Chi non ha futuro, non ha memoria. Grande Guerra, intruppamento dei ricordi e diserzioni necessarie

DSCN2887

[Questo è l’intervento che WM2 e WM4 hanno letto ieri sera al Festival LETTERATURE di Roma, nella suggestiva coreografia della basilica di Massenzio. Gli organizzatori del Festival ci avevano detto che forse sarebbe uscito su «un quotidiano nazionale», ma non sospettavamo che sarebbe stato L’Unità. Ieri ci telefona il nostro amico Ferdi Punyat e fa, col suo accento catalano (di Alghero): – Ma come, lo stesso giorno che su Giap pubblicate l’inchiesta sui rapporti tra renziani e Casapau, uscite su L’Unità?
Siamo andati a controllare ed era vero. Speriamo che il tempismo e la paradossale concomitanza abbiano portato qualche renziano a leggersi l’inchiesta e avere un travaso. Quanto al testo, lo pubblichiamo qui, nel posto che gli compete. WM]

Sul coperchio della scatola c’è una scritta bianca: Memory.
All’interno, un mazzo di carte. Uguali nel dorso, figure diverse sull’altra faccia. Forme, colori, paesaggi. Ogni disegno ha il suo doppio e il gioco è banale, lo conoscono tutti. Si stendono le carte coperte sul tavolo e a turno se ne girano due. Se sono identiche, le si aggiunge al proprio bottino e se ne scelgono altre due. Se sono diverse si passa la mano, dopo aver ricoperto le carte spaiate. Ripulito il piatto, vince chi ha raccolto più pariglie.
Di norma, intorno ai sette anni, le sfide a Memory perdono interesse, la scatola finisce a prendere polvere e la maggior parte dei bambini rimane al livello di mnemonista ingenuo, all’oscuro delle vere leggi del gioco.
Capita sempre, durante la partita, di voltare una carta, sicuri di poterla appaiare, per poi rendersi conto che sì, certo, quella figura l’abbiamo già vista anche da un’altra parte, ma dove? In quale posizione rispetto alla distesa di dorsi che ora ci sta di fronte? Magari ricordiamo anche il gesto con il quale il nostro avversario ha girato quella carta, ricordiamo l’evento, ne siamo stati testimoni, eppure quell’immagine che portiamo stampata in testa, con i suoi dettagli di forme e colori, non ci serve a nulla, se non la sappiamo collocare.

Prima Legge del Memory: la testimonianza non ha valore senza un contesto.
Oggi vediamo moltiplicarsi, in tutte le forme, i racconti di vita privata, assistiamo alla glorificazione del quotidiano, le memorie personali spacciate per verità inoppugnabili. Esperienze di vita, chiuse in un orizzonte individuale, senza una trama intorno che ci indichi se leggerle come eccezioni o come esempi. E’ la dittatura dell’Io c’ero.
Sarebbe interessante studiare i “fatti della memoria”, ovvero come le persone ricordano, e invece ci lasciamo stregare dalla “memoria dei fatti”, come se nella testa delle persone, e nelle loro parole, ci fossero davvero gli eventi accaduti, e non i ricordi che li traducono – con tutto ciò che si perde, si guadagna e s’inventa nel processo di traduzione. Come se l’atto di testimoniare non avvenisse nel presente, oggi, davanti a una telecamera, a un microfono, a una tastiera, e non scontasse la distanza nel tempo e nello spazio dagli avvenimenti.

bimbiIl giocatore bambino, nelle fasi decisive del Memory, gira prima una carta sicura, che ha già visto e sa localizzare bene, quindi, con qualche scongiuro, ne volta una più azzardata. Speriamo sia quella!
La mossa più efficace, invece, comincia sempre da una carta sconosciuta, mai girata prima, dopo la quale, se possibile, bisogna voltarne una nota, che completi il paio.
Così facendo, in caso di errore, si minimizza il vantaggio lasciato all’avversario.

È una questione matematica, di funzioni ricorsive e formule, ma qui non è la teoria dei giochi che ci interessa.
Quello che ci preme è la Seconda Legge del Memory: è l’ignoto a indicarci cosa dobbiamo ricordare e non il già visto a guidarci verso ciò che ci sfugge. Detto in altre parole, nel gioco della memoria devi scrutare il futuro per interrogare il passato, si punta sull’avvenire per capire l’avvenuto. Abbiamo sempre l’impressione che sia il contrario, che dal passato s’impari e che senza quello, senza memoria, non ci sia futuro, ma è piuttosto vero il contrario: chi non ha un’idea del futuro non sa porre domande al passato, e senza una domanda, i ricordi restano coperti e muoiono.

Infine, la Terza Legge del Memory ci insegna che ricordare non è un atto individuale. Spesso sappiamo che girando quella carta troveremo una certa figura perché qualcun altro, prima di noi, l’ha girata, sulla base di un ricordo giusto o sbagliato, scoprendo la figura prevista oppure incappando in una sorpresa. La carta che giro è quella che altri hanno già tentato, c’è qualcuno che mi dice «Dài, dài, è proprio lì» o che invece mi spinge a rinunciare «No, no, quella no». Accordo, disaccordo, conflitto, fanno parte del gioco della memoria.

cadorna55082_6245_42780863_300

il generale Luigi Cadorna (1850-1928)

In Italia si parla molto di memoria collettiva e più ancora di memoria condivisa, che però non sembra affatto la stessa cosa. Cosa significa condivisa? Come un appartamento affittato da più persone, dove ci sono spazi comuni e spazi privati e usi differenti di entrambi? Oppure come un pensiero condiviso, rispetto al quale si è tutti d’accordo? L’ambiguità del termine rende ambigua anche la proposta.
In certi casi «memoria condivisa» vuole dire: mettiamoci d’accordo su quello che non si può dimenticare, pena la coazione a ripetere. Mettiamoci d’accordo sui lutti da elaborare, perché l’alternativa è una malinconia che non passa. Già questo è un vasto programma, come direbbe qualcuno. Ma qualcun altro si spinge oltre: mettiamo in accordo le memorie, quindi non soltanto cosa ricordare, ma anche come ricordarlo, come descriverlo. I seicentomila morti italiani della Prima Guerra Mondiale furono un inutile massacro o sangue immolato per la patria? I disertori caduti davanti al plotone d’esecuzione vanno conteggiati e celebrati nel numero delle vittime di guerra? Ed è giusto mantenere l’intitolazione di vie e piazze a personaggi come il generale Luigi Cadorna, che mandò al macello centinaia di migliaia di soldati, e che volle contrastare la «codardia» tra i ranghi introducendo l’usanza della decimazione?

Viene da chiedersi perché porre simili domande al passato e soprattutto perché cercare risposte che mettano tutti d’accordo. La spiegazione è nella Seconda Legge del Memory: il futuro interroga il passato. La ricerca di un accordo su quanto già abbiamo vissuto nasce da un’idea di come vivremo, di come vorremmo vivere. Uniti, senza divisioni, senza conflitti. La «memoria condivisa» è lo specchio dove riflettere l’immagine di una società armoniosa, in cui ciascuno sta al suo posto, e chi non sta al suo posto, chi non è d’accordo, chi agita interessi, chi diserta, certamente viene «da fuori», è un batterio alloctono, un soggetto malato di wandertrieb, di nomadismo genetico, e come tale va cacciato, espulso, oppure ridotto a più miti consigli, costretto ad accettare l’autobiografia di una nazione che ha il culto dell’unanimità.

Toddyboy

Tzvetan Todorov

Tzvetan Todorov ha scritto che la condivisione della memoria non si può imporre, né programmare, ma che tuttavia la si può raggiungere, in tempi molto lunghi, come accade per certe opere letterarie. I grandi romanzi, quando lo sono davvero, prima o poi mettono tutti d’accordo e finiscono per aggregare un consenso intorno alla loro verità poetica, alla capacità di cogliere il senso di un evento, di descriverlo in maniera efficace, di restituirne la dimensione.
Todorov accosta proprio memoria e letteratura, sostenendo che entrambe possono trasmetterci verità, non nel senso di enunciati che corrispondono alla realtà, ma piuttosto di descrizioni veritiere, significative, di quel che accade nel mondo. Non è nel loro additarci i fatti che risiede la loro verità, ma nel modo in cui ce li additano, nel sentiero che intraprendono per arrivare al riferimento, e che alla lunga può diventare un sentiero comune, che tutti percorrono e mantengono. Segno, magari, che è tempo di cambiare traccia, di cercarne un altra, di dire la verità con nuove parole.

Il nostro modo di sistematizzare l’esperienza del mondo è un modo mitico, cioè narrativo, dunque non stupisce che la letteratura abbia una sua indubbia importanza nell’elaborazione e nella trasmissione della memoria collettiva.
Quando questo non accade, quando la letteratura non ha la capacità o l’urgenza di cogliere verità utili alla memoria, allora qualcosa si perde per sempre.

Pensiamo a un caso emblematico appena evocato – dato che siamo in tempi di centenario: la letteratura della Prima guerra mondiale.
L’Italia non ha il proprio romanzo della Grande Guerra. Tutti gli altri paesi che hanno partecipato a quell’evento epocale ne hanno uno e in certi casi più di uno, legato alla biografia degli autori. Quei romanzi rappresentano l’elaborazione, attraverso il racconto, di un’esperienza individuale che diventa specchio dell’esperienza collettiva, condivisa da milioni di persone.
Niente di nuovo sul fronte occidentale, o Nelle tempeste d’acciaio, per la Germania; Il buon soldato Šveik, o Il sale della terra, per l’ex-impero austro-ungarico; Il Fuoco, o La Paura (ma anche Viaggio al termine della notte), per la Francia; Memorie di un ufficiale di fanteria, Gioventù perduta, o Addio a tutto questo, per l’Inghilterra. Eccetera.
Il romanzo della Grande Guerra combattuta sul fronte italiano l’ha scritto un americano, Ernest Hemingway, è Addio alle armi.
A-Farewell-To-Arms1-218x300Il motivo è presto detto: la Prima guerra mondiale in Italia ha prodotto il fascismo, il cui avvento al potere è stato relativamente rapido, appena pochi anni dopo la fine del conflitto. Il regime fascista ha avuto uno dei suoi pilastri retorici nel culto dei caduti della Grande Guerra e nel rancore per la “vittoria mutilata”, da cui ha tratto linfa per le guerre successive. La censura di regime ha impedito quindi un’elaborazione critica dell’esperienza bellica. La memoria è stata imposta come memoria unitaria, che fosse condivisa oppure no, pietrificata nei grandi sacrari monumentali, nella tomba del milite ignoto, nelle parate commemorative.

Così mentre negli altri paesi europei, tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta venivano pubblicati i grandi romanzi-memoriali degli scrittori soldati che svelavano la verità dietro le fanfare delle celebrazioni di stato, in Italia si dovette aspettare il secondo dopoguerra per poter leggere forse l’unico romanzo di quel genere scritto da un reduce italiano: Un anno sull’altipiano, di Emilio Lussu.

Il romanzo arriva tardi, e viene scritto in esilio sul finire degli anni Trenta, a oltre vent’anni dagli eventi, in funzione smitizzante e antifascista. Tutti elementi che condizionano la rilettura a posteriori degli eventi e producono un racconto che svela più l’abominio del militarismo che quello della guerra in sé e delle sue ragioni. Ragioni che per l’Italia, paese aggressore, al netto della propaganda irredentista, coincidevano con un disegno espansionistico per il quale la maggioranza del paese  non avrebbe voluto versare una goccia di sangue. Ragioni che ebbero come estrema conseguenza l’avvento della dittatura fascista. Se girando le carte del Memory volessimo trovare quella che si appaia con la fine dell’Italia liberale uscita dal Risorgimento, non dovremmo cercare la carta della marcia su Roma del 1922 o quella delle elezioni del 1924 con gli squadristi ai seggi, bensì quella del colpo di stato bianco del re Vittorio Emanuele III e del primo ministro Salandra nel 1915, quando il Parlamento a maggioranza neutralista venne messo davanti al fatto compiuto dell’entrata in guerra.

f2

Fucilazione dei «codardi» durante la Grande Guerra.

La generazione di italiani tra le due guerre, la generazione che aveva vissuto il primo conflitto mondiale, non ebbe l’opportunità di scrivere e leggere il proprio romanzo, quindi di rimettere in prospettiva gli eventi vissuti. Quel tempo non può essere recuperato. Avere mancato quel racconto, quel pezzo dell’autobiografia nazionale, ha prodotto equivoci e silenzi che si sono protratti nel tempo, fino al regime, a un’altra guerra mondiale e oltre, fino a noi, qui e ora. Anche oggi qualcuno prova a raccontarci la Prima guerra mondiale come una grande e dolorosa esperienza unificatrice del paese. E’ così che ci viene riproposta la memoria condivisa dell’evento, perché quello è il paese che si vuole prefigurare: unito nella grave sorte, unito nella crisi, senza conflitti, se non quelli contro chi viene da oltre confine, siano essi i “barbari” immigrati o i tecnocrati delle “élite” europee.

Eppure la letteratura, quando è buona, quando è grande letteratura, è capace di evocare anche ciò che non riesce a raccontare. In questo caso, il caso di Un anno sull’altipiano di Lussu, c’è un momento in cui l’afasia del protagonista coincide con quella di una generazione e di un intero paese. E’ un passo famoso, quello in cui il generale Leone, il più fanatico e crudele degli ufficiali che compaiono nel romanzo, interroga il protagonista:

«- Ama lei la guerra?
Io rimasi esitante. Dovevo o no rispondere alla domanda? Attorno v’erano ufficiali e soldati che sentivano. Mi decisi a rispondere.
– Io ero per la guerra, signor generale, e alla mia Università, rappresentavo il gruppo degli interventisti.
– Questo, – disse il generale con tono terribilmente calmo, – riguarda il passato. Io chiedo del presente.
– La guerra è una cosa seria, troppo seria ed è difficile dire se… è difficile… Comunque, io faccio il mio dovere -. E poiché mi fissava insoddisfatto, soggiunsi: – Tutto il mio dovere.
– Io non le ho chiesto, – mi disse il generale, – se lei fa o non fa il suo dovere. In guerra il dovere lo debbono fare tutti, perché non facendolo si corre il rischio di essere fucilati. Lei mi capisce. Io le ho chiesto se lei ama o non ama la guerra.
– Amare la guerra! – esclamai io, un po’ scoraggiato.
Il generale mi guardava fisso, inesorabile. Le pupille gli si erano fatte più grandi. Io ebbi l’impressione che gli girassero nell’orbita.
– Non può rispondere? – incalzava il generale.
– Ebbene, io ritengo… certo… mi pare di poter dire… di poter ritenere…
Io cercavo una risposta possibile.
–  Che cosa ritiene lei, insomma?
– Ritengo, personalmente, voglio dire io, per conto mio, in linea generale, non potrei affermare di prediligere, in modo particolare, la guerra.
– Si metta sull’attenti!
Io ero già sull’attenti.
– Ah, lei è per la pace?
Ora, nella voce del generale, v’erano sorpresa e sdegno.
– Per la pace! Come una donnetta qualsiasi, consacrata alla casa, alla cucina, all’alcova, ai fiori, ai suoi fiori, ai suoi fiorellini! È così, signor tenente?
– No, signor generale.
– E quale pace desidera mai, lei?
– Una pace…
E l’ispirazione mi venne in aiuto.
– Una pace vittoriosa.»

lussuUna pace vittoriosa. Una pace conseguita attraverso la guerra. In quell’ossimoro, in quell’artificio retorico è racchiusa tutta l’ambiguità dell’interventismo democratico. Quello di cent’anni fa, quello del protagonista del romanzo, alter ego di Lussu, così come quello di oggi. Quello di chi è disposto a credere che la guerra possa essere foriera di pace o che possa essere depurata dal militarismo. Quello di chi spaccia come sacrificio necessario l’arruolamento passato, per affermare la necessità dell’arruolamento prossimo venturo. Quello di chi finge che non valgano le Tre Leggi del Memory: la Prima – cioè l’importanza del contesto, che sempre cambia tra ieri e oggi -; la Seconda: si guarda al futuro per capire il passato -; e infine la Terza: la memoria collettiva non può esistere senza conflitto.

Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)

Print Friendly, PDF & Email

Altri testi che potrebbero interessarti:

21 commenti su “Chi non ha futuro, non ha memoria. Grande Guerra, intruppamento dei ricordi e diserzioni necessarie

  1. Volevo segnalare che su youtube sono un paio d’anni che sta andando in onda “The Great War”: un canale dedicato alla Prima Guerra Mondiale con upload settimanali degli eventi a 100 anni distanza.

    Personalmente lo adoro: è iniziato un po’ in sordina ma è diventato uno degli appuntamenti che preferisco: molto bello è il taglio, niente retorica nazionalista (se non analizzata in chiave storica) ed un continuo ricordare i milioni di morti per colpa della hybris di qualche pagliaccio altolocato.

    P.S. Bonus: la community (stranamente libera da italici trobettieri… Sarà la lingua) ha adottato Cadorna e von Hotzendorf come esempi di incompetenza e banalità del male, talmente invocati e denigrati al punto di essere diventati un meme.

  2. Thomas: “The past is not my concern. The future is no longer my concern, either.”
    Henry: “What is your concern, Tommy?”
    Thomas: “The one minute. The soldier’s minute. In a battle, that’s all you get. One minute of everything at once. And anything before is nothing. Everything after, nothing. Nothing compared to that one minute.”
    Henry: “Didn’t you get enough minutes over there?”
    Thomas: “Seems not, doesn’t it?”

    (Peaky Blinders, S1E6)

    War demands a leap of imagination as extraordinary and fantastic as the phenomenon itself. Our usual categories are not large enough, reducing war’s meaning to explaining its causes.
    (James Hillman, A Terrible Love of War, p.4, 2004)

    Perché il generale Leone – come Patton – ama la guerra? Puro machismo? Le testimonianze di estasi belliche rintracciabili un po’ ovunque sono soltanto un’aberrazione dello stato alterato di percezione?
    La provocazione di Hillman è quella di denudare la narrativa mitologica della Guerra (che poi è memoria personale, collettiva, condivisa) facendola apparire superficiale o perlomeno ingenua: come spesso fanno le rielaborazioni simboliche, sembra avere lo scopo di velare la ragione archetipica o, direi io, “etologica” della guerra. Il fatto che siamo in definitiva mammiferi di natura aggressivo-predatoria.
    L’amore (o meglio la tensione o fascinazione) per la Guerra si rispecchia nel linguaggio, in cui ogni discussione è inevitabilmente affrontata come la conquista di una collina, ma anche nei lemmi stessi. Possiamo spiegare cos’è la “guerra”, ma siamo incapaci di trovare una definizione di “pace” che non ricorra a una negazione della guerra stessa.

    Questo giusto per dire: che Ares sia o non sia un archetipo o pulsione fondamentale dell’animale uomo, che la guerra sia o non sia stampigliata nel genoma e dunque intrinseca a ogni pensiero, trovo intrigante questo allargamento del contesto della prima regola del Memory a una prospettiva che abbracci l’intera vicenda della specie. Le testimonianze allora diventano voci più minuscole, ma che potrebbero rivelarsi molecole di un fiume che fa il suo corso da millenni.

  3. Tentazione irresistibile proporre questo link:
    http://www.molleindustria.org/it/memory-reloaded/
    (occhio: ci vuole Flash Player su PC, con tavolette e furbofoni è dura)
    E’ del 2004!
    Convergenza multilaterale!

    Segnalo anche, a chi non lo conoscesse già, tutto il sito Molleindustria.

  4. Scusate, non ho capito qual’è secondo voi il retaggio negativo, esclusivo dell’Italia, che questa assenza di memoria collettiva sulla prima guerra mondiale ha lasciato.

    • L’assenza di una narrativa della Grande Guerra equivale a un’assenza di elaborazione e di trasmissione di memoria. Vale a dire: è mancato il racconto pubblico dei reduci italiani, che potesse essere letto, discusso, e anche speso contro la retorica guerrafondaia prima e di regime poi. Pensando a quanto è stato pubblicato in giro per l’Europa (o perfino in Nordamerica, oltre a Hemingway, c’è il canadese Cobb, con “Orizzonti di gloria”) dai reduci-scrittori di altri paesi, il “silenzio” italiano spicca davvero, soprattutto se si considera che quasi tutti i titoli citati nel nostro intervento sono diventati classici della letteratura del Novecento. Lussu è piuttosto un’eccezione – tardiva, come dicevamo – non a caso praticamente l’unico titolo che viene in mente al riguardo. Questo silenzio letterario ha prodotto, di rimessa, ad esempio anche un silenzio cinematografico, cioè in un’arte ben più popolare. Basta pensare che i film italiani sulla Prima guerra mondiale sono tre, spalmati su cinque decenni: “La Grande Guerra” di Monicelli (un film bello, ma ben poco critico sulla medesima, e che esalta l’eroismo nascosto nel soldato italiano-macchietta regionale); “Uomini contro” di Rosi (liberamente tratto dal romanzo di Lussu, appunto); e il più recente “Torneranno i prati” di Olmi (ispirato a un racconto di De Roberto, uno che la guerra non l’ha combattuta), che è stato l’unico film italiano uscito in occasione del centenario. Btw, tanto per fare un raffronto, lo stesso anno, 2014, la BBC ha prodotto lo sceneggiato tratto dal classico “Testament of Youth” di Vera Brittain (1933), una delle testimonianze e dei racconti più originali scritti sul primo conflitto mondiale, perché offre una visuale più unica che rara, quella di una donna.

      • Mi scuso in anticipo in caso dovessi risultare pedante, ma lei ritiene che tutto questo faccia dell’Italia di oggi un paese più nazionalista di altri? Più guerrafondaio di altri? oppure cosa? Questo non ho capito.

        • No, non penso affatto che l’Italia sia un paese più guerrafondaio o nazionalista di altri…ma soltanto più smemorato. Il nostro intervento parla del rapporto con la memoria. Non essersi dati l’occasione di elaborarla questa memoria, di instaurare con essa un rapporto critico e creativo, ha significato dimenticarsi un pezzo di storia per strada e questo ha influito sulla percezione e sull’elaborazione della storia stessa.
          Certo, ci sono gli accademici, gli storici di professione, a ricordarcela, ma non è la stessa cosa. Le arti, soprattutto quelle popolari, come la narrativa e il cinema, sono quelle che arrivano all’immaginario collettivo. Da questo punto di vista, nel caso dell’Italia, la Prima Guerra mondiale è un po’ una casella vuota. L’impatto di questo vuoto sull’autobiografia nazionale è stato pesante. Facevamo il caso di una mancata critica dell’interventismo democratico e delle sue gravissime responsabilità nell’avere preparato il terreno a un certo discorso patriottardo e guerrafondaio, e nell’avere direttamente o indirettamente avallato il discorso sulla “IV guerra d’indipendenza”, ecc. Basti pensare che molti antifascisti della primissima ora non riuscirono mai a mettere radicalmente in discussione l’esperienza italiana nella Grande Guerra, condannandosi così a non cogliere il filo nero che lega il 1915 al 1924. Se negli anni successivi al conflitto avessero avuto il tempo e l’occasione di ricordare, di instaurare un legame critico e maturo con la propria memoria, forse avrebbero anche potuto produrre opere letterarie all’altezza dell’esperienza vissuta. Com’è successo in altri paesi, appunto. Citavo qui sopra il caso della Brittain – infermiera volontaria e interventista – che scrisse un romanzo-memoriale tutto in soggettiva, ma per farne un testamento generazionale pacifista per i posteri.
          Venendo all’oggi, dicevamo, questa casella vuota consente di proiettare sulla Grande Guerra le aspirazioni “unitarie” del presente e del futuro, usandola strumentalmente come un falso ricordo, buono per la narrazione dell’Italia di oggi.
          Spero di essere stato più chiaro.

        • È un paese che non ha mai fatto i conti con nodi storici fondamentali.

          Non ha mai elaborato le pulsioni che lo portarono alla Grande Guerra, perché il fascismo lo impedì e anche dopo il 1945 la storiografia rimase bloccata (o quantomeno “zoppa”) per altri vent’anni e passa.

          Non ha mai elaborato l’esperienza coloniale, anzi, l’ha “strategicamente” rimossa. Solo negli anni Settanta è iniziato un lavoro storiografico sugli orrori e i soprusi di cui l’Italia si è resa artefice, ma quel lavoro non è mai diventato coscienza comune.

          Non ha mai consegnato i propri criminali di guerra ai paesi che ne chiedevano l’estradizione.

          Non ha mai avuto un dibattito pubblico sui crimini di guerra e coloniali italiani.

          Non ha avuto un’epurazione dei quadri fascisti e collaborazionisti dentro le istituzioni, tanto che vent’anni dopo la fine della guerra il 99% dei prefetti e dei questori erano ancora funzionari pubblici del ventennio o addirittura di Salò, e nel 1962 divenne presidente della Corte Costituzionale (!) l’ex-presidente del Tribunale della Razza fascista.

          Non ha mai punito la stragrande maggioranza dei criminali e torturatori fascisti, che beneficiarono di un’amnistia scritta male che poté essere interpretata nel modo più estensivo possibile da una magistratura non epurata e quindi spesso ideologicamente complice dei giudicati.

          Non ha mai aperto un dibattito pubblico su tutte le continuità – ideologiche, istituzionali, culturali – tra fascismo e periodo repubblicano.

          Non si è formato gli anticorpi che impedissero, nella cultura di massa, il lungo ridimensionamento delle responsabilità del fascismo e di Mussolini, che ha aperto la strada a una strisciante rivalutazione di quell’esperienza.

          Non ha mai affrontato nulla di tutto questo perché l’immaginario italiano è pressoché interamente fondato sul mito degli «Italiani brava gente» e sul vittimismo «chiagni e fotti» che ne deriva.

          E potrei continuare a lungo.

          È un paese che nega di essere nazionalista pur essendolo in modo pernicioso, e pur avendo incubato, negli anni, un immaginario neo-militarista che abbiamo visto gonfiarsi nel periodo della presidenza Napolitano, e che sicuramente darà il peggio del peggio di sé nel 2018, con le celebrazioni prevedibilmente acritiche della “Vittoria” nella prima guerra mondiale.

          • Intanto a Gorizia si *celebra* la conquista della città, avvenuta nell’estate del 1916, con mostre come questa e col raduno triveneto degli alpini.

            Per capire cosa viene celebrato, copiaincollo qua un passaggio del post che scrivemmo l’anno scorso in occasione della manifestazione antifascista contro la marcia di CP il 23 maggio 2015:

            Gorizia nel 1915 era una città di 30.000 abitanti, dei quali poco meno della metà erano italiani (includendo i cittadini di madrelingua friulana), 11.000 erano sloveni, 3.000 erano tedeschi, 2000 di altre nazionalità. Considerando invece la città con la sua “provincia”, gli italiani non arrivavano al 35%, ed erano concentrati, oltre che a Gorizia stessa, nelle cittadine di Cervignano, Monfalcone e Gradisca. Tutta la zona a nord e a est di Gorizia era abitata compattamente da sloveni. I goriziani abili alle armi combatterono nelle fila dell’esercito austroungarico. Per loro la guerra era cominciata già nel 1914, in Montenegro contro i serbi, e in Galizia contro i Russi. Dopo l’attacco dell’Italia, nel maggio 1915, gli sloveni furono in gran parte spostati sul fronte dell’Isonzo: nonostante molti di loro aspirassero all’autodeterminazione rispetto all’Impero, il fatto di combattere a difesa della propria città e dei propri villaggi contro un esercito invasore costituiva una forte motivazione per rimanere leali all’esercito austroungarico. Se nella vulgata italiana Gorizia è diventata il simbolo delle terre da “redimere”, cioè da conquistare, nella memoria reale di chi a Gorizia ci viveva, soprattutto gli sloveni, Gorizia è diventata invece il simbolo delle terre da difendere contro l’invasore italiano.

            Gorizia fu l’unica città conquistata con le armi dall’esercito italiano. La conquista della città costò la vita, in una settimana, a 30.000 soldati, tra italiani e austroungarici. L’ 8 agosto 1916 i fanti italiani entrarono in una città ridotta in macerie, abbandonata dalla quasi totalità dei suoi abitanti. Di 30.000 ne erano rimasti 3.000. Di questi, alcune centinaia, soprattutto sloveni, furono immediatamente internati in Sardegna. Gorizia, o ciò che ne restava, fu riconquistata dagli austroungarici nell’ottobre 1917, in seguito alla battaglia di Caporetto. Passò infine all’Italia dopo il collasso dell’Impero e l’armistizio nel novembre 1918. Ciò che subì Gorizia durante e dopo la prima guerra mondiale fu un urbicidio, paragonabile a quello subito da Mostar in tempi più recenti. Le devastazioni della guerra e la politica di italianizzazione violenta portata avanti dal fascismo distrussero irrimediabilmente il carattere multietnico e multiculturale della città.

            • P.S. Tra le oltre cento fotografie esposte nella mostra, non ce n’è una in cui compaia un morto. La guerra è una cosa pulita e ordinata come un corteo di CP.

            • Io trovo disgustoso quello che il comune di Gorizia sta cercando di fare. Hanno contattato anche le frecce tricolori.. Sembra vogliano dare un tono quasi festoso al centenario della distruzione fisica della citta e della morte di molti Goriziani di tutte le nazionalita ancora presenti in citta. Una cosa vergognosa e di cattivissimo gusto a mio parere e molto irrispettosa del passato della citta, trasuda un nazionalismo veramente insopportabile. Mi ricordo della contromanifestazione dell anno scorso, contro casapound.. mi chiedo perche adesso non ce ne sia una altrettanto forte per questo atteggiamento del comune. Mi pare ipocrita sfilare contro casapound e non anche contro questo modo di fare dell amministrazione comunale, mi fa pensare che molti di quelli presenti un anno fa non sapessero nulla di Gorizia e fossero li solo per contrastare l esecrabile partito neofascista. Sarebbe utile una presa di posizione contro questo atteggiamento sbagliato del comune nei confronti di questa triste data.. Approfitto dello spazio qui per domandare ai Wu Ming se abbiano intenzione di scrivere qualcosa a riguardo di come si comporta il comune goriziano nei riguardi del 8 agosto che verra. Vorrei poter domandare per e mail cosa ne pensano di tutta la faccenda ma non riesco a trovarla.

      • Tra i film che parlano della grande guerra (in modo obliquo) io ci metterei anche “Il buono, il brutto, il cattivo”. https://youtu.be/4ALD7FINBp0

        • Eh, sì, quella scena è evidentemente una “citazione” della Grande Guerra, però, come dici, è obliqua, trasferita in un altro contesto. Leone lavorava così, lo sappiamo, per lui il Western era un genere attraverso il quale raccontare l’universo mondo… Però non è la stessa cosa di fare un film sulla Grande Guerra italiana. Che nessuno, a parte il vecchio Olmi, si sia sentito di approfittare dell’occasione del centenario per provare a riaprire quel racconto la dice lunga, no?

  5. Grazie WM, giro le mie carte.
    Il libro Maus (1980 – 1991) di Spiegelman è la storia di un sopravvissuto ebreo alla seconda guerra mondiale, o meglio, è la storia di un figlio di un sopravvissuto e dei “fatti della sua memoria”. Il libro è un romanzo a fumetti perchè per Spiegelman il fumetto è un’ottima rappresentazione della memoria, mi sembra avesse detto così quando sono andato a sentirlo, ma ormai sono passati almeno quattro anni e non ricordo più bene, magari ora provo a disegnarlo.
    La seconda carta che giro è il film Walzer con Bashir (2008) dove, ancor più che in Maus, saltano fuori “i fatti della memoria”, questa volta in piena battaglia con “la memoria dei fatti”. Il fumetto di nuovo è il mezzo artistico necessario per l’espressione della memoria che è la grande protagonista del film, tant’è che dopo aver girato normalmente su pellicola il film è stato ridisegnato e animato sotto forma di fumetto. In questa carta si trova la formazione e l’elaborazione della memoria collettiva tramite l’arte di cui scrivete nell’articolo (o parlate nel festival) ed è fatta da un soldato israeliano che aveva partecipato alla guerra del 1982 in Libano.
    E qui giro le altre due carte Lebanon (film, 2009) e Beaufort (film, 2007), il primo ambientato sempre durante la guerra in Libano del 1982 e il secondo ambientato nel 2000 nell’ultimo avamposto israeliano rimasto attivo dalla guerra del 1982, entrambi diretti da ex soldati, entrambi che concorrono tramite l’utilizzo di soluzioni artistiche particolari alla narrazione e alla creazione di una memoria collettiva cercando di salvare qualcosa per sempre.

    commento al commento di Naivespeaker
    Apprezzo molto le soluzioni artistiche particolari come quelle dei videogiochi e sicuramente quel giochino fa coppia con questo articolo!

  6. Il sito Molleindustria fa spesso coppia con Giap.
    Guardate questo ad esempio, giusto per fare rima con gli ultimi tweet di oggi…
    http://www.molleindustria.org/en/operation-pedopriest/
    Questo è del 2007!
    Potrebbe essere una grande collaborazione per la – come si chiama? – transmedialità?

  7. […] degli autori inglesi nel primo conflitto mondiale (Verona, maggio 2016); ■ l’intervento Chi non ha futuro, non ha memoria letto da WM12e WM4 al Festival LETTERATURE di Roma, giugno […]

Leave a Reply