Quale fascismo, quale antifascismo. Note sul Museo di #Predappio – di Sandro Bellassai

Predappio, 9 dicembre 2017. Frassineti, Flores e De Bernardi all’inaugurazione della mostra sul progetto per l’ex-Casa del Fascio. Mostra allestita nella casa natale del duce.


[La vicenda del museo del fascismo a Predappio va avanti, e occuparsene è sempre più importante: il nuovo quadro politico del 2018 ci offre un’immagine ad alta definizione del «senso comune post-antifascista», ci mostra quanta strada sia stata percorsa da quando, nel 2004, lo storico Sergio Luzzatto coniò quell’espressione. In un simile contesto, la partita che si sta giocando nella ex-«Betlemme del fascismo» si fa ancora più rischiosa.
Abbiamo raccontato i presupposti storici, la cornice radioattiva e le ambiguità del progetto di Frassineti, Flores e De Bernardi nell’inchiesta-reportage Predappio Toxic Waste Blues. In seguito abbiamo ospitato le concretissime obiezioni di uno storico e insegnante, Gianluca Gabrielli («Come ti organizzo la gita scolastica al futuro museo di Predappio»). Oggi proseguiamo la riflessione con il contributo di un valido storico contemporaneista, Sandro Bellassai, che conosce bene tanto l’argomento quanto il contesto, perché insegna a Forlì, quella Forlì che alcuni vorrebbero vendere turisticamente come «città del Duce» (sic), il cui comune confina con quello di Predappio. Buona lettura. WM]

di Sandro Bellassai *

Nel settembre del 2017 è stato reso noto il progetto su cui dovrebbe basarsi il Museo dedicato al fascismo da realizzare a Predappio, com’è noto, nella ex Casa del fascio. Nella relazione al progetto (ora scaricabile da qui) viene delineata per sommi capi l’impostazione storiografica che si è scelto di seguire per l’allestimento delle varie sezioni del Museo, oltre a una breve articolazione tematica in base alla quale, in concreto, dovrebbe strutturarsi la grande esposizione.

La presentazione del progetto è stata preceduta e seguita da polemiche e discussioni di varia natura, con pronunciamenti di studiosi, associazioni e istituzioni pro o contro l’iniziativa. Un’ampia rassegna è disponibile qui. La maggioranza degli interventi si è concentrata sull’idea stessa di un «museo del fascismo», o sull’idea di creare un museo simile in un luogo come Predappio. Qui invece vorrei provare a offrire qualche spunto di riflessione nel merito dei contenuti del progetto, cioè su approcci e scelte interpretative e tematiche quali traspaiono dalla relazione stessa.

Dico subito che alcune di quelle scelte sembrano condivisibili e meritorie: mi riferisco, fra le altre cose, alla decisione di dedicare uno spazio importante alla Grande Guerra, come incubatrice di quella «brutalizzazione della politica» [1] – secondo l’espressione di George L. Mosse – di cui anche il primo fascismo fu figlio; penso anche all’attenzione che si intende riservare ai rapporti tra fascismo e dimensione internazionale, incluse le relazioni complesse fra il regime e molti osservatori “democratici”; mi riferisco, infine, allo spazio dedicato alla dimensione “sociale” del fascismo, cioè al rapporto fra un «regime autoritario di massa» e le masse stesse. Nessuna di queste dimensioni interpretative può dirsi davvero nuova, ma indubbiamente esse vanno nella direzione di fugare eventuali sospetti di superficialità e improvvisazione.

Accanto ai «punti di forza storiografici» (come vengono chiamati, forse un po’ immodestamente, nella relazione stessa), a mio parere l’impostazione complessiva del progetto rivela però zone d’ombra, approssimazioni e rimozioni importanti, ricostruzioni alquanto dubbie persino sul piano meramente fattuale, e in generale presenta un’articolazione di massima basata su presupposti non solo interpretativi ma etico-politici poco chiari, quando non fortemente ambivalenti.

Sul piano prettamente storiografico, ad esempio, suscita perplessità la scarsa, quando non nulla, attenzione riservata a quelli che mi paiono due ambiti interpretativi e tematici fondamentali in un’operazione di inquadramento analitico efficace del fascismo, della sua cultura politica, delle politiche concrete che il regime mise in campo nel corso del Ventennio. Mi riferisco alla dimensione di genere, da un lato; alla questione di quali continuità e discontinuità la cultura politica e lo stesso Stato fascista mostrino rispetto allo Stato liberale, dall’altro.

Due «incidenti»

È stato per lungo tempo un tratto tipico della storiografia italiana, nel suo insieme, la considerazione delle rilevanze di genere all’interno di un dato contesto come questioni interpretative marginali o insignificanti; e non sembra affatto che questa impostazione gender-blind sia del tutto scomparsa nemmeno oggi, nemmeno a proposito del regime che per la prima volta fece della riscossa virile nazionale un pilastro della propria politica. La partita che il fascismo giocò sul piano delle relazioni di potere fra i generi fu in effetti di enorme importanza: riprendendo ed esasperando retoriche viriliste dei decenni precedenti, la misoginia e l’omofobia divennero un tratto politico ossessivamente tipico della retorica e dell’iniziativa fascista, e lasciarono pesanti eredità alla società italiana del dopoguerra. Non è certo per via di astratti postulati ideologici che simili rilevanze di genere possono apparire di primaria importanza, quanto piuttosto – innanzitutto – per la circostanza che l’ispirazione virilista, misogina e omofobica della politica fascista segnò in profondità le vite di uomini e donne a tutti i livelli, dal punto di vista concretissimo delle libertà e delle opportunità negate, delle enormi sofferenze inflitte, del restringimento violento degli orizzonti esistenziali non di esigue minoranze (il che sarebbe già non irrilevante), ma dell’intera popolazione in quanto composta di uomini e donne.

Vignetta tratta dal graphic novel In Italia sono tutti maschi, di Sara Colaone e Luca De Santis, Kappa Edizioni, 2008.


Ora, stando alla relazione al progetto di cui disponiamo, l’attenzione dedicata a un simile orizzonte problematico è addirittura risibile: del tutto assenti nel preambolo interpretativo, riferimenti a una qualche dimensione di genere si prevedono a quanto pare solo all’interno di uno spazio espositivo dedicato alla società italiana degli anni ’20, quando il tema «la nuova figura femminile» appare rapidamente menzionato fra la moda e la musica. Per l’esattezza, l’articolazione tematica di questo Box (il Box 3, primo piano) prevederebbe: «La moda, la nuova figura femminile, la musica, i consumi, il cinema sonoro, il ballo, il telefono, l’automobile». Per non parlare poi della curiosa inclusione, all’interno del “Grande box circolare” riguardante la Mostra della Rivoluzione fascista (sempre al primo piano), di un «intervento della memoria di una contadina che presenterà il punto di vista al tempo stesso contadino e femminile dello strato sociale prevalente nell’Italia dell’epoca». Come sia possibile estrarre dalle parole (supponendo che di questo si tratti) di una persona addirittura il punto di vista «al tempo stesso contadino e femminile» – quasi possa esistere una fonte unica indiscutibilmente rappresentativa non solo di uno, ma di ben due componenti della popolazione vastissime ed enormemente eterogenee già al loro interno –, rimane francamente un po’ misterioso sul piano metodologico.

Al tempo stesso, comunque, è anche importante notare come la concezione violentemente gerarchica che informava la cultura politica fascista, e che indirizzò le sue politiche liberticide e repressive, non sia stata propriamente un’invenzione mussoliniana ma affondasse le radici – almeno in parte – negli anni precedenti la «marcia su Roma». E non mi riferisco qui solo al periodo 1915-’18. Certamente, ad esempio, il razzismo e l’imperialismo italiani, con il loro pesantissimo corollario di violenza feroce, non potevano dirsi sconosciuti prima della Grande Guerra; tantomeno risultavano inedite, nell’Italia liberale, pulsioni governative violentemente autoritarie, brutali repressioni di movimenti popolari, norme e pratiche di internamento e segregazione istituzionale di notevole ampiezza e di portata fortemente liberticida. Anche solo prendendo in considerazione il razzismo, ad esempio, non è ben chiaro il senso della scelta di far iniziare il discorso sul tema – Grande box circolare L’impero e la razza, piano terra – dal «razzismo imperiale» e dalle faccette nere, cioè dal 1936, saltando a piè pari almeno mezzo secolo di teorie scientifiche, di rappresentazioni letterarie, di retoriche politiche e di rappresentazione artistica a vari livelli: il cui impatto sulla cultura, sulla politica e sull’immaginario per vari decenni, come da tempo hanno dimostrato anche in Italia importanti ricerche, è stato enorme.

Ma non sono questi gli unici aspetti di merito storiografico che suscitano perplessità: dal mio personale punto di vista, se ne trovano vari altri in diversi passaggi di questa relazione, tanto all’interno del paragrafo intitolato I punti di forza storiografici, quanto nella descrizione del futuro allestimento (I contenuti del museo). Nel primo caso, mi limiterò qui a due esempi. Leggiamo nella relazione:

«La ricerca scientifica condivide ormai da tempo la convinzione che dalle profonde trasformazioni innescate dalla Grande Guerra avessero invaso lo spazio politico europeo nuove dottrine politiche radicali, caratterizzare [sic] dal rifiuto dello stato di diritto e del parlamentarismo in nome di una tavola di nuovi valori ideali e politici che ruotava attorno al collettivismo, all’autoritarismo dirigista, al primato dello stato come interprete e fondatore di una comunità organica, all’attivismo e al nazionalismo, da cui si sarebbero generati la soluzione bolscevica e quella fascista: molto diverse fra loro ma accomunate a [sic] una critica radicale della democrazia e degli “inganni” del parlamentarismo.»

Sintetizzando: le «nuove dottrine radicali» sorte dopo la Grande Guerra sono ovviamente il comunismo leninista e il fascismo, che rifiutano lo stato di diritto e il parlamentarismo in nome di nuovi valori; fra questi ultimi, si menziona il nazionalismo. Tutto il male possibile si può attribuire al bolscevismo che fonda la Terza internazionale, io credo, tranne che annetterlo alla famiglia dei nazionalismi (e lasciamo pure da parte il «primato dello stato come interprete e fondatore di una comunità organica», uno Stato di cui Lenin prefigurava addirittura l’estinzione in pieno 1917). Non è ovviamente pensabile che chi ha redatto il testo non lo sappia molto meglio di me; probabilmente, piuttosto, l’urgenza di accomunare i due «totalitarismi» gli o le ha giocato, diciamo così, uno scherzo poco piacevole.

Ma potrebbe non essere l’unico incidente di merito o di metodo, a tale proposito. Si dice infatti nello stesso paragrafo, sempre con la mente rivolta a finalità di comparazione fra regimi antiliberali (ma non sempre antiborghesi, per la verità): «La storiografia italiana, invece, ha stentato ad abbandonare la convinzione che il fascismo fosse una sorta di regime reazionario “all’italiana” non paragonabile allo stalinismo e al nazismo». Così, sempre nel tentativo di dimostrare la piena pertinenza del concetto storiografico di totalitarismo a proposito del fascismo italiano, si spiega:

«L’appartenenza del fascismo al campo totalitario deriva essenzialmente dal “destino” che aveva ipotizzato per gli italiani e il paese. In una società atomizzata l’idea di una completa fusione tra la massa e il regime era sostanzialmente simile a quella prefigurata da Hitler, Stalin o Salazar, attraverso una “politica totale” in grado di prosciugare, in nome dei propri fini ultimi, ogni spazio autonomo della società, annullando individui e classi sociali, rinserrando mercato, consumi e forze produttive all’interno del controllo pianificato dello stato.»

Qui però, verrebbe da dire, delle due l’una: o si ritiene che il «destino» totalitario del fascismo sia rimasto in tutto o in gran parte un’ipotesi – perché di questo precisamente si parla –, e allora non si capisce come quello fascista possa essere caratterizzato come un regime effettivamente totalitario; oppure si crede che questo programma fu sostanzialmente realizzato. Ma questa seconda opzione è certamente da scartare, essendo ovvio che il regime fascista non ebbe pieno successo nel perseguire un prosciugamento di ogni spazio autonomo della società, né annullò le classi sociali, né impose al mercato, ai consumi e alle forze produttive un controllo pianificato dello stato (per quante velleità “corporative”, naturalmente, il regime stesso avesse accarezzato sin dal 1926). Ma sul regime fascista come “totalitario”, e sul concetto stesso di totalitarismo, merita forse di aggiungere qualche altra rapida considerazione: si tratta, infatti, del vero cuore interpretativo dell’intero Progetto.

Il “totalitarismo” controverso

Quella di totalitarismo è da lungo tempo una categoria interpretativa alquanto controversa (specialmente in storiografia), com’è noto sviluppatasi scientificamente soprattutto a partire dagli Usa della Guerra fredda, quando da un punto di vista politologico si riconoscevano fondamentali coincidenze illiberali fra i regimi fascista, nazista, sovietico. Nella formulazione con cui il termine aveva fatto la sua comparsa nel dibattito politico, nell’Italia degli anni Venti, esso descriveva un rapporto fra Stato e società in cui il primo pervadesse ogni ambito della seconda, annullandone ogni autonomia anche culturale («tutto nello Stato», secondo la stessa definizione del fascismo poi redatta per l’Enciclopedia italiana da Giovanni Gentile, nel 1932).

Negli ultimi decenni, il termine è utilizzato essenzialmente, soprattutto nelle scienze sociali, per sottolineare le importanti novità che accomunarono, a confronto di regimi più generalmente autoritari, alcune dittature novecentesche che operarono attraverso una mobilitazione “totale” della popolazione, allo stesso tempo procedendo all’esclusione, alla persecuzione e – al limite – all’eliminazione fisica di sue parti rilevanti. Di fatto, la nozione di totalitarismo ha ormai quasi un secolo di vita, e naturalmente ha mutato varie volte pelle, finalità, sostanza a seconda dei contesti in cui è stata usata. Come e più di altre, del resto, questa categoria analitica è risultata straordinariamente permeabile a ragioni contingenti di polemica politica; in altre parole, a urgenze almeno in parte extra-analitiche e piuttosto ideologiche.

Lo stesso accostamento apodittico fra nazismo, fascismo e comunismo è stato classicamente un grande cavallo di battaglia polemica dell’anticomunismo. Non è dunque un caso che proprio dopo il 1989, quando un posizionamento liberale e naturaliter anticomunista sembrò a molti l’unico punto di vista ormai possibile sulla contemporaneità, l’uso della categoria di totalitarismo letteralmente dilagò. Secondo Luciano Cafagna,

Lo storico Luciano Cafagna (1926 – 2012)

«è soprattutto in questo periodo che si affermò la tendenza, pour cause, a sottolineare una stretta affinità tra i regimi comunisti e i regimi fascisti e nazisti (ovviamente negata, per contro, dalla cultura favorevole al comunismo sovietico). La differenza maggiore e che non può essere negata tra i due tipi di regime sta nella persistenza o all’opposto nella soppressione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Ma questa differenza fra nazifascismo e comunismo viene considerata da parte degli studiosi democratici del fenomeno soltanto una distinzione di forme all’interno di strutture definibili comunque come totalitarie, poiché si tende a far prevalere nel giudizio la valutazione dei tratti politici del fenomeno, e cioè il fortissimo autoritarismo dei regimi stessi, la pervasività ideologica del sistema, la limitazione dei diritti personali, il terrorismo di Stato nonché, similarità tra le più impressionanti, quello che venne chiamato l’”universo concentrazionario”: l’istituzione dei campi di concentramento e sterminio destinati ai nemici del regime (gulag nell’Unione Sovietica).» [2]

Mettiamo da parte per un momento il fatto, pur storiograficamente non irrilevante, che in Italia non nacque alcun «sistema concentrazionario» paragonabile a quello sovietico o nazista; ovvero, per fare un altro macroscopico esempio, la circostanza – correttamente sottolineata da Cafagna, il quale oltretutto non è certo un nostalgico del Komintern – che i sistemi economici dei tre paesi fossero tutt’altro che accomunabili: basti pensare al piccolo dettaglio dell’esistenza o meno della proprietà privata dei mezzi di produzione, per l’appunto. Il fatto è però anche che la categoria di totalitarismo, nell’ambito degli studi storici, rimane innanzitutto indefinita e alquanto volatile, quanto al suo profilo semantico complessivo; per tale ragione, oltre che per la sua storia polemica, essa suscita in molti storici profonde diffidenze. D’altronde, era vari anni fa lo stesso Marcello Flores ad ammettere con grande chiarezza la natura controversa del concetto: «Che sia uno strumento ancora utile per l’analisi, e non solo per una definizione sommaria e riassuntiva e quindi necessariamente schematica, è questione che ancora fa discutere […]», scriveva l’odierno responsabile scientifico del progetto di Museo del fascismo a Predappio [3]. Si tratta evidentemente di un problema metodologico non trascurabile, a maggior ragione quando la categoria di totalitarismo viene elevata ad architrave interpretativo di un’intera ricerca (o di un intero Museo del fascismo, per restare ai casi nostri).

«Il problema del totalitarismo […] è un problema eminentemente storico e non può essere risolto con formule schematiche […] Il concetto di totalitarismo o è storico o non è […]», ha scritto il curatore di un convegno dedicato nel 2001 proprio a questa stessa categoria, un’iniziativa scientifica – aggiungiamo per completezza – di impostazione nient’affatto ostile ad essa [4]. Ma un altro convinto sostenitore del totalitarismo come indispensabile chiave analitica, lo storico Victor Zaslavsky, ha sostenuto nella stessa occasione:

Lo storico Victor Zaslavsky (1937 – 2009)

«Gli storici, però, anche senza ricorrere all’obiezione convenzionale che la conoscenza storica deriva dallo studio degli eventi unici e irripetibili, insistono spesso sul fatto che il concetto di totalitarismo non è che un mezzo per meglio mettere in evidenza le singolarità di ogni concreto regime totalitario […] Ridurre l’uso del concetto di totalitarismo alla migliore dimostrazione delle rispettive specificità e unicità dei regimi nazista e stalinista, però, toglie al concetto ogni ragion d’essere» [5].

Senza dubbio un bel dilemma, per chi si occupa di storia. E soprattutto, si può aggiungere, di storia del fascismo.

Notiamo infatti, non tanto di sfuggita, che in questa sintesi di Zaslavsky ci si limita a menzionare nazismo e stalinismo, e forse non per caso: il fascismo italiano, a parere di vari studiosi, è in realtà il regime che meno si presta a essere correttamente definito come “totalitario”. Sarà appena il caso di ricordare, del resto, che nel suo celeberrimo saggio The Origins of Totalitarianism (1951) Hannah Arendt trattò di nazismo e stalinismo, ma non incluse nella sua analisi il fascismo italiano. Il già citato Strada, inoltre, afferma:

«Il fascismo vero e proprio, quello italiano, che fu l’unico a dichiarare e a teorizzare la “volontà totalitaria” paradossalmente fu, di fatto, un totalitarismo limitato ovvero una forma ibrida di autoritarismo con una ideologia totalitaria, dato il suo compromesso con le istituzioni nazionali pre-esistenti (monarchia, Chiesa, padronato)» [6].

La questione del «destino» totalitario del fascismo, stando così le cose, anche sul piano metodologico sembra complicare più che semplificare un inquadramento storiografico efficace del fascismo stesso.

In ogni caso, dato che l’occasione di queste note è il progetto di un museo, cioè di uno spazio fruibile anche e soprattutto da un pubblico di massa, non dovremmo neppure ignorare che, al di là delle definizioni fenomenologiche e rigorosamente storiografiche, totalitarismo è oggi – ma non da oggi – per lo più inteso nel linguaggio corrente come sinonimo di dittatura, quindi di regime autoritario che comprime violentemente ogni libertà; e questo ben al di là dei contesti storici concreti e delle loro possibili differenze. Come ricordava anche Flores già vari anni fa, «totalitarismo è insieme concetto storiografico, con pretesa di scientificità, e parola entrata ormai nel vocabolario e nel senso comune a indicare le principali dittature del Novecento» [7]. Tale statuto culturalmente ambivalente del concetto di totalitarismo non impedisce certo, ma anzi favorisce, che se ne faccia correntemente nella pubblicistica – ma anche in studi scientifici, anche in storiografia – un uso connotato soprattutto da una valenza etico-politica, prima ancora che dalle risultanze di una rigorosa analisi dei vari contesti cui gli storici di mestiere lo hanno applicato.

Un museo è per definizione un’opera di divulgazione; possiamo allora trascurare il problema della intricata polisemia, nonché degli usi ideologici passati e presenti, della categoria che ne rappresenta il fondamento contenutistico? Da questo punto di vista, allora, la questione forse non riguarda neppure tanto, o non soltanto, l’opportunità o meno di utilizzare questa categoria nelle analisi storiografiche, ma più precisamente il suo uso ordinario con finalità valutative; quando cioè totalitarismo diventa un criterio etico-politico – appunto – per formulare una gerarchia di regimi politici più o meno accettabili, più o meno criminali. Mettendo inoltre in secondo piano, quando non rimuovendo del tutto, le differenze macroscopiche che su vari aspetti non trascurabili, come già si è detto, quei contesti storici concreti oggettivamente presentano. È un problema che però investe non solo il dibattito politico-culturale, ma in buona misura anche la ricerca scientifica e la stessa storiografia.

Ammesso, infatti (e non tanto concesso), che un’operazione di relativa sottovalutazione del contesto storico-sociale, in ciò che esso presenta di specifico, possa al limite essere considerata abituale per le scienze sociali più legate a una modellistica astratta (come, ad esempio, è il caso di certa politologia), quell’operazione risulta però molto più problematica nella storiografia: la cui ragione sociale, diciamo così, sarebbe proprio quella di un’imprescindibile attenzione ai contesti storici specifici. L’opinione di Enzo Traverso è, sul punto, decisamente netta: la categoria di totalitarismo risulta «insostituibile per la teoria politica […]; inutilizzabile dalla storiografia, che cerca di ricostruire e analizzare degli eventi concreti»[8].

Ancor più nettamente, in un altro passo dello stesso volume Traverso evidenzia le gravi ambivalenze analitiche di questa categoria ai fini storiografici:

«Va constatato che, troppo spesso, il concetto di totalitarismo non è stato messo al servizio di un comparatismo storico fecondo, ma solo di amalgame superficiali tra nazismo e comunismo, ontologizzati e assimilati come varianti di una stessa essenza criminale di cui la ghigliottina, le fucilate della Ceka e le camere a gas sarebbero soltanto epifenomeni» [9].

Il “modello” totalitario di derivazione politologica, sintetizza ancora lo storico, sul piano della comparazione storiografica fra fascismi e stalinismo rischia di tradursi in una «descrizione delle loro forme esteriori che ignora superbamente la loro genesi, il loro contenuto sociale, la loro evoluzione e i loro obiettivi» [10]. Non sembra davvero una questione di poco conto, dal punto di vista del metodo e della conoscenza storiografica.

Ma sono proprio le profonde differenze di contesto a vari livelli (sociale, economico, ideologico, istituzionale, genocidario) fra i «totalitarismi», si può forse dire, che costringono troppo spesso a definire in modo nebuloso il concetto di totalitarismo, come discutibile soluzione per evitarne le interne contraddizioni interpretative. Misurarsi in profondità con queste contraddizioni, in effetti, potrebbe condurre a mettere in dubbio l’opportunità stessa di adoperare storiograficamente la categoria di totalitarismo: non è necessariamente un caso, quindi, che il concetto venga quasi sempre lasciato poco definito, o sbrigativamente spiegato. Può qui prefigurarsi in realtà un vero e proprio circolo vizioso, e ancora più vizioso – per le ragioni di cui sopra – a proposito del fascismo italiano; forse sarà anche per tali aporie logiche che più di uno studioso, come abbiamo visto, giunge a dubitare della stessa possibilità di utilizzare il concetto per inquadrare storiograficamente il regime fascista.

Tutto questo, beninteso, non autorizza affatto a dire che l’impiego storiografico della categoria di totalitarismo sia sempre e comunque un’assurdità: dopo tutto, è questione di libera opinione, di pluralismo degli approcci, di scelte interpretative individuali che, quando seriamente argomentate, nessuno può arrogarsi il diritto di considerare insensate o illegittime. Tuttavia, proprio per quanto ricordato più sopra, una metodologia scientificamente cristallina apparirebbe particolarmente necessaria nel maneggiare una categoria che – in sintesi – non pochi storici considerano quantomeno imprecisa, la cui applicazione al fascismo italiano appare discutibile e discussa, e che, infine, nella sua complessa storia euristica (e non solo per le sue origini accademiche spiccatamente ideologiche) si è prestata in lungo e in largo a operazioni polemiche non sempre disinteressate sul piano etico-politico.

Nella relazione che presenta il progetto, come ho accennato, il concetto di totalitarismo è talmente centrale da identificare l’oggetto stesso dell’iniziativa; da comparire, in altre parole, sin dalle primissime righe come sinonimo — in pratica — di fascismo. Ma lo spazio dedicato a una possibile definizione del termine è davvero esiguo: il che è sorprendente, almeno in apparenza, stante il ruolo capitale che questo concetto assume all’interno del quadro interpretativo complessivo. Forse si tratta di un termine dal suono ormai così familiare, da essere ritenuto autoesplicativo; né, per la verità, possono aiutare molto a scioglierne l’indeterminatezza i rapidissimi cenni che in un paio di occasioni compaiono nel testo. Del primo si è già detto: si tratta del passaggio in cui si afferma che il fascismo è totalitario, in quanto ha ipotizzato un destino totalitario per l’Italia (prosciugamento di ogni autonomia della società, eccetera).

Il secondo passo della relazione in cui si affaccia l’altro elemento di definizione del totalitarismo/fascismo è il punto in cui si dichiara l’obiettivo di «mettere in luce l’essenza del totalitarismo che consiste nel ritenere un crimine contro lo stato il dissenso politico» (Box 2 Ovra, tribunale speciale, repressione, piano terra). Ma se davvero questo fosse il modo in cui si qualifica «in essenza» un regime totalitario, quanti regimi politici dovremmo allora qualificare come totalitari, e non solo in riferimento al passato? L’Italia crispina, da questo punto di vista, non si sottrarrebbe a tale definizione, considerando ad esempio i gravi provvedimenti liberticidi del 1893-’94; forse anche gli Usa del maccartismo potrebbero rientrarvi. Tanti altri casi magari si potrebbero ancora citare, di regimi in cui il dissenso politico è stato (ed è) perseguito alla stregua di un crimine.

In ogni caso, questione ancora più rilevante sul piano metodologico: non verrebbe forse irrimediabilmente pregiudicata, per questa via, ogni distinzione interpretativa fra autoritario e totalitario? Il che costituirebbe proprio l’esatta negazione del valore euristico di totalitario, concetto promosso appunto al fine di evidenziare le specificità degli spietati regimi dittatoriali di massa rispetto ai più “classici” regimi autoritari. Per di più, una seria obiezione a questa impostazione del problema si può ricavare, autorevolmente, da un già citato testo dello stesso responsabile scientifico del Progetto. Scriveva infatti nel 1998 Marcello Flores: «La definizione prevalentemente “in negativo” dei regimi totalitari – come distruttori e antagonisti della democrazia liberale e parlamentare – ha rappresentato un forte limite all’uso analitico e dinamico di questa categoria» [11]. La sensazione insomma è quella di una certa confusione, particolarmente problematica a proposito di una categoria così centrale nell’impostazione contenutistica del museo; né paiono utili a fugarla, come si è detto, gli sparuti e poco chiari cenni alla questione rintracciabili nella relazione al Progetto.

E ancora approssimazioni…

Veniamo adesso ad alcuni passaggi della parte della relazione intitolata I contenuti del museo, in cui si descrive per sommi capi l’articolazione tematica dell’esposizione. Ovviamente questa parte è ben più di un elenco di temi: nelle brevi sintesi che presentano ogni settore dell’esposizione, inevitabilmente, si esprimono le impostazioni di fondo che orientano la selezione dei temi, la loro gerarchia di rilevanze, il profilo complessivo, insomma, dell’oggetto storiografico «fascismo». È per tali importanti ragioni, che una certa approssimazione riscontrabile in vari passaggi descrittivi non dovrebbe essere sottovalutata. Si può forse anche sorvolare su alcune evidenti inesattezze, o affermazioni di cui appare per lo meno dubbia la credibilità, come quella che compare nella sintesi del contenuto del Box 3 La fascistizzazione della gioventù, la società negli anni ’30: a parte l’errata datazione della Carta della scuola (1939 e non 1937), l’affermazione che gli apparecchi radiofonici fossero «in tutte le case degli italiani» suona piuttosto improbabile. Ma altre affermazioni assumono un’importanza ben maggiore sul piano interpretativo, andando decisamente oltre simili sviste (comunque incomprensibili all’interno di un progetto che, come si afferma testualmente, si pone l’epocale obiettivo di «consegnare il fascismo alla storia»).

Al primo piano dell’ex Casa del fascio è previsto un Box iniziale intitolato La guerra. Nella relazione si legge: «Dedicare un box intero alla guerra significa accogliere l’interpretazione che vi vede non solo il sorgere e costruirsi della mentalità e ideologia nazionalista […]». In realtà, si può qui facilmente obiettare che la «mentalità» e l’ideologia nazionalista nacquero, anche in Italia, ben prima del 1915. Al piano terra, il Box 2 è dedicato a Ovra, tribunale speciale, repressione: «Attraverso il Minculpop il controllo repressivo si dilata alla stampa e al giornalismo in particolare che viene sottoposto a un controllo capillare per la selezione delle notizie». Il Minculpop, come sappiamo, viene istituito nel 1937. Dobbiamo quindi intendere che fino a quel momento non ci fosse alcun «controllo repressivo» sulla stampa? Ma andiamo avanti.

Nello stesso Box 2 del piano terra, si propone la «ricostruzione dei luoghi e dei metodi della repressione» del dissenso. Qui, si dice, verrà affrontata anche «la storia dell’antifascismo, perché le vittime del fascismo fanno in larga misura riferimento alle forze politiche che dall’estero organizzano l’opposizione al regime». In un museo del fascismo, ridurre l’intera questione dell’antifascismo a tali minimi termini appare piuttosto sorprendente. E opinabile pure sul piano strettamente interpretativo (oltre che delle rilevanze inesorabilmente politiche di questa scelta): l’antifascismo è derubricato, sembra di capire, a una storia di vittime; vittime del “totalitarismo”, naturalmente. Dato l’esiguo spazio che il tema inevitabilmente riceverà in un simile collocazione, inoltre (giacché qui compare come sotto-tema del sotto-tema La vita in carcere e al confino), difficilmente ci si deve aspettare che del complesso panorama dell’opposizione al fascismo venga offerta un’ampia e adeguata ricostruzione. Ancora una volta, è forse possibile ipotizzare, siamo di fronte a una conseguenza diretta della priorità assegnata in sede interpretativa alla natura “totalitaria” del regime fascista, tale per cui si rende necessario dedicare molto più spazio agli apparati repressivi del regime, in modo da poter più convincentemente dimostrare quell’assioma analitico, che alla storia dell’antifascismo stesso.

Ma per dovere di completezza, rimanendo in tema di antifascismo, è ancora da rilevare come accenni a questo tema in effetti siano presenti anche in altre parti dell’esposizione, per esempio all’interno del Grande box circolare L’impero e la razza situato al piano terra: di nuovo, però, il minimo che si possa dire è che pure in questo caso l’importante questione appare alquanto sacrificata. Qui infatti, all’interno di un discorso sul razzismo e l’imperialismo fascista, troviamo un altro rapido riferimento alla questione (letteralmente: «L’antifascismo, la morte di Gramsci e dei fratelli Rosselli»); in effetti, si tratta di un setto su 9, il che non fa ben sperare che l’argomento sia trattato in modo esteso. Il nesso concettuale con l’Impero si tradurrebbe nella contestualizzazione della morte di Gramsci e degli omicidi dei Rosselli nel nuovo clima post-1936, ben più repressivo degli anni precedenti. Ancora e sempre, a quanto pare, l’antifascismo viene menzionato quasi come una questione di ordine pubblico; e non molto più che menzionato, si può dire.

C’è poi, oltre all’esposizione del Manifesto degli intellettuali antifascisti nella sezione dedicata all’Università, un’ulteriore parte dell’esposizione in cui ci si dovrebbe soffermare sullo scenario dell’antifascismo negli anni venti, quelli della Presa del potere (come recita il Box 2 del primo piano, in cui questa parte è prevista). Qui però, a quanto pare, l’attenzione sarà ristretta ai mesi immediatamente successivi all’assassinio di Matteotti; soprattutto, l’impostazione con cui si intende trattare dell’antifascismo è quella che prende in esame «la lotta, gli errori, le contraddizioni che le forze antifasciste manifestano in questi anni non riuscendo a bloccare e limitare la conquista fascista del potere». Una visione, quindi, più che altro critica – anche comprensibilmente, beninteso – dell’antifascismo stesso; e, in ogni caso, una storia ristretta allo specifico tornante dell’irrigidimento autoritario del regime, a metà degli anni venti.

Un Museo antifascista del fascismo?

L’antifascismo però, nella relazione al Progetto, non è presente soltanto come tema storiografico; esso viene chiamato in causa anche (cosa nient’affatto scontata) in quanto riferimento ideale sul piano interpretativo, giacché quella del peso di un «paradigma antifascista» nella storiografia dell’Italia repubblicana è stata, ed è, certamente una questione rilevantissima e delicatissima. Questione storiografica, ma anche – è appena il caso di dirlo – più ampiamente politica e culturale.

Ravenna, giugno 2017 incontro «Narrare il fascismo», organizzato dall’Associazione Italiana di Public History. Presentazione del progetto del nuovo museo di Predappio. Da sinistra: Carlo Giunchi, Marcello Flores, Alberto De Bernardi.

Nella parte introduttiva della relazione al Progetto, quella intitolata Il quadro interpretativo, si legge infatti che «oggi il punto di vista antifascista, e cioè dei valori democratici e costituzionali, non è un ostacolo alla necessità di rendere comprensibile alle giovani generazioni la storia del fascismo; anzi rappresenta l’unica chiave di lettura possibile  […]». Sembra questa una significativa evoluzione, rispetto a quando – soltanto un anno prima – il responsabile scientifico del Progetto, Marcello Flores, aveva scritto: «A me, ormai, il termine “antifascista”, considerando anche chi lo usa con più forza e frequenza, fa venire subito in mente la DDR, quindi ho un po’ di resistenza a usarlo» [12]. Si tratta, con tutta evidenza, di una differenza di impostazione non proprio trascurabile. In punta di logica, nel dubbio, dovremmo prendere per buona l’affermazione cronologicamente più vicina; ma il fatto che qui sia necessario il condizionale già mostra come la questione, confrontando gli accenti praticamente opposti a distanza di brevissimo tempo, non sia in effetti del tutto chiara: e qui una certa chiarezza sarebbe certamente auspicabile, data l’estrema rilevanza del problema. Ha o no un peso, insomma, il «punto di vista antifascista» nel progettare un museo del fascismo a Predappio?

Non c’è forse bisogno di ricordare come da lungo tempo questo sia un problema a dir poco scottante, nel dibattito politico-culturale italiano (e non solo, è ovvio). Già in un saggio del 2004, Sergio Luzzatto notava come i media italiani di fatto invitassero continuamente a «scaricare l’antifascismo dal nostro portabagagli: cioè a liberarci, in qualità di cittadini, della zavorra di un’ “ideologia di Stato” (secondo la polemica definizione di Renzo De Felice) che si vuole abbondantemente superata dai tempi della storia» [13]. Secondo Luzzatto, insieme a buona parte delle élite politiche italiane – non necessariamente dei partiti del centrodestra, all’epoca al governo del paese –, esimi opinion-makers hanno veicolato attivamente il verbo del post-antifascismo, il cui senso profondo «potrebbe essere riassunto in poche parole: impartire una lezione di relativismo storico e morale. Chi è senza peccato scagli la prima pietra; fascisti e antifascisti, comunisti ed ex comunisti, “utili idioti” e “compagni di strada”, brigatisti rossi e terroristi neri, tutti hanno inciampato nelle trappole micidiali del paesaggio novecentesco» [14].

Un corollario importante di questa prospettiva di “superamento” dell’orizzonte antifascista riguarda l’asserita necessità di «chiudere i conti» con il passato: essendo non più sensata una “pregiudiziale antifascista”, come per lungo tempo la si è chiamata, è ormai tempo di superare anche le divisioni fra italiani legate al passato, per giungere a una memoria comune non più conflittuale, non più «divisa», quale indispensabile presupposto del rilancio di una identità nazionale finalmente libera da anacronistiche fratture ideologiche. Sempre più spesso, scriveva così lo storico del fascismo Salvatore Lupo nello stesso 2004, giungono dal mondo politico appelli alla «riconciliazione»: è questo, classicamente, un

«cavallo di battaglia tradizionale della destra che soprattutto nel periodo del governo dell’Ulivo ha trovato parecchie sponde in uomini politici di sinistra (molto autorevolmente in Luciano Violante), impegnati nel tentativo di sgombrare il campo della comunicazione con la controparte del peso del passato» [15].

Quello della «riconciliazione» non può tuttavia in nessun caso essere (citiamo sempre Lupo) un compito della riflessione storiografica:

«La storiografia non concilia. Anzi essa, in quanto libero esercizio conoscitivo e non revisione dalle finalità e dagli esiti precostituiti, restituisce i contrasti del passato nella loro vividezza e anche (è il nostro caso) nella loro ferocia, e dunque potrebbe semmai dividere di nuovo allontanando l’oblio – se è l’oblio che si vuole conseguire […] Non la storiografia, ma tanto meno la politica devono impegnarsi a sanare le divisioni del presente inventandosi una “memoria condivisa” del passato».

Inoltre, conclude lo storico siciliano, «la cosiddetta riconciliazione […] rappresenta in realtà una riabilitazione» [16].

Il concetto di «memoria divisa», d’altra parte, richiama inevitabilmente una pluridecennale rappresentazione antiresistenziale che non ha trovato sede soltanto negli ambienti fanaticamente neofascisti, o nostalgici del regime: è «la riserva mentale, lo scetticismo, l’aperta ostilità nei confronti dei valori o anche soltanto sulla retorica dell’antifascismo e della Resistenza» [17], diffusa anche fra chi guardava a repubblichini e resistenti come a due minacce speculari, due fanatismi ugualmente portatori di sciagure, e ugualmente perturbatori di un ordine sociale da conservare invece con sagace moderazione. Naturalmente, in quest’ottica «borghese» e benpensante il problema è il partigiano con il fazzoletto rosso, non certo il badogliano; il fantasma insomma è quello della rivoluzione, la vera bestia nera di ogni maggioranza silenziosa, moderata, perbene.

Com’è ovvio, anche qui siamo nel campo delle diverse opinioni, tutte laicamente accettabili sin quando non si trasformino (ma non è certo questo, beninteso, il caso al centro delle presenti note) in operazioni di mistificazione o prevaricazione. Ancora nella parte della relazione intitolata Il quadro interpretativo, si legge che

«“fare i conti” con il fascismo, sia sul piano dell’interpretazione storica, sia su quello delle memorie pubbliche, si è rivelata un’operazione più complessa del previsto, proprio per il peso di memorie divise e contrapposte».

Personalmente, ritengo che l’impresa di fare i conti con il fascismo sul piano delle memorie pubbliche, dal 1945 in poi, sia stata oggettivamente resa difficile anche da un certo antifascismo che soprattutto dagli anni sessanta si è spesso articolato, a fini immediatamente politici, come una liturgia celebrativa ambigua e reticente, idealizzando la Resistenza in quanto epica corale di un intero popolo finalmente cosciente del suo destino e riducendo il fascismo storico a un’accozzaglia di criminali semianalfabeti, manovrati essenzialmente dal grande padronato.

Italiani, brava gente?Ma ritengo pure che i conti con il fascismo non si siano voluti fare anche perché questo avrebbe significato fare i conti con una più profonda cultura politica autoritaria, reazionaria, brutale e patriarcale che costituisce (per dirla molto schematicamente) il sostrato antropologico profondo del fascismo stesso, e che certamente non è morta con esso. Non si siano voluti fare anche perché gli anticomunisti di ogni caratura morale – comprese quelle meno presentabili – sono subito risultati utilissimi nel nuovo clima della Guerra fredda, certamente non solo in Italia ma certamente anche in Italia. Perché, più ampiamente, in tanto senso comune è prevalsa fino a oggi un’immagine bonaria dell’Italia del Ventennio, all’interno di un orizzonte cronologicamente ancora più vasto in cui domina il mito consolatorio degli «italiani brava gente» (su cui hanno scritto pagine fondamentali, tra gli altri, Angelo Del Boca e Filippo Focardi) [18].

Perché, in definitiva, sul piano degli interessi di ceto, dei valori morali, delle garanzie di stabilità delle gerarchie sociali, molti di coloro che nel dopoguerra avrebbero potuto farli, quei conti con il fascismo – intellettuali, politici, scrittori e giornalisti –, in realtà si sentivano di gran lunga più affini a tanti fascisti, piuttosto che a quanti il fascismo l’avevano combattuto, invece, e volevano continuare a demolirlo criticamente per superarlo fino in fondo: fin nelle logiche istituzionali, nelle retoriche politiche, nei grandi e piccoli anfratti torbidi dello Stato che continuavano ad esistere, e che avrebbero continuato a spargere sangue e a vagheggiare lungamente, anche in Italia, «i colonnelli».

Guido Gonella (1905 – 1982)

Possiamo quindi davvero stupirci se il segretario della Democrazia cristiana in persona, Guido Gonella, dichiarava durante il IV congresso del partito, nel 1952, che «non vi è nessuna necessità del fascismo, perché ciò che illusoriamente si attendeva di buono da quella politica è da noi non illusoriamente attuato»? [19] Ma davvero il problema di un efficace rapporto critico con il passato fascista è consistito, come si dice in apertura della relazione al progetto del Museo, in una presunta damnatio memoriae (cioè, letteralmente: nella cancellazione di ogni ricordo dei personaggi del fascismo [20]), «professata per decenni come unica condizione per sollecitare una memoria vigile e “armata” contro i rigurgiti del fascismo», cioè in un vizio ideologico intrinseco – a quanto pare – all’antifascismo “militante”?

Certamente ancora oggi, in generale, sembra prevalere in certi discorsi correnti una visione per cui «i conti col fascismo» non si sono mai fatti a causa del ferreo predominio di un antifascismo ottusamente fanatico, per tutta l’epoca repubblicana. Com’è possibile, dovremmo forse chiederci, che riesca a risultare tanto convincente presso l’opinione pubblica il discutibile procedimento logico per cui, se il fascismo non è mai davvero «passato», è sostanzialmente colpa di chi ha combattuto più di altri il fascismo stesso? Forse, per tale via, ciò che davvero si vuole far “passare” è proprio l’antifascismo medesimo; un antifascismo che in realtà è sempre stato ben lontano dall’aver imposto un suo “regime di verità” all’Italia repubblicana. Non sarà certo responsabilità degli antifascismi di tutti i tipi, del resto, se un oblio di straordinaria consistenza – anche giudiziaria – si è gradualmente affermato sui crimini gravissimi del fascismo meno lontano.

Non scopriamo adesso, sicuramente, che stragi, bombe e rumori vari di sciabole (quelli che Nenni avvertì nei pressi del Quirinale ai tempi del “piano Solo”) hanno attraversato la Repubblica in una quasi totale impunità, imprimendo alla sua storia un torbido sigillo ben poco antifascista. La stessa loggia P2, com’è noto, riuniva il fior fiore delle figure istituzionali, oltre a giornalisti, imprenditori, militari di altissimo rango e camerati vari di sicura fede. Non lo scopriamo certo adesso, ma è questo un «sommerso» che più spesso viene ricordato quasi soltanto dai cosiddetti addetti ai lavori, visto che tenerne conto sul serio inficerebbe la leggenda mediatica di una trinariciuta egemonia antifascista nella cultura e nella politica dell’intera storia repubblicana.

Coloro che non hanno voluto e non vogliono fare i conti con il fascismo – perché facendoli sul serio magari avrebbero dovuto inimicarsi molti «anti-antifascisti» – troppo frequentemente sono le stesse persone che hanno ripetutamente invitato alla «riconciliazione». Il che non significa certo che chiunque parli di riconciliazione sia automaticamente da iscrivere al numero di chi per decenni ha rimosso, ha tramato, ha conculcato con ogni mezzo giustizia e verità. Tuttavia, neppure dovrebbe sembrare pacifico parlarne, mi pare, senza tenere in seria considerazione tutte le ambiguità che storicamente e politicamente (come ben evidenziava il già citato Lupo) certi pelosi appelli alla «riconciliazione» contenevano e contengono.

La terza via

Ma torniamo adesso al nostro testo di partenza, e vediamo ancora una volta come ci si pone, nelle parole della relazione al progetto, di fronte a questo spinoso e importantissimo insieme di questioni. Il cuore dell’impostazione interpretativa, da tale punto di vista, sembra essere condensato nelle seguenti righe del paragrafo I punti di forza storiografici:

«Il nostro centro proporrà una visione del fascismo che si colloca oltre il “paradigma antifascista”, fortemente debitore del quadro interpretativo elaborato dai militanti antifascisti durante gli anni feroci della repressione e nell’esilio, che già dagli anni settanta aveva cominciato a mostrare tutti i suoi limiti e tutte le sue aporie concettuali, ma anche ormai fuori dal “revisionismo” defeliciano, che dopo notevoli spinte innovative sul piano scientifico, si è venuto perdendo nei meandri di una presunta storiografia “afascista” e nello sforzo di ridurre il fascismo a “mussolinismo”, a una dittatura personale che copriva un debole e bonario “stato di polizia”, del tutto diverso dal nazismo.»

Quindi un punto di vista che non si riconosce affatto nel classico «paradigma antifascista», ma neppure nell’«afascismo» del suo più rumoroso oppositore, il defunto Renzo De Felice: insomma, una storia del fascismo né fideisticamente antifascista, né afascista (né – ovviamente – fascista), una sorta di “terza via” storiografica. In cui, però, un’ispirazione antifascista non scompaia, ma anzi sia ritenuta imprescindibile; dove cioè, come abbiamo già appreso, «il punto di vista antifascista»  costituisca «l’unica chiave di lettura possibile».

Una visione antifascista da far propria, sembrerebbe quindi di poter dire, ma non quale una storiografia «antifascista» ha storicamente inteso. Più esattamente, si specifica: un «punto di vista antifascista, e cioè dei valori democratici e costituzionali». L’accenno qualificativo ai valori democratici e costituzionali parrebbe circoscrivere il campo di questo antifascismo: ma allora si intende forse affermare che quello che abbiamo conosciuto, anche in ben note figure della storiografia repubblicana, a ben vedere non era poi tanto rispettoso dei «valori democratici e costituzionali»? È francamente improbabile che davvero si voglia dire questo, ma purtroppo non vengono forniti ulteriori elementi per capire meglio. Tuttavia, essendo quello dell’antifascismo un tema centrale tanto sul piano storiografico, quanto su quello etico-politico – come, in quali forme, in che misura si autodefinisce antifascista la progettazione di un Museo del fascismo collocato nel bel mezzo dei pellegrinaggi alla tomba del duce, nel suo paese natale –, un po’ di preoccupazione una simile indeterminatezza la suscita inevitabilmente.

Forse qualche chiarimento in più possiamo dedurre da altri testi di esponenti di primissimo piano del Gruppo di lavoro del Progetto. Prendiamo ad esempio un’opera dedicata al ruolo dell’antifascismo nelle culture politiche italiane del dopoguerra, a cura di Alberto De Bernardi. Il testo non è recente, essendo del 2004; non sappiamo quindi con certezza se si possa considerarlo rappresentativo, e fino a che punto, dell’odierna ispirazione del Progetto; se così fosse, comunque, qualche indicazione significativa sulle questioni di cui sopra pare proprio che da questo testo sarebbe possibile ricavarla. In quell’occasione, fra l’altro, De Bernardi criticava una visione “conflittuale” dell’antifascismo storico, il quale quindi non si presenta nel secondo dopoguerra come la

«tavola di valori che delimita lo spazio della legittimità politica, ma assume i tratti di un collante ideologico che definisce un campo di forze impegnate in uno scontro continuo con un antagonista che, al di là degli infingimenti “democratici” adottati per camuffarsi – riformismo, moderatismo, atlantismo, antitotalitarismo –, lascia trapelare costantemente il suo volto autoritario e la sua filiazione ideale e culturale dall’esperienza fascista. In quest’ottica lo scontro fascismo/antifascismo è dunque “un passato che non passa” […]  un “eterno presente” che percorre l’intera vita democratica, diventandone, soprattutto per le componenti più radicali della sinistra politica e intellettuale, la cifra più autentica e inquietante.» [21]

Secondo l’autore, infatti, se l’antifascismo non è riuscito a farsi terreno etico-politico di fondazione di una «tavola dei valori» condivisa per la nuova Repubblica, questo è avvenuto essenzialmente per la sua irriducibile vocazione massimalista, rivoluzionaria, conflittuale e quindi antidemocratica perché non-antitotalitaria (cioè, nel contesto concreto dell’immediato dopoguerra, non-anticomunista). A causa, insomma, della

«convinzione diffusa nell’universo antifascista, al di là della stessa componente comunista, che la rivoluzione sociale/socialista, e non la democrazia, avrebbe potuto sconfiggere definitivamente il fascismo, perché solo la classe operaia era portatrice dell’antifascismo più autentico, mentre la borghesia, al contrario, perché anticomunista, non avrebbe mai potuto liberarsi dei suoi legami con la dittatura nazifascista. Questo convincimento comportava la delegittimazione di qualunque posizione anticomunista […]» [22]

Si sta qui parlando, è bene ricordarlo, di un antifascismo proprio dei primi decenni della Repubblica; se in controluce è tuttavia possibile, tramite la chiara presa di distanza dell’autore da quell‘antifascismo “negativo”, dedurre quale sia una probabile e molto più recente ipotesi di antifascismo “positivo”, allora questi brani citati possono forse apportare un contributo di chiarificazione. Nel senso di delineare, in sintesi, un profilo di antifascismo non piattamente anticomunista, ma comunque antitotalitario; non rivoluzionario né ossessionato dal fascismo «eterno», ma «democratico». Che rifiuti il «paradigma antifascista» ma anche l’«afascismo» di matrice defeliciana. Un antifascismo “laico”, sembra di poter concludere, ragionevole, alieno da posizionamenti ideologici estremistici e da un aprioristico orientamento al conflitto: forse, qualcosa di molto vicino a quella sorta di “terza via” che, come ricordavamo più sopra, pare configurarsi nel Progetto.

Cosa tutto ciò vorrà dire concretamente, come cioè – nella fattispecie – si tradurrà materialmente nell’impostazione del museo di Predappio, a quanto pare bisognerà aspettare di visitare il museo stesso per capirlo davvero. C’è solo da sperare che chi lo visiterà non finisca – magari anche ben oltre le migliori intenzioni degli organizzatori – per percepire questo come un antifascismo senza contenuti antifascisti: immune finalmente, quindi, dal duplice peccato originale dell’ideologia «totalitaria» (e qui nulla impedirebbe di equiparare le ragioni dell’antifascismo storico, e forse della stessa Resistenza oggettivamente infarcita di comunisti, a quelle di fascisti e neofascisti vari nel segno di una comune estraneità alla democrazia, come già in realtà accade da tempo) e di una sgradevole e pervicace vocazione “partigiana” e conflittuale (e qui nulla impedirebbe di definire antitetici conflitto e democrazia, accarezzando un’idea quasi integralista della stessa dialettica politica: laddove il conflitto sarebbe cosa buona e giusta solo se agito contro i regimi «totalitari», mentre invece i fondamenti dell’ordine liberale non sono in alcun modo negoziabili). Ma forse allora, a questo punto, antifascismo rimarrebbe – anche storicamente, e persino storiograficamente – solo una parola vuota.

«”Per me il fascismo è una moda”; “Sì, anche per me è una moda”; “Per me è una bella moda”; “Io sono fascista, certo, per moda” mi ripetono in cinque, dieci, venti […], ragazzi di Roma, di Milano, di Firenze, di Padova, di Palermo. E magari me lo confermano con quello che hanno indosso: magliette di Blocco Studentesco, toppe col tricolore, molti vestiti Pivert, la marca di abbigliamento legata a Casa Pound. [23]

Ho 16 anni e sono fascista, di Christian RaimoSono testimonianze raccolte nel corso di un’inchiesta solo pochi mesi fa, e il minimo che si possa dire è che impressiona molto la naturalezza con cui questi adolescenti si dichiarano orgogliosamente fascisti; come se nel senso comune diffuso dell’Italia (e forse dell’Europa) di oggi non esistesse più alcuna inibizione morale all’uso disinvolto di una simile autodefinizione ideologica, nessun argine politico-culturale efficace contro una cultura politica nefasta che, veramente, non vuole passare. Non sembra qui essere questione di amnesia: questi «fascisti» in erba non ignorano affatto che è esistito il fascismo; semplicemente, non lo trovano affatto disprezzabile e anzi non sembrano avere nessuna difficoltà nel riconoscersi in quella storia.

Si suppone che il Museo di Predappio sia stato progettato anche per ragazzi come questi, i cittadini italiani di domani: futuri adulti per cui antifascismo è già, a quanto pare, una parola non solo vuota ma ostile, odiosa, nemica. Auguriamoci che non finiscano per trovare più convincente il sarcofago di Benito Mussolini, a qualche centinaio di metri appena dall’ex Casa del fascio.

NOTE

1. George L. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Roma-Bari, Laterza, 1990, pp. 175ss.

2. Luciano Cafagna, Totalitarismo. Un problema storiografico, nel Dizionario di storia Treccani (consultato il 3/4/2018).

3.Marcello Flores, Introduzione, in Id. (a cura di), Nazismo, fascismo, comunismo. Totalitarismi a confronto, Milano, Bruno Mondadori, 1998, p. 7.

4. Vittorio Strada, Totalitarismo/totalitarismi, in Id. (a cura di), Totalitarismo e totalitarismi, Venezia, Marsilio, 2003, p. 84.

5. Victor Zaslavsky, I sistemi totalitari nella prospettiva comparata, in Vittorio Strada (a cura di), Totalitarismo e totalitarismi, cit., p. 106.

6. V.Strada, Totalitarismo/totalitarismi, cit., p. 82.

7. M. Flores, Introduzione, cit., p. 7.

8. Enzo Traverso, Il totalitarismo. Storia di un dibattito, Milano, Bruno Mondadori, 2002, pp. 183-4.

9. Ivi, pag. 175.

10. Ivi, pag. 160.

11. M. Flores, Introduzione, cit., pp. 10-11.

12. Lettera inviata alla rivista «Una città», marzo 2016, in unacitta.it (consultato il 4/4/2018).

13. Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Torino, Einaudi, 2004, p. 7.

14. Ivi, pag. 81.

15. Salvatore Lupo, Antifascismo, anticomunismo e anti-antifascismo nell’Italia repubblicana, in Alberto De Bernardi, Paolo Ferrari (a cura di), Antifascismo e identità europee, Roma, Carocci, 2004, p. 367.

16. Ivi, pagg. 367-68.

17. Ivi, pag. 372.

18. Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? Un mito duro a morire, Vicenza, Neri Pozza, 2005; Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Roma-Bari, Laterza, 2013.

19. Intervento di Guido Gonella al IV Congresso della DC (Roma, 1952), in I Congressi nazionali della Democrazia cristiana, Roma, Cinque Lune, 1959, p. 370.

20. Questa è infatti la definizione che il dizionario Treccani online fornisce della locuzione damnatio memoriae: «Condanna, che si decretava in Roma antica in casi gravissimi, per effetto della quale veniva cancellato ogni ricordo (ritratti, iscrizioni) dei personaggi colpiti da un tale decreto» (consultato il 4/4/2018).

21. Alberto De Bernardi, Introduzione. L’antifascismo: una questione storica aperta, in Alberto De Bernardi, Paolo Ferrari (a cura di), Antifascismo e identità europee, Roma, Carocci, 2004, pp. XVIII-XIX.

22. Ivi, pag. XXVIII.

23. Christian Raimo, Ho 16 anni e sono fascista. Indagine sui ragazzi e l’estrema destra, Piemme, 2018, p. 10.

Sandro Bellassai* Sandro Bellassai insegna Storia dell’Europa contemporanea e Storia di genere presso l’Università di Bologna, sede di Forlì. Ha svolto ricerche sulle culture politiche e sulle relazioni di genere in età contemporanea. Tra le sue pubblicazioni: La morale comunista. Pubblico e privato nella rappresentazione del Pci (1947-1956), Carocci, 2000 (premio Sissco 2001); L’invenzione della virilità. Politica e immaginario maschile nell’Italia contemporanea, Carocci, 2011.

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2 commenti su “Quale fascismo, quale antifascismo. Note sul Museo di #Predappio – di Sandro Bellassai

  1. Tre giorni fa, nelle elezioni per la presidenza dell’Istituto Parri nazionale (già INSMLI), Alberto De Bernardi è stato sonoramente sconfitto da Paolo Pezzino. Nella sfida tra i due storici, risoltasi con 39 voti contro 18, ha pesato molto la vicenda Predappio.

    Come abbiamo raccontato su Giap (e, stante il suo ruolo in apparenza “defilato”, siamo stati i primi a criticarlo esplicitamente e frontalmente), De Bernardi è l’eminenza grigia accademica dietro il progetto di museo nella Casa del Fascio.

    Di contro, dopo un iniziale sostegno, Pezzino – tra le altre cose, coordinatore scientifico dell’Atlante delle stragi nazifasciste in Italia – ha pubblicamente e clamorosamente preso le distanze dal progetto, dapprima in un’intervista al Corriere della Sera (supplemento La Lettura, 24 dicembre 2017) e poi in una lunga dichiarazione intitolata «Perché ho cambiato idea».

    Come da noi riportato, l’Istituto Parri nazionale aveva già deciso di non prendere parte al progetto Predappio. Se ne fosse divenuto presidente De Bernardi, certamente avrebbe spinto per un cambio di linea. Adesso staremo a vedere cosa succederà.

  2. mi pare molto interessante, dal punto di vista dell’uso divulgativo della storia, la questione del fascismo come forma di totalitarismo oppure no. è interessante perché fattore determinante per capire se in questo caso abbia senso ridurre il fascismo ad una delle tante manifestazioni del totalitarismo, e soprattutto *presentarlo* in questo modo, è il *contesto* in cui avviene questa presentazione, più ancora che le caratteristiche del fascismo in sé; ed è proprio la relazione tra questo museo e il suo contesto che è stata prima e più di tutto criticata (condivisibilmente) qui su Giap. mi spiego: poniamo che ci troviamo tutti d’accordo, io WM, Flores, Bellassai, Casabau, il PD ecc… che il fascismo è stata una forma di totalitarismo (cosa che mi guardo bene dall’affermare, non essendo io uno storico se non di striscio). bene, presentarlo *come tale* potrebbe avere senso, che so, in un museo sui totalitarismi nella sede delle Nazioni Unite, o in una mostra itinerante di Amnesty International; insomma è un’impostazione che andrebbe bene per una divulgazione sul fascismo a grande scala, per uno sguardo “da lontano”. Ma in un museo *sul fascismo*, *in Italia*, *a Predappio* (!!!), cioè alla scala del microscopio, per uno sguardo “da dentro”, mi pare chiaro che non abbia senso, se non nella prospettiva di impedire una corretta informazione, una corretta formazione e dunque un corretto giudizio sul fascismo. Un museo sul fascismo a Predappio dovrebbe concentrarsi sulle caratteristiche che *distinguono* il fascismo dagli altri totalitarismi, anche ammettendolo in questa strana famiglia politico-storiografica, sulle questioni specifiche che lo rendono diverse, più che su quelle generiche che (forse) lo accomunano ad altri fenomeni. Dovrebbe, molto semplicemente e tautologicamente, parlare del fascismo (e non del totalitarismo).

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