui devono fisicamente stare in Germania.
          Secondo me la DAD si puó configurare come un buon strumento sotto due condizioni fondamentali: (i) ovunque sia possibile, preferire la didattica in presenza, (ii) strutturare opportunamente il materiale in DAD di modo che si interconnetta con la parte in presenza o almeno ottimizzare la didattica online.

          • Ciao Alessio, capisco le tue motivazioni ma non si può utilizzare, come occasione per giustificare la dad, l’ argomento burocratico. Con questo pretesto, sono stati introdotti, nella vita di tutti noi, sostituti tecnologici che, non solo, non hanno migliorato la qualità del servizio, ma hanno anche peggiorato il livello delle relazioni umane. Rendendo complicata ed inaccessibile la fruizione di molti servizi a chiunque non fosse un nativo digitale. In questo modo il rapporto che si stabilisce con le istituzioni è totalmente spersonalizzato e spersonalizzante. E non è neanche funzionale. Dal mio punto di vista, questo ausilio tecnologico, potrebbe avere una sua utilità, solo ed esclusivamente, se non sostituisse mai la didattica in presenza e se potesse funzionare come prolungamento capillare della scuola. Come attività che non ha lo scopo di sostituire i rapporti umani ma solo di integrare le conoscenze precedentemente acquisite in presenza. Un po’come un “consultorio”. Trovo “pericoloso” dire che la contrazione della didattica in presenza consentirebbe l’ erogazione di un maggior numero di borse di studio. Investire nella cultura è una scelta che prescinde da un risparmio immediato, così come investire nella sanità. È un progetto a lungo termine i cui risultati sono misurabili nella qualità della vita e non negli indicatori economici di profitto. Da qui l’ importanza di una didattica il cui obiettivo non sia solo l’ acquisizione di nozioni. Ma credo che sulla sostanza siamo d’accordo.

            • Ciao filo_a_piombo. Sí siamo d´accordo sulla sostanza e comprendo la “pericolositá” che intravedi nel collegare DAD a maggior servizio (perché costa meno sostanzialmente). Peró secondo me questo é un punto cruciale.

              Faccio un esempio in un´altra area: introdurre le autovetture private puó essere utile, ma dire che le autovetture sono il meglio del meglio e che dobbiamo bruciare le biciclette o i mezzi pubblici, sarebbe stupido. Io vedo la DAD in questa ottica: puó risultare utile in alcune occasioni, purché sia chiaro che viene confinata a queste occasioni (e sotto certe condizioni). Ovviamente ci saranno sempre quelli che tenteranno di spingere perché la DAD sia usata sempre e comunque, magnificandone la superioritá rispetto al vecchio modo di fare didattica. Ed é proprio qui secondo me che bisogna fare fronte e dare battaglia: quale é il punto nella quale la DAD si puó inserire e dove *NON* deve andare.

              Per quanto riguarda il numero di borse: secondo me una battaglia non esclude l´altra. “Usare meglio i soldi” si puó sposare con “aumentarli”.

              Il mio punto é che ci sará sempre qualcuno che tenterá di forzare la mano su ogni questione tecnologica per risparmiare il piú possibile. É vero che la medicina moderna é utile, ma é anche un business che cerca di appioppare cure in eccesso a chi puó pagare (come il SSN) e a negarne a chi non puó permetterselo. Ma la battagli secondo me si deve articolare proprio nel definire i paletti della questione.

              • Ma l’ esempio non è calzante. Introdurre autovetture private sarebbe già palesemente peggiorativo ed è esattamente quello che stanno tentando di fare. Demolendo pezzettino per pezzettino l’ idea alla base della scuola pubblica. Anche se non funziona e anche se spesso fa palesemente schifo. Comunque la dad non è come una autovettura privata mentre, si,la scuola è “come un autobus”. Preferisco incrementare il trasporto locale e pubblico e abolire le autovetture private. Se vanno a scapito del servizio pubblico e se diventano obbligatorie. Altrimenti ci sarà chi potrà andare in Ferrari e chi dovrà andare a piedi. Perché nel frattempo il servizio pubblico sarà stato totalmente depotenziato. La logica che sta alla base di questa operazione è una logica classista. A me vengono già i brividi quando sento parlare di feedback per come se gli studenti dovessero rivolgersi all’ ufficio clienti e non ai loro insegnanti. Magari per questo non danno segni di vita.

                • Parte 1

                  Ciao filo_a_piombo, non so…non sono completamente convinto. La logica classista la puoi praticamente applicare a tutto. Non nel senso che tu te la stai inventando, assolutamente, le problematiche che poni sono reali, ma nel senso che si puó insinuare in ogni cosa.

                  Per esempio: facciamo il caso dei mezzi pubblici (giusto per restare su questo esempio) e li potenziamo, ma ovviamente una rete di mezzi pubblici coprirá generalmente determinate tratte ed aree, e se qualcuno vive piú isolato? A lui farebbe comodo avere un mezzo privato. Magari, come succede spesso a Monaco, vive lí isolato perché non si puó permettere il costo della casa in cittá. Ed in campagna puoi fare solo una corriera che passa ogni tanto e che tocca tutti i casolari isolati. Attenzione, non voglio dire che il mezzo pubblico é classista, ma se vieto il mezzo privato tout court posso paradossalmente discriminare della gente.

                  Non appena peró infilo il mezzo privato, come fai notare te, creo la dinamica del pedone e della Ferrari. Non solo, si comincerá a dire “perché avere dei mezzi pubblici se tanto puoi avere il mezzo privato?”. Che é una discriminazione. Che é classista.

                  • Parte 2

                    Ma il problema secondo me é a monte: é cioé che dato il sistema troverai sempre chi cercherá di distorcerlo per farlo diventare classista. Perché se devi muoverti in cittá non hai necessitá di una ferrari, ti basta una panda. E comunque anche avendo il mezzo privato, questo intasa le strade ed inquina, quindi andrebbe usato solo se necessario.

                    Lo so questo esempio ha un po´ preso la mano é va OT, ma il problema DAD secondo me si muove sullo stesso binario. Secondo me puó essere utile in determinati scenari, ma non deve diventare lo standard per qualunque scenario. Ovviamente infilata la DAD si cercherá di farla diventare lo standard, perché costa meno. E quindi diranno: se funziona qui, in questo contesto, allora funzionerá anche lí in quell´altro contesto, ma anche di qua e di sopra e di sotto ed alla fine la spargeranno ovunque come una metastasi. La lotta secondo me é proprio nel mettere questi paletti, paletti ragionati: dove puó avere senso e dove no.

                    Probabilmente la discrepanza di vedute che abbiamo é che per te la DAD non ha mai alcun tipo di vantaggio (o solo molto marginale) e quindi il rischio (di attuarla) non vale mai la candela. Secondo me esistono dei contesti in cui puó tornare utile.

                    Un saluto.

  49. E alla fine, dopo lungo, duro e indefesso lavoro, portato avanti con scupolo, coscienziosità morale e scientifica, all’insegna della serietà e della competenza, sprezzanti del pericolo e del ridicolo, ce l’abbiamo fatta. Siamo finalmente riusciti ad arrivare alla vetta e a conquistare la tanto agognata zona rossa. Era ora che si chiudessero le scuole, questi luoghi luciferini, dove maligni troll si aggirano con lo scopo specifico di infettare l’umanità ed estinguerla. Il CTS dell’Abruzzo ha deciso, «sulla base dei numeri», che bisognava chiudere le scuole di ogni ordine e grado (in quanto «arancioni» avevamo già chiuso le secondarie superiori) e limitare ulteriormente la mobilità dei cittadini. Il CTS (la cui composizione è impossibile reperire sui canali istituzionali, essendo presente solo quella relativa ad un comitato che ha il compito « di presentare alla Giunta e al Consiglio regionale proposte per fronteggiare l’emergenza socio-economica legata alla pandemia da Covid-19 », formato da economisti e giuristi), con la tempestività che gli è propria, ha deciso di chiudere giusto adesso che da qualche giorno gli indicatori cominciano a migliorare. Il motivo è che si sta raggiungendo la saturazione dei posti in T.I. Per cui ecco che, come accade in altri luoghi del belpaese, bambini delle elementari si ritrovano a pagare il dissanguamento della sanità regionale, la mancanza di programmazione, l’inettitudine, il menefreghismo di una classe dirigente. Nell’inestricabile intreccio di una società complessa, ai 30.000 euro di debito, il neonato deve aggiungere anche il prezzo dei respiratori.

  50. Al traguardo della zona rossa giunge in prima linea la Campania, dando soddisfazione ad un piuttosto diffuso generalizzato “senso delle proporzioni” quasi scandalizzato dal paradosso della precedente attribuzione alla zona gialla nazionale.
    Io stavo facendo il conto alla rovescia fin dall’istituzione di questo variopinto “lockdown a punti”. Ma, devo dirlo, se non fosse per le situazioni di oggettiva sofferenza e morte, tutto sembra grottesco: dal traffico umano di oggi, primo lunedì rosso, che in nulla ricorda il lockdown marzolino in cui davvero passavano 3 auto in 4 km e mezzo di percorrenza a piedi fino al mio luogo di lavoro, alle esternazioni del nostro ineffabile governatore, che, per lui, “bisognava chiudere da Ottobre” e che, adesso, del tutto inspiegabilmente, riapre asili e primo biennio elementare, dopo aver chiuso ogni ordine e grado per primo ed unico.
    A cosa è servito tutto questo? Concordo nel ritenere che la curva del virus, sostanzialmente segue il suo andamento e se ne sbatte di qualsiasi cosa facciamo.
    L’unica verità tangibile, l’unica reale estinzione è quella del tempo libero e dei rapporti sociali che non siano codificati nel matrimonio, famiglia tradizionale, figli.
    Gli affetti stabili, non sono più tali, i congiunti non esistono più.
    E nel frattempo ci costringono a stare separati, per evitare che possiamo davvero confrontarci e contagiarci a vicenda con un qualsiasi pensiero critico che fuoriesca dal “chessarammai? è per il bene di tutti…”.
    E anche queste forme edulcorate di chiusura…il lockdown soft ha il temibile effetto di farci assuefare a questo tipo vita, normalizzando quello che fino a un po’ di tempo fa sarebbe parso inconcepibile. Lo sento dire non so più quante volte: “dai che rispetto a marzo!!! almeno adesso possiamo andare dal parrucchiere!”.
    Ma io dico: com’è possibile che non ci si renda conto di quanto sia ridicolo dover compilare e andare in giro con un’autocertificazione in cui si barra “altro” come motivo di urgenza per poi specificare che si sta andando in profumeria?

  51. https://archive.vn/zMMkw
    Chiedo venia per il commento palesemente superficiale. Ma nel leggere quanto oggetto del link stavo per prendere il pallottoliere. Mi sembra comunque un esempio calzante di come nell’Assurdistan, pur di suscitare l’impressione di fare qualcosa di proficuo si introducono a livello locale precetti ridondanti e cavillosi che, se non fossimo in una situazione grottesca, farebbero pure ridere. Non bastassero gli ostici e prolissi DPCM ci si aggiungono sindaci e chiunque abbia un barlume di autorità per emettere le abusate ordinanze. A parte la innegabile vis comica di date situazioni, non nego di essere preoccupata per questo uso disinvolto dei poteri previsti dalle norme vigenti. Stiamo percorrendo un sentiero molto scivoloso.

  52. Fermo restando il doveroso ringraziamento a medici e infermieri per il lavoro straordinario che hanno svolto e svolgono per fronteggiare gli effetti di questa pandemia, osservo che ormai si prendono decisioni politiche in base agli allarmi dei medici, i quali hanno di fatto acquisito il potere di chiudere interi pezzi del paese. Non è la dittatura sanitaria di cui qualche spostato blatera, tuttavia è un fatto anomalo, anche perché, in questo modo, il medico copre le manchevolezze del sistema sanitario e regala una sorta di immunità alla classe politica; accade che il popolo vede che si chiude non perché determinate scelte (o non scelte) politiche hanno annullato la sanità territoriale e ridotto gli ospedali da luogo di cura a girone infernale, ma perché i medici impongono la chiusura. Per il politico è un doppio vantaggio: non deve rendere conto della sua assenza sistematica e protratta nel tempo, e si scarica dall’onere della decisione contingente (presa sempre nascondendosi dietro il dito del “lo dice il CTS” o “dobbiamo salvare gli ospedali”). Il mestiere della politica (la sintesi) scompare di fronte al primario (quando non lo specializzando) che dice che sono finiti i posti in TI. Eppure manca qualcosa negli allarmi del personale medico: la spiegazione del perché si sono saturati i reparti. Sarebbe ora che qualche direttore sanitario dicesse chiaro e tondo quali ne sono le cause e chi ne sono i responsabili…Scusate l’ingenuità, dimenticavo che in Assurdistan il direttore sanitario è espressione della politica.

  53. Segnalo il nuovo post del blog degli esperti di educazione Paul A. Kirschner e Mirjam Neelen, che fanno un’analisi interessante su come gli imprenditori del settore delle tecnologie per l’educazione stiano alimentando abilmente il corto circuito neoliberale tra panico «morale» («La scuola non è più quella di una volta», ecc.) e panico «reale» (crisi sanitaria) per insediarsi nello spazio pubblico in modo duraturo. In calce ci sono alcune considerazioni sulla gratuità dei servizi in cambio dello sfruttamento dei dati su cui pochi, secondo gli autori, starebbero riflettendo a sufficienza: Panic as Breeding Ground for Edupreneurs.

    Lo studio scientifico che ha ispirato il post è il seguente:
    Problem solved! How eduprenuers enact a school crisis as business possibilities
    .

    PS. Spero che i commenti di Giap accettino l’HTML.

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