Un’emergenza «normale». Le persone trans e della comunità LGBTQIA+ nell’emergenza coronavirus

«Lockdown 1», collage di Matilde, 14 aprile 2020.

di Filomena “Filo” Sottile *

1. Fascia protetta

È un copione già visto. Una persona trans appare in tivù e immediata si scatena la bufera.

«È una assoluta vergogna la irresponsabilità, la insensibilità, la condotta del servizio pubblico radiotelevisivo. Mentre tutta l’Italia sta chiusa in casa per le note vicende [emergenza coronavirus NdR.], su Rai Uno, la rete di maggiore ascolto, in piena fascia protetta va in onda una lunga trasmissione che spiega il cambiamento di sesso e questioni connesse.»

Sono parole di Maurizio Gasparri, la sua voce fa parte del coro che ha stigmatizzato la presenza di Giovanna Cristina Vivinetto sui teleschermi. La storia che Vivinetto prova a tratteggiare nei 24 minuti a sua disposizione è tutt’altro che sovversiva e anzi la giovane pare assumere acriticamente la diagnosi di disforia di genere (in Italia è necessaria per avere accesso a interventi chirurgici e cambio anagrafico), non mette in critica il dispositivo del genere né il binarismo, non parla esplicitamente di discriminazione nei confronti delle persone trans, non addossa alcuna responsabilità alla società per le sofferenze cui riesce fugacemente a fare cenno. Il conflitto pare essere tutto interno alla persona: nelle sue parole è solo una questione privata. A guardare l’intervista in controluce si intravede una sceneggiatura familistica che all’interno del nucleo famigliare si risolve con un lieto fine.

Allora il problema dov’è? Cosa potrebbe turbare il pubblico della rete che fu la più democristiana di tutte?

Le persone giovani, la loro tutela. Sembra che esporle alla testimonianza di una persona trans, al racconto della sua transizione, le possa turbare. Vorrai mica che sappiano che esistono le persone trans, che si può essere persone trans?

Non si tratta di un caso isolato, la preoccupazione per un possibile contagio trans è piuttosto diffusa. A gennaio la preside di una scuola superiore di Pisa aveva vietato la partecipazione di un’attivista trans, Dalia Smeraldi, a un’assemblea studentesca perché mancava il contraddittorio. Come se nell’esperienza di vita di una persona, nel suo senso di sé, ci fosse qualcosa da contraddire.

Nel paese reale c’è chi pensa che debba funzionare così: le persone trans, se proprio non possono fare a meno di esistere, devono stare zitte e, se proprio è inevitabile che parlino pubblicamente, che gli si vieti la fascia protetta, si metta in sovrimpressione un bollino rosso, un «parental advisory», si accompagnino le loro parole con le urla di qualcuno: «Occhio, bambini, questa cosa non si fa! Questa cosa è sbagliata!». Vogliamo mica che le persone più giovani si ammalino anche loro, che “diventino trans”?

I corpi e le menti dei bambini e delle bambine sono da sempre terreno di scontro. Per lo Stato, la mentalità borghese e i dirigisti di ogni sorta rappresentano una scommessa, un investimento sulla persistenza dello status quo. Come fosse plastilina si cerca di modellarne i pensieri e le strutture cognitive affinché tutto continui a procedere per il meglio, perché i rapporti di potere vigenti fra classi, generi, “razze” rimangano immutati.

L’idea di fondo è che le persone giovani non siano affatto persone, ma oggetti plasmabili da usare alla bisogna, fogli bianchi da scrivere, vasi da riempire, senza carattere, senza desideri e senza aspirazioni e che per tanto vanno instradate e addestrate all’obbedienza.

Qui a nordovest l’abbiamo visto diverse volte (vedi qui, qui per esempio). Quando  persone minorenni fanno parte di una comunità in lotta, è facile ignorare che possano avere un anelito di giustizia, è più facile accusare i loro genitori di educarle all’illegalità o di utilizzarle come scudo umano: «Figurati se sono capaci di pensare con la propria testa». Le persone giovani sono invece lodate quando confermano gli stereotipi di genere, sfoggiano il rosa e l’azzurro, imparano a caricare un corteo e, “spontaneamente”, producono il cartellone #andràtuttobene. Questo sarebbe il modo di educarle alla scelta, alla critica, alla consapevolezza.

Le persone trans lo sanno bene. In questo paese, quasi tutte sin dalla primissima infanzia si sono sentite dire che «questo è da maschio, quello è da femmina», che dovevano stare nei ranghi del genere assegnato alla nascita, che ogni deviazione si configurava come una grave infrazione al sistema. La prima battaglia che le persone trans si trovano a combattere è quella contro l’indottrinamento binario e sessista che ricevono fin dai primi giorni di vita. È l’acqua in cui nuotiamo, la diamo per scontata e non ci chiediamo di cosa sia composta fino al momento in cui non diventa tossica per le nostre esistenze.

2. Disforia

Sulla quarta edizione del DSM, il manuale diagnostico più diffuso in psichiatria e psicoterapia, avevamo un «disturbo dell’identità di genere», ora invece siamo solo persone disforiche. Il dizionario Treccani dice che per disforia si intende

«[Un’] alterazione dell’umore affine agli stati di depressione e di irritazione, spesso associata ad ansia e a comportamento impulsivo.»

Depressa, irritata, ansiosa, impulsiva. Come altro può sentirsi una persona minacciata nella sua identità, nel senso di sé, alla quale fin dall’infanzia è stato detto che deve fare a meno delle sue inclinazioni dei suoi piaceri, che deve limitare la ricerca e l’espressione di sé per rispettare i confini imposti dal genere?

In questo senso sì, siamo persone disforiche, ma «non è una malattia», è l’effetto della pressione sessista, del binarismo, dell’oppressione eteropatriarcale. Nessuno si senta assolto. Ci sono delle responsabilità sociali nel disagio che spesso ci portiamo dietro.

Le persone trans che decidono di intraprendere un percorso di transizione medica per avere accesso alla terapia ormonale sostitutiva (TOS) e/o al cambio anagrafico e/o a interventi chirurgici – isterectomie, mastectomie, vaginoplastiche, mastoplastiche additive, eccetera – sono vessate da una legge binaria e coercitiva nella concezione che, abbinata al protocollo applicato dalla quasi totalità delle strutture ospedaliere, rende i percorsi irti di ostacoli. Gli specialisti che diagnosticano la nostra disforia spesso si nutrono dei peggiori stereotipi di genere: «da piccola giocavi con le macchinine e le draghe, allora sì, puoi diventare maschio; se dici di non sentirti femmina, perché porti i capelli lunghi? ti piace mettere la gonna, allora puoi diventare femmina; Ma se non ti piacciono i maschi perché vuoi una vagina?». Aspettiamo che qualche persona trans volenterosa raccolga l’intero stupidario delle cose che ci sentiamo dire.

Le relazioni con cui ci presentiamo al tribunale che decide dei nostri corpi e dei nostri documenti sono spesso infarcite di espressioni patologizzanti e informazioni (tipo l’orientamento sessuale) del tutto ininfluenti ai fini del quesito. Sono scritte per convincere i giudici che ci è capitato in sorte un corpo sbagliato e che dopo la sentenza saremo felici e non ci suicideremo.

Come se dopo la sentenza entrassimo in un mondo che non discrimina le persone trans e non rende loro la vita difficile. Vivinetto stessa l’ha provato sulla sua pelle: a ottobre scorso è stata lincenziata in quanto persona trans. Proviamo ogni giorno a sottrarci a mobbing, bullismo, insulti, pestaggi, assassinii. E non sempre ci riesce. Discriminazione e violenza nei confronti delle persone trans esistono e sono strutturali.

Si sono alzate molte voci a dirlo: le persone nere, migranti, povere, disabili, detenute, rom, di genere non conforme e, più in generale, tutte quelle oggetto di discriminazione ogni giorno, quelle a cui non spetta «una buona vita» nello stato di «normalità», ora che siamo nella bagna dell’emergenza coronavirus se la passano peggio. La crisi accelera i processi, aumenta il gap, rende più difficoltosa l’esistenza.

3. Come ce la passiamo?

Due giovedì fa mi è squillato il telefono. All’altro capo una voce registrata dice che la mia visita endocrinologica è stata spostata a data da destinarsi. Se ho capito bene il messaggio premo il tasto 1, se desidero riascoltarlo (uguale identico) premo il tasto 2. Si trattava del mio controllo trimestrale e dell’incontro in cui avrei dovuto ricevere la mia «relazione», il documento grazie al quale potrei cambiare i miei dati anagrafici se il giudice in mano a cui capita me ne dà l’autorizzazione.

Cambiare i documenti non è un vezzo, ma una necessità stringente in un sistema sociale che fatica a riconoscere le persone trans. Sul registro di classe del corso professionale che seguo mi chiamo «Fil», è il compromesso che sono riuscita a strappare fra il nome con cui sono socializzata e il nome con cui sono stata registrata alla nascita. E sul mio curriculum vitae che nome scrivo? E come posso sfuggire al genere assegnato ogniqualvolta mi trovo in una situazione in cui fanno fede i documenti? Quando mi spetterebbe uscire se vivessi a Canonica d’Adda?

La mia convinzione etica e politica dice che nessun essere vivente dovrebbe essere schedato da uno Stato ma, me lo confermano altre persone trans, dopo aver ottenuto il cambio dei dati anagrafici l’accesso al lavoro e altre mille situazioni si semplificano un po’. Mi ero fatta il conto che al termine del corso avrei mandato a cuor leggero dei curriculum con su scritto Filomena. Non sarà così. Tanto più che anche i tribunali marciano a rilento e un processo come il mio non è certo una priorità.

Sono solo una delle tante. Sento fratelli, sorelle, sibling, le persone trans con cui sono in contatto quotidiano: anche i loro percorsi sono interrotti.

La mia transizione medica è seguita da SpoT, lo sportello trans dell’associazione Maurice di Torino. Contatto Christian Ballarin che ne è il referente e gli chiedo se il telefono dello sportello squilla, se ci sono persone che chiamano e cosa chiedono. La prima cosa che mi dice è che non ci sono nuovi contatti.

– Evidentemente, si rendono conto della situazione, nessuna persona nuova chiede informazioni per cominciare il percorso.

L’apertura mi colpisce, perché quell’«ora non è il momento» è risuonato nella mia testa un miliardo di volte nei lunghi anni prima che mi decidessi a intraprendere la mia transizione. So che devastazione ha prodotto in me quel farsi da parte.

Poi passiamo a parlare dei percorsi di transizione. Quelli gestiti da SpoT non sono del tutto fermi. Le persone che animano lo sportello provano a gestire tutto ciò che è possibile a distanza. È il caso di altre strutture piccole, tipo Sat, lo sportello trans di Verona e Padova. Invece il Cidigem, mi dice Christian, il centro ospedaliero che segue le persone in transizione a Torino, ha rimandato tutti gli incontri.

– Ci sono persone che in questi giorni aspettavano di avere la prescrizione per la TOS…

Dovranno pazientare ancora. Anche qui mi immedesimo molto. Ogni giorno d’attesa è una tortura quando speri di cambiare il corpo che il dispositivo binario e patriarcale ti ha insegnato a odiare.

– Poi sai, i medici di base sono oberati e a volte non è facile ricevere le ricette per gli ormoni.

E qui Christian mi racconta di un piccolo gesto di solidarietà: una persona trans rimasta senza farmaci che ne recupera una scatola intera da un’altra che ne ha d’avanzo.

Gli ormoni non sono esattamente farmaci salvavita, se non per le persone che si sono sottoposte a interventi di rimozione delle gonadi, ma spesso diventano un ausilio importantissimo per l’equilibrio psichico di chi sceglie di farne uso. Quando a metà marzo ho intuito che piega avrebbe preso la situazione, mi sono procurata la quantità di farmaci che mi permettesse di arrivare fino a fine aprile, memore dello stato di profondo disagio in cui sono precipitata le due volte che mi è capitato di rimanere senza. Mi sono sentita un’accaparratrice. Esperienze simili però sono capitate ad altre persone che conosco.

Dopodiché Christian e io passiamo a parlare delle convivenze nocive e pericolose. Ci sono persone trans che vivono con familiari che non ne accettano e non ne rispettano l’identità di genere, per loro, al pari delle donne che vivono con partner violenti “restare a casa” non è una situazione di tutto riposo.

Più tardi ne parlerò anche con Gigi Malaroda, uno dei volontari del gruppo di ascolto messo in piedi dal Maurice in queste settimane. Mi dice che hanno pensato il servizio soprattutto per adolescenti e per chi vive una relazione violenta.

– Fosse anche una sola chiamata, si dimostrerebbe che ce n’è bisogno.

E poi mi tratteggia i contorni di un caso preso in carico durante il suo turno: una ragazza lesbica che in questi giorni subisce le vessazioni dei genitori che hanno scoperto la sua relazione con una compagna di classe.

– Questa ragazza ci chiama da fuori regione, significa che non ha trovato o non è a conoscenza di nessun servizio del genere sul suo territorio

In coda alla chiamata Christian e io ci chiediamo quanto durerà ancora questa situazione e quanti e quali ripercussioni economiche e sociali avrà. A questo punto Christian mi chiede:

– Lo sai che hanno annullato il pride di Torino?

– In che giorno doveva essere?

– Il 20 giugno. Dice che si farà un flash mob diffuso per la città.

– Dai balconi? Col tricolore?

– Speriamo di no.

Il germe del nazionalismo al pride di Milano del 2018.

A queste considerazioni fatte al telefono manca ancora qualcosa.

Uno: come mette in luce Maurizio Cecconi in questo articolo, l’emergenza toglie ogni ulteriore freno a liquami che sembra non passino mai di moda: dio, patria, famiglia. Ma di che famiglia parliamo? Di quella eteropatriarcale, ovvio. Le comunità queer sono piene di relazioni “irregolari”, non per questo meno forti o importanti di quelle canoniche. Sono moltissime le persone che l’emergenza ha privato dei loro affetti perché non vivono abitualmente nella stessa casa.

Due: trovare occupazioni stabili e garantite per le persone trans è molto complesso: una buona fetta di noi si dibatte fra disoccupazione e precariato selvaggio, senza parlare di chi si mantiene con il lavoro sessuale, il che significa trovarsi senza reddito e senza la possibilità di richiedere sussidi di alcun tipo.

Tre: c’è ancora la questione della salute mentale: molte persone trans a causa dell’oppressione patriarcale, della difficoltà di affermare se stesse in una società così escludente, sono psichicamente più fragili e hanno sofferto o soffrono di ansia e depressione. La reclusione, l’isolamento e la maniera assurda in cui il governo sta gestendo la questione non fa che aggravare la condizione di queste persone.

4. Nulla di eccezionale

Su un aspetto l’emergenza non ha nulla di eccezionale e ricalca perfettamente la cosiddetta – e tanto invocata in questi giorni – «normalità». I rapporti sociali, le politiche dello Stato, le «autoregolamentazioni del mercato» continuano a essere tagliate su misura su quello che viene percepito come «essere umano normale» – uomo, adulto, bianco, eterosessuale, cisgender, abbiente, normodotato, a piede libero – sulle sue necessità e i suoi bisogni.

Che necessità ha di una struttura pubblica in cui abortire un tale individuo? E di fare una passeggiata? E di ragionare sulle priorità di accesso alle cure? Di mettere in discussione il sistema economico? Le discriminazioni di genere? L’eteropatriarcato? Il razzismo? Nessuna. Nessuna necessità. E quindi, da questa sua posizione di privilegio, può invocare la sobrietà, la pazienza, la virtù, la responsabilità. E anzi, si sente nel pieno diritto di sbirrarvi se vi vede trasgredire alle misure.

Ed ecco che interviene la bassa manovalanza in divisa, i tutori dell’ingiustizia. Ti fermano e possono rovistarti nella spesa per accertarsi che tu abbia acquistato solo l’indispensabile o sanzionarti per una boccata d’aria nei limiti consentiti. Si è detto che regna l’arbitrio, ma non è così: il metro di paragone che assolve o condanna è quello della norma borghese e segue precisi parametri di classe, genere e razza e in base a quelli valuta e soppesa ogni tuo atto.

Torino, 2 luglio 2019: presidio davanti al al palazzo della regione Piemonte per chiedere percorsi di transizione non selettivi, assistenza medica gratuita gestita da personale formato.

Le misure di emergenza tolgono spazio e peso a chi già ne aveva meno, erodono i diritti che sembravano acquisiti, mostrano in maniera lampante chi è dispensabile, sacrificabile sull’altare della ragione di Stato. L’unità nazionale, il fronte comune emergenziale, la guerra al virus diventano la mannaia che amputa il corpo sociale dei pezzi ritenuti superflui. Ogni giorno di più c’è qualcuno che ti dice di cosa hai veramente bisogno e di cosa puoi fare a meno in questo momento. E lo fa invertendo i termini della questione e improvvisandosi ventriloquo di soggetti senza (a cui si è sottrata) voce. È come quando gli antiabortisti prendono le parti del feto, i transfobici menzionati all’inizio prendono le parti delle persone più giovani o i governanti ti proibiscono di correre per tutelare chi si trova in terapia intensiva.

È un fenomeno spiegato bene nel terzo capitolo di Le promesse dei mostri di Donna Haraway (DeriveApprodi, 2019) e calza a pennello: così come la pretesa di difendere il feto o «i bambini» serve a sviare l’attenzione, a evitare di mettere in discussione le logiche patriarcali ed eterosessiste che sottendono la società, allo stesso modo prendersela con chi ha necessità di abortire o di visite endocrinologiche serve a nascondere sotto il tappeto che il sistema sanitario era già al limite del collasso a causa della devastazione sistematica portata avanti negli ultimi tre decenni. Quello che sta avvenendo da fine febbraio in questo paese non ha nulla di eccezionale, è solo la conseguenza e la drastica accelerazione delle politiche discriminatorie, classiste, razziste, neoliberiste messe in opera negli anni precedenti.

Non andrà tutto bene. Ci tocca assumere il ruolo delle guastafeste, scoperchiare per bene vasi di Pandora troppo stipati, enumerare tutte le ingiustizie, riconoscere le disuguaglianze, osservare l’effetto del sovrapporsi dei piani di oppressione e ripartire da qui per evitare di tornare alla normalità. Il re è nudo e lo si vede da diverse prospettive, è la normalità il problema.

* Filomena “Filo” Sottile, discendente di persone siciliane, è nata e cresciuta in provincia di Torino nei tardi anni ’70. Batte palchi e piazze da oltre due decenni nei panni della punkastorie. Ha pubblicato un romanzo, racconti, articoli su viandanze, piante, transfemminismo, questioni No Tav. Ha scritto per Giap, Carmilla e Alpinismo Molotov. A giugno uscirà per Eris edizioni La mostruositrans, il suo primo pamphlet. Ha un blog: filosottile.noblogs.org

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16 commenti su “Un’emergenza «normale». Le persone trans e della comunità LGBTQIA+ nell’emergenza coronavirus

  1. Cara Filomena, grazie per il tuo bellissimo pezzo.

    Ti segnalo una conversazione filosofica https://operavivamagazine.org/leccezione-delle-minoranze/
    Di questa conversazione, m’interessa soprattutto la parte che problematizza lo slogan “la normalità è il problema”.
    A domanda Federico Zappino così risponde:
    “Esiste una differenza tra una crisi indotta da un conflitto politico agito dai movimenti sociali nell’ordine della «normalità», a cui lo slogan cileno fa riferimento, e una crisi di tipo epidemiologico. La crisi attuale è indotta da una pandemia piombata su una società globale piuttosto smobilitata dal decennale fuoco incrociato di politiche neoliberiste e neofondamentaliste (smantellamento o privatizzazione dello stato sociale e restaurazione della famiglia eterosessuale come forma di welfare naturale), e che viene politicamente gestita mediante l’ovvia instaurazione di uno stato d’eccezione che, almeno da ciò che possiamo esperire in Italia, sostituisce di giorno in giorno pezzi di «normalità» con forme crescenti di obbligo di «distanziamento sociale», disciplinamento, colpevolizzazione individuale, autoritarismo, finanche col dispiego di mezzi e pratiche militari. La «normalità» che viene sostituita dallo stato d’eccezione non è certo quella dell’ordine etero-patriarcale, bianco e capitalista, che viene al contrario rafforzato: è semmai quella dello spazio cosiddetto «pubblico». E mentre Stato, Capitale e Famiglia Eterosessuale guadagnano la scena, i decreti eccezionali ci mostrano come sia proprio lo spazio pubblico a costituire la precondizione per l’esercizio – pur disuguale, e violentemente represso qualora esercitato dalle minoranze – di tutte quelle libertà come muoversi, assembrarsi, manifestare, esprimersi, protestare, ossia di tutte quelle libertà che hanno un senso solo nel loro esercizio collettivo e pubblico, e che vengono meno nel momento in cui a venire meno è la loro condizione di possibilità.”

    Riporto questo passaggio perché condivido con Zappino l’idea che tornare alla normalità significa anche tornare alla normalità dello spazio pubblico, l’unico spazio dove noi persone lgbt+ possiamo confliggere con la società eteropatriarcale.

    Buona giornata,
    Maurizio Cecconi.

    • Ciao Maurizio, grazie per le riflessioni che porti e per aver condiviso quelle di Zappino.
      Ti rispondo così: poco fa mi ha chiamato Christian Ballarin, già citato nell’articolo. Mi ha raccontato che dall’ultima volta che ci siamo sentit* la situazione è ulteriormente precipitata. Diverse persone trans con cui è in contatto SpoT e che fanno lavori informali hanno letteralmente finito i soldi e il Maurice sta pensando a come far loro avere dei pacchi alimentari, di una persona trans che ha rotto l’ultimo paio di scarpe, di alcune donne trans sudamericane che sono state multate a più riprese perché sospettate di violare le restrizioni per andare a prostituirsi. Sul fronte delle persone LGBT migranti il quadro è ancora più drammatico. Queste persone erano (eravamo) in difficoltà anche prima, nella «normalità«, ora che le maglie sono più strette e il dominio più feroce stanno (stiamo) peggio.
      Però sono d’accordo, lo spazio pubblico è la questione. Io credo sia chiaro ormai a tutt* che il virus esiste, è molto contagioso, che può mettere in seria difficoltà delle persone e che il nostro paese non è attrezzato (per deliberata volontà politica) a dare un’adeguata assistenza medica a chi sta male. Io credo, mi assumo tutte le responsabilità di questa affermazione, che non possiamo aspettare che ce lo concedano. Dobbiamo uscire di casa (distanziat*, con guanti e mascherine, ok) riprenderci lo spazio pubblico, incontrarci, portare assistenza a chi più è prostrato dall’emergenza. Dire e manifestare ora con i nostri corpi e le nostre azioni che questa emergenza è classista, razzista, sessista. Essere responsabili e solidali significa anche disobbedire – collettivamente – a condizioni e provvedimenti iniqui. Anche il coraggio è contagioso.

      • Hai scritto “Dobbiamo uscire di casa (distanziat*, con guanti e mascherine, ok) riprenderci lo spazio pubblico, incontrarci, portare assistenza a chi più è prostrato dall’emergenza. Dire e manifestare ora con i nostri corpi e le nostre azioni che questa emergenza è classista, razzista, sessista. Essere responsabili e solidali significa anche disobbedire – collettivamente – a condizioni e provvedimenti iniqui. Anche il coraggio è contagioso” e non potrei essere più d’accordo.

        Restando sul pratico: ho fatto una donazione per le sexworkers, fammi sapere se ci sono altre iniziative del genere, online e offline, specialmente a Bologna, dove vivo e dove pare che nessun* voglia infrangere pubblicamente i divieti imposti dal “distanziamento sociale” (non quelli necessari della profilassi del “distanziamento fisico”).

        Scrivi che bisogna disobbedire collettivamente. E hai ragione… il problema è che non vedo questa collettività… Sono molto sfiduciato.

        • Per il 21, nella mia strada a Bologna, stiamo organizzando una iniziativa, oggi definiamo i dettagli. Sperando di riuscire a realizzarla. L’intenzione è quella “festeggiare” la Liberazione di Bologna ed esprimere concretamente una posizione su ciò che stiamo vivendo da ormai troppo tempo. Se un certo tipo di iniziative si moltiplicasse spontaneamente in ogni singola strada ci sarebbe una concreta possibilità di essere “incisivi”. Ognuno di noi può immaginare forme di protesta creativa in grado di arginare i divieti. La data del 21 Aprile è particolarmente significativa, in delle altre importanti importanti commemorazioni a livello nazionale.

          • per filo a piombo: capisco le ragioni della vaghezza con cui scrivi, le capisco ma ne rammarico perché mi piacerebbe partecipare. comunque il tuo commento mi ha ispirato, ora scrivo al gruppo della social street in cui vivo.

            per Wu Ming 1: e avete ben fatto, sia chiaro. sarò sfortunato io che non trovo una comunità di persone che con me condividano le ragioni e l’urgenza di una disobbedienza civile, nel senso in cui ne ha scritto Filomena.

            per Filomena: conosci qualche iniziativa a sostegno delle persone trans o più in generale lgbt qui a Bologna?

            • Per Baccanale, Se vuoi, ci mettiamo in contatto, così ti dico esattamente in cosa consiste l’ iniziativa. E se possibile replicarla altrove. Magari in contemporanea, nello stesso giorno. Noi abbiamo appena definito i dettagli. Il tempo per organizzarsi è pochissimo. Se parli di social street, è molto probabile che ci troviamo molto vicini, direi in ” prossimità “. Ho valutato bene la cosa e mi è sembrato che per partire fosse strettamente necessario sfruttare quei rapporti di solidarietà di vicinato che ancora ci sono nella mia strada. Sarei però in grado di proporlo anche in tutte quelle strade in cui posso sfruttare una serie di conoscenze ed amicizie.

        • «a Bologna, dove vivo e dove pare che nessun* voglia infrangere pubblicamente i divieti imposti dal “distanziamento sociale” (non quelli necessari della profilassi del “distanziamento fisico”»

          Maurizio, noi a modo nostro l’abbiamo fatto, ieri e oggi. Una cosa piccola, intendiamoci, ma che per noi ha qualche valore. Ci siamo mossi in quattro, i tre WM con uno dei nostri figli al seguito, e siamo andati a dare solidarietà alle librerie che hanno riaperto: Trame, Ubik Irnerio e Giannino Stoppani. Siamo entrati con le mascherine e i guanti, come richiesto, abbiamo chiacchierato con le libraie e gli avventori che c’erano e comprato libri. Sull’autocertificazione abbiamo aggiunto a mano «Vado in libreria» e se ci avessero fermato le fdo avremmo fatto valere il nostro diritto. Se le librerie sono aperte è logico che ci si possa andare e che valgano come gli altri esercizi, anche se sul modulo non esistono. Al momento né la Regione né il Comune hanno emesso ordinanze restrittive sulle librerie, come invece è accaduto a Roma. E non vale nemmeno la “prossimità”: io vivo in Bolognina, dove ci sono solo due piccole rivendite di libri usati, se devo andare in libreria devo andare oltre il ponte, perché le mie librerie “di prossimità” sono Ubik Irnerio e Modo Infoshop. Se introducessero la prossimità, di fatto impedirebbero di andare in libreria a una gran parte di persone, le avrebbero aperte per l’anima del cazzo. La contraddittorietà della situazione va evidenziata con condotte che si muovano negli interstizi delle ordinanze. Queste forzature, per quanto piccole, sono importanti. Scusate il parziale OT.

          • Quindi a Bologna di già , a Roma post week- end, tra le attività ordinarie / quotidiane di stretta necessità c’è l’ acquisto di generi culturali e cartoleria, ma intendendosi comunque in un ambito comunitario geograficamente ristretto?
            La “prossimità” mi pare che valga ancora per chi è utente, di attività motoria o intellettuale, piuttosto che per l’ abito di bimbx, ma non per chi produce( e si aliena) distalmente dalla propria tana. Se nel percorso poi si dovesse incrociare una libreria sarà un ‘ esperienza al limite, stile Tiziano che diffonde libri nel nord Italia..
            Segnalo che per verificare le libreria nella propria zona e non arrischiarsi, scavalcando le colonne d’ ercole perchè si ignora dell’ esistenza di una libreia di quartiere, si possono utilizzare alternative a Google maps, quali openstreetmaps.org

  2. “Ma come ti permetti? Parlare di “cose del genere” in questo momento”. Se ascolto attentamente posso sentire i mugugni, immagino sinapse che cercano invano di tracciare percorsi finendo irrimediabilmente ad azionanare alzate di cresta; scattano poi i riflessi condizionati: indignazione, rabbia e un certo senso di disgusto. Gasparri docet. Comprendere situazioni come quelle che questo post descrive richiede un certo grado di “intimita` con l’altro” , con cio` che puo` provocare una certa inquietudine e questo, attualmente, e` inesistente o estremamente raro. Le parole e/o i concetti come le esperienze accumulate fin’ora da individui e collettivita` sono troppo limitate, insufficienti anche solo per avvicinarci figuriamoci comprendere o entrare in intimita`, e le cose peggioreranno a meno di un vero e proprio miracolo. Bisognerebbe esporsi in maniera regolare, assidua al “virus queer” per sviluppare immunita` al bigottismo e comprendere che queste restrizioni sono, appunto, sessiste, classiste e razziste. Non e` solo necessario ma l’argomento trattato da Filosottile e` strettamente legato a questa pandemia e al concetto di virus. Siamo come software biologici che necessitano urgentemente un upgrade non un vaccino; e` la vita biologica stessa, inquietante “di natura”, ad ordinarcelo, nenache piu` a chiedercelo con “cenni” vaghi. Per coloro che sono direttamente coinvolti, per chiunque appartenga alla “categoria” LGBQT e` oltretutto urgente dato il fatto che lo stato, le istituzioni, per come sono organizzate al momento, insieme al capitale avranno sempre meno la necessita` di “sopportare”, di tollerare.

  3. È il mio primo intervento in questo spazio, di cui spero aver compreso prassi e microregole. Buonasera.

    In maniera speculare a quanto suggerito dagli articoli dei giorni scorsi (collegati da reddit r/Italy, che qui mi ha spinto), mi sono fatto l’impressione che il commento di Gasparri riecheggi uno dei temi che caratterizzano e rinforzano le fondamenta del “confinamento” (come lo chiamano i francesi): l’omologazione e il conformismo.

    Di fronte al male maggiore (il virus), le voci e i comportamenti fuori dal coro, già malvisti in non-emergenza, diventano facilissimamente invalidi, bizzarri, assurdi.

    Per i conformisti, questo virus è stato la manna dal cielo.

    • “Omologazione e conformismo”, come scrivi tu, Riccardom, senz’altro. Ma non solo. Il clima predispone a veri e propri attacchi a persone fuori norma. In Ungheria è già avvenuto. Una delle misure prese da Orban nel decretone emergenziale, grazie ai suoi nuovi pieni poteri riguarda la possibilità di cambiare i dati anagrafici delle persone trans. Ovviamente, in una società omofoba e sessista questo ha molte ripercussioni. Non solo quello di impedire l’autodeterminazione delle persone, ma di trasformare eventuali unioni “etero” in unioni omosessuali, che non sono riconosciute e di condannare di fatto le persone trans alla povertà e all’emarginazione.

      • Oggi El Pais pubblica un’intervista alla filosofa tedesca Carolin Emcke, la quale ricorda – come te – che Orban è il caso principe di sfruttamento della situazione virus per imporre la propria “visione” politica.

        Riporto lo spagnolo intelligibile:
        …Viktor Orban acaba de demostrarlo en Europa: prácticamente ha anulado el estado de derecho en Hungría, puede prorrogar infinitamente el estado de excepción, ha transformado el parlamento en un accesorio decorativo.

        A me questa frase ha colpito molto perché l’accessorio decorativo (il parlamento) lo abbiamo cominciato ad ignorare anche noi italiani ma, per qualche motivo, da noi si fa fatica ad ammettere la minaccia alla democrazia.

  4. Articolo e argomentazioni eccellenti, grazie. Se tuttavia consideriamo la proposta per “riaprire l’Italia” di Burioni e compagnia bella apparsa su
    http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=83980&fr=n
    dove al quinto punto viene scritto:
    5) Condivisione della strategia comunicativa con l’Ordine dei Giornalisti e i maggiori quotidiani a tiratura nazionale, nonché le principali testate radio-televisive pubbliche e private per evitare i danni potenziali sia dell’allarmismo esagerato che della sottovalutazione facilona o addirittura negazionista (utilizzando anche l’esperienza sul campo nel rapporto medico-paziente).
    Ecco, forse riusciamo a comprendere la portata dell’attacco, che va sfacciatamente al di là e sopra ogni pensiero di confronto politico culturale, per questa gente, le argomentazioni valide sono le loro e solo le loro. La deriva autoritaria e filofascista è alle porte.

  5. Piccola vicenda legata a questo post. Ho un profilo su Facebook. Lo uso solo per controllare una pagina, “La punk spiegata alla nonna”, spazio in cui do aggiornamenti sulle date dei miei spettacoli e le cose che scrivo sul mio blog. Il giorno in cui è uscito il mio post su Giap l’ho segnalato sulla mia pagina e in un gruppo di FB che si chiama “Archivio queer Italia”. Al login successivo, il giorno dopo, mi sono ritrovata bannata. Facebook non dà spiegazioni sull’accaduto, allude solo a possibili violazioni della policy riguardo lo spamming. Quello che plausibilmente è successo è che qualcuno ha segnalato l’articolo come spam. Poco male, non mi ci cruccio, la mia presenza su quel social era già ampiamente in discussione e, a questo punto, scontata la pena mi disiscriverò. Però, ancora una volta, ci invita a interrogarci sui criteri di pubblicabilità che vigono su Facebook.

  6. Perdonami Filosotile se ti faccio notare un particolare: non esistono “criteri di pubblicabilità” su FB. Vigono prescrizioni, comandi che un algoritmo e` incaricato di eseguire. Al momento il tuo post non e` considerato adatto in quanto non e` monetizzabile. Ti garantisco che se riesci a renderlo piu` “vendibile”, appetibile ad un pubblico il piu` ampio possibile, diretto ad un target il piu` specifico possibile la censurera scomparira` in maniera miracolosa. Devi solotanto sforzarti e rendetre la tua personalita` facilmente fruibile per il maggior numero di utenti possibile. Devi farti carne da pubblicita`. Capisco che al momento cercare di rimanere visibili e` complicato come non mai pero` potrebbe essere l’attimo propizio per abbandonare certi strumenti che non credo possano portare beneficio alcuno a una collettivita` se nn quella degli shareholders.

  7. Onestamente, la TOS è un farmaco salvavita, checche ne dica la legge, anche per le persone che non hanno subìto operazioni — la legge e la cultura, come al solito, confondono continuare a respirare col continuare a vivere.

    Devo dire che qui in USA la porosità tra ‘ufficiale’ e ‘ufficioso’ — cosa che manda l’italiano medio in assoluta confusione, cost*i abituat* ad avere riferimenti assoluti (la ricetta! il foglio di carta del comune!) — mi permette di andare dal mio capo al lavoro e dire: scusa, ho dimenticato un farmaco salvavita a casa, faccio un’uscita per prenderli e torno subito, senza dover tirare nella stanza il professore cis che decide se posso essere donna o meno.

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