Nella tempesta di merda. Franco Berardi “Bifo” su «Kill All Normies» di Angela Nagle e la cultura dei meme di destra

Kill All Normies


[Bifo ci ha inviato questa recensione/riflessione su un libro che abbiamo letto alcuni mesi fa, ma del quale non eravamo ancora riusciti a scrivere. È una buona occasione per parlarne, e volentieri pubblichiamo il pezzo. Bifo mette in fila spunti da discutere e sviluppare, su temi che da anni affrontiamo anche noi, seppure lungo diverse linee di ragionamento e spesso con diverse conclusioni. Buona lettura. WM]

di Franco Berardi “Bifo” *

Kill All Normies, il libro di Angela Nagle che molti stanno leggendo, non è una pietra miliare del pensiero filosofico, ma un utile resoconto di una vasta massa di messaggi che circolano online, riferibili in vario modo alla galassia dell’alt-right americana. Un continente emerso negli ultimi anni senza che ce ne rendessimo conto: un continente di caos mentale, di immiserimento sociale e diffusa sofferenza psichica che ha eroso ogni spazio di azione politica e di governo razionale, mentre i legami di solidarietà si disgregavano.

La minima base di consenso etico e linguistico necessaria per il consenso – e per il dissenso – politico è stata distrutta per effetto dell’aggressione info-nervosa alla mente sociale, e per effetto dell’umiliazione sociale. Al posto dell’egemonia che nasce dal consenso razionale è montata un’onda di nazionalismo e di razzismo che nasce dalla frustrata rivendicazione dei diritti sociali.

Quel che emerge dal continente del risentimento è un mix di vero nazionalismo e falso socialismo: un film che abbiamo già visto un secolo fa, ma dobbiamo prepararci a viverlo in versione postmodern.

Non mi pare che esista nel prossimo futuro una possibilità di resistere a questa onda, meno che mai di sovvertirla. Un lungo periodo di violenza, guerra e demenza ci aspetta.

La sola cosa che possiamo fare – oltre a non perdere mai il buon umore e l’ironia – è forgiare concetti per la comprensione del mondo che sta emergendo, per quanto orribile esso sia. Altro non potremo fare nel breve tempo di vita che rimane alla mia generazione, se non consegnare al futuro la possibilità di vita felice che rischia di essere seppellita dalla tempesta di merda.

La fine del cool

Intrappolati nella loro impotenza i popoli hanno perduto la calma. La cultura del cool sta perdendo terreno, ma al contempo prevale un’onda di s-ragione.

Il libro di Nagle pubblicato da Zero books pochi mesi fa concentra l’attenzione sull’attuale tormenta psicoculturale. È pieno di informazioni utili sul discorso online degli ultimi anni e abbozza una sorta di antropologia della cultura online che ha devastato la ragione politica. Pur essendo esclusivamente dedicato al contesto americano dobbiamo tener conto del fatto che le caratteristiche del discorso online tendono ad omologarsi su scala globale.

Nagle descrive la fenomenologia della mente post-alfabetica dal punto di vista dell’iper-espressività che deriva dalle forze convergenti del free-speech libertario e della tecnologia connettiva.

Un flusso di linguaggio e di neurostimolazione travolge le facoltà di elaborazione razionale e di esperienza emotiva.

La tempesta di merda – shitstorm, termine coniato dal filosofo Bjung Chul Han – è la forma generale della comunicazione nell’infosfera ipersaturata. Innumerevoli tempeste di merda, sommandosi, hanno trasformato l’Infosfera globale in uno tsunami di merda che ha disattivato l’universalismo della ragione, ridotto la sensibilità e distrutto i fondamenti del comportamento etico.

L’onda di risentimento aggressivo che ha travolto la democrazia deriva anzitutto dalle condizioni di impotenza politica e di impoverimento sociale, ma non si spiega pienamente se non come effetto della mutazione che investe il linguaggio, l’inconscio e l’autopercezione per l’illimitata intensificazione dell’infostimolazione e dell’infosimulazione.

Nagle descrive l’atmosfera psicoetica dell’epoca Trump con queste parole:

«uno spirito di profondo cinismo nichilista è venuto a galla nella cultura dell’Internet mainstream ed è divenuta dominante una forma assurda di umorismo malvagio.»

Il risentimento identitario ha sostituito la solidarietà sociale, così la cultura dell’appartenenza ha sostituito la ragione universale. L’eredità dell’umanesimo e dell’illuminismo sono azzerate insieme all’eredità del socialismo. Il socialismo, però, ritorna come rivendicazione di reddito in una cornice aggressivamente nazionalista: per quanto agghiacciante possa apparire, il nazional-socialismo è il discorso e il programma politico di Trump, Putin, Salvini, Orban, Erdogan e Modi.

Il nazional-socialismo promette di restaurare la sicurezza economica distrutta dal globalismo liberista, e di rafforzare la nazione respingendo i migranti e moltiplicando i fronti di competizione.

L’eredità del colonialismo, la fine del privilegio imperialista è un non detto che sta sullo sfondo, serbatoio di conflitti identitari che non sanno trovare una ricomposizione internazionalista.

Nagle collega l’ascesa di Trump all’emergenza della cultura online come spazio egemonico della formazione del sentimento pubblico e del discorso prevalente.

«Il trionfo dei trumpisti è anche la vittoria nella guerra contro i media mainstream, oggi disprezzati dalla maggioranza dei votanti e dalle subculture internet sia di destra sia di sinistra, entrambe strane e imbottite di ironia, che ugualmente prendono le distanze all’odiato mainstream… Forse ricorderemo l’anno 2016 come quello in cui è morto il dominio dei media ufficiali sulla politica formale. Mille memi con Trump/Pepe The Frog sono sbocciati e un grande Uomo Forte/troll di Twitter che esibiva la propria ostilità verso i media mainstream e l’establishment di entrambi i partiti è riuscito a prendere la Casa Bianca senza e contro di loro» (Nagle).

Secondo Nagle l’esplosione del movimento alt-right, la cui importanza è stata cruciale nella vittoria di Trump, è l’effetto di una polarizzazione identitaria che è anche risultato delle politiche identitarie della sinistra, della trasgressione come bandiera, del femminismo puritano, del vittimismo gay, della politica delle quote, e di larga parte del partito democratico clintoniano.

«Le politiche online sono un prodotto dello strano periodo di ultra-puritanesimo in cui viviamo.»

È interessante il fatto che Nagle colleghi l’ascesa delle politiche identitarie con l’ultrapuritanesimo. La rigidità puritana, l’incapacità di cogliere le sfumature e di decifrare l’ambiguità, è un tratto emergente della mente digitale. Nel suo romanzo Purity, Jonathan Franzen suggerisce che la differenza essenziale della generazione millennial stia nel rifiuto dell’ambiguità e nella binarizzazione della sensibilità. Il semplicismo moralista, l’aggressività contro l’impuro, l’irritazione contro l’incompatibile sono le manifestazioni politiche della binarizzazione puritana.

Dark Enlightenment

Kill All Normies è il primo tentativo di cartografare il vasto territorio online dell’alt-right, che ha dato forza di maggioranza al dark enlightenment. L’espressione «dark enlightenment» [Illuminismo oscuro] è stata coniata dal teorico di formazione marxista Nick Land, da tempo allineato su posizioni alt-right, e definisce un filone reazionario che è al tempo stesso suprematista, antifemminista e antiegualitario.

L’esplosione di cultura reazionaria online è stata anticipata da alcuni pensatori come Nick Land, Peter Thiele e il russo Alexander Dugin. Il loro retroterra comune è la considerazione che trenta anni di globalizzazione hanno destabilizzato il privilegio della razza bianca.

«Fondamentalmente il movimento neoreazionario e l’alt-right sono espressione dell’ansietà nata dal fatto che l’occidente è incapace di affrontare la globalizzazione mantenendo il privilegio di cui ha goduto negli ultimi duecento anni.» Yuk Hui, «On the Unhappy Consciousness of Neoreactionaries», e-flux, #81).

In assenza di ogni progetto di internazionalismo postcoloniale la dinamica del declino occidentale ha provocato un contraccolpo reazionario. Non un tentativo di assimilare e gestire un declino inarrestabile, ma il tentativo di fermarlo e rovesciarlo, così da riaffermare il privilegio della classe media occidentale. «Make America great again!» è lo slogan che meglio sintetizza questo spirito risentito.

Egemonia del rumore bianco

La sollevazione cinica di massa non è il risultato di una conversione ideologica ma l’effetto dell’alluvione digitale. Il flusso ha sommerso la mente critica e il panico identitario ha preso il sopravvento: così si spiega il trionfo di Trump. Il problema è che nessuna azione linguistica avviata all’interno di questa tempesta semiotica pu ò rovesciare il suo effetto: rumore bianco del significato.

Nagle paragona l’influenza culturale dell’alt-right con il concetto gramsciano di egemonia.

«Sembra che nelle guerre culturali online coloro che sono più attenti alle idee della sinistra, come la teoria gramsciana dell’egemonia e della contro-egemonia, coloro che le applicano più strategicamente, siano proprio quelli della destra.»

L’egemonia dell’alt-right di cui parla Nagle non si fonda in realtà sul consenso ideologico ma su una mise-en-abyme del senso, una centrifugazione del significato. Ne deriva una specie di tsunami di merda identitaria. La sinistra contribuisce a questo mulinello perché è la sola maniera di esistere, seppur senza alcuna efficacia.

Il discorso politico moderno era essenzialmente finalizzato alla persuasione e alla costruzione di consenso, mentre l’infoflusso contemporaneo genera pervasione, saturazione del tempo di attenzione e disattiva la facoltà critica, la capacità di distinguere tra vero e falso, tra bene e male.

La facoltà critica, capacità di formulare giudizi su quel che è buono o vero, non è un dato naturale, ma l’effetto di un’organizzazione della sfera della comunicazione sociale. Secondo Jack Goody – The Domestication Of The Savage Mind, 1977 – il pensiero logico può nascere solo quando sono disponibili testi scritti. Quando la tecnologia di Gutenberg si diffuse in Europa, all’inizio della modernità il pensiero logico divenne capacità di giudizio critico socialmente diffuso. L’accesso popolare al dibattito politico e la partecipazione alle decisioni collettive fu una conseguenza della disponibilità estesa di testi, e della creazione di una sfera pubblica discorsiva.

In seguito alla diffusione di Internet la proliferazione di fonti di informazioni crea una nuova infosfera e intensifica la circolazione di segni con l’effetto di un’accelerazione illimitata del tempo mentale. L’esposizione della mente cosciente ai contenuti portati dal mediascape diviene così rapida, così breve che l’elaborazione critica viene ad essere disattivata.

Marshall McLuhan ha anticipato questo processo, in Understanding media (1964). Secondo lui quando la sequenzialità della mente alfabetica è sostituita dalla simultaneità elettronica, il pensiero tende a passare dalla modalità dell’elaborazione critica alla modalità della mitologia.

Il ritorno dell’identificazione mitologica ha modellato la cultura politica dei decenni passati, in seguito alla visualizzazione del discorso pubblico (Mirzoeff, Visual Culture, 1997).

Poi l’Internet ha assorbito ogni flusso semiotico nell’oceano della navigazione online, ingoiando nel mulinello sia i segni visuali che quelli verbali, cancellando la possibilità stessa di discriminazione critica tra vero e falso, tra bene e male.

Memetica

Nella nuova semiosfera la persuasione è sostituita dalla pervasione e il ragionamento critico è sostituito dal contagio memetico.

Il meme è la condensazione mitologica di contenuto immaginario, intrecciato con credenze e presupposizioni e infine precipitato in segni enigmatici di appartenenza culturale.

La falce-e-martello, la croce o la svastica funzionano come meme, ma si tratta di meme rigidi. Pepe The Frog, la rana Pepe, è invece priva di significati fissi, non significa niente, però il suo riferimento è condiviso come la chiave che dà accesso a una comunità identitaria.

Il meme non funziona in maniera referenziale (vero o falso) ma in maniera metaforica: il contenuto della metafora non si definisce concettualmente, ma si traduce pragmaticamente in appartenenza.

Il meme funziona come a-significante, però appena cerchiamo di interrogarlo dal punto di vista del significato, si dissolve. La sfera pubblica accelerata non può che registrare effetti di stimolazione a-significante.

Secondo Kirk Packwood, un esperto di memetica che si riconosce nell’alt-right americana:

«Un meme è il linguaggio socioculturale che scrive i programmi che producono il modello mentale, ovvero la coscienza. Un meme è l’equivalente di un atomo mentale: la rappresentazione interna della conoscenza. Infine un meme è l’unità fondamentale della trasmissione socioculturale, che tende a replicare se stesso quanto più possibile.» («Memetic Magic: Manipulation of the Root Social Matrix and The Fabric of Reality», p. 27).

Il meme agisce come un virus che si replica per invadere l’organismo.

«La replicazione delle strutture memetiche è analoga alla riproduzione degli organismi biologici. Perché una struttura mimetica possa replicarsi deve legarsi a un’altra struttura memetica così da accoppiarsi e replicarsi all’interno dell’organismo.» (Packwood: 38)

Infine:

«È importante capire che le strutture memetiche giungono a dominare la Matrice sociale grazie al fatto che sono le più adatte a replicarsi con successo.» (Packwood, ibidem)

L’efficacia di un meme dipende dalla sua replicabilità e deve agire come un mneme: unità di memorizzazione.

In un articolo intitolato They Say We Can’t meme, Geert Lovink e Marc Tuters scrivono:

«I meme sono semplicemente sottoprodotti dell’ecosistema delle app: il medium, non il meme, è il messaggio. I meme sono fumo negli occhi in un’azione che punta a penetrare quanto più profondamente il sistema limbico umano. Possiamo vedere i meme come un sintomo della stato accelerato della nostra tecnologia […] I meme agiscono su quell’elusivo mezzo secondo che passa tra il pensiero l’azione.»

La domanda che ne discende è: che fare nella sfera memetica?

Geert Lovink

E questo implica una seconda domanda: può la cultura di sinistra agire memeticamente? («Can the Left meme?») Possono i concetti universalisti dell’Illuminismo o i concetti internazionalisti della sinistra novecentesca tradursi nelle modalità post-critiche (non critiche) della cultura online?

In un secondo articolo intitolato Rude awakening: memes as dialectical images, Lovink e Tuters cercano di decostruire la pratica memetica, e di costruire l’ipotesi di undétournement progressista di quella pratica.

L’immaginazione memetica è un effetto di condensazione ma è anche un effetto dell’accelerazione tecnica. Il messaggio è il medium, non il meme. Il meme funziona soltanto in ambienti tecnicamente accelerati, saturati, sintetici, e dunque il medium connettivo implica e condiziona il contenuto stesso (il funzionamento pragmatico) del messaggio.

Non più fondata su strategie discorsive di persuasione, la politica diviene una battaglia di suggestioni mitologiche condensate in stimolazioni nervose di tipo memetico. Non più capace di giudizio critico a causa della contrazione del tempo di elaborazione, la mente reagisce a stimolazioni nervose in maniera non logica, e sviluppa identificazioni mitologiche.

I meme sono attivi nella sfera subconscia, e sono più efficaci in organismi cognitivamente indeboliti, colpiti da disorientamento, esposti al caos mentale e disperatamente bisognosi di una via d’uscita dalla loro disperazione. Prendi ad esempio i lavoratori bianchi di quello che era un tempo l’occidente, i cui valori di solidarietà hanno collassato e la cui identità sociale si è dissolta.

Maschi beta

Nel caso dei maschi bianchi la sconfitta sociale evolve in risentimento e aggressiva ricerca di identità: il razzismo bianco tende a prevalere nella popolazione dell’emisfero nord, in Europa in America e in Russia, anche se i suoi caratteri sono diversi da quelli del razzismo dell’epoca imperialista.

I lavoratori bianchi, che un tempo godevano del privilegio sociale garantito dalla colonizzazione imperialista e del privilegio culturale della solidarietà sociale e del progresso sono stati socialmente umiliati, e la democrazia è stata ridotta a un rituale dall’imposizione automatica del governo finanziario (governance). E’ un razzismo dei perdenti, quello di oggi, non più il razzismo dei dominatori colonialisti.

L’umiliazione politica è accentuata dal declino demografico e dal conseguente declino dell’energia, con le sue implicazioni sessuali e psichiche.

Queste tendenze convergenti hanno alimentato un’onda di risentimento e di vendetta che nel mondo occidentale prende la forma di suprematismo bianco.

Kill All Normies è un’utile guida a questa tendenza culturale emergente.

«Il movimento Men Going Their Own Way (MGTOW) (Uomini che vanno per la propria strada) è un gruppo di separatisti bianchi i cui membri hanno scelto (ehm… ) di evitare relazioni romantiche con le donne per protestare contro una cultura distrutta dal femminismo e per concentrarsi sulla realizzazione individuale e l’indipendenza dalle donne … il discorso è generalmente arricchito da riferimenti alle troie che ingannano, lasciano, usano i tuoi soldi e così via. Gli piace discutere di donne che la danno via a venti anni poi a trenta quando il loro patrimonio sessuale comincia a diminuire investono tutto sulle relazioni serie. Il femminismo ha distrutto la civiltà occidentale eccetera, e li costringono ad allevare figli che non sono nostri, oppure si fanno mettere incinta per intrappolarli o li accusano di uno stupro mai accaduto.» (Nagle)

E ancora:

«Una frustrante contraddizione e ipocrisia […] sta nel fatto che si vogliono mantenere i benefici della tradizione senza dover accettarne le limitazioni e i doveri. Vogliono il meglio della rivoluzione sessuale (successo sessuale con donne pornografizzate, lubrificate e pronte a tutto) senza le insicurezze di una società in cui le donne hanno libertà di scelta sessuale […] I modelli sessuali che emergono come risultato del declino della monogamia vedono un aumento della scelta sessuale per una élite di uomini e un crescente celibato involontario per la popolazione che si trova alla base dell’ordine gerarchico [nell’originale «pecking order», ordine di beccata, N.d.T.].»

Il risentimento maschile agisce come fattore di identificazione: il giovane maschio isolato nella sua fragile capsula digitale e il maschio senescente depresso reagiscono alla loro frustrazione identificandosi nell’eroe bianco, la rana Pepe è una contrazione immaginaria di questa identificazione cinico-ironica.

«Non è nuovo il cortocircuito della compensazione psichica. Il feticcio nietzschano del maschio fisicamente forte, della gerarchia e dell’esercizio della volontà, che attraeva i lettori nazisti di Nietzsche, contrasta in modo patetico con la realtà del suo stato fisico: miopia, prostrazione nervosa, cronica malattia, disordini digestivi e naturalmente amaro rifiuto da parte delle donne […] Una delle preoccupazioni dominanti della manosphere [maschiosfera] è l’idea che esistano maschi beta e maschi alfa. Si discute a lungo se le donne preferiscano maschi alfa oppure se esse usano cinicamente o ignorano del tutto i maschi beta, cio è quei maschi di basso livelli nella gerarchia crudele con cui interpretano ogni aspetto dell’interazione umana.» (Nagle)

Trasgressione e scortesia nella sfera pubblica

Nagle insiste sull’effetto prodotto dalla rivoluzione sessuale degli anni Sessanta nell’economia psichica dell’occidente, e particolarmente su quella parte della popolazione maschile che si sente esclusa e marginalizzata dalla libertà di scelta delle donne.

Denis de Rougemont, nel libro Amore in Occidente dice che la fonte di sofferenza più importante tra gli esseri umani è l’amore, e il risentimento per l’assenza o il rifiuto di amore. Questo tipo di risentimento è stato accentuato dall’esplosione tardomoderna della pubblicità, dalla stimolazione visiva del desiderio sessuale e dall’esibizione pubblica del piacere femminile. Nella percezione dei maschi frustrati la condizione di isolamento, solitudine e miseria sessuale è un effetto del declino della monogamia e della libertà di scelta femminile. Questa percezione corrisponde solo parzialmente alla realtà dell’economia sessuale generale, ma è comunque una forte motivazione dell’aggressività antifemminista che dilaga nell’epoca presente.

La frustrazione maschile in un ambiente iperstimolato spiega qualcosa dell’ondata di violenza antifemminile contemporanea.

Secondo Angela Nagle le cose sono peggiorate dal culto della trasgressione, che sarebbe un tratto distintivo della cultura degli anni sessanta e in particolare del movimento femminista: «La trasgressione è stata abbracciata come una virtù da parte della cutura liberal occidentale, come dimostra ad esempio il testo di bell hooks Teaching To Transgress

Non credo che la trasgressione debba essere collegata alla cultura dei movimenti sociali. Piuttosto si tratta di un valore che appartiene al filone tardo moderno dell’avanguardia artistica. I movimenti sociali si sono distinti per la ricerca di autonomia, e la trasgressione non va identificata con l’autonomia, anzi i due concetti si contraddicono. La trasgressione implica la norma come condizione che deve essere trasgredita, mentre l’autonomia si fonda sull’idea che la società può svilupparsi al di fuori della norma, secondo norme che evolvono con la società.

Ciononostante uno stile trasgressivo è stato importante nella definizione della cultura femminista e radicale dal momento che la trasgressione può essere vista come un modo per rompere la regola del potere, e di dare espressione alle potenzialità culturali represse della società. Oggi è comunque chiaro che la destra alternativa radicale si è appropriata dello stile trasgressivo che è una sorta di parodia della provocazione trasgressiva dei libertari di sinistra del passato.

Originariamente negli anni Sessanta atti di provocazione trasgressiva erano intesi a colpire l’immaginazione comune e a rompere i tabù della cultura e della società conservatrice. Da allora tuttavia questo genere di atti è stata ridefinito e ri-significato nella sfera della pubblicità, e la cultura neoliberista ha esaltato la trasgressione delle regole sociali come condizione per il pieno sviluppo della competizione e della produttività.

Il culto della liberazione ha effettivamente prodotto la politica di de-regolazione, ma sarebbe semplicistico identificare il primo con la seconda.

Oggi comunque la reazione della destra gioca con lo stile trasgressivo in modo rovesciato: rompere i tabù della sinistra e della correttezza politica è diventato un requisito per la comunicazione efficace. Aggressività, scortesia, brutalità linguistica sono diventate un fenomeno corrente nel discorso pubblico.

Eppure non penso che l’ondata di scortesia che si presenta come un carattere distintivo del discorso pubblico contemporaneo si debba considerare essenzialmente come una conseguenza dello stile trasgressivo che discende dai movimenti di liberazione culturale e sessuale. Piuttosto penso che l’epidemia contemporanea di scortesia si debba collegare alle condizioni mutate di interazione sociale: l’effetto della mutazione digitale è l’isolamento dei corpi nel processo di comunicazione, la riduzione del linguaggio a uno strumento per la competizione. Il disapprendimento della cortesia è un effetto della condizione di isolamento crescente: mentre gli individui interagiscono sempre di più come agenti economici, al tempo stesso si trovano sempre di meno nel medesimo ambiente fisico ed erotico. Nella nuova condizione di solitudine risentita e di separazione dello scambio linguistico dalla presenza corporea, possiamo forse trovare le radici della scortesia aggressiva che è il carattere principale del discorso pubblico contemporaneo.

Ironia e cinismo

Qual è il registro retorico in cui si manifesta il meme?

«Anche se la maggioranza dei meme è assurdamente banale, una parte evoca esplicitamente il subliminale, in quanto si ricollega al ridicolo e all’ironico. Esemplare è il concetto di “kek” che significa caos magico e si immagina essere il risultato delle azioni coordinate di meme-makers che usano l’immagine della rana Pepe, un elemento largamente usato nella campagna del 2016 di Trump.» (Lovink-Tuters)

L’ironia era un tempo il dominio del linguaggio letterario oppure dell’understatement popolare: la dissimulazione, l’ambiguità intenzionale, la consapevole deterritorializzazione del legame del significante col significato.

Non è più così. Lo spirito ironico del dadaismo è filtrato nel media-scape, prima di tutto attraverso la pubblicità.

Il registro retorico dell’ironia si è poi mescolato con l’amarezza e si è trasformato in cinismo.

L’ironia è la coscienza della libertà ontologica del linguaggio, ma è anche tolleranza etica dell’imperfezione. Il cinismo condivide con l’ironia la coscienza che il linguaggio è ontologicamente libero (senza fondamento che non sia di condivisione), ma respinge l’imperfezione, rimuove la morte e il declino, e vuole vendetta contro il destino.

Quando lo spirito diviene incapace di tollerare l’imperfezione, di portare la coscienza della morte, quando lo spirito si infuria per l’umiliazione e il risentimento l’ironia si volge in sarcasmo, poi in aggressività.

Nello spazio vuoto della verità, che è la fonte della libertà del linguaggio, l’ironia si ritrova gioiosamente fin quando non pretende di stabilire un ordine, e fin quando è libera da ogni volontà di potere.

«It’s just a prank, bro.»


L’ironia è coscienza gioiosa dell’impotenza metafisica che è iscritta nel tempo.

La cultura online sembra fondata in una condizione di permanente aggressione e di autodifesa, nel registro dell’ironia cinica, che diverge totalmente dall’ironia etica che può fiorire soltanto in uno spazio di silenzio.

Non si tratta allora di ironia, ma piuttosto di sarcasmo, insulto e alla fine minaccia.
È in corso una mutazione del linguaggio quotidiano, e dovremmo essere consapevoli delle implicazioni politiche di questa mutazione.

Maggio 2018

* Franco Berardi ha fatto osservazione partecipata nei movimenti degli ultimi cinquant’anni. Nei prossimi giorni escono i suoi due ultimi libri: Futurabilità. L’età dell’impotenza e l’orizzonte di possibilità, edito da Nero, e Il secondo avvento. Astrazione Apocalisse Comunismo, edito da Derive approdi.

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65 commenti su “Nella tempesta di merda. Franco Berardi “Bifo” su «Kill All Normies» di Angela Nagle e la cultura dei meme di destra

  1. Mah… È facile essere d’accordo sulle mancanze della stampa mainstream, sui limiti del partito democratico e delle figure che ha appoggiato (e che continua ad appoggiare attraverso il DCCC = Democratic Congressional Campaign Committee, apparentemente impermeabile alla lezione appena ricevuta), ma mi pare che nella lettura di Bifo ci siano alcune lacune. Lasciando da parte i pur importanti dettagli (electoral college, aiuti esterni, etc…), mi sembra sia utile chiedersi perché un candidato come Trump vinca le primarie repubblicane e infine venga eletto dopo 8 anni di presidenza Obama. Qui si rappresenta, tra le altre cose, la reazione di chi ha sentito la presidenza Obama (non le sue politiche) come un’usurpazione. Per certi versi l’abbiamo appena visto in Italia, dove a vincere sono forze che hanno portato avanti, mutatis mutandis, politiche simili a Trump (e il ruolo di Steve Bannon, un personaggio ascoltato anche in certe sale del Vaticano, dovrebbe far pensare). Non ho seguito da vicinissimo la campagna italiana, ma mi chiedo quale ruolo possono aver giocato qua i meme?

  2. l’aspetto che più degli strali mi lascia sgomento é quello della tendenziale “irreversibilità” del processo, quello che Berardi chiama il “rumore bianco del significato”.
    ciò che mi e vi chiedo é: se nessuna azione linguistica può invertire questo flusso di merda -posto che, utilizzando lo stesso mezzo di quest’ultimo, perderebbe la competizione per l’egemonia- che fare, ovvero, chi o che aspettare?

  3. Sono d’accordo con Bifo quando, in buona sostanza, dice che Angela Nagle esagera e/o è troppo meccanica nel far risalire le strategie testuali e la tonalità emotiva ironico-cinica dell’alt-right alle «identity politics» degli ultimi trent’anni (femminismo, LGBTQ ecc.), e più in generale, su un altro piano, a quello che potremmo chiamare «postmodernismo d’opposizione».

    Intendiamoci, c’è un innegabile fondo di verità: le destre hanno sempre parassitato e capovolto enunciati, stili e simboli dei movimenti radicali, e sovente lo hanno fatto grazie a «traghettatori» che hanno cambiato campo portando con sé fraseologie, modalità di comunicazione, pezzi di immaginario. Ne abbiamo scritto sovente. In questo, anche l’alt-right è in senso lato “rossobruna”. Ad esempio, alcuni guru “accelerazionisti” sono passati armi, bagagli e concetti nel campo reazionario, proponendo détournements delle loro retoriche precedenti.

    Sono cose che abbiamo fatto notare più volte, ma mi sembra che Nagle, nel descrivere come si è formata la nuova cultura di destra, dia un peso eccessivo a questo détournement, attribuendo buona parte delle responsabilità dell’esistenza dell’alt-right… alle scelte compiute dai movimenti radicali.

    Movimenti che, per carità, sicuramente hanno spesso peccato di accademismo, di tendenza alla “tetrapilectomia” (spaccare il capello in quattro), e altrettanto spesso si sono espressi in un gergo “differenzialista” impenetrabile e irritante. Soprattutto, li si può accusare (ma solo alcuni) di avere lasciato sguarniti importanti territori. In politica e nella cultura il vuoto non può esistere a lungo, qualcuno e qualcosa lo riempiranno.

    Ma non bisogna dimenticare che, soprattutto negli USA, quei territori sono rimasti sguarniti in seguito a ondate di repressione pesantissima che hanno indebolito i movimenti, determinandone un ripiegamento.
    Il comune e reiterato rimprovero ai movimenti – o alla “sinistra” – di occuparsi troppo di identità/differenze/diritti civili e poco di lotte sociali, di lotte nel mondo del lavoro, è ingeneroso.
    Intanto, dipende: di quali movimenti stiamo parlando?
    E poi, ogni volta che delle lotte hanno dato fastidio sul piano sociale lo stato ha risposto con una violenza che ha decimato i ranghi degli attivisti.

    Del resto, non è affatto vero che il femminismo non si sia occupato di mondo del lavoro, al contrario. E nella fase “alta” di una lotta non c’è differenza tra gli ambiti di cui sopra. Lo dimostrano, ancora una volta, il femminismo e la storia dei movimenti afroamericani.

    La cultura di destra è alla foce di un fiume con tanti emissari, che scendono lungo i secoli, e il loro scorrere nel mare della cultura contemporanea dipende in minima parte, forse solo nell’ultimissimo tratto, dalle occasioni che possono aver loro offerto i movimenti radicali degli ultimi decenni.

    Non bisogna confondere l’ideologia con le retoriche: la destra può prendere in prestito certe retoriche, ma ha una sua ideologia “autoctona”.
    Men che meno bisogna confondere la base materiale con le retoriche.
    Soprattutto, non si può tralasciare la *storia*, la storia dei fascismi e delle culture reazionarie. Nagle è un’antropologa sagace, ma nel quadro che dipinge manca la storia, a parte quella recentissima.

    Anche noi abbiamo più volte criticato il dominio dell’ironia fredda, cinica, postmoderna, che impregna la comunicazione nella società capitalistica odierna, sabota l’empatia, produce aggressività. Ma penso che Bifo abbia ragione quando dice che l’«ondata di scortesia» non ha, non può avere come matrice «lo stile trasgressivo» portato in dote dai movimenti radicali.
    In primis perché, appunto, per quei movimenti era questione di *autonomia*, non di trasgressione.
    In secundis, perché questa scortesia ha una base materiale nel modo in cui viviamo, lavoriamo, interagiamo. Modo che dipende da come si è imposto il rapporto di capitale.

    Dare ai movimenti più colpe di quelle che si è disposti a dare al capitale può avere come conseguenza la paralisi, l’inazione, la depressione.

    • Appunto, le persone, i rapporti reali, l’abbandono alle dinamiche identitarie (e razziste) degli stati non costieri degli Stati Uniti hanno pesato, eccome… Ora, io non so quanto i meme abbiano raggiunto le persone e le abbiano spinte in una certa direzione, ma negli Stati Uniti ci sono, a mio avviso, fattori più materiali in gioco. Milioni di dollari sono stati spesi per creare organi come InfoWars, Breitbart News, e milioni si continuano a spendere nelle tv che appoggiano pratiche che conducono direttamente o indirettamente alle dinamiche ormai popolari anche in Italia. Qualche tempo fa, un comico brillantissimo (ormai i comedians rappresentano i migliori smascheratori delle dinamiche in atto) di nome John Oliver ha presentato un’indagine sul Sinclair Broadcasting Group, che possiede miriadi di televisioni locali e che costringe spesso i suoi giornalisti a passare veline in favore di una politica conservatrice senza apparire scopertamente di parte. Quando un messaggio specifico può raggiungere tanto capillarmente un larghissimo pubblico, ignaro che dietro il loro preferito canale locale ci sia un gigante della produzione, l’efficacia secondo me supera di gran lunga quella del più brillante meme. Vedere per credere: https://www.youtube.com/watch?v=GvtNyOzGogc

      • Beh, le due cose vanno insieme, alcuni degli organi di (dis)informazione che hai nominato sono stati molto attivi, aizzandole, nelle Meme Wars del 2015-2016. I meme sono le azioni della guerriglia diffusa, gli organi più strutturati sono le truppe regolari.

        • Posso dire invece che personalmente trovo i lavori sulla “memetica” della stessa utilitá che le riflessioni sulla sconfitta della sinistra?

          I meme non contano, internet stessa non conta; quello che conta davvero é il massiccio apparato di propaganda e interessi mediatici che sta dietro questi sedicenti “antisistema”: Trump, Brexit, Orban, Salvini, diamine persino Rajoy hanno tutti alle spalle macchine del consenso che spingono miliardi di euro nella loro direzione… E qui ancora a dare rispettabilitá alle scorregge cerebrali di 4 sfigati che hanno talmente fallito nella vita da avere persino tempo da perdere su 4Chan.

          Il bersaglio vero é un altro e perdere tempo e fatica appresso ai meme serve solo a fare il gioco di chi nel frattempo si é comprato tutti i canali di comunicazione.

          • E secondo te quei «massicci apparati di propaganda» sono esclusivamente off-line, come nel secolo scorso?

            Quando usi il termine «mediatici» intendi solo rotative, trasmissioni via etere, volantinaggi e omelie dei preti la domenica?

            «Internet non conta»? In che senso? Pensi che «Internet» sia ancora una sfera separata della comunicazione, come un quarto di secolo fa?

            Breitbart – un sito di informazione finanziato a pioggia da riccastri di destra che ogni giorno aggrega e diffonde meme come non ci fosse un domani – non è «Internet»?

            La fabbrica di troll russa non è «Internet»?

            I giornali e la TV non sono da tempo essi stessi «Internet»? O leggi i primi solo su carta e guardi la seconda solo ed esclusivamente dal televisore?

            YouTube è il “canale televisivo” più visto del pianeta, spararci dentro un video virale è solo una «scorreggia cerebrale» di «4 sfigati» o è propaganda che raggiunge milioni e milioni di persone?

            Facebook ha più di due miliardi di utenti attivi, ti sembra che una potenza del genere «non conti»?

            Quando parli di chi si è «comprato tutti i canali di comunicazione», sappi che stai parlando anche di Internet, non c’è più alcuna linea di frontiera tra online e offline, nessun doganiere, è tutto lo stesso paese, lo stesso, composito paesaggio mediatico.

            • Ribadisco: dico che i meme e chiunque li rappresenti non contano niente: sono figurine sostituibili da sventolare al vento cosí che la discussione segua il lezzo. Anche i “golden boys” dell’ alt-right americana: Yanapoulis, Spencer, che fine hanno fatto una volta che Koch e Mercier hanno chiuso i rubinetti? Persino i meriti di Infowars e Breitbart sono sovradimensionati perché gli si dá un valore che hanno solo nei loro sogni bagnati… Ma che si é trasformato in una profezia autoavverante una volta che tutti (media tradizionali, reti sociali e persino avversari) gli hanno dato il “merito”: colpevolmente ignorando il bombardamento quotidiano non solo di Fox ma anche di altri media un filo meno allineati che peró sono ugualmente saliti nella clickbait della “classe media preoccupata”.

              Quando si parla del peso dei meme nella politica statunitense é utile ricordare questo: https://www.youtube.com/watch?v=cwg20F6Ve9I

              La situazione social nel 2018 é ormai degenerata a questi livelli: https://www.wsj.com/articles/behind-the-messy-expensive-split-between-facebook-and-whatsapps-founders-1528208641
              Se un miliardario supporter di Trump si preoccupa dei diritti e della privacy degli utenti non posso neanche immaginare cosa ci sia dall’altra parte.

              Ma parlarne non serve a niente: meno chiacchere, piú unsuscribe che la tanto vituperata UE per una volta ne ha fatta una buona con il GDPR.

              • Ribadisci, ma non rispondi nel merito e confondi i piani: un conto è dire che questo o quel “golden boy” dell’alt-right non conta più niente (adesso, ma un ruolo lo hanno avuto eccome), altro paio di maniche è dire che «Internet non conta», che è una madornale fesseria.

                Anche perché ti impigli subito con le braghe in una bella contraddizione: se «Internet non conta», cos’avrà mai di rivoluzionario fare unsubscribe da questo o quel servizio?

                Ad ogni modo, di qualunque cosa si parli arriva sempre quello che «il problema è un altro», «meno chiacchiere» ecc. Grazie del consiglio ma qui “chiacchieriamo” di quel che ci pare, se a te non va sei libero di non unirti a noi. Unsubscribe.

                • Visto che “Profezia autoavverante” non era una risposta abbastanza chiara, partiamo dal principio:

                  Internet (errore mio, avrei dovuto scrivere “reti sociali”, sono caduto in un errore da principiante) non conta perché il panorama attuale é questo: https://medium.com/@jamesbridle/something-is-wrong-on-the-internet-c39c471271d2: la stragrande maggioranza dei contenuti generici (e la quasi totalitá dei contenuti caricati sui social network) é autogenerata. L’internet attuale non é altro che un campo di battaglia tra bot di generazione contenuto e bot di ricerca: migliaia di scimmie sintetiche che battono tasti incessantemente su migliaia di macchine da scrivere sperando di scrivere Shakespeare (mentre altre scimmie sperano di indovinare cosa sia questo Scespír). Allo stato attuale persino Facebook e Google non hanno l’importanza o la precisione che dicono di avere: l’articolo che ho linkato nel mio intervento precedente spiegava, tra le altre cose, che neanche questi giganti sanno bene come sfruttare commercialmente la propria base utenti: i 22 miliardi di dollari pagati per comprare WhatsApp sono stati sborsati per un semplice motivo: anche chi gestisce le reti sociali sa che ha piú valore un numero di telefono verificato che tutti gli altri contatti online. Si, il vecchio numero di telefono é uno dei beni piú valorati da Silicon Valley perché contiene il sacro Graal di tutta la pubblicitá: informazioni verificate. Per quanta spinta ci sia verso il “personal branding” la vita “online” e quella “offline” sono differenti, ma non lo dico io: lo dimostrano pagando caro loro.

                  Se questa influenza non l’hanno i grandi figuriamoci se possano averla canali come Breitbart (o Westmonster o Forocoches o lamoscatzetze o Imolaoggi o gli “hacker russi”), questi sono solo generatori automatici di contenuto di parte: scimmie che pestano gli stessi tre tasti in continuazione sperando che la propria paginetta inintellegibile venga accolta come una rivelazione sullo stato dei “cittadini esasperati” o sulle “preoccupazioni della classe media”. Questa merda ha solo l’importanza che gli dá chi parla di loro: in realtá muove udienze ridicole e non ha nessuna base al di fuori dei “4 sfigati” online (No, la NRA non é 4Chan). La loro unica importanza é data dai media tradizionali: si, quella roba fuori moda come giornali, tv, radio e persino l’omelia del prete e il discorso del politico, che li legittimano, concedendogli uno spazio, una credibilitá e ponendoli al centro del dibatito.

                  Certo che la comunicazione é separata, da una cosa chiamata credibilitá: TV, stampa, radio e preti ancora ne hanno un poco, internet no. A ulteriore riprova basta vedere che tutti questi fenomeni politici “creati da Internet” in realtá salgono alla ribalta grazie ad una occupazione praticamente militare dei media tradizionali: Salvini in TV piú della partita, Trump considerato come “presidenziale” dalle testate di tutto il mondo, la stampa spazzatura britannica tutta ad incensare le lodi di UKIP e Brexit.
                  Come controprova basta vedere che la stampa tradizionale (si quella roba fallita e ininfluente) é la prima cosa che viene attaccata da questi “antisistema” una volta al potere: da dove é nato lo stesso termine “fake news”? Ma di questo non si parla perché ovviamente scrivere “algoritmo” genera piú traffico di scrivere “conflitto di interessi” e questo anche per la precisa volontá di chi preferisce che la discussione rimanga attorno all’unghia del dito piuttosto che sulla distanza dalla luna. Tanto, come ha detto ieri Conte “ciascuno ha il suo conflitto di interesse o pensa di avere il proprio conflitto”: http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2018/06/06/governo-fiducia-camera-conte_2c51cf80-d0c3-46d0-9fc0-e4ea60ef732d.html.

                  I meme non sono importanti: sono spazzatura autogenerata e tirata contro la parete, non esiste una formula della “viralitá” (nonostante i miliardi spesi ogni anno da Coca Cola e Nike in advertising “liquido” e “story-driven”) ma anche solo parlandone li si rende importanti… E’ esattamente questo quello che significa la stessa parola “meme”! L’ultima trovata dell’ Atl-Right? aNon (basicamente Trump contro i rettiliani di Soros) ma cosa é che veramente rende virali queste idiozie? Mistiche formule cabalistiche di oscuri illuminati o il fatto che vengano discusse (anche dagli avversari) come se fossero cose serie?
                  Tutto ció ricorda le vecchie interviste di Arbore e Boncompagni sul “Tormentone”: per il primo serviva una base musicale oriecchiabile e un gioco di parole intelligente; per il secondo solo che il tormentone venisse ripetuto il massimo numero di volte possibile… Si é visto chi aveva ragione.

                  L’unsuscribe é oggi una forma di lotta: vogliamo per favore evitare di cadere in questa trappola cosí evidente? Parlando il linguaggio del nemico coi temi del nemico e nella maniera che dice il nemico come possiamo pensare di affrontarlo?

                  • Mi sa proprio che parliamo di due cose diverse, su due piani completamente diversi.

                    A noi interessano le narrazioni tossiche in circolazione, ci chiediamo perché siano così pervasive, cerchiamo di capirne le basi materiali. Se vuoi, stiamo facendo critica dell’ideologia. Ci occupiamo di meme per quello, perché sono ideologia al massimo grado di sintesi, sono capsule di cultura di destra, mito tecnicizzato e “zippato”. E ci interessa l’alt-right non perché sia di per sé chissà quale “potenza” belligerante, ma perché in quel calderone certi discorsi reazionari hanno trovato nuove strategie retoriche per rendersi non tanto accettabili (non è precisamente quello il punto), quanto “invulnerabili”. Là dentro si sono fatte e si fanno sperimentazioni che poi hanno esiti nella comunicazione più mainstream. Uso questa metafora: ogni esercito ha i suoi reparti tecnici, laboratori, progetti sperimentali; l’esercito della destra che combatte le attuali guerre culturali non fa eccezione. L’alt-right è (stato?) uno di quei laboratori. Uno di quei laboratori dove il cazzeggio è messo (o si mette da solo) a valore in quanto cazzeggio. Là dentro, stronzata dopo stronzata, si è messo a punto un discorso razzista saturo di ironia e – come l’ha chiamata qualcuno – “post-ironia” che non è smontabile con argomentazioni, né può essere messo in crisi con contromosse sullo stesso piano, può essere solo rifiutato.

                    [E infatti, aggiungo, a mettere in crisi l’autoproclamata leadership dell’alt-right non è stata una “contro-ironia”, non sono stati i contro-memi: sono state le pacche. Le pure e semplici pacche, l’antifascismo militante, l’interposizione fisica. Gonfiare la faccia a Spencer, impedire a lui e agli altri guru di parlare ecc.]

                    Anche in Italia ha preso forma un discorso reazionario “post-ironico”, attingendo a fonti nostrane. Non è nichilista come quello dell’alt-right, è più italianamente paraculo. Un suo esponente è, ad esempio, Cruciani. Ecco, «La Zanzara» suona ogni giorno quella nota “post-ironica”. E i titoli di Libero, e per altri versi Dagospia…
                    Ebbene, questa roba *funziona*, sparge veleno in modo perfetto e inesorabile. La “post-ironia” è un’arma letale. I motivi per cui funziona sono quelli che indaghiamo.

                    Tu invece credi che noi stiamo parlando più banalmente di tattiche, di “trovate”. Pensi che stiamo dicendo che la destra vince grazie a tali “trovate”, e nello specifico che la destra USA vince grazie ai meme dell’alt-right. Invece noi stiamo dicendo che dentro il calderone dell’alt-right ha preso forma in anticipo sui tempi una retorica che poi è passata a una destra più mainstream. Anche da noi succede qualcosa di simile: nei gruppi FB del cazzeggio reazionario si suonano le note che poi finiranno nelle partiture, appunto, di Cruciani e altri, e faranno il senso comune, giorno dopo giorno.

                    Non c’è nessuna separazione, non c’è più da tempo, i media ex-“tradizionali” non sono “altrove” rispetto a Internet, ci stanno dentro. I giornali sono su Internet, radio e TV sono su Internet. Cruciani trasmette via etere ma lo si ascolta in streaming e in podcast, si commentano le sue sparate sui social, dai social ri-attinge materiale.

                    • P.S. Non ho capito, chi starebbe usando il «linguaggio del nemico»?

                    • P.S. Non ho usato l’aggettivo «invulnerabile» a caso, mi sono ricollegato a Bifo che cita Dada. Nel 1915 Hugo Ball, fondatore del Cabaret Voltaire e del dadaismo, scrisse: «È imperativo scrivere frasi invulnerabili». Invulnerabili nel senso di «non smontabili» e «non smentibili». Frasi *indiscutibili*.

                      Oggi la dittatura “tonale” della “post-ironia” – un’ironia che non è più una figura retorica tra le altre che possiamo scegliere, bensì il “basso continuo” di quasi tutta la comunicazione, soprattutto in rete, e perciò diventa cinismo generalizzato – produce messaggi “invulnerabili”, perché vengono proposti come “scherzi”, dunque disarmano preventivamente una critica che li prenda sul serio, ma al tempo stesso hanno contenuti odiosi, che ogni volta abbassano l’asticella dell’accettabile.

                      Dal «Non sono razzista ma» si è passati al «Sono razzista, mbeh?» (segue sfilza di emoji ghignanti e/o gif animata “spiritosa”).

                      Nella comunicazione dell’alt-right abbiamo visto la versione della “post-ironia” più concentrata, indurita e acuminata.

                • Rispondo qui perché non ho l’opzione “reply” nei post successivi (limite di visualizzazione?)

                  “A noi interessano le narrazioni tossiche in circolazione, ci chiediamo perché siano così pervasive, cerchiamo di capirne le basi materiali. Se vuoi, stiamo facendo critica dell’ideologia. Ci occupiamo di meme per quello, perché sono ideologia al massimo grado di sintesi, sono capsule di cultura di destra, mito tecnicizzato e “zippato”.

                  Non é lo scopo quello che critico (sul quale invece sono pienamente d’accordo) é il metodo di analisi quello sul quale nutro grossi dubbi. Sintetizzando al massimo il mio punto di vista credo semplicemente che nulla di buono possa venire fuori dall’analisi dei meme perché sono essenzialmente contenuti senza alcuna logica. Non si tratta di cazzeggio elevato a post-ironia: si tratta di contenuto generato in maniera totalmente random, o perché creato letteramente da macchine o perché creato da un ambiente cosí saturo, rapido e acritico da essere de-facto casuale. I meme dell’alt-right non fanno eccezione: non si tratta di raffinate armi di guerra sociale ma dello stesso generatore automatico incastrato su pochi temi, spesso persino confusi e contrastanti tra loro.

                  Analizzare i meme é come cercare di fare l’analisi di “lorem ipsum”: perdere tempo, sforzo e attenzione per qualcosa che non ha nessuna logica dietro. Nel farlo peró si cade nella trappola: si crede che i meme abbiano significato, gli si da valore, li si diffonde e, facendolo si finisce per dargli DAVVERO significato.

                  I meme sono creazioni ditali e come tali ammettono solo una risposta binaria: diffonderli/non diffonderli; qualsiasi altra opzione é di fatto “diffonderli”. Per questo dico “usare il linguaggio del nemico”: un testo critico che parli di meme valida i meme in oggetto; per di piú se arriva ad includerli (anche se solo per motivi illustrativi o scientifici).

                  Credo che l’attenzione vada spostata dai meme (e chi li crea) a chi li sfrutta: cambiare il soggetto, porre sotto la luce chi li diffonde e ci guadagna (seguire i soldi, sempre). E in questo aspetto mi dispiace ma continuo a pensare che Libero, Dagospia o Cruciani abbiano una diversa influenza rispetto a 4chan, twitter o Reddit: gli sproloqui nazisti su internet non sono una novitá; la differenza é che adesso il mainstream gli sta dando quello che piú vogliono: visibilitá e credibilitá.

                  • Non sono minimamente d’accordo, e ti rispondo con un case study. Qui ho preso in esame un meme, quello su «Pasolini contro l’antifascismo», non certo generato random né privo di senso, ma confezionato e fatto circolare in un preciso milieu e con un intento preciso, la cui diffusione virale ha contribuito a inquinare la discussione su fascismo e antifascismo nei mesi della campagna elettorale, fino all’apice di vedere Salvini che lo cita non solo sui suoi profili social ma addirittura nel comizio di Piazza del Duomo con cui ha chiuso la sua campagna elettorale. Nel mio pezzo spiego quali equivoci alimenta quel meme, e partire proprio dal meme mi è stato utilissimo per ripercorrere a ritroso una catena di equivoci “pasoliniani” lunga quarant’anni, e chiarire alcuni punti secondo me *dirimenti* su fascismo, antifascismo, capitalismo, sull’uso sbagliato di certi termini, sull’attualità delle ideologie fasciste.

              • Mah, non so da dove tu prenda l’idea che l’influenza di canali come InfoWars sia nulla. L’anno scorso un tipo si è presentato armato fuori da una pizzeria nel New Jersey per verificare se realmente Hillary Clinton gestiva un giro di pedofili… Per poco non ci scappò il morto. Certo, una goccia nel mare, ma una goccia inquietante… E i Koch e i Mercer non hanno ancora chiuso i rubinetti, anzi…

    • Precisazione doverosa e inappuntabile che esprime in sintesi un concetto su cui non si insisterà mai abbastanza: retorica e ideologia sono due cose diverse, due aspetti che vanno tenuti ben distinti nel ragionamento.

      A proposito della dinamica identitaria che sta trasformando il “maschio bianco” (concetto già di per sé irritante, perché azzera tonnellate di sfumature e differenziazioni) in un frustrato incattivito e potenzialmente pericoloso (vedi tutta la faccenda degli InCel), vale la pena spendere qualche parola in più secondo me. Anche perché c’entra, e parecchio, con le accuse fuori bersaglio ai movimenti di sinistra.

      Che il contesto affettivo, sentimentale e sessuale sia diventato un terreno sostanzialmente impraticabile è verissimo. Dare la colpa alla liberazione sessuale e al femminismo è la grande cazzata. Il punto è che le relazioni umane non solo si sono appiattite su nuove modalità di comunicazione che escludono l’empatia e il discorso razionale, come sottolinea Bifo; hanno anche subito un processo di *mercificazione* senza precedenti, che per realizzarsi compiutamente in quella sfera, a seconda delle circostanze e delle convenienze, da un lato ha cannibalizzato le istanze di liberazione distorcendone completamente il senso in nome di un edonismo simulato e totalmente fittizio, perché basato sulla competizione immaginaria; dall’altro ha tenuto in vita o riportato in auge tutti residui tossici del patriarcalismo (sia nella sua versione più “arcaica”, sia in quella “famiglia nucleare anni ’60”).

      Nell’ideologia InCel non c’è alcun rifiuto di questo stato di cose. Sono ossessionati da schemi, misure, classificazioni: una falsa oggettività che non fa altro che confermare il frame competitivo e mercificante (due aspetti strettamente collegati). Restano solo la frustrazione e il risentimento per il fatto di non poter partecipare a quel gioco in un ruolo “garantito”. Di qui l’invocazione di una forma di “protezionismo affettivo-sessuale”, tutelato dalle istituzioni tradizionali del patriarcato: l’equivalente su quel piano delle istanze sovraniste in economia, né più né meno.

      Il punto alla radice però rimane sempre quello: il potere onnipervasivo della logica mercificante del capitalismo, che si intrufola nell’intimità, nel sentimento, nel desiderio iper-stimolandoli, ingannandoli e, infine, prosciugandoli del tutto.

      • «l’invocazione di una forma di “protezionismo affettivo-sessuale”, tutelato dalle istituzioni tradizionali del patriarcato: l’equivalente su quel piano delle istanze sovraniste in economia, né più né meno.»

        Centratissimo. Infatti spesso i due insiemi di istanze coesistono nella medesima persona.

      • Qui penso ritorni il problema Pasolini, seguito dal problema Bifo. Houellebecq con questo problema ci ha fatto grande letteratura (lascio il link a questo articolo che espande la questione), Pasolini invece prese una grossa cantonata. Cos’è la mercificazione di cui si parla? Si può discutere sulla presunta mutazione antropologica, ma non credo si possa discutere sul piano delle relazioni, che non sono cambiate sotto nessun punto di vista. Quello che è cambiato è l’assetto sociale, per cui il matrimonio non è più un vincolo forte, tanto dal punto di vista culturale tanto da quello legislativo; e la condizione della donna, che è indipendente economicamente, quindi non più “costretta” a stare a casa e nel matrimonio. Come da questo si arrivi a parlare di amore ai tempi del capitalismo non lo capisco. Coloro che dànno la colpa al femminismo hanno ragione, per il loro punto di vista, altrimenti non si capisce su quali piani il femminismo abbia ottenuto dei risultati. Se intendeva tolgliere potere a qualcuno è ben logico che questo qualcuno si lamenti nel momento in cui avviene questo cambiamento. Così come con la globalizzazione altre economie sono emerse e hanno tolto spazi di mercato alle nostre, causando danni a qualcuno. Ora, mentre sul piano economico può avere senso mettere in discussione il sistema di base capitalistico (per chi lo vuole fare), sul piano affettivo e sentimentale non vedo cosa c’entri il capitalismo. Ci sono difficoltà materiali, chi non ha lavoro non può farsi una famiglia e comprarsi una casa. Un uomo che perde il lavoro cade in depressione e viene lasciato. Ma questi sono problemi che c’erano anche prima. Non è che una volta tutti i maschi bianchi erano sistemati. E questa idea che le istanze di liberazione sessuale siano state cannibalizzate è bella, ma sbagliata. Erano idee di gente sciroccata (oggi abbiamo il poliamore). Gli sbandati hanno perso. La pubblicità ci ha fatto almeno i soldi. Il contesto affettivo, sentimentale e sessuale è sempre stato un campo minato. “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”

        http://www.iltascabile.com/societa/chi-sono-incel/

        • @jackie.brown

          Obiezione stimolante, ma non sono d’accordo.

          Il mutare delle condizioni sociali incide sulla psicologia e, quindi, sulle relazioni. Se i mutamenti sono di per sé positivi, ma avvengono in un contesto che complessivamente non matura, o matura in base a logiche che di base contraddicono la natura “positiva” del mutamento (e le logiche della nostra epoca sono quelle del capitalismo, quindi dominate dalla merce), le conseguenze sul piano psichico, affettivo, sentimentale e sessuale non possono essere ignorate, per il semplice fatto che la frizione fra le due tendenze fa sì che le contraddizioni si accumulino ad una velocità impressionante, a livello sia individuale che collettivo.

          Ci sarebbero mille esempi e mille considerazioni. Me la gioco con una battuta, che poi tanto battuta non è: fatti un mesetto su Tinder. Non c’è esempio migliore di come il capitalismo sia entrato a forza in quella sfera, con modalità inedite e molto, molto inquietanti.

          • Vorrei capire nello specifico in che modo il mutamento avrebbe inciso. I mutamenti di cui possiamo parlare, ad esempio il divorzio, positivo, in che modo avrebbero cambiato la psicologia delle persone? A me pare che abbia cambiato solo quello che appunto doveva cambiare, ovvero la possibilità di separarsi. E non mi pare che il contesto non sia maturato di conseguenza (anche se non parlerei di maturazione). La gente sa che oggi sposarsi non è più come prima, non per questo si sposa senza pensare che sia per sempre. E ovviamente la fine della relazione può essere un trauma, poiché un conto è capire razionalmente che è giusto poter divorziare e un conto è affrontarlo emotivamente. Io ho difficoltà a capire e anche a immaginare quali siano queste logiche in base alle quali siamo maturati e ci comportiamo. Non sapendo e non avendo intenzione di fare l’esperimento Tinder potresti farmi degli esempi (però ho trovato questo annuncio che forse è anche in tema con il post ed è divertente – Giap meets Natalia Aspesi – per la gioia di Saint-Just): “Cercasi conoscenze che non ostentino i loro body benefits, no salsaemerengue, abbevazzate, aperetivate, discotecate, fashion shopping, model e tacco 85, trousse 4mq, “esigenti” o autodefinite “colte”, ragazzine in cerca di ricariche, le “girls” 40enni con foto di 25 anni fa, straniere orfane, alta classe, depresse, iperattive, ultrasensibili, bimbe tripolari, no-global e spiritualiste senza sostanza”. Anche perché non avendo chiaro ciò che intendi potrei comunque non capirlo frequentandolo. Nel senso che capisco la questione dei soldi che girano in spazi in cui prima non giravano, ma non per questo parlerei di mercificazione di qualche cosa. Tantomeno lo farei nelle relazioni che continuano a essere le principali: l’amicizia e l’amore.

            • “Tantomeno lo farei nelle relazioni che continuano a essere le principali: l’amicizia e l’amore.”

              Quindi secondo te “amicizia” e “amore” sono degli universali a-storici che non risentono delle condizioni sociali, materiali, culturali?

              Per instaurare una relazione sentimentale o di amicizia due persone devono anzitutto conoscersi. Partiamo da questo, allora. Come si conoscono, oggi, le persone? E come crescono e maturano le relazioni? In mille modi e in mille forme, ovviamente. Però sfido chiunque a negare che il contesto in cui questo accade non sia radicalmente mutato e non incida sulle aspettative, i desideri e i modelli comportamentali che influiscono sull’intero processo. Vale a dire, sulla “psicologia” degli attori sociali.

              Come ha detto WM1 in un intervento precedente, viviamo in un’epoca estremamente solitaria. Una solitudine indotta da circostanze ben precise, che un sacco di nuovi strumenti e nuove modalità di socializzazione si offrono di lenire o millantano persino di poter risolvere.

              Appiattire il concetto di “mercificazione” sulla semplice transazione in denaro è riduttivo. Non che non ci sia anche quello… socializzare costa (eccome se costa) e c’è un’intera industria del divertimento e del tempo libero che campa su questo bisogno fondamentale, oggi acuito dalla solitudine di cui sopra, e orientato da un intero “mindset” improntato alla velocità e all’efficienza le cui coordinate di base riflettono quasi pedissequamente i modelli produttivi del capitalismo avanzato.

              Ma ben oltre la transazione in denaro (che, nell’ambito della socializzazione, avviene quasi senza che ce ne rendiamo conto), c’è di più, ed è quello che cercavo di dire a proposito di Tinder e delle piattaforme di online dating: è il concetto per cui l’utente alla ricerca di opportunità di socializzazione e di incontro dispone di un “capitale” che aspetta solo di essere valorizzato; ogni cosa – il proprio corpo, i propri hobby, il proprio vissuto ecc. – diventano i mezzi di questa valorizzazione del proprio capitale personale, destinati al consumo da parte di altri utenti in cambio di… attenzione.

              Per parlare di mercificazione non è necessario che lo scambio avvenga in denaro. Il punto fondamentale alla base della mercificazione non è la merce scelta come equivalente generale ma la dinamica che trasforma la “cosa” in “merce”. Nella sfera della socializzazione, oggi, questa dinamica è praticamente ovunque.

              Secondo me è impossibile negare che oggi gli individui alla ricerca di opportunità di socializzazione, fosse anche solo per una breve fase della propria vita, non riescono a sottrarsi a questo meccanismo. Non servono chissà quali analisi sociologiche: basta osservare e parlare con le persone. Ed è altrettanto innegabile, secondo me, che tutto questo incide profondamente sulle modalità con cui i singoli “danno un nome” alle cose, si sforzano di comprendere il proprio sentire, di articolare le proprie aspettative, di seguire i propri desideri.

              Da come la metti tu, sembra che i soggetti siano delle entità sempre uguali, immodificate nella loro essenza dalla notte dei tempi…

            • Aggiungo una cosa. Fai l’esempio del divorzio, e specifico che non era quello che avevo in mente, nello specifico, quando parlavo di “mutamenti”. Però mi da’ l’opportunità di articolare ancora meglio.

              Il divorzio, tu dici, è una “possibilità” che prima non esisteva e che è stata introdotta, determinando un cambiamento in positivo. Vero. Però, se ci pensi bene, le relazioni le ha modificate eccome. Anzi: ne ha “inventate” di nuove. Dove non esiste la possibilità di divorziare, non esiste neanche la relazione tra ex coniugi divorziati, o tra i genitori divorziati e i figli, o tra il/la divorziato/a che inizia un nuovo rapporto con un’altra persona… che implicano tutta una serie di fattori completamente nuovi da gestire, a livello sia materiale che psicologico. Alcuni di questi fattori, oltre tutto, risultano particolarmente ostici perché il contesto generale non è “maturato” poi così tanto.

              Insomma: la risposta, e persino l’esempio, stanno già nelle cose che hai detto. Quando mutano le condizioni, e quando si creano delle frizioni tra elementi nuovi e strascichi di fasi precedenti, anche nella sfera affettiva, sentimentale e sessuale ci sono sempre delle conseguenze sulle relazioni tra esseri umani. Mi sembra una cosa persino ovvia…

        • Jackie, non capisco questa frase:

          «Si può discutere sulla presunta mutazione antropologica, ma non credo si possa discutere sul piano delle relazioni, che non sono cambiate sotto nessun punto di vista.»

          Quando Pasolini tirava in ballo l’antropologia, intendeva l’antropologia culturale, che guardacaso riguarda proprio continuità e cambiamenti nelle relazioni tra le persone in una data società o gruppo. Ergo, se pensi si possa parlare di mutazione antropologica, allora pensi si possa parlare di cambiamenti sul piano delle relazioni. Quindi cosa intendevi dire?

          Sarei poi curioso di sapere su cosa basi l’affermazione tranciante che non esista mercificazione dei rapporti tra le persone. Cioè per te non esistono mercati su cui si vendono e comprano interazioni tra persone? Guarda che nel capitalismo sono sempre esistiti, a partire dal mercato della forza-lavoro, e potremmo risalire al presunto «mestiere più antico del mondo».

          Oggi viviamo in un capitalismo sviluppato e altamente “cognitivizzato” – cioè dove l’informazione, la comunicazione e la relazione sono al centro del processo produttivo, – e in una società dove lo spazio regolato da logiche di mercato si è esteso fino a coprire molte sfere che prima restavano fuori. Per giunta – anzi, direi di conseguenza – è una società dove aumentano le solitudini. Oggi ci sono sicuramente molte più interazioni mercificate che nel paleocapitalismo del XIX secolo e della prima metà del XX. Ad esempio, ci capita più spesso di pagare persone perché ci aiutino, ci ascoltino, ci facciano compagnia ecc., azioni che una volta sarebbero state in gran parte gratuite, perché compiute dentro la sfera dei nostri affetti e quindi non considerate «prestazioni». Più c’è isolamento, più c’è mercato. E viceversa.

          Altro punto: è ovvio che dal punto di vista del maschio bianco misogino nostalgico del patriarcato sia (notare le virgolette) “giusto” prendersela col femminismo. Ma non si stava parlando di questo. Nagle nel suo libro dice che il “culto della trasgressione” e l’esagerata insistenza sulle “identità” – che secondo lei si sono impossessati della cultura di sinistra e femminista – hanno aperto la via alla «rudezza» e al cinismo che predominano nella comunicazione in rete. Bifo invece dice che non è quella la causa, che sta più nel crescente isolamento fisico ed erotico/tattile tra le persone, sempre meno abituate a interagire su quel piano, e quindi sempre meno in grado di gestire in modo empatico le tensioni che inevitabilmente insorgono nella comunicazione. Si sclera subito, insomma. Su Giap questo non accade, e persino a certi tuoi commenti io rispondo sempre in modo molto posato :-)

          Però persino io posso irritarmi nel leggere righe come quelle in cui definisci «gente sciroccata» e «sbandati» chi ha portato avanti istanze di liberazione sessuale… istanze che includono la libertà di scelta sessuale delle donne, su cui mi sembrava avessi appena espresso un parere positivo. Ecco, porla in termini simili mi pare una cazzata non solo semplicistica, ma anche odiosa.

          • Però, l’esagerata insistenza sulle «identità», sulle differenze e sui «diritti civili» (a scapito dei diritti sociali e del lavoro) da parte di ALCUNI ambienti femministi e di «sinistra» mi sembra un fatto innegabile.
            Non è stato proprio lo sciagurato baratto «meno diritti sociali e meno diritti ai lavoratori in cambio di più “diritti” a minoranze selezionate» a caratterizzare la strategia di comunicazione delle «sinistre» di governo negli ultimi anni, sia in Europa sia altrove?
            E questo baratto non sarebbe passato se non avesse trovato una sponda all’interno di UNA PARTE dei movimenti femministi, LGBTQ, antirazzisti e di sinistra non governativa.
            È anche grazie a questa sponda che alcuni governi possono continuare a dire «Faccio una politica di destra ma… attenzione! Resto di sinistra perché sono (o fingo di essere) attento alle identità di genere/ai diritti civili/alle minoranze ecc», favorendo così oggettivamente le strumentalizzazioni dei reazionari che ai diritti (sociali e civili), alle differenze e alle minoranze sono ostili per loro stessa natura.
            Ciò non significa certo dare più colpe ai «movimenti» che al capitale, ma mi pare che ALCUNI movimenti una responsabilità ce l’abbiano…

            • Sì, e potremmo anche fare nomi, però devo spiegarmi meglio: l’argomentazione di Nagle non riguarda precisamente questo. Nagle, tagliando con l’accetta, dice che l’alt-right è la versione di destra di quei movimenti “controculturali” e di sinistra che, mentre combattevano le “guerre identitarie” degli scorsi decenni, hanno valorizzato qualunque cosa andasse contro i «valori del mainstream», qualunque cosa fosse “trasgressiva” nei confronti delle identità, irriverente ecc., e al tempo stesso hanno sviluppato marcatori linguistici – es. modi di dire politically ultra-correct – e codici di condotta comprensibili soltanto agli iniziati («those in the know»), finalizzati ad assumere una posa di superiorità nei confronti della gente “normale”. Di quelli che l’alt-right chiama appunto «normies».

              Per la verità Nagle in questi passaggi – dove secondo me ricorre un po’ troppo spesso alla caricatura dei movimenti – non argomenta in modo chiarissimo: a volte sembra descriva la crescita dell’alt-right come una reazione alle fìsime terminologiche e politically correct della “sinistra”; altre volte la descrive più come un rovesciamento speculare delle stesse retoriche nel passaggio dal campo della sinistra a quello della destra. In ogni caso descrive questa nuova estrema destra come il “nostro” “mostro”, come se fossero stati i movimenti a farla esistere, come se le cause del suo esistere fossero primariamente culturali (per giunta in senso stretto) e come se, anche tra le cause culturali, non ne esistessero di endogene alla storia della destra e del pensiero reazionario.

          • Intendevo dire che mi lascio il dubbio sulla mutazione antropologica nel complesso, ma che non la riscontro a questo livello, o almeno dovrei avere ben chiaro cosa si intende con tale mutazione. Mentre trovo del tutto irrealistiche (non reazionarie, come si è detto in passato) le considerazioni di PPP a partire dal suo scritto sull’aborto e le sue implicazioni sul coito. Non mi metto a esplicitarlo punto per punto a partire dal suo scritto per non scrivere troppo e perché non so neanche se sia in tema.

            Mi riferivo alle relazioni citate da cui sono partito per commentare. Non mi risulta che l’amicizia e l’amore o il crescere figli siano mercificati. Certo che ci sono relazioni mediate dal denaro, ci sono pure i matrimoni di interesse se è per questo, ma questo non influisce sugli altri matrimoni. E anche parlando di relazioni mediate dal denaro, in queste non avviene la mercificazione di cui si parla, argomento usato per opporsi sia alla prostituzione che alla gestazione per altri inteso come moralmente riprovevole. Lo scambio di denaro di per sé non altera nulla. Dipende dalle condizioni in campo. Ci sono anche quelli convinti del fatto che il matrimonio in sé sia o una forma di mercificazione o comunque un’istituzione contro cui lottare. E non è che il sesso a pagamento sia diverso dall’altro sul piano sessuale. La differenza è unicamente che da una parte paghi e dall’altra no, ma questo nulla dice sulla qualità del rapporto. In effetti a monte ho un problema con Marx, tanto per ispirare simpatia. Se fosse avvenuta tale mutazione antropologica non pagheremmo affatto per sopperire alla solitudine, ma staremmo bene con essa.

            L’altro punto mi è un po’ oscuro, anche perché non ho letto il libro. Per quanto riguarda il cinismo e l’ironia e soprattutto la trasgressione non so nulla, per quanto riguara la rudezza e lo sclero che c’entri l’identità mi pare ragionevole, ma effettivamente il legame posto da Nagle appare labile (o come hai detto, un gruppo può imparare a muoversi guardando gli altri). Nel momento in cui ogni istanza politica è messa sul piano identitario chi è contrario è contrario alla tua stessa esistenza, in quell’ottica. Ma questo riguarda gli scontri fra movimenti, non la scortesia (esempio: arcigay vs arcilesbica, trans vs lesbiche, antispe vs paleo). Diverso credo sia il caso della comunicazione e delle interazioni aggressive a prescindere, come modus operandi anche di un gruppo di persone che si è trovato grazie alla rete e a forza di raccontarsela ha trovato il suo collante identitario. Gli animalisti che augurano la morte non sono scortesi, sono fanatici. Uno che segue qualche gruppo maschio-n metterà in scena la continuazioni degli eterni cortili di scuola. L’isolamento e lo stile di vita per alcuni può essere il fattore che li rende impreparati, per altri il fattore che li porta a radicalizzarsi in gruppi che usano l’aggressività per affermarsi.

        • WM1: “Ci capita più spesso di pagare persone perché ci aiutino, ci ascoltino, ci facciano compagnia ecc., azioni che una volta sarebbero state in gran parte gratuite, perché compiute dentro la sfera dei nostri affetti e quindi non considerate «prestazioni». Più c’è isolamento, più c’è mercato. E viceversa.”

          Appunto per questo facevo l’esempio di Tinder, per quanto scemo o irrilevante possa sembrare. Le piattaforme di online dating stanno ben oltre la dinamica della transazione (“denaro” in cambio di “prestazione”); lì il concetto è: investimento in capitale sociale > ritorno sul capitale investito.

  4. C’è una chiara componente pubertaria nel sarcasmo aggressivo dei memi alt-right, sarebbe interessante fare lo spaccato demografico degli utenti di piattaforme come 4-chan e simili.
    Una nota per Bifo: Han non ha coniato il termine shitstorm, però è vero che gli ha dato dignità filosofica.
    E su Peter Thiel occorre un discorso a parte…

  5. Si;ma si può dire ANCHE che la reazione “liberal” all’elezione di Trump e la “narrazione” su cui è stata impostata (l’influsso oscuro e subdolo della barbarie russa che,a furia di “fake” e di “troll” avvelena i pozzi della nostra società libera) sono stai,sic et simpliciter,un immenso mare di merda paranoica ? Anzi;di merda propriamente FASCISTA visto che lo “scopo” della narrazione era ridurre la guerra civile razziale che gli Stati Uniti hanno rischiato tra il 2012 e il 2016 (e di cui la “guerra dei meme” è stata una delle”rappresentazioni”)all’azione di un potere esterno subdolo ma implacabile?
    Singolare che la diabolica”fabbrica dei troll”russa è stata accusata di avere “istigato” non solo la destra suprematista ma anche i militanti afroamericani.Quindi;se”bianchi” e”neri” si odiano è perché “qualcuno da fuori li istiga”(il despota asiatico che ci vuole dividere)
    Ecco;si può dire tutto questo senza passare per “rossobruno”?

    P.S.Che poi l’unico aspetto della politica di Trump che questa”opposizione” riteneva pericoloso era la prospettiva di un “appeasement” con la Russia sull’Ucraina (che il primo “entourage” di Trump contemplava ovviamente per motivi tutti “interni”-e per controbilanciare l’apertura di altri”fronti”NON per”antiimperialismo”)Tutte le altre porcate in politica estera(dalla Cina al’Itran) gliele hanno lasciate fare tranquillamente(vedi il modo in cui il Nyt ha reagito alla rottura del “deal”).

    • Ogni “traduzione” delle contraddizioni interne in lotta al “nemico esterno” è intrinsecamente di destra, e che la reazione liberal alla vittoria di Trump sia stata ridicola e paranoide, con pose da «cold warriors» fuori tempo massimo degne di McCarthy quand’era sbronzo, beh, è poco ma sicuro.
      Detto questo, che la macchina statale e capitalistica russa impieghi troll a tempo pieno e altri strumenti di propaganda è difficilmente negabile, ci sono pattern precisi e inchieste indipendenti che ne parlano, da ben prima che Trump vincesse le elezioni. Si può dire senza passare per “servo della NATO”?
      “Diabolica” l’hai aggiunto tu, per me era solo un esempio tra tanti.
      Ora possiamo tornare in tema?

      • Paranoide senz’altro ma ridicola non credo

        Ha ottenuto due scopi molto concreti

        1) Impedire derive”pericolose”in politica estera della nuova amministrazione(e che fosse ritenuta pericolosa l’unica mossa”pacificatrice” che l’amministrazione aveva intenzione di compiere e perfettamente “compatibile” tutto il resto-guerra commerciale con la Cina,rottura dell’accordo con l’Iran-dice tutto)
        2)Disinnescare o ammortizzare la guerra civile razziale (che come dice Engels è il modo con cui negli Stati Uniti si presenta la guerra di classe) creando una contro-narrazione potente (tant’è che dura tuttora) che,senza affrontarne le cause “strutturali” la dirotti verso un nemico esterno

        Peraltro-e qui torniamo completamente”in topic”-io ho sempre attribuito il successo di Trump ANCHE ad un meccanismo di”catalizzazione”(diciamo ad un “effetto parafulmine”) rispetto ai conflitti che stavano erodendo la”società civile” americana.Un meccanismo pericoloso(il parafulmine si può sempre rompere);ma credo che dietro la sua elezione ci sia stato anche questo(quindi;altro che”elemento di crisi e di rottura”…)

        Ma se questo è vero,e se la”memizzazione” della guerra razziale(che implica anche un meccanismo di “sostituzione simbolica”)ha obbedito alla stessa logica si può dire VERAMENTE che fra la paranoia antirussa (canalizzatrice dell’odio verso un nemico esterno) e la campagna elettorale di Trump(rappresentazione “simbolica” dell’odio razziale) c’è perfetta continuità

        Spero di essere stato chiaro

        • Beh, il fatto che una narrazione sia ridicola non esclude per forza che svolga la propria funzione sistemica.

          Quelli che elenchi ai punti 1 e 2 non sono necessariamente gli scopi che i promotori della campagna sugli hacker russi avevano chiari in testa quando l’hanno avviata. Non dò alla volontà degli attori sociali più peso di quella che può avere, ergo cerco di non confondere tale volontà con la funzione sistemica (diversiva) che la campagna sugli hacker russi ha avuto. Per me gli scopi che avevano in mente molti politici e giornalisti liberal erano più immediati: delegittimare le elezioni, spingere verso l’impeachment di Trump, ritornare in alto nei sondaggi… Le conseguenze su un piano di “sfogo” delle tensioni che minacciavano la tenuta del sistema sono venute da sé, e non escludono il fatto che detti liberal si siano resi ridicoli.

          Idem per la «continuità» a cui accenni alla fine: anche quella mi sembra prescindere dalle intenzioni. Parliamo di due narrazioni diversive e di destra che operano insieme, ma questo operare insieme funziona perché chi aderisce all’una o all’altra le crede alternative. Ed è la logica di fondo del sistema a produrre continuamente false alternative, false dicotomie. A quel livello molto avviene per automatismi, o per spinta inerziale.

          Questa consapevolezza – se vuoi “strutturalista” – che il sistema funziona ben oltre le intenzioni e le volontà è ciò che più mi/ci allontana dai complottisti di tutte le tendenze (attenzione, non sto dicendo che lo sei tu).

          Per fare un esempio: noi sosteniamo che il M5S ha stabilizzato il sistema deviando e incanalando energie e collere in una direzione innocua perché confusionista e interclassista (e in ultima tout court reazionaria), la solita “falsa rivoluzione venduta ai ceti medi” che in Italia ha avuto tanti piazzisti, ma non pensiamo affatto che un giorno di metà anni 2000 Casaleggio Sr. si sia detto:

          «Adesso creo un movimento che riprenda slogan, retoriche ed energie residue dei movimenti altermondialisti, ammortizzandoli in una cornice qualunquista e decorando il tutto con un po’ di tecnofuffa, e in questo modo occuperò lo spazio che in altri paesi verrà occupato da lotte più radicali e chiaramente antiliberiste, in modo da essere la valvola di sfogo giusta al momento giusto e in questo modo stabilizzare il sistema.»

          Figurarsi…

          La funzione sistemica che il M5S non poteva non avere è una cosa, le finalità di chi lo comandava e ne faceva parte un’altra.

          • Quasi completamente d’accordo

            Il “quasi” deriva dalla convinzione che,se al “punto 2” vedo anch’io un “effetto di sistema”,sul punto 1 credo che l’operazione sia stata molto più consapevole.La paura(secondo me”giustificata”)che “Trump”(=Flynn,forse in parte Thillerson) fossero disposti a sacrificare gli”amici” ucraini è stata reale e ha richiesto contromisure immmediate.Nell’affare”hacker russi i grandi giornali liberal hanno agito di concerto con la CIA;e dire questo non ci rende”complottisti”

            Per il resto-ripeto-pieno accordo

  6. un bell’articolo di un peso massimo. Bifo cita Lovink che in Ossessioni Collettive a sua volta cita Bifo che cita Capitalist Realism di Marc Fisher, e forse da questo nugolo di citazioni è partorita la recente traduzione italiana dell’autore inglese morto da poco.
    però questo è un articolo che fin dal terzo rigo onestamente definisce Kill All Normies un ‘utile resoconto’ e poco più, usandolo giustamente come pretesto per parlare d’altro.
    il libro di Nagle è una furba e riuscita operazione editoriale che sfrutta il meme dei meme, ed è appunto solo un utile resoconto per chi non ha frequentato 4chan negli ultimi dieci anni, dai tempi in cui diversi anarchici in tutta europa e in tutto il mondo divennero Anonymous. è indicativo che nel 2018 in un articolo che parla anche di 4chan non si senta più il bisogno di citare Anonymous. Il passaggio dai noglobal (di sinistra) agli anti globalisti (di destra) è avvenuto per lo più online e sui media, come Pepe che è diventato un simbolo d’odio solo grazie a Hillary Clinton che lo ha denunciato come tale.
    La stessa furbata editoriale di Kill All Normies è stata replicata prontamente anche in Italia con il per niente utile resoconto La guerra dei meme di Alessandro Lolli, un libro che ripete a pappagallo le tesi della Nagle e di The Philosopher’s meme e che soffre dello stesso problema: travestirsi da tassonomi o missionari e andare a catalogare e a tradurre per gli umani come Bifo gli strani segni di una tribù incomprensibile e lontana. Lolli dimostra di non conoscere 4chan e si fida della Nagle, che comunque leggeva i meme da avversaria non da insider, da studiosa in un certo senso militante il cui intento non era tanto comprendere ma piuttosto mettere in guardia riguardo alla minaccia di chi vuole uccidere i normies.
    Questo tipo di pubblicazioni legittima il punto di vista della destra americana e vorrebbe scendere sullo stesso piano. Invece fa bene Bifo a tornare indietro, a capire come ci siamo arrivati da lontano, a ripercorrere la storia della provocazione nella cultura politica europea e americana. Non a caso, la stessa identica cosa hanno fatto lo scorso weekend altri tre pesi massimi della cultura alternativa americana come Keith Morris, Jello Biafra e Jack Grisham a Las Vegas, il giorno dopo una shitstorm dovuta ad una battutaccia dei Nofx
    https://www.youtube.com/watch?v=H_p40b9u92Q

    Jello Biafra dice che appunto un tempo erano i conservatori a scandalizzarsi, non i liberal, esattamente come qui Bifo quando scrive

    “Originariamente negli anni Sessanta atti di provocazione trasgressiva erano intesi a colpire l’immaginazione comune e a rompere i tabù della cultura e della società conservatrice. Da allora tuttavia questo genere di atti è stata ridefinito e ri-significato nella sfera della pubblicità, e la cultura neoliberista ha esaltato la trasgressione delle regole sociali come condizione per il pieno sviluppo della competizione e della produttività.”

    mi piace il modo in cui si parte dai meme per parlare di altro. è questo il modo giusto per parlarne, senza fissarsi troppo sull’eccezionalità di una campagna di propaganda di destra per nulla diversa dal passato se non per il mezzo digitale che la supporta.
    il dadaismo e il surrealismo e il futurismo, le avanguardie da sempre hanno supportato anche la destra, se è vero che Evola era amico di Tzara. i meme in sè stessi non sono affatto un problema, su /pol/ che è il superspauracchio de supertroll hacker fascisti si possono trovare pure meme di Pepe con la bandiera della YPG e il fucile puntato. I meme sono di chi li fa. il problema è un altro ed è quello secondo me in cui cadono Nagle, Lolli, e tutti quelli che li prendono eccessivamente sul serio: non bisogna accettare il punto di vista della destra e le loro parole d’ordine: se lo fai, sarai sempre sulla difensiva. Nagle sembra ammettere che bell hooks possa avere influenzato e dato argomenti alla destra. E mi sembra che anche Bifo sia scettico su questo punto, e qui sta il valore di quest’articolo ce rifiuta le categorie proposte dalla alt-right americana, senza la fretta di ipostatizzare una tendenza ma che torna sempre indietro per ripercorrere la genealogia culturale dei vari concetti, al contrario di studiosi più giovani o meno preparati.

    • Su quest’ultimo punto siamo tutti scettici, infatti, e qualcuno più che scettico. Il libro è stato attaccato da molte voci di movimento e della teoria critica contemporanea, da Libcom a Gabriella Coleman, che non si riconosce nel resoconto delle sue teorie fatto da Nagle.

      Fin da quella sera del settembre scorso in cui ne ho discusso a Bologna con Leonardo Bianchi (entrambi lo avevamo letto da poco ed eravamo concordi nel giudizio), penso che questa sia la vera tara di Kill All Normies. Se Nagle non avesse puntato in quella direzione, il libro sarebbe riuscito molto meglio.

      Ma io non credo che abbia puntato in quella direzione solo per mera «furbata editoriale», per fare un instant-book… C’è un problema di impostazione disciplinare: per capire cos’è successo negli ultimi anni non puoi, non devi raccontare solo gli ultimi anni. Qui manca un inquadramento storico. Il razzismo nichilista dell’alt-right e soprattutto il suo modo di esibirlo possono sembrare in discontinuità rispetto a come la destra del passato manifestava/dissimulava il proprio razzismo, e per espediente retorico anche George Hawley, nel suo Making Sense Of The Alt-Right, presenta il problema in questi termini… Ma poi Hawley fa una ricostruzione storica, segue i filoni della destra americana, e mostra che anche quell’atteggiamento viene da lontano. Il libro di Hawley racconta cose che Nagle non racconta.

      Ma d’altro canto, anche Nagle racconta cose che Hawley non racconta, o meglio: il particolare taglio di Nagle, focalizzato sulle peculiarità delle sottoculture di destra nate in rete, ci serve. E per questo qualche attrezzo dalla cassetta di Kill All Normies vale la pena prenderlo. E poi, come si diceva, è un utile resoconto. Gli utili resoconti non bastano, ma servono.

      • Detto questo, come rispondevo a Opellulo in un sotto-thread poco sopra, a me interessa capire come l’«utile resoconto» di Angela Nagle, o meglio, la lettura critica che ne fa Bifo sviluppandone alcuni spunti possano servirci qui in Italia. Affinità e divergenze tra la “tonalità emotiva” della comunicazione alt-right e quella delle attuali correnti reazionarie italiane. Affinità e divergenze nel loro uso della rete. Affinità e divergenze nel ricorso a determinate retoriche.

        • assolutamente d’accordo. ammetto di aver scritto il mio commento senza aver letto la discussione, ma effettivamente sottoscrivo al 100% il tuo commento qui sopra quando scrivi:
          “Per la verità Nagle in questi passaggi – dove secondo me ricorre un po’ troppo spesso alla caricatura dei movimenti – non argomenta in modo chiarissimo: a volte sembra descriva la crescita dell’alt-right come una reazione alle fìsime terminologiche e politically correct della “sinistra”; altre volte la descrive più come un rovesciamento speculare”
          è proprio la mancanza di chiarezza che imputo alla Nagle.
          a sinistra gli strumenti ci sono eccome. per questo è inaccettabile anche solo discutere lo slogan “left can’t meme”. significa accettare il punto di vista della destra, accettare le loro parole d’ordine, e soprattutto accettare una definizione falsa e storicamente confutabile.
          se c’è qualcuno che sa giocare coi meme a sinistra, diciamo che si può trovarlo proprio qui ;) mi ricordo un esempio di meme war (chiamiamola guerra psichica va’) molto più stimolante degli argomenti della Nagle, attorno ai 16-17 andai a una manifestazione a Roma e già conoscevo i libri di Luther Blissett ma rimasi impressionato quando vedevo degli adesivi di propaganda blissettiana appiccicati a caso sugli zaini e sui cappucci dei manifestanti, come fosse uno scherzo durante la ricreazione. Il meme Blissett aveva una potenza che la alt-right si sogna, e il mio commento voleva essere in questa direzione: non dotiamo di poteri magici tutto ciò che proviene dalla destra americana, non accettiamo la lettura della destra americana. so che questo non è il posto dove accade, che qui si storicizza tutto, ma il pericolo di certe pubblicazioni credo sia esattamente questo.

          per quel che riguarda la destra italiana, ecco, sono d’accordo, ma ribadisco che è miope fare quello che fanno in molti(non qui), cioè creare uno straw man chiamato ‘alt-right italiana’. è una operazione giornalistica utile proprio al discorso della destra e di chi lavora nella propaganda governativa a questo scopo.
          Bannon legge Evola, non il contrario. Gli strumenti classici di propaganda fascista sono in mano a social media manager che li diffondono in tutto il mondo. In questo senso noi italiani siamo avvantaggiati perché queste cose le viviamo da un secolo ininterrottamente, ed è un bene che si parli qui e in questo modo di tali argomenti.

  7. mi scuso per il mio lungo silenzio. Sono in un’isola dove la connessione è saltuaria ma soprattutto i miei ritmi mentali sono talmente rilassato che fatico a coordinare i movimenti. Ho letto tutto il thread e mi rendo conto che sono emerse una quantità di questioni alle quali solo parzialmente sono in grado di rispondere.
    Un’urgenza particolare ha la questione posta di Klingsor, che è anche una (giustificatissima) obiezione.
    Che fare se la tempesta di merda istituisce una condizione di rumore bianco, cioè una situazione in cui nessun enunciato può produrre efficacemente senso?
    Evidentemente questa domanda si traduce linearmente in un’altra domanda, che è direttamente politica: come opporsi alla tenaglia del potere deterritorializzante del capitalismo finanziario e del potere riterritorializzante del sovranismo e del razzismo?
    La mia risposta non è rincuorante, lo so, ma non ne vedo una migliore, e se mi sbaglio qualcuno mi corregga.
    Ci sono situazioni da cui non c’è via d’uscita, e quella presente fa parte di questa categoria. La democrazia è stata sterilizzata dal capitalismo finanziario, provocando un sentimento diffuso di impotenza. L’impotenza ha generato frustrazione e rabbia e si è alla fine organizzata nella forma (illusoria) del sovranismo nazionalista.
    Quel che è andato perduto è la coscienza internazionalista, la coscienza del fatto che gli interessi dei lavoratori possono affermarsi soltanto in forma di solidarietà internazionale. Il socialismo senza internazionalismo ha un nome vecchio ma purtroppo attuale: nazional-socialismo. Qui siamo, e qui resteremo, (io temo) finché il nazional-socialismo non avrà prodotto gli effetti che esso suole produrre.
    Alla domanda “che fare?” non so dare altra risposta che questa: prima di tutto capire. In secondo luogo trasmettere un messaggio che rimane assolutamente attuale, seppure inoperante. Il messaggio dell’uguaglianza sociale e della solidarietà internazionalista, che si può anche tradurre con la vecchia parola: comunismo.
    Ma nel frattempo “attendere il mattino come una talpa”. Attendere che l’inarrestabile catena della violenza abbia prodotto gli effetti che non può che produrre.
    Quello che ho scritto non mi rallegra affatto, ma è tutto quello che so.

    • Qui però si apre un altro fronte, almeno parzialmente off topic.

      “Quel che è andato perduto è la coscienza internazionalista, la coscienza del fatto che gli interessi dei lavoratori possono affermarsi soltanto in forma di solidarietà internazionale. Il socialismo senza internazionalismo ha un nome vecchio ma purtroppo attuale: nazional-socialismo. Qui siamo, e qui resteremo, (io temo) finché il nazional-socialismo non avrà prodotto gli effetti che esso suole produrre.
      Alla domanda “che fare?” non so dare altra risposta che questa: prima di tutto capire. In secondo luogo trasmettere un messaggio che rimane assolutamente attuale, seppure inoperante. Il messaggio dell’uguaglianza sociale e della solidarietà internazionalista, che si può anche tradurre con la vecchia parola: comunismo.”

      Non sono d’accordo. Questo ragionamento è totalmente astratto e a-storico. Non esiste solo la dicotomia – appunto astratta e ideologica – tra internazionalismo socialista e nazional-socialismo. Questo schema oppositivo ricorda molto la falsa e del tutto ideologica dicotomia tra tacnocrazie e nazionalismi da cui è ammorbato il dibattito pubblico europeo attuale. Un dispositivo egemonico e pervasivo che però, come tutti i dispositivi ideologici, serve solo a creare e mantenere una falsa coscienza della realtà.

      Gli stati-nazione sono una costruzione storica, non un fatto di natura. Le “nazioni” – così come si sono storicamente realizzate – sono una costruzione politica con notevoli profili di artificiosità. Gli stati che ne codificano in termini giuridici e politici l’esistenza storica sono dunque una costruzione artificiosa basata su un artificio. Il tutto, a vantaggio di assetti produttivi e sociali, di dinamiche di dominio di classe, piuttosto evidenti.

      Le nazioni non esistono, dunque anche il nazional-socialismo è un costrutto artificioso e ideologico, basato per altro su un metodo – non un’ideologia – che è il fascismo. Ma alla tecnocrazia finanziaria non è affatto necessario rispondere col nazionalismo reazionario. Questa è una falsa dicotomia, tutta interna ai processi di estrazione di valore e di dominio politico e sociale in corso. Bisogna uscirne, bisogna evaderne.

      L’Europa (e il Mediterraneo con essa) è un coacervo di popoli, di culture, di territori meticci, di intersezioni e di traffici. Da millenni. Lasciarla in ostaggio delle sovrastrutture politiche degli stati-nazione e della loro dialettica – fasulla – con la tacnocrazia UE e con i grandi centri di interesse sovranazionali (pensiamo ai grandi fondi di investimento, ecc.) non mi pare una buona idea.

      Limitarsi a dire: arrendiamoci al nazional-socialismo, dato che la sua alternativa è il comunismo (quale? mi viene da chiedere, fuori da ogni possibile intento provocatorio), ma non si può realizzare, perciò amen; ecco, presentare la questione in questi termini lo trovo eccessivamente arrendevole ed eccessivamente sentimentale. Non è un ragionamento politicamente realistico, né materialista e nemmeno proattivo.

      Ci sono altre forze che agiscono storicamente, oggi, diverse da quelle che possono incastrarsi nei nostri schemi ideali (o ideologici). E ci sono alternative vitali alla falsa dialettica tra tecnocrazie oligharchiche e nazionalismi. Anche e soprattutto mantenendo come orizzonte l’eguaglianza, la giustizia sociale, la solidarietà tra i popoli, un corretto e sano rapporto con l’ambiente e la ricerca di una via alternativa al capitalismo.

      Il terreno su cui può giocare “in casa” una visione socialista e concretamente (non astrattamente) internazionalista è la dialettica tra l’universalismo dei valori e dei diritti umani e sociali e le autonomie locali dei popoli e dei territori. Per esempio, partendo dalle riflessioni sul confederalismo democratico e da quelle sui beni comuni (e di mio ci aggiungo anche, come teoria economica di riferimento, quella dello “sviluppo su scala umana”, di Manfred Max-Neef e altri).

      È un tema di cui si è già parlato da queste parti e altrove, che inevitabilmente era emerso in un contesto particolare ma molto appropriato come i dibattiti del Festival ad Alta Felicità di Venaus, l’anno scorso. Non ci torno sopra, perché esula dal tema centrale di questa discussione.

      Lo richiamo, però, perché mi sembra che nelle parole di Bifo ci sia una fragilità figlia di una certa rigidezza, o forse stanchezza, teorica. E ci leggo una sorta di appello al “tanto peggio, tanto meglio” che non condivido e non intendo augurare né a me né ai miei figli (e ai figli di nessun altro).

      • Anche io di fronte alla lettura di Bifo (sia nel post che in quest’ultimo commento) mi sono trovato in un vicolo cieco.
        Capisco bene ciò che esprime riguardo all’inevitabilità di questa situazione. Mi colpisce duramente perché di primo acchito gli darei ragione al 100%.
        Questo però mi fa perdere la barra e alla lunga anche le speranze.

        In particolare, oltre al discorso sul socialismo internazionalista vs nazional-socialismo, ho trovato sconcertante quello sull’isolamento dei corpi. L’atomizzazione della società è un tema di cui si è parlato ampiamente, ma non l’avevo mai messo a fuoco del tutto sotto questa luce, ovvero come probabile radice dell’aggressività del discorso pubblico contemporaneo.

        Letto così è un panorama desolante, in cui il destino dell’umanità sembra quello di essere sempre più divisa, sia nel senso di divisione tra uomini e donne, sia di divisione tra un “noi” e un “loro”, e anche come divisione interna all’individuo, dissociazione mentale. Perché senza una coesione nei rapporti sociali e di genere, si finisce certamente per perdere la coesione anche con sé stessi.
        Prendete la metropolitana, guardate bene la gente, e poi fate memoria della stessa scena, ma 15 o 20 anni fa… Oggi il numero di persone con evidenti tic, atteggiamenti compulsivi, o isolamento ermetico dal resto del mondo è sempre maggiore e sempre più evidente.

        Fin qui per condividere i pensieri scaturiti da questa lettura dei fatti.
        Il risultato effettivamente è paralizzante. Ansia.

        Non voglio però ammettere a me stesso che siamo in un cul de sac, o meglio spesso lo credo e sarei portato appunto a pensare “tanto peggio, tanto meglio”, ma prima di salire sui monti col fucile in mano, vorrei almeno cercare di evitarlo.
        Grazie quindi Omar Onnis per aver condiviso quest’altra visione, che è molto più (pro)positiva e offre concretamente un orizzonte verso cui dirigersi.

        Dal canto mio, per contribuire con una nota di positività, vorrei chiudere con un discorso semiserio sul tema della sequenzialità della mente alfabetica sostituita oggi dalla simultaneità elettronica.
        E’ vero che a causa di questo fenomeno il pensiero da critico diventa mitologico.
        Ma il pensiero di chi?
        Siamo sicuri che non stiamo facendo un discorso maschio-centrico, tanto per cambiare?

        Il cervello femminile è molto più adatto alla simultaneità rispetto alla sequenzialità stringente di quello maschile. O almeno così dicono.
        Mi piace quindi pensare che questo cambio epocale nel mondo della comunicazione stia mandando completamente in tilt i cervelli maschili, riducendoci a delle sterili autoscontro che cozzano l’una contro l’altra, ma non abbia alcun effetto su quelli femminili.
        Mi piace immaginare che mentre noi maschi sbandiamo travolti dai flutti della tempesta di merda, stia nascendo una nuova era della storia in cui il genere femminile, capace di gestire la simultaneità, prenderà definitivamente il sopravvento.
        Sono pronto a scommettere che gli autori dei meme fascistoidi (non solo quelli anti-femministi) sono quasi tutti maschi.
        Mi diverte quindi fantasticare su un futuro utopico in cui gli uomini si sono autodistrutti il cervello con le loro stesse mani, sparandosi cannonate di merda digitale, mentre le donne dicevano “embè?” e nel frattempo, sui territori degli scontri sociali di questi ultimi anni, costruivano un mondo fondato su pratiche di autonomia democratica.

        :)

        • Questa è la principale differenza d’approccio tra Bifo e noi, da alcuni anni a questa parte.

          Di solito troviamo spunti molto utili nella sua lettura (mai banale) dei fenomeni e dei comportamenti. Franco è stato a lungo l’unico teorico proveniente dal “post-operaismo” a non rigirare ogni tendenza in tiritera soggettivistica e trionfalistica sulle magnifiche possibilità create dall’attuale fase dello sviluppo capitalistico, dalla cooperazione in rete ecc. Al contrario, di questo sviluppo ha preso in considerazione i “rinculi” e gli effetti per nulla collaterali, analizzando precarietà esistenziale, depressione, solitudini, dipendenze psicochimiche, pulsioni di morte, manie suicide. Insomma, non si è consolato né ha provato a consolarci con certi «va tutto ben compagna la marchesa» che invece risuonavano, stridenti con l’andazzo delle cose, in certi milieux. Di questo gli siamo grati.

          Però noi, come credo si veda dalle faccende della Wu Ming Foundation, al contrario di quel che sembra (sembra) fare Bifo, sulla cooperazione continuiamo a scommetterci. Sulla “condividualità”, sulla creazione di reti solidali, mutualistiche e confilittuali, sulle resistenze culturali collettive, sull’agire il conflitto, noi continuiamo a puntare, e anche nella difficilissima situazione attuale (in Italia e in buona parte dell’occidente) ci sforziamo di trovare e raccontare il conflitto, e valorizzare quella che Bifo ci insegnò a chiamare la «forza-invenzione» dei movimenti.

          Forza-invenzione che c’è ancora. Nel periodo 2010-2012, in una parentesi più fiduciosa, Bifo stesso contribuì a raccontarla. Parlò di una «sollevazione» in corso. Ebbene, quella sollevazione ha avuto rinculi, ma è proseguita in tante forme, ha comunque sedimentato risultati, ha creato comunità e generato nuove lotte. E siamo convinti che queste comunità e queste lotte Bifo tornerà presto a raccontarle.

  8. L’accusa di rossobrunismo mi sempre piuttosto autoreferenziale, narcisistica. L’alt right americana che gira su internet, almeno nella sua parte più consapevole (4 chan è la base caciarona)è la reazione al potere culturale, linguistico e simbolico (di qui l’utilizzo dei meme) dei “liberal” nell’opinione pubblica e al post strutturalismo/marxismo culturale nelle università (sostanzialmente l’elite istruita, ma non necessariamente ricca, si veda a proposito l’ultima analisi di Piketty che distingue fra i due tipi di elitè) rappresentato fisicamente dai genitori, dagli odiati “boomers” che hanno creato le basi dello sconquasso economico che ha costretto i figli (“man child”) a rimanere a casa da mamma(“mom basement”) all’infinito (in un misto particolare di ribellismo e dipendenza). E’ una reazione alle categorie con cui interpretare la realtà, non più quelle sociologiche classiche o economiche ormai già prese, ma quelle biolgiche (per i più crtici di voi un revival), della sociobiologia (da qui l’entusiasmo che hanno alcuni per Darwin, la psicologia evolutiva,la biologia evolutiva ecc.) che spinge l’ inconsapevole utente medio di 4 chan a catalogare i rapparti sociali in rapporti fra maschi alpha e maschi beta portandolo però spesso a “sentire” maggiormente il conflitto sociale (le stragi degli “sfigati” nei licei americani sono la rivalsa dei beta, “beta uprising” come dicono su 4 chan) mentre porta altri verso l’HBD (Human bio diversity, dove centrale però spesso più che il concetto di razza è quello del quoziente intellettivo, “the bell curve”, per cui ad esempio gli asiatici sono visti con più simpatia) oppure altri a sottolineare l’importanza dell’influenza dei cambiamenti ormonali sui rapporti sociali (invece di Bauman, la neuroendocronologia)da ciò la critica al calo della fertilità, del testosterone, degli “endocrine disruptor”, fino all’insulto 4 chanesco del “soy man”(la soia si comporterrebbe come estogeno nel corpo umano).Insomma è la crtica alla “cultural critic” che a furia di scavare ha privato di identità il maschio bianco americano ormai anche biologicamente sotto attacco (una specie di “sindrome dell’ultimo samurai” in cui riconscersi e fare gruppo). Ovviamente molto di ciò non ha una base teorica, è elaborato maggiormente in chaive ironica (la cultura troll ecc.) visto l’assenza di spazio e sopratutto autorevolezza che avrebbe nel mondo culturale (linguaggio che aveva anche la sinistra decenni prima appunto di conquistare appunto il suo posto). Per quanto riguardo il cinismo nel linguaggio è certo che molto sia addebitabile al distacco dei moderni rapporti sociali, però lo distinguerei da quello classico piccolo-borgese (“del mio giardino”, anche perchè quasi nessuno ha nemmeno una casa!) per essere interpretato come strumento di esorcizzazione (molti hanno ad esempio come nickname l’acronimo “neet”) e sprone a superare le numerose ansie millennial (l’insulto classico, onnipresente, è quello di essere socialmente disfunzionale di essere un “autist” o “sperg”). Ci sarebbe poi la questione estetica vs etica, bodybuilding, femminismo, Nick Land e il Dark enlightment… La prossima volta:) Saluti

    • A quale accusa di rossobrunismo ti riferisci? Chi l’ha fatta?

      Grazie del commento, che soprattutto nei passaggi sul particolare sociobiologismo dell’alt-right mette l’accento su punti interessanti. Tuttavia, per me è problematico leggere l’alt-right come un fenomeno dalle cause esclusivamente esogene, fuori dalla storia e dall’evoluzione interna della cultura di destra (americana e non), è problematico questo schiacciarla su una prospettiva corta. Trovo formule come «risposta ai liberal», «risposta al politically correct», «risposta alla sinistra accademica postmoderna» molto limitate. Trovo ancora più discutibile l’equazione «sinistra liberal» = genitori = generazione dei baby boomers.

      L’egemonia di quel tipo di sinistra (decostruzionista, differenzialista, PC ecc.) è un mito: fuori dai college quella sinistra non è praticamente mai esistita, una presa reale, di massa, sulla società reale non l’ha mai avuta. Se davvero fosse come dice Nagle e come dici tu, l’alt-right starebbe facendo pugilato contro un fantasma. Il che in parte è vero, come qui da noi la destra se la prende con una «teoria del gender» del tutto mitologica, o con una «egemonia culturale di sinistra» che in Italia non c’è mai stata… però non spiega tutto, non spiega ogni manifestazione, iconografia, gergalità di questa nuova destra. Non solo non spiega tutto, ma alimenta l’immagine di un’alt-right “apparsa all’improvviso”, risultato di ricombinazioni e reazioni tutte recenti. Manca la storia.

      Per me è imperativo ripercorrere i vari discorsi a ritroso. Facendolo ritroveremmo filoni di discorso reazionario e contraddizioni della società USA per nulla recenti, che precedono di parecchio il politically correct. Tu stesso citi The Bell Curve di Hernstein e Murray, un classico della pseudoscienza suprematista bianca, ricerca finanziata nei tardi anni ottanta – primi anni novanta dal famigerato Pioneer Fund, fondato nel 1937 da ammiratori dell’eugenetica nazista e del Terzo Reich.

      Una narrazione sull’alt-right basata solo su vistose (ma spesso ingannevoli) “discontinuità” che la rendono più “fica” e innovativa farebbe il gioco dell’alt-right stessa. E infatti una delle mosse più intelligenti in seno all’alt-right è stata proprio quella di elogiare strumentalmente il libro di Angela Nagle.

  9. So che abbiamo una diversa interpretazione sul fatto, ma provo ugualmente a convincerti sul “nuovismo” di una certa alt right.
    Ovviamente non ho fatto nessuna indagine statistica, ma da quello che ho capito la maggior parte di loro sono giovani (a parte Spencer che ha 40 anni), quasi tutti andati al college, TUTTI maschi e bianchi. Insomma è un movimento culturale di millennial istruiti (qui Steven Pinker sulla highly intelligent alt right https://www.youtube.com/watch?v=6xJ5bvw6Ckw).
    Quanto tu dici che l’alt right sta lottanto contro un fantasma quello del politicamente coretto, liberal ecc. bisogna intenderci meglio. Innanzitutto perchè come tu confermi questo tipo di cultura ha comunque fatto la parte del leone nelle università americane (https://econjwatch.org/articles/faculty-voter-registration-in-economics-history-journalism-communications-law-and-psychology) e nel giornalismo/opinione pubblica (https://www.washingtonpost.com/blogs/erik-wemple/wp/2017/01/27/dear-mainstream-media-why-so-liberal/?noredirect=on&utm_term=.3d30ee83e0c2)che sono i luogi e gli strumenti con cui si sono formati e hanno vissuto i giovani dell’alt right(che ripeto non è il classico ventenne del midwest che a malapena finisce l’highschool e siccome lavora da Wal Mart a salario minimo risentito se la prende con gli immigrati). Su questo altro credo tu non sia d’accordo, ma comunque a mio parere nel discorso pubblico, nel immaginario pubblico (fondamentale per un ventenne che deve appunto sapere che tipo di vita può o non può costruirsi), nel linguaggio, simboli ecc il dominio liberal è incontrastato. La stessa Clinton, anche se per fini di potere se ne fa portatrice “break the glass ceiling” (immaginario appunto femminista, al di là poi di quello che avrebbe potuto fare una volta al governo). Questo perciò è sostanzialmente l’ambiente (costruito dai genitori, dai “boomers”)in cui queste persono hanno finora vissuto. La questione sessuale e il femminsimo è abbastanza paradigmatica. Ti faccio un esempio veramente stupido. Come sai in America Tinder e simili sono diffussissimi quasi strumento primario (molto più che in Italia), è chiaro qui come la critica di sinistra la faccia da padrone e va tutto bene(mercificazione dei rapporti sociali, neoliberalismo applicato ai rapporti umani ecc) il problema nasce quando ad esempio migliaia di ragazze nel loro account scrivono come prerequisito “only 6′” (cioè devi essere almeno 1,80 altrimenti non gli puoi scrivere), sai una volta,due, tre ecc. Qui la sinistra che può dirti, la liberazione sessuale, la donna come soggetto libero e cosciente ecc. cose che di certo non soddisfano il ventitrenne di turno. Allora come ti avevo detto nel precedente post si prendono altre categorie tipo quelle della psicologia evolutiva (come Attractive Women Want it All: Good Genes, Economic Investment, Parenting Proclivities, and Emotional Commitment http://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/147470490800600116)e partendo da ciò si arriva fino al meme della donna ipergamica, l’ipergamia è quanto si passa da una casta all’altra, in pratica le donne sono molto selettive (non ci voleva Einstein :D). C’è chi lo prende come una presa di realismo e chi nella più totale disperazione e risentimento. Ovviamente può essere questo stupido esempio come tanti altri, cioè c’è una contraddizione fra l’insegnamento pubblico e privato diciamo “liberal” (in questo caso di essere un “nice guy”, di portare rispetto ecc) e la vita una volta fuori da casa (per questo meme diffuso nell’alt right è quello della “red pill”, “red pill me on this, on that” ecc, il matrix è ovviamente il sistema ideologico del politicamente corretto ecc). Il razzismo in questo caso è più strumento classico per richiamare attenzione per “épater le bourgeois”, l’ironia è strumento prediletto perchè l’alt right si sa di non avere nessuna base di rierimento autorevole (appunto “kill the normie”, quelli normali, in una sorta di autoghettizzazione), se non alcune intelligenti suggestioni ancora da mettere insieme (per questo uno tipo Spencer per darsi un tono si rifà al classico e collaudato nazionalismo bianco). L’ utente medio di Casa Pound non si metterebbe mai in un forum come nick name “neet”, perchè sa bene di avere, nonstante tutto, una autorevolezza culturale e storica che da’ comunque serietà al suo discorso. A mio parere l’aspetto interessante è che per certi versi alcuni del’alt right rappresentano la coscienza (“chic nihilism” come dicono in alcuni loro forum più esclusivi, termine che stranamente l’autrice non riprende)dei “lost boys” millennial, del maschio bianco non solo attaccato economicamente, ma escluso anche dall’immaginario comune(“il futuro è donna”).

    • Scusa, per via dei tanti link il tuo commento era finito nello spam, l’ho visto solo poco fa e l’ho ripescato.

      Intendiamoci: io non dico che quello che scrivi, il tuo spaccato sociologico, sia falso. Alcuni aspetti sono sicuramente centrati, ma è uno spaccato parziale che tu generalizzi partendo da un paio di premesse che non mi convincono, ed è uno spaccato poco storicizzato. Vado in ordine.

      Le premesse che poni alla generalizzazione del tuo discorso e che non mi sembrano fondate:

      1. Il «liberal bias» dei media è in gran parte un mito agitato politicamente dalla destra, un po’ come l’«egemonia culturale della sinistra». Di quali media stiamo parlando? I media non sono solo il New York Times (letto pochissimo nel resto degli USA) o l’Huffington Post o i programmi serali dei comici di sinistra. Negli USA Fox News raggiunge via cavo quasi 100 milioni di nuclei domestici (households). Gli altri media del gruppo Murdoch non sono meno pervasivi e “autorevoli”. La destra USA ha a disposizione un enorme numero di stazioni radio (con relativi opinionisti famosissimi, come Rush Limbaugh), di giornali locali “seri” e ha praticamente il monopolio dei tabloid di merda che compri alla cassa del supermercato. A capo di American Media, il gruppo editoriale che pubblica il diffusissimo Enquirer, c’è David Pecker, che ha trasformato il tabloid in un megafono pro-Trump. Infine, da anni il Sinclair Broadcast Group inonda i network di contenuti di destra.

      Quindi, se guardiamo tutto il panorama mediatico statunitense, ci rendiamo conto che il liberal bias, se c’è, è circoscritto ad alcuni media di cui buona parte degli americani non fruisce. Dunque non è affatto vero che «nel discorso pubblico, nel immaginario pubblico […], nel linguaggio, simboli ecc il dominio liberal è incontrastato».

      2. Non tutti i genitori baby boomer sono liberal (è talmente ovvio che non devo fornire pezze d’appoggio), e non tutti gli studenti universitari vengono da famiglie liberal. Tu stai descrivendo una rivolta che avviene in un piccolo sottoinsieme, molto minoritario nella società americana: i figli di liberal che frequentano il college e si ribellano al loro background famigliare e politico abbracciando l’irriverente alt-right. Il fenomeno esiste, di storie così ne ho lette diverse. Quella di Mike Enoch, ad esempio. Ma in questa autoproclamata «destra alternativa» ci sono anche molti “figli d’arte”, cioè provenienti da genitori a loro volta di destra. Nell’alt-right non ci sono solo dei Mike Enoch, ci sono anche dei Derek Black (il figlio del fondatore di Stormfront e a sua volta militante di estrema destra, che poi ha preso le distanze dal suprematismo bianco e ha condannato l’alt-right).

      Sulla mancata storicizzazione: il frame della (chiamiamola così) «rivalsa degli sfigati» contro la libertà di scelta sessuale delle donne (‘ste troie che su Tinder si permettono di discriminare in base all’aspetto fisico, cosa che è sempre stata prerogativa dei maschi) è operante, c’è davvero. Ma se eseguissimo un “carotaggio” più profondo, troveremmo reazioni simili nel materiale studiato da Klaus Theweleit nel suo Fantasie virili, che è del 1977 e studia carteggi, diari e autobiografie di aderenti ai Freikorps (quelli che ammazzarono Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht nel 1919) e ad altri esponenti dell’estrema destra tedesca tra Grande guerra e avvento del nazismo. Mutatis mutandis, ovviamente. Non c’era Tinder, la società era diversa, non sto stabilendo identità ma rintracciando un arco storico.

      Arco storico che la stessa alt-right sta rintracciando, “europeizzandosi” sempre di più: citano Evola, De Benoist, la “Nouvelle Droite” post-’68, fanno sempre più riferimento al neofascismo europeo, in particolare a Generazione Identitaria. Qualche giorno fa ne parlava Hope Not Hate in un report intitolato «Identitarianism in America». Dopo aver messo l’accento su elementi di “rottura” e discontinuità, enfatizzandoli, ora cercano memoria storica e continuità organizzative. Cercano tradizione. “Sotterranea” e, soprattutto, inventata. Vedrai che presto scriveranno il loro corrispettivo di Tracce di rossetto di Greil Marcus.

      L’alt-right è rimasta per qualche anno nella fase in cui si trovava il punk nel 1977: nessun antenato riconosciuto se non en passant, «No Future», irriverenti su tutto. Ma poi il punk una tradizione la riconobbe eccome. Greil Marcus la fece risalire a Dada e anche più indietro. Bifo, nel suo pezzo, molto appropriatamente cita Dada. L’alt-right è un’estrema destra dadaista e punk. Ma poi il punk diede vita a correnti/sottogeneri/movimenti molto strutturati, e Dada lasciò il posto a un movimento d’avanguardia ben più definito – il surrealismo – in gran parte basato sul tracciare un arco storico e riprendersi una tradizione (omaggi a Rimbaud, Lautréamont ecc.).

      «Storicizzare sempre.» (Fredric Jameson)

      • Ciao, scrivo giusto un ultimo messaggio.
        Sono d’accordo con te che un movimento che si chiama alt-RIGHT tragga origine o possa ispirarsi a una certa storia politica e sociale (tipo appunto Spencer e soci). Quello che io sottolineo è che essendo(a mio parere) in larga parte un movimento di “millennals” (e quindi originato strettamente dai problemi che vive questa generazione), nato pratcamente su internet(cosa sostanzialmente unica, a differnza dei movimenti di sinstra che hanno tutt’altra storia organizzativa e personale) senza chiara gerarchie, possa (ma non per forza ovviamente) essere un movimento poco prevedibile e quindi come le categorie della storicizzazione possano trovare difficoltà.
        Quando tu dici che nell’opinione pubblica/stampa americana esiste anche una compenente non liberal è ovvio, però se prendi ad esempio la fox che è praticamente organo del partito repubblicano, lo stesso partito è stato ferocemente presi di mira dai meme alt right(“cuckservative”), altri tipo neocon come weekly standard di kristol uguale ecc., da qui viene il noi contro i “normali”.
        Probabilmente la mia visione del fenomeno è troppo restrittiva, comunque è sempre meglio non buttura tutto in un calderone.
        Non per fare pubblicità ma ti linko un libro (sempre tra ironia e serietà) appena uscito di uno(anonimo ovviamente) che su twitter fra di loro è molto seguito https://www.amazon.com/Bronze-Age-Mindset-Pervert-ebook/dp/B07DJQ89TD

        Saluti

  10. Uhm…e se il carattere “ironico nichilista”dell'”alt right” fosse direttamente proporzionale PROPRIO alla sua sostanziale mancanza di originalità”teorica”?

    Ho dato un’occhiata al “manifesto” del “rinnegato” Land(quello sull’illuminismo oscuro)che credo sia il punto “più alto” di autoconsapevolezza”teorico-sistematica” raggiunto dal “movimento”…….beh,al netto della posa corrosiva è una specie di enciclopedia della”cultura di destra”(anglo)americana “alta”(Voegelin,Russel Kirk ,il marginalismmo austriaco) e “bassa”(il razzismo”differenzialista”);forse l’unica”originalità” consiste nella spudoratezza”post-moderna” con cui le “appiccica”,mettendo assieme (per es)la critica al puritanesimo “alla Eliot” e le “digressioni” sul quoziente intellettivo dei neri.In sostanza;vecchia merda

    Per inciso;si potrebbe fare un parallelo tra l’ironia paracula e sadica di Land e il trombonismo retorico di Dugin,altro “riciclatore” di talento;i due volti(quello anglo-americano e quello “eurasiatico”) del fascismo del terzo millennio.

    Noi poi in Italia abbiamo le versioni”in sedicesimo” sia di Dugin (il rossobruno garrulo e riccioluto)sia di Land(il pornosofo “law and order”ex allievo di Derrida) .E abbiamo Salvini..

    • Io sono d’accordo con te, di innovazione strettamente teorica davvero poca, tanto che con una lettura incrociata di Fantasie virili di Theweleit e Cultura di destra di Jesi, due libri degli anni Settanta (!), trovi il phylum, e l’antecedente di quasi ogni enunciato dell’alt-right. Anche la composizione sociale dell’alt-right che secondo ar è maggioritaria non suona nuova, rimanda a reazioni “chimiche” già avvenute tante volte nella borghesia.
      L’innovazione – non necessariamente, però, tutta sul piano della “discontinuità” – è soprattutto formale, riguarda le tattiche comunicative, le retoriche, il “tono”. E ovviamente il contesto in cui tutto ciò avviene.

      • Tra l’altro il «pornosofo Law and Order ex-allievo di Derrida» – la cui pagina su Wikipedia, scritta e presidiata da lui stesso, è stata cancellata perché sfrenatamente autopromozionale – fino alle recenti elezioni politiche è stato esponente appariscente del PD genovese, con posizioni sull’immigrazione a destra di Minniti e posizioni sul “decoro” a destra di Roma Fa Schifo. Dapprima più renziano dei renziani, più leopoldo della Leopolda, in seguito più Minniti-oriented (gli sono sempre piaciuti gli sceriffi) e sempre più spesso allineato coi giri di vite anti-migranti delle giunte di destra genovese e regionale. Addirittura Forza Nuova applaudì le sue «coraggiose prese di posizione» e gli offrì la tessera ad honorem.

        Poi cos’è successo? Che alle elezioni del 4 marzo scorso il PD ha preso una batosta, e pochi giorni dopo la débacle il “pornosofo” ha annunciato la sua uscita dal partito. Sono i casi in cui l’espressione «in tempi non sospetti» si può usare solo con molta faccia tosta…

        Da qui in avanti il suo enlightenment non potrà che farsi sempre più dark.

        Comunque sì, era per dire che un nostro corrispettivo dei guru dell’alt-right stava dentro il PD.

        • Beh, del resto la”guerra” dei giovani rampanti dell’alt right alle”cariatidi” del GOP aveva qualcosa in comune con la”rottamazione” dei “giovani renziani”. Nell’un caso come nell’altro, una “maschera” per un ricambio di elite (per un compromesso tra vecchie e nuove elite).

          Ma in fondo anche il Garrulo Riccioluto ha “antropologicamente” moltissimo in comune proprio con Matteo Renzi; il sadismo vigliacco da”primo della classe” con le citazioni dai libri “giusti” da “mettere” nei temi “per prendere 8″ che però fa anche l'”amico della classe” additando il capro espiatorio che tutti hanno deciso già di colpire; questa però è un’antropologia molto italiana (diciamo un'”antropologia da liceo classico”)

          P.S:Comunque il “pornosofo” è passato dall’apologia del Valore Liberatorio Della Prostituzione a quella dell’Amore Monogamico ed Eterosessuale che Non Si Riduce al Sesso. Gratta gratta la morale di tutto era: “Femmina piccante pigliala per amante / femmina cuciniera pigliala per mogliera”.

  11. rispondo (con un po’ di ritardo e me ne scuso) ad alcune cose scritte in risposta al mio post.
    Omar Onnis scrive:
    “Ma alla tecnocrazia finanziaria non è affatto necessario rispondere col nazionalismo reazionario. Questa è una falsa dicotomia, tutta interna ai processi di estrazione di valore e di dominio politico e sociale in corso. Bisogna uscirne, bisogna evaderne.”
    E’ vero verissimo che l’alternativa (la sola alternativa) alla tecnocrazia finanziaria non è il nazionalismo reazionario.
    Certo, ed è anche vero che “bisogna uscirne, bisogna evaderne.”
    Ma l’esperienza degli ultimi anni mostra che i movimenti non hanno trovato la strada che porta fuori dalla tecnocraia finanziaria (io preferisco parlare di automatismo finanziario).
    Wu Ming1 osserva che negli anni 2010-2012 io ero un po’ più ottimista ;=)
    Bella forza. In quegli anni la sollevazione era in corso in molte parti del mondo (anche se si è visto poco in Italia). Il movimento Occupy in US, l’acampada spagnola, l’enorme movimento egiziano anti-Moubarak… erano forme di verse di una rivolta che aveva il suo elemento comune nel rifiuto dell’automatismo finanziario.
    Com’è andata a finire lo sappiamo. Catastroficamente dovunque (con la sola eccezione della Spagna).
    Dopo il 2012 mi sono domandato perché le cose sono andate in quel modo, e la mia risposta è che la società non conosce (per il momento almeno) alcuna via d’uscita dall’astrazione, per una ragione molto precisa. I movimenti sociali si verificano su un piano che è del tutto asimmetrico rispetto all’astrazione finanziaria. La perfetta flessibilità del finanziario digitalizzato corrisponde a una perfetta rigidità del sistema finanziario rispettto alla corporeità sociale.
    Cosa è accaduto dopo? E’ accaduto che la società ha risposto all’impotenza politica con la brutalità identitaria.
    Il nazional-socialismo si è rivelato finora la sola risposta. Non perché permetta di liberarsi dalla tenaglia finanziaria, tutt’al contrario la rinforza. Ma perché sposta l’energia frustrata dal nemico vero ma invincibile (la finanza) verso un nemico falso ma facilmente soggiogabile, il migrante, ad esempio, o la donna. Capri espiatori su cui scaricare un’aggressività che non trova sfogo.
    Qui siamo, è inutile farsi coraggio con la retorica.
    E la mia impressione è che siamo proprio usciti dal ciclo cinquantennale dei movimenti, per entrare in un ciclo apocalittico che dobbiamo saper interpretare senza ansia.
    Certo è vero, come dice Wu Ming1 che la forza-invenzione dei movimenti esiste ancora, ma per il momento si manifesta soltanto in forme di sopravvivenza.
    La sopravvivenza non è irrilevante (primum vivere) ma non è bello (navigare necesse est, vivere non est necesse).
    E che vuol dire navigare, oggi? Vuol dire tenere la testa fuori dall’onda di merda, per intravvedere il dopo, per non dimenticare che il possibile è ancora possibile, anche se si è fatto (al momento) assai improbabile.

    • Franco, parto da quello che scrivi sul post-2011:

      «Com’è andata a finire lo sappiamo. Catastroficamente dovunque (con la sola eccezione della Spagna)»

      Io non la vedo così, mi sembra unilaterale e ingeneroso.

      La sollevazione planetaria del 2009-2012 è stata fondativa e formativa per milioni di nuove attiviste e nuovi attivisti. Una generazione che negli anni seguenti ha spinto le proprie energie in direzioni diverse, animando progetti rivoluzionari o di riformismo radicale, in ogni caso sempre disruptive dello status quo, nelle intenzioni e spesso negli esiti.

      Pensiamo all’onda globale del nuovo femminismo, partita in Argentina con lo slogan «Ni una menos»: è il movimento più cosciente e determinato degli ultimi anni.

      Pensiamo alle radicalissime lotte in Francia, dalla ZAD alle gigantesche mobilitazioni contro la Loi Travail nel 2016, fino al combinato disposto scioperi generali + insurrezione studentesca che sta caratterizzando questo 2018.

      Negli USA dopo Occupy e grazie a Occupy ci sono stati grandi scioperi, la mobilitazione coast to coast per alzare il salario minimo, Black Lives Matter e il tentativo di sovvertire in massa il meccanismo delle primarie democratiche sfruttando la candidatura di Bernie Sanders. La vittoria di Trump non ha scoraggiato i movimenti, anzi, Occupy è appena riemersa nella solidarietà attiva ai migranti, con la mobilitazione #OccupyICE.

      In UK molti giovani che nel 2010 avevano protestato in massa contro l’attacco liberista all’istruzione pubblica hanno poi deciso di spazzare via il New Labour blairiano… entrandoci e cacciandone l’establishment, appoggiando la conquista del partito da parte di Jeremy Corbyn.

      Sì, il capitalismo ha risposto alle sollevazioni di 8-9 anni fa con la violenza sistemica delle guerre e dei nazional-socialismi. Eppure, anche dove questo è accaduto nel modo più orrorifico, come in Siria, non si può dire che dalla “primavera” del 2011 non sia nato nulla: è nato l’esperimento rivoluzionario del “confederalismo democratico” in Rojava, è nato un movimento di donne e uomini che hanno spazzato via l’ISIS e, pur tra mille gravi difficoltà, stanno instaurando nelle zone liberate modelli di convivenza e condivisione che in Medio Oriente sono inauditi.

      Anche in Spagna la risposta identitaria e fascista è stata violentissima, lo si è visto nella repressione dei “moti” catalani dell’anno scorso, anch’essi in altri modi “figli” del 2011 e del movimento 15 maggio. Quando si parla della Spagna post-Indignados ci si riferisce principalmente a Podemos, la traduzione politica in senso stretto di quella spinta, ma c’è molto di più.

      Sono movimenti e fenomeni molto diversi, alcuni anche in apparente contrasto l’uno con l’altro (la “scalata” di massa al Labour Party o l’appoggio alla candidatura di Sanders vengono sicuramente visti dagli insorti francesi come allucinazioni liberal e/o pastrocchi socialdemocratici), ma tutti sono riconducibili alla “sollevazione”, a quella grande liberazione di energie. E secondo me non sono solo resistenza, non sono solo “tenere la testa più in alto della merda”. Nel clima pesantissimo del 2018, qualcuno sta costruendo alternative alla paura.

  12. […] Nella tempesta di merda. Franco Berardi “Bifo” su “Kill All Normies” di Angela Nagle e la cu… ‒ Giap […]

  13. non credo che avrebbe senso la scenetta dell’ottimista e del pessimista, due categorie che non mi interessano e non significano gran che. Quello che dici, gentilissimo Wuming1, sostanzialmente lo condivido. E’ vero che la soggettività degli ultimi anni si fonda o si rimotiva in gran parte a partire dal movimento Occupy del 2011. E’ banale però ridurre la questione a un elenco empirico di manifestazioni sociologicamente rilevabili. Non è questo il punto. Il punto è che il movimento vastissimo del 2011 non ha fermato l’offensiva finanziaria, e non ha previsto l’onda nazional-socialista che è seguita all’umiliazione provocata dall’offensiva finanziaria. Tu usi l’espressione “ingeneroso” per definire il mio atteggiamento. Non credo che si tratti di essere generosi con i movimenti. Si tratta invece di essere molto esigenti, e di chiedersi: se continuiamo con quella metodologia politica che ci ha guidato per tutto il secolo passato riusciremo a cavare un ragno dal buco? Non ci riusciremo.
    Io non sono né pessimista né ingeneroso. Sono alla ricerca di un metodo dell’azione che restituisca alla società l’autonomia che essa ha perduto.
    E’ chiaro che c’è sempre qualche situazione in cui le donne si ribellano alla violenza o una fabbrica in cui gli operai africani solidarizzano contro un omicidio razzista. Ma la mia domanda è: come si sconfigge il nemico fascio-liberista? Come si costruisce autonomia?
    Occupy ha posto il problema ma non l’ha risolto. Occupy ha detto (a mio parere) che il capitalismo non si sconfigge pià sul terreno della rappresentazione politica ma soltanto sul piano della corporeità che si sottrae all’astrazione. Di qui occorre ripartire, ma nel frattempo l’astrazione ha vinto e la corporeità è catturata dal razzismo.
    Un abbraccio e grazie di questa bella discussione.

    • L’astrazione non ha ancora vinto, non del tutto e non ovunque.
      E la corporeità continua imperterrita a sottrarsi all’astrazione e, a volte, a sconfiggerla. Manca un disegno sistemico e generalizzato che globalizzi questo conflitto, in modo da opporsi all’astrazione globale? Be’, non è detto che sia un male.
      La corporeità – ossia il groviglio di relazioni reali rappresentato dagli esseri umani, tra di loro e tra loro e il mondo – muore se la si tende troppo, se la si assume, essa stessa, come un’astrazione. La corporeità ha per sua natura una grossa parte di contingenza e si porta appresso una bella fetta di passato, di stratificazioni esperienziali ed ideali.
      Ciò significa che alla fine la sua risposta rivoluzionaria non può che essere eterogenea, situata, articolata sulla base dei fattori reali con cui ha a che fare.
      Una conseguenza di questa sua natura, per venire a un ambito che mi è familiare, è che per esempio uno degli antidoti più forti tanto contro il nazionalismo-reazionario (sempre funzionale al dominio dei padroni, come tutti sanno da queste parti) quanto contro l'”automatismo finanziario” sono i processi di autodeterminazione democratica e popolare, oggi in corso, a vario stadio di sviluppo, in Europa (e non solo).
      In questo senso, la lotta no-tav della Val Susa sta sullo stesso piano del Procés catalano, e il confederalismo democratico nel nord della Siria può essere un modello per altri percorsi (a patto di non volerlo replicare sic et simpliciter, chiaramente).
      Al pessimismo della ragione, in definitiva, bisogna sempre opporre l’ottimismo della volontà. Formula abusata e spesso fraintesa, ma che ha un suo senso politico e pragmatico preciso.
      La corporeità non potrà mai essere riassorbita e annullata dall’astrazione, pena la dissoluzione dell’astrazione medesima. Certo, nel frattempo i danni possono diventare enormi (come già sono, del resto). Ma le contraddizioni intrinseche del meccanismo di estrazione del valore, del processo di sottomissione del reale alla logica del profitto individuale, esistono anche in regime di astrazione dominante. Vanno cercate, trovate, allargate, fatte detonare. Non tutto è finito con Occupy, come giustamente puntualizzava WM1, così come non tutto è finito col G8 di Genova 2001. Semplicemente ci sono varie fasi di resistenza, riorganizzazione, risposta.
      Il futuro non è affatto scritto. E comunque bisogna giocarsela fino in fondo.

  14. scusate, sono troppo ingegnere, ma davvero mi sto sbattendo a cercare di capire il significato della frase di Bifo:
    Occupy ha detto (a mio parere) che il capitalismo non si sconfigge più sul terreno della rappresentazione politica ma soltanto sul piano della corporeità che si sottrae all’astrazione. Di qui occorre ripartire, ma nel frattempo l’astrazione ha vinto e la corporeità è catturata dal razzismo.

    potreste fare esempi?

  15. Sono uno dei tantissimi italiani nati in Venezuela.
    Siamo una categoria di italiani che ha visto la propria terra natìa bruciare sotto le politiche folli di una cricca assassina.
    Qualche mese fa è apparsa una pagina sulla latrina di internet: si chiama “Il cuggino venezuelano”.
    Tramie meme di Spongebob ha veicolato la derisione completa di chi ha avuto amici e parenti morire o scappare dalla brutalità chavista.
    In decine hanno provato a criticare e argomentare, in centinaia hanno applaudito con la bava alla bocca.
    Io non so cosa si immagina chi teorizza un adattamento progressista/umanista/illuminista di tale linguaggio, ma la mia impressione è che funzioni esclusivamente per solleticare gli istinti più facili e meschini, eternamente in bilico fra un’ironia senza limiti di decenza e l’atteggiamento passivo-aggressivo di cui solo certi rossobruni sono capaci.

    • Conosciamo certe dinamiche e sappiamo vederle in anticipo, perciò avvisiamo tutte e tutti che non abbiamo le energie per un OT sul Venezuela, le colpe del governo e quelle dell’opposizione, i meriti e demeriti dell’esperienza chavista, continuità o degenerazione del processo rivoluzionario venezuelano da Chavez a Maduro, ascesa e declino dell’onda «bolivariana» in America latina, differenze tra i diversi paesi, e allora il Nicaragua, e allora la Bolivia ecc. Si scivola subito in scazzi geopolitici, ci si contrappone tra chi dice che il nemico del mio nemico è mio amico e chi dice il contrario e la discussione va subito in vacca senza che nessuno impari niente. Non è questa la sede, non è questa l’occasione.

      • Va bene (era un po’ che non passavo da queste parti).
        É solo per dire che questa forma di comunicare non è limitata a 4chan e al maschilismo identitario razzista.
        Altro esempio -che per fortuna si limita all’autoironia- è quello dei Socialisti Gaudenti. Remi in barca e spritz in mano. Tanto non si riesce a vedere a un più di un metro dal proprio naso.
        Tutto un mondo che contrasta con l’inutile prolissità che si trova sui giornali comunisti venduti sui marciapiedi.
        Una volta ho provato a chiedere il perchè di una retorica così pesante, antipopolare, che nessun lavoratore vorrebbe affrontare a fine giornata o nel fine settimana.
        Mi hanno risposto che “anche la realtà è complicata”.
        A quanto pare no, da quel che si vede su internet.

  16. È un po’ che ragiono su questo post di Bifo, cercando di metterlo in relazione con altre sue idee, in particolare quelle sul ruolo giocato dai mercati finanziari nella società contemporanea. Idee riassunte qualche giorno fa in questo articolo pubblicato da Alfabeta 2.

    Così, approfitto di questa domenica, che dalle mie parti è piovosa, per riordinare un po’ i pensieri, sperando che queste mie considerazioni possano essere utili alla discussione.

    Forse è meglio specificare subito che, seppur condividendo alcune delle conclusioni alle quali Bifo giunge, non ne condivido affatto il senso di impotenza. Non penso, in altri termini, che “una soggettività all’altezza della catastrofe non potrà emergere se non dallo sconvolgimento che la catastrofe sta preparando” – come ha scritto su Alfabeta 2.

    Credo che la catastrofe possa ancora essere scongiurata, e che, per scongiurarla, sia necessario elaborare analisi (in grado di alimentare e indirizzare le lotte) all’altezza della situazione, come, a dispetto del senso di impotenza che manifestano, sono gli scritti di Bifo che qui stiamo commentando. Analisi che, probabilmente, vanno schematizzate, e, dove possibile, “memetizzate”, per garantire loro una diffusione capillare, in grado di contrastare la “tempesta di merda”, di esserne antidoto. Un metodo per farlo, a parte i meme, potrebbero essere le infografiche, ma forse questo è tema per una discussione più approfondita sugli strumenti e le strategie di comunicazione che, probabilmente, non è il caso di fare qui.

    Andando al nocciolo della questione. Per indirizzare la discussione su di un percorso in grado di allontanarci dal senso di impotenza, potrebbe essere utile rapportare alla propria dimensione reale i successi delle forze politiche che hanno scatenato la “tempesta di merda” e che ne traggono vantaggio.

    Negli Stati uniti, in termini assoluti, Trump ha ottenuto meno voti di Clinton, ed è potuto divenire presidente solo grazie a una legge elettorale che attribuisce ad alcuni stati un peso maggiore rispetto ad altri.

    In Italia, se rapportiamo il risultato elettorale dei partiti di governo al numero degli aventi diritto, e non a quello dei votanti, ci rendiamo conto che il governo fasciostellato rappresenta “appena” il 35,33% degli italiani, dando vita a uno degli esecutivi meno rappresentativi, forse il meno rappresentativo in assoluto, della storia della Repubblica.

    Un po’ diverso è il discorso relativo alla Brexit, ma, anche in quel caso, dove la maggioranza si è espressa per la posizione sostenuta dall’estrema destra e dai reazionari, bisogna registrare che il “leave” si è affermato ottenendo “appena” un milione e trecentomila voti in più rispetto al “remain”. Non certo una vittoria schiacciante.

    In tutti e tre i casi citati si nota un inquinamento dell’ambiente mediatico da parte della “tempesta di merda”, un inquinamento che porta a percepire come maggioritarie e schiaccianti le posizioni delle forze politiche che lo alimentano, ma, in tutti e tre i casi, alla percezione indotta dai media non corrisponde un risultato elettorale che conferma tale percezione.

    Molto maggiore è, per esempio, il ruolo dell’astensione, che viaggia su cifre molto alte: in tutti e tre i casi, è superiore al 25%. Dato il contesto, molti cittadini preferiscono non scegliere, non si sentono attratti dalle proposte di alcuna forza politica. Per onestà, però, pur sottolineando il ruolo dell’astensione, bisogna notare che per il referendum sulla Brexit ha votato il 72,2% degli elettori, una cifra più alta della media di votanti che, negli ultimi anni, ha caratterizzato la partecipazione alle competizioni elettorali britanniche.

    In definitiva, si può comunque osservare, come già sottolineato, che la percezione indotta dalla “tempesta di merda” non è accompagnata da successi schiaccianti delle forze che la alimentano e, probabilmente, se opportunamente contrastata, tale tempesta potrebbe rivelarsi un boomerang per chi la fomenta.

    Con questo, ovviamente, non voglio sottostimare i fenomeni, ma rapportarli alla loro reale portata, un esercizio che, se fatto, ci porta a considerare la catastrofe paventata da Bifo come uno degli esiti possibili se la tempesta non troverà argini, ma non come l’unica e inevitabile evoluzione del contesto nel quale ci troviamo a operare.

    Come arginare quindi la tempesta?

    Credo soprattutto non stancandoci mai di elaborare e diffondere analisi che tengano conto della complessità sociale con la quale ci confrontiamo, avendo ben presente che la “tempesta di merda” mira, tra le altre cose, proprio a eliminare la complessità, a banalizzare le analisi e a sviare l’attenzione da quelli che sono i reali “nemici”. Perché solo con analisi all’altezza della situazione saremo in grado di indirizzare le lotte verso i giusti obiettivi, non disperdendo energie, tempo e forze.

    È curioso notare come i meccanismi descritti da Bifo nella prima parte di questo post, dove parla di un sovraccarico di informazioni in grado di inibire le facoltà di elaborazione razionale, aprendo la strada a interpretazioni mitologiche e complottistiche della realtà, assomiglino paurosamente ad alcune tecniche utilizzate sue mercati finanziari, in particolare in quelle che sono chiamate negoziazioni ad alta frequenza. Negoziazioni che, grazie all’ausilio di bot, riescono a condurre operazioni finanziarie in lassi di tempo infinitesimali (attualmente, sui mercati finanziari, circa il 60% dei volumi sono scambiati da algoritmi).

    In particolare mi riferisco alla tecnica nota come “quote stuffing”, cioè a una strategia che consiste nel riversare sul mercato una quantità ingestibile di informazioni, immettendo, e contemporaneamente cancellando, migliaia di ordini, al fine di rallentare gli altri operatori, i quali, dati i brevissimi lassi di tempo, non riescono a comprendere cosa stia realmente avvenendo. Una tecnica che permette di causare variazioni nei prezzi, da sfruttare per trarne profitto in lassi di tempo infinitesimali.

    Allo stesso modo l’ambiente mediatico è sovraccaricato di informazioni di varia natura, spesso contrastanti, in grado di inibire, come sottolinea Bifo, le capacità di elaborazione razionale, dando vita a ricostruzioni mitologiche spesso prive di nessi logici e con nessi causali banali. Ricostruzioni non di rado molto lontane dal fornire una spiegazione esauriente dei fenomeni che si vogliono descrivere.

    Questa coincidenza non è un caso isolato, ma uno dei tanti esempi che indicano la centralità del ruolo della struttura economica nella società contemporanea. Certo, la storia è piena di teorie del complotto in grado di influenzare l’opinione pubblica, ma solo la sperimentazione sui mercati finanziari di meccanismi in grado di inondare il sistema di informazioni contrastanti, difficilmente elaborabili in brevi lassi di tempo, ha potuto condurre a praticare le stesse strategie a livello sociale, grazie all’ausilio dei social network soprattutto, ma anche sfruttando complessivamente un ambiente mediatico che ha ormai pochi anticorpi in grado di contrastarne l’inquinamento.

    Fenomeni simili, nei quali la struttura economica viene presa come modello per strutturare la società, li riscontriamo anche in altri campi. Per esempio, Max Weber descriveva il capitalismo degli albori come una struttura che andava modellando l’organizzazione della produzione ispirandosi agli eserciti e alla macchina burocratica degli stati. Oggi assistiamo al fenomeno inverso, sono gli eserciti e gli stati che vanno organizzandosi prendendo a modello l’organizzazione della produzione capitalistica, snella e flessibile, considerata il modello organizzativo più avanzato da estendere all’intera struttura sociale. Ciò non è necessariamente un male (anche se non è il caso di approfondire il discorso in questa sede), ma è indicativo del fatto che nel tardo capitalismo (o capitalismo maturo) la sovrastruttura tende a collassare sulla struttura, a conformarsi direttamente a essa celando sempre meno le origini economiche non solo dei modelli organizzativi, ma anche delle mentalità e delle culture che si diffondono.

    Per questa ragione, per esempio, si potrebbe descrivere, nella società contemporanea, con il termine “precariato” la classe sociale di coloro che vivono vendendo il proprio lavoro. Precariato infatti descrive bene una condizione dell’individuo che si manifesta in origine nella struttura economica della società, ma che si estende senza trovare ostacoli alla condizione esistenziale stessa dell’individuo, uniformandola alla sua condizione economica.

    A un primo sguardo, sembrerebbe che la “tempesta di merda” cerchi di celare proprio il ruolo centrale che i fenomeni economici hanno all’interno della società contemporanea, mascherandoli con interpretazioni mitologiche o complottistiche, spesso spacciando alcuni “effetti collaterali” dell’agire economico come l’obiettivo che gli attori vogliono conseguire.

    È per esempio il caso dell’immigrazione. Non è errato sostenere che l’immigrazione, tra sfruttamento dei territori di provenienza, guerre, e cambiamenti climatici indotti dallo sfruttamento ambientale, sia effetto di un sistema economico organizzato in maniera capitalistica. Ma non è certo alimentare l’immigrazione, o effettuare una sostituzione etnica, che preme alle classi dominanti, bensì continuare a sfruttare quelle terre, avere accesso diretto alle materie prime, e continuare a produrre fottendosene dell’effetto che alcuni metodi di produzione e lo sfruttamento incondizionato di alcune materie prime hanno sull’ambiente.

    Forse, per comprendere meglio quello che la “tempesta di merda” produce, può essere utile ricostruire, seppur brevemente, l’agire economico, e i suoi effetti, del re di tutti i complotti, George Soros, del quale mi è capitato di parlare in un altro commento su Giap.

    In una “Bustina di minerva” del settembre 2014, Umberto Eco scriveva:

    “Ogni teoria della cospirazione indirizza la pubblica immaginazione verso pericoli immaginari distogliendola dalle minacce autentiche.

    Come una volta ha suggerito Chomsky, immaginando quasi un complotto delle teorie del complotto, a trarre maggior beneficio dalle fantasticherie su un presunto complotto sono proprio le istituzioni che la teoria del complotto vorrebbe colpire. Il che vale a dire che, a immaginare che a far crollare le due torri sia stato Bush per giustificare l’intervento in Iraq, ci si muove tra varie allucinazioni e si smette di analizzare le tecniche e le ragioni vere per cui Bush è intervenuto in Iraq, e l’influenza che su di lui e la sua politica hanno avuto i neo-con.”

    Un po’ quello che avviene con Soros. Immaginarlo come l’artefice di un complotto indirizzato a costruire una società globale, anche mediante la sostituzione etnica, nasconde di fatto quelle che sono le conseguenze del suo agire all’interno del sistema economico, il quale ha tutt’altro effetto. Nasconde le idee che ci sono dietro la teoria della “società aperta”, elaborata da Popper, alla quale Soros si ispira. Una teoria che mira a descrivere la realtà storica come un accumularsi confuso e casuale di eventi che non possono essere spiegati razionalmente, stabilendo nessi causali. Inibendo così la strada a qualsiasi critica del capitalismo. Cosa che, a pensarci, è un po’ il risultato che raggiungono le “tempeste di merda”.

    Si parla dei finanziamenti alle ong, per esempio. Finanziamenti che avvengono alla luce del sole, ma si tace sul fatto che l’attacco valutario alla lira e alla sterlina, condotto da Soros nei primi anni Novanta del secolo scorso, portò a un restringimento degli spazi di democrazia, che fu allora che si cominciò, soprattutto in Italia, ma non solo, a parlare di aumentare i poteri del governo, a scapito del Parlamento, per fare in modo che questo potesse reagire immediatamente a situazioni di quel tipo (leggere i giornali dell’epoca è illuminante anche per comprendere la situazione attuale).

    Si nasconde inoltre il fatto che, se vi fosse stata una moneta unica globale, o se vi fosse stata una regolamentazione internazionale dei mercati finanziari, le speculazioni di Soros, che, tra le altre cose, ebbero l’effetto di mettere in difficoltà l’introduzione dell’Euro, non sarebbero state possibili.

    Il nazionalismo stesso, illustrato dalla “tempesta di merda” come argine ai disastri creati dalla globalizzazione, oltre che ai complotti orditi da Soros, sembra, a sua volta, andare incontro più agli interessi delle classi dominanti, che a quelli dei popoli che l’estrema destra e i reazionari sostengono di voler difendere.

    Milton Friedman, uno dei padri del neoliberismo, colui che sperimentò le proprie teorie economiche nel Cile di Pinochet, in uno dei suoi scritti, “Capitalismo e libertà”, sosteneva, riferendosi agli Stati uniti, ma facendo un discorso facilmente estendibile allo scenario europeo e globale, che:

    “Il campo d’azione del governo deve essere limitato. La sua funzione principale deve essere quella di […] mantenere la legalità e l’ordine, far rispettare i contratti privati, favorire la concorrenza nel mercato.[…]

    Se le autorità devono esercitare un potere, è preferibile che ciò avvenga a livello di contea piuttosto che di stato, e se necessario è meglio che tali poteri siano attribuiti al governo dello stato piuttosto che concentrati a Washington, nelle mani del governo federale. […]

    Se non mi piace quello che fa il mio stato, posso trasferirmi in un altro.”

    [Milton Friedman, “Capitalismo e libertà”, pg. 35]

    Leggendo le sue parole, le quali, è bene ripeterlo, sono quelle di uno dei maggiori teorici del neoliberismo, ci si rende ben conto che le classi dominanti non hanno alcuno interesse affinché si creino delle strutture sovranazionali, magari democratiche, in grado di regolare le attività economica dalle quali traggono profitto. Preferiscono una miriade di piccoli stati, totalmente incapaci di contrastare l’attività di imprese che agiscono su scala globale.

    Una considerazione che portò Zygmunt Bauman a scrivere che:

    “E’ facile immaginare quanto la sostituzione degli stati territoriali deboli con qualche tipo di autorità legislativa ed esecutiva mondiale, dotata di effettivo potere esecutivo, risulterebbe dannosa per gli interessi delle aziende sovranazionali; possiamo quindi presumere che i processi di globalizzazione economica e di tribalizzazione politica non solo non si facciano guerra tra loro, ma siano strettamente alleati o addirittura membri della stessa congiura.”

    [Zygmunt Bauman, “Il disagio della postmodernità”, pg. 70]

    Non vorrei cadere in una sorta di complottismo al contrario, ma sembrerebbe quasi che la “tempesta di merda” sia il frutto della strategia delle classi dominanti, o, almeno, di larga parte di esse, indirizzata a costruire nuove narrazioni. Narrazioni tese a nascondere gli effetti del loro agire, rese necessarie dal collasso di quelle rivolte alla classe media e dal fallimento dei principi neoliberisti.

    Nuove narrazioni che cercano di legare alle classi dominanti quello che definiscono “popolo”, cioè la classe sociale di chi, per vivere, non può che vendere il proprio lavoro. La classe sociale che ha portato sulle proprie spalle tutto il peso delle politiche neoliberiste dell’ultimo quarantennio e delle crisi che hanno generato. L’unica classe che, se avesse coscienza del proprio stato e del proprio potenziale, avrebbe tutto l’interesse a superare il capitalismo, un sistema ormai incapace di qualsiasi slancio in avanti, maturo e stagnante, proprio come il feudalesimo agli albori della Rivoluzione francese.

    Se analizzata da questa visuale, “la tempesta di merda” non è sintomo di forza, non è affatto in grado di portare inevitabilmente alla catastrofe. È, al contrario, indice di debolezza, spia di una situazione in cui le classi dominanti non riescono più a creare narrazioni forti e non possono che guardare al passato per sperare di continuare essere egemoni.

    Il futuro, invece, è nostro. Come le narrazioni che lo riguardano e le lotte che possono costruirlo.

    Spero che Bifo se ne renda conto. Avremo bisogno anche di tutta la sua fantasia per “sostituire l’automatismo finanziario capitalista con un programma al servizio dell’utile sociale.”

    Per farlo, però, forse, dovremo, nelle nostre analisi, dare ai mercati finanziari il giusto peso, senza sovrastimarli. Perché molte scelte che hanno portato alla situazione attuale, e al diffondersi di alcune mentalità, traggono origine dalla produzione materiale, da dinamiche che hanno portato alla finanziarizzazione, non che ne sono conseguenza. Gli scritti di Giovanni Arrighi, potrebbero essere un punto dal quale partire per analizzare, seppur parzialmente, questi fenomeni. Descrivere il resto, invece, necessita dell’analisi dei dati economici che caratterizzarono l’Occidente, e non solo, prima del 1973. È un lavoro lungo e complesso, ma forse è l’unico in grado di darci quello slancio in avanti che oggi, in parte, ci manca.

    Non è affatto detto che una delle ultime cose che vedrà la generazione di Bifo sia la catastrofe…

  17. […] che sarebbero al soldo del «finanziere ebreo Soros». Per non dire della memetica e del complesso gioco di trolling che l’alt-right americana ha saputo costruire nell’ultimo decennio attorno ai […]

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