#Bologna: il referendum che verrà – di Wu Ming 4

Virginio Merola

Il giocondo sindaco Merola

Su Giap non ci occupiamo spesso degli affari bolognesi, perché diamo per scontato che interessino a una fetta piuttosto ristretta dei giapster. A volte però ci sono questioni locali sulle quali è difficile non prendere parola. E Giap è la nostra presa di parola pubblica. In questo caso, poi, la faccenda ci sembra emblematica di qualcosa che travalica i confini cittadini e regionali. Ed è per questo che ce ne occupiamo e non smetteremo di farlo.
Si tratta del referendum sul finanziamento comunale alle scuole paritarie private.
Per chi si fosse persa la puntata precedente, indispensabile per capire pregresso e contesto, è QUESTA.
Eccoci ad aggiornare sugli sviluppi e a ribadire un punto di vista.

1. Update

«Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per i soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere».
I. Calvino, “La Repubblica”, 15 marzo 1980

Il 5 dicembre scorso, il Comitato Articolo 33 ha depositato in Comune 13.000 firme a favore dell’indizione del referendum sui finanziamenti alle scuole paritarie private. I numeri dunque ci sono.
Da quel giorno il comitato promotore ha iniziato un pressing sul Sindaco chiedendogli di accorpare il referendum alle elezioni politiche del prossimo febbraio, al fine di sfruttare la massima affluenza possibile dei cittadini alle urne.
Il Sindaco si è trincerato dietro lo statuto comunale: «C’è uno statuto che impedisce l’election day e sarà il consiglio comunale a valutare se sarà opportuno cambiarlo. Per me è inopportuno».
A quel punto il Comitato ha pubblicato a proprie spese un’inserzione su “La Repubblica” di Bologna per marcare stretta l’amministrazione comunale che tergiversava sulla data. Inserzione alla quale il partito di maggioranza ha risposto con un dépliant sul quale campeggiava lo slogan «Facciamo scuola non propaganda», accusando indirettamente i referendari di essere appunto dei propagandisti (di cosa? E per conto di chi? Il sospetto prima di tutto, ché si sa, l’avversario non può mica essere in buona fede…).
Infine, proprio due giorni fa, il Consiglio Comunale ha votato contro l’ipotesi di modifica dello statuto, bocciando l’accorpamento. Il Sindaco ha suggellato il tutto indicendo il referendum per il 26 maggio.
E’ interessante prendere in esame le argomentazioni del sindaco di Bologna e del suo partito, perché ci sembrano rivelatrici di una certa insofferenza per ciò che si muove ai piani bassi e di un certo nervosismo del manovratore.

2. Ragione di statuto

«Questo matrimonio non s’ha da fare».
A. Manzoni, I promessi sposi (1842)

A fare notare che lo statuto comunale non era un grande appiglio contro l’opportunità dell’accorpamento tra referendum ed elezioni politiche sono stati i giuristi che affiancano il Comitato Art. 33.
In effetti lo statuto del Comune di Bologna, all’articolo 7, vieta l’accorpamento dei referendum cittadini con altre operazioni di voto, recependo così una legge dello stato: art. 6 della legge 142, 1990. Senonché nel 1999 la suddetta legge è stata modificata e da quella data si è reso possibile l’accorpamento dei referendum alle elezioni politiche nazionali. Il Testo Unico per gli Enti Locali (TUEL) ha in seguito recepito e confermato questo indirizzo di legge, tant’è che diversi comuni hanno provveduto da tempo ad adeguare i loro statuti (vedi Milano).
Del resto, secondo i giuristi summenzionati, il TUEL ha prevalenza sullo statuto comunale ed è una mancanza del Comune di Bologna che da allora non si sia proceduto ad adeguare quest’ultimo alla normativa vigente. Quale migliore occasione per farlo se non l’indizione del prossimo referendum cittadino?
Ci ha pensato un consigliere del Movimento 5 Stelle a chiedere la modifica dello Statuto in Consiglio Comunale, ovvero il suo adeguamento alla norma di legge nazionale. In effetti il Consiglio Comunale è l’unico organo che possa farlo. Il Sindaco avrebbe potuto farsi promotore della cosa, ma aveva già espresso chiaramente il suo dissenso (vedi sopra) e quindi se n’è tirato fuori, anzi, ha ribattuto con toni pesanti ai referendari che lo chiamavano in causa.
Secondo i tecnici del Comune sollecitati dal M5S a fare un po’ di conteggi, l’accorpamento non comporterebbe un risparmio per le casse comunali, ma per quelle statali invece sì.
Va da sé quindi che i motivi per cui si è deciso di evitare il risparmio e di non sfruttare l’affluenza alle elezioni di febbraio è tutto politico. Come del resto si evince dalla risposta cristallina che il suddetto consigliere grillino ha avuto dal collega del PD:

«L’accorpamento del referendum cittadino con tornate elettorali amministrative o politiche, avrebbe un effetto negativo. Chi si presenta alle elezioni per guidare un paese o una regione o una città, si presenta con una visione programmatica che è risultato di un percorso condiviso ampio, con cittadini, interlocutori, limato con alleati di coalizione. Ed è dovere del candidato alla guida di un paese mettere in campo una proposta organica programmatica e realizzabile. Unire nella stessa tornata elettorale anche la chiamata al referendum, creerebbe un cortocircuito perché con il referendum i cittadini vogliono testare se la maggioranza tiene rispetto a un tema. Inoltre non si devono confondere gli strumenti della democrazia rappresentativa con quelli della democrazia diretta. Pensate ad un’elezione amministrativa in cui ci sono 3-4 proposte di governo che hanno una sintesi programmatica. Nello stesso tempo i cittadini devono votare su 1…10 quesiti referendari. Si perderebbe la sintesi di un progetto di governo.»

[qui il verbale della seduta del Consiglio]
In sostanza: siccome tocca tenere aperto il ponte con i centristi cattolici, e siccome sulla faccenda dei finanziamenti alle scuole paritarie private ci sono svariati dissidenti dentro lo stesso PD, non si può votare per le politiche e contemporaneamente fare il referendum, perché si rischierebbe di perdere la «sintesi di un progetto di governo». Questo si chiama parlare chiaro.
Così la votazione ha visto trionfare i contrari all’accorpamento per 24 voti contro 8. Amen.

3. Parole

«Go ahead, make my day».
C. Eastwood, Sudden Impact (1983)

«Noi siamo uno degli esempi più alti in Italia su come vengono gestite le scuole per l’infanzia, un esempio di standard di qualità, e di metodo educativo. Io  ho  un  obiettivo unico, importante e decisivo: far sì che ogni mattina che un papà e una mamma si svegliano per andare al lavoro sappiano che le scuole di Bologna siano in grado di accogliere i loro bambini. Mantenere alti i nostri standard e mantenere un metodo condiviso di educazione  indipendentemente che le scuole siano comunali, statali o paritarie, è la nostra priorità, a Bologna come in tutte le altre città della nostra regione. Tutto il resto sono ossessioni ideologiche».

Ipse dixit. Il Sindaco. Io sono il Bene, questo è il migliore dei mondi possibili, e chi non la pensa così ha ossessioni ideologiche. Interessante esempio di dialettica e confronto tra il primo cittadino e 13.000 suoi concittadini. Pare proprio che dover fare fronte a questa rogna che giunge dai piani bassi provochi una certa insofferenza in cima alle scale. Viene in mente la recente gag di quel comico famoso: «Se qualcuno pensa che ci sia un problema di democrazia, va fuori dalle palle!».
Pare comunque che il referendum si farà. Il 26 maggio.
Nel frattempo vale la pena soffermarsi ancora un po’ sulle illuminanti parole del Sindaco, dalle quali si evince chiaramente che per lui non c’è alcuna distinzione tra scuole comunali, statali o paritarie (e se qualcuno lo nega è ossessionato dall’ideologia, sia chiaro).
Il punto nodale è precisamente questo: non è vero che le scuole paritarie private sono uguali alle altre. Non lo sono perché per accedervi si pagano rette salate e perché la stragrande maggioranza di esse ha un orientamento confessionale (pare che l’ideologia faccia male, mentre la confessionalità vada benissimo…). Va da sé che, in una società sempre più laica, sempre più multireligiosa, e sempre più povera, l’accesso delle famiglie non cattoliche e non abbienti a tali scuole è fortemente limitato, se non precluso. Dunque le scuole paritarie private non sono scuole di tutti, ma di parte, e non possono essere considerate uguali a quelle pubbliche, dove vige un principio diverso: libero accesso gratuito, laicità, pluralità. E dove il personale è selezionato in base alle graduatorie, non in base alla sua conformità a un progetto pedagogico o all’altro.
Ne consegue che se davvero la preoccupazione del Sindaco è quella che i papà e le mamme «sappiano che le scuole di Bologna siano in grado di accogliere i loro bambini», allora dovrebbe dare la precedenza alla scuola pubblica, uguale per tutti, e ad essa riservare le risorse comunali. Per altro, al netto delle sue preoccupazioni, va detto che il decantato modello emiliano di scuola per l’infanzia, almeno a Bologna, sta scricchiolando parecchio, e comincia a mostrare falle più o meno grandi. Altrimenti le preoccupazioni dei referendari non sarebbero nemmeno sorte, probabilmente.
Ancora più significativo di un certo stile retorico e di una certa visione dell’istruzione, è il dépliant di partito segnalato all’inizio di questo post. Vale la pena di analizzarlo dettagliatamente.

4. Il Milione

– Poco fa io ho teso le dita della mano verso di te. E tu hai veduto cinque dita. Ricordi?
– Sì.
O’Brien tese le dita della mano sinistra, tenendo nascosto il pollice.
– Ci sono cinque dita. Vedi cinque dita?
– Sì.
G. Orwell, 1984 (1949)

Prima di tutto il concept. Nel dépliant si mette a disposizione una finestra bianca, dove è possibile scrivere «idee e suggerimenti» sulla scuola, perché è necessario mostrarsi aperti e democratici. Il partito raccoglie queste idee dalla base, ma in realtà ha già deciso cosa la base stessa deve pensare dell’intera faccenda e blinda lo spazio bianco con messaggi lapidari.
«Un sistema integrato per garantire l’istruzione a tutti i bambini».
Non un accenno al fatto che tale sistema da almeno un paio d’anni a questa parte non sta più garantendo tutti, gli esuberi si contano a centinaia e il Comune deve correre ai ripari alla meno peggio, aumentando il numero di alunni per sezione, aprendo nuove sezioni a mezza giornata, sollecitando lo Stato centrale a intervenire, etc. (a dimostrazione che non è poi così vero che ha le mani legate…).
Viene inoltre detto che le convenzioni «NON SONO uno strumento per finanziare la scuola privata». Questa è nuova. Ma allora di cosa stiamo parlando? Forse che il milione di euro stanziato dal Comune per le scuole paritarie non è un finanziamento? E cos’è allora, di grazia? Un regalo?
La risposta è appena una riga sopra: «Le CONVENZIONI sono uno strumento per realizzare: PIU’ QUALITA’; PIU’ EQUITA’ e PIU’ INTEGRAZIONE CON LA SCUOLA COMUNALE».
Più qualità… Forse per la scuola privata paritaria, perché invece quella pubblica sta mostrando la corda in più punti. Genitori che portano a scuola la carta igienica, la carta da disegno, o che versano oboli “volontari” autotassandosi, sono sempre meno rari. Recentemente ad autotassarsi sono stati gli alunni stessi per comprare cinque computer alla loro scuola.
Più equità… Se nelle scuole paritarie private si paga per ottenere un’istruzione, di quale equità si sta parlando?
Integrazione con la scuola comunale… In che senso? Quanto è garantita nella scuola paritaria privata la libertà confessionale, culturale, o d’insegnamento? E l’accesso ai disabili o agli stranieri? Tanto quanto nella scuola pubblica? Le percentuali dicono il contrario. Anche qui viene da chiedersi cosa s’intenda per integrazione.

Al netto delle licenze lessicali, il nocciolo duro dell’argomentazione esposta nel dépliant sono i conti della spesa.
La spesa comunale per la scuola pubblica è di poco più di 35 milioni di euro. Cioè circa cinquemila euro a bambino annui.
Contro i circa seicento euro a bambino spesi nel finanziamento della scuola paritaria privata. Quasi un decimo! Un affarone. E tanto basta.
Il dépliant si premura di specificare che

«destinare i fondi delle convenzioni alle scuole comunali, come chiedono i referendari, non permetterebbe di aumentare l’offerta della scuola comunale, perché oggi non è possibile assumere nuovo personale e se anche fosse possibile, i fondi stornati potrebbero garantire la scuola dell’infanzia a non più di 150 bambini.»

Il peccato qui è di omissione, evidentemente. Ci si dimentica di considerare che con il milione di euro delle nostre tasse attualmente destinato alla scuola privata, il comune potrebbe chiudere non poche falle aperte nelle scuole comunali: carenza di personale, di materiali, di servizi, etc., invece di cedere a un progressivo sbilanciamento verso l’integrazione e la sussidiarietà del privato. Sarebbe in sostanza possibile dare un segnale in controtendenza rispetto alla rassegnazione che si respira in Italia intorno alla scuola, chiedendo che si torni a investire nell’istruzione pubblica a tutti i livelli. Ed ecco che dai duri conti si è già tornati a bomba sul piano delle scelte politiche e d’indirizzo. Che poi sono quelle su cui vorrebbe intervenire il referendum.
La natura politica del problema è rivelata anche da un’altra ipocrita omissione nel medesimo depliant:

«Il Comune di Bologna vuole da sempre garantire il diritto delle bambine e dei bambini a un’educazione e una formazione di qualità, questo significa non occuparsi solo delle proprie scuole, ma contribuire con proprie risorse a qualificare tutte le scuole, comprese quelle dello Stato».

D’un tratto le scuole private sono sparite, sostituite da quelle dello Stato, alle quali il comune dà poco più della metà dei soldi che stanzia per le paritarie private. Il trucchetto si commenta da sé.

La responsabile al welfare del PD – ripresa a più voci dagli esponenti di giunta – sostiene che se si togliesse quel milione di euro comunale alle scuole private, queste si vedrebbero costrette ad aumentare le rette in misura tale da provocare un esodo verso la scuola pubblica, con conseguente aggravio degli oneri per le casse comunali.
Così si grida all’allarme: i referendari vogliono farci spendere di più! Occhio alla borsa, cittadini!
A conti fatti questa è l’unica vera argomentazione di chi contrasta il referendum. E si basa su una premessa non dimostrata.
Le scuole paritarie, oltre ai fondi comunali, possono attingere e attingono a fondi statali, regionali, privati, ecclesiastici, etc. Questi istituti hanno molte altre vie per reperire finanziamenti e continuano a chiederne infatti, a partire dalla sezione bolognese della Federazione Italiana Scuole Materne (paritarie). Per altro, la linea degli ultimi governi nazionali è andata precisamente nella direzione auspicata da questa associazione di ispirazione confessionale.
Inoltre, non è dato sapere di quale portata sarebbe l’esodo dalla scuola privata prodotto dall’eventuale innalzamento delle rette. Nessuno finora ha offerto calcoli o sondaggi prospettici in proposito. Ma al netto di queste considerazioni, resta il fatto che in base alla Costituzione il diritto da salvaguardare dovrebbe essere quello a un’istruzione pubblica universale. Pensare che, se i posti alla scuola pubblica scarseggiano, a qualcuno tocchi per forza andare nelle scuole private perché il sistema è stato così pensato da vent’anni a questa parte, be’, questo sì è rassegnarsi a una forzatura ideologica. Perché oggi si cerca di farla passare come conseguenza della crisi, ma vent’anni fa la crisi non c’era, le vacche erano belle grasse, ed è proprio allora che questo “gioiellino” di sistema integrato è stato concepito e in Emilia-Romagna ha mosso i primi passi. Passi che si sono fatti sempre più lunghi ad ogni nuova manovra finanziaria.
Quello che si sta profilando per la scuola pubblica italiana è molto chiaro, lo dicono le notizie di ogni giorno. Uno degli ultimi provvedimenti inclusi nella Legge di Stabilità del governo uscente – che ha ulteriormente tagliato i fondi alla scuola pubblica e aumentato quelli per la privata – prevede il finanziamento alle scuole non in base alle necessità, bensì in base al merito, e senza nemmeno premunirsi di specificare con quali parametri sia possibile fare la valutazione.
Ma è affermare il principio che conta: bando all’eguaglianza di diritti e di trattamento.

Torniamo allora alla domanda che già ci ponevamo nell’anno vecchio. Se il sistema è questo e può soltanto essere questo, se tutto ciò che è reale è razionale e viceversa, dov’è il margine della politica? Dov’è la scelta dei cittadini? Gli esseri umani che vivono in questo Paese e, nella fattispecie, in questa città, hanno ancora la possibilità di optare per un destino diverso o possono solo essere conculcati e guidati verso l’ineluttabile futuro che li aspetta?
Chissà. Per ora, tredicimila abitanti di Bologna hanno detto che no, non vedono cinque dita. Dev’essere per questo che gli O’Brien nostrani masticano così amaro. E almeno un po’ tentennano, come dimostra la notizia dell’ultima ora sul fatto che il Sindaco, dopo averne dette di tutti i colori ai referendari, ha deciso di concedere loro un incontro. Chi vivrà vedrà.

To be continued…

La scuola è finita

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17 commenti su “#Bologna: il referendum che verrà – di Wu Ming 4

  1. Oggi su Carmilla, Girolamo De Michele racconta un caso (emiliano) di lotta contro lo smantellamento della scuola: http://www.carmillaonline.com/archives/2013/01/004588.html#004588

  2. […] Continua la lettura su wumingfoundation.com […]

  3. Anche a Forlì ci si impegna per “tenere aperto il ponte con i centristi cattolici”, ecco la biografia dell’assessore all’istruzione in carica che garantisce “la sintesi di un progetto di governo” a scapito della scuola pubblica:

    “Laureata in Lettere all’Università di Bologna nel 1968, con una tesi su “Giovanni Braschi e il Partito Popolare nel forlivese” (ed. Cinque lune, Roma), ha insegnato Lettere italiane e Storia negli Istituti Tecnici di Forlì. Parallelamente ha curato ed approfondito negli anni – pubblicando libri, saggi ed articoli – la storia dei cattolici forlivesi nel loro impegno sociale e politico, a partire dall’enciclica sociale “Rerum Novarum” di Leone XIII.
    Sotto la guida di Lamberto Valli, ha aderito alle ACLI, dove ha ricoperto dal 2000 al 2008 la carica di consigliere provinciale Forlì-Cesena e di membro del consiglio di presidenza.
    Presidente della sezione Uciim di Forlì (Associazione cattolica italiana insegnanti medi) dal 1999 al 2008, ha organizzato, nei nove anni di presidenza, diverse iniziative di aggiornamento pedagogico-didattico per gli insegnanti, integrandole con un’attività di approfondimento della conoscenza dei beni artistici e culturali della città e del territorio.
    Ha pubblicato articoli di storia e di critica d’arte nei giornali cattolici forlivesi: “Il Momento” (fin dai tempi della direzione di Mario Vasumi), “LEco”, “Aggiornamenti” e “Il nuovo lavoro doggi”.
    Chiamata a rappresentare le forze cattoliche nell’ambito dell’Istituto storico della Resistenza di Forlì, ha espresso il suo impegno come membro del Comitato Scientifico dell’Istituto stesso.
    Dal 1993 è stata membro del Comitato Scientifico del Centro Studi per la Storia religiosa forlivese con incarico di nomina vescovile (mons. Vincenzo Zarri), curando la storia delle donne cattoliche forlivesi impegnate nel sociale.”

    Faccio il verso al commento di Collettivo Militant nel post precedente:
    da anni il PD ce la mena con la Costituzione Italiana quanto è bella, i padri costituenti, Benigni in TV.
    Poi bastano 2 voti teorici in più che potrebbero servire a vincere uno straccio di elezione e corrono a schierarsi con chi la Costituzione e l’art.33 se lo gira e rigira come gli pare. C’è una spiegazione a tutto questo?

  4. forse bisognerebbe vincere la paura di mettere piedi nel piatto ed entrare in merito al rapporto 600/5000 !!! euro/bambino/ anno (vero o falso?) e confrontare in modo analitico la qualità della cd paritaria e della comunale; altrimenti continuare a menarcela solo sui principi e non sulle applicazioni concrete degli stessi

    • @ vit

      Forse il tuo intervento è monco… Comunque entrare con i piedi nel piatto del rapporto costi/benefici devono farlo quelli che si occupano di scuola da vicino e dall’interno. Il punto – per quanto ci riguarda – è stabilire che si tratta di fare delle scelte e che non è vero che non c’è alternativa. Smontare questa narrazione tossica, che è ormai spalmata come una melassa su qualunque aspetto del vivere associato: “non-c’è-alternativa”. Non c’è alternativa a tagliare il welfare, non c’è alternativa a subappaltare l’istruzione pubblica ai privati, etc. Che poi, nel caso specifico, significa che non c’è alternativa a far ricadere la maggior parte dei costi dell’istruzione dei figli direttamente sulle famiglie e sulle retribuzioni dei lavoratori (flessibilità contrattuale e abbassamento del costo del lavoro nella scuola); o perfino vedere le scuole trasformate in aziende (vedi l’articolo su Carmilla che segnalavo nel primo commento qui sopra).
      Ecco, o si riafferma con forza che questo non è vero, e che invece di dire “mettiamo la scuola al centro, investiamo in cultura, etc.” si può anche FARLO, oppure ci rassegniamo al migliore dei mondi possibili che stanno preparando per noi.
      En passant, mi viene una domanda provocatoria: quanto tempo occorrerà ancora perché i genitori che mandano i figli alle paritarie inizino a chiedersi a che pro debbano finanziare con le proprie tasse la scuola pubblica-pubblica per i figli degli altri?

    • Lo Stato spenderebbe 600 Euri per ogni bambino che frequenta la paritaria mentre spenderebbe 5000 Euri per ogni bimbo che frequenta la pubblica.
      Allora lo Stato non potrebbe pagare la retta per le paritarie a TUTTI, visto che le rette delle paritarie annuali sono minori di 5000E nella stragrande maggioranza dei casi?

      Come vedi il metodo analitico non basta, c’è dell’altro…….

  5. @ Vit
    In che senso, “continuare a menarcela con i principi”? Le applicazioni dei principi, e dunque anche l’uso delle risorse economiche, dipende per l’appunto dai principi che si decide di perseguire. Altrimenti, su quale parametro valutare scuola e scuola?
    Prendiamo proprio la questione delle spese, sulla quale ha già detto WM4. Il meccanismo delle scuole parificate, che porta in molti comuni ad una vera e propria egemonia sulla prima infanzia, è quello della “sussidiarietà”, interpretata come supplenza a una lacuna: dal momento che il pubblico (in questo caso il Comune) non riesce a svolgere i prorpi compiti (non ci sono abbastanza asili), interveniamo noi privati. L’aspetto perverso di questo ragionamento è che il cane finisce per mordersi la coda: poiché il “pubblico” finanzia il “privato”, non ci sono più risosre per gli asili e le materne comunali, e di conseguenza crescono quelli “privati”, che drenano ulteriori risorse, ecc. Nel frattempo, all’interno delle scuole “pubbliche” si privatizzano (o esternalizzano) mense, servizi, pulizie, ecc.
    Di questo passo, una funzione “pubblica” che afferisce alla Costituzione viene di fatto privatizzata, e si rischia di perdere il senso stesso della distinzione tra “pubblico” e “privato”: se non si mette al centro la funzione educativa, ossia lo sviluppo della mente del bambino nella prima età, e si rovescia il presupposto “economicista” partendo dalla necessità di destinare alle scuole che dovrebbero essere pubbliche, cioè di tutti, tutte le risorse necessarie al loro miglior funzionamento.

    • Del tuo discorso sottolineerei due aspetti particolari e molto concreti.

      1) Come ho sentito con le mie orecchie dal presidente del FISM di Bologna, l’obiettivo a cui si punta non è affatto la “privatizzazione”, ma una sempre maggiore “integrazione”. Vale a dire una sempre maggiore penetrazione del privato nel pubblico, tenendosi ben strette le coperture e i soldi pubblici, senza i quali *comunque* il privato non andrebbe da nessuna parte. Il FISM chiede più soldi e più riconoscimenti (anche, ad esempio, per la scuola steineriana).

      2) Questa prospettiva, questo bel sistema integrato sbandierato dalle amministrazioni emiliane, apre possibilità di profitto per vari soggetti (non pochi dei quali contingui alla politica, come sempre avviene). Non solo per quanto riguarda le scuole parificate, ma anche, come fai notare, attraverso il meccanismo delle esternalizzazioni dei servizi scolastici (mensa, tempo prolungato, attività paradidattica, etc.), che sono ormai la regola. Posti di lavoro pubblici vengono spenti in favore di posti di lavoro privati che facilmente sono meno tutelati, meno sindacalizzati, meno problematici dal punto di vista degli oneri e della gestione. Ma come questo alla lunga possa salvaguardare la qualità del servizio (e del lavoro) è tutto da dimostrare. Così come è evidente che se avalli un certo sistema, basandoti sul principio del risparmio, esso tenderà a espandersi a discapito di qualcos’altro. E’ precisamente così: quello che viene spacciato per un circolo virtuoso, in realtà è vizioso.

      Morale della favola: non c’è proprio nulla di ideologico nell’affermare che di fronte a centinaia di esuberi, un’amministrazione comunale può scegliere di salvaguardare la scuola pubblica invece di incentivare la sussidiarietà. Anzi, da un certo punto di vista appare come la scelta più saggia e meno ideologica del caso.

  6. Il punto è che noi ci sbattiamo per difendere un “pubblico” che di pubblico ha ormai ben poco, essendo nei fatti privatizzato nelle logiche di gestione, nelle logiche amministrative, nelle giurisdizioni contrattuali (sin dalla riforma Bassanini, che nessuno si sogna di mettere in discussione). E così, credendo di difendere il “pubblico” contro il “privato”, spesso finiamo con lo schierarci tra due diverse versioni del “privato” (quella sussidiaria, o integrata, per dirla con le ipocrite parole degli amministratori “pubblici”). Interventi come questo che stiamo commentando aiutano quantomeno a uscire da questa falsa alternativa e a rimettere al centro quelle che una volta si chiamavano “finalità del servizio”. E, quando lo facciamo, scopriamo che non c’è altra via d’uscita che quella di rimettere in discussione le logiche dei sistemi integrati, della sussidiarietà (che, per inciso, doveva essere verticale, non orizzontale, nelle intenzioni della riforma Bassanini: lo Stato cede il passo agli enti locali perché più vicini al cittadino, NON l’ente locale che cede il passo all’istituto privato), insomma, i cardini della privatizzazione del settore (un tempo) pubblico.

  7. magari ci sono altri modi per inviarvi informazioni
    http://www.giornalettismo.com/archives/701795/beppe-grillo-casapound-e-meglio-di-monti/

    ennesimo capitolo dei rossobruni.
    va bene il video è fatto da casapound e ai tartarughini piace utilizzare la comunicazione come strumento di parte, come quando ci provarono con i fatti di piazza navona.

    • Più che altro c’erano altri post :-)
      In homepage ci sono due post su Grillo/grillismo/M5S etc. e uno (quello sui marò) dove si parla parecchio di Casapound, e tu linki questa notizia nel thread sul referendum contro il finanziamento alle scuole parificate? :-D

  8. Per info se ne sta parlando su Radio24, con puntata interamente dedicata al referendum bolognese. Speriamo la marea raggiunga anche Roma, la mia città.

  9. […] associazioni, residui di partito, radio e sindacati. Il perché è riassunto magistralmente qua sul sempre prezioso Giap e suona più o meno […]

  10. […] securitario di Cofferati, quella che vuole chiudere Atlantide, la stessa che, se torniamo all’articolo uscito su Giap, il blog di Wuming, lo scorso dicembre, in risposta al fatto che il Comitato Articolo 33 aveva […]

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  12. […] Bologna sarà, almeno a rigore di calendario, uno dei primi campo di battaglia (si veda qui e qui). E’ bello che vi dichiariate per la difesa della scuola pubblica. E’ un vero peccato, […]

  13. A tutti i bolognesi in ascolto:
    – Stasera, 5 marzo, alle 19.00, in aula Roveri occupata, via Zamboni 38, Bologna: incontro con il Comitato articolo 33, sul referendum. Con Girolamo De Michele e i Docenti Preoccupati.
    Esserci.