Diario virale / 3. Contro chi sminuisce l’emergenza (1-10 marzo 2020)

Venere risplende sulla stazione di Bologna, 9 marzo 2020, h.21 circa. Foto scattata dal ponte Matteotti da Wu Ming 1. Venere, stella della sera ma anche del mattino, Vespero e Lucifero.

di Wu Ming
[Prima puntata, 23-25 febbraio – Seconda puntata, 26-29 febbraio]
[Traducción al castellano aquí]

Ai caduti di Modena,
nell’anniversario dell’uccisione
di Francesco Lorusso.

A est la luna piena abbagliante, a ovest Venere risplendente, a sud-ovest l’elicottero ronzante, a nord la nebbia che s’alzava dallo Scolo Calamosco e a sud il carcere della Dozza, con i colli e San Luca sullo sfondo.
Il carcere era in fiamme.
Erano le undici di sera.

Avevamo aggirato i posti di blocco su via del Gomito, imboccando stradelli che conosceva solo Wu Ming 2, ed eccoci in piedi in mezzo a un campo arato, a cento metri dalla recinzione del carcere. Eravamo visibilissimi, per via del plenilunio, ma le guardie avevano ben altro da fare.

Le scarpe appesantite dal fango, le mani impruriginite da qualche pianta urticante afferrata risalendo la ripa del canale. L’avevamo attraversato su una passerella di fortuna, una scaletta d’alluminio gettata di traverso.

Solo mezz’ora prima, nessuno di noi pensava di dover fare quel trekking notturno. Poi lo scatto: – Andiamo alla Dozza. Becchiamoci al volo in Bolognina.

Dal carcere saliva una tromba di fumo scuro, reso bronzeo dalle luci dei fari.
Qualche ora prima erano andate a fuoco due macchine della Penitenziaria.
Sagome nere sul tetto, urla: «BASTARDI!»
Spari di candelotti, clangori, forse colpi di piccone, qualcuno sfasciava barricate.
A fare da bordone, il rombo perenne della tangenziale.

Dietro di noi, curiosamente, c’era via del Bordone. Una sterrata piena di buche, che avevamo seguito fino a lasciare l’auto all’ingresso del podere La Chiocca.
«Gran Sasso – Cucina abruzzese»? Mai avrei immaginato di trovare un ristorante sconfundato qui, in ze mìddol ov nóuer.
– All’incrocio, su via di Cadriano, c’è lo stabilimento Granarolo. Di giorno un po’ di giro c’è.
– Di sera è spettrale, però.
– Ma tanto adesso li han chiusi tutti, i ristoranti.

Entrati in un fondo di proprietà dell’Alma Mater, che ci faceva non precisate «colture sperimentali», e dopo avere incrociato un’enorme nutria albina, avevamo costeggiato lo Scolo Calamosco, poco più di un rigagnolo che fiatava nebbia densissima. Trovata la scaletta, eravamo passati di là.

Bologna, il carcere della Dozza in fiamme visto da nord-est, 9 marzo 2020, h. 23 circa. Foto di Wu Ming 4. Clicca per ingrandire.

– Non si vedeva una roba così da quarant’anni. Da Trani, nell’80, e Fossombrone, nell’81…
– Sì, «dall’Ucciardone / all’Asinara, / un solo grido: / compagno, spara!»
– Ma nemmeno negli anni ’70 ci sono mai state così tante rivolte in così tante carceri, in simultanea.
– Qui comunque va a finire brutta brutta… Quelli che gli va bene li storpieranno di mazzate.

Un’ora prima l’ennesimo decreto aveva trasformato il paese intero in zona «a contenimento rafforzato». Ormai facevano un decreto al giorno, dopamina a balùs. Intossicati di brutto. Divieto assoluto di «assembramento», «#iostoacasa», «cambiamo abitudini», «#iostoacasa», tutti serrati in casa, dicevano popstar, rapper e trapolèr famosi e registi sorridenti con case immense ai Parioli e servitù. «Mostriamo responsabilità», «siamo tutti sulla stessa barca», «ce la faremo tutti insieme».

«Tutti insieme», ma contro i detenuti «non escludiamo di usare l’esercito». Loro mica sono sulla nostra barca. L’esercito. Vogliamo i colonnelli. Con Tognazzi.

– Visto come succede? Zac, e da un’ora all’altra non puoi più lasciare il paese.

Non scrivevamo più nelle biblioteche. Ormai avevano chiuso anche quelle. Non c’era più un posto dove mettersi, a casa c’erano i cinni e mille distrazioni, e così scrivevamo dove capitava: nei parchi dove c’era un po’ di wi-fi, sui gradini di San Petronio… Anche nella sala d’aspetto della stazione, quella con la breccia della bomba dell’80. Finché restava aperta.

Ci passavamo spesso, alla stazione, e una sera avevamo visto transitare convogli pieni zeppi diretti a meridione. «Folla sui treni per lasciare Milano», avrebbero titolato i giornali.

Da poche ore circolavano le bozze di un nuovo dpcm (decreto della presidenza del consiglio dei ministri). Cos’era, il quarto in una settimana? L’annuncio repentino che l’intera Lombardia e svariate province del resto dell’Alta Italia sarebbero diventate zone rosse – poi virate in «arancione» – aveva scatenato il fuggi fuggi, assembramenti ai binari, e in generale un rapido spargugliarsi di migliaia di persone sul territorio nazionale.

«Inaccettabile confusione causata dalla diffusione delle bozze del decreto», aveva detto il premier Conte. Si dava la colpa a un whistleblower. Una petizione lo individuava nel governatore Fontana e/o nel portavoce della pcm Casalino, e per non sbagliare chiedeva le dimissioni di entrambi.

Il potere e i suoi zelanti sostenitori si lamentavano che il «popolo bue» fosse stato informato prima anziché dopo, e che avesse capito e reagito «male».

Ma il caos non lo aveva scatenato il leak: lo aveva scatenato il testo stesso del decreto. E chi mai, potendo ancora andarsene e avendo un posto dove andare, avrebbe voluto restare intrappolato in una specie di grande lazzaretto?

[Rispondere con sincerità, per favore: senza infingimenti né pose da cittadini ligi o da forcaioli a misura di social.]

Inoltre, non era questione di «bozze» o «fraintendimenti»: anche il testo definitivo era – per dirla coi governatori delle regioni dipinte d’arancione – «pasticciato», «ambiguo», «di dubbia interpretazione e difficile applicazione», deciso e scritto «senza un confronto preventivo» ecc. Quanto alle misure che si capivano, erano «esagerate» e «senza una ratio», aveva detto Zaia, riferendo il parere negativo del comitato scientifico di cui si avvaleva la regione Veneto.

Intanto, il Viminale se la prendeva con le regioni, accusandole di muoversi alla spicciolata. Non quelle dove c’era il «contenimento rafforzato», ma tutte le altre. Alcune regioni del centro e del sud avevano annunciato la quarantena per chi veniva dalle zone a rischio, altre no.

Il governatore della Puglia Emiliano aveva criticato i revenants suoi corregionali, lagnandosi dell’«esodo» che portava a sud l’«epidemia lombarda» (sic).
Ma l’esodo non era cominciato la sera prima: era in corso da settimane, semplicemente con meno intensità e in modo meno visibile, perché ogni restrizione decisa in fretta e furia – e applicata senza la minima chiarezza – aveva aumentato la mobilità.

La fuga dal centro-nord era iniziata con le prime ordinanze regionali ed era proseguita senza interruzioni.

Molti precari, rimasti senza lavoro e non avendo ammortizzatori di alcun genere, erano tornati dai genitori, al sud o comunque sotto la linea gotica, dove almeno un piatto di minestra sapevano di rimediarlo.
– Non ho capito: dovevo fare la fame per accontentare Burioni?

Con gli atenei chiusi, anche molti studenti fuorisede erano ripartiti. Tanto, senza luoghi di socialità e cultura, senza musica e senza cinema, in città non c’era un cazzo da fare. Qualcuno se n’era andato già dopo la prima ordinanza, dopodiché, di restrizione in restrizione, la vita quotidiana si era fatta penosa e l’esodo era aumentato: bar, osterie e ristoranti chiusi dopo le 18; vietate persino le esibizioni degli artisti di strada…
– Non posso manco studiare, hanno chiuso le biblioteche. Che ci resto a fare in ‘sta città morta?

♫ Bulåggna che stai sotto la collina,
distesa come un vecchio addormentato,
la noia, l’abbandono, il niente
sono la tua malattia.
Bulåggna, ti lascio, io vado via. 

Per due giorni Bulåggna era rimasta una specie di isola, parte di un arcipelago che includeva Ferrara, Ravenna e Forlì-Cesena. A ovest la zona arancione cominciava dopo Anzola, a est Rimini era già dannata. La via Emilia interrotta da checkpoint e confini presidiati: non accadeva dal settembre del ’44.
Poi, in capo a due giorni, ci eravamo dannati anche noi, con tutto il Paese.
Nowhere to run anymore.

In Emilla-Romagna c’erano 75 persone ricoverate in terapia intensiva. Settantacinque in tutta la regione, e si diceva che la nostra sanità, fino a ieri «eccellenza», «fiore all’occhiello» ecc., era sull’orlo del collasso.

Ok, bisognava tener conto della crescita esponenziale, nel giro di una settimana potevano diventare 250, ma quello era il classico ragionamento di chi dà la colpa «alla Natura» per le distruzioni di un sisma, senza tener conto di come s’è costruito, di come s’è conciato il territorio.

A forza di chiudere ospedali, una regione di quattro milioni di abitanti s’era ridotta ad avere poche decine di posti-letto e ventilatori per affrontare l’epidemia.

Meglio andare con ordine, però. Sulla sanità, dopo.

Il mondo del lavoro era stato gettato nel caos. I decreti governativi imponevano la distanza di un metro sui luoghi di lavoro e lo smart working per chi poteva lavorare da casa. Questo creava una discriminazione evidente: c’era chi veniva messo in sicurezza e chi no.

La campagna comunicativa era ossessionante: «Restate a casa, non siate incoscienti!». Ma chi lavorava nei front office, chi mandava avanti gli uffici pubblici e i servizi, o rimaneva alla catena di montaggio, iniziava a sentirsi quello a cui era toccata la pagliuzza corta, e minacciava di mollare tutto. Cosa sarebbe successo se uffici e fabbriche non avessero più funzionato?

Intanto, la chiusura di palestre, centri sportivi, scuole, cinema e teatri aveva messo a casa una miriade di lavoratori autonomi o parasubordinati, che per le caratteristiche contrattuali faticavano ad avere accesso agli ammortizzatori sociali. I sindacati di base chiedevano il «reddito di quarantena», cioè misure di sostegno al reddito di tutti i cittadini, fossero lavoratori dipendenti, precari, autonomi, partite IVA, operatori sociali, lavoratori dello spettacolo ecc.

I lavoratori messi a casa scrivevano disorientati e disperati ai sindacati anche solo per sapere cosa fare:

«Salve,
vi scrivo per segnalare la perdita del periodo lavorativo corrispondente all’emergenza coronavirus.
Una delle società per cui sono responsabile di settore mi corrisponde €250 al mese. L’altra – una scuola dove insegno 15 ore a settimana – me ne corrisponde 300.
Per tutta la durata dell’emergenza non percepirò il compenso pattuito.
È una situazione che ci mette in ginocchio. Io ho famiglia e figli. Non è possibile essere trattati così.
Aiutateci. Grazie.»

Erano decine e decine le mail e le telefonate di quel tenore che riempivano le caselle postali e le linee delle Camere del Lavoro.

Dopo anni e anni di desindacalizzazione, emorragia di tesseramenti, disintermediazione, all’improvviso la gestione delle conseguenze dei decreti statali ricadeva sui “mediatori” sociali. Questi si ritrovavano impegnati all day long nell’attivazione delle casse integrazioni, anch’essi impreparati a reggere una valanga di quella portata, e a loro volta intralciati dalle ordinanze, che imponevano la distanza e il contingentamento degli ingressi. Anche loro rischiavano il collasso.

Lo stato emanava decreti draconiani – confusi e incoerenti – e il paese reale doveva interpretarli, tradurli, renderli sostenibili.

Ammesso che fosse possibile.

E non lo era.

Silvio Brusaferro

L’1 marzo il presidente dell’Istituto superiore di sanità Brusaferro aveva dichiarato:

«Se entro i prossimi sette giorni i contagi scenderanno vuol dire che le chiusure e le misure prese hanno funzionato.»

Di giorni ne erano passati dieci e tutti erano d’accordo: i contagi erano in rapido aumento. Rapidissimo. Tanto che «non c’è più tempo», aveva detto Conte annunciando la chiusura dell’Italia intera. Salvo poi lamentarsi, come sempre, che il popolo non aveva capito, perché s’era precipitato a fare scorte. Ma se mi dici «non c’è più tempo», che debbo capire io?

Per la precisione, in aumento erano le diagnosi positive: il numero reale di contagi – visto che la maggioranza si beccava il Covid-19 in forma asintomatica o lieve e nemmeno si faceva il tampone – non lo conosceva nessuno.

Ad ogni modo, stando alla proposizione condizionale di Brusaferro, si poteva concludere questo: le misure non avevano funzionato.

Del resto, alcune le avevano decise a dispetto dei pareri negativi degli esperti. Il 4 marzo, il comitato scientifico che prestava consulenza al governo aveva detto: chiudere le scuole adesso e per due settimane sarebbe di dubbia utilità. Parere ignorato dal governo, uscito sui media ma immediatamente affogato nel clamore, per esser presto dimenticato.

Ma non si trattava solo di inutilità: era plausibile che le ordinanze e i decreti fino al penultimo, aumentando gli spostamenti delle persone, avessero in realtà esteso il contagio.

Dunque cos’era rimasto da fare, secondo la logica da rotolone lungo il piano inclinato, se non dichiarare l’intera Italia zona «protetta»? Per questo il nuovo decreto, a sole 48 ore dal precedente.

Secondo il team dell’Istituto Sacco e dell’Università di Milano che studiava il virus Sars-CoV-2, quest’ultimo girava in Italia almeno da gennaio, mentre il primo decesso collegato al Covid-19 era del 21 febbraio.

Se era vero, allora le misure di contenimento erano tardive e dunque, anche fossero state più coerenti e la loro applicazione meno cialtronesca, sarebbero servite a poco. Che la tempistica fosse la chiave dell’efficacia lo dicevano diversi studi scovati e passati in rassegna da Mauro, e anche accreditati siti di informazione scientifica, come Medbunker:

«Punto fondamentale di tutte queste misure è che vanno applicate appena possibile, subito. Un ritardo può renderle meno efficaci o completamente inutili.»

Si parlava di lui.

In Italia, nel periodo da dicembre (esplosione dell’epidemia a Wuhan) al 21 febbraio, cosa si era fatto? Non era tanto difficile intuire che, prima o poi, l’epidemia di Covid-19 sarebbe uscita dalla Cina. E in ogni caso, era un’eventualità alla quale prepararsi.

Invece ci si era crogiolati nella disinformazione e nell’autocompiacimento orientalista. Più o meno: «Guardate i cinesi, si credevano stocazzo e adesso muoiono come mosche!». Per il resto, giornali e tv – come sempre – avevano rigurgitato scemenze, ruttato gossip, reiterato gare di cucina e ruminato la solita politichetta di infimo cabotaggio. Pagine e pagine, ore e ore e ore di talk-show a mostrare la buzza di un miracolato come Salvini o commentare le bizze di un has-been come Renzi.

Il 21 febbraio «La Stampa» faceva ancora battute sul “virus” della politica italiana e in prima pagina c’erano insulsaggini su Renzi. Il giorno dopo, tutti i giornali avrebbero aperto a cinque colonne sul primo morto di Covid-19 in Italia.

Come aveva ben riassunto Girolamo De Michele,

«se invece di strepitare istericamente sulla chiusura delle frontiere quando – ora lo sappiamo con certezza – il virus era già in Italia (e non lo avevano portato i cinesi) si fossero per tempo rafforzati i presidi sanitari, partendo dalla constatazione che il virus non sarebbe rimasto confinato nella provincia di Hubei, è probabile che quello che è stato considerato un picco di polmoniti da influenza stagionale sarebbe stato riconosciuto nella sua vera natura. Se fossero stati predisposti, come in Cina, adeguati ricambi al personale medico, evitando turni stressanti che sono la norma e che hanno offuscato la capacità di riconoscere l’improbabile dietro il consueto; se i primi pazienti fossero stati, oltreché identificati, ricoverati in ambienti idonei; il virus non avrebbe avuto una diffusione epidemica.»

Dopo la prima morte, in sole ventiquattr’ore si era passati dal regime della cazzata al regime della paranoia.

E purtroppo il caso del 38enne di Codogno – il «Paziente Uno» – aveva funzionato da diversivo, disperdendo l’attenzione in troppe direzioni, distogliendola dal fatto che tutte le altre vittime erano anziane e/o già indebolite da altre patologie. Ogni volta che lo facevi notare, qualcuno ti rispondeva: – E allora il 38enne di Codogno, eh?

Se constatavi che l’89% per cento dei morti era sopra i 70 anni, il 58% sopra gli 80, e nel complesso l’età media era 81, ti accusavano di «fregartene se muoiono i vecchietti». In rete, svariati post e commenti di imbezèl ci accusavano di questo.

Al contrario, quei dati – lampanti com’erano – avrebbero dovuto far capire che gli anziani andavano protetti in special modo, senza disperdere energie e diffondere paranoie, informandoli subito e adeguatamente. Qualcosa tipo: – Nonno, la situazione è rischiosa, per un po’ senti i nipoti per telefono e aspetta ben che passi la buriana.
Messaggio a tutta prima simile ma in realtà ben diverso dal generico, tardivo e terrorizzante «Anziani chiusi in casa!» risuonato che ormai eravamo a marzo.

Come avevamo scritto nel Diario virale #2, ci sarebbe stato bisogno subito di

«corretta informazione, unita alla capillarità dell’assistenza e a elementari misure di profilassi nella routine quotidiana, […] intervenire sulle esigenze dei più vulnerabili – principalmente anziani e immunodepressi – e potenziare le strutture ospedaliere che potessero accoglierli.»

Se l’obiettivo era «non far collassare la sanità», allora si sarebbe dovuto agire sui soggetti più a rischio, e intanto premunirsi aumentando i posti-letto in terapia intensiva, comprando nuovi ventilatori ecc.

Invece tutti i provvedimenti – chiusura dei luoghi di studio e cultura, poi dei luoghi di lavoro, poi di intere province e infine, in un crescendo di panico, dell’intera nazione – erano stati massimalisti e generici, e avevano avvelenato la vita sociale, diffondendo la paura del prossimo, il sospetto verso i rapporti umani, il desiderio di ulteriori misure securitarie.

Per due settimane la regione Emilia-Romagna aveva tenuto chiuse le scuole ma non i centri anziani. E così, sedici dei nuovi ammalati s’erano passati il virus nella stessa bocciofila. Se era aperta, normale che qualcuno pensasse di poterci andare, no? Se non volevi che ci andassero, dovevi chiuderla, no?

Ma le autorità, lungi dal fare autocritica, si erano messe a colpevolizzare gli anziani. Era partito il mantra: «Gli anziani a casa!».

Mantra inutile, perché era una toppa ipocrita messa sul buco di prima, e perché era un’ingiunzione vuota, come se negli anni di massima diffusione dell’Aids ci avessero detto tout court: – Non dovete chiavare! NON chiavate!

Mantra controproducente, perché inibiva anche condotte che invece sarebbero state salutari. Come nell’apologo raccontato su Giap dall’utente Vecio Baeordo:

«Ieri mia madre, che è ampiamente nell’età a rischio, mi ha detto: “Sarei uscita volentieri, sto bene, non faceva freddo e come sai ho tanto bisogno di camminare, ma dicono di stare chiusi in casa e ci sono rimasta”. Non sarebbe andata in birreria, e nemmeno al supermercato (ci vado io per lei), sarebbe andata a prendere una boccata d’aria, a muovere i muscoli e a far circolare un po’ il sangue. Zero contatti. Zero aumento rischio contagio […] Siamo partiti da un virus e siamo arrivati a un Generico Babau che sta “là fuori”. Un nemico invisibile ed esterno. Tecnicamente una paranoia.»

Finalmente, al TG1 delle 20 dell’8 marzo, uno scienziato senza aspirazioni sbirresche, l’infettivologo Massimo Andreoni dell’Università di Tor Vergata, l’aveva detto chiaro:

«gli anziani non devono restare confinati notte e giorno, è importante anche per loro uscire e svagarsi, magari non frequentando luoghi affollati, ma una bella passeggiata non può fare che bene.»

Nel frattempo, proprio lì a Bulåggna, un paziente proveniente dal piacentino, con la tosse, era stato ricoverato in Urologia per un intervento, senza problemi, nessuno gli aveva chiesto niente… e avevano dovuto chiudere l’intero reparto, perché solo dopo giorni s’erano accorti che aveva la febbre da Covid-19, non da decorso post-operatorio. E i pazienti di Urologia erano stati ricollocati altrove.

L’episodio faceva capire bene su quale genere di prevenzione/informazione si sarebbe dovuto puntare – triage all’ingresso delle strutture sanitarie, procedure diagnostiche mirate, potenziamento delle strutture ecc. – e su quale invece ci si era incaponiti a insistere: – NO interazioni sociali! State A CASA! #IOSTOACASA!!!

Ma quando politici e influencer intimavano «a casa!», quali case avevano in mente?

Le loro, a quanto pareva.
A leggere le disposizioni sulle misure di contenimento, sembrava che ciascun italiano avesse una stanza tutta per sé dentro una casa spaziosissima, e ovviamente ciascuno avesse un bagno separato.
Nel decreto del 7 marzo, per esempio, c’era scritto che chi aveva i sintomi doveva «rimanere nella propria stanza con la porta chiusa garantendo un’adeguata ventilazione naturale».

Ammalato o meno, chi restava in casa passava il tempo davanti alla tv, ad alimentare il proprio terrore, o sui social, dove ci si aizzava e impauriva e caricava la molla a vicenda, commentando gli annunci sempre più ansiosi e ansiogeni, facendo reload per aggiornare la “partita doppia” dei morti e dei guariti.

Numeri sciorinati minuto per minuto come fosse una partita a basket Italiani contro Coronavirus.

Numeri decontestualizzati e perciò inutili a farsi un’idea sensata della situazione, come nel 2011 con l’aumento del misterioso «Spread».

Whatsapp era l’arma che aveva fatto più danni, di gran lunga il più potente amplificatore di paranoia. Messaggi vocali proliferanti parlavano di «ventenni intubati», uno era attribuito a sanitari del Niguarda di Milano. L’ospedale aveva smentito. Una bufalazza, giusto per alimentare il terrore. «Una menzogna e una porcheria inqualificabile», aveva detto il primario del San Raffaele, aggiungendo:

«Noi abbiamo 27 persone in terapia intensiva, sei sono guariti e ce n’è uno di 18. Ma uno. E capita anche in periodi normali che un giovane possa ammalarsi di polmonite. L’età media dei pazienti è 70 anni.»

Ma c’era poco da smentire, perché i social giocavano di rimessa. Il problema era il circolo vizioso tra politica e informazione mainstream.

Se si fosse continuato a parlare solo di contagi e morti e zone rosse, la paranoia avrebbe continuato ad autoalimentarsi e a produrre mostri e decreti-mostro sempre più assurdi.

Anche perché i politici reagivano sempre peggio e con meno lucidità man mano che scoprivano di essere positivi al test.

Era come se al governo ci fosse re Julian, quello di Madagascar.
– Nel secondo film vuole offrire Melman la giraffa in sacrificio al vulcano, per far finire la siccità.
– Ecco, uguale.

Era indispensabile allargare il campo dei discorsi e dell’analisi, oltre la risposta codina «Qualcosa devono pur fare!»

In un mese e mezzo di emergenza, delle carceri se n’erano fottuti tutti, come di altre realtà di sovraffollamento coatto, tipo CPR, dormitori e centri d’accoglienza.

Da anni la situazione nei penitenziari, sovraffollatissimi, era gestita sul filo del rasoio. Con l’emergenza, le condizioni di vita erano ulteriormente peggiorate, anche per via di restrizioni iper-zelanti e ingiustificate, misure improvvisate che il Garante nazionale dei diritti dei detenuti aveva definito «frutto di un irragionevole allarmismo che retroagisce determinando un allarme sempre crescente che non trova fondamento né giustificazione sul piano dell’efficacia delle misure.»

La tensione cresceva da settimane. L’associazione Antigone aveva cercato di farlo capire, e avanzato proposte di buon senso, restando inascoltata.

Finché non erano esplosi i grandi riot. Per ora, solo nelle prigioni. Domani, chissà.

Mentre scrivevamo, era giunta la notizia che a Modena un detenuto era morto, poi i morti erano saliti a tre e c’era un ferito grave, poi i morti erano diventati sei, poi sette, infine otto. Tre morti anche a Rieti. A Pavia venivano presi in ostaggio due agenti di custodia. A Foggia c’era stata un’evasione di massa.

Il 10 marzo era esplosa anche la Dozza. Centinaia di detenuti si erano impadroniti del reparto giudiziario. Verso sera, compagne e compagni avevano raggiunto il carcere ed esposto uno striscione con la scritta «Amnistia subito! Liber* tutt*!». A quel punto, le autorità non avevano più fatto passare nessuno. Noi c’eravamo arrivati solo perché Wu Ming 2 conosceva ogni cazzo di sentiero e cavedagna dei dintorni.

Da decenni in Italia non si vedevano rivolte carcerarie tanto vaste e radicali. I detenuti erano i primissimi a rivoltarsi apertamente contro la gestione dell’epidemia sulla pelle dei più deboli e dei già esclusi.

La cosa più sensata da fare, e (in un paese diverso) realizzabile subito, l’aveva enunciata con la massima chiarezza Luca Abbà:

«liberare chi già gode di benefici, chi è sopra una soglia di età definita “a rischio”, chi ha un residuo di pena sotto i due anni. Non sta a me proporre quali misure alternative si potrebbero applicare (tipo obblighi di firma, rientri domiciliari ecc…) e nemmeno la forma legislativa adeguata (amnistia, indulto, decreto legge). Ai detenuti esclusi da tale provvedimento si potrebbero applicare più facilmente misure di prevenzione e sicurezza adeguate per poter garantire i colloqui con i propri cari e condizioni di detenzione meno disagiate di quelle odierne a causa del sovraffollamento cronico degli ultimi anni.»

Clicca per ingrandire.

I detenuti non si erano fatti paralizzare dal timore di essere criminalizzati: stavano già in gaiba, più di così…

Fuori, per esser messi alla gogna e additati come delinquenti bastava esprimere un minimo scetticismo sulla gestione dell’emergenza.

Sui social circolava la solita memetica e “satira” fascistoide, in cui si dava la colpa dell’epidemia a vari capri espiatori: gli «italiani che se ne fottono delle regole», la fauna della «movida», un pingue e sudicio attivista con la bandiera della pace… Ma anche in questo caso, a fomentare erano i media mainstream, con gli articoli contro i presunti «furbetti della quarantena».

C’era un chiaro desiderio di «maniere spicce», di uno stato autoritario che facesse «pulizia».
Tanti dicevano che la Cina ce l’aveva fatta perché lì c’era un regime, una dittatura.
Altri blateravano di responsabilità collettiva e di «proteggere i più deboli», quando fino al giorno prima avevano incensato la meritocrazia, il darwinismo sociale e chissenefotte delle persone più fragili.

Più sottile, l’accusa di «sminuire l’emergenza».

A noi sembrava che quell’accusa andasse rovesciata.

Sminuiva l’emergenza chi accusava gli altri di sminuire l’epidemia.

Sminuiva l’emergenza chi la confondeva con l’epidemia.

Sminuiva l’emergenza chi voleva parlare solo del virus, del numero dei contagiati, del «bollettino di guerra» strettamente sanitario ecc.

La fallacia era parlare di provvedimenti politici drastici e senza precedenti, di misure di governance con ricadute sociali a cascata, come se fossero procedure cliniche. Lo spettacolo di una «medicalizzazione della politica» era messo in scena giorno e notte, tramite l’insistenza su mascherine e ingressi di ospedali. E se non ti adeguavi a quel modo di parlare dell’emergenza, ti accusavano di «sottovalutare la situazione».

Colpa di un equivoco di fondo, un malinteso concettuale che ci vedeva reciprocamente lost in translation.

C’era chi per «emergenza» intendeva il pericolo da cui l’emergenza prendeva le mosse, cioè l’epidemia.

Invece, noi e pochi altri – in nettissima minoranza ma in continuità con un dibattito almeno quarantennale – chiamavamo «emergenza» quel che veniva costruito sul pericolo: il clima che si instaurava, la legislazione speciale, le deroghe a diritti altrimenti ritenuti intoccabili, la riconfigurazione dei poteri…

Chi, ogni volta che si parlava di tutto ciò, voleva subito tornare a parlare sempre e solo del virus in sé, della sua eziologia, della sua letalità, delle sue differenze con l’influenza ecc., a nostro parere sottovalutava la situazione.

Qualcuno, poi, accusava a vanvera di «negazionismo».

Noi stessi, pur non avendo mai negato la pericolosità del virus e l’esistenza dell’epidemia, ci eravamo beccati l’epiteto «negazionisti epidemiologici».

Beh, c’eravamo abituati.
Con calma, ci sarebbe stato da riflettere su quanto l’accusa di «negazionismo del coronavirus» avesse in comune con quella, altrettanto farlocca, di «negazionismo delle foibe».

In ogni caso, l’uso a cuor leggero del concetto di «negazionismo» faceva danni: inflazionando il termine e rendendo l’accusa passepartout, si toglieva l’erba sotto i piedi a chi cercava di contrastare i negazionisti veri: quelli dei crimini nazifascisti e quelli del cambiamento climatico. Che, tra l’altro, sovente coincidevano.

In un commento su Giap, Wolf aveva scritto:

«È almeno dal 92-93 che non disponiamo più di un tempo ordinario, una qualche emergenza c’era sempre, come minimo quella farlocchissima dei “conti pubblici”; […] non riconoscere l’emergenza permanente in cui siamo immersi è, come minimo, sintomo di una totale mancanza di senso storico.»

Sempre Wolf, in un altro commento, aveva invitato a ponderare le somiglianze tra la retorica sull’epidemia e quella che aveva preceduto la nomina e l’insediamento del governo Monti.

E così c’eravamo accorti del parallelismo tra dati sul contagio e «spread». Anche nel 2011 si era percossa, martellata l’opinione pubblica con cifre decontestualizzate, facendo crescere la paura dell’irreparabile, finché non c’era stato un quasi-coup d’état pilotato dall’UE per disarcionare il Berlusca e insediare Monti.

Ma in realtà l’emergenza permanente era cominciata prima, nella stagione delle leggi speciali sul terrorismo. A fine anni Novanta ci avevamo pure scritto sopra un libro, Nemici dello Stato. Criminali, «mostri» e leggi speciali nella società di controllo (Derive Approdi, 1999).

Prima del Covid-19, eravamo convinti che la critica dell’emergenza fosse ormai patrimonio dei movimenti. Una consapevolezza più acuta in alcuni attivisti e più vaga in altri, anche astratta volendo, ma in ogni caso presente.

Eravamo anche convinti che le ricette di organizzazioni internazionali come l’OMS, il Fondo monetario, il WTO, l’UNESCO, la FAO non venissero prese ipso facto come Vangelo.

E invece.

Molti che negli anni, dentro i movimenti sociali, non avevano lesinato discorsi (e retorica) sull’emergenza come metodo di governo, di fronte all’emergenza coronavirus balbettavano e sembravano sguarniti di strumenti critici, affannati e pavidi di fronte a eventuali accuse di «irresponsabilità», poco o per nulla desiderosi di «spazzolare contropelo» i discorsi dominanti. E lo stesso di fronte alla tracotanza di qualunque «esperto» o ai comunicati dell’OMS.

Qualcuno andava oltre, mostrandosi proprio infastidito dal pensiero critico.

Da lì le accuse di stampo perbenista, rivolte anche da parte di “insospettabili” a chi nonostante tutto cercava di esercitarlo, il pensiero critico, per bene o male che gli riuscisse, e non rinunciava alla parresìa, al parlar franco, anche rischiando attacchi e impopolarità.

A saltare per prima era stata la capacità di comprendere i discorsi altrui. «Se fai il paragone con l’influenza», aveva scritto Robydoc su Giap, «poi devi specificare che non è un paragone epidemiologico: è come se stessi facendo il paragone con i morti sul lavoro.»

Eh, già. «Numquam nominare influentiam», precetto di stretta osservanza burioniana. Chiunque avesse detto cose ovvie sul fatto che, sotto l’aspetto sintomatico, la maggior parte dei pazienti che s’accorgeva di avere la malattia la viveva come un’influenza più aggressiva, aveva scatenato reazioni pavloviane e s’era beccato epiteti. RobyDoc proseguiva:

«Se dici che “non sembra sia il virus in quanto tale che uccide, visto che deve agire a certe condizioni per essere pericoloso”, devi specificare che questo non significa “tanto non toccherà a me”; se metti in rilievo l’insensatezza e la contradditorietà di alcuni provvedimenti, poi devi specificare che non stai proponendo di andare a vedersi la partita, eccetera.»

Chi non aveva reagito come sopra, spesso aveva scelto l’autocensura, per non passare come «quello che sminuiva», il «negazionista», il «dietrologo» (!) e quant’altro.

Forse con il decreto serale del 9 marzo qualcuno avrebbe cominciato ad aprire gli occhi.

Giorgio Agamben

Giorgio Agamben, più di chiunque altro, aveva subito il tiro al piccione, per un suo articolo uscito su Il manifesto.

Agamben si era espresso male e frettolosamente parlando del virus vero e proprio (ancora una volta l’eziologia, alla quale si sarebbero voluti confinare tutti i discorsi!), ma nelle righe sull’emergenza il suo monito era stato: attenzione, la situazione di questi giorni dimostra che, dal punto di vista del controllo e del disciplinamento sociale, sfruttando un’epidemia si può ottenere di più e molto più in fretta che sfruttando altri pericoli. E aveva fatto l’esempio del terrorismo.

Esempio ripreso anche da Mattia Galeotti su Giap, ma in un modo che poteva essere d’ispirazione e al tempo stesso aiutava a ribadire la differenza tra pericolo ed emergenza.

Nella Francia di fine 2015, dopo il massacro al Bataclan e gli altri attacchi del 13 novembre, il pericolo terrorismo era reale: le stragi c’erano state. Ma l’emergenza terrorismo era una superfetazione, era tutto il «di più» costruito sul pericolo reale: la legge marziale, lo stato di polizia, il divieto di manifestare ecc.

Scetticismo e critiche si erano diffusi tra i francesi fin da subito, ma, come aveva scritto Galeotti, non poteva bastare «la semplice evidenza dell’insensatezza [di divieti e restrizioni]», perché erano altrettanto diffusi la paura e il precetto «non è il momento di criticare».

«A un certo punto però qualcun* ha detto qualcosa di completamente diverso. È cominciato molto piano con le manifestazioni dei migranti e con la contestazione della COP21: alcune manifestazioni non autorizzate hanno violato i divieti a partire da un rifiuto dell’emergenza («la vera emergenza è il clima», uno slogan di quei giorni). Stiamo parlando del finire del 2015, ma quei giorni sono stati importanti per aprire il ciclo in cui l’Esagono si trova anche adesso. Così come è stato fondamentale che il movimento contro la Loi Travail dell’anno successivo de-sacralizzasse Place de la Republique, che era all’epoca diventata un simulacro di unità nazionale, con la statua piena di candele e frasi strappalacrime. Destituire l’emergenza è un’operazione che in Francia è riuscita.»

L’état d’urgence giustificato col pericolo del terrorismo era stato sfidato e disarticolato dal basso, dall’avvio del ciclo di mobilitazioni politiche e sindacali partito allora e che durava ancora nel 2020.

I milioni di persone che avevano infranto i divieti non erano «negazionisti», gente che non credeva all’esistenza dell’ISIS. Era gente che contestava ciò che si voleva imporre sfruttando il pericolo rappresentato dall’ISIS.

Ci avevano spesso accusati di ottimismo. In passato, bastava che constatassimo «in Italia le lotte ci sono» e molti: – Uh, come siete ottimisti…

Semplicemente, non ci eravamo mai abbandonati a fatalismo e melancolia. E chissà se era ottimismo pensare che, nonostante tutto, l’emergenza fosse contrastabile, disarticolabile, e lo stato d’emergenza destituibile, e che il conflitto reale sarebbe tornato a manifestarsi.

Eravamo stati attaccati per avere scritto, nel Diario virale #1, quel che in realtà avevano scritto anche svariati esperti e rispettati divulgatori, e che il sito Scienza in Rete aveva così riassunto:

«Quello che si DEVE dire è, sic et simpliciter, che molti di quelli che incontrano il virus nemmeno se ne accorgono. Di quelli che manifestano sintomi, solo una percentuale minima, forse il 2% o 3% (alla fine dell’emergenza saranno anche meno) ci lasciano le penne; un numero che certamente si vorrebbe, e dovrebbe, evitare, ma che va considerato nella sua giusta dimensione […] Per essere ancora più chiari: non è né la febbre gialla né il vaiolo, e non è nemmeno la MERS, né la SARS (queste ultime due condizioni sono causate da altri coronavirus). Se lo si dicesse chiaramente, ribadendo il concetto che questa letalità, unita alla finora bassa probabilità di contagio individuale, produce un rischio individuale nullo per chi non si trova in zona ad alta densità di contagio […] si eviterebbero le code ai supermercati per comperare 50 scatolette di tonno, 6 flaconi di amuchina o 50 bottiglie di acqua.»

E invece, come già avevamo fatto notare, altri esperti – magari per vendere un instant-book con prima tiratura da centomila copie – alla chiarezza preferivano l’allarme indiscriminato, fino a lanciare strali contro chi, già guarito, usciva di casa, dando così un presunto «segnale sbagliato».

C’erano poi vari modi di giustificare le misure prese, trasformando in Sacre Scritture studi dagli esiti dichiaratamente incerti e sfumati.

Mai come in quei giorni s’era visto che la comunicazione scientifica si presentava come «neutra» ma era inzuppata di ideologia dominante, come ogni altra comunicazione, e presa nelle contraddizioni del reale. Ne aveva scritto su Giap Mariano Tomatis qualche anno prima, e in quell’occasione c’era stato un bel dibattito.

Ma gli ultimi in grado di rendersene conto sembravano essere gli scienziati. Il Patto Trasversale per la Scienza concludeva così il suo comunicato congiunto sull’emergenza Coronavirus:

«è importante ribadire che non c’è nessun disaccordo tra scienziati, in quanto le nostre valutazioni ed i nostri obiettivi sono comuni. D’altronde non potrebbe essere altrimenti tra persone che sanno dove iniziano i fatti e dove finiscono le opinioni.»

Seguivano le firme di importanti luminari e professori ordinari (tutti rigorosamente maschi), della cui competenza specifica non potevamo discutere. Tuttavia, se la loro preparazione epistemologica e filosofica era quella che emergeva dall’ultima frase, condita peraltro da un’insopportabile presunzione, non c’era proprio da stare allegri.

Come aveva notato l’urbanista Enzo Scandurra, l’epidemia aveva mostrato la fragilità della costruzione neoliberista:

Enzo Scandurra

«La ridondanza e la flessibilità assicurano che se una parte del sistema va sotto stress (per es. il fegato nel caso del sistema-uomo) altre parti del sistema collaborano per attenuare lo stato di stress del sottosistema. I sistemi viventi sono infatti sistemi ridondanti e con notevoli caratteristiche di flessibilità […] la flessibilità è il contrario della specializzazione. Tanto più un sistema è specializzato, ovvero basato su un’unica variabile o sull’uso spinto di una tecnologia, tanto più sarà fragile e non capace di resistere a cambiamenti imprevisti. Questo è evidente nel caso dell’Alta Velocità dove uno scambio mal progettato ha praticamente messo in ginocchio tutto il sistema dei trasporti ferroviari […] C’è allora da riflettere su come le nostre città siano sistemi dotati di scarsa flessibilità […] quando si verifica il collasso di uno dei sottosistemi (la sanità, ad esempio), l’intero sistema entra in uno stato altamente critico.»

Un esempio di parametro che aveva impedito la flessibilità e preparato il disastro era il cosiddetto «rapporto deficit-PIL non superiore al 3%», uno dei più noti dogmi neoliberali, nato in Francia nei primi anni Ottanta e divenuto una delle pietre angolari del Trattato di Maastricht (1992).

Ogni volta che si affrontava una questione seria si chiedeva la deroga a quel parametro. A riprova che era insensato. Del resto, lo aveva ammesso il suo stesso inventore.

Guy Abeille

«Se mi chiede se la regola adottata oggi in Europa […] secondo cui il deficit di un Paese non deve superare il 3% del Pil abbia basi scientifiche, le rispondo subito di no. Perché sono stato io a idearla, nella notte del 9 giugno 1981, su richiesta esplicita del presidente François Mitterrand che aveva fretta di trovare una soluzione semplice che mettesse rapidamente un freno alla spesa del governo di sinistra che nel frattempo stava esplodendo. Così in meno di un’ora, senza l’assistenza di una teoria economica, è nata l’idea del 3% […] il numero 3, che è noto al pubblico per vari motivi ed ha un’accezione positiva, si pensi alle Tre Grazie, ai tre giorni della resurrezione, le tre età di Auguste Comte, i tre colori primari, la lista è infinita. Un numero, magico, quasi sciamanico, facilmente spendibile anche nel marketing politico […]»
(Guy Abeille, intervistato dal Sole24Ore, 04/04/2019)

I dogmi neoliberisti inscritti nei trattati europei e recepiti dalle leggi italiane avevano imposto feticci come il «pareggio di bilancio», inserito perfino nella Costituzione.

Proprio l’inseguimento del «pareggio di bilancio» era quello che aveva devastato il welfare state e in particolare la sanità pubblica, che adesso, dopo quasi trent’anni di tagli, si ritrovava incapace di gestire l’epidemia.
Così avevano riassunto lo sfascio le CLAP (Camere del Lavoro Autonomo e Precario):

«Dal 1997 […] l’Italia ha perso 100mila posti letto […] Tra il 2012 e il 2017 […] sono stati soppressi 759 reparti ospedalieri.»

Ora si diceva che per affrontare l’epidemia bisognava operare in deficit di oltre sette miliardi. Una super-deroga giustificata dalla situazione.

Sì, si potevano chiedere e ottenere deroghe, ma quanto a soluzioni razionali sul lungo periodo, c’era poco da sperare.

«Il servizio sanitario è al collasso!», «i posti-letto già finiti!»… Si parlava di posti-letto e di capienza del sistema sanitario come se fossero premesse assiomatiche, un datum quasi immodificabile.
E invece, se c’era davvero grande pericolo, allora si sarebbero dovuti mettere in questione anche i dogmi più consolidati.

C’era urgenza? Allora che si precettassero le cliniche e gli ospedali privati, quelli che avevano guadagnato dall’aziendalizzazione, privatizzazione e frammentazione del Sistema Sanitario Nazionale.

Qualcuno non voleva essere precettato? Requisire la struttura. L’esproprio per pubblica utilità lo prevedeva anche la Costituzione, che quando parlava della proprietà privata ne limitava «i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale».

Nell’Italia di un universo parallelo, l’epidemia poteva essere l’occasione giusta, poteva stimolare un’inversione di rotta e il ritorno a una sanità veramente pubblica, universale e gratuita.

Ma come arrivarci, in quell’universo parallelo? Neanche a Reggio Emilia, si poteva andare.

I ruzzoloni in borsa (il 9 marzo Piazza Affari aveva chiuso a -9%) e il fatto che molti settori dell’economia fossero in sofferenza veniva usato per dire: – Avete scazzato analisi, il capitalismo non ci guadagna niente.

Chi traeva simili conclusioni non faceva altro che cadere in balia di due equivoci:
1) scambiava l’«economia» nella sua dimensione contingente per il capitalismo come sistema, e
2) confondeva il «governo» – inteso come la momentanea compagine dei politici che ricoprivano gli incarichi ministeriali – con la governance, cioè con l’insieme di strumenti atti ad assicurare la stabilità dei rapporti tra governanti e governat*.

Più o meno lo stesso errore di quando si confondeva «il tempo che fa» con il clima, e si diceva: – Oggi fa freddo, dove sarebbe questo riscaldamento globale, eh?

L’emergenza consentiva una vastissima speculazione finanziaria.

Dall’emergenza estraevano valore le grandi piattaforme, come Google che ne approfittava per prendersi sempre più pezzi di scuola pubblica.

Dell’emergenza approfittava l’industria dell’intelligenza artificiale applicata a sorveglianza e controllo, dalle videocamere smart alle nuove macchine biometriche da usare nei checkpoint ai termoscan che si stavano installando anche nei nostri aeroporti e nelle nostre stazioni, fino ai droni progettati ad hoc per i cordoni sanitari. E come si fregavano le mani gli organizzatori della più grande expo del settore, la iHLS InnoTech Expo, che si sarebbe tenuta a Tel Aviv a novembre:

«Interested in learning more about the applications of robotics and AI in emergency and disaster scenarios? Attend iHLS InnoTech Expo!»

Sul sito dell’expo c’erano vari articoli dove si parlava dell’emergenza coronavirus. Uno, ad esempio, la descriveva come una grandissima opportunità per vendere ai governi droni di ultima generazione.

L’emergenza permetteva anche di dividere, riconfigurare e controllare meglio i territori, stabilendo quali fossero sacrificabili e quali no.

Prima che l’intera Lombardia diventasse «zona arancione» e poi tutto il Paese «zona protetta», c’era stato, per dirla con Zone Rosse su Giap:

«un tentativo di riconfigurare la geografia nel senso di un controllo del territorio che consentisse a Milano e al polo logistico di Piacenza di funzionare a “regime coronavirus” […] sacrificare le province di Cremona e Lodi e parte della bergamasca per non compromettere la finanza, il flusso della logistica e l’asse Milano-Venezia.»

Nelle Marche, si era deciso di “dedicare” al Coronavirus l’ospedale di Camerino – al centro di un territorio fragile, che già da quattro anni viveva l’emergenza terremoto, senza nemmeno i medici di famiglia in molti paesi. I ricoverati erano stati trasferiti a San Severino e Macerata, i lungodegenti a Cingoli.

Ma anche dai territori “sacrificati” si poteva estrarre valore. Wolf aveva attirato la nostra attenzione su certi discorsi:

«stamattina alla “voce del padrone” [Radio24, N.d.R.] un deputato della Lega che si trova in zona rossa (non ricordo il nome, ma poco importa) proponeva la trasformazione delle zone rosse in ZES, zone economiche speciali, cioè territori in cui si deroga a normative fiscali, del lavoro, ambientali… a favore delle imprese.»

Si stavano facendo ipotesi ed esperimenti. Caoticamente, alla carlona, scherzando con la catastrofe, ma intanto si insinuavano idee, scenari fino ad allora impensabili diventavano pensabili, e qualcosa sarebbe tornato utile.

Toccava ribadirlo: la funzionalità dell’emergenza non era la messa in pratica di alcun complotto o Piano perfetto o bella pensata o Volontà del Signor Capitale, ma era una funzionalità sistemica, parte dell’operatività strutturale del capitalismo, ed era sempre l’esito di contraddizioni e conflitti.

Per tornare sulle cause sistemiche delle nuove epidemie: da tempo si preconizzava che il surriscaldamento globale, sciogliendo il permafrost, avrebbe “risvegliato” virus coi quali noi umani non eravamo mai entrati in contatto.

Avremmo reagito ogni volta come con questo coronavirus?

O avremmo finalmente deciso di farla finita con il capitalismo?

La Dozza in fiamme, foto di Wu Ming 2.

In mezzo al campo arato osservavamo il fumo salire denso dal carcere e perdersi nella notte. Sentivamo le urla, gli scoppi dei lacrimogeni, le sirene. Tutto intorno a noi un paesaggio da horror rurale; in lontananza la basilica di San Luca, sempre illuminata; e più vicino, le luci del quartiere fieristico.

Quel lembo di terra era ancora Bulåggna, ma non lo era già più. Da quella spianata rischiarata dalla luna guardavamo l’immagine mostruosa del paese riflettersi nelle fiamme. Non sapevamo cosa ci aspettava, ma potevamo immaginarlo. Ci sentivamo grati di essere lì, l’uno per l’altro. Urticati, infangati e forse perfino fuori tempo massimo per saltare canali, ma c’eravamo. Non da soli.

Saremmo andati a cercare chiunque non avesse ancora ceduto all’insensatezza. Questo ci avrebbe dato la forza nei tempi a venire. Come sempre.
E avremmo scommesso ancora sull’intelligenza contro l’idiozia di stato, la paranoia collettiva, la politica emergenziale. Una volta di più. Un minuto di più.

In fondo, non c’era mai stato un motivo più valido per fare ciò che andava fatto.

Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)

Print Friendly, PDF & Email

244 commenti su “Diario virale / 3. Contro chi sminuisce l’emergenza (1-10 marzo 2020)

  1. […] Wu Ming [Prima puntata, 23-25 febbraio 2020 – Terza puntata (1-10 marzo […]

  2. […] di Wu Ming [Prima puntata. – La seconda puntata (26-28 febbraio) è qui – La terza (1-10 marzo) è qui.] […]

  3. Vi prego, vi prego, vi prego, continuate a scrivere. Leggervi è l’unica cura in questo momento.

  4. Bellissimo pezzo.
    Solo un po’ lungo, difficile ma ne vale la pena.
    Appunto da correttore di bozze che non sono. Quando scrivete 10 marzo recte 9.

  5. Concordo con P: lungo e un po’ difficile, ma da leggere e rileggere. Grazie. Mi sento meno sola.

  6. In questi tempi di ” coprifuoco ” e ” legge marziale” , appello alla responsabilità individuale e al senso civico ( con conseguente scotto da pagare a proprie spese),dopo che per anni si è alimentato l’ individualismo più spietato e la concorrenza fra poveri, la competizione come valore supremo, in questi tempi di lavoratori della sanità pubblica precettati (costretti a prestazioni eroiche, per nascondere le falle della sanità) ci sono anche altre vittime recluse che già, normalmente, pagano il costo altissimo di una totale mancanza di visibilità e che, come i detenuti, non hanno voce e non hanno diritti: sono gli esseri viventi che ” abbiamo ” intrappolato in tutti i luoghi di detenzione del territorio, per garantire che le attività produttive non fossero intralciate dalla loro presenza. Le città non sono pianificate per rallentare i ritmi della produzione. E questi luoghi di detenzione, sempre più appaltati a gestioni private e non comunali, si sono rivelati occasione per speculazioni significative. Le ordinanze restrittive della libertà personale non calcolano il danno che la limitazione della libertà di spostamento può, ulteriormente, procurare a chi è detenuto. Per garantire invece che la produzione non si fermi mai.Questo si che giustifica gli spostamenti e basta ” autocerficarsi”… ma gli animali reclusi non possono neanche appiccare il fuoco alla loro prigione.

  7. Leggendo le condanne delle istituzioni a chi si è mosso al di fuori delle ex zone rosse, non ho potuto fare a meno di pensare alla narrazione completamente errata dell’epidemia che, fino a ieri sera, lo stato ha lasciato in mano ai vampiri della stampa, caratterizzata dal macro-tema dell’evitare il contagio attraverso l’evitamento dell’untore.

    Sin dal principio c’è sempre stato qualcuno di cui aver paura: i Cinesi, il paziente zero, il paziente 1, i Veneti, i Lombardi e via dicendo.
    Questa narrazione non può che generare una reazione di fuga lontano da chi è ritenuto causa della presenza dell’epidemia.

    Quello che mai è stato detto è che la patologia era già comunitaria, nessun senso aveva isolarsi dall’untore, ma rispettare in tutta la penisola le norme di prevenzione e contenimento dei casi senza nascondersi dietro il dito dell’essere la regione/provincia miracolata in cui si può fare il cazzo che si vuole tanto gli untori li riconosci dalla parlata bergamasca.

    Una risposta di tutti ad una malattia di tutti.

    Ed eccoci invece al tutti contro tutti.

  8. Purtroppo mi ritrovo nella categoria degli “autocensurati”.
    Da subito ho avuto la sensazione che lo scollamento sarebbe stato simile a quello che ho sperimentato in altre discussioni riguardanti il tema salute (memore delle insopportabili polarizzazioni vaccinisti/antivaccinisti).
    E così è stato.
    Non un cane con cui fosse possibile il confronto sulle scelte politiche se non a partire da una ammissione a capo cosparso di cenere che “il pericolo è grande, ora non si può fare altrimenti”.
    Il senso di isolamento, più forte di quello imposto dai decreti del governo (governo di pericolosi incapaci fino all’altro ieri, di quasi incolpevoli esecutori testamentari oggi), è stato affiancato dall’impossibilità di mettere a tema qualcosa che non ricalcasse sinistramente i titoli repubblichini (si car* amic* e compagn* siete passat* dal dileggiarvi con la colonna destra, ad impanicarvi con il titolone centrale e non ve ne siete accort*). Nell’ordine ho incontrato sulla mia strada:

    1) Link a varie statistiche rigorosissime sull’esponenzialità del fenomeno, con tanto di deviazioni standard ammutolenti;
    2) Non si può fare altro, tu cosa faresti? (figlio di se fossimo noi al governo?);
    3) Tutta la comunità scientifica è concorde, non c’è una voce critica (sia mai dovessimo concepire la comunità scientifica, la Scienza stessa come un qualcosa di dialettico, contraddittorio…)
    4) Complottista (sempre meglio di negazionista, forse…)
    5) Possiamo approfittarne per recuperare un ritmo differente (detto ovviamente da compagn* che percepiscono la pecunia statale);
    6) Credi che questi rischierebbero una delle più grandi crisi strutturali di sempre?;
    7) Chiudere tutto è l’unica soluzione, andava fatto prima (corredato da dimostrazione cartesiana che il SSN non avrebbe comunque retto, seppur potenziato).

    Tutto questo, più del virus mi getta nel più profondo sconforto. La sparizione di una comunità, quella che consideravo anche la mia, disposta a mettersi in gioco oltre le paure, a criticare l’incriticabile perchè determinata a indossare lenti sempre più efficaci di quelle fornite dalla grande distribuzione.

    Mi rimane una convinzione, l’unica ipotesi complottista che riesco ad elaborare: il capitalismo sta sperimentando il vero grimaldello per distruggere l’antagonismo: l’ipocondria di molt* compagn*!

    • Condivido appieno il tuo stato d’animo, giusto oggi scrivevo questo ad un amico che vive ad Atene, alla domanda come stai, testuali parole:

      “una merda, nel senso, sto bene. Ma questa cosa mi lascia molta amarezza. Sono molto preoccupato non tanto per quello che sta succedendo adesso. Sono sicurò che passerà questa situazione. Quello che mi spaventa è quello che lascerà questa esperienza nella società italiana. Di fatto, in questo momento ci sono disposizioni fortemente limitanti su tutto il territorio nazionale che fino ad un mese fa erano inimmaginabili,
      e su questa cosa, che sia necessaria o meno, le persone non sono preparate per metabolizzarle criticamente.
      Credo che molte delle disposizioni che si stanno applicando in questi giorni, in futuro saranno molto frequenti per qualsiasi cosa.
      Quelli che oggi difendono a spadatratta cose del genere in nome dell’emergenza, saranno quelle che in futuro rivendicheranno le stesse cose, se non peggiori, in nome della prevenzione all’emergenza.
      Ecco, questa cosa la sento dentro, la vedo negli occhi delle persone, e mi corrode”

  9. “Responsabilità” is the new “decoro” (e “irresponsabile” is the new “indecoroso/a”); “quarantena = sicurezza percepita (contro il contagio)” is the new “ordinanze = sicurezza percepita (contro il degrado)”; “i comportamenti di tutti possono incidere” is the new “per fermare il cambiamento climatico ognuno deve modificare i propri comportamenti individuali”; la vignetta di Ghisberto con la colpevolizzazione dei comportamenti degli italiani ricalca il ragionamento per cui “se i poveri sono poveri è colpa loro”; “sacrifici (nella vita sociale, culturale, politica, lavorativa, artistica” is the new “sacrifici… be’ sì, sacrifici, punto”; ecc.
    Insomma, cambiano gli argomenti ma i frame retorici sono sempre gli stessi. E sono tantissime le affinità tra la idee senza parole che affollano la retorica sulla attuale situazione, e le idee senza parole analizzare da Wolf nel suo “La buona educazione degli oppressi”, saggio che si sta rivelando senza tempo e – cambiando l’oggetto di indagine ma conservando l’analisi – buono per ogni occasione.
    In queste ultime settimane, causa mancanza di tempo, non ho seguito i dibattiti nei commenti in calce ai precedenti due post su Giap (e forse seguirli mi avrebbe fatto bene alla salute). Mi impegnerò a recuperare, ché ancora tante cose ci sono da dire. Intanto ancora a caldo lascio questi miei due cent su questo terzo, fondamentale, post.

    Permettetemi poi una sviolinata: meno male che c’è Wu Ming.
    Ora una considerazione che sembra una sviolinata ma invece è più seria: meno male che c’è la Wu Ming Foundation. In queste ultime settimane mi sono imposto – per ovvie ragioni di sanità mentale – di stare lontano dai social, altrimenti avrei sbroccato. Inoltre anche io mi sono spesso autocensurato, sia per evitare lunghe e logoranti litigate che per evitare di incrinare amicizie. Ma tanto nella bolla virtuale, quanto nella sfera sociale reale, sono state/i pochissime/i le persone con cui ho potuto parlare senza remore. Nonostante alcune/i amici/he e compagne/i fidati la pensassero come me (e, per quanto in troppo pochi, ci si sia sostenuti a vicenda in questo clima di paranoia collettiva, autosegregazione e demonizzazione di ogni pensiero critico), negli ultimi giorni mi sono sentito spesso molto solo (politicamente, socialmente, intellettualmente, prima ancora che “fisicamente”). E la solitudine – contro al riflessione e l’azione collettiva – è proprio la condizione in cui il capitalismo vuole segregarci.
    Ebbene, ora che nei media mainstream si fa tanto appello allo stare “vicini, ma da lontano (ognuno a casa sua)”, devo dire che la Wu Ming Foundation, come al solito, si dimostra per quello che è: una comunità vera, in grado di far sentire più vicini e meno soli. Per citarvi da questo ultimo post: «c’eravamo. Non da soli». Grazie.

  10. Già che vengo chiamato in causa, aggiungo qualche dato.

    «Secondo il team dell’Istituto Sacco e dell’Università di Milano che studiava il virus Sars-CoV-2, quest’ultimo girava in Italia almeno da gennaio». E secondo una lettera di medici tedeschi pubblicata sul “New England Journal of Medicine” del 5 marzo, è plausibile che a far entrare il virus in Italia sia stato un tedesco (responsabile di un’azienda con dipendenti a Codogno) che ha contratto il virus attorno al 19-22 gennaio
    [ https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2020/03/05/news/il_primo_caso_di_covid-19_in_europa_descritto_in_germania_il_24_gennaio_scorso-250303955/?ref=RHPPTP-BH-I250268567-C12-P3-S2.4-T1 ].

    Una settimana dopo, Salvini avrebbe richiesto il blocco dei cinesi alla frontiera. Il 21 gennaio Burioni scriveva sul suo sito: «Niente panico. Vengono prese misure negli aeroporti: di queste e della loro potenziale efficacia parleremo domani. Tutto il resto è solo panico e non serve a niente. Se vostro cugino è passato per l’aeroporto di *Singapore* quattro giorni fa potete tranquillamente invitarlo a cena»
    [ https://www.medicalfacts.it/2020/01/21/coronavirus-cosa-sappiamo-cosa-possiamo-fare-cosa-dobbiamo-evitare/ ].

    Purtroppo proprio quel giorno un businessman inglese contraeva il virus a *Singapore*, per poi contagiare 14 soggetti tra Francia e Spagna, prima di rientrare in Inghilterra. Ancora il 30 gennaio Burioni ribadiva: «Il nostro Sistema Sanitario ha la capacità, con la sua capillare rete a vari livelli, di far fronte a casi sporadici che potranno comunque presentarsi nei prossimi giorni»
    [ https://www.medicalfacts.it/2020/01/30/coronavirus-primi-due-casi-in-italia/ ].
    Salvo poi convertirsi, la settimana successiva, al partito delle frontiere chiuse.

    Ribadisco: se invece di inventare inutili barriere, col senno di poi fuori tempo massimo, si fosse pensato alla plausibilità di un contagio, non importa portato da chi, anche in Italia, forse le cose potevano avere un indirizzo differente, soprattutto alla luce dell’anomala diffusione lombarda.

    A sostegno di quello che ho scritto, posso ora citare Walter Ricciardi, del Consiglio Esecutivo dell’OMS, che questa notte su Rai1, programma “Frontiere” (qui, al minuto 22.30 – il link durerà una settimana, è Raiplay: https://www.raiplay.it/video/2020/03/frontiere-a7dd9b36-9cb3-4e89-9a5b-58ef938abc16.html ) ammoniva a ricordare, a futura memoria, i tagli di 40.000 lavoratori del Servizio Sanitario Nazionale negli ultimi anni (la stessa cifra dei tagli nella scuola).

    Ultima nota: dodici detenuti morti in carcere. Ogni morte di un detenuto è una sconfitta per uno Stato che si pretende democratico, perché proprio in quanto detenuto è nella custodia dello Stato, che ne risponde. Questo è quello che, come insegnante, mi viene chiesto di insegnare. Punto.

  11. Grazie, mi fate sentire meno solo in mezzo a queste mandrie di zelanti questurini/e.

  12. Per me, per quanto valga, I vostri diari ai tempi del coronavirus sono stati spunti critici interessanti ed epifanici.
    I riferimenti filosofici; il punto di vista sul dibattito attuale; la contezza dell’unidimensionalità (Marcuse) dell’esistente odierno che fa analitica senza trascendenza storica… Insomma grazie. Vi lascio un piccolissimo componimento. Perché non sono capace – manco a dirlo – come voi in prosa. Meglio il caos della mia mente si roganizza andando a capo (spero non andando a capo ad libitum o ad cazzum)
    I MOSTRI E LE FAVOLE

    Le auto nel deserto surreale
    Con megafoni panottici
    Dicono agli uomini spaventati
    Di restare in casa
    Di ubbidire.
    Sentite lo scandire della voce
    Che incutendo ancor più timore
    Dice di restare calmi
    Dice di ubbidire
    Mentre chi comanda
    Disubbidisce da sempre.

    Il deserto delle province
    Delle periferie
    Svela il quotidiano occulto sostrato ontologico
    La morte in vita di luoghi
    Senza vita.
    Sono paesaggi mortuari
    Cimiteri legali. Sepolcri
    Al limitar di Dite
    Sperduti nell’implicito
    Di ciò che non dite.

    Il deserto nei vicoli si confonde
    Col chiasso nelle case:
    su mobili ikea o di convenienza
    dentro scatole occasionali o di occasione
    la pubblicità non dismette
    La sua missione umanitaria.
    Concima senza tregua
    La persistenza capitale del Capitale:
    mercificare.

    Non abbracciatevi !
    Non baciatevi!
    Come già fate
    Non amatevi!
    Ma potete continuare a compare:
    a comprarvi

    Non vi è altra soluzione
    Se non la nientificazione
    Dell’umana stirpe
    E della sua avara sete.
    Dicono: il virus ci sta uccidendo?
    E io, povero ingenuo, chiedo:
    cos’è il virus? Dove è il virus?
    Che nome ha il virus?
    E’ tutto qui il virus?

    Virus: polveri sottili che senza
    In avvento di quaresima
    Far quarantena
    In punta di piedi
    Lasciate sospirare le ultime preghiere
    Anche a chi non poté imparare
    Per tempo
    A parlare.
    Virus: Chiacchiericcio usuale;
    Velame svuotante
    Il semantico portato
    Del logos ricercante sua figlia Sofia
    Del logos ricercante sua moglie eros.
    Virus: specchio del catastrofico
    Morituro uomo
    Che fatalmente si affida a sé stesso
    Ma sé stesso non sa affidarsi a sé.
    Virus: Propaganda strumentalizzante
    Virus: Slogan paralizzante
    Virus: agonia di uomini in lager non-nazisti
    Virus: Felicità borghese di volti tristi
    Virus: Incendiare libri
    Virus: non leggere libri ( è uguale)
    Virus: mercificare la cultura
    Virus: Ridere nell’ora più buia
    Virus: metafisica dell’angoscia
    Virus: pandemia patemica di krisis senza pathos.

    Ascolta ancora, all’ora del tramonto
    Quando tutte le distopie immaginate
    Si incarnano nel circostante,
    La voce del megafono
    Dalla auto circolante,
    Quando l’impotenza è meno colpevole,
    chiediti:
    Qual è l’ultimo uomo che è rimasto?
    Cosa il divenire ha lasciato,
    Dei sogni spesi in roghi e de-capitazioni ?
    Il capitombolo della storia
    Non atterò mai così lontano ogni immaginare,
    Nemmeno nel presagio più nero
    Ma possiamo consolarci, invero,
    perché finirà la clausura
    senza che tutto questo finisca mai.

    Così, in periferia, tra i palazzoni
    Senza senso estetico
    Perché l’estetica non vende
    Perciò, non ha senso,
    odo l’auto-bando circolare
    innocua
    e incutere timore
    inneggiando alla calma.
    E mi sovviene il caduco
    L’eternità delle stagioni
    La presente e viva
    E la morte di lei
    Ed è amaro, amarissimo
    Resistere in questo letame.

  13. Grazie. Mi unisco a quelli che hanno già commentato “ci fate sentire meno soli”. Il pensiero critico continua a esistere. Di più, si può esprimere.
    Da giorni provo uno sgomento crescente nel non riuscire a individuare modi per resistere a quanto sta succedendo, ma oggi si è fatto strada un pensiero meno buio, proprio a causa dello stravolgimento totale delle vita quotidiana.
    Questo.
    Da tempo le conseguenze disastrose del dissesto ambientale / climatico ci vengonoo proposte come un film catastrofico, un genere ben codificato: guardiamo sugli schermi incendi in mondi remoti, cavallette nella solita Africa ricettacolo di ogni sfiga, inondazioni, profughi in fuga alternati a orsi polari alla fame e pinguini sperduti nel fango, la voce fuori campo ammonisce del pericolo che si avvicina.
    La sensazione diffusa – mi pare – è che però la cosa non ci riguardi: noi guardiamo il film dall’Europa, da una potenza del mondo industrializzato, per quanto acciaccata, i superpoteri della tecnoscienza ci salveranno, la ricchezza ci salverà.
    Poi arriva un virus, neanche troppo letale a quanto pare, e paf! la vita quotidiana non c’è più (finalmente?). La movida non c’è più. Le vacanze non ci sono più. In molti casi il lavoro non c’è più. La libertà non c’è più.
    La tv rimane, quella sì, ma dopo un po’ è noiosa.
    Improvvisamente la fragilità di un sistema che credevamo forte è svelata.
    La sanità non può più curarci.
    Ma come?
    Tutto ciò che appariva irrinunciabile e indiscutibile è cancellato per decreto.
    E’ uno shock non indifferente – forse è anche per questo motivo che nessuno apre bocca, l’immobilità è anche dovuta al disorientamento (trovandoti in galera all’improvviso, ti vuole un po’ per realizzare, per quello i detenuti sono stati più svelti: erano igà consapevoli della loro condizione). Però penso che in tanti stiano cercando di capire. Potrebbe essere un momento propizio, più cervelli si pongono delle domande, più orecchie sono disposte ad ascoltare.
    La retorica mainstream fa di tutto per occupare gli spazi critici che potrebbero aprirsi riducendo tutto a una faccenda di carica virale, buone regole, responsabilità, contatore di morti, contagiati e guariti, ma qualche crepa, qualche dubbio rimarrà. Penso che sarebbe importante in questo momento potenziare la controinformzione su dove ci stanno portando, come avete fatto in questi diari, ma anche su come e da dove è arrivato questo virus, cioè il modello predatorio che lo ha favorito. Perché per la prima volta una conseguenza è uscita dallo schermo e ha toccato le nostre vite. Ancora poco, se pensiamo alle cavallette, però in modo concreto. Non più solo una voce fuori campo.
    Ecco, penso che sarebbe il momento propizio per insistere, con dati e ragionamenti, che è un segnale che il disastro ambientale comincia a presentare il conto anche a noi, in Europa, in Italia, in occidente. Nessun superpotere tecnoscientifico ci salverà, semmai ci chiuderanno in gabbia ad affogare insieme a tutti gli altri poveracci, responsabilmente.

  14. Mi chiedo: è un caso che le persone citate siano tutti uomini, a parte Antigone (che però non è una persona in questo caso). O c’è un nesso di genere che determina anche la gestione di un’emergenza secondo voi?
    L’altra domanda: anche le case sono spesso prigioni per milioni di donne che subiscono violenza nel nostro
    Paese, anche in questi giorni di emergenza. Ma non fa rumore, e se qualcuno lo sente di solito fa finta di niente, non lascia evasioni, e anzi aumenta. Ai centri antiviolenza non arrivano più telefonate da giorni, a Padova dal 23 febbraio. Non è anche questa un’emergenza nell’ “emergenza”? Mi piacerebbe una riflessione vostra.

    • Riguardo alla domanda n.1, la risposta è: noi tendiamo a starci attenti, e quando abbiamo visto che i virgolettati che ci servivano erano (forse*) scritti/firmati tutti da maschi, non solo non potevamo scartarli solo per il genere degli autori, ma per certi versi andava “bene”, dato che alcune citazioni le dovevamo criticare, non incensare. E una – quella dei luminari – la dovevamo criticare anche perché era firmata da tutti maschi.

      Riguardo alla domanda n.2: sì, è chiaro che l’ingiunzione «state a casa!» è fatta senza curarsi del fatto che molte case sono luoghi di prevaricazione e sofferenza, per le donne in special modo. È un’emergenza nell’emergenza.

      * (in realtà non conosciamo i generi dietro alcuni nickname: es, Zone Rosse di che genere è? In quel che scrive non c’è nulla che permetta di capirlo.)

  15. Se puo’ essere utile e sperando di non allarmare nessuno, vi riassumo brevemente l’intervista rilasciata ieri mattina alla BBC dalla dottoressa Kate Broderick dell’Inovia Pharmaceutical di San Diego, la compagnia (o una delle compagnie, non saprei di preciso) che sta’ sviluppato il vaccino per il COVID-19. I fatti che espone la dottoressa sono i seguenti: l’undici di gennaio 2020 le autorita’ Cinesi hanno reso disponibile la sequenza genetica del virus e nel giro di 3 ore, attraverso un algoritmo (tecnologia proprietaria di questa specifica compagnia) il vaccino contro il virus era pronto. Bish, bosh, bash. Una volta sintetizzato il DNA il vaccino e’ entrato in produzione e la settimana dopo e’ arrivato nei laboratori per l’inzio della sperimentazione. Al momento i test di laboratorio sono terminati e si dovrebbe passare a breve alla fase di sperimentazione su pazienti umani, chiamata Fase 1, per stabilire se il vaccino e’ immunogenico. Questa prevede sperimentazioni su un numero ristretto di persone che verra’ poi allargata, in Fase 2, ad un piu’ ampio campione e poi eventualmente ufficialmente approvato dalle autorita’ sanitarie nazionali. Mia moglie gestisce test clinici da 20 anni, non e’ coinvolta in questo particolare test clinico ma mi dice che tra autorizzazioni e burocrazia varia, che cambia a seconda dei paesi, ci vorranno da un minimo di 10 – 12 a un massimo di 18 mesi prima che un vaccino sia messo in commercio…abbastanza materiale insomma per trasformare il diario virale in un romanzo.

    • Dopo questa terza puntata, però, forse cambiamo formula e faremo post meno panoramici e più focalizzati su settori del vivere toccati, sconvolti e riorganizzati dall’emergenza.

  16. Mi piace cogliere l’occasione per citare il compianto Ivan Illich, che con Nemesi Medica (1974 – trad. it. Mondadori 2004) procede a smantellare l’accoppiata mitologica salute – istituzione medica con metodo strettamente affine all’archeologia del sapere di Foucault. Una lettura che in questi giorni di emergenza hashtagiostoacasa, assieme ai vostri diari, mi sta tenendo letteralmente in vita e sopravvivenza. Ci sarebbe da ragionarci assai. Davide

  17. Sotto Ministero Giustizia manifestazione anarchici, 30 denunciati come minimo secondo articolo 650 codice penale, che come gentilmente ci ricorda il giornale dei padroni è stato approvato con Regio Decreto 19 ottobre 1930, n. 1398.

    A questo punto recupero anche questo commento lucido di Mauro V. sotto il primo capitolo del diario.

    «[…] Vorrei dire anche una cosa specifica sulla questione dei diritti sindacali e politici. Non credo che si possano trattare le riunioni politiche, le assemblee dei lavoratori e gli scioperi con lo stesso approccio degli altri assembramenti. Si tratta di attività speciali, che richiedono garanzie straordinarie anche all’interno di un’emergenza grave.

    Il decreto esclude, giustamente, i consigli comunali e le altre riunioni delle istituzioni politiche dalla sospensione obbligatoria; vorrebbe infatti dire, diversamente, che è stata cancellata la repubblica democratica; avete visto anche con quale durezza i presidenti delle regioni si sono opposti a (pur sensate) pretese centralizzatrici del governo nazionale. Ecco, questo è il riconoscimento di un ruolo eccezionale, dal punto di vista del potere, delle assemblee politiche istituzionali.

    Dal nostro punto di vista, invece, che è quello di antagonisti del potere, dobbiamo esigere il riconoscimento di un ruolo eccezionale delle istituzioni di contropotere: le manifestazioni e gli scioperi, le riunioni e le assemblee. Ovviamente anche il corteo di uno sciopero può contribuire in minima parte alle probabilità di contagio (anche se va detto che gli scioperi fermano la produzione e i trasporti, quindi probabilmente l’effetto netto è di rallentamento dei contagi). Bisogna avere la forza di dire che è un prezzo che è giusto pagare perché le libertà democratiche di chi “sta in basso” sono troppo preziose e fragili per essere messe sotto naftalina in attesa che passi la tempesta, tempesta che peraltro potrebbe anche non passare mai (se il covid diventa una malattia stagionale come l’influenza). Inoltre, queste libertà democratiche hanno anche un valore nel fronteggiare l’emergenza stessa, perché permettono di ampliare la critica alle contromisure allestite dal potere, individuarne i punti deboli, razionalizzare, negoziare l’optimum tra le esigenze di contenimento/rallentamento/mitigazione/prevenzione/cura del morbo e le numerose altre esigenze che esistono nella società.

    Non facciamo l’errore di pensare che il potere politico e la classe dominante non stiano osservando con attenzione come reagiamo a questa situazione emergenziale per poi riapplicare ciò che impareranno anche alle situazioni ordinarie. Per esempio, se tra poco ci sarà una nuova recessione mondiale (che ci sarebbe stata ugualmente) inquadrarla come parte della crisi globale da coronavirus potrebbe tornare parecchio utile ai nostri nemici di classe.»

  18. Meraviglia! La gente di questo Stato, che fino a domenica era a fare aperitivo, ora distribuisce #iorestoacasa a chiunque, sentendosi paladina della salute altrui ed etichettandoti come un nazista senza cuore per i vecchi. Guy Debord insegna: spettacolarizzazione di ogni cosa, ci mancava pure l’hashtag. Ma, se provi a far notare 16.000 morti nel Mediterraneo in cinque anni, ti rispondono “Ma cosa c’entra?!”. E infine, ciliegina sulla torta, l’infermiera coi segni della mascherina su Instagram, elevata a eroina nazionale, mentre quelli delle Ong sono TRAFFICANTI DI ESSERI UMANI. Amen!

  19. L’ordine “State a casa” è figlio di una ben precisa idea di casa. E’ parente del desiderio che gli stranieri stiano “a casa loro” e del bisogno di sentirsi “padroni a casa nostra”. E’ fratello del modo di dire “quel tizio lì non è tutto a casa”, per indicare uno che non è normale. Nasce dalla contrapposizione tra la casa come territorio privato e i luoghi pubblici, aperti, attraversati da chiunque. Esprime, sotto sotto, la volontà che anche quei luoghi diventino “casa”: sempre più privati, più chiusi, più puliti. Testimonia la crescente agorafobia contemporanea. Per contrastare il contagio bisogna evitare i contatti ravvicinati con le altre persone, ma questo precetto lo si poteva veicolare in tanti altri modi: è significativo che si sia scelto proprio il dictat “State a casa”. Un mantra che presuppone non solo un certo tipo di casa – dal punto di vista degli spazi interni, della comodità, della superficie – ma anche una casa come “luogo sicuro”, mentre – come fa notare @Mari – per molte donne la casa non è affatto un posto dove sentirsi sicure. E nemmeno lo è, a ben guardare, per molti anziani, che fuori, all’aperto, si muovono tranquilli, mentre in casa hanno incidenti domestici spesso gravi e sperimentano una solitudine ancora peggiore. “State a casa” è, da sempre, un ritornello patriarcale, rivolto alle donne che non stanno al loro posto. Anche qui si misura, purtroppo, un arretramento del pensiero critico: quante e quanti di noi hanno fatto notare questa coincidenza? Quante e quanti hanno indagato questo lapsus linguae del potere?
    “State a casa” ci dice che le nostre case non sono più luoghi di socialità, incroci, incontri. Ci dice che le nostre case non sono più “luoghi”, perché un luogo è tale se fa da snodo per molteplici percorsi, non in virtù di un uscio, di quattro mura, di un cancello. Ambrose Bierce, nel suo “Dizionario del Diavolo”, dà questa definizione di casa: “Costruzione cava eretta per essere abitata da uomini, topi, scarafaggi, mosche, zanzare, pulci, bacilli e microbi.” Al contrario, noi ci illudiamo di avere case asettiche, linde, senza ospiti sgraditi. Anzi: senza ospiti tout court. Invece, esistono case dove ancora si ospitano persone diverse: case famiglia, gruppi appartamento. In questi giorni, molti educatori che lavorano con disabili e persone fragili, sono in grande difficoltà perché sono chiusi i centri diurni, dove queste persone passavano la giornata e facevano attività, si svagavano e si sfogavano. Adesso devono “stare in casa” e non ci stanno bene, per niente, perché “non sono tutti a casa”. “Stiamo a casa” impauriti dal tracollo dell’economia – che invece dovrebbe essere il “nomos”, la legge, dell’oikos, della casa. “Stiamo a casa” perché abbiamo rinunciato all’ecologia, la capacità di pensare alla nostra oikos comune.
    In cinese, l’ideogramma per indicare la casa è formato da due radicali, due disegni più semplici: un tetto e un maiale. Perché il maiale significava ricchezza, era una proprietà preziosa, un animale che si teneva vicino a casa, a differenza della vacca, che invece si portava nei pascoli. Se metto una vacca sotto un tetto, in cinese ottengo l’ideogramma che vuol dire “prigione”. Perché la vacca sotto il tetto non ci vuole stare, è un animale più libero del maiale, lo devo piazzare in un recinto, anche lontano da casa. Case, prigioni: anche in questo ritornano i nostri giorni folli. In cinese per dire “tutti, tutte quanti” si dice “ta jia”. Alla lettera significa: “grande casa”. Ma noi, tutte quanti, preferiamo stare in case piccole, per quanto grandi possano essere. Molto, molto piccole.

    • Scendo a livello terra-terra per ricordare a tutt* che nemmeno l’ultimo decreto proibisce di uscire di casa. Sembra una banalità, ma non lo è. In molt* si stanno autorecludendo, non escono nemmeno per pisciare il cane, tengono in cattività i bambini, ecc.. Se si va avanti così, in qualche settimana assisteremo a un impennata di stragi familiari (sono serissimo), e in ogni caso a un aumento consistente del disagio psichico.

      • Intanto, però, ci sono poliziotti con mitra e mascherina che controllano gli spostamenti delle auto anche su tratte brevi, interne alla provincia, da un capo all’altro della città. Ti fermano, prendono i dati, devi dimostrare che stai andando al lavoro (e non sempre basta l’autocertificazione: ti chiedono una lettera del padrone dove si dice che saei indispensabile alla causa). Poi chissà se verificano la veridicità delle dichiarazioni. In ogni caso, una bella schedatura di massa.

      • Ma infatti #iostoacasa è una campagna che, per eccesso di zelo rispetto alle norme stesse, fa terrorismo psicologico, senza che la maggior parte di chi la porta avanti se ne renda conto, perché quando monta la peer pressure sui social, quando senti i morsi della FOMO, non ti fermi un solo istante a pensarci sopra.
        Ai morti dell’epidemia potremmo dover aggiungere i morti della campagna #iostoacasa. E i TSO.

        • TSO mi ha fatto sobbalzare…in effetti ho iniziato a notare (e non vivo in zone particolarmente sotto i riflettori) ronde della municipale dopo le 18 (18.05 per l’esattezza) per far chiudere quelle attività che si attardavano…Sarà il caso di drizzare le antenne sugli strumenti di repressione che si stanno organizzando nel vuoto semi-totale?

        • È proprio una delle cose che penso da giorni: i morti dovuti alle misure “contro il coronavirus” potrebbero essere più dei morti dovuti al coronavirus. Il problema è che anche questo ormai non si può dire, perché la gara all’eccesso di zelo nell’applicazione delle misure poi ti fa passare per irresponsabile e untore.
          Prevedo: boom di femminicidi domestici; coppie che si scoppiano, divorzi (e ulteriori violenze di genere e femminicidi); genitori che ammazzano i figli e figli che ammazzano i genitori; gente che scapoccia, esce di casa e fa una strage; alcolismo, depressione, abuso di psicofarmaci e sostanze; ecc. Spero di sbagliarmi, ma…
          Inoltre, sempre per via delle misure, a varie persone che hanno malattie gravi stanno venendo sospese le cure perché i farmaci che prendono abitualmente le rendono immunodepresse (e quindi a rischio contagio da coronavirus). Molte visite saranno annullate, molti interventi rinviati, ecc. Insomma, si potrà morire di qualsiasi altra cosa, basta che non si contribuisca ad aumentare le statistiche di morti con coronavirus.
          Senza considerare le persone che una casa in cui chiudersi non ce l’hanno; o che a causa della povertà sono costrette a vivere in tante/i in pochi metri quadrati. Oltre ai danni di #iostoacasa ricordiamo anche i danni di molte chiusure. Wu Ming 2 ricorda le case famiglia, centri diurni e varie altre strutture. Io aggiungo le biblioteche: oltre a essere un presidio culturale, storicamente sono anche un rifugio diurno (e una specie di “centro servizi”, garantendo riscaldamento, internet, un bagno, ecc.) per homeless e marginalità sociali di vario tipo.
          Per non parlare poi di tutte le persone che avranno pesanti danni economici che potrebbero influire pesantemente sul loro sostentamento o sulla loro salute. Per esempio noi siamo fortemente preoccupati per le ricadute che tutto questo avrà sui conti della nostra piccola casa editrice. Per non parlare di chi vive di cultura, arte, teatro, cinema, ecc. (e la relativa divisione retorica tra lavori di serie A, che non si devono fermare; e lavori di serie B, che devono essere fermati). Ma il capitolo sul lavoro è lungo e si potrebbe aprire un altro apposito sottothread qui nei commenti.
          Insomma, io ovviamente spero che i danno derivati da queste misure siano minimi, ma non nascondo che mi fanno molto più paura le misure “contro il coronavirus” del virus.

        • Terrorismo psicologico, ma forse non solo.
          Un po’ di settimane fa, in occasione della più recente marcia NoTav in Torino, il prefetto decise che il Tribunale doveva stare chiuso per tutta la giornata. Era sabato peraltro. La marcia si svolse nel pomeriggio, nel modo più pacifico immaginabile come ampiamente previsto (nonostante la sovrabbondante scenografia di agenti patogeni antisommossa) e al termine Alberto Perino dal palco disse più o meno che chiudere il Tribunale dando la colpa ai NoTav era stato “strategia della tensione”. A me pare che tutti in casa sia anche quella roba lì.

      • Il capo della Protezione Civile dice che anche per uscire di casa ci vuole l’autocertificazione. Io stesso stasera ho visto una volante sotto casa fermare tre ragazzi a piedi.
        Aggiungo solo che anche solo facendo riferimento all’11 settembre e al Patriot Act che ne derivò, o anche alla privazione delle dimore delle comunità dei pescatori nel dopo tsunami trasformate poi in Resort per ricchi, il potere sfrutta sempre a proprio vantaggio le emergenze. Devo dire la verità: il vostro punto di vista potrebbe rivelarsi corretto ma ad oggi fatico ad avallarlo Anzi, sarei ben più preoccupato se abitassi in Svizzera appunto o nella stessa Germania che bellamente continua a riempiere stadi per derby di calcio e che ha meno morti della Repubblica di San Marino.

      • Ti ringrazio di averlo scritto. È esattamente quello che penso. Credo che non ci si renda conto della sottovalutazione del problema della salute psichica. Ma del resto è sempre stato così. La salute psichica è sempre enormemente sottovalutata rispetto a quella più mainstream e rassicurante.. impedire alle persone, nel rispetto di elementari norme di sicurezza igienica, di uscire di casa all’aria aperta per passeggiare è pura follia, inspiegabile. Cerchiamo di farlo presente in questo momento angusto

    • Concordo pienamente con la lettura di Wu Ming 2 e aggiungo che per noi, compagnia di “teatranti off”, la retorica dello starsene a casa ha puzzato fin da subito subito. Prima dell’epidemia da #iostoacasa, già il 28 febbraio una compagnia del sud ospite della rassegna no-profit che organizziamo in uno spazio sociale, aveva preferito stare a casa perché uno degli attori aveva «paura del contagio». Poi dalla scorsa settimana è stata la volta della chiusura dei centri diurni (come notava WM2), una casa alternativa per molti minori attenzionati dal tribunale, alcuni dei quali, per testimonianza diretta, già la settimana prima del 04/03 trovavano scuse per rimanere a casa per paura del contagio. Col montare delle restrizioni e della compagna #iostoacasa, abbiamo dovuto rimodulare due iniziative pensate inizialmente per contrastare gli effetti paranoidi dello stato d’emergenza: il #teatroaporteaperte (un’iniziativa di teatro a domicilio per piccoli gruppi) e Ctrl+P (un gruppo autogestito di allenamento per performer).

      In tema di “auto-censura” anche noi siamo stati costretti ad annullare gli allenamenti (nonostante anche il Dpcm del 10/03 garantisca le attività motorie svolte all’aperto a distanza di sicurezza) e il teatro a domicilio, senza aver tentato di immaginare una qualche forma di mediazione logica. Questo perché dal “nostro” mondo e non solo, si moltiplicavano le strombazzate autoritarie in caps-lock a rimanere «A CASA!», a fare auto-cultura e «leggersi un buon libro» e smetterla con «l’esibizionismo in diretta streaming», invocando il valore del saper aspettare, come chi, in tempo di guerra, «ha aspettato che smettessero di bombardare o che il cecchino smettesse di sparare dal ritorno dal mercato nero» [sic!] ed è sopravvissuto. Di fronte a questo scenario avverso (rinfocolato da Artisti con villa e piscina) e nella completa impossibilità di lavorare, abbiamo comunque scelto di attivarci e invitare gli artisti senza-villa-e-piscina a proporre e trasmettere in streaming letture, performance e micro-eventi interattivi perché crediamo che, a lungo andare, dopo il primo, secondo e terzo libro letto in solitudine, a molte persone pruderanno i piedi e invocheranno la riapertura delle porte. Quando accadrà, non ci troveremo di fronte a persone che tornano da un paio di settimane di ferie ristoratrici, ma a una popolazione incattivita dall’auto-prigionia che, se non mitigata e lenita attraverso il lavoro culturale e sociale, agirà in modi schizofrenici. Perché, come diceva Zizek in un esempio che oggi suona doppiamente illuminante, l’ideologia oggi funziona così: invece che obbligarti a far visita alla nonna, ti dice: «Figlio mio, nessuno ti obbliga. Sappi però che se non andrai, la nonna ci rimarrà molto male». Così, non solo si ottiene che il bimbo vada a far visita alla nonna facendo leva sul suo senso di colpa, ma lo stesso bimbo non svilupperà avversione per l’autorità, anzi. «Nessuno ti ha obbligato, è stata una *tua* scelta, il problema sei *tu*». E sentire artisti invocare l’autoritarismo di stato, *è ‘na scesa*.

      Concludo sottolineando che sentire il premier utilizzare un hashtag così intossicato e socialmente corrosivo per “sintetizzare” le nuove normative emergenziali del 10/03 è stata la prova che una certo immaginario non tocca solo la vox populi ma influenza (o forse è diretta emanazione) di un sistema mediatico-politico vittima di “recentismo-in-salsa-social”, della brama di far leva sulla volatilità del sentiment del cittadino-utente per attuare procedure immediate quanto drastiche. L’ultimo Dcpm assomiglia a un post di rettifica dei precedenti 2 “postati” quattro giorni prima, mentre i bollettini tv della protezione civile sembrano una sorta di “stories governmentali” in 16:9. La stessa interfaccia di “salute.gov.it/coronavirus” ricorda la piattaforma dell’Expo 2015, ricca di numeri, infografiche e “materiali social” da condividere in vista del Grande Evento.

    • « iorestoacasa per molte donne non è un invito rassicurante». La casa è «proprio il luogo in cui subiscono le più frequenti e gravi violenze».
      Così scrive la Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, le cui operatrici non si fermano per l’emergenza.
      «Non sei sola, se hai bisogno di aiuto chiama lo 051 333173»
      https://www.casadonne.it/iorestoacasa-casa-delle-donne-resta-aperta/

  20. Breve testimonianza da Roma.
    Ieri si è parlato di “assalto ai supermercati” e gente che “fa incetta di provviste da guerra” (Ansa), spesso accompagnando la “notizia” con un video della fila fuori dal Todis di via Tuscolana, che è aperto tutta la notte.
    Io abito in zona: non ero al Todis, ma posso assicurare che qui non si vede nessuna scena di panico.
    Anche io ieri ho dovuto fare la spesa (non avevo nemmeno il caffè) e appena ho potuto ci sono andato: è vero, ti fanno fare la fila fuori dalla porta per rispettare la distanza, ma non c’è nessun “assalto”; la gente è calma, la mascherina ce l’hanno solo gli anziani, sugli scaffali non manca niente.
    Era ora di pranzo, ed è ragionevole supporre che alla fine della giornata lavorativa come sempre ci sarà stata più folla; io però sono entrato subito, e quando sono andato a pagare non c’era fila alla cassa, la fila era tutta fuori: ci ho messo addirittura meno del solito.
    Insomma la notizia dell’assalto ai supermercati è una cazzata.

    La sindaca Raggi -che in questi giorni non aveva proferito verbo- ci ha tenuto a far sapere che è al lavoro su “misure straordinarie anti-movida”.
    Ieri sera da Floris parlava in termini catastrofici del crollo repentino del turismo, ma allo stesso tempo si vantava di aver “dichiarato off limits” la Fontana di Trevi.
    Dare un’idea di efficienza attraverso divieti spettacolari, far sentire la presenza del potere prima di tutto sul piano psicologico: gli altri ospiti del programma ripetevano “whatever it takes”, ad nauseam e con compiacimento.
    La differenza tra “prevent” e “attack” ai tempi della guerra in Irak dopo le Twin Towers, gli islamici che “odiano il nostro stile di vita” dopo il Bataclan: è lo stesso linguaggio, lo stesso repertorio concettuale.

    Ho più di 40 anni e un aspetto anonimo, ma nell’ultimo anno sono stato fermato a piedi e identificato ben tre volte: nella metropolitana -di pomeriggio- da un soldato; in una “zona della movida” dai carabinieri mentre andavo a cena fuori; alla stazione ferroviaria del mio quartiere -di mattina andando al lavoro- da un finanziere con tanto di cane anti droga.
    Ha ragione Wolf quando tira in ballo il fondamentalismo anti degrado: se i più accettano questa sorveglianza è perché gli è stato inculcato che non sono loro i sorvegliati, ma degli “altri” riassumibili in qualche stereotipo (stranieri, spacciatori eccetera); anche la paura del contagio funziona solo se credi di essere sano, “immune”.

    Nello stile che avete scelto sento l’eco del maestro…
    Avevo 12 anni quando lessi per la prima volta “Risacca notturna”.
    Grazie di tutto.

  21. European Prison Rules, approvate nel 2006 dal Consiglio d’Europa: dobbiamo guardare alla persona –non (più) come detenuto-lavorante ma –come “lavoratore-detenuto”citando http://archive.is/55bVi, garantendogli tutti i diritti compatibili con il suo stato.

  22. Camminavo per strada, mi dirigevo in ufficio ad attivare la cassa integrazione per i dipendenti e m’è tornata in mente una vecchia e ironica poesia di Jacques Prévert, particolarmente adatta a questo periodo in cui il biopotere ha trasformato le persone in agenti della Nuova Polizia Sanitaria. S’intitola LIBERA USCITA e recita così:

    Ho messo il mio képi nella gabbia
    e sono uscito con l’uccello sulla testa

    ‎“Allora,
    non si fa più il saluto?”
    ha chiesto il comandante

    ‎“No,
    il saluto non si fa più”
    ha risposto l’uccello‎

    ‎“Ah, bene,
    scusate, credevo si facesse il saluto
    ha detto il comandante

    ‎“Siete del tutto scusato, ‎
    tutti possiamo sbagliarci”
    ha detto l’uccello‎.

  23. La relazione di Bonafede al senato qui. «Le istituzioni si sono mostrate compatte» davanti a “purtroppo” una strage di stato.

  24. Vorrei aggiungere qualcosa a proposito dei decreti dell’8 e 9 marzo. Commentandoli nelle scorse ore su mastodon e twitter, ho scritto che sono provvedimenti retoricamente e non giuridicamente orientati. Mi rendo conto che la formula non è chiarissima, perciò provo a spiegarmi andando più nel dettaglio.

    La moral suasion del decreto dell’8 marzo, la direttiva del ministero dell’interno e il panico mediatico
    Come ha dimostrato anche la conferenza stampa di Conte che ha preceduto la pubblicazione in gazzetta ufficiale (quest’ultimo praticamente solo un atto dovuto, dato che il testo era noto dalla sera prima), il decreto emanato dalla presidenza del consiglio dei ministri domenica 8 marzo conteneva per la maggior parte raccomandazioni e inviti: dei divieti parlo a breve. Puntava cioè, quasi certamente per scelta consapevole, a (tentare di) persuadere più che a prescrivere. A cominciare dalla disposizione fondamentale, quella dell’art. 1, comma 1, lettera a): «evitare ogni spostamento delle persone fisiche […] salvo che per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessita’ ovvero spostamenti per motivi di salute.» A parte l’innecessaria ripetizione del sostantivo “spostamenti”, che non è il punto, il verbo “evitare” è uno di quelli che non ci si aspetta in una norma giuridica. Se qualcuno mi dice di evitare di fare qualcosa, non mi sta imponendo di non farla. Dunque io potrei farla lo stesso, disattendendo l’invito a evitare. E ancora, lettera b): «ai soggetti con sintomatologia da infezione respiratoria e febbre (maggiore di 37,5° C) e’ fortemente raccomandato di rimanere presso il proprio domicilio e limitare al massimo i contatti sociali, contattando il proprio medico curante.» Anche qui l’italiano zoppica (“contatti” “contattando”), ma soprattutto la norma esprime una forte raccomandazione, ma nessun comando.

    Per questo ho definito il decreto un provvedimento retoricamente orientato. La retorica, buona o cattiva che sia, è la tecnica che serve a persuadere. Mentre la norma giuridica solitamente esprime un comando o un permesso.
    Si dirà: cosa c’è di sbagliato nel fare solo raccomandazioni? Infondo, un invito è preferibile a un ordine. Meglio la soft law della hard law. Di sbagliato c’è questo: che l’indeterminatezza delle proposizioni lascia spazio alla discrezionalità e a forme coercitive non immediatamente decifrabili. A decreto appena pubblicato, infatti, sono sorti quesiti sulla sua applicazione: in particolare, su come si sarebbero controllati gli spostamenti delle persone, e su quali sarebbero state le sanzioni per chi si fosse spostato senza giustificato motivo. Al riguardo, già nella giornata di domenica, il ministero dell’interno ha emanato una direttiva, in cui è scritto che spetta ai prefetti disporre posti di blocco per fare controlli a campione, che i controllati devono autocertificare le ragioni dei loro spostamenti, e che quelli ritenuti ingiustificati sono punibili ai sensi dell’art. 650 del codice penale. Chi violasse il divieto assoluto di spostamento previsto per le persone in quarantena dall’art.1, comma 1, lettera c) del dpcm, aggiunge la direttiva, potrebbe commettere il delitto di cui all’art. 452 cod. pen. Con la direttiva ministeriale rientra dunque dalla finestra il diritto penale, solo all’apparenza cacciato dalla porta con il dpcm: in realtà già un precedente decreto, quello del 24 febbraio, richiamava l’art. 650 cod. pen.

    A questo proposito, l’informazione ha avuto il suo ruolo nell’alimentare la paura, diffondendo inesattezze anche gravi. Chi trasgredisce il decreto rischia l’arresto e la reclusione fino a dodici anni, ha scritto ad es. il Sole24ore Le cose non stanno così. È vero che l’art. 650 cod. pen. Punisce la trasgressione agli ordini dell’autorità con l’arresto fino a 3 mesi e con l’ammenda fino a 206 €. Ma per fare una corretta informazione va almeno detto che nella prassi la pena irrogata per questa contravvenzione è praticamente sempre quella pecuniaria. Pena che con il procedimento di oblazione (vale a dire: quando la si paga spontaneamente senza attendere la sentenza di condanna) è ridotta alla metà.
    Ma l’errore più grave, commesso anche da cronisti giudiziari molto esperti, è il riferimento alla reclusione fino ai dodici anni. Ecco il testo dell’art. 452 del codice penale: «Chiunque commette, per colpa, alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 438 e 439 è punito:
    1) con la reclusione da tre a dodici anni, nei casi per i quali le dette disposizioni stabiliscono la pena di morte ;
    2) con la reclusione da uno a cinque anni, nei casi per i quali esse stabiliscono l’ergastolo;
    3) con la reclusione da sei mesi a tre anni, nel caso in cui l’articolo 439 stabilisce la pena della reclusione.
    Quando sia commesso per colpa alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 440, 441, 442, 443, 444 e 445 si applicano le pene ivi rispettivamente stabilite ridotte da un terzo a un sesto.»
    La reclusione dai 3 ai 12 anni è prevista al n. 1), che rimanda agli artt. 438 e 439, nella parte in cui questi prevedono la pena di morte. Ma essendo la pena di morte stata abolita dal codice penale con il decreto luogotenenziale
    10 agosto 1944 n. 224, il n. 1) dell’art. 452 s’intende implicitamente abrogato La pena massima che può essere irrogata in applicazione dell’art. 452 è 5 anni (n. 2). Scrivere che chi trasgredisce il decreto rischia il carcere fino a 12 anni è errato, e alimenta un panico già alle stelle dopo venti giorni di emergenza. Questo va detto, ma va detto altrettanto chiaramente che a monte dell’errore giornalistico c’è una direttiva ministeriale che si richiama all’art. 452 in maniera molto impropria. L’intento del ministero è di evocare il timore della sanzione penale per chi, con comportamento colposo, contribuisse al rischio di propagazione dell’epidemia. L’art. 452, infatti, rimanda a sua volta all’art. 438, che appunto punisce il pericolo di causare un’epidemia «mediante la diffusione di germi patogeni». Ma il reato di epidemia non è affatto stato pensato per i comportamenti a cui il ministero vorrebbe applicarlo, seppure nella sua declinazione colposa. Il manuale di diritto penale di Giovanni Fiandaca ed Enzo Musco ne presenta così la ratio: « Questa fattispecie, sconosciuta ai codici precedenti, è stata introdotta dal legislatore del ’30 in base alla considerazione che l’evoluzione scientifica ha (almeno teoricamente) incrementato la possibilità di procurarsi colture di germi patogeni, al fine di provocare e diffondere epidemie.» Insomma, nulla a che fare con violazioni dell’isolamento imposto dalla quarantena.

    Il divieto assoluto di assembramento
    L’ulteriore dpcm promulgato la sera di lunedì 9 marzo, oltre a estendere a tutta italia le misure adottate il giorno prima per la lombardia e per le altre quattordici province, e a sospendere le competizioni sportive, ha posto un divieto assoluto di assembramento, su cui va spesa qualche parola. Ecco com’è formulato: “sull’intero territorio nazionale è vietata ogni forma di assembramento di persone in luoghi pubblici o aperti al pubblico.”. Ora, a ogni divieto corrisponde una sanzione, e in questa disposizione la sanzione non è espressa. Il che ne rende oscura la comprensione ai destinatari. O meglio: una disposizione scritta in questo modo ha, prima di tutto, e ancora una volta, un fine retorico e psicologico. Il messaggio che contiene è uno solo: sappiano tutti che esiste un divieto. Anche in questo caso, la sanzione per chi lo trasgredisca è quella dell’art. 650 del codice penale. Per saperlo, però, bisogna conoscere l’ordinamento giuridico, se non nel suo complesso, almeno nella parte che disciplina gli ordini di polizia: bisogna cioè compiere un’operazione interpretativa. Ma il destinatario delle norme giuridiche non è l’operatore del diritto, che il diritto conosce e sa interpretare: è un’intera comunità.

    Qui mi limito a una considerazione tecnica, al netto delle valutazioni di merito sul contenuto della norma, che sono già svolte nel post. non sarebbe costato nulla scrivere esplicitamente: “sull’intero territorio nazionale è vietata ogni forma di assembramento di persone in luoghi pubblici o aperti al pubblico. I trasgressori sono puniti ai sensi dell’art. 650 cp.” Esattamente come, per quanto con formulazione molto involuta, nel dpcm dell’8 marzo si trova scritto, ad es.: « sono consentite le attivita’ di ristorazione e bar dalle 6.00 alle 18.00, con obbligo, a carico del gestore, di predisporre le condizioni per garantire la possibilita’ del rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro […] con sanzione della sospensione dell’attivita’ in caso di violazione» (art. 1, comma 1, lettera n). Divieto e sanzione enunciati contestualmente. Una disposizione redatta in questo modo se non altro risulta più chiara a tutti. Ma nella logica dell’emergenza, lasciar aleggiare lo spettro di un generale divieto, senza precisarne i confini, incute più timore.

  25. Mi ronza in testa una cosa un po’ confusa riguardo al fatto che, in occasione dell’epidemia, siano spariti i discorsi critici anche da parte di moltissimi che definite “insospettabili” dei movimenti sociali. Ho una mia idea in merito.
    I movimenti e in genere il pensiero di sinistra, nei decenni, sono sempre stati permeati da quella che genericamente può definirsi “mentalità” ambientalista. Che nelle sue espressioni migliori annovera contributi di altissimo livello (anche) scientifico, ma a livello strada (dove sto io) arriva diluita e contaminata in un sincretismo che include, senza magari saperlo, filosofie orientali e/o new age che tendono a far scivolare il discorso dallo scientifico a un generico “spirituale”. Dal complesso al semplice. Da studi accademici di varie discipline a un generico “amore per la Natura”. O peggio per “Madre Natura”. E lì addio proprio.

    Gregory Bateson molti decenni fa, in un libro che al momento non ho in casa (poteva essere “Verso un’ecologia della mente”, oppure “Mente e natura”) dimostrava che, per dirla a bestia perché meglio non so, se sei parte di un sistema ti è preclusa la percezione del sistema stesso. Mi aveva folgorato, ma non mi aveva impedito nei secoli a venire di continuare a usare il termine “naturale” (e soprattutto il suo opposto “innaturale”, “contro natura”) come argomento fine del mondo. Ammesso che abbia senso parlare di “Natura” come di qualcosa di concreto, se io ne faccio parte non posso sapere quali ne siano le caratteristiche. Non posso sapere cosa è naturale. Quindi l’argomento della naturalità è probabilmente una trappola.

    Ho l’impressione che molto spesso la percezione automatica che abbiamo di un virus sia quello di una manifestazione “naturale” (anche nell’ipotesi fantacomplottosa che esca da un laboratorio). E come tale, che sia quasi “etico” riconoscerlo, adeguarsi, soccombere. Morire di guerra è male, morire di virus è “naturale”. O che comunque il virus rientri nella categoria “Natura matrigna”, come i terremoti. Come quando crolla un seracco sulle cordate che salgono al Bianco e si parla di “Montagna assassina”.
    Potrebbe essere questo il processo per cui gli eventi “naturali” mettono fuori gioco i discorsi critici, perché puoi criticare le manifestazioni dei tuoi simili, puoi criticare gli F35, ma come lo critichi un seracco?

    A me pare che in questi giorni la trappola stia funzionando alla grande. Come se ne esce?

  26. Poiché è tautologico che su Giap decida WuMing di cosa si parla, non temete: questa volta cercherò di evitare di far deragliare la discussione astenendomi dal prolungare un botta-e-risposta da posizione di minoranza (ed ovvio squilibrio di forze). Ma visto che certi modi di argomentare continuano a procurarmi forte nervosismo, mi tolgo comunque qualche sassolino: concedetemi almeno un intervento fuori dal coro.

    Partiamo dal termine “negazionismo”, visto che qui su Giap l’ha utilizzato il sottoscritto. Bene, non per appellarmi a principi di auctoritas, ma ho successivamente scoperto di essere in ottima compagnia: Davide Grasso (in un luogo virtuale che chiaramente non può essere linkato qui, onde evitare asservimento alle big tech dei social, che però varrebbe la pena di essere letta per intero) il 7 marzo scriveva una lunga confutazione in dieci punti di certi atteggiamenti (ovviamente in argomento “distanziamento sociale” in tempi di Covid-19) che iniziava così: “Non essendo più da alcuni giorni pervenuto il complottismo negazionista, sembra ci sia chi si sta riversando nel ribellismo”. Se questi termini li può usare lui, servirà quantomeno a dimostrare che si potrà non concordare con voi senza per questo essere fascisti e/o decerebrati, o mandrie di zelanti questurini/e (che spettacolo desolante leggere certi termini riservati a chi non concorda!). Saranno senz’altro meglio i giovani che (almeno stando alla stampa generalista) gridano che “uscire di casa è un atto rivoluzionario”, il che senz’altro contribuirà all’immagine della sinistra nella società.

    Leggendo quest’ultimo post e i suoi commenti, ho l’impressione di una degenerazione progressiva (e di un restringimento della platea, sarà casuale, o inizierà a vedersi della disaffezione? L’ostracismo e l’auto-allontanamento mi sembrano qui del tutto al contrario rispetto a chi dice di essersi dovuto trattenere per evitare di sentirsi dare dell’irresponsabile). Vedo parole come ipocondria. Cos’è questo se non, di nuovo, negazionismo? Ora siamo al virus immaginario?
    Leggo affermazioni apodittiche del tenore i morti dovuti alle misure “contro il coronavirus” potrebbero essere più dei morti dovuti al coronavirus. A cui stranamente non si risponde con la stessa accanita pignoleria con cui si analizzavano le virgole dei paper scientifici che discutevano le misure di distanziamento sociale. Cosa sarebbe questo, vaticinio? Verità rivelata? O l’uso del condizionale basta a porsi al riparo da qualunque obiezione? A fronte di numeri, ragionamenti, statistiche (per quanto incerti) si risponde con “beh ma secondo me invece sarà cosà”? Un bel progresso della qualità del dibattito, non c’è che dire. L’influenza spagnola ha fatto più morti della guerra mondiale, in questo caso si possono ipotizzare degli scenari più o meno gravi, ma -per quanto giusto sottolineare gli effetti anche sociali e sulla psiche delle misure di contenimento- non mi sembra molto plausibile ipotizzare che i femminicidi dovuti a convivenza forzata saranno… migliaia? milioni?

    Non si può fare altro, tu cosa faresti? (figlio di se fossimo noi al governo?) Non ho qui lo spazio e sarebbe troppo lunga e ulteriormente OT, ma le “risate” che suscita il pensiero di essere in posizione di prendere delle decisioni mi sembrano emblematiche di una vocazione alla sconfitta. In Val di Susa, terra No Tav, che Wu Ming 1 ha studiato approfonditamente, è capitato anche di trovarsi precisamente in una situazione simile. Ovviamente non si trattava di coronavirus, ma di situazione molto seria si. Due sindaci, di due paesi molto piccoli (500 e 1500 abitanti circa), che non esiterei a definire “sindaci movimentisti”, si sono trovati a dover “governare” uno scontro tipo Ilva di Taranto tra salute e occupazione, allorché è emerso che una acciaieria ubicata sui territori da loro amministrati emetteva diossine in quantità senza precedenti in Italia (salvo appunto Taranto e Seveso) con annessi inquinamento, mortalità, ecc. Abbandonati a se stessi da scaricabarile di altre autorità (Provincia in primis, in parte anche ASL). Ecco quindi che stranamente la domanda “tu cosa faresti?” è meno surreale di quanto potrebbe sembrare. Continuate pure a ridere fragorosamente, sarà senz’altro un contributo fondamentale.

    Chiudere tutto è l’unica soluzione, andava fatto prima (corredato da dimostrazione cartesiana che il SSN non avrebbe comunque retto, seppur potenziato). Qui siamo alla contestazione della matematica. E’ giusto criticare i tagli al SSN? Assolutamente! (ecco vedete: tocca un po’ a tutti fare le premesse per porsi al riparo da obiezioni stupide). Ciononostante, una crescita esponenziale delle necessità di posti in terapia intensiva è per definizione insostenibile qualunque sia il numero di posti disponibile. Mi risulta che negli ultimi 40 anni siano stati ridotti ad un terzo (fatto certamente grave). Vogliamo ipotizzare che fossero 10 volte tanto? Vorrebbe dire reggere ben una settimana in più. A meno che… non si intervenga a interrompere l’esponenziale, cosa che si può fare in un modo solo: diminuire i contatti sociali (se ne esistono altri, credo valga la pena di comunicarli al più presto, ché si salveranno vite umane).

    Chiudo con due citazioni, la prima ancora da Davide Grasso (almeno stando a quanto riportato da Radio Onda d’Urto, ma la collocazione temporale è del 26 febbraio), per esprimere come mi sento.
    E sento già che ci sono gruppi politici che vogliono mantenere lo stesso concerti, feste e manifestazioni nonostante
    ordinanze più che ragionevoli e semmai tardive, assumendosi la responsabilità di dare di nuovo un’immagine di
    merda della sinistra, a partire da quella presunta estrema, che mi sembra sempre più demente e che evito per questo
    di accreditare come “antagonista” o “radicale”. E non nascondo la mia vergogna in queste ore, come già accaduto
    altre volte, per far parte comunque di questo mondo, in grado di trasformarsi così spesso in cloaca digitale di
    cinismo, presunzione, elitarismo wannabe e insensibilità disarmante
    “.

    La seconda è da Jacobin Italia, per rispondere a questo: “Se constatavi che l’89% per cento dei morti era sopra i 70 anni, il 58% sopra gli 80, e nel complesso l’età media era 81, ti accusavano di «fregartene se muoiono i vecchietti»”. No, l’accusa, da imbezèl, è diversa: è di presentare le cose in un frame volutamente distorsivo. Chissa come mai si sceglie di presentare questi dati piuttosto che dire, che so, che l’11% dei malati è in età 19-40, un altro 11% in età 40-50; che l’8% degli INTUBATI ha tra 25 e 49 anni.
    Se si agisce per cambiare la società, è perché si ha un’idea di pubblico in cui, rimanendo in questo ambito, a tutte e a tutti sia garantito il diritto alla sanità. Tutte e tutti non significa, quindi, solamente i giovani, gli adulti, ma anche gli anziani, coloro che hanno disfunzioni cardiache e gli/le immunodepressi/e, chi è sieropositivo e chi ha problemi respiratori, chi è un paziente oncologico e chi ha altre patologie. Pensare la società come maggioranza di sani, è come pensarla di eterosessuali

    • Mi interessa fare solo ed esclusivamente due rapide puntualizzazioni:

      1) non è che qualunque cosa si scriva sia riferita a te, dài, un po’ meno narcisismo, ché il narcisismo porta anche a essere pedanti. È tutto un «io, io, io». Se vedi te stesso in pressoché ogni passaggio di quel che leggi, boh, forse è coda di paglia, non lo so… né mi riguarda.

      2) Sul restringimento della platea: non saprei, posso solo dire che questa puntata del Diario virale è quella che sta circolando di più e più rapidamente da quando abbiamo iniziato la serie, e che è entrata in meno tempo nel box degli articoli più commentati. Poi, ovvio, quantità non è qualità. Ma tu di quantità parlavi – «restringimento della platea» – e da qui la precisazione.

      Non ho da aggiungere nient’altro.

    • “Davide Grasso (in un luogo virtuale che chiaramente non può essere linkato qui, onde evitare asservimento alle big tech dei social”

      ma tu pensi di essere spiritoso prendendo in giro le preoccupazioni sul potere delle mega piattaforme?
      …i tuoi commenti sono sempre pieni di queste frecciatine e “sottili” (non proprio) prese per il culo, alternate a vittimismi alla ” voi siete forti, io sono una povera pulce “, e passaggi passivaggressivi come ” qeusta é casa vostra, ora tolgo il disturbo”…. e comegiustamente dice wuming1 qui sopra alla fine tutto gira su te stesso… però pretendi calma olimpica dagli interlocutori. fai così da settimane, dovresti lodare la pazienza dei wuminghi invece di rompere ancora loro le balle in questo modo. se avevi qualcosa di importante da dire, ti sei sabotato da solo, sai?

      • scusate la grande quantità di refusi!

      • Per carità, no, adesso parte un sotto-thread lunghissimo… Parliamo dell’emergenza, per favore. Restiamo focalizzati.

        • Tranquilli, non ho intenzione di farvi passare ore a polemizzare a livello personale.

          E’ la seconda volta che mi si dice che è tutto un “io io io”, rileggo e non capisco dove, sarà un fraintendimento tipo la confusione del termine “emergenza” per “pericolo”. Rileggerò ancora.

          Il resto me lo faccio scivolare addosso: visto tra l’altro che si criticano i toni anziché le argomentazioni. Al di là delle frecciatine (che non nego), non mi sembrava corretto riportare qui un link a facebook né copincollare integralmente. Ne consiglio nuovamente la lettura. Mi permetto di riportarne due punti (a scanso di equivoci: ovviamente NON c’è nessun riferimento diretto a Giap, la critica è rivolta a “Sembra che alcuni circoli, collettivi e centri sociali italiani intendano continuare le attività pubbliche, comprese serate, cene e concerti, come se nulla fosse”):
          (7) “Noi non ci adeguiamo alla psicosi”
          È il momento dell’umiltà e di smettere i panni dei saccenti, ragionando e apprendendo anziché insegnare a tutti i costi che si è migliori dei poveri mortali che stanno fuori dai circolini della microsinistra. Se anche il virus non si fermerà, con questa umiltà si contribuirà a diffonderlo meno ed è una grandissima differenza.
          (8) “Noi non ci fidiamo del governo e dello stato”
          Fate bene, ma allora, visto che questo non è un esercizio di filosofia, proponete misure alternative cui il paese possa se vuole uniformarsi, basate sulle stesse informazioni scientifiche (o su informazioni alternative, che però dovete accreditare e rendere pubbliche) e fatele prevalere attraverso un movimento di massa, ma in tempi brevi. Se prevedete di non riuscirci, meglio abbassare le ali e mantenere lo spirito critico senza infettare sé stessi e il prossimo, e senza spargere sciocchezze che stanno deprimendo tante persone che si riconoscono nei vostri percorsi in queste ore, perché accreditano certe dicerie sugli attivisti alternativi: bambinoni viziati e inadatti alle più elementari responsabilità della vita adulta. (Dicerie che non devono trovare riscontro, fanno bene solo alla destra e non bisognerebbe avvalorare neanche involontariamente).

          • Di circoli e centri sociali che stiano continuando le attività pubbliche al momento non me ne vengono in mente, non so con chi stia polemizzando Davide, né di chi siano i virgolettati che usa, forse sono sue sintesi di cose che ha sentito non so dove, ad ogni modo non funzionerebbero come sintesi sensate di quel che scriviamo sul Diario virale, tuttalpiù come caricature sdozze, argomenti straw-man, quindi ha poco senso riportarle qui. Devo poi dire che: «se al governo non ci sei tu ma altri e se i rapporti di forza non sono favorevoli a far passare le tue idee anche se sono più giuste, allora vola basso, adeguati e chiuditi in casa» non mi sembra un gran argomento, da un linea del genere deriverebbe soltanto distruzione di qualunque percorso collettivo sperimentato in questi anni, compreso quelli sperimentati da Davide. Spero vivamente che si sia solo espresso male per foga e fomo da social.

    • Guarda, liberissimo ovviamente di attaccare da qualsiasi angolazione quanto ho scritto. Ti contesto solo l’associare la battuta sull’ipocondria all’ipotizzare un virus immaginario. Questa mi sembra proprio l’esemplificazione della reazione scomposta in grado di generare questo argomento.
      Credo fosse abbastanza chiaro che non stessi negando l’esistenza di un virus ma sottolineando ironicamente quanto, la “preoccupazione ansiosa” relativa alla propria salute, potesse essere un’arma molto efficace contro il pensiero critico. Ma era ironia negazionista evidentemente.

      • Mi accodo, da ipocondriaca vera e non occasionale, a questo commento per precisare che gli ipocondriaci non hanno paura di malattie immaginarie come è stato detto da qualcuno sopra. Le malattie di cui abbiamo paura sono vere e abbiamo la stessa probabilità di tutti di ammalarci; solo che a differenza degli altri passiamo la vita a pensarci, ogni sintomo insignificante può essere una sentenza di morte ed è in grado di scatenare altri sintomi, ogni esame medico anche di routine un calvario. L’angoscia che la gente sta provando per il coronavirus per noi è la vita quotidiana, con la differenza che riguarda ogni cazzo di malattia di cui sentiamo parlare. Ora, non mi sembra affatto improbabile che in una situazione così ci possano essere reazioni ipocondriache, anche con tanto di sintomi psicosomatici.
        Per quanto riguarda compagni e compagne che sottovalutano l’emergenza, io per quanto perfettamente in linea col post, sono molto indulgente. Paura e panico non sono amici della razionalità e la paura è palpabile e giustificata. Non so com’è la situazione a Bologna, ma dal mio paese (provincia di Parma) da tre giorni mi arrivano notizie di conoscenti morti di coronavirus, anziani sì ma senza problemi di salute precedenti. Nella mia stessa famiglia da oggi c’è una situazione preoccupante e mi sto cagando sotto, tanto più che sono lontana da casa. Dico una banalità ma è totalmente diverso dal leggere cifre di morti sconosciuti sul giornale, quindi non me la sento di criticare chi non riesce (per ora) a separare il discorso sull’epidemia in sé dal discorso politico

    • A me sembra ( ma può darsi che mi sbagli o che semplifichi), senza voler aprire un sotto-filone polemico personale, che l’ obiettivo di questo diario virale sia quello di evidenziare che quelle spacciate come “efficaci” misure di contenimento del contagio siano principalmente efficaci misure di controllo sociale, inadatte (ormai o da sempre) al contenimento del contagio. Non c’è l’intento di minimizzare il pericolo di questa situazione ma di rilevare le contraddizioni delle misure prese in quanto tardive, inefficaci, contraddittorie e orientate politicamente a stringere la morsa del controllo. Sottolineando come il focus sia stato spostato sulla responsabilità personale / individuale e non su come si debba politicamente/ collettivamente affrontare il problema: partendo, ad esempio, dalla questione del progressivo smantellamento in corso della sanità pubblica, motivo per cui si sente dire che “saremo costretti a SCEGLIERE CHI SALVARE”… ‘ chiaro che l’adozione di questa logica apre la strada a molte altre aberranti scelte di necessità… facendo prevalere il primitivo motto “mors tua, vita mea” e applicandolo, “per necessità” di sopravvivenza, sul più debole. Sono stati proposti molti lucidi ragionamenti politici e non ” pseduo pragmatici” o ” pseudo scientifici” ( come già ne circolano tantissimi) sulla gestione dell’ ” emergenza”. In tanti infatti, senza concentrarsi unicamente sulle misure di contenimento del contagio, hanno sollevato questioni relative alle conseguenze di un prolungato forzato isolamento sociale per tutti quei lavoratori che non godono di ammortizzatori sociali, per tutti coloro la cui sopravvivenza dipende da chi può fornirgli, a titolo volontario e gratuito, assistenza ( come i volontari di molte associazioni fanno quotidianamente), per tutti coloro che sono già in difficoltà e che saranno ancora più isolati e più soli di sempre. A me non sembrano effetti collaterali trascurabili, oltre al fatto che si sta collaudando un ” modello”. Un modello di ordine securitario ed un modello, ancora più subdolo e già infinite volte sperimentato ( come nella questione Ilva), di come si possa scaricare la responsabilità politica di scegliere fra la salute ed il lavoro sulle classi sociali più deboli e ricattabili. Chi non ha più “niente da perdere”, come molti carcerati, ha già cominciato a gridare, e pagato con la vita, la sua rabbia per l’imposizione di un regime ancora più duro di quanto già non lo sia quello carcerario.

      • Mah, non mi pare che il tono di e.talpa sia particolarmente narcisista o vittimista, né peró mi pare che sia stato fatto qui del negazionismo. Semmai qualcuno ha usato delle parole non proprio precise, ma questo credo che possa tranquiallmente accadere.

        A me invece il nocciolo del dibattito interessa moltissimo.
        Sulla questione strettamente epidemiologica credo che vi siano caterve di siti molto interessanti che sviscerano in dettaglio quello che si sa e quello che non si sa del virus e della malattia.

        Molto meno, e qui penso sia la parte interessante, si sta parlando di cosa appunto si stia innestando sull´emergenza.

        Partendo appunto dal presupposto che una condizione di emergenza crea delle risposte di emergenza, fino a che punto si deve sacrificare sull´altare della sicurezza dall´infezione? E citando un famoso detto Quis custodiet ipsos custodes?

        In che modo l´emergenza debba essere gestita per, da una parte dare una risposta decisa al problema, ma dall´altra non mettere in discussione lo stato di diritto.

        Benché é chiaro che non esista un “Grande Piano” per destituire la democrazia, é secondo me anche evidente che l´occasione rende l´uomo ladro e molti gruppi di potere potrebbero sfruttare (stanno sfruttando?) l´emergenza del momento per una ristrutturazione (in negativo) di parte dello stato di diritto e del mondo del lavoro.

  27. Domanda: come stanno affrontando l’epidemia di Covid-19 i nostri vicini svizzeri?

    Lo spiega in quest’intervista il medico ticinese Giorgio Merlani.

  28. In questo suo scritto, Andrea Olivieri ha colto perfettamente lo spirito con cui stiamo scrivendo il Diario virale. Le nostre puntate, scrive Andrea,

    «forniscono nell’immediato informazioni e chiarimenti di carattere generale e politico che, in questo momento, possono essere essenziali per tutte e tutti. Soprattutto però saranno utili quando questa emergenza sarà terminata (o darà tregua), in quel “dopo” che, presto o tardi che sia, arriverà domani, anzi, è già oggi, e che dobbiamo considerare il vero fulcro di questa vicenda.»

  29. Buongiorno,
    siete una luce brillante ed illuminante in questi tempi biu.
    Vi ringrazio di cuore…

    P.S.
    E’ evidente che una società i cui meccanismi fondamentali sono asserviti alla rutilante ed incessante produzione di plusvalore può mostrare la corda….

  30. Be’, alcune cose vorrei dirle pure io.

    Credo sia doveroso rigettare i tentativi di colpevolizzazione degli adolescenti. Di questo nel post abbiamo forse detto poco. Mio figlio quattordicenne, dopo settimane in cui gli è stata tolta la scuola, lo sport, il cinema, e adesso anche qualunque luogo in cui mangiare una pizza con gli amici, il pomeriggio – magari dopo avere sentito sua nonna, che vive sola, strettamente per telefono – va insieme a un paio di amici (gli unici che gli sono rimasti da frequentare, ormai) a dare due calci a un pallone in un prato. L’ora d’aria non si nega nemmeno ai carcerati. Vogliono impedirglielo? Prego. Mandassero gli sbirri ad acciuffarlo. Ben allenati, però, perché corre forte.

    Da ieri sera stiamo ricevendo messaggi di ringraziamento da gente che pensa esattamente le cose che abbiamo scritto, perché dopo avere letto il nostro post si sente meno sola. Io credo che le cose che abbiamo scritto siano talmente ovvie che moltissimi le condividono, ma hanno paura a dirle perché subito verrebbero accusati di negazionismo, di irresponsabilità, eugenetica, ecc. Adesso bisogna stare tutti uniti…ciascuno chiuso in casa. Bell’ossimoro. E qui nella discussione qualcuna ha fatto notare che quella casa, per non pochi soggetti, per lo più femminili, non è una tana calda e protetta, ma un luogo di sopraffazione. Addendum sacrosanto.

    Stringi stringi quello che abbiamo scritto è che i provvedimenti presi sono stati tardivi, malconcepiti, massimalisti, incoerenti. Il risultato è sotto i nostri occhi, infatti. Per salvare il SSN già massacrato da trent’anni di tagli neoliberisti bisognava fare tutt’altro: cioè tutelare subito, con l’adeguata profilassi, i soggetti a rischio – anziani e immunodepressi – e lasciare che gli altri smaltissero la febbre senza generare panico sociale e trasformare il paese nel set di un film di Romero. È il modo in cui hanno deciso di affrontare l’epidemia in Svizzera, tanto per dire, come ha segnalato WM1 qui sopra.
    Invece da noi si sono chiuse prima le scuole, e tre settimane dopo i centri anziani. Cioè prima abbiamo messo i bambini a casa… con i nonni, poi ci siamo accorti che così avevamo infettato i nonni, i quali poi erano andati nei centri anziani e si erano infettati tra loro. Un capolavoro. Si sono chiusi alcuni settori del mondo del lavoro e altri no (quindi a cosa serve? Perché posso andare in catena di montaggio ma non in palestra? Perché posso lavorare in un ristorante ma non andarci a cena?); si sono chiuse le province a macchia di leopardo, senza chiuderle, e alla fine si è chiuso l’intero paese. Pressoché tutto è stato fatto al contrario e a cazzo di cane. Ormai è più facile che sia la bella stagione a far regredire i contagi, piuttosto che il circolo vizioso in cui si è ficcato lo stato italiano.
    Una cosa è certa: pagheremo questa cialtroneria con la recessione economica e la perdita di migliaia di posti di lavoro. Ma intanto, come scrivevamo, qualcuno avrà aperto nuove frontiere della governance, facendo tesoro dell’esperienza emergenziale.

    • Io – e questo “io” vale poco – oltre a sottoscrivere quanto sopra espresso, vorrei puntualizzare, perdonatemi, che non c’è niente di male nell’essere massimalisti. Anzi! D’altro canto i signori che muovono i fili, e che mitragliano decreti senza pietà, preannunciando dirette come pop-star, nelle quali si dicono frasi per le quali Massimino Troisi avrebbe chieso, <>, sono a loro modo massimalisti, o no ?

  31. Nel carcere della Dozza, a Bologna, in seguito alla rivolta di lunedì scorso, sono morti due detenuti. L’ipotesi è: overdose da farmaci, in particolare metadone. Intanto, i morti legati alla rivolta nel penitenziario di Modena salgono a nove. Tutti per overdose da farmaci. A Rieti, altri quattro. Sempre overdose. Sui grandi quotidiani non mi è sembrato di leggere dubbi su queste “ipotesi”, che puzzano tanto di cadute dalla finestra, o dalle scale, o di malori attivi. Anche in questo caso, mi sembra di poter dire che il pensiero critico arretra, arranca, s’arresta.

    • Inizio dalla fine…

      “Saremmo andati a cercare chiunque non avesse ancora ceduto all’insensatezza. Questo ci avrebbe dato la forza nei tempi a venire. Come sempre.
      E avremmo scommesso ancora sull’intelligenza contro l’idiozia di stato, la paranoia collettiva, la politica emergenziale. Una volta di più. Un minuto di più.”

      Ecco, sulla base di questa scommessa provo anch’io a condividere alcune sensazioni e riflessioni in merito alle rivolte carcerarie di questi giorni.
      Premetto che non conosco assolutamente nulla del mondo carcerario, ma sinceramente non pensavo che sarebbero passati così sotto traccia avvenimenti mai visti prima nella storia della Repubblica Italiana. 14 morti, decine di feriti gravi tra polizia e detenuti e intere carceri distrutte.

      Effetto Joker – La prima che mi è venuta in mente è stata il cosiddetto effetto Joker, una rivolta alla disperata, distruggiamo tutto, senza un progetto, senza un idea di futuro.

      Azzeramento del tempo – L’effetto dei social network sugli avvenimenti porta ad azzerare il passato e il futuro, si vive solo sul presente. Chi va a rileggere un post su FB o WA di giorni prima o addirittura mesi prima ?
      Mi è sembrato che l’approccio del ministro della giustizia ieri in parlamento fosse questo. Non c’era un passato, non c’era un contesto… voi avete distrutto tutto, siete dei criminali, quindi non discutiamo con i detenuti… La storia inizia da dove ci piace farla iniziare…

      Le carceri e il coronavirus – Inizialmente si era detto che le rivolte erano per la limitazione dei colloqui, poi è uscito che un detenuto era positivo ed era stato messo in isolamento (in cella d’isolamento o in una struttura sanitaria in isolamento?). E’ di ieri la notizia che anche un agente penitenziario fosse positivo…

      Indifendibili – Un motivo per cui non c’è molta attenzione sarà sicuramente che i detenuti, carcerati, criminali, ecc. non sono difendibili nel contesto post-politico attuale. Chi cerca di capire o proporre delle soluzioni al sovraffollamento carcerario, motivo all’origine della crisi, è anch’esso messo alla gogna.

      Chi erano i 14 detenuti morti – Nulla si è detto su chi fossero i detenuti morti, l’unico di cui si è detto il nome è l’omicida evaso. Non che siano importanti i nomi, ma le storie: se sono morti di overdose, erano dei tossicodipendenti in crisi di astinenza? Erano in attesa di giudizio o condannati secondo la giovanardi-fini? La causa della morte è stata accertata dopo l’autopsia oppure è una dichiarazione delle autorità ante autopsia?
      La stessa sensazione di Wu Ming1 che qualcosa non quadra…speriamo proprio di non dover rivivere altri casi Cucchi.

      La polizia penitenziaria – Un altro elemento straniante erano le dichiarazioni di un sindacato della polizia penitenziaria che cercava di andare nella direzione del dialogo e di iniziative per affrontare il sovraffollamento e l’emergenza virus. La polizia penitenziaria in questo contesto è in pericolo quanto i detenuti.

      La civiltà di un paese si vede dalle condizioni delle carceri, è necessario su questo tema una riflessione profonda, purtroppo ora non si vede una prospettiva diversa dall’attuale, anzi…
      Concordo col dire che il pensiero critico arretra, arranca, s’arresta.

      Concludo ringraziandovi per questo spazio che tenete aperto, è assolutamente vitale.

      • Sulle carceri anche io nel mio piccolo ho scritto qualche considerazione due giorni fa (https://sweepsy.wordpress.com/2020/03/10/dentro-o-fuori-pericolo/) perché ne avvertivo la necessità, continuavo a leggere delle rivolte e dei feriti, poi i morti e mi montava la rabbia: conosco il senso comune per cui i detenuti sono non persone per troppa troppa gente. E invece sono proprio lo specchio della nostra civiltà e come scriveva qualcuno sono stati i primi a reagire perché sono già dentro, più dentro di noi almeno per ora. Mi sembrava un buon modo per cercare di rovesciare la prospettiva, per cui l’emergenza-pericolo non è una livella come si dice, ma in essa si riflettono i rapporti di classe. Stesso discorso vale per gli operai, per tutti i lavoratori precari, atipici, ecc. che stanno già pagando un conto salato. La speranza di tutt* noi è che questa situazione possa veramente essere la leva per tentare di rialzare la voce.
        In questi giorni sto finalmente leggendo No is not enough della Klein, e quando lei parla del “movimento dei movimenti”, di quanto sembrava forte, stava diventando *egemone* forse, e poi è arrivato l’11 settembre e ha travolto tutto. Ora, al di là del movimento per il clima non c’è più questa forza, ci siamo dispersi in mille rivoli da allora in un reflusso che non ci ha annientato ma disseminato, e questo shock uguale e contrario vorrei tanto che potesse servire a ribaltare ancora una volta, con un movimento contrario, la situazione, riunire nuovamente tutte le lotte nella stessa lotta.

  32. Chiedo scusa per il copia-incolla da Repubblica.it, ma questa notizia, se confermata, mi pare davvero molto grave. Gente denunciata non già per contagiosi assembramenti, ma perché sorpresa a passeggiare senza motivo per il centro di Bologna:

    Bologna, a spasso senza motivo: dieci denunce
    Sono 10 le persone che ieri sono state sorprese dalla polizia a girare per Bologna senza un giustificato motivo. Per loro, fa sapere la Questura, è scattata la denuncia per inosservanza dei provvedimenti dell’autorità, a causa del mancato rispetto del decreto del presidente del Consiglio contenente le prescrizioni per fronteggiare l’emergenza coronavirus. Si tratta di tre 28enni, un 58enne, un 42enne, un 25enne, un 47enne, un 23enne, un 22enne e un 38enne, denunciati dagli agenti delle volanti in via Marco Emilio Lepido, via Matteotti, via Belle Arti, via Massarenti, via Indipendenza e via Corticella.

    Rimini, denunciati 4 ragazzi al parco
    Durante controlli a Morciano di Romagna, nel Riminese, sono stati denunciati quattro ragazzi che si erano raggruppati in un parco, sempre per il reato di inosservanza delle disposizioni delle autorità. I quattro provenivano dai comuni limitrofi.

    https://bologna.repubblica.it/cronaca/2020/03/11/news/anziani_bologna-250942003/

    A questo punto spero denuncino mia madre, 81 anni, che ogni tanto si avventura fuori con il bastone per sgranchire le gambe e prendere un po’ d’aria.
    Poi vediamo in base a cosa, la denunciano, visto che il decreto non prevede sanzioni, e come faceva notare Luca Casarotti qui sopra, non ha una forma giuridica chiara.

    • E i giornali riportano notizie così come se fossero normali. È già passata una nuova normalità. Siamo già nello stato di polizia, anche col plauso di chi, se solo un mese fa gli avessi detto: «Tra un mese ti piacerà lo stato di polizia», ti avrebbe dato un cartone in piena faccia.

    • È peggio di un colpo di stato. Correte forte.

      • sento il bisogno di forti e organizzati gesti di disobbedienza, per restituire corpi e senso allo spazio pubblico e sociale, ma non vedo nessun* proporne (io incluso… se avessi un’idea la condividerei)

      • Ho letto anch’io di queste denunce ed è una situazione inquietantissima. Ho appena sentito la conferenza stampa della Protezione Civile, nella quale Borrelli non auspicava affatto l’uso di sanzioni. L’impressione che ho io è che nella confusione generale le singole questure agiscano un po’ come gli pare, naturalmente divertendosi ad applicare un coprifuoco che nel provvedimento del governo non c’è.
        Atteggiamento arbitrario che tra l’altro in altri ambiti (ad esempio quello dell’immigrazione) tengono abitualmente, applicando la più assoluta discrezionalità in barba alla legge. Il problema è in capo a qualche giorno tutte le questure potrebbero allinearsi a quelle peggiori.

        • In Italia le forze dell’ordine agiscono sempre in maniera discrezionale. Se ti fermano per un controllo, un motivo per farti anche solo una multa, se vogliono, lo trovano. Gli stessi identici comportamenti vengono sanzionati in maniera diversa a seconda del contesto e dell’agente che incontri. In questo caso, c’è l’articolo passpartout del Codice Penale, il 650, “inosservanza dei provvedimenti dell’autorità”: https://www.brocardi.it/codice-penale/libro-terzo/titolo-i/capo-i/sezione-i/art650.html

          • Le FdO denunciavano per 650 a ogni piè sospinto già prima del divieto assoluto di assembramento. E non di rado rimediavano porte in faccia anche dalle procure, che di quelle denunce sovente chiedono l’archiviazione. Con l’art. 4 del dpcm dell’8 marzo (che richiama il 650), con la direttiva del ministero dell’interno di cui parlavo nel commento di stamani (che richiama il 650), con il divieto di assembramento, le denunce si moltiplicheranno. E questa è indubitabilmente una seccatura, perché un procedimento aperto comporta spese, stress, perdite di tempo. Ma queste denunce reggeranno davanti ai giudici? Il 650 è un reato, e un reato è configurabile se rispetta il principio di offensività: vale a dire, se lede o mette in pericolo un bene giuridico, cioè una situazione della vita materiale che il diritto ritiene meritevole di tutela. E se nei processi che da queste denunce dovessero partire si dovesse provare che il denunciato non era infetto, dunque non costituiva un pericolo per nessuno, il suo comportamento non dovrebbe essere considerato offensivo. Processi, oltretutto, che si celebreranno, se si celebreranno, tra anni, visto che l’attività giudiziaria non urgente è di fatto sospesa, e il carico di lavoro già pendente verrà smaltito nel giro di molto tempo.

          • Oggi pomeriggio camminavo sul Lungo Navile ascoltando podcast che mi servono per lavoro. Io lavoro anche così, ma non è scrivibile in un’autocertificazione. C’era gente a passeggio, anche anziana; genitori in bici coi figli; donne e uomini che facevano jogging; gente che leggeva sulle panchine o su teli stesi sull’erba. Nessun “assembramento”, solo gente che si godeva sole, verde e ossigeno, che fa sempre bene. Nessuna guardia a importunare chicchessìa.

            In serata mi sono spostato a piedi dalla Bolognina alla Cirenaica, lungo il tragitto che faccio sempre, via Ferrarese, via della Liberazione, via Aldo Moro, viale della Repubblica, via San Donato, il ponte, via Paolo Fabbri. Andavo a fare le prove del Bhutan Clan, perché nonostante siano saltate tutte le date, questo è un momento prezioso, due sere alla settimana di lavoro collettivo e amicizia.

            Per strada poca gente ma comunque gente, a piedi, in bici, in auto, e non credo avessero tutti l’autocertificazione. Niente “assembramenti”: gente che passava. Niente polizia.

            Finché non decretano che c’è il coprifuoco e non mobilitano l’esercito, non possono fermare tutti solo perché hanno messo il naso fuori di casa. Quel che sta accadendo, per ora, è che le fdo, a discrezione, se la prendono non con chiunque (non avrebbero le risorse per farlo) ma con le balotte di adolescenti e con gente che gli sta sui maroni a occhio. Come prima, insomma, ma più di prima, perché con l’emergenza virus hanno molto più margine (e forse loro stessi sono imparanoiati).

            Soprattutto, ora lo fanno con il preventivo plauso generalizzato per qualunque eventuale abuso, perché si è colpevolizzata la gente, su chat e gruppi di genitori si diventa nemici pubblici per il fatto stesso di non mettersi da soli agli arresti domiciliari, l’eroe del momento è il delatore. E un articolo come quello di Repubblica linkato sopra fa credere che basti passare dall’androne di casa al marciapiede “senza motivo” per essere fuorilegge. Non è che l’ennesimo esempio di disinformazione che sparge il panico.

            Per tutto questo, non per le denunce in sé, dico che siamo già immersi nella mentalità da stato di polizia.

            E a essa hanno capitolato anche svariate compagne e compagni. E questo per noi è un problema nel problema.

            Prepariamoci psicologicamente perché potrebbe andare ancora peggio, e non cedere psicologicamente è la condicio sine qua non per salvare il salvabile e avere un “dopo”.

            • “E a essa hanno capitolato anche svariate compagne e compagni. E questo per noi è un problema nel problema.”

              Ecco, solo un appunto per dire che sì, lo confermo. Ho notato, visto e letto cose che lo confermano.
              Questo è un problema enorme, ed è per questo che il lavoro che state facendo ora è fondamentale.
              Non sarà la soluzione, ma è qualcosa di importante con cui partire a ragionare e far ragionare.
              Oltre al già citato effetto di non far sentire soli gli autocensurati e quelli che invece come me stanno logorando amicizie (reali) perché non si autocensurano.

              Non vi dico su twitter, le compagne e i compagni a cui è partita la brocca e sono tutt* un “restate a casa”…
              Motivo in più per accelerare il processo di distacco dall’uccellino blu, ma questo è un altro discorso.

              • Ho dimenticato che volevo commentare anche la frase successiva:
                “non cedere psicologicamente è la condicio sine qua non per salvare il salvabile e avere un “dopo””

                Ecco, il dopo.

                Scusate se faccio un commento un po’ così, non vorrei sembrare la Pollyanna della situazione.
                Ma un pensiero vagamente positivo sul dopo ce l’avrei e mi ronza in testa da qualche giorno.

                Razionalmente lo so che il dopo sarà peggio del prima, perché la classe dominante avrà un precedente per sospendere libertà e diritti con una facilità prima impensabile, come dopo ogni emergenza.

                Però a me piace fantasticare ogni tanto.
                Dopo torneremo a stringerci la mano tra sconosciuti senza timori e senza correre a lavarci le mani, sì?

                Ecco, sto fantasticando che se riusciamo a non sbroccare tutti prima di quel dopo, con un bagno di prigionia come questo almeno la gente si renda conto di quanto sia preziosa la comunità reale e di quanto falsa e ingannevole sia quella social.
                E sto fantasticando che alle persone venga molto più forte di prima la voglia di aggregarsi e di fare cose insieme, perché hanno visto l’abisso dell’isolamento e della privazione dei diritti.
                E spero che nel tornare ad essere una società, le persone riconoscano l’importanza di cambiare le cose, a cominciare da quelle innumerevoli che stanno dimostrando in questi giorni di essere marce.

                Eddai che sto virus ci alza la palla per la rivoluzione :)

            • Fatto lo stesso con figliola al seguito a Villa Angeletti per i primi due giorni della settimana; oggi la situazione era già diversa, ma siamo riusciti a fermarci un po’ a giocare nel parchetto davanti all’ex caserma Sani, completamente deserto. Ma adesso spunta questa cosa qui: chiusura dei parchi recintati fino al 3 aprile http://www.comune.bologna.it/news/coronavirus

              • E il Lungonavile come lo chiudono? Mettono transenne ai lati dalla Salara a Castelmaggiore?

                • o i coccodrilli nel canale

                  • Comunque al Navile – per chi chi legge da fuori: è il quartiere più esteso di Bologna e comprende, tra rioni storici ed ex-borghi inglobati dalla città, la Bolognina, la Casaralta, la zona Lame e Corticella – quasi tutti i parchi restano aperti. Almeno stando alla lista uscita su Repubblica. Hanno chiuso Villa Angeletti, il parco del DLF, il parco Primo Zecchi e il giardino Kolletzek. Decine di altri parchi, alcuni molto estesi, e il parco del Lungo Navile restano aperti. Bisogna capire aperti a chi, a parte i padroni di cani :-)))

          • “In Italia le forze dell’ordine agiscono sempre in maniera discrezionale. Se ti fermano per un controllo, un motivo per farti anche solo una multa, se vogliono, lo trovano.”

            Un anno fa stavo tornando a casa da Gorizia verso Trieste di notte, dopo aver passato la giornata in ospedale con mio padre che stava morendo, e da lontano ho visto che c’era una pattuglia. Ero stanco, la pattuglia era a mezzo kilometro, e io ho rallentato perché non ricordavo se in quel tratto il limite fosse 50 o 70 (era 70, e io stavo andando a 60). Mi hanno fatto accostare, mi hanno chiesto i documenti, e poi, così a cazzo:
            – Perché ha rallentato?
            – Perché ho visto la pattuglia e ho rallentato nel caso voleste farmi accostare
            – Non è un comportamento normale
            – …
            – …
            – Posso andare?
            – Lei stia calmo, ché le domande le facciamo noi.
            – …
            – Vada.

  33. In relazione all’analisi di Andrea Olivieri, molto apprezzato anche il lavoro di de-googleizzazione che state portanro avanti sul blog. Se e’ vero che “…dobbiamo essere capaci di contrapporre nei nostri comportamenti individuali il massimo di empatia per i nostri simili umani e nervi saldi nel farci – e quindi nell’esprimere – un’opinione” e’ anche importante sottolineare che questo deve succedere in tutti gli ambienti, sia fisici che virtuali, poiche’ i due luoghi sono in relazione sempre piu’ diretta, si stanno ormai sovrapponendo. Relazione comunque direi asimettrica in quanto e’ ancora l’umano ad avere “the upper hand”; e’ dal flusso dei dati generati dall’umano e dalle informazioni in essi contenute che dipendera’ il futuro di tutti. Che questi diari tentino quindi di tramandare il lento dispiegarsi del futuro in maniera il piu’ possibile autonoma e indipendente e’ bene, fa sentire “a casa”. Quindi please, citando la frase sulla copertina della Guida galattica per autostoppisti, “don’t panic” perche’ come dice Andrea “non è provato né certo che stiamo sprofondando in un baratro di barbarie e disumanità, nel quale conta solo la sopravvivenza individuale. Tutte queste visioni, segnate di volta in volta da cinismo, manicheismo, spiritualismo o scoramento fatalista, ma in ultima analisi soprattutto da disinformazione e calcolo politico, devono [preferibilmente] … finire ammassate nello stesso immondo contenitore di spazzatura non riciclabile”.

  34. Su l’Avvenire qualcuno inizia a preoccuparsi…
    https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/cos-le-norme-contro-il-virus-possono-rievocare-il-dictator

    Questo passaggio mi sembra fondamentale:

    “In questo quadro, tre dpcm (sigla che, appunto, indica i decreti del Presidente del Consiglio) si sono susseguiti in pochi giorni, per far fronte all’emergenza […]
    Con il sistema attuale il Presidente del Consiglio viene di fatto abilitato a stabilire quali limitazioni dei diritti fondamentali possono essere adottate. Uno schema che appare problematico. Solo a crisi terminata sarà possibile una valutazione sulla adeguatezza e sulla coerenza di queste misure, considerate nel merito.”

    • Parole chiarissime:

      «questi decreti hanno messo in campo la più intensa limitazione dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione dal momento in cui questa è in vigore, cioè da 72 anni a questa parte: non è solo limitata la libertà di circolazione, ma anche quella di riunione, così come il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro e la libertà di iniziativa economica, nonché, almeno in parte la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà religiosa e la stessa libertà personale, pur con una serie di meccanismi di flessibilizzazione dei divieti e delle prescrizioni che in taluni casi li riducono a mere raccomandazioni.

      Solo a bocce ferme, vale a dire a emergenza superata, sarà possibile una valutazione sulla adeguatezza e sulla coe- renza di queste misure, considerate nel merito. Ed è bene dire fin d’ora che una attenta verifica tecnica dovrà essere compiuta, auspicabilmente da parte di una Commissione tecnica, che sottoponga un rapporto al Parlamento e all’opinione pubblica. Nel frattempo, ci si può chiedere se le procedure che il Governo ha deciso di seguire siano costituzionalmente corrette.»

      E dice che probabilmente non lo sono.

  35. Voglio raccontarvi una storia

    Arrivò senza presentarsi, inatteso, facendo centinaia di morti.
    In realtà se dico inatteso sbaglio, ce ne erano stati altri in passato, con conseguenze più o meno gravi, ma nonostante questo non si era mai studiata una procedura per affrontare l’emergenza. Chi l’aveva fatto notare non era stato ascoltato, le priorità erano sempre altre. Una delle differenze principali era l’enorme estensione del territorio toccato, la situazione non riguardava un singolo paese sperduto o qualche città, rendendo tutto molto più complicato. Quello che stava accadendo arrivava inoltre in un contesto già provato da decenni in cui il sistema economico capitalista aveva tagliato sulla sanità, sui servizi sociali ed in generale su tutti quei servizi che servivano per garantire una vita degna soprattutto alla popolazione più anziana e debole. Ma queste cose non si potevano dire, perché c’era l’emergenza e bisognava stringersi tutti a coorte – l’Italia chiamò – qualsiasi voce fuori dal coro, le stesse voci che da anni, da ben prima dell’emergenza, denunciavano l’assurdità e la follia di questo sistema di cose, venivano nella migliore delle occasioni stigmatizzate, altre volte represse dalle forze dell’ordine. Già, l’ordine, fin dalle prime ore lo stato aveva iniziato a fare l’unica cosa che da anni questo sistema economico gli aveva lasciato: usare la forza, spuntarono come funghi le zone rosse, in cui non si poteva entrare perché era pericoloso, in cui anche i residenti potevano entrare solo accompagnati e con dispositivi di protezione. Arrivò l’esercito, che presidiava ogni varco impedendo l’accesso in larghe zone del territorio. Molte strade erano state proprio chiuse impendendo di fatto la mobilità tra un paese e l’altro, tra una regione e l’altra. Tutto questo prima di informare correttamente su cosa stava accadendo, su quali erano le zone e le persone realmente più a rischio. Ma c’era l’emergenza e tutto sembrava normale. Molte persone iniziarono a fuggire dalle zone più colpite, la paura era impossibile da sostenere per un tempo così lungo, la paura era la compagna di vita di tutte e tutti, anche di quelli che non avevano subito perdite o che non avevano avuto conseguenze immediate e dirette. Chi fuggiva e chi rimaneva, spesso questa non era una scelta, perché c’era chi poteva farlo e chi no, perché le classi sociali non vengono cancellate dall’emergenza, si fa solo finta che non esistano più.
    Le strutture che avrebbero dovuto ospitare chi era maggiormente in difficoltà e necessitava di attenzione non arrivavano mai, incompetenza, malafede ed un sistema strutturato solo per garantire il valore economico e non i più deboli, da un lato continuava a dire che stava facendo il possibile in una situazione così drammatica, dall’altro continuava a gestire la situazione in maniera folle. Ordinanze e decreti spuntavano come funghi, spesso in contraddizione tra loro. I mezzi di comunicazione fin dalle prime ore raccontarono malissimo la vicenda, con errori, imprecisioni, sciacallaggi e caccia selvaggia al click, contribuendo ad aumentare caos e frustrazione. Nel frattempo passavano i giorni, le settimane ed i mesi, le scuole non c’erano più, gli spazi di socialità e cultura erano stati i primi ad essere sacrificati. A chi faceva notare che non sottovalutare il problema significava dire che non bisognava sottovalutare il problema nel suo complesso, tenendo insieme anche contesto, interventi messi in campo e un’idea di futuro, ovviamente veniva risposto che c’era l’emergenza. In compenso aumentava a dismisura l’utilizzo di psicofarmaci ed iniziarono ad aumentare i suicidi, uno stillicidio, ma era difficile imputarli “a quella” situazione, quel virus strisciante non si poteva isolare, pertanto restavano illazioni. Le imprese iniziarono a chiudere, soprattutto le più piccole, gli aiuti promessi non avevano una logica redistributiva, in sostanza chi aveva i soldi prima continuava ad averne, chi era nella merda spesso vedeva solo alzare il suo livello. Poi come sempre accade nelle emergenze mentre molti soffrono, altri accumulano, perché il sistema capitalistico funziona così. Qualcuno vince, qualcuno perde, ma il gioco ha le sue regole e va avanti, casella dopo casella, lancio di dadi dopo lancio di dadi. E quindi vennero studiati nuovi progetti che anziché imparare dalla situazione pregressa tendevano tutti ad accelerare tutte le dinamiche economiche che in quella situazione ci avevano portato: speculazione, grandi interessi economici, assurdità di varia natura. Tutti questi elementi, e molti altri ancora che non ho tempo di raccontarvi, sarebbero stati sufficienti per spazzare via non solo l’intera classe politica ma tutto il sistema economico che la sorreggeva, ma indovinate? C’era l’emergenza, ti sembra il momento?
    Poi passarono anche gli anni, lo stato di emergenza dichiarato dal governo formalmente continuava, proroga dopo proroga, dopo proroga, dopo proroga. Non so se potete immaginarlo, ma l’emergenza era diventata normalità: dopo anni molte zone rosse ancora c’erano, molte strade erano chiuse, i militari oramai non erano più un’eccezione. Ci si era abituati a quel cocktail fatto di disciplina e ineluttabilità, a tal punto che non ubriacava più nessuno, c’era assuefazione. In nome dell’emergenza, che chiaramente aveva aspetti gravi e innegabili, ma che non erano stati affrontati ne prima, ne durante (e se si in maniera quantomeno scomposta), era stato riplasmato un intero territorio. Un complotto? No, come scrivevo quelle erano le regole del gioco e valevano per tutta la classe partitica, nessuno sapeva o voleva immaginarsi altro. Si diceva che non c’erano abbastanza soldi, per tutte e tutti, se per caso ti saltava in mente di dire che uno di quelli che venivano a speculare sul territorio aveva un patrimonio stimato il 22 miliardi di euro e che magari si poteva pensare di prenderli li, i soldi. Ti facevano passare per matto.
    Nel frattempo in Italia e nel mondo c’erano altre emergenze, alcune false ed altre – purtroppo – molto vere, ma anziché capire che avevano tutte la stessa origine e lo stesso nemico vennero trasformate spesso in emergenze in competizione tra loro. Poi più si andava avanti più la responsabilità della situazione veniva scaricata sul comportamento del singolo, non che il mondo non fosse pieno di stronzi, ma era evidente che le colpe erano da cercare altrove.

    Volete sapere come finisce ‘sta storia?
    Ma niente, dopo 3 anni e mezzo non è stata ricostruita mezza casa, molti paesi non hanno neanche il medico di famiglia, la gente non ce la fa più e chi prova a resistere resta per questo sistema il primo nemico del sistema stesso. Il nemico è chi resiste, non l’emergenza (chi l’avrebbe mai detto, vero?). Ma per fortuna un po’ di matti romantici ancora ci sono, e questo, forse solo questo, mi da un po’ di sicurezza.

    Poi? Poi è arrivato il coronavirus. Ma quella è un’altra storia, non c’entra niente…

  36. A Piacenza chiusi i parchi pubblici, si fa appello al senso di responsabilità e allo spirito di sacrificio…
    https://www.piacenzasera.it/2020/03/i-comuni-chiudono-i-parchi-pubblici-per-evitare-assembramenti/333752/
    Alla faccia del ” metro” di distanza.

    • Anche a Bologna. Mi sa che qualcuno della giunta alla fine Giap lo legge, e avrà pensato : ah sì, wm1, te ne vai a spasso senza il cane? E io ti chiudo i parchi. Così impari.

      Chissà se i possessori di cani bolognesi per far espletare i bisogni dei loro animali non si radunassero (in rigorosa fila a 1 metro di distanza) sotto casa del sindaco …

  37. L’incongruenza aumenta quando dall’account Twitter del Polizia di Stato ieri girava questa infografica (https://twitter.com/poliziadistato/status/1237441356534034432/photo/1) di cui riporto parte del testo:

    «Posso uscire per motivi di necessità? Solo per comprovate esigenze primarie non rinviabili.
    QUALCHE ESEMPIO
    […]
    – Gestione quotidiana degli animali domestici (esigenze fisiologiche e veterinarie dell’animale)
    – Attività sportiva e motoria all’aperto purché a distanza di almeno 1 metro».

    Ci vuole il guinzaglio per non metterci a guinzaglio?

    E fra pochi minuti (con l’ormai tristemente noto timing da prima serata) arriveranno nuove manovre da Polizeiwissenshaft…

  38. Wuminghi, brav! scrittura “necessaria”, secondo me l’idea di non fare più pezzoni può essere interrogata, potreste fare panorami e nature morte, n’est pas?

    Da lettore tanto attento quanto commentatore parco:
    e.talpa: nicknomen omen.
    pezzo lungo e difficile: leggete Goethe e andate in pace.

    Mirza, da Torino, genere: si capisce

    Un caro abbraccio a chi lo viole

  39. Davvero GRAZIE per le ottime analisi che spiccano nel panorama generale di nientitudine.

    (avete dimenticato l’adolescente sfaccendato, primo tra gli untori, che popopola i parchetti contagiando tutti i compagni di assembramento via spinello)

    saluti,

    altra_abitante_di_sale_d’aspetto

  40. Il vostro scrivere è come quel Silmaril che brilla ancora in occidente. Illuminateci ancora.

  41. Altra cosa: Radio Popolare fa da cassa di risonanza alla nientitudine (adolescenti compresi).
    Non sono un assidua ascoltatrice ma sono sufficienti 10 secondi estrapolati a caso in un qualunque momento della giornata per rendersi conto.

  42. Sul fronte “lavoratori e sindacati”, vorrei proporre una piccola considerazione sul Contratto Collettivo Nazionale dei metalmeccanici. Il CCNL firmato a novembre 2016 e valido per il triennio 2016-2019 è, per l’appunto, scaduto il 31 dicembre scorso. Già da fine 2019 e fino a metà febbraio la trattativa per il rinnovo è andata avanti ma senza entrare mai nel vivo, anzi riscontrando una lontananza praticamente su tutto tra Federmeccanica e i tre sindacati confederali [https://bit.ly/39KCi3r].
    Dopo l’ultimo nulla di fatto di febbraio era stata fissata una nuova plenaria per l’11 marzo, inevitabilmente rinviata a data da destinarsi.

    Ora, in attesa dello sbandierato decreto che verosimilmente vedrà la luce venerdì [https://bit.ly/2veiVAV] ho il timore (forse solo paranoia) che il contenuto di quest’ultimo possa fungere da “pericoloso precedente” per i CCNL che saranno, andando a dettare linee guida che potrebbero fornire punti d’appoggio o cavilli per la gestione sempre più indiscriminata di ammortizzatori sociali, ferie, permessi (e chissà cos’altro: orari di lavoro? Smart working trasformato in reperibilità diffusa?), ovviamente tutti a favore dei datori di lavoro. Vedasi il refrain di questi giorni: “le fabbriche restano aperte, ma consumate tutte le ferie!”

    «Dopo anni e anni di desindacalizzazione, emorragia di tesseramenti, disintermediazione, all’improvviso la gestione delle conseguenze dei decreti statali ricadeva sui “mediatori” sociali.» Che vedevano così ridotta la loro funzione a quella di semplici burocrati e accertatori di provvedimenti sempre più unilaterali, mi verrebbe da aggiungere.

    Come si riprende una trattativa così importante ma al tempo stesso così viziata?

  43. Bisogna anche considerare che per quanto ci riguarda questa è una situazione nuova. E storicamente le situazioni nuove vengono spesso gestite con errori, talvolta gravi talvolta gravissimi.
    Infatti non a caso abbiamo avuto risposte varie e diversificate e ben poco sovrapponibili tra le varie nazioni.
    Io faccio molta fatica a stabilire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. E’ presumibile che il governo sia stato a stretto contatto con esperti, medici e scienziati. Possiamo certo ipotizzare che volutamente stiano facendo delle prove di forza per vedere quanto e come la popolazione reagisce?
    Possiamo farlo, ma restiamo nel mondo delle ipotesi.
    Il problema numero 1 di tutta questa terribile situazione è che il mondo della scienza non è stato compatto e chiaro. Anche quando si sbaglia, visti i numeri comunque tragici in atto, bisogna essere compatti. La discussione avviene internamente, tra chi è in grado di affrontarla, comprenderla, approfondirla.
    Il problema numero 2, come sottolineate più volte, è stata l’informazione. Terribile. Che spesso ha stravolto il significato di alcune norme di buon senso (ad esempio tutti possiamo uscire per fare 2 passi e fare sport, purché non si stia appiccicati ad altri; il caso di WM1 che vuole passeggiare mentre ascolta il podcast è dunque perfettamente lecito).
    Il problema numero 3 sono ovviamente le persone. Che hanno commesso errori stupidi. Ma essendo la popolazione per lo più composta da individui assolutamente non affidabili questo va messo in conto quando si affronta un problema del genere.

    Quel che interessa primariamente a me, prima della questione “stato di polizia” (al momento non mi sento in uno stato di polizia, ma su questo eventualmente si può discutre) è che si faccia tesoro della situazione. Per elencare, studiare, verificare tutti gli errori che sono stati commessi, e isolare le buone prassi (anche quelle eseguite per casualità), perché è evidente che questa pandemia stia toccando le corde più oscure di noi stessi. Bisognerà vedere se la strategia più efficace (quella che alla fine offre un minor numero di morti) è anche attuabile. Perché è altrettanto chiaro che l’anno prossimo o fra 6 mesi potremmo essere di nuovo qui, e non si sa se questa “autarchia” può reggere ad libitum.
    Mi auguro che il sapiens trovi una strada di cooperazione, di aiuto, di ripristino del senso di comunità, che mi pare uno dei massimi assenti in questa situazione d’emergenza. Il senso di comunità può essere anche elicitato da una piattaforma online, anche se tutti siamo “chiusi” in casa, come sta facendo – o meglio continuando a fare – Giap!

  44. La particolarità di questo momento, secondo me, è anche quella per cui una serie di ragionamenti precipitano in maniera rapidissima sulla *concretezza del virus*. E questa concretezza diventa una trappola retorica *ma anche* una trappola dell’immaginario. Nemmeno l’ottima de-costruzione di articoli come questo riesce a mettere in crisi il nocciolo del pensiero della paura, del “ok ma qui stiamo per morire”.
    persino di fronte all’evidenza che “la comunità nazionale” non è uguale per tutti (negozi chiusi e fabbriche aperte, voi restate a casa che qualche spreader in fabbrica lo dobbiamo mandare), comunque la “scelta individuale” ha la precedenza su tutto, perché una scelta collettiva è impensabile, e quindi agire individualmente è l’unica cosa che si può (e quindi si deve) fare.

    E lo dico davvero con frustrazione chiedendomi qual è la mia parte in questo immaginario monco.
    Mi sono trovato in questi giorni a dire che “non voglio mettere la sopravvivenza come primo principio del mio immaginario politico”. Penso che sia vero, ma penso che non sia qualcosa di cui si può discutere. Arrivare a dirlo significa sancire una differenza incolmabile con l’interlocutore. C’è un’altra soluzione? E’ possibile attraverso la ripetizione di responsabilità non individuali mostrare che “non viviamo per sopravvivere”, senza doverlo esplicitamente pronunciare? Sarebbe un’esperienza di condivisione di immaginario probabilmente più profonda e virtuosa. Forse “serve tempo”, serve far constatare a tant* che queste misure non saranno (tutte) temporanee.

    Continuo a riferirmi alla Francia perché ci ho vissuto a lungo: mi sembra impossibile che, nella situazione francese, la retorica della “responsabilità individuale verso la collettività” venga facilmente accettata. Non penso che Macron potrebbe mai fare un discorso del tipo “restate a casa” senza trovarsi il triplo di manifestanti, rischiando così di ri-attivare una mobilitazione che è in difficoltà ma che ha nel 14 marzo prossimo una data importante. Già stasera, gli ultras del PSG hanno fatto un grande presidio di fronte allo stadio dove si giocava a porte chiuse, e le principali pagine del movimento li hanno rilanciati per “lottare contro i divieti” verso il 14 marzo.
    Devo dire che c’è proprio un consapevole ignorare il virus nelle cose che leggo dalla Francia, e non penso che sia (solo) dovuto al ritardo (il virus sembra arrivato 7-8 giorni dopo rispetto all’Italia). Mi pare che senza dirlo esplicitamente, chi si mobilita in Francia ritenga il virus un problema del potere, di cui *solo* il potere dovrà rendere conto. E’ giusto? E’ sbagliato? Non riuscirei sicuramente a dirlo a nessuno in italia, ma in fondo vorrei essere di nuovo inghiottito da quell’immaginario. Può darsi che le cose nei prossimi giorni cambino, ma nelle analisi che faremo più avanti, sulla diversa maniera di reagire dei diversi stati, dovremo tener conto anche di questo.

    • PS
      per varie questioni personali non ho potuto rispondere al dibattito che si era generato sotto al mio commento della seconda puntata del diario. Sorry for that. Adesso sono in una situazione più calma e controllata, e non mi muoverò nei prossimi giorni :(

  45. Qual è la ratio di chiudere tutti, TUTTI, i servizi commerciali? Mantenendo aperti solo i servizi per cibo e medicine. Qual è il prossimo passo, l’obbligo di non uscire di casa, con l’esercito che venga a portare cibo razionato? Io sono agghiacciato dal fatto che non vi sia una risposta attiva del tessuto sociale. Chiudere tutti i commerci, gli uffici, i servizi, significa chiudere le città, ingabbiare la società, bloccare tutti i settori produttivi, mettere un’intera nazione in standby. Come è possibile che non vi sia una risposta? Vi prego, vediamoci, creiamo un cazzo di protesta a partire da qualunque angolo di Bologna, ma iniziamo! Non c’è nesso causalità fra le azioni intraprese e l’attuale epidemia. Queste decisioni sono le risposte a una guerra, e non siamo in guerra, non che ci sia stato comunicato almeno!

    • | Non c’è nesso causalità fra le azioni intraprese e l’attuale epidemia
      beh… però qualcuna c’è, no? a giudicare dalle opinioni di epidemiologi, virologi, OMS etc… che al momento stanno dettando legge, letteralmente (e infatti il risultato sono misure inapplicabili, piene di contraddizioni, antisociali… chissà se almeno efficaci dal punto di vista epidemiologico)
      mi pongo la domanda perché sono giorni che sto osservando tutto in chiave #climatecrisis (il finale del diario virale non fa altre che accendere nuovamente scintilla): quando (quando?) si tradurranno in decreti le indicazioni della scienza sul tema del contenimento del riscaldamento globale, o in altra parole, quando a dettare letteralmente la legge saranno i climatologi, la giustizia sociale e la fine del capitalismo avverranno come naturale conseguenza? o ci toccherà lottare contro misure adottate quali… boh, che ne so… il contingentamento della benzina a 10 litri/mese procapite?

  46. Tantissima verità in quello che scrivete. L’emergenza come situazione ideale per sperimentare limitazioni della libertà ci sta senz’altro, in questo caso specifico, però, in Italia, a parte incapacità e mitomanie varie credo ci sia qualche, fondato, autentico panico (magari solo economico). Un paese come la Cina non ha necessità di fare prove di regime, anche perché ha già dimostrato in vari ambiti di essere avanzatissima in tal senso e allora le famose misure draconiane, che il nostro paese tenta di copiare, un qualche senso forse lo avevano?

  47. È molto bello leggere articoli e commenti ragionati, scritti in un buon italiano… La sensazione di gratitudine che ho provato leggendo, ho visto che è stata vissuta da altri, che, come me, si sentono un po’ incompresi. Stamattina, sui social di giocatori da tavolo, insulti a chi si permetteva di andare a giocare a casa dei soliti amici. Mi adeguo alle norme, ma posso esprimere perplessità? In questo momento pare di no… #staisustocazzodidivanoaguardarelatele!
    Volevo poi solo dire: GRAZIE!

  48. Vorrei lasciare un commento sui comportamenti dei compagni e delle compagne in queste ultime settimane. Lo faccio a malincuore, perché rischia di sembrare un “puntare il dito”, un accusare, roba del genere. Ma ho visto che in molti punti, tra post e commenti, l’argomento è uscito fuori in maniera più o meno latente o esplicita. Quindi si vede che se ne sente il bisogno, e allora è necessario iniziare a parlarne.

    Sono anni che, tra compagne/i, ragioniamo su come mai siamo diventati marginali, quasi invisibili, inascoltati. Una delle cause, a mio parere (ma è un parere condiviso da molte/i) è che il “nostro mondo” (scusate se taglio dicotomicamente con l’accetta) – e spesso quello della militanza molto più di quello dei “compagni/e” intesi in senso generale – spesso ha vissuto fuori dalla realtà, chiuso in sé stesso, in una bolla social-politica, staccato dalla stragrande maggioranza delle persone, rinchiuso in una specie di tribù, incapace di confrontarsi con chi è al di fuori di questa tribù, spesso anche con un malcelato senso di superiorità. Un misto di settarismo, elitismo e tribalismo.

    Ho l’impressione che in queste settimane molti compagni e compagne, consapevoli di questo, abbiamo peccato esattamente nel senso opposto. Ansiosi di non sembrare settari, elitari, fuori dalla realtà (e colpiti indubbiamente anche da una fortissima dose di ipocondria e panico, altro aspetto su cui bisognerebbe ragionare), si sono dimostrati più realisti del re. Quindi guai a chi sminuiva le misure prese, guai a chi provava a esercitare pensiero critico, guai a fare la voce fuori dal coro. Il mantra è stato quello di uniformarsi alla narrazione mainstream e quindi votarsi alla “responsabilità”, al “buon senso”, allo “stringersi insieme, uniti ma da lontano”. Da qui gli insulti ad Agamben (ne ho visti di tremendi, di una grevità paragonabile a quella di un editoriale di Libero), l’adesione acritica a ogni misura presa dal governo, ecc. Ci mancava solo il plauso a reti unificate, ma non me ne sarei stupito.

    Forse giusto negli ultimissimi giorni, dopo #iorestoacasa, alcuni settori di movimento, cioè le compagne (sempre più spesso all’avanguardia rispetto a tutti gli altri), hanno giustamente esercitato pensiero critico sottolineando che per le donne spesso restare a casa non significa sicurezza, anzi.
    Un altro settore che ha esercitato senso critico è quello del sindacalismo (non tutto), con giuste riflessioni su come siano lavoratrici e lavoratori a pagare queste misure (ma nei tre post se ne è già parlato molto).

    Tra l’altro anche in questo atteggiamento di adesione acritica e più solerte io vedo elitismo e settarismo. Vedo compagni e compagne diffondere grafici, dati, ecc., con lo scopo di “sensibilizzare” sulla gravità della situazione ma con l’unico risultato di aumentare il panico; e poi insultare chi, giustamente preso dal panico causato da questo bombardamento mediatico, esce di casa con la sciarpa attorno al viso invece della mascherina. Quindi anche nell’aderire alle misure securitarie c’è un senso di superiorità del tipo: «Io sono più bravo e solerte di te nel rispettare le norme, coglione che usi la sciarpa invece della mascherina».
    Lo noto soprattutto – non esclusivamente, ma soprattutto – in compagne e compagni con una formazione scientifica, con un atteggiamento elitista e acriticamente tecnicista da “la scienza sopra la politica” e da “noi abbiamo la verità, voi non capite un cazzo” (non diverso da quello di Burioni), speculare a quello “l’economia sopra la politica” degli economisti liberisti in tempo di tagli, sacrifici, austerity, rigore, ecc.

    Non mi piace “gettarci la croce addosso”, o dare la colpa a noi stessi (le colpe stanno sicuramente altrove), ma penso che una seria autocritica sul modo di reagire, tanto sulla mancata resistenza quanto sul mancato contrattacco, vada fatta.

    • Rilfessione condivisibile e necessaria. Sarà perché i casi della vita da anni mi hanno portato a condividere situazioni con gente al di fuori degli ambiti stretti di movimento, ma io questo scollamento e questa chiusura come segno dell’involuzione di un’intera “scena” politica e culturale li percepisco in maniera molto forte. Li percepisco al punto da esserne quasi respinto. Non mi meraviglia che in un frangente estremo come quello che stiamo attraversando (dal 1945 a oggi forse soltanto in alcuni momenti degli anni Settanta ci siamo trovati vicini a una situazione di eccezionalità costituzionale come quella attuale) tante compagne e compagni si siano affrettati a conformarsi al dato spegnendo la coscienza critica di cui fino a poco prima facevano vanto. Non si tratta di tirarsi la croce addosso, sono d’accordo, quello non serve mai, ma di saper riconoscere in questo la necessità di un superamento o risemantizzazione dei tic identitari evidentemente ormai svuotati di senso. Questo sì. Dovremmo essere così bravi da ipotizzare che questa debacle dell’intelligenza critica e questa crisi sempre più sistemica nella sua portata siano l’occasione per mettere in discussione certe stracche routine, certa autoreferenzialità, certo parlarsi addosso. E forse di andare ancora più a fondo, per provare a fare accadere qualcosa di nuovo e di diverso, dal basso.

    • Mi ha molto colpito questo tuo intervento. Mi permetto un’ulteriore riflessione, che forse ti potrà sembrare provocatoria ma è semplicemente uno spunto trasversale – magari ne viene fuori “qualcosa di buono”.
      Io non sono un compagno (se per compagno intendi “comunista”). Non conosco dal vivo quasi nessuno che si definisca comunista, per cui non so bene quando parli di “compagni e compagne” se intendi amici tuoi, movimenti, centri, o persone “virtuali”… Però la tua premessa è: “Da anni vado notando uno scollamento tra la mia tribù e il resto del mondo”. E mi ha sorpreso il seguito: ovvero, che nel momento in cui i “compagni” si siano dimostrati – semplicemente – umani, tu in qualche modo ti senta ferito. Come hanno reagito i “compagni”? Avendo paura, e comportandosi come il 99% delle altre persone: additando all’untore, incazzandosi contro coloro che ignorano le più basilari regole igieniche e di comprensione del testo.
      Ecco, io lo trovo un po’ contraddittorio. Se sotto sotto percepisci anche una malcelata idea di superiorità “intellettuale” o “culturale” nella tua cerchia, non dovresti essere rasserenato accorgendoti che in realtà anche loro agiscono in modo molto umano?
      Tu parli della necessità di un’autocritica. Può darsi, ma io non penso che questo sia il momento dell’autocritica. Bensì il momento di buttarsi nella mischia. E provare ad incanalarsi nei tubi della fibra o nell’etere del wi-fi per diventare “virali” (pessima battuta, lo so).

      Una cosa che ho sempre ammirato di certi capitalisti è la capacità di vedere nel limite un’opportunità. E questa che si sta presentando davanti a noi è un’opportunità. Anche se il “Capitalismo” probabilmente ne uscirà tutto sommato bene, è evidente che la società ne soffrirà. Molte categorie o classi se preferisci saranno prese a batoste da questa emergenza. E io penso che la sinistra, anche nella sua variante “sinistra”, forse soprattutto la sua variante “sinistra”, dovrebbe approfittarne per farsi sentire. Per dispiegare la propria narrazione alternativa. Adesso che molte persone sono costrette a stare a casa e passeranno ancora più tempo sui social. Capisco che qui su Giap si sia discusso a lungo di quanto siano dannosi, ma questa non è una partita normale, come direbbe Bulldozzer. Io non ho trovato né su fb, né su twitch, né su youtube alcuna voce che faccia il controcanto. Mentre tantissimi si stanno organizzando per le dirette casalinghe, il diario di bordo di questa pandemia, con video quotidiani, di qua c’è molto brusio e molte note stonate.
      Immagina se ogni mattina uscisse il podcast dei Wu Ming (cito loro per dire, metti pure una voce credibile e potente a tua scelta) in luoghi insospettabili. O un video anche senza volti, presente, preciso di creazione e non di critica – anche se le due cose possono andare bene assieme. Molte delle cose di cui si è parlato qui sono affermazioni d buon senso. E il buon senso non è una roba di sinistra, di sinistra-sinistra, o comunista. Le parole di buon senso possono cogliere intelletti predisposti all’ascolto in modo trasversale. Ma anche ci fosse una bella strigliata, un invito ad alzare la testa e a stare in guardia, perché no?
      Gli hub che fanno questo controcanto sono pochi. E io trovo assurdo che non si colga quest’occasione per “pasturare”, come si dice dalle mie parti.

      • Ho inviato per sbaglio. Volevo solo concludere dicendo: può anche esserci l’occasione per farsi conoscere, magari consigliando musica, letture, filosofi, film da vedere. Non necessariamente deve esserci un “contenuto” alto. Adesso le persone stanno a casa e hanno voglia di ascoltare storie. Possibilmente belle con l’happy end.
        Perché la sinistra non ne approfitta?
        Questo è il mio spunto. Spero possa esserti di qualche utilità.

        • Non mi soffermo sulla definizione di «compagne/i» perché non basterebbe un libro.

          La prima specificazione che faccio è che io non mi sento *ferito* «dalla mia tribù», per nulla. Io mi sento incazzato, esattamente come sono incazzato in generale riguardo moltissimi aspetti di tutta questa vicenda.

          Ci sono degli errori di fondo nel tuo ragionamento. Io non credo affatto che i compagni e le compagne si siano mostrati «umani» (a parte che non è che prima fossero “disumani”, semplicemente scollati dalla realtà, avanguardisti, elitari) «comportandosi come il 99% delle altre persone», abbandonandosi alle paure così come “tutti gli altri”. Per due motivi.
          Innanzitutto perché più vado in giro, in questi giorni, e più mi rendo conto che c’è un divario enorme tra come i media descrivono la reazione delle persone e invece la reazione e il “sentire comune” reali. Guardando la tv, sfogliando i giornali, facendosi un giro sui social, sembra che siano tutte/i totalmente imparanoiati, preoccupati, impauriti, e unanimemente (al 99%) concordi con le misure prese (e anzi, ne vorrebbero di più rigide). Andando in giro per strada, al mercato a comprare la frutta e la verdura o dal pizzicagnolo sotto casa, salutando le persone del quartiere, io mi rendo conto che questo 99% non esiste proprio per niente. Si vedono di sicuro persone preoccupate, e probabilmente sono comunque la maggioranza, ma ne vedo quasi altrettante che scherzano, ironizzano e fanno battute sulla situazione, commentano su quanto siano esagerate e spropositate queste misure, magari sono più preoccupati per i danni che ne deriveranno che per il coronavirus in sé, e molti sono anche incazzati neri e totalmente in disaccordo, ecc. E magari queste persone scettiche, non imparanoiate, lucide, non sono degli “irresponsabili”, seguono comunque le indicazioni dei decreti (il pizzicagnolo indossa guanti e maschera e fa entrare in negozio una persona per volta; la fruttivendola indossa guanti e maschera e fornisce guanti ai clienti che toccano frutta e verdura; tutti rispettano le file e le distanze di un metro; i negozianti han regolarmente chiuso; ecc.) ma, nonostante si adeguino (per convinzione o forzatamente, chi lo sa) non abdicano al pensiero critico, esprimono opinioni, ragionano.
          Quindi, tornando ai compagni e alle compagne, non credo che il loro atteggiamento sia stato un “bagno di umiltà”, un adeguarsi al sentire comune «del 99%», una manifestazione di umanità. È anzi stato un “avanguardismo” nell’aderire con eccesso di zelo alle misure adottate e agli atteggiamenti paranoici in parte comprensibili ma in larga parte fomentati dai media e dalla politica. Uno scollamento dalla realtà uguale e contrario, secondo me, perché «nella mia tribù» (parlando con i compagni, leggendo editoriali e articoli, leggendo le mailing list, facendo un giro sui social) ho notato una uniformità di atteggiamento e reazione (loro sì al 99%) che nel “mondo reale” non c’è. Un’uniformità di adesione alla narrazione mainstream che io ho visto solo in loro e sui media – appunto – mainstream. In giro invece vedo molte più sfumature di giudizio, molti tipi diversi di atteggiamento. Quindi anche in questo i compagni e le compagne, mostrandosi “avanguardisti”, si sono mostrati scollati dalla realtà.

          Il secondo motivo per cui non credo che i compagni e le compagne abbiano semplicemente mostrato umanità è che oltre che avanguardisti si sono mostrati, come già spesso successo, anche elitari. A riprova basti l’esempio (reale) che ho fatto del compagno che insultava chi va in giro con le sciarpe sul viso al posto della mascherina, in quanto misura scientificamente inutile. Che “umanità” c’è in questo? Umanità sarebbe comprendere la paura di quella persona e, anche se adotta un comportamento scientificamente inutile, non giudicarla (al massimo informarla, e non insultarla come farebbe un Burioni qualsiasi).
          Io onestamente penso sia esagerato indossare la mascherina h24 anche in piazze deserte, come se “l’infezione” aleggiasse costantemente nell’aria, ma non mi sento di giudicare chi, dopo questo bombardamento mediatico, ha giustamente paura e usa una sciarpa. Io uso pensiero critico ma provo a conservare empatia, altre/i si adeguano acriticamente alla narrazione mainstream ma conservano un elitismo insopportabile.

          Sul tuo discorso su come la sinistra possa ripartire: se è giusto usare le difficoltà cercando di trasformarle in opportunità, un errore enorme sarebbe “buttarsi nella mischia” in maniera acritica. Non ci si può semplicemente adattare a un “sentire comune” (ammesso che esista) per cavalcarlo e indirizzarlo. Altrimenti se per esempio il sentire comune fosse razzista, xenofobo, antimmigrati, per chiudere le frontiere, ecc., e ci buttassimo acriticamente nella mischia, non ci comporteremmo diversamente dalla pseudosinistra (in realtà di destra) che, con argomentazioni fallaci, cerca di cavalcare sentimenti di destra. Io nella mischia mi ci voglio buttare, ma non senza pensiero critico, non adeguando i miei ragionamenti e i miei comportamenti a quello che – tra l’altro – non è neanche un “sentore comune” ma una narrazione mainstream. E, se anche fosse realmente sentore comune, se lo ritengo sbagliato non vedo perché per far ripartire la sinistra dovrei aderirvi.
          Non sto dicendo che tu abbia sostenuto questa cosa, ma è sempre meglio specificare. Anche perché non credo affatto che esista un “buon senso” che non è “né di destra né di sinistra”. Qualsiasi “senso” è “buono” per qualcuno e “cattivo” per qualcun altro (per chi sta in alto o per chi sta in basso; per chi sfrutta o per chi è sfruttato; ecc.).

          • Grandissimo. Per me è il migliore commento in tutta questa discussione.

            • Secondo me invece non centra affatto il punto perché parla dell’”umanità” dei compagni e compagne come caratteristica positiva, una scelta empatica e un po’ paternalista nei confronti del popolo, come se compagni e compagne fossero tutt* maschi alfa (indipendentemente dal genere) che paura per se stessi e le loro famiglie non ne hanno

              • Ma certo, che al fondo c’è la paura. È lo strato che sta più sotto. Ciò di cui parla Mushroom Rocker si manifesta nello strato successivo.

                La paura di ammalarsi e morire è comprensibile e va compresa, chi la prova non va dileggiato né stigmatizzato.

                La critica subentra quando sulla paura si costruisce qualcos’altro: una grande narrazione, un castello teorico, una linea politica…

                Molti, in queste settimane, hanno trasformato in presa di posizione politica o civica la loro (legittima, ci mancherebbe! chi non ne ha mai provata?) paura di morire. E questa è ideologia, nell’accezione deteriore del termine.

                Quando un individuo vive una verità parziale, e la generalizza indebitamente prima a verità sociale che tutti dovrebbero condividere, e poi a insieme di norme a cui tutti dovrebbero conformarsi, quella è ideologia.

                Pensando a generalizzazioni di questo tipo che ruotino intorno all’idea di «casa» e producano distanziamento sociale, mi è venuta in mente la «legittima difesa» in salsa leghista.

                In quel caso, l’individuo è ridotto alla monodimensione di proprietario.

                Verità parziale: ho davvero paura che un “balordo” entri in casa mia, e potrebbe capitare, ad altri è capitato.

                Generalizzazione indebita: sto a casa mia come in un fortino assediato ed è scontato che anche le altre case siano vissute così, anzi, ogni spazio è senz’altro vissuto così; ci vuole più sorveglianza; comprare un’arma dev’essere più facile; ho diritto di freddare un ladruncolo ecc.

                Come nella narrazione sulla «legittima difesa» l’individuo esiste solo come proprietario, in quella sulla difesa dal contagio la vita è ridotta quasi interamente alla sopravvivenza del corpo (con un fortissimo connotato tanatofobico, e del resto la tanatofobia permea la nostra società da decenni).

                Verità parziale: ho davvero paura che un virus mi entri nel corpo, e potrebbe capitare, ad altri è capitato.

                Generalizzazione indebita: bisogna sospendere la vita sociale – cioè i nostri modi di vivere oltre la mera sopravvivenza del corpo – e, ciascun* nel proprio fortino, obbedire a tutto quel che dice l’autorità, perché ne va della pelle; critiche? No, non è il momento di disquisire su niente; ci vuole più sorveglianza per difenderci dai “furbetti”, dagli “irresponsabili”, dai delinquenti negazionisti.

                Quel che diceva Mushroom Rocker è che negli ambienti di cui parla, spesso chi compie questa generalizzazione prettamente ideologica la presenta a se stess* e agli altri come comportamento finalmente responsabile e in sintonia con la realtà sociale dopo troppi velleitarismi e minoritarismi.

                • Concordo con Wu Ming 1 riguardo il ragionamento generale sul frame che scatta in questi casi, quindi non ripeto.
                  La paura è più che legittima. Per me i compagni e le compagne non devono affatto essere maschi alfa senza paura, figuriamoci. Io stesso ho telefonato ai miei (che vivono in provincia di Foggia) dopo aver saputo del focolaio della scorsa settimana nel Gargano, a San Marco in Lamis. Non mi sono mica sentito in dovere di mostrarmi maschio alfa e minimizzare con loro: mi sono preoccupato, ho preso il telefono e li ho chiamati. Figuriamoci. Ma ho provato a non farmi condizionare da questa legittima paura, nel ragionare con loro sulla vicenda. L’empatia che provo (l’empatia non è una “scelta”, o la si prova o non la si prova) verso chi ha paura non è di certo perché “povero popolo scemo e un po’ bue”, ma perché anche io ho paura, nella vita, e so cosa si prova.
                  Ho invece visto tanti compagni partecipare alla gara celodurista (questa davvero sì da “maschi alfa”) a chi, proprio per mostrarsi senza paura, è più razionale e ligio ad applicare ogni norma e decreto, con un atteggiamento (questo sì) di paternalismo (specie da parte di chi ha una formazione scientifica) nel voler a tutti i costi spiegare agli altri (poveri ignoranti meno saputi di loro) la gravità della situazione, il perché e il percome, ecc. (non perché non sia giusto informare, ma per il come lo si fa), con tanto di gara a chi sparava i numeri più alti, e di giudizi sprezzanti verso chi adottava pratiche scientificamente inutili (di nuovo l’esempio del tipo con la sciarpa sul viso insultato da un compagno) o verso chi assaltava i supermercati in preda al panico. Questi mi sono sembrati atteggiamenti da “maschio alfa paternalista” che vuol mostrare a tutti i costi di essere maggiormente in controllo della situazione, e più razionale di tutti nell’affrontare il pericolo adeguandosi più degli altri alle norme e nel mostrare sprezzo verso chi non lo fa.

                  • Solo due cose piccole.
                    La prima è che la fortuna di noi roman* (perché ci siamo nat* o perché ci viviamo) è un atteggiamento disincantato (cinico, ci dicono i detrattori) che tende ad alleggerire anche le cose più complicate. Uscire, anche solo per poco, per godersi le battute, fa bene all’umore e alla circolazione dell’aria nella testa.
                    La seconda, su compagni e compagne con competenze scientifiche che ti “disturbano” con le loro “verità calate dall’alto”. Quello che possiamo chiedergli è uno sforzo in più per essere chiar*, ma a questo sforzo deve corrispondere un’attitudine maggiore di ascolto e studio da parte de* “umanist*”. In questo momento, per avere una maggiore coscienza di quello che sta accadendo, ci vuole anche una maggiore comprensione dei numeri. È questa comprensione che può renderci più evidente che certe misure non sono *veramente* necessarie e stanno dentro un disegno più grande. Insomma, chiediamo più lezioni online di matematica e statistica (oltre che di logica aristotelica)!

                  • @Danae
                    Figurati, non voglio affatto sminuire un approccio serio, rigoroso, basato su dati e numeri. I numeri però sono complessi, bisogna chiedersi da dove vengono, come sono stati raccolti, come sono stati interpretati, come li si legge, ecc. Io contesto chi usa i numeri come una clava (è la clava burioniana a “disturbarmi”, mica la scienza), in maniera quasi fideistica, acritica; e non chi ragiona scientificamente su quanto sta accadendo, cosa sacrosanta. Dai compagni scienziati, proprio perché compagni, mi aspetterei un di più di consapevolezza critica sul fatto che la scienza e la tecnica non sono neutre, ma politicamente, storicamente e socialmente connotate, invece di un atteggiamento che tratta la scienza come se fosse qualcosa di neutro, o peggio come se fosse una religione dogmatica.

          • Sì in realtà io non davo all’aggettivo “umano” una connotazione positiva… Gli atteggiamenti/comportamenti che tu hai descritto li ho ritrovati in tante altre persone che non sono “compagni”, per questo ti dicevo che erano piuttosto comuni e tutt’altro che “scollati”. Poi bisogna sempre vedere la differenza tra quanto si scrive online e quanto si manifesta “live”. Non so quanto i compagni siano in questo diversi dagli altri, ma per molte persone le cose cambiano tantissimo tra uno status di facebook e poi quel che si dice “viso a viso”. Per esempio credo che i riscontri a seconda del social che indaghi siano differenti.

            Per quanto riguarda il “buon senso”, c’è un problema di definizione. Senza entrare troppo nel dettaglio: è vero che ci sono interpretazioni del “buon senso”, ma se evito di starnutirti in faccia è una questione “aideologica” a mio parere.
            Buttarsi nella mischia in modo acritico non rientra nei suggerimenti che fornivo. Ma se aspetti 8 mesi cercando di trovare il modo perfetto, rischi che l’opportunità sia passata.
            Comunque sei stato chiaro, e ho capito cosa intendevi nel tuo post precedente. Non credo probabilmente di essere molto distante dal tuo punto di vista, ma non è semplice entrare nello specifico, neanche qui su Giap.

          • @ mushroom rocker Io però, come tante e tanti qui, mi sento sola (in un isolamento che è frutto dell’ essere visti come ” guastatori”…) non riesco ad essere così ” ottimista ” da cogliere nella piccola trasgressione del vicino di casa una potenziale ribellione. Spesso abitudini di comportamento non riflettono prese di posizione. Spesso sono solo l’ egoistico tentativo di mantenere tutto inalterato. Anche quando dall’esterno c’è qualcuno che sta facendo il possibile per frantumare già fragili equilibri personali.
            A volte, la battutina a mezza bocca sui provvedimenti emergenziali è più il frutto di un adeguamento profondo, tipico di quelli che in una forma di dissociazione mentale fanno procedere parallelamente due atteggiamenti opposti che non si incontreranno mai. Da un lato, quasi senza rendersene conto trasgrediscono, giustamente!, alcune inutili e ridicole imposizioni (continuando ad uscire e a passeggiare) dall’altro negano di volere mettere in discussione le regole, anche solo con la pratica. Negando l’ evidenza. Rientrando un po’ in quella categoria di persone che si autossolve sempre, condannando però ferocemente chi trasgredisce.
            Non mi sembra che le prudenti e velatissime critiche, captate qua e là, siano il frutto di un ragionamento politico.
            Il mio vicino di casa, come me, è preoccupato per questi restrittivi codici di comportamento e mi bisbiglia di complotti e riorganizzazione di ordine mondiale, in un irrazionale pastone di argomenti. Ma lui è un terrapiattista…
            Scusa, forse questa sfiducia è il risultato di una forte disillusione.

            • Guarda, Filo a piombo, io sono sostanzialmente d’accordo con te (infatti non è che io mi senta particolarmente ottimista).
              Faccio ovviamente la tara, da persona a persona, su quanto le “trasgressioni” o le “battutine” siano figlie del comportamento che descrivi; oppure siano un modo “velato” per far trasparire in sottotesto una critica maggiormente ragionata che però in pochi si sentono di poter fare tranquillamente a voce alta dato il clima da caccia all’untore. Io le citavo a mo’ di esempio per sostenere che il clima non è così uniforme come sembrerebbe basandosi solo sui media mainstream o le bolle social. Ma ovviamente non è di certo nelle “piccole trasgressioni” o nelle “battutine” che confido per la ribellione o il contrattacco.
              Il punto che è un moto di contrattacco non potrà mai partire da comportamenti individuali (che siano “piccole trasgressioni”, “battutine”, o comportamenti politicamente ragionati) – o comunque non solo da comportamenti individuali – ma dovrà per forza basarsi su azioni e proteste collettive (vedi gli scioperi attualmente in atto); pratiche di solidarietà (vedi l’esempio della libreria Puntoeacapo di Pisogne: https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/03/resistere-all-emergenza/) e la solidarietà, essendo mutua, è sempre collettiva; forme di resistenza anch’esse collettive; ecc.
              L’aspetto collettivo delle mobilitazioni è imprescindibile in generale. In questo caso poi, visto che l’emergenzialità sociale creata a partire dal virus si basa su un’idea di atomizzazione della società e di individualizzazione di colpe e meriti, di responsabilità e sacrifici da sopportare, è a maggior ragione imprescindibile che la risposta sia collettiva.
              Spesso poi il ragionamento politico, e la presa di coscienza politica, nascono proprio dalle e nelle lotte collettive.

  49. Sposto un attimo il focus su una questione specifica, trattata en passant nel post: quella della migrazione dal Nord al Sud e alle isole.

    Va considerato che non si è trattato solo del rientro necessitato di studenti fuori sede e lavoratori stagionali (rientri che ci sono stati, certamente).

    In Sardegna i luoghi di villeggiatura, dal nord al sud, sono stati ripopolati dai proprietari di seconde case, provenienti per lo più dall’Italia del nord, e dalla Lombardia in particolare. Un esodo che è cominciato immediatamente dopo le primissime notizie sull’arrivo del virus in Italia ed è diventato parossistico a ridosso del decreto del 4-5 marzo.

    Da notare che si tratta di scelte costose. Viaggiare da e per la Sardegna non è comodo né economico, specie se devi organizzarti da un giorno all’altro.

    I traghetti hanno vomitato macchine zippate di bagagli, tipo fuga di massa dalla catastrofe, e occupate da persone che evidentemente potevano permetterselo. Alle domande dei cronisti, gli interpellati rispondevano con sincerità disarmante. «Vi adeguerete alle esigenze necessarie», diceva un tizio. Ossia, se ci sarà contagio e ci sarà necessità di curarci, lo farete.

    La Regione Autonoma Sardegna è rimasta passiva e silente per settimane, anche quando era evidente che il contagio si stava diffondendo in Italia. Sull’isola per molti giorni non c’è stato un solo caso di contagio. Poi a un certo punto sono diventati due. Persone che, pur in presenza delle prime avvisaglie di rischio, avevano partecipato a incontri di natura professionale svolti in Italia in zone esposte al contagio. Poi sono diventati quattro, otto e via così. A oggi i “positivi” in Sardegna sono 38, alcuni contagiati in ospedale per inosservanza delle basilari misure di profilassi anti-infettiva.

    Nemmeno a questo punto la politica sarda ha reagito. Si è mossa solo di recente e solo perché la pressione dell’opinione pubblica, di fronte al moltiplicarsi dei contagi, cominciava a farsi sentire.

    Quando si è mossa, lo ha fatto in modo teatrale, retorico e ovviamente inefficace (“chiudiamo la Sardegna al traffico aereo e navale!”), a buoi scappati dalla stalla. Prendendosi il diniego del governo centrale (al quale fa sempre comodo dare la colpa delle proprie inadempienze).

    Tra le poche cose simil-concrete fatte dalla giunta regionale c’è l’apertura di un portale online, attraverso il quale chi fosse arrivato sull’isola di recente dovrebbe autodenunciarsi, per essere sottoposto a quarantena o a controlli. È lecito aspettarsi che non tutti lo faranno. Ieri tuttavia, alla prima verifica, gli autodenunciati risultavano già 11mila. Sicuramente non tutti studenti o lavoratori stagionali di rientro.

    La condizione della sanità pubblica sarda – tutta a carico della Regione Sardegna, non del bilancio statale, è opportuno precisarlo – è da tempo precaria. Non per chissà quali cause misteriose, ma per una deliberata politica di tagli, ridimensionamenti e chiusure, con largo favore e relativi finanziamenti verso la sanità privata. Le disposizioni ministeriali in materia sono state usate come pretesto, senza mai far valere la peculiare condizione geografica, orografica, demografica e sociale dell’isola.

    Non trascurerei poi la natura clientelare e nepotistica con cui da tempo è gestita la sanità sarda, in tutti i suoi aspetti e livelli, fattore che debilita nei fatti la stessa capacità di reazione e di intervento, dato che non possiamo contare sempre sulle migliori competenze possibili.

    I posti in terapia intensiva, per 1 milione e 600mila abitanti, più ospiti occasionali/stagionali, sono 129. E ho detto tutto.

    Ora la Sardegna, la cui condizione geografica poteva risultare relativamente vantaggiosa per minimizzare il contagio, rischia di diventare un enorme lazzaretto, poco attrezzato a rispondere alle necessità incombenti.

    Questa storia ha vari risvolti problematici. Uno è quello dell’inadeguatezza della politica sarda nel suo complesso, maggioranza sardista-leghista e opposizione di centrosinistra-M5S. Ma sono affari dei sardi, tutto sommato.

    Un altro, più generale, ha a che fare con la perdurante questione dei rapporti tra Centro-Nord Italia e il resto del territorio statale. Lo stigma gettato sugli emigrati e gli studenti rientrati a casa non deve nascondere o sminuire l’atteggiamento egoistico e cinico di chi, catapultatosi lontano dalle zone-focolaio, non tornava affatto a casa ma semplicemente faceva valere la propria più solida condizione sociale per (tentare di) mettersi al riparo dal contagio, fottendosene spensieratamente del potenziale contagio portato con sé.

    Reazione umana istintiva, si dirà, dunque comprensibile, ma che andava prevista (e non implicitamente assecondata, se non addirittura incentivata dal governo regionale lombardo e da quello statale), o quanto meno gestita, resa il più possibile innocua.

    Proviamo a immaginare se i focolai del COVID-19 si fossero manifestati nel Meridione d’Italia o – peggio ancora – in Sardegna. E proviamo a immaginare la reazione dell’opinione pubblica settentrionale, specie di quella più sensibile alle sirene leghiste, destrorse, ecc., e le conseguenti scelte governative. Sono sicuro che chiunque può figurarsi cosa sarebbe successo, anche senza lavorare troppo di fantasia.

    In definitiva, l’emergenza fa venire a galla anche queste contraddizioni e mette in evidenza la questione del colonialismo interno, con tutte le sue articolazioni, concrete e simboliche.

    La stessa retorica ostile alle “autonomie” ha degli evidenti risvolti neo-centralisti e, in certi casi, esplicitamente nazionalisti e reazionari.

    Questo non è il primo aspetto che venga in mente, ma ha a che fare anch’esso, in un modo o nell’altro, con la questione delle diseguaglianze e con gli inquietanti risvolti anti-democratici, filo-padronali e autoritari della faccenda.

    Lascio questo commento come ulteriore elemento di riflessione e di critica alla narrazione dominante, con tutti i suoi risvolti problematici e contraddittori, senza pretesa di dispensare certezze.

    • Aggiungo e preciso.

      In queste ore in Sardegna si sta accentuando, almeno sui social, una certa lettura della situazione di stampo “leghista”, anche in ambienti politicamente distanti e opposti al sovranismo e al fascio-leghismo.

      Sostenere che esista un diritto di precedenza alle cure per i “residenti” o per “i sardi” (le due categorie non coincidono necessariamente) è una deriva ingiustificabile e da tenere a bada.

      Non so se stia succedendo anche nelle zone del Meridione italiano e in Sicilia dove si è verificato un fenomeno analogo di “villeggiatura da coronavirus”.

      Vedo che in Toscana lo stesso governo regionale sta annunciando sostanzialmente l’espulsione di lombardi e veneti scesi a svernare nelle loro seconde case. Stiamo parlando di un governo regionale PD. Il che naturalmente non meraviglia nessuno, almeno da queste parti.

      Alla retorica nazionalista e conservatrice degli hashtag tipo #lItaliachiamò (posso dire che mi fa ribrezzo? ecco, l’ho detto) corrispondono nella realtà segnali di sfaldamento civile, da un lato, e da un altro proteste e rivendicazioni sociali dal basso che stentano a ricevere risposte adeguate (penso all’ambito delle consegne a domicilio, oltre che alle realtà industriali più tradizionali).

      L’establishment politico-mediatico italico e l’intellighenzia ad esso organica sembrano più attenti a rimuovere dal discorso pubblico il conflitto sociale e territoriale, le diseguaglianze, i razzismi, che a dispensare senso critico e buone pratiche alla portata di tutti.

      Dico “alla portata di tutti” perché anche il banale e generico appello a stare a casa, come più volte detto anche qui, ha poco senso se calato nella realtà delle esistenze materiali di tante persone. Così come le iniziative a partecipare ad aperitivi virtuali sui social, o ad altre trovate del genere. Tutto molto borghese e perbenista.

      Nel frattempo pare – scrivo “pare” perché non ho verificato su fonti ufficiali – che il Ministero dell’Interno intenda affidare ai militari compiti di PS. Di male in peggio.

      È vero, più del contagio (contro il quale bisogna fare tutto il possibile, sia chiaro) fanno paura le misure che si stanno adottando, il modo in cui le si sta adottando, la narrazione egemonica in proposito e anche le conseguenze che resteranno sul tappeto dopo l’emergenza.

  50. Penso che ci sia stata una corsa a chiamare allo stato d’eccezione senza cogliere la gravità della situazione. La situazione è grave certamente per colpa dei tagli alla sanità pubblica, ma lo sarebbe anche se la sanità non fosse stata così combattuta negli anni.
    Siamo chiari: questo virus non è una semplice influenza, e la sua forza di trasformarsi in polmonite è alta. Se il dato del 10% (non di quelli tamponati in Italia, ma ammalati anche asintomatici) significa che se il Covid-19 raggiungesse i 5/6 milioni di malati (dati influenza 2019-2020) ci sarebbero 5/600 mila persone in terapia intensiva. Ecco prima dell’attacco alla sanità pubblica nel 1997 i numeri di posti letto erano il doppio di quelli che ci sono ora, ma non certo 5/600 mila.
    Più che altro la corsa allo stato d’eccezione e all’attacco al governo e la paura di genera un laboratorio per cambiare la vita delle persone ci si è persi una grande occasione: pretendere un passaggio di qualità collettivo e porre la salute come bene comune, sempre. Non solo al tempo del CoronaVirus. L’occasione era ghiotta per ribaltare il paradigma. Salute bene comune e al centro dello sviluppo della società e quindi delle azioni da prendere significa immediatamente assumere politiche ecologiche anti-capitaliste, cancellare il tav e tutte le altre grandi opere.
    E allo stesso tempo se la salute è un bene comune allora chi si adopera a tutelarla va aiutato: quindi chiudiamo ogni attività lavorativa e garantiamo a chi non lavora reddito.
    La straodinarietà del momento è palese, piaccia o non piaccia, siamo in una fase di pandemia…..che dopo anni colpisce con forza i paesi occidentali. Il capitale sta usando questa novità per giustificare una crisi economica? Si. Mi pare evidente. La crisi era nell’aria, la crisi è diventata realtà con una scusa…..e Conte che ieri ci tiene a dichiarare “le banche e le attività finanziarie” proseguiranno è parte del discorso. Ma che il capitale sfrutti le occasioni è norma, perchè noi non siamo più capaci di trasformare una novità in azione, e dobbiamo giocare solo in difesa? Le corse allo stato d’eccezione ora possono anche avere dei pezzzi di realtà. Io penso che con coraggio, come ho scritto in diversi articoli, avremmo dovuto immediatamente pretendere la serrata di ogni attività lavorativa, pretendendo garanzie a lavoratori e lavoratrici. Andare in blocco, mandare a fanculo i sala e le confindustrie. Invece ci siamo persi. L’emergenza, torno a dirlo, è reale è emergenza sanitaria e sociale. E attivarsi per limitare il contagio era necessario. Se ci fossimo trovati in una terra rivoluzionaria i compagni le compagne di governo cosa avrebbero dovuto fare?

    • Andrea, ci tengo a farti notare, tra compagni e con affetto, che:

      – il frame «è colpa dei compagni che hanno parlato di stato d’eccezione se il movimento non ha colto quest’occasione storica», oltre a sopravvalutare le forze di un “movimento” che già prima dell’ultimo mese contava meno del due di coppe quando briscola è denari, asseconda la deviazione e dispersione delle responsabilità verso il basso anziché verso l’alto. È la versione da ghetto antagonista del frame «è colpa della gente che è irresponsabile», «se uno si ammala è colpa sua» ecc.

      – Qui la parte dell’«irresponsabile» è affibbiata a poche, pochissime compagne e compagni con cui negli anni si sono condivisi pezzi di strada, e che improvvisamente vengono additat*, se non come “untori del pensiero”, quantomeno come rompicoglioni, sconvenienti intralci a una chimerica “gestione rivoluzionaria dell’emergenza coronavirus”, che invece, senza le nostre critiche, ci sarebbe stata.

      – Questa narrazione è imperniata sul più improbabile dei capri espiatori, perché in realtà la stragrandissima maggioranza dei compagni ha subito aderito alla narrazione dominante. Non c’è stata alcuna «corsa a gridare allo stato d’eccezione»: chi ha criticato l’emergenza si è ritrovato fin da subito in plateale minoranza anche dentro il “movimento”, e spesso è stato insultato e isolato anche dentro la propria “scena locale”.
      L’intervento di Agamben, come scrive oggi sul “Manifesto” Sarantis Thanopulos, «è stato criticato per un aspetto secondario e la sua importanza minimizzata.» Ed è ancora un understatement: Agamben, sui social e in certe mailing list “di movimento”, è stato trattato da vero e proprio nemico del popolo.
      Noi e pochissim* altr* abbiamo portato avanti quel genere di riflessione, disamina, testimonianza. Non a caso la reazione più comune al Diario virale può riassumersi in: «Grazie, mi avete fatto sentire meno sol*».

      – Per questo, ci tocca sentire che avremmo impedito al “movimento” di cogliere un’occasione storica? Addirittura di avviare un cambio di paradigma? E da parte di chi? E soprattutto, facendo leva su che? Sulla paura? Sullo stare in casa? Sul pendere dalle labbra di tecnocrati? Sull’aderire alla narrazione di Repubblica? Sull’accettazione acritica di decreti del premier riguardo ai quali l’Avvenire ha nettamente scavalcato a sinistra svariati “antagonisti”?

      Se c’è una cosa che quest’emergenza dimostra, è proprio che il “movimento” non esisteva, non con una sua prospettiva autonoma sull’esistente. E che c’è bisogno di ripartire più o meno da capo.

      • Aggiungo che storicamente, in situazioni di pericolo, la strategia che non accetta di responsabilizzare l’individuo generico, è quella che costringe la controparte a prendersela tutta sul groppone quella responsabilità… certo, c’è il rischio di negazionismo idiota, ma è davvero un rischio più grave che aderire alla narrazione individualizzante del potere? E’ davvero un rischio più grave che ritrovarsi a difendere la Società al fianco di Conte Renzi e Salvini?

        Sono domande sincere. Non ho la risposta. Ma mi pare chiaro, per esempio, che in Francia preferiscono correre il rischio di avere un po’ troppo scetticismo. Intanto oltralpe ci sono già decine di migliaia di lavoratori in disoccupazione tecnica (quindi pagata) e una manifestazione nazionale sabato prossimo, mentre in Italia il presidente invita a utilizzare le ferie in questi giorni e non esiste una risposta convincente oltre allo #stateacasa

        • Intanto quotano i fatti (proprio a partire dal dato che l’assenza di un “movimento” ossia di un discorso di forza contro forza e in altre parole la separazione passiva dal corpo di quella forza è un dato precedente e non contingente): dopo gli scioperi spontanei ieri all’Avio di Pomigliano, alla Piaggio, alla Sevel, all’Amazon di Torrazza, alla Whirlpool di Cassinetta, dopo il blocco imposto dal basso negli stabilimenti Fiat di Pomigliano, Cassino e Melfi e dopo lo sciopero fino a sabato imposto ai sindacati alla Fiat di Termoli, oggi sciopero nelle acciaierie di Terni, bloccati dai portuali i terminal San Giorgio e Messina a Genova, sciopero alla Fincantieri a La Spezia.

          • Proprio come le rivolte nelle carceri – ma con qualche possibilità di vittoria in più – queste sono lotte contro la gestione dell’emergenza sulla pelle dei più ricattabili, degli esclusi e dei più sfruttati. Sono lotte contro la situazione incongrua e surreale creata da ordinanze e decreti. Sono lotte contro l’ipocrisia: se dite che c’è un enorme e diffuso pericolo, come mai lo dobbiamo correre solo noi? Sono critiche pratiche dell’emergenza, e sono critiche molto pratiche del divieto di sciopero e di manifestazione introdotto fin dalle prime ordinanze.

            • In subbuglio anche il settore del cibo a domicilio, i riders si stanno incazzando.

              «…come abbiamo fatto in altre circostanze sentiamo la necessità di dire che la nostra vita e la nostra salute valgono più di una pizza, di un sushi o di un panino. Lo abbiamo fatto quando le nevicate rendevano impraticabili le strade delle nostre città e le piattaforme si fregavano le mani per approfittare di una situazione in cui la gente non usciva di casa e ordinava online. Sentiamo di farlo ancor di più ora, visto che le indicazioni di sicurezza fornite dal Governo non sono possibili da rispettare per le app del food delivery. Non lo sono a maggior ragione da oggi quando abbiamo scoperto incredibilmente di trovarci davanti a un’irresponsabile liberalizzazione delle attività di consegna a domicilio. Sembra quasi che esse siano diventate un servizio pubblico indispensabile al pari della sanità, delle farmacie, dei negozi di generi alimentari: un servizio essenziale che dovremmo svolgere noi senza tutele, invisibili di questa economia.»

              • Per i “domiciliari”, il governo consiglia di «gestire lo stress» attaccando cartellini sulle porte con su scritto:

                «Non fumare, non bere alcolici o peggio ancora non usare droghe per affrontare le tue emozioni […] Ricorda come in passato hai affrontato le avversità della vita per gestire le tue emozioni durante il momento difficile di questa emergenza».

                Mi chiedo se il governo davvero pensa di gestire la crisi da regime carcerario a colpi di infografichine e materiali social..

                Fonte: http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_opuscoliPoster_446_allegato.pdf

  51. Premesso, come han già scritto in molt* prima di me, che aspettavo il Terzo Diario come gli assediati aspettano i rinforzi, perché l’accerchiamento psicologico, soprattutto virtuale, è fortissimo (abito nel bresciano, e fatico ad ascoltare e leggere Radio Onda d’urto in queste settimane…e non m’era mai capitato), volevo condividere il fatto che molti tra i miei parenti, pur non riconoscendo la “pericolosità” delle misure d’emergenza, di fatto, nelle prassi regolarmente violano le disposizioni dei decreti: mia zia esce e pedala, mio fratello ha bucato la frontiera lombardo-emiliana la domenica mattina che è diventata zona rossa, mia mamma non rinuncia ad andare a trovare i suoi nipoti (che abitano tutti in comuni diversi dal suo) e così pure mia suocera… Ecco, solo per dire che nella confusione/pressione teorica e psicologica, le prassi resistenti esistono. Vanno curate, come gli affetti e le attenzioni verso le comunità a venire.

  52. Mi permetto alcune osservazioni, spero non fuori argomento.
    La prima mi permetto di farla perché mi vede coinvolto direttamente. Mentre sul fronte nazionale le norme di controllo del territorio e del sociale si sono inasprite con ritmo notevole, i protocolli che regolano quarantene di positivi certi e dei contatti diretti (vera “prima linea” del controllo di un’infezione) variano non solo da regione a regione ma da un’azienda sanitaria all’altra (ammetto che il mio è un punto di vista limitato spero di essere smentito) e variano più volte da una settimana all’altra.

    Sono comparsi i primi bandi di concorso per anestesista rianimatore estesi a specializzandi anche al penultimo anno. Il favoreggiamento della sanità privata si è basato, per anni, anche su meccanismi salariali che favorivano la migrazione alla sanità privata del personale medico esperto, in una competizione SSN vs sanità privata ampiamente truccata a favore di quest’ultima. Invece di incentivare un meccanismo inverso si sta cominciando ad insinuare la possibilità che i buchi di personale nel SSN si possano colmare con personale sicuramente valido e capace, ma ancora in formazione quindi poco esperto (ci limitiamo all’emergenza? Varrà anche dopo?).
    Ultima cosa, nelle emergenze ad un certo punto spunta sempre il commissario dai poteri in deroga. Proprio quando ci si accorge che è mancato il controllo e la progettualità nell’utilizzo delle risorse destinate alla salute ecco che la soluzione diventa mettere in mano tutto ad una persona, menager di Invitalia (ex sviluppo Italia).

  53. Innanzitutto un ringraziamento, ché guardandomi attorno pare che tutt* abbiano deliberatamente abdicato all’esercizio del pensiero critico.
    E un ulteriore spunto di riflessione: in questo momento di appelli a restare barricat* in casa, il suggerimento che va per la maggiore è quello di utilizzare il commercio online e il cosiddetto delivering. L’ondata di sdegno sollevata dall’ultimo film di Ken Loach è stata prevedibilmente già archiviata; come già veniva ricordato in altri commenti, lo stare a casa riguarda solo chi se lo può permettere, sicuramente non gli ultimi sfruttati di questo turbo consumismo contemporaneo.

    • Piccola parentesi in linea col tuo giustissimo commento. Noi siamo editori e, come tutte e tutti i lavoratori e le lavoratrici del comparto del libro (e della cultura in generale), stiamo soffrendo. Da ieri sera, con la chiusura delle librerie, la situazione è tragica. Ovviamente non sono stati chiusi il commercio on line, la consegna a domicilio, la logistica.
      Sui media mainstream proseguono gli appelli (ipocriti) a stare chiusi in casa passando il tempo fruendo di cultura: vedere film, ascoltare musica e podcast, ecc. e ovviamente leggere un libro. Libro che dovrà essere acquistato on line, presumibilmente da Amazon.
      E lo stesso discorso si può fare per qualsiasi altra categoria merceologica i cui negozi al dettaglio sono stati chiusi (vestiario, per es.).
      Amazon è quasi l’unico player (come si dice con una bruttissima espressione) che può facilmente evadere tutte queste richieste di acquisto on line e consegna a domicilio.
      Ecco, questo decreto sembra fatto su misura per avvantaggiare Amazon.

  54. Un contributo di pensiero critico che mi pare meriti di essere letto e ridisponga inequivocamente le questioni fondamentali:

    https://www.quodlibet.it/la-minaccia-del-contagio-di-massimo-de-carolis?fbclid=IwAR3eVkorBmCDyEtrBeKxA3PpOkOwPO6v6kAmqhwm075LdWI_6KSKxJKtYm8

  55. L’idea secondo cui l’emergenza in corso viene/verrà utilizzata per rendere più stringente il controllo sociale non è peregrina, certo. Siamo sicuri, però, che regga alla prova dei fatti? A prevalere, in questo momento, è un’incertezza che tocca infiniti aspetti della governance politica, sociale ed economica, da quelli più macro a quelli più minuti. Lo fate notare anche voi: si procede alla spicciolata, con misure tardive e con messaggi contraddittori. Secondo me, più che la dinamica del *controllo* è la dinamica del *consenso* a governare la gestione di questa emergenza. Il primo rimane comunque subordinato al secondo. Nessuno vuole perderci la faccia, nessuno si vuole prendere la responsabilità di un possibile disastro, ma nessuno vuole neppure prendersi troppo la responsabilità di bloccare tutto… è un cul-de-sac completo, che paralizza il sistema su tutti i fronti e lo sottopone ad uno stress molto pericoloso. C’è un feedback abbastanza evidente tra le dichiarazioni (vedi Salvini e Zaia, a titolo di esempio) e le misure di governo e le oscillazioni di un’opinione pubblica su cui, in un momento come questo, non fa presa *a priori* nessun discorso univoco. Panico, cautela, abitudine, faciloneria convivono, si ibridano, si rovesciano l’uno nell’altra con estrema rapidità. Il che è tutto sommato comprensibile: siamo alle prese con un fenomeno inedito *in questo particolare contesto* e con un agente patogeno e una patologia di cui sappiamo ancora relativamente poco.

    Forse potrebbe essere utile riflettere sulla parola stessa “emergenza”. Nei sistemi complessi, un fenomeno “emergente” è un comportamento sistemico che nasce dall’interazione fra le componenti del sistema stesso, ma che non è riducibile ai comportamenti individuali di quelle componenti. L’utilizzo di un'”emergenza” intesa in questo senso per riorientare il sistema in una direzione più repressiva, ad esempio, è del tutto possibile. Ma prima di tutto dev’essere chiaro, appunto… quale sia l'”emergenza”. Il fatto è che secondo me, almeno in questa fase, nessuno ha la più pallida idea della direzione in cui sta andando/andrà il sistema, di quali siano le dinamiche sistemiche più probabili di fronte all’apparire di un fattore così inaspettato e inedito.

    Tutti – e dico tutti – ci muoviamo in base alle categorie che abbiamo ereditato dal passato; ci affidiamo a, o elaboriamo, strumenti cognitivi e abitudini di comportamento che ci permettano di ridurre l’incertezza – o almeno la percezione dell’incertezza (che si tratti di lavarsi le mani ogni 5 minuti o di temere per un inasprimento drammatico delle misure repressive). Il fatto è che le istituzioni non sono da meno; avendo rinunciato da tempo all’idea di una governance centralizzata (nelle società occidentali, quanto meno) fanno l’unica cosa che gli riesce bene: mediare tra l’esigenza di salvare la faccia con l’opinione pubblica per non giocarsi il consenso (e magari pure rafforzarlo di un pelo), e le responsabilità connesse alla governance. Ad infilarsi come un cuneo in questo dilemma, però, c’è tutta un’altra miriade di fattori che sarebbe difficile non considerare: rischi economici, sistema sanitario al collasso, pareri scientifici, ordine pubblico ecc.

    Ovviamente, l’intervento delle istituzioni secondo queste direttrici contraddittorie alimenta mille altri anelli di feedback che non fanno altro che incasinare ulteriormente la situazione, con il rischio che l’emergenza si trasformi in caos.

    • Però questa è proprio la lettura dell’emergenza (e della ristrutturazione che ne segue) come fenomeno intenzionale e pianificato, in definitiva soggettivo, in larga parte dipendente da una chiarezza – o, di contro, opacità – di vedute degli attori coinvolti. Che sarebbero i politici. È la lettura che noi scartiamo a priori.

      Il fatto che i poteri pubblici procedano in modo cialtronesco e improvvisato, regolandosi sui like che prendono sui social e su quanto divengono virali i titoloni relativi ai loro annunci, non impedisce affatto di cogliere la funzionalità sistemica di quest’emergenza. All’opposto: permette di coglierla meglio.

      Quest’andamento, infatti, rivela fino a che punto ormai la sfera della decisionalità politica dipenda dal modo in cui il capitale si è riconfigurato intorno all’estrazione di big data. Estrazione che avviene tramite i social, la platform economy, la gamification dell’intera sfera comunicativa ecc. E guardacaso, come stanno facendo notare in molti, tutti i provvedimenti presi finiscono per fare gli interessi proprio delle grandi piattaforme: la didattica on line se l’è presa Google, il commercio è stato lasciato quasi interamente in mano ad Amazon, siamo costantemente esortati a tapparci in casa, dove fatalmente si passa il tempo a produrre ancor più big data, stando sui social, scambiando milioni di messaggi su Whatsapp e guardando serie su Amazon Prime o Netflix.

      Questo non avviene perché Conte o chi per lui si sveglia una mattina e dice: «Sfruttiamo l’epidemia di Covid-19 per aumentare i profitti di Amazon, Facebook, Google, Netflix, Deliveroo e altre potenze del Big Tech…» Solo un cretino penserebbe una cosa del genere, e noi pensiamo di non essere dei cretini. Avviene perché il sistema capitalistico funziona in un certo modo, ha una sua logica di fondo, fatta di assetti proprietari, rapporti di forza e spinte inerziali.

      Idem per quanto riguarda le politiche pubbliche nello spazio urbano, già aggredito per anni da politiche securitarie seguite a varie emergenze: il «degrado», l’«invasione» ecc. Quest’emergenza, alimentando la cultura del sospetto e spingendo a colpevolizzazioni orizzontali e delazioni, produce un ulteriore rafforzamento di ogni securitarismo, e anche da questo guadagneranno le corporation del Big Tech, sia vendendo l’hardware per implementare controllo e sorveglianza, sia grazie all’ulteriore data mining garantito dall’infittirsi di quel reticolo.

      Non è che queste cose «potrebbero succedere»: stanno succedendo.

      • E’ una tendenza in atto da tempo, certo. E non dico che non è detto che non si rafforzi. Dico solo che non è scontato. Tra il complottismo che presuppone un’azione coerente, mirata e dolosa (so bene che non è quello il vostro discorso!) e la narrativa “istituzionale” opposta che sega ogni riflessione critica ci sono gradazioni di grigio intermedie da non trascurare. Che le compagnie BigTech, e il grande capitale in generale, facciano di tutto per guadagnarci, è ovvio. Non è detto però che ci riescano. Anche loro hanno bisogno delle istituzioni politiche e pubbliche (perché altrimenti spendere miliardi in lobbying?), e quel sistema al momento è parecchio sotto stress. Capitale e “stato” si sorreggono a vicenda; in questo momento il primo è una bolla enorme che galleggia nel nulla, il secondo una struttura che ha perso terreno alla grande nella sua capacità di governare la complessità. La critica del securitarismo è sacrosanta; dico solo, a denti stretti: potrebbe non essere il principale rischio che ci troveremo ad affrontare nel futuro.

      • “Anche loro hanno bisogno delle istituzioni politiche e pubbliche”… e hanno bisogno pure di una società in grado di mantenere comunque un livello minimo di funzionalità. L’entropia la tieni sotto controllo solo se hai delle riserve di ordine residuo su cui scaricarla, solo se c’è un flusso negetropico. Qui siamo di fronte fenomeni di portata globale, come il cambiamento climatico o una pandemia, che fanno traballare un sistema globale. Il “cordone di sicurezza” che permette la stretta securitaria intorno a shock sistemici localizzati (un terremoto, un fenomeno climatico estremo ma localizzato, un conflitto, un attacco terroristico ecc.) potrebbe non essere applicabile in questo caso.

        • Sul fatto che l’esito non vada considerato ineluttabile siamo d’accordo. Più che sull’entropia in sé, chiaramente, dobbiamo sperare nelle lotte, e nelle alternative al capitalismo che vivranno in quelle lotte. L’entropia, da sola, non pone fine al capitalismo. Lo credeva quell’impostazione teorico-fideistica che nel gergo marxista era chiamata “crollismo”. Il capitalismo finisce se un passaggio rivoluziomario impone un altro modo di produzione la cui potenzialità è maturata nel frattempo, anche senza che gran parte della società se ne rendesse conto. Per ora, comunque, l’emergenza è molto più funzionale che disfunzionale. Vediamo quali e quante lotte si svilupperanno.

          • “…secondo me, almeno in questa fase, nessuno ha la più pallida idea della direzione in cui sta andando/andrà il sistema, di quali siano le dinamiche sistemiche più probabili di fronte all’apparire di un fattore così inaspettato e inedito.” Concordo sulle dinamiche ma non sulla direzione. La direzione, come dice Wu Ming 1, e’ abbastanza chiara , sono le dinamiche gestionali ad essere appunto sconosciute (a tutti) in quanto multipolari (in quanto opposte ad uno scenario singleton) e rappresentative del vero campo di ricerca, la nuova miniera da sfruttare. Aggiungo solo che per comprendere meglio il contesto virus sarebbe sufficiente contestualizzare o storicizzare la situazione invece di lasciare la gente in balia di credenze probabilistiche. Il resto va visto in prospettiva, espandendo il tempo e lo spazio perche’ il paradigma scientifico sta’ cambiando. Cio’ non e’ pero’ semplice. L’accellerazione della scienza negli ultimi 50 – 60 anni ci costringe ad arrancare. Ma si puo’ (e qualcuno direbbe si deve) fare.

            • @Yagharek: il mio dubbio è che la situazione prodotta da uno shock sistemico rilevante (non è necessariamente questo il caso, ma potrebbe esserlo; lo scopriremo solo vivendo) possa non rappresentare affatto una “miniera” per le dinamiche capitalistiche per come noi le conosciamo. Non credo che le capacità di adattamento del sistema capitalistico arrivino a tanto; hanno dei limiti pure loro. Forse esagero, forse sono troppo pessimista. Di sicuro non sono troppo ottimista… “better the devil you know, than the devil you don’t”.

          • Il crollismo, per quello che ricordo, diceva che il capitalismo sarebbe crollato per dinamiche endogene. Il meccanismo di accumulazione del capitale, per come era stato descritto da Marx, si sarebbe inceppato (visione molto fatalista) e il sistema sarebbe imploso. Io faccio un discorso diverso. Quello che chiamiamo “capitalismo” è una rete di sistemi socio-economici in interazione; quindi un sistema a sua volta. Come tutti i sistemi, non esiste nel vuoto ma presuppone un “ambiente”. Semplicemente, quell’ambiente può sottoporlo a sollecitazioni a cui non è in grado di adattarsi, con conseguenze imprevedibili. Le lotte rimangono fondamentali, il problema è che se gli eventi prendono quella piega lì non è più contro il capitalismo che combatti, ma contro qualcosa di piuttosto diverso. Che magari assomiglia – l’inerzia è una componente da non sottovalutare – ma non è quella roba lì. Non dico che sia necessariamente questo il caso, così come non lo escludo. Dico solo che è importante mantenere uno sguardo a 360° gradi di fronte ad una situazione che è assolutamente inedita (non perché non ci siano state altre pandemie nella storia, ma perché il contesto in cui si sviluppano conta eccome).

            • Solo una cosa che ora devo scollegarmi per un po’ poi magari piu’ tardi se ne puo’ discutere meglio che tanto il tempo ce lo abbiamo ;-) : io credo che il rischio esistenziale e’ reale, non e’ pero’ rappresentato da questo virus in particolare bensi’ dall’uso che stiamo facendo della tecnologia in generale. E’ un discorso molto ampio che pero’ va’ affrontato al piu’ presto. E’ questa secondo me la vera emergenza.

  56. Il corollario alle accuse di sottovalutazione dell’epidemia è il più classico del “che faresti tu?”. Sostanzialmente la logica bipolarista ormai applicata a qualsiasi evento, sia ordinario che straordinario, un accompagnamento del TINA con TIO1Aforse (il brutto acronimo non lo spiego) che però è una schifezza peggiore. Quindi non vuoi il PD? Beccati Salvini. O l’epidemia incontrollata o la decisione del governo. Il tutto espresso non dai “nemici” tradizionali – che magari sei abituato e non ci fai caso – ma appunto, come ricordato tante volte, da compagni e da gente che in altre occasioni si era mostrata almeno dubbiosa e che invece adesso ti sbatte in faccia l’ultimo grafico esponenziale. Il tutto con una forma da rimprovero persino per i tuoi toni, che provi a rendere leggeri, come sempre, ma che adesso non si può, la serietà impone seriosità, senza capire che diventa ridicolo tutto, insieme alle sigarette come bene essenziale da difendere fino alla morte, di altri ci mancherebbe.
    E quindi tocca ricordare che le alternative ci sono e che almeno devono distinguere tra l’esistenza e la praticabilità politica di queste, chissà se questo li sveglierà, ci faranno tornare insieme. Nel frattempo osservi senza capire, perché per quanto le cose si svolgano sotto i nostri occhi in modo che può sembrarci chiaro, ci pare incredibile che il “piano” stia funzionando e che Amazon diventerà più ricca e google coprirà il pianeta come nessuno ha mai fatto prima, manco i romani o gli americani. Ma ricordarle si deve, queste alternative, a noi stessi per tenere gli occhi sulla palla, agli altri per diminuire le occasioni di litigio: esproprio delle strutture private; chiusura totale delle attività produttive con piani straordinari di sostegno ai redditi sia dei dipendenti che delle famigerate p.iva; massiccio piano di assunzioni nella sanità, per cominciare. Non è che ci voglia chissà cosa a pensarle. Realizzarle è difficile? Certo, ma almeno si cambi registro di discussione: chi pensa che questi decreti facciano schifo (la lettura degli allegati che riguardano le attività esenti dal blocco pare un macabro scherzo) è interessato quanto voi, più di voi, al contenimento dell’epidemia, ma non ritiene che il proprio culo valga più di quello degli altri.

  57. Io faccio due considerazioni: facendo una inutile statistica personale, senza alcun valore dimostrativo/ tecnico e meno che mai scientifico, mi accorgo di non conoscere nessuno contagiato, conseguentemente ricoverato, dal virus. E neppure tra i conoscenti dei miei conoscenti. Quindi una cerchia abbastanza ampia di persone. Eppure la percezione del pericolo è altissima e i comportamenti irrazionali ( gente che esce bardata di mascherina anche se già mantiene una distanza di un km e mezzo da qualunque vivente, persone che invocano l’ intervento dell’esercito, persone che chiamano la municipale per segnalare infrazioni del ” codice di comportamento antivirus”, strade deserte in alcune zone del centro) si moltiplicano a dismisura. Il reparto in cui lavora la persona con cui sto, è stato trasformato in terapia intensiva. Il reparto ha una capienza di venti posti letto e il ricambio è continuo ma spesso il tampone o la tac danno esito negativo. Certo ci sono persone, anche molto giovani,ricoverate e spostate in infettivologia. E l’ ospedale aumenta i posti letto per ogni reparto. Recedendo dalle abituali politiche di immediata dimissione per rientrare nei budget ” aziendali “.
    La seconda considerazione è relativa al ” permesso ” che l’ Europa ci concede di finanziare una manovra di 30 miliardi ( in debito). Una ” concessione ” a fronte di accordi politici precisi.

    • Beh, questo perché qualunque politica di contenimento deve essere fatta quando il numero di casi é relativamente piccolo. Nel momento in cui ognuno di noi “conosce” contagiati i buoi sono fuggiti da tutte le stalle e non si puó fare piú nulla.

      Questo non per giustificare a priori quello che si sta facendo, ma solo per sottolineare che se qualcosa va fatta, va fatta quando appunto il numero di casi é relativamente piccolo. Perché con un patogeno cosí infettivo quando entri nella curva esponenziale a fare i grandi numeri ci metti una settimana.

      Al momento credo che in Italia si sia intorno ai 12000 casi accertati, anche assumendo che sono una frazione del totale non credo siamo oltre i 20000 casi. Ma questo é piú o meno il limite se vuoi strangolare l´epidemia sul nascere.

  58. Con tutto ciò che comporta indebitarsi per 30 miliardi.

  59. Cronache dal ferrarese.
    Ferrara si dimostra per quello che è sempre stata dal fascismo in poi. Và dove la porta il vento. Il vento securitario in questa terra ha sempre avuto il suo fascino e la capacità del trasformismo ormai fa parte della mentalità di questo posto. Dire che succede nulla è scontato ormai sono anni che la crisi produce una disoccupazione più che doppia rispetto a quello che sbandiera il golden regaz, il cambiamento climatico picchia duro e st’estate si preannuncia disastrosa ma non si muove foglia. A parte il solito teatrino politico. Però ormai la deriva decoro-autoritaria col virus sta infettando tutta la popolazione senza che si senta una voce fuori dal coro. Lo sceriffo Naomo scorrazza con la municipale a vigilare la città e a fermare i trasgressori del decreto e casomai qualche pusher nella zona Gad. Tutto è normale però sembra di essere sotto cellophane perché manca l’aria della libertà che vuol dire rivolta ad un sistema di cose ingessato da un feudalesimo post moderno, è agghiacciate. Faccio presente che è la provincia che ha subito un’inversione drammatica della piramide dell’età dal 2000 ad oggi, con un’estensione provinciale enorme e sostanzialmente poco abitata. L’isolamento coatto porterà ad un inaridimento del tessuto sociale tremendo mettendo a dura prova la salute mentale di chi si trova in provincia per via di collegamenti inesistenti con la città. La domiciliarità delle cure per gli anziani che sarebbe l’unico modo per sostenere il nostro sistema sanitario e per proteggere la fascia più debole della popolazione non è stato attuato o è stato fatto in forma superficiale. Domiciliarità significa anche coinvolgere fare compagnia e rendere partecipe chi in questa situazione è in forte disagio. Neanche le carceri riescono a ribellarsi. Segno della resa di una città che sta suonando il suo ultimo blues.
    Scusate forse non sono a fuoco ma la situazione qua è grave.

  60. Proprio mentre La-voce-del-governo (La Repubblica), citando «fonti del Viminale» dice che non c’è alcun «divieto di passeggiata» ( https://www.repubblica.it/cronaca/2020/03/12/news/coronavirus_non_c_e_il_divieto_di_passeggiata_ma_un_invito_a_non_uscire-251041817/ ) i sindaci si precipitano a chiudere i parchi. Prima i lombardi, poi Piacenza, ora anche a Bologna:

    «Da domani 13 marzo, per ordinanza del Sindaco #Bologna, sono chiusi 32 parchi e giardini pubblici e vietato in tutte le aree verdi pubbliche l’utilizzo delle zone attrezzate con strutture ludiche e dell’impiantistica sportiva a libera fruizione. […] in tutte le aree verdi pubbliche vale come in ogni zona della città il puntuale rispetto da parte di tutti i cittadini delle disposizioni relative alle limitazioni allo spostamento consentito solo per: comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità, motivi di salute, rientro presso il proprio domicilio. Chi contravviene all’ordinanza rischia una denuncia ai sensi dell’articolo 650 del Codice Penale.»

    Ed di fatto ecco introdotto il *patogeno* «divieto di passeggiata», un po’ perché chiudono i luoghi dove farla e un po’ perché se anche nei parchi vale solo il principio «sto andando a produrre, il virus mi fa un baffo» allora non si può fare una passeggiata.

    E come avviene questa stretta senza alcuna motivazione sanitaria? Con ordinanza del sindaco, proprio come le ordinanze contro il «degrado». E proprio come quelle, è odiosa, ben oltre il limite della legge (pure della legge emergenziale!) e contro le classi povere, strette in appartamenti da cui, di fatto, non possono uscire se non per fare la spesa. E, prova del nove, colpisce i parchi, topos ossessivo della narrativa del degrado.

    Qualcuno di quelli che dice che «questa è tutta un’altra storia, non c’entra con il passato» vorrebbe per favore dire anche ai sindaci e ai politicanti che, appunto, «questa è tutta un’altra storia» e che quindi la smettano di indossare di nascosto (ma neanche tanto) gli occhiali del «degrado»? Non sarebbe il caso di chiedere conto *anche* a loro di queste misteriose similitudini?

    E, visto che questa è un emergenza «del tutto nuova», perché non viene revocato il potere ordinamentale del sindaco in materie al momento normate da leggi eccezionali nazionali? A quanti layer di potere, contraddittori, dobbiamo essere sottoposti?

    • Avant’ieri sera con diretta facebook il sindaco di Messina di cui purtroppo sono note le velleità da sceriffo dichiarava che avrebbe chiuso la città entro 48 ore, annuncio roboante, la solita scena che ben gli viene, minacciando di andare “lui con i suoi” nelle strade a far rispettare i divieti, con parole e atteggiamenti che non mi stupiscono ormai. Tanto ha sparato alto che il buon Pietro Saitta ha scritto prontamente una lettera al prefetto chiedendo di monitorare il comportamento dell’amministrazione comunale che in questo frangente magari non dovrebbe accentrare a sé i poteri, come fai notare anche tu. Prontamente poi è arrivata la chiusura a livello nazionale, ovviamente già prevista/conosciuta dal “nostro” sceriffo il quale con un nuovo tocco di magia ringrazia il governo nazionale per aver ascoltato il proprio grido di dolore. Boutade? A me fa sempre più paura questa roba qua.

    • C’è chi è riuscito persino a dire che è stato inevitabile chiudere i parchi poiché i bolognesi passavano le giornate a giocare a pallavolo. Troppo spanizzi questi bolognesi, bisogna chiudergli i parchi. Allucinante…

    • La chiusura dei parchi pubblici è una misura odiosa e infame. Mi chiedo quale idea miserevole della vita possa avere il governatore del Piemonte, che per giustificarla dice: “è un’emergenza, mica una vacanza!”. Mi chiedo quale mostruosa idea di città possa avere chi dice che la chiusura era inevitabile, perché il popolo stupido e bue portava i bambini a far lo scivolo e si assembrava sulle panchine. Ora, da che mondo è mondo, negli spazi pubblici -. ad esempio per strada – c’è chi commette infrazioni. C’è chi supera i limiti di velocità e chi parcheggia in sosta vietata, ma non per questo si chiudono le strade. Perché sono indispensabili alla circolazione e alla vita della città. I parchi, evidentemente, non sono altrettanto essenziali, con buona pace di tutta la melensa retorica green che personmaggi come Merola sono capaci di sbrodolare nelle occasioni giuste.
      La prossima mossa sarà recintare i colli, subito oltre i viali di circonvallazione, via Murri, via Toscana e via Saragozza? Non dovrebbe essere difficile, visto che di recinzioni ce ne sono parecchie, a delimitare giardini e parchi privati, dove domandarsi come riempire il tempo, quali libri leggere e quali film guardare, mentre si resta a casa.

      • Piú che altro mi chiedo dove si arriverá fra una settimana. Se non permetti alcuna valvola di sfogo, nemmeno in luoghi all´aria aperta, magari facendo rispettare la distanza tra persone, tra una settimana ci saranno i massacri in casa.

        Mi pare questo si collega anche ad un punto sollevato precedentemente da altri, il fatto cioé che la nostra societá si sta avvitando in una situazione di “emergenza permanente”. E se penso a problematiche complesse come il riscaldamento globale ad emergenze che durano anni.

        Se l´unico rimedio rimane la militarizzazione del paese e la segregazione in casa per lunghi periodi ci aspettano societá militarizzate e segreganti. Credo che a maggior ragione una discussione come questa abbia necessitá di essere fatta, proprio per individuare percorsi alternativi che possano affiancare e/o limitare l´uso dei muscoli.

        Sempre ovviamente concedendo che talvolta decisioni estreme sono necessarie. Quello che intendo peró é che mi pare che al di lá di queste ultime non sia stato messo in campo granché.

        • Ah, allora tutto chiaro, i parchi sono stati chiusi perché un’infermiera ha «visto» un parco «affollato». Messaggio di oggi del sindaco Merola:

          «Ieri ho ricevuto numerose segnalazioni di cittadini allarmati, tra queste quella che mi ha colpito di più me l’ha inviata una coordinatrice infermieristica che, tornando a casa dal lavoro, ha visto il parco affollato e ha provato un forte senso di frustrazione rispetto al suo lavoro quotidiano».

          Fondamenti epistemologici ed epidemiologici saldissimi, eh.

  61. Tornando al tema sanità e tagli scellerati:
    un interessante grafico che mette in correlazione il numero di morti con il numero di letti dei sistemi sanitari dei paesi più colpiti: https://medium.com/@audrey.charmant/great-article-3f2ed867f504
    La correlazione è brutale, certo – tralascia per esempio l’età media della popolazione – ma vederla colpisce come un pugno nello stomaco.

    Andando a guardare la fonte (OECD) si vede bene come siamo messi:
    https://data.oecd.org/healtheqt/hospital-beds.htm

    La serie storica poi è ancora più interessante: dal 2000 ad oggi i posti letto sono calati del 30%. Vero che molti paesi hanno visto un calo, pochi con lo stesso impatto dell’Italia.
    Per dire, la Grecia, nonostante la situazione tragica che sta attraversando grazie ‘all’aiuto’ di Bruxelles, ha subito una riduzione solo del 10%.
    https://stats.oecd.org/index.aspx?queryid=30183

    Tutto questo per dire: davvero il tema della sanità e del tentativo di distruggerla in nome del profitto e del criterio dell’economicità, in un Paese vecchio anagraficamente come il nostro è una tragedia che potrà solo peggiorare.

    P.S. vi seguo dai tempi di Q, è il primo commento: mi premeva ringraziarvi per non aver abdicato nonostante il logorìo di tutti questi anni di impegno.

    • Intervengo su una questione marginale, solo per correggere quello che credo sia un errore, per quanto riguarda il grafico di correlazione tra posti letto e numero di morti. L’immagine riportata al link riporta un R2 di 0,27 (che già non mi sembrerebbe altissimo), ma se si clicca sullo spreadsheet con i dati aggiornati l’immagine in questo momento restituisce una linea praticamente piatta (confermata da R2 di 0,04): il che significa, credo, NESSUNA correlazione tra posti letto e letalità.
      https://imgur.com/37DQ6dO

      La critica ai tagli alla sanità ovviamente la condivido a prescindere.

      • Grazie per il check sui dati aggiornati, che non avevo guardato.
        Correlazione statisticamente nulla, in effetti. Sostituendo i letti in generale con quelli di terapia intensiva qualcosa potrebbe cambiare, i dati sono presenti nello stesso data set (acute care).

        Ma non sono uno statistico e con tutto in divenire forse è prematuro fare analisi di questo tipo.

  62. Non credo come Cegna, del quale, comunque, condivido alcune analisi, che interventi come questo abbiano inibito la capacità del movimento (inteso in senso lato) di portare avanti determinate rivendicazioni nella fase che stiamo attraversando: gli scioperi spontanei che si stanno moltiplicando e la rivendicazione da più parti di un reddito di quarantena e di altre misure necessarie per non far pagare ai soliti la crisi in atto stanno lì a dimostrarlo.

    A differenza di altri casi, nonostante la situazione sia pericolosa, soprattutto per la tenuta democratica, noto che determinate rivendicazioni godano di un certo consenso, anche di molt* che, in altri contesti non le avrebbero appoggiate e che gli scioperi di questi giorni stanno ricevendo una solidarietà che, in altri momenti, non sarebbe stata affatto scontata, frutto della consapevolezza che il diritto alla salute vale molto più del diritto di pochi a fare profitto.

    Allo stesso modo si sta diffondendo la consapevolezza che un sistema sanitario gratuito e universale sia fondamentale per garantire il diritto alla salute di tutt*, e si stanno accendendo i riflettori su quanto siano sottopagati medici, infermieri, oss e tutt* coloro che lavorano nella sanità. Tutto questo dopo anni di propaganda martellante, da “una pinza nella panza” in poi, sull’inefficienza della sanità pubblica e di esaltazione della sanità privata.

    Non è una situazione semplice, però ci sta indicando, per un recente futuro, alcune tematiche sulle quali poter far leva e sta risvegliando nei loro confronti sensibilità da tempo sopite. Credo che anche di questo dovremmo prendere atto.

    Certo, in alcuni casi, si è cercato di incoraggiare un atteggiamento delatorio, ma in tanti altri si sta dando vita a iniziative solidali (dal sostegno psicologico offerto da alcuni spazi sociali ai fuorisede che propongono agli anziani dei palazzi nei quali vivono di fargli la spesa o andare in farmacia, passando per tante altre) non affatto scontate. Sono cose che non vanno trascurate.

    Credo che il pregio di interventi come il vostro, ma anche di quello di Agamben (che non condivido affatto), sia di tenere sveglio il pensiero critico, di mettere in guardia da un pericolo che è reale. Però credo anche che la critica rivolta a tante compagne e compagni di accettare lo stato di polizia sia fuori fuoco: in tanti siamo convinti che, data la situazione, e la capacità di posti letto garantita dagli ospedali, una capacità che, come scriveva Cegna, sarebbe stata insufficiente anche se non ci fossero stati i tagli che li hanno ridotti, era inevitabile prendere misure simili a quelle che sono state adottate e, forse, era il caso di prenderle prima che il contagio, in alcuni territori, divenisse così esteso. E, se così non è stato, è per garantire la continuità di attività produttive concentrate in quelle zone, come faceva notare Signor K su Twitter. Accettare determinate misure in questo particolare contesto, però, non vuol dire accettarle acriticamente, né vuol dire essere favorevoli allo stato di polizia, perché, se tali misure saranno protratte senza ragione molti che adesso le ritengono necessarie, non solo compagn*, saranno i primi a non rispettarle e a chiederne il ritiro. Per il semplice fatto che restare chiusi in casa non piace a nessun*.

    Ciò non vuol dire non rendersi conto di quanto certe norme siano potenzialmente pericolose, e di quanto arbitraria possa essere l’interpretazione di esse, per questo bisogna mantenere la vigilanza alta ma, soprattutto per questo, è necessario che la discussione non si polarizzi in questo momento, facendo chiudere tutt* nella propria bolla.

    Certo è da condannare la caccia all’untore e bisogna contrastare gli appelli alla delazione, a questo proposito ho litigato diverse volte sulle chat di paese con alcuni miei compaesani che incitavano ad adottare certi comportamenti, però qui, dove il discorso è opposto, mi sento anche di dire che è vero che il virus si muove con le persone e, in questo momento, è necessario limitare gli spostamenti, non solo perché chiunque può essere pericoloso per noi, ma soprattutto perché noi possiamo essere pericolosi per gli altri.

    Per questo, come ho scritto anche su Bida, credo sia sbagliata l’idea che date dei meridionali tornati a casa. Certo, qualcuno sarà tornato perché non ce la faceva economicamente a stare lì (o pensava di non farcela), molti sono tornati perché erano al Nord solo temporaneamente, e non si poteva mica pretendere che si pagassero una stanza per più di un mese, ma tanti di quelli rientrati (che sono un’infima minoranza di quelli che stanno fuori) lo hanno fatto per individualismo e per menefreghismo, e questo non si può nascondere.

    Nella provincia di Taranto, una terra nella quale in ogni famiglia ci sono ammalati o gente che, tra mille sacrifici e sofferenze, è riuscita a sconfiggere mali ben peggiori del coronavirus, ma rimaste indebolite da questo, quasi nessuno è tornato, perché si riteneva un potenziale pericolo. E questa non è una scelta dettata dal ritenere gli altri un pericolo per sé, ma la scelta consapevole e solidale di diverse migliaia di individui che hanno rispetto per le sofferenze di chi è vive in un territorio martoriato per il profitto di pochi. E non credo sia bene oscurarla, anche perché può essere, in altri momenti, antidoto ai rischi qui denunciati.

    Credo che analizzare la situazione dal punto di vista del controllo sia utile, soprattutto sia antidoto per evitare che certe norme temporanee diventino strutturali, ma penso anche che analizzare la situazione solo dal punto di vista del controllo sia un limite, che non porta a illuminare tanti altri aspetti di una situazione complessa e sfaccettata, caratterizzata da pericolosi rischi, ma nella quale si intravedono anche alcune opportunità.

    Il capitalismo potrebbe anche uscire rafforzato da questi eventi, ma è certo che nel breve termine la sua esistenza sarà caratterizzata da una profonda crisi e, società come Google, è vero che avranno accumulato miliardi di dati, ma questi dati saranno anche monotematici e difficili da vendere se le aziende che li sfruttano per la pubblicità avranno pochi soldi per acquistarli. È anche vero che il blocco totale, come faceva notare in un commento Wu Ming 4 potrebbe comportare migliaia di licenziamenti e la chiusura di tante piccole attività, sarebbe stupido nasconderlo. Però, soprattutto per questo, è necessario in questo momento tenere alta la guardia e portare avanti determinate rivendicazioni, rivendicazioni che molt*, in questa fase, più che in altri momenti, sono propensi a recepire come giuste.

    Ci troveremo ad affrontare giorni difficili, però non è detto che in quei giorni non maturino nuove consapevolezze e non si prenda coscienza che le condizioni sono mature per superare il modo di produzione capitalistico e il lavoro salariato. Questo, però, dipenderà anche da noi, e dalla nostra capacità di fare sintesi e non polarizzarci in discussioni che, seppur importanti, non raggiungono il loro scopo se si tramutano in lotte intestine.

    • Concordo sostanzialmente su tutto.

      Mi permetto di porre un altro punto di vista sulla fuga dal Nord Italia che ho scritto in un commento ormai sperso km di html più in alto.

      La narrazione dell’epidemia si è sempre focalizzata sulla ricerca del colpevole-untore, prima i cinesi, poi il paziente 0, i lombardi, la movida, chi fa jogging sul mare ecc. Questa narrazione fallace non può che veicolare il messaggio che la reazione più consona alla presenza di un untore sia l’allontanamento immediato da esso per salvarsi la pelle.
      Questa narrazione ha inoltre prodotto, fino a tre giorni fa, la credenza che una zona con pochi casi sia tale in quanto zona a scarsa presenza di untori, generando quindi quelle regioni/provincie “paradisi epidemici” in cui si poteva sostanzialmente fare il cazzo che si voleva.

      Ecco che se sommi la fuga dall’untore al raggiungimento del paradiso epidemico ottieni una scontata reazione di paura nell’individuo.

      Poco importa che la patologia fosse già comunitaria da tempo e che quindi fosse del tutto auspicabile applicare le stesse misure in tutta Italia. Lo stato ha lasciato la narrazione dell’epidemia nelle mani della stampa che ne hanno dato una visione distorta.
      In un epidemia non ci sono colpevoli e comprenderlo è l’unico modo per affrontarla seriamente.

      Da ultimo mi accodo alla richiesta di non essere definito come compagno che accetta lo stato di polizia, o “zelante questurino”, come scrive baccanale più su, per il solo fatto di riconoscere che un virus che si muove con le persone certamente subisce gli effetti di questo isolamento e sostenere che una sua applicazione precoce avrebbe molto probabilmente avuto effetti benefici.
      Sottolineo inoltre che questo non significa accettare acriticamente ogni misura scritta nei dpcm e non riconoscerne gli intrinseci pericoli per il presente e per il futuro (come già ben evidenziato in molti dei commenti).

      • Questi due ultimi post mi sembrano i più equilibrati.

        Mi permetto di copincollare medbunker, visto che è stato citato:

        “Cosa fare quindi?
        Seguire con attenzione e precisione i consigli delle istituzioni sanitarie.
        Essere educati e rispettosi degli altri limitando i contatti e i comportamenti a rischio. Evitare luoghi affollati”

        https://www.medbunker.it/2020/03/coronavirus-cosa-sta-succedendo.html

        Accettare questo non vuol dire accettare lo stato di polizia, vuol dire solo rendersi conto che il distanziamento sociale è l’unica arma che ad oggi abbiamo per difendere noi e gli altri dal virus.

        Ciao

        • Grazie del link, ma davvero non c’è bisogno di ribadire qui l’importanza di evitare gli affollamenti. Nessuno ha mai sostenuto il contrario. Ma non c’è un solo modo di mirare a quel risultato e qui si discute proprio del modo, specifico, scelto dal governo e di quali conseguenze ha sulla vita e sulle persone.
          Mi spiace se questi due ultimi post ti sono suonati equilibrati. Nei prossimi, cercheremo di far meglio.

        • Tocca ribadire alcuni punti, perché quando le discussioni si allungano si perde il focus.

          Noi non critichiamo l’idea del contenimento in sé, come principio generale e insieme di prassi da applicare: non a caso abbiamo rimandato alla rassegna di paper scientifici raccolta e commentata da Mauro. Critichiamo in concreto e nello specifico i modi, i tempi, l’incoerenza, l’ipocrisia, la noncuranza per le conseguenze sociali e politiche con cui si sono presi provvedimenti a livello prima di regioni e poi nazionale, provvedimenti più a misura di like sui social media che basati su salde basi scientifiche, e che in molti casi hanno avuto le conseguenze opposte a quelle che si diceva di voler ottenere.

          Provvedimenti, tra l’altro, non solo incongrui e rabberciati (chiudi le scuole e costringi i genitori ad affidare i figli ai nonni, cioè ai soggetti più a rischio, e intanto lasci aperti i centri anziani, così gli anziani si assembrano e si passano il virus), ma presi tardivamente, visto che il virus circolava in Italia almeno da un mese quando si è avuto il primo morto, e plausibilmente c’erano già un sacco di contagiati.

          Quasi ogni giorno si deve correggere con un’ordinanza l’ordinanza del giorno prima perché non era nemmeno interpretabile, o arriva un decreto al giorno, perché abbiamo una classe digerente nel pallone. Il tutto perché il SSN è stato sfasciato dalla stessa classe digerente che adesso usa il suo sfascio in modo ricattatorio.

          Nel fare tutto questo, si stanno ledendo diritti civili e sociali fondamentali. Si sono trasmessi messaggi terroristici, e sono passate nell’opinione pubblica istanze vessatorie e ipersecuritarie che non sono nemmeno nei testi dei decreti, ma vengono messe in pratica dalle fdo con il plauso di cittadini divenuti delatori.

          L’evitare assembramenti si è trasformato di fatto nel divieto di passeggiare, qui a Bologna abbiamo decine di denunciati perché camminavano «senza motivo». Non si stavano assembrando con nessuno, non erano a meno di un metro di distanza da nessuno: erano usciti a prendere una boccata d’aria.

          Stanno dicendo che bisogna stare reclusi e imparanoiati, se continua così tra un po’ avremo un picco di strippamenti, crisi psichiche, femminicidi, stragi domestiche, TSO. Già adesso molti sofferenti psichici sono rimasti senza contatti sociali, senza servizi di assistenza. Io ne conosco.

          Tutto questo invece di prendere provvedimenti seri, mirati e tempestivi quando ancora l’epidemia non s’era manifestata ma era altamente probabile che lo facesse (avvertimenti ce n’erano stati a iosa): messa in sicurezza dei soggetti più a rischio perché anziani o immunodepressi, triage all’ingresso delle strutture sanitarie, potenziamento di servizi domiciliari e investimenti sulle strutture ospedaliere, avvio di un’inversione del trend sulla sanità iniziato con le leggi del 1992-93. E, nel caso, misure di contenimento più decise.

          Certo che misure di contenimento razionalmente decise e applicate sono utili a rallentare un’epidemia: ma non è il caso dell’Italia, dove le misure di contenimento sono state irrazionalmente arruffate, scritte coi piedi e gettate come sacchi di merda nella società, scaricando su altri la fatica di capire cosa intendessero prescrivere.

          Certo che è ragionevole evitare gli assembramenti, però poi bisogna vedere cosa si intende: nell’Italia di queste settimane si è data un’interpretazione iper-estesa del concetto, mentre nella letteratura scientifica che abbiamo letto è considerato assembramento significativo un grande evento di massa, non una riunione di cinque persone.

          A questo punto, può forare questa bolla di delirio solo… il disastro climatico, vale a dire il fatto che l’estate arriverà già a primavera, perché pare che già a 27 gradi di temperatura ambiente (ci arriviamo tra poco ormai) il virus non trovi più le condizioni ideali per diffondersi.

          Ma la nostra preoccupazione non è il virus in sé: è quello che questa gestione dell’emergenza – cialtrona e autoritaria al tempo stesso, di fatto classista e discriminatoria – ci lascia in eredità.

          Detto ciò, che non ci sia solo delazione ma anche pratiche solidali è importante, che non ci sia solo acquiescenza ma scoppino anche rivolte e lotte è importante. Ma senza una critica chiara dell’emergenza, si va poco lontano e non si costruisce un “dopo”.

          • P.S. Da noi mi sembra si sia data al termine «assembramento» l’accezione che gli dava il regime fascista, applicato nelle colonie di confino: più di tre persone. La si è data automaticamente, proprio senza fare una piega, una specie di riflesso condizionato culturale.

          • Sono d’accordo sulle critiche che fai al ritardo con cui le misure sono state prese, del deleterio progetto di smantellamento e privatizzazione del SSN e della noncuranza delle conseguenze sociali.

            Allo stesso tempo però non vedo come l’impellente necessità di applicare il distanziamento sociale, unica possibile arma per appiattire e spalmare la curva epidemica (l’epidemia, come è ormai chiaro, non può essere fermata, ma solamente ritardata e ridimensionata di modo che non saturi i posti che, al netto di quanto già detto, abbiamo disponibili in rianimazione), possa essere attuata senza che alcune libertà individuali vengano intaccate.

            Non abbiamo adottato il “modello cinese” che tanti post virali invocano, alla ricerca di fucili puntati sugli usci delle case, ovviamente, ma la limitazione massima sostenibile: restare a casa quanto più possibile garantendo le necessità basilari.
            Giustamente avete sottolineato che le necessità basilari non sono le stesse per chiunque ed è un tema fondamentale da far emergere.

            Parlando fuori dai denti, aspettandoci un numero di decessi che inevitabilmente toccherà le diverse migliaia, credo che l’accettare di cedere temporaneamente la mia libertà di circolare e di assembrarmi non faccia di me un qualcuno che auspica uno stato di polizia.

            Sull commento riguardante l’accezione del termine assembramento: non c’è un valore di cut-off per stabilire quale assembramento è a rischio trasmissione. In linea di massima qualunque contatto sociale è potenzialmente un contatto a rischio, quindi io credo che più che concentrarsi su un valore numerico, sia più utile tornare a parlare di necessità. Un assembramento futile anche di poche persone, anche se alla famosa distanza di 1m, se non dettato dalle basilari esigenze, è da evitare.
            E non mi sento di inserire il fare due passi con gli amici tra le basilari esigenze, perchè altrimenti le strade sarebbero piene esattamente come prima e non avremmo ottenuto una mazza.

            La necessità di accendere i riflettori sulle categorie che con tali misure hanno perso le loro tutele o che ancora non sono protette a dovere è certamente qualcosa da cui non possiamo tirarci indietro e nel vostro diario virale lo avete fatto approfonditamente.

            Su tutto ciò che potrebbe accadere dopo in positivo (aprire gli occhi su cosa hanno voluto dire le politiche economiche degli ultimi 30 anni, in Italia e in Europa) o in negativo (persistenza di misure restrittive) di certo l’aver accettato queste misure come necessarie non mi avrà reso qualcuno disposto a non lottare perchè tutte e tutti tornino ad avere i loro diritti.

            • Mai detto che tu abbia auspicato lo stato di polizia, _xenwan. Ma la retorica di diverse persone che abbiamo definito “insospettabili” è slittata, centimetro dopo centimetro, fino a ritrovarsi da quelle parti. Ho sentito elogi della delazione e della caccia all’untore provenire da cerchie che non mi sarei mai aspettato fossero permeabili a roba del genere.

              Ad ogni modo, facciamo molta, molta, molta (l’ho detto “molta”?) attenzione quando ci viene da definire «futile» il bisogno di non stare relegati, perché così si finisce per elogiare non tanto la prudenza quanto l’atomizzazione sociale, che era già un grosso problema prima dell’emergenza. L’idea di persona umana implicata dall’attuale frame è quella della monade, esattamente come l’immagine di casa che si evince da #iostoacasa è un’immagine borghese, patriarcale e pure tutta bianca. Se non ci rendiamo ben conto di cosa trasmettiamo quando parliamo – e soprattutto quando, parlando, accettiamo i frame che ci vengono imposti – difficilmente ci renderemo conto di quando l’eccezionale diverrà ordinario.

              • L’ho infatti puntualizzato, che le basilari necessità non siano le stesse per chiunque e che tutti abbiano diritto ad essere tutelati secondo le loro necessità.
                Da questo punto di vista si notano già diverse iniziative dal basso e mi auguro che ne arrivino anche dall’alto (ad esempio qui in Toscana il presidente della regione aveva proposto l’utilizzo di alcuni alberghi per ospitare chi non poteva/voleva stare a casa e per i casi lievi di chi convivrebbe con persone a rischio).

                Non voglio quindi definire un concetto unico di futilità, ma relativo. Chi esce di casa si deve chiedere se gli sia indispensabile e, in caso di risposta negativa, tornare dentro.

  63. […] per contrastare questo pauroso arretramento collettivo. A proposito di isolamento, mi ha colpito la mole di ringraziamenti e “sospiri di sollievo” letti in calce alla terza parte del di…, sintomo di un malessere purtroppo molto diffuso. E intanto l’Avvenire si dimostra ancora […]

  64. In diretta da Roma sulla discrezionalità delle misure:
    Mentre facevo la mia “passeggiata non autorizzata” per prendere aria mi sono imbattuto in due vigili che multavano un indiano che ha un negozietto di articoli casalinghi (solo casalinghi, senza né alimentari né alcolici) qui nel quartiere. Ovviamente mi sono fermato per dire che ha tutto il diritto di restare aperto in quanto vende articoli per l’igiene personale, come da allegato 1: «Commercio al dettaglio di articoli di profumeria, prodotti per toletta e per l’igiene personale».
    I vigili mi hanno risposto che deve esserci “esclusività” negli articoli venduti (solo quella roba lì insomma), mentre lui vende anche altro, come giochi per bambini (ommioddio, pericolosissimi giochi per bambini). La profumeria invece, secondo loro, vende solo prodotti per l’igiene personale.
    A parte che «esclusività» non c’è scritto da nessuna parte, nel decreto e negli allegati. Comunque io ho risposto: «La profumeria vende anche pinzette per le sopracciglia e trucchi, mica solo roba per igiene personale. E anche il supermercato non vende solo alimentari ma anche altri articoli, come giochi per bambini proprio come lui. Farete chiudere anche profumerie e supermercati?».
    Ovviamente i vigili hanno insistito, abbiamo battibeccato un po’, io ho sostenuto che «esclusività» non c’è scritto da nessuna parte, loro sostenevano che chi vuole restare aperto deve togliere gli articoli non presenti nell’elenco dell’allegato, io ho fatto notare che i supermercati col cazzo che tolgono gli altri articoli, loro hanno detto che «sì però è emergenza sanitaria, non è colpa nostra, non lo facciamo per divertimento» (buttandola di nuovo moralisticamente sull’emergenza e la responsabilità), io ho ribadito che non stavo dando la colpa a loro ma ragionando così ci rimettono solo i più deboli. Ho poi aggiunto che se il motivo è di evitare gli assembramenti allora è meglio che siano in due a vendere il bagnoschiuma (sia lui che il supermercato), così le persone si spalmano tra più negozi. Invece facendolo chiudere andranno tutti al supermercato affollandolo ulteriormente. La risposta ovviamente è stata di nuovo: «Sì però è emergenza sanitaria, non è colpa nostra, non lo facciamo per divertimento».
    Siccome insistevo allora hanno telefonato a qualcuno per chiedere direttive (onestamente non so a chi abbiano telefonato). Finita la chiamata mi hanno confermato che le direttive sono che i negozi “non esclusivi” se vogliono restare aperti devono togliere tutti gli altri articoli. Ovviamente non è così, e ovviamente non lo farà nessuno, e se anche fosse davvero così di sicuro le catene di supermercati non lo faranno mai. Ma se anche fosse obbligatorio, potete immaginare da soli quanto sia più difficile (impossibile) fare questa selezione merceologica per una persona che deve gestire da sola un piccolo negozietto affollato di roba, rispetto a un supermercato con molto più personale.
    Tra l’altro l’indiano sosteneva di aver chiesto stamattina ad altri vigili, prima di aprire, se poteva farlo o no, e gli avevan detto tranquillamente di sì. E quando lo ha fatto notare gli hanno risposto che a loro questa cosa nessuno poteva assicurarla (alludendo fosse una menzogna, si sa, gli indiani mentono).
    Alla fine cagando il cazzo in maniera allucinante sono riuscito a non farlo multare, gli hanno solo fatto chiudere il negozio, con la promessa che si informeranno meglio e lo avviseranno in caso possa riaprire. Ma me ne sono comunque andato via sconsolato.
    Tutto questo per ribadire, oltre alla discrezionalità (to’, guardacaso i vigili multano un indiano con un negozietto e non un supermercato), quanto queste misure avvantaggino in ogni modo i grossi, i potenti, gli sfruttatori, e danneggino i piccoli, i deboli, gli oppressi.

  65. Una riflessione a latere.
    Avete parlato di come Amazon e Google abbiano saputo approfittare della situazione per aumentare i propri profitti. Io vorrei soffermarmi sulla questione Google e Scuola.
    Come hanno fatto a divorare molta fetta del mercato apertosi con questa emergenza?
    Non è perché sono stati pronti, rapidi e scattanti a profittare della situazione.
    Google è partita prima. Molto prima. Ad esempio quando le scuole hanno cominciato a dotarsi di domini propri per le questioni di privacy. Ed è lì che è mancata totalmente la controparte. Non so se per motivi di budget o perché non era stato preventivato. Sappiamo bene che ci sono molte applicazioni non mainstream, anche valide, da utilizzare in alternativa. Ma nell’era dell’informazione, se non che esisti de facto non esisti. Chiaramente quando si è presentata l’emergenza, Meet e Classroom per fare un esempio erano già pronti. E perché non usarli? E tante altre applicazioni hanno fatto legame con Google (ad esempio per creare l’account basta l’email di Google). Tutti hanno un’email su Google per via di Android e questo facilita le cose.
    Debbo dire che non sono un esperto di informatica. Ma rispetto a tante colleghe e colleghi (parlo della scuola primaria) sembro Steve Jobs. Questo significa che la maggior parte dei docenti è molto a disagio con il mezzo elettronico, anche se adesso tra LIM e tablet si sta avviando una forzata alfabetizzazione. E purtroppo i piccoli gruppi, le start-up, che hanno davvero bisogno di farsi conoscere non si sono mai viste né sentite. Magari alle superiori è differente. Non so.
    Io credo che al 90% il mio collegio non sappia la differenza tra Mozilla e Chrome. Figuriamoci i singoli programmi. E’ vero, se vai a farti delle buone formazioni, il relatore ti dà una infarinatura anche di tante applicazioni opensource e di solito te le consiglia rispetto alle majors. Ma non basta. Perché chi frequenta i corsi di formazioni informatica difficilmente riesce a diventare virale.

    E passando dalla scuola al resto, mi pare abbastanza chiaro che il problema della conoscenza sia un ostacolo notevole. Voi che siete esperti: non vi pare che certe voci siano purtroppo confinate in una camera dell’eco? E pertanto non stiano realmente coinvolgendo nuove persone? Non parlo di Giap, parlo del mondo “alternativo” che si vorrebbe appunto proporre come alternativa. Aldilà della questione della rappresentanza… bisogna che trovi una strategia decisamente più efficace per farsi conoscere. Perché altrimenti sarà sempre tagliato fuori, aggrappandosi alla volontà e alla capacità del singolo.
    My 5 cents.

  66. Cosa puo’ un corpo? Se lo chiedeva Artaud, mi pare..

    Sembra che il capitalismo della confusione che stringe la morsa, come inasprisce le contraddizioni schizofreniche sue proprie, tanto le esaspera materialmente in ogni singolo corpo che opprime.

    Siamo tanti (recintati) campi di battaglia.

    Un consiglio: (ri)guardate Il demone sotto la pelle di Cronenberg, una felice rappresentazione dell’epidemia in corso (di psicosi da supermercato).

  67. Scusate: Cosa puo un corpo e’ un testo di Deleuze su Spinoza. Parla di passioni tristi.

    (ma regge anche nel senso di Artaud..)

  68. Leggo da twitter (Repubblica Milano) vi risparmio i link ovviamente, che a Milano hanno denunciato un senzatetto per “violazione del decreto coronavirus”. Bene così, verso il baratro.

  69. Essendo in ferie forzate, coltivo la mia seconda fonte di reddito: il lascia – passare che mi consente di eludere la sorveglianza, occupandomi dei cani altrui e dei miei. Stamattina, a Villa Ghigi, il parcheggio era pieno ma la distanza minima consentita dalle ampie dimensioni del parco, garantiva la possibilità di scorgere altre forme di vita col cannocchiale, motivo per cui normalmente frequento alcuni parchi e voglio continuare a farlo. Nei rari incontri ravvicinati, ho percepito come la psicosi collettiva aleggiasse ovunque come un’ombra. Producendo lo schizofrenico atteggiamento di coloro che non vogliono rinunciare alle proprie abitudini salutiste ma vogliono anche darsi il tono degli zelanti cittadini rispettosi delle regole. Così mi sono pure beccata dell’incivile per avere permesso ad un ignaro cane di fare il bagno in una vasca di raccolta di acqua piovana putrida e stagnante. Frequento, per lavoro, persone benestanti che,terrorizzate” dal virus, mi passano il cane tenendomi a debita distanza di sicurezza classista. Se c’era bisogno di trovare un pretesto per giustificare atteggiamenti classisti e razzisti, l’ irrazionale paura con cui si manifestano ( dietro l’ ipocrita facciata della contenuta e perbenista responsabilità) rende esplosiva la miscela. Nutro la convinzione che altri, come me, sentano forte la pulsione a non adattarsi ad un regime di reclusione che non risponde a reali esigenze di diffusione del contagio, come la chiusura aberrante dei parchi pubblici. E attendo con ansia le reazioni di tutti quei lavoratori di serie ” b” la cui esistenza non è neppure riconosciuta come umana, perché devono continuare a produrre, come fossero semplici ingranaggi di una macchina.

    • Oggi non ci stavo più dentro.

      69mq vissuti in 4 persone, di cui due bimbi piccoli, nervosi per la reclusione e dunque litigiosi, con due genitori che *in teoria* avrebbero dovuto lavorare da casa tutta la settimana, ma di fatto non potevano fare altro che alternarsi nella cura dei piccoli auto-riducendosi le ore di lavoro a una media di… boh, 3 ore al giorno a testa?
      Non che non siamo mai usciti di casa eh, ma in una situazione del genere dopo un po’ hai bisogno di qualcosa di più che andare ai giochi della piazzetta o dal panettiere a 50 metri da casa.

      Allora alle 3 ho chiuso il pc, ho preso la figlia maggiore (5 anni), l’ho caricata sulla bici e le ho detto: le edicole sono aperte, andiamo a comprare un Topolino.
      Il mio piano era di andare all’edicola più lontana da casa possibile. Sticazzi dell’autocertificazione. Se mi avessero fermato avrei detto… boh? che stavo andando a comprare Topolino probabilmente. Mica è vietato, che ci posso fare se tutte le edicole della mia zona sono chiuse? ;)

      Andando a caso, guidato dalle strade e con la voglia di spingere forte sui pedali, sono arrivato in centro e mi è venuta voglia di portare la bimba ai giardini di Villa Reale, che sono proprio i giardini dei bambini (un’antica tradizione non più applicata vorrebbe che nessun adulto ci possa entrare se non come accompagnatore di un bambino).
      Dentro c’erano 10 persone, non di più.

      In quel parco normalmente ci va gente da tutta la città, ma in una situazione come quella attuale ci trovi quasi solo gente che vive in zona (cosa confermata da dialoghi che ho carpito). Stiamo parlando praticamente del quadilatero della moda, quindi potete immaginare che tipo di gente c’era. Quelli che camminando lasciano le impronte dorate, vivono in case-castello e se li guardi in faccia senti puzza di merda.

      Tra gli altri mi ha colpito una donna che portava a spasso il figlio maggiore mentre la bambinaia sudamericana scarrozzava i due gemelli in passeggino.
      La bambinaia, lei e solo lei, era obbligata alla mascherina ed era trattata come una necessaria seccatura. Bruttissima sensazione.

      Condivido con il commento a cui sto rispondendo la stessa percezione della “distanza di sicurezza classista”.

      Uscendo dal parco ho appreso dalla gentile guardiana che stava chiudendo i cancelli che da domani ciccia. Siamo stati fortunati, ci siamo beccati l’ultimo giorno di apertura, poi il buon Sala ha deciso di seguire il buon Merola sulla chiusura dei parchi recintati.
      Morte nel cuore. Mi sono sentito veramente privato della libertà in un modo insensato.
      Anche perché chi vuole andare al parco, da domani finirà per concentrarsi nei parchi non recintati, risultato contrario alla limitazione dell’epidemia.

      Sentendo i commenti miei e le risposte della guardiana, mia figlia mia ha detto: eh, è colpa del virus se chiude il parco… beh… [ci pensa un attimo] anche delle persone però, perché come fa un virus a chiudere il parco?!

      Wow. Ecco.

      Appunto, le ho detto, brava cucciola… le persone. Sono le persone che ci governano che tolgono la libertà alle persone come noi.
      Ma sai che ti dico? Che se ci tolgono la libertà, noi ce la riprendiamo.

      E lei: e come si fa a riprendersela?

      Con la lotta amore, con la lotta…

      Ah, alla fine Topolino l’ho comprato.
      Due ore e mezza dopo, all’edicola sotto casa che ovviamente era aperta ;)

  70. Il testo di Massimo De Carolis “La minaccia del contagio” pubblicato ieri su Quodlibet che oggi avevo girato qui (e che più rileggo più mi pare un contributo chiarificatore quanto influente anche in termini di equilibrio di approccio critico a questa situazione) è stato tradotto e ripubblicato in inglese da* compagn* di Brekaway di Chicago a* quali lo avevo segnalato (un caso raro di utilità delle interazioni su Twitter ;p)

    https://ill-will-editions.tumblr.com/post/612412330944364545/the-threat-of-contagion-massimo-de-carolis/amp?__twitter_impression=true

  71. Ich melde gehorsamst: mentre una parte di compagni, in preda al panico, è impegnata ad azzannare chi cerca di ragionare sul dopo, sulle macerie su cui dovremo ricostruire, su La7 da Formigli a Piazzapulita si discute amabilmente e pacatamente su quanto sia utile e necessario l’autoritarismo, su quanto sia bello vedere gli italiani tutti in fila come soldatini sul piave PRESENTE PRESENTE PRESENTE
    .
    .
    .
    .
    MORTO

    • Ho terminato da poco la lettura dei commenti alla terza parte del Diario virale di Wu Ming e mi vorrei soffermare sul tuo. Anch’io ho visto parte della scorsa puntata di Piazzapulita. Non lo faccio mai ma le ultime due puntate presentavano in apertura di trasmissione dei filmati che riguardavano la situazione negli ospedali di Cremona e di Bergamo che erano interessanti e molto preoccupanti. Nell’ultima puntata mi sono soffermato ad ascoltare il dibattito. C’era un generale che interloquiva un po’ con Buttafuoco un po’ con Formigli. Nonostante cercasse visibilmente di contenersi, veniva comunque fuori tutto quello contro cui con tanta fermezza e lucidità si sono espressi i Wu Ming. La reazione degli interlocutori era più o meno di apprezzamento.

      Chi ha espresso così insistentemente e ingenerosamente critiche ai post del Diario virale, avesse sentito quel dibattito tutto incentrato su quanto le istituzioni civili siano inette sotto il profilo della linea di comando e del far rispettare le regole (intendasi quelle sulla limitazione delle libertà individuali), avrebbe di certo modulato le proprie riserve con maggiore avvedutezza.

  72. E improvvisamente mi sono ricordato di quel che mi raccontava mio padre della crisi missilistica di Cuba, della paura e della paranoia per la guerra atomica, del rischio vero di annientamento dell’umanità rappresentato dalle testate nucleari, e di questa canzone che risuona in modo sorprendente con l’atmosfera sospesa di queste giornate. Forse, tra le altre cose, dovremmo mettere in discussione fin da subito l'”unicità” di quel che stiamo vivendo. Storicizzare sempre, no?

    Bob Dylan – Talking World War III Blues (1964)

    https://invidio.us/watch?v=lksDuUzGlng

  73. Lo Stato (questa struttura gestionale ridefinita dal neo-liberismo su arbitrari criteri di efficienza, ingegneria sociale e definizione dei bisogni) governa solo con le Emergenze. Non solo in Europa, dove questo passaggio drammatico, come ben dice Wolf, è avvenuto dal ’91, ma ovunque. Dite bene e dice bene Agamben: il controllo si esercita con facilità nel momento in cui la paura per la propria vita diventa panico. Questa paura è stata fomentata, costruita, elaborata in anni di continue paure.
    Avevo 16 anni (per carità ce l’avevano in molti sedici anni)e il 26 aprile del 1986 scoppiò la centrale nucleare di Chernobyl (incidente è quando inciampiamo, quindi non fu un incidente). Mi pare che alcuni dati riferiscono di più di 5.000.000 di “infettati” dalle radiazioni. Fu emergenza. Stavamo in casa. Non mangiavamo i radicchi dell’orto. Vent’anni dopo sono aumentati i tumori alla tiroide in donne e uomini allora adolescenti. Nel 1987 l’Italia in massa votò con un referendum per la chiusura delle centrali. Questa del Covid non è un’emergenza, non potremo fare un referendum per risolverla o combatterla. E’ un’ulteriore ristrutturazione dello Stato. La mobilitazione, la presa di coscienza può avvenire solo se si allarga il pensiero e la militanza per ricostruire la Sanità Pubblica e se si indagano in profondità le cause della nostra fragilità sociale. L’evocate nel finale del vostro testo: il riscaldamento del pianeta è l’unica urgenza e il capitalismo (neo, clepto, turbo, finanzo, o anche così bello e buono senza suffisso) l’unico avversario. Ma ho scritto anche troppo, vado a disinfettarmi le mani….

  74. In questo tweet di Sandra Zampa, sottosegretaria alla salute (sì, è proprio lei, la revenant prodiana proiettana all’improvviso nella post-postdemocrazia virale), si cerca di di far chiarezza sulla possibilità di fare attività all’aperto (sport / passeggiata), dicendo che si può fare: http://archive.is/zVw2M

    Intanto, sul sito della polizia ( http://archive.is/wip/9wvdZ ), si usa una formulazione ambigua e totalmente incomprensibile al lettore «medio», con cui si «raccomanda di non spostarsi per fare una passeggiata (se lo facessero tutti ci si ritroverebbe in massa in strada) o per andare a trovare un amico».

    Formulazione in cui si mischia una cosa concessa (la passeggiata), con una probabilmente vietata (visitare un amico). Il tutto sulla base di una motivazione che, al limite, varrà nel centro di Roma («se lo facessero tutti ci si ritroverebbe in massa in strada»), e poi cmq, anche se fosse, tenendo un metro di distanza dovrebbe essere possibile anche ritrovarsi in massa in strada, stando alla legge. E la PS, mi pare, ho letto da qualche parte, sulla legge dovrebbe basarsi.

    Contemporaneamente, la PS fa girare un’infografica che dice che si può fare attività motoria all’aperto (e vivaddio: https://nitter.net/szampa56/status/1238395548954230785 )

    Di seguito Zampa si spaventa di sé stessa, forse apparsa troppo liberale, e dice che è cmq meglio non uscire, e fa i complimenti («Bravo. Un virtuale abbraccio!») a un fanatico che si vanta di stare chiuso in casa perché è «ligio» https://nitter.net/szampa56/status/1238402187149148161#m (dimenticando che si è ligi «ai doveri», cioè alle leggi, non alle interpretazioni fantasiose e autolesioniste delle leggi, come fa lui, che cmq ha a disposizione un cortile – diversamente da altri)

    Sotto il tweet di Zampa numerosi i commenti dei wannabe delatori, che fanno i conti epidemiologici usando anche l’incognita “x” per darsi un’aria di scientificità, dicendo che se vai a fare una corsa infetti… e chi cazzo infetteresti? Ognuno ha in mente perfettamente e solo il tratto di strada che vede davanti alla finestra, e agita i propri fantasmi in forma di “x” senza pensare che c’è un paese intero, densità abitative incommesurabilmente diverse, etc.

    E come si è visto Zampa, guidata dai commenti di twitter proprio come Merola è ispirato dalle impressioni di un’operatrice sanitaria ( https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/03/diario-virale-3/#comment-34478 ), finisce per legittimare questa paranoia allo stato puro, questo «pensiero magico» per cui una persona da sola, che esce a passeggiare non incrociando nessuno o tenendosi a debita distanza, aumenta di un coefficiente “x” le possibilità di contagio, complimentandosi coi reclusi volontari (per scelta, tocca ribadirlo, non per legge).

    Chi anziché limitarsi a seguire le disposizioni si entusiasma per lo stare chiuso in casa e lo sbandiera sui social, sappia che sta avallando questa roba qui: disposizioni contraddittorie, irrazionalità propagandata dai vertici della repubblica (in nome della scienza!), brutale semplificazione e riduzione a proiezioni di Milano (o Roma al massimo) di una realtà geografica e sociale come quella che va dalle alpi alle isole. Sappiate che aderendo a una campagnia che fa del superamento volontario delle disposizioni di legge un vanto, state mandando a puttane *persino* la certezza del diritto e la libertà (fondamentale) di fare tutto quello che non è esplicitamente vietato. Accollatevi tutto il pacchetto.

  75. 1. ho capito che state in fissa per Agamben e che la vostra copia di Focault sul comodino vi dice di stare davanti all’aggiornamento di una storia che conoscete, ma questo capitalismo che sfrutta con successo – o peggio: crea – ogni occasione per completare il suo sinistro progetto di controllo e de-socializzazione potrebbe essere fuori dalla realtà.
    2. non vi sembra una contraddizione sostenere: prima, che tutto si risolva con “nonno stai a casa”; e poi – cito – “Proprio l’inseguimento del «pareggio di bilancio» era quello che aveva devastato il welfare state e in particolare la sanità pubblica, che adesso, dopo quasi trent’anni di tagli, si ritrovava incapace di gestire l’epidemia”. Decidiamo: c’è o non c’è un problema? Se sì, non si risolve con “nonno stai a casa”; se no, non dovrebbe essere un problema la mancanza di posti letto.
    3. l’accenno al riscaldamento globale che ha “scongelato” il virus è un’ipotesi affascinante, ma tanto scientifica quanto – e un po’ meno affascinante di – una manovra di palazzo che non vuole fare vincere lo scudetto alla Lazio.
    4. è chiaro che stiamo pagando i tagli alla sanità – il problema c’è, dunque – ma chissà che i danni economici che sta creando il blocco delle attività non convincano i contabili profeti dello stato minimo a rivedere le loro priorità.
    5. anche la funzione sociale della proprietà che tanto vi piace, potrebbe non essere altro da una sedimentazione d’uno stato di eccezione che diventa regola. Per la precisione quell’economia di guerra che impose di rivedere e sfumare il confine tra pubblico e privato.

    • Complimenti, era difficile riuscire a fraintendere tutti questi punti. E come dovremmo rispondere, a una lettura tanto livida, frettolosa, distorta e campata in aria di quel che abbiamo scritto? Facendone un riassuntino for dummies? Dovremmo rispondere all’esordio “state in fissa con Agamben” facendo notare che prima della settimana scorsa, in trent’anni, forse non avevamo mai usato un suo virgolettato? Dovremmo farti notare che non hai capito niente del passaggio su surriscaldamento globale e virus? Dirti che interventi così sono vacui, stupidi, inutili?

      • era semplice dissenso, ma sono contento di aver frainteso frasi che pure mi sembravano chiare: “da tempo si preconizzava che il surriscaldamento globale, sciogliendo il permafrost, avrebbe “risvegliato” virus coi quali noi umani non eravamo mai entrati in contatto”.
        Il mio non era un riassunto ma una messa a fuoco critica di alcuni punti. Accetto di non aver capito niente e me ne rallegro restando con il dubbio: cosa avranno dunque voluto dire con “funzionalità sistemica, parte dell’operatività strutturale del capitalismo”?

        • Rileggi la serie da capo, con lentezza e attenzione, e forse capirai come abbiamo usato i tempi verbali.
          Ma leggi tutto, anche le parti che avevi bellamente saltato, e la discussione, altrimenti non troverai le decine e decine di esempi fatti da noi e altre/i su come il capitalismo sta integrando quest’emergenza.
          Oppure, semplicemente, torna su Facebook, ché qui per te non è cosa.

  76. Intanto, restando su twitter, la piattaforma ha da poco ampliato le regole sulle “hateful conduct” (https://blog.twitter.com/en_us/topics/company/2019/hatefulconductupdate.html) includendo linguaggi che “deumanizzano” sulla base di eta’, disabilita`, malattie`, e non mi sorprenderei se le altre faranno lo stesso. Il target dell’odio questa volta sono cosidetti “Boomers”, gli anziani, che si ritrovano ora, almeno nel virtuale, in “categoria protetta”.

    • scusate vado a singhiozzo che cio` il cane che mi e` andato in crisi…in relazione algli sfoghi d’odio che si manifestano sulle varie piattaforme social, la prospettiva e` quella di una “guerra generazionale” (tutta virtuale) che vede opporsi boomers e millenials, dove i millenials vedono nei boomers il nemico che sta` rubando loro il futuro e i millenials vedono nel virus un “arma” da combattimento. Evvai!

      • …mi si stanno sdoppiando i soggetti e Giap non consente di correggere i post. Sono definitivamente in overload. Necessita un cambio di strategia. Il cane dall’amica e vado a letto per due giorni con una boccetta di cbd sul comodino. So che ritrovero’ tutto come l’ho lasciato. Notte.

  77. […] nucleo di questa mia riflessione è apparso tra i commenti al terzo “Diario virale” di Wu Ming. Mi sembra utile riprenderlo e ampliarlo qui, per proseguire il discorso su come uscire […]

  78. Mentre tutti sbandierano il telelavoro (stanotte ho sognato un operaio che manovrava da casa un robot, forse ho chiuso il cerchio della critica marxiana? chiedo per il mio ego!) negli enti pubblici nonostante tutto (“e quando dico tutto voglio dire tutto!” cit.) sono sempre più restii a darlo.
    Cominciano a giungere obiezioni fatte dagli illuminati dirigenti del tipo: “ti potrei dare il telelavoro se non questo periodo dovessimo fare qualcosa e tu lo potresti fare da casa ma dato che non c’è nulla da fare devi stare qui”, o di dirigenti di enti che volevano mandare comunque i tecnici a fare controlli ma dato che all’interno delle panda in dotazione non era possibile garantire il metro di sicurezza volevano fare uscire i tecnici con una panda a testa.
    Ma tutto è normale no? Si R-Esiste come sempre, qualche altra riflessione —> http://www.scrittorisopravvissuti.it/index.php/aspettando-la-fine-del-mondo-previsioni-sbagliate.html

    E vi segnalo anche che ieri è uscito forse il miglior articolo scientifico fino a questo momento sulla situazione, la parte iniziale è matematica un po’ dura, ma la seconda parte è molto divulgativa e significativa. —> https://www.wired.it/scienza/medicina/2020/03/12/modelli-matematici-coronavirus-domande-senza-risposta/?fbclid=IwAR3ZQEVO7neXe_wZXdmMvwx0oE_K7VjN-hfpU9uq02PBcsMIBRpNDXraujI

  79. leggo con interesse questo “diario virale”, uno dei rari luoghi dove si cerca di ragionare, fuori dallo sconcertante ma ormai dilagato neo-conformismo sanitar-securitario.

    alcune interessanti valutazioni le ho anche trovate qui..

    sulla
    “paura di vivere”

    https://ilmanifesto.it/lamuchina-come-sindrome-ovvero-la-paura-di-vivere/

    ancora su Agamben e lo stato d’eccezione

    https://ilmanifesto.it/la-profilassi-come-eccezione-alla-vita-2/

  80. […] Ciò è molto pericoloso, perché lascia troppa discrezionalità alle forze dell’ordine e alle amministrazioni locali, situazione che sta generando abusi d’autorità e divieti che nel testo non ci sono. Molti esempi si trovano nei commenti in calce al Diario virale #3. […]

  81. De Luca ha appena minacciato di «neutralizzare» e mettere in quarantena gli «il 10% di irresponsabili» che passeggiano per Napoli, impugnando il potere dell’ordinanza municipale sopra a quella ministeriale.

    https://www.youtube.com/watch?v=52XBfUEfiFs

    • Un giorno qualcun* dovrà scrivere la fenomenologia di De Luca. Credo sia il peggio a livello visibile oggi in questo paese (sul dark state non mi pronuncio perché essendo appunto dark è inconoscibile).

  82. Sto ancora ruminando la questine legale, e mi domando: pur collocando l’arbitrio dove non si dovrebbe (condotte personali vs contraddizioni sistemiche), l’essere interrogati sulle proprie ragioni di transito o essere redarguiti sulla prossimita’, non dovrebbe causare COMUNQUE una rivolta interiore?

    Non riesco ad capire.

    Non tanto la ripugnante e perenne condanna del vicino che non rispetta le regole (in italia il meccanismo e’ ormai lubrificato), quanto l’orrenda complicita’ che il fermato ostenta con il zelante agente, talvolta fino all’aperto motteggio.

    (da milano)

  83. A Roma al Pigneto in questo momento ci sono polizia e vigili ovunque, isola pedonale e vie limitrofe. Ci sono pattuglie su pattuglie. E anche i militari, che però c’erano già anche prima per il decoro e contro il degrado, ma che ora chiedono l’autocertificazione a buffo a chi passa (e dovrebbe chiederla la polizia, non l’esercito). È stata davvero una scena da brividi. Stato di polizia, o colpo di stato?

  84. Leggo sulle pagine di Repubblica on line che Luca Bottura invita ad esporre la bandiera dell’Italia ai balconi, e magari anche quella europea.
    Quindi riassumendo i frame utilizzati dalla propaganda “emergenziale”, che tutto giustifica:
    primo venne la paura atavica verso la malattia/morte
    secondo l'”onore degli eroi” (e giù tutti gli hashtag, io sto in corsia voi state a casa, con annesse foto struggenti o terrificanti)
    ora vedremo se prende piede evocare la patria (ma non è coinvolto l’intero pianeta? Al massimo che la collettività protegga i più esposti e non lasci indietro chi si ammala non dovrebbe essere un impegno internazionale?)

    • Non so..siamo sicuri che la massa sia ulteriormente incanalabile sul sentiero nazionalista?

      Certo, anche le frontiere europee sono ottocentescamente in ottima forma, ma non avete la sensazione che qualcosa sfugga alla solita logica?
      Come e’ stato rilevato in queste pagine, quello che tutti fanno e’ molto diverso da cio che farebbero (tradotto: fuggire lontano).

      E’ come se la realta’ sia percepita come una proiezione coerente dell’ego, in cui il ‘tutti insieme’ e solo retorico, non sintomatico di ondate di cameratismo..

      Che ne pensate?

      • Intendevo dire: la realta’ e’ percepita come proiezione coerente dell’ego, quindi governata da forze irrazionali (quelle stesse della malattia), l’ unione invocata dal potere e’ intrinsecamente retorica, la ricezione e’ superficiale e non produce il camerarismo che vorrebbe).

        Scusatemi, non vorrei abusare della vostra attenzione..

    • Segnalo anche le dichiarazioni di Giuseppe Preziosa, fondatore della Siare Engineering, unico produttore italiano di ventilatori polmonari, curiosamente non commentate da nessuno:

      “Personalmente sento il dovere di fare qualcosa, visto il momento incredibile che stiamo vivendo e difatti avevamo già 300 pezzi pronti per essere spediti in Vietnam, India, Corea e Filippine, ma poi il dottor Borrelli ci ha chiamati ed abbiamo bloccato tutto […] In questi mesi non potremmo più fornire la nostra clientela però il nostro Paese è più importante”.

      (https://www.fanpage.it/attualita/coronavirus-nellunica-fabbrica-italiana-di-ventilatori-polmonari-possiamo-farne-650-al-mese/)

      Perché il nostro paese è più importante? In Vietnam, India, Corea e Filippine possono crepare? Magari, numeri alla mano, si salvano davvero più vite così (la Corea – o almeno quella del sud – sembra meglio attrezzata di noi, e gli altri paesi in lista sembrano molto, molto meno colpiti), ma è la retorica che non mi piace per nulla: la chiamata alle armi, il patriottismo ecc.

      Mi aggiungo al coro di gratitudine: Giap mi sembra l’unico posto in cui posso esprimere apertamente questi dubbi

  85. Grazie per queste paginate, che sono preziosi momenti di riflessività in questo momento in cui in molti abbiamo sia paura dell’epidemia in corso sia timore della reazione all’epidemia.
    In questo bizzarro stato sanitario di eccezione, che sembra davvero capitato come se fosse una conseguenza inevitabile dell’epidemia e non come una scelta come altre, fanno capolino imposizioni assurde come le chiusure dei parchi urbani, e proposte che sono inquietanti perché sono evidentemente buonissime candidate a rimanere tra di noi anche quando lo stato di eccezione cesserà (quando?).
    In particolare, il virologo più famoso d’Italia ci ha fatto sapere che: “Non è il momento di fisime sulla privacy: c’è la vita dei cittadini in gioco. Usiamo al meglio la tecnologia che abbiamo per tracciare gli infettati e impedire i contagi. Subito.”

    https://nitter.net/RobertoBurioni/status/1238466329734242306

    “Non è il momento di fisime”… “Subito”… A fare da sfondo a questa richiesta ci sono stimati bocconiani che ci assicurano che noi, che siamo bravi, rispetteremmo la privacy (mica come i perfidi cinesi).

    https://nitter.net/carloalberto/status/1238477818108968970

    Nel frattempo per altri esperti (che però sono esperti nel campo delle humanities, quindi immagino che valgano meno di un virologo) in effetti in Cina il governo sta esattamente usando l’epidemia come scenario per implementare alcune ulteriori e più pervasive misure di controllo sui cittadini.

    https://theconversation.com/coronavirus-chinas-attempts-to-contain-the-outbreak-has-given-it-new-levels-of-state-power-133285

    Con le dovute differenze perché l’Italia non è la Cina, penso che questo articolo tracci molto bene il percorso che porta a trasformare un’emergenza sanitaria in una questione di sicurezza e di come queste misure eccezionali di controllo tendano a incrostarsi nell’ordinamento (basti vedere la legislazione post 9/11 negli USA).

  86. Intanto in Russia c’è qualcuno che propone un mandato ” senza termine” per Putin.

  87. Da più parti emergono seri dubbi sull’attendibilità della percentuale dei morti e di quella dei ricoverati, soprattutto in Lombardia. Percentuali spettacolarizzate 24h su 24, ma molto probabilmente “gonfiate” a monte, da una situazione che noi stessi cerchiamo di far notare da settimane: la maggior parte di chi si prende il virus non se ne accorge, oppure ha sintomi lievi che scambia per altro, in ogni caso non si rivolge a una struttura sanitaria.

    https://www.ilsole24ore.com/art/perche-tanti-morti-lombardia-forbice-casi-confermati-e-reali-AD8cXXC

    Quando c’è stato il primo morto, il 21 febbraio, plausibilmente già molte persone si erano prese il Covid-19. In alcuni casi lo avevano scambiato per forte influenza, in altri casi i medici se n’erano occupati come di una “normale” polmonite (infatti all’inizio dell’anno s’era parlato di «picco anomalo» di polmoniti), ma in molti casi i contagiati erano già guariti.

    Sono cose che diversi virologi dicono da settimane, poco ascoltati, ma almeno non vengono accusati di «negazionismo», «cinismo» ecc.

    A proposito del precetto censorio «Numquam nominare influentiam», linkiamo anche quest’intervista all’epidemiologo Leopoldo Salmaso:

    https://comune-info.net/la-responsabilita-e-la-coerenza/

    • Io però ci andrei cauto, proprio perché questa è la “vulgata” corrente…

      Tutti insistono nel dire che non è possibile che in Italia ci sia una letalità così alta, che ci devono essere un sacco di casi non segnalati, ecc ecc. Io però continuo a non vedere uno straccio di *prova*, per questa teoria.
      Ci sono casi non segnalati? Cerchiamoli!

      Facciamo controlli “a campione”, e vediamo che percentuale della popolazione ha già fatto la malattia e ha gli anticorpi.

      Mi pare che in Cina, a Wuhan, lo avessero fatto (ora non ritrovo lo studio che ne parlava) e che avessero scoperto che i casi “under the radar” in realtà non fossero poi così tanti come si sarebbe pensato. Se è così, siamo nella cacca.

      Attenzione: non sto che l’ipotesi del Sole24ore sul fatto che ci siano tanti casi leggeri sia sbagliata…dico solo che ne vorrei una *prova* scientifica (o più), altrimenti non si fa altro che dare alle persone una idea errata della gravità della situazione.

      (Ho visto invece studi sul fatto che molti bambini/ragazzi hanno sintomi leggeri/sono asintomatici, pur potendo trasportare l’infezione.)

      Poi bisogna anche d’accordo su cosa “leggero” (mild) significhi.
      Che non me ne accorgo nemmeno e faccio due colpi di tosse, o che ho una polmonite pesante per due settimane, ma che non mi debbono portare in ospedale e non rischio la vita?
      Ci sono conseguenze a lungo termine sullo stato dei miei polmoni?
      I would err on the side of caution, starei dalla parte dei bottoni, su queste cose. Perché fare un errore è molto, molto costoso.
      (Per cui sono anche dell’opinione che lo UK stia scherzando col fuoco.)

      È aneddotico, non un dato scientifico, ma vivo a Brescia (seconda provincia più contagiata d’Italia) e ieri da casa ho sentito *almeno* 15 sirene di ambulanze.
      Sui media e sui social leggo sempre gli stessi tre resoconti di medici del bergamasco riproposti in tutte le salse. Sarebbe interessante, anche in forma anonima, avere qualche parere da qualcuno che lavori in ambito medico nella mia area.

      C’è un effetto distorsivo della percezione *molto forte*, a seconda di quanto il contagio sia arrivato nella propria zona. Ho amici cari a Zurigo che alcuni giorni fa mi prendevano in giro dicendo “è l’influenza”. Oggi hanno le scuole chiuse in tutti i cantoni.
      Vedo una differenza abissale fra i miei contatti a Rimini (mediamente colpita) e Bologna (poco colpita).

      Il punto è che i dati di morti/terapie intensive li vediamo con parecchio delay nel tempo – sono coloro che sono stati contagiati settimane fa -, come la luce di una stella lontana.
      La politica dà risposte “reattive” (in base ai numeri che vedo *oggi*, reagisco). Perché altrimenti sembrerebbero sproporzionate.
      Il punto è che si tratta di un grave errore. Perché quelli sono i numeri di – quando va bene – due settimane fa (uno deve contagiarsi, essere testato, aggravarsi, ecc).
      Se la progressione di Zurigo segue quella della Lombardia, la chiusura delle scuole è una misura all’acqua di rose.

      Al tempo stesso, era *perfetto* uno dei post di Wu Ming 4 qua sopra. Nonostante i plausi a destra e a manca, la gestione a me sembra incoerente e cialtronesca: si chiudono le librerie e i negozi di scarpe, tenendo aperte altre situazioni non essenziali dove vi è chiaramente rischio di contagio, quasi come se quelle vite non contassero nulla.
      (Come attenuante va detto che l’Italia sembra essere il primo Paese dopo Cina e Sud Corea per progressione dell’epidemia, e non è sempre facile prendere decisioni tempestive “navigando a vista”…siamo sempre tutti bravi a fare gli allenatori della nazionale di calcio con il senno di poi.)

      • Io conosco una persona, forse due, che sicuramente hanno avuto il COVID-19, a febbraio. Non hanno fatto test e non vogliono farne (per paura degli ospedali, o forse più in generale delle brutte notizie mediche)

      • E sì, l’ideale sarebbe fare controlli a campione. La Corea del Sud non solo fa controlli a tappeto, trattano la diffusione del virus quasi come un crimine: individuati gli infetti, si ricostruiscono i loro spostamenti tramite i dati degli operatori telefonici, delle telecamere di sorveglianza, dei pagamenti elettronici ecc. per sapere in quali aree intensificare i test (cosa che si incastra perfettamente con l’articolo sulla de-googlizzazione…)

        Qui un articolo con un po’ più di dettagli: https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-response-specialre/special-report-italy-and-south-korea-virus-outbreaks-reveal-disparity-in-deaths-and-tactics-idUSKBN20Z27P

        Prima di buttarci entusiasticamente nella rivalutazione del panopticon, però, bisogna anche ricordare che la Corea del Sud non fa solo un sacco di test: hanno anche molti più posti letto e attrezzature per malattie respiratorie acute, e in generale una maggiore preparazione che gli arriva dall’aver già fronteggiato la MERS nel 2015. Altri paesi che appaiono molto preparati al COVID-19 sono Hong Kong, Taiwan e Singapore: paesi molto diversi, accomunati solo dall’essere stati colpiti duramente dalla SARS nel 2003

        Come dire che (magra consolazione?) la prossima volta andrà meglio

        • Volevo aggiungere alcune notazioni sul panopticon Coreano e sui racconti di questa emergenza che pare confermino molte delle analisi sulle antropologie cannibali di Viveiros de Castro. Mi allaccio quindi a questo commento sulla Corea del Sud e sull’assimilazione criminale-infetto per poi proporre qualche pensiero su come mai alcuni “compagn*” siano diventati inquisitori invece di provare a legare i fili dei ribaltamenti emozionali di questi giorni come fatto su Giap.

          Per ragioni personali mi sono trovato vicino sia alla Milano da chiudere, sia all’efficienza ingegneristica Coreana. Sulla seconda occorrono alcune precisazioni. Viste le esperienze pregresse (SARS, MERS) nonché la posizione geografica, l’inizio dell’epidemia in Cina non ha causato cori “anti-cinesi” o necessità di chiusura immediata delle frontiere. L’unica risposta è stata preparasi all’arrivo dell’epidemia organizzando un insieme di pratiche già sperimentate. Poi l’ideazione di un test rapido con margini di errore che sono risultati accettabili e che sovrastimavano pare solo le positività, ha permesso di predisporre strutture ad hoc per i test, come i parcheggi delle università o di alcuni grandi centri commerciali. Lo scopo è stato tenere il possibile malato fuori dagli ospedali ed evitare tassi di contagio maggiori soprattutto tra i segmenti più deboli della popolazione, appunto i malati di altra malattia.

          Nella maggioranza dei casi, la successiva tracciabilità dell’”infetto” è stata assecondata dalla persona stessa. La tracciabilità forzata, stando alle narrazioni ufficiali, è iniziata a causa del primo focolaio di COVID-19, che pare riguardasse una setta evangelica che si era rifiutata in massa di fare i test ma molti dei suoi adepti sono poi risultati positivi al virus. In ogni caso, questa tracciabilità è stata la base di un altro elemento essenziale della risposta coreana: la circolazione delle informazioni sul contagio, non attraverso macro numeri e macro categorie, ma con alti livelli di dettaglio. Mappe online aggiornate costantemente hanno permesso agli abitanti di una certa zona o distretto di conoscere la situazione del contagio fino ad arrivare alla loro via o quartiere. Questo ha permesso una certa continuità della “normalità” ed ha evitato la quarantena collettiva o la chiusura totale. Ad oggi nella Milano smart-city ancora non si sa nulla sui focolai urbani. In compenso la paranoia non si è ridotta grazie ai “pazienti asintomaci”, un nemico invisibile che generalizza la paura forzando un’igienizzazione ossessiva di certe relazioni sociali.

          Qui si apre il dibattito su come e se sia possibile democratizzare un’emergenza “biologica” per riportare la sospensione della Costituzione dentro dinamiche partecipate invece che autoritarie. Chiudere tutto ovunque, come fatto in Italia, ha di fatto permesso di socializzare il trauma costruendo quasi un rinnovato sentimento “nazionale” o per lo meno comunitario. Gli applausi dai balconi in orari prefissati, le canzoni, l’inno di Mameli o il bingo strillato sul cortile muovono allora in questa direzione?

          A Milano e in Lombardia, a mio modo di vedere, sta avvenendo anche un progressivo ribaltamento delle responsabilità che dagli ospedali regionali si sono diffuse sulla cittadinanza in nome del “senso civico” e attraverso una certa campagna mediatica aggressiva sintetizzabile come “medici eroi” (le mie notazioni sono comunque datate a qualche giorno fa perchè ho smesso di leggere al di fuori di Giap e ascolto solo familiari). Rimane però salda l’idea di “un modello da seguire comunque” che ha catturato, ahimè, alcuni “compagn*” legati al Comune e ai sistemi partito della città. Il marketing politico ha dapprima provato a mostrare una città fiera “che non si ferma”. Poi colpita dal virus, la città si è posta in attesa e in ascolto, non ferma, perchè “la sanità lombarda è un’eccellenza mondiale e la vera emergenza inizierà quando il virus si diffonderà in Sicilia”. Il Senso Civico si è così innalzato a paradigma di civiltà da diffondere come il vaccino al virus e all’emergenza biologica. In queste dinamiche mi paiono evidenti sia un certo stato di negazione rispetto agli alti tassi di mortalità ancora “senza spiegazione”, sia certe forme di colonialismo interne che fanno parte di alcuni percorsi identitari del “buon cittadino”. Può accadere poi che a un milanese l’ospedale rinvii la chemioterapia o il test per l’Alzheimer per “evitare il contagio”.

          In Corea invece l’ha vinta, per dirla banalmente, Confucio, per cui al singolo è richiesto il sacrificio rispetto ad una comunità idealizzata e gerarchica alla cui cima vi sono gli anziani o i “superiori”, di solito maschi. In poco più di due settimane il contagio è stato però controllato. La sospensione di alcuni diritti fondamentali, in un paese che era una dittatura fino agli inizi degli anni 80, che era governato dalla figlia del dittatore fino a qualche anno fa e che è comunque sottoposto a un rigido ordinamento militare a causa di un conflitto etero-diretto con la Corea del Nord, ha riguardato un ristretto numero di “infetti”. Qui non c’è stato bisogno di un’operazione di ingegneria sociale su vasta scala poiché in qualche modo già in atto. In Italia, ormai è evidente, tale operazione è invece iniziata, tra traiettorie di intenzionalità ancora contrastanti e voci pubbliche sempre più lontane, ora anche per necessità igienico-sanitarie, dai luoghi di vita.

      • Sempre anedotticamente (poi prometto che smetto di appendere commenti a questo post), ma io l’anno scorso ho avuto la polmonite, ma senza particolari difficoltà respiratorie. Se non fossi stata da un dottore, avrei pensato solo a una brutta influenza

    • Ho risposto prima di ricaricare la pagina e leggere l’articolo linkato da Omar Onnis, che mi trova d’accordissimo su questa considerazione:

      “Per dare numeri attendibili sul tasso di contagio occorrerebbe una strategia di campionamento casuale e non correlato, altrimenti si continua a riprodurre mispercezione della realtà.

      Pertanto, domande come ‘Siamo nella fase del picco di contagio?’, vista l’attuale strategia di campionamento, sono di difficile risposta.”

      È davvero difficile dire quanti siano i casi totali reali e quelli lievi/asintomatici, senza effettuare alcuni campionamenti casuali. E senza quei dati, stiamo navigando un po’ “alla cieca”.

    • “Milano, terapie intensive al collasso per l’influenza: già 48 malati gravi molte operazioni rinviate”
      … ma non ieri … 10 gennaio 2018!

      https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_10/milano-terapie-intensive-collasso-l-influenza-gia-48-malati-gravi-molte-operazioni-rinviate-c9dc43a6-f5d1-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

  88. L’impressione predominante in questi giorni è che si stia procedendo a un’infantilizzazione delle persone, dove per infanti si considerano esseri non senzienti, privi di capacità di comprensione, preda di istinti che vanno controllati e repressi. Educati. Varrebbe la pena riflettere su “cosa significa la democrazia in una repubblica” se chi la abita non può studiare, ragionare e proporre soluzioni.
    Ci dicono che le città «sono vuote», «spettrali». Ma le città *non sono* vuote: le città sono piene dei loro abitanti, che però sono dentro casa oppure sui mezzi di trasporto pubblico oppure nei luoghi di lavoro ancora aperti. Sono vuote le strade, vuoti i parchi, vuote le piazze. Varrebbe la pena riflettere su “cosa significa una città” se chi la abita non può muoversi e incontrarsi.
    Sono affascinanti le immagini dei delfini nel porto di Cagliari, dell’acqua pulita che irrora Venezia, delle polveri sottili diminuite. A seguire Gilles Clément, siamo in una fase verso la formazione di un’enorme porzione di “terzo paesaggio”. Varrebbe la pena riflettere su “cosa significa un pianeta” quando finalmente riprendiamo a circolarlo.
    (Primi appunti)

    • Sono appena rientrato a casa da una passeggiata con mio figlio dodicenne. Casa nostra è ai limiti della città, a mezza collina, a poche centinaia di metri dall’università e dai boschi che la sovrastano. Abbiamo cammninato per mezz’ora nel dedalo di passaggi, marciapiedi, strade di servizio, scalette che ogni giorno vengono percorse da migliaia e migliaia di studenti, professori, ricercatori, impiegati, tecnici, addetti alle pulizie e alla logistica, eccetera eccetera. Non abbiamo incrociato nessuno. Nemmeno a ferragosto ho mai visto un simile deserto, c’è sempre qualche studente che gioca a basket nel campetto, o fuma su una panchina. Siamo arrivati fino al limite estremo del campus, all’ Edificio R. Ho letto ad alta voce: “Edificio R”. Mio figlio mi ha guardato con un’aria strana e mi si è gelato il sangue. Siamo tornati indietro, senza dire niente. Si sentivano in lontananza latrati di cani e gracchi di cornacchie. Sotto di noi tutta la città, 240 mila abitanti, e nemmeno un suono che fosse riconducibile a qualche attività umana. Bisogna ascoltarla dall’alto la città in quarantena, per comprenderne l’orrore. Avvicinandoci a casa nostra, siamo passati davanti alle case dell’ater e abbiamo sentito voci di ragazzi da un balcone: fumavano e chiacchieravano, e quasi ho pianto dalla gioia di sentirli.

  89. In tutta questa confusione mediatica non ho ancora capito perché, in una situazione di emergenza come questa e di chiusura quasi totale (e lasciamo perdere se sono misure efficaci o meno efficaci o deleterie), perché non si può chiudere la borsa e salvaguardare i portafogli di titoli italiani che poi sono quelli in cui investono più o meno inconsapevolmente tutti consigliati o malconsigliati dai vari wolf of piazza affari o proprio inconsapevolmente accettando i pacchetti di investimento delle poste etc. Eppure i precedenti ci sono, perché no?

  90. Vedere la gente che apre le finestre a comando per trasmettere l’inno di Mameli e applaudire a orari prestabiliti mi dà un senso di inquietudine profonda.
    Qui non ci sono motivi sanitari di sorta, è pura costruzione del consenso. E il peggio è che non viene dall’alto, ma dal basso.
    Orwell a noi ci fa un baffo, chi l’avrebbe detto?
    P.S.: ma solo io ho l’impressione che gli over 60 siano meno imparanoiati? perché?

    • Esattamente! Qualcun* ha visto la svolta nazionalsocialista della famosa influencer Chiara F.(lo scrivo così, si sa mai che siano capaci di fare una denuncia, visti i tempi che corrono), con tanto di frecce tricolori e lacrime ascoltando l’inno?

  91. Ancora sugli ospedali e sul già discusso tema pubblico / privato, ecco cosa succede a Ginevra (forse il Cantone più di ‘sinistra’ di tutta la Confederazione):
    https://www.swissinfo.ch/ita/tutte-le-notizie-in-breve/coronavirus–ge–cantone-requisisce-reparto-ospedale-privato/45617092

  92. ATTENZIONE: questo è diventato il post di Giap più commentato degli ultimi 500 giorni e in generale da diversi anni a questa parte. Ma poiché siamo a 221 commenti, in gran parte molto densi, e ben 34 sotto-thread, ormai si fatica a seguire la discussione. Proviamo a razionalizzare: se il commento che volete fare riguarda le restrizioni alla libertà di movimento, l’andare in giro, la repressione e relative tattiche di resistenza o almeno aggiramento, le lotte sul lavoro e in generale temi che sono il focus del post più recente, per favore lasciateli là sotto.

    • Ok, con molta naturalezza la discussione si è spostata di là, dove abbiamo un po’ di tempo prima che lo spazio commenti si saturi. Qui, per favore, lasciate solo risposte a commenti già scritti, non pubblicatene di nuovi.

  93. […] Ils tiennent sur leur blog un Journal viral, journal de la vie dans leur ville soumise, depuis plusieurs semaines maintenant, aux restrictions étatiques inédites, jamais vues en Europe occidentale, liées à l’épidémie de Coronavirus. Voici, pour commencer les derniers addenda […]

  94. Grazie, perché siete un barlume di ragionamento in questa dittatura sanitaria.
    Roberta

  95. In merito ai 13 detenuti morti nelle carceri durante le rivolte dei giorni scorsi segnalo che sul sito dirittiglobali.it è stato lanciato un appello “Morti nelle carceri. Un Comitato per la verità, la trasparenza e la giustizia”…

  96. Come in altre occasioni vado fuori dal seminato ma mi sia concesso di dire la mia cazzata quotidiana. Osservando i dati del ministero della salute circa la situazione in Italia della diffusione di Covid-19(dati aggiornati alle ore 17,00 di oggi) non posso non sobbalzare osservando in Piemonte i casi di isolamento domiciliare (215)rispetto a quelli di ricoverati con sintomi (2279). Mi viene in mente una sola ipotesi, raffrontando questi dati con quelli di altre Regioni del nord, ovvero che in Piemonte si tenda ad ospedalizzare alla comparsa dei primi sintomi. Con questo modus operandi mi chiedo se non sia ovvia una saturazione dei posti letto disponibili e la possibilità di dover ricorrere a posti letto in strutture private. Spero di sbagliarmi.

  97. «Responding to the Covid-19 pandemic, the Italian collective Wu Ming highlighted the difference between the danger (pericolo) and the emergency (emergenza) structuring our current times and spaces. The pericolo is the immanent and potential threat, such as the one posed by the virus in its capacity to infect/affect our bodies. L’emergenza is what is built on and around that threat. It is a space that opens up from the danger of the given situation: a space that is molded from above and from below, through relationships of various kinds and strength, such as the ones operated by governments and state agencies (including Universities), economic and financial powers. But it also entails mundane acts of participation in the micropolitics of that space of emergency. Pointing out the generative power of that space to restructure everyday life can be seen as a way of negating the necessity of action in face of a given pericolo. But as commentators such as Wu-Ming are signalling, being vigilant on how a space of emergency is arranged – and on its implications – is as important as washing our hands to stay alive in the times that we currently inhabit.»

    Bio-austerity and Solidarity in the Covid-19 Space of Emergency – Episode One

    by Michele Lancione and AbdouMaliq Simone.

  98. You are doing such a relevant work here, thanks. With AbdouMaliq Simone we took stock of some of your writing, and wrote this two-part essays on Society&Space on the bio-led-austerity in the making:
    – Episode 1: https://www.societyandspace.org/articles/bio-austerity-and-solidarity-in-the-covid-19-space-of-emergency
    – Episode 2: https://www.societyandspace.org/articles/bio-austerity-and-solidarity-in-the-covid-19-space-of-emergency-episode-2?fbclid=IwAR2Sb5ktJzzQLB-XKT5Y5rUNayNkr8-mBYVtE0oLtk1olDghb0iWCM4HhDc
    thanks,
    michele

  99. Ciao, segnalo articolo del Prof. Cassese https://www.corriere.it/editoriali/20_marzo_23/dovere-essere-chiari-b5b36828-6d39-11ea-ba71-0c6303b9bf2d.shtml
    in cui si legge: “È comprensibile — ma non giustificabile — l’avere scelto la strada sbagliata di creare in fretta e furia un nuovo diritto dell’emergenza sanitaria, uscendo dai binari delle leggi di polizia sanitaria già esistenti, a partire dalle norme della Costituzione sulla profilassi internazionale fino a quelle del Servizio sanitario sulle epidemie e al testo unico delle leggi sanitarie”.
    Andrea

  100. […] Diario virale / 3. Contro chi sminuisce l’emergenza (1-10 marzo 2020) […]

  101. […] to the Covid-19 pandemic, the Italian collective, Wu-Ming, highlighted the difference between the danger (pericolo) and the emergency (emergenza) structuring our current times and spaces. The pericolo is the immanent and potential threat, such […]

  102. […] to the Covid-19 pandemic, the Italian collective, Wu-Ming, highlighted the difference between the danger (pericolo) and the emergency (emergenza) structuring our current times and spaces. The pericolo is the immanent and potential threat, such […]

  103. […] Diario virale / 3. Contro chi sminuisce l’emergenza (1-10 marzo 2020) […]

  104. Diario viral / 3. Contra los que subestiman la emergencia (1–10 de marzo de 2020)

    «La falacia era hablar de medidas políticas drásticas y sin precedentes, de medidas de gobierno con consecuencias sociales en cascada, como si se tratara de procedimientos clínicos. El espectáculo de la “medicalización de la política” se escenificó día y noche, a través de la insistencia en las mascarillas y los ingresos hospitalarios. Y si no te adaptabas a esa forma de hablar de la emergencia, te acusaban de “subestimar la situación”.»

Lascia un commento