(Nessuna) Pietà per la nazione che crede alle bufale su #Pasolini

Pietà per la nazione

Una poesia di Lawrence Ferlinghetti, per giunta scritta trentadue anni dopo la morte di Pasolini, prima viene attribuita a quest’ultimo, poi viene usata come pezza d’appoggio per sostenere che era… cosa? Nazionalista? «Sovranista»? Non l’hanno nemmeno letta: plausibilmente, qualcuno ha visto la parola «nazione» e si è eccitato all’istante.

di Wu Ming 1
(con la collaborazione di Yàdad de Guerre e Nicoletta Bourbaki)

INDICE
1. Pietà per la nazione?
2. Ancora il tormentone del «Caro Alberto»
3. Chi ha fabbricato il meme del «Caro Alberto»
4. Due parole in più su questo “network”
5. Scritti corsari fa ormai più danni delle cavallette
6. Ma sempre Pasolini? Come mai?

Lo psichiatra di destra e personaggio televisivo Alessandro Meluzzi è solo uno dei tanti diffusori del meme che vedete qui sopra.

È composto da una delle più celebri foto di Pier Paolo Pasolini e da una traduzione italiana di Pity The Nation, componimento di Lawrence Ferlinghetti, 99 anni, poeta e scrittore, libraio ed editore, esponente di spicco e mentore della Beat Generation, pilastro della letteratura e della controcultura americana del XX secolo. Un libertario che si è sempre espresso contro ogni nazionalismo, bigottismo, razzismo e ha scritto: «I am waiting for the final withering away of all governments» [Attendo la scomparsa definitiva di ogni governo].

Nel meme, la poesia è però firmata «P. P. P.». Meluzzi, poi, l’introduce con una balzana domanda retorica: «Anche Pasolini era fascista?»

Il senso sembra essere: voi che chiamate “fascista” chi ama la propria nazione, beccatevi questa poesia di Pasolini contro chi non la ama!

Vale a dire: se hanno letto la poesia (cosa di cui dubito), l’hanno capita esattamente al contrario.

Diamole un’occhiata.

Pietà per la nazione?

Ferlinghetti scrisse Pity The Nation nel 2007, ultimo anno dell’amministrazione Bush Jr. Un’epoca segnata a fondo dalla «War on Terror», dal liberticida Patriot Act, da imperialismo e militarismo imbellettati con la retorica sull’«esportare la democrazia», dalle torture nel carcere di Abu Ghraib, dalle detenzioni illegali nella base di Guantanamo (che peraltro proseguono). La poesia rimane attualissima.

Al titolo si accompagna una specificazione tra parentesi: «(After Kahlil Gibran)», che potremmo rendere con «Alla maniera di Kahlil Gibran».
La poesia, infatti, è anche un omaggio al grande poeta libanese-americano morto nel 1931. È costruita su un’anafora, figura retorica che consiste nel cominciare ogni frase con la stessa parola o sequenza di parole.
L’anafora «Pity the nation» — che sarebbe più corretto tradurre con «compatite la nazione» o «commiserate la nazione» — si trova nel libro postumo di Gibran Il giardino del profeta (1933), nel quale il profeta Almustafa, «l’eletto e l’amato», pronuncia un sermone di questo tenore:

«Compatite la nazione il cui uomo di stato è un furbo,
il cui filosofo è un giocoliere
e la cui arte è l’arte del raffazzonare e dello scimmiottare».

[Se volessimo fare il giochino ozioso delle allegorie a chiave retroattive, tradurremmo: compatite la nazione dove al governo c’è Salvini, dove l’intellettuale organico è Fusaro e dove si fabbricano memi con false citazioni.]

Ecco il testo completo, in inglese, della poesia di Ferlinghetti, con mia traduzione di ogni strofa.

«PITY THE NATION»
(After Khalil Gibran)

Pity the nation whose people are sheep
And whose shepherds mislead them
(Compatite la nazione il cui popolo è un gregge
che i suoi pastori mal conducono)
Pity the nation whose leaders are liars
Whose sages are silenced
And whose bigots haunt the airwaves
(Compatite la nazione i cui capi sono bugiardi
e i cui saggi sono messi a tacere
e i cui bigotti infestano le frequenze radio e tv)
Pity the nation that raises not its voice
Except to praise conquerers
And acclaim the bully as hero
And aims to rule the world
By force and by torture
(Compatite la nazione che non alza la voce
se non per lodare i conquistatori
e acclamare il bullo come eroe
e punta a dominare il mondo
con la forza e con la tortura)
Pity the nation that knows
No other language but its own
And no other culture but its own
(Compatite la nazione che non conosce
altra lingua che la propria
e altra cultura che la propria)
Pity the nation whose breath is money
And sleeps the sleep of the too well fed
(Compatite la nazione il cui fiato è denaro
e dorme il sonno del troppo ben pasciuto)
Pity the nation oh pity the people
who allow their rights to erode
and their freedoms to be washed away
My country, tears of thee
Sweet land of liberty!
(Compatite la nazione, oh, compatite la gente

che lascia erodere i propri diritti
e spazzare via le proprie libertà
Mio paese, lacrime per te
dolce terra di libertà!)

Gli ultimi due versi sono ironici, parodiano la canzone patriottica My Country, ‘Tis Of Thee [Paese mio, parlo di te], scritta da Samuel Francis Smith nel 1831 e rimasta per un secolo inno nazionale ufficioso degli USA, finché nel 1931 non fu imposto per legge Star Spangled Banner.

In questo finale Ferlinghetti si autocita, perché il verso «My country, tears of thee» lo aveva già usato nella sua raccolta più famosa, A Coney Island Of The Mind (1958), per la precisione nella poesia Junkman’s Obbligato.


Dovrebbe risultare evidente a chiunque che Pity The Nation non esprime alcun «amore per la nazione», né veicola alcunché di «sovranista» o che altro.
Ferlinghetti, del resto, ha definito il nazionalismo «la superstizione idiota che può far saltare in aria il mondo», e in una celebre intervista rilasciata a Robert Dana ha detto: «I nazionalismi devono scomparire. Sono i postumi barbarici di tempi antichi.»

Perché usare questa poesia per inventarsi un Pasolini nazionalista?

Pasolini una poesia dedicata alla sua nazione la scrisse, si intitola proprio Alla mia nazione, ed è difficilmente appropriabile dai “sovranisti”: negli ultimi versi si augura che l’Italia, paese di «milioni di piccoli borghesi come milioni di porci», sprofondi in mare e «liberi il mondo». Eccola musicata dal gruppo metal bolognese Malnàtt:


Ma l’uso di memi pseudo-pasoliniani come pezze d’appoggio per discorsi di destra, nazionalisti, a volte razzisti e tout court fascisti, non si limita a questo caso.

Ancora il tormentone del «Caro Alberto»

Nei giorni scorsi qualcuno ha provato a rimettere in circolazione il meme del «Caro Alberto», del quale ci siamo occupati un mese fa.

Si tratta di una frase che Pasolini non ha mai scritto né pronunciato, inventata di sana pianta nel gennaio 2017, circolante con la dicitura «Lettera di Pasolini a Moravia, 1973».

La bufala anti-antifascista del «Caro Alberto», riproposta dalla pagina FB Fronte dei Popoli il 4 luglio 2018. Su questa pagina e sul milieu di cui fa parte, si veda sotto.

Nel mio articolo su Internazionale facevo notare che:

■ la frase non si trova in nessun punto dell’opera omnia di Pasolini;

■ nel 1973 la polemica pasoliniana sul «nuovo fascismo della società dei consumi» non era ancora cominciata;

■ l’espressione «arma di distrazione» non era in uso nell’Italia degli anni Settanta;

■ soprattutto, ricostruendo il contesto, dimostravo che Pasolini non avrebbe mai potuto scrivere una frase così, perché se è vero che individuava il «nuovo fascismo» nel consumismo, è altrettanto vero che non sottovalutò mai la violenza dei neofascisti. Come avrebbe potuto, lui che diverse volte l’aveva subita?

Pasolini, in quegli anni, non solo non condannò mai le manifestazioni antifasciste, ma chiamò più volte i fascisti «assassini» e li additò come esecutori materiali di stragi e attentati. Nel marzo 1974, in un intervento poi incluso negli Scritti corsari, Pasolini
chiamò a un «impegno totale» per il quale indicava «ragioni oggettive», tra le quali la
necessità di difendersi dai

«vecchi assassini fascisti che cercano la tensione non più lanciando le loro bombe, ma mobilitando le piazze in disordini in parte giustificati dal malcontento estremo».

Dopo aver letto il mio pezzo, il blogger Yàdad de Guerre, in un commento pubblicato su Giap il 24 giugno scorso, ha ricostruito la genesi del meme, dimostrando che è nato in ambienti a cavallo tra neofascismo e rossobrunismo. Ripropongo qui la sua ricostruzione.

Chi ha fabbricato il meme del «Caro Alberto»

di Yàdad de Guerre

Quando la farlocca citazione sull’antifascismo «rabbioso» attribuita a Pasolini cominciò a girare cercai di spiegarmela. Eppure, nonostante le varie spiegazioni che cercavo di darmi, una cosa non tornava mai, insieme alle parole «arma di distrazione»: l’uso dell’aggettivo «rabbioso». Avrebbe mai potuto Pasolini usare l’aggettivo «rabbioso» in quel modo, così sbrigativo e approssimativo? Non solo e non tanto per il film del 1963 intitolato La rabbia, ma anche per il documentario televisivo del 1966 realizzato da Jean-André Fieschi e intitolato Pasolini l’enragé, ossia Pasolini l’arrabbiato.

In uno dei momenti del film, Pasolini parla apertamente del concetto di rabbia, associandola alla rivolta, alla rivoluzione, alla Resistenza, al marxismo. Dice chiaramente:

«In fondo la Resistenza è stata una sorta di grande rabbia organizzata, organizzata e impiantata soprattutto sull’ideologia marxista».

Questa sua definizione di «rabbia», cioè di motore primario per una rivoluzione condivisa (innanzitutto contro il fascismo e la borghesia, evidentemente), serve a Pasolini per spiegare la mancanza di “arrabbiati” nell’Italia degli anni Sessanta.

Per il Pasolini intervistato da Fieschi, i giovani (borghesi) del tempo trovavano conforto in uno schema di critica già pronto ma invecchiato – invecchiato «come tutti gli schemi» – quello della Resistenza e della cultura marxista italiana. Uno schema che non funzionava più perché il tempo l’aveva reso borghese. Quindi, per Pasolini, l’arrabbiato (principalmente giovane) «sent[iva] immediatamente il dovere di non essere arrabbiato, ma rivoluzionario». Questo non vuol dire che Pasolini rinnegasse la rivoluzione, chiaramente. Voleva piuttosto indicare come il senso dell’essere rivoluzionario fosse stato svuotato, privato della rabbia come motore. Il “rivoluzionario” è qui associato a una forma di morale borghese, già sussunta dalla borghesia, tanto da permettere a certi «comunisti rivoluzionari italiani» di essere nient’altro che piccolo-borghesi «in doppio petto» schiacciati dai «dogmi» dell’ideologia marxista.

Fin qui la lettura dell’antifascismo «rabbioso» potrebbe ancora trovare un suo senso, se non fosse che – come ricorda il titolo stesso del documentario – Pasolini rivendica la rabbia, la sua rabbia «non catalogabile», e precisa che l’arrabbiato ideale, il «meraviglioso arrabbiato della tradizione storica», è Socrate. Pasolini, a me pare, cerca cioè una strada per attualizzare e rinnovare la rabbia, renderla collettiva, cercando strumenti che portino alla rivolta e alla rivoluzione contro la borghesia. Questo non può voler dire disconoscere le forme di fascismo o la Resistenza.

«Rabbioso» e «arrabbiato» hanno due significati differenti, ovviamente, ma proprio in questa differenza si è fondata la mia diffidenza nei confronti di quella citazione. Avrebbe mai potuto Pasolini usare la parola «rabbioso» nel 1973, lui che sul concetto di rabbia ci aveva costruito un discorso nella metà degli anni ’60? Avrebbe mai potuto disconoscere la «rabbia! con tanto sdegno, medicalizzandola mi verrebbe da dire, sminuendola a una sorta di malattia animalesca e momentanea? Avrebbe potuto associare un antifascismo «rabbioso» alla classe dominante, se la rabbia è uno strumento (emotivo e politico) di azione che non fa gli interessi della borghesia? Avrebbe potuto Pasolini associare la rabbia, anche solo in una sua versione deformata, alla classe dominante che – si ricava dal suo ragionamento – mai potrebbe essere arrabbiata (e forse neanche «rabbiosa»)?

Mi sono quindi concentrato sulle parole «antifascismo rabbioso» e le ho cercate ovunque nei testi di Pasolini che possiedo, nelle interviste e nei documentari. Non sono mai venute alla luce. Ho usato Google, ristretto i campi di ricerca.

Quando è spuntata la prima volta quella citazione e quell’uso delle parole «antifascismo rabbioso» da parte di Pasolini? Prima del 29 gennaio 2017, non spunta nulla, da nessuna parte. In quel giorno, su Facebook si sono moltiplicati i post con la citazione: «Mi chiedo, caro Alberto…» accompagnata da foto di Pasolini e Moravia o di Pasolini e basta. Il più vecchio risultato che avevo ottenuto non è più online, ma era di un tale che lavora per il sito fascista Oltre la Linea (ho ancora l’URL, se mai qualcun* volesse controllare da sé).

La citazione, però, non era riferita a una fantomatica lettera del 1973 a Moravia, bensì recitava: «Pier Paolo Pasolini ad Alberto Moravia, “Incontro con…”, Rubrica Rai 1973, Trasmesso da Rai Storia».

Cito qui, a mo’ d’esempio, l’uso che si modifica col tempo da parte di una stessa pagina Facebook, cioè La Via Culturale, «network» fondato da Alessandro Catto. Il 31 gennaio 2017, La Via Culturale pubblica la citazione con gli stessi riferimenti che ho dato prima. L’11 luglio 2017, in un attacco di rimozione mnemonica, la stessa pagina Facebook pubblica la stessa citazione con riferimenti più generici da un punto di vista temporale ma più precisi rispetto al momento: «Pier Paolo Pasolini in una discussione con Alberto Moravia». Non sappiamo più quando, ma sappiamo che c’era una discussione tra Pasolini e Moravia.

Ancor meglio fa la pagina Facebook Il RossoBruno che, addirittura, scrive che la citazione deriverebbe da «Pierpaolo [sic] Pasolini ad Alberto Moravia, Incontro con Ezra Pound, Rubrica Rai 1973, Trasmesso da Rai Storia».
Che cosa c’entri Ezra Pound non è chiaro;
che cosa ci facesse Alberto Moravia tra Ezra Pound e Pier Paolo Pasolini e perché si parlasse di antifascismo italiano è un non-sense;
come Ezra Pound potesse nel 1973 essere vivo, quand’è morto nel 1972, resta un miracolo divino;
perché un’intervista di Pasolini a Pound del 1967 sia celebre e discussa ancora oggi e una rubrica RAI con Pound, Pasolini e presumibilmente Moravia del 1973 non la conosca nessuno è un mistero.

Comunque sia, il 29 gennaio 2017 su RaiStoria, in tempi coincidenti con le prime apparizioni della citazione, andava in onda Italiani con Paolo Mieli. Forse la puntata dedicata ad Alberto Moravia, «Appunti di viaggio», in cui effettivamente si parla dello scontro intellettuale tra Moravia e Pasolini ma, ovviamente, mai si citano quelle esatte parole. Né, a scanso di equivoci, se ne trova traccia nell’episodio dedicato a Pasolini stesso, «Il santo infame», recuperabile tranquillamente sul web.

Dicembre 2017: dopo l’invenzione e “tornitura” della falsa frase di Pasolini, Antonio Marras la riprende sul Secolo d’Italia, ex-organo ufficiale del MSI, oggi sito crivellato di pubblicità.

Sarà, invece, Antonio Marras per Il Secolo d’Italia a trasformare la citazione in uno stralcio di lettera, il 12 dicembre 2017, quando — già da qualche mese — aveva cominciato a strabordare fuori da Facebook per via del disegno di legge contro la propaganda fascista, il cosiddetto DDL Fiano. Da quel momento in particolare, la citazione ha cominciato a viaggiare da sé perché, tanto, chi va a controllare le lettere di Pasolini, anche quelle non raccolte e pubblicate da Nico Naldini? (Disclaimer: non esiste alcuna lettera scritta da Pasolini a Moravia che contenga quelle parole.)

Una cosa è certa, in tutto questo: non solo nessun@ ha compiuto mai alcun lavoro di ricerca per portare alla luce la citazione (che su internet non si trova se non in forme ridicole), ma soprattutto nessun@ si è preso la briga di insegnare a Matteo Salvini che cos’è, davvero, la rabbia.

Due parole in più su questo «network»

Abbiamo visto che il meme del «Caro Alberto», prima di essere ripreso dal Secolo d’Italia, è circolato per mesi e ha preso la sua forma odierna in un certo arcipelago di blog e pagine Facebook. Descriviamolo brevemente.

Oltre La Linea, Giano Bifronte e Azione culturale sono sigle riconducibili allo stesso progetto rossobruno. Il simbolo è Giano che guarda sia a destra sia a sinistra. Un altro simbolo ricorrente è la bandiera dell’Eurasia, progetto geopolitico caro ai rossobruni e teorizzato principalmente dal guru russo Aleksandr Dugin.

Animatore di Oltre La Linea (che è solo un altro nome di Giano Bifronte) è almeno fino al maggio 2017 tale Luigi Ciancio, che oggi su Facebook si firma «Luigi Cianciox».

Alessandro Catto

Azione Culturale — come dichiarano loro stessi  —  è stata formata da Giano Bifronte e La Via Culturale (già La Via Culturale al Socialismo), blog “sovranista” gestito da Alessandro Catto sul sito de Il Giornale.

A quanto sembra, la “mente” è Catto. Tanto per capirci, Catto, per conto di Azione Culturale, ha intervistato Simone Di Stefano di Casapound per cercare una sinergia tra “comunismo” e fascismo. Ecco uno stralcio dell’intervista:

Simone Di Stefano

Lei è aperto ad un dialogo con formazioni coerentemente comuniste che si rifanno alle esperienze di governo del socialismo reale, per come abbiamo imparato a conoscerle nel ‘900? Se sì, su quali temi? 

«Come detto precedentemente la base del dialogo deve essere il riconoscimento della nazione Italia, l’esistenza dei suoi confini e del suo popolo. I temi possono essere la critica al liberismo, la lotta alla globalizzazione e tanti altri. Resta un fatto: siamo incompatibili con l’idea di abolizione della proprietà privata e della esclusiva proprietà pubblica dei mezzi di produzione. Il fine ultimo della nostra rivoluzione è la potenza della nazione Italia e di conseguenza la piena giustizia sociale […]»

Stelio Fergola

Oltre a Ciancio e Catto, in relazione a tutto questo va menzionato Stelio Fergola, direttore responsabile e co-fondatore di Azione Culturale, Oltre la Linea, ecc. Fergola è autore del libro L’inganno antirazzista, che ha pubblicato con Passaggio al bosco, casa editrice la cui impronta ideologica è chiarissima.

In questo milieu telematico troviamo anche Fronte dei Popoli, pagina Facebook attualmente gestita dal bolognese Dario Giovetti. Nel dicembre 2016 Fronte dei Popoli annunciava soddisfatto e ammiccante «la nuova stagione di Azione Culturale».

Fronte dei Popoli condivide spesso contenuti delle pagine di Ciancio e Catto, come del resto fa Ufficio Sinistri, pagina FB gestita dal sanremese Roberto Vallepiano, autore di un libro dallo stesso titolo. Vallepiano condivide e commenta favorevolmente contenuti di Ciancio, Catto e Giovetti, che a loro volta condividono e commentano favorevolmente le prese di posizione di Vallepiano.

Il campionario ha poco di sorprendente: contro l’immigrazione, il complotto di Soros, chiudere i porti alle ONG, la sinistra “buonista”, la nazione ecc. Il tutto ornato di specchietti rossi, per le allodole che volano nei dintorni.

Attualmente, la vecchia pagina Facebook di Azione Culturale rimanda a Il Mondo Nuovo.

Da quest’arcipelago di siti e pagine FB, come dimostrato nei dettagli da Nicoletta Bourbaki, è partita anche la diffusione di una falsa frase di Samora Machel contro i migranti.

In costante interazione con tutte queste pagine è il sito rossobruno L’Antidiplomatico.

Si incazzino pure, descrivano il paragrafo che avete appena letto come una «lista di proscrizione». È la reazione standard ogni volta che qualcuno, fuori e contro una certa omertà «tra compagni», ha l’onestà di fare nomi e cognomi.

I rossobruni non sono miei compagni, perché, molto semplicemente, non sono compagni.

Scritti corsari fa ormai più danni delle cavallette

Il meme del «Caro Alberto» è stato riproposto il 4 luglio — insieme ad altre citazioni pasoliniane formalmente corrette ma decontestualizzate  da Fronte dei Popoli, evidentemente non contento della figuraccia appena rimediata con la frase falsa di Samora Machel.

Quando gli è stato fatto notare — a un certo punto anche da Nicoletta Bourbaki  — che pure quella frase era un fake, per giunta “debunkato” settimane prima, Giovetti ha arrampicato specchi unti, ha più volte citato come “fonte” il — per la precisione: dato la colpa al  —  Secolo d’Italia, infine si è “incantato”, come un vinile graffiato, a ripetere «anche Wu Ming 1 ha detto che la frase era verosimile!». Una balla presto ripetuta a pappagallo da altri commentatori.

Due esempi tra i molti rinvenibili sulla pagina Facebook «Fronte dei Popoli».

Ovviamente, costoro si sono ben guardati dal riportare il passaggio del mio articolo in cui la parola «verosimile» compariva. Ebbene, lo faccio io, con tanto di sottolineature for dummies.

Clicca per leggere l’articolo completo Pasolini e il neofascismo come merce.

Vorrei però soffermarmi sulla cosa più interessante scritta dall’amministratore di Fronte dei Popoli: secondo lui Pasolini

«in “Scritti corsari”, come del resto nell’editoriale per il “Corriere della Sera” “il fascismo degli antifascisti” esprimere [sic] concetti che risultano assolutamente compatibili con quelli della citazione di cui stiamo parlando».

Abbiamo già spiegato che non è così: gli Scritti corsari contengono molte condanne della violenza neofascista, e i neofascisti vi sono chiamati più volte «sicari», «assassini» e quant’altro. Basterebbe leggere l’intero libro, anziché ravanare nel web in cerca di virgolettati. Addirittura, nell’intervento intitolato «Fascista», incluso nella sezione «Documenti e allegati», Pasolini dice che la violenza dei neofascisti suoi contemporanei è peggiore di quella del vecchio regime mussoliniano:

«Vent’anni di fascismo credo che non abbiano mai fatto le vittime che ha fatto il fascismo di questi ultimi anni. Cose orribili come le stragi di Milano, di Brescia, di Bologna [quella del treno Italicus, N.d.R.] non erano mai avvenute in vent’anni. C’è stato il delitto Matteotti certo, ci sono state altre vittime da tutte due le parti, ma la prepotenza, la violenza, la cattiveria, la disumanità, la glaciale freddezza dei delitti compiuti dal 12 dicembre del 1969 in poi non s’era mai vista in Italia.»

Pasolini sbagliava: il fascismo “storico” di stragi ne aveva fatte eccome, non solo all’estero ma anche in Italia, e anche prima della RSI. Basti dire che era andato al potere sull’onda del terrorismo squadrista, che aveva ucciso mezzo migliaio di persone e ne aveva ferite migliaia.

Il punto, tuttavia, non è questo: il punto è che negli Scritti corsari Pasolini non sminuisce mai la violenza dei neofascisti, anzi, delle due la accentua.

Il commento di Fronte dei Popoli contiene altri sfondoni:
■ quello uscito sul Corriere il 16 luglio 1974 non era un «editoriale»;
■ sul giornale l’articolo si intitolava «Apriamo un dibattito sul caso Pannella»;
■ nel testo l’espressione «fascismo degli antifascisti» non compariva mai;
■ l’oggetto della critica non erano affatto gli antifascisti tout court bensì i sedicenti «antifascisti» che stavano al governo e sedevano in parlamento, colpevoli di non accogliere alcune richieste di Marco Pannella che digiunava da settanta giorni.

Se non si fosse fermato alla parola «verosimile» e avesse letto il mio pezzo per intero, Giovetti queste cose le saprebbe: sono spiegate in un apposito paragrafo, intitolato proprio «L’equivoco sul “fascismo degli antifascisti”».

Problemi ed equivoci, ad ogni modo, sono a monte, e conviene esporli con la massima chiarezza.

Il primo riguarda specificamente Pasolini, o meglio: la sua ricezione nell’Italia di oggi.

Scritti corsari

Scritti corsari è una raccolta di articoli di giornale e interventi estemporanei risalenti a quasi mezzo secolo fa. Il libro è pieno zeppo di riferimenti alla cronaca e alla situazione politica di quei giorni, di allusioni oggi indecifrabili ai più, di nomi e cognomi oggi ricordati da pochissime persone. Il senso di molti interventi può essere ricostruito solo con la loro, spesso faticosa, ricontestualizzazione.

Non solo del libro manca un’edizione critica, ma è stato eternato, pietrificato dalla morte e dalla santificazione post mortem di Pasolini, ergo continua a essere ristampato e a tornare in libreria completamente fuori contesto e come una sorta di «libro sacro». Posizioni transitorie, che di certo l’autore avrebbe approfondito o superato, sono diventate comandamenti incisi su pietra. Formulazioni ambigue sono diventate corpi contundenti da usare nelle tenzoni di oggi.

Se aggiungiamo che su alcuni fenomeni allora in corso Pasolini sbagliò clamorosamente il giudizio, non penso di esagerare se dico che Scritti corsari, suo malgrado, si è trasformato in qualcosa di molto simile a uno sciocchezzaio.

L’altro problema è la generale ignoranza su cosa sia una fonte.

– E dove starebbe ‘sta frase di Pasolini?
– Cosa credi, di cogliermi in castagna? Sta sul Secolo d’Italia!

Ieri, su Twitter, Benedetta Pierfederici ha citato una frase di Marc Bloch:

Marc Bloch (1886 – 1944)

«In tutti i casi in cui non si tratti dei liberi giochi della fantasia, un’affermazione non ha il diritto di presentarsi se non a condizione di poter essere verificata; per uno storico, se usa un documento, indicarne il più brevemente possibile la collocazione, cioè il modo di ritrovarlo, non equivale ad altro che a sottomettersi ad una regola universale di probità. Avvelenata dai dogmi e dai miti, la nostra opinione, anche la meno nemica dei “lumi”, ha perduto persino il gusto del controllo. Il giorno in cui noi, avendo prima avuto cura di non disgustarla con una vana pedanteria, saremo riusciti a persuaderla a misurare il valore di una conoscenza dalla sua premura di offrirsi in anticipo alla confutazione, le forze della ragione riporteranno una delle loro più significative vittorie.» (Apologia della storia o Mestiere di storico, Einaudi, Torino 1998, pp. 68-69)

Benedetta aggiungeva:

«Cosa significa “poter essere verificata”? Significa che chi presenta, ad esempio, una citazione deve rintracciarne e poi dirne l’origine (la fonte, appunto). Chi legge la citazione deve poter rifare la strada a ritroso e, se necessario, confutarla. Se chiedo conto di una citazione “Pasolini a Moravia”, la fonte non è un articolo online o un blog o un tweet. La fonte è il documento che contiene la citazione. È faticoso trovare le fonti e presentarle? Il più delle volte, in effetti, lo è. Risalire la corrente, evitare le rapide, non perdersi negli affluenti… Ma non ci sono altri modi per procedere nella conoscenza.»

Dovrebbe essere l’ABC, ma non lo è, per tanti motivi. Per questo Nicoletta Bourbaki ha scritto il suo “manuale” su come riconoscere le bufale, intitolato Questo chi lo dice? E perché?

Ma sempre Pasolini? Come mai?

Pasolini, lo abbiamo visto, non è l’unico intellettuale di sinistra morto e impossibilitato a difendersi il cui pensiero viene decontestualizzato, distorto, falsificato. Ma è di gran lunga il più utilizzato. Perché?

Ripropongo qui, per discuterne insieme, uno spunto di riflessione risalente a qualche mese fa, quando il lavoro di debunking del Pasolini «anti-antifascista» era ancora agli inizi.

«Prima o poi andrà ricostruita la genealogia di quest’utilizzo di Pasolini come auctoritas per ogni stagione e occasione. Un processo di lungo corso che, banalizzandone l’opera e la figura, lo ha trasformato in fashion icon per ipse dixit pronti da indossare. Di sicuro c’entra la sua “santificazione” dopo il martirio, ma non basta a spiegare tutto. C’entra anche la contraddittoria complessità del suo percorso, unita all’oltraggiosità di molte sue prese di posizione. E c’entra il suo modo di esprimersi, il suo “senso della frase” […] Il contesto discorsivo costruito da Pasolini è un campo di tensioni, un vasto reticolo di corde tese all’estremo, a collegare vari temi, concetti, momenti. Corde sempre sul punto di spezzarsi. Seguendole con lo sguardo si trovano vere e proprie “rime narrative” e tematiche, ed è ciò che più affascina nell’installazione. Ma c’è anche un aspetto spaventoso: si capisce che per snaturare un’affermazione di Pasolini basta davvero pochissimo. Il modo più facile di snaturarla è dire, su qualunque argomento: “Pasolini la pensava così, punto”.»

Questo punto, che rende perentorie affermazioni spesso insensate, toccherà ogni volta farlo saltare, finché, un giorno, non smetteranno di usare Pasolini, e si concentreranno su qualcun altro. Noi dobbiamo restare vigili.

Nel suo The Mexican Night Ferlinghetti si fa una domanda che vale la pena riproporre:

«From which way will the fascists come this time, baby?»

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26 commenti su “(Nessuna) Pietà per la nazione che crede alle bufale su #Pasolini

  1. Innanzitutto complimenti per il lavoro di debunking svolto contro queste squallide manipolazioni rossobrune. Soltanto, personalmente, ho sentito un brivido lungo la schiena nel sentir definire “Scritti corsari” uno “sciocchezzaio”, e questo senza nessun sentimento di lesa maestà. Non credo sia il caso di sminuire o declassare a cuor leggero il pensiero di un autore, solo perché soggetti decisamente indegni vi si sono accostati pretestuosamente e capziosamente. Se “Scritti corsari” viene ristampato e letto ancora oggi è anche perché contiene intuizioni illuminanti e segnala efficacemente problemi tutt’ora cruciali, non soltanto per l’opera di canonizzazione e banalizzazione di Pasolini. Basta saperli leggere cum grano salis e nel giusto contesto storico e sociale, senza ricercarvi chissà quali verità assolute e magari senza essere dei pecoroni fascisti.

    • Dovic, per favore, rileggi, non ho scritto che *di per sé* Scritti corsari è uno sciocchezzaio, ma che la sua lettura sempre più decontestualizzata man mano che passava il tempo, la sua “sacralizzazione” e la mancanza di un’edizione critica lo hanno reso qualcosa di simile a uno sciocchezzaio.

      • Grazie per la precisazione. Mi era venuto il dubbio che il signicato potesse essere questo, soprattutto per il “suo malgrado”, ma non ne ero sicuro.

      • “Non solo del libro manca un’edizione critica, ma è stato eternato, pietrificato dalla morte e dalla santificazione post mortem di Pasolini, ergo continua a essere ristampato e a tornare in libreria completamente fuori contesto e come una sorta di «libro sacro». Posizioni transitorie, che di certo l’autore avrebbe approfondito o superato, ”

        Che di certo? Cioè, ve lo ha detto lui? O lo auspicate perché non vi trovate d’accordo?
        Incredibile.

        • Credibilissimo, dato che lo scrive Pasolini stesso nella «Nota introduttiva» e più volte nel corso della raccolta.

          Pasolini presenta quei testi e quelle formulazioni come appunti, note, ipotesi di lavoro, ricerche di dialogo. Sono articoli di giornali, lettere aperte, interventi a convegni e proiezioni di film. Scritti estemporanei, dunque, pieni di dubbi e domande, messi insieme per l’urgenza di accennare, nell’attualità di allora, direzioni verso cui portare la riflessione sulla modernità, lo sviluppo, il neofascismo, la strategia della tensione ecc.

          Ecco il primo capoverso della «Nota introduttiva»:

          «La ricostruzione di questo libro è affidata al lettore. È lui che deve rimettere insieme i frammenti di un’opera dispersa e incompleta. È lui che deve ricongiungere passi lontani che però si integrano. È lui che deve organizzare i momenti contraddittori ricercandone la sostanziale unitarietà. È lui che deve eliminare le eventuali incoerenze (ossia ricerche o ipotesi abbandonate). È lui che deve sostituire le ripetizioni con le eventuali varianti […]»

          e più avanti scrive: «Inoltre, all’opera che il lettore deve ricostruire, mancano del tutto dei materiali, che sono peraltro fondamentali.»

          E si riferisce al lettore del 1975, che aveva ben chiaro il contesto, ricordava i fatti di cronaca evocati, riconosceva al volo i nomi di politici e imprenditori di allora. Oggi che tutto questo non si coglie più, sarebbe necessaria un’edizione critica (che significa: “edizione annotata” e curata con approccio filologico).

          Ma prima ancora, sarebbe necessario averli letti, gli Scritti corsari. O almeno sfogliati, prima di far perdere tempo agli interlocutori. A meno che il fine non sia proprio quello, e allora ci pensa Saint-Just.

          • Va sottolineato: Pasolini stesso dice che il libro contiene anche «ricerche o ipotesi abbandonate», che il lettore del 1975 saprà riconoscere e scartare. Pasolini si auspica una lettura *attiva* della raccolta, una lettura completa e vigile, proprio il contrario dello stralciare frasi a caso. Ed esorta a non prendere tutto per oro colato.

        • Giusto per spiegare meglio: non ho mai creduto che la frase attribuita a Pasolini “caro Alberto” fosse vera. Tuttavia trovo che a fronte di una interessante opera di debunking ci siano diverse forzature attribuibili al vostro punto di vista. Ad esempio il termine rabbia non sarebbe stato utilizzato così perché…
          Un consiglio, aggiungete “secondo noi”.

          • Il dato è che la frase è falsa. Non lo è «secondo noi»: è falsa e basta, tout court, oggettivamente, incontrovertibilmente. Pasolini non l’ha mai scritta. Non c’è rilievo su eventuali nostre “forzature” interpretative che possa spostare il focus della questione. Soprattutto a fronte della maxi-“forzatura” esercitata da chi ha creato il falso e da chi cerca di diffonderlo anche dopo la dimostrazione che è un falso.

  2. In una prevedibilmente sgangherata reazione a quanto raccontato qui sopra, sulla pagina FB Ufficio Sinistri svariati rossobruni stanno inveendo da ore contro Wu Ming sotto una foto… degli Switters. Da sinistra: Francesco Cusa (batteria), Vincenzo Vasi (basso) e Gianni Gebbia (sax).

    Come sempre, informati e precisi. Praticamente, ogni loro mossa produce un fake. Ormai i fake non li fabbricano: li secernono.

    A questo punto, cogliamo l’occasione per linkare un bel brano degli Switters, dal titolo adattissimo: Theory of Conspiracy.

    https://youtu.be/iqFCvnp1N0c

    • Oltre al fatto che continuano a taggare, andare a vedere e commentare una specie di fan page su di noi ferma al 2014, con la quale non abbiamo mai avuto alcun contatto. Dopo settimane in cui ci attaccano, non hanno ancora capito che noi Wu Ming non siamo su Facebook. Mai avuto un profilo, mai avuta una pagina. Se vogliono cercare quel che scriviamo, ci trovano principalmente qui e su Twitter.

      • Hanno cancellato quel post, con tutti i commenti che c’erano sotto, dopo che diversi gli avevano fatto notare che quelli non eravamo noi.
        Strateghi brillantissimi, non c’è che dire…

  3. Può sembrare OT ma..secondo me all’origine di tutto c’è il”trauma dei Balcani”

    Il macello yugoslavo è stato veramente l'”atto di morte”della sinistra internazionale(quindi della sinistra”in quanto tale”).

    Con il”mondo compagno”(tanto”istituzionale” quanto”di movimento”) che si spacca tra chi benedice le bombe all’uranio su Sarajevo e chi loda l’oggettiva”funzione antimperialista” di Radovan Karadzic.

    Potremmo dire” la parte di Adriano” e la”parte di Costanzo”(o “di Fulvio”)

    La”parte di Adriano” ha sfornato gli”utili idioti” degli anni zero (dalle denuncia dei massacri etnici al vagheggiamento del”poliziotto globale”,che si chiami Bush Jr o…Sergio Cofferati) fino-e questo va detto-all’esaltazione in funzione”antitirannica” dei banderisti ucraini(ma in fondo già lo avevano fatto con gli ustascia croati)

    La”parte di Costanzo” sta sfornando gli”utili idioti” degli anni dieci;dalla denuncia della”macchina mediatica” della guerra umanitaaria” al”complotto mondiale di Soros”(il “sillogismo inconscio” credo sia più o meno questo”Se “Adriano” faceva”vedere” i bambini bosniaci per giustificare le bombe allora chiunque salva un bambino fa il gioco dell’imperialismo QUINDI lasciarlo annegare è un atto di resistenza)

    Sono lo specchio gli uni degli altri ,sono “fratelli”(il fratello maggiore feroce e arrogante;il fratello minore risentito e sfigato) perchè figli della stessa sconfitta

    Quindi..siamo (ancora e per molto tempo) sotto le mura di Sarajevo

    • Peraltro;la cosa terribile è che,DIETRO e OLTRE la cialtronaggine e la malafede ci sono,dall’una e dall’altra”parte” narrazioni potentissime

      Il Compagno Disarmato che,a contatto con l’orrore,lancia una preghiera di aiuto al Dio degliEsercito perchè stermini i malvagi

      Il Compagno Intelligente e Pieno di Rabbia che smaschera il potere perfido che”fabbrica” i morti per fare altri morti

      Due”miti” potentissimi(peraltro entrambi molto”americani” molto holliwoodiani) che permettono a chi “viene da sinistra di giustificare qualunque orrore(dalle bombe al fosforo agli annegamenti nel Mediterraneo)

  4. Ieri il gruppo di ricerca Nicoletta Bourbaki, dopo aver collaborato alla stesura del post qui sopra, lo ha condiviso sulla sua pagina facebook. Sotto al post di Nicoletta, Luigi Ciancio ha lasciato questo commento:

    «Non ho mai collaborato con Giano bifronte e per oltre la linea non scrivo da tempo .Ho già passato tutto al mio avvocato.
    Vi cito per diffamazione.
    A presto.
    Ho un figlio e devo tutelarlo dalle liste (inesatte ) di proscrizione.
    In bocca al lupo.
    Vi querelo.»

    Ora, i commenti sulla pagina fb di Nicoletta non sono visibili, come specificato nell’apposita avvertenza: la pagina fb è solo un canale di diffusione; per chi vuole commentare, c’è Giap. I commenti restano visibili agli amici del commentatore, perché fb non consente di fare diversamente. Lo stesso Ciancio, ad ogni modo, ha condiviso il link al post di WM1 sulla sua bacheca, aggiungendo quest’altro commento:

    «A sto giro hanno defecato la lista di proscrizione sbagliata.
    A) per oltre la linea non scrivo da marzo 2017
    B )Mai collaborato con Giano Bifronte.
    Fammi (sic.) passare per “ideologo” è la classica accusa di chi non ha accuse.
    Passo tutto al mio legale.
    Ci godiamo un po’ di soldini di quei fancazzisti di #Wuming
    Avvisate papà.
    A furia di fare gogne cagano fuori dal vaso.»

    Già dal linguaggio si capisce che Ciancio era evidentemente furibondo, mentre scriveva i due commenti. Niente di male, capita a tutti. Il problema semmai è che ingaggiare schermaglie legali senza la necessaria freddezza non è una buona idea: se non hai il pieno controllo di quello che scrivi, potrebbe sfuggirti quella frase di troppo che manda tutto all’aria prima ancora di cominciare. Ciancio infatti non si è accorto che il linguaggio diffamatorio l’ha usato lui. Uscite come «quei fancazzisti dei Wuming» e «a furia di fare gogne cagano fuori dal vaso» sono di per sé diffamatorie, perché superano il limite della continenza verbale, che è uno dei tre requisiti considerati dalla giurisprudenza nel valutare se un’affermazione sia o meno diffamatoria: gli altri due sono la verità e l’interesse sociale del fatto narrato. Ancora più controproducente è questa frase: «ho un figlio e devo tutelarlo dalle liste (inesatte) di proscrizione.» Ciancio molto probabilmente non si è reso conto che così scrivendo, ha insinuato che WM1 avesse un proposito criminale: mettere in pericolo (o istigare altri a mettere in pericolo) l’incolumità del figlio di Ciancio. Attribuire all’avversario un proposito di delinquere palesemente inesistente è la strada più sicura che conduce la tua querela verso l’archiviazione.

    Ma soprattutto, la domanda da farsi è: Ciancio ha davvero qualche appiglio per querelare?

    Per capirlo, usiamo lo schema in tre punti a cui ho già accennato prima, e del quale ho parlato fino alla nausea qui su Giap, ogni volta che qualcuno ha maldestramente tentato di silenziare WM, Nicoletta Bourbaki e altr* con diffide e minacce di querele per diffamazione.

    1) Continenza verbale. Mettete a confronto il linguaggio usato da WM1 nel post in generale e nel paragrafo intitolato “due parole in più su questo network” in particolare con quello usato da Ciancio nei suoi commenti, e capirete chi dei due ha ecceduto i limiti della continenza verbale.

    2) Interesse sociale del fatto narrato. Anche qui, poco da dire. Il post, nella parte che ha fatto arrabbiare Ciancio, tratta dell’uso in chiave anti antifascista, da parte di un gruppo di pagine fb che si rimandano a vicenda, di una falsa citazione attribuita a Pasolini. Si parla dunque di fatti d’interesse sia politico che letterario, e dunque d’interesse pubblico.

    3) Per ultimo lascio il punto sulla verità del fatto narrato. Ciancio dice di aver smesso di scrivere per “oltre la linea” dal marzo 2017 e di non aver mai collaborato con “giano bifronte”: in realtà, almeno un suo post del maggio 2017 dimostra che, se non altro, Ciancio ricorda male il mese in cui avrebbe interrotto la sua collaborazione con “oltre la linea”. Quanto ai rapporti tra “oltre la linea” e “giano bifronte”, è la stessa “oltre la linea” a rendere esplicito il suo collegamento con “giano bifronte”. In un pdf reperibile sul sito di “oltre la linea” si legge «Oltre la Linea e Giano Bifronte saranno le due facce della nostra informazione: complementari e inscindibili.»
    E infatti, WM1 non ha mai scritto che Ciancio ha collaborato con “giano bifronte”: ha scritto invece che quelle due pagine sono collegate in un network che ne include anche altre. Dunque ha scritto il vero, e la sua argomentazione è ineccepibile anche da questo punto di vista.

    • Tra l’altro se, come loro stessi scrivono, Oltre la Linea è un progetto di Giano Bifronte e fondato dalla stessa gente («Oltre la Linea […] partirà dalle basi di Giano e Azione per rinnovarle e superarle»), se uno lavora con Oltre la linea lavora anche con Giano Bifronte. È lana caprina che non li porterà da nessuna parte.

      Tuttavia, è interessante la reazione corale al nostro post: un gruppo di siti e pagine FB che da anni si ri-condividono contenuti, si promuovono a vicenda, si scambiano like e commenti soddisfatti (soprattutto quando scrivono contro l’immigrazione, gridano alla “sostituzione di popoli” e quant’altro), ora tutti insieme dicono di non conoscersi, di non collaborare tra loro, si indignano e minacciano querele perché «io scrivo per il giornale A fondato da X e Y, non per il giornale B fondato sempre da X e Y e collegato al giornale A!» E tutto questo lo scrivono mentre, compulsivamente, continuano a ri-condividersi contenuti, scambiarsi like e commenti soddisfatti ecc.

      Ad ogni modo, a noi interessa restare ai fatti. In quell’ambiente hanno preso forma almeno due false citazioni divenute memi virali. Abbiamo ricostruito la loro genesi, e fatto capire l’impronta ideologica di quell’ambiente. Chi ha letto ora sa, e di fronte a costoro si assumerà le proprie responsabilità.

  5. «Nel suo intento davvero esistenziale per le sorti del paese e dell’umanità intera, il Ming 1 […] si lancia in pedanti dissertazioni sull’”utilizzo delle fonti”, arrivando a scomodare persino After Khalil Gibran

    A parte «esistenziale» usato per dire «essenziale», e a parte i tantissimi altri sfondoni nel resto dell’articolo, quelli de L’Antidiplomatico credono che «After» sia uno dei nomi di Kahlil (non Khalil) Gibran.

    A posto così.

  6. Grande lavoro. Grazie. Credo sia importantissimo, perché saranno pure banali cialtroni a creare i falsi (e temo che non lo siano) ma i falsi, nelle mani “giuste” giustificano ogni nefandezza, dai Protocolli dei Savi di Sion in poi. Riportare i fatti alla realtà è un’opera essenziale! Purtroppo c’è in giro molta voglia di credere alle patacche. Forse perché i sogni sono divenuti merce rara. Grazie ancora.

  7. Ciao, scrivo qui perché non so altrimenti come raggiungervi.
    Su fb c’è un’attiva pagina utente a nome “Luther Blissett” (link al profilo: https://www.facebook.com/profile.php?id=100007747215931) che ben poco ha a che vedere con le vostre posizioni/idee.
    Un profilo chiaramente fake, ma il cui nome abbinato alla “classica” immagine profilo mi ha lasciato perplesso: certo non si tratta di una casualità.
    Ho letto suoi commenti su un articolo del Gazzettino in merito a una maxi retata effettuata a Mestre dalla polizia contro spacciatori nigeriani, vi lascio immaginare quale fosse il tenore della discussione (qui il link al post dell’articolo https://www.facebook.com/gazzettino.it/posts/10156588235368069).
    Apprezzo molto la vostra iniziativa e tutto il lavoro portato avanti da Nicoletta B., per questo anche se forse è solo una sciocchezza, magari un singolo utente schizofrenico che oscilla fra Q e il vomito di Salvini, volevo informarvi che in rete non solo Pasolini o Machel vengono reinventati a piacimento.

  8. Innanzitutto complimenti per l’opera di sbufalatura.

    Un solo, piccolo, appunto sulla traduzione della poesia di Ferlinghetti.
    In inglese, soprattutto americano, “bigot” andrebbe tradotto come “intollerante” in senso generico, più che come “bigotto” che in italiano ha un senso religioso (in inglese la traduzione che più si avvicina a bigotto mi pare sia “churchy” o “sanctimonious”.
    In una poesia contro nazionalismo e intolleranza, ci sta che si mantenga “intollerante”, poi che gli intolleranti di casa nostra siano anche bigotti è un altro discoro (ma pure gli intolleranti statunitensi a religiosità non scherzano, anzi stanno messi pure peggio).

    Grazie ancora per il lavoro che fate.

    • Giusta osservazione. Ho tenuto “bigotti” perché sentivo quel verso collegato all’immagine dei “pastori” che mal conducono il gregge, ci sentivo un richiamo alla religiosità, o meglio, alla “mala fede”, ma probabilmente la tua resa è più corretta e colpisce più bersagli :-)

  9. […] La rete rossobrunista che su Facebook collabora nel rilancio di post di sapore fusariano è stata messa a nudo da Wu Ming in occasione della pubblicazione di citazioni chiaramente false del rivoluzionario africano Samora Machel e Pier Paolo Pasolini […]

  10. […] dei rossobruni. Si era già visto con il meme finto-pasoliniano «Vedi, caro Alberto…», nato e diffuso negli stessi ambienti per attaccare l’antifascismo. […]

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  12. […] di destrorsi e rossobruni, e non sorprenderà vedere che l’abbiamo già incontrata: è la stessa che ha fabbricato una falsa citazione di Pasolini contro l’«antifascismo rabbioso», divenuta virale nell’inverno scorso e citata […]

  13. Un importante approfondimento sul network di estrema destra – “rossobruno” non rende l’idea, perché ormai l’espressione è diventata eufemistica – di cui si parla nell’articolo qui sopra.

    Il caso di un circuito bifronte neobombacciano. – di Davide Sivero

  14. […] di estrema destra di Diego Fusaro, delle balle rossobrune su Thomas Sankara contro le migrazioni e Pier Paolo Pasolini anti-antifascista, per Matteo Salvini un passato da leoncavallino, un presente da ministro di estrema destra. In […]

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