Diario virale / 2. Bulåggna brancola nel buio delle ordinanze (26-28 febbraio 2020)

Bologna, la stazione al termine del crepuscolo, vista dal ponte Matteotti, 27 febbraio 2020. Foto di WM1.

di Wu Ming
[Prima puntata, 23-25 febbraio 2020 – Terza puntata (1-10 marzo 2020)]

Tra i modi di dire felsinei, il nostro preferito era sempre stato: «As vadd di can caghèr di viulén».

Nel loro Dizionario bolognese, Gigi Lepri e Daniele Vitali lo rendevano con: «Succedono cose inaudite». Letteralmente, però, si vedevano «cani cagare violini». E in quei giorni di virus cagavano liuti, violoncelli, contrabbassi, pronti a suonare melodie stridule.

Dopo la prima puntata del nostro Diario virale, avevamo ricevuto decine di racconti, testimonianze, aneddoti sullo sfascio che l’ordinanza di Bunazén stava causando nel mondo del lavoro.

La settimana prima c’era stato lo sciopero degli edili, con manifestazione a Milano. Il 25 febbraio un’impresa di costruzioni romagnola, visto che i suoi lavoratori avevano partecipato al corteo, li aveva avvertiti con un sms che erano tutti in quarantena per quattordici giorni, e dovevano fare il tampone altrimenti li metteva in cassa integrazione.

Nelle aziende di alcune province, Confindustria voleva imporre ai dipendenti di riempire questionari invasivi, per appurare se erano entrati in contatto con «qualcuno che è stato in Cina/zone italiane attenzionate e presentava sintomi come tosse e/o febbre» o se avevano avuto rialzi di temperatura «oltre 37.2°». In alcuni call center si misurava la febbre ai dipendenti in entrata.

Il padronato, insomma, coglieva l’occasione per aumentare il controllo aziendale sui lavoratori. La Cgil aveva dovuto precisare:

«non è obbligatorio compilare nessun questionario proposto dall’azienda o altri enti che non siano quelli preposti (Dipartimento di Igiene Pubblica dell’Ausl);
l’autocertificazione che alcune imprese stanno richiedendo è illegittima oltre che essere una falsa tutela per i lavoratori […] Dobbiamo evitare che le aziende, fuori dalle procedure definite dalle Autorità competenti, in modo unilaterale prendano iniziative che possono creare allarmismo e panico e ledere i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.»

Alcune aziende usavano il coronavirus per imporre ferie forzate ai dipendenti, in modo da fargliele smaltire tutte – a febbraio! – e averli a disposizione per il resto dell’anno.

Vodafone aveva indetto la chiusura nazionale «ad esclusione delle attività di vendita, supporto vendita […] presidi del Customer Care, Security Operations Center e Network Operations», obbligando i lavoratori degli altri comparti aziendali – anche quelli delle zone non toccate dall’emergenza – a utilizzare le proprie ferie. Tentativo bloccato dalla Cgil di Bologna.

Una lavoratrice interinale era stata allontanata dal luogo di lavoro solo perché il marito lavorava in un’azienda del modenese dove il padrone era risultato positivo al virus.
– Solo dopo l’intervento del sindacato han tirato il culo indietro!
Di storie così ce n’erano uno sbanderno.

Tutto questo mentre il Garante per gli scioperi rivolgeva «un fermo invito» ai sindacati perché evitassero le astensioni collettive dal lavoro fino al 31 marzo.

Quindi, niente scioperi per più di un mese, proprio mentre i lavoratori subivano uno dei peggiori attacchi degli ultimi decenni.

In teoria non si potevano convocare nemmeno le assemblee sindacali, ma la Cgil le aveva fatte comunque, minacciando denuncia ai sensi dell’articolo 28 se i padroni avessero cercato di impedirle.

Ogni vertenza era comunque bloccata, dato che lavoratori e sindacalisti dovevano occuparsi dell’emergenza. Anche perché l’Inps dell’Emilia-Romagna aveva deciso di chiudere, mentre tutte le attività collegate – Caf e patronati – gestite dai sindacati restavano aperte al pubblico e assorbivano tutto il lavoro in più.

L’emergenza che toccava affrontare non era quella del virus, ma quella generata da ordinanze e circolari attuative, che ormai facevano epidemia per conto loro. Scollegate una dall’altra, da regione a regione, e recepite in misura diversa da comune a comune, con direttive applicative che si susseguivano a distanza di 24 ore, per rammendare i buchi che le direttive precedenti avevano prodotto.

Merola.

A Bologna si toccavano picchi di ridicolo. «Bologna non si ferma», aveva detto il sindaco Merola mentre chiudevano musei, cinema e teatri, saltavano festival e fiere…
Restavano aperte le biblioteche. Proprio nelle biblioteche scrivevamo il Diario virale.
In quella più grande, Sala Borsa, frequentata da migliaia di utenti al giorno, l’amministrazione dispensava i dipendenti comunali dai contatti col pubblico. Precauzione che però non valeva per i lavoratori ausiliari della coop appaltatrice, i quali evidentemente potevano essere esposti al virus, purché mandassero avanti la baracca. [Su questo cfr. la precisazione nei commenti, N.d.R.]

La circolare applicativa della regione non disponeva la chiusura dei centri sportivi, ma la sindaca di un comune della cintura aveva deciso di chiuderli lo stesso. Così i dipendenti So.Ge.Se delle piscine di quel comune erano rimasti a casa, mentre quelli delle piscine di altri comuni continuavano a lavorare. Quella gente doveva spendere giorni di… cosa? Malattia? Ferie? Cassa integrazione?

Con le scuole chiuse, gli insegnanti percepivano comunque lo stipendio, ma i servizi di pulizia e mense erano in gran parte esternalizzati, e quei lavoratori erano senza paga. Idem i lavoratori del privato sociale, spesso impiegati nel sostegno alla didattica. Per loro i sindacati avevano chiesto il fondo d’Integrazione salariale, la vecchia “cassa integrazione”. Un sussidio noto per i suoi cronici ritardi e comunque ridotto del 20/30% rispetto allo stipendio. In realtà, i servizi svolti da quei lavoratori erano già pagati, già a bilancio, perché le cooperative che li fornivano avevano vinto bandi pubblici. Non ci sarebbe voluta chissà quale organizzazione per far arrivare quei soldi subito nelle tasche dei lavoratori. Dove invece non c’era un baiocco che inzuccasse con quell’altro.

I lavoratori delle coop sociali o delle piattaforme di servizi a domicilio – come l’accompagnamento di disabili e malati, la formazione e aggiornamento sui luoghi di lavoro, ecc. – si vedevano cancellato ogni appuntamento e di conseguenza i guadagni di intere settimane.

L’intero settore dello spettacolo era stato scaraventato in una crisi senza precedenti. Le imprese coinvolte non potevano sostenere i costi della chiusura, così finivano per chiedere ai lavoratori di rinunciare allo stipendio, o al posto di lavoro stesso. Il rischio della chiusura definitiva di piccoli teatri e cinema era altissimo.

Non solo: tutti i luoghi di lavoro ad alta concentrazione di personale o di pubblico erano a rischio. Ogni azienda bloccata dall’ordinanza si ritrovava ad affrontare il problema senza avere ricevuto la minima indicazione su come comportarsi.

Le disdette nel settore alberghiero e turistico arrivavano a raffica, sui giornali si parlava di un calo del 40% a livello nazionale. Tutte le fiere bolognesi erano state rimandate a maggio. Anche le forniture iniziavano a scarseggiare e molte aziende dovevano mettere in cassa integrazione i dipendenti perché impossibilitate a proseguire la produzione.

I sindacati gestivano l’emergenza caso per caso, azienda per azienda, cercando di non far perdere giornate di stipendio e chiedendo l’attivazione degli ammortizzatori sociali straordinari alle amministrazioni e al governo, che invece baccagliavano di «zone rosse» da isolare. L’insipienza di una classe dirigente selezionata in peggio da anni di retoriche populiste e tecnocratiche risultava in tutta la sua evidenza.

Anche l’accavallarsi di competenze amministrative e governative faceva danni, dimostrando che gli ambiti non erano chiari a nessuno.

Un lavoratore del modenese, malato di polmonite e positivo al coronavirus, era stato invitato dai medici a non recarsi all’ospedale, per non rischiare di infettare altri pazienti, e a farsi assistere a casa; ma il Prefetto era intervenuto per imporre il ricovero, nonostante il precedente dell’ospedale “bomba” di Codogno.

Il governatore delle Marche, benché nella sua regione non risultasse nemmeno un contagiato («ma abbiamo avuto casi al confine, a Cattolica»), aveva decretato la chiusura delle scuole. Il governo centrale aveva impugnato il provvedimento, talmente peregrino da illuminare la peregrinità degli altri. «No a iniziative autonome dei governatori», aveva tuonato il premier Conte. Il TAR gli aveva dato ragione.

Lo stesso Conte ora parlava espressamente di «rischio recessione» e chiedeva di abbassare i toni.

Eh, già, i toni…

Nel giro di poche ore i media mainstream avevano cambiato linea. Gli stessi giornali che fino al giorno prima titolavano a tutta pagina che «mezza Italia» (sic) era in quarantena, il giorno dopo pubblicavano articoli rassicuranti, che ridimensionavano l’emergenza. Dopo aver tifato paranoia per una settimana, se ne uscivano con analisi forbite sul Paese «in crisi di nervi». Pfui, che povevacci, che cveduloni…

Ma dopo ettolitri di benzina sul fuoco, spegnere l’incendio non sarebbe stato facile.

Soprattutto perché ora gli amministratori – che da quei media si erano lasciati influenzare, reagendo nei modi più irrazionali possibili – si trovavano in un paradosso a spirale, una trappola senza uscita: non sapevano come rimangiarsi il “decisionismo” e il celodurismo di pochi giorni prima.

Revocare le direttive inutili mentre il virus era ancora in giro non equivaleva forse ad ammettere di avere sbagliato tutto, o almeno di avere esagerato?

L’altra opzione era fingersi imperterriti, mantenere in essere le direttive in nome di una loro presunta efficacia, almeno per un’altra settimana, poi si sarebbe visto.

Questo, però, avrebbe reso sempre più ingestibile la situazione sul piano socioeconomico. Quante settimane di scuola o lezioni universitarie o esami avrebbero perso gli studenti? Quante giornate avrebbero perso i lavoratori precari, autonomi e quelli non coperti dagli ammortizzatori? Quanti giorni di malattia o di ferie accumulate sarebbero stati bruciati? Quanti soldi si sarebbero ancora buttati in inutili blocchi e militarizzazione?

E soprattutto, quei provvedimenti erano stati presi in attesa… di cosa?
Di un vaccino?
Della bella stagione?
Ch’al vgnéss zò la Madòna?

Un esempio clamoroso era il coprifuoco imposto ai locali e bar di Milano. Che significato aveva il ritiro di quella disposizione, dopo soli quattro giorni dalla sua entrata in vigore? Delle due l’una: o la misura era stata una cazzata fin dall’inizio, oppure era stata una buona idea ma la si revocava per le pressioni della Confcommercio e dei dané (ne andava del «modello Milano»!), sacrificando all’economia la salute dei cittadini più deboli.

In entrambi i casi, il sindaco Sala non ci faceva una bella figura, così come non ce la faceva Cirio, il governatore del Piemonte, che voleva «ritornare alla normalità» e tentava di giustificare questo desiderio con varie supercazzole, non avendo dati medici che lo giustificassero, ma soltanto ragioni economiche.

Come sempre la faccia più tosta, di quelle ch’as i amacarév i nûṡ (che ci si ammaccherebbero le noci), l’aveva il veneto Zaia: mentre il suo omologo marchigiano, sbertucciatissimo, chiudeva le scuole, lui bel bello le riapriva dichiarando: «La situazione è sotto controllo».

Bunazén.

Almeno altrove si faceva marcia indietro, o si provava a farla, seppure maldestramente o paraculamente, perlomeno su alcuni dei provvedimenti. In Emilia-Romagna no, brisa, nessun cenno di autocritica, amministratori allineati, coperti e pure infastiditi dal «discutere». Bonaccini aveva persino dichiarato che la chiusura delle scuole era stata «richiesta da oltre il 90% dei genitori» (!), un dato bello tondo e levigato, prêt-à-porter.

Meno di un mese dopo la «stravittoria» (sic) alle regionali, al primo test significativo del presunto «nuovo corso» il golden règaz Bonaccini e il PD emiliano davano prova di un frastornato dilettantismo, e si stavano alienando proprio i lavoratori del comparto cultura e spettacoli, gente che si era turata il naso in massa per sconfiggere la Lega.

Ma niente, i nostri amministratori andavano dritti come treni e non li avresti mai sentiti dire «ho sbagliato».
– Bonaccini sembra quello che pensa di potersi pisciare a letto e dire: «E alåura? Ai ò sudé!»

A parte stringere la ganassa, comunque, non sapevano che altro fare. Avevano un piede a mollo e l’altro in acqua. Non potevano neanche dar la colpa al ministero della sanità, perché era il ministero di un governo amico, e soprattutto perché i più assurdi spropositi presenti nelle ordinanze erano farina del sacco locale.

Questo era successo ovunque: ad aver dato il peggio erano state le regioni. La  regionalizzazione della sanità si era dimostrata d’intralcio nella gestione della crisi, alimentando un caos più volte criticato dai vertici dell’Istituto Superiore di Sanità e addirittura spingendo Conte a minacciare la Lombardia di toglierle le prerogative. Nemmeno sul vero numero dei contagiati c’era consenso: secondo l’ISS le regioni comunicavano numeri non controllati.

L’emergenza – nazionale e planetaria – stava sfasciando importanti settori dell’economia, mentre altri puntavano a cogliervi opportunità, a sfruttarla per il proprio tornaconto.

I provvedimenti presi erano contrari agli interessi di una parte di borghesia, che infatti stava tirando le orecchie ai politici, reclamando il dietrofront. Non per questo avrebbero danneggiato il capitalismo come sistema, perché a un livello superiore esso avrebbe integrato e usato quel precedente, traendone profitti. Con tutta probabilità, lo stava già facendo. Ma se dicevi che l’emergenza non era tutta disfunzionale al capitale, anzi, per certi versi era molto funzionale, ti davano del «dietrologo» o del «complottista».

«Dietrologo!»

In realtà non c’era nulla di nuovo né di astruso, tantomeno si trattava di «complotti»: era solo la classica contraddizione, per dirla col Marx dei Grundrisse, «tra [la] potenza generale sociale alla quale si eleva il capitale e il potere privato del capitalista sulle condizioni sociali della produzione.» Una crisi, una catastrofe o una rovinosa serie di cazzate potevano danneggiare il potere privato di uno o più capitalisti – cioè rovinare aziende o determinati comparti dell’economia, provocare ruzzoloni in borsa ecc. – e al tempo stesso rafforzare il capitale come potenza generale sociale, come sistema nel suo complesso.

Non sarebbero stati gli errori del ceto politico, non sarebbe stata la «recessione da coronavirus» a fermare il capitalismo. Il capitalismo usava la distruzione – «creatrice», diceva quel tale – di alcuni suoi settori e si ristrutturava per raggiungere un livello superiore. Non si fermava nemmeno davanti al baratro ecologico e climatico, anzi, cercava modi di mercificare il baratro. Trovava limiti solo nei conflitti sociali che si opponevano all’estrazione di valore, cioè nelle lotte contro lo sfruttamento. Nessuna crisi lo aveva mai fermato, perché non poteva fermarsi da sé. Come ogni modo di produzione precedente, sarebbe finito solo quando una rivoluzione ne avesse imposto un altro già maturo.

Erano tanti i modi in cui il capitale come potenza generale sociale poteva trarre profitto dall’emergenza.

Ad esempio, grazie ai big data. Estrarre valore dai comportamenti delle persone, dalla loro sorveglianza, dal tracciamento di ogni azione compiuta online – e ormai, con l’«Internet of things» e le case smart, «online» voleva dire tantissime cose – era il business più redditizio di quella fase storica. I big data prodotti a fantastiliardi di gigabite in quelle settimane di emergenza e paura sarebbero stati materiale prezioso, anzi, erano già materiale prezioso da vendere sul mercato, e da usare per propinare pubblicità micropersonalizzata, vendere sicurezza, acuminare algoritimi per produrre nuove app sempre più pervasive e addictive, disciplinare e sorvegliare meglio ecc.

Inoltre si era stabilito l’ennesimo precedente, utile a perfezionare il comando capitalistico sui territori. Il decreto-legge del governo prevedeva lockdown di vaste dimensioni di territorio anche in presenza di un solo tampone positivo non collegabile a focolai noti.

Illustrazione fuori testo.

Che una simile formulazione fosse lì per voglia di controllo orwelliano o semplicemente perché il decreto era scritto in fretta e furia, come le sue disposizioni attuative, senza che nessuno ponderasse le conseguenze, poco importava. Contavano le conseguenze, appunto, non le intenzioni. Si trattava dell’ennesimo «decreto sicurezza» che sarebbe rimasto nel nostro ordinamento, adagiato su quelli già in essere e fatto di pura propaganda.

Era probabile che quando l’anno venturo il Covid19 – divenuto malanno stagionale, come diversi esperti prevedevano – fosse tornato, le reazioni non sarebbero state spropositate come la prima volta, ma intanto si era introdotta la possibilità di trasformare in zone rosse ampie porzioni di territorio italiano, al cui interno potevano essere sospesi diritti elementari, di fatto per la presenza di un solo ammalato.

Procedura controversa, quella del lockdown, anche sotto l’aspetto strettamente sanitario. In uno dei testi scientifici che avevamo letto si studiava l’effetto di una quarantena su due territori contigui, uno con servizi medico-sanitari migliori e quindi a minor rischio di epidemia (chiamiamolo «ricco») e uno con servizi medico-sanitari peggiori e quindi a maggior rischio di epidemia (chiamiamolo «povero»).

Nel caso di focolai nel territorio povero, chiudendo quest’ultimo diminuivano sì i contagi nel territorio ricco, ma aumentavano e si aggravavano nella zona sottoposta a quarantena, e a tal punto che l’intera situazione peggiorava: «più bassa sarà la mobilità relativa delle persone della comunità ad alto rischio, più vasta sarà la dimensione complessiva dell’epidemia.»

Al contrario, proseguiva il paper,

«se la comunità a basso rischio ha una risposta abbastanza forte alle infezioni, allora non restringere gli spostamenti tra le due comunità può ridurre o addirittura spezzare le catene di trasmissione nella comunità ad alto rischio. Esportando casi secondari di infezione nella comunità a basso rischio, la produzione complessiva di casi secondari può essere ridotta.»

Non era necessario pensare all’Africa per immaginare una situazione simile a quella studiata in quel testo. In Italia c’erano moltissime zone sfigate sotto l’aspetto sanitario, confinanti con altre messe molto meglio.

Idea: scrivere un racconto su un lockdown da qualche parte lungo la dorsale appenninica, o in una valle alpina, o nella zona del Delta del Po, dove poteva capitare di vivere a ottanta chilometri dal primo ospedale e in assenza di presidii sanitari territoriali.

C’era continuità tra i «decreti sicurezza» degli ultimi anni – «Minniti-Orlando», «Salvini» e «Salvini bis», che il governo Pd-M5S si guardava bene dell’abrogare – e quello sull’emergenza coronavirus, perché c’era una continuità tra retoriche. La fobia del contagio si era incanalata nel solco già tracciato dalle pseudo-emergenze legate all’immigrazione, e dalle campagne securitarie e sul «decoro». Ancora una volta il libro di Wolf si dimostrava prezioso.

Al virus si era data una risposta in chiave di militarizzazione del territorio, la stessa che si era sempre data a povertà, esclusione, disuguaglianze. Si era ricorso alla logica della «zona rossa», ma spingendola ben oltre i confini della zona da circoscrivere per contenere il focolaio. Si era data la caccia a presunti «untori» – il «Paziente Zero», sfuggente come Igor il Russo!  – alzando di diverse tacche il livello di paranoia.

Foto e racconti sui giornali descrivevano città vuote, piazze deserte. Spesso si trattava di luoghi scelti ad hoc: non i quartieri dove la gente viveva davvero, ma le strade del turismo e dello shopping. Zone in realtà già morte, al cui cadavere l’emergenza Covid veniva soltanto a togliere un dito di belletto. E lo stesso poteva dirsi per l’agorafobia da coronavirus, che ci pareva strettamente collegata all’ideologia del decoro. Laddove già si era diffusa una certa paura per i luoghi pubblici, magari velata di nostalgia, perché considerati «non più sicuri come un tempo», proprio là colpiva più duro il vuoto. Ma come per il razzismo contro i cinesi, non era il virus a indurre nuovi atteggiamenti: l’emergenza portava a galla verità nascoste dal tran tran quotidiano o rivestite da strati di retorica. Come scrivevamo ai tempi del terremoto in Emilia: a uccidere non è il sisma, ma la realtà su cui il sisma getta luce.

L’emergenza era come un interruttore, che d’improvviso aumenta l’intensità della luce e rende visibili contorni e gesti che altrimenti sarebbero rimasti nell’ombra. La quarantena, le zone rosse, i confini invalicabili, i posti di blocco, le limitazioni alla mobilità, le chiusure: i termini e le questioni erano identici a quelli di un’altra «emergenza», quella che riguardava profughi, migranti, richiedenti asilo. In un caso come nell’altro, i confini erano la risposta a un attacco di panico, dovuto al trovarsi smarriti, in mezzo a una folla sconosciuta, bombardati dall’insicurezza, disorientati dallo spazio. I confini erano le pareti alle quali si aggrappa chi si trova circondato dai suoi simili e ne ha paura: perché sono stranieri o perché sono infetti. Perché sono altri.

Fedriga

Lo si vedeva bene da certe reazioni, come quella del governatore del Friuli-Venezia Fedriga, che subito aveva unito le due emergenze, chiedendo la quarantena anti-Covid19 per i migranti in arrivo dalla Slovenia. Salvo poi ritrovarsi con la Slovenia che voleva chiudere i confini, come no, ma per non far entrare gli italiani. E lo stesso, in giro per il mondo, dalle isole Mauritius ai Caraibi al Brennero, per treni, aerei e navi con italiani a bordo.

Rifiuti che facevano montare l’indignazione per lo smacco subito: una ferita sanguinosa, specie per quei sovranisti che di solito invocavano i porti chiusi e sbattevano le frontiere in faccia a chi scappava dalla guerra.

Da farsa, il «contenimento» era divenuto lugubre carnevale in quel di Taranto, dove ArcelorMittal, il colosso siderurgico proprietario dell’Ilva, aveva predisposto nientemeno che una task force per «meglio tutelare il personale considerata l’evoluzione del nuovo Coronavirus 2019-nCoV», e disposto: «i dipendenti che entrano in contatto con personale esterno (vettori, fornitori, vigilanti) sono tenuti a indossare apposita mascherina con filtro».

Era la stessa azienda che ogni giorno riversava nell’aria – e sulle case di quegli stessi dipendenti – acido solfidrico e anidride solforosa oltre i valori soglia. Tanto da ricevere un ultimatum dal sindaco.

Un beffardo teschio di fumo s’innalza dall’Ilva/AlcelorMittal. Foto di Maria Rosaria Suma.

Si era arrivati a quel punto, a quell’ipocrisia, perché del contenimento s’era fatto spettacolo, diversivo.

Razionali misure di contenimento non potevano prescindere dall’informare adeguatamente i cittadini, in particolare i soggetti più a rischio, affinché evitassero determinati comportamenti e circostanze. Era chiaro – o avrebbe dovuto esserlo – che questo non si poteva ottenere con il terrore, né con gli energumeni in mimetica. Solo la corretta informazione, unita alla capillarità dell’assistenza e a elementari misure di profilassi nella routine quotidiana di tutte e tutti noi avrebbe potuto prevenire le condotte pericolose.

Invece si era fatto l’opposto: si era rovesciata addosso ai soggetti più deboli una disinformazione massiva, martellante, contraddittoria, e li si era spinti a tenere i comportamenti più a rischio. Affollare i supermercati in cerca di amuchina, ad esempio. Invece di intervenire sulle esigenze dei più vulnerabili – principalmente anziani e immunodepressi – e potenziare le strutture ospedaliere che potessero accoglierli, si era deciso di promulgare ordinanze assurde e incoerenti, che probabilmente avevano tutelato ben poco, ma in compenso avevano mandato in tilt mezzo mondo del lavoro.

Dal ponte Matteotti guardavamo il tramonto scendere su Bulåggna e, tutt’intorno, sull’Emilia-Romagna, sulla pianura padana, sull’Italia.

I media avevano descritto scenari da film di Romero, come La città verrà distrutta all’alba (1973). A noi invece veniva in mente uno scenario da western crepuscolare.

La sensazione era che il paese fosse in balia di chiunque e di qualunque cosa. Una frontiera selvaggia dove tanti aspiranti sceriffi gonfiavano i muscoli e alzavano la voce, mimando un decisionismo tanto nocivo nei modi e nelle implicazioni quanto farlocco e pagliaccesco.

Il Covid 19 non ci avrebbe annientati.

Il problema era tutto il resto.

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158 commenti su “Diario virale / 2. Bulåggna brancola nel buio delle ordinanze (26-28 febbraio 2020)

  1. […] Aggiornamento: il Diario Virale prosegue qui:

    Diario virale / 2. Bulåggna brancola nel buio delle ordinanze (26-28 febbraio 2020) […]

  2. “A noi invece veniva in mente uno scenario da western crepuscolare.”

    C’è una scena in “Pat Garrett and Billy the kid” che per me è la scena più bella, del film più bello che sia mai stato girato. E’ la scena dell’evasione di Billy dalla prigione di Lincoln. Billy, nel cesso, trova sotto la paglia una pistola che qualche compagno ha lasciato lì per lui. Mentre viene riportato in cella, spara all’aiutante dello sceriffo con la pistola, e subito dopo, con un fucile caricato a monete, al vicesceriffo (keep change, bob), un fanatico religioso che poco prima l’aveva picchiato a sangue in nome di Gesù. Lo sceriffo Pat Garrett è lontano, da qualche parte a leccare i piedi di Chisum e dei boss del cartello di Santa Fè. Per una manciata di minuti Billy è padrone assoluto della città. Il tempo è sospeso, Billy si fa sellare un cavallo, fa rifornimento di munizioni, e si allontana verso il deserto mentre i cittadini di Lincoln lo lasciano fare impauriti, e i suoi compagni in camuffa sorridono tra sè e sè.

    Ecco, dedico questa scena a chi fugge dal disciplinamento.

  3. Visto che sono intervenuto criticando il resoconto precedente, vorrei prima di tutto premettere che personalmente non intendevo (e, salvo mia incapacità di esprimermi, non mi pareva di aver inteso) accusare di “complottismo”. Ci ero arrivato subito dopo la lettura del pezzo di Agamben sul Manifesto, di cui giustamente anche voi avete individuato i limiti (eufemismo), a partire da premesse errate e fantasiose (dopodiché, ex falso quodlibet). E poiché sono arrivato a voi partendo da chi straparla di “epidemie inventate” non ero propriamente ben disposto. Chiedo venia per questo e per non essere riuscito a esplicitarlo in modo migliore, come hanno fatto altri commentatori successivamente. TL;DR quello sì che è complottismo -spero possiamo concordare tutti- ed è complementare al burionismo, per quanto in mezzo al resto “dica anche cose buone”.

    Anche per questo (evitare che si confondano le posizioni e siano poi i commenti a differenziare), tornando sull’aspetto relativo a quali misure sanitarie possono essere importanti, mi piacerebbe leggere qualcosa di esplicito nello prossimo resoconto circa il fatto che interventi di contenimento sono comunque necessari… Marc Lipsitch (epidemiologo di Harvard), benché anche lui scettico circa il fatto che sia possibile evitare che il COVID-19 diventi endemico, continua a parlare di sforzi intensivi per isolare casi, mettere in quarantena i loro contatti, e *misure di “distanziamento sociale”*.

    Per quanto riguarda il paper relativo al lockdown tra due comunità a diverso benessere, concordo che sia interessante evidenziarlo (intendo non meramente a livello scientifico ma che ne riconosco anche l’importanza “politica”). Però anche qui non vorrei che passasse un messaggio distorto. Innanzitutto, fin dall’abstract, NON dice che le misure di lockdown peggiorano sempre l’esito complessivo dell’epidemia: “The degree to which mobility restrictions increase OR DECREASE the overall epidemic size depends on the level of risk in each community and the characteristics of the disease” (maiuscolo mio). Secondariamente, si parla esplicitamente di misure di *mobilità* tra due comunità, che non sono l’unico caso possibile di misure di “distanziamento” (es. chiusura scuole) né una descrizione sempre calzante della realtà italiana (es. se oggetto del lockdown fosse Milano anziché un’area di provincia – magari è fantascienza, per ora, magari no). Per quanto riguarda l’idea (che trovo interessante):
    “scrivere un racconto su un lockdown (…) [in una valle alpina], dove poteva capitare di vivere a ottanta chilometri dal primo ospedale e in assenza di presidii sanitari territoriali”, è sicuramente un grosso problema lo smantellamento dei livelli di assistenza nelle aree “periferiche”. Tuttavia, credo che sia un problema molto più per il “quotidiano” (centri nascite, lungodegenze, traumatologico, emergenze in cui il tempo di intervento è critico, ecc) e paradossalmente possa esserlo meno per la questione COVID-19: infatti è anche minore la densità di popolazione, il che generalmente è un vantaggio per ostacolare la diffusione di un’epidemia (è noto che la mega-urbanizzazione costituisce un problema da questo punto di vista). E questo mi sembra sia riconosciuto anche all’interno dello stesso paper, là dove dice (discussion and concluding remarks) “se la densità di popolazione è maggiore nella comunità a basso rischio” (la più ricca, se vogliamo) “l’uso di un cordone sanitario può essere efficace”.

    Cambiando completamente discorso, vorrei far notare una cosa per quanto riguarda le misure di controllo sui lavoratori implementate dal padronato, anche se giustamente fate notare che bisogna distinguere le intenzioni dagli effetti (e che sono questi ultimo poi ad essere importanti), per cui un’intenzione neutra o pressapochista non esclude affatto conseguenze in senso di controllo. Credo che in alcuni casi sia possibile che sia “solo la classica contraddizione” per cui ci si muove in ordine sparso e con poca logica, non necessariamente perché il provvedimento sia finalizzato fin da subito a quell’obiettivo lì. Per dirla semplicemente: personalmente non mi pare inverosimile che si tratti soltanto di gente che non sa che pesci pigliare e cerca di pararsi il culo. Nella prima ordinanza a doppia firma del presidente lombardo e del ministro della sanità, si stabiliva che “i lavoratori impiegati nei servizi essenziali sono ammessi al lavoro previa verifica quotidiana dello stato di salute, con riguardo ai sintomi e segni della COVID19 a cura dei datori di lavori (sic)”. Mi sembra abbastanza assurdo delegare al singolo datore di lavoro il compito di una valutazione per la quale non capisco come potrebbe avere le competenze, tra l’altro senza specificare in base a quale protocollo, e mentre si dubita della possibilità che anche soggetti asintomatici possano trasmettere la malattia. Facendo sì che ognuno si muova in ordine sparso. Mi dicono di un caso in Piemonte in cui il datore di lavoro ha chiesto una “autocertificazione di non essere cinesi o lombardi” (siccome è un racconto riportato, spero almeno che si intendesse “di non essere stato di recente in Cina o Lombardia”).
    Nella mia azienda (senza fare nomi, stiamo parlando di un caso “fortunato” in cui molti dipendenti hanno maggiori possibilità di quanto possa averne un lavoratore medio, anche senza andare nel precariato), per quanto non stia riuscendo bene a capire come si muovono le cose, sto vedendo parecchie cose che mi sembrano illogiche anche dal punto di vista manageriale, a partire dal correre rischi eccessivi di vedersi chiudere delle sedi semplicemente per inazione e illogicità; sto vedendo ipocrisia nel motivare le decisioni prese, differenza di trattamento tra dipendenti diretti e fornitori esterni, e sto vedendo il middle-management provare ad essere più realista del re, con alcuni “capetti” che provano ad implementare regole diverse e imporre restrizioni non richieste dal top management. (Non che sia una novità emergenziale, si tratta di comportamento già riscontrato per altri argomenti).
    Non so se c’è già qualcosa del genere in rete, ma credo che sarebbe interessante anche una raccolta di quali iniziative sono state prese dalle varie aziende, con quale autonomia, con quale eventuale differenziazione, ecc.

    prova
    prova

    • Al volo, solo per rassicurarti che non c’entri niente con le accuse – banali e soprattutto del tutto fuori fuoco – di «dietrologia» e «complottismo». Sono state fatte altrove, non certo su Giap, dove il livello non si abbassa mai a quel punto.
      Sul resto poi, ché oggi siamo esausti.

  4. A me viene in mente piu’ un film come Figli degli uomini, di Cuaron che un western, ma forse e’ a causa dell’anagrafe. E in relazione alle misure di quarantena che hanno escluso super/ipermercati, mi torna in mente una scena di 28 giorni dopo, di Danny Boyle, durante la quale i protagonisti sembrano esorcizzre la paura e la morte accaparrandosi merci. Oppure i molti riferimenti ai grocery stores in Rumore Bianco, di De Lillo: “here we don’t die, we shop”. E in relazione a questo fatto in particolare, mi chiedo se non e’ possibile insistere, esaltare, evidenziare questa incredibile contraddizioneforse in modo da rendere possibile una presa di coscienza dell’assurdo. Per dirla con le parle di Mark Fisher: “La lunga e oscura notte della fine della storia deve essere considerata come un’enorme opportunità. La pervasività molto opprimente del
    realismo capitalista significa che anche i barlumi di possibilità politiche ed economiche alternative possono avere un grande effetto di impatto sproporzionato. Il più piccolo evento può aprire un buco nella tenda grigia della reazione che ha segnato gli orizzonti delle possibilità sotto il realismo capitalista. Da una situazione in cui nulla può accadere, all’improvviso tutto è nuovamente possibile.”

  5. All’interno della cornice dello stato che sfodera il manganello scintillante per mostrarlo agli stessi cittadini a cui ha inculcato la necessità continua di una non meglio precisata sicurezza, vorrei far notare la situazione ai posti di blocco: qualche membro delle forze dell’ordine munite di maschera filtro all’aria aperta, MA senza protezioni oculari. Al contrario i tanti, tantissimi, operatori sanitari che sono fra i più esposti al contagio (come dimostrato dal numero di medici e infermier* infettati in Cina) girano con mascherine chirurgiche e poco altro (niente protezioni oculari e niente copricamici). Nell’impossibilità di procurarsi velocemente abbastanza ventilatori meccanici per far fronte a un possibile aumento della necessità di ventilare/intubare i malati, una persona penserebbe che almeno si potrebbe provare a prevenire le infezioni fra chi deve curarti e invece…

  6. E così, qui a Bologna, senza nemmeno un caso rilevato, ci becchiamo un’altra settimana di scuole, università, cinema, teatri, chiusi. Si pensi a quante penali i teatri di prosa dovranno pagare per gli spettacoli annullati. E a quanti cinema vedranno i fatturati di questo mese andare in fumo. Ma non è soltanto un problema economico, ovviamente. Lo dice con forza Gian Luca Farinelli, il direttore della Cineteca, una delle poche voci che in città sta protestando contro i decreti e le ordinanze regionali. Ne parla un articolo uscito ieri su “Repubblica” a firma di Silvia Bignami. Farinelli si è rifiutato di fare come la cineteca di Milano, che ha messo in streaming la propria programmazione. «La cultura non è solo guardare un film sull’Ipad. È un’esperienza, un momento di arricchimento sociale», dice. Farinelli fa anche notare che si sta creando un pericoloso precedente nel settore cinematografico: per bypassare la chiusura delle sale, le grandi produzioni stanno vendendo i diritti di distribuzione direttamente alle piattaforme online. Questo uccide letteralmente i cinema e vanifica ogni tentativo di mantenere viva l’esperienza della visione in sala. «Un danno gigantesco, e non solo economico». E aggiunge: «La cultura è comunità. E Bologna, più di altre città, è impastata di cultura. Se si spegne questo se ne spegne il cuore. […] Prolungare l’assenza di cultura non è mai irrilevante, per il tessuto di una società».
    In effetti non lo è. Non ci stancheremo di dire che chiudere cinema, scuole, teatri e lasciare aperti i centri commerciali corrisponde a una scelta di priorità politica, assai più che sanitaria. Questo a prescindere dall’intenzione che muove tale decisione, dettata probabilmente dall’inadeguatezza, dal panico o dall’inerzia, che però guarda caso porta a considerare sacrificabili alcuni ambiti e altri no. Tutto questo in una città dove, appunto, finora non è stato riscontrato nemmeno un caso.

    • Per quanto riguarda l’università, a partire da Milano l’idea che sta girando è quella di cominciare a sostituire l’insegnamento in aula con l’insegnamento on line. Anche questa trovata, come il rock ‘n’ roll, is here to stay. E sarà uno schifo.

    • L’ho riletto l’intervento di Davide e la cosa che continua a non tornarmi è che scriva “Dovremmo riabituarci a fornire qualcosa di concreto a coloro cui rivolgiamo un’interpretazione dei fatti: le grandi costruzioni ideologiche, dovremmo averlo imparato, perdono mordente se non sono in grado di impigliarsi nella realtà. Il paragone che Agamben fa tra Coronavirus e “terrorismo”, d’altra parte, è quanto mai rivelatore.” Ok, bisogna “fornire qualcosa di concreto” sono d’accordo e mi pare che nei commenti di questo diario virale la faccenda del Che fare? si è posta e alcune proposte si trovano anche fra i tanti commenti e link a studi e articoli che si sono intrecciati. Però Agamben scrive altro nel suo articolo (che avrà pure i suoi limiti da un punto di vista epistemlogico) e cioè che “Si direbbe che esaurito il terrorismo come causa di provvedimenti d’eccezione, l’invenzione di un’epidemia possa offrire il pretesto ideale per ampliarli oltre ogni limite.” Lettura forzata della realtà? Vedremo, ma sta facendo notare che la reazione dello stato a due cose diverse fra loro (terrorismo e pandemia) è uguale: provvedimenti d’eccezione. Da quel punto in poi, punto in cui mi pare emergere forzatura, il discorso di Davide lo seguo davvero a fatica. E alcune cose non mi convincono proprio, perché appunto non stiamo affrontando persone che si aggirano per le città con il mitra spianato ad ammazzare indistintamente ma un virus. Pericoloso, difficile da gestire, va bene ma è un virus. Se la mia lettura è sballata fatemelo notare, grazie

      • A spanne, tanto Agamben quanto alcune critiche ad Agamben mancano il punto estremamente realistico e «pratico», pur nella sua portata teorica, evidenziato da Pietro Saitta (https://www.lavoroculturale.org/corona-virus-oggetto-culturale-politico/ ), e cioè questo:

        «In un quadro di emergenze virtuali elette a lessico e grammatica della politica contemporanea, anche una emergenza globale finisce col pesare alla stessa maniera di qualunque altra questione e non merita dunque una sospensione dei normali repertori d’azione e di parola.»

        E’ questo, per primo, a sputtanare il discorso delle autorità pubbliche. Non la dimensione strettamente epidemiologica, ma il fatto che una dichiarazione di emergenza non è credibile né sincronicamente, perché contraddittoria (lo si è detto qui sopra in abbondanza) ma neppure diacronicamente, perché è l’ennesima di una serie di «emergenze» farlocche, o quantomeno esagerate, o usate per squallidi scopi di profitto (tipo usare la strage del Bataclan per imporre il controllo dei biglietti prima di accedere ai binari in stazione, https://www.internazionale.it/reportage/wolf-bukowski/2017/10/30/stazioni-poveri ). Un potere emergenziale è un pericolo, soprattutto in caso di emergenza.

        • Grazie mille wolfbukowski per aver segnalato questo articolo. La citazione è da incorniciare. Leggere il dibattito innescato da Agamben (tranne il notevole articolo di Paltrinieri https://antinomie.it/index.php/2020/03/01/prove-generali-di-apocalisse-differenziata/ che ragiona contestualizzando l’emergenza e l’epidemia) è stato come partecipare a un seminario di filosofia teoretica in cui si applicano meccanicamente i concetti a situazioni nuove e complesse – c’è bisogno di inchieste e di storia.

        • La questione dell’emergenza non è però quella della sua credibilità. Lo scetticismo verso l’emergenza è chiaramente molto diffuso, ma il clima di eccezionalità continua ad agire e ad approfondirsi anche se ingiustificato. Anzi, possiamo dire che in questi giorni l’eccezionalità si è denudata ma allo stesso tempo è aumentato il suo potere, anche quello di “creare emozioni”: se ne servisse un’ulteriore conferma (oltre a quelle già fornite nei diari e in molti commenti), in ambienti critici è scomparso il discorso su “depressione e capitalismo”; di colpo chiudersi in casa e rinunciare all’aggregazione è una misura accettabile, non problematica per la salute e il buen vivir di ognuno di noi.

          Da questo punto di vista secondo me l’articolo di Agamben dispiega il suo potenziale, che non è analitico ma direttamente politico-agente, perché invita a mobilitare la sfera emotiva contro la sensazione di paura ed emergenza. L’emergenza è in effetti poco credibile, ma per renderla anche inefficace bisogna rivendicare uno schema di valori diverso dal governo statistico della salute (e qui, Agamben invece è stato debole, perché si è appoggiato alla stessa Scienza che critica).

          Per esempio, ritornando alla situazione francese, non poteva in quei giorni bastare la semplice evidenza dell’insensatezza. Le emozioni di paura e sospetto e “aspettiamo tempi diversi per criticare” stavano in effetti prevalendo. A un certo punto però qualcun* ha detto qualcosa di completamente diverso. E’ cominciato molto piano con le manifestazioni dei migranti e con la contestazione della COP21: alcune manifestazioni non autorizzate hanno violato i divieti a partire da un rifiuto dell’emergenza («la vera emergenza è il clima», uno slogan di quei giorni). Stiamo parlando del finire del 2015, ma quei giorni sono stati importanti per aprire il ciclo in cui l’esagono si trova anche adesso. Così come è stato fondamentale che il movimento contro la Loi Travail dell’anno successivo de-sacralizzasse Place de la Republique, che era all’epoca diventata un simulacro di unità nazionale, con la statua piena di candele e frasi strappalacrime. Destituire l’emergenza è un’operazione che in Francia è riuscita, il paradosso è che l’articolo di Agamben è rimasto impigliato in una retorica tra emergenza e anti-emergenza, l’opposto di quello che sarebbe necessario.

          • Chiedo scusa, si può avere una riformulazione in un italiano più terra-terra?
            Mi ha mandato in confusione leggere di “potenziale non analitico ma direttamente politico-agente che invita a mobilitare la sfera emotiva”.

            Giustamente è stato ricordato altrove che è faticoso dover sempre disambiguare e premettere, che si alternano commenti che rilevano toni eccessivi a vicenda, creando il dubbio che sia il contenuto in realtà a dare fastidio… ma per favore venite in aiuto a uno lento di comprendonio.

            Voglio sperare che sia un limite mio non aver capito cosa significa che “il clima di eccezionalità sarebbe ingiustificato” e “l’emergenza sarebbe poco credibile”.

            Perché altrimenti mi tocca dire che continua a sembrarmi un problema maggiore il negazionismo. L’emergenza epidemiologica e sanitaria c’è, è un fatto. I posti letto in terapia intensiva sono limitati, e sarebbero un numero finito anche se non ci fossero stati decenni di demolizione della sanità. Ha ragione Davide Grasso a porre la domanda (parafraso a memoria) “ma se fossimo al potere noi, che tipo di misure prenderemmo?”

            Io purtroppo ho esempi di gente che in chat private sostiene di “non essere disposta a cambiare il proprio stile di vita” e “se il coronavirus se lo prende una vecchietta perché tu sei uscito di casa ci sta”, in risposta ad un medico che prova a spiegare in modo semplice “Terapia intensiva vuol dire coma farmacologico, con una macchina che respira al posto tuo. Se sei abbastanza giovane, staccano le vene dal tuo cuore, le attaccano a una macchina e ributtano il sangue dall’altro lato del cuore. Non è semplicemente stare in ospedale”.

            Mi sta benissimo la critica ai provvedimenti non ragionevoli e invitare a riflettere sulla limitazione della libertà e tutto quello che volete, ma vi prego ditemi che ho problemi di comprensione del testo e non si voleva dire che si pensa che non ci sia nessun problema in corso.
            Perché io non ci vedo niente di male se di colpo chiudersi in casa e rinunciare ad un po’ di socializzazione diventa una manifestazione di senso civico, responsabilità collettiva, solidarietà sociale.

            Non tutti possono, ci sono dei costi sociali e tutto quello che volete. Bene, almeno chi ne ha la possibilità si auto-limiti per dare un contributo. Non riesco a tollerare chi potrebbe e non lo fa perché se ne frega degli altri e/o finge che la situazione sia del tutto normale. Siccome ho esempi diretti di questa posizione, voglio sperare che non fosse questo il senso.

            Mi permetto infine di far notare che anche in termini di limitazione delle libertà, mi sembrano molto più pericolosi i comportamenti negazionisti o irresponsabili (vedi fuga dalla zona rossa, o dall’ospedale mentre sei in attesa degli esiti del tampone, ecc). Perché quelli suscitano davvero istinti reazionari. Quindi se si vuole evitare che si diffonda il desiderio dell’uomo forte e di misure restrittive, si potrebbe cominciare dal dimostrare senso civico.

            • E non è pericolo vedere «negazionisti» dappertutto?
              Ad esempio, nel mio giro di conoscenze anche allargato, io non ne conosco nemmeno uno.
              Fatico molto a trovare «negazionisti» anche tra chi critica radicalmente quello che governi e corporation stanno imponendo grazie all’emergenza.
              Forse per vedere «negazionisti» dappertutto bisogna proprio volerli vedere.

              • Aggiungo: vedo alcuni parallelismi tra l’accusa di «negazionismo del coronavirus» e quella di «negazionismo delle foibe».

                In generale, qualunque uso a cuor leggere del concetto di «negazionismo» fa danni, perché inflazionando il termine e rendendo l’accusa “passepartout”, si toglie l’erba sotto i piedi a chi cerca di contrastare i negazionisti veri: quelli dei crimini nazifascisti e quelli del cambiamento climatico (che, tra l’altro, sovente coincidono).

                • Certo che è pericoloso vedere negazionisti ovunque. Ho anche concluso con una nota che andava in quella direzione: se uno vuole evitare che la gente invochi l’arresto per gli untori, potrebbe iniziare con il dire che è moralmente esecrabile sia negare l’evidenza che la mancanza di solidarietà (ecc ecc non mi ripeto, tanto tra l’altro su quello non si risponde :P)

                  E’ che se uno dice “il cambiamento climatico non esiste” del negazionista glielo dai, come hai giustamente ricordato.
                  Se uno dice che non c’è emergenza sanitaria sta facendo negazionismo, non tiro indietro la mano su questo. Se uno dice che l’emergenza è una categoria che troppo spesso viene tirata in ballo è un’altra cosa. Siccome formule come “credibilità dell’emergenza” e “denudare l’eccezionalità” non le comprendo (per essere buono; sicuramente sono ignorante, ma non mi ritengo analfabeta), chiedo spiegazioni e chiarimenti.

                  • Poscritto: il termine era usato intenzionalmente, perché io invece vedo parallelismi tra chi nega che il coronavirus sia un’emergenza e chi nega l’olocausto, più che con l’accusa di negazionismo delle foibe.
                    Per quanto riguarda il conoscere qualcuno, ho riportato esempi di conoscenze dirette, se avete frequentazioni migliori tanto meglio per voi (ma magari potreste fidarvi sul fatto che non si tratta di un artificio retorico, e vi da magari un saggio di una “bolla” diversa… meno intellettuale) ;)

                  • È perché tu con «emergenza» intendi il pericolo da cui l’emergenza prende le mosse, mentre Mattia – e spesso anche noi, almeno fin da quando scrivemmo Nemici dello Stato la bellezza di 21 anni fa – con «emergenza» intendiamo cosa viene costruito su quel pericolo, il clima che si instaura, la legislazione speciale, lo stato d’eccezione. E a dirla tutta, nelle scienze sociali e politiche l’accezione più comune è quella che usiamo noi: non «emergenza» nel senso che danno al termine i titoli di giornali, ma l’emergenza come sospensione dell’ordinario finalizzata all’instaurazione di un nuovo ordinario.

                    Nel commento che dici di non aver compreso Mattia Galeotti ha fatto un esempio concreto, quello dell’emergenza terrorismo in Francia di fine 2015, post-Bataclan. L’emergenza come la intendi tu era reale, perché il pericolo di attentati si era concretizzato; l’emergenza come la intendiamo noi invece è stata la legge marziale, lo stato di polizia, il divieto di manifestare ecc.

                    Quando Galeotti ricorda che l’emergenza fu disarticolata dal basso, dal ciclo di mobilitazioni politiche e sindacali partito allora e che dura ancora oggi, non sta dicendo che milioni di persone erano «negazioniste», che non credevano all’esistenza dell’ISIS, ma che milioni di persone hanno contestato la situazione che si voleva instaurare sfruttando il pericolo rappresentato dall’ISIS.

                  • «io invece vedo parallelismi tra chi nega che il coronavirus sia un’emergenza e chi nega l’olocausto»

                    Reductio ad Hitlerum, banalizzazione della Shoah… C’è altro?

                  • (Non so dove comparirà questo post, ci sono i pulsanti “rispondi” spostati)

                    Grazie Roberto per la messa in prosa del commento di Mattia. (Un po’ meno per la Reductio ad Hitlerum: beh se vale l’accostamento con chi accusa di negazionismo delle foibe vale tutto).

                    Stanti questi chiarimenti, allora ho proprio problemi di comprensione io.
                    Servono altri esempi?
                    di colpo chiudersi in casa e rinunciare all’aggregazione è una misura accettabile, non problematica per la salute e il buen vivir di ognuno di noi per me di primo acchito è leggibile come “pur di farmi una birra in compagnia, me ne frego se il mio comportamento può danneggiare qualcun altro”. Visto che tra l’altro vi ho appena riportato di aver sentito esprimere il concetto più volte. Ora, dopo le vostre esaustive spiegazioni, è chiaro che sono io a voler andare a cercare con il lanternino i negazionisti. Qualcuno magari si potrebbe anche porre dei dubbi su quanto è chiaro nell’esprimersi.

                  • Poiché sono improvvidamente caduto nella banalizzazione della Shoah, dal momento che il coronavirus è cosa ovviamente non paragonabile, intervengo ancora per fare un po’ di allarmismo apocalittico.

                    Ad oggi risulta una letalità del 3,4%. SE questo si confermasse vero, e SE il contagio si diffondesse inarrestabile (diciamo fino ai 2/3 della popolazione mondiale? e ammetto che sono due “SE” niente affatto scontati, ma non così irragionevoli), su 7,7 miliardi di popolazione (totale) vorrebbe dire 180 milioni di morti (se sembra assurdo, non è così fuori scala rispetto alla “spagnola”, quindi non così fantascientifico).

                    Questo è il presupposto da cui parto. Sulla Shoah non posso fare nulla, se non contribuire ad evitarne il ripetersi. Per quanto riguarda i due “big if” del ragionamento di cui sopra, su uno non possiamo fare nulla (che sia sbagliata per eccesso la stima attuale della letalità possiamo solo sperarlo). Sul diffondersi del contagio, invece, possiamo fare qualcosa collettivamente. Ad esempio, “facendoci andare bene” il chiuderci in casa e auto-limitando l’aggregazione. Lo scopo è così alto che rinuncio volentieri, anche autonomamente, potendolo, a qualche mia libertà personale.

                    Perché poi si dice che non stiamo affrontando persone che si aggirano per le città con il mitra spianato ad ammazzare indistintamente ma un virus, e io credo che il virus ammazzi indistintamente e che persone con il mitra avrebbero difficoltà a fare milioni di morti in tempi brevi.

                  • La discussione sul “negazionismo” prende inevitabilmente una brutta piega.
                    e.talpa, io ho criticato da subito Agamben qui e sotto l’altra puntata del Diario; però tirare in ballo presunti negazionisti del virus mi sembra fuorviante. Dire che il virus è reale *non* è in opposizione alla critica della dimensione politica delle conseguenze delle misure emergenziali. Non è certo possibile negare che l’emergenza colpisce di più le classi subalterne, come mostrato in questa parte del Diario, e che l’epidemia evidenzia le contraddizioni sociali. Io sono uno storico; per tutta l’età moderna le misure di contenimento, quarantena e lockdown contro le epidemie hanno colpito di più i poveri (e spesso anche le minoranze, soprattutto ebrei e “zingari”), e se guardi i processi del 600 sono i poveri urbani a trasgredire le regole ferree dei lockdown – semplicemente perché per procurarsi da mangiare non avevano altra scelta.
                    Anche se si pensa che le misure di contenimento siano necessarie non per questo bisogna diventare ciechi al contesto sociale e politico in cui le misure si inseriscono.

            • Rispondo terra terra a una delle questioni che poni. Del pezzo di Grasso la parte che parafrasi a memoria «ma se fossimo al potere noi, che tipo di misure prenderemmo?» è *precisamente* la più sbagliata.

              «Se fossimo al governo noi» (fa quasi ridere dirlo), non si sarebbero inventate emergenze e promulgate legislazioni eccezionali per una serie trentennale di clamorose invenzioni emergenziali, che vanno dalla tenuta del serpente monetario SME ai seggiolini antiabbandono dei bimbi, dall’ingresso della Romania in UE fino alle migrazioni tout court.

              «Se fossimo al governo noi» (e continuo a sghignazzare) i presupposti sarebbero completamente diversi, e di conseguenza le scelte; ma anche, e persino, scelte *simili* avrebbero motivazioni a monte e a valle completamente diverse.

              Errore analogo fai invece tu, E.Talpa, nei commenti successivi, sul tema del «senso civico». «Se fossimo al governo noi» non avremmo fatto del «senso civico» lo zerbino delle pulsioni reazionarie, della delazione, della denuncia di chi fruga nella pattumiera.

              Poi non concordo neppure con Mattia Galotti, perché vi è un’evidente circolarità tra «credibilità» ed emozione. Si produce emozione se si è un minimo credibili. E i poteri pubblici (un minimo) lo sono.

              Io quando parlavo di deficit di credibilità lo facevo ponendomi all’interno del dibattito su Agamben, e in particolare lo facevo per sostenere che Agamben, pur sbagliando sul virus, ci prendeva sul dispiegamento emergenziale. E aggiungevo, sulla scorta di Saitta, che anche dicendo, «contro» Agamben, che il virus è una «vera» emergenza, non si poteva riconoscere buona fede ai provvedimenti emergenziali di questo complesso di governance.

              Peraltro, persino i consulenti medici del… governo sembrano non essere per nulla d’accordo col… governo: https://www.repubblica.it/cronaca/2020/03/04/news/scuole_chiuse_per_coronavirus_per_il_comitato_scientifico_era_una_misura_inefficace-250266197/?

              • Rispondo al commento di e.talpa del 4/3/2020 8.00 pm.

                Ciao, guarda: io sono un po’ un sempliciotto, non riesco a fare le frasi complicate. Pero’ provo a capire quelle degli altri, magari miglioro un po’.
                Ho notato che due volte nei tuoi interventi tu insisti sul “chiudersi in casa”, e mi impressiona un po’. Mi pare che quella sia l’esempio perfetto della soluzione inutile dal punto di vista sanitario, ma strategica da quello politico.

                Riassumendo per i sempliciotti come me:

                1. cio’ che occorre in concreto (lo dicono i medici e gli scienziati) e’ rallentare il piu’ possibile il *numero* dei contagi perche’ altrimenti la sanita’ collassa. Come dire: ammalarsi sara’ inevitabile per molti, ma la catastrofe sarebbe se ci ammalassimo tutti in coro. Dobbiamo fare i turni e metterci in coda pure per quello, insomma.

                2. sempre a detta di medici e scienziati, per limitare il rischio di contagio occorre mantenere le distanze (metratura variabile, va detto: si va da un metro, a uno e ottantanove, a nove metri) ed evitare assembramenti.

                L’invito a chiudersi in casa, se non sbaglio, l’ho visto solo dai politici. Ma posso sbagliare. Ieri mia madre, che e’ ampiamente nell’eta’ a rischio, mi ha detto: “Sarei uscita volentieri, sto bene, non faceva freddo e come sai ho tanto bisogno di camminare, ma dicono di stare chiusi in casa e ci sono rimasta”. Non sarebbe andata in birreria, e nemmeno al supermercato (ci vado io per lei), sarebbe andata a prendere una boccata d’aria, a muovere i muscoli e a far circolare un po’ il sangue. Zero contatti. Zero aumento rischio contagio.

                Mi pare che tu insistendo con il “chiudersi in casa” stia facendo un po’ la stessa cosa. Siamo partiti da un virus e siamo arrivati a un Generico Babau che sta “là fuori”. Un nemico invisibile ed esterno. Tecnicamente una paranoia. Mi pare di capire, da tutto quello che si sta cercando di dire qui sopra, che questa sia la differenza tra emergenza reale e emergenza cavalcata.

                • Aggiungo altre risposte ai commenti di e.talpa.

                  L'”emergenza epidemiologica e sanitaria” è quella di un virus cha ha un tasso di trasmissione un pò più alto dell’influenza stagionale, che si manifesta però con quadri variabili, che arrivano, in casi limitati, fino alla necessità della terapia intensiva (accade per numerose altre malattie virali), e con una mortalità attuale stimata al 2-3%, e che secondo alcuni potrebbe risultare alla fine anche più bassa.
                  Ci sono pareri medici contrastanti riguardo quale misura di salute pubblica sia efficace. In Cina il rapido isolamento di intere città e comunità non ha bloccato l’espansione dell’infezione; aveva funzionato con la SARS, nel caso attuale i casi asintomatici sono sfuggiti.
                  Immagini come quella dei 180 milioni di morti che dobbiamo aspettarci, o di “comi farmacologici” e “vene staccate dal cuore” come prospettiva per chi rifiuta l’autoisolamento, non hanno alcun fondamento. Scatenando ed alimentando un clima da fine del mondo permettono, però, di fare ampiamente accettare scelte esclusivamente politiche dai pericolosi risvolti sociali. Ogni critica “tecnica” viene poi zittita dalle accuse di negazionismo e mencanza di senso civico. Si tratta di un meccanismo già visto in altri contesti.

                  • @Vecio @Koba
                    Mi prendo e porto a casa il commento di essere paranoico (possibilità che considero), dopodiché però a me risultano cose diverse.
                    1) L’invito a limitare i contatti sociali io non l’ho visto provenire solo dai politici, l’ho visto invece anche da epidemiologi, anche eminenti e dall’estero (es. a caso Ben Cowling). (Ovvio che se uno esce per fare una passeggiata in campagna senza vedere nessuno corre rischio zero; chiedo scusa se usando l’espressione “chiudersi in casa” mi sono espresso male)
                    2) veramente in Cina mi pare che le misure draconiane adottate abbiano avuto effetto eccome per ridurre la diffusione
                    3) le scene apocalittiche da me ipotizzate derivano da un semplice calcolo. La vostra confutazione è “speriamo che alla fine la % di letalità risulti inferiore”. Chiaramente potrei aver capito male anche in questo caso, ma non è quanto riterrei prudente se lo scenario pessimistico ma plausibile è di milioni di morti.
                    4) “coma farmacologico” e “vene staccate dal cuore” sono la traduzione in parole povere di cosa sta succedendo già in questo momento in reparti di terapia intensiva in Italia, raccontata da chi lo fa di mestiere in modo che sia comprensibile a chi non è esperto. Ecco precisamente perché mi viene da usare il termine “negazionismo”. Perché si dice che “non hanno alcun fondamento”. Potete tranquillamente verificare in autonomia che ci sono casi di ECMO.

                    Non si tratta di alimentare il panico né di usare artifici retorici per giustificare misure di repressione. Per me si tratta ancora di far capire che non si tratta di una banale influenza, e che il contrordine mediatico che si è visto dopo i primissimi giorni, volto a minimizzare, è scaturito da pressioni di determinati settori economici che propugnavano una diversa priorità rispetto alla salute. Settori che normalmente consideriamo “nemici di classe”. A me una statistica che dice che un paziente su dieci finisce in terapia intensiva sembra tanto una roulette russa.

                  • @Koba sono consapevole che sei medico.
                    Se hai modo di linkare quale percentuale dei pazienti ricoverati è in terapia intensiva, dettagliando quanti di questi intubati, quanti di questi in ECMO, ecc ecc, sarebbe una statistica che troverei davvero utile (e che non sono riuscito a trovare).

                    Quello che contesto (nel senso che, anche se vero in senso tecnico, mi sembra un modo di esporre le cose volto a minimizzare), è dire cose come “ci sono altre malattie virali che portano alla terapia intensiva” (senza aggiungere quali, in che percentuali di casi, quanto si diffondono rapidamente ecc ecc), che si tratta di “casi limitati” (uno su dieci?!) e concentrarsi sulla letalità (subito aggiungendo che magari potrebbe poi essere ridimensionata), senza dire che tra i guariti contiamo pazienti che sono passati da trattamenti che non augurerei a nessuno di dover subire (e per alcuni, anche qui ignoro però quali siano le prime %) con danni permanenti.

                    Quando uno incomincia a riflettere sul fatto che le prime indicazioni (approssimative e temporanee finché volete) danno una percentuale affatto trascurabile di questi casi, diciamo che più che “paranoico” si sente “ragionevolmente preoccupato”. Il che non vuol dire che accetto supinamente qualsiasi prescrizione, o che non vedo rischi autoritari. E’ semplicemente che ne vedo anche altri, e se parliamo di “trasparenza”, sarebbe utile che i cittadini fossero più informati anche di queste cose.

                  • PPS. Se “parlare di milioni morti è buono solo per film di fantascienza”, quoto Marc Lipsitch (out of context, come la persona faziosa che sono): “If it really does spread as widely as that projection says, and that’s what I think is likely to happen, then there are gonna be millions of people dying. I think there’s real reason for people to be concerned. I also think that we can turn that concern into actions that will make the situation better”

                  • Enrico, a parte questo continuo «io, io, io» e l’abuso di battute passivo-aggressive – le quali, accumulandosi, aumentano il rischio che la discussione vada in vacca –, ti faccio notare che stai *bombardando* il thread di commenti. Fai un bel respiro, rallenta il flusso, e ci guadagneremo tutti, te compreso.

                  • Mi spiace, ma mi trovo a dovere difendere e.talpa (che non ho idea di chi sia :)), viste le bestialità che leggo.

                    Questo virus NON è una influenza. Io capisco che non tutti siano bravi coi numeri o a proiettare una progressione esponenziale nel futuro… Ma.

                    (Nota a margine: l’aumento numerico esponenziale è uno dei processi meno intuitivi per la mente umana. Esperimento mentale classico: vostro figlio vi chiede 1 centesimo di paghetta il primo del mese, ma di raddoppiarglielo ogni giorno fino alla fine del mese stesso. Accettate?)

                    Secondo i dati che abbiamo attualmente, in assenza di misure di contenimento, il numero dei contagiati raddoppia ogni tre giorni. Secondo un modello appena uscito dei Los Alamos National Laboratories, addirittura ogni 2,2 giorni. [1] I dati italiani al momento dicono ogni 2,4 giorni [8]. Vi sembra poco?
                    (Ovviamente a un certo punto il trend si ridurrà naturalmente per altri fattori, se parte della popolazione avrà sviluppato immunità o se molti saranno *già* stati contagiati, ma il sistema sanitario nazionale NON può permettersi di aspettare quelle tempistiche senza collassare.)

                    Altri dati: il Sud Corea, che è tre giorni avanti a noi nella progressione della malattia ed è molto preparato (test gratuiti, a tappeto e precoci, visto che hanno anche avuto l’altra variante di SARS in passato), sta intervenendo su molti casi non appena si sviluppano.
                    *Nonostante questo*, ha una mortalità dello 0,5-0,6%. [2] Se fate i conti, vuol dire che in Italia rischiamo più di centomila morti, se il virus dovesse toccare il 40% della popolazione (secondo le stime non assurde di Lipsitch, l’epidemiologo di Harvard che avete citato anche nel vostro articolo). [3]
                    Influenza un par de palle.
                    (E questo nella migliore delle ipotesi, perché sembra che numeri più realistici per la mortalità si attestino attorno al 2-3%)

                    Anche non guardando strettamente la mortalità, un 10% delle persone “contagiate, sintomatiche e il cui contagio è stato confermato da un test” (attenzione a questa definizione perché il numero totale degli infetti potrebbe essere superiore, se si includono gli asintomatici) necessitano di terapia intensiva ospedaliera. [4]
                    Il DIECI per cento.
                    Non ci sono ragioni (ovvero dati in ALCUN paese) per ritenere questo dato sovrastimato.
                    Nessun Paese al mondo ha abbastanza posti negli ospedali per sostenere questi numeri.

                    Sulla chiusura scuole:
                    1) è uscito ieri uno studio che sembra mostri che anche i bambini possano trasmettere l’infezione, seppur praticamente asintomatici. [5]
                    2) sembra ci siano studi attendibili sul contenimento dell’influenza 1918 negli Usa che la mostrano come una misura efficace (prima veniva attuata –> più bassa la mortalità; ma andrebbe visto in concomitanza con quali altre misure, e se la situazione è comparabile a quella odierna). [6]
                    Anche altri Paesi si muovono in tal senso (il Giappone ha chiuso tutte le scuole). [7]

                    Sulla base dei *dati* suddetti (e non di facile panico o allarmismo) e sulla predisposizione degli italiani a non rispettare le regole/diffidare del governo e delle istituzioni, secondo me la situazione non andrebbe minimizzata. Anzi.
                    Sono circostanze del tutto fuori dal comune, ma bisogna (bisognerebbe) ridurre i contatti al minimo, e magari starsene pure in casa. Perché *se* questi numeri non calano (e sottolineo il SE, perché la sfera di cristallo non ce l’ha nessuno) è un macello.

                    Fonti:
                    [1] “The Novel Coronavirus, 2019-nCoV, is Highly Contagious and More
                    Infectious Than Initially Estimate” https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.02.07.20021154v1
                    [2] https://twitter.com/koryodynasty/status/1233400273013338112
                    [3] https://twitter.com/mlipsitch/status/1228373884027592704
                    [4] “Coronavirus, la mappa del contagio in Italia in tempo reale”
                    https://lab.gedidigital.it/gedi-visual/2020/coronavirus-i-contagi-in-italia/
                    [5] “A Case Series of children with 2019 novel coronavirus infection: clinical and epidemiological features” https://academic.oup.com/cid/advance-article/doi/10.1093/cid/ciaa198/5766430
                    [6] “Nonpharmaceutical Interventions Implemented by US Cities During the 1918-1919 Influenza Pandemic” https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/208354
                    [7] “School closures begin as Japan steps up coronavirus fight” https://english.kyodonews.net/news/2020/03/9116ab05810c-nearly-all-prefectures-shut-schools-over-virus-outbreak.html
                    [8] https://cattiviscienziati.com/2020/03/02/esponenziale/

                    • Hai ragione a far notare le differenze tra il Covid19 e l’influenza, però sarebbe opportuno citare anche le altre differenze, ad esempio il fatto che gli infetti da influenza sono asintomatici nel 19% dei casi, mentre gli infetti (testati) asintomatici da coronavirus sono l’80% [1]. Questo non toglie importanza al dato del 10% di casi gravi da terapia intensiva, ma quantomeno rende il quadro più completo, soprattutto rispetto al rischio individuale.

                  • Scusate, mozione d’ordine: per l’igiene del dibattito smettiamola, per favore, di ribadire che questo virus «non è un’influenza», che non va paragonato all’influenza, che chi la paragona all’influenza è un coglione ecc. NESSSUNO dei presenti qui ha mai fatto alcun paragone eziologico e in senso stretto con l’influenza.

                    Altra cosa: smettiamola una buona volta di parlare di posti-letto e di capienza del sistema sanitario come se fossero premesse assiomatiche, un datum immodificabile. Se è un’emergenza vera, allora dovrebbe mettere in questione anche i dogmi più consolidati. C’è urgenza? Bene, precettiamo a forza le cliniche e gli ospedali privati, quelli che hanno guadagnato dall’aziendalizzazione, privatizzazione e frammentazione del SSN. Qualcuno non vuole essere precettato? Requisiamo la struttura. Esproprio per pubblica utilità, lo prevede anche la Costituzione, che quando parla della proprietà privata ne «determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale». Invertiamo la rotta che ci ha portati a un SSN non in grado di gestire adeguatamente un’emergenza come questa.

                    Infine: smettiamola di parlare di provvedimenti politici e ricadute sociali come se fossero soltanto misure cliniche e come se ogni altra angolatura fosse più o meno criminale. Smettiamola di spoliticizzare una questione che tocca tutti gli ambiti della vita associata.

                • Mia madre, Vecio (05/03/2020 alle 9:21 am), è nella stessa situazione della tua, e di milioni di over 65. Ha 81 anni, prende un medicinale che abbassa le difese immunitarie, eppure, di fronte all’ingiunzione “anziani a casa”, risponde “piuttosto muoio”. Certo ha ridotto la sua ipertrofica vita sociale e l’associazione dove fa volontariato l’ha convinta a interrompere le sue attività. Però col bastone, ogni mattina, esce e si fa un giro. Io mi sono letto ormai decine di analisi epidemiologiche, non sono affatto uno che vuole sminuire i rischi, eppure ritengo che le misure italiane contro il virus non siano solo incoerenti, ma anche esagerate. Chi dice semplicemente “anziani a casa” è un povero idiota. E se questa dev’essere la legge, la norma eccezionale, allora viva le vecchie ribelli.

              • Che misure emergenziali tendano a divenire strutturali è un dato di fatto, e la storia di questo fenomeno ci porta molto più lontano dell’ultimo trentennio.

                Le accise sui carburanti, per esempio, incorporano misure emergenziali che risalgono ai primi del Novecento e, anche se nel 1995 sono state eliminate le giustificazioni alla loro introduzione, che oramai apparivano assurde, il balzello è rimasto, divenendo, appunto, strutturale.

                Lo stesso vale per le misure adottate per combattere il terrorismo negli anni Settanta: finita l’emergenza sono rimaste comunque parte dell’ordinamento italiano.

                Per questo, nel momento in cui sono stati adottati determinati provvedimenti per la crisi generata dalla diffusione in Italia del coronavirus (non parlo volutamente di emergenza) ho pensato subito che si trattasse di pericolosi precedenti, di misure che, in un modo o nell’altro, sarebbero potute divenire strutturali.

                Il pericolo c’è, e sarebbe sciocco nasconderlo, però, Grasso, nella sua critica ad Agamben, non afferma che non ci siano pericoli, tende solo a indicare, per analizzare il fenomeno, una metodologia diversa rispetto a quella adottata da Agamben, una metodologia che io, personalmente, condivido anche nelle ragioni che la giustificano. Scrive Grasso:

                “Proprio per tenere d’occhio con attenzione le mosse dello stato, sempre pericolose, a poco serve gettare subito ogni provvedimento in una notte in cui tutti i decreti sono stati di eccezione, rischiando di aumentare la sfiducia o l’indifferenza che le persone hanno maturato verso le filosofie radicali. Indubbiamente gran parte delle ordinanze e degli articoli del decreto saranno incoerenti o sbagliati. Occorrerebbe allora commentarli uno per uno e argomentare le obiezioni.”

                Analizzare i provvedimenti uno per uno, facendone esplodere le contraddizioni e le incoerenze, ma, se ne siamo capaci, sapendo proporre anche alternative efficaci. Questo, prendendo sempre in prestito le sue parole, per:

                “riabituarci a fornire qualcosa di concreto a coloro cui rivolgiamo un’interpretazione dei fatti: le grandi costruzioni ideologiche, dovremmo averlo imparato, perdono mordente se non sono in grado di impigliarsi nella realtà.”

                Condivido questa impostazione, perché, come anche Grasso sottolinea in seguito nel suo post, permette di tracciare vie d’uscita, di implementare discorsi che hanno potenzialità rivoluzionarie, di far emergere contraddizioni e di insinuarsi con la pratica (agita o proposta) in esse.

                Discutendo avete un po’ banalizzato le posizioni di Grasso, che non si chiede banalmente “se fossimo al governo noi, che faremmo?”.

                Ovvio che, se riportata così, la sua posizione “fa quasi ridere”. Però, in maniera più complessa e articolata, lui dice:

                “Anche quando lo stato sperimenta l’eccezione in seguito ad attentati, la nostra critica non deve sovrapporre meccanicamente tutte le iniziative prese dallo stato le une con le altre, affogandole in un’analisi uniforme, perché proprio se si intende sostituirlo con qualcosa d’altro occorre immaginare cosa faremmo noi se avessimo responsabilità pubbliche in quella situazione.”

                Ritorna, quindi, sulla scelta metodologica, di cui ho scritto prima, del come analizzare le iniziative prese dallo stato (singolarmente e non uniformemente) ma, soprattutto, giunge a una questione che ritengo cruciale: se vogliamo sostituire lo stato con qualcosa d’altro, noi cosa proporremmo?

                Sinceramente non ci vedo nulla di sbagliato nel porre la questione in questi termini, lo ritengo, anzi, fondamentale per ridare slancio a una prospettiva rivoluzionaria, a forze che, negli ultimi anni hanno perso consenso e fiducia.

                Non è un caso che sia proprio Grasso a porre la questione in questi termini: lui ha partecipato a un processo rivoluzionario, ha potuto prendere atto delle problematiche, delle contraddizioni, dei limiti che tali processi assumono. Penso che si sia reso conto che una mera critica al potere è del tutto sterile se non propone anche soluzioni concrete, in grado di “impigliarsi nella realtà”.

                Wolf Bukowski, per dimostrare che questa considerazione sia sbagliata, dice che “«se fossimo al governo noi», non si sarebbero inventate emergenze e promulgate legislazioni eccezionali”. Questo, però, sarebbe vero solo se noi “fossimo al governo” *da sempre*.

                Più realisticamente, “se avessimo responsabilità pubbliche” in un processo rivoluzionario noi ci troveremmo ad agire in una situazione altamente complessa, che si è strutturata anche in base a emergenze inventate e legislazioni eccezionali e, in quel contesto, e all’interno della mentalità che genera, saremmo chiamati a dare soluzioni, anche indirizzate a distruggere la mentalità che il contesto precedente ha generato.

                e.talpa usa un’espressione infelice quando invita a “chiudersi in casa”, molte sue affermazioni tendono a drammatizzare, e penso che in un contesto come quello che ci troviamo ad affrontare la drammatizzazione, il contribuire a generare panico, sia controproducente, esattamente quanto negare che il coronavirus sia molto più pericoloso di una banale influenza.

                Al netto delle espressioni infelici, però, credo ponga anche lui questioni sulle quali valga la pena soffermarsi.

                Nessuno afferma che qui, su Giap, ci siano negazionisti, però, credo, sia un po’ miope non vedere che non ci siano all’interno della società italiana, e i video, che reputo folli, perché invitano ad avere atteggiamenti a rischio, #MilanoNonSiFerma e #BolognaNonSiFerma credo ne siano la dimostrazione.

                Credo che e.talpa non sbagli quando dice che la propaganda che tende a minimizzare, a criticare alcune iniziative volte a contenere la diffusione del virus, sia figlia di “determinati settori economici che propugnavano una diversa priorità rispetto alla salute.”

                Quello al quale stiamo assistendo è anche uno scontro interno al capitale, tra chi ci guadagna dalla crisi in atto (soprattutto corporation estere) e chi, dopo i provvedimenti presi, corre il rischio di vedere andare in fumo i propri profitti (grossa parte del capitalismo italiano e delle piccole e medie imprese, anche culturali, nazionali. Ma anche molti lavoratori).

                Credo che sia utile approfondire queste contraddizioni, perché è agendo al loro interno che possiamo immaginare vie d’uscita dal capitalismo e soluzioni per le quali non siano i più deboli a pagare le conseguenze di quanto sta avvenendo.

                È proprio in questo contesto che ci viene in aiuto quanto diceva Grasso: “cosa faremmo noi se avessimo responsabilità pubbliche?”

                In Emilia-Romagna, per esempio, è in atto una lotta per ottenere il “reddito di quarantena”, una misura in grado di garantire continuità del reddito a quei lavoratori, della scuola o dello spettacolo, che non percepiscono salario a causa dei blocchi.

                Estendere queste rivendicazioni a livello nazionale, immaginare misure di aiuto ai settori colpiti, progettare soluzioni che limitino il potere delle corporation, forse, in questa fase, sarebbe molto più utile che limitarsi a una critica del potere, che, seppur utile, rischia di farci perdere l’orientamento e ci porta a criticare misure che, probabilmente, sono necessarie.

                • @ Wu Ming 1, h 13.36

                  Mi scuso, avrei dovuto precisare che il mio commento era una risposta nel merito di questioni *medico-scientifiche* a @Koba (h 10.42), che mi è parso “minimizzasse” eccessivamente la situazione (percezione che può essere assolutamente soggettiva, per cui ho voluto riportare le fonti da cui la ricavo).

                  Dal commento di @Koba, peraltro, ho ripreso il riferimento all’influenza, e il tono generale e le opinioni lì riportati riproducono commenti “dismissive” che sono ahimè parecchio diffusi e che sento spesso, qui in Lombardia.
                  “Non e grave”, “Sono misure eccessive”…
                  Va bene il non volere scatenare il panico, ma la mia opinione personale è che molte persone siano *troppo* tranquille al riguardo, razionalizzando semplicemente il desiderio di non volere cambiare, neppure temporaneamente, il proprio stile di vita, costi quello che costi.
                  Magari mi sbaglierò :-)

                  Su molte delle questioni socio-politiche non ho commentato – o perché non sono in grado di offrire un ragionevole contributo, o perché mi trovo sostanzialmente d’accordo con voi e con la direzione che sta prendendo il dibattito.

                  • Sulla questione della crescita esponenziale, ti invito a leggere questa analisi dei dati, dove la curva di crescita del contagio sembra essere di tipo polinomiale e non esponenziale.
                    Cito: «Il modello di interpolazione polinomiale che avevamo costruito qualche giorno fa aveva previsto per il 2 marzo circa 1940 contagi, quindi abbiamo leggermente sottostimato il dato reale, che è 2036. Un modello di interpolazione esponenziale, però, avrebbe previsto per il 2 marzo circa 2800 contagi, quindi il dato reale risulterebbe di gran lunga sovrastimato!» Insomma, tutta questa certezza sull’andamento esponenziale dei contagi non sembra esserci, o quantomeno non sembra essere un dato condiviso tra chi sta facendo modelli matematici accurati.

                  • Sempre sulla crescita esponenziale, sarebbe meglio utilizzare i dati dei ricoverati o dei pazienti in terapia intensiva. I dati sui contagiati sono troppo affetti da errore, soprattutto ora che non vengono più testate le persone asintomatiche. Su ricoveri e terapia intensiva l’esponenziale fitta molto bene. Il che purtroppo indica che siamo all’inizio dell’epidemia e che le misure di contenimento non stanno ancora dando i loro frutti.

                    Inoltre l’andamento esponenziale deriva da un modello meccanicistico, che vale finché valgono le premesse, cioè fin tanto che non si riducono i suscettibili con vaccinazioni, oppure suscettibili e infetti con misure di isolamento e quarantena. Chiaro che poi ad un certo punto il contagio rallenta grazie a queste misure e a quel punto un polinomio fitta meglio… ma si tratta di un modello fenomenologico che prevede parametri senza nessun significato fisico.

                  • Per la discussione ritengo utile condividere questa pagina dell’associazione biotecnologi italiani riguardo a Covid-19.

                    http://www.biotecnologi.org/ecco-perche-il-coronavirus-non-e-una-semplice-influenza/

                • Sono molto d’accordo con l’intervento di Puncox. Secondo me il modo migliore in questo contesto per contrastare l’emergenza – nel senso dei provvedimenti emergenziali che servono solo al controllo sociale – è costruirci quella credibilità che purtroppo oggi ci manca. La fiducia nel capitalismo e nel sistema politico che lo serve è bassa, anche se forse in Italia non lo percepiamo granché a causa della rassegnazione, del fatalismo e dell’idea che essere fregati e fregare gli altri sia normale, che da noi sono tanto diffusi. Questo virus potrebbe rendere questa mancanza di fiducia ancora più palese e dolorosa. Le contraddizioni del capitale potrebbero aprire delle ferite ancora più lancinanti nella società, tra crisi economica e sanitaria. Noi dobbiamo rispondere con le nostre proposte, che sono volte a tutelare tutte e tutti, senza sacrificare nessuno. Perché al contrario sappiamo che questo sistema è pronto a sacrificarci in tanti, riducendoci ancora più in miseria o addirittura lasciandoci senza cure. Dobbiamo costruirci una credibilità, fare in modo che le persone possano fidarsi di noi, che ci capiscano e capiscano quello che vogliamo. Che lo comprendano come necessario e fattibile.
                  La storia ci insegna che i periodi di shock non sono quasi mai favorevoli a chi ha idee egualitarie e di giustizia sociale. Ma questa crisi potrebbe anche far aprire gli occhi a tanti che fino ad ora hanno scelto di vivacchiare, cercando il momento buono per fregare qualcun altro come loro sono stati fregati (quanti ne conosco di precari imbruttiti che ragionano così…), o che hanno pensato che il capitalismo fosse un sistema sostanzialmente neutro, facendogli capire che l’unica opzione accettabile è un cambiamento radicale. E che c’è qualcuno che a quel cambiamento radicale ha pensato e che se n’è uscito con delle buone idee. Delle idee responsabili, solidali, persino ragionevoli. Perché al contrario il capitale agisce in modo spietato e aberrante, che ci porta solo alla rovina.

                  • Una delle analisi errate correlate alla premessa errata di porsi dal punto di vista del «governo», persino del «governo rivoluzionario» come suggerisce Talpa, è questa tua, Adrianaaa, ovvero che «la fiducia nel capitalismo e nel sistema politico che lo serve è bassa».

                    Ecco, questo mi pare un esempio patente di wishful thinking, che dimentica l’azione di 40 anni di TINA thatcheriano.

                    Che non a caso imbarca anche l’antropologismo del «noi italiani non stiamo alle regole» (cito non testuale), pensiero tanto radicato quanto privo di fondamento.

                • Intervengo solo per sottolineare che il «fa quasi ridere» e «sghignazzare» NON è riferito alle posizioni di Grasso, sarebbe una cazzata irrispettosa anche della sua storia politica e personale, ma all’idea di «noi» al governo; anche perché il «noi» che ho in mente io è troppo composito e variegato per pensarlo «al governo».

                  Dopodiché continuo a pensare che mettersi gli occhi di una situazione «rivoluzionaria» (dunque di una «sintesi») quando qui e ora siamo ben lungi dall’essere neppure una timida «antitesi» sia proprio sbagliato, sia una premessa sbagliata che conduce a conclusioni sbagliate.

                  • Wolf, ti ricordo che come ricordato in un altro post qui su Giap veniamo da un anno di rivolte ai quattro angoli del globo, spesso con contenuti radicalissimi. Che negli USA milioni di persone si stanno mobilitando per sostenere un candidato che vuole invertire la rotta rispetto al neoliberismo. Che persino la Brexit, cos’è se non un tentativo di riprendersi il controllo di un sistema percepito come traditore. Che in Italia l’astensionismo è altissimo e da anni sono in corso tentativi di eleggere forze percepite come outsider rispetto all’andazzo dominante. Il fatto che ci sia sfiducia molto ampia nel sistema non significa che il pensiero anticapitalista sia egemone e che la rivoluzione sia alle porte. Quello sì che sarebbe wishful thinking.
                    Non so se quando citi «noi italiani non stiamo alle regole» ti riferisci a quello che io ho scritto. In ogni caso lo confermo: basta farsi un giro in qualunque posto di lavoro precarizzato (salvo pochi casi importantissimi) per vedere che la sensazione che prevale è quella del si salvi chi può, e meglio a te che a me, e in ogni caso non ci possiamo fare nulla. Che è ben diverso da avere fiducia nel sistema.

                  • Non pensavo che il «fa quasi ridere» e «sghignazzare» fosse riferito alle posizioni di Grasso, avevo immaginato ti riferissi a «noi al governo», ma, anche, forse soprattutto, per questo è necessario ribadire che Grasso non parla di alcun «noi al governo» ma di «sostituire lo stato con qualcosa d’altro». Ecco, a me, pensare a comunità composite e variegate, impegnate collettivamente a immaginare forme diverse da quella statuale, mi fa ridere, ma di gioia. Certo, pensando a certe situazioni che si potrebbero creare, mi fa anche sghignazzare. Ma sempre un pensiero gioioso rimane. Un pensiero che mi fa apparire quella prospettiva come desiderabile, e lavorare per costruirla al più presto possibile, non come un’ipotesi lontana e irrealizzabile, che fa ridere per quanto è assurda.

                    Sull’ottica rivoluzionaria non condivido affatto quello che dici, Wolf. Porci in quell’ottica ci fa vedere i fenomeni da una visuale diversa, che non è solo decostruzione, ma anche ricostruzione. Ci fa immaginare risposte concrete, risposte sulle quali costruire consenso, indispensabile per un processo rivoluzionario. Non ci fa apparire come quelli “buoni solo a criticare”, cosa che si è radicata, almeno qui in Italia, nell’immaginario di vaste aree, anche della classe lavoratrice, ma come quelli che propongono soluzioni concrete per migliorare le condizioni di vitta di tutt@.

                    È proprio non porsi in questa prospettiva che ci impedisce di vedere quanto il capitalismo sia in crisi e le opportunità che abbiamo davanti. Inoltre, non vedere alternative al capitalismo, in larghissimi strati della società, è proprio frutto di un pensiero che si è limitato a criticare, senza fornire alternative al sistema vigente. Un pensiero percepito da molti come inutile, se non dannoso. Non a caso Grasso sottolinea che quel modo di ragionare porta a non vedere «vie d’uscite e non riesce a dare conto della complessità e delle differenze insite nello sviluppo politico.»

                    Inutile dire che condivido tutto quanto detto da Adrianaaaa: il capitalismo è, qui in Occidente, (discorso diverso se analizziamo il contesto del Lontano Oriente) in profonda crisi. La sfiducia nei suoi confronti, non trovando alternative concrete a quel modo di produzione, si trasforma in sfiducia negli stessi elementi che ne hanno guidato lo sviluppo: sfiducia nel progresso, nella scienza, nella democrazia liberale, ecc. E, scusa se mi ripeto, se molti non immaginano alternative non è perché un potere onnipervasivo e malvagio è riuscito a mettere in atto chissà quali dispositivi per impedirlo, ma perché le alternative ha smesso di offrirle chi quel potere lo critica, chi, rinchiudendosi in una critica sterile, non di rado errata, ha sviluppato «un’attitudine a un tempo cupa e contemplativa», esattamente come dice Grasso.

                    Che in Occidente si respiri aria di decandenza, per esempio, lo afferma già Edward Carr ben prima delle crisi degli anni Settanta e, quindi, molto prima che Giovanni Arrighi pensasse che quella dei primi anni Settanta sia stata una “crisi spia”, una crisi che segnala una fase, tra le altre cose caratterizzata da una forte finanziarizzazione dell’economia, che segna il passaggio del centro attorno al quale gravita il sistema economico da un luogo a un altro.

                    È proprio questa “decadenza”, questa fase di «interregno», come la definisce Gramsci, che, se da un lato apre lo spazio a «fenomeni morbosi», dall’altro è ricca di opportunità rivoluzionarie. Però, per analizzare la fase, comprendere quali siano le contraddizioni e sfruttarle per trasformare la società, non basta criticare il potere, ma immaginare contropoteri, elaborare soluzioni a quelli che sono i problemi condivisi, proporsi come alternativa reale e credibile. Altrimenti si fa sterile critica, inutile e dannosa, che non fa altro che alimentare la percezione che non ci siano alternative.

  7. Ma se si scatenasse una disobbedienza di massa nelle zone rosse e altrove credete che ci sia un qualche piano d’intervento? Le forze dell’ordine sono pronte, anche solo in materia di equipaggiamenti e tecnologie? Non vorrei sembrare paranoico ma certe direttive sono talmente assurde da sembrare parte di un esperimento di scienze sociali.

  8. Chiedo scusa, non c’entra ma ci penso da ieri… E’ solo una mia impressione o…. Fedriga somiglia a Goebbels (é lui quello nella “Illustrazione fuori testo”, giusto?) come una goccia d’acqua?! :-O

  9. […] ricadute sul quotidiano di tutti noi, come quelle svolte in questi giorni dai Wu Ming, qui e qui e sapientemente arricchite dal sempre attento commentarium dei giapsters. Ben venga anche il […]

  10. “In Emilia-Romagna no, brisa, nessun cenno di autocritica, amministratori allineati, coperti e pure infastiditi dal «discutere». Bonaccini aveva persino dichiarato che la chiusura delle scuole era stata «richiesta da oltre il 90% dei genitori» (!), un dato bello tondo e levigato, prêt-à-porter.”
    Oggi la decisione del “golden règaz” di confermare la chiusura di nidi, scuole e università anche per la prossima settimana è basata sul “parere del Comitato tecnico scientifico nazionale e le indicazioni del Governo” (https://www.regione.emilia-romagna.it/notizie/primo-piano/confermata-la-chiusura-di-nidi-scuole-e-universita-anche-la-prossima-settimana).
    Nei manuali di scienze politiche inseriranno il “paraculismo” come elemento attivo dei processi decisionali.

  11. Ciao, mi permetto di lasciare tre segnalazioni “di servizio”.

    La prima è questo articolo dell’Avvocato Laser: http://www.avvocatolaser.net/2020/02/27/non-lavorare-al-tempo-del-coronavirus/ Mi sembra utile perché spiega cosa possono fare i lavoratori che sono lasciati a casa per il virus e quali sono i problemi in campo per le varie sottocategorie.

    A complemento di quanto dice Alessandro/Laser, su the Submarine è uscita una piccola inchiesta sulla situazione di partite IVA e precari presi di sorpresa dalle misure anti-virus, con interviste a vari giovani lavoratori rimasti fregati: https://thesubmarine.it/2020/02/25/precari-finte-partite-iva-pagano-chiusura-imposta/

    Infine, forse più in linea con la discussione che si era sviluppata sotto la prima parte del diario (ma il taglio di questo secondo episodio mi sembra anche meglio, perché fa vedere bene la lotta di classe che si intreccia all’emergenza), ho scritto un pippone sull’utilità delle misure restrittive secondo la minuscola frazione di letteratura scientifica in cui sono incappato. Le mie considerazioni sono poche e poco illuminanti, mi sembrano però utili al dibattito i riferimenti ai paper: http://maurovanetti.info/?q=influenza-contromisure

    Non credo si possa tagliare con l’accetta fino al punto di dire che ogni misura restrittiva è inutile. Bisogna però avere un po’ di sobrietà per capire che non è neanche vero il contrario e cioè che non è vero che ci siano basi scientifiche dietro qualsiasi pensata dei nostri politici e della loro corte di esperti da telegiornale.

  12. Segnalo questo articolo di Luca Pisapia sullo stato d’emergenza nel mondo del calcio https://ilmanifesto.it/stadi-chiusi-per-la-serie-a-ma-per-la-coppa-si-riaprono/ L’assurdità di stadi chiusi per il campionato, ma non per la coppa.

  13. Ancora una volta l’ascolto di quella che è letteralmente la «voce del padrone», cioè Radio24 di Confindustria, illumina su quale sia il futuro sognato dal capitale.

    Per esempio in questa trasmissione https://podcast-radio24.ilsole24ore.com/radio24_audio/2020/200229-economia-piccole-cose.mp3 è quasi imbarazzante il malcelato entusiasmo della conduttrice per il «boom» degli acquisti online di prodotti alimentari. Lo startupparo intervistato cerca quasi di frenarla, insistendo sul fatto che la sua azienda avrebbe rinunciato «molto molto molto volentieri» a questo boom di ordini, visto che la causa era una malattia; ma il clima complessivo della trasmissione – per come la imposta la conduttrice – è quello di soddisfazione per il «test» superato.

    Lo spostamento verso la consegna a domicilio dei prodotti, e quindi il trionfo del capitalismo delle piattaforme su settori economici più datati, prenderà grande abbrivio da questa pauta del «contagio» che è, in realtà, una paura del «contatto».

    Pur respingendo le due idee complementari, entrambe sbagliate, che i centri commerciali siano «non-luoghi», oppure, al contrario, che siano «la nuova agorà», è chiaro che con la consegna a casa della spesa etc siamo davanti a una nuova svolta al ribasso sui livelli di socialità e di «imprevedibilità» degli incontri umani, a favore della consegna di questi stessi incontri agli algoritmi del capitale e al loro estrattivismo.

    Inoltre la paura del «contagio» spinge un settore – quello del delivery – in cui i rapporti di lavoro sono improntati a uno sfruttamento brutale e neppure pienamente riconosciuto come «lavoro», e parlo dei riders; e dove l’innesto tra sorveglianza sociale e «consegna a domicilio» è costituitiva.

    Amazon, per esempio, ti fornisce la app per sorvegliare la tua porta di casa in modo da poter ricevere in tutta «sicurezza» i pacchi… di Amazon; e la consegna della spesa a casa anche quando non sei in casa è il modo in cui si inducono i «consumatori» a installare o far entrare telecamere… nel «tempio» della propria intimità, in modo da controllare (per paura!) il fattorino quando entra: https://www.nbcnews.com/tech/tech-news/amazon-will-now-deliver-inside-your-home-record-whole-thing-n814276

    Fin qui sul lato, diciamo di produzione di nuovi rapporti commerciali (e di vita).

    Sul lato invece della «distrazione», invece, i motivi (pseudo) sanitari della consegna a casa occultano il dramma della crescita dei rifiuti a causa del food delivery (crescita ampiamente registrata in Cina); e quindi occultano, per sineddoche, l’«emergenza» più grave e devastante del Covid-19, ovvero quella ambientale. Senza nulla togliere al Covid, eh, che pure esiste.

    • Grazie, Wolf, intervento fon-da-men-ta-le.

      Chi guarda ai problemi che l’emergenza sta causando ai governi e a certi settori dell’economia e conclude: «Non è vero che quest’emergenza è funzionale, non li vedete i danni che sta facendo?», non fa altro che cadere in balia di due equivoci:

      1) scambia l’«economia» nella sua dimensione contingente per il capitalismo come sistema;

      2) confonde il «governo» – inteso come l’attuale compagine dei politici che ricoprono gli incarichi ministeriali – con la governance/«governamentalità», cioè con l’insieme di strumenti atti ad assicurare la stabilità dei rapporti tra governanti e governat*.

      Più o meno lo stesso errore di quando si confonde «il tempo che fa» con il clima, e si dice: «Oggi fa freddo, dove sarebbe questo riscaldamento globale, eh?»

      • Un’analogia sempre relativa all’ambiente/clima che potrebbe servire ad illustrare cosa potrebbe stare accadendo al sistema economia in Italia potrebbe essere quella tra la deforestazione e il degrado forestale dove la deforestazione rappresenterebbe la rimozione totale e su larga scala di alberi e habitat forestale, abbastanza semplice da misurare e identificare/vedere attraverso l’uso, per esempio, di tecnologie satellitari; mentre il degrado e’ un fenomeno molto piu’ complesso e ramificato, riguardante una riduzione molto piu’ graduale e asimmetrica nella qualita’ delle foreste e sopratutto dell’ecosistema che supportano. Comprendere e valutare in che modo il degrado rappresenti un pericolo per gli ecosistemi e’ molto piu’ difficile e sicuramente richiede approci e tecnologie anche questi complessi e diversificati . In tema di economia vorrei inoltre segnalare questo intervento di G.S.Aletta su teleborsa: https://www.teleborsa.it/Editoriali/2020/02/28/coronavirus-l-italia-torna-terra-di-frontiera-1.html#.Xlvi-qj7S00

    • A proposito di Amazon Ring: è molto peggio che avere uno sbirro davanti all’uscio e le “cimici” dentro casa; qui hai i servizi di spionaggio di una multinazionale dentro il campanello di casa. Ecco un articolo della BBC al riguardo.

  14. Questo fine settimana, Bulåggna ha raggiunto un nuovo vertice di assurdità grazie alla decisione dell’assessore Lepore di regalare la Card Cultura.
    Si tratta di una tessera che dà diritto a sconti in alcuni musei, teatri, cinema, mostre e librerie della città. Di norma, costa 25€ per gli adulti e 16€ per gli under 26. Questo sabato e domenica, udite udite!, la si poteva ottenere gratis recandosi in determinati sportelli e biglietterie. Ottenere, non ritirare – e dopo vedremo perché.

    Naturalmente, la mossa di Lepore nasce per rispondere alle tante critiche sulle disposizioni anti-Covid19, che hanno colpito in modo pesantissimo il settore della cultura. – Ah sì? E allora va mo là, sapete che c’è? Vi regalo la Card così non mi rompete più le balle.

    Come per le mascherine e l’amuchina, grazie al proclama di Lepore, la tessera è diventata immediamente un oggetto del desiderio, ambitissimo – forse più per il fatto di essere desiderata che per la sua reale “efficacia”. Fatto sta che già ieri (sabato) nei vari punti di distribuzione si sono create file chilometriche.

    Oggi pomeriggio, sono andato a vedere di persona al Museo del Patrimonio Industriale – il più fuori mano tra i luoghi indicati per il dono. All’ingresso del parcheggio, un traffico di auto da litorale romagnolo il giorno di Ferragosto. Un viavai di gente a piedi che nemmeno in centro a Natale e una fila di gente con l’ombrello, sotto la pioggia fine, a perdita d’occhio, oltre il ponticello pedonale sul canale Navile.

    Faccio dietrofront e mi incammino verso il Mambo, il Museo di Arte Moderna. Qui, sotto il portico, la coda di gente è più fluida, più disordinata. Decido di affrontarla. Diverse persone stanno compilando un modulo di carta appoggiate ai muri e alle vetrine. Chiedo, e mi dicono che un’addetta li sta distribuendo poco più avanti. Basta riempire il formulario, consegnarlo e il gioco è fatto. Mi chiedo a che serva la fila e mi presento all’addetta. La quale, dopo aver leccato il bordo del foglio per staccarlo dalla risma degli altri, me lo allunga dicendo che se ne può prendere tassativamente uno a testa. Quindi invita i presenti a “disperdersi per compilare”. Lo ripete più volte, a voce alta, perché forse le viene il dubbio che la ressa intorno a lei non sia in fondo tanto diversa da quella – proibita – per entrare in un cinema, o in un teatro.

    Tiro fuori una penna e riempio gli spazi vuoti con i dati richiesti. Solo dopo averlo fatto mi accorgo che la fila serviva a ritirare il modulo, mentre per consegnarlo basta passare da un tizio, davanti alla porta della biglietteria, che prende in consegna le scartoffie. All’interno, non capisco in base a quale criterio, alcuni soggetti hanno avuto il permesso di compilare il foglio seduti a un tavolo. Forse è un privilegio che si paga soltanto con il maggior rischio di contrarre il virus (ambiente chiuso, affollato, impossibilità di disperdersi).

    Terminata la trafila, in un momento di illuminazione, mi rendo conto di essere uscito di casa solo per mettere alcuni dati in un formulario, e immagino il lavoro di chi dovrà riversarli (a migliaia) negli archivi digitali del Comune, per poi inviare a ciascuno la sua bella Card Cultura – che oltretutto pare sia “virtuale”, ovvero: ti arriva per e-mail.

    Tutto questo mentre gli assembramenti sono ancora vietati in tutta la regione e il governatore Bunazzén fa sapere che cinema e teatri potrebbero anche riaprire, purché con limitazioni nell’affluenza, e ordine, soprattutto ordine, agli ingressi.

    • Mi sono recato ieri al Mambo a prenderla verso le 16, consegnavano 2 formulari a testa, perche’ andavano riempiti entrambi e il secondo lo tenevi… come ricevuta!?!? La disorganizzazione piu’ totale, probabilmente perche’ dovevano si darne di tessere gratis, ma non troppe immagino.

      • Oggi come ricevuta chiedevano di fotografare il modulo con il telefono.
        Lepore deve avere preso la decisione così, su due piedi, mi punge vaghezza, senza poi preoccuparsi di spiegare a chi era di turno nel fine settimana nei vari musei e sportelli come doveva comportarsi.
        Tra l’altro, se hanno fatto dappertutto come al Mambo e ci sono state davvero diecimila richieste, sono diecimila fogli A4 di carta che si potevano risparmiare facilmente con una compilazione on line.

        Oh, alla fine mi è venuto pure il dubbio che Lepore abbia voluto fare uno scherzo a Bunazzén, lanciando questa due giorni di file, assembramenti e alitate l’uno nella faccia dell’altro, in nome della cultura. Di questi tempi, davvero tutto può essere.

  15. Grazie, lettura necessaria.
    Ma proprio per questo una precisazione è necessaria: il discorso dei lavoratori comunali di Salaborsa “dispensati” dal contatto con il pubblico è una fake news propalata da un articolo di Repubblica, come sin dal giorno dopo dai sindacati di base del Comune (quelli che, a causa dei veti incrociati CGIL/Amministrazione http://bit.ly/colla_no_sindacati_base_RegionEr le assemblee non le possono fare nemmeno i giorni batteriologiamente normali http://bit.ly/assemblee_negate_ComuneBo
    Ma questa è un altra storia.)

    Nel loro comunicato si legge infatti che “in merito all’articolo siamo rimasti sorpresi e offesi dalla superficialità dell’intervento e della mancanza di una pur minima verifica di quanto pubblicato.
    I dipendenti comunali non erano rintanati negli uffici per evitare qualsiasi contatto con il pubblico, come asserito nell’articolo ma erano impegnati in una riunione con il Direttore del settore e la Direttrice dell’Istituzione, richiesta dai lavoratori stessi per capire come fronteggiare l’emergenza per fronteggiare i disagi e la confusione nata dalle improvvise e cotradditorie direttive della sera prima.
    Si decideva in merito alle chiusure di alcune sale di lettura (per favorire l’utenza) e come noi, impegnati nel front office, avremmo dovuto interagire con gli utenti e specificare meglio come igienizzare gli spazi.
    […]
    La perplessità che abbiamo posto ai nostri responsabili era come gestire l’emergenza in armonia con i servizi. Nel frattempo, nel pomeriggio, abbiamo esteso il servizio telefonico per garantire una adeguata informazione e sbrigare tutte quelle operazioni fattibili telefonicamente, come i nostri utenti sanno.
    […]
    Vorremmo ricordarvi che i “rintanati” tengono aperta la Salaborsa 7 giorni su 7 in questi mesi, offrono un servizio di reference online 7 giorni su 7 (anche in estate) e tutto il personale ruota al front office. Questo lo si fa perché, come Biblioteca di pubblica lettura, sentiamo l’esigenza di avere un rapporto diretto e quotidiano con il pubblico che le situazioni emergenziali, come in questo caso, e la pubblicazione di articoli disfattisti portano ad alterare.
    Abbiamo coinvolto il Direttore generale del Comune affinché si faccia carico di una censura nei confronti di quanto scritto, in difesa del buon lavoro e dell’onorabilità delle colleghe e dei colleghi di Salaborsa”.

    • Grazie della correzione, quanto mai necessaria. Precisiamo che, nel riferire l’aneddoto in questione in mezzo ai tanti altri, il nostro intento non era affatto descrivere i dipendenti comunali come «rintanati» ma, al contrario, mostrare quali input contraddittori debbano gestire i lavoratori (tutti) nell’attuale groviglio di disposizioni.

    • La precisazione per non alimentare il discorso “lavoratori di serie A e serie B” (funzionale solo agli scopi dei datori di lavoro che -come si vede da Repubblica- lo fanno già molto bene di loro…)

      Poi è verissimo che i lavoratori precari impiegati nelle biblioteche, ma anche nei musei e nelle scuole comunali (infanzia e nidi) subiscano trattamenti indecenti, in particolare per lo scellerato combinato disposto tra le esternalizzazioni dell’A.C. e le scelte delle (pseudo)cooperative che vincono gli appalti (ex multis: https://prezi.com/oybzsq1c2sc9/le-esternalizzazioni-nei-musei/).

      Old but gold, perché la situazione descritta è identica anche oggi, a partire dal fatto che, malgrado tutti lavorino 36-40 ore alla settimana, sono quasi tutti assunti con dei part-time “spintanei”.
      Qui ad esempio http://bit.ly/bando_biblioteche_partime_lavoratori il documento ufficiale dall’ultimo bando di gara per i servizi 2019-2021 delle biblioteche: divertitevi (si fa per dire) a trovare i soli 5 full-time nella selva di oltre 70 part-time!

      La ragione è che, partendo da una base salariale così bassa, vedersi riconosciute le ore extra nei calendari settimanali è considerato un premio (ambitissimi gli straordinari domenicali, perché pagato qualcosa in più).

      Ma il problema è che con questa modalità, il Fondo d’Integrazione Salariale (se mai verrà impiegato e implementato) andrà a coprire solo quanto scritto sui singoli contratti, che, per la maggior parte dei casi, è come detto solo una frazione delle ore effettivamente lavorate e necessarie per portare a casa 900-1000 € al mese (nei casi più “fortunati”).

  16. Tanto per:

    Mappa dei contagi dal sito della repubblica.it domenica 1/3 ore 19.00 –> 1577 contagiati, 34 vittime 83 guarigioni

    Mappa dei contagi dal sito ilsole24ore.it domenica 1/3 ore 19 –> 1049 contagiati, 29 morti, 50 guariti

    alla faccia degli errori statistici…

    A Terni nel frattempo: —-> https://www.umbriaon.it/terni-cinesi-via-dal-mio-ristorante/

    E niente, continuiamo a tifare asteroide.

  17. Provo ad aggiungere un elemento facendo un passo di lato, non tanto rispetto a queste due puntate (che reputo centratissime), quanto rispetto alla discussione generale che si sta facendo intorno al coronavirus. Leggendo infatti molte delle analisi e dei dibattiti, parlando a lungo con compagn* o semplici conoscenti, ho l’impressione che mai come in questo caso si stia affrontando la situazione “ricominciando da capo” (cosa rispetto alla quale in questo maledetto paese siamo piuttosto abituati). Improvvisamente si affronta la discussione sul coronavirus e sulle misure di disciplinamento/controllo senza strumenti e senza memoria, ciò che è stato vero e assunto fino ad ora in qualunque ambito della vita collettiva viene spazzato via, la memoria azzerata. Improvvisamente si scende esclusivamente nei tecnicismi e nei dati statistici, che seppur rilevanti spostano immediatamente la discussione su un altro piano. Questo virus ha caratteristiche inedite e tocca anche paure ancestrali molto diverse da qualunque altra “faccenda” riconducibile ad azione umana (per quanto folle essa sia), ma accettare che questo spazzi via la nostra memoria è un errore che non ci possiamo permettere.
    Ieri sono andato a riprendere un pezzo pubblicato su Giap grossomodo 4 anni fa, scritto da wm2 e wm4 (https://www.wumingfoundation.com/giap/2016/06/chi-non-ha-futuro-non-ha-memoria-grande-guerra-intruppamento-dei-ricordi-e-diserzioni-necessarie/). C’è un passaggio che a mio parere potrebbe essere utile: “[…] nel gioco della memoria devi scrutare il futuro per interrogare il passato, si punta sull’avvenire per capire l’avvenuto. Abbiamo sempre l’impressione che sia il contrario, che dal passato s’impari e che senza quello, senza memoria, non ci sia futuro, ma è piuttosto vero il contrario: chi non ha un’idea del futuro non sa porre domande al passato, e senza una domanda, i ricordi restano coperti e muoiono”.
    Mi chiedo: lo stiamo facendo? Stiamo ponendo le giuste domande a quanto è accaduto e sta accadendo sulla base della nostra idea di futuro? Siamo sul serio disposti a sacrificarla per dare risposte più rassicuranti alle domande che le paure, anche personali, fanno emergere in queste settimane? Possiamo derubricare i dispositivi di controllo – non sto parlando genericamente di misure di contenimento, insieme molto più ampio – messi in campo a scelte tecnico/scientifiche? Qual è l’idea di futuro che abbiamo, accettando anche solo nel campo delle possibilità, questo tipo di risposte all’emergenza? Perché giochiamo sul terreno dell’emergenza quando abbiamo sempre detto che si tratta di un terreno da evitare? Al prossimo stato emergenziale dichiarato per qualsivoglia motivo, sulla base di quale paradigma riusciremo a rispondere, accettando come degno di essere valutato quanto viene imposto ora?
    Sono domande che mi rimbalzano in testa da giorni.

    • Le tue domande sono giustissime, e condivido la premessa da cui partono.

      Anch’io sono rimasto perplesso di fronte alle accuse di stampo moraleggiante, perbenistico, rivolte anche da parte di “insospettabili” a chi persino in questa situazione cerca di esercitare il pensiero critico, per bene o male che gli riesca.

      «Qui si fa del negazionismo!»; «Qui si vuole sminuire!»… e poi l’escamotage più assurdo, cioè l’accusa di fare… «dietrologia» – quando quel che sta accadendo sta accadendo davanti, non dietro: è il funzionamento del capitalismo, in tutta la sua contraddittorietà, che ci è nota dai tempi di Marx.

      Anche chi in questi anni, nei movimenti, non ha lesinato discorsi (e retorica) sull’emergenza come metodo di governo, sul controllo sociale, su “zone rosse” e militarizzazione del territorio, sullo strumento legislativo (e mediatico) del decreto per estendere zone della vita sociale in cui valga uno stato di eccezione…

      Dicevo: anche chi in questi anni ha parlato e scritto (e a volte blaterato) di tutto questo, di fronte all’emergenza coronavirus sembra essersi trovato basito, sguarnito di strumenti critici, in affanno, pavido di fronte a eventuali accuse di “irresponsabilità”, poco o per nulla desideroso di “spazzolare contropelo” i discorsi dominanti. Di più: infastidito dal pensiero critico, come da sempre la “maggioranza silenziosa” di questo Paese (che poi, a dispetto del nome, è sempre stata parecchio vociferante).

      Non per essere maligni, ma è come se in alcuni settori di movimento tutti i discorsi contro l’emergenza ecc. fossero evaporati non appena, con l’arrivo di un virus, c’è stata la strizza di ammalarsi.

      Chi non ha reagito come sopra, spesso ha comunque scelto l’autocensura, non solo verbale ma organizzativa, per non passare come «quello che sminuisce», il «negazionista», il «complottista» (!) e quant’altro. O, semplicemente, per paura di beccarsi il virus.

      A conti fatti, è forte la tentazione di concludere che quest’emergenza ha ottenuto un grande successo anche dove le altre avevano fallito. Le emergenze precedenti non avevano spazzato via in un sol colpo quasi ogni discorso e prassi di movimento e anti-emergenziale. Davvero l’impressione è che si debba ricominciare più o meno da capo.

      Sono convinto che Agamben intendesse dire esattamente questo. Si sarà anche espresso male parlando del virus vero e proprio (ancora una volta l’eziologia, alla quale si vorrebbero confinare tutti i discorsi), ma dove parlava dell’emergenza il suo monito era questo: attenzione, perché la situazione di questi giorni dimostra che sfruttando un’epidemia, dal punto di vista del controllo e dell'(auto)disciplinamento sociale si può ottenere di più e molto più in fretta che sfruttando altri pericoli.

      Io continuo a pensare che questo sia solo un obnubilamento passeggero, uno scacco temporaneo. Anzi, continuo a pensare che il conflitto reale si manifesterà lungo una linea di frattura più avanzata di quanto le prassi di movimento abbiano saputo immaginare.

      La cosa più lucida che ho letto su quest’emergenza resta il comunicato di Fridays For Future che abbiamo citato nella prima puntuta del Diario virale. Che il movimento più recente e più giovane tra quelli attualmente operanti sia anche quello da cui provengono le formulazioni più lucide mi dà fiducia.

      • P.S. È ovvio che, dal punto di vista eziologico, quest’emergenza ha caratteristiche peculiari: c’è un virus reale, un’epidemia vera (benché amplificata e strumentalizzata), al posto di un (sovente allucinatorio) «degrado», o del terrorismo (che esiste, ma che l’emergenza illumina in modo da allungarne l’ombra in tutte le direzioni), o di un’inesistente «invasione» di migranti.

        Ma se usciamo dal piano dell’eziologia, vediamo che quest’emergenza presenta numerosissimi elementi di continuità con quelle precedenti.

        E in ogni caso è la stessa la classe al potere, sono gli stessi i dispositivi messi in campo per gestire l’emergenza (e approfittarne) ecc.

        Far lavorare il pensiero critico significa cercare di capire come quest’emergenza sta influendo sui rapporti di forza, sugli assetti del capitale, su come si esercita il potere ecc.

        • Ciaos,
          condivido qui alcune risposte che mi hanno dato Ilaria Dorigatti e Paolo Vineis, due epidemiologi dell’Imperial College di Londra. Sono parte di un’intervista uscita ieri sull’Espresso.

          Penso possano essere interessanti per il dibattito che si sta svolgendo qui e per le riflessioni dei diari, che ritengo necessarie e urgenti.

          Mi sembrano rilevanti soprattutto il voler sottolineare la minaccia di catene autoritarie legata alle quarantene e il collegamento, da ricordare sempre, fra rischio epidemico globale e cambiamento climatico.

          Come considerate le politiche di contenimento che sono in corso nel Nord Italia? È la prima volta che nel nostro paese si vedono sospesi i diritti dei cittadini per uno stato d’eccezione legato alla minaccia di un contagio. Dovremo arrenderci a cicliche chiusure in quarantena o esistono politiche alternative?

          Vineis – Questi fenomeni possono divenire frequenti. È essenziale che i politici, i decisori, i cittadini e i media rafforzino enormemente la loro capacità di reazione e di resilienza, valutando anche le implicazioni a valle di diverse scelte nei momenti di emergenza. È molto difficile mettersi nei panni dei decisori in circostanze come questa. Da un lato capisco l’atteggiamento precauzionale. Dall’altro, le misure di contenimento possono innescare una catena autoritaria, in cui la sanità pubblica finisce per adottare trattamenti sanitari obbligatori, cioè misure limitative dei diritti individuali in contrasto con la società liberale. C’è un problema giuridico ed etico (sollevato recentemente da un articolo su JAMA), che va discusso ma che ovviamente non giustifica l’inazione. E c’è sicuramente un problema economico, di bilancio costi-benefici. L’impatto economico delle misure prese nel Nord Italia sarà enorme. I governanti dovrebbero essere preparati alle emergenze includendo una visione di lungo periodo, adottando cioè misure di cui si conoscono o si stimano le implicazioni a valle.

          I cambiamenti climatici, l’aumento delle temperature o l’inquinamento, condizionano o possono condizionare il contesto di propagazione delle epidemie?

          Vineis – Come sempre è difficile fare previsioni, ma è altamente probabile che il cambiamento climatico, se procede di questo passo, esaspererà la diffusione di agenti infettivi e dei loro vettori. Si fanno abitualmente gli esempi della dengue e della malaria, diffusesi ad altitudini dove non erano presenti, ma possiamo ricordare anche parassiti come lo Schistosoma e l’Opistorchis, la cui diffusione sta rapidamente cambiando in Asia.

          Dorigatti – Ad oggi, il fattore principale che sta alla base della trasmissione è il fatto che la popolazione è totalmente suscettibile. Il nuovo coronavirus è un virus emergente con il quale la popolazione mondiale non è mai venuta in contatto, quindi non esiste immunità.

          Ci sono conseguenze potenzialmente negative anche per l’eccesso di quarantene? Sia a livello economico che sociale?

          Vineis – Il sociologo Ulrich Beck, in libri come “Conditio humana, Il rischio nell’età globale”, aveva previsto già molti anni fa quello che sta succedendo ora. Alla radice di tutto c’è l’incertezza. Non sappiamo dove l’epidemia sta andando, se si autolimiterà come a un certo punto è successo per la SARS, o diventerà una pandemia. Possiamo solo assegnare valori di probabilità a questi diversi esiti, come fa Ilaria Dorigatti di professione. D’altra parte tutte le proiezioni sul cambiamento climatico sono probabilistiche, anche se alcune hanno conferme così forti da essere praticamente certe. Bisogna stare attenti a due diversi atteggiamenti, speculari tra loro ed entrambi sbagliati. È stato giustamente ricordato ad esempio che ogni anno le sindromi simil-influenzali coinvolgono circa il 9% dell’intera popolazione italiana, con migliaia di decessi per cause dirette e indirette. Si tratta di un tasso di letalità di circa 1 su 1.000, molto più basso rispetto a quello del COVID-19. Ma provoca un alto numero di decessi a causa dell’elevatissimo numero di contagiati (milioni). Va bene mettere coronavirus in una corretta prospettiva. Tuttavia, specularmente, sarebbe un errore pensare che l’emergenza non vada affrontata con determinazione. L’epidemia da coronavirus, e soprattutto altre epidemie emergenti in futuro, legate alla globalizzazione e al cambiamento climatico, possono realmente dare origine a gravi preoccupazioni. Il decisore difficilmente può assumere un atteggiamento di relativizzazione. L’importante è non affrontare solo l’emergenza ma prepararsi in tempo alle prossime epidemie, e possibilmente prevenirle precocemente.

        • In questo articolo di Igino Domanin http://www.leparoleelecose.it/?p=37854 il tiro al bersaglio contro Agamben (che, mille volte lo ridiciamo, ha sbagliato completamente mira negando la realtà del virus) diventa scoperissimo, e finisce per parare in una delle espressioni feticcio della governance neoliberale:

          «forse si dovrebbe mettere in pratica pazientemente una nuova etica della responsabilità, che a mio avviso resta importante ancora oggi e dentro l’attualità di questa emergenza.»

          Già, «etica della responsabilità», da quanto non ti sentivo. Sofisticata espressione dalle elevate ascendenze per dire, nel concreto del dibattito pubblico, grossomodo: T.I.N.A.

  18. L’inchiesta è davvero bella e interessante, però l’idea che il padronato, il Capitale faccia soldi e tragga vantaggi dall’emergenza mi pare quantomeno tirata per i capelli. A mio modesto avviso questa emergenza dal punto di vista economico-finanziario sarà un bagno di sangue per tutti, proprio tutti.

    • Anche qui sembra di ricominciare da capo, l’emergenza virus pare aver cancellato ogni ricordo di cosa sia la «Shock Economy», del fatto che il capitalismo approfitti delle catastrofi.

      Come detto sopra, si confondono le difficoltà di alcuni settori dell’economia con le sorti complessive del capitale. Ci sono aziende con l’acqua alla gola, ma ce ne sono altre che ne approfitteranno alla grande, e soprattutto ci sono grandi corporation che si fregano le mani da mesi e gli ride anche il culo.

      Non è certo un «bagno di sangue» per le grandi piattaforme, che ci stanno facendo ulteriori fantastiliardi, non tanto o non solo con speculazioni appariscenti tipo l’amuchina a 20 euro a flacone, ma con la crescita vorticosa dei big data e con l’aumento delle vendite a domicilio per paura dei contatti sociali.

      Tutto il settore dell’home delivery sta avendo un nuovo boom di proventi, boom che – come linkato da Wolf in un commento qui sopra – da noi suscita l’entusiasmo *incontenibile* dei commentatori di Confindustria.

      C’è poi tutta l’industria dell’intelligenza artificiale applicata a sorveglianza e controllo, dalle videocamere smart alle nuove macchine biometriche da usare nei checkpoint ai droni progettati ad hoc per i “cordoni sanitari” ecc., guarda come si fregano le mani gli organizzatori della più grande expo del settore, la iHLS InnoTech Expo, che si terrà a Tel Aviv a novembre:

      https://innotech.i-hls.com/

      «Interested in learning more about the applications of robotics and AI in emergency and disaster scenarios? Attend iHLS InnoTech Expo!»

      Sul sito di iHLS ci sono vari articoli dove si parla dell’emergenza coronavirus, questo qui ad esempio la descrive come una grandissima opportunità per vendere ai governi droni di ultima generazione:

      https://i-hls.com/archives/98862

      • Sono solo i primi esempi che mi sono venuti in mente di settori dell’economia che, più che fare un «bagno di sangue», nell’emergenza coronavirus sembrano proprio sguazzarci.

        • Ah beh, con la chiusura dell’anno scolastico a marzo, tutto il settore delle piattaforme per la didattica a distanza avrà un exploit che lo renderà schifosamente redditizio. Per esempio.

          • Qualche giorno fa ovunque ti girassi era tutto un «usiamo Microsoft Team» per qualsiasi cosa a distanza. Per qualcuno il «bagno di sangue» assomiglia piuttosto a questo tuffo:

            • Avevo messo questo commento giocoso prima di leggere qualcuno che tirava in ballo «capitalisti con la tuba», costruendo con quell’evocazione obiezioni immaginarie a posizioni mai sostenute (cioè che ci siano capitalisti con la tuba che rappresentano, in modo paracomplottista «il Capitale»).

              In effetti dovrei saperlo: l’ironia è diventata così funzionale al «realismo capitalista» che bisognerebbe astenersi, per cautela, proprio dallo scherzare, anche quando si ritiene – sbagliando – di avere una base comune che consenta di intendere il Witz.

            • Esempio pratico: da oggi tutti gli studenti del liceo di mio figlio devono munirsi di account gma*l e utilizzare la piattaforma me*t per seguire le lezioni in videoconferenza. Così go*gle si intrufola nella didattica (e nelle case degli studenti) rendendosi indispensabile. Nei prossimi anni g*ogle raccoglierà i frutti della semina fatta grazie a questo virus del cazzo, o meglio, grazie alla reazione da attacco di panico dei nostri politicanti.

              • La soffice, confortevolissima capitolazione delle scuole pubbliche a Google non è altro che un’ulteriore dinamica di privatizzazione della scuola. Privatizzazione invisibile, non percepita perché “molecolare” anziché “molare”.

                Nessuno dice papale papale: «col pretesto dell’epidemia privatizziamo la scuola pubblica», ma questo avviene in automatico, quasi per forza d’inerzia. La scuola pubblica – anche su benintenzionata iniziativa di insegnanti poco o per nulla consapevoli di come funzioni il capitalismo della sorveglianza e dei big data – è infettata da sempre più dinamiche privatizzanti.

                Oggi Google – ricordiamolo: uno dei mega-padroni americani del mondo e plausibilmente l’azienda più totalitaria della storia – è uno dei più grossi predatori svolazzanti sull’epidemia da Coronavirus.

                Non è un avvoltoio, non sbagliamo metafora: non vuole mangiare i già morti: vuole mangiare le vite di chi resta vivo.

                Nei prossimi giorni noi pubblicheremo su Giap una bella riflessione/inchiesta di Ca.Gi. sulla necessità e urgenza di fare «degoogling», e su come cominciare a farlo.

              • Parlavamo di questo tipo di cose con colleghi in ufficio, ai quali da giorni ormai arrivano i compiti dai prof via whatsapp, con tanto di scadenza di consegna (tipo: “oggi pomeriggio entro le 17.30”) e voto a seguire.
                E la cosa viene ritenuta naturale, anzi “smart”, anche da gente “politicamente sveglia”.
                Nessuno che si chieda se e dove c’è scritto nella Costituzione che il diritto allo studio è subordinato al possesso di una connessione all’internet (che implica avere una mailbox) e/o di uno smartphone (che implica nel caso di android un account google, e penso che anche per altri OS sia indispensabile l’entrata in qualche “club”).
                Il fatto che non se lo chieda nessuno, che cioè ci siamo già fottuti i fondamentali, che stiamo già tutti discutendo sopra decine di livelli di infrastruttura, mi fa temere il peggio.

                p.s. a scanso di accuse di essere un cro magnon: non sono un tecnofobo, il mio mestiere sono i computers.

                • Sta roba degli esami universitari via skype è un delirio. Gli esami dovrebbero essere pubblici. Ma per assistere alla videochiamata bisogna essere invitati. Allora io dovrei invitare tutto il mondo… ovvio che non si può. E quindi qualunque appuntato della GdF in vena di far rogne potrebbe tirare su un casino perché non ha potuto assistere all’esame. A sto punto tanto varrebbe far l’esame dal vivo in osteria. Ma no se pol, dio virus.

      • L’amuchina è una briciola, le borse hanno già perso il 10%-15% dall’inizio della crisi. Si prospettano scoppi di bolle a raffica nei prossimi mesi, si prevede una crisi finanziaria almeno pari a quella del 2008-2009… Solo che in questo caso i problemi sono avulsi dal puro discorso finanziario, perché dietro ci sono questioni che toccano i fondamentali dell’economia, ovvero calo di consumi, produzione in difficoltà, eccetera. C’è già in corso un calo generalizzato del PIL mondiale, e su questo non c’è santo che tenga, anche i ricchi se la ricchezza globalmente cala devono rivedere le loro stime, devono trovare soluzioni per evitare spirali discendenti, circoli viziosi. Ovvio che il capitale ha sempre le sue frecce all’arco (tipo: il prossimo anno ci saranno in giro nuovi brevetti realativi a questa emergenza che varranno miliardi di dollari), però ripeto: un calo del PIL mondiale non conviene a nessuno… La cosa più probabile – visto che mal comune mezzo gaudio – è che il capitale spinga per superare la crisi finanziaria globale generata dall’emergenza tramite gigantesche iniezioni di valuta da parte delle Banche Centrali, questo sarà una boccata d’ossigeno per il capitale (che alla lunga, ovvio, cade sempre in piedi) e una fregatura per i poveri che vedranno i salari perdere potere d’acquisto causa spinte inflattive.. Però sono solo ipotesi, tutto al momento giace nell’incertezza. L’unica cosa certa è che sul breve periodo ci sarà un calo del PIL, e questo è un danno per tutti, anche per i ricchi, su questo non ci piove secondo me.

        • Non ho parlato di amuchina, ho parlato di scenari ben più vasti, e sono scenari in cui il capitale userà la crisi e la recessione, come ha usato la crisi del 2008, il tracollo delle dot.com del 1999, la crisi petrolifera del ’73, il Wall Street Crash del ’29 ecc.

          Non è questione che il capitale «cade in piedi», è proprio che non cade: una crisi di suo non è mai antisistemica, perché il capitalismo è un sistema che funziona in un alternarsi continuo di boom e di crisi, le crisi sono parte del sistema. Non è possibile che una crisi danneggi tutti i padroni, nemmeno una guerra mondiale lo ha mai fatto, anzi.

          Il calo complessivo del PIL lo pagano incomparabilmente più gli sfruttati degli sfruttatori, con una tale disparità di conseguenze che all’atto pratico si può dire che i padroni (intesi come classe al potere, non come singoli imprenditori) non lo pagano. Se una crisi la pagassero tutti i padroni sarebbe antisistemica, ma le spinte antisistemiche non le può dare una crisi che è già inscritta nella logica del sistema.

          • Le guerre sono altra cosa, le guerre sono anche produzione, sono debito degli stati (che chiedono soldi al capitale per comprare armi), le guerre sono il sale del capitalismo. Questa non è una guerra, questa è una crisi più complessa che inceppa alcuni meccanismi della globalizzazione (velocità di spostamento, just-in-time delle forniture all’ingrosso, ecc. ) Non immagino capitalisti che si stanno fregando le mani per via di questa cosa, è un problema di governance che loro non avevano previsto secondo me. Mi spiego meglio: dagli anni ’90 in poi il capitale ha portato avanti una politica anti-stati nazionali, la teoria era che la globalizzazione non aveva bisogno di una governance globale per funzionare , alle critiche i “think-tank” del capitale rispondevano con i dati della povertà mondiale in discesa, per dimostrare che il capitale lasciato libero , in assenza dei lacci degli Stati, crea più ricchezza per tutti. Non avere una governance globale – pur avendo una economia globale – era presentato come un vantaggio. Questa crisi mette in evidenza che quella teoria era valida solo in assenza di vere emergenze globali, le quali emergenza globali – essendo appunto globali – non possono essere affrontate con successo dai disastrati e esautorati governi nazionali. Questo secondo me è un problema che riguarda tutti, capitalisti compresi. Poi sul fatto che – in un’economia capitalistica – il capitale sul lungo periodo stravince a prescindere (generando un’oligarchia che uccide la democrazia) siamo tutti d’accordo.

            • A parte che pure la crisi è anche produzione, perché la crisi porta alla ristrutturazione, e non è il sale né nessun’altra spezia ma è una portata ineludibile nel menu capitalistico, però al di là di questi puntigli, teniamo conto che i “ripensamenti” di cui parli erano già in corso da tempo, almeno dal 2016 si parlava di rinculo del liberismo e di ritorno a forme di capitalismo protezionista, anche prima della guerra dei dazi tra USA e Cina.

              C’è poi un groviglio di falsi sinonimi a cui dobbiamo stare attenti: capitalismo e globalizzazione non sono la stessa cosa. Ma è anche più sottile di così: la globalizzazione di cui parliamo (quella neoliberale degli ultimi decenni) è stata solo una fase particolarmente intensa di una globalizzazione di lunga gittata avviata (almeno) nel XVIII secolo, e che Marx ed Engels descrivono mirabilmente nel 1848, nella parte iniziale del Manifesto. L’Ottocento è sempre descritto come il secolo in cui si affermano stati-nazione, nazionalismi e capitalismi nazionali, eppure Marx ed Engels descrivono già il capitalismo come planetario. C’era già capitale globalizzato allora, ci sarà ancora capitale globalizzato anche dopo il ripensamento di *questa* fase della globalizzazione.

              Anche una recessione era già prevista, ora possono darne quasi tutta la colpa al Coronavirus ma già a metà 2019 la descrivevano come possibilissima se non dietro l’angolo.

              Se poi anche tu sei convinto che nel casinò della crisi il banco (il capitale) vince (fatte salve rivoluzioni), stai ammettendo che della crisi il capitale ne farà uso, sopravviverà ad essa, si ristrutturerà con essa e quant’altro. Ci sono sezioni più avanzate di capitale già all’opera su questo. E allora non è un «bagno di sangue per tutti [i capitalisti]» come dicevi prima, per il semplice motivo che non può esserlo.

              • Ma io contesto la visione (appunto un po’ ottocentesca) del capitale come granitica forza stabile, organizzata, formata da famiglie di intoccabili eccetera… E’ tutto molto complesso, molto fluido. Anche quando un pensionato mette 50.000 euro in un fondo pensione o in un titolo azionario, per un po’ partecipa al capitale, anche quando una startup fa 1 miliardo di dollari all’anno per 5 anni e poi fa il botto, è stata Capitalismo per 5 anni… Il Capitale non è un’accolita di perfidi signori con il cappello a cilindro: è un sistema senza testa, anzi, l’unica testa che comanda è la legge domanda-offerta, e pesce-grande-mangia-pesce-piccolo. Anche nel capitalismo accadono drammi, cadute in disgrazia, errori, perdite. E’ proprio perché si tratta di un mostro, una piovra con mille tantacoli ma senza testa, che è così difficile da ammazzare. Alla base di tutto c’è la libertà del capitale: se il capitale non è regolamentato duramente (e quindi moderato) dalle leggi di autorità superiori (oggi inesistenti, perché non c’è una governance globale dell’economia) , il capitale deborda, si fa tutti contro tutti e mette il turbo… salvo poi creare sconquassi sociali in caso di crisi, perché non è che sia un complotto: è che il capitale, se non lo regolamenti, non ha alcun valore etico, non ha alcuna morale, è solo mercato, e il mercato non ha pietà. Questa è la natura del capitale, se lasciato libero di esprimerla farà quello che è nel suo dna e basta, e a questo processo partecipano tutti, anche i cittadini che investono. Non è la cattiveria del capitale il nostro problema (quella è ovvia, è naturale, inevitabile), è l’inettitudine della politica che non è capace di regolamentare il capitale il vero grande problema.

                • “Granitica”? “Stabile”? “Famiglie”? Dove l’hai letta ‘sta roba, nelle cose che scriviamo? Noi abbiamo sempre argomentato il contrario: il capitalismo è un sistema basato su contraddizioni ineludibili, è instabile e non può non generare crisi, le sue logiche e dinamiche sono in larga parte impersonali e trascendono le volontà degli attori in campo ecc.

                  Semplicemente, stiamo ribadendo una vera e propria banalità di base: il capitalismo non si sconfigge da solo, le crisi che attraversa non hanno esiti antisistemici se non c’è un movimento antisistemico forte che spinge in quella direzione. Lasciato a gestire la propria crisi, il capitalismo ritrova la propria “omeostasi”, come ha sempre fatto dopo ogni crisi e *grazie* a ogni crisi. Ci sono economisti borghesi che di questo uso della crisi hanno fatto celebri apologie, in fondo cos’altro è l’elogio della “distruzione creatrice”?

                  Il capitalismo è crisi nel suo nocciolo e la crisi è capitalistica nel suo svolgersi se la sua gestione avviene nella logica del capitalismo. È addirittura un truismo, difficile contestarlo.

                  Un modo di produzione non finisce con una crisi e basta, non finisce se non ce n’è un altro pronto ad affermarsi al posto suo.

                  • Alla fine dunque siamo d’accordo: le crisi del Capitalismo sono ricorrenti e cicliche, quindi assolutamente normali. Quello che dico io sono due cose:
                    1) Non c’è un complotto del Capitale per guadagnare dalle crisi. Accade che il Capitale perda qualcosa nelle crisi, così come accade che alla fine ne guadagni. Sono processi naturali, per così dire.
                    2) Non è possibile una auto-distruzione del sistema capitalistico semplicemente perché il Capitalismo non è un sistema: è la legge della giungla, la legge del più forte, è la legge che impera in assenza di leggi.
                    Il Capitalismo esisterebbe anche in assenza totale di governi, di politica, di governance pubblica. Per questo non può auto-distruggersi: esiste da quando il primo uomo preistorico ha scambiato una mela con qualcos’altro di minor potere calorico, ricavandone profitto.
                    Il Capitalismo è un non-sistema, non può rompersi da solo perché è auto-alimentante a prescindere.
                    Solo una politica che inverta i fattori – anteponendo il bene comune al bene privato, per legge fatta rispettare, se necessario, con le mazze e con le pietre – può ammansirlo e renderlo sostenibile, oppure ucciderlo e instaurare in modo drastico un sistema diverso, che lo abolisce totalmente (e qui torniamo a Marx, che aveva ragione su tutto, tranne che sulla creazione dell'”Uomo Nuovo”, opera assai più ardua di quanto si potesse pensare…

                  • Riguardo al punto 1, praticamente hai contestato a noi una posizione che noi abbiamo sempre sottoposto a durissima critica, ovverossìa che il “complotto” sia una chiave adeguata per capire il potere, il capitale, la realtà. Se c’è una cosa che abbiamo sempre detto (anche in questa discussione) è che il complottismo è reazionario, è una narrazione diversiva che non fa capire niente di come funzioni il capitalismo, perché il capitalismo non carbura a “volontà”.

                    Riguardo al punto 2, mi spiace, ma sono in completo disaccordo praticamente su ogni frase. La tua è una caricatura, anche molto naive.

                    Il capitalismo non è affatto nato nella “preistoria”: alla cosiddetta “preistoria”, anzi, corrisponde una lunghissima fase di comunismo primitivo;

                    il capitalismo non è “la giungla”, è anzi un esito a lungo termine – e dopo molti conflitti – della civilizzazione iniziata con la rivoluzione agricola, con la stanzialità degli agglomerati umani, con l’invenzione delle città;

                    il capitalismo è un *sistema* perché è un insieme di strutture, articolato e complesso;

                    il capitalismo è un modo di produzione affermatosi a partire dal XVII secolo e che ha dato vita a una «formazione sociale», comprensiva di istituzioni politiche e sfere giuridiche senza le quali non funzionerebbe.

                    Il capitalismo, infatti, non è una banale “giungla”, non funziona solo con l’arbitrio, la violenza e l’homo homini lupus, ma grazie a una violenza implicita, invisibile perché strutturale.

                    Il capitalismo si riproduce grazie a istituzioni che fanno valere certe leggi, leggi che riconoscono, codificano e difendono la proprietà e l’eredità, fissano i rapporti di forza, sanzionano comportamenti antisistemici ecc.

                    Se queste leggi non ci fossero state, e/o se non ci fossero stati poteri che le facessero valere né istituzioni culturali (apparati ideologici) impegnate a renderle accettabili, il capitalismo o non si sarebbe affermato, oppure sarebbe stato sconfitto e rimpiazzato molto tempo fa.

                    Ad esempio, non avremmo capitalismo senza una sfera giuridica che tuteli il perpetuarsi nel tempo della classe capitalistica e della divisione sfruttatori-sfruttati, cioè (detta come va detta) a garantire che le ricchezze del padre passeranno al figlio, né senza un’ideologia che, anche grazie alle istituzioni, operi tutto il tempo per far sembrare normale e addirittura equo il privilegio ereditato, che invece riproduce disuguaglianze. Ma questa è comunque cultura, non “giungla”.

                  • Il capitalismo è un modo di produzione dominato dal libero mercato dei capitali e della forzalavoro. Niente del genere esisteva nella preistoria.

                    Il baratto (che tra l’altro pare non sia mai esistito: https://www.theatlantic.com/business/archive/2016/02/barter-society-myth/471051/) non crea nessun profitto.

      • Secondo me stiamo affrontando questioni altamente complesse, e con dei tratti di novità non trascurabili, nel momento stesso in cui i fatti avvengono e quando non sappiamo ancora come si evolveranno (per esempio non sappiamo se l’epidemia si estenderà o se comincerà a regredire). Ciò, credo, ci ponga in una situazione alquanto fragile, dove magari siamo in grado di rintracciare dei tratti, ma non sappiamo quanto questi tenderanno a divenire strutturali o se, al contrario, sono solo caratteristiche del momento contingente.

        Siamo in un momento di incertezza e questa incertezza caratterizza anche le borse, i mercati per eccellenza, quelli dai quali si può cercare di predire i settori che saranno avvantaggiati da questo schock.

        Per il momento sui mercati non si registrano situazioni eclatanti: le aziende che producono droni, in crescita da inizio gennaio, negli ultimi giorni hanno fatto registrare pesanti perdite. Alcuni esempi: la Lockheed Martin, che l’11 febbraio faceva registrare un valore per azione di 439,85 dollari è calata a 371,47 dollari per azione di oggi; un’azione Boeing, che il 12 febbraio valeva 347,45 dollari, oggi vale 283,79 dollari. Entrambe le aziende hanno fatto registrare un rialzo oggi, dopo essere calate costantemente dalla metà di febbraio.

        Se ci spostiamo su altri settori, e osserviamo uno dei giganti delle consegne a domicilio come Amazon, notiamo che, il 19 febbraio, un’azione di Amazon valeva 2.170,22 dollari, oggi vale 1.933,29, facendo registrare un rialzo rispetto alla fine della scorsa settimana.

        Osservando, invece, piattaforme che consegnano a domicilio i cibi preparati nei ristoranti, vediamo che Just eat passa da 13,39 dollari per azione, fatto registrare il 26 febbraio, agli 11,73 dollari di oggi. Anch’essa è in rialzo rispetto alla fine della scorsa settimana.

        Anche l’oro, che il 24 febbraio aveva fatto registrare, sui mercati europei, il massimo degli ultimi 10 anni (50,1 euro per grammo), oggi vale 46,33 euro per grammo, in rialzo rispetto la scorsa settimana. Questo perché, per coprire le perdite sul mercato azionario, molti investitori hanno deciso di vendere parte dell’oro che detenevano, facendone calare sensibilmente il prezzo (la stessa dinamica si è verificata sul mercato americano).

        Da questo quadro l’unica cosa che possiamo comprendere è che anche i capitalisti sono in preda all’incertezza, anche loro possono disegnare scenari futuri, ma non possono essere certi che quegli scenari si verificheranno e, così, le loro scelte d’investimento potrebbero solamente alimentare bolle, destinate inevitabilmente ad esplodere. Tutto dipende da come l’infezione si evolverà, da quali saranno le scelte dei governi e da quanto cambieranno le abitudini dei consumatori.

        Per esempio: se l’epidemia si estendesse in Italia, magari, sul modello cinese, il governo vorrebbe investire in intelligenza artificiale e droni per aumentare il controllo, sia sanitario, sia sociale, ma, con ogni probabilità, non avrà i soldi per investire in quei settori perché avrà consumato le proprie risorse per fronteggiare la crisi e avrà non poche grane per contenere il debito pubblico, sul quale, con ogni probabilità, saranno aumentati non poco gli interessi da pagare.

        Se l’epidemia si estendesse all’Europa, lo stesso scenario è possibile immaginarlo per altri paesi Ue. In questo caso investire sui droni non sarà stata una buona scelta, perché, pur volendo, i governi che si è immaginato li avrebbero acquistati, non hanno materialmente la possibilità di farlo.

        Se l’epidemia sarà, al contrario, contenuta, è molto probabile che quegli investimenti ci siano è sarà stato un ottimo affare comprare azioni delle aziende produttrici di droni.

        Altro scenario scenario si aprirebbe se l’epidemia si diffondesse negli Usa. Se ciò avvenisse potrebbe avere conseguenze disastrose su quel Paese, anche a causa del sistema sanitario che lo caratterizza. Ciò potrebbe rafforzare la Cina, sia dal punto di vista economico, facendo gravitare verso di essa il baricentro dell’economia mondiale (per esempio le imprese cinesi produttrici di droni non sono quotate, ma potrebbero essere queste a beneficiare di investimenti degli stati per acquistarne), sia dal punto di vista politico, se la Cina gestirà la crisi meglio degli Usa, diventando un punto di riferimento anche politico.

        Tutto però è ancora incerto e, credo, sia molto difficile capire cosa avverrà e quali saranno le sorti e gli assetti del capitalismo. Di certo anche questa emergenza aprirà contraddizioni, contraddizioni da comprendere e da sfruttare per un cambiamento rivoluzionario. A partire da quello che, al momento, incerto non è, come il danno causato alla sanità pubblica da tagli e privatizzazioni e dalle potenzialità che si aprono per chi rivendica un sistema sanitario pubblico e universale.

        Sulle misure prese sinora, invece, non ho le competenze per intervenire: non so valutare se la quarantena sia una misura necessario o se, al contrario, sarebbe stato più utile percorrere altre strade. Di certo i provvedimenti presi in questi giorni, oltre a essere contraddittori, credo creino precedenti pericolosi. Però, allo stesso modo, penso che la chiave di lettura che fornisce Agamben non sia la più adatta per comprendere quanto sta avvenendo. E, anche se sottovaluta l’influenza della stampa, e le pulsioni autoritarie di alcuni settori, in parte condivido la critica di Grasso, soprattutto quando dice che dovremmo cominciare a porci il problema di come agiremmo noi in un contesto rivoluzionario, e, per comprendere questo, criticare esclusivamente il potere non è molto utile.

        In questi giorni uno degli articoli più interessanti che ho letto è stato pubblicato da Infoaut. Si apre così:

        “Abbiamo letto i punti di vista su facebook tra gli “ambienti di movimento” che sostanzialmente si attestano su due posizioni: una che vede l’allarmismo e le misure conseguenti come giustificati e l’altra che tende a minimizzare la portata di quello che sta succedendo. Questo tipo di dibattito ci pare assurdo, innanzitutto perché sostanzialmente ricalca il dibattito che c’è in campo borghese. Gli interessi divergenti sono evidenti: c’è chi vuole più “stato di emergenza”, più discrezionalità dall’alto per affrontare il virus, ma non solo, ha interessi nella propagazione della paura (ci torneremo più avanti), e chi invece è preoccupato per i rovesci economici che un eccessivo allarmismo potrebbe portare. Queste due posizioni attraversano la società ben oltre il campo borghese, ma è da lì che scaturiscono. In secondo luogo è un dibattito paradossale perché condotto senza gli strumenti adeguati: ci si affida al punto di vista espresso da questo o da quel virologo, medico, biologo in base alla tesi che si vuole sostenere, senza considerare anche qui che la scienza non è un campo neutro e che spesso anche inconsciamente i vari scienziati rispondono a una lettura del problema e del rapporto con la società che è politica. Purtroppo fa pensare che anche nei nostri contesti ci si è ammalati di “espertite”. Ciò non vuol dire rifiutare i pareri di chi ne sa più di noi, ma provare a contestualizzare quei pareri nelle diverse storie da cui scaturiscono e provare a costruirsi un sapere dal basso, condiviso su quanto sta accadendo.”

        Credo sia un ottimo punto di riferimento per orientarci, senza dimenticare il passato, ma senza rinunciare a percorrere strade nuove, più adatte a comprendere i nostri tempi e ad agire in essi.

        • A me interessa rilevare che in tutti gli scenari da te ipotizzati ci sono sezioni di capitale (o l’una o l’altra o l’altra ancora) che traggono vantaggi e profitti dall’emergenza coronavirus. È addirittura un’ovvietà, lo so. Quello che stiamo cercando di dire è: non ha senso pensare che quest’emergenza non sia anche funzionale al capitale. Funzionalità che non è l’esito di nessun complotto o Piano perfetto o bella pensata o Volontà del Signor Capitale (Mario Capitale, come lo chiamava Lame Rosse l’altro giorno), ma è una funzionalità sistemica, inscritta nel modo in cui il capitalismo funziona, e in cui continuerà a funzionare finché controspinte rivoluzionarie non porteranno a una gestione (in tutto o in parte) non-capitalistica delle crisi.

          • Su questo concordo, perciò ho citato il post di Infoaut. Credo che, senza un sapere dal basso e condiviso, difficilmente riusciremo a generare una spinta rivoluzionaria. E gli scenari che si aprono rappresentano opportunità per il capitale, ma anche per chi vuole sostituire quel modo di produzione con un altro. Soprattutto in questa fase in cui i rapporti sociali esistenti stanno entrando in contraddizione con le forze produttive…

            • Rispetto al tuo primo commento suggerirei più cautela nel dare significato ad andamenti borsistici di breve respiro, le tendenze vanno viste con molta più calma. Banalità certo, ma da tenere presente.

              L’altro tema, già accennato da WM1 qui sopra, è che l’economia mondiale era già in attesa, quasi spasmodica, di una recessione. Questa cosa – ben lungi dal configurare un complotto, lo dico anche se pare ridicolo doverlo dire – ovviamente *interseca* la gestione della crisi. Proprio come i dispositivi emergenziali ne *plasmano* il decorso sociale, ancor più che clinico, cosa che i soci dell’ampio club del «dalli all’Agamben» sembrano voler cocciutamente ignorare.

              Quindi – tornando al punto – i dati economici delle performance economiche in tempo di Covid vanno visti alla luce anche dei dati delle aspettative degli operatori pre-Covid, e quelle aspettative erano decisamente di «grossa crisi» in arrivo.

              Inoltre, al massacro operato dal Covid sul lato della domanda (stiamo tutti, noi ceti modesti, sputtanando montagne di soldi in cambi di programma, per non parlare poi di chi NON lavora del tutto, etc) il capitale, che si aspetta da tanto il bis peggio-del-2008, ha già provveduto a mettersi al sicuro, con l’enfasi ideologica e di mercato sui «beni di lusso», che sono qualcosa di molto più marcato dei soliti «consumi posizionali».

              Altro elemento che quindi produce una maggiore «sacrificabilità» dei settori capitalistici dedici alla produzione per noi poveracci.

  19. Il “delirio” di questi giorni sta mettendo allo scoperto tutta una serie di questioni che andrebbero forse catalogate e poi affrontate una per una, con lo scopo di ricomporle, perché qualsiasi “pezzo” a me pare incomprensibile preso da solo.
    Dico le prime che mi vengono in mente, ma se qualcuno riesce ad aggiungerne altre per me sarebbe molto utile.

    1. L’interpretazione dell’evento.
    Circola un virus, e su questo siamo tutti d’accordo. Per il resto non siamo in grado di sapere granché: se è più pericoloso o meno di una influenza generica, il livello di letalità, quanti possano essere i casi gravi, sia in numero assoluto che relativo. Questo non solo noi, ma anche gli infettivologi, che infatti hanno pareri discordanti.

    2. L’informazione sull’evento.
    I “pareri discordanti” riguardano soprattutto gli sviluppi. Quelli che ho sentito io, al netto dei burionismi, coincidono in una cosa: sono ipotesi. Riportati dalla stampa sembra che tutti abbiano le idee chiare e che le idee chiare non coincidano. Ma non è così, quasi tutti dicono “dobbiamo vedere ma si può pensare che”. Questo “si può pensare che” vale più di quello di qualcuno che non è esperto perché è gente che naturalmente ha molta esperienza e che ha visto casi simili, ma sanno loro per primi che ragionano in termini probabilistici e che se invece i decorsi prendessero un’altra strada non ci sarebbe niente di particolarmente strano. Naturalmente alla fine uno (un gruppo) di loro ci avrà indovinato, ma questo lo sapremo solo alla fine, non ora. L’informazione non prevede questa cautela, e il sospetto è che se anche la prevedesse non farebbe troppa differenza, nel senso che il lettore forse tenderebbe a prenderla come una certezza, per cambiarla un attimo dopo. Questo nell’ipotesi che la stampa sia neutra.

    3. Il ruolo della stampa.
    E naturalmente non lo è, neutra. A volte – credo – finiamo per confondere una distinzione analitica per un fenomeno reale. La stampa, il governo, le classi dominanti, i governi locali, la confindustria, i sindacati ecc non sono bolle separate con finalità e strategie proprie che reagiscono a stimoli e che perseguono razionalmente l’interesse della propria “bolla” ma sono realtà interconnesse. E ovviamente non c’è una spectre che ogni giorno emana le direttive e quindi un po’ tutti hanno dei margini di autonomia. La stampa magari all’inizio crede che un po’ di terrorismo serva a vendere giornali, quando tutto si esaspera non si scehrza più, diciamo così, e cavalcare l’emergenza non è più consentito, si tirano le redini, perché sono entrate in gioco altre questioni. Non significa che cambiano necessariamente i soggetti ma che agiscono con meno leggerezza, che se ne aggiungono altri eccetera

    4. I nervi scoperti della sinistra di movimento.
    Avevo cominciato ieri a scrivere il commento, nel frattempo Wu Ming 1 ha segnalato questo fastidio del pensiero critico. Aggiungo che questo fastidio, oltre a reazioni scomposte abbastanza sorprendenti, sembra che abbia anche offuscato la capacità di comprensione dei discorsi altrui. Se fai il paragone con l’influenza poi devi specificare che non è un paragone epidemoilogico, è come se stessi facendo il paragone con i morti sul lavoro; se dici che “non sembra sia il virus in quanto tale che uccide visto che deve agire a certe condizioni per essere pericoloso”, devi specificare che questo non significa “tanto non toccherà a me”; se metti in rilievo l’insensatezza e la contradditorietà di alcuni provvedimenti poi devi specificare che non stai proponendo di andare a vedersi la partita eccetera. Quello che è sorprendente è che questo arrivi da persone delle quali hai anche apprezzato sia le scelte che le analisi e che improvvisamente sembra che sentano la necessità di scuoterti.

    5. Le differenze con le altre emergenze.
    A me viene un pensiero sgradevole. Le classi dominanti si compattano, mostrano l’eterna capacità del capitalismo di “non sprecare mai una crisi”, come è stato ricordato, per me in modo convincente, anche qui. E questo anche se verosimilmente pezzi di essa verranno colpite. Noi no. Se qualcuno scrive o dice qualcosa che non ci piace o con cui non siamo d’accordo ci scordiamo che quand’anche questo qualcuno sbagliasse questo non farebbe di lui un nemico idiota riduzionista o apocalittico. Complice forse il fatto che ci cachiamo sotto perché non è (sarebbe) la nostra empatia in gioco ma la nostra vita appiattiamo chi la pensa in modo diverso, anche se ne abbiamo appunto condiviso scelte e analisi sin dal momento prima, su quella e solo quella posizione.

    6. Nessuno ne è fuori
    Non parlo (solo) degli altri, ma anche di me. Seguendo uno degli scambi in calce al primo pezzo di diario sono rimasto infastidito da un modo di esprimere una posizione salvo accorgermi che altri erano rimasti infastidi dalla replica a quella posizione. Ne deduco che il fastidio riguarda più i contenuti che i modi, e che non tutto è etichettabile sotto burionismo.

    7. La scienza
    Si è forse intravisto al riguardo dei pareri discordanti. C’è, mi pare, una forma di smarrimento perché non esiste la voce unica. Il nostro approccio alla scienza credo sia da rivedere, perché manco le scienze dure hanno un cassetto dal quale ogni volta che si verifica un evento, tirare fuori la soluzione o l’interpretazione corretta. Figurarsi la scienza medica, che magari non è l’economia o, peggio, la sociologia, ma insomma va avanti a tentoni. Stanno studiando – pare che la settimana scorsa in Cina abbiano chiuso uno studio su 73mila casi – e quello che sta dicendo è che ragiona per termini probabilistici. Per definizione quindi, può succedere una cosa molto diversa da quella probabile, perché la percentuale è molto lontana da 100. Non è insomma qualcosa che “al 90% andrà così” ma un semplice “più sì che no”. Per esempio la diffusione in zone diverse da quelle già colpite, è abbastanza imprevedibile. Credo che la probabilità maggiore riguardi una non espansione, ma non è che se invece si diffonde sono tutti a dire che è assurdo.
    Andando un po’ grossolanamente una cosa sono le dichiarazioni di virologi e infettivologi basate su degli studi precisi altro quelle basate sulla propria esperienza e competenza. Distinguere tra queste due dichiarazioni sarebbe esiziale, ma figuriamoci se qualcuno lo precisa.

    Come dicevo all’inizio non è certo un elenco esaustivo e vi sarei grato se contribuiste ad allungarlo.

    • Gran bell’intervento, una marea di cose su cui riflettere.
      L’unico punto che non mi convince tanto (negli esempi, il discorso generale credo valga al di là di quelli) è il quarto: non condivido tanto la perplessità, quasi il fastidio, nel “dover specificare”. Non si tratta semplicemente di evitare ambiguità? Siamo su un blog, a chi vuole essere rivolto il pezzo? Agli amici e agli amici degli amici? Oppure si vuole raggiungere una platea più ampia? Più è ampio il “target”, più chi legge può essere anche un passante casuale. Dunque non ci vedo niente di particolarmente sorprendente in un invito a essere più chiari possibile. Più la materia è delicata più mi sembra una necessità evidente non essere fraintendibili, non ultimo per evitare di essere quotati out of context.

      Vorrei invece aggiungere uno spunto di riflessione, che trasversalmente potrebbe estendersi anche fuori dal tema specifico. Dal momento che vivo in una bolla e non ho molti contatti diretti con ciò di cui sto per parlare, potrei dire una marea di stronzate, sicuramente ho solo perplessità, impressioni e nessuna certezza.
      Il dubbio è: ci sono anche aspetti prettamente “generazionali” nel modo in cui viene percepita l’emergenza (questa e in generale)? E quindi nelle reazioni “istintive” a una certa posizione?
      Sono stati citati i ragazzi dei Fridays for Future. Ma nell’esponente “medio” della loro generazione, più spesso mi sembra che la posizione sia stata nichilista, risposte-sfottò alla “ok boomer”, davvero dei “non mi preoccupo tanto IO sono giovane” (con variante “se crepano un po’ di vecchi meglio per le casse dell’INPS”). Mi sembra che questo non sia tanto dovuto ad una contestualizzazione ponderata dell’emergenza attuale se confrontata con altri gravi tempi (leggi es. cambiamento climatico), quanto che ci sia una rassegnazione diffusa legata al fatto che “il progresso è finito”. Come se fosse stato introiettato un senso di sconfitta a prescindere. Oltre a un certo fastidio verso generazioni precedenti vissute come privilegiate, che non mi sembra il classico conflitto generazionale, quanto una forma di odio (ok parola forte ma non saprei come definirlo) derivante da frustrazione/invidia. Atteggiamento magari non diffuso, però ho questa impressione che ci sia… e che poi diventa preoccupante anche per qualsiasi progetto di lotta, perché tanto non ci si può far niente, siamo rassegnati ad essere precari, siamo rassegnati a non avere una pensione, siamo divisi e non potremo mai essere uniti, ecc ecc… insomma diventa un altro TINA.

      Magari è tutto nella mia testa, se però qualcuno volesse dire che ne pensa e/o portare esperienze, mi pare che possa essere interessante anche questo.

  20. L’attrice Laura Garofoli legge brani del nostro Diario virale.

    Reading svoltosi il 28/02/2020 presso il csoa Spartaco di Roma all’interno di «Phycosi contro la psicosi».

  21. alè, le disposizioni per il contenimento del contagio, se e quando riapriranno le scuole, prevedono: sospensioni gite (ovunque, anche alla biblioteca a fianco la scuola), mensa dilazionata (poveretti chi mangerà alle 14 … ma poi come la mettiamo con il personale non docente che accompagna al pranzo? straordinari? ), divieto di fare ricreazione in corridoio (ma in cortile? mah?) e soprattutto (e qui wolf predice sempre bene) la delazione: “E’ fatto obbligo a chiunque ne venga a conoscenza di segnalare tempestivamente alla Dirigente scolastica casi di persone, studenti o personale, che rientrino da zone considerate potenzialmente a rischio, per permettere di contattare l’autorità sanitaria e avviare eventuali procedure precauzionali”. Alè.

    seguono le solite cose di starnutire nel gomito, tralasciando l’accortezza (ricevuta invece dai colleghi francesi) di salutarsi senza darsi i rituali tre bacini sulla guancia.

    https://nuvola.madisoft.it/bacheca-digitale/1311/documento/BOIC874008

  22. Intanto sua realtà Giulio Tremonti già si impossessa di frame a lui estranei: “L’Italia?
    «Ho l’impressione che ci siano analogie con l’8 settembre. Di fronte all’emergenza sanitaria, il governo non ha fatto quello che doveva, ha lasciato che ognuno andasse per i fatti suoi. L’economia era già ferma, poi è arrivata la Cina e poi il pasticcio che ci siamo fatti da soli. Ma non sono del tutto pessimista: dopo l’8 settembre è arrivata la Resistenza».” https://www.corriere.it/esteri/20_marzo_01/giulio-tremonti-il-coronavirus-mostra-crisi-globalizzazione-ac2e6004-5bfb-11ea-ae74-e93752023e91.shtml

  23. Segnalo un ottimo Palidda che – se ben capito – rende impossibile fare ogni discorso generico e organicista sulle questioni economiche. Il virus catalizza processi già in atto, e amplifica le divisioni di classe, di certo non le appiattisce:

    http://effimera.org/allarmismo-stato-deccezione-eterogenesi-della-democrazia-e-tanatopolitica-la-sperimentazione-con-il-covid19-di-turi-palidda/

    A parte quanto raccontato da Palidda, che è globale e relativo all’altissima finanza, rimane che, per esempio, il venefico sostegno al «made in Italy» annunciato dal governo va criticato esattamente come abbiamo sempre criticato i precedenti (e abbondanti) sostegni al «made in Italy», ovvero come ulteriore depressione della domanda interna dei ceti modesti, a favore di marketing e produzione rivolti ai ceti ricchi globali.

    Verrebbe da dire: «va criticato come abbiamo sempre criticato *in tempo ordinario* e non emergenziale i sostegni al made in Italy», ma se guardiamo indietro è almeno dal 92-93 che non disponiamo più di un tempo *ordinario*, una qualche emergenza c’era sempre, come minimo quella farlocchissima dei «conti pubblici»; e come giustamente si è notato altrove in questa filiera di commenti, non riconoscere l’«emergenza permanente» in cui siamo immersi è, come minimo, sintomo di una totale mancanza di senso storico.

  24. Poi, cerchi conforto nella scienza, fedele alleata di ogni mente razionale e vai sulla pagina social di MedBunker che ti linka un articolo pieno di buon senso in cui ti spiega che si, le misure di “contenimento” possono avere un blando effetto nello spalmare i picchi del virus —> http://www.medbunker.it/2020/03/coronavirus-cosa-dobbiamo-fare.html
    e che questo aiuterebbe il ssn a gestire la situazione ma, parole conclusive loro “A conti fatti il distanziamento sociale, una delle armi più diffuse (e tra le poche) per contrastare epidemie di malattie infettive ha una bassa efficacia ma sembra avere comunque un certo impatto nel ridurre l’entità e la gravità di una epidemia. Per questo, in mancanza di altre soluzioni e soprattutto in caso di urgenza di intervento, i vari mezzi di distacco sociale possono essere presi in esame. Punto fondamentale di tutte queste misure è che vanno applicate appena possibile, subito. Un ritardo può renderle meno efficaci o completamente inutili.”
    Allora dici, oh qualcuno che ragiona e gli provi a porre sulla loro pagina social delle domande in cui chiedi ad esempio “ma se il virus è presente sul territorio ormai da due – tre mesi come sembra dimostrato queste misure non sono per l’appunto in ritardo? E allora forse invece che chiudere tutto si potevano fare misure diverse tipo ridurre le capienze il che magari non significava il blocco totale della cultura e del turismo no?”
    Ma ti senti rispondere con un certo fastidio che: assolutamente no vanno prese queste misure e che pensate un po’ la distanza di sicurezza non esiste perché uno starnuto manda la gocciolina di slaiva contenente il virus fino a 9 metri.
    Ti tacci per evitar polemiche… ma poi il giorno dopo scopri che le nuove misure in studio prevedono una distanza di sicurezza di due metri.
    Gli fai notare che questo è in contraddizione con quanto ti hanno detto loro e loro ti rispondono “scientificamente” che ti sentono disperato e allarmato e questo non ti aiuta e che loro possono dare solo risposte scientifiche per il resto puoi andare dalla fattucchiera del paese. E ti invitano anche a non commentare ulteriormente altrimenti sono costretti a bannarti. E poi dopo dieci minuti cancellano tutto perché forse hanno notato che avevano pisciato fuori dal vaso.

    Ecco cari “scienziati” finita quest’arma di distrazione di massa vi voglio proprio vedere tornare a lamentarvi che la ggente non capisce la differenza fra voi e un ciarlatano.

    • Il Patto Trasversale per la Scienza conclude così il suo comunicato congiunto sull’emergenza Coronavirus:
      «è importante ribadire che non c’è nessun disaccordo tra scienziati, in quanto le nostre valutazioni ed i nostri obiettivi sono comuni. D’altronde non potrebbe essere altrimenti tra persone che sanno dove iniziano i fatti e dove finiscono le opinioni.»
      Seguono le firme di importanti luminari e professori ordinari, della cui competenza specifica non posso nemmeno discutere. Tuttavia, se la loro preparazione epistemologica e filosofica è quella che ermerge da quell’ultima frase, condita peraltro da un’insopportabile presunzione, credo davvero che il mondo scientifico italiano dovrebbe cominciare a farsi parecchie domande. Se questi sono i luminari, quelli che insegnano nelle migliori università, non c’è proprio da stare allegri.

  25. Psicosi per psicotici. Terza settimana, giorno 3

    E così mentre il PresdelCons GranLupMan EntitCelest Antonio Conte (personalmente continuo a preferirlo come allenatore) si accingeva a firmare il decreto della quarantena nazionale stilato dal suo comitato scientifico contro il parere del suo consiglio scientifico (vedi articolo di prima pagina del sole 24 ore di oggi https://24plus.ilsole24ore.com/art/coronavirus-perche-chiudono-scuole-tutti-numeri-peggioramento-ADOwN4?s=hpl ) ammettendo quindi definitivamente che i provvedimenti di due settimane prima (quelli che ci hanno reso infetti agli occhi del mondo facendoci perdere secondo le stime più ottimistiche 30 milioni di turisti e tre punti di pil) non sono serviti assolutamente a nulla, capitavano anche cose antropologicamente divertenti.

    Tipo che il quotidiano on line più seguito della Regione umbria nella bulimia di notizie pubblicava l’autointervista di un fantomatico ricercatore di Wuhan che raccomandava di bere tè e tisane per non prendere il Covid 19 (https://www.umbria24.it/attualita/coronavirus-ricercatore-da-wuhan-attenzione-a-queste-cose-che-vi-dico-e-bevete-caldo).
    O L’inquisitore virale che se la prendeva con chi una volta guarito usciva di casa perché “automaticamente” invitava gli altri ad uscire e faceva ripartire il virus (ma esattamente quanti libri avrebbe dovuto vendere l’inquisitore perché noi si potesse tornare alal vita di tutti i giorni?).

    Infine, dopo lunga ricerca troviamo un articolo che mette giù per benino, scientificamente tutti (gli ovvi) dubbi e tutti gli errori di comunicazione fatti nel nostro paese fin qui.. e mica dobbiamo andare su un sito complottista, anzi. E’ l’ottimo e verificato Scienza in Rete a proporlo: https://www.scienzainrete.it/articolo/alcuni-punti-fermi-sul-coronavirus/enrico-bucci-ernesto-carafoli/2020-03-03

    Il tempo di condividerlo in una nostra pagina social che arriva un tizio (uno di quelli che ti ritrovi fra gli amici di feisbù senza conoscere davvero) che comincia ad insultarti perché hai scritto (ma chi, io?) un articolo disonesto al solo fine di criticare il governo.
    Leggi meglio il suo nome social e ti accorgi che avevi accettato l’amicizia solo perché fra nome e cognome aveva messo “Wuming”. Evvabbè.

    Ma ci sono anche cattive notizie, come ad esempio il fatto che neanche il prossimo asteroide recentemente scoperto dalla nasa, impatterà il nostro pianeta.

    Buona psicosi a tutti psicotici, corona pagata per tutti alla cassa.

  26. […] avere così nuovi dati da mettere a profitto. Allo stesso tempo, è un ennesimo passaggio verso la privatizzazione della scuola, come sottolinea giustamente Wu Ming 1. Si dovrebbe inoltre portare l’attenzione sulla spinta […]

  27. E ops, automatismo emergenziale che rivela i pensieri più radicati, è la famiglia «tradizionale» quella che viene da rappresentare per far fronte al virus: https://t.me/comunebologna/1896

    Oppure, testuale nel decreto del governo ( https://static.gedidigital.it/repubblica/pdf/2020/politica/decreto.pdf#page=8 ), chi ha i sintomi deve «rimanere nella propria stanza con la porta chiusa garantendo un’adeguata ventilazione naturale».

    E così, per decreto (cioè per forma mentis di classe del ceto dirigente), in Italia, paese dal mai risolto disagio abitativo, nonostante la cementificazione imperante, ognun* ha la sua stanzetta, ben ventilata e ben separata dagli altri (100? 120? basteranno?) metri quadri dell’appartamento, ovviamente finiture signorili.

  28. Nel ringraziarvi per gli innumerevoli spunti, mi permetto di copiare un messaggio ricevuto in una chat che reputo interessante e che fa riferimento proprio alla radio di Confindustria:
    “La pandemia verrà dichiarata dall’OMS solo dopo il 15 Marzo e questo perché nel 2017 la Banca Mondiale, d’accordo con l’OMS, lanciò un’obbligazione da 490 milioni di euro legata alle pandemie, con scadenza 15 marzo 2020. Se la pandemia venisse dichiarata adesso, gli investitori si vedrebbero bruciare i titoli. Potete ascoltare questa asserzione dal minuto 40 circa in poi.

    https://www.radio24.ilsole24ore.com/programmi/focus-economia?fbclid=IwAR3xL4wl6PMHyBYrl39QMC6optkYsKQapRTvY5LAAyJA2V3SkXBvFQ0H8fI&refresh_ce=1

    Banca Mondiale e BIRS hanno emesso pandemic bonds nel 2017 per pandemie da coronavirus

    Dei “pandemic bonds”, titoli sulle pandemie, sono stati emessi dalla Banca Mondiale e dalla Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo nel 2017 con un tasso di ritorno dell’11% in collaborazione con l’Organizzazione mondiale per la Salute, nell’ambito di un Pandemic Emergency Financial Facility [Strumento finanziario in caso di emergenza da Pandemia]. L’esborso massimo per le pandemie da coronavirus è stato determinato a 200 milioni di dollari e scatterebbe in caso di un certo numero di morti e di vicinanza geografica..

    I “pandemic bonds” sono stati modellati sullo scenario più plausibile di un coronavirus proveniente dalla Cina. I criteri per far scattare l’esborso indicano che la pandemia debba durare per oltre 12 settimane in più di un paese.

    Le compagnie assicurative Swiss Re Capital Market e Matterhorn Re, hanno piazzato un “bond catastrofe” da 225 milioni $ per il 2020-2022, uno per un ciclone e l’altro per un evento molto mortale nel Regno Unito, Canada e Australia.”

    • Mi sono sciroppato un’ora (a velocità raddoppiata, lo ammetto) di invocazioni di Barisoni di un «Piano Marshall per il turismo» (sia mai cogliere l’occasione per capire che la monocoltura turistica è una sciagura…) ma nulla di quanto scritto nella tua chat è emerso.

      Sul tema Cat-bonds resto a Palidda su Effimera: http://effimera.org/allarmismo-stato-deccezione-eterogenesi-della-democrazia-e-tanatopolitica-la-sperimentazione-con-il-covid19-di-turi-palidda/ , di quello che dici ti invito a chiedere nella chat che siano fornite le fonti…

      • Ho controllato e temo che il link di quel messaggio rimandi alla pagina con la puntata del giorno, dipendendo però dal giorno in cui si apre… in realtà la puntata è di qualche giorno fa, non sono riuscita a capire esattamente quale, ho trovato un ulteriore riferimento nel seguente articolo: xxxxxxxxxx

        • Scusa, Sweepsy, abbiamo dovuto cancellare l’URL perché da Giap non linkiamo quel sito.

          • Riguardo a questa storia dell’OMS che non può dichiarare la pandemia prima del 15 marzo che sarebbe poi la data di maturazione dei pandemic bonds ecc. non abbiamo trovato ancora nessuna pezza d’appoggio in nessun sito credibile, e niente in lingua inglese.

            Si trovano ovviamente molte critiche ai pandemic bonds – dei quali tra l’altro si legge in più articoli che scadranno il 15 luglio (non marzo) 2020 – ma niente che somigli alla storia del 15 marzo.

            Finora, solo siti italiani tra il rossobruno e il borderline, e tutti forniscono un solo link: quello alla trasmissione di Radio 24 dove presuntamente, dopo il minuto 40, verrebbe spiegata questa cosa.

  29. Scusatemi voi, effettivamente ero in forse sulla fonte, che non conosco, però volevo rispondere a Wolf. La mia, di fonte, la ritengo particolarmente affidabile, altrimenti non sarei intervenuta. Intanto ne approfitto per linkare questo altro articolo, di un economista marxista, che valuta principalmente gli aspetti economici del fenomeno: https://thenextrecession.wordpress.com/2020/03/05/disease-debt-and-depression/

    • Non ti suggerivo di «non intervenire», ma solo di chiedere a chi ti ha mandato quella chat di verificare la fonte :-)

      (in fondo per capire quale trasmissione di Focus Economia di Radio24 sia, sempre che esista, basterebbe capire in che giorno è stato compilato il messaggio originale)

  30. E ops 2: stamattina alla «voce del padrone» un deputato della Lega che si trova in zona rossa (non ricordo il nome, ma poco importa) propone la trasformazione delle zone rosse in Z.E.S., zone economiche speciali, cioè territori in cui si deroga a normative fiscali, del lavoro, ambientali… a favore delle imprese.

    La «normalità» di questa «eccezione» è sempre più abbagliante. Compreso l’appello all’«unità nazionale» emesso dalla scrivania del Quirinale.

    Sarebbe interessante paragonare i toni politici di oggi a quelli del, per dire, governo Monti; e l’idea delle Z.E.S. è un buon punto di partenza…

  31. Intanto ci sono i siti che aiutano a salvarsi dal Coronavirus. Boutade? Magari, invece è tutto vero: https://www.theguardian.com/world/2020/mar/06/dont-touch-your-face-website-tracks-you-to-help-you-avoid-covid-19

  32. Riporto qui un commento di @rainbow52, postato in un sottothread qui sotto e quindi poco visibile ai più. Mi pare invece che sia interessante discuterne, non tanto per i contenuti (un’ulteriore illustrazione delle differenze tra Covid19 e influenza stagionale), quanto per un “grafico” che appare in chiusura all’articolo segnalato.

    «Per la discussione ritengo utile condividere questa pagina dell’associazione biotecnologi italiani riguardo a Covid-19.
    http://www.biotecnologi.org/ecco-perche-il-coronavirus-non-e-una-semplice-influenza/»

    Il “grafico” a cui mi riferisco è questo: http://www.biotecnologi.org/anbi/wp-content/uploads/2020/03/WhatsApp-Image-2020-03-01-at-5.39.11-PM.jpeg

    E’ un’immagine che è già circolata spesso negli ultimi giorni e che mi pare dovrebbe essere evitata da qualunque articolo minimamente scientifico.
    Non che l’idea che veicola sia sbagliata, ma:
    1) In sostanza, non è un grafico, anche se ne ha la forma. Non ci sono le unità di misura in ascissa e ordinata e in più si distinguono due situazioni, “con misure” e “senza misure”, senza minimamente specificare di che diavolo di misure si parla.
    2) Il “grafico” è l’illustrazione di un articolo scientifico, questo qui. L’articolo si conclude con una nota metodologica importante: “Overall, our systematic reviews suggested that social distancing measures could be effective interventions to reduce transmission and mitigate the impact of an influenza pandemic. However, the evidence base for these measures was derived largely from observational studies and simulation studies; thus, the overall quality of evidence is relatively low. Natural experiments or controlled studies of single or combined interventions are needed to clarify the use of social distance measures; improve knowledge on basic transmission dynamics of influenza, including the role of presymptomatic contagiousness and the fraction of infections that are asymptomatic; determine the optimal timing and duration for implementation of these measures, and school closures in particular; and provide cost-benefit assessment for implementation of these measures”

    In sostanza, l’articolo specifica che le sue conclusioni si basano su osservazioni e simulazioni, mentre sono necessari studi controllati ed esperimenti di altro genere per determinare il ruolo e l’importanza delle varie “misure”, il loro “timing” ideale, la durata, il rapporto costi/benefici, in particolare delle chiusure scolastiche.

    Il “grafico” quindi si traduce in un disegnino che illustra anche bene un concetto importante, ma lo fa in maniera molto generica e ammettendo i limiti della ricerca che l’ha generato (d’altronde, la curva del contagio “senza misure”, al momento, non può che essere una simulazione). Veicolarlo senza la nota sotto e “come se” fosse l’argomento definitivo sulle “misure”, mi pare piuttosto scorretto. Critica che non rivolgo a Rainbow52, sia chiaro, ma all’associazione biotecnologi italiani, che forse poteva farsi qualche scrupolo in più.

    • Faccio una premessa: sono un chimico, non un virologo. Penso però che stiate sottovalutando la gravità della situazione, attaccandovi spesso a inezie e piccole sviste metodologiche (schemi come quello incriminato sono ampiamente utilizzati nella letteratura scientifica ed è pericolosamente simile ai dati REALI della prima figura).
      In natura ci sono una miriade di processi apparentemente molto diversi che si modellano alla stessa maniera – e che hanno portato a scoperte in ambiti diversi grazie ad analogie insospettabili. La crescita delle popolazioni, l’assorbimento della luce, molte reazioni chimiche… e le epidemie sono processi detti di prim’ordine (o pseudo prim’ordine). Questi processi portano ad andamenti esponenziali, a livello molare, come quello a cui stiamo assistendo… questo perché a livello “molecolare” serve l’incontro tra un suscettibile e un infetto per avere due infetti. Tecnicamente sarebbe un second’ordine perché servono 2 “reagenti”, MA i suscettibili sono talmente tanti (in Italia 60 milioni, il virus è nuovo e per ora non sono significativamente ridotti dai contagi) che possono essere considerati costanti. Quindi il contagio cresce al crescere degli infetti, nella maggior parte asintomatici o in buone condizioni e quindi ideali per diffondere il virus. Capite che per deviare dall’esponenziale occorre limitare gli incontri tra suscettibili e infetti, per non farli reagire. LA differenza con l’influenza è che lì i suscettibili possono essere ridotti tramite vaccinazioni e immunità dagli anni passati. Qui non restano che le misure di contenimento. E qui mi fermo, ché su questo non sono competente. È chiaro però che per ora non stanno funzionando (se si riportano in grafico logaritmo di ricoveri e persone in terapia intensiva vs. tempo si ottengono due belle rette), ma altrove hanno funzionato, anche se a costi non trascurabili.
      Resta però l’andamento esponeziale, che non è tanto una questione di quale equazione fitti meglio (polinomio? gaussiana), ma di confronto tra modello e esperimento, che ci dice che per ora il contagio progredisce come nelle fasi iniziali di un’epidemia. E il nostro sistema sanitario è già in sofferenza. È vero che negli anni sono stati fatti tagli, ma con un andamento del genere qualunque sistema sarebbe travolto. Anche con una capienza dieci volte superiore la capacità verrebbe saturata appena 8 giorni dopo. Non è l’apocalisse, perché la malattia ha prognosi ampiamente positiva nella stragrande maggioranza dei casi, ma sarebbe comunque uno Stato che abdica di fronte al dovere di tutelare la salute dei cittadini. E questo è un problema vero da non sottovalutare assolutamente.

      • La situazione è grave ma non è seria.
        È grave perché l’epidemia c’è, anche se non è così violenta, e perché la sanità è satura. Ai reparti di terapia intensiva dovrebbe poi potere accedere anche il “comune” infartato o operato, ecc. e invece sono zeppi di malati di Codvi19… Non è seria perché è stata affrontata fin dall’inizio alla carlona.
        Ma soprattutto non si vedono tempi di superamento della fase espansiva, mentre si iniziano a vedere bene le conseguenze.
        Se le chiusure scolastiche si protrarranno fino a Pasqua, l’anno scolastico sarà perso (nessuno crederà, spero, che la didattica online possa sopperire, come se fossimo in un paese scandinavo ben organizzato e poco popoloso…una delle prof di mio figlio non ha nemmeno ancora imparato a usare il registro elettronico). E soprattutto saranno andate in fumo un numero incalcolabile di ore lavorative e di posti di lavoro. Turismo, cinema, teatri, impianti sportivi, sono solo la prima linea, ma aspettate che la cosa arrivi al settore della logistica, poi sì che se ne vedranno delle belle…quando le merci cominceranno a non arrivare più a destinazione. Per ora si stanno attivando a spizzichi e mozzichi gli ammortizzatori sociali, ma ci sono ormai interi settori del mondo del lavoro che non li hanno e quindi occorre pensarli ad hoc, per i lavoratori non subordinati, per gli esternalizzati, per le finte partite IVA, ecc. ecc. In base agli attuali protocolli basta che un* sia stat* in presenza di persone infette per essere mess* ai domiciliari per due settimane. Oggi hanno chiuso il reparto di Urologia dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna perché hanno scoperto di avere operato un infetto da Codvi19. Gli altri malati dove li hanno messi? Sempre a Bologna oggi hanno trovato 16 anziani infetti in una bocciofila. Ma le ordinanze non avevano chiuso i centri anziani, bensì le scuole, appunto.
        La sensazione che si ha è che nessuno di quelli che prendono le decisioni abbia la più pallida idea di cosa stia facendo o di cosa possano comportare le decisioni prese. I vecchi da queste parti una volta dicevano: “S’a vag so mé…” (Se vado su io = se prendo il potere). Ecco io un’idea su quello che uno stato serio dovrebbe fare in questa circostanza ce l’avrei: espropriare i reparti delle cliniche private. Come fa quando deve costruire una delle grandi opere inutili imposte, ma stavolta a fin di bene. Aumentare i posti letto che già ci sono, anziché piantare delle tende.

        • Commento marginale: per aver ipotizzato su Twitter in una discussione l’esproprio delle strutture private un tipo mi ha scritto “hai la smania di prendere cose agli altri in base a come ti gira” e poi mi ha dato del fascista. E questo fra i follower ha anche compagn*. Più passano i giorni più resto basito.

      • Guarda, rainbow, secondo me «sottovaluta la situazione» chi continua a parlarne solo dal punto di vista ristretto che inquadra esclusivamente l’epidemia in sé e non quello che la gestione dell’epidemia sta determinando, non il modo in cui il capitalismo si ristrutturerà sfruttando quella gestione dell’epidemia, non il modo in cui tale ristrutturazione del capitalismo potrebbe impattare sulle nostre vite a lunghissimo termine, molto, molto, molto al di là dell’arco effettivo che avrà l’epidemia. Chi, ogni volta che si parla di tutto questo, vuole subito tornare a parlare sempre e solo del virus in sé, della sua eziologia, della sua letalità ecc., sta sottovalutando la situazione.

      • Ecco, parliamo di dati e di evidenze e di come comunicare questi, credo che questo articolo (scienza in rete, non certo il primo sito gomblottista del web) si abbastanza indicativo. Da chimico, e razionalista.

        https://www.scienzainrete.it/articolo/alcuni-punti-fermi-sul-coronavirus/enrico-bucci-ernesto-carafoli/2020-03-03

        E lo sono anche gli altri riportati dallo stesso sito.
        In sintesi.

        Il virus esiste? ovvio.
        E’ più pericoloso di un influenza normale? assolutamente sì.
        Quanto più pericoloso? la mortalità invece che il normale 0.1.-0.4% può arrivare al 3-3.5%
        Le misure prese servono a qualcosa? probabilmente no, (lo dice lo stesso comitato “scientifico” di Conte, perché quando si chiude o si chiede tutto come hanno fatto in cina o non ha senso chiudere scuole e teatri e mandare la gente a lavorare o a votare come succede in Umbria) forse, ma solo forse, serve a spalmare il picco dei malati gravi ed evitare che la gente non muoia perché mancano i posti in rianimazione.

        Ora: visto che da fine Dicembre si sapeva che questo virus sarebbe quasi certamente arrivato, non si poteva operare in modo da decuplicare i posti in rianimazione (bastava mettere in uso strutture pubbliche abbandonate a se stesse come ce ne sono a decine in ogni regione, o finanche requisendo provvisoriamente i posti degli ospedali private) invece che causare il panico e la crisi economica che ne conseguirà?
        In Cina in una settimana hanno costruito un ospedale da 10mila posti. Noi in 3 mesi una psicosi.

      • Se rileggi bene il mio commento, ti accorgi che l’intento polemico era tutto rivolto al modo di comunicare certi dati, e non ai dati stessi. Credo che mai come in questo momento gli scienziati dovrebbero interrogarsi sulla comunicazione e sul significato del loro lavoro. Molti dimostrano di essere magari espertissimi e molto competenti, ma incapaci di comunicare o del tutto digiuni di una qualsiasi riflessione critica sul ruolo della scienza. Il risultato è un atteggiamento spocchioso, che per fugare i dubbi del pubblico, finge non esista alcun disaccordo, conflitto, interpretazione dei dati. Un’attitudine che in me, al contrario, fa aumentare la diffidenza e la distanza. Lo stesso vorrei dire di un precetto come “gli anziani devono stare a casa”. Un’ingiunzione del genere è del tutto inefficace, sotto tutti i punti di vista. E’ come se, negli anni topici dell’AIDS, ci avessero detto: “non scopate”, e basta. Avremmo fatto spallucce e avremmo continuato ad accoppiarci, senza troppo preoccuparci delle precauzioni.
        Allo stesso modo, il mantra “anziani a casa” produce come risultato 16 anziani contagiati lo stesso giorno in una bocciofila di Imola. Perché non c’è bisogno di scomodare Sun Zi per sapere che se metti una persona con le spalle al muro, quella si ribella e dimena più che mai.

        • Io ci ho anche provato a prendere un bel respiro, ma la situazione continua a sembrare anche a me grave ma non seria (ma in verso opposto, ovviamente).

          Le ordinanze dicono di chiudere le scuole ma non le bocciofile, e così ci si trova con i 16 anziani malati; ma contemporaneamente si dice che gli anziani fanno bene a ribellarsi pure al consiglio di stare a casa.

          Il preservativo per il coronavirus non ce l’abbiamo, e questa argomentazione sembra quasi essere usata per sostenere che in fondo è normale non preoccuparsi di prendere precauzioni: vorrebbe dire essere messi con le spalle al muro.

          E dire che, anche tralasciando Burioni, sto sentendo sempre più spesso appelli accorati da medici in prima linea (anestesisti e rianimatori, oltre che altri epidemiologi): e non stanno chiedendo solo agli anziani di “stare a casa”, lo stanno chiedendo a tutti.

          Nessuno nega che ci possono essere conseguenze economiche che potrebbero impattare su chi già è in difficoltà; ma questo non dovrebbe essere motivo per escludere misure di tutela della salute, casomai dovrebbe essere motivo per ricordare che ne servono anche altre e dibattere su come meglio trovare forme di sostegno per le categorie che al momento ne sono escluse. (Tra l’altro non si capisce in base a quale sfera di cristallo si ipotizzi che lasciando evolvere l’epidemia “naturalmente” il bilancio finale dovrebbe essere migliore, per queste o altre categorie). Nessuno sottovaluta il pericolo che misure emergenziali di controllo restino anche dopo.

          Continua però a sembrarmi che si stia fraintendendo qual è la percezione diffusa al momento. La necessità di misure straordinarie c’è; ma che si tratti di consigli o ordinanze, se non c’è modo di farne enforcement, siamo in balia di come deciderà di comportarsi spontaneamente la collettività.
          Abbiamo geni del male che mentre dovrebbero essere in quarantena vanno a sciare e si rompono il femore in alta montagna. Abbiamo ospedali che vengono chiusi (con tanto di comunicato sindacale allarmato perché il personale infermieristico è rimasto “sequestrato” per un giorno senza cambio turno) perché altri geni (over 65) pensano bene di andare a ballare in zona rossa, non lo dicono al momento del ricovero, et voilà.
          Se questi sono la comprensione e il senno dimostrati dall’italiano medio ancora oggi, ne segue che in questo momento la priorità della comunicazione debba essere ancora al livello zero (“c’è un problema: serve il contributo di tutti, siate responsabili”) perché qualsiasi altro discorso crea solo confusione in gente che già non sta capendo. Ogni altro ragionamento sarà anche giusto ma è come minimo prematuro.
          Qui sopra altri hanno spiegato meglio di me: non ci sarà nessuno che minimizza qui su Giap, ma in Italia sì, eccome; il problema sono ancora atteggiamenti tipo “Milano non si ferma”, e poi ci si trova una settimana dopo a ipotizzare di estendere la zona rossa all’intera regione.

          A proposito di “quando arriverà alla logistica ne vedremo delle belle”, proprio per questo sarebbe indispensabile contenere il contagio più possibile, e fare in modo che solo i lavoratori “indispensabili” si spostino: a loro volta saranno meno esposti a rischi.
          Che siano aperte palestre e pub non ha alcun senso per quanto mi riguarda. Uno dei motivi per cui sono favorevole alla chiusura delle scuole, nonostante le incertezze, è proprio quello “psicologico”: potrebbe essere utile per far capire al vasto pubblico che un problema c’è.
          Con tutte le cautele del caso, legate al fatto che si tratta di provvedimenti la cui efficacia è oggettivamente difficile da valutare, e quindi il valore probatorio degli studi è limitato, si è già detto che esiste letteratura scientifica che li consiglia (peraltro mi risulta che siano previsti dai protocolli di intervento dei vari CDC, inclusa review italiana fatta a suo tempo dall’ISS). E’ anche uscito da pochissimo un nuovo studio (preliminare, non ancora peer reviewed) che sostiene che i bambini hanno un rischio di infezione analogo a quello del resto della popolazione (benché con sintomi meno severi) e quindi dovrebbero essere tenuti in considerazione dal punto di vista della trasmissione e controllo della malattia.
          https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.03.03.20028423v1
          Ha poco senso copincollare formule tipo “should not be used to guide clinical practice”: bisogna agire tempestivamente, purtroppo non c’è modo di evitare la scomoda situazione in cui ci si trova a dover prendere delle decisioni in un momento in cui sussitono delle incertezze.

          • Poco sopra ho fatto un estremo sforzo di sintesi riassumendo il focus delle discussioni che ci interessa portare avanti, fatto salvo che l’epidemia esiste e non l’abbiamo mai negato. Noi stiamo ragionando, o cerchiamo di ragionare (al contempo raccontando come viviamo questi giorni), sul

            «modo in cui il capitalismo si ristrutturerà sfruttando [questa] gestione dell’epidemia, [sul] modo in cui tale ristrutturazione del capitalismo potrebbe impattare sulle nostre vite a lunghissimo termine, molto, molto, molto al di là dell’arco effettivo che avrà l’epidemia.»

            L’abbiamo spiegato in tutte le salse, mi sembra: maionese, ketchup, barbecue, senape, tartara, tonnata, marocchina…

            Ora, è legittimo che a questo piano del discorso – in questi giorni frequentato da una ristrettissima minoranza di commentatori, tra cui noialtri – qualcuno ne preferisca altri.

            Ad esempio, quello larghissimamente maggioritario, predominante in praticamente qualunque altro luogo di discussione che non sia Giap: quello della cronaca sanitaria, fatto un po’ di divulgazione epidemiologica e molto di conferenze stampa e bollettini di guerra sul numero dei contagi aggiornati minuto per minuto sui canali di news h24.

            Dicevo, è legittimo non essere interessati al piano del discorso che interessa a noi. Solo, troviamo irritante la pervicacia con cui si vuole per forza imporre ai discorsi che si fanno qui (e davvero in pochissimi altri posti) il focus predominante everywhere else.

            Noi cerchiamo di capire come poteri pubblici e settori di capitalismo faranno leva sull’emergenza legata all’epidemia per un salto di fase nel governo dei territori e delle vite… E regolarmente arriva chi obietta: «Eh, ma l’epidemia!»

            Lo sappiamo, che c’è l’epidemia. Ma su quell’epidemia si sta edificando (molto) altro. Non interessa? Amen. Interessa a noi.

            Mi sfugge del tutto cosa ci si aspetti di ottenere, di minimamente fruttuoso, da un approccio del genere, che fa solo innervosire chi vorrebbe fare ragionamenti che vadano oltre l’epidemia in senso stretto, e oltre il contingente.

            • Non riesco ad essere sintetico neanche quando ci provo, però, almeno stavolta, pensavo di essere stato piuttosto esplicito nello spiegare che non è che “non interessa”: è che non sembra il momento opportuno (né la questione più urgente, né -a dire il vero- particolarmente nuovo: il capitale sfrutta tutte le “emergenze”). Non condividete? Amen.
              Pensavo fosse legittimo provare ad indurre dei ripensamenti, lo scopo sicuramente non era così meschino come provare a restituire un po’ del nervosismo che si prova leggendo (di nuovo: spesso non perché non si concordi, ma per una questione di opportunità e tempistiche).

              Nel frattempo, in mancanza di misure efficaci, i medici sembra che siano costretti a contemplare misure agghiaccianti come, in caso le risorse dovessero effettivamente arrivare a saturazione, riservare le cure a chi ha più probabilità di sopravvivere, escludere dalla terapia intensiva chi supera una certa età. Se non è distopico questo. (E come fatto notare poco sopra da altri, a dire il vero quasi indipendente dai tagli alla sanità: perché anche con un ordine di grandezza in più di risorse, se non si ferma una crescita esponenziale, la saturazione è solo spostata di pochi giorni in avanti).

              http://www.siaarti.it/SiteAssets/News/COVID19%20-%20documenti%20SIAARTI/SIAARTI%20-%20Covid19%20-%20Raccomandazioni%20di%20etica%20clinica.pdf

              Comunque a posto così, non essendo in topic di come evolverà il capitale grazie a questa emergenza, accolgo l’invito ad abbandonare questo thread.

              • Potevi anche rimanere, bastava stare in tema invece che dirci: non parlate di questo, parlate di quest’altro, non è opportuno sollevare questa questione, non è il momento per fare critiche ecc.
                Come del resto viene sempre detto durante ogni emergenza.
                In ogni caso, su Giap lo decidiamo noi di cosa parlare e quando.

                • Mi pare che i due piani peró si fondino in un unico argomento che in qualche modo li comprende entrambi.

                  La ristrutturazione futura del capitale, o se vogliamo il “qualcosa che si sta costruendo sull´emergenza epidemia”, si basa proprio e prende memento proprio dall´emergenza reale dell´epidemia. Che necessita di una risposta ed una risposta tempestiva visto la rilevanza del fattore tempo.

                  Ora secondo me se é vero che non ci si puó focalizzare solo sul fattore epidemia e far “saltare” tutto il resto, é chiaro che allo stesso tempo la contingenza dell´emergenza necessita di decisioni rapide e “speciali”.

                  La mia domanda é allora: come si riesce a far convivere questi due aspetti. Cioé da una parte dare una risposta efficace all´epidemia, MA allo stesso tempo evitando che certe decisioni “eccezionali” che nascono dall´emergenza diventino poi strutturali o vengano in seguito usate per altro scopo.

                  O anche: quali cono i confini che bisogna tracciare anche in condizioni di emergenza come queste?

                  Rimango poi abbastanza perplesso che un paese come l´Italia non abbia un piano strutturato in caso di pandemia e per strutturato intendo dove reperire infrastrutture in caso di emergenza, ammortizzatori sociali. Magari é in funzione, ma mi pare un gran navigare a vista…

                  • Certo che i poteri pubblici navigano a vista, ordinamze e decreti sono incongrui, scritti male, tardivi perché pare che il virus sia in Italia da fine 2019, addirittura controproducenti (l’ultimo decreto ha causato uno sparpagliarsi rapido e caotico di migliaia di persone sul territorio nazionale) e tutto quello che abbiamo detto e continuiamo a riscontrare. In questo navigare a vista si riflettono scontri di potere e conflitti tra interessi, che la politica tenta comunque di tenere insieme dando colpi alla rinfusa a cerchi e botti.
                    La funzionalità di quel che accade non dipende da alcun Piano, nessuno si è messo a un tavolo e ha detto: quando arriva l’epidemia gestiamola così e così per trarne vantaggio. La funzionalità sta nei precedenti che si fisseranno, in scenari che fino a ieri erano impensabili e adesso sono accettabili e addirittura dati per scontati, nel modo in cui grandi corporation escono rafforzate dall’attuale situazione. Situazione che però produce anche conflitti e disfunzionalità e rivolte dalle quali potremmo capire qualcosa, se non rimuovessimo o giudicassimo sconveniente ogni analisi critica che vada oltre la contemplazione della “partita doppia” di morti e guariti. Numeri che sono spettacolo, forniti senza un contesto che li renda interpretabili, un po’ come si faceva nel 2011 con l’aumento del misterioso “spread”.

                  • Spero di non essere off-topic.
                    Il mondo medico-scientifico (intendo la produzione letteraria) si è mostrata a mio modesto parere non in grado di comunicare con chi non appartiene al suo mondo. È esplosa una situazione cronica fatta di “paper” & co. basati su virtuosismi statistici che servono in larga parte ad alimentare curriculum accademici quando non ad incensare dispositivi vari.
                    È bastata una classe politica incompetente, non in grado di fare da filtro tra i pareri medici e gli eventuali risvolti sociali di scelte riguardanti la salute pubblica per scatenare la tempesta perfetta.
                    È esplosa anche una situazione fatta di aziende sanitarie con medici-dirigenti che hanno in varia misura appoggiato scelte di tagli e rimodulazione della sanità sul territorio proposte dalle varie amministrazioni di turno.

                    Discutere su quale sia la definizione del singolo di emergenza, su quale sia la percentuale più allarmante non credo che possa essere d’aiuto per migliorare l’interpretazione del quadro attuale. Credo sia più utile capire le dinamiche che portano all’accettazione da parte di una larga fetta della popolazione di scelte politiche sbilanciate in una solo senso (a prescindere da quanto emergenziale possa essere la situazione non c’è stato nessun problema a disegnare zone rosse e ad emanare limitazioni varie, non mi è capitato di sentire voci che parlavano di utilizzo massivo della sanità privata). È utile capire come e perché alcuni medici si sono prestati non a comunicare con la popolazione ma a fornire la stampella a scelte di stampo vagamente autoritario.

                    Finisco segnalando un paio di link di articoli secondo me interessanti, riguardanti pareri di esperti sul rapporto tra epidemiologia, scelte di salute pubblica e risvolti sociali.

                    https://doi.org/10.1016/S1473-3099(20)30068-2

                    https://doi.org/10.1093/jtm/taaa020

  33. scusate, ho messo una versione pre-editing del contributo qua sopra… si potrebbe eliminare e poi la rimando?

  34. Sarò breve. Non capisco perché non si allestiscano linee produttive di mascherine e dotazioni anticontagio per tutti gli operatori in campo, sia negli ospedali sia fuori: penso alle centinaia, migliaia di capannoni vuoti e alle migliaia di persone che hanno perso il lavoro prima e ora che potrebbero (credo in poco tempo) imparare e produrre ed essere pagati. Vorrei capire perché non sono stati organizzati gruppi di persone, adeguatamente protette, che portino agli anziani delle città cibo e medicine; perché non siano stati assunti informatici per fare nelle scuole chiuse rapidi corsi a piccoli gruppi di docenti che dovrebbero trasmettere le loro lezioni direttamente dalle scuole vuote, con set allestiti che prevedano anche l’uso delle lavagne: come se fossero davanti agli studenti. Queste persone esistono, fanno da sempre corsi nelle aziende per favorire le riunioni a distanza (call conference). Capisco il disagio di chi lavora nello spettacolo o nel turismo, ma non abbiamo molta scelta e possiamo trovare soluzioni solo se cambiamo prospettiva. Credo

    • questo per dire che anche volendo fare quella che vuole trovare “l’utile produttivo” a ogni costo si potrebbe fare meglio; invece come nei pessimi esempi citati di legaioli che vogliono “zone economiche speciali” nelle zone rosse, le aziende chiedono soldi per continuare come prima e non per trovare il modo di lavorare nelle attuali condizioni e in sicurezza per i lavoratori. Aziende che anche in questi giorni obbligano i dipendenti a lavorare anche in condizioni proibitive. Per me ogni centesimo e ogni sforzo dovrebbe essere profuso nella cura e nell’assistenza, soprattutto di chi è in pericolo o per zona o per età; ma ok, vogliono fare i lavoristi, allora perché non cambiare? Giuro non capisco.

  35. Psicosi per Psicotici. Terza settimana, sesto giorno.

    E così era tutto bloccato per il CoronaVirus o meglio per effetto del decreto di emergenza ad esso dovuto.
    Tutto bloccato, tranne: supermercati, negozi, bar, locali pubblici ma rigorosamente senza concerti o eventi, musei ma senza eventi, biblioteche ma senza eventi, poste senza eventi, uffici pubblici senza eventi, luoghi di lavoro pubblici e privati senza eventi, ipermercati anche con eventi (vedi MonteSilvano con Elettra Lamborghini ndr), porchettari e altri ambulanti, ferramenta, idraulici ed elettricisti che comunque non si trovavano, palestre, cartolibrerie, fotocopisterie, tabaccherie, campionato di calcio ma senza tifosi, messe con amuchina a posto dell’acqua santa e e hula hoop immaginario ma beatificato di metri 1.0 di raggio, cinema con riduzione della capienza e dell’intelligenza dei film proiettati.

    Ma fondamentalmente era tutto bloccato.

    La gente cominciava a meravigliarsi e a lamentarsi sui social che al secondo giorno di scuole chiuse qualche scellerato avesse fatto uscire i figli di casa e aveva avuto l’ardire di portarli a giocare al parco… dove incontravano altri bambini, capite? ALTRI BAMBINI. Che follia.
    E difatti, il noto virologo virale Iosoio Evoinunseteuncazzo tuonava sui mass media “Pazzi, dovete stare a casa! Altrimenti il virus riparte prima della seconda edizione del mio libro!” e i suoi sponsor piangevano perché era risultato inutile comprare le fasce pubblicitarie mattiniere.
    Una mamma fu linciata all’ingresso dell’ipercoop perché chiese ad un’amica: “Scusa ma non avevamo detto che se lavavamo troppo le mani ai nostri figli gli ammazzavamo gli anticorpi?” mentre una nonna fu bruciata sul rogo perché non aveva sterilizzato il forno prima di fare la crostata.
    Tutto era bloccato insomma, o quasi. Però bisognava trovare una soluzione per eleggere il senatore sostitutivo per il “Umbria sud” lasciato libero dalla leghista Tese; eletta nel frattempo governatrice della regione umbra. Per questo era stata scelta dalla Lega, nella competizione con gli altri aspiranti poltronari, la Prof.ssa Alessandrini, eletta con loro da qualche mese al coniglio regionale dell’Umbria.
    Non era ben chiaro se, casomai fosse stata eletta la Alessandrini, poi si sarebbero dovute fare elezioni suppletive per il seggio che sarebbe stato lasciato da lei vacante in regione al quale già aspiravano altri leghisti eletti altrove. Il rischio di generare un loop di stipendi pubblici era altissimo.
    Ad ogni modo, il parlamento di una legislatura tecnica che aveva poche possibilità di vedere la nuova estate, non poteva in nessun modo restare qualche mese senza seggio e quindi puntualmente arrivarono le norme che avrebbero consentito a tutti di votare con serenità e protetti dal Covid19. —> https://tuttoggi.info/coronavirus-disposizioni-della-prefettura-di-terni-per-elezioni/559459/

    Quella mattina arrivò sui social il messaggio di un infermiera di nome Daria che supplicava, lei che combatteva in trincea, di rispettare le prescrizioni e di starsene a casa in silenzio perché a noi non costava nulla. Erano loro quelli che soffrivano, a lavorare bardati in turni massacranti. Ed era anche vero, purtroppo. Così che anche l’ultima resistenza scettica mollò, comunicò che sì, avrebbe seguito le prescrizioni restando a casa (anche se non c’era nessuna prescrizione in tal senso) salutandola con un messaggio che per qualcuno suonò un po’ polemico, ma appena appena.

    “Ok Daria, non c’è problema, stiamo a casa tutti zitti e buoni.
    Poi quando nella prossima crisi economica causata da misure quasi certamente inutili (lo dice lo stesso comitato scientifico di conte che è inutile chiudere le scuole per 15 gg) e per il panico causato dall’incompetenza (a voler essere buoni) dove gli speculatori che giocano in borsa ci sguazzano guadagnando milioni e milioni di euro, l’Italia andrà in recessione economica e di conseguenza arriverà il solito genio della finanza che si chiamerà Monti o Renzi e o Tremonti o Padoa Schioppa o chi per loro e caleranno l’ennesima scure sulla sanità e ti toglieranno anche le mascherine e i guanti in dotazione (semmai ti dovessero lasciare il posto di lavoro) confido che allo stesso modo tu starai zitta e buona e farai il tuo compito, tanto di povertà non muore nessuno giusto?
    (Sbagliato, dal 2013 al 2016 sono morte di media 50mila persone all’anno in più rispetto al solito in Italia, riportando la mortalità ai tassi della WW2, a causa della crisi economica)”

  36. Segnalo questo numero speciale di Somatosphere, tutto open access, in cui alcun* storic* e antropolog* fanno un primo punto sull’epidemia in corso http://somatosphere.net/2020/covid-19-forum:-introduction.html/

  37. su un blog di costituzionalismo che linko https://www.lacostituzione.info/index.php/2020/03/02/coronavirus-e-territori-il-regionalismo-differenziato-coincide-con-la-zona-gialla/ si prova a inquadrare con Carl Schmidt il fenomento come straordinarietà ma criticando la pretesa che ciò che è extra- ordinamentale ( la discrezionalità e l’ incertezza dei principi precauzionali determinano scelte arbitrarie e parziali) che possa essere anche inquadrato come dispositivo di sovranità e quindi come eccezione.
    Solo per dire che il pragmatismo differisce dall’ “ideologia TINA”, dipende da una serie di pesi e contropesi democratici che sono gli anticorpi politici di questa Repubblica.

    • Non c’è dubbio che «il pragmatismo differisca dal TINA», e che questo pragmatismo potrebbe e dovrebbe essere costituzionalmente fondato. Ma non è fatto nuovo che i diritti e i sistemi di «pesi e contrappesi» costituzionali siano saltati da decenni, prima nella cosiddetta «costituzione materiale» e ora anche in quella formale, con il meccanismo di autodistruzione dell’articolo 81, ovvero il pareggio di bilancio obbligatorio.

      Quello spazio – che è politicamente quello della borghesia illuminata, della socialdemocrazia etc – non esiste più, e non da oggi.

      Sul resto: sì voglio vedere con che faccia, finita questa crisi, Bonaccini e i suoi compari leghisti riproporranno le pretese «autonomiste». Ma di faccia ne hanno a disposizione ben più d’una, quindi troveranno quella adatta, temo.

  38. A parte i precari e partite iva etc che sono semplicemente a casa senza stupendio, cosa ha prodotto il governo per i dipendenti?

    L’invito ai datori di lavoro di lasciar loro prendere le ferie «in anticipo», wow bello sforzo. Poi? Il telelavoro (solo se l’azienda lo reputa opportuno, però), come se si potesse stare a casa, lavorare, e prendersi contemporaneamente cura dei figli piccoli.

    Oggi otto marzo, dalla solita fonte (La voce del padrone), ho sentito dire che quella del telelavoro è una grande opportunità soprattutto per le donne, e quindi «avanti così» ben oltre la crisi sanitaria. E’ l’apoteosi del discorso tossico sulle «donne multitasking»: nessun cambiamento dei rapporti famigliari né sociali, le donne devono *sia* stare a casa coi figli, *che* lavorare, ma senza uscire di casa.

    In realtà bastava un articoletto di legge, che diceva: individuato un genitore, questi può stare a casa coi figli che non vanno a scuola. Punto, diritto assoluto. Poi si apre lo spazio – e lo scontro – politico su come e su quali fondi retribuirl*, o almeno indennizzarl*

    Allora, come si vede, l’emergenza è macchia di leopardo. Abbastanza per chiudere intere provincie, non abbastanza per intaccare la sacralità della subordinazione del dipendente.

  39. Ho preso un aereo che e` atterrato a Milano il 19 febbraio, il giorno prima di un`operazione chirurgica che avrebbe asportato tutto l`apparato riproduttore di mia madre affetto da un tumore subdolo, che non si e` fatto scoprire se non dopo essersi propagato per bene. Nei mesi precedenti, quelli della chemioterapia, ero stato catapultato per la prima volta nel mondo della Sanita`, che non era il Rione di Napoli o l`insieme delle leggi del vivere normale, ma l`Istituto Nazionale per i Tumori. Qui ho toccato con mano un baluardo imprescindibile e, in teoria, non negoziabile di cio` che uno Stato e` o dovrebbe essere: permettere cure anche molto costose ai propri cittadini per prolungare la loro vita. L`operazione comunque sarebbe avvenuta in una clinica privata, grazie ad un`assicurazione pagata per alcuni decenni da mio padre e che finalmente risultava utile: utile a noi perche` la stanza quasi d`albergo ci avrebbe permesso di stare li` con la mamma in tutte le fasi della degenza e utile a tutti perche` da buoni cittadini abbiamo fatto risparmiare oltre 30.000 euro al Sistema Sanitario Nazionale. Per una settimana circa ho osservato allora mia madre fare i conti con una nuova veste e prendere le misure di un lungo taglio da cui le era stato asportato l`organo infetto che forse non le serviva piu` ma che l`aveva definita abbastanza nel corso della vita.
    Fuori dalla nostra contingenza invece si iniziava a scatenare il COVID-19. I primi giorni dell’emergenza a Milano sono stati una figata. Certo niente Yoga con l`insegnante figa, niente cinema, niente musei ma grazie allo smart working e alla chiusura delle universita` e di tutte le scuole, di uffici e negozi cinesi, il numero dei veicoli per le strade si era ridotto drasticamente. Mi sono trovato a godere di una primavera troppo anticipata con aria respirabile e rischi da infortuni per l`utilizzo della bicicletta nel traffico di Milano ridotti al minimo. Nella seconda settimana di COVID-19 mi sono invece flagellato insieme ai miei genitori ultra-settantenni con la visione dei talk show mattinieri e pomeridiani e notturni che parlavano solo dell`emergenza. La cronaca di guerra spaziava da giornalisti-antropologi che raccontavano l`aneddoto della vicina cinese che ora ha paura degli italiani, all`italiano bianco di estratto alto che improvvisamente e` diventato `l`altro` nelle dinamiche di reciprocita` dei razzismi. Seppur stremato dalle narrazioni sensazionalistiche, mi pareva interessante scorgere delle crepe in certi percorsi identitari del nord-locomotiva respinto e discriminato per ragioni immunologiche.
    Il giorno del volo di rientro in Laos, giunto al gate, credevo pero` di avercela fatta. Mi mancava un ultimo piccolo passo e sarei scampato alla tortura del COVID-19. Non immaginavo che l`ultimo metro sarebbe stato anche il momento dell`apparizione ufficiale dell`emergenza nella mia vita. Un`addetta alla sicurezza di Malpensa mi ha mostrato che il COVID-19 ti persegue ovunque. La zelante impiegata, dopo avermi chiamato al microfono, ha iniziato a citarmi una fantomatica circolare arrivata pochi minuti prima della partenza dell`aereo secondo la quale la Tailandia stava obbligando alla quarantena ogni individuo con passaporto italiano. La quarantena sarebbe stata tutta a mie spese e avrei anche dovuto cercarmi un albergo a Bangkok disposto ad ospitarmi e a farmi avere del cibo durante la mia reclusione. Qualora poi mi avessero trovato a camminare per le strade della citta` mi avrebbero multato per circa 2.800 euro con il rischio di reclusione questa volta in un carcere in caso di mancato pagamento. La signora che mostrava un chiaro fascio-leghismo in quanto fenomeno psicotico e non di colore partitico, di fronte alle mie richieste, probabilmente legittime, di maggiori informazioni, si limitava a discorsi metafisici secondo i quali solo Dio sapeva cosa sarebbe accaduto con il COVID-19 e si lamentava con me della crisi economica cui erano state condannate le compagnie aeree.
    Non avendo altra scelta, mi sono imbarcato comunque, sperando nella saggezza orientale ma il viaggio non e` certo stato tranquillo. Ho iniziato a pensare a come avrei potuto contrarre il virus senza aver visto praticamente nessuno. Soprattutto mi chiedevo se costituissi un rischio per entrambi i miei genitori che hanno un profilo perfetto per sviluppare la letalita` del COVID-19. In pratica la signora fascio-leghista mi aveva ammalato sventolandomi una circolare di cui sapeva solo lei e che non era confermata in nessun organo ufficiale del governo tailandese. Questa legge ad hoc sembrava quasi ad personam. Voleva creare caos e paura piu` che contenere l`espansione di un contagio. La surrealta` della faccenda e` giunta al suo culmine una volta a Dubai quando scopro che sul mio volo ci sarebbero stati anche passeggeri per Hong-Kong mentre nel gate di fianco al nostro c`era un volo per Pechino. Il risultato erano almeno 300 persone sedute non lontane tra loro e tutte mascherate. C`era chi faceva sfoggio di maschere anti-gas degne delle migliori manifestazioni anti-capitaliste. I miei vicini pakistani con cui mi sono intrattenuto avevano dotato le mogli di un un velo con filtro anti-virus di cui andavano fierissimi. In un momento di day dreaming ho addirittura immaginato di trovarmi nel bel mezzo di un flashmob in supporto agli studenti di Hong-Kong; una sorta di “todos somos Marcos“ in oriente. Nel bel mezzo di tutto questo il fatto che io fossi italiano generava tra i viaggiatori una sorta di solidarieta` da dimostrare ad almeno un metro di distanza.
    Insomma mi pare evidente che il COVID-19 abbia aperto uno finestra globale sulla “Sanita“ con cui diverse formazioni politico-economiche riscriveranno certe regole di ingaggio e produrranno nuove alleanze dentro un rinnovato multilateralismo securitario post guerra alle droghe e post terrorismo. Iniziamo appena a scorgerne i contorni ma la capacita` di propagazione globale dell`epidemia della paura generata da una nuova malattia puo` attivare guerre commerciali che seguiranno la costruzione di paradigmi immunologici di cui le zone rosse sono solo un esempio. Arrivando a Bangkok i test sanitari e documenti di vaggio aggiuntivi sono normalmente riservati solo a passeggeri provenienti dall`Africa o dall`America Latina. L`inserimento dell`Italia, dell`Iran, della Korea del Sud, della Cina e di Hong-Kong costituisce un precedente nuovo. Potrebbero richiedersi in un futuro non lontano certificazioni e maggiori controlli che obbligheranno i cittadini a stabilire ulteriori relazioni con sistemi sanitari che nel frattempo saranno stati privatizzati completamente o parzialmente. Potrebbero nascere veri e propri obblighi assicurativi per coprire i costi sanitari di un “contagio”. Gli scenari sono molteplici ma muovono tutti verso ulteriori privatizzazioni e capitalismi. A ben vedere questi sono alcuni possibili effetti riterritorializzanti prodotti dalla relazione Stato-Cittadino attraverso il “rule of law” imposto dal contagio per cui “ogni cittadino è anche un potenziale untore”. Il “coprifuoco”e il lockdown costruiscono comunita’ almeno duali in cui esiste una città che non si ferma insieme ad una in quarentena. I processi di globalizzazione di questo ulteriore piano immunologico assumono quindi un valore strategico, da guerra commerciale appunto, in cui la vita stessa ha valore economico risultante dal raffronto tra i costi di certe morti e i ricavi di certe vite. La discesa in questi paradigmi è già una riduzione autoritaria delle libertà democratiche giustificata dalla Sanità di una popolazione. Per tutto questo vorrei ringraziare la comune di Giap per tenere sempre aperti gli occhi della critica producendo analisi mai banali degli eventi italiani.

  40. Mi dice chi ci lavora che causa accessi quasi nulli da coronavirus (ma già prima le cose andavano male) FICO chiuderà fino al 3 aprile e metterà i lavoratori in cassintegrazione. Insomma, Farinetti sta cogliendo la palla al balzo.

  41. In settimana pubblichiamo il Diario virale 3.

  42. Grazie!!! Siete uno dei pochi esempi rimasti di senso critico, libertà di pensiero e autentico senso di giustizia. Grazie. Questa oscurità durerà per almeno un anno e abbiamo tanto bisogno di persone come voi.

  43. Ieri sera abbiamo aggirato i posti di blocco su via del Gomito e, tagliando per stradelli e campi arati e scavalcando corsi d’acqua su passerelle di fortuna, siamo riusciti ad avvicinarci al carcere della Dozza in fiamme. Domani nel Diario virale #3 parleremo anche delle rivolte nei penitenziari, che sono segnali di altre rivolte in arrivo.

  44. Attenzione: per non creare diversi tronconi di discussione che proseguano indipendentemente l’uno dall’altro con effetto dispersivo, chiediamo di lasciare i nuovi commenti in calce alla terza puntata del Diario virale.

    Qui comunque non chiudiamo i commenti, per consentire repliche dirette a quelli già scritti, ma per favore, limitiamoci a quelli.

    Grazie in anticipo.

  45. […] Wu Ming [Prima puntata, 23-25 febbraio – Seconda puntata, 26-29 […]

  46. […] Un’analisi delle funzioni sistemiche del capitalismo finanziario, invece, mostra come questo potrà sfrutterà l’attuale situazione per operare quel ritracciamento di cui abbisognava. Questo avverrà in tempi più lunghi, naturalmente, e questa non immediata evidenza porta alla fallacia che Wu Ming evidenzia nella terza puntata del Diario, cioè che confondere «l’”economia” nella sua sua forma contingente con il capitalismo come sistema» equivale a scambiare «il “tempo che fa” con il clima». Tanto che i soliti analisti che invitano entusiasti all’ottimismo i loro investitori più importanti sostengono che, se si manterranno le previsioni fondate sui precedenti (Sars, Influenza suina, Zika, Lehman Brothers), dopo questa flessione – di cui ancora non si conosce la durata – ci saranno crescite importanti. […]

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